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Il partner phubbing: l’uso del cellulare per ignorare il partner all’interno della coppia

Sabrina Guzzetti

 

I ricercatori della Baylor University, in Texas, hanno pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior un lavoro che parla del ‘partner phubbing’ (Pphubbing “partner phone snubbing”), inteso come la tendenza a farsi distrarre dal cellulare mentre si è in compagnia del proprio partner.

Il termine inglese ‘phubbing’ (phone snubbing) è un neologismo coniato nel 2012 da un gruppo di lessicografi, scrittori e poeti dell’Università di Sydney, ingaggiati dal Macquarie Dictionary e dell’agenzia pubblicitaria McCann Melbourne. Il termine, che descrive l’abitudine di ignorare la persona che abbiamo davanti in favore del telefono cellulare, fece il giro del mondo attraverso la campagna ‘Stop Phubbing’, che dava dimostrazione di come il linguaggio fosse in costante evoluzione, a vantaggio, ovviamente, delle vendite dei dizionari.

Ora questa nuova parola entra anche nel linguaggio scientifico, con una declinazione piuttosto particolare. Dei ricercatori della Baylor University, in Texas, hanno infatti pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior un lavoro che parla del ‘partner phubbing’ (Pphubbing), inteso come la tendenza a farsi distrarre dal cellulare mentre si è in compagnia del proprio partner.

I ricercatori, James A. Roberts e Meredith E. David, hanno sviluppato una scala per misurare il livello di Pphubbing, che presenta item come “il mio partner mette il suo cellulare in un posto visibile quando siamo insieme”, oppure “il mio partner tiene il suo cellulare in mano quando è con me”, o ancora “se c’è una pausa nella conversazione, il mio partner controlla il suo cellulare” e così via.

L’applicazione della scala ha dimostrato che il Pphubbing è sia concettualmente che empiricamente diverso da altre condizioni affini, come l’attitudine ai cellulari e la dipendenza da essi, tanto da meritare una propria indipendenza ed autonomia dal punto di vista teorico.

La scala è stata in seguito utilizzata per studiare, in un campione di 145 adulti, l’impatto del Pphubbing sulla soddisfazione rispetto alla propria relazione sentimentale. I risultati suggeriscono che l’effetto negativo del Pphubbing è mediato dalla presenza di conflitti circa l’utilizzo del cellulare, che a loro volta sono influenzati dallo stile di attaccamento dei partner: i più insicuri, con stili di attaccamento ansioso, riportano infatti più alti livelli di conflitto. Spiega Roberts:

[blockquote style=”1″]Quello che abbiamo scoperto è che quando una persona percepisce di essere oggetto di Pphubbing, si può generare un conflitto che porta a più bassi livelli di soddisfazione di coppia. Questi bassi livelli di soddisfazione di coppia portano, a loro volta, ad una minore soddisfazione per la propria vita in generale, che può anche portare alla depressione.[/blockquote]

Considerando il costante e progressivo incremento dei consumi nell’ ambito della telefonia mobile, questo studio, il primo nel suo genere, pone attenzione al possibile impatto che il nostro amato smatphone può avere non solo sulle nostre relazioni di coppia, ma anche sul nostro benessere psicologico in generale. È sorprendente pensare che qualcosa di così comune e apparentemente insignificante come un cellulare possa arrivare addirittura a minare le fondamenta della nostra felicità.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Non crediamo in bio: il cibo come fede – L’editoriale di Altroconsumo

Editoriale di Rosanna Massarenti, pubblicato su Altroconsumo.

 

Non crediamo in bio: forse è stato questo titolo a turbare e a scatenare reazioni al nostro articolo sul biologico (vedi a pag. 63). Bene, non era né casuale né scelto con leggerezza. Era anzi volutamente provocatorio per far riflettere – e magari discutere, come è avvenuto – su quello che è il nuovo approccio al cibo, quasi un credo, una religione.

Il cibo è legato alla nostra visione del mondo, ai nostri valori, ma anche a paure profonde. E in un mondo che si fa sempre più minaccioso, anche decidere che cosa mangiare è diventato motivo di ansia. Si cerca qualcosa di rassicurante, che ci metta in pace con noi stessi, forse anche di salvifico. E nel biologico spesso si trova sicurezza, per la propria salute, ma anche per la propria coscienza.

I presupposti di alcuni regimi alimentari sono non solo condivisibili, ma devono essere al centro di battaglie su cui tutti dovremmo impegnarci, come la salvaguardia della natura, il rispetto degli animali, i diritti dei lavoratori, l’attenzione alla salute. Il problema sta nel fatto che certe adesioni fideistiche rischiano di diventare vere ossessioni, come quella per il bio o per il veganesimo (vedi a pag. 25), che a volte sfociano in forme di integralismo.

Allo stesso modo, certe ansie per la forma fisica o la magrezza sono placate con perniciose soluzioni pseudosalutistiche che stanno inducendo sempre più persone ad adottare regimi alimentari insensati, punitivi e carenti dal punto di vista nutrizionale: latte e derivati, glutine, carboidrati sono diventati il demonio, incubi allergenici da cui sfuggire.

Il rischio è cadere in fobie o nuove forme di disturbi alimentari, come l’ortoressia, il terrore di introdurre nel nostro corpo qualcosa di impuro.

La verità è che dietro la buona fede di chi ci crede, ci sono mercati globali milionari che prosperano. E il cibo convenzionale – di cui si nutre la maggioranza delle persone, che ha pur sempre diritto a mangiar sano – non è per forza il demonio. La crescente richiesta di alimenti biologici crea grandi occasioni di business: non sono tutti campi di grano, fattorie e caprette sull’erba, come vuole l’immaginario, e anche molte multinazionali dell’alimentare o catene di distribuzione sono entrate in questo fiorente mercato.

Fare informazione indipendente è anche questo: vedere le cose con occhio obiettivo e su basi scientifiche e razionali. Saper sfidare l’impopolarità, non essere accondiscendenti solo per non urtare qualche sensibilità. Altrimenti, il mondo è pieno di siti e riviste di cucina e di salute che vi raccontano quello che volete sentirvi dire, per poi comprare contenti quello che altri decidono che compriate.

Nella prossima pagina l’inchiesta di Altroconsumo.it sul cibo biologico.

Non crediamo in bio –

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Fonte: Altroconsumo.it

Nella prossima pagina il commento tecnico all’inchiesta sul cibo biologico di Altroconsumo.it

Inchiesta sull’agricoltura biologica: il commento tecnico

Fonte: Altroconsumo.it

SAK. Søren Aabye Kierkegaard (2015) di Joakim Garff – Recensione

La monumentale biografia di Kierkegaard scritta da Joakim Garff riempie con successo un vuoto editoriale abbastanza inspiegabile.

A short life of Kierkegaard di Walter Lowrie, infatti, ultimo significativo lavoro biografico (peraltro mai tradotto il italiano) sul filosofo danese, risaliva addirittura al 1951. Eppure Kierkegaard fu, con Nietzsche e Schopenhauer, uno dei protagonisti della svolta filosofica ottocentesca che, con una parola non felicissima, è stata battezzata come irrazionalismo.

Il pensiero kierkegaardiano ha influenzato in maniera determinante l’arte e la letteratura nordeuropea: Ibsen e Munch sono incomprensibili senza la sua filosofia. I più importanti teologi si sono ispirati a lui, a partire da Barth, Tillich e Bonhoeffer. Soprattutto, però, Kierkegaard è il padre riconosciuto di tutto il movimento esistenzialista del Novecento, da Heidegger a Jaspers, a Sartre. Indirettamente, quindi, la sua figura si staglia sullo sfondo tanto della psichiatria fenomenologica, quanto dell’analisi esistenziale, due movimenti tutt’altro che secondari nel panorama delle cure della psiche intese in senso moderno.

Gli scritti kierkegaardiani più importanti, tuttavia, vengono più spesso citati che compresi nel loro reale significato. Le ragioni di questa circostanza sono molteplici. In primo luogo Kierkegaard scrisse in danese, onde la possibilità di leggere le sue opere in lingua originale è di fatto riservata ai suoi connazionali e a pochi specialisti. Soprattutto però, a parte i cosiddetti Discorsi edificanti e alcuni scritti polemici, tutte le opere che Kierkegaard pubblicò durante la sua vita vennero da lui firmate con degli pseudonimi, ai quali il vero autore attribuiva una personalità e una prospettiva indipendenti.

Nella concezione kierkegaardiana vi sono tre diverse e coerenti possibilità di vivere coerentemente l’esistenza (tre stadi): quello estetico, quello etico, quello religioso. Riassumendo, con imbarazzante concisione, lo stadio estetico è quello di chi vive in funzione della bellezza dell’istante; gli archetipi ne sono Don Giovanni e Faust, e Kierkegaard sembra provare quasi disgusto verso le opere letterarie nelle quali simili personaggi, alla fine, si convertono. Lo stadio etico vive per la ripetizione; l’eroe tipico ne è chi vive il matrimonio come se fosse in perenne contemplazione di un pittoresco ruscello. Forse non vivrà mai slanci di gioia ma neanche profonde delusioni, permanendo in uno stato di pace interiore. Lo stadio ulteriore è quello religioso, che nel pensiero kierkegaardiano è una situazione paradossale, determinata da un salto nella fede. Un tale salto non è per tutti ma solo per figure eccezionali. Il vero Cavaliere della fede, per Kierkegaard, è Abramo, l’uomo capace di sacrificare il proprio figlio a Dio. Kierkegaard ritorna sull’episodio biblico per sottolineare qualcosa che usualmente è passato sotto silenzio: dal punto di vista puramente umano, Dio è il peggiore nemico dell’uomo.

L’accettazione del Dio biblico e del Dio cristiano dipende dunque dal passaggio in una dimensione esistenziale completamente diversa, dove ci si affida interamente alla divinità. In questo senso, per Kierkegaard è un profondo equivoco l’affermazione per cui siamo tutti cristiani. Negli scritti pseudonimi, Kierkegaard scrive come se incarnasse una persona che viva in uno dei tre stadi: in Enten-Eller (o Aut-aut), per esempio, vi sono due presunti autori A e B, il primo dei quali è un seduttore impenitente e il secondo un marito fedele. Timore e tremore viene scritto come se l’autore fosse un poeta della fede che non riesce però a compiere il relativo salto. Due opere firmate con un altro pseudonimo, che si dichiara cristiano, si occupano di temi non proprio scontati da una simile prospettiva: si tratta di Il concetto dell’angoscia e La malattia mortale. In questi due ultimi testi (forse i più noti e influenti del Danese), infatti, al centro delle riflessioni sono l’angoscia e la disperazione. La descrizione fenomenologica degli stati d’animo relativi presenta notevoli anticipazioni rispetto alla psicologia dinamica successiva, distinguendo per esempio l’angoscia priva di oggetto, l’angoscia verso il nulla e l’angoscia verso un oggetto preciso, con delle sottigliezze analitiche di straordinario interesse. In ogni caso, chi non tenga conto dell’esistenza di una progettualità di insieme così complessa e tentacolare rischia continuamente di confondere, nelle varie opere, ciò che appartiene alle intenzioni dell’autore e ciò che invece va attribuito alla soggettività diversa dello pseudonimo a nome del quale Kierkegaard decide di volta in volta di scrivere.

Quest’uomo, che ha inciso una traccia indelebile nella cultura occidentale, non ha mancato di lasciare ampi inediti autobiografici. I cosiddetti Papirer (Carte) sono infatti venti volumi di appunti di lettura, riflessioni e ricordi sparsi che hanno appassionato generazioni di lettori, malgrado il loro carattere rapsodico e disorganico. Di essi in italiano è da tempo disponibile già un’ampia selezione (apparsa come Diario, in dieci volumi), forse la più estesa che sia stata edita fuori dalla Danimarca.

Tuttavia il punto di vista di Kierkegaard sulla propria vita, ricavabile dagli scritti, lascia aperti degli interrogativi inquietanti. Kierkegaard stesso scrive, anticipando Freud, che ogni uomo è essenzialmente ciò che è diventato all’età di dieci anni; o che si scoprirà che quasi tutti hanno una tara risalente alla propria infanzia che non scomparirà nemmeno a settant’anni; o anche che tutte le individualità infelici si rapportano a un’impressione sbagliata della propria infanzia.

Eppure ben poco della sua infanzia egli racconta. Poco si ricava del padre, anche se è evidente come questi dovesse risultare, per quanto ricco, avaro e scostante con il figlio. Nulla addirittura si viene a sapere sulla madre, che non viene mai nominata né nel Diario, né nelle opere (pseudonime o meno). Idee vaghe e contrastanti Kierkegaard lascia anche a proposito del suo rapporto con Regina Olsen, la ragazza prima vista come ideale, poi chiesta in sposa, salvo rompere clamorosamente il fidanzamento tra lo sconcerto di parenti e amici di ambedue.

La ricostruzione offerta da Garff, che non trascura minuziosissime ricerche di archivio, è dunque un lavoro prezioso per chi voglia approfondire il mondo di questo affascinante e misterioso filosofo.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Garff, J. (2015). SAK. Søren Aabye Kierkegaard. Castelvecchi, Roma.

Gli autistici come leggono le emozioni altrui?

Angela Ciaramidaro, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

 

Durante un’interazione sociale il viso è uno strumento essenziale per uno scambio reciproco tra due persone e la capacità di riconoscere le emozioni altrui risulta essere una delle abilità socio-cognitive più importanti per la sopravvivenza dell’individuo all’interno di un gruppo, poiché essa permette di adattare il proprio comportamento al contesto sociale. Secondo le neuroscienze sociali si tratta di un’abilità visiva altamente sviluppata che coinvolge numerosi sistemi neuronali e costituisce un ambito di ricerca di grande interesse per lo studio di diversi disturbi come ad esempio quelli dello spettro autistico (Adolphs, 2002).

