Valutazione del rischio di recidiva nei casi di violenza domestica. Come prevenire?

Dagli allarmanti dati riguardanti violenze e femminicidi, emerge la necessità di avere operatori formati nel valutare i rischi di recidiva di atti violenti.

ID Articolo: 109494 - Pubblicato il: 25 maggio 2015
Valutazione del rischio di recidiva nei casi di violenza domestica. Come prevenire?
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Alice Bartozzi, OPEN SCHOOL Studi Cognitivi

 

Gli ultimi dati sconcertanti riguardanti le violenze fisiche o sessuali e gli episodi di femminicidio gettano luce sull’esigenza di avere operatori sempre più formati in tutto il territorio nazionale e capaci di valutare il rischio di recidiva e di prevenire l’escalation della violenza, al fine di evitare il perpetuarsi di questo fenomeno.

I maltrattamenti in famiglia sono un fenomeno che tende a svilupparsi soprattutto nell’ambito dei rapporti familiari, tra coniugi. Un fenomeno completamente trasversale, che coinvolge donne di tutti i Paesi, di ogni estrazione sociale, di ogni livello culturale e che copre tutte le fasce d’età, provocando importanti danni fisici e gravi conseguenze per la salute sia mentale che psichica di chi li subisce.

La violenza domestica è stata definita, dalle Nazioni Unite nel 1993, come

qualunque atto di violenza che produca, o possa produrre, danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, ivi compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che in quella privata.

Le ultime statistiche, pubblicate dall’EU.RE.S (European Employment Service – ricerche economiche e sociali) a novembre 2014, relative a dati elaborati per l’anno 2013, fanno notare che una donna su tre in Italia subisce violenze fisiche o sessuali, nella maggioranza dei casi da parte del partner o di un familiare. Sempre nel 2013, sono 179 le donne uccise per mano di uomini, una vittima ogni due giorni, rispetto alle 157 del 2012. Il fenomeno del femminicidio, dal 2012 al 2013, è aumentato del 14%, gli omicidi in ambito familiare sono aumentati del 16,2%.

Messaggio pubblicitario Anche nel 2013, rispetto agli anni precedenti, in 7 casi su 10, pari al 68,2%, i femminicidi si sono consumati all’interno del contesto familiare o affettivo. Con questi numeri, l’anno 2013 ha la più elevata percentuale di donne tra le vittime di omicidio mai registrata in Italia, pari al 35,7% delle uccisioni totali (179 sui 502): un processo particolarmente accelerato negli ultimi 25 anni, basti pensare che le donne nel 1990 rappresentavano appena l’11,1% delle vittime totali.

Per questi dati sconcertanti si sente l’esigenza di avere operatori sempre più formati in tutto il territorio nazionale e capaci di valutare il rischio di recidiva e di prevenire l’escalation della violenza, al fine di evitare il perpetuarsi di questo fenomeno.

Diventa di fondamentale importanza individuare i fattori che portano una persona ad agire violentemente, e determinare se questi stessi fattori o altri potrebbero portare questa stessa persona, in futuro, a riattivare comportamenti simili.

Gli ambiti in cui è importante eseguire una valutazione del rischio sono principalmente due: l’ambito clinico e l’ambito peritale.

In ambito clinico è molto importante, quando una paziente porta la sua storia di violenza, concentrarsi su alcuni aspetti fondamentali, ad esempio comprendere come e perché una persona ha scelto di agire in maniera violenta, quali siano stati i fattori specifici in quel contesto. È importante aiutare la donna a raggiungere un sufficiente livello di consapevolezza della sua situazione in quanto, animata dalla speranza che la sua condizione migliorerà, si autocolpevolizza per le violenze che subisce, ritiene che la pazienza e il silenzio siano un buon metodo per sperare nel miglioramento della situazione, minimizza i comportamenti violenti del suo partner. Patrizia Romito descrive tre tipi di risposte disfunzionali che l’ambiente può dare alle richieste di aiuto di una donna vittima di violenza domestica:

  • il non riconoscimento e la minimizzazione della violenza;
  • il rifiuto, quando si prende atto che le violenze sono presenti ma se ne dà la colpa alla donna;
  • lo psicologizzare abusivamente il fatto, quando si ricercano le cause delle difficoltà della donna nella sua psicologia patologica.

Invece, come continua a dirci Patrizia Romito, dalla spirale della violenza da sola, una donna, non riesce ad uscire. Sono necessarie consapevolezza, scelte coraggiose, impegnative e figure competenti. È fondamentale scrivere un progetto di riacquisizione della propria autonomia, fortemente compromessa dalla violenza, costruire un nuovo pensiero su di sé come immagine positiva. Instaurare una relazione partendo dalla ricerca e dalla valutazione delle risorse interne per dare forza alla donna, la stessa che dovrà utilizzare per confrontarsi con le proprie vulnerabilità e con i propri fallimenti.

