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Il valore dell’Ascolto Riflessivo con i gravi Disturbi di Personalità

Barbara Brignoni – Open school Studi Cognitivi Milano

La gravità di alcuni pazienti, ha costretto numerosi operatori a chiedersi quali potessero essere le tecniche più efficaci per instaurare una relazione di alleanza e di fiducia che potesse portare benefici alla persona e costituire una buona base per un lavoro terapeutico.

 

I percorsi di psicoterapia offerti dai servizi pubblici di Salute Mentale, presentano alcune differenze sostanziali rispetto a quelli che si prospettano nel privato, per svariati motivi: sicuramente per la disponibilità di risorse e per i programmi standardizzati regionali, non è prevedibile una presa in carico strutturata a lungo termine pensata per tutti i pazienti che afferiscono al servizio, i numeri sicuramente non aiutano e non lo consentono; inoltre analizzando le tipologie di utenti, nel bacino del pubblico accedono anche persone con background sociale compromesso, con problematiche strutturate in diverse aree e con prognosi negative.

La gravità di questi pazienti, ha costretto numerosi operatori a chiedersi quali potessero essere le tecniche più efficaci per instaurare una relazione di alleanza e di fiducia che potesse portare benefici alla persona e costituire una buona base per un lavoro terapeutico.

La riflessione si è spostata dunque sulle tecniche preliminari della relazione d’aiuto, quelle incentrate sulla motivazione e sulla creazione di un’alleanza terapeutica, che trovano una dimensione strutturata nell’approccio del Counselling Motivazionale sistematizzato da Miller e Rollnick.

Le problematiche che rendono difficoltoso un percorso di psicoterapia strutturata, nel caso di gravi disturbi di personalità, sono:

  • L’egosintonicità del paziente, che non problematizza alcuni suoi comportamenti e atteggiamenti, tentando paradossalmente di mantenere il proprio equilibrio disfunzionale;
  • La ridotta consapevolezza dell’opportunità di cambiamento;
  • La scarsa motivazione.

La presenza radicata di paure (del rifiuto, di affrontare la verità, del giudizio, delle emozioni, di perdere il controllo, di essere pazzo o malato…), i sentimenti sperimentati come intollerabili, come la colpa o la vergogna, le convinzioni pervasive che impediscono l’espressione personale, ed i pregiudizi interni, sono tutti fattori che rendono ulteriormente difficile la costruzione di un’alleanza terapeutica basata su un rapporto di fiducia reciproca.

Dal paziente con un grave disturbo di personalità, l’Altro è talvolta investito di significati personali appresi nel corso delle proprie esperienze relazionali, spesso fallimentari; l’operatore può essere vissuto come un avversario per cui il paziente lo contrasta, lo interrompe o si estranea dalla relazione, generando a sua volta una reazione nell’Altro. All’interno della relazione terapeutica si attivano cicli interpersonali a cui porre grande attenzione.

Proprio per tutte queste difficoltà, è necessario adottare un approccio relazionale strutturato, strategico e tecnico, che attraverso specifiche abilità tenda:

  • A mantenere la relazione, il contatto con il paziente;
  • A gestire i comportamenti e gli atteggiamenti di resistenza al cambiamento;
  • A verificare e monitorare lo stato della motivazione del paziente;
  • A promuovere la responsabilizzazione e l’orientamento ai vari strumenti di cura, cessando eventuali comportamenti problematici.

In particolare il Counseling Motivazionale si propone come un approccio centrato sul cliente, orientato, per affrontare e risolvere un conflitto di ambivalenza in vista di un cambiamento del comportamento (Miller & Rollnick, 2014).

Questo approccio è fondato su tre principi: collaborazione, autonomia e maieutica; in questa cornice di riferimento, le tecniche sono orientate ad esplorare piuttosto che esortare, a sostenere piuttosto che persuadere, con una costante attenzione alle aspirazioni della persona, che è libera di accettare o rifiutare le indicazioni che le vengono suggerite.

Nell’approccio del Counseling Motivazionale, il colloquio si modula tra il trattenersi dal desiderio di ‘correggere’ il paziente, incoraggiare e promuovere il suo empowerment, comprendendone la sua visione del mondo e le sue motivazioni, ascoltandolo in modo attivo e non giudicante.

A livello terapeutico ci sono dei fattori comuni e trasversali a diversi modelli di trattamento (Dialectical Behavior Therapy, Mentalization Based Therapy, Transference-Focused Psychotherapy ) che incidono nella buona riuscita di un percorso con un paziente con grave disturbo di personalità:

  • Una buona alleanza di lavoro;
  • Un atteggiamento supportivo e orientato al cambiamento;
  • Un’alta strutturazione degli interventi;
  • La presenza di un’equipe multidisciplinare specificatamente formata;
  • Regolari supervisioni d’equipe.

Nello specifico, i diversi modelli di trattamento del Disturbo Borderline di Personalità , identificano con linguaggi teorici differenti, tre difficoltà sintomatologiche sostanziali:

  • Abnorme risposta emotiva alla separazione reale o immaginata, temuta;
  • Non integrata rappresentazione di sé e degli altri;
  • Difficoltà nel gestire le reazioni emotive .

Le più recenti evoluzioni degli studi sulla clinica dei Disturbi di Personalità e del Disturbo Borderline in particolare, si rifanno alla Teoria dell’Attaccamento proposta originariamente da Bowlby negli anni ’70 per spiegare a livello eziopatogenetico, le manifestazioni di queste condizioni patologiche.

La Teoria dell’Attaccamento postula l’esistenza nell’Uomo, di una tendenza innata a ricercare per tutto l’arco di vita la vicinanza protettiva di una figura ben conosciuta ogni volta che si costituiscano situazioni di pericolo, dolore, fatica, solitudine, offrendo all’individuo un vantaggio in termini di sopravvivenza e adattamento.

Il corretto sviluppo di un sistema di attaccamento tra madre e bambino, teso a garantire a quest’ultimo protezione e vicinanza, gli permetterà di strutturare un’idea coerente di Sé e degli altri influenzando anche le sue future relazioni. L’esperienza di relazioni primarie stabili e sicure, diviene il prerequisito indispensabile per lo sviluppo armonico di tutte le altre competenze personali e sociali. La figura di attaccamento, generalmente il caregiver, dovrebbe costituire per il bambino, una base sicura che gli permetta di sviluppare fiducia in se stesso, consentendogli di muoversi nell’ambiente circostante con sufficiente e progressiva autonomia.

Dagli studi sui vari esiti dei legami di attaccamento, ne sono emerse quattro tipologie: sicuro, insicuro evitante, insicuro ambivalente, disorganizzato. In pazienti con gravi disturbi di personalità, negli anni si è sempre più frequentemente riscontrato un attaccamento fortemente problematico di tipo disorganizzato: in questi casi, la figura di attaccamento è rappresentata come incoerente ed ostile, a causa di traumi irrisolti e maltrattamenti subiti, causando nel paziente una mancata integrazione del proprio senso identitario. Il paradosso è legato al fatto che la figura di attaccamento è nello stesso tempo fonte di minaccia e soluzione di questo stato emotivo, con conseguente disorganizzazione del comportamento.

Nella letteratura scientifica clinica, tutti i riferimenti raccomandano l’importanza dell’accoglienza, dell’atteggiamento supportivo e della motivazione nella pratica di trattamento. Anche nella clinica dei gravi disturbi di personalità, i vari modelli di psicoterapia sottolineano l’importanza dell’accettazione e dell’empatia ed il monitoraggio dei cicli interpersonali.

Nella pratica clinica rivestono particolare importanza alcuni elementi di base trasversali ai vari modelli di cura:

  • La centratura sul paziente: l’accettazione e la comprensione del suo mondo e del suo modo di sentire e pensare, che facilitano la collaborazione ad un progetto di cura condiviso;
  • La relazione come base sicura: sentirsi compresi e riconosciuti contribuisce alla costruzione del “posto sicuro” dove poter esprimere e condividere esperienze e sentimenti anche pesanti e dolorosi senza timore;
  • L’essere con: l’empatia e la centratura garantiscono al paziente che non sarà solo, perché l’operatore comprende cosa dice, come si può muovere, accetta i suoi limiti e lo accompagna e non lo prende strattonandolo né lo lascia solo, deluso.

La tecnica dell’Ascolto Riflessivo riassume in sé tutte le caratteristiche della relazione empatica e di accoglienza, con il vantaggio di essere riproducibile, codificata e strutturata; è la comunicazione di una ragionevole supposizione sul significato delle parole del paziente, restituita dall’operatore sotto forma di una affermazione. Consiste nel proporre un’ipotesi su ciò che il paziente vuole dire ed è un buon modo per verificarla.

Questa tecnica rimanda al paziente l’attenzione dell’operatore, che fornisce così un feedback controllato; comunica accettazione e comprensione. L’Ascolto Riflessivo può essere un potente strumento a valenza psicoterapeutica, consente infatti di sperimentare un funzionamento relazionale di attaccamento riparativo, permettendo al paziente di ricostruire in modo coerente la propria storia, anche imparando strategie di modulazione emotiva.

L’Ascolto Riflessivo si propone dunque come strumento relazionale comunicativo di validazione dell’intenzionalità del paziente, favorendo la funzione riflessiva, di mentalizzazione e di ricostruzione.

Il potere del placebo: gli esiti sull’assunzione di psicofarmaci in persone depresse

Daniela Sonzogni 

Una ricerca dimostra che se una persona depressa risponde bene ad un farmaco placebo, questa riuscirà ad avere un aiuto dai farmaci reali.

Coloro che sono naturalmente equipaggiati con una predisposizione a rispondere positivamente al placebo nel trattamento della depressione, a quanto sembra, hanno un vantaggio nel superare i sintomi con l’aiuto di un farmaco.

I risultati ottenuti presso la University of Michigan Medical School aiutano a spiegare la variazione di risposta al trattamento e la recidiva che tormenta i pazienti con depressione e le loro squadre di assistenza. La scoperta apre la porta anche a nuove ricerche su come amplificare la risposta naturale del cervello in modo nuovo, per migliorare il trattamento della depressione. I risultati potrebbero aiutare anche coloro che sviluppano e sperimentano nuovi farmaci che, attraverso l’ effetto placebo, saranno in grado di misurare l’effetto di un farmaco.

Lo studio è stato svolto da una squadra di ricercatori che ha studiato l’effetto placebo per più di un decennio, utilizzando sofisticate tecniche di scansione cerebrale in persone sane.

Volevano dimostrare che il sistema naturale del cervello antidolorifico chiamato sistema mu-oppioidi, ha risposto al dolore quando i pazienti hanno utilizzato un placebo. Hanno studiato anche la variazione genetica che rende alcune persone più propense a rispondere a finti antidolorifici.

Per la nuova ricerca, hanno studiato la chimica del cervello di 35 persone con depressione maggiore,che hanno accettato di provare quello che pensavano fosse un nuovo farmaco per la depressione, prima di ricevere i farmaci già approvati per curare la malattia.

Il team ha scoperto che i partecipanti che hanno segnalato un miglioramento dei sintomi di depressione dopo aver utilizzato il placebo, ha avuto anche una risposta da parte del sistema mu-oppioidi, nelle regioni del cervello coinvolte nelle emozioni e nella depressione. Questi individui avevano anche la probabilità di sperimentare meno sintomi una volta assunto un farmaco vero e proprio.

Questa è la prima evidenza oggettiva che il sistema degli oppioidi del cervello è coinvolto nella risposta sia agli antidepressivi sia al placebo e che la variazione in questa risposta è associata a variazioni di sollievo dei sintomi. Si può immaginare che aumentando gli effetti placebo, si potrebbe essere in grado di sviluppare in maniera semplice e veloce antidepressivi migliori.

Nello studio è stato osservato che l’effetto placebo derivava non solo dal fatto che i partecipanti credevano di ricevere un vero farmaco, ma anche dall’impatto prodotto dall’ambiente di trattamento in cui veniva effettuato l’esperimento.
I risultati suggeriscono che alcune persone sono più sensibili al trattamento della depressione, e la terapia può quindi risultare migliore se le psicoterapie o terapie cognitive sono integrate agli antidepressivi. Studi che testano gli antidepressivi contro metodi placebo suggeriscono che il 40% di risposta ai farmaci è dovuta all’effetto placebo.

Se nel 40% dei casi, i soggetti guariscono da una malattia cronica senza un farmaco e se metà della risposta ad un farmaco è dovuta all’effetto placebo, occorre scoprire cosa rende questi soggetti diversi da quelli che non presentano lo stesso miglioramento. Questo potrebbe includere effetti genetici che sono ancora da scoprire.

Le nuove scoperte sono state effettuate utilizzando la tomografia ad emissione di positroni, o PET, una scansione di una sostanza che si attacca ai recettori delle cellule cerebrali che si legano alle molecole mu-oppioidi. I soggetti hanno partecipato con la consapevolezza che non avrebbero saputo tutti i dettagli dello studio né gli obiettivi da raggiungere fino alla sua fine.

I partecipanti sono stati sottoposti a due settimane di trattamento con la pillola placebo, ma durante una delle due settimane, ai soggetti è stato comunicato di star assumendo una sostanza che si riteneva attivasse dei meccanismi interni che avessero proprietà antidepressive. Alla fine della settimana i soggetti sono stati chiamati per una scansione cerebrale. Gli sperimentatori, inoltre, hanno sottoposto i soggetti ad un’iniezione di acqua salata innocua facendo credere loro che avrebbe potuto avere una rapida azione antidepressiva. Dopo le due settimane e dopo la scansione gli individui sono stati sottoposti ad un vero e proprio trattamento con antidepressivi. I soggetti hanno riportato i loro sintomi di depressione attraverso scale di misurazione standard per tutto lo studio.

Oltre ad aiutare la ricerca di migliori farmaci antidepressivi, il nuovo studio potrebbe aiutare a identificare i pazienti che possono trarre vantaggio da strategie non farmacologhe aiutando così le persone che non ricevono sollievo dal trattamento con gli antidepressivi. Queste strategie includono ECT (terapia elettroconvulsiva), la stimolazione cerebrale profonda e la TMS (stimolazione magnetica transcranica).

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Effetto Placebo: un viaggio tra mente e corpo. Intervista a Fabrizio Benedetti

 

BIBLIOGRAFIA:

 

 

Il rapporto tra padre e figlia nel nuovo film di Muccino: un legame mai scontato

Già dal titolo ci si può immaginare quanto il tema sia toccante, profondo, delicato. Il rapporto tra padre e figlia ha da sempre affascinato gli psicologi perché rappresenta un legame mai scontato.

Nel film di Gabriele Muccino, Jack, uno scrittore di successo, sembra avere ogni risorsa e capacità per offrire un attaccamento sicuro alla figlia Katie, una deliziosa e dolce bambina bionda che fin da piccola è chiamata a fare i conti con un destino crudele. La morte della madre è il primo grave trauma di Katie, ma l’elaborazione del lutto è favorita da un padre presente, affettuoso, premuroso, che come unico obiettivo nella vita ha quello di prendersi cura della figlia. Gli scambi di gioco, verbali e di silente affetto, tra i due sono commoventi, e ricordano che l’amore di un genitore può tutto, anche far superare la perdita e l’assenza dell’altro.

La tenera bambina diventa una donna molto bella, si laurea in psicologia, con un desiderio e una capacità incredibili di aiutare gli altri, ma con un vuoto interiore che lei stessa non riesce a definire alla sua terapeuta. L’angoscia che prova ogni volta che sente questo vuoto la porta ad agire comportamenti autodistruttivi, come avere rapporti sessuali occasionali con persone sconosciute o arrivare a bere così tanto da ubriacarsi spesso. E allora inizi a pensare a com’è possibile che con un padre come il suo abbia sviluppato un vuoto tanto incolmabile, cominci a chiederti perché non riesca ad avvicinarsi e ad entrare in intimità con le persone, nonostante nella sua infanzia abbia goduto di un amore paterno così profondo, sano e sicuro.

Poi, come spesso accade nella vita delle persone, avviene qualcosa che può curare la paura, che aiuta a capirla e a prendere le distanze dai comportamenti disfunzionali che si mettono in atto per difendersene. Tante volte questo qualcosa è una psicoterapia, altre volte sono eventi di vita, altre ancora incontri con persone disposte a comprenderti, a starti accanto per aiutarti a cambiare, a farti modificare i tuoi timori sostituendoli con delle sicurezze. Capita anche che tutte queste cose accadano insieme, e il circolo, allora, da vizioso si trasforma in virtuoso.

È quanto succede a Katie: una grande soddisfazione nell’ ambito professionale che la mette a stretto contatto coi suoi temi dolorosi, la psicoterapia, l’incontro con un uomo disposto ad amarla e a starle accanto senza giudicarla, mentre lei si sforza di essere diversa. Certo, il percorso non è così lineare, Katie continua ad aver paura non sa di cosa e continua a farsi del male per stare lontana dai suoi temi dolorosi. Katie non può e non vuole sentirsi di nuovo amata e poi abbandonata, piuttosto che correre questo rischio preferisce la solitudine e la lontananza dalle persone. La frase del compagno “Non tutte le persone che ti amano prima o poi ti abbandonano” colpisce e risuona nella giovane donna. La morte della madre non è l’unico abbandono nella vita di Katie, la sua cognizione negativa di essere in pericolo quando è amata, è supportata da altre esperienze che le hanno confermato come le persone che ti amano possano sparire, lasciarti, abbandonarti.