L‘autismo è un disturbo dello sviluppo, caratterizzato da una compromissione grave delle capacità dell’interazione sociale e della comunicazione verbale e non verbale, cosi come dalla presenza di ristretti pattern d’interessi e attività (stereotipie). Nel paziente autistico vi è una mancanza d’attenzione implicita a stimoli socialmente rilevanti (come ad esempio volti e voci umane) (Klin et al., 2003). E la non capacità di stabilire un contatto affettivo con un’altra persona è indicato fin dalla prima descrizione di Kanner del 1943 come un sintomo caratteristico di questa sindrome.

E i bambini autistici sono in grado di comprendere le emozioni che esprimiamo attraverso il volto? Numerosi studi hanno dimostrato deficit nell’elaborazione dei volti e delle espressioni facciali. I dati in letteratura indicano infatti che i pazienti autistici prediligono oggetti ai volti e che durante un‘elaborazione emotiva dei volti, il paziente si focalizza sulla parte inferiore del viso (piuttosto che concentrarsi sulla parte centrale del viso insieme agli occhi), atteggiamento che rende più difficile la comprensione delle emozioni (Klin et al., 2002)

Il recente sviluppo delle tecniche di neuroimaging consente d’indagare in modo non invasivo i meccanismi neurobiologici alla base di questi deficit. Studi di neuroimaging in pazienti con autismo dimostrano un mal funzionamento nel giro fusiforme, un’area del cervello specializzata nel riconoscimento dei volti umani e durante l’attribuzione di emozioni facciali (Critchley et al., 2000; Perlman et al. 2011).

Alcuni di questi studi registrano inoltre un’attivazione atipica nell’amigdala, un’area cerebrale deputata per l’elaborazione emotiva (Ashwin et al., 2007; Pelphrey et al., 2007). Rimane tuttora poco chiaro stabilire se il mal funzionamento di queste aree è dovuto a una compromissione generale dei meccanismi neurocognitivi deputati all’elaborazione affettiva oppure ad una tendenza di questi pazienti a non dedicarsi e guardare i volti.

Infatti in uno studio, Dalton e collaboratori (2005) hanno scoperto che l’attivazione del giro fusiforme e dell’amigdala correla positivamente con il tempo che un paziente autistico occupa a fissare lo sguardo nello stimolo target. Tuttavia, in un altro lavoro nel quale i partecipanti venivano sottoposti a scansione di neuroimaging durante la visione di oggetti e in alternanza di volti, i pazienti mostravano un’attivazione del giro temporale inferiore indistintamente durante l’elaborazione di volti e oggetti. Questa area cerebrale invece veniva attivata dal gruppo di controllo esclusivamente durante l’elaborazione di oggetti. Per l’elaborazione dei volti il gruppo di controllo dimostrava un’attivazione specifica nel giro fusiforme (Schultz et al., 2000). Questo lavoro sembra suggerire che pazienti con autismo (per lo meno a livello neuronale) sembrano elaborare i volti come oggetti inanimati.

Ma è possibile migliorare la capacità di elaborazione emotiva facciale con un trattamento specifico in questi pazienti? Sono stati sviluppati diversi programmi per migliorare la comprensione emotiva in pazienti con sindrome autistica. Essendo per questi pazienti l’uso del computer uno strumento di apprendimento preferenziale, una prospettiva innovativa per il training delle emozioni potrebbe derivare dall’utilizzo di interventi al computer e realtà virtuale (Golan et al. 2010).

Muovendosi in questa prospettiva, il gruppo di neuropsichiatria infantile dell’Università di Francoforte ha sviluppato un training al computer per l’attribuzione di emozioni in pazienti autistici: il Frankfurt test and training of facial affect recognition (abbreviato FEFA). Il FEFA è un programma informatico di facile uso e installazione. E’ composto da due moduli: il modulo “Test” per valutare la gravità del deficit e il modulo “Training” sviluppato per la riabilitazione emotiva. L’applicazione del FEFA è transculturale e realizzata sulle sei emozioni di base (felicità, tristezza, rabbia, sorpresa, disgusto, paura). Il modulo di training è composto da 500 item con tre livelli diversi. Al livello 1 viene mostrato un volto e il paziente deve dire quale emozione viene espressa selezionando il nome di una delle sei emozioni suggerite. La risposta corretta è associata ad uno stimolo visivo e acustico. Se la risposta non è corretta, sullo schermo compare la soluzione corretta accompagnata da una breve descrizione dell’ emozione in questione (livello 2). Segue cosi il livello 3 nel quale viene illustrata una storia figurata e nuovamente il paziente deve scegliere l’emozione appropriata. La validazione ha dimostrato che si tratta di uno strumento innovativo ed efficace nelle attività cliniche con pazienti affetti da autismo (Bölte et al., 2002).

Recentemente, un gruppo di ricercatori si sono chiesti se sia anche possibile rilevare eventuali variazioni e cambiamenti neuronali nei pazienti che ne hanno beneficiato. Nello specifico, in questo studio i ricercatori (tra cui anche gli ideatori del FEFA) hanno indagato se i soggetti affetti da autismo possano beneficiare anche a livello cerebrale della somministrazione del FEFA confrontando le attivazioni neuronali di pazienti autistici prima e dopo la somministrazione del training, attraverso l’uso della risonanza magnetica funzionale (fMRI).

Sono stati sottoposti a scansione tre gruppi: i) pazienti con autismo che hanno ricevuto anche il trattamento di riabilitazione emotiva FEFA; ii) pazienti con autismo che hanno ricevuto un trattamento standard ma senza FEFA; iii) un gruppo di controllo con soggetti sani. In una prima fase tutti i gruppi sono stati sottoposti a scansione fMRI con un compito sul riconoscimento emotivo facciale, ma utilizzando degli item diversi da quelli inseriti nel FEFA. Nella seconda fase, il primo gruppo di pazienti ha avuto il trattamento FEFA per una durata di 6 settimane con 8 unità diverse di training. Nell’ultima fase (successiva al training), entrambi i gruppi di pazienti sono stati sottoposti nuovamente a scansione fMRI. I risultati hanno dimostrato un netto miglioramento nel riconoscimento di emozioni unicamente nel primo gruppo, miglioramento anche evidenziato a livello neuronale nelle aree cerebrali deputate all’ elaborazione emotiva, ovvero nell’ amigdala e nel giro fusiforme (Bölte et al., 2015).

In sintesi, la letteratura e l’attività clinica evidenziano un grave deficit nel riconoscere emozioni altrui in pazienti con autismo, sia a livello comportamentale che a livello neuronale. Ma l’ideazione e l’impiego di trattamenti specifici sul riconoscimento delle emozioni in questi pazienti sembrano dare dei miglioramenti riabilitando anche i circuiti neuronali sottostanti e permettendogli in questo modo di uscire dall’isolamento tipico da cui sono afflitti.

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La percezione atipica nell’autismo: vedere il mondo in modo diverso

BIBLIOGRAFIA:

  • Adolphs R. (2002). Neural systems for recognizing emotion. Current Opinion of Neurobiology, 12, 169-77.
  • Ashwin C., Baron-Cohen S., Wheelwright S., O’Riordan M., Bullmore E.T. (2007). Differential activation of the amygdala and the ’social brain’ during fearful face-processing in Asperger Syndrome. Neuropsychologia, 45, 2–14.
  • Bölte S., Feineis-Matthews S., Leber S., Dierks T., Hubl D., Poustka F. (2002). The development and evaluation of a computer-based program to test and to teach the recognition of facial affect. International Journal of Circumpolar Health, 61, 61–8.
  • Bölte S., Ciaramidaro A., Schlit S., Hainz D., Kliemann D., Beyer A., Poustka F., Freitag C., Walter H. (2015). Training-induced plasticity of the social brain in autism spectrum disorder. British Journal of Psychiatry, 207, 149-57.
  • Critchley H., Daly E., Phillips M., Brammer M., Bullmore E., Williams S., Van Amelsvoort T., Robertson D., David A., Murphy D. (2000). Explicit and implicit neural mechanisms for processing of social information from facial expressions: A functional magnetic resonance imaging study. Human Brain Mapping, 9, 93-105.
  • Dalton K.M., Nacewicz B.M., Johnstone T., Schaefer H.S., Gernsbacher M.A., Goldsmith H.H., Alexander A. L., Davidson R.J. (2005). Gaze fixation and the neural circuitry of face processing in autism. Nature of Neuroscience, 8, 519–26.
  • Golan O., Ashwin E., Granader Y., McClintock S., Day K., Leggett V., Baron-Cohen S., (2010). Enhancing emotion recognition in children with autism spectrum conditions: an intervention using animated vehicles with real emotional faces. Journal of Autism and Developmental Disorders, 40, 269–79.
  • Klin A., Jones W., Schultz R., Volkmar F. R., Cohen D. J. (2002). Visual fixation patterns during viewing of naturalistic social situations as predictors of social competence in individuals with autism. Archive of General Psychiatry, 59, 809–816.
  • Klin A., Jones W., Schultz R., Volkmar F. (2003). The enactive mind, or from actions to cognition: lessons from autism. Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences, 358, 345–360.
  • Pelphrey K.A., Morris J.P., McCarthy G., Labar K.S. (2007). Perception of dynamic changes in facial affect and identity in autism. Social of Cognitive Affective Neuroscience, 2, 140-149. DOWNLOAD
  • Perlman S.B., Hudac C.M., Pegors T., Minshew N.J., Pelphrey K. A. (2011). Experimental manipulation of face-evoked activity in the fusiform gyrus of individuals with autism. Social Neuroscience, 6, 22-30.
  • Schultz R.T., Gauthier I., Klin A., Fulbright R.K., Anderson A.W., Volkmar F., Skudlarski P., Lacadie C., Cohen D.J., Gore J. C. (2000) Abnormal ventral temporal cortical activity during face discrimination among individuals with autism and Asperger syndrome. Archive General of Psychiatry, 57, 331–40.

Progettazione e realizzazione di un software per la riabilitazione del calcolo: uno studio pilota

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

PROGETTAZIONE E REALIZZAZIONE DI UN SOFTWARE PER LA RIABILITAZIONE DEL CALCOLO: UNO STUDIO PILOTA

Autore: Rizzi Giovanni (Università degli Studi di Padova)

 

Keywords: acalculia, linguaggio, software, riabilitazione

Lo scopo principale di questo lavoro è valutare un software di riabilitazione, creato ad hoc per i deficit di calcolo. Tale studio nasce dall’esigenza di avere un software mirato alla riabilitazione del calcolo, che tiene conto anche di quelle che sono le difficoltà che ogni soggetto può mostrare. Questa caratteristica rende il software flessibile e adattabile a chi esegue il programma. La riabilitazione mediante questo software si concentra su due domini specifici: il calcolo formale e compiti ecologici, in cui sono esposte situazioni di vita quotidiana che richiedono l’utilizzo dei numeri.

INTRODUZIONE

L’importanza dei numeri nella vita quotidiana è, molto spesso, sottovalutata. I numeri sono utilizzati in molte attività e in differenti contesti. Fare la spesa, verificare il proprio conto bancario, controllare il nostro peso, l’uso dei soldi, essere puntuale ad un appuntamento, cucinare, telefonare sono solo alcune tra le innumerevoli situazioni in cui facciamo ricorso alle abilità numeriche. I numeri sono utilizzati anche per indicare un numero civico, il numero di un ufficio, il modello di un’auto. Spesso, oltre che comprendere e produrre dei numeri, nelle attività quotidiane è necessario anche eseguire dei calcoli o delle comparazioni.

Per queste ragioni è ormai riconosciuto che un disturbo acquisito nell’uso dei numeri e del calcolo possa essere seriamente invalidante, rendendone di primaria importanza la valutazione clinica e l’eventuale trattamento riabilitativo.
Il recente interesse in ambito teorico per questo deficit è ulteriormente giustificato dal fatto che i disturbi acquisiti del calcolo non sono un fenomeno raro. Le abilità numeriche sono molto sensibili alle lesioni cerebrali: secondo Jackson e Warrington (1986), quasi il 10% dei pazienti con lesioni all’emisfero sinistro mostra un deficit selettivo in aritmetica.

La capacità di calcolo rappresenta un processo cognitivo estremamente complesso. Essa è considerata una competenza multifattoriale che interessa la competenza verbale, spaziale, la memoria e funzioni esecutive (Ardila, Galeano, & Rosselli, 1998).

 

ALLEGATO 1

ALLEGATO 2

ALLEGATO 3

 

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Esposizione pre e post-natale al tabacco & disturbi comportamentali nei bambini

Irene Rossi

I disturbi emotivi sono associati all’esposizione al fumo di tabacco ambientale sia in periodo pre che post natale, fattore riguardante il 21% dei bambini coinvolti nello studio. In questi bambini anche i disturbi della condotta risultano associati.

Le conseguenze negative sulla salute dell’esposizione passiva al tabacco sono già state ampiamente documentate in numerose ricerche, e risultano orami note non solo nella comunità scientifica ma anche nella società. Tuttavia le conseguenze del fumo di tabacco ambientale (FTA) sono molto meno note in termini delle specifiche potenziali connessioni causali con i problemi comportamentali nei bambini. In questo contesto, i ricercatori dell’Inserm (Institut national de la santé et de la recherche médicale) e della UPMC (Pierre and Marie Curie University), in collaborazione con gli ospedali universitari di 6 città francesi, hanno analizzato i dati di 5.200 bambini in età scolare sull’esposizione pre e post natale al tabacco nell’ambiente domestico, mostrando che l’esposizione a tale sostanza si associa ad un maggior rischio di disturbi del comportamento nei bambini, ed in particolare modo a livello emotivo e della condotta.

Questi dati sono stati ottenuti attraverso la somministrazione di un questionario standardizzato completato dai genitori dei bambini parte del campione. I disturbi comportamentali nei bambini sono stati invece valutati usando il questionario “Strenght and Difficulties Questionnaire” (SDQ), impiegato per indagare il funzionamento comportamentale e psicosociale, anch’ esso completato da parte dei genitori. Dalle analisi delle informazioni raccolte in questo modo e dalle relazioni emerse, si è evidenziato che l’esposizione all’ FTA nel periodo post-natale, da solo o in associazione con l’esposizione durante la gravidanza, aumenta il rischio di disturbi comportamentali durante la scuola elementare.

