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L’accettabilità del contatto fisico tra le persone e come varia nel mondo

 

Un importante studio aiuta a tirarsi fuori dalle situazioni sociali imbarazzanti: potete abbracciare i finlandesi, per esempio, gli inglesi meglio di no

 

 

Pochi giorni fa il sito di Proceedings of the National Academy of Sciences, un’importante rivista scientifica statunitense, ha pubblicato uno studio sulla disponibilità di persone di varia nazionalità a essere “toccati” da altre persone con cui hanno vari gradi di confidenza. Il magazine online Quartz l’ha definito il più importante studio mai realizzato sul tema: cinque esperti di neuroscienze e psicologia provenienti da quattro università diverse hanno contattato 1.368 persone fra francesi, finlandesi, italiani, britannici e russi per chiedere quanto si sentissero a loro agio con persone come i propri genitori, parenti stretti o il proprio partner... (Il Post)

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Uno dei dati più interessanti riguarda gli italiani che sembrano essere a disagio con il contatto fisico almeno quando gli inglesi. Mentre russi e finlandesi, popoli nordici, risultano essere molto più rilassati nei confronti del contatto fisico:

There wasn’t a significant amount of cultural differences of where participants would allow family, friends and strangers to touch them; but some nationalities were less enthusiastic about touching than others. True to their stereotype, British participants were right at the bottom on the touchability index. To the researchers’ surprise, Italians were less comfortable with being touched than Russians.

“We hadn’t expected the Finns to turn out to be the most cuddly people,” Dunbars says, “or that the Italians are almost as uncuddly as the Brits.”(Quartz)

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Il gruppo musicale come strumento riabilitativo – Report dal Workshop di Modena, 24 Ottobre 2015

Il potere di aggregazione della musica è noto: numerosi sono i gruppi musicali costituiti da operatori ed utenti, sia nell’ambito della psichiatria che nell’ambito dell’handicap e della disabilità. A Modena un momento di incontro per presentare le esperienze locali di speciali gruppi musicali e per stimolare una riflessione sulle loro potenzialità terapeutiche e riabilitative.

Giovedì 24 Ottobre presso ‘La Tenda’ di Modena, nell’ambito della Settimana della Salute Mentale Màt, si è svolta la mattinata di studio dal titolo ‘Il gruppo musicale come strumento riabilitativo’, promossa dall’Associazione Escomarte e dall’Ospedale Privato Villa Igea (Segreteria scientifica: Dr. Gaspare Palmieri).

Il potere di aggregazione della musica è ben noto e ormai sono numerose le esperienze di gruppi musicali costituiti da operatori ed utenti, organizzati in complessi musicali ed orchestre, sia nell’ambito della psichiatria che nell’ambito dell’handicap e della disabilità. La mattinata ha avuto l’obiettivo di presentare alcune importanti esperienze locali di questi speciali gruppi musicali e di stimolare una riflessione sulle loro potenzialità terapeutiche e riabilitative.

Dopo il saluto delle autorità (il direttore di Villa Igea Dr. Giovanni Neri e il presidente di Escomarte Pietro Paganelli), ha introdotto la mattinata il Professor Simone Vender, Ordinario di Psichiatria presso l’Università Insubria di Varese, che ha illustrato i fattori terapeutici della terapia di gruppo in generale, sviluppatasi inizialmente nell’ambito delle prime comunità terapeutiche inglesi negli anni 50 (spesso destinate ad accogliere reduci traumatizzati dalla Seconda Guerra Mondiale), dove venivano organizzati gruppi di discussione sulla realtà (reality confrontation). Ha sottolineato come il gruppo in certi casi possa aiutare a ridurre la frammentazione individuale, diluendo la malattia del singolo, citando i celebri studi di Yalom secondo cui i fattori terapeutici gruppali includono l’informazione, l’infusione di speranza, l’universalità, l’altruismo e le tecniche di risocializzazione. Da non sottovalutare anche l’aspetto catartico del gruppo, per il quale il cambiamento può passare attraverso una via emotiva.

Il gruppo musicale come strumento riabilitativo - Report dal Workshop di Modena, 24 Ottobre 2015_imm2
Professor Simone Vender

Successivamente l’operatrice Rossana Lusvardi e la cantautrice Barbara Rosset hanno presentato l’esperienza del gruppo Fermata Fornaci, nato all’interno del Day Hospital di Villa Igea. La band, che comprende utenti e operatori, si è formata alcuni anni fa in occasione del concorso Oltre il muro (organizzato dal Comune di Modena) e ha prodotto in questi anni oltre venti canzoni originali, esibendosi in concerto in diverse occasioni. Hanno mostrato alcuni testi delle canzoni, come ‘Una paglia e un cappuccino’, che spesso hanno un tono ironico e di sdrammatizzazione.

Il gruppo musicale come strumento riabilitativo - Report dal Workshop di Modena, 24 Ottobre 2015_imm1
Rossana Lusvardi e Barbara Rosset

La psichiatra Lucia Zanni e il cantautore Tommy Togni hanno invece raccontato il lavoro con i gruppi musicali e teatrali nati nell’ambito della residenza psichiatrica Sole e Luna di Sassuolo. La Dr.ssa Zanni ha sottolineato come la scelta di far condurre i gruppi a un artista (in questo caso un cantautore), invece che a un operatore formato (tipo musicoterapeuta), abbia consentito di avere un approccio ai pazienti meno filtrato da certi pregiudizi che si possono instaurare, come deformazione professionale, in chi lavora per tanto tempo nella salute mentale. L’operatore viene comunque supportato durante i gruppi dalla presenza di un membro dell’equipe. E’ stato sottolineato come questi tipi di gruppo favoriscano lo sviluppo di un forte senso di appartenenza che ha una valenza terapeutica. Hanno poi presentato un video davvero interessante, costituito da tanti frammenti raccolti durante i laboratori, con momenti di recitazione, di songwriting, di karaoke e di performance decisamente rock.

La psicoterapeuta e musicoterapeuta Roberta Frison ha illustrato l’attività dell’Orchestra Ologramma, nata nel 2010 al di fuori dell’ambito istituzionale e che accoglie musicisti professionisti, volontari e più di cinquanta ragazzi con diverse forme di disabilità. Il gruppo tiene concerti regolarmente da cinque anni su palchi importanti e Roberta ha mostrato un paio di video straordinari delle ultime esibizioni proprio nell’ambito di Màt. La Dr.ssa Frison ha sottolineato come il gruppo rappresenti un fattore aggregante anche per le famiglie, contribuendo a creare un senso di comunità e che ha avuto importanti ricadute sulla qualità della vita dei partecipanti.

Ha concluso la mattinata il musicista Enrico Zanella, che coordina l’Orchestra Scià Scià, nata all’interno della Cooperativa Sociale Nazareno di Carpi, che organizza ogni anno il Festival delle Abilità differenti. Anche in questo caso il gruppo è costituito da una ventina tra operatori, volontari e persone con disabilità e si avvale della tecnologia Sound Beam, che rende accessibile il fare musica anche a persone con gravi problemi motori. La strumentazione comprende pad e sensori, collegati a un computer con un software per cui i movimenti rilevati possono essere tradotti in suoni. Ha mostrato inoltre un bellissimo video di alcuni brani originali eseguiti con questa metodica.

“Non essere cattivo” di Claudio Caligari (2015) – Cinema & Psicologia

Non si parla solo di ragazzi con un problema di tossicodipendenza, si parla di ragazzi intrappolati in un mondo dove l’alterazione della coscienza sembra l’unica soluzione alle disgrazie della vita.

“Occhi.” Così ho risposto a chi mi ha chiesto cosa mi è piaciuto di più in questo film.
Lo sguardo dei personaggi del capolavoro di Caligari, così intenso, come esattamente dovrebbe essere; sono occhi fatti, lucidi, malati, tristi, felici, nascosti dietro un paio di occhiali; spesso sono spalancati, ma spenti.
Ci troviamo a Ostia, anni ’90. Non è il solito racconto sulla droga in borgata, ma molto di più.

Non si parla solo di ragazzi con un problema di tossicodipendenza, si parla di ragazzi intrappolati in un mondo dove l’ alterazione della coscienza sembra l’unica soluzione alle disgrazie della vita.

Cesare è un personaggio geniale, un ragazzo come tanti; da Cesare emerge la caratteristica tipica di chi soffre di una tossicodipendenza, ovvero l’impossibilità di gestire le emozioni, soprattutto quelle negative.
E lui, con questi bellissimi occhi chiari, questo bambino intrappolato nel corpo di un uomo, ne ha vissute di situazioni critiche: Cesare non ha un padre, vive con la madre, una donna che dimostra molti più anni di quelli che ha, totalmente distrutta dalla morte della figlia, la sorella del nostro protagonista. Come se non bastasse i due si prendono cura della bambina della sorella defunta, malata gravemente.

Cesare non è mai presente dentro casa, sempre così preso dalla sua vita di pasticche, rapine, alcool, cocaina, risse… ma le poche apparizioni sono sempre commoventi; il suo rapporto con questa bambina è di una dolcezza straziante. E’ talmente diverso quando è in casa con la bambina e la madre, che il pubblico vede due personaggi differenti ma all’interno dello stesso corpo; e Caligari non poteva meglio rappresentarlo, in questo contrasto tra la troppa sofferenza e la troppa alienazione.