Il film ha un lieto fine nel quale sinceramente speravo, ma nel quale non credevo.
Infine, una riflessione che il film a mio avviso suggerisce con grande efficacia: Katie si sarebbe concessa la possibilità di stare meglio se, invece di avere un padre come Jack, avesse avuto un padre assente, che la trascurava o, ancora peggio, che non la “vedeva”?

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La cultura classica scompare dai programmi scolastici? Niente panico, non è una tragedia

Articolo di Giovanni Maria Ruggiero, pubblicato su Linkiesta il 11/10/2015

 

Si riaccende il dibattito sulla morte della cultura classica, e lo riaccende la riforma della scuola in Spagna, che prevede una forte riduzione delle ore d’insegnamento della filosofia. Altrove si apprende che in vari Paesi europei calano sempre più le ore dedicate all’insegnamento delle lingue classiche. Non si insegnano più greco e latino, soprattutto nei Paesi dell’Europa del nord, e non da pochi anni. La sparizione iniziò negli anni ’60 e può ritenersi compiuta negli anni ’80. Al loro posto, corsi più generici di “civiltà classica” o “civiltà antica” in cui si legge qualche classico in traduzione.

È un fenomeno di cui spesso in Italia non ci rendiamo conto, abituati al congruo numero di ore che ancora dedichiamo alla cultura classica nei licei. Quando incontriamo conoscenti o colleghi europei non è così facile rendersi conto di questo gap. I discorsi si mantengono opportunamente su un piano leggero, se è il caso si parla di lavoro e non certo di Omero. La citazione classica –che a qualche italiano reduce dal liceo scappa- suona goffa. Peggio: suona incomprensibile. La citazione classica è goffa proprio perché quella cultura, quel mondo, è uscito fuori dall’immaginario comune. Nella conversazione può cadere qualche riferimento alle riduzioni cinematografiche di Omero e, andando sul moderno, Shakespeare. Se faranno il film o videogiochi sull’Inferno –mi pare di averne sentito parlare- si potrà citare per qualche mese Dante. Al tempo del Gladiatore si poté parlare per un po’ di impero romano, ma non per questo diventarono più comuni le citazioni dai versi dell’Eneide, fosse anche il “consunto sunt lacrimae rerum”, che probabilmente a un collega europeo farebbe l’effetto di un’incomprensibile espressione gergale forse legata alla nostra cultura locale, curiosa ma rispettabile. Insomma, latino e greco sono avviate a diventare l’affascinante curiosità etnica dell’Europa meridionale e soprattutto dell’Italia, ma non sono più il vocabolario di base di una cultura vivente. Nell’immaginario comune occidentale ci sono il cinema e la musica pop/rock.

Questo avviene non solo per greco e latino, ma anche per quelli che erano i classici dell’età moderna. Balzac, Dickens e Tolstoj sono ormai anch’essi droppati dalla cultura comune, a meno che non ci sia la solita riduzione cinematografica a ridare loro un po’ di vita per qualche mese. E non basta. Queste riduzioni, facciamoci caso, funzionicchiano solo per alcuni classici: un po’ di Shakespeare (più “in love” che davvero trasposto fedelmente) e non molto altro. Il cinema è un’arte troppo matura per limitarsi a trasporre Guerra e Pace. Risultato? Citare Pierre Bezuchov in una conversazione è irrimediabilmente bislacco ed esibizionistico.

Un tempo c’erano gli sceneggiati TV che mantenevano viva una certa conoscenza. Ricordo la bellissima Odissea o la Freccia Nera. Anche quel tenue legame è svanito. Le serie TV americane e ora anche italiane sono ormai un genere troppo sviluppato e –ammettiamolo- appassionante; non hanno alcun bisogno di rubare una sceneggiatura a un romanziere di due secoli fa. E già, ormai due secoli ci separano dai romanzieri dell’Ottocento. L’Ottocento intero, con i suoi androni e gli uffici postali in legno che ancora popolano i ricordi della nostra infanzia, svanisce. I colorati e informatizzati uffici postali di oggi hanno perso quel colore da sceneggiato TV, quella sensazione ammuffita di poter trovare un personaggio da romanzo dietro lo sportello.

Parliamo di morte della cultura classica, ma forse faremmo meglio a parlare di morte di una delle sue reincarnazioni. La sparizione della cultura classica dai programmi scolastici è in realtà la fine della resurrezione che essa ebbe quando fu promossa, nella seconda metà dell’Ottocento, la scolarizzazione di massa. In tutta Europa fu introdotta la scuola dell’obbligo, e lo studio dei classici antichi e moderni parve –giustamente- il modo migliore per alfabetizzare la nuova piccola borghesia, abituarla allo studio e alla lettura. La lettura dei classici sostituì la cultura popolare diffusa oralmente.

Tuttavia, non dimentichiamo che quelli che oggi sono i classici moderni, Balzac e Dickens, furono all’epoca la prima forma di cultura popolare scritta di massa e per tutto l’Ottocento non entrarono nello studio scolastico. I loro romanzi costituivano il corrispettivo delle serie TV di oggi, e anch’ essi uscivano a puntate. Erano una produzione industriale e di massa; accanto ai Balzac e ai Dickens c’era una pletora di autori dimenticati dal tempo. Chi si ricorda di Eugène Sue? Vendeva più di Balzac. L’alfabetizzazione avvenne anche in quel modo, e non solo a scuola studiando i classici.

Il mito della cultura classica è stato già abbattuto varie volte, insomma. E varie volte è risorto, abbattendo il mito della morte della cultura classica. Risorse nel Rinascimento, risorse al tempo della Rivoluzione Francese e risorse ancora nel tardo Ottocento. In Italia lo studio dei classici greci e latini ricevette un ulteriore impulso dalla riforma Gentile del 1923 che ribadì l’assoluta preminenza delle materie umanistiche.

La riforma spagnola va nella direzione dell’abbattimento, ma non è il caso di innervosirsi troppo. In un’età sempre più tecnica, non è errato che ai ragazzi e alle ragazze si insegnino anche materie finanziare. Non so se questo andrà a scapito dello spirito critico o meno. Non è detto. Vi è anche una critica gratuita, astratta e inconcludente, pedante e malata di letteratura e filosofia, troppo spesso ancora troppo diffusa nelle popolazioni studentesche occidentali, non a caso soprattutto tra quelle che sono state ancora soggette all’insegnamento classico nelle scuole.

È un fenomeno che si osserva anche in psicologia. Il declino di una certa psicoanalisi antiscientifica che ultimamente si era sempre più compromessa con la filosofia ermeneutica e destrutturante francese è l’ultimo frutto -un po’ marcio- della cultura dei licei umanistici fondati nell’Ottocento. Quindi bene che muoia la cultura classica, abbattiamo questo mito. In attesa che risorga ancora consentendoci di abbattere il mito della morte della cultura classica.

La scuola del montaggio sovietico e la comunicazione di massa – Cinema & Psicologia

La scuola di montaggio sovietico” aveva come propria ideologia quella che il mezzo cinema dovesse in qualche modo assolvere il concetto di utilità ed infatti questo nuovo mezzo espressivo fu sfruttato moltissimo come arte di comunicazione di massa. I diversi esperimenti linguistici, abbastanza forzati anche dalla povertà dei mezzi a disposizione, erano quindi essenzialmente incentrati sul montaggio (si riutilizzavano spessissimo pellicole di altri film) e sulle molteplici espressioni comunicative che si potevano mettere in atto attraverso l’uso particolare di questo.

Il nostro sistema sensoriale riceve stimoli attraverso le interazioni che abbiamo con tutto ciò che ci circonda ed elabora informazioni e reazioni legate a queste ultime. Alla base di ogni processo di comunicazione ci sono quindi una serie di atti percettivi.

Nella percezione visiva, ad esempio, le informazioni sono acquisite non solo da ciò che vediamo, il messaggio infatti unisce diverse informazioni tra ciò che vede, l’ambiente materiale che ci circonda e le nostre conoscenze ed esperienze precedenti. Ciò che è percepito è diverso dall’oggetto esterno che rappresenta; ognuno di noi costruisce, quindi, significati diversi di una stessa cosa che sono ulteriormente soggettivi essendo influenzati dal momento in cui avviene lo stimolo, il grado di attenzione, i nostri bisogni e le nostre motivazioni.

Nonostante la soggettività del nostro essere, ci sono delle intuizioni, delle chiavi di lettura che forse, a livello arcaico rendono alcune esperienze, momenti o messaggi, comuni a tutti. Posto l’argomento, interessante è stato rispolverare un po’ la storia del cinema e volgere attenzione alla “scuola del montaggio sovietico”.

La scuola di montaggio sovietico” aveva come propria ideologia quella che il mezzo cinema dovesse in qualche modo assolvere il concetto di utilità ed infatti questo nuovo mezzo espressivo fu sfruttato moltissimo come arte di comunicazione di massa. I diversi esperimenti linguistici, abbastanza forzati anche dalla povertà dei mezzi a disposizione, erano quindi essenzialmente incentrati sul montaggio (si riutilizzavano spessissimo pellicole di altri film) e sulle molteplici espressioni comunicative che si potevano mettere in atto attraverso l’uso particolare di questo.

Tra i diversi a distinguersi in questa scuola, Kuleshov giocò sulla percezione dei significati con questo nuovo mezzo espressivo e su come le associazioni siano indotte per logica. In un suo esperimento dimostrò che la sensazione che un’inquadratura trasmette allo spettatore è influenzata in maniera determinante dalle inquadrature precedenti e successive. Cosa fece nello specifico? Da un vecchio film dell’epoca zarista, scelse un primo piano abbastanza inespressivo dell’attore principale, e montò subito dopo questa prima inquadratura, altre differenti scene alternate, ovvero nel primo montaggio, oltre al primo piano dell’attore, subito a seguire inserì il piano di un tavolo sul quale si trovava una scodella di zuppa, nel secondo caso, il piano di un cadavere disteso, nel terzo una donna nuda. Questi tre differenti montaggi furono proiettati al un pubblico che, interrogato su cosa trasmettesse per loro l’espressione dell’attore, alla prima proiezione risposero fame, alla seconda tristezza, alla terza, desiderio.

Kuleshov sfruttò quindi la capacità che attuiamo nello stabilire legami logici attraverso il montaggio regalando al cinema un nuovissimo canale comunicativo. “La scuola del montaggio sovietico” non si arresterà su questa scia e moltissimi altri linguaggi verranno sperimentati e diverranno alfabeto nella settima arte.

Il nostro cervello elabora gli stimoli visivi in modo attivo e il linguaggio filmico creato da questi pionieri sfrutta tale competenza. Attraverso messaggi subliminali, ripezioni di sequenze, piani associati e il montaggio, avviene una manipolazione di pensieri, sentimenti e convinzioni ideologiche. Il cinema pertanto porta con sé un’ enorme responsabilità, quella di essere ai tempi di allora come oggi una potente arma di comunicazione sociale che riproduce e documenta ma che, sfruttando queste nostre capacità influenza e plasma consciamente o inconsciamente intere popolazioni.

Carving Narcissism at its joint: il Perfezionismo da Autopresentazione

Sara Covili Faggioli, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

 

Mentre i tratti dimensionali del Perfezionismo riflettono un bisogno di essere perfetti, il Perfezionismo da Autopresentazione riflette il bisogno di “sembrare” perfetti davanti agli altri.

La ricerca tra perfezionismo e narcisismo, considerati singolarmente come costrutti, si è sviluppata soprattutto negli ultimi decenni; più limitati sono invece gli studi di ricerca che indagano la loro relazione. Pur originando da ambiti diversi, è indubbio che esistano aree di sovrapposizione fra i due costrutti.
“Perfezionismo” è un termine usato da molti e adoperato sempre più spesso; tuttavia il suo orizzonte di significato non è definito. Non è un termine tecnico dal punto di vista psicologico, ma deriva dal linguaggio della psicologia divulgativa (Ulrike Zollner, “Sindrome da perfezionismo”). Nè in psicologia clinica, né in psichiatria è possibile trovare questo termine per definire un gruppo di individui. In un articolo su Psychology Today, lo psichiatra David Burns definisce perfezionisti [blockquote style=”1″]coloro i cui standard di comportamento risultano irragionevoli e ben al di sopra delle loro possibilità[…] che si affannano incessantemente in modo ossessivo per conseguire degli obiettivi impossibili; individui portati a misurare i propri meriti esclusivamente in termini di produttività e di risultati raggiunti.[/blockquote]

Burns aggiunge che, in certi casi, il desiderio di perfezione può arrivare a compromettere la funzionalità di una persona. Sebbene il comportamento perfezionista sia stato descritto in termini positivi come fattore di adattamento e realizzazione (Hamachek, 1978), il perfezionismo ha assunto infatti una connotazione negativa includendo sensazioni caratterologiche di fallimento, colpa, indecisione, procrastinazione, vergogna e bassa autostima (Hamachek, 1978; Hollender, 1965; Pacht, 1984; Solomon & Rothblum, 1984; Sorotzkin, 1985), così come forme più serie di psicopatologia quali alcolismo, anoressia, depressione e disturbi di personalità (e.g., American Psychiatric Association, 1987; Burns & Beck, 1978; Pacht, 1984). Si ritiene che tali difficoltà di adattamento insorgano da tendenze perfezionistiche nel prefissarsi standard e obiettivi irrealistici e nello sforzarsi per raggiungerli, nell’attenzione selettiva e generalizzata sui propri errori, su un’autovalutazione rigorosa e nella tendenza a porsi in una modalità di pensiero “tutto-nulla” per cui gli esiti possono essere solo o totalmente fallimentari o totalmente vincenti (Burns, 1980; Hamachek, 1978; Hollander, 1965; Pacht, 1984). Si ritiene che queste caratteristiche possano originare, in parte, da ospedalizzazioni cognitive circa gli schemi del Sè-ideale (Hewitt & Genest, 1990).

Alla base del distinguo tra Perfezionismo e Perfezionismo da Autopresentazione vi è l’evidenza che soggetti perfezionisti differiscono tra loro in base alla loro necessità di apparire perfetti agli altri oppure di nascondere le proprie imperfezioni in pubblico (Hewitt & Flett, 1991). Questo fa pensare che alcuni perfezionisti siano focalizzati primariamente sull’impressione che di se stessi danno in pubblico, che deve essere assolutamente ineccepibile. Mentre i tratti dimensionali del Perfezionismo riflettono un bisogno di essere perfetti, il Perfezionismo da Autopresentazione riflette il bisogno di sembrare perfetti davanti agli altri.

Avendolo presentato come costrutto multidimensionale, gli autori Hewitt & Flett (1991) hanno proposto differenti facets del costrutto del perfezionismo da autopresentazione. Un fattore di differenziazione delle tre variabili è se il focus sia centrato maggiormente sulla “self-promotion”, volta a cercare di dimostrare la propria supposta perfezione agli altri, piuttosto che minimizzare il “pubblic display e/o disclosure” dei propri errori, debolezze o scarse prestazioni. Hewitt e Flett sostengono nel loro lavoro l’importanza della distinzione fra “promotion” e “concealment” come elemento centrale per la comprensione del perfezionismo da auto-presentazione. Quest’ultimo ha due componenti motivazionali generali che riguardano lo sforzo effettuato per mostrare la propria “perfezione” o lo sforzo effettuato per celare ogni propria possibile “imperfezione”.

La facet “Self- Promotion” implica il mostrare apertamente la propria supposta perfezione, sul piano morale e sociale. Risulta concettualmente simile allo stile descritto da E.E.Jones e Pittman (1982), che implica il tentativo di far impressione sugli altri facendo sfoggio delle proprie abilità e competenze al fine di guadagnare ammirazione e rispetto. Secondo Hewitt e Flett questo stile di “self- presentation” è indotto patologicamente e ostile sul piano interpersonale. La seconda facet, “Nondisplay of Imperfection”, implica uno stile di comportamento evitante e comunque limitativo: il desiderio di trattenersi dal manifestare alcuna imperfezione implica il tentativo di prevenire che gli altri scorgano alcun aspetto del proprio comportamento che non sia “del tutto perfetto”.

Individui con alti livelli dimensionali in questa facet tendono a rifuggire quelle situazioni in cui il proprio comportamento possa divenire oggetto di scrutinio, e le proprie imperfezioni ed errori rivelati. La terza facet, “Nondisclosure of Imperfection“, è anch’ essa rappresentata da uno stile evitante di comportamento e concerne l’evitare di svelare (verbalmente) qualsiasi aspetto di sé percepito come imperfetto. La nozione secondo la quale i perfezionisti difficilmente esprimono verbalmente le proprie preoccupazioni e ammettono i propri errori è in linea con la loro paura di essere respinti nelle loro relazioni interpersonali, fattore che alla base del loro stile comportamentale perfezionistico (Weisinger &Lobsenz, 1981), e con la loro titubanza nell’esprimersi nei contesti sociali (Flett, Hewitt, Endler, & De Rosa,1996). La tendenza ad evitare di esporre aspetti negativi del sè potrebbe essere in linea con l’indagine di ricerca secondo cui soggetti perfezionisti preoccupati dal giudizio sociale tendono ad essere ansiosi (Flett, Hewitt, Endler, & Tassone, 1994), oltre a descrivere se stessi come riluttanti nell’esporre i propri errori specialmente in circostanze critiche (Frost et al., 1995).