Più nel dettaglio: i disturbi emotivi sono associati all’esposizione al fumo di tabacco ambientale sia in periodo pre che post natale, fattore riguardante il 21% dei bambini coinvolti nello studio. In questi bambini anche i disturbi della condotta risultano associati. Queste evidenze si evidenziano anche per l’esposizione solo pre o solo post natale, ma nono meno forti.

Queste osservazioni sembrano confermare ciò che è stato trovato sugli animali, ovvero che la nicotina contenuta nel fumo di tabacco può avere un effetto neurotossico sul cervello. Durante la gravidanza la nicotina contenuta nel tabacco stimola i recettori dell’acetilcolina, e causa cambiamenti strutturali nel cervello. Allo stesso modo nel primo mese di vita l’esposizione al fumo di tabacco causa uno squilibrio proteico che porta a una alterazione nella crescita neuronale.

Questi dati indicano che il fumo passivo, oltre che per il noto effetto negativo sulla salute in generale, dovrebbe essere evitato anche perché può portare a disturbi del comportamento nei bambini una volta raggiunta l’età scolare.

Meares e Il modello conversazionale nella cura dei traumi relazionali – Attaccamento e trauma 2015

Russell Meares chiude questa seconda edizione del Congresso Attaccamento e Trauma, offrendo una panoramica sul modello dissociativo del disturbo borderline di personalità. 

Su State of Mind abbiamo parlato delle diverse giornate del convegno Attaccamento e Trauma: abbiamo scritto della prima giornata e dell’Importanza della contingenza nello sviluppo infantile; abbiamo inoltre riportato quanto detto nella seconda giornata del convegno a proposito di Fiducia Epistemica, resilienza e resistenza al cambiamento. Abbiamo pubblicato il report della terza giornata, incentrata sul Ruolo dell’ emisfero destro, la regressione in terapia e la Schema Therapy e la Cronaca del Convegno (NdR).

Una “dolorosa incoerenza” nell’esperienza del sé è il nucleo centrale della personalità borderline, in cui viene a mancare un senso unitario e coeso del sé. Questa incoerenza può portare i pazienti a stati di vuoto, solitudine e frammentazione, caratterizzati non soltanto da una disconnessione tra elementi del pensiero che di norma procedono di pari passo, ma anche da una connessione tra settori dell’esperienza generalmente separati, come passato-presente, interno-esterno, soggetto-oggetto. Il disturbo borderline può essere l’esito di traumi relazionali precoci che hanno strutturato nel paziente uno o più pattern di attaccamento disfunzionali. Come per tutti gli altri relatori, anche per Meares questi pattern relazionali andranno a replicarsi nelle relazioni successive e a formare nel tempo la struttura della personalità adulta.

La tesi di Russell Meares è che l’alterazione del Disturbo Borderline di Personalità sia un’esperienza di vissuto personale, o di sé, che ricorda il fenomeno della dissociazione.

Partendo dalle teorie di Janet che descrive questo deficit di integrazione come assenza di una “sintesi personale”, e passando dal modello neurobiologico del sé di Jackson sulla distinzione tra una coscienza dell’oggetto – come consapevolezza di un evento, interno o esterno – e coscienza del soggetto – come stato costante, onnipresente, un flusso che definisce l’io -, Meares fa riferimento ad un modello di coscienza caratterizzato dall’ aumento del controllo volontario sulla vita mentale, non determinato direttamente dall’ evoluzione di nuove strutture cerebrali o di nuove forme di tessuto nervoso, ma piuttosto dal continuo riarrangiamento adattivo di strutture esistenti.

Dentro la cornice attaccamentista, la ricerca terapeutica di Meares si concentra su due aspetti fondamentali: da un lato l’attenzione alle parole, al linguaggio e alle narrazioni dei pazienti, come finestra sul loro mondo interiore, da cui deriva il suo Modello Conversazionale di psicoterapia; dall’altro la ricerca di una solida base neuroscientifica che aiuti a comprendere meccanismi neurobiologici sottostanti i sintomi principali di disconnessione nel Disturbo Borderline di Personalità.

A questo proposito risulta interessante lo studio condotto da Meares nel 2003 che propone un’indagine sui meccanismi cerebrali legati agli stati dissociativi nei pazienti con storia di traumi relazionali esitati in una grave disorganizzazione dell’attaccamento. I risultati emersi, grazie all’analisi dei potenziali elettrici evocati (ERP) misurati su singoli eventi, hanno evidenziato la presenza di un sistematico fallimento nella co-ordinazione neuronale di alcuni network che solitamente funzionano insieme e di un deficit di controllo inibitorio dei livelli superiori della mente (corteccia orbito frontale), che si evidenzia in una maggiore ampiezza di alcuni ERP nei pazienti BPD rispetto ai controlli e in una mancata sensibilità all’abituazione, come invece accade nei gruppi di controllo.

Questo comportamento anomalo, che Meares suggerisce di identificare come marker biologico del sé, sembra attribuibile inoltre soprattutto all’emisfero destro, adibito alla funzione di costruzione di una coerenza interna e di sintesi. Sul piano clinico l’approccio conversazionale che propone Meares pone al centro il dato, ormai molto condiviso, che in psicoterapia si instauri non solo una relazione tra due persone, ma anche un’interazione tra due cervelli, in particolare due “cervelli destri”, che nella relazione terapeutica possono trovare una connessione in grado di promuovere un riadattamento più funzionale di circuiti neurali bloccati o non integrati.

L’attenzione del terapeuta conversazionale è dunque orientata ad osservare il linguaggio non solo nei suoi contenuti e significati, ma soprattutto nella sua forma espressiva. In terapia viene utilizzata dal terapeuta una forma di conversazione che sia rievocativa dell’interazione tra emisferi destri di madre e bambino nelle protoconversazioni. Meares definisce questo tipo di scambio “relazionalità analogica” e il metodo che propone prevede l’utilizzo di un linguaggio tipico dell’emisfero destro: abbreviato, con espressioni incomplete, privo di struttura sintattica formale, di pronomi personali, ma con una chiara emotività espressa nella fonologia, nella tonalità e nelle inflessioni della voce.

L’approccio conversazionale muove dall’idea di recuperare una innata capacità umana di sintonizzarsi su questo stile comunicativo analogico attraverso un modello terapeutico complesso e strutturato, che unisce tradizione psicoanalitica e neurobiologia moderna. Il modello di Mears ha il pregio di tornare al linguaggio e alla relazione, senza perdere il legame con le moderne teorie neuroscientifiche, e forse il difetto di aver bisogno di molto tempo per raggiungere una sua più profonda comprensione e applicazione per non rischiare brusche semplificazioni o eccessi di mistero sul processo terapeutico e i suoi principi guida.

 

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Il disturbo borderline di personalità: disregolazione emotiva, discontrollo degli impulsi e instabilità

BIBLIOGRAFIA:

  • Russell Mears, Un modello dissociativo del disturbo borderline di personalità, Raffaello Cortina Editore, 2014.

Cronache dal congresso di Scienza Cognitiva 2015 – Report del Prof. Bruno Bara

Cronache dal congresso di Scienza Cognitiva 2015: I giornata

(23 luglio 2015)

 

Questa estate il prof Bruno Bara dell’Università di Torino ha partecipato al congresso di Scienza Cognitiva organizzato dal 23 al 25 luglio a Pasadena, USA. Pubblichiamo con piacere la sua intensa corrispondenza dal congresso.

Eccomi a Pasadena per i quattro giorni più intensi di questo viaggio, al Convegno Annuale di Scienza Cognitiva. Oltre 900 partecipanti, 10 sessioni parallele, non mi sogno di fare un riassunto oggettivo, scrivo solo di quello che a me è sembrato eccellente.

La prima lecture plenaria è di Richard Ivry sui processi decisionali incarnati, gli Embodied Decision Making. Ivry regna sovrano sul Dipartimento di Neuroscienze di Berkeley grazie alle sue ricerche mozzafiato sul cervelletto, tema noioso ma non quando ne parla lui. Illustra oggi l’interazione fra cervelletto e corteccia prefrontale, nell’esecuzione dei movimenti e nella scelta delle azioni. Il cervelletto è un sistema incapsulato, sordo alla strategia decisionale, selezionato per chiedersi solo se il movimento desiderato è stato eseguito. La corteccia si dedica invece a controllare se l’obiettivo è stato raggiunto, non le importa dello specifico movimento.

Evoluzionisticamente i due sistemi lavorano mano nella mano, ma cosa succede quando salta la sinergia, usualmente perché uno dei due sistemi è danneggiato? Tipicamente il cervelletto è avventuroso e pronto a prendersi rischi, mentre la corteccia prefrontale è conservativa e decisa a non rischiare, pronta a dimenticarsi del movimento non riuscito. La corteccia non piange sul latte versato, dice Ivry, comanda strategicamente sul breve ma poi si distrae e il cervelletto riparte per conto suo.

Per fare un esempio, l’ultima volta che siete stati dopo cena su un divano con un attraente partner mai baciato prima chiedendovi se era il caso di provarci, la corteccia comandava di rimanere immobili, mentre il cervelletto era pronto a rischiare. Inibire la corteccia prefrontale dei nuovi partner ed eccitare il loro cervelletto garantirebbe il successo, ma non si sa ancora come fare, spiacente.

Daniel Richardson, del potentissimo University College di Londra, presenta un lavoro su la mente di gruppo, la Group Mind. Mai visto prima un oratore col cappello, ma i postdoc devono inventarsi un modo per farsi notare e non tutti hanno stile.

Si chiede se siamo più intelligenti in gruppo di quanto lo siamo da soli, e la risposta basica è no, ma con evidenza a volte contraddittoria e non troppo convincente. La cosa mai vista prima è una conferenza col pubblico tutto connesso grazie agli smartphone, che risponde in diretta ai quesiti che lui pone, divertendosi un mondo e falsificando parecchie delle ipotesi che Richardson presenta.

Altissima tecnologia, debole teoria. Il momento di suo massimo sconforto, che gli ho rimarcato nelle domande finali, ma di massimo entusiasmo del pubblico, è quando Richardson cerca di dimostrare che le strategie di dating (come tradurre? Appuntamentologia a scopo sessuale?) variano fra maschi e femmine. Le femmine secondo lui e Wlodarski convergono su un unico tipo maschile a causa della influenza sociale, mentre i maschi divergono nelle scelte a causa della competizione fra di loro. Falso! Le femmine del pubblico divergono, e infatti le femmine umane competono fra loro per il partner migliore, mentre i maschi convergono, e infatti i maschi umani hanno criteri biologici forti di scelta della partner, primo fra tutti la sua stimata capacità riproduttiva. Malgrado le smentite alle sue teorie, l’innovativa tecnologia usata -oltre al tragico cappello- rende la conferenza di Richardson indimenticabile per tutti noi.

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Cronache dal congresso di Scienza Cognitiva 2015: II giornata

(24 luglio 2015)

Nel secondo round ricordo la presentazione di Jay McClelland di Stanford sulla cognizione matematica. McClelland ha vinto il premio Heineken, equivalente del Nobel per le neuroscienze. Nonostante la mia stima per lui, una intera ora su come insegnare a un computer a contare fino a 5 risulta difficile da digerire.

Il premio per la presentazione più modesta lo vince Rosalind Picard, dei leggendari Media Laboratory del MIT, che dovrebbe parlarci di nuovi dati sulle Emozioni nella Vita Reale. Purtroppo anche i grandi scivolano male, lei scivola proprio male, accumula dati senza criteri di raccolta, si arrampica sugli specchi quando arrivano le domande scetticamente serie, fa un mega spot pubblicitario sulle sue due aziende, che si chiamano Empatica una e Affectiva l’altra, con prezzi dei prodotti inclusi. Diventerà anche ricca, ma la stima dei colleghi se la è giocata.

Risolleva lo spirito il simposio sulla Simbiosi Uomo-Macchina, con la giovanissima e già super premiata Leila Takayama che parla di virtualità incarnata, mostrandoci l importanza che i robot esibiscano emozioni quando interagiscono con noi, e il grande David Woods che spazia dalla medicina alle navicelle spaziali. Ci fanno un quadro della situazione attuale: un computer a testa per ogni essere umano sulla terra già nel 2014; sostengono che soffriamo per un eccesso di successo tecnologico, ci fanno sorridere amaro sulle aspettative che poniamo sui computer, rapidi sui compiti banali ma incapaci di gestire le situazioni complicate, pur rassicurandoci sul fatto che sono le macchine intelligenti a doversi adeguare a noi. Per i clinici, sappiate che la resilienza dei computer applicati, ovvero cosa combinano quando sono spinti all’estremo, è il tema centrale del lavoro di Woods.

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Cronache dal congresso di Scienza Cognitiva 2015: III giornata

(25 luglio 2015)

I fuochi d artificio arrivano alla fine, con l’ultima presentazione in plenaria, di Martha Farah, della Pennsylvania, su Neuroscienze e Società: Passato, Presente e Futuro. Inizia ricordando come il comune interesse sia quello di comprendere, predire e influenzare il comportamento umano, facendo un riassunto delle stimolazioni e inibizioni di aree cerebrali a fini clinici.

Ricorda che, sebbene sappiamo qualcosa della stimolazione superficiale, nulla sappiamo di cosa succeda con quella profonda, e mostra come siano in vendita apparecchi per la autostimolazione, che le persone possono usare a loro discrezione, per quanto tempo desiderano. Considera questi apparecchi una nuova frontiera oltre i farmaci, e mostra come ci siano imprevisti aspetti di medicalizzazione delle Neuroscienze. Dato che gli apparecchi in vendita non sono considerati come farmaci, nessuno li controlla, e non ci si può aspettare che i produttori siano sinceri sulle controindicazioni. Parla anche del crescente ruolo legale delle Neuroscienze, e dei problemi etici connessi.