Questo lavoro di valutazione del rischio è un percorso che viene pianificato con la donna perché permette di valutare la possibilità di una recidiva di violenza e determinare quali fattori (ad esempio il desiderio di esercitare un dominio totale sulla propria partner, distruggendone l’autonomia materiale e psicologica) o altri (ad esempio possibili disturbi di personalità, psichiatrici o di dipendenza patologica) possano indurre il maltrattante a riattivare comportamenti violenti in futuro.

Dopo di che, se il rischio risulta molto elevato, mettere a punto un sistema d’intervento per la gestione del rischio, pianificando, ad esempio, un percorso di messa in sicurezza della vittima.

Per effettuare una valutazione del rischio che sia il più possibile valida e attendibile, è stato messo a punto in Canada nel 1996, ad opera di P. Randall Kropp e Stephen D. Hart, uno strumento che ha funzione predittiva e preventiva rispetto a se e quanto un uomo (è il caso di gran lunga più frequente), che ha agito con violenza nei confronti della propria partner o ex-partner, sia a rischio, nel breve o nel lungo termine, di usare nuovamente violenza. Questo strumento, indicato con l’acronimo S.A.R.A. (Spousal Assault Risk Assessment), viene inteso, letteralmente, come valutazione del rischio di violenza interpersonale fra partner, ed è stato sperimentato per la prima volta in Canada, poi applicato con successo in altri Paesi, quali Stati Uniti ed Europa (in particolare Svezia e Scozia), mentre in Italia se ne è iniziato a parlare solo da pochi anni.

Il S.A.R.A., nella versione originaria costituito da 20 items, poi snellito nella versione screening di S.A.R.A.-S, è stato costruito sulla base di dieci fattori di rischio che riflettono vari aspetti relativi alla storia di violenza, ai procedimenti penali, al funzionamento e adattamento sociale e alla salute mentale dell’autore della violenza, ed è utile per avere un quadro esaustivo della sua pericolosità. L’operatore che effettua la valutazione del rischio con il metodo S.A.R.A.- S procede nello stabilire il livello di presenza o meno di ognuno dei dieci fattori, allo stato attuale (ultime quattro settimane) e nel passato (prima di un mese). Questo significa che quando una donna riporta le violenze subite, analizzando i dieci fattori di rischio proposti dallo strumento, sarà compito del valutatore identificare se la presenza del rischio sia bassa, media o elevata e se sia nell’immediato (entro 2 mesi), o più a lungo termine (dopo i due mesi). Al valutatore viene anche chiesto di verificare se ci fosse un rischio di violenza letale e se esiste un’evoluzione della violenza, un’escalation.

Ci sono inoltre alcune circostanze più critiche di altre per quel che riguarda la gravità del rischio di recidiva, in particolare quando:

  • la vittima riferisce la sua intenzione di interrompere la relazione con il maltrattante;
  • la vittima ha una nuova relazione contrariamente alla volontà dell’autore delle violenze, estendo il rischio anche al nuovo partner;
  • ci sono delle dispute per quanto riguarda la fase di separazione: affidamento dei figli, mantenimento, assegnazione della casa;
  • il maltrattante viene scarcerato dopo un periodo di custodia cautelare o dopo la condanna per il reato di maltrattamenti.

In ambito peritale, poi, la valutazione del rischio può essere usata in diversi contesti:

  • Prima del processo, in fase di indagini. Quando qualcuno viene arrestato per un reato legato ai casi di maltrattamento, è importante capire quale tipo di misura cautelare applicare: se il presunto autore del reato può costituire un pericolo per la presunta vittima o per i figli, e quindi prevedere qualche forma restrittiva, oppure se può essere lasciato in libertà, eventualmente con un ordine di divieto di dimora o con un ordine di allontanamento.
  • Durante un procedimento. Una valutazione del rischio può essere a volte richiesta quando un caso viene rinviato a giudizio. Se l’imputato non è ancora stato condannato, la valutazione del rischio è utile per i giudici che devono stabilire se applicare forme alternative come la libertà vigilata, gli arresti domiciliari.
  • Nel periodo detentivo. Dopo la condanna, la valutazione del rischio può essere utile per coloro che si occupano del detenuto e del suo eventuale progetto di recupero (educatori, psicologi, assistenti sociali).
  • Nel rilascio. Per gli autori di reato che sono stati sottoposti a un regime carcerario, la valutazione del rischio può essere di aiuto per il tribunale se ci si trova ancora in regime di misure cautelari, in attesa di giudizio, per mettere a punto una strategia programmatica che risponda alle esigenze del caso specifico. Per un autore di reato in regime di libertà, che sta per terminare il suo periodo di supervisione da parte dei servizi sociali della giustizia, una valutazione del rischio può servire per indicare se disporre ordini restrittivi prima di chiudere definitivamente il caso.