Il concetto di Narcisismo viene utilizzato sia per riferirsi ai normali sentimenti ed atteggiamenti che le persone hanno verso se stesse, come ad esempio la ricerca della propria salute e l’autostima positiva, la consapevolezza delle proprie possibilità dei propri limiti, la presenza di un’immagine positiva di sé e tutto ciò che è fondamentale per la sopravvivenza e l’adattamento, sia per indicare caratteristiche patologiche della personalità che possono svilupparsi nel momento in cui le caratteristiche proprie del “narcisismo normale” non si sviluppano in maniera armoniosa realistica ma distorta (Stone, 2001). Le componenti nucleari identificate per l’inclusione all’interno della diagnosi di disturbo narcisistico di personalità, secondo il DSM IV attualmente sono: senso grandioso di importanza, fantasie di limitato successo, potere, fascino, bellezza, convinzione di essere unici, richieste di eccessiva ammirazione, sensazione che tutto sia dovuto, sfruttamento interpersonale, mancanza di empatia, invidia nei confronti degli altri e comportamenti arroganti e presuntuosi (APA,1994).

La maggior parte della letteratura sul narcisismo ha associato questo costrutto con attitudini e comportamenti arroganti, egocentrici e prepotenti, tutte caratteristiche che si potrebbero inserire all’interno del concetto di grandiosità narcisistica (Pincus, Ansell, Pimentel, Cain, Wright & Levy, 2009). Solo nelle ultime due decadi sono state svolte ricerche empiriche sul disturbo narcisistico di personalità, molte delle quali sono state stimolate dal DSM III e dalle successive edizioni. Queste ricerche hanno rivelato che le descrizioni del DSM mal si adattano ad un utilizzo di tipo clinico e che vi sono notevoli differenze tra le caratteristiche che i clinici rilevano in soggetti affetti dalla sindrome in questione ed i criteri del DSM. Le descrizioni cliniche di persone con patologia narcisistica infatti manifestano un consistente accordo nel rilevare la presenza di un certo numero di caratteristiche chiave: una ridotta capacità di sviluppare legami emotivi con altre persone, di trarre piacere dalle proprie attività e di sperimentare il lutto e la tristezza nonché la presenza di sentimenti interiori di indifferenza e noia (Cooper, 2001).

Se dunque il DSM III e le sue versioni successive hanno enfatizzato la presentazione del disturbo narcisistico di personalità nella sua forma aggressiva, manifesta ed estrovertita (“Narcisismo Overt”), nel corso degli ultimi anni un congruo numero di ricercatori ha sottolineato la presenza di una forma alternativa in cui la patologia narcisistica può manifestarsi con sentimenti o stati del sè cronici che implicano l’esperienza cosciente di mancanza di aiuto, svuotamento, mancanza di autostima e vergogna (Narcisismo Covert). Il Narcisismo Covert è un’etichetta che raggruppa soggetti che appaiono ipersensibili, ansiosi insicuri ma anche caratterizzati da fantasie grandiose nascoste (Kohut,1971). E’ interessante sottolineare come la tendenza alla manipolazione e il sentirsi in diritto sembrino rappresentare un nucleo psicopatologico che accomuna sia il sottotipo Overt che quello Covert della patologia narcisistica (Fossati e Borroni, 2008).

Con l’intento di indagare la natura dell’associazione tra Narcisismo e Perfezionismo da Autopresentazione, è stato condotto di recente uno studio su una popolazione non clinica di adolescenti liceali (446 studenti di 7 diversi licei lombardi), valutandone le caratteristiche legate ai tratti di personalità e agli stili di attaccamento. Ad ogni soggetto è stata somministrata singolarmente una batteria testale composta da dati personali (età, sesso, tipologia di scuola frequentata) e quattro test autosomministrati: Perfectionistic Self Presentation Scale (PSPS), Hewitt et al., 2003; Pathological Narcissism Inventory (PNI-52), Pincus, Ansell, Pimentel, Cain, Wright e Levy, 2009); HEXACO Personality Inventory Revised (HEXACI-PI-R, Lee & Ashtone, 2004); 4) Attachment Style Questionnaire (ASQ), Feeney, Noller e Hanrahan, 1994).

Le analisi dei risultati presi in considerazione confermano l’ipotesi iniziale secondo la quale il perfezionismo da autopresentazione e il narcisismo patologico siano due costrutti fortemente correlati pur restando indipendenti e non sovrapponibili. Per indagare più approfonditamente la natura di questa correlazione si è proceduto quindi ad effettuare delle analisi di regressione tra i due costrutti prendendo in considerazione lo stile di attaccamento misurato con ASQ ed i tratti di personalità misurati con HEXACO. Considerando questi ultimi è emerso chiaramente come Narcisismo Patologico e Perfezionismo da Autopresentazione presentino un profilo personologico piuttosto similare, caratterizzato da: bassa Onestà/Umiltà, bassa Gradevolezza, alta Apertura ed alta Emozionalità.

Le analisi di regressione più determinanti nel comprendere la natura dell’associazione tra i due costrutti nonché l’origine della patologia mistica sono state quelle in cui si è esaminata l’influenza dell’Attaccamento. Nonostante infatti le conseguenze dello sviluppo di un tipo di personalità narcisistico siano state documentate ampiamente e in maniera sempre crescente negli ultimi anni, poca attenzione è stata invece rivolta all’esaminare gli aspetti latenti del costrutto, nonché in che modo esso origini. Se ad una prima analisi di regressione la Secondarietà delle Relazioni, basata sul concetto di Bartholomew di attaccamento “dismissing” sembrava costituire il nucleo comune i due costrutti, nelle regressioni finali è emerso invece come la Secondarietà delle Relazioni caratterizzi unicamente il Perfezionismo da Autopresentazione.

Com’era lecito aspettarsi, quest’ultimo è inoltre caratterizzato da Bisogno d’Approvazione, che riflette il concetto di Bartholomew di attaccamento preoccupato/timoroso. La scala Preoccupazione per le Relazioni, elemento cardine del concetto di Hazan & Shaver (1987) di attaccamento ansioso/ambivalente, appare invece l’elemento nucleare del Narcisismo Patologico. In questo modo è possibile ricondurre i due costrutti a due categorie di attaccamento differenti: se il Perfezionismo sembra inserirsi più in un quadro di attaccamento Evitante, il Narcisismo Patologico è caratterizzato nuclearmente dall’ansia, e quindi da uno stile di attaccamento Ansioso.

L’Egocentrico Parte Seconda – Tracce del Tradimento Nr. 27

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO – XXVII: L’Egocentrico Parte Seconda

 

Il guaio degli egocentrici è l’incapacità di uscire da se stessi: il loro egocentrismo olimpico li rende odiosi perché vengono scambiati per feroci egoisti. Ma non è così.

Sono solo incapaci di immaginare pensieri ed emozioni proprie e altrui. Questa incapacità di assumere una prospettiva esterna si rivela un danno soprattutto per loro. Anche nell’ambito del tema che stiamo trattando la loro goffaggine finisce per condurli alla perdita di uno dei due partner: prima o poi, infatti, il coniuge o l’amante si stufano e dunque essi non hanno più ciò che avrebbero potuto mantenere se solo avessero usato un po’ di attenzione; il risultato che ottengono non è in linea con i loro scopi.

 

Del resto è fuori dubbio che per perseguire i propri scopi in un ambiente sociale sia assolutamente decisiva la capacità di prevedere il comportamento altrui e per fare ciò è necessario avere una teoria sul funzionamento della mente e una rappresentazione degli scopi che guidano le persone che ci interessano e delle credenze che hanno. Se conosciamo i desideri del nostro partner, le cose a cui tiene, cosa non sopporta e lo irrita, cosa pensa di sé, di noi e del mondo, siamo in grado di agire in modo da farlo felice, se è questo che vogliamo ottenere, o di farlo arrabbiare colpendo duro dove sappiamo che più fa male e sappiamo anche come ottenere le cose che desideriamo da lui. Tanto più è sofisticata la costruzione che abbiamo della mente di un’altra persona e tanto più siamo in grado di prevederne e influenzarne il comportamento. L’egocentrico non riesce in questo compito e va dritto per la sua strada alla ricerca della soddisfazione dei propri bisogni; agisce come se gli altri non esistessero e, proprio per questo, è molto probabile che fallisca e non raggiunga i suoi scopi.

È come deprivato del feed-back relazionale sul proprio comportamento. Non si accorge dei mutamenti del suo modo di fare da quando frequenta l’amante che invece sono segnali evidentissimi per il coniuge; pensa che se una cosa è dentro di lui e non la esterna apertamente sia invisibile agli altri. Così non pensa che il moltiplicarsi delle uscite immotivate, il sorgere di nuovi interessi, la ricerca di spazi propri da cui sia escluso il coniuge, l’umore mutevole, l’irritabilità per i weekend trascorsi in famiglia possano essere letti coerentemente dal coniuge come tante tessere di un unico mosaico, come tanti indizi che finiscono per costituire una prova certa del tradimento.

Per ognuno degli indizi ha una sua spiegazione ingenua che irrita e spesso delude dolorosamente il coniuge che si sente trattato male e talvolta è più ferito dalla mancanza di attenzione per la sua sofferenza che non per il tradimento.

Una signora sposata con un egocentrico assoluto lamentava con rabbia il continuo, sfacciato lasciar tracce del marito proprio come segno di disattenzione nei suoi confronti o di scarsa stima nella sua intelligenza e sosteneva la necessità di attenersi ad un preciso codice etico anche nel tradimento. I primi due articoli di tale codice prevedono di fare sempre di tutto perché nessuno si accorga mai di niente e non confessare mai per liberarsi la coscienza: in effetti lei aveva tradito per anni il marito e lo faceva tuttora in modo impeccabile.

Così come non si accorge dei segnali che manda e delle tracce che lascia, l’egocentrico non si avvede neppure dei segnali che gli manda l’altro. È cieco di fronte all’insofferenza, alla preoccupazione, al dolore e all’irritazione del coniuge, non se ne accorge e dunque non ne tiene conto e prosegue per la propria strada, senza poter recuperare. Il canale della comunicazione con l’altro è ostruito sia in un senso che nell’altro. Per questo queste persone vengono lasciate in malo modo e ciò li colpisce molto soprattutto perché ai loro occhi l’evento giunge del tutto inaspettato. Si meravigliano enormemente perché non c’erano segnali di malcontento da parte dell’altro, non c’erano avvisaglie di crisi: come è potuto succedere all’improvviso tutto questo?

A queste affermazioni l’altro si sente ancora più offeso perché si rende conto di essere stato trasparente, avverte che tutti i suoi sforzi per mandare segnali di disagio, per chiedere al partner di badare al suo stato d’animo sono stati inutili, sono andati perduti. L’offesa si trasforma in ostilità aperta se l’egocentrico ad un certo punto lo rimprovera, con tutta l’ingenuità di cui è capace, di non aver detto nulla, di non aver espresso il suo disagio. Essere egocentrici è una caratteristica individuale e dunque lo si è in tutti i rapporti e non soltanto in uno, non lo fanno apposta e pertanto non possono non farlo. Anche con l’amante sono insensibili e lo feriscono senza neppure accorgersene. Per l’egocentrico l’altro è un oggetto da utilizzare per i propri scopi, in modo incosciente e dunque senza colpa, per parlare di colpa occorre parlare di responsabilità e il deficit dell’egocentrico lo rende irresponsabile. Il problema per lui sta nel fatto che l’altro non è affatto un oggetto e non tenendo conto di questo piccolo particolare non riesce ad ottenere ciò che desidera da lui.

Giovanni non riusciva a darsi ragione dell’ostilità della moglie che evidentemente era una cosa seria se aveva iniziato a parlare di separazione. Lui non si dedicava ad altro che al lavoro e alla famiglia, ed anche lo stesso lavoro in fondo era finalizzato al benessere della famiglia. Tutto il tempo libero dal lavoro, dalla palestra e dagli amici del club della sua squadra del cuore lo trascorreva con le figlie che a volte aveva persino portato allo stadio con lui. In estate faceva sempre scegliere a lei dove andare in vacanza e quando lei presentava i conti del mese lui, magari con un po’ di ritardo, metteva sempre la metà che gli spettava anche quando non condivideva del tutto le spese. Della sua storia con Silvia, la moglie non aveva mai avuto prove certe e se all’inizio, ormai dodici anni fa, si era accorta di qualcosa ormai non diceva più niente anche perché la situazione era assolutamente stabilizzata, non c’erano scossoni o sorprese e anche il sesso non sembrava mancarle da quando si dedicava soprattutto al suo ruolo di madre. L’unica cosa che gli sembrava plausibile e che lei avesse conosciuto qualcuno e si fosse messa dei grilli in testa al punto di rovinare un matrimonio solido e perfetto come il loro.

L’egocentrismo patologico non è necessariamente associato al sesso maschile ma certamente essere maschi è un fattore di rischio non indifferente. Le donne, forse per la predisposizione sociale al tenere unita la famiglia e al loro ruolo di madri in cui è indispensabile mettersi nei panni dell’altro per coglierne i bisogni, raramente raggiungono le vette degli uomini. Sulla base di una predisposizione innata, la tendenza a divenire degli egocentrici è facilitata da un infanzia in cui si è circondati da adulti estasiati pronti a soddisfare tutti i bisogni prima ancora che vengano espressi, evitando la seppur minima frustrazione e che mai chiedono al piccolo di tener conto dei bisogni degli altri: tutto ciò mantiene queste persone in uno stato di egocentrismo assoluto in cui gli altri non esistono se non per soddisfare i propri bisogni compito per il quale dovrebbero eternamente gioire. In seguito una formazione tecnico-scientifica perfeziona il quadro che spesso si ritrova allo stato puro in ingegneri figli unici con genitori anziani di classe medio-alta.

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO

Sviluppo della visione infantile: cosa ci dice lo studio dell’attività cerebrale?

Daniela Sonzogni

Un nuovo studio fornisce nuove prospettive sulla maturazione delle aree visive della corteccia nelle prime settimane di vita, che dimostrano come il cervello visivo nei neonati di 7 settimane sia sorprendentemente maturo.

Le funzioni visive, come la percezione della direzione del movimento, iniziano a svilupparsi subito dopo la nascita e continuano maturando nel tempo, aiutando i bambini ad acquisire esperienza del mondo.

Tuttavia la prova diretta di come questo processo di maturazione si svolga nel cervello è stato carente poiché non vi sono stati studi di imaging funzionale su bambini molto piccoli durante la veglia o mentre sono impegnati visivamente. Un nuovo studio fornisce una visione diretta nella maturazione delle aree visive della corteccia nelle prime settimane di vita, che dimostrano come il cervello visivo nei neonati di 7 settimane sia sorprendentemente maturo.

In questo studio è stata utilizzata la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per registrare l’attività cerebrale di bambini di 7 settimane di vita sia quando erano visivamente impegnati sia durante il sonno. Gli autori forniscono così le prime mappe della funzione corticale visiva nei neonati, fornendo informazioni circa la plasticità neurale che risulta essere molto precoce nella vita: inaspettatamente scoprono che le regioni associative della corteccia responsabili dei processi di movimento rispondono allo stesso modo sia a 7 settimane di vita sia negli adulti. Ciò che sembra essere in ritardo a 7 settimane è lo sviluppo di connessioni funzionali tra queste aree associative e la corteccia visiva primaria, principale bersaglio corticale degli input visivi negli adulti.

Testare bambini molto piccoli con uno scanner fMRI mentre sono svegli e osservano uno schermo è una sfida enorme. Per questo motivo, per incoraggiare i bambini a guardare lo stimolo visivo, i ricercatori hanno scelto uno stimolo saliente per l’età e per rassicurarli venivano tenuti tra le braccia dello sperimentatore durante la scansione. I bambini hanno guardato gli stimoli per un tempo abbastanza lungo per rendere l’acquisizione dei dati affidabile. Una scansione verticale che può permettere alla madre di tenere il bambino in grembo faciliterebbe l’acquisizione dei dati, ma questi tipi di scanner non sono ancora disponibili.

In un primo esperimento fMRI, il team ha registrato l’attività cerebrale in dodici bambini di 7 settimane mentre guardavano modelli di puntini che si muovevano sia in maniera casuale sia secondo traiettorie coerenti. I ricercatori hanno dimostrato che, proprio come gli adulti, i bambini hanno mostrato maggiori risposte al movimento coerente rispetto al moto casuale in una vasta rete di regioni cerebrali, comprese le aree associate con la percezioni del corpo-movimento.

I ricercatori sostengono che la simile attività di queste regioni sia nei neonati sia negli adulti suggerisce che i neonati possono avere un senso della posizione del corpo.

In un esperimento fMRI di follow-up, i ricercatori hanno testato 9 degli stessi bambini mentre dormivano. Quando hanno analizzato i pattern di attività nelle regioni sensibili al movimento identificati nel primo esperimento, hanno trovato somiglianze tra bambini e adulti, ma anche alcune differenze: i pattern di correlazione tra alcune regioni erano diverse nei bambini rispetto agli adulti, in particolare la corteccia visiva primaria ha mostrato pattern di connettività immaturi.

Nel loro insieme i risultati mostrano che le principali aree che servono per l’elaborazione del movimento negli adulti sono operativi già dalla settima settimana di vita. Più sorprendente è l’evidenza che i neonati sembrano essere già in grado di percepire la posizione del loro corpo.

I risultati possono avere importanti implicazioni cliniche. La visione è compromessa in molti disturbi dello sviluppo neurologico, come l’autismo e le paralisi cerebrali. Studi come questi forniscono conoscenze necessarie circa la posizione esatta delle diverse aree visive del cervello infantile e la portata della loro maturazione, che possono poi guidare i medici nel tentativo di selezionare strategie di riabilitazione appropriate in opportune finestre temporali.