Si scatena un putiferio, perché alcuni neuroscienziati illustri sono stati negli scorsi mesi convocati a Washington da una commissione presidenziale sulla utilizzazione clinica delle Neuroscienze, e le visioni sono diverse, con Farah vissuta come paladina estremista dell’etica. Le posizioni a confronto sono due, una che sostiene che non si debba utilizzare nulla di cui non si sia provata la efficacia, e una che sostiene che si deve permettere la utilizzazione di strumenti la cui efficacia non sia provata ma che possano giovare ai pazienti, al limite solo come effetto placebo. I clinici tendono a essere su questa seconda posizione, gli scienziati duri sulla prima, ma non pensate che sia semplice risolvere il problema, ciascuno presenta ottime ragioni.

Cosa certa è che fra poco avremo un’invasione di apparecchi per la stimolazione cerebrale, con presunti vantaggi su cefalea, concentrazione, e coì via. Prepariamoci a una nuova frontiera oltre i farmaci, cui rispondere con prudenza.

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Dopo il congresso: Incontro con Ezra Bayda

(28 luglio 2015)

Il Dipartimento di Neurologia dell’University of California, Irvine, ha varato un programma sull’insegnamento della Gentilezza agli specializzandi e ha chiesto a me di costruirlo. Dato che non ho intenzione di trasferirmi qui per il tempo necessario, ho proposto di agire come consulente e non come docente, e in questa veste sono loro ospite.

Il primo passaggio è stato quello di andare a parlare con la persona che mi sembra più qualificata per tenerlo, quindi stamattina sulla obbligatoria BMW spider del Direttore Steven Small, con targa personalizzata Broca dato che è un esperto di afasia (non stupitevi, siamo in California, il filosofo John Searle ha chiamato il suo cane Ludwig, però lui ha una Porsche spider. È appena uscito il suo nuovo libro sulla percezione, di certo lo stanno traducendo in italiano) andiamo a un appuntamento con Ezra Bayda a La Jolla, cento km più a Sud.

Ezra Bayda è un maestro Zen schivo e importante, i cui libri sono tradotti anche in italiano da Astrolabio, che viaggia poco e non si fa pubblicità. Parliamo per due ore in un ristorante italiano di meditazione e come presentarla a specializzandi in neurologia presumibilmente poco interessati, ci riempie generosamente di consigli, addirittura ha preparato due pagine dattiloscritte su come svolgere una seduta sulla Meditazione di Gentilezza Amorevole (Loving
Kindness è il termine tecnico). Suggerisce di rivolgerla sia agli altri sia a se stessi, come ben sappiamo è molto difficile essere gentili nei propri confronti.

Quando Small gli chiede se è disposto a venire lui personalmente a svolgerla a Irvine, rifiuta ogni compenso e dà una disponibilità di principio, da verificarsi in base alle date delle lezioni. Pone come condizione che il Direttore stesso provi però prima che effetto gli fa meditare dieci minuti al giorno sulla Gentilezza Amorevole, e rimangono che si sentiranno fra un po’, dato che la prima lezione è a novembre. Non ha alcuna fretta, è chiaramente pacificato rispetto al tempo e al denaro, ossessioni di tutti ma qui enfatizzate, vuol sapere di noi e risponde serenamente a tutte le mie domande sulla sua storia di vita.

Bayda regala a entrambi un suo libro con dedica, ci dice quel che pensa del boom della mindfulness, fa domande sulla mia pratica meditativa e sul maestro Corrado Pensa che conosce di fama, è curioso di cosa facciamo come scienziati, racconta la sua esperienza di vita al limite del drammatico, offre consigli proprio perché non siamo suoi discepoli, finiamo per chiacchierare di figli e amori.

Small è colpito, io emozionato, sono a contatto con una persona molto avanti sul sentiero della consapevolezza, percepisco la fortuna che ho di poter parlare con lui a cuore aperto. Gli dico che spero di rivederlo al più tardi nel novembre 2016, quando proprio a La Jolla ci sarà il II congresso di Contemplative Studies, mi invita a passarlo a trovare in quei giorni o quando ripasso da Irvine. Adoro questi appuntamenti senza scadenza, gli sono sinceramente grato.

Il ristorante lo ha scelto Bayda, nonostante sia italiano in California sorprende piacevolmente noialtri scettici, il Red Snapper (un dentice del Pacifico, il miglior pesce che potete mangiare in questo emisfero) alla livornese fresco e saporito, il caffè addirittura buono, ritorniamo verso Irvine rilassati e soddisfatti. Non abbiamo ancora deciso nulla, ma siamo sulla buona strada.

Vi lascio con una poesia di un maestro di Tai-Chi, Loy Ching-Yuen, che ci sollecita a vivere con gioia il momento presente:

Una oncia di tempo è una oncia di oro:
Fanne tesoro.
Apprezza la sua natura volatile.
Oro mal riposto si ritrova facilmente,
Tempo mal speso è perso per sempre.

 

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Attaccamento e Trauma 2015 – La cronaca del Convegno

The Giver, il mondo di Jonas (2014) di P. Noyce – Recensione

Come una società evoluta risolve il problema delle passioni e dell’aggressività…

In una società in cui le comunità sono luoghi sereni e idilliaci, non si può mentire e si deve usare un linguaggio preciso quando si parla, ossia epurato da ogni forma di emozione, sembra che la vita scorra tranquilla e senza problemi né turbamenti per gli abitanti del mondo. In questa Terra i bambini sono generati dai genetisti e nati da donne incaricate di essere le partorienti.

Ogni differenza, sociale, economica, culturale, individuale, è stata sanata, portando a un’uniformità generalizzata. Finalmente si può vivere in un luogo dove tutto è sotto controllo, poiché è stato bandito ogni impulso che potrebbe creare discordie e separare una persona dal resto della comunità.

Fin dai primi giorni di vita gli esseri umani sono infatti sottoposti ad un esame che verifica la loro conformità ad uno standard predefinito, pena il congedo. Per mantenere questa condizione, tutti i cittadini sono obbligati ad un’iniezione quotidiana che li anestetizza completamente da ogni genere di emozione, immergendoli in un limbo neutro.

Insomma, l’alessitimia come cura delle discordie e metodo per preservare pace ed ordine! Questi sono solo alcuni dei mezzi che il Sommo Saggio e il Consiglio utilizzano per evitare che la forza prorompente e distruttiva della rabbia, dell’invidia, della gelosia, possa prendere il sopravvento sugli esseri umani e generare disordine e sofferenza.

E’ questo lo scenario che si presenta davanti agli occhi dello spettatore che sta guardando The Giver – Il mondo di Jonas. Certo lo spettatore psicologo si chiederebbe che fine farebbe il proprio lavoro in un mondo così e ovviamente troverebbe mostruosa l’eliminazione delle emozioni. Ma del resto tutto funziona…ognuno ha una famiglia e una casa. Certo, la gente vive in unità abitative, dove tutto è definito per legge e non scelto, come l’arredamento, che genera un’atmosfera finta priva di qualsiasi calore umano. E i bambini non crescono in famiglie, ma in unità famigliari, in cui i rapporti di parentela sono solo una forma senza sostanza e ogni legame è privo di qualsiasi sentimento che non sia neutrale (‘Papà tu mi ami?’ ‘Usa un linguaggio preciso Jonas, non so cos’è l’amore, posso dirti che ti stimo e ti rispetto’). Tutto funziona ma gli uomini non sembrano persone, bensì solo semplici esseri viventi.

E di che colore potrebbe essere il mondo se qualcuno gli rubasse le sue sfumature più belle e più brutte? Semplice, bianco e nero. Un monotono, scialbo, insapore, alternarsi di tempo e spazio, senza nemmeno più stagioni, una dimensione vuota perché non sarebbe movimentata dall’incessante fremito delle passioni umane, che rendono la realtà così interessante. In questo futuro non esiste un passato, non c’è una memoria collettiva che unisca l’umanità dando coerenza, unità e significato al presente.

Per fortuna che in ogni generazione, tra i vari incarichi che le autorità assegnano durante la Cerimonia dei 12, vi è un prescelto che sarà l’Accoglitore delle Memorie, ossia il Custode della storia e di conseguenza delle emozioni; costui è l’uomo che da anziano diventerà il Donatore, appunto The Giver, trasmettendo il suo sapere e il suo sentire al proprio successore. Una sola persona, scelta dai controllori per rammentare cosa accadrebbe se nella società tornassero le emozioni. Il Donatore tiene così sulle proprie spalle il peso del mondo, riempiendosi sia del dolore lacerante legato alle perdite e alle crudeltà perpetrate dall’uomo, sia della gioia luminosa dell’amore e della condivisione della vita con gli affetti più cari.

In questa realtà futuristica l’animo umano sembra alleggerito dal fardello dell’ansia, della paura, della tristezza, ma in realtà è solo svuotato della sua ricchezza, perché l’equilibrio e l’armonia derivano dalla capacità dell’uomo di mantenere e accogliere dentro di sé i vari colori del mondo, i più allegri e chiari così come i più cupi.

La visione di questo film rende ancora più chiaro ciò che noi psicologi conosciamo già così bene: la vera maturità emotiva non consiste nel distacco dalle emozioni e dalle sensazioni, nell’appiattimento che invece ricorda l’assenza del sentire che caratterizza alcune delle più gravi condizioni psichiatriche. La competenza emotiva risiede invece nel riconoscimento delle emozioni, positive e negative, segnali essenziali che ci indicano i nostri bisogni, oltre che nell’abilità di regolarle quando non ci permettono di affrontare la situazione. Non esistono realtà senza difficoltà e problemi, per cui non possono esistere mondi senza emozioni. Questo film ci fa inoltre comprendere che un mondo perfetto e organizzato sarebbe arido, freddo e sterile, perché il libero arbitrio è anche ciò che rende possibile l’individualità, l’unicità e non in ultimo la creatività, con le emozioni che si trasformano in musica e opere d’arte.

Non è un caso che proprio i primi sentimenti che il protagonista inizia a provare, dopo essersi sottoposto all’addestramento che lo ha scongelato, siano proprio quelli dettati dai nostri sistemi motivazionali innati: l’accudimento per un bimbo che avverte come simile a lui, con il quale sembra avere un vero imprinting fin dal primo sguardo e l’attrazione per un’amica, un legame che unisce sessualità, cooperazione e attaccamento.

The Giver ci ricorda che i più bei dipinti derivano dall’abilità del pittore di intingere il pennello in una tavolozza fatta da migliaia di colori, scegliendo la sfumatura che meglio si adatta a quella situazione e riuscendo a cambiare tonalità in base al paesaggio che si presenta di fronte ai suoi occhi.

E ci rammenta che in un mondo così imperfetto come il nostro, abbiamo la fortuna di poter provare emozioni, e solo tramite esse poter rappresentare sulla tela della vita capolavori sempre diversi, talvolta brillanti, talvolta cupi, ma sempre riflesso della vita, così variopinta e unica.

Geniale questo film paradossale e futuristico. Ottimo per gli adolescenti che hanno in comune con il protagonista il vivere le tensioni e le preoccupazioni per il diventare grande, maturare un’identità propria e scegliere. Ottimo per tutti, per ricordarci dell’originalità che ci distingue gli uni dagli altri ed apprezzarne le differenze. Ottimo per coloro che hanno dimenticato il valore delle emozioni!

 

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Inside Out: La teoria cognitiva della mente e le funzioni delle emozioni

Quando il corpo parla: l’emicrania in Psicosomatica

Elena Maggio – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

L’emicrania è strettamente collegata al pensiero psicosomatico e alla diade inscindibile mente-corpo, aventi validità scientifica dimostrata da ampie ricerche in neuroscienze ed in ambito clinico.

L’emicrania dal greco hemikranion, un lato del capo, è una cefalea primaria episodica caratterizzata dalla combinazione di sintomi psicologici, gastrointestinali e neurovegetativi, è un tipo di mal di testa, spesso molto intenso. Una prima differenziazione è quella tra cefalee primarie e secondarie.

Le forme primarie vengono suddivise in 4 grandi assi diagnostici:

 

Cefalee di tipo emicranico:

Sono quelle vascolari e hanno un’incidenza del 34%. Le più comuni forme di cefalea vascolare sono l’emicrania classica, l’emicrania comune, l’emicrania emiplegica e quella oftalmoplegica. Durante una crisi di emicrania classica si può avere la cosiddetta ‘aura’ che è caratterizzata da una serie di sintomi neurologici focali (disturbi visivi, senso di intorpidimento, debolezze in un lato del corpo, tremori, brividi, afasia transitoria, difficoltà di parola, vertigini e pallore), i quali scompaiono in 15-30 minuti e che sono generalmente premonitori della crisi anche se talvolta compaiono durante la fase della cefalea. Comprendono anche sintomi neurologici transitori che precedono la comparsa del dolore (disturbi visivi quali luci lampeggianti, figure che si muovono nel campo visivo e linee parallele zigzaganti, e disturbi sensitivi come i formicolii). Gli attacchi emicranici si presentano con una frequenza molto variabile (da pochi attacchi in un anno ad attacchi 2-3 volte alla settimana).

Si differenzia dall’emicrania comune, perché in quest’ultima la fase di vasocostrizione non è apparentemente abbastanza intensa da provocare un’aura o deficit neurologici focali, che possono però presentarsi come ‘equivalenti emicranici’ negli intervalli tra le crisi. L’emicrania oftalmoplegica è meno comune ed è caratterizzata dalla paralisi dei nervi oculomotori. L’emicrania emiplegica, invece, è data oltre che dal sintomo, da un deficit motorio a carico di un arto.

Nella dinamica clinica dell’attacco cefalgico si hanno modificazioni sia nei vasi intracranici che periferici, corrispondenti a tre momenti: l’iniziale vasocostrizione (che nell’ emicrania classica provoca i sintomi dell’aura), la vasodilatazione e l’infiammazione sterile (che provocano dolore), l’edema e l’abnorme sensibilità durante la fase post cefalgica. L’attacco di emicrania può essere associato a vari disturbi quali nausea, vomito, inappetenza, intolleranza alla luce e al rumore, brividi e pallore e può a volte essere preannunciato da disturbi, come irritabilità, stanchezza, sonnolenza e tendenza a cambiare umore. Gli attacchi sono di solito unilaterali e associati con anoressia, nausea e vomito.