Poi c’è Vittorio. Il personaggio già dalla prima inquadratura mi ricorda molto Mark Renton, il protagonista di Trainspotting, una lacerante storia di eroina, capolavoro indiscusso di Danny Boyle.
Vittorio è come Cesare. Anche lui vive a Ostia e frequenta lo stesso giro del suo migliore amico; le giornate passano tra una tirata, una birra e qualche ragazza facilmente disponibile.

L’ARTICOLO PROSEGUE DOPO IL TRAILER DEL FILM:

Vittorio però comincia a guardare fuori e, soprattutto, a guardarsi dentro; questo tipo di vita comincia ad andargli stretta. Conosce una donna che diventerà la sua compagna, trova un lavoro presso un cantiere e si allontana da quel giro dove ormai non si riconosce più. Ma Vittorio vuole salvare Cesare, compagno di pianti e risate, suo fratello; non riesce a vederlo così ed è disposto a giocarsi il suo stesso lavoro per aiutarlo. Anche qui il pubblico può notare un’interessante ambivalenza; l’interesse per se stesso, per la sua vita, il giusto allontanarsi da quel mondo, l’indifferenza, a volte l’odio, verso quella gente; tutto questo in contrasto con l’amore indiscusso verso quel ragazzo che tanto assomiglia a lui fino a poco tempo prima, a cui lui proprio non può rinunciare.

Un film quindi consigliatissimo, per chi vuole avvicinarsi non al mondo della droga inteso come denuncia sociale, ma al mondo della droga inteso da un punto di vista psicologico. Adatto a chi vuole approfondire la psicologia più perversa e nascosta dietro la figura del malato tossicodipendente, di colui che si rifugia; non dagli altri, ma lontano da se stesso.

L’apprendimento delle abilità (skills training) nella terapia dialettico-comportamentale

Rosario Privitera, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

 

La terapia dialettico-comportamentale (DBT, Dialectical Behavior Therapy) è un trattamento cognitivo-comportamentale pensato per soggetti affetti da disturbo borderline della personalità, oggi considerato uno dei trattamenti più specifici ed efficaci.

Il modello di Linehan (2011) afferma che il nucleo del disturbo risiede in un grave deficit di regolazione delle emozioni che tendono così a manifestarsi con eccessiva intensità nell’esperienza del soggetto.

Il paziente vive spesso con rabbia immotivata e intensa, oscillazioni dell’umore, confusione dei legami affettivi, paura esagerata dell’abbandono. Queste esperienze emotive intense e caotiche rendono il soggetto vulnerabile e lo stato di malessere derivante può portarlo a far ricorso alle droghe, all’alcool o alle abbuffate di cibo, oppure può riuscire ad inibire totalmente, in alcuni casi, l’intera esperienza delle emozioni, con la conseguenza di sperimentare inquietanti sensazioni di vuoto e di annichilimento (Linehan, 1993a, 1993b). Secondo la teoria di Linehan, il deficit del sistema di regolazione delle emozioni è causato dall’interazione fra variabili legate al temperamento, che comportano una risposta emotiva intensa e rapida (vulnerabilità emotiva), e variabili legate all’apprendimento sociale da cui deriva il valore e il significato delle emozioni che il soggetto sperimenta.

Queste variabili apprese prendono il nome di “invalidazione dell’esperienza emotiva“: l’ambiente interpersonale entro cui il paziente sviluppa la conoscenza di sé e degli altri sarebbe tale da indurlo a destituire di significato e di valore le emozioni che percepisce in sé e che osserva negli altri (Linehan, 1993a, 1993b).

Il protocollo DBT prevede due tipologie di percorso terapeutico che vengono svolte contemporaneamente e che sono inscindibili l’uno dall’altro:
– un percorso terapeutico individuale in cui terapeuta e paziente discutono questioni sorte durante la settimana, riportate su un apposito diario, e seguono una gerarchia di obiettivi comportamentali. I comportamenti suicidari hanno la priorità, poi vi sono i comportamenti che interferiscono con la terapia, e i comportamenti autolesivi. Dopodiché si passa alle problematiche sulla qualità di vita per lavorare per il miglioramento globale della vita del paziente. Durante la terapia individuale, terapeuta e paziente lavorano per potenziare l’uso delle abilità, ponendo l’attenzione sulle difficoltà nell’uso delle abilità medesime.
– una modalità di gruppo che prevede lo svolgimento di una seduta di psicoterapia di gruppo una volta alla settimana: per circa due ore o due ore e mezza si impara in gruppo ad utilizzare abilità specifiche suddivise in quattro moduli: abilità chiave mindfulness, abilità di efficacia interpersonale, abilità di regolazione emotiva e abilità di tolleranza della sofferenza mentale o angoscia.

Nessuna delle due componenti terapeutiche è utilizzata senza l’altra: la componente individuale è ritenuta necessaria anzitutto per affrontare individualmente gli impulsi suicidari e altri comportamenti problematici disfunzionali (e affinché non interferiscano in modo distruttivo con le sedute del gruppo), mentre la terapia di gruppo insegna le abilità caratteristiche della DBT e sono un terreno di prova per mettere in pratica la regolazione di emozioni e comportamenti in un contesto sociale.

La DBT integra tecniche cognitivo-comportamentali tradizionali con pratiche mindfulness finalizzate agli obiettivi di:
– regolazione emotiva;
– esame di realtà: possono essere presenti derealizzazione, depersonalizzazione. Il soggetto viene messo in condizione di correggere tali distorsioni cognitive;
– consapevolezza del proprio disagio;
– tolleranza della sofferenza e dell’angoscia.

La DBT ha dimostrato diverse prove di efficacia: ad esempio nello studio di Linehan, Comtois, Murray e altri (2006) i pazienti sottoposti a DBT hanno avuto maggiori riduzioni dei tentativi di suicidio, giorni di ricovero psichiatrico, minor rischio suicidario; parimenti hanno dimostrato una riduzione del comportamento aggressivo, e del numero di visite al pronto soccorso, comparati a pazienti trattati con TBCE (Treatment- By-Community-Expert) durante il trattamento di 12 mesi e il periodo di follow-up di 12 mesi.
In uno studio condotto da Linehan, Armstrong e Suarez et al. (1991) sono stati sottoposti a psicoterapia standard CBT (Cognitive Behavioral Therapy) e DBT due diversi gruppi di pazienti con diagnosi di disturbo borderline di personalità dal quale è emerso che i soggetti trattati con terapia DBT presentavano minori comportamenti parasuicidari e un minor numero di ricoveri. Inoltre uno studio successivo da parte degli stessi autori (1999) ha messo in evidenza che la terapia risultava efficace anche con pazienti borderline con problemi legati all’uso di sostanze stupefacenti, mettendo in luce che la psicoterapia DBT è stata in grado di ridurre l’uso di tali sostanze.

Di seguito vengono presentati i quattro moduli contenuti nel protocollo DBT, che mirano a raggiungere tali obiettivi. Tali moduli vengono presentati durante le sessioni di terapia di gruppo e vengono ripresi nella terapia individuale.

I QUATTRO MODULI PER L’APPRENDIMENTO DELLE ABILITA’ (SKILLS TRAINING) NELLA DBT

 

Mindfulness

La consapevolezza è uno dei concetti centrali che permea tutti gli elementi della DBT. La Mindfulness è la capacità di concentrare l’attenzione, in modo non giudicante, sul momento presente. La Mindfulness si gioca tutta nel vivere il momento presente, sperimentando pienamente le proprie emozioni e sensazioni, con prospettive per il futuro. È considerata un fondamento per tutte le altre abilità insegnate nella DBT, perché aiuta le persone a riconoscere, accettare e tollerare le emozioni (a volte anche devastanti) che generalmente provano nel mettere in gioco le loro abitudini o nell’esporsi a situazioni difficili. Il concetto di Mindfulness e gli esercizi di meditazione usati per insegnarla sono derivati dalla tradizionale pratica buddista, ma la versione che si impara in DBT non implica nessun concetto o aderenza religiosa.

 

Efficacia interpersonale

I modelli di risposta interpersonale insegnati come abilità nella DBT sono del tutto simili a quelli insegnati in molti corsi di assertività e di problem-solving. Includono le strategie efficaci per chiedere secondo i propri bisogni, per dire di no, e per gestire i conflitti interpersonali.
I pazienti spesso possiedono buone abilità relazionali in senso generale. Il problema sta nell’applicare queste abilità a situazioni specifiche oppure nell’incrementarle. Una persona può essere capace di descrivere sequenze comportamentali efficaci quando parla di un’altra persona che si trova in una situazione problematica, ma può essere completamente incapace di ricordare o mettere in atto tali comportamenti quando analizza la propria situazione.

Il modulo dell’efficacia interpersonale si focalizza su situazioni in cui l’obiettivo è di cambiare qualcosa (per esempio, chiedere a qualcuno di fare qualcosa) oppure di resistere ai cambiamenti che qualcun altro sta cercando di attuare (per esempio, dire di no). Le abilità insegnate intendono massimizzare le probabilità che in una certa situazione l’individuo raggiunga i propri scopi, senza allo stesso tempo né danneggiare se stesso o l’altro, né rinunciare al rispetto di se stesso.

 

Regolazione delle emozioni

Le persone con disturbo borderline di personalità spesso vivono emozioni disregolate che le portano ad essere arrabbiate, frustrate, depresse o ansiose. Ciò fa pensare ovviamente che questi pazienti possano trarre beneficio da un aiuto su come regolare le proprie emozioni. Le abilità della DBT per la regolazione delle emozioni prevedono che il soggetto sia in grado di identificare le emozioni, circoscriverne la vulnerabilità e aumentare gli eventi che portano emozioni positive, e regolarle in maniera efficace.

