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Realtà Virtuale: se il carnefice diventasse la vittima

Grazie alla realtà virtuale immersiva, è stato possibile far immedesimare alcuni perpetratori di violenza domestica in una donna maltrattata..

ID Articolo: 166823 - Pubblicato il: 05 luglio 2019
Realtà Virtuale: se il carnefice diventasse la vittima
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Seinfeld e colleghi (2018) hanno sfruttato la realtà virtuale immersiva per valutare la sensibilizzazione al riconoscimento emotivo in uomini perpetratori di violenza domestica.

 

Realtà virtuale immersiva ed empatia

Messaggio pubblicitario L’ empatia viene spesso definita come la capacità di mettersi nei panni dell’altro, questo a livello cerebrale richiede il coinvolgimento di diverse zone del cervello: alcune deputate alla gestione dell’ empatia cognitiva ed altre deputate alla gestione dell’ empatia affettiva. L’ empatia cognitiva è la capacità di comprendere gli stati mentali delle persone, mentre l’ empatia affettiva è la capacità di riconoscere e rispondere alle emozioni altrui.

Grazie alla creazione di nuove tecnologie, come quelle della realtà virtuale immersiva (RVI), immedesimarsi in altre persone e calarsi nei più svariati contesti diventa molto semplice. Difatti, grazie all’ausilio di un visore, il soggetto in questione può facilmente identificarsi con un avatar virtuale per mezzo della sincronizzazione dei movimenti corporei e della visione di prospettiva in prima persona.

Realtà virtuale immersiva e violenza domestica: uno studio sugli abusanti

A tal proposito, Seinfeld et al., (2018) hanno sfruttato la realtà virtuale immersiva per valutare la sensibilizzazione al riconoscimento emotivo in uomini perpetratori di violenza domestica. Il campione è composto da 20 uomini condannati dal sistema giudiziale spagnolo per aver compiuto violenza contro una donna. Il gruppo di controllo è composto da 19 uomini incensurati corrispondenti per sesso, età, istruzione e status professionale al campione dei detenuti.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Prima e dopo l’esperienza di realtà virtuale è stato somministrato il test di riconoscimento delle emozioni, il Face-Body Compound (Kret et al., 2013), che assembla volti, caratterizzati da tre diverse espressioni emotive (felicità, rabbia o paura), ad espressioni corporee congruenti o incongruenti all’emotività facciale. L’esperienza di realtà virtuale immersiva è caratterizzata dall’ identificazione del partecipante con un avatar femminile, della quale si possiede la prospettiva in prima persona e la sincronizzazione dei movimenti corporei. Inizialmente, i partecipanti si trovano all’interno di una stanza ove possono vedere il proprio avatar riflesso nello specchio, per aumentare il senso di percezione corporea; successivamente nella stanza vedono comparire un uomo che aggredisce verbalmente l’avatar femminile tenendo lo sguardo fisso nei suoi occhi, le scaraventa vicino un oggetto presente nella stanza ed infine invade il suo spazio personale. Al termine dell’esperienza virtuale, viene risomministrato il Face Body Compound ai partecipanti, per valutare possibili modifiche nel riconoscimento emotivo e quindi nella sensibilizzazione empatica.

La compilazione del Face Body Compound, precedente all’esperienza virtuale, evidenzia nei detenuti sia una minor sensibilità nel riconoscere in maniera accurata le emozioni facciali di uomini e di donne, rispetto ai controlli, sia una maggiore propensione ad interpretare come felici i volti che in realtà esprimono paura. Successivamente, il secondo Face body Compound (post realtà virtuale immersiva ) evidenzia una maggiore capacità di riconoscimento delle emozioni, in particolare un miglioramento nel rilevare i volti timorosi delle donne.

In conclusione, si può notare come assumere la prospettiva in prima persona della vittima, durante un episodio di aggressione verbale, possa migliorare le abilità empatiche di riconoscimento emotivo negli uomini violenti. Nonostante la ridotta numerosità del campione, questo studio, insieme ad altri (Peck et al., 2013) condotti in ambiti diversi, offre un importante spunto di riflessione che sottolinea l’utilità dell’applicazione della realtà virtuale immersiva in ambito clinico. Tuttavia, sarebbero necessarie ulteriori ricerche per meglio ampliare le nostre conoscenze in tale ambito.

 

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