Terapia Metacognitiva per disturbi d’ansia e depressione: Adrian Wells ospite a Milano – Report dal Workshop

UN EVENTO REALIZZATO IN COLLABORAZIONE CON:

  • Studi Cognitivi Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva e Cognitivo-Comportamentale
  • SITCC – Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva
  • Metacognitve Therapy Institute
  • Sigmund Freud University Milano

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Adrian Wells ha tenuto un seminario sulla terapia metacognitiva (MCT): nella MCT la sofferenza è data non da valutazioni errate sulla realtà, come avviene nella terapia cognitiva, ma da una valutazione errata sul meccanismo di regolazione dell’attività mentale.

Adrian Wells ha tenuto un seminario sulla terapia metacognitiva (MCT – metacognitive therapy) per i disturbi d’ansia e dell’umore a Milano venerdì 9 e sabato 10 ottobre 2015. Il prof. Wells, che insegna all’Università di Manchester, ha esposto i principi della sua terapia.

Nella MCT la sofferenza è data non da valutazioni errate sulla realtà, come avviene nella terapia cognitiva, ma da una valutazione errata sul meccanismo di regolazione dell’attività mentale.

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Terapia Metacognitiva per disturbi d'ansia e depressione Wells ospite a Milano - Report_ IMG 2
Prof. Adrian Wells

L’errore principale consiste nel ritenere che sia conveniente pensare in maniera perseverante ai problemi e che sia impossibile non prestare molta attenzione ai problemi. Entrambe queste strategie sono errate e, invece di aiutarci ad affrontare le difficoltà, ci danneggiano, determinando agitazione e sofferenza emotiva.

 

In termini più tecnici, la teoria metacognitiva dei disturbi psicologici si fonda sul principio che la maggior parte dei disturbi/o psicologici è causata da uno schema di pensiero ripetitivo (repetitive thinking) chiamato Sindrome Cognitivo-Attentiva (Cognitive Attentive Syndrome – CAS) costituito da pensieri vissuti nella forma di preoccupazioni. La CAS è spinta da credenze di fondo riguardo al pensiero che ricadono dentro due categorie di credenze: positive (es. mi devo preoccupare allo scopo di farcela) e credenze negative (es. certi pensieri sono pericolosi). Uno schema che concentra l’attenzione sulle minacce e che porta a effetti paradossali. In particolare, l’eccesso di attenzione ai problemi ci rende meno efficienti nel risolvere i problemi e ci assorbe invece in un circolo vizioso di logorante agitazione. Tutto questo (come viene efficacemente descritto da Wells in un intervista rilasciata a State of Mind – NdR) invece di fermare il pensiero negativo, lo amplia.

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Il seminiario di MCT tenutosi nelle aule della Sigmund Freud University Milano

 

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La terapia metacognitiva si concentra sul rimuovere la CAS in risposta ai pensieri e alle esperienze negative stimolando la consapevolezza di questo processo e promuovendo un controllo selettivo dello stesso.

In questo modo si mettono in discussione le credenze metacognitive. Alla fine del trattamento i pazienti sono più flessibili nelle loro risposte ai pensieri negativi e meno dipendenti dagli schemi mentali consolidati e controllo cognitivo come strategia di gestione delle esperienze emozionali.
Rispetto alla terapia cognitiva tradizionale, il modello di Wells propone un rovesciamento delle gerarchie: al centro della teoria non ci sono i contenuti dei pensieri, anzi c’è l’idea che i pensieri non sono così importanti ma che ciò che conta è la reazione delle persone a quei pensieri.

La MCT si concentra sugli stili di pensiero e regolazione mentale piuttosto che sul contenuto dei pensieri. Non opera dei controlli di realtà sui pensieri o sulle credenze generali riguardo se stessi e il mondo ma su come noi stessi riteniamo di regolare i nostri stessi pensieri.

Il principale intervento terapeutico della MCT è l’addestramento a gestire i pensieri negativi in una attitudine chiamata detached mindfulness (DM). La DM, sebbene condivida in parte il nome, non va confusa con la mindfulness. Con mindfulnes Wells intende la consapevolezza dei pensieri (awareness of thoughts) che identifica la specifica consapevolezza metacognitiva e l’abilità di distinguere un pensiero negativo dalla preoccupazione (worry) conseguente o dalla risposta ruminativa a quel pensiero. Con DM Wells intende il fermare o disconnetere ogni risposta a quel pensiero e in chiave più profonda, esperire il sé come separato dal pensiero e semplice osservatore di esso.

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Il seminario è consistito nell’esposizione dei concetti teorici e in esercitazioni di accertamento MCT e di gestione in DM di pensieri negativi. Infine Wells ha esposto l’applicazione del suo modello a disturbi specifici, in particolare il disturbo d’ansia generalizzata e il disturbo post-traumatico da stress. La partecipazione è stata numerosa e l’interesse elevato. Le reazioni in generale sono state molto positive, con qualche difficoltà nell’accettare una certa tendenza di Wells a ritenere che l’efficienza della MCT renda quasi inutile valutare e gestire l’alleanza terapeutica attraverso interventi di sostegno e accoglimento. In realtà Wells ritiene che questi interventi, pur importanti, facciano parte della cosiddetta good-practice, ovvero delle abilità di base del terapista, un presupposto professionale che non è necessario teorizzare nel suo modello, essendo già stato fatto in altri.

Post-traumatic Growth: non tutto il male viene per nuocere

Post-Traumatic Growth: oltre alle ricadute negative che un trauma può avere, questo può anche facilitare cambiamenti positivi nella persona, conosciuti come post-traumatic growth (PTG), che possono includere lo sviluppo di nuove prospettive personali e di una vera e propria crescita individuale (Kleim & Ehlers, 2009), come riferiti nel 30-90% di casi di situazioni traumatiche (Sawyer & Ayers, 2009).

Il trauma può essere definito come un evento che modifica profondamente gli schemi di una persona, così come le sue credenze, i suoi obiettivi e la sua capacità di fronteggiare le difficoltà emotive; inoltre, questo evento si pone come uno spartiacque tra un prima e un dopo nella vita dell’individuo, che arriva a narrare se stesso e gli altri in un modo diverso (Sheikh, 2008). Un trauma può essere qualcosa che è accaduto direttamente alla persona, come un abuso, una violenza, una rapina, o un qualunque evento che si ponga come minaccia alla propria incolumità; ma anche essere esposti a un evento che minacci gravemente l’incolumità di terzi, soprattutto se significativi, può avere conseguenze ugualmente traumatiche sull’osservatore.

La reazione al trauma varia in modo significativo da persona a persona, e mentre alcuni sviluppano solamente una fisiologica risposta di paura e allarme che spesso si risolve spontaneamente nell’arco di qualche mese (Horowitz, 2004), altri possono sperimentare un disturbo dell’adattamento o un più grave disturbo da stress post-traumatico, caratterizzato dalla mancata integrazione dell’esperienza traumatica con una visione di sé e del mondo più complessiva e globale.

Post-Traumatic Growth: i cambiamenti positivi conseguenti al trauma

Oltre alle ricadute negative che un trauma può avere, questo può anche facilitare cambiamenti positivi nella persona, conosciuti come Post-Traumatic Growth (PTG), che possono includere lo sviluppo di nuove prospettive personali e di una vera e propria crescita individuale (Kleim & Ehlers, 2009), come riferiti nel 30-90% di casi di situazioni traumatiche (Sawyer & Ayers, 2009).

Se la resilienza è una caratteristica che ci permette di essere più pronti a fronteggiare in modo positivo eventi negativi, la Post-Traumatic Growth si configura come qualcosa di ancora differente.

Nello specifico, la Post-Traumatic Growth viene definita come l’esperienza soggettiva fatta di cambiamenti psicologici positivi come esito di un’esperienza traumatica (Zoellner & Maercker, 2006). Mentre alcuni autori includono la Post-Traumatic Growth all’interno delle strategie di coping della persona, altri la descrivono più come un insieme di nuove competenze che si sviluppano a seguito di un evento traumatico.

Inoltre, la Post-Traumatic Growth è stata concettualizzata come costrutto multidimensionale, caratterizzato cioè da diversi aspetti, tra cui un maggiore apprezzamento della vita, la tendenza a creare relazioni più strette, l’identificazione di nuove possibilità, una maggiore forza personale e un cambiamento spirituale positivo (King & Hicks, 2009).

Un esempio di crescita personale include la capacità di trarre maggiore piacere da situazioni precedentemente date per scontate, così come un cambiamento nell’ordine di priorità intorno alle quali si organizza la quotidianità. Inoltre, a seguito della propria riuscita nel fronteggiare un evento traumatico, una persona può percepire se stessa come più competente, ridimensionando la propria definizione di sé in un modo più positivo. Anche se intuitivamente si potrebbe vedere la Post-Traumatic Growth come un fattore di protezione contro lo sviluppo di disturbi psicologici a seguito di un trauma, in realtà i risultati delle ricerche sono finora discordanti. Ciononostante, sono degni di nota due studi longitudinali che hanno rilevato sia minori sintomi depressivi che una minore probabilità di sviluppare un disturbo da stress post-traumatico a seguito di un trauma nelle persone che prima del trauma riportavano maggiori livelli di Post-Traumatic Growth.

 

Le caratteristiche di personalità di chi sviluppa Post-Traumatic Growth

Ma quali fattori incidono sulla capacità individuale di sviluppare Post-Traumatic Growth a seguito di un evento traumatico? Tra le caratteristiche demografiche, sembra che la Post-Traumatic Growth sia più probabile nelle donne e nelle persone giovani; risulterebbe inoltre correlata con una migliore situazione economica e con un’educazione più elevata (Linley & Joseph, 2004).

Tra le caratteristiche di personalità, sembra che la Post-Traumatic Growth sia più frequente tra le persone estroverse, aperte alle nuove esperienze e con un carattere amicale (Sheikh, 2008). Rispetto alle caratteristiche di coping, cioè al modo con cui le persone tipicamente fronteggiano le situazioni e reagiscono alle difficoltà, la Post-Traumatic Growth è risultata più alta in chi tende a rileggere la situazione nelle sue caratteristiche positive (chi reagisce alle difficoltà con il reappraisal) e in chi è più propenso a cercare supporto sociale (Prati & Pietrantoni, 2009).

Infine, la speranza è risultata correlata con una maggiore Post-Traumatic Growth; più nello specifico, uno studio svolto su 1025 soggetti ha mostrato come la presenza di traumi nell’infanzia fosse legata a una minore speranza, e di conseguenza a una minore possibilità di reagire positivamente a un trauma in età adulta (Creamer, et al., 2009). Come dire, la nostra capacità di trarre giovamento da una situazione negativa, e di progredire a partire da questa, dipende da quanto siamo speranzosi, ma questo a sua volta dipende dal tipo di infanzia che abbiamo alle spalle.

Sicuramente la Post-Traumatic Growth è un costrutto che necessita di ulteriori approfondimenti sia per un migliore inquadramento concettuale che per una più chiara collocazione tra tutti i costrutti che vengono tirati in ballo quando si parla di trauma. In un modo del tutto preliminare, però, sembra essere qualcosa di promettente, che consente anche di prestare attenzione a quello che un evento traumatico può costruire, e non solo a quello che tende a distruggere.

Il calo delle adozioni: dalla crisi dell’adozione a un modello di adozione protettivo, resiliente e ad alto valore sociale

 

Negli ultimi anni associazioni, giornali e ricercatori hanno documentato il problema del calo delle adozioni internazionali. Si è di fronte quindi ad un fenomeno sociale importante da riconoscere e soprattutto da valutare.

Dal 2010, anno in cui si è registrato l’ultimo trend positivo nell’adozione internazionale, si è assistito ad una diminuzione del 30% degli ingressi dei minori (Cai 2013, report statistico). A livello internazionale il calo delle adozione raggiunge cifre importanti che superano il 50%. Si è di fronte quindi ad un fenomeno sociale che è importante riconoscere e soprattutto valutare.

Le associazioni e i giornali riportano come motivazione la crisi economica del nostro paese, i costi delle adozioni internazionali, un percorso di valutazione della coppia vissuto in modo eccessivamente intrusivo, l’età dei bambini che si attesta attorno ad una media dei 5,5 anni e l’alta presenza di bambini con special needs.

Sicuramente tutti questi fattori hanno contribuito al calo delle adozioni, ma non sono gli unici responsabili di questo fenomeno: infatti, in gioco non c’è semplicemente la valutazione di situazioni che rendono complessa l’adozione, ma la scelta stessa dell’adozione e, quindi, di un percorso di genitorialità sociale.

Il dato importante da tenere presente riguarda la diminuzione delle dichiarazioni di disponibilità all’adozione nazionale e internazionale da parte degli aspiranti genitori adottivi, anch’essa in picchiata. E’ quest’ultima, infatti, che ci permette di capire che siamo di fronte ad una transizione culturale che investe la scelta di intraprendere un percorso di genitorialità sociale.

L’entusiasmo che ha coinvolto famiglie, operatori e associazioni degli anni 90, i valori legati all’istituto dell’adozione hanno lasciato il posto alle preoccupazioni per un percorso di genitorialità comunemente rappresentato come complesso.

Inoltre negli ultimi anni il dibattito generale ha contribuito alla formazione di una rappresentazione sociale del bambino adottato intrisa di immagini negative. Gli aspiranti genitori adottivi sono bombardati da notizie sulla complessità del comportamento del bambino adottato: i blog, gli articoli scientifici, divulgativi sono pieni di riferimenti ai bambini adottivi descritti come difficili, passivi, anaffettivi, reattivi, incontenibili. A questa si aggiunge il dibattito sulla crisi e i fallimenti adottivi che in assenza di una valutazione puntale dei fattori che concorrono alla formazione di queste situazioni, incrementa una rappresentazione sociale di timore e paura nelle famiglie.

Il risultato finale è il calo delle adozioni, espressione di una società sempre più resistente ad implicarsi in percorsi che hanno anche un risvolto sociale; non è un caso che le motivazioni comuni ampiamente riportate nei giornali riguardano i costi, i problemi, le difficoltà come se la genitorialità, anche biologica, potesse essere una scelta scevra da questi aspetti.

Eppure l’adozione di un figlio è una scelta che ha come principale ricaduta sociale la protezione dell’infanzia e il diritto del bambino a vivere in una famiglia, in assenza della propria. La genitorialità adottiva è una scelta di genitorialità sociale centrata sull’accoglienza di un figlio che ha subito un abbandono che dovrebbe essere incoraggiata e supportata dalla società. Infatti, a fianco alla dimensione privata della scelta adottiva, che riguarda la storia della coppia e le difficoltà legate alla procreazione di un figlio biologico, esistono anche motivazioni di carattere sociale che, se oggi magari sono meno visibili rispetto alle informazioni sulla crisi e il fallimento dell’adozione, rappresentano comunque la finalità principale dell’adozione. Le coppie che arrivano a scegliere l’adozione partono da una dimensione privata per arrivare a conoscere il significato sociale dell’adozione relativo all’accoglienza di un figlio che ha subito il trauma dell’abbandono e per comprendere il significato e l’impegno realistico della genitorialità adottiva.

Lavorare sulla rappresentazione sociale dell’adozione riprendendo i valori della legge 184/1983 permette di ricordarsi delle importanti funzioni protettive di questo istituto che è principalmente orientato al bambino. E’ per questo che è importante divulgare non solo i temi legati alla crisi dell’adozione, ma anche quelli relativi al benessere della famiglia adottiva: si ricorda che i successi adottivi, infatti, sono meno rappresentati nel dibattito nonostante i dati confermino che rappresentano il 90/95% della realtà dell’adozione. Quindi è fondamentale lavorare per diffondere una cultura dell’adozione positiva, riparativa e resiliente fondata su un un percorso psico-sociale in grado di sostenere in modo concreto la genitorialità e la filialità adottiva.

Su questa linea diventano strategici i percorsi di preparazione all’adozione che devono essere concepiti come percorsi di maturazione della scelta adottiva, di preparazione alla genitorialità adottiva e di sviluppo delle competenze genitoriali; il percorso di indagine psicosociale orientato ad accompagnare la coppia nella auto-valutazione delle competenze genitoriali richieste in questo percorso; i percorsi di sostegno post-adozione nella fase dell’abbinamento – adozione per permettere alla coppia di accogliere quel figlio nella consapevolezza della sua storia, dell’impegno genitoriale richiesto in tutte le fasi del ciclo di vita della famiglia adottiva; il sostegno alla filialità adottiva che possa accompagnare il bambino nei momenti cruciali del proprio percorso di crescita e di elaborazione della storia personale. Il sostegno alla filialità adottiva è un aspetto che non è stato approfondito pur avendo implicazioni importantissime sul benessere personale e delle relazioni famigliari; a titolo di esempio si ricorda l’importanza della preparazione all’adozione del bambino e del sostegno nella fase di inserimento del nucleo famigliare.

L’adozione, in questa prospettiva, ritorna ad essere uno strumento psicosociale protettivo per l’infanzia, con un’importante funzione riparativa nei confronti delle esperienze sfavorevoli vissute dal bambino, resiliente rispetto al suo percorso di vita, ad alto valore sociale per il bambino, per i genitori e per la comunità. Affrontare il tema dell’ adozione come esperienza positiva, protettiva, resiliente e ad alto valore sociale non significa evitare di considerare le problematiche che influenzano la crisi dell’adozione, ma circoscriverle sia sul piano statistico, sia sul piano psicosociale per valutare i fattori di rischio, ma soprattutto i fattori protettivi del percorso adottivo ( Palacios J. 2007, Brodzinsky D.M, Palacios J., 2010, Paradiso, 2015).