 

Tolleranza della sofferenza mentale/angoscia

Molti approcci dei moderni trattamenti psicologici si focalizzano sul tentativo di cambiare gli eventi e le circostanze stressanti. Poca attenzione è data all’ accettare, al trovare significati, al tollerare le situazioni altamente negative e la sofferenza ad esse correlata. La terapia dialettico-comportamentale pone enfasi sull’importanza di imparare a sopportare il dolore e l’angoscia con le opportune abilità.
Le abilità di tolleranza della sofferenza e dell’angoscia sono un naturale sviluppo delle abilità di Mindfulness che hanno a che fare con la capacità di accettare, in modo non giudicante e non valutante se stessi e le situazioni. Benché si parli di modalità non giudicante, ciò non significa che si approvi tutto o che ci si rassegni. L’obiettivo è acquisire la capacità di riconoscere le situazioni negative e il loro impatto, invece di esserne sopraffatti o di nascondersi da esse. Questo rende le persone in grado di prendere decisioni sagge su se stessi e come entrare in azione, invece di ricadere nelle reazioni emotive disperate e spesso deleterie che sono tipiche del disturbo borderline di personalità. I partecipanti imparano anche delle abilità per sopravvivere alle crisi, per riuscire a gestire subitanee reazioni emotive che sembrano travolgenti: l’abilità di distrarsi, di calmarsi, di migliorare il momento e di pensare ai pro e ai contro delle loro azioni.

Mama o dada? Quali parole sono più facili da apprendere?

Daniela Sonzogni

 

Una nuova ricerca approfondisce in che modo i bambini costruiscono il loro vocabolario e quali sono le parole più facili da apprendere.

I ricercatori, per studiare lo sviluppo della parola, hanno lavorato con 32 bambini, aventi due anni di età, testando le loro conoscenze attraverso un programma al computer che mostrava sullo schermo immagini già note ai bambini.
Lo studio fa parte di un lavoro di Borovsky che cerca di capire come i bambini imparano e sviluppano vocabolari e per identificare segni che indicano quando un bambino potrebbe avere un disturbo dell’apprendimento.

Non sempre, però, i bambini di due anni riescono a essere comunicativi, per questo è stata impiegata una tecnologia eye tracking atta a scoprire quali immagini siano più facilmente riconosciute dai bambini durante il test.
E’ stato rilevato che le prime parole pronunciate da un bambino sono spesso Ma-ma o Da-da, e pare costituiscano la base su cui creare un vocabolario più ampio.

Infatti, i bambini sfruttano la loro conoscenza precoce sul mondo per sbloccare le loro competenze linguistiche. Conoscere poche parole, ma correlate, aiuta i bambini a distinguere i legami tra nuovi significati, e questa potrebbe essere una strategia molto utile per aiutarli ad acquisire un vocabolario nei primi anni di vita.

I ricercatori, dunque, hanno scoperto che le nuove parole sono facilmente riconosciute dai bambini nel caso in cui si possiedano molte altre parole correlate alla categoria in questione. Questo suggerisce che a partire dal vocabolario di partenza si potrebbe reputare più facile o più difficile per un singolo bambino apprendere alcune parole piuttosto che altre.

Il catalogo dei cercatori – Tracce del Tradimento Nr. 29

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO – XXIX: Il catalogo dei cercatori

 

In fondo, cercare tracce di un tradimento è considerato in qualche modo ‘sano’. Se qualcuno sospetta di essere tradito, la ricerca delle tracce del tradimento può sembrare uno scopo sensato nel tentativo di mettere in ordine il futuro: capire, capire a tutti i costi per potere decidere.

Chi cerca tracce si giustifica a partire da una poco consapevole sofferenza dentro il rapporto: insoddisfazione, gelosia, solitudine e scarsa comunicazione affettiva o sessuale. Per inoculare il sospetto che scatena la ricerca delle tracce può bastare anche un segnale insignificante, qualche distrazione affettiva, qualche assenza di troppo, la percezione vaga di un distacco o di una diminuzione di un’intimità che si dava per scontata.

Il cercatore di tracce avverte una dissonanza tra le sue aspettative e la realtà che percepisce: c’è qualcosa che non torna, ma non si sa bene cosa sia. Si vorrebbe saperne di più e non sa, il cercare tracce, il mettersi a caccia è un gesto, un comportamento che risponde a una sofferenza di tipo ansioso e forse rabbioso, ma che inizia sempre come una preoccupazione sul proprio futuro e sul proprio futuro in un determinato rapporto.

In realtà chi cerca tracce e racconta a se stesso un motivo attinente a sensazioni inspiegabili del rapporto, lo fa perché l’ossessione e l’incertezza del rapporto, in qualche modo indipendentemente dal comportamento del compagno o della compagna, sono nelle sue corde. Se leggiamo la sua storia, l’incertezza dell’essere amato, la paura dell’abbandono, il desiderio di tener vivo un rapporto in modo doloroso e incerto, sono sempre stati presenti. Spesso il cercatore di tracce è una persona incerta sul proprio valore personale, sulla sua amabilità, o timoroso del futuro o sfiduciato e diffidente.

L’emozione che troviamo in chi cerca è l’ansia. L’ansia è l’emozione che segna il passaggio tra il mondo che ci è noto e quello che ancora non conosciamo. La condizione in cui nasce è l’intolleranza dell’incertezza. Questa credenza o insieme di credenze è tipica dell’ansia e viene definita in molti modi diversi, ad esempio per alcuni l’intolleranza dell’incertezza ha a che fare soprattutto con la difficoltà a vedersi capaci di tollerare le emozioni negative che esistono nel mondo che non si prevede, ‘Se non so bene cosa ho davanti a me, nell’immediato futuro, potrei non sopportare le emozioni che qualche improvvisa novità potrebbero mettere in gioco, sarebbero emozioni troppo potenti per me’, mentre per altri studiosi l’elemento centrale dell’intolleranza è la certezza che in condizioni non conosciute del futuro sia certo qualche evento negativo, quindi dell’incertezza si teme la certezza del negativo ‘Quando mi trovo in situazioni che non controllo e prevedo bene, ho la certezza che non possa che accadermi qualcosa di negativo, di catastrofico, che rischia di annientarmi’. Altri considerano l’intolleranza dell’incertezza come l’intenzione di alcuni ansiosi di controllare il futuro in modo il più certo possibile ‘Non sopporto di non sapere che cosa mi accade, non sopporto di non sapere, la cosa più importante è non trovarsi mai in situazioni in cui possano avvenire imprevisti, devo sempre controllare tutto e sapere tutto sul futuro, sull’immediato futuro e sul futuro più lontano’. Con questo stato parte il processo di ricerca, che vorrebbe servire a lenire l’emozione negativa conseguente all’incertezza sul futuro che si ha davanti.

C’è chi vuole confermare di non essere amato (il geloso che può arrivare al delirio) e chi vuole confermare di essere amato e non tradito dal partner. Entrambi tuttavia utilizzano una strategia che permette di concentrarsi soltanto sull’ipotesi focale e utilizzano tutti i bias cognitivi per confermarla. Questo significa che una volta costruita l’ipotesi del tradimento tentano in tutti i modi di confermarla. Il cercare tracce corrisponde a una strategia confirmatoria. Si cercano le tracce e si selezionano tutti i segnali a conferma del tradimento e questo rende il trovare tracce più probabile, rende la gravità delle tracce trovate maggiore.

I cercatori con il loro comportamento confermazionista sono l’opposto degli scienziati popperiani, essi presentano l’opposto dell’atteggiamento falsificazionista del pensiero popperiano e del pensiero critico. Hanno una tesi forte in testa, il tradimento, la considerano credibile e a volte necessaria, scartano o non indagano le tesi diverse da questa e tendono a leggere la realtà a partire dalle emozioni che questa tesi implica.

Aveva finalmente un periodo di qualche ora libero nella casa di lui. Le aveva detto che sarebbe arrivato con l’aereo del pomeriggio, e aveva detto al portiere che poteva salire. Lei era salita in casa con atteggiamento di segugio, quell’uomo meraviglioso che stava con lei dimostrandole ininterrottamente qualche perplessità, non poteva accontentarsi di una come lei. Una donna capace ma normale, non la bellezza straordinaria che lui avrebbe meritato. Aveva cominciato a cercare e la ricerca era diventata pian piano una ossessione scrupolosa che l’aveva completamente assorbita, tra le camicie, nei cassetti, sotto la libreria, ovunque, perfino negli armadi della cucina, cercare cercare, non pensava ad altro, e non riusciva a fare altro, ore di ricerca senza risultato più interessante di una vecchia foto e qualche lettera ,quando finalmente, cominciava ad avere fretta, si era trovata con una piccola scatola di latta in mano, riposta accuratamente dietro l’armadio della camera da letto. Aveva aperto tremante e aveva trovato vecchie lettere, foglietti appunti delle sue vecchie sedute dallo psicanalista, che denotavano antiche tristezze del suo compagno, sogni, insoddisfazioni, e dopo aver letto velocemente tutto, aveva finalmente trovato una lettera di lui ad un amico in cui egli parlava di lei, era piena di stupore e affetto e stima verso di lei e a un certo punto: ‘Certo Carla è una bella persona ma…c’è qualcosa di lei che mi fa rimpiangere Sonia, come era bella, come era bella e svenevole, un inno alla giovinezza…e che persona diversa ero allora’

La lettura delle poche righe di rimpianto verso il passato, era stata come una bomba che le era scoppiata in testa..si era accasciata sulla lettera in preda a un pianto dirotto, scossa e tremante, arrabbiata, confusa, inferocita, disperata, un tumulto di emozioni incontrollabili….Finalmente aveva in mano la conferma che lui non la amava che lui non voleva stare con lei. E che non sarebbe mai riuscita a farsi amare dall’uomo dei suoi sogni. Se lo aspettava. L’avrebbe atteso in casa e gli avrebbe detto tutto quello che aveva in cuore…Quando lui aveva aperto la porta di casa e l’ aveva vista , aveva fatto un largo sorriso e la aveva abbracciata stretta ‘Che felicità per me trovarti qui!’ Ma quelle parole erano niente , lei non ascoltava aveva la testa piena soltanto delle cose lette, della conferma negativa che si aspettava del fallimento del suo sogno…’Ti devo parlare’….

