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Origini della bifobia: riflessioni sullo stigma che accompagna le persone bisessuali

Il termine “bifobia” è stato coniato da K. Bennet (1992) per indicare il pregiudizio anti-bisessuale che delegittima l’esistenza di questo orientamento

ID Articolo: 186736 - Pubblicato il: 14 luglio 2021
Origini della bifobia: riflessioni sullo stigma che accompagna le persone bisessuali
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Brewster e Moradi (2010) hanno identificato due peculiari caratteristiche che differenziano la bifobia dall’omofobia: la “instabilità dell’orientamento sessuale” e la”irresponsabilità sessuale”.

 

Messaggio pubblicitario La bisessualità può essere definita come un orientamento sessuale che comporta l’attrazione romantica e/o sessuale verso un partner di ambo i sessi. Tale attrazione non è vissuta necessariamente nello stesso grado, modo e momento da tutte le persone (Ochs, 2012). All’interno della cornice culturale eteronormativa, la sessualità è stata a lungo concettualizzata attraverso una dicotomia di genere, ponendo omosessualità ed eterosessualità come identità opposte (Eliason, 1997). In questo scenario la bisessualità si inserisce con uno status ambiguo, distaccandosi e differenziandosi dall’omosessualità. In accordo con ciò, recenti ricerche (Bradford, 2004; Brewster & Moradi, 2010; Eliason, 1997; Todd et al. 2016) hanno dimostrato che le persone che si identificano come bisessuali sperimentano una forma di stigma ben distinta dall’omofobia o da altre discriminazioni verso differenti minoranze sessuali. Il termine “bifobia” è stato coniato da K. Bennet (1992) per andare ad indicare il pregiudizio anti-bisessuale che delegittima l’esistenza di questo orientamento e lo invalida come scelta di vita.

Brewster e Moradi (2010) hanno identificato due peculiari caratteristiche che differenziano la bifobia dall’omofobia: la “instabilità dell’orientamento sessuale” e la”irresponsabilità sessuale”. (i) L’instabilità dell’orientamento sessuale rispecchia la credenza comune che la bisessualità sia uno stato di confusione sul proprio orientamento sessuale, una fase transitoria che porterà l’individuo, con la maturazione, ad identificarsi inevitabilmente come etero o omosessuale (Brewster & Moradi, 2010; Garelik et al. 2017). È da questa prima assunzione che deriva uno dei tanti atti lesivi implicati nella bifobia, cioè la negazione dell’esistenza stessa della bisessualità come orientamento sessuale distinto (Rust, 1993). (ii) Il secondo fattore, quello di irresponsabilità sessuale, include la convinzione che gli individui bisessuali siano sessualmente promiscui e amoralmente edonisti, portandoli così ad essere più probabili portatori di malattie sessualmente trasmissibili e maggiormente propensi al tradimento del partner (Garelik et al. 2017; Irvine, 2017; Ochs, 1996; Rust, 1993; Spalding & Peplau, 1997; Weiss, 2004).

Vittime di una doppia discriminazione

È stato ampiamente riscontrato che il pregiudizio anti-bisessuale prevale sia tra gli individui eterosessuali sia tra le persone omosessuali (Garelik et al. 2017; Irvine, 2017; Mohr & Rochlen, 1999; Mulick & Wright, 2002, 2011; Spalding & Peplau, 1997; Todd et al., 2016; Yost & Thomas, 2012) andando a delinearsi in quella che Ochs (1996) ha definito una “doppia discriminazione”. Le comunità eterosessuali e lesbiche/gay sembrano avere ciascuna il proprio caratteristico insieme di stereotipi sui bisessuali (Irvine, 2017).Tra gli eterosessuali i più comuni stereotipi coinvolgono l’iper-sessualizzazione della persona bisessuale, percependola come romanticamente ingannevole e volubile ed incapace di avere relazioni stabili. Lo stereotipo dell’ipersessualizzazione della persona con orientamento bisessuale può portare a considerare la persona bisessuale un individuo che pratica sesso non sicuro e, conseguenzialmente, accusarlo di essere vettore di malattie nella comunità eterosessuale (Irvine, 2017; Ochs, 1996; Spaulding & Peplau, 1997).