La plasticità neurale e i cambiamenti prodotti dalla psicoterapia nel cervello

Luana Lazzerini, Valentina Reda, Manuela Cammarata, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

 

La psicoterapia, può produrre modifiche del comportamento attraverso nuove esperienze e nuovi apprendimenti. Tali esperienze vengono registrate nelle reti neuronali che formano il cervello.

Introduzione

Negli ultimi venti anni, l’avvento di nuove modalità di indagine delle neuroscienze (PET, fMRI, ERPs…) ha permesso di studiare sempre più approfonditamente i cambiamenti nel sistema cerebrale umano vivente. La capacità del cervello di essere modificato, sia durante lo sviluppo che da adulto, dall’esperienza e dall’ambiente è chiamata plasticità neurale.

La plasticità neurale permette la formazione della mente umana tramite l’interazione tra i processi neurofisiologici cerebrali e le esperienze vissute. Queste ultime costituiscono il nostro patrimonio più importante in quanto influenzano e guidano il nostro modo di elaborare le diverse informazioni.
Le principali evidenze sulla plasticità neurale derivano da studi relativi ai processi di apprendimento e memoria che mettono in luce come sia possibile, in seguito ad esperienze ambientali e interpersonali, andare a modificare la struttura cerebrale.

Quasi tutti i comportamenti umani sono frutto di un processo di apprendimento. Anche quando compiamo azioni apparentemente automatiche, in realtà stiamo mettendo in atto un processo cognitivo complesso che coinvolge il nostro sistema nervoso centrale il quale, una volta ricevute le informazioni provenienti dall’ambiente, le confronta con quanto già elaborato e le conserva attraverso il processo di memorizzazione. Quando si apprende e si memorizza qualcosa di nuovo, questa nuova esperienza lascia una traccia nel nostro sistema nervoso. È ormai evidente, quindi, che qualsiasi processo mentale intrapsichico o relazionale deriva da meccanismi che avvengono a livello neuronale nel cervello e che, viceversa, qualsiasi esperienza che facciamo, ogni cambiamento dei nostri processi psicologici e cognitivi modifica plasticamente le strutture anatomiche cerebrali corrispondenti.

La reciproca interazione tra cervello ed esperienza si nota anche nei disturbi psicopatologici. Questi, infatti, sono caratterizzati sia da un tipico pattern sintomatologico ricorrente che da tipici pattern di attivazione cerebrale. I pazienti che soffrono di disturbi d’ansia e depressione maggiore, ad esempio, mostrano spesso un’eccessiva attivazione di alcune strutture cerebrali e un ridotto funzionamento di altre.

La riduzione sintomatologica in tali disturbi la si ottiene sia a seguito di trattamenti farmacologici che a seguito di trattamenti psicoterapici.
Come si può facilmente intuire le terapie farmacologiche, messe a punto per ottenere un miglioramento sintomatologico nei disturbi psicopatologici, agiscono a livello biochimico in maniera mirata sul sistema nervoso centrale. Meno intuibile invece risulta il meccanismo tramite il quale la psicoterapia produca un sollievo sintomatologico negli stessi disturbi. Eppure la psicoterapia, in particolare la Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC), è considerata un trattamento di provata efficacia nei Disturbi d’Ansia e nei Disturbi dell’Umore. La TCC mira a modificare i nostri schemi cognitivi (strutture di conoscenza che ci permettono di dare significato alle nostre esperienze, modalità tipiche che determinano il nostro modo di comportarci e di pensare), avvalendosi dell’integrazione di tecniche cognitive e comportamentali.
Le prime hanno lo scopo di modificare le convinzioni disfunzionali relative a se stessi e al mondo esterno; le seconde mirano all’acquisizione di nuove strategie tramite esercizi comportamentali condivisi tra terapeuta e paziente.

La psicoterapia, può produrre, quindi, modifiche del comportamento attraverso nuove esperienze e nuovi apprendimenti. Tali esperienze vengono registrate nelle reti neuronali che formano il cervello.
In questa sede prenderemo in eseme i cambiamenti neurali che si verificano in seguito al trattamento psicoterapico. Per far ciò illustreremo più in dettaglio cosa si intende per plasticità neurale, in che modo si esprime e come viene studiata; parleremo della psicoterapia, in particolare della TCC, illustrandone i principi sui quali si basa e le tecniche che utilizza; ed infine illustreremo i cambiamenti neurali prodotti dalla psicoterapia in accordo con la letteratura scientifica recente.

La Plasticità Neurale

L’interazione reciproca tra cervello e comportamento è fatto noto e ormai radicato, anche perché, per molti risulta essere tanto straordinario quanto misterioso. Quando si dice che il comportamento e l’esperienza modificano il cervello si vuol proprio intendere che essi modificano il cervello fisicamente. Il cervello di un bambino cresciuto in Italia si costruisce con una struttura cerebrale diversa da quella di un bambino cresciuto in Finlandia. Questa è la ragione per cui il primo, da adulto, capirà l’italiano facilmente e il secondo no. In questo caso non si può esattamente dire quali siano le differenze strutturali, ma si sa che una parte del cervello è stata modificata da esperienze diverse. Numerosi sono gli esempi che dimostrano come l’esperienza abbia modificato il numero o la dimensione dei neuroni oppure il numero o la dimensione dei collegamenti tra neuroni. Woollett, K., & Maguire nel 2011, ad esempio, hanno dimostrato che il cervello dei guidatori di taxi londinesi rispetto a quello dei cittadini londinesi non guidatori di taxi è caratterizzato da un maggior volume dell’area posteriore dell’ippocampo, struttura cerebrale cruciale per la memoria e la ricerca visuo-spaziale.

La capacità del cervello di essere modificato, sia durante lo sviluppo che da adulto, dall’esperienza e dall’ambiente è chiamata plasticità neurale.
La dottrina tradizionale, ritenuta valida fino a pochi anni fa, sosteneva che le cellule nervose non fossero in grado di riprodursi dopo la nascita: si trattava di un patrimonio fisso, passibile solo di perdite nel corso della vita.
William James nel 1890 descrisse la plasticità come[blockquote style=”1″] il processo di una struttura abbastanza debole da cedere ad un’ influenza, ma abbastanza forte da non cedere all’improvviso. Il tessuto nervoso sembra dotato in misura straordinaria di questo tipo di plasticità, cosicché possiamo stabilire […] che negli esseri viventi i fenomeni di abitudine sono dovuti alla plasticità dei materiali organici di cui sono composti i loro corpi.[/blockquote]

Nei decenni successivi, inoltre, la ricerca ha permesso di evidenziare che il cervello è dotato di una plasticità ancora maggiore di quella che James sospettasse: per esempio l’esperienza visiva dei gatti in via di sviluppo dirige la formazione di connessioni nel cervello (Cabelli et all, 1995); l’apprendimento di un compito in una lumaca di mare rafforza la connessione tra due neuroni specifici (Bailey e Chen, 1988).

Nel corso degli anni la scoperta della formazione di nuove cellule nervose nel cervello adulto ha letteralmente sovvertito il dogma vigente in passato.
L’affascinante caratteristica della plasticità neurale intriga gli sfaccettati ambiti della psicologia. L’interesse degli psicologi è rivolto al modo in cui l’esperienza modifica fisicamente il cervello e di conseguenza il comportamento futuro.
L’importante massa di informazioni circa i fenomeni di plasticità è stata fornita, negli anni, da numerosi studi condotti sia in assenza che in presenza di una lesione encefalica o periferica.
Tale fenomeno infatti risulta essere di primaria importanza per spiegare, ad esempio, la tendenza dei deficit neurologici conseguenti a lesione cerebrale a carattere non evolutivo a regredire nel tempo, sia spontaneamente che in seguito ad interventi neuro riabilitativi.

Meccanismi alla base della plasticità neurale

Il termine plasticità viene utilizzato in riferimento a fenomeni molto eterogenei.

  • Neurogenesi
    Con il termine neurogenesi ci si riferisce alla formazione di nuove cellule nervose nel cervello adulto (Gage, 2002). Questo fenomeno avviene in particolare in due aree: l’ippocampo e la zona subventricolare.
    La neurogenesi è resa possibile dalle cellule staminali, cellule primitive non specializzate capaci di trasformarsi in qualsiasi altro tipo di cellula. Le cellule staminali dette ‘pluripotenti’, ad esempio, possono dare origine a più popolazioni cellulari specifiche di un tessuto. In questo caso, quindi, cellule staminali del tessuto nervoso possono originare solo cellule nervose.
  • Sprouting
    Con il termine sprouting (germogliazione) ci si riferisce a quel fenomeno caratterizzato dall’aumento dei collaterali assonici (parte terminale delle cellule nervose tramite i quali gli impulsi vengono inviati da un neurone all’altro) con conseguente formazione di nuove sinapsi (connessioni tra le cellule nervose). In presenza di un danno cerebrale, i neuroni sopravvissuti in prossimità della lesione, ad esempio, emettono ‘germogli’ cosicché le fibre nervose crescano e raggiungano nuove terminazioni nervose.
  • Rimappaggio corticale dopo una lesione periferica
    A seguito di una lesione di un nervo di senso o di un amputamento di una parte del corpo si depriva selettivamente la sua rappresentazione corticale. L’area corticale deprivata dalla stimolazione originaria si riorganizza in modo da diventare area di rappresentazione corticale delle aree corporee adiacenti. Il fenomeno dell’arto fantasma è un esempio di rimappaggio corticale a seguito di una lesione periferica.
  • Modificabilità della trasmissione sinaptica
    Attraverso la trasmissione sinaptica l’impulso nervoso viaggia da un neurone all’altro tramite il rilascio di uno specifico neurotrasmettitore. Questo viene rilasciato da un neurone, chiamato presinaptico, ed entra in contatto con un secondo neurone, chiamato postsinaptico.
    La plasticità neurale si può tradurre in due tipi di modifiche che riguardano la trasmissione sinaptica. Può, infatti, variare la quantità di neurotrasmettitore liberato nella sinapsi (cambiamento funzionale), o può modificarsi la struttura dell’elemento presinaptico e/o postsinaptico (cambiamento morfologico)

Metodi di indagine

Dagli anni ’60 in poi, la ricerca negli ambiti delle scienze cognitive si è avvalsa di tecniche di indagine sempre più sofisticate per indagare l’attività cerebrale associata ai processi sensoriali, motori e cognitivi. Queste tecniche comprendono la registrazione dei Potenziali Relati ad Eventi (Event-Related Potentials, ERPs), la Tomografia ad Emissione di Positroni (Positron Emission Tomography, PET) e la Risonanza Magnetica Funzionale (Functional Magnetic Resonance Imaging, fMRI)

  • ERPs
    Gli ERPs rappresentano i cambiamenti nell’attività elettrica cerebrale temporaneamente associati alla presentazione di un evento (es. comparsa di uno stimolo).
    A livello neurofisiologico, si ritiene che gli ERPs riflettano l’attività elettrica delle popolazioni di neuroni delle varie strutture cerebrali.
  • PET
    La PET consente di creare delle immagini tridimensionali rappresentanti la quantità di sangue passata in un dato punto del cervello (flusso cerebrale ematico). Dal momento che un’elevata attività sinaptica si associa ad un aumento della domanda energetica (glucosio e ossigeno), il segnale PET permette di misurare l’attività cerebrale.
  • fMRI
    La fMRi, come la PET, permette di misurare indirettamente l’attività neurale, sfruttando i cambiamenti di flusso ematico associati all’aumento del metabolismo a sua volta legato all’aumento dell’attività sinaptica.

Plasticità neurale e memoria

Molti studiosi sono convinti che, perché vi siano ricordi a lungo termine, siano necessari modificazioni talmente grandi nel sistema nervoso da risultare visibili al microscopio. Cambiamenti strutturali, in seguito all’esercizio, appaiano anche in altre parti del corpo. Ad esempio, in seguito all’esercizio fisico cambiano la massa e/o la forma dei muscoli e delle ossa. Allo stesso modo le sinapsi potrebbero aumentare o diminuire in funzione dell’addestramento. Ma non si possono considerare solo le sinapsi esistenti. L’addestramento può aumentare il numero di terminazioni della via che è stata usata oppure farsì che una via più utilizzata prenda il posto di altre meno utilizzate.
Le prime esperienze di elettrofisiologia dell’apprendimento hanno dimostrato che se, ad esempio, si stimola una radice dorsale del midollo spinale con impulsi elettrici ad alta frequenza e si registra la risposta riflessa dalla radice ventrale ad essa collegata da un’unica sinapsi, ci si accorge che a seguito di questa stimolazione la normale risposta è potenziata e che questo potenziamento permane nel tempo.

Un contributo interessante alla memoria biologica viene da esperimenti sul ‘potenziamento a lungo termine’ che consistono nel dare stimolazioni ripetute a delle strutture cerebrali, le quali potenziano le loro risposte per un lungo periodo di tempo come se avessero conservato “memoria” dello stimolo ricevuto. Le sinapsi, quindi, con ripetute stimolazioni, possono andare incontro a modificazioni strutturali permanenti sia per ipertrofia, creando nuove sinapsi per stimoli ripetuti, sia per atrofia, riducendo il numero delle sinapsi per mancanza di stimoli.
Kandel (2001) ha dimostrato che la dopamina, un neurotrasmettitore implicato nei processi attentivi, è in grado di facilitare la consolidazione di sinapsi specifiche implicate nei processi di memorizzazione, le quali condizionano a loro volta, la persistenza dell’informazione attraverso la plasticità.

L’interesse di Kandel alla plasticità neurale parte, quindi, da studi relativi ai processi di apprendimento e memoria che mettono in luce come sia possibile, in seguito ad esperienze ambientali e interpersonali, andare a modificare la struttura sinaptica dei neuroni.
Interessante notare che quasi tutti i comportamenti umani sono frutto di un processo di apprendimento. Anche quando compiamo azioni apparentemente automatiche, in realtà stiamo mettendo in atto un processo cognitivo complesso che coinvolge il nostro sistema nervoso centrale il quale, una volta ricevute le informazioni provenienti dall’ambiente, le confronta con quanto già elaborato e le conserva attraverso il processo di memorizzazione.
La psicoterapia è anch’essa una forma di apprendimento per cui, alla luce di quanto detto, è ragionevole pensare che possa portare a una modifica dell’espressione genica e alterare cosi le connessioni sinaptiche.

Platicità neurale: Psicoterapia e cambiamento

Le neuroscienze avvicinandosi sempre di più a una maggiore e migliore conoscenza della mente e del cervello avvalorano sempre continuamente l’ipotesi che la psicoterapia sia uno dei modi migliori per esaminare, comprendere e modificare l’esperienza soggettiva dell’individuo.
La psicoterapia, infatti, si propone come strumento di cambiamento, necessario per l’acquisizione di nuove capacità e per il raggiungimento del benessere del paziente che manifesta un disagio. Tale processo di cambiamento si sviluppa all’interno di una relazione che coinvolge reciprocamente paziente e terapeuta, la cui finalità principale è quella di aiutare il soggetto in difficoltà a comprendere i propri meccanismi ed accompagnarlo in questo processo evolutivo in un contesto strutturato. Questo lavoro terapeutico si fonda sulla fiducia reciproca, sull’alleanza e tiene sempre in considerazione l’intersoggettività fra paziente e terapeuta.

L’obiettivo della terapia è quello del raggiungimento di un cambiamento positivo volto ad un divenire che permetta al paziente di acquisire maggiore consapevolezza di sé, del proprio modo di funzionare e delle proprie fragilità.
Questo tipo di cambiamento permette inoltre al soggetto di adattarsi alla propria condizione in termini di accettazione e superamento e quindi una modifica delle proprie strutture psichiche, del proprio modo di concepire la realtà, il mondo, se stessi e gli altri.
L’esperienza psicoterapeutica, attraverso questo scambio continuo tra terapeuta e paziente, rappresenta un’importante opportunità di ri-organizzazione della mente e del cervello che produce dunque una modificazione e la scoperta di nuovi funzionamenti.

Tutte le psicoterapie sono basate su processi di apprendimento e cambiamento, ma qui prenderemo in considerazione la terapia Cognitivo Comportamentale che è quella che maggiormente si è occupata di studiare i disturbi d’ansia e dell’umore e i cui risultati si sono rivelati efficaci al pari delle terapie farmacologiche.

Tale terapia si fonda sul presupposto che esista una stretta correlazione tra pensieri, emozioni e comportamenti e che il nostro malessere derivi da ciò che pensiamo e facciamo nel presente e dal modo in cui interpretiamo le varie situazioni dando significato agli eventi. Alla base di tale approccio vi è l’idea che esiste una relazione tra emozioni, pensieri e comportamenti e sostiene che alla base dei disturbi vi siano delle credenze disfunzionali che si mantengono nel tempo, provocando sofferenza nel soggetto e che sono difficili da modificare poiché si basano su meccanismi di mantenimento.
Secondo tale teoria le persone cercano di dare un senso a ciò che le circonda interpretando e organizzando le varie esperienze. Durante tutto l’arco di vita le varie interpretazioni portano ad alcuni convincimenti e apprendimenti che sono più o meno funzionali alla persona e che possono portare a delle distorsioni cognitive che originano e mantengono il disturbo. Quindi non è l’evento in sé che genera malessere, ma il modo in cui esso viene interpretato e vissuto dal soggetto.