E’ interessante ma prevedibile che si preferisca una scoperta dolorosa allo stato di incertezza.  Ha in testa un sospetto e un ossessione, e la minaccia della perdita dell’altro o del tradimento sono un problema molto vivo e caldo nella sua mente. Chi cerca tracce ha voglia di saperne di più. Non si fida dell’altro e del rapporto, ma non si fida soprattutto di se stesso. Egli avverte una dissonanza, una titubanza emotiva, una distanza del pensiero, del corpo, dell’emozione. Questo tipo di dissonanza è spesso una dissonanza tra le sue aspettative e una realtà che percepisce diversa da come egli la vorrebbe. Ma spesso le aspettative sono aspettative non realistiche o esagerate o di una esclusività assoluta o poco adatte alla realtà del rapporto in atto o vaghe. E l’idea di sé è negativa, tradibile, non molto amabile.

Giovanna era tornata di sorpresa a casa e non lo aveva trovato, ma aveva trovato il suo telefono cellulare appoggiato sulla scrivania. Lui negli ultimi tempi era un po’ triste, pensoso, molto chiuso in se stesso. Il lavoro, è vero, non andava bene, ma con lei egli cercava di mostrarsi ottimista e di non farle pesare troppo le sue preoccupazioni. Quando si erano sposati lei si immaginava una vita rosata e allegra e spensierata, lo aveva detto sempre, faremo insieme una vita perfetta.. e solo pochi mesi dopo quella maledetta crisi economica e quelle difficoltà con i colleghi dell’azienda in cui egli lavorava. Adesso era preoccupata, non poteva essere soltanto un problema economico, sicuramente le cose erano tristi perché lui stava smettendo di amarla e di pensare a lei.. Anzi probabilmente stava riprendendo i contatti con la vecchia donna con cui era stato tanto a lungo e che aveva lasciato a malincuore, preoccupandosi molto della sofferenza di lei.

Il cellulare non aveva messaggi di nessun tipo che potessero insospettirla: la sorella, Carlo, la madre..ma sicuramente se avesse cercato nella casa avrebbe trovato altre prove, e così scivolando nella sua solitaria e cupa e ostinata ossessione, si era messa a cercare ovunque, sotto letti e divani, nelle tasche delle giacche, nelle borse riposte…e non aveva ancora trovato nulla, ma questo non bastava a tranquillizzarla. Ormai era scattata una ossessione dolorosa, che le stava invadendo la mente, una certezza, un cupo desiderio distruttivo, quando lui tornò a casa, stanco, lei era seduta sul divano e vedendolo, lo guardava con odio e gli diceva ‘Tu mi tradisci’.

 

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO

Nick Drake, il poeta evitante, la sua depressione e il suicidio

[blockquote style=”1″]’If songs were lines in a conversation, the situation would be fine…[/blockquote] Hazey Jane, Nick Drake

La canzoni di Nick Drake sono delicate e struggenti come carezze e hanno il sapore del capolavoro senza tempo, estremamente attuali anche all’ascolto odierno. La voce morbida è particolarmente evocativa, anche se non venne mai sufficientemente apprezzata quando uscirono i tre dischi prodotti dall’artista. Il beffardo destino ha voluto che i fans di Nick Drake siano cresciuti negli anni successivi la sua tragica morte.

Il fantasma del fallimento, del non riconoscimento a livello commerciale del proprio valore artistico e talento indiscutibile segnarono la sua vita. Durante la sua breve carriera registrò solo 31 canzoni e nessuno dei tre album superò le 10.000 copie vendute.

Nato nel 1948 in Birmania, dove la famiglia si trovava per via del lavoro del padre ingegnere, viene descritto dalla sorella maggiore Gabrielle, attrice di successo, come il classico bravo ragazzo, anche se leggermente introverso.
Trascorse un’infanzia apparentemente tranquilla, dimostrando precocemente un grande interesse per la musica, probabilmente stimolato dalla madre, che scriveva canzoni per la famiglia e le cantava accompagnandosi con il pianoforte. Quando Nick aveva tre anni, la famiglia tornò in Inghilterra e si trasferì nel suggestivo villaggio di Tanwoth in Arden, vicino a Birmingham.

Nonostante fosse uno studente modello e un ottimo atleta (era alto un metro e novanta), il padre descriveva così il temperamento sfuggente del ragazzo [blockquote style=”1″]Sembra che niente gli importasse davvero. Era come se ci fosse qualcosa che lo distraesse continuamente.[/blockquote] Questo tipo di atteggiamento può essere riscontrato in tanti adolescenti alla ricerca della propria identità e solitamente cambia in concomitanza alla maturazione psicologica dell’individuo. L’interesse per lo sport, in particolare il rugby, e la passione per la musica, che lo portò a studiare violoncello, clarinetto e pianoforte, rendevano Nick un ragazzo tutt’altro che apatico o passivo, lontano dalle ombre della depressione che oscurano la sua vita negli anni successivi.

Finite le superiori si trasferì a Londra, dividendo un appartamento con la sorella, conoscendo nuovi amici e conducendo uno stile di vita bohemien, dove la buona musica e la marijuana non mancavano mai. Gli amici lo descrivevano come persona tendenzialmente timida e riservata, ma socievole con le persone che conosceva, dotato di un gran sense of humor, molto sensibile e appassionato alla bellezza artistica. Nonostante fosse un bel tipo e avesse tante ragazze che stravedevano per lui, non vengono riportate nelle biografie delle relazioni sentimentali significative, come se Nick tendesse ad evitare contatti intimi e riuscisse a raggiungere il romanticismo solo nelle canzoni e non nella vita reale. Aveva molti amici, ma sembra che nessuno lo conoscesse davvero nel profondo.

Nel 1967 fu ammesso al Fitzwilliam College di Cambridge per studiare letteratura inglese, dove trovò un nuovo gruppo di amici intellettuali un po’ hipster con cui si trovava regolarmente a suonare le canzoni di Bob Dylan e Van Morrison, stonandosi di canne. In quel periodo registrò anche un blues sulla marijuana dal titolo Been Smoking Too Long (Ho fumato per troppo tempo) in cui evidentemente trovava aspetti autobiografici: [blockquote style=”1″]’Nightmare made of hash dreams/Got the devil in my shoes/Tell me tell me what have I done wrong/Ain’t nothing go right with me/Must be I’ve been smoking too long[/blockquote] (Incubi fatti di sogni di fumo, ho il diavolo nelle scarpe, dimmi cosa ho fatto di male, niente funziona in me, devo aver fumato troppo).

Non era molto interessato agli studi, mentre la musica acquistava sempre più importanza nella sua vita e nel 1968 l’incontro con il produttore londinese Joe Boyd lo portò a firmare il primo contratto discografico.
L’album d’esordio Five Leaves Left uscì nel 1969 e doveva il titolo alla scritta contenuta nelle cartine Rizla (usate tipicamente dai fumatori di cannabinoidi), che avvertiva quando stavano per finire.
In un periodo dove gli artisti inglesi (come i Rolling Stones ad esempio) tendevano a ispirarsi alla musica americana, Drake proponeva un suono e un’immagine decisamente più europea, verrebbe da dire più posata e raffinata. I testi, che parlavano d’amore, desiderio e identità, sembravano più ispirati dalla lettura dei poeti romantici, che dalle storie on the road dei folksinger americani. Fu pure uno sperimentatore a livello musicale per quanto riguarda l’uso di accordature aperte con la chitarra, che conferivano ai brani una sonorità più eterea, evanescente, con confini poco netti, sicuramente molto originale per il periodo. Il disco contiene la canzone Fruit Tree che è quasi una profezia di una gloria che verrà raggiunta solo dopo la morte [blockquote style=”1″]Safe in your place deep in the earth, That’s when they’ll know what you were really worth[/blockquote] (Al sicuro nel tuo posto nelle profondità della terra, solo allora riconosceranno il tuo vero valore).