Anche i gay e le lesbiche esprimono dichiarazioni bifobiche nei confronti dei bisessuali (Barker et al., 2012; Ochs, 1996; Irvine, 2017). In particolare, Weiss (2004) ha riscontrato una comune supposizione negativa che vede nei bisessuali la tendenza a ricercare relazioni stabili con il genere opposto così da ottenere i benefici sociali del privilegio eterosessuale. Prendendo ad esempio una donna bisessuale, seguendo questa logica, ella prediligerebbe istaurare una relazione romantica con un uomo eterosessuale, evitando così il peso d’identificarsi con un gruppo oppresso. L’effetto di questo stereotipo è la diretta creazione di un ambiente inospitale per i bisessuali tra le comunità lesbiche, portando quest’ultime ad evitare di frequentare le donne bisessuali (Rust, 1993; Irvine, 2017). Il medesimo fenomeno è applicabile anche agli uomini bisessuali relativamente alla comunità omosessuale maschile.

Attualmente coloro che si identificano come bisessuali sono percepiti meno favorevolmente e incontrano atteggiamenti pregiudizievoli maggiori rispetto a coloro che si identificano come gay o lesbiche (Herek, 2002; Helms e Waters, 2016; Steffens & Wagner, 2004; Todd et al., 2016). A quest’ultimi è stato riconosciuto il più facile accesso al sostegno e conforto da parte della comunità LGBTQ+, che, ancor oggi, risulta in parte permeata da sentimenti bifobici.

Messaggio pubblicitario Le conseguenze della doppia discriminazione sperimentata dai bisessuali si tradurrebbe quindi in un isolamento sociale da parte di entrambe le comunità, vivendo un rifiuto da parte di quella eterosessuale (spesso comprendendo anche i membri della famiglia d’origine) e riducendo al minimo il sostegno di quella LGBTQ+ (Brewster & Moradi, 2010; Mitchell et al., 2014; Mulick & Wright, 2002 e 2011; Todd et al., 2016). La mancanza di tale sostegno porterebbe a una carenza significativa, soprattutto tra i molti adolescenti e giovani adulti che vorrebbero rivolgersi a gruppi di supporto per essere sostenuti durante il proprio coming out, o in eventuali successive reazioni negative della famiglia. (Sadowski et al. 2009). In conclusione, questa mancanza di supporto ha gravi implicazioni per la salute mentale e non dovrebbe essere assolutamente trascurata.

Allo scopo di fornire supporto empirico per validare l’esistenza del costrutto di “bifobia” e rilevare se tale fenomeno fosse effettivamente una doppia discriminazione, nel 2002 Mulik e Wright hanno creato la Biphobia Scale. Tale strumento, rivisto nel 2011, è stato sviluppato per misurare affetti, cognizioni e comportamenti negativi nei confronti della bisessualità e degli individui bisessuali. La nuova versione comprende due distinte scale genere-specifiche (Biphobia Scales–Female e Biphobia Scales–Male), ciascuna costituita da 30 items con risposta su scala di tipo Likert da 0 a 5 (Mulik & Wright, 2011). Grazie a questo questionario è stato possibile acquisire nuove ed importanti informazioni, tra cui il parziale supporto dell’ipotesi che gli uomini bisessuali incontrino una maggiore discriminazione rispetto le donne (Mulik & Wright, 2011).

Nella pratica clinica, con il cliente bisessuale appare ancora valido il documento del 2011 dell’America Psychological Association che stila le linee guida del rapporto psicologico con pazienti LGB. Per quanto riguarda l’orientamento bisessuale, tali indicazioni sottolineano l’importanza da parte del clinico di comprendere gli effetti dello stigma e le sue varie manifestazioni contestuali, riconoscendo l’unicità dell’esperienza bisessuale. È importante che lo psicologo tenga in considerazione alcuni nuclei tematici che, messi in relazione con l’orientamento sessuale del paziente, possono rivelarsi potenzialmente critici. In particolare, il ruolo della famiglia di origine, un eventuale rapporto con la religione e la spiritualità o il sorgere di problematiche sul posto di lavoro. Infine, è sempre bene tener presente la possibile difficoltà per la persona in cura di gestire propri valori e norme in conflitto con l’orientamento sessuale con cui si identifica (APA, 2011). La presenza di una più o meno elevata omofobia e/o bifobia interiorizzata è quindi un altro fattore da tenere in considerazione. In conclusione, ricollegandoci agli strumenti diagnostici e ai potenziali sbocchi di studio sull’argomento citati in precedenza, è vitale per un clinico tenersi sempre aggiornato sugli ultimi sviluppi della ricerca scientifica.

 


 

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