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La madre-drago delle pazienti anoressiche – Disturbi alimentari

La madre-drago non ha mai preso in considerazione la possibilità che la figlia abbia un’esistenza diversa da sé, ne fa un prolungamento fisico e psichico.

Di Redazione

Pubblicato il 06 Nov. 2013

Di Paola Alessandra Consoli

“’E’ difficile mettere in discussione la relazione con una madre di vetro,

 fragile e infantile, incapace a sua volta di avere una propria autonomia, 

una madre che pensa potrebbe spezzarsi qualora venisse disattesa, 

delusa e abbandonata”

Fabiola De Clercq, Donne invisibili. 1995. 

 

La madre-drago delle pazienti anoressiche - Disturbi alimentari. -Immagine: © olly - Fotolia.comLa madre-coccodrillo di Recalcati o la madre-drago di Dillon Weston non ha mai preso in considerazione la possibilità di ricercare una propria felicità che non sia solo narcisistica o la possibilità che la figlia abbia un’esistenza diversa da sé, separata e separabile, anzi ne fa un suo prolungamento fisico e psichico.

La figlia diviene una realizzazione idealizzante di sé, destinata a salvarla dalla frustrazione e dalla solitudine; è costretta a vivere esperienze destinate ad un adulto, ad una madre che non è stata capace di contenerle, elaborarle, delimitarle (Marinelli, 2004).

Il disturbo alimentare è un evento che colpisce l’individuo e il suo nucleo familiare, come un trauma, una violenza inaspettata, che coglie impreparati e provoca dolore, impotenza, ansia, rabbia.

I problemi che interessano la figlia o la sorella anoressica (in 9 casi su 10 la paziente è una donna) sono così evidenti e drammatici da rendere impossibile la negazione. Il dimagrimento, i disturbi psico-fisici, il rischio di morte devono essere affrontati ad ogni costo e, possibilmente, accettati.

L’accettazione implica però una presa di responsabilità, soprattutto da parte dei genitori, che costituiscono, involontariamente, la principale causa eziologica della malattia anoressica.

Quando è evidente che i tentativi di far mangiare la figlia non sono sufficienti, quando si scopre che non esistono farmaci per “far tornare l’appetito” (la prima facile spiegazione che si dà una famiglia), allora diviene necessario capire cosa porta una ragazza al desiderio di scomparire, cosa nasconde la magrezza. Ed è in questo momento che la famiglia si scopre falsamente perfetta e la madre fa i conti con il suo essere un Drago per la figlia.

Si scopre ancora, paradossalmente, che la “non fame” alimentare dell’anoressica nasconde un’immensa fame d’amore: verso il padre, poco o nulla presente o, al contrario, portatore di un abuso materiale, mentale o fantasticato, o verso la madre che nutre meccanicamente e senza amore con un cibo materiale, freddo, elargito per dovere che sostituisce con gli alimenti la presenza fisica e psichica che non è capace di dare (Recalcati, 1997).

La madre-coccodrillo di Recalcati o la madre-drago di Dillon Weston non ha mai preso in considerazione la possibilità di ricercare una propria felicità che non sia solo narcisistica o la possibilità che la figlia abbia un’esistenza diversa da sé, separata e separabile, anzi ne fa un suo prolungamento fisico e psichico. La figlia diviene una realizzazione idealizzante di sé, destinata a salvarla dalla frustrazione e dalla solitudine; è costretta a vivere esperienze destinate ad un adulto, ad una madre che non è stata capace di contenerle, elaborarle, delimitarle (Marinelli, 2004).

Tutti i desideri di nutrimento tipici dell’individuo (alimentari, sessuali, affettivi) sono, per l’anoressica, esperienze di perdita, rinuncia, confusione e orrore.

Il suo bisogno di essere riempita, amata, fecondata, dall’amore materno e dal piacere del padre, dall’esperienza della propria efficacia e coesione, è andato distrutto o è stato sostituito dalla difesa compiacente, dalla rinuncia di sé per fare spazio alla madre e alla vita di quest’ultima.