Il nostro pensiero si basa su tre livelli di cognizione:
– convinzioni profonde o schemi cognitivi, che sono delle strutture di base con cui la persona interpreta se stesso e gli altri e attraverso cui organizza il proprio pensiero. È una tendenza stabile ad attribuire un determinato significato ai vari eventi.
– convinzioni intermedie che sono interpretazioni su di sé, sugli altri e sul mondo tali da permettere di organizzare la propria esperienza, di prendere decisioni e orientarsi nelle varie relazioni. Esse sono costituite da regole, opinioni e assunzioni.
– pensieri automatici che sono le cognizioni più lontane dalla consapevolezza e da cui dipendono le emozioni.
Secondo tale modello le convinzioni profonde influenzano le convinzioni intermedie che, a loro volta, influenzeranno i pensieri automatici i quali interferiscono con lo stato emotivo della persona.

A partire da questi schemi cognitivi, l’individuo interpreta la realtà e le attribuisce un significato.
In base a tale teoria dunque non è la situazione a determinare direttamente ciò che sentiamo o come ci comportiamo, ma la nostra emozione dipende dal significato che attribuiamo all’evento o alla situazione. Pertanto una medesima situazione può essere vissuta in due modi diversi da due persone, portando quindi a differenti reazioni emotive e comportamentali.

Come già accennato questi pensieri sono direttamente collegati alle emozioni esperite, che di per sé non sono disfunzionali, ma lo diventano nella misura in cui il soggetto le percepisce come invalidanti. È quindi possibile spiegare le varie reazioni emotive e i comportamenti disfunzionali che ne conseguono con l’interpretazione personale degli eventi che si basa sui propri processi cognitivi.
Andando ad indagare, riconoscere e successivamente modificare i pensieri disfunzionali, è possibile produrre un cambiamento a livello emotivo e comportamentale. Questo obiettivo può essere raggiunto attraverso 1) un metodo cognitivo che permette di andare a modificare i pensieri negativi che causano emozioni vissute come negative e invalidanti, e 2) un metodo comportamentale che ha lo scopo di modificare i comportamenti disadattivi a favore di nuovi comportamenti più funzionali.

Plasticità neurale e psicoterapia: le tecniche

La terapia Cognitivo Comportamentale è considerata un trattamento di provata efficacia nei Disturbi d’Ansia e nei Disturbi dell’Umore e mira a far apprendere nuove modalità comportamentali e cognitive.
Si avvale quindi, come già detto, di diverse tecniche che sono sia cognitive che comportamentali. Le prime sono volte alla ristrutturazione cognitiva vera e propria, attraverso un processo di analisi della correlazione pensiero disfunzionale – emozione. Le seconde sono relative a esercizi comportamentali, volti all’attivazione comportamentale, all’esercizio pratico e all’acquisizione di nuove strategie.

Nello specifico, attraverso un processo di ristrutturazione cognitiva è possibile modificare le convinzioni disfunzionali relative a se stessi e al mondo esterno. Questa tecnica consiste nell’esaminare i pensieri del soggetto in relazione alle proprie emozioni e comportamenti e serve ad aiutarlo a mettere in atto un processo di cambiamento tale per cui andrà a modificare il proprio modo di pensare e le reazioni ad esso collegate.
La tecnica più utilizzata in questo senso è quella dell’ABC, attraverso cui vengono analizzati e messi in relazione gli eventi, la loro interpretazione cognitiva (pensiero) e le reazioni emotive e comportamentali. Attraverso tale strumento è possibile identificare e riconoscere i pensieri che la persona formula sugli eventi che risultano essere disfunzionali e che creano disagio e sofferenza.

La tecnica di ristrutturazione cognitiva prevede che vengano messi in discussione i pensieri disfunzionali aiutando il paziente al riconoscimento del meccanismo che genera e mantiene l’emozione negativa e invalidante che produce sofferenza.
Tra le varie tecniche comportamentali, invece, nel trattamento dei Disturbi d’Ansia si fa spesso uso di tecniche di “esposizione”. Si tratta di esercizi in cui il paziente si sottopone volontariamente alla situazione problematica che genera ansia o paura. L’esposizione può avvenire in diversi modi:
– In immaginazione, in cui la situazione che genera ansia è visualizzata mentalmente;
– In simulata, in cui la situazione temuta viene messa in scena;
– In vivo, in cui la situazione fonte d’ansia viene vissuta pienamente nella condizione reale temuta.

Con l’aiuto del terapeuta è possibile per il paziente fare un’esperienza diversa, rispetto a quella fino ad ora vissuta, che possa aiutarlo a modificare le proprie convinzioni circa la situazione temuta e ridurre quindi l’ansia esperita.
Un’altra tecnica comportamentale utilizzata è quella della desensibilizzazione sistematica, che consiste nell’associare allo stimolo ansiogeno tecniche di rilassamento allo scopo di far estinguere la risposta d’ansia e di sostituirla con una risposta diversa, più funzionale. Insieme al terapeuta, il paziente immagina situazioni che provocano un livello minimo di ansia fino ad arrivare a quelle sempre più ansiogene, imparando a mantenere uno stato di rilassamento che può essere esteso a situazioni via via più generalizzate.

EMDR e plasticità neurale

Una tecnica recente, che affonda le sue radici nella terapia Cognitivo Comportamentale, ma da cui poi si è allontanata per incorporare strategie e conoscenze da anche altri ambiti, è l’EMDR, acronimo di Eye Movement Desensitization and Reprocessing (Desensibilizzazione e Riprocessamento attraverso i Movimenti Oculari). Attraverso tale tecnica si è scoperto come alcuni tipi di stimolazione esterna, in particolare oculare, possono aiutare una persona ad elaborare un evento traumatico. Con questa tecnica il paziente viene invitato a seguire il movimento della mano del terapeuta, mentre contemporaneamente è invitato a pensare all’evento traumatico. Ciò permette di riprendere o accelerare l’elaborazione delle informazioni contenute nel cervello relativamente al trauma subito. Lo scopo dell’approccio EMDR alla psicoterapia è quello di facilitare la guarigione del paziente e il superamento del trauma attraverso il riprocessamento dei ricordi ed è particolarmente utile nel Disturbo Post Traumatico da Stress.

La psicoterapia cognitiva e comportamentale agisce quindi su emozioni, schemi e comportamenti. Spesso i pazienti mettono in atto strategie dannose in presenza di emozioni forti e apparentemente non regolabili, nel tentativo di gestire un’ attivazione emotiva vissuta soggettivamente come terribile e incontrollabile. Gli eventi influenzano le nostre emozioni ma sono poi i nostri pensieri che determinano la loro intensità e la loro durata.
Secondo la psicoterapia cognitivo-comportamentale la sofferenza nasce quando le emozioni dolorose (es. ansia, rabbia, vergogna, depressione, colpa) diventano talmente intense e invadenti nella vita del soggetto tale per cui questo esperisce la sensazione di esserne sopraffatto. Per regolarne l’intensità vengono messi in atto comportamenti disfunzionali che nell’immediato possono dare un sollievo apparente ma che si rivelano controproducenti e dannosi. Grazie ad un percorso psicoterapico il paziente diviene consapevole degli schemi che lo guidano, dei pensieri che sottendono certi comportamenti e man mano che aumenta la consapevolezza aumenta la capacità di controllo delle emozioni negative, che restano, ma in modo molto meno intenso e duraturo, tornando a svolgere la loro funzione adattiva nella vita quotidiana.

Plasticità neurale, cambiamenti cerebrali e psicoterapia

Come abbiamo detto, è fatto ormai evidente che qualsiasi processo mentale intrapsichico o relazionale deriva da meccanismi che avvengono a livello neuronale nel cervello e che, viceversa, qualsiasi esperienza che facciamo, ogni cambiamento dei nostri processi psicologici e cognitivi modifica plasticamente le strutture anatomiche cerebrali corrispondenti. Sono state ampiamente superate posizioni riduzionistiche e dualistiche del passato secondo cui la psicoterapia va bene solo per un problema a base psicologica, ma se il problema deriva da uno squilibrio di sostanze cerebrali, allora solo i farmaci possono essere d’aiuto.
Ciò significa che ciascun cambiamento nei nostri processi psicologici si riflette in uno o più cambiamenti nel funzionamento o nelle strutture del cervello e che la psicoterapia produce modificazioni osservabili sul cervello.

Come è possibile che la “cura parlata” modifichi il cervello?

La psicoterapia genera l’apprendimento di nuovi modi alternativi di pensare e comportarsi. Tutto questo è stato ben spiegato da Eric Kandel, psichiatra statunitense premio Nobel per la medicina e la fisiologia che considera la psicoterapia  un vero e proprio trattamento biologico. L’apprendimento genera nel cervello nuove condizioni, modifica l’encefalo producendo un rafforzamento delle sinapsi, ossia delle interconnessioni dei neuroni.
Le connessioni sinaptiche possono essere modificate in modo stabile dalle nuove esperienze.

Il nostro cervello è suscettibile di modificazioni. Una delle scoperte più importanti relative agli studi sulla plasticità è stata la dimostrazione che le esperienze, il pensiero, la memoria e l’apprendimento sono in grado di andare a modificare la nostra struttura cerebrale. La mente umana si forma grazie all’interazione tra processi neurofisiologici ed esperienze vissute.
La convinzione di base è che la comprensione dei processi biologici dell’apprendimento e della memoria rendano possibile capire il comportamento e la sintomatologia psicologica e psichiatrica. La psicoterapia, può produrre dei cambiamenti attraverso l’apprendimento, alterando la forza delle sinapsi tra i neuroni modificando in modo stabile il cervello, una vera e propria cura biologica che produce modifiche del comportamento attraverso nuove esperienze e nuovi apprendimenti che cambiano in modo evidente le connessioni sinaptiche e causano modifiche strutturali  cerebrali che a loro volta agiscono sull’interconnessione delle cellule nervose.

Plasticità neurale: dai cambiamenti del cervello ai meccanismi della psicoterapia.

La psicoterapia è volta a modificare e migliorare nel paziente la capacità di autoregolazione emotiva, la capacità di problem solving, l’autopercezione, gli schemi disfunzionali che contribuiscono a generare e mantenere il problema, le competenze metacognitive. Tutte queste abilità implicano l’attivazione di diverse aree della corteccia prefrontale, deputata alla regolazione dei pensieri e al controllo cognitivo (Frewen et al. 2008).
Si può ipotizzare, ad esempio, che il meccanismo alla base dell’efficacia della terapia cognitiva per pazienti con depressione maggiore sia un aumento della funzione regolatrice della corteccia prefrontale connessa con il controllo cognitivo delle emozioni (azione di tipo “top-down”).

Analoghe considerazioni possono essere fatte per i confronti fatti su pazienti con disturbo di panico (Beutel et al., 2010) e per pazienti con disturbo bordeline di personalità trattati con DBT (Schnell e Herpertz, 2007).
La pratica psicoterapica può essere vista come un modo di riorganizzare l’assetto delle connessioni: la terapia, grazie ai meccanismi su cui si basa, produrrebbe un potenziamento sinaptico della funzione di controllo inibente della corteccia sull’amigdala (LeDoux 1996).  L’amigdala ha un ruolo fondamentale nel sistema di allarme del cervello per questo è in grado di prevaricare il lobo prefrontale (in cui ha sede la razionalità) per far fronte al pericolo reale o supposto. Informazioni che segnalano la presenza di stimoli pericolosi dall’ambiente raggiungono l’amigdala attraverso percorsi velocissimi e diretti provenienti dal talamo (strada bassa) e poi da percorsi più lenti e coscienti che vanno dal talamo alla corteccia all’amigdala (strada alta). La strada bassa non potendo sfruttare l’elaborazione corticale (cognitiva) fornisce all’amigdala solo una rappresentazione essenziale dello stimolo permettendo di innescare una risposta meramente emotiva e consentendo al cervello di cominciare a rispondere al possibile pericolo.

Un’elaborazione più dettagliata arriva dalla strada alta attraverso cui le informazioni arrivano all’ippocampo e alla corteccia prefrontale. L’ippocampo riveste un ruolo importante nel compiere confronti con le nostre esperienze passate ed è in grado di fornire informazioni contestuali. La corteccia prefrontale rappresenta una sorta di sistema di regolazione delle emozioni automatiche della paura. Qui vengono integrate tutte le informazioni sensoriali, emozionali, culturali e personali in modo più consapevole.

Inoltre, le emozioni rilasciano nel corpo ormoni e altre sostanze a lunga durata, che tornano al cervello e tendono a bloccarlo in quello stato di attivazione: per questo è difficile per la corteccia prefrontale riuscire ad inibire l’amigdala. L’amigdala può, quindi, controllare con grande facilità la corteccia, poichè le basta eccitare una serie di aree cerebrali in modo non specifico per determinare un alto livello di attivazione; la corteccia al contrario non può fare lo stesso con l’amigdala (LeDoux, 1996). Ecco perché le emozioni sono difficili da “controllare” quando entrano in gioco. Ed è proprio su questi aspetti che agisce la psicoterapia.

Le esperienze lasciano segni duraturi su di noi, in quanto sono immagazzinate come memorie all’interno dei circuiti sinaptici e, dal momento che la terapia stessa rappresenta un’esperienza di apprendimento, essa implica anche dei cambiamenti nelle connessioni sinaptiche.
Dunque, circuiti cerebrali ed esperienze psicologiche non sono cose distinte, ma due diverse modalità per descrivere la medesima cosa.
La psicoterapia è di fatto un processo di apprendimento per i suoi pazienti e come tale un modo di cambiare l’assetto delle connessioni cerebrali: è in tal senso, che la psicoterapia usa meccanismi biologici per curare i disturbi psichici. Le difficoltà di regolazione emotiva potrebbero essere anche legate, quindi, a differenze funzionali di processazione emozionale da parte della corteccia sull’amigdala. Di conseguenza, il lavoro terapeutico potrebbe basarsi sulla necessità di aumentare la capacità della corteccia di influire in modo significativo, riuscendo a contestualizzare in modo adeguato l’esperienza affettiva, aumentando la capacità di simbolizzazione e diminuendo stati affettivi troppo intensi connessi a certe esperienze. Si rende così possibile una maggiore libertà da parte del cervello corticale di elaborare cognitivamente ed influenzare le successive esperienze affettive.
Fondare la psicoterapia su basi scientifiche ed esplorare le sue implicazioni sul piano biologico permette di individuare le forme di psicoterapia più efficaci per le diverse categorie di pazienti.
Viene a delinearsi la necessità di un’ apertura nei confronti di una ricerca multidisciplinare integrata, che apra all’elaborazione di modelli sempre più complessi ed efficaci su cui fondare trattamenti evidence-based.

Plasticità neurale: gli studi sugli effetti della psicoterapia a livello cerebrale

Il primo studio in questo senso risale al 1992. Venne comparata, su pazienti con diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo, terapia farmacologica con fluoxetina e terapia comportamentale dimostrando cambiamenti analoghi a livello di strutture cerebrali.
A questo hanno fatto seguito numerosi altri studi condotti utilizzando tecniche di neuroimaging che hanno evidenziato come la psicoterapia produca una modificazione delle funzioni cerebrali in pazienti con ansia sociale, disturbo di panico, fobie specifiche, disturbo post traumatico da stress, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo depressivo maggiore e disturbo borderline di personalità (Karlsson, 2011).

Negli studi in cui si sono confrontati i cambiamenti neurobiologici indotti da un trattamento psicologico e quelli prodotti da una terapia farmacologica è emerso che la psicoterapia e il farmaco sono entrambi efficaci nella cura delle diverse patologie psichiche indagate, ossia sono entrambe in grado di indurre un significativo miglioramento clinico nei soggetti in questione, e che tali modalità di trattamento agiscono entrambe a livello cerebrale, modificando l’attività neuronale delle stesse aree del cervello e, a livello neurobiologico, inducendo un uguale cambiamento di alcuni parametri biologici come di determinati fattori neuroendocrini (Baxter, Schwartz et al. 1992).

In particolare, i disturbi d’ansia e dell’umore sono associati a cambiamenti funzionali del cervello che coinvolgono il “circuito della paura” che include la corteccia prefrontale, l’ippocampo e l’amigdala. I pazienti che soffrono di disturbi d’ansia e depressione maggiore mostrano spesso un’eccessiva attivazione dell’ amigdala e un ridotto funzionamento della corteccia prefrontale.
La psicoterapia favorisce una normalizzazione funzionale di tale circuito determinando un incremento dell’attivazione prefrontale e della sua attività inibitoria sull’amigdala. (Quide et al. 2013).
Ad esempio è stato dimostrato che dopo un trattamento del disturbo di panico tramite CBT c’è una ridotta attivazione per la risposta condizionata alla paura a livello prefrontale correlata con una riduzione di sintomi agorafobici e una maggiore connettività tra le regioni prefrontali e le regioni del circuito della paura a dimostrazione del legame tra i correlati cerebrali cognitivi (corteccia prefrontale) ed emotivi (amigdala) (Kircher et al.2013).