Le vendite del primo disco, ma anche dei successivi, non furono buone anche a causa della grande difficoltà dell’artista di esibirsi dal vivo e di una certa diffidenza per le interviste. Non riuscì a portare a termine il minitour tra clubs e associazioni studentesche che il manager gli aveva organizzato, sia per la timidezza di esporsi di fronte a sconosciuti, sia perché non riusciva a tollerare di trovarsi a suonare di fronte a persone che chiacchieravano, bevevano e non avevano il giusto rispetto per la sua musica. La descrizione del cantautore scozzese John Martyn, amico di Nick, mette in risalto la vergogna provata dall’artista durante le performance: [blockquote style=”1″]Quando suonava dal vivo osservarlo era straziante; era come vedere qualcuno che veniva spogliato nudo.[/blockquote]

La classica gavetta di ogni artista è fatta anche di questi momenti di frustrazione, di serate storte, di indifferenza degli altri nei confronti della propria musica, ma era come se Nick amasse troppo le proprie canzoni e si sentisse in dovere di proteggerle dall’ignoranza e dalla maleducazione del pubblico medio. E’ probabile che dentro di lui ci fosse una forte componente di orgoglio narcisistico, per cui riteneva intollerabile non essere sufficientemente considerato e il mancato apprezzamento corrispondeva a una delusione fortissima, che lo gettava in uno stato depressivo e che chiaramente cercava di evitare con l’astensione dal palco. Possiamo rilevare in questo atteggiamento anche alcuni tratti di personalità evitante, caratterizzato da una grande sensibilità al rifiuto, che determina difficoltà ad instaurare nuovi rapporti ed esporsi in nuove attività (APA, 2013). La persona evitante patisce il conflitto tra un desiderio di affetto e accettazione e il ritiro dai rapporti intimi e dalle relazioni sociali per timore di risultare inadeguato e di venire criticato. Spesso questo tipo di personalità si associa a disturbi d’ansia sociale, come il timore di mangiare, parlare o, come nel caso di Drake, cantare in pubblico.

Deluso dall’attività live, l’anno successivo prese in affitto una stanza ad Hampstead e iniziò a lavorare al secondo disco Bryter Layter, pronuncia cockney della frase delle previsioni del tempo Brighter Later (sereno più tardi), titolo che pareva contenere un messaggio di speranza e che riscosse buone critiche, ma vendette pochissimo.

In concomitanza al vivere da solo e al secondo fiasco discografico lo stato psicologico di Nick iniziò gradualmente a peggiorare, con vissuti di fallimento. Era assillato anche da preoccupazioni economiche visto che riceveva dalla Island Records solo 20 sterline a settimana, una cifra davvero misera per vivere a Londra. L’aver interrotto gli studi per dedicarsi alla musica e l’avere ottenuto risultati inferiori alle aspettative potevano essere alla base della profonda tristezza dell’artista. L’amico e arrangiatore Robert Kirby raccontò in un’intervista al Guardian [blockquote style=”1″]Penso ci fosse molto imbarazzo tra di noi, rispetto al fatto che quello che sarebbe dovuto succedere, in realtà non sia successo. Il fatto che Nick avesse interrotto gli studi prima della laurea lo portava a temere di aver deluso il padre, abbasando molto la sua autostima.[/blockquote] Nick iniziò a ritirarsi sempre di più in se stesso, divenendo una persona molto silenziosa, che riusciva a parlare prevalentemente attraverso le canzoni e anche i rapporti con il produttore Joe Boyd iniziarono ben presto a deteriorarsi a causa del flop delle vendite dei dischi.

Nel 1971 i genitori accompagnarono il figlio da uno psichiatra che fece diagnosi di depressione e prescrisse una cura farmacologica a base di amitriptilina. L’artista non era assolutamente propenso a curarsi con gli antidepressivi per una questione di vergogna nei confronti di amici e parenti, per il timore degli effetti collaterali e delle possibili interazioni con la marijuana che assumeva regolarmente. Non si può escludere che anche l’abuso massiccio e protratto di cannabinoidi abbia giocato un ruolo nell’insorgenza della depressione dell’artista, considerato che il consumo cronico di cannabis, oltre a causare la cosiddetta “sindrome amotivazionale” (pigrizia, introversione, apatia, difficoltà a mantenere l’attenzione, mancanza di ambizione e di progettualità) può favorire l’insorgenza di disturbi psichiatrici come depressione, disturbo bipolare e psicosi (Coscas, 2013). Nick era un ragazzo estremanete sensibile e fragile, con una certa tendenza all’introversione e che usava l’evitamento come principale meccanismo difensivo. Certamente l’uso cronico di cannabis può avere amplificato questi aspetti del suo carattere con effetti gravi sull’umore.

Tornò a vivere a casa dei genitori nel Warwickshire, dopo la difficile e solitaria permanenza a Londra, ma la protezione della famiglia non lo aiutò più di tanto. Pareva vivere un profondo senso di solitudine anche in compagnia degli amici e delle persone care, ed era come se non riuscisse a rendersi conto che lo amavano incondizionatamente. C’era in lui una profonda ambivalenza nei confronti della casa dei genitori, che viveva come rifugio protettivo e prigione da cui scappare allo stesso tempo.

Capitava di sovente che prendesse a prestito l’auto dei genitori e scomparisse per alcuni giorni, senza che nessuno, tranne le persone che lo ospitavano, sapesse dove andasse. L’amico Robert Kirby descrive una delle sue visite [blockquote style=”1″]Arrivava e non diceva niente, si sedeva, ascoltava la musica, fumava, beveva, dormiva lì la notte e dopo due o tre giorni se ne andava. Poi tornava dopo tre mesi[/blockquote] (Dann, 2007).

Non era infrequente che i genitori dovessero andarlo a recuperare a pochi chilometri da casa perché non riusciva a fare benzina o si era perso. Nei momenti più bui anche l’aspetto fisico e l’igiene erano sempre più trascurate, a conferma di un grave stato depressivo.
Nel 1972 pubblicò Pink Moon, l’ultimo disco, realizzato con chitarra e voce in un paio di serate e che voleva essere una rappresentazione nuda e cruda di sè. La canzone che dà il titolo al disco ha un testo criptico e visionario, che nuovamente pare far riferimento alla morte o a una vita post-terrena: [blockquote style=”1″]I saw it written and I saw it say, pink moon is on its way, and none of you stand so tall, pink moon gonna get ye all[/blockquote] (L’ho visto scritto, l’ho visto dire, la luna rosa sta per arrivare, e nessuno di voi sarà abbastanza all’altezza, la luna rossa vi prenderà tutti). Anche nel brano “From the morning” parla anche di una sorta di ascensione [blockquote style=”1″]And now we rise and we are everywhere [/blockquote](e adesso sorgiamo e siamo ovunque).

Poco dopo Pink Moon, che rappresentò il terzo flop commerciale, l’artista ebbe un momento di grave crisi nervosa che lo portò al ricovero in un ospedale psichiatrico per cinque settimane. Il postricovero fu caratterizzato da un grande stato di apatia e di disinteresse per tutto, compresa la musica. Sembra inoltre che la compliance alle medicine fosse scarsa e che Nick spesso dimenticasse di assumere l’antidepressivo.

Il problema della corretta assunzione della terapia farmacologica da parte del paziente depresso (la cosiddetta compliance) è ancora drammaticamente attuale, considerando che alcuni studi evidenziano come il 30-40% dei pazienti smette le terapie nei primi tre mesi e successivamente si può arrivare fino al 60% di interruzione (Lopez Torres, 2013). Chiaramente la mancata assunzione della terapia in modo corretto espone al rischio di persistenza dei sintomi depressivi e di ricaduta precoce. I motivi per cui si presume che le persone depresse rifiutino o smettano le terapie sono svariati e vanno dallo stigma sociale ancora connesso all’idea di intraprendere trattamenti psichiatrici, alla presenza di effetti collaterali insopportabili (anche se gli antidepressivi di nuova generazione sono molto meglio dei vecchi da questo punto di vista), all’effetto sabotante autodistruttivo della depressione stessa. A differenza di altre malattie che possono generare reazioni di fortissimo attaccamento alla vita, le sindromi depressive, possono compromettere anche l’energia vitale e la volontà (tra cui quella di guarire), rendendo spesso le terapie molto difficili.

Nel 1973 Nick ricontattò il proprio produttore, che nel frattempo si era trasferito in America, perché si sentiva pronto a registrare nuovo materiale. In realtà non stava affatto bene, ma l’intenzione di registrare ancora sembrava un ultimo disperato tentativo per ottenere quell’agognato riconoscimento che non era mai arrivato. Secondo la testimonianza dell’ingegnere del suono John Wood, le performance in studio furono più scadenti rispetto ai dischi precedenti, in quanto l’artista non riusciva a registrare la chitarra e la voce insieme. [blockquote style=”1″]Non riesco a pensare alle parole. Non provo più niente. Non voglio né piangere, né ridere. Mi sento morto dentro[/blockquote] disse in quella circostanza.

Riuscì a registrare solo quattro brani, tra cui Black Eyed Dog (cane con gli occhi neri), in cui il protagonista della canzone potrebbe rappresentare metaforicamente la depressione o forse la morte: [blockquote style=”1″]A black eyed dog he called at my door/A black eyed dog he called for more/A black eyed dog he knew my name [/blockquote](un cane con gli occhi neri ha bussato alla mia porta/ un cane con gli occhi neri mi ha chiesto di più/ un cane con gli occhi neri conosci il mio nome).

Nel mondo anglosassone l’espressione black dog, si riferisce a uno stato di umore depressivo ed è celebre il suo utilizzo da parte di uno storico depresso come Sir Wiston Churchill. Recentemente l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un cartone animato psicoeducativo, realizzato dall’illustratore Mattew Johnstone dal titolo “I had black dog, his name was depression” (Avevo un cane nero, il suo nome era depressione).
Un altro brano significativo di quella sessione fu “Hanging on a star” (Appeso a una stella), che sembra contenere una sorta di recriminazione nei confronti del mondo della musica e forse anche della vita stessa [blockquote style=”1″]Why leave me hanging on a star/And when you deem me so high[/blockquote] (Perché mi lasciate appeso a una stella, quando pensate che sia così alto).