L’anoressica arriva a negare i suoi bisogni per non sentire la dipendenza, vivendo la tragica esperienza di una lotta continua tra bisogno della madre e necessità di separazione dalla madre, per una fisiologica separazione/individuazione, resa più difficile da una madre che non accoglie ma respinge, non abbraccia ma divora. La dipendenza dal materno diviene un incollamento alla madre, l’identificazione non è simbolica, non c’è separazione (quindi non ci sarà identificazione), ma è un voler diventare come la madre (Marinelli, 2004).

L’anoressia è quindi una manovra di separazione dalla madre, che invade ed impedisce la costruzione di se stessa. La malattia della figlia apre un vuoto, anzi è un vuoto che delimita la distanza tra i desideri e le aspettative materne e le rinnovate aspettative della figlia.

Scomparire, ridursi, paradossalmente, è necessario per comparire, per farsi vedere come Altro dalla madre. Il sintomo anoressico è il primo annuncio di un sistema familiare patologico, finalmente alla luce, che si mantiene in equilibrio su una falsa normalità che l’erompere del sintomo manda in frantumi (Dillon Weston, 2005).

Il rapporto del soggetto con il cibo non riguarda solo il bisogno fisiologico della fame, ma è lo strumento con cui intessiamo relazioni familiari, sociali e relazionali (cuciniamo come ci hanno insegnato, in contesti definiti dalla nostra cultura, per condividere momenti intimi con gli altri).

Il rapporto con il cibo è il rapporto con l’altro, è un messaggio, uno scambio, un dono ricevuto o rivolto all’altro, è il primo dono di una madre alla propria figlia appena nata.

Fino allo svezzamento, madre e figlia sono uno stesso corpo, dipendono l’una dall’altra perché anche una madre smette di essere solo figlia al momento del parto.

Lo svezzamento è una separazione necessaria all’individuazione come altro dalla madre. Lacan parla di “complesso di svezzamento”, cioè la forma arcaica di imago materna che fonda i sentimenti più antichi che legano l’individuo alla famiglia; è un processo costituito da due elementi diversi:

– la fissazione di una tappa dello sviluppo psichico,

– la ripetizione del complesso, cioè un’attività che si realizza in modo inadeguato quando si presenta un certo tipo di esperienza.

Mentre l’allattamento è una relazione biologica e istintuale, lo svezzamento non è frutto dell’istinto, ma dei fattori culturali. Ogni madre, pur con le indicazioni della cultura, può agire in autonomia, e darà allo svezzamento un significato personalissimo, lasciando la sua impronta eterna nello psichismo materno e filiale. Per questo motivo, lo svezzamento può rappresentare un trauma ed essere causa di diversi effetti patologici: anoressia, tossicomania per via orale, nevrosi gastriche.

Quando lo svezzamento non avviene in maniera corretta, madre e figlia divengono due parti dello stesso corpo; la dipendenza che si instaura soffoca in un abbraccio mortale la figlia che vorrebbe avere un ruolo e una funzione diversa da quella impostale dalla madre (Onnis, 2005).

Quest’ultima ha il compito di passare il testimone alla figlia che deve affrontare autonomamente le proprie esperienze. Una donna che cerca o confonde la sua identità nel solo statuto di madre ha il terrore di perdere la propria bambina che sta diventando donna, perché con lei perderebbe lo scopo della propria esistenza: essere donna ed essere madre sono due aspetti del sé che possono convivere senza sacrificare il primo al momento del parto.

La figlia, a sua volta, per non deludere la madre, sceglie per sé un corpo anoressico, sempre più piccolo per somigliare alla bambina che è stata. La scomparsa delle mestruazioni è vissuta come una conquista perché riesce a riportare indietro il tempo, lì dove l’ansia e la rabbia materna sono iniziate. Questa difficoltà di confronto con il materno è vissuta in maniera tragica, il passaggio dal corpo di bambina al corpo di donna, in qualche caso, non è vissuto come una transizione ad una nuova fase della vita, ma come una perdita della vita stessa (Selvaggi, 2005).