Una riduzione dell’attivazione e una normalizzazione della rete della paura è stata dimostrata anche dopo trattamenti CBT di fobie specifiche (Schienle et al. 2014) e Fobia Sociale (Furmark et al. 2002).
La maggior parte di questi studi ha dimostrato effetti di cambiamento a livello cerebrale analoghi alla terapia farmacologica ma alcuni hanno anche evidenziato come le modifiche non sempre avvenissero a carico delle stesse strutture per la terapia farmacologica e quella psicoterapica. Ad esempio è stato ipotizzato che, mentre il meccanismo alla base dell’efficacia della terapia cognitiva sia un aumento della funzione regolatrice della corteccia prefrontale connessa con il controllo cognitivo delle emozioni, gli antidepressivi agiscano in modo più diretto ed indiscriminato sull’amigdala coinvolta nella generazione di emozioni negative (Karlsson, 2011).

Indagini di neuroimaging sugli effetti della psicoterapia nel trattamento del disturbo post-traumatico da stress (PTSD), tramite l’EMDR hanno riportato evidenze sulle modifiche del flusso ematico cerebrale (PET), del volume e densità neuronale (RM) nonchè del segnale elettrico cerebrale (EEG). I cambiamenti neurobiologici correlati all’EMDR sono stati monitorati durante la terapia stessa e si è evidenziato uno spostamento dell’ attivazione massima dal sistema limbico “emotivo” a regioni corticali “cognitive”. Sono stati riportati cambiamenti neurobiologici che si verificano durante ogni seduta di psicoterapia, rendendo l’EMDR la prima forma di psicoterapia con un effetto neurobiologico comprovato. (Pagani et al. 2013).
La rilevanza di questi studi è indubbiamente legata al valore della ricerca evidence based in terapia. In questo modo è possibile comprendere accuratamente i meccanismi di azione alla base di uno o più modelli terapeutici in modo da poterli confrontare, modificare e migliorare alla luce dei paradigmi e delle teorie psicologiche alla base di ciascun modello.

Conclusioni

La psicoterapia, quindi, non è solo un efficace trattamento psicologico, capace di indurre dei significativi cambiamenti nella sfera intrapsichica e relazionale dei soggetti affetti da un disturbo. La psicoterapia apporta dei significativi cambiamenti nell’attività funzionale del cervello alterando l’espressione dei geni che producono cambiamenti nell’attività funzionale di alcune aree del cervello (Kandel, 1999). Questi cambiamenti cerebrali sono correlati al miglioramento sintomatologico di tali soggetti, per cui solo quando alla fine di un periodo di trattamento psicologico si osserva una significativa riduzione dei sintomi clinici è rinvenibile un cambiamento significativo dell’attività funzionale del cervello (Wykes-Brammer-Mellers et al. 2002). Questi cambiamenti strettamente correlati agli esiti terapeutici sono localizzati nei lobi frontali.

La psicoterapia è un’opportunità di apprendimento relazionale. Attraverso l’instaurarsi di una relazione cooperativa e correttiva può agire nelle sinapsi attraverso la sua azione sui geni e rendersi quindi responsabile di trasformazioni “plastiche” quali basi anatomofunzionali di cambiamenti nella personalità. L’ambiente è fondamentale nell’attivare o rendere silente la trascrizione genica di alcune parti di cromosomi. La terapia della parola crea una condizione di plasticità neuronale e sinaptica quale base organica per la memorizzazione di una esperienza correttiva che accade all’interno del setting terapeutico.

La rilevanza degli studi in questo senso, come anche precedentemente riportato, è indubbiamente legata al valore della ricerca evidence based in terapia. In questo modo è possibile comprendere accuratamente i meccanismi di azione alla base di uno o più modelli terapeutici in modo da poterli confrontare, modificare e migliorare sulla base di riscontri oggettivi che mettano in evidenza il parallelismo tra il cambiamento del funzionamento “psicologico” e “biologico”.

Attualmente la psicoterapia cognitivo-comportamentale è considerata uno dei modelli più efficaci per il trattamento dei disturbi psicopatologici ed è sostenuta da prove di efficacia e validità secondo la Evidence Based Medicine. Il parallelismo sopra descritto all’interno di una cornice cognitiva si delinea nel corso di una terapia che permette di imparare a regolare e gestire un’ attivazione emotiva vissuta come incontrollabile. L’acquisizione di una maggior consapevolezza sul proprio funzionamento e la sostituzione di pensieri automatici e ricorrenti e schemi disfunzionali d’interpretazione della realtà con schemi flessibili e funzionali amplia la capacità di controllo delle emozioni negative e in generale il range di scelta nei comportamenti della nostra vita perché, come ci insegnano le neuroscienze, il cervello cognitivo impara a dominare su quello emotivo.

La memoria autobiografica – Introduzione alla Psicologia Nr. 29

La memoria autobiografica organizza quell’ insieme di conoscenze dichiarative riguardanti i fatti e gli episodi della vita personale in relazione a schemi o percorsi di significato, impliciti o espliciti, consapevoli o inconsci.
INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA (Nr. 29)

 

La scorsa settimana su questa rubrica abbiamo parlato delle differenze tra memoria semantica e memoria episodica (NdR).

 

Introduzione

Cosa giunge alla vostra mente nel momento in cui vi dico di pensare alla parola casa?
Sicuramente, delle immagini o dei ricordi che in qualche modo hanno qualcosa in comune con questa parola e che ricordano eventi di vita vissuta. Secondo Galton (1893) il bagaglio di conoscenza in nostra possesso, che deriva da storia di vita vissuta, è immagazzinata all’interno della la memoria autobiografica.

Memoria autobiografica: che cos’è

La memoria autobiografica, dunque, immagazzina fatti e eventi accaduti alla persona in relazione a schemi o percorsi di significato, impliciti o espliciti, consapevoli o inconsci. La memoria autobiografica unifica consapevolmente le diverse esperienze di vita accumunandole da un significato comune, coerente tra i diversi ricordi facenti parte della stessa categoria. L’insieme di tutte queste informazioni costituisce il bagaglio di conoscenza che ognuno di noi possiede e che dipende, sostanzialmente, dalle esperienze effettuate.

Tracce mnestiche riguardanti situazioni accadute lontano nel tempo possono essere vivide alla nostra memoria. Questo accade perché i ricordi sono inglobati in una rete di significati più ampia che riguarda la conoscenza di noi, del mondo e delle relazioni sociali. Il ricordo, dunque, dopo essere stato rielaborato sarà inglobato all’interno di una di queste categorie. La nitidezza del ricordo è dettata dal significato emotivo o comportamentale a esso correlato. .

Per concludere, tutti costruiamo significati di esperienze vissute dotandoli di significato, legandoli ad aree che permettono di includere il ricordo e classificarlo in una rete di ricordi correlati a emozioni o a comportamenti significativi per l’individuo.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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La schizofrenia e l’autoreferenzialità nella percezione dei segnali sociali

Gli individui affetti da schizofrenia presentano dei movimenti facciali meno variabili e complessi, una minore coordinazione tra i movimenti facciali e il discorso e un minor numero di gesti manuali rispetto sia ai soggetti sani sia ai pazienti depressi; inoltre i pazienti psicotici hanno una minore capacità imitativa e, pur essendo in grado di identificare i gesti archetipici tendono a giudicare comunicativi dei gesti che in realtà sono accidentali.

È largamente noto che una delle limitazioni che caratterizza i pazienti schizofrenici riguarda la cognizione sociale e la comunicazione interpersonale, cioè la capacità di esprimere in modo comprensibile le proprie intenzioni ed inferire quelle degli altri; queste difficoltà spesso precedono la comparsa dei sintomi positivi e sono peggiorate dal fatto che questi pazienti hanno delle relazioni sociali molto limitate così come dei bassi tassi occupazionali.

Tuttavia mentre la comunicazione verbale è stata largamente studiata, poche ricerche si sono occupate di quella non verbale che è altrettanto importante dato che la postura, i gesti, i movimenti del corpo e l’espressione facciale, mediano anch’essi l’interazione interpersonale soprattutto quando sono presenti delle difficoltà linguistiche a causa di fattori situazionali o personali. In particolare, gli individui affetti da schizofrenia presentano dei movimenti facciali meno variabili e complessi, una minore coordinazione tra i movimenti facciali e il discorso e un minor numero di gesti manuali rispetto sia ai soggetti sani sia ai pazienti depressi; inoltre i pazienti psicotici hanno una minore capacità imitativa e, pur essendo in grado di identificare i gesti archetipici tendono a giudicare comunicativi dei gesti che in realtà sono accidentali.

Quest’ultimo aspetto, cioè pensare che gli eventi ambientali siano rivolti a se stessi quando in realtà non lo sono, può essere considerato un bias di autoreferenzialità che è tipico dei pazienti che presentano deliri e che è particolarmente importante, dato che comprendere chi è il destinatario di una comunicazione guida il modo e la maniera in cui il soggetto agisce sul messaggio che sta trasmettendo. Il bias di autoreferenzialità può essere la conseguenza di una disfunzione a livello percettivo come la perdita di acuità visiva, uditiva o di un’esperienza allucinatoria, a livello cognitivo come processi attentivi o di analisi del contesto poco adeguati, oppure a livello metacognitivo.

Lo studio presente si è quindi posto l’obiettivo di indagare come i pazienti schizofrenici percepiscono i gesti che osservano, basando l’analisi sul livello meramente percettivo, cioè il riconoscimento del gesto, sul livello contestuale e sul livello metacognitivo che è particolarmente interessante in quanto ricerche recenti hanno mostrato che alcuni dei substrati anatomici che mediano i processi metacognitivi sono anche alla base della cognizione sociale.

In particolare il fatto che i precedenti studi non abbiano riscontrato alcuna differenza tra i pazienti con schizofrenia e i soggetti sani nella sensibilità con cui viene riconosciuto il gesto ha guidato l’ipotesi secondo cui i pazienti psicotici sono in grado di identificare senza problemi i gesti archetipici; secondariamente i ricercatori hanno ipotizzato che gli individui affetti da schizofrenia, a differenza dei controlli, sono più in difficoltà quando devono modificare la comprensione del gesto in base alle informazioni contestuali cioè, a causa del bias di autoreferenzialità, tenderebbero a considerare i gesti come sempre rivolti a se stessi nonostante le evidenze esterne; infine si è ipotizzato che le valutazioni metacognitive dei pazienti schizofrenici siano meno accurate rispetto a quelle dei soggetti sani.

La ricerca ha quindi considerato 29 individui affetti da schizofrenia o da disturbo schizoaffettivo e 25 soggetti sani, sottoponendoli alla visione di un video di tre secondi in cui un attore riproduceva movimenti accidentali o gesti comunicativi; entrambi i tipi di azione potevano essere completamente rivolti all’osservatore, ambigui cioè alcuni indizi non verbali venivano diretti all’osservatore mentre altri no o completamente non rivolti all’osservatore. Al termine dei video i partecipanti, attraverso un compito a scelta forzata, dovevano indicare che tipo di gesto avevano visto e l’accuratezza della loro risposta; infine veniva chiesto loro di giudicare se si consideravano o meno i destinatari dei movimenti osservati e ancora una volta valutare l’affidabilità del loro giudizio.

I risultati hanno mostrato che i pazienti schizofrenici riescono a comprendere il significato dei gesti allo stesso modo dei soggetti sani, tuttavia rispetto ai controlli essi tendono a considerarsi i destinatari dei gesti ambigui e di quelli che in realtà non sono rivolti a loro. Ciò farebbe pensare ad un’organizzazione modulare della mente, in quanto nei pazienti schizofrenici sarebbe preservata la capacità di inferire informazioni a partire da messaggi comunicativi di basso livello ma mancherebbe l’abilità di tenere conto degli indizi contestuali. I ricercatori hanno ipotizzato che questa condizione potrebbe essere la conseguenza di un disturbo della teoria della mente o della memoria di lavoro, oppure l’esito di un deficit percettivo, infatti i pazienti psicotici presentano delle particolari alterazioni a livello della via dorsale che è implicata nell’elaborazione di caratteristiche globali.

Questa ipotesi potrebbe essere supportata anche dall’evidenza che i soggetti schizofrenici rispetto a quelli sani fanno più fatica ad integrare le informazioni locali all’ interno dello spazio o a concentrarsi su alcuni stimoli target quando essi sono presentati tra tanti distrattori. Inoltre, a fronte della buona capacità di riconoscere i gesti, è stato possibile osservare delle difficoltà nell’esprimere autogiudizi e nel determinare l’accuratezza delle proprie risposte, dimostrando che nei pazienti il problema non è relativo al sistema specchio quanto piuttosto alle capacità di monitoraggio. A differenza degli studi precedenti invece la ricerca presente non ha osservato alcuna associazione tra la gravità dei deliri, la percezione dei gesti e la loro rappresentazione metacognitiva.

Quindi in conclusione lo studio ha osservato che i pazienti schizofrenici sono in grado di codificare i gesti che osservano ma, a causa del bias di autoreferenzialità, tendono a considerarli sempre come rivolti a se stessi e ciò può ulteriormente compromettere i loro scambi interpersonali; per questo degli interventi psicoterapeutici comportamentali sarebbero particolarmente auspicabili.

 

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Riconoscere la voce delle emozioni: deficitarietà nella schizofrenia

BIBLIOGRAFIA:

Non guardami così che sbando: la rabbia, e altre espressioni, influenzano i movimenti di chi guarda

SISSA, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati

 

Un viso con un’espressione emotivamente carica, specie se l’emozione è la rabbia, può influire sul corso delle nostre azioni, così sostiene una ricerca della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste pubblicata su Cognitive Neuroscience.

8 ottobre 2015 L’effetto distraente è potenzialmente pericoloso in alcune situazioni (la guida per esempio). Una faccia che entra nel vostro campo visivo vi distrarrà, influenzando il corso delle vostre azioni (funziona come una sorta di attrattore). Ma cosa esattamente nel viso è così irresistibilmente “attraente”?

Secondo uno studio della SISSA sia il sesso del viso che l’emozione espressa hanno effetti distraenti, ma la seconda sembra rispondere a un meccanismo più profondo, automatico e implicito. Elisabetta Ambron, ricercatrice della SISSA, Raffaella Rumiati, professoressa della SISSA e responsabile del laboratorio INSULA, e Francesco Foroni, ricercatore della SISSA, hanno condotto alcuni esperimenti in cui un compito motorio eseguito sul monitor di un tablet veniva disturbato dall’apparizione di facce.

Gli esperimenti in realtà erano due. Durante l’esecuzione del compito motorio, nel primo si chiedeva al soggetto di osservare e riportare il tipo di emozione espressa dalla faccia, nel secondo il suo sesso. In entrambi i casi le facce distraenti variavano sia per sesso che per espressione così che nell’esperimento 1 il sesso era considerata una variabile “non pertinente” con il compito, mentre l’espressione era la variabile pertinente. Viceversa accadeva nell’esperimento 2.

In entrambi gli esperimenti la dimensione pertinente influenzava la traiettoria tracciata sul tablet con il dito (la attirava verso il punto dello schermo dove la faccia era apparsa), ma solo nell’esperimento due anche la variabile non pertinente, aveva lo stesso effetto di quella pertinente. Questo significa, secondo gli autori, che le espressioni emotivamente cariche sono un potente distrattore che funziona anche a livello implicito (senza che l’attenzione sia già rivolta a questo tipo di stimolo).

[blockquote style=”1″]Le espressioni, in particolare la rabbia, che è stata quella a mostrare l’effetto più marcato negli esperimenti, sono stimoli evolutivamente importanti perché possono per esempio difenderci da aggressioni. Per questo il risultato non stupisce. L’aspetto negativo di questo effetto distrattore, d’altro canto, è che può portare a situazioni pericolose. Immaginate un individuo che alla guida sia distratto da cartelloni pubblicitari che ritraggono delle facce, non è una situazione così improbabile. Chi si occupa di sicurezza stradale dovrebbe tenerne conto[/blockquote] spiega Foroni.

 

 

 

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Rabbia & impulsività: le conseguenze sullo stile di guida e statistiche incidenti

 

Fondamenti di Psicologia e Psicoterapia cognitivo-comportamentale (2015) – Recensione

Maria Francesca Sarnelli

Per ogni approccio terapeutico gli autori spiegano con linguaggio chiaro e comprensibile, anche per i non addetti ai lavori, i princìpi teorici cardine, le strategie cliniche e le applicazioni pratiche, riportando gli studi scientifici di efficacia clinica condotti e i limiti di applicabilità osservati.

Il nuovo volume di Gabriele Melli è un testo di cui sia gli specializzandi sia i terapeuti formati sentivano il bisogno. Questo testo percorre infatti la nascita e lo sviluppo della psicoterapia cognitivo-comportamentale, la prima forma di terapia che si è basata su evidenze scientifiche di efficacia (Evidence based), per arrivare a descrivere i nuovi modelli di psicoterapia sorti, centrati maggiormente sulla relazione terapeutica (Schema Therapy e Functional Analytic Psychotherapy, FAP), su variabili relazionali quali la Compassione (Compassion Focused Therapy, CFT) o su aspetti legati alla metacognizione (Metacognitive Therapy).

La lettura del volume è agevole, ma non si riduce ad una mera carrellata storica degli approcci clinici presentati, perché ogni capitolo è collegato ai precedenti da un filo rosso che mostra al lettore come ogni tecnica terapeutica sia sorta da nuove conoscenze e osservazioni cliniche, o dai limiti di applicazione dei precedenti approcci presentati. Così è accaduto quando le nuove conoscenze in ambito clinico e delle neuroscienze, rispettivamente attraverso la formulazione della Teoria della Mente e la scoperta dei Neuroni Specchio, hanno creato terreno fertile per la formulazione di approcci terapeutici maggiormente centrati sull’aspetto relazionale, rispetto alla CBT.