I dieci fattori di rischio

Entrando nel dettaglio, i fattori di rischio possono essere divisi in sezioni separate: violenza da parte del partner o ex partner; adattamento psico-sociale.

Violenza da parte del partner:

  • Gravi violenze fisiche/sessuali: questo stato comprende quelle violenze che mettono in serio pericolo la vita della vittima, quelle violenze che causano gravi lesioni e che richiedono cure mediche. Si parla quindi di violenze effettivamente già messe in atto dal maltrattante, includendo anche le minacce dell’uso delle armi.
  • Gravi minacce di violenza, ideazione o intenzione di agire violenza: si tratta di pensieri omicidi o di impulsi di violenza verso la vittima. Le minacce devono essere effettuate in una modalità tale da creare paura, terrore alla vittima che le subisce e devono essere perturbanti nel tempo.
  • Escalation sia della violenza fisica/sessuale vera e propria sia delle minacce/ideazioni o intenzioni di agire tali violenze: questa voce serve a notare se c’è un incremento temporale della violenza o delle intimidazioni. L’escalation può essere riconducibile a un uso strumentale della violenza per intimorire la partner, e più si riesce nell’intento, più sarà difficile bloccarla. È importante prendere in considerazione almeno tre o quattro episodi e stabilirne l’aumento di gravità e di frequenza nel tempo.
  • Violazione delle misure cautelari o interdittive: in questo fattore si fa riferimento esclusivamente alle violazioni delle disposizioni giudiziarie date al presunto carnefice in relazione al comportamento violento.
  • Atteggiamenti negativi nei confronti delle violenze interpersonali e intrafamiliari: il potenziale autore della violenza manifesta atteggiamenti che incoraggiano, o giustificano, o minimizzano il comportamento abusivo, di controllo e violento.

Adattamento Psico-sociale:

  • Precedenti penali: serve a far emergere eventuali condanne o imputazioni del maltrattante sia per reati simili avvenuti in passato sia per altri reati non legati alla violenza domestica sempre già avvenuti.
  • Problemi relazionali: qui viene valutata la qualità delle relazioni che l’abusante è riuscito a costruire intorno a sé nell’arco della sua vita. 
  • Status occupazionale e problemi finanziari: con questo parametro si verifica la condizione di occupazione/disoccupazione o la capacità/incapacità di mantenere un lavoro. Ad esempio un improvviso inaspettato cambiamento dello status di lavoro può determinare un aumento del rischio di violenza.
  • Abuso di sostanze: il far uso di sostanze può essere un fattore che segnala la presenza, indirettamente, di un disturbo di personalità, e può anche indurre uno stato di alterazione della coscienza dell’individuo che potrebbe portare alla messa in atto di comportamenti violenti.
  • Disturbi mentali: possono essere inclusi in questo parametro sia disturbi di personalità che problematiche psichiatriche. La violenza domestica non può sempre essere spiegata soltanto con la presenza di disturbi mentali, ma è possibile un’associazione e in questo caso c’è un aumento dell’indice di rischio, dettata dall’imprevedibilità del soggetto.

Un altro strumento, che parte dai dieci criteri proposti dal S.A.R.A.-S, messo a punto da ricercatrici di Differenza Donna, associazione di donne che combatte la violenza domestica di Roma, è il questionario ISA. Si tratta di un progetto europeo che l’Associazione ha realizzato, tra il 2008 e il 2010, come capofila con altri tre partner: Scozia, Portogallo, Paesi Bassi.

Messaggio pubblicitario ISA (Increasing Self Awareness) è un modulo da compilare sulla base della propria situazione per cogliere qual è il livello di pericolo che si sta correndo. Si ottiene un punteggio in base a quello che succede nella relazione violenta e di conseguenza è indicato cosa è opportuno fare. E’ rivolto a tutte quelle donne che ancora non hanno chiamato un centroantiviolenza, non hanno denunciato, forse non ne hanno mai parlato con alcuno. È un questionario autosomministrato presente on-line nel sito del CAV Differenza Donna, e viene usato come punto di partenza per far capire alla donna vittima di violenza quale sia la sua situazione di pericolo quanto sia essa stessa grave.

Per aiutare una donna vittima di violenza domestica è importante intervenire con tutti gli strumenti che si hanno a disposizione: dai colloqui di consapevolezza, al lavoro in rete, alla somministrazione di strumenti quali il S.A.R.A.-S.

Deve essere chiaro a tutti gli attori di questo percorso di riconoscimento e in seguito di uscita dalla violenza che si sta parlando di un fenomeno ben radicato nella cultura della nostra società, dove c’è bisogno di un cambiamento di mentalità profondo ed indispensabile, di una riscoperta di valori essenziali di rispetto reciproco, che si declina su diversi livelli, livelli di cui l’uno contiene l’altro e in continua interazione tra loro, dove la dimensione sociale, la dimensione relazionale e la dimensione individuale abbiano alla base un concetto di parità tra i generi.

 

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