L’anoressica è allora la protettrice di una falsa e precaria unità familiare: fermando ad ogni costo la sua crescita e la separazione dalla famiglia (da cui anzi diventa anche più dipendente per i problemi di salute che accompagnano l’anoressia), l’angoscia di separazione dalla madre (e talvolta anche dal padre) trova consolazione e congela la famiglia in un “tempo sospeso” (Ferro et al., 1992).

L’illusione di riuscire a sospendere la transizione adolescenziale è una credibile risposta alle difficoltà della famiglia a compiere il passaggio da una fase all’altra del ciclo vitale della figlia, in stretta adesione ad un mito di rigida unità familiare che non si può trasgredire e che blocca la famiglia in un eterno presente senza futuro. La ragazza anoressica vive il duplice ruolo di difendere questo mito rimanendo con le fattezze di una bambina, che segue “vincoli invisibili di lealtà” per regredire e proteggere la famiglia e, al tempo stesso, trasgredire questo mito, perché il suo digiuno ostinato spezza traumaticamente la tranquillità familiare (Onnis, 2005).

Molto spesso queste angosce di separazione percorrono almeno tre generazioni perché anche la madre della paziente anoressica è stata, a sua volta, paladina di unità familiare per contrastare costruzioni difensive del nucleo di appartenenza, dove il lutto, la malattia, la separazione richiamano il tema della perdita che incombe su queste famiglie.

Il paziente anoressico è quindi il messaggero di un gruppo primario che funziona in assunto di base di dipendenza: “da un lato c’è una persona i cui bisogni non hanno potuto trovare riconoscimento da parte delle figure primarie, con particolare riferimento all’investimento precoce del corpo sessuato come elemento capace di generare conflitti generazionali; dall’altra, un gruppo famiglia che teme il confronto con le emozioni connesse alla novità, all’eccitazione e all’aggressività e si rifiuta di elaborarle, le nega e le isola; un gruppo incastrato […] nel tentativo di mantenere una posizione al di qua del lutto e della separazione” (Selvaggi, 2005).

La paziente anoressica arriva ad odiare il suo corpo, dannoso per la famiglia che ama, perché è un corpo sessuato che suscita repulsioni e conflitti con le figure di accudimento.

Recalcati parla di una “repulsione per il vuoto” che caratterizza i pazienti anoressici che cercano di “sfuggire all’ossessione della pienezza che affolla le loro menti” (Dillon Weston, 2005).

Ricercare avidamente il vuoto assoluto è una sorta di denuncia per una ragazza anoressica che non vuole riempire la sua solitudine illimitata con il cibo offerto dalla madre: bisogno di amore, esperienze, libertà e fiducia al posto del cibo (Recalcati, 1997).

Winnicott parla di “vuoto controllato” con il quale si cerca di affrontare il “terrore del vuoto”. Questo vuoto controllato può essere anche una difesa da una madre divoratrice, vuota a sua volta, che vuole alimentarsi con le risorse della figlia, con la sua giovinezza, con la sua fame di esperienze e di vita. Una madre che chiede alla figlia di colmare il suo stesso vuoto, proietta in lei i suoi bisogni, la sua impossibilità a reagire, diviene a sua volta una bambina che cerca nella figlia la madre contenitore che non ha avuto (Winnicott, 1985).

L’anoressica, figlia di una madre Drago che vuole divorarla, non può far altro che ridurre il proprio corpo, renderlo solo ossa dure, impenetrabili e inaccessibili. Solo così potrà salvarsi dalla madre divoratrice (Recalcati, 1997).