Si è inoltre assistito ad un graduale, ma sostanziale cambiamento nella concezione della sofferenza psicologica dalla prima alla terza ondata della psicoterapia cognitivo-comportamentale: nella CBT, infatti, l’obiettivo terapeutico era rendere il paziente consapevole dei propri pensieri disfunzionali e aiutarlo a prenderne distanza, sostituendoli con pensieri maggiormente funzionali; ora l’obiettivo delle terapie di terza generazione è rendere il paziente consapevole dei pensieri che causano sofferenza ed accettarli, lasciandosi attraversare da essi (Psicoterapie basate sulla Mindfulness e Acceptance and Commitmnet Therapy, ACT).

Per ogni approccio terapeutico gli autori spiegano con linguaggio chiaro e comprensibile, anche per i non addetti ai lavori, i princìpi teorici cardine, le strategie cliniche e le applicazioni pratiche, riportando gli studi scientifici di efficacia clinica condotti e i limiti di applicabilità osservati.
La lettura del testo può rappresentare per il clinico sia un ripasso delle proprie conoscenze, sia un’ occasione per iniziare a conoscere le tecniche terapeutiche a cui finora non si era accostato.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Che cos’è la terapia cognitivo-comportamentale?

BIBLIOGRAFIA:

  • Melli, G., Sica, C. (2015). Fondamenti di psicologia e psicoterapia cognitivo-comportamentale. Eclipsi: Firenze.

Le caratteristiche delle ossessioni e compulsioni religiose nei principali culti monoteisti

Libera Liana Diana, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI SAN BENEDETTO DEL TRONTO

 

Il rapporto tra la religione e la salute mentale ha suscitato molto interesse negli ultimi anni, infatti alcuni autori hanno rilevato l’importanza della religione come strategia di coping che consentirebbe di dare un senso alla sofferenza e di promuovere le regole sociali che facilitano la cooperazione e il sostegno reciproco.

Koenig (2001), definisce la religione come un sistema organizzato di credenze, pratiche, riti e simboli, progettato per facilitare la vicinanza a Dio, al più alto potere o alla realtà finale.
Sempre dallo stesso autore, la religione viene distinta dalla spiritualità, intesa come una ricerca personale volta alla comprensione delle risposte alle domande ultime sulla vita, sul suo significato e sul rapporto con il sacro.
La spiritualità, non necessariamente genera o deriva dallo sviluppo di riti religiosi e dalla formazione di una comunità.

Il rapporto tra la religione e la salute mentale ha suscitato molto interesse negli ultimi anni, infatti alcuni autori hanno rilevato l’importanza della religione come strategia di coping che consentirebbe di dare un senso alla sofferenza e di promuovere le regole sociali che facilitano la cooperazione e il sostegno reciproco.
Vi sono due tipologie di coping: quello positivo caratterizzato da una forte connessione con il divino che favorisce una lettura alternativa degli eventi negativi; mentre nel coping negativo si riscontrano agitazione e tensione accompagnate da un continuo conflitto interno (Pargament, 1999).
In generale, la maggior parte degli studi ha riportato che livelli maggiori di coinvolgimento religioso sono correlati in maniera positiva al benessere psicologico e in misura minore con depressione, pensieri suicidari e comportamenti di abuso. Inoltre, l’’impatto positivo della religione appare maggiore in situazioni stressanti come nelle persone in età avanzata, con disabilità o malattia medica (Moreira-Almelida 2006).
Ad esempio, nello studio di Vaillant e al. (2007), è emerso come uomini con depressione maggiore o con una quantità elevata di eventi di vita negativi, abbiano il ​​doppio delle probabilità di manifestare un alto coinvolgimento religioso.

I dubbi e i conflitti religiosi, la percezione di un rapporto negativo con Dio e le interazioni negative nelle comunità religiose, d’altra parte, sono fattori che possono provocare ansia, paura o addirittura portare allo sviluppo di vere e proprie psicopatologie.
La religiosità è stata associata ad un vario numero di disordini psicologici, incluso il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC). La religiosità può influenzare la natura delle ossessioni e compulsioni in soggetti con DOC, e può avere un impatto su come il soggetto esperisce la sintomatologia. La religione infatti coinvolge diversi aspetti della vita che molto spesso si associano a rituali, che possono differenziarsi a seconda del credo religioso.

Lee and Kwon (2003) distinguono le ossessioni autogene, che si presentano senza stimoli evocativi identificabili (relative al sesso, alla religione e all’aggressività) da quelle reattive, che hanno come oggetto un contenuto realistico (riguardanti la contaminazione, il dubbio, la simmetria).
Tipica caratteristica delle ossessioni religiose è l’inaccettabilità dei propri pensieri e sentimenti di vergogna e imbarazzo che si aggiungono alle già presenti ansia e paura.
Tali vissuti, portano alla messa in atto di comportamenti compulsivi che hanno lo scopo di ridurre l’attivazione emotiva e di prevenire il verificarsi dell’evento temuto.

Le ossessioni religiose, sarebbero il risultato della sensazione da parte del soggetto, che qualunque cosa faccia sia monitorata da una fonte suprema di potere. Esempi di ossessioni di tipo religioso sono i seguenti: i peccati commessi non saranno mai perdonati da Dio e si andrà all’inferno, non si possono avere cattivi pensieri e bestemmiare in un luogo religioso, avere la convinzione di aver perso il contatto con Dio, pensieri intrusivi su Dio, Santi o figure religiose.
Esempi di compulsioni legate alla religione consistono nel recitare le preghiere più e più volte, toccare o baciare oggetti sacri ripetutamente, rituali di lavaggio, costrizioni alimentari etc.

Dal punto di vista cognitivo, uno studio svolto da Siev (2011) ha evidenziato come le ossessioni religiose siano correlate positivamente a pensieri maladattivi individuati dall’Obsessive Compulsive Cognition Working Group (OCCWG 2001) collegati al DOC.
Tali pensieri disfunzionali sono:

  • Eccessiva importanza attribuita al pensiero;
  • Necessità di un controllo totale sui pensieri;
  • Senso eccessivo di responsabilità;
  • Sopravvalutazione della minaccia.

Non sono state individuate correlazioni significative con l’intolleranza all’incertezza e il perfezionismo.
Inoltre, è stata riscontrata una moderata correlazione con la scrupolosità a livello morale, criterio diagnostico del Disturbo Ossessivo Compulsivo di Personalità (DOCP), soprattutto rispetto all’importanza e al controllo dei pensieri, all’alto senso di responsabilità e alla fusione pensiero-azione (TFA). Per il paziente scrupoloso anche il minimo dubbio sulla possibilità di aver peccato e di essere puniti, origina ansia, che cerca di ridurre attraverso risposte non adattive (es. l’evitamento). I comportamenti non adattivi, generando un benessere immediato, tendono a rafforzare tale circolo vizioso (Abramowtz et al,2004).

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo nelle principali religioni monoteiste: Cristianesimo, Islamismo e Ebraismo

Molti studiosi hanno indagato come si presenta il Disturbo Ossessivo Compulsivo nelle principali religioni monoteiste: Cristianesimo, Islamismo e Ebraismo.Sica e colleghi nel 2002, hanno svolto uno studio sulla relazione tra la pratica religiosa e le manifestazioni del DOC in un campione non clinico di italiani cattolici. I soggetti sono stati suddivisi in tre gruppi, in base al loro coinvolgimento a livello religioso: alta, media e bassa religiosità. Il gruppo con alta religiosità presentava punteggi più alti nei test che valutavano l’importanza, il controllo dei pensieri e la responsabilità percepita, rispetto alle altre due categorie.

Nell’ebraismo e nella religione musulmana le ossessioni e le compulsioni appaiono maggiormente connesse alla preghiera, alla restrizione alimentare e alla pulizia che precede la preghiera (Greenberg & Witztum, 1994). Lo studio di Yorulmaz (2009), prende in esame il rapporto tra la religiosità e le cognizioni del DOC nella religione musulmana e cristiana.
Entrambi i gruppi religiosi, riportarono ossessioni sull’importanza e il controllo dei pensieri e la fusione pensiero-azione a livello morale, confermando che la religiosità è associata al DOC (Abramowitz 2004) e che potrebbe essere un’importante questione da valutare a prescindere dal credo di appartenenza.

In particolare i Musulmani presentano maggiore preoccupazione per l’importanza e il controllo dei pensieri rispetto ai Cristiani ed hanno una maggiore tendenza ad utilizzare il rimuginio come strategia di controllo. Yorulmaz, ipotizza come tali differenze nell’espressione del DOC possono derivare dalle differenze nelle dottrine e negli insegnamenti delle diverse religioni.
La religione Musulmana si può considerare più ritualistica, con comportamenti pre- definiti: ad esempio, è richiesto lavarsi cinque volte al giorno prima di pregare; le parti del corpo devono essere lavate in un preciso ordine e se ciò non accade si deve ricominciare.
Dall’ altro lato, nel Cristianesimo, l’enfasi è posta sui pensieri e sulla morale; la fede è definita dal credere in Gesù, con un minor numero di rituali.
In questo studio, bisogna inoltre tener conto delle differenze di tipo culturale, infatti i soggetti Cristiani vivevano in Canada, società dove l’individualismo è molto marcato rispetto all’altro campione proveniente dalla Turchia, dove il collettivismo e l’interdipendenza relazionale ed emotiva sono dominanti.

In generale, queste ricerche fanno ipotizzare che le differenze nell’espressione Sintomatologica del DOC possono essere attribuite alle caratteristiche peculiari di ogni religione e al minore o maggiore coinvolgimento religioso.
L’importanza di tali studi, consiste nel traslare i risultati nella pratica clinica, considerando l’importanza del contesto religioso nella fase di assessment e trattamento del Disturbo Ossessivo Compulsivo basato su tematiche religiose.
Infatti, la religione può rappresentare parte del disturbo, contribuendo ai sintomi (es. ossessioni o manie), alimentando il pensiero magico e le resistenze al trattamento oppure può costituire un fattore motivazionale per la terapia e l’integrazione sociale.

In conclusione, il terapeuta dovrebbe conoscere il contesto religioso e culturale in cui svolge il proprio lavoro, in modo da poter utilizzare tali elementi per promuovere il benessere psicologico.

 

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Quando la religione diventa un’ossessione: la scrupolosità

 

BIBLIOGRAFIA:

Centro di Clinica Cognitiva: un esempio di sviluppo professionale e psicoterapia sostenibile

Miriam Di Nardo, Zaira Bandiera, Roberto Noccioli

Vorremmo raccontare in queste poche righe l’esperienza fatta nei primi due anni di attività del Centro di Clinica Cognitiva (CCC), centro clinico dell’Associazione di Clinica Cognitiva (ACC), una realtà nata allo scopo di incentivare la formazione clinica, offrire un servizio di psicoterapia a costi sociali e porsi come incubatore professionale per psicoterapeuti che decidono di legare i propri bisogni formativi, di confronto e di cooperazione con lo “spirito di servizio”.

La realtà sociale ed economica infatti ci riporta a dare senso al concetto di professione d’aiuto, permettendo l’accesso ad un servizio di psicoterapia e sostegno psicologico anche a persone di ceto sociale medio basso. In quest’ottica il CCC opera a tariffe socialmente sostenibili, in stretta relazione con il reddito del paziente.

Il progetto del Centro di Clinica Cognitiva nasce dalla necessità di garantire una formazione pratica coerente con il percorso di studi e con i modelli che in tale percorso vengono proposti, che ha portato alcuni didatti della scuola di psicoterapia cognitiva di Cagliari ATC (Associazione di Terapia Cognitiva) ad interrogarsi su come poter migliorare la qualità del processo formativo. Tale idea progettuale è stata replicata anche a Roma in collaborazione con la Scuola di Psicoterapia Cognitiva dell’APC (Associazione di Psicologia Cognitiva).

Allo scopo di gestire i due centri clinici (Roma e Cagliari) sono nate due associazioni gemelle, l’ACC Sardegna ed l’ACC Lazio che, pur essendo realtà distinte, condividono finalità, buone pratiche ed idee progettuali. La compresenza all’interno delle Associazioni di allievi, ex allievi e didatti è parte del sistema di qualità che si sta sperimentando che prevede percorsi di ricerca clinica, formazione, intervisione e supervisione. Prevede inoltre la progettazione e la messa in atto di interventi in ambito socio-sanitario e nel terzo settore.
L’adesione al Centro di Clinica Cognitiva non prevede nessun onere da parte di chi vi collabora, ma solo l’accettazione del regolamento interno dell’Associazione e il rispetto delle procedure.

L’organizzazione del Centro ci permette quindi di fare esperienza diretta sia di accoglienza delle richieste che avvengono in un primo contatto telefonico, sia di gestione del primo colloquio con un supervisore. I primi colloqui vengono presentati e discussi in una riunione di accoglienza in cui si valuta la presa in carico della persona richiedente il servizio e si formulano prime ipotesi di terapia. Durante le riunioni, inoltre, si effettuano supervisioni su casi già presi in carico.

Noi psicoterapeuti (in formazione e non), all’interno del CCC, non agiamo più dunque individualmente, ma come membri di un gruppo nel quale potersi confrontare rispetto alla propria visione del problema e con il quale condividere e discutere in modo costruttivo le proprie scelte terapeutiche e le criticità del lavoro con i pazienti.
Il CCC è presente sui territori delle rispettive regioni dall’autunno del 2013. In questo primo periodo di attività abbiamo creato dei gruppi di intervento per area tematica che, oltre alla presa in carico dei pazienti, portano avanti autonomamente dei progetti riguardanti la prevenzione, la ricerca e la divulgazione in psicologia. I gruppi nascono e sono organizzati sulla base di temi di interesse proposti da uno o più membri dell’Associazione.

Al momento i gruppi attivi si caratterizzano per avere al proprio interno professionisti a diversi livelli del proprio percorso professionale in totale spirito cooperativo e paritario (nel rispetto ovviamente del livello di esperienza dei singoli). I gruppi così strutturati permettono un maggior coinvolgimento dei singoli partecipanti.

In altre parole, abbiamo l’opportunità di scegliere come agire e come proporci al pubblico, supportati da un’associazione che, ponendosi come “contenitore”, ci mette in contatto con professionisti esperti, membri essi stessi dei gruppi di lavoro.

Chi scrive collabora con il CCC del Lazio, di seguito entreremo più nello specifico riguardo l’esperienza in questo territorio.
Questi i gruppi attualmente attivi nel Lazio:
1. “Quello che le donne non…” pensato per interventi su donne in situazione  di violenza sia essa fisica o psicologica;
2. “Íntegrati” rivolto ai lavoratori in cassa integrazione o in mobilità e alle loro famiglie;
3. “Progetto Psicologia Transculturale” volto a sostenere i risvolti psicopatologici del processo di integrazione degli immigrati;
4. “Progetto Infanzia e Adolescenza” pensato per interventi mirati all’età evolutiva, sia individuali che familiari;
5. “Soma”, progetto pensato per le forme di disagio di natura psicologica che si manifestano attraverso il corpo;
6. “Disturbi della Condotta Alimentare”: pensato per la presa in carico di pazienti con disturbi della condotta alimentare.

Ma cosa, in realtà, è successo durante questo primo anno e mezzo di attività?
Le riunioni di accoglienza, effettuate con cadenza quindicinale, hanno permesso a noi tutti di metterci in gioco e trovare un confronto sull’inquadramento diagnostico e sul percorso psicoterapeutico in ogni sua fase (totale delle ore di riunione 56). Le riunioni dei  gruppi ci hanno dato la possibilità di sperimentarci nella progettazione, pianificazione e messa in atto di progetti che, oltre ad offrire un servizio alla cittadinanza, hanno fatto conoscere il CCC all’esterno e ci hanno permesso di verificare le nostre risorse professionali sul campo (ore totali di riunione 52). Inoltre le supervisioni ed intervisioni individuali e di gruppo ci sono state utili per evidenziare i nostri punti di forza e le nostre difficoltà con il fine ultimo di migliorare la qualità della reciprocità psicoterapeuta-paziente (ore totali di supervisione 30).

Per quanto riguarda la pratica clinica in questi mesi il bacino di utenza è cresciuto gradualmente. Abbiamo progettato e realizzato interventi nelle scuole, abbiamo partecipato ad eventi organizzati dal Comune ed abbiamo iniziato a creare una rete di contatti con CSM, CIM, TSRMEE, Università ed organizzazioni private operanti nel territorio. L’aumento delle richieste al CCC ha permesso ad ognuno di noi di potersi confrontare con la pratica clinica e di fare esperienza sul campo.

Dall’esperienza fin qui svolta ci troviamo in questa sede a confermare che il Centro di Clinica Cognitiva è, dunque, un progetto di Formazione in divenire, un contenitore di idee e di professionalità mai chiuso in se stesso bensì aperto verso la costruzione di una Rete sempre più ampia. Inoltre ci premeva sottolineare come la nostra professione possa dare un supporto alla cittadinanza anche e soprattutto in periodi storici difficili, proprio quando risulta maggiore la richiesta d’aiuto e minori sono le risorse per farvi fronte.

Autori: Miriam Di Nardo*, Zaira Bandiera**, Roberto Noccioli*
(*Psicologo, Psicoterapeuta; **Psicologo, Psicoterapeuta in formazione; Associazione di Clinica Cognitiva Lazio)

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