Dopo aver raggiunto uno stato depressivo davvero grave, caratterizzato da un’indifferenza quasi totale nei confronti del mondo circostante e da momenti di blocco psicomotorio (come quando fu trovato dalla polizia, fermo da un’ora di fronte alle strisce pedonali), Nick ebbe miracolosamente un’improvvisa ripresa, che lo portò a trascorrere alcune settimane a Parigi, dove in passato aveva incontrato la cantante Francoise Hardy, per cui avrebbe dovuto scrivere dei brani, in realtà mai riuscendoci.
Verso l’autunno dello stesso anno l’artista rimase sconvolto dalla notizia del suicidio del fratello di una sua cara amica, affetto da una depressione cronica.

La notte del 24 novembre 1974 andò a dormire presto, dopo aver trascorso il pomeriggio insieme ad alcuni amici. La madre quella notte lo sentì armeggiare in cucina, dove spesso si recava di notte a mangiare una tazza di cereali e prendere qualche sonnifero, per poi tornare a letto. Fu la stessa madre che lo trovò morto la mattina successiva. Non c’erano note suicidiarie anche se Nick lasciò una lettera per Sophie Ryde, una ragazza con cui aveva una relazione piuttosto platonica negli ultimi mesi. La conclusione del coroner fu “Suicidio previa ingestione incongrua di amitriptilina” (trenta pastiglie, rispetto alla dose prescritta di tre), un antidepressivo triciclico con profilo sedativo, che si assume tipicamente la sera perché aiuta il sonno e che a dosaggi elevati può causare la morte per aritmia e arresto cardiaco, oltre che causare convulsioni e stato saporoso. Qualcuno ha messo in dubbio la reale intenzione suicidiaria del cantante, che avrebbe potuto assumere la dose extra di compresse per errore, per stordirsi o come tentativo di attirare l’attenzione. Pare strano che il medico che ha prescritto la medicina non abbia messo in guardia il paziente e i famigliari rispetto al rischio del sovradosaggio, e il fatto che Nick avesse accesso al farmaco lascia pensare che i famigliari fossero abbastanza tranquilli nel lasciarglielo gestire, non temendo tentativi suicidiari. Il produttore Joe Boyd ha ipotizzato che il sovradosaggio potesse essere in relazione al fatto che si sentiva un po’ meglio, e che pensava che prendendo più pillole si sarebbe sentito ancora meglio (Guaitamacchi, 2010). Questa ipotesi deporrebbe per una completa ignoranza rispetto al meccanismo d’azione dei farmaci antidepressivi, che pare altrettanto strano per una famiglia di estrazione alto borghese e per una persona intelligente come Nick.

E’ comunque abbastanza chiaro dalla storia degli ultimi anni, come fosse per Nick Drake diventato difficile e faticoso vivere e trovare degli obiettivi che lo spingessero ad andare avanti.
In modo molto coraggioso e lucido la sorella Giselle ha sostenuto l’ipotesi suicidiaria, ritenendola più accettabile rispetto al tragico errore [blockquote style=”1″]Non credo che le pillole l’avrebbero ucciso se non avesse preso interiormente la decisione di morire. Credo che l’istinto vitale sia così forte che a meno che non ci sia dentro di te la volontà di suicidarti, non riesci a morire.[/blockquote]

Benché tra i disturbi della personalità l’evitante non presenti frequentemente condotte suicidiarie (a differenza, ad esempio, del disturbo borderline) possiamo ipotizzare in questo caso che Nick Drake mise in atto un evitamento estremo: quello nei confronti della vita.
La notizia del decesso non ebbe particolare eco sui media, considerato il fatto che Nick Drake era poco conosciuto. Venne pianto da amici, parenti e qualche fan fedele.

Non è più il tempo dell’inconscio e dell’underground nella psicoterapia moderna

Questo articolo è stato pubblicato da Giovanni Maria Ruggiero su Linkiesta il  25/10/2015

 

L’underground è affascinante, ciò che è sotterraneo e nascosto è intrigante, ma la psicoterapia moderna ha da tempo abbandonato le esplorazioni negli inferi. Le profondità buie dell’inconscio freudiano sono finite nei racconti ottocenteschi da leggersi all’imbrunire, insieme alle storie di Jeckill e Hyde, di Dracula e Frankenstein.

L’inconscio freudiano era estremista. Un inconscio assoluto, inattingibile e mai veramente conoscibile. Solo la situazione psicoanalitica, la stanza chiusa e il lettino, ci concederebbe la possibilità di dare una rapida occhiata ai contenuti inconsci. E questa situazione psicoanalitica è a sua volta un privilegio riservato a pochi felici, gli analisti esperti, che si siano sottoposti a loro volta a una lunga analisi personale. Un percorso iniziatico, insomma, nei bassifondi della psiche.

La stranezza è che in Freud questo livello underground era raggiunto percorrendo una strada tecnologica e modernistica. Tecnologia ottocentesca beninteso, basata sul motore a vapore. Per Freud la mente era una macchina che obbediva ai principi della termodinamica. Paradossale base teorica dal sapore steampunk per uno degli scopritori dell’interiorità. Freud si ispirò al lavoro di Gustav Theodor Fechner (1801-1887), il quale sosteneva che le percezioni psichiche di piacere e dolore sono prodotte dalla maggiore o minore vicinanza della mente-motore a vapore allo stato di stabilità, secondo il secondo principio della termodinamica. La soglia della coscienza era investita dal piacere nella misura in cui si approssimava alla completa stabilità, e dal dolore quanto più se ne allontanava.

Insomma, come il cognitivismo nel XX secolo avrebbe modellato l’analogia tra mente e computer, Fechner un secolo prima immaginava un’analogia tra mente e motore a vapore.

E in questa analogia Fechner aveva cercato la legge che mettesse in relazione anima e corpo, psiche e materia. E anche Freud aveva tentato inizialmente di ridurre il lavoro mentale a uno scontro di forze fisiche impersonali. Ma questa pretesa materialista, seppure sempre presente, fu una maschera a cui Freud si attenne solo in parte. Al tempo stesso, Freud iniziò per fortuna a sviluppare una psicologia dell’interiorità. Le forze psichiche teorizzate da Freud, seppure definite inconsce e quindi a voler essere rigorosi non indagabili introspettivamente, non potevano non mostrare il loro aspetto di fenomeni mentali e accessibili alla coscienza.

Questo però è il passato. La psicoanalisi contemporanea ha abbandonato le avventure nell’underground. È arrivata anche per la psicoanalisi la secolarizzazione. Il conflitto edipico tra padri e figli è stato sostituito da uno scenario più sentimentale e tranquillo, la cosiddetta relazione di attaccamento tra genitori e figli, in cui l’amore e l’accudimento, soprattutto materno, prendono il posto del parricidio. Soprattutto Donald Winnicott e John Bowlby – il primo un pediatra troppo cortese e beneducato e il secondo un mezzo psicoanalista troppo scienziato ed entrambi poco propensi al gusto underground- non pensavano più che il buon sviluppo della psiche e delle sue deviazioni germogliasse da uno scontro tra Edipo e Laio, ma dall’accudimento affettivo sicuro e stabile, assicurato soprattutto dalla madre. Si tratta di un profondo cambiamento culturale.

La severa Torah freudiana è stata sostituita dai Vangeli amorevoli di Winnicott e Bowlby, e un gentile culto mariano è subentrato alle tragedie arcaiche.

Anche l’atteggiamento in seduta dello psicoanalista si è laicizzato. Non si tratta più di riprodurre in seduta le triangolazioni erotiche e conflittuali edipiche, ma di vivere una relazione tra paziente terapeuta meno tragica e più gentile e cortese. Si è smessa la marmorea ieraticità inespressiva dello psicoanalista “specchio vuoto” raccomandata dai padri della prima generazione. Ormai gli psicoanalisti hanno quasi rinunciato al sogno gnostico dell’interpretazione profonda e underground che frulla fino al fondo della mente e muta l’anima del paziente che soffre, redimendolo.

Quello che è probabilmente il più influente psicoanalista vivente, Peter Fonagy, utilizza ormai un linguaggio di pura scienza cognitiva nel quale non vi è spazio per pensieri inconsci. Invece che di Edipo e di castrazione, Fonagy preferisce parlare di mentalizzazione e di funzione auto-riflessiva, ma le differenze a me paiono trascurabili. La metacognizione o mentalizzazione, sia nella psicoanalisi che nella terapia cognitiva, non è altro che il prendere atto che ci sono dei limiti alla nostra capacità di controllo e padroneggiamento dei nostri stati mentali, anche dopo un approfondito trattamento terapeutico. La sofferenza si può attenuare, ma va anche accettata e gestita.

Il lavoro terapeutico di Fonagy appare, dal punto di vista tecnico, un continuo incoraggiare il paziente a riflettere sui propri stati di sofferenza emotiva e sui propri impulsi per fornire loro un significato: ragionare sul perché si percepiscano certe emozioni o ceri impulsi, rielaborarli in termini di pensieri, e cioè credenze cognitive. Il tutto legato al qui e ora piuttosto che alla ricerca di ragioni nel passato. Come si vede, è un linguaggio terapeutico pragmatico, da terapia cognitiva.

Con la terapia cognitiva la psicoterapia moderna ha definitivamente abbandonato i bassifondi, i sotterranei, i dungeon e l’underground. Ormai la coscienza, e non più l’inconscio, è al centro del lavoro terapeutico moderno.