 

Cefalee di tipo tensivo:

sono un disturbo molto comune, spesso definito anche cefalea muscolare o da tensione. Si possono distinguere le forme acute, in genere occasionali, causate da episodi sporadici di cefalee da contrazione che possono anche non venir mai sottoposti all’attenzione del medico, ed essere controllati facilmente con i farmaci da banco. Le forme subacute sono, invece, caratterizzate da attacchi della durata di un giorno anche 2 o 4 episodi settimanali. Molto spesso queste acquistano con il tempo un andamento cronico, divenendo così cefalea quotidiana. Questa cefalea muscolo – tensiva cronica determina un dolore diffuso costante, non pulsante, una sensazione di costrizione bitemporale, occipitale, una morsa che stringe la testa a casco, il famoso ‘cerchio’, di irrigidimento del collo o della parte superiore del dorso. E’ la forma più diffusa di mal di testa. Può essere episodica (meno di quindici giorni al mese) oppure cronica (per più di quindici giorni al mese). Il dolore che caratterizza la cefalea tensiva si localizza spesso nella parte posteriore, media e inferiore del cranio ed è bilaterale. Generalmente è di lieve intensità e non pregiudica le normali attività. Così come l’emicrania, anche la cefalea tensiva interessa, in genere, più le donne che gli uomini. Affligge le persone che trascorrono molte ore sedute in posizioni scorrette o accumulano stress e tensione. Questo tipo di cefalea viene raramente associato a nausea, vomito o fastidio per la luce e il rumore.

Cefalea a grappolo:

non è comune, è tipica del sesso maschile, inizia nell’età matura. Non dura più di due ore, ma può manifestarsi con attacchi ravvicinati. Il dolore è molto intenso, localizzato intorno agli occhi e allo zigomo, può essere accompagnato da arrossamenti, lacrimazioni, chiusura della narice della parte colpita, generalmente monolaterale. E’ una forma di mal di testa abbastanza rara ma molto dolorosa. L’espressione a grappolo si riferisce a crisi che avvengono in determinati periodi dell’anno (primavera, autunno e periodi di cambiamento climatico) separati da periodi con assenza di crisi, raggruppati in ben definiti periodi del giorno. Durante il grappolo si possono avere da un minimo di una crisi ogni due giorni, ad un massimo di otto crisi nelle 24 ore. L’attacco inizia in maniera rapida, raggiungendo la massima intensità entro 15 minuti e può durare fino a tre ore.

 

Cefalee: Le forme non associate a lesioni strutturali.

Le cefalee secondarie, così come classificate dall’IHS (International Headache Society),sono invece sintomo di un’altra malattia. Si manifestano come conseguenza di: traumi cranici o lesioni del capo; malattie o disfunzioni dei vasi sanguigni della circolazione celebrale,per esempio ischemia, trombosi, aneurisma ed emorragia cerebrale; malattie del cervello o delle strutture circostanti, come tumori o meningiti; assunzione di sostanze come alcool, caffeina, oppiacei; infezioni virali o batteriche; malattie del metabolismo, come diabete o malattie renali; dolori facciali legati a patologie del cranio, del collo, delle orecchie, del naso, dei denti, della bocca; nevriti e nevralgie craniche.(G.C.Manzoni, P.Torelli)

Le cause dell’emicrania non si conoscono del tutto, nell’anamnesi di pazienti emicranici è presente di frequente una familiarità per il disturbo in uno o in entrambi i genitori con percentuali che vanno dal 50-60% (Lance Anthony, 1966) al 73% di uno studio effettuato da Dalsgaard-Nielsen nel 1965 su pazienti di sesso femminile. La ricerca fra i parenti di primo grado con sintomatologia e storia naturale similare a quella del paziente cefalgico ha fatto sospettare la trasmissione genetica del disturbo. L’ipotesi di una familiarità genetica è sostenuta da diversi autori, sebbene questa ipotesi non trovi molto accredito. E’ possibile infatti che esista un terreno biologico predisponente che, in particolari condizioni ed in risposta a certi stimoli, possa facilitare l’insorgenza del disturbo. L’emicrania presenta un’elevata predisposizione familiare (circa nel 50% dei casi) e colpisce più le donne che gli uomini, in un rapporto dì circa 3 a 1. Di contro, recenti studi condotti su popolazioni infantili sembrerebbero indicare che la trasmissione del disturbo non è, in alcuni casi, tanto genetica, quanto comportamentale (Pisani R.,Arzilli A., 1994).

La difficoltà nel rintracciare con sicurezza le cause del mal di testa risiede nel fatto che la cefalea può configurarsi essa stessa come vera e propria malattia oppure come sintomo di altre patologie. È perciò importante distinguere tra cause e fattori scatenanti: mentre per cause si intendono quelle alterazioni di fattori fisiologici interni al nostro organismo (alterazioni di tipo vascolare, nervoso, muscolare, ormonale) che sono responsabili dell’insorgere del dolore, i fattori scatenanti sono rappresentati dall’insieme di elementi e situazioni in grado di indurre le modifiche funzionali che causano il dolore, quali stress, l’esercizio fisico, l’insonnia, il cioccolato, il glutammato monosodico, il vino rosso e altri alimenti, la disidratazione, la fame, le allergie, i cambiamenti meteorologici, l’altitudine, una postura scorretta (specie al computer), l’esposizione alle luci al neon, l’esposizione a particolari fattori ambientali, il fumo, l’alimentazione inadeguata, il consumo eccessivo di alcool.

Emicranie e cefalee sono un incubo per milioni di individui, che si trovano a fronteggiare una malattia sottovalutata e spesso mal curata. In uno studio basato sulla popolazione in Svezia, Anu Molarius, Ake Tegelberg et all nel 2006 spiegano perché i disturbi di emicrania costituiscano un notevole problema di salute pubblica, abbiano conseguenze diffuse tra coloro che ne soffrono e rappresentino i sintomi più frequentemente riportati nella popolazione generale.

E’ stato provato che i disturbi di emicrania sono associati ad un peggioramento della qualità di vita, all’aumentata incidenza della depressione, al dolore muscolo-scheletrico, all’inabilità, così come all’incremento dell’uso dei farmaci. Anche se i disturbi di emicrania conducono al ricorso frequente delle cure mediche, ad una grande percentuale di coloro che ne soffrono non è mai diagnosticata o curata regolarmente. Il tipo di farmaco più delle volte usato è l’analgesico. E’ stato rilevato che meno del 20% dei sofferenti di emicrania e circa il 40% delle persone affette da cefalea da tensione ha segnalato che la loro emicrania è stata completamente alleviata dal farmaco usato, mentre, per la maggioranza di coloro che soffrivano di mal di testa, il dolore è stato alleviato solo parzialmente. Notevole è l’effetto dei disturbi di emicrania sulla prestazione a lavoro nella popolazione generale. In questo studio, il 43% degli impiegati con emicrania e il 12% dei soggetti impiegati con cefalea da tensione risultavano assenti da lavoro per uno o più giorni a causa del mal di testa, la maggior parte di essi perdevano 1 su 7 giorni lavorativi all’anno. Lo studio sulla distribuzione demografica della popolazione per genere e età ha rilevato che la diffusione generale di mal di testa ricorrente/emicrania era il 10% fra gli uomini e il 23% fra le donne e che la diffusione dell’emicrania era più alta fra la fascia che comprendeva i 35 e i 49 anni.

Inoltre, i soggetti con mal di testa ricorrente/emicrania riportavano più spesso di aver avuto bisogno di assistenza medica senza poi cercarla. Il motivo più comune era non ottengo comunque alcun aiuto. Per quanto riguarda il carico socio-economico dei disturbi di emicrania, viene spiegato che essa comprende entrambi i costi diretti connessi all’utilizzo delle cure mediche ed i costi connessi al mancato lavoro dovuto all’ assenza per malattia. Notevoli, quindi, sono i costi che gravano sulla società, costi dovuti all’alta prevalenza dei disturbi di emicrania nella popolazione generale.

Cefalee dal punto di vista psicosomatico

Relativamente al punto di vista della medicina psicosomatica, l’ipotesi alla base è l’unità funzionale psiche e soma. Il termine psicosomatico viene storicamente associato ad una serie di malattie psicosomatiche, nella cui eziologia e patogenesi è stata dimostrata una significativa presenza di fattori mentali, quali esperienze emozionali stressanti, fattori di personalità e condizioni conflittuali di ordine psicologico (Gala, Colombo, 1996).

L’American Psychiatric Association definisce come psicosomatico tutto ciò che fa riferimento a una costante e inseparabile interazione della psiche e del soma (APA, 1980). La medicina psicosomatica attribuisce notevole rilievo alle correlazioni tra aspetti somatici e psichici considerati all’interno della concezione unitaria dell’individuo. A tal proposito il modello epistemologico della Complessità bio-psico-sociale di Morin (Fulcheri M.,2005) sostiene che le malattie psicosomatiche devono essere studiate in un’ottica complessa che possa coinvolgere non solo fattori medici, ma anche varie relazioni psicologiche e sociali che incorrono tanto nello sviluppo quanto nell’etiopatogenesi della malattia. Pertanto il disturbo psicosomatico segue un modello di complessità di fattori che determinano l’insorgenza del problema, spiegando come il disturbo sia causato da fattori di tipo somatico e genetico, e da fattori interpersonali e ambientali.

Con F. Alexander e altri allievi di Freud nel 1938 si è costituita la ‘American Psychosomatic Society’ che si è rapidamente diffusa in tutto il mondo. Oggi, vi sono diverse visioni della psicosomatica stessa, quello cognitivo-comportamentale, familiare, psicoanalitico, neurofisiologico. L’approccio psicosomatico, con qualsiasi tipo di paziente si instauri e in qualsiasi forma specifica di intervento esso si manifesti, è essenzialmente basato sulla relazione interpersonale a più livelli, ovvero si propone di studiare e aiutare l’essere umano nei suoi aspetti psicologici e in quelli corporei.

Il paziente psicosomatico spesso rimugina, mette dentro, ingoia, è un uomo caratterizzato da bocconi amari e dai sentimenti ingoiati. Il corpo sostituisce la parola e dice, con la sua malattia, ciò che la parola non sa e non può comunicare. In effetti, è il soggetto stesso ad aver rinunciato alla parola: forse, egli ha constatato che, in diverse situazioni, la parola si è rivelata inutile, pericolosa, paradossale, e così è ricorso ad una forma di comunicazione, quella dei sintomi somatici che, sebbene più dolorosa e ambigua, proprio per la sua ambiguità offre, nel momento in cui il soggetto vi si ritira, maggiori garanzie al suo equilibrio psicologico (Agresta F., 2002). Una caratteristica degli psicosomatici è infatti spesso l’alessitimia (Agresta F., 2002), definita per la prima volta da P. Sifneos che attraverso l’analisi delle trascrizioni letterali di colloqui , insieme ad altri colleghi nel MIT di Boston, riscontrò nella maggior parte dei pazienti un’ evidente difficoltà a descrivere i propri sentimenti, accompagnata da un’attività immaginativa povera. Definì questa condizione ‘alessitimia’ che letteralmente significa emozione senza parola (o mancanza di parole per esprimere le emozioni).

L’alessitimia coinvolge sia la sfera affettiva che quella cognitiva, cioè l’incapacità di riconoscere ed esprimere le proprie emozioni, ma soprattutto di verbalizzarle. Nella sfera cognitiva si assiste al pensiero operativo e concreto, tendenza all’agito, e all’inibizione della fantasia. Nella sfera affettiva emerge incapacità a verbalizzare i sentimenti, incapacità di specificare bene tra emozioni spiacevoli e piacevoli, vocabolario povero riguardo alla possibilità di esprimere emozioni e descrivere i sentimenti. Le risposte stesse sono descrizioni delle azioni che compiono in quelle circostanze, spesso accompagnate da irritazione. Per quanto riguarda la percezione del corpo in questi pazienti è vissuto come parte scissa dalla mente, c’è un tipo di rappresentazione disturbata dello schema corporeo ed è inadeguatamente connesso a sé.

 

Cefalee e stati emotivi

Entrando nel fulcro del problema, verrà ora spiegato in che modo un’emozione, un atteggiamento emotivo possano produrre un attacco emicranico o uno stato cronico.

La testa è la struttura organica sede della coscienza, del pensiero e della ragione. La testa è la sede di tutte le attività cognitive come il pensiero, l’immaginazione, la ragione, infatti, l’attività mentale in preda a un attacco di cefalea, è inibita alla radice, non si riesce più a ragionare, si ha una sorta di black out della mente. Pensare fa molto male. In questo modo si esprime il desiderio inconsapevole di tenere lontani pensieri troppo invadenti o che possono turbare. Perciò il mal di testa può essere visto come una difesa rigida che blocca sul nascere la presa di coscienza. Secondo P. Marty, la cefalea rappresenterebbe una dolorosa inibizione dell’ atto del pensare (Marty P., 1951).

Parlare di personalità del cefalgico può sembrare a prima vista troppo generalizzante, dato il gran numero di persone che ne soffrono e la molteplicità di forme del sintomo stesso. Tuttavia, pur tenendo conto che ogni malattia è legata ad una storia personale che insorge in relazione a vissuti estremamente soggettivi, si può notare qualche somiglianza tra coloro che ne soffrono. Esistono alcuni tratti di personalità che li accomunano, una matrice comune che si divide poi in molteplici sfaccettature.

N. Hendler (1981), per mezzo dell’ MMPI, sottolinea come questi soggetti abbiano una tendenza a somatizzare i pensieri disturbanti. Le caratteristiche di personalità sembrano evidenziare una particolare reattività allo stress, per cui queste persone riferiscono di sentirsi sotto pressione sia in casa che a lavoro e di avere pochissime occasioni per rilassarsi o distrarsi.