Invece, la figlia di una madre sufficientemente buona, utilizzando l’holding materno e la rêverie percepirà la situazione di calma necessaria per lo sviluppo del proprio Sé, per il riempimento del proprio vuoto, diverso da quello materno, entrambi vivi, due contenitori con contenuti diversi, come diverse sono le due individualità. Questa madre porta dentro di sé e vive nella realtà, un rapporto sufficientemente strutturato e positivo con il maschile, senza inibizioni e conflitti corporei e lo trasmetterà alla figlia, concedendole, come un dono, oltre che un diritto, “il passaggio da una corporeità infantile e relazionale ad una corporeità sensuale e progressivamente adulta” (Manzoni, 2010).

Una ragazza che in famiglia non ha la possibilità di vivere esperienze di oggetto-Sé rispecchianti e validanti, che non si sente accettata, confermata, che sente invece di dover compiere riparazioni di sé per essere presentabile e accolta dagli altri, bloccherà il progetto nucleare del Sé,  sostituendolo con uno compiacente alle aspettative materne (Di Luzio, 2010).

L’anoressica utilizza il corpo per narrare le carenze empatiche della madre, per manifestare la propria sofferenza, ma al tempo stesso per dimostrare la padronanza del proprio corpo, che la Madre Drago vorrebbe plasmare a suo piacere: un corpo che contiene le sane pulsioni adolescenziali, che però devono essere messe a tacere in una continua dolorosa danza che va dal soddisfare la madre al soddisfare se stessa. Il corpo diviene la raffigurazione di oggetti interni inconsci, e gli attacchi e i rifiuti sono diretti sempre ai propri oggetti interni, soprattutto la madre (Gabrielli, Nanni, 2010).

Attraverso l’identificazione primaria, il corpo anoressico è il corpo della madre cattiva e minacciosa, quindi i suoi stimoli e i suoi bisogni alimentari, seppure avvertiti, devono essere ignorati, un sentimento che la Selvini Palazzoli definisce come “diffidenza cenestetica”, una difesa dell’Io dominata dal rinnegamento del corpo e del cibo-corpo (Selvini Palazzoli, 1965).

Secondo Jung, l’archetipo della Madre Drago è il “simbolo della madre bisognosa che non può permettere ai figli di andarsene, perché ha bisogno di loro per la sua stessa sopravvivenza psichica”; è una Madre Terribile che divora i figli prima che riescano a reclamare un diritto alla separatezza (Dillon Weston, 2005).

L’anoressia è quindi un meccanismo di difesa dalla Madre Drago che non potrà più divorare la figlia (che ri-diventata bambina potrà nuovamente essere accudita come tale, reiterando la non-indipendenza tra i due corpi), ma anche un mezzo per difendere la madre reale dalla Madre Drago interiorizzata: una figlia divorata dalla madre e verso cui prova una divorante rabbia orale e che esprime, attraverso l’anoressia, una forma simbolica della stessa rabbia.

Il vuoto anoressico appartiene alla paziente ma anche al suo gruppo familiare, che manca dell’ossigeno psichico che mantiene vivo il sé. Questo impoverimento emotivo risale alle generazioni precedenti, è intessuto da regole segrete che legano i familiari con legami asfissianti e patologici (Dillon Weston, 2005).

La conquista dell’Io è un percorso lungo e difficile che segna la nascita dell’Eroe, capace di fare esperienza dell’archetipo della Grande Madre, di coglierne gli aspetti fecondi e benefici e di sfuggire ai suoi aspetti castranti. L’Eroe viene alla luce da una coscienza arricchita dei propri desideri, che ha saputo accogliere ed elaborare i propri contenuti inconsci, senza il timore di essere divorato o di divorare a sua volta. E’ finalmente possibile vivere un’esistenza meno pesante, meno opprimente, il vuoto anoressico può essere riempito di vita, di amore, di cibo.

 LEGGI:

DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE – EDANORESSIA NERVOSA – ANPSICOANALISIPSICOTERAPIA SISTEMICO-RELAZIONALE FAMIGLIAGRAVIDANZA & GENITORIALITA’

Maternità conflittuale: un percorso nella cura dei disturbi alimentari – Di Sabba Orefice

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

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