Uno dei fondatori della terapia cognitiva moderna, Albert Ellis, non volle cercare, dietro lo specchio del pensiero, un’altra realtà, fatta di pulsioni primitive, come Freud, ma si attenne al dato di coscienza e in questo cercò la radice della sofferenza psichica. Al contrario della psicoanalisi, che concepiva la sofferenza mentale come uno stato appreso in una condizione d’inconsapevolezza e di pensiero irriflesso e che suggeriva che questi stati inconsci fossero in grado –dal fondo oscuro della loro inconsapevolezza- di continuare a condizionare il comportamento e lo stato emotivo degli individui consapevoli di tutto meno che del perché essi soffrissero. L’individuo si riduceva a fantasma, zombie mosso da forze non coscienti.

Ellis rovescia questa impostazione e sostiene che invece la sofferenza mentale non dipende da stati mentali inconsci, ma da elaborazioni verbali esplicite che il soggetto si auto-infligge non inconsapevolmente (semmai solo con un certo automatismo), dandone per scontati il valore di verità e la fondatezza razionale.

Questa uscita della psicoterapia dall’underground ovviamente ha tolto fascino alla disciplina, ma le ha donato rigore scientifico, accessibilità e luminosità. È bello aggirarsi nei bassifondi, ma poi è meglio tornare a casa e accoccolarsi davanti al caminetto. Salvo poi sentire un sinistro scricchiolio scendere dal solaio.

Comportamenti autolesivi: strategie per sopravvivere

Chiara Polizzi, Ivana Bernardotti, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

 

L’atto autolesionista assolve a funzioni differenti: le più accreditate concernono una strategia di regolazione emotiva, una forma di autopunizione “appresa” a causa di un contesto di vita criticista e invalidante, e ancora, un tentativo di uscita da stati dissociativi.

[blockquote style=”1″]Stavo in piedi nel bagno, mi guardavo allo specchio, ma non mi riconoscevo. Era la mia faccia quella che mi guardava ma la mia anima non c’era. Per me quello era solo un corpo e non sentivo di farne più parte. Sentivo di aver perso il controllo dei miei pensieri, delle mie azioni e delle mie emozioni. E quando perdi del tutto controllo, cosa ti resta? Vidi i rasoi che i miei tenevano nell’armadietto dei medicinali. Sembrava avere senso allora anche se non so esattamente perché. In seguito, più tagliavo e più capivo perché.[/blockquote] Da “Un urlo rosso sangue” di Marilee Strong.

Tagliarsi, bruciarsi, grattarsi o graffiarsi fino a far uscire il sangue. Sono solo alcuni esempi di quello che oggi sembra essere un fenomeno largamente e pericolosamente diffuso, soprattutto in fascia adolescenziale. Se ne parla sui blog, sui social network e si pubblicano video su youtube. Non appaiono i volti, appaiono scritte, pensieri, grida di aiuto con l’intento, forse, di condividere quella che è per lo più una sofferenza privata, tenuta segreta, per la paura di essere giudicati, non capiti, presi in giro.

Che cos’è l’autolesionismo?

Gli ultimi 15 anni hanno conosciuto un’esplosione di ricerche sull’argomento dell’autolesionismo. L’autolesionismo non suicidario, in generale, può essere definito come la deliberata e diretta alterazione o distruzione dei propri tessuti corporei in assenza di un reale intento suicidario (Favazza,2012).

Si individuano, in letteratura, diverse forme di comportamenti autolesivi, le quali si differenziano soprattutto per la gravità dell’atto verso se stessi; esclusi i rari casi di mutilazione grave (tipica, appunto, di pazienti con diagnosi nell’area psicotica o con severo ritardo mentale), le forme più frequenti concernono l’autolesionismo definito “leggero” (che si manifesta col tagliarsi, bruciarsi, strapparsi i capelli, ferirsi, ecc.) e il cosiddetto autolesionismo “latente”, il più subdolo in quanto nascosto e presente in ulteriori forme di sofferenza psicologica (tossicodipendenza, bulimia, attività fisica eccessiva, ecc.).

L’autolesionismo sembrerebbe coinvolgere fino al 20/30 % degli adolescenti (nonostante il sommerso possa essere molto più elevato), con esordio intorno ai 12-14 anni e in proporzione quasi equivalente tra i due sessi (Whitlock, Eckenrode, Silverman, 2006; Klonsky, 2011) sebbene a differenziarsi siano i metodi d’elezione: le donne sono difatti più propense a tagliarsi, gli uomini preferiscono colpirsi o bruciarsi (Klonsky, Muehlenkamp, 2007). La letteratura sembra dimostrare che l’adolescente ricorra più frequentemente rispetto che all’adulto a metodi multipli (Briere e Gil, 1998; Herperts, 1995). Si rileva inoltre una significativa associazione fra l’autoferirsi e la presenza di emotività negativa, ansia, depressione e, in particolare, disregolazione emotiva.

Autolesionismo, Self-Harm: come viene diagnosticato?

Negli ultimi anni, si è compiuto il tentativo di sviluppare modelli concettuali e clinici per poter meglio comprendere e trattare tale problematica.
Ci si è domandati se l’autolesionismo non suicidario possa essere considerato un sintomo, parte di un quadro di personalità più ampio, o se si debba invece considerare come una categoria diagnostica a sé.

Nel DSM-IV (APA, 2000) l’autolesionismo è incluso fra i sintomi del disturbo borderline di personalità: “ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento auto mutilante”. Tuttavia, sebbene alcune ricerche abbiano confermato l’esistenza di una forte relazione fra l’autolesionismo e questo disturbo di personalità (Klonsky, Oltmanns e Turkheimer, 2003; Stanley, Gameroff, Michalsen e Mann, 2001; van der Kolk, Perry e Herman, 1991; Zlotnick, Mattia e Zimmerman, 1999), anche pazienti che ricevono altre diagnosi sembrano procurarsi ferite in modo intenzionale e deliberato.

In particolare, soggetti affetti da depressione maggiore, disturbi d’ansia, abuso di sostanze, disturbi del comportamento alimentare, disturbo da stress post-traumatico, schizofrenia ed altri gravi disturbi di personalità (Haw, Hawton e Townsend, 2001; Herpertz, Sass e Favazza, 1997; Klonsky et al. 2003; Zlotnick et all. 1999).

In aggiunta, studi recenti hanno indagato l’esistenza o l’assenza di un’associazione fra l’autolesionismo intenzionale e i gesti parasuicidari e suicidari. È stato inizialmente ipotizzato che tali comportamenti possano collocarsi lungo un continuum. Tuttavia, i gesti autolesionistici non suicidari ed i gesti parasuicidari sembrerebbero differire per alcuni punti importanti, fra cui il ricorso a metodi differenti, gli esiti fisici di diversa gravità (maggiore per i gesti parasuicidari e suicidari) e la diversa intenzionalità (l’autolesionismo non suicidario è frequentemente messo in atto in assenza di ideazione suicidaria).

Tale distinzione risulta essere il punto di partenza per la proposta avanzata nell’attuale manuale diagnostico (DSM-5, 2013): l’autolesività non suicidaria potrebbe essere concepita come una categoria diagnostica a sé stante. I criteri proposti nell’attuale manuale diagnostico difatti includono:

A. Nell’ultimo anno, in cinque o più giorni, l’individuo si è intenzionalmente inflitto danni di qualche tipo alla superficie corporea in grado di indurre sanguinamento, lividi o dolore (per es. tagliandosi, bruciandosi, accoltellandosi, colpendosi, strofinandosi eccessivamente), con l’aspettativa che la ferita porti a danni fisici soltanto lievi o moderati (non c’è intenzionalità suicidaria).
B. L’individuo è coinvolto in attività autolesionistiche con una o più delle seguenti aspettative:
1. Ottenere sollievo da una sensazione o uno stato cognitivo negativi
2. Risolvere una difficoltà interpersonale
3. Indurre una sensazione positiva
C. L’autolesività intenzionale è associata ad almeno uno dei seguenti sintomi:
1. Difficoltà interpersonali o sensazioni o pensieri negativi, come depressione, ansia, tensione, rabbia, disagio generalizzato, autocritica, che si verificano nel periodo immediatamente precedente al gesto autolesivo.
2. Prima di compiere il gesto, presenza di un periodo di preoccupazione difficilmente controllabile riguardo al gesto che l’individuo ha intenzione di commettere
3. Pensieri di autolesività presenti frequentemente, anche quando il comportamento non viene messo in atto.

Ulteriori ricerche si rendono, pertanto, necessarie per confermare o meno questa recente proposta.

Autolesionismo: perchè ci si autoferisce?

Nel 2007 Klonsky passa in rassegna diciotto studi, comprensivi di self-report e studi di laboratorio, sulle motivazioni e sulla fenomenologia dell’autolesionismo al fine di meglio comprendere il fenomeno e le funzioni cui risponde (ne individua 7). I risultati suggeriscono il ricorso all’autolesionismo primariamente come strategia di regolazione emotiva, al fine di alleviare emozioni negative acute e ridurne l’arousal. I risultati ottenuti da Klonsky rimandano al seguente modello di funzionamento:
– un’emozione negativa acuta tende a precedere la messa in atto del gesto autolesivo;
– l’autoferimento determina una riduzione dell’emozione negativa ed una sensazione di sollievo;
– l’intenzione principale della messa in atto del gesto è il fronteggiamento e la riduzione dell’emozione negativa;
– la riduzione dell’emozione negativa e dell’arousal, conseguente al gesto autolesivo, emerge anche negli studi di laboratorio.