Secondo P. Marty in caso di emicrania siamo di fronte ad una difesa di emergenza verso un determinato pensiero, mentre nel caso delle cefalee croniche persistenti l’intera funzione del pensiero risulta costantemente inibita. Molti autori hanno studiato questi sintomi. H . G . Wolff, per esempio, è stato uno dei primi autori ad occuparsi della correlazione tra cefalea e personalità (1937). Egli osservava come rigidità, perfezionismo ed ambizione fossero tratti caratteriali molto comuni nei pazienti emicranici, considerando la cefalea come una conseguenza dell’inibizione della propria aggressività. Per O. Knopf questi soggetti sono ambiziosi, riservati, dignitosi, dominatori, sprovvisti di senso umoristico. A. Wolf rivela altre caratteristiche: perfezionismo, ambizione, rivalità esagerata, rigidità, incapacità ad affidare ad altri compiti di responsabilità. Si rileva, in questi pazienti, un atteggiamento di risentimento che deriva dall’incapacità di sostenere le responsabilità assunte per autocostrizione, di mantenersi al livello richiesto della loro ambizione di perfezione (Atti XI Congresso Nazionale Della S.I.M.P.,Vol. XI Fasc. 1-2-1989).

Pertanto da numerosi studi condotti da un punto di vista psicosomatico sulle cefalee ed emicranie emergono tre aspetti che accomunano questi pazienti. La contrapposizione tra ragione ed emozione: la F. Reichmann, ritiene che i pazienti emicranici rappresentino l’espressione di un’ opposizione tra razionalità e sentimento(emozione), che proverrebbe dalla vita in famiglie ligie alle convenzioni e con forte orgoglio e rigidità. In queste famiglie sono severamente puniti i sentimenti di ostilità con l’espulsione dal gruppo e quindi con la perdita della protezione familiare. Il paziente quindi deve controllare i suoi atteggiamenti aggressivi e quando l’aggressività aumenta cerca di scaricarla in un attacco di emicrania. I sintomi cefalgici appaiono cioè quando un atteggiamento di ostilità viene diretto in particolare verso individui emotivamente vicini al soggetto e il senso di colpa che si genera di conseguenza va a scaricarsi sul paziente stesso con il risultato del dolore (Reichmann F., 1937).

Un secondo filone vede invece nell’ attacco cefalico-emicranico il risultato di un atteggiamento cronico di controllo dell’ aggressività che non può esprimersi all’esterno e che viene rivolta verso di sé.

Infine è stata rilevata la sopravvalutazione della funzione del pensiero e la sua inibizione durante l’attacco cefalgico, per cui nei soggetti affetti da cefalea ed emicrania esiste una sopravvalutazione delle attività logico-razionali nella gestione dei problemi e in generale nell’interazione con la realtà esterna. Pensare è la facoltà più usata e maggiormente valutata, il blocco del pensiero realizza la difesa della coscienza da contenuti sentiti come dannosi.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Bussone-Casucci-Frediani-Manzoni-Bonavita: Le cefalee: manuale teorico-pratico,Ed. Springer.
  • Alexander F. (1951) Medicina Psicosomatica. Giunti Barbera, Firenze.
  • Fulcheri M. (2005) Le attuali frontiere della psicologia clinica,Centro Scientifico Editore.
  • Agresta F. (2002). Problemi di Psicologia generale e clinica,Ed. Nuove Prospettive in Psicologia.
  • Agresta F. (2007) Problemi di Psicosomatica Clinica,Ed Quaderni del CSPP, n.3.
  • Gala C. Colombo E. (1996) Disturbi psicosomatici. In Invernizzi G, ed Manuale di psichiatria e psicologia clinica Milano: McGraw-Hill, 1996.
  • Marty P. (1955): Les cephalalages. Enc. Med. Chir., 10.
  • Molarius, A., Tegelberg, A. (2006) Recurrent headache and migraine as a public health problem – a population-based study in Sweden, Headache; 46(1):73-81.

Cosa ci spinge a bere un drink dopo l’altro? La risposta nei nostri neuroni

Sabrina Guzzetti

Un nuovo studio ha dimostrato che l’alcol è in grado di modificare sia la struttura che la funzionalità di una specifica popolazione di neuroni situata nella regione del cervello nota per regolare le nostre azioni dirette a uno scopo: sono queste alterazioni che parrebbero spingerci ad un ulteriore consumo di alcool.

Una ricerca condotta dal Dipartimento di Neuroscienze dell’Università del Texas, in collaborazione con il Dipartimento di Neurologia dell’Università della California, ha dimostrato che l’alcol è in grado di modificare sia la struttura che la funzionalità di una specifica popolazione di neuroni situata in una regione del cervello nota per regolare le nostre azioni dirette a uno scopo. Sono proprio queste alterazioni che parrebbero spingerci ad un ulteriore consumo di alcool.

Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista The Journal of Neuroscience e, secondo il Dr. Wang, primo autore della ricerca, apre nuove potenziali prospettive per il trattamento dell’alcolismo. La regione del cervello coinvolta è lo striato dorso-mediale, una formazione di sostanza grigia situata alla base di ciascuno dei due emisferi cerebrali. La maggioranza delle cellule che lo compongono è costituita dai cosiddetti neuroni spinosi medi, che sono ricoperti da recettori di dopamina, un neurotrasmettitore rilasciato in presenza di stimoli che producono motivazione e ricompensa. Questi recettori possono avere un’azione eccitatoria, se di tipo D1, o inibitoria, se di tipo D2, sui comportamenti diretti ad uno scopo.

In un esperimento sui topi, gli autori hanno dimostrato che cicli ripetuti di somministrazione sistematica di alcool non solo inducono un aumento persistente dell’attività e dell’eccitabilità dei neuroni spinosi medi di tipo D1, ma incrementano anche la complessità della loro ramificazione dendridica, con un’azione che si estende quindi alla loro struttura cellulare.

Si tratta dunque di una forma di plasticità sinaptica e strutturale di tipo maladattivo, in cui un’ampia popolazione di neuroni che controlla l’apprendimento legato al rinforzo subisce una modifica sia funzionale, che morfologica. Spiega il Dr. Jun Wang:

L’assunzione periodica di una grande quantità di alcool abbassa la soglia di attivazione dei neuroni D1, dando vita ad un circolo vizioso: più si assume alcool, più aumenta la voglia di bere.

Aspetto ancora più interessante per i possibili risvolti in ambito clinico, è la scoperta che il blocco dell’attività dei neuroni D1 determina, nei topi ‘alcolisti’, una diminuzione del loro consumo di alcool.

Questa ricerca non soltanto mette in luce i meccanismi cellulari che contribuiscono all’alcolismo, ma apre anche nuovi e promettenti scenari per il possibile sviluppo di un trattamento specifico che riduca il desiderio di alcool andando proprio ad agire sui neuroni dello striato dorso-mediale.

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

 

Rivista Italiana di Costruttivismo: online il quinto numero

La Rivista Italiana di Costruttivismo nasce dall’interesse di un gruppo di psicologi nel diffondere il Costruttivismo, nelle sue varie applicazioni, in lingua italiana.

È un semestrale scientifico scaricabile gratuitamente in formato pdf previa iscrizione al sito – nel quale sono ospitati articoli di autori italiani e stranieri, oltre a interviste e book review.

Questo nuovo numero vanta una molteplicità di argomenti trattati e illustra l’applicazione del Costruttivismo in ambiti disciplinari diversi. Dalla riabilitazione psichiatrica alla lettura in chiave PCP (Personal Construct Psychology) dell’autismo, passando per l’utilizzo del modello costruttivista nelle imprese, il quinto numero vuole essere uno spunto per tutti coloro che possono essere interessati, a vario titolo, a questi argomenti.

La Rivista Italiana di Costruttivismo la presente anche su Facebook, Linkedin e Academia.

 

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Le emozioni della viralità online

Articolo di Giovanni Maria Ruggiero pubblicato su Linkiesta del 04/10/2015

La rete propaga i suoi contenuti con la contagiosità dei virus, e la metafora funziona e cattura le menti. Non è un fenomeno nuovo, cambia solo il medium del contagio.

Un video su Youtube, una fotografia su Istagram, una frase su Twitter e un po’ di tutto su Facebook possono essere virali. La rete propaga i suoi contenuti con la contagiosità dei virus, e la metafora funziona e cattura le menti. Non è un fenomeno nuovo, cambia solo il medium del contagio. Un tempo fu il passaparola, i sussurri e le grida della comunicazione orale. Poi si aggiunse la scrittura, i papiri, le pergamene, i libri e i giornali. Intanto il teatro, la pittura e la musica avevano tenuto alta la bandiera della comunicazione orale e visiva contro il potere del mezzo scritto. In seguito i nuovi mezzi audiovisivi, la televisione, il cinema, la fotografia, la musica riprodotta favorirono un ribaltamento delle posizioni a scapito della scrittura. Infine la rete, dove tutti i mezzi di comunicazioni confluiscono e dove tutto è comunicazione, propagazione, virus, contagio.

Iniziamo fin da piccoli a convergere emotivamente con chi ci circonda, imitando. Il contagio virale in psicologia è imitazione emotiva e perfino motoria e contatto immediato e affettivo con gli altri in assenza di una mediazione cognitiva ponderata e riflessiva. È una convergenza emotiva, un’imitazione automatica e involontaria delle espressioni facciali, della voce e della postura di un’altra persona. Allo stesso modo nella viralità online irresistibilmente cerchiamo, visualizziamo, ascoltiamo, clicchiamo e diffondiamo contenuti mediatici che ci appaiono già preda della popolarità. Imitiamo, tentiamo di accodarci a una massa che già gradisce un certo contenuto e, in tal modo, speriamo di poter partecipare a qualcosa di più grande che sia in grado di farci dimenticare la solitudine in cui siamo sprofondati dalla nascita. Come bambini, percepiamo quel che ci si attende da noi e aderiamo, felici e disperati.

L’imitazione è la forma più primitiva della capacità empatica, abilità superiore che presuppone non solo l’adesione o immedesimazione emotiva, la condivisione dell’emozione dell’altro, ma anche la capacità di discriminare e riconoscere le emozioni espresse dall’altro e la capacità di assumere la prospettiva e il ruolo dell’altro, di mettersi nei panni dell’altro.

Naturalmente, e purtroppo in alcuni casi, alcuni individui più di altri riescono a contagiare chi li circonda. Questi grandi comunicatori sono in possesso di almeno tre caratteristiche: sembrano provare forti emozioni, devono essere capaci di esprimerle e quando gli altri provano emozioni incompatibili con le loro, devono essere relativamente insensibili e indifferenti. Ci sono poi i loro complementari, le persone molto sensibili al contagio emotivo. Anche questi recettori di contagio presentano alcune caratteristiche ben precise: sono più concentrate sugli altri che su stessi, si comportano e pensano tenendo conto soprattutto delle opinioni degli altri e sono capaci di interpretare con sbalorditiva precisione le comunicazioni emotive degli altri, il tono di voce, gli atteggiamenti e le posture (Hatfield, Cacioppo e Rapson, 1997).

Il contagio emotivo è più frequente per alcune aree della vita umana, purtroppo non tra le più positive: nei comportamenti trasgressivi, per esempio il fumo nei giovani, l’abuso di stupefacenti e la delinquenza; nei comportamenti autolesivi e suicidari; nelle abitudini di consumo e nei comportamenti finanziari. Insomma, nulla di rassicurante. Non siamo però ancora al peggio. C’è un campo dove il contagio psicologico è ancor più inquietante. Ed è il contagio che ci induce a condannare sommariamente e a riprodurre forme di linciaggio sia pure solo mediatico. La modalità con cui si propagano e si commentano i casi giudiziari del momento, o anche casi totalmente online come quello di Justine Sacco che scrisse una goffa frase inappropriata su Twitter ci fanno capire che la giustizia formale può essere sostituita da condanne e punizioni online in grado di stabilire una verità con velocità fulminea. E addio al giusto processo e alle garanzie dell’imputato.

È il meccanismo del capro espiatorio, di cui ho già scritto altrove. La teoria del capro espiatorio descrive come gli uomini riescano a gestire i conflitti emotivi incanalandoli in comportamenti d’imitazione e di contagio psicologico ritualizzati. Il meccanismo dell’imitazione virale in questa teoria è centrale. In questa teoria i conflitti generano contagio psicologico perché chi prevale diventa un modello di comportamento e di pensiero per gli altri.

Ovviamente oltre un certo limite i conflitti diventano intollerabili. Il web, come in generale ogni ambiente umano, è affetto da situazioni di rabbia rivalitaria e imitativa, la cui gestione non è semplice e che si propagano viralmente e imitativamente. Gli individui sono in agonismo perenne e competono per posizioni di rango in cui si sentano riconosciuti, ammirati, abbiano accesso alle risorse materiali e, soprattutto, destino, ammirazione, seguito e imitazione virali. Nello gestire tutto questo ce la caviamo alternando continuamente scontri ritualizzati e riconciliazioni, provocazioni verbali e riconoscimenti reciproci, sfottò e offese e scuse.

Assistiamo a un rovesciamento della funzione positiva del contagio psicologico sul web e i comportamenti imitatori da emulatori e positivi diventano violenti e linciatori. Fenomeno osservabile anche nel contagio virale, in cui si passa dalla condivisione di un video musicale alla propagazione di un messaggio di odio. Odiando qualcuno in gruppo e viralmente nel web riusciamo a superare le antipatie e le incomprensioni reciproche, sia pure solo per un attimo nell’entusiasmo passeggero di un clic. Contagioso e virale.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Hatfield, E., Cacioppo, J., Rapson, R. (1997). Il contagio emotivo. Roma: San Paolo Edizioni.

Memoria semantica vs memoria episodica – Introduzione alla Psicologia Nr. 28

La memoria episodica è un sistema in grado di immagazzinare informazioni ed eventi in merito a situazioni che avvengono in un determinato arco temporale; invece la memoria semantica è composta da significati, da simboli e dalle relazione che si creano tra loro. Insieme, la memoria semantica e episodica formano la conoscenza esplicita, caratterizzata da tutto ciò che è immediatamente conoscibile per l’individuo.

INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA (Nr. 28)

 

La memoria è un magazzino di informazioni all’interno del quale si conservano tutte le nostre esperienze di vita. Esistono diversi magazzini di memoria aventi funzioni diverse. In generale, è possibile riscontrare l’esistenza di due forme generali di memoria: a breve termine in cui la traccia mnestica staziona per poco tempo, e a lungo termine, in cui l’informazione rimane più a lungo. Tulving individuò all’interno della memoria a lungo termine due scomparti: la memoria episodica e la memoria semantica. Nel dettaglio: la memoria episodica è un sistema in grado di immagazzinare informazioni ed eventi in merito a situazioni che avvengono in un determinato arco temporale; invece la memoria semantica è composta da significati, da simboli e dalle relazione che si creano tra loro. Insieme, la memoria semantica e episodica formano la conoscenza esplicita, caratterizzata da tutto ciò che è immediatamente conoscibile per l’individuo.

In tempi recenti è stato scoperto, grazie a studi svolti su pazienti con trauma cranico, che la memoria in realtà è formata da molti parti, e ognuna svolge specifiche funzioni. Tulving e Schacter (1194) teorizzarono l’esistenza di 5 diversi sistemi mnestici:

Memoria di lavoro, magazzino a breve termine, è imputata al mantenimento temporaneo di poche informazioni linguistiche, visive, spaziali e di rappresentazioni di situazioni interne impiegate in operazioni cognitive di più alto livello;

Memoria episodica, immagazzina informazioni situazionali, riguardanti eventi specifici in relazioni a particolari eventi di vita.

Memoria semantica: si tratta di informazioni episodiche deprivate dalle coordinate spazio-temporali per divenire il patrimonio di conoscenza generale sul mondo del soggetto;

Memoria procedurale: riguarda l’apprendimento di abilità motorie e cognitive, come suonare il pianoforte o andare in bicicletta. La caratteristica di questo magazzino è di essere in grado di continuare a funzionare nonostante i sottosistemi di cui è formato siano danneggiati.

Sistema di rappresentazione percettiva: individua forme e strutture il cui significato è elaborato nella memoria semantica. Infatti, in caso di lesione cerebrale dell’area in questione gli individui sono in grado di riconoscere e individuare gli oggetti senza però capirne il significato.

 

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Adozione e disturbo da deficit di attenzione e iperattività: un problema caldo

Nicoletta Carta e Laura Casnaghi, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

 

Al VII Congresso Nazionale sul disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Padova, 2009), S. Giribone, I. Maraucci e D. Besana (SOC Neuropsichiatria Infantile dell’ A. O. di Alessandria) tennero un intervento intitolato “Adozione e ADHD”: durante la loro presentazione mostrarono che dai dati emersi nel loro reparto, il 12% dei bambini con diagnosi DDAI risultava adottato.

Estate. Un campo estivo pieno di bambini. Sono vivaci, giocano e scherzano fra di loro. Partendo da queste informazioni, secondo voi, quanti di loro hanno un disturbo da deficit di attenzione e iperattività (DDAI)? La soluzione, facendo riferimento ai dati riportati dal sito dell’Istituto Superiore di Sanità riguardo all’epidemiologia del DDAI è circa l’1%.
Se vi dicessi che gli educatori di questi bambini a sera si ritrovano sfiniti e stanchi dopo ore passate con loro, questa informazione modificherebbe la soluzione alla domanda precedente? No, non avrebbe nessun effetto.
E se invece vi dicessi che molti di questi bambini sono mandati al campo estivo dai loro genitori adottivi? Se, andando a vedere i dati dei bambini del campo, ci accorgessimo che molti di loro sono stati istituzionalizzati per un certo periodo della loro vita? Queste informazioni che effetto avrebbero sulla risposta alla domanda precedente?
Abbastanza da modificare la risposta. Anzi, da non farci avere una risposta chiara.

Al VII Congresso Nazionale sul disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Padova, 2009), S. Giribone, I. Maraucci e D. Besana (SOC Neuropsichiatria Infantile dell’ A. O. di Alessandria) tennero un intervento intitolato “Adozione e ADHD”: durante la loro presentazione mostrarono che dai dati emersi nel loro reparto, il 12% dei bambini con diagnosi DDAI risultava adottato. Durante lo stesso intervento riferirono che, dal registro nazionale italiano, risultava che addirittura il 43% dei bambini diagnosticati DDAI in Italia erano stati adottati. Questi dati indicherebbero che, prendendo una popolazione di bambini con un gran numero di figli adottivi, la possibilità di trovare tra loro soggetti con DDAI aumenta.

Per quanto nei successivi Congressi nazionali italiani sul DDAI non siano più stati riportati interventi sulla sua prevalenza nei bambini adottati, la ricerca non ha tralasciato l’argomento.

Nel 2001 uno studio di S. DosReis, J. M. Zito, D. J. Safer e K. L. Soeken sull’affluenza ai Servizi di Salute mentale negli stati della zona medio-Atlantica degli Stati Uniti da parte della popolazione giovanile ha riscontrato una maggiore richiesta di cure da parte di minorenni affidati a cure adottive rispetto a giovani appartenenti ad altre categorie beneficiarie di aiuti statali; tra i disturbi prevalenti si presentava proprio il DDAI, insieme a depressione e disturbi dello sviluppo.

Se in questo studio all’interno del gruppo di bambini considerati affidati alle cure adottive vi erano sia bambini affidati a famiglie sia bambini istituzionalizzati, un successivo studio di K. L. Wiik, M. M. Loman, M. J. Van Ryzin e altri (2011) condotto tra il Minnesota e il Wisconsin, ha evidenziato uno specifico fattore di rischio per i sintomi ADHD nei bambini adottati dopo essere stati istituzionalizzati, rispetto ad altri bambini adottati o non adottati.

Uno studio del 2012 (N. Abrines, N. Garcons et al, 2012) ha messo in luce che il paese di origine dei bambini adottati influenza l’emergere dei sintomi ADHD e, in particolare, i bambini provenienti dall’Europa orientale mostrano maggiore iperattività e maggiori problemi di attenzione delle ragazze adottate cinesi. Inoltre i soggetti adottati con un attaccamento sicuro, mostrano problemi di attenzione e iperattività significativamente minori.
Nel 2013, M. M. Loman e collaboratori indagarono ulteriormente i correlati neurocomportamentali del funzionamento attentivo di bambini post istituzionalizzati: individuarono, tramite la misurazione del potenziale evento-correlato (EREPs) durante compiti attivanti le funzioni attentive, una minore attivazione in bambini post istituzionalizzati rispetto a bambini adottati non istituzionalizzati e a bambini non adottati.
I problemi rilevati nei compiti di attenzione sostenuta (difficoltà del controllo inibitorio e del monitoraggio delle funzioni cognitive) sarebbero compatibili con la maggiore prevalenza in questo tipo di popolazione di disturbi da deficit di attenzione.

Ma cos’è esattamente il disturbo da deficit di attenzione e iperattività e cosa sappiamo sulla sua eziologia?
Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività ha certamente un’origine neurobiologica ed è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo, che ostacola lo svolgimento delle comuni attività quotidiane e interferisce con il normale sviluppo psicologico (Marzocchi, 2003). Il bambino con DDAI spesso non riesce a orientare i propri comportamenti rispetto a quanto atteso dall’ambiente esterno, o in funzione del trascorrere del tempo e degli obiettivi da raggiungere. Inoltre, circa la metà dei soggetti con DDAI manifestano anche altre psicopatologie principalmente riconducibili a 4 tipi di sintomatologie, che riguardano comportamenti aggressivi, difficoltà cognitive (disturbi specifici dell’apprendimento, DSA), problemi associati all’emotività (disturbi depressivi e ansiosi) e quelli inerenti all’interazione sociale (interazioni difficili e rifiuti) (Righetti e Sabati, 2007). Affinché sia fatta diagnosi col DSM-5 (APA, 2013) di ADHD, sigla inglese del DDAI, i sei o più sintomi tra quelli elencati devono presentarsi prima dei 12 anni, mentre a partire dai 17 anni bastano cinque criteri per attribuire al soggetto un quadro da deficit di attenzione ed iperattività. I sintomi presentati si dividono, come nel DSM IV, in due ambiti: “inattenzione” e “iperattività e impulsività”.

Per quanto riguarda l’eziologia del disturbo, non sono state identificate cause dirette e sembrerebbe che siano le interazioni gene-ambiente a spiegare l’origine di questo disordine (Nigg, Nikolas, e Burt, 2010). Tra i fattori neurobiologici, si evidenziano differenze strutturali e funzionali in diverse regioni cerebrali come il lobo pre-frontale, il cervelletto e i gangli della base (Castellanos et al. 2002). Sembrerebbe inoltre che la maggior parte degli studi mostri evidenze a supporto dell’esistenza di un’influenza genetica nel DDAI (Faraone et al., 2005; Hudziak, Derks, Althoff, Rettew e Boomsma, 2005). Tuttavia altre pubblicazioni hanno contestato questi risultati (Joseph, 2000; Heiser et al., 2006).

Per quanto riguarda gli aspetti ambientali, essi sembrano influire sul manifestarsi del disordine, come fattori prenatali (tabacco e/o alcol consumato dalla madre durante la gravidanza, esposizione ad alti livelli di piombo, etc.) e fattori perinatali quali complicazioni alla nascita (Eubig, Aguiar, e Schantz, 2010; Purper-Ouakil, Lepagnol-Bestel, Grosbellet, Gorwood, e Simonneau, 2010). Infine anche variabili di ordine sociale ( stato socio-economico, dinamica familiare disorganizzata, psicopatologia famigliare) sono considerate elementi che favoriscono il presentarsi del deficit.
Non ci è ancora dato sapere con certezza quanto l’insorgere di un disturbo DDAI in bambini adottati sia dovuto all’influenza dell’istituzionalizzazione e quanto alle variabili legate ai genitori biologici.

Per quanto riguarda i casi di bambini dati in affidamento, uno studio danese (Fallesen e Wildeman, 2015) ha riportato che l’aumento del numero di trattamenti medici per il DDAI ha influito, diminuendone il numero, sui casi di bambini che sono stati dati in affido: la cura del disturbo ha infatti reso non più necessario l’allontanamento di alcuni minori dalle famiglie biologiche. Uno studio analogo condotto negli Stati Uniti ha trovato che il 75% dei bambini dati in affido aveva ricevuto diagnosi di DDAI prima del loro allontanamento dalle famiglie biologiche: tale dato suggeriva che i problemi comportamentali possono aumentare le possibilità che bambini con situazioni famigliari difficili vengano collocati in strutture o famiglie affidatarie (McMillen et al. 2005).

Alla luce di quanto esposto, individuare quali siano gli elementi che concorrono all’emergere di un quadro di deficit di attenzione e iperattività nei casi di adozione resta una problematica molto ampia, che non ha ad oggi risposte certe.
Magari troveremo una soluzione proprio osservando i nostri iperattivi e disattenti bambini adottati che frequentano il campo estivo…

 

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BIBLIOGRAFIA:

L’Egocentrico Parte Prima – Tracce del Tradimento Nr. 26

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTOXXVI: L’Egocentrico Parte Prima 

 

Quel che manca agli egocentrici è la capacità di leggere la mente dell’altro, di mettersi nei suoi panni. L’egocentrico, al contrario del codardo e del provocatore, non ha nessuna intenzione di produrre un cambiamento nel rapporto, sarebbe ben contento di avere il suo amante e contemporaneamente mantenere saldo il rapporto con il coniuge e non vuole mandare consapevolmente a quest’ultimo nessun messaggio.

Nella sua testa i due rapporti dovrebbero rimanere ben separati e non interferire l’uno con l’altro; ciascuno dei due soddisfa bisogni diversi (i bisogni sono naturalmente sempre i suoi, in quanto è difficile che l’ egocentrico possa assumere una prospettiva diversa dalla sua) ed in questo trova la sua ragione di essere.

Poiché non vogliono una modifica del rapporto con il coniuge e tanto meno la sua fine, non hanno la benché minima intenzione di essere scoperti. Gli egocentrici lasciano tracce perché non si accorgono di farlo. Sembrano semplicemente sbadati e superficiali ma invece la situazione è decisamente più grave: il problema centrale è proprio la loro impossibilità ad uscire da se stessi e costruire il punto di vista dell’altro. In primo luogo non si avvedono di ciò che tolgono al coniuge a motivo della relazione con l’amante. Pensano di non fare alcun male perché si comportano da buoni partner come prima, si occupano dei compiti domestici e portano i bambini a scuola esattamente nello stesso modo. Le argomentazioni sono estremamente concrete, le valutazioni tutte assolutamente materialiste, totalmente assenti sono le emozioni. Tutto ciò li preserva completamente dal senso di colpa: a ben guardare non danneggiano nessuno e se non c’è danno non può esserci colpa.

Non ritengo affatto di avere qualcosa di cui rimproverarmi perché non ho smesso per un istante di fare quello che è il mio dovere verso i miei figli e mia moglie come è sempre stato da quando ci siamo sposati. Mia moglie non si può certo lamentare perché semmai qualcuno si tira indietro quando c’è da fare l’amore, questa è lei e non certamente io. Non dico mai di no alle sue richieste e comunque garantisco un tenore di vita a lei ed ai figli che semmai è recentemente aumentato. Non sottraggo neppure del tempo perché sarebbe comunque tempo che trascorrerei fuori casa per lavoro e dunque non potrei stare con loro. Anzi se vogliamo vedere come stanno le cose fino in fondo il fatto di avere una relazione con quella che è il mio capo mi comporta degli evidenti vantaggi professionali di cui tutti hanno beneficio. Con ciò non voglio dire che mi sacrifico per il bene della famiglia, ma il risultato è in fondo esattamente questo. Non c’è stato in me nessun cambiamento; io funziono esattamente come prima.

Il proprio mondo emotivo è piuttosto offuscato, le stesse emozioni sono considerate un optional inutile se non dannoso e comunque desueto per una persona adulta e appropriato soltanto nei bambini piccoli. Per questo motivo anche il rapporto con l’amante nasce per la soddisfazione di bisogni concreti piuttosto che per sperimentare emozioni e intimità: in genere la motivazione fondamentale è quella sessuale. Se il proprio mondo emotivo è scarsamente differenziato, poco conosciuto ed esplorato, quello degli altri è assolutamente inconcepibile, non esiste e dunque non sono assolutamente in grado di avvedersi della sofferenza che provocano, così come, peraltro non sono in grado di capire cosa fare per far felice l’altro, se non soddisfare dei suoi bisogni concreti (sesso, regali, soldi, e così via).

In loro dunque non c’è intenzione di far soffrire l’altro, non sono cattivi, è semplicemente che non riescono ad immaginare come l’altro starà in base al loro comportamento e del resto non hanno un grande interesse a scoprirlo. La non conoscenza dell’altro non si limita al mondo emotivo; essi hanno anche difficoltà in generale a cogliere i segnali che dall’altro giungono loro e dunque non si avvedono facilmente che l’altro è preoccupato o irritato per il loro comportamento e li ha messi sotto osservazione: non badano a ciò che l’altro fa a meno che non sia un segnale chiaro e forte. Non ci si può aspettare che capiscano al volo le cose, occorre dirgliele chiaramente, anzi gridargliele a brutto muso ed a quel punto resteranno meravigliati e increduli: ‘perché questa bufera a ciel sereno?’

Le avvisaglie prima ce ne erano state molte ma loro le avevano assolutamente ignorate. Gli indizi che lasciano in giro, abbastanza evidenti, per loro non sono tali; non pensano che l’altro possa pensare, che faccia dei ragionamenti e formuli ipotesi per spiegare delle anomalie evidenti del loro comportamento: ‘perché dovrebbe pensare che ho una storia se quando mi telefona al lavoro non mi trova mai; potrebbero esserci mille motivi!‘ ‘Se arrivo più tardi a casa potrebbe semplicemente essere che si è moltiplicato il lavoro e per questo la domenica ho bisogno di distrarmi ed andare in barca con gli amici! Perché dovrebbe immaginare altro?’

L’egocentrico stupisce per l’ingenuità che mostra nei ragionamenti che riguardano come funzionano gli esseri umani. Sembra quasi che consideri gli altri completamente stupidi; in questo possono risultare francamente irritanti come nella storiella in cui il marito rimprovera la moglie dicendole ‘passi che tu mi metta le corna, ma non sopporto che quando torno a casa tu mi accolga gridando: Olè!’

Alla fine Mauro rimase solo. Non che ciò lo facesse soffrire fuor di misura; piuttosto lo stupiva, non riusciva a darsene una ragione, a trovarne il motivo. La moglie continuava a lagnarsi delle sue assenze ma lo faceva nell’ultimo periodo non di più di come lo avesse sempre fatto elencando quelle che, agli occhi di lei, erano le sue mancanze di marito e di padre, ma poi a letto si ricomponeva sempre tutto e lei non si era mai negata. Neppure quando aveva capito della sua storia con Carla aveva rifiutato di fare sesso con lui ed era stato sufficiente un po’ d’insistenza da parte sua perché tutto riprendesse normalmente. Durante tutto il periodo della malattia della madre di lei lui si era tirato in disparte e per quasi sei mesi non aveva chiesto niente organizzandosi tutti i fine settimana con gli amici e con Carla e portando le figlie da sua madre in modo che lei potesse stare in ospedale senza occuparsi di nulla. Il comportamento delle donne gli sembrava del tutto insensato, misterioso, inspiegabile; la stessa Carla perché fino a luglio era così presa da lui e poi a settembre non ne voleva più sapere? Decise che sarebbe andato a leggersi le mail che lei gli aveva inviato durante il mese di agosto, forse avrebbe capito il perché di quel comportamento … ma tutto sommato era fatica sprecata perché, testarda com’era, non sarebbe tornata indietro e forse non ne valeva neppure troppo la pena. Si, effettivamente, un po’ gli dispiaceva per le bambine ma in fondo le avrebbe potute vedere durante il week end che spettava a lui quando le avrebbe portate dalla madre.

 

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RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO

Prendersi cura di un malato di Alzheimer: più stress per i coniugi

Sabrina Guzzetti

Come vivono i caregivers dei pazienti con Alzheimer? L’assistenza di un malato affetto da questa patologia comporta altissimi livelli di carico sia fisico, che emotivo per chi gli è accanto. Secondo un recente lavoro i coniugi e i familiari con sintomi depressivi subirebbero livelli di distress più alti.

 

Con il progressivo invecchiamento della popolazione si sta assistendo ad un aumento di incidenza delle malattie dementigene, Malattia di Alzheimer (MA) in primis, che vanno costituendo sempre più una vera e propria emergenza sanitaria.

La demenza comporta infatti un alto grado di compromissione funzionale, che limita drasticamente la capacità del malato di svolgere le proprie attività quotidiane, fino a determinare una completa disabilità e una situazione di totale dipendenza nei confronti dei familiari.

L’assistenza di un malato affetto da questa patologia comporta altissimi livelli di carico sia fisico, che emotivo, che possono andare a minare la salute psico-fisica dello stesso caregiver, il quale va spesso configurandosi come una vera e propria seconda vittima della malattia. Numerosi sono infatti i fattori stressogeni cui è sottoposto.

Una prima tipologia di fattori stressogeni include il livello di deterioramento cognitivo del paziente, la frequenza con cui si verificano problemi comportamentali e il numero di ore settimanali impiegato per fornirgli assistenza. Una seconda tipologia di stressor deriva dal frequente progressivo deterioramento della relazione tra caregiver e malato e dall’insorgenza di conflitti tra il caregiver e gli altri membri della famiglia. Un’ultima tipologia di fattori stressogeni deriva dalla difficoltà del caregiver nell’adempimento degli altri propri ruoli familiari, professionali e sociali e dalla diminuzione del tempo dedicato ai propri bisogni.

Secondo un lavoro recentemente pubblicato sulla rivista Journal of Geriatric Psychiatry and Neurology, sarebbero i coniugi e i familiari con sintomi depressivi a subire generalmente livelli di distress più alti. Questi i risultati di uno studio pluriennale guidato dalla dottoressa Tarja Välimäki, PhD e ricercatrice del Dipartimento di Scienze Infermieristiche della University of Eastern Finland.

La ricerca ha coinvolto 236 coppie di caregiver familiari e pazienti, seguite per 36 mesi dopo la diagnosi di MA. Il distress psicologico dei caregiver è stato valutato utilizzando il General Health Questionnaire (GHQ), un questionario sul benessere psichico che indaga la presenza di sintomi somatici, ansia, disturbi in ambito sociale e depressione.

I ricercatori hanno così potuto identificare le categorie di caregiver familiari più a rischio di esaurimento psico-fisico: i coniugi in generale e tutti i caregiver familiari che presentano sintomi depressivi, anche molto lievi, già al tempo della diagnosi. Dai risultati è emerso infatti che il distress psicologico del caregiver non dipende unicamente dalla severità dei sintomi neuropsicologici del malato di cui si prende cura, ma anche dalla relazione lo lega al malato, dal suo benessere psichico e dalle sue capacità di coping.

Lo studio mette in luce quanto sia importante valutare e monitorare nel tempo anche lo stato di benessere dei caregiver, in modo tale da poter mettere in atto tempestivamente dei programmi di supporto e sostegno in caso di riscontro di una qualche fragilità, che potrebbe per altro avere un impatto molto negativo anche sulla salute stessa del malato di Alzheimer.

 

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Dall’indipendenza alla felicità, e ritorno…

Articolo di Giovanni Maria Ruggiero pubblicato su Linkiesta del 27/09/2015

Autonomia è la possibilità di fare ciò che ci piace. Non si tratta solo di fare ciò sappiamo fare bene, che ci fa sentire bravi e competenti, ma di fare ciò che semplicemente ci piace in ogni momento della vita e della giornata.

L’indipendenza, l’autonomia, la capacità di darsi da soli una direzione e una regola di vita, è il feticcio della modernità. Nasconde il rischio dell’anarchia, dell’indipendenza che diventa legge personale, ma siamo disposti a correre il rischio e mai rinunceremmo. Autonomia è la possibilità di fare ciò che ci piace. Non si tratta solo di fare ciò sappiamo fare bene, che ci fa sentire bravi e competenti, ma di fare ciò che semplicemente ci piace in ogni momento della vita e della giornata. Da questo atto dannatamente egoistico nasce l’individualità e l’individualismo, croce e delizia delle nostre giornate.

Non è solo opinione ma scienza. Deci e Ryan dell’Università di Rochester (USA) hanno confermato l’ipotesi in un esperimento. Alcuni individui sistemati in una sala d’attesa erano invitati a eseguire due diversi compiti: alcuni potevano fare ciò che volevano mentre altri dovevano leggere le riviste messe a disposizione sul tavolo. C’è poco da fare: i soggetti forzati a leggere erano poco concentrati, infastiditi e annoiati. Gli altri, i liberi, erano anche forti e sereni. Autorizzati a scegliere come passare il tempo nel modo che più piaceva, ad esempio parlando tra di loro o leggendo il giornale per libera scelta, manifestavano una concentrazione più elevata in quel che facevano e più pazienza e più tolleranza nell’attesa.

L’autonomia moderna è un ambiente che ci circonda, una situazione che ci definisce, una cultura che ci caratterizza. Ci sta intorno, ma è anche dentro di noi. È un ethos, l’ethos della modernità, una dimensione del carattere che prende in nome tecnico di autodirezionalità o self-directedness, ovvero l’indice del nostro grado di autosufficienza, responsabilità, capacità di porci e conseguire obiettivi con efficacia. È anche la capacità di modificare il nostro comportamento in accordo con le nostre scelte individuali e i nostri obiettivi.

È un concetto meno semplice e immediato di quel che sembra. L’autodirezionalità comprende cinque dimensioni, che si definiscono meglio delimitando il loro contrario. E quindi abbiamo il senso di responsabilità contrapposto alla colpevolizzazione degli altri, ovvero l’essere agenti indipendenti e dotati di volontà personale contro il sentirsi controllati, vittimizzati o abusati; la proposizionalità contrapposta alla mancanza di scopi, ovvero il senso di libertà di scelta per ciò che è desiderato contro la mancanza di direzione verso un obiettivo: la ricchezza di risorse contro il senso di inadeguatezza, che vuol dire la consapevolezza delle proprie intenzioni contro la mancanza di autosufficienza e identità; l‘accettazione di sé contro la lotta con sé, ovvero la soddisfazione emotiva di se stessi e degli altri in opposizione all’eterno discontento per come siamo fatti noi stessi o gli altri o di come va il mondo; e infine il senso di illuminazione, il senso di bontà intrinseca in tutte le cose contro la percezione di corruzione e perversione nel mondo.

Quest’ultimo aspetto, l’illuminazione, introduce una nota di ottimismo e di spiritualità non sempre presente nella concezione europea dell’individualismo, più pessimistica e amara, intrisa di disincanto. In questo disincanto c’è il rischio del compiacimento, rischio che la cultura europea si porta sempre dietro.

Come accade spesso di questi tempi, anche per il senso d’indipendenza e di autonomia si è cercato un corrispettivo nel cervello, insomma qualcosa di meno impalpabile e più solido nel campo delle neuroscienze. E lo si è trovato nell’attivazione della corteccia prefrontale mediale durante lo svolgimento di compiti esecutivi. Rischia di essere una tautologia, essendo la corteccia prefrontale la sede della volontà esecutiva: abbiamo trovato la sede del libero arbitrio! È sempre una consolazione sapere che le nostre evanescenti idee e sensazioni interiori hanno un’ancora materiale. A volte non si va oltre questo, il trovare una lucina che si accende nel cervello esplorato con macchinari complessi, ma ci va bene lo stesso.

Torniamo al senso di autonomia. Ancora dati di scienza. Sappiamo che l’individuo con bassa autodirezionalità tende a essere poco integrato, irresponsabile, inetto, infruttuoso, povero di iniziativa e in fondo depresso. Non sono solo dati, ma è una teoria che prende il nome di Self Determination Theory elaborata dai due studiosi che abbiamo già incontrato: Deci e Ryan dell’Università di Rochester, naturalmente in USA.

Quel che colpisce in queste ricerche è la concezione che c’è dietro, la ragionevole determinazione a dimostrare la bontà del senso di autonomia e indipendenza, il desiderio –realizzato- di confermare scientificamente che egoismo e indipendenza sono distinte e inconfondibili tra loro. Secondo Deci e Ryan, fornendo sostegno all’autonomia, si raggiungono forme di motivazione intrinseca, il motore di ogni attività svolta con fiducia e passione. E questo vale fin dall’infanzia: l’autonomia e l’indipendenza si ottengono attraverso il soddisfacimento dei tre bisogni psicologici fondamentali del sentirsi capaci, della possibilità di compiere scelte autonome e della costruzione di legami sociali positivi (De Beni, Carretti, Moè e Pazzaglia, 2014).

Colpisce anche il tentativo di costruire un legame tra autonomia, felicità personale e benessere sociale. Tentativo sostanzialmente riuscito e in netta contrapposizione con le visioni pessimistiche dell’uomo e della vita. Quasi a rassicurarci, ma con buone ragioni, che ci sia un’armonia tra il nostro desiderio di vivere una buona vita ricca di soddisfazioni personali (e non egoistiche) e il l’equilibrio ecologico del mondo esterno. Solo a queste condizioni può sorriderci il mondo mentre perseguiamo i nostri successi e il nostro desiderio di piacere può diventare diritto alla felicità. Un percorso jeffersoniano che va dalla dichiarazione d’indipendenza al diritto alla felicità e al contrario, compiendo un ideale circolo virtuoso.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • De Beni, R., Carretti, B., Moè, A., Pazzaglia, F. (2014). Psicologia della personalità e delle differenze individuali. 2.ed. Bologna: Il Mulino.
  • Deci, E. e Ryan, R. (1985). Intrinsic motivation and self-determination in human behaviour. New York, Plenum Press
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