Uno studio condotto nel 2012 da Martorana si propone inoltre di indagare il ruolo che i vissuti traumatici, l’attaccamento, oltre che la disregolazione emotiva, hanno nello sviluppo di comportamenti di autoferimento: l’esito della ricerca sembra dimostrare che, a compromettere le capacità di regolazione delle emozioni, siano soprattutto esperienze a contenuto traumatico vissute durante l’infanzia, nonché uno stile di attaccamento di tipo insicuro o disorganizzato, che comporterebbe anche l’insorgenza di sintomatologia dissociativa e tratti alessitimici; un quadro sintomatologico che, spesso, può essere inscritto all’interno di una diagnosi di disturbo borderline di personalità.

A tale proposito, Marsha Linehan teorizza, all’interno della propria teoria bio-sociale del disturbo borderline di personalità, che l’invalidazione precoce da parte del proprio ambiente di crescita, (l’ “ambiente invalidante”), può farsì che il bambino non sia in grado di apprendere strategie funzionali di coping finalizzate al riconoscimento e alla conseguente regolazione delle emozioni, o apprenda strategie inadeguate. Forti evidenze empiriche vanno a sostegno degli interventi che hanno come specifico focus il miglioramento delle abilità di regolazione emotiva, come appunto la DBT (Linehan, 1993).

Nel 2014, Andover e Morris hanno pubblicato una review finalizzata a raccogliere le evidenze empiriche che vanno a sostegno della funzione di regolazione emotiva dei gesti autolesivi. Gli autori mettono in luce come non solo l’autolesionismo contribuisca alla riduzione di un’emozione negativa, ma tenda parallelamente a produrne una positiva. Tali effetti rinforzano il ricorso al comportamento stesso (Jenkins e Schmitz, 2012).
Inoltre, coloro che si ingaggiano in condotte autolesive, riportano maggiori tratti di disregolazione emotiva alla DERS e ciò emerge tanto in campioni clinici quanto nella popolazione generale (Bedi et al, 2013; Gratz et al., 2010).

[blockquote style=”1″]Tagliarsi non è un modo per cercare attenzione. Non è una manipolazione. É un meccanismo per affrontare i problemi, punitivo, gradevole, potenzialmente pericoloso, ma efficace. Mi aiuta a sopportare le forti emozioni che non so come gestire. Non ditemi che sono malato, non ditemi di smettere. Non cercate di farmi sentire in colpa, mi accade già. Ascoltatemi, sostenetemi, aiutatemi. [/blockquote] scrive Marilee Strong in “Un urlo rosso sangue”.

Vi sono, parallelamente, evidenze a favore di una funzione autopunitiva assolta dall’autolesionismo. Sulla base dell’analisi condotta, Klonsky rileva, talvolta, la presenza di rabbia auto-diretta e desiderio di autopunizione in coloro che si procurano lesioni.

Uno studio condotto da Glassman et al. nel 2007 ha messo in evidenza l’esistenza di una relazione fra abusi emotivi subiti nell’infanzia ed il successivo ricorso a condotte autolesive. Tale relazione sembrerebbe essere mediata dallo sviluppo di uno stile cognitivo di auto-criticismo. Gli autori ipotizzano che adolescenti che hanno sviluppato tale stile cognitivo potrebbero ingaggiarsi in condotte autolesive come forma di autopunizione. Le limitazioni metodologiche dello studio condotto rendono, tuttavia, necessarie ulteriori ricerche in tale direzione.
Un’evidenza modesta emerge, infine, per funzioni quali: uscita da stati dissociativi, tentativo di influenzare il contesto interpersonale, evitamento del suicidio, ricerca di sensazioni intense e definizione dei confini interpersonali.

La relazione fra le differenti funzioni non è tuttora stata chiarita.

Autolesionismo: un’ ipotesi di trattamento

Sintetizzando quanto descritto sul fenomeno, l’atto autolesionista assolve a funzioni differenti: le più accreditate concernono una strategia di regolazione emotiva, una forma di autopunizione “appresa” a causa di un contesto di vita criticista e invalidante, e ancora, un tentativo di uscita da stati dissociativi.
Queste evidenze portano a interrogarsi sulla forma di trattamento più funzionale in presenza di condotte analoghe.

Stando a quanto sostenuto nella ricerca condotta da Harrington & Saleem (Harrington, R., Saleem, Y, 2002), l’approccio cognitivo comportamentale sembra essere élitario per la progressiva riduzione e, addirittura, per la prevenzione di sintomi autolesivi nei pazienti di Asse I che presentano questi tratti (ad esempio, gravi depressi, pazienti con DCA, ecc.).
Questo perché la CBT non solo pone attenzione sugli aspetti irrazionali e cognitivi dei pensieri negativi che precedono l’atto autolesivo, ma si compone anche di moduli prettamente comportamentali: le tecniche di problem solving possono essere utili nell’aiutare gli adolescenti ad affrontare gli stress che si associano al Deliberate Self Harm, mentre le tecniche cognitive possono essere particolarmente utili nel caso in cui al tentativo di suicidio sia associata una diagnosi in Asse I.
Nonostante questo, nei pazienti con disturbo di personalità, un approccio “razionalistico” non è affatto sufficiente: nel 1993, Marsha Linehan propone un modello che, attingendo da varie tecniche trattamentali, punta a migliorare le competenze di problem solving e regolazione emotiva del paziente, ponendo l’accento sui principi di accettazione e cambiamento. Si tratta della Dialectical Behaviour Therapy (DBT); tale approccio è stato validato tramite ulteriori ricerche: James e altri (James et al., 2008) hanno osservato come la dialettica comportamentale diminuisca il ricorso a gesti autolesivi in pazienti adolescenti di entrambi i sessi. Ancora, Klonsky (2007), nella sua review, dimostra come le terapie che si fondano sull’empatizzare con le difficoltà nella regolazione emotiva del paziente e sull’incremento di strategie di problem solving, risultino maggiormente efficaci nel trattamento del self-harm.

Il modello DBT prevede, nello specifico, il ricorso a setting multipli di trattamento: individuale, gruppo di skill training (alla presenza di conduttore e co-conduttore), coaching telefonico e gestione del caso in équipe.
Secondo M. Linehan la partecipazione alla terapia individuale è requisito fondamentale per il trattamento ed il terapeuta individuale si configura come il principale referente del paziente all’interno dell’équipe di lavoro; la terapia di gruppo, dall’impronta maggiormente psicoeducazionale, vi si affianca. Le procedure di skill training vengono utilizzate nei casi in cui il paziente non possieda nel suo repertorio comportamentale le abilità necessarie per risolvere un problema (Linehan, 2011) e si articolano in quattro moduli:
–   abilità nucleari di Mindfulness, considerate essenziali nel perseguire l’integrazione di quelle che Linehan definisce “mente razionale” e “mente emotiva” e nel pervenire in modo dialettico alla “mente saggia”;
–   abilità di regolazione emotiva;
–   abilità di efficacia interpersonale;
–   abilità di tolleranza della sofferenza mentale e dell’angoscia, tesa al perseguimento della capacità di percepire il proprio ambiente senza pretendere che sia diverso, di esperire il proprio stato emotivo senza tentare di modificarlo e di osservare i propri pensieri e le proprie azioni senza cercare di controllarli.

Numerosi studi sembrano inoltre confermare che approcci psicoterapici strutturati e focalizzati sulla relazione terapeutica cooperativa, sulla motivazione e sulla spinta al cambiamento, sembrano essere i più efficaci per il trattamento dei comportamenti autolesivi nella popolazione clinica (Turner et al., 2014).

Pare dunque certificato che questi presupposti siano essenziali allo scopo trattamentale, vengano essi inscritti in un quadro DBT, o siano invece parte di approcci differenti: tra questi, si annoverano la Dynamic Decostructive Psychotherapy, gruppi di auto-mutuo aiuto incentrati sulla regolazione delle emozioni, alcune terapie farmacologiche che intervengono sugli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina.
Altri approcci, tra cui quello cognitivista improntato sulla regolazione emotiva proposto da Gross (1998) hanno una buona applicabilità nel trattamento del comportamento autolesivo: il modello prevede molti degli aspetti tipici della DBT standard, integrati con tecniche immaginative e specifici training mirati non solo alla riduzione della carica negativa di eventi spiacevoli, ma anche all’incremento e all’intensificazione dell’emozione piacevole in caso di eventi di vita altrettanto positivi (Andover et al., 2014).

Vedere filmati che riproducono attività motorie può migliorare le performance fisiche?

Daniela Sonzogni

Uno studio condotto dall’unità di Neuroimaging Quantitativo dell’IRCC dell’Ospedale San Raffaele ha dimostrato che la visione di filmati, che riproducono semplici attività motorie, migliora sia la destrezza manuale sia la performance motoria dei soggetti sani, grazie a modificazioni strutturali dell’encefalo.

La plasticità cerebrale, definita come la capacità dell’encefalo di modificare la propria struttura e le proprie funzionalità, è alla base dei fenomeni di apprendimento sia cognitivo che motorio e rappresenta uno dei fattori associati al recupero di una funzionalità in seguito a un danno del sistema nervoso.

Per lo studio sono stati ingaggiati 36 adulti sani destrimani che hanno partecipato a 10 sessioni giornaliere di training motorio della mano destra della durata di 40 minuti ciascuna. I soggetti sono stati divisi in due gruppi: il primo gruppo è stato sottoposto alla visione di filmati che presentavano movimenti specifici compiuti da altri individui, come utilizzare un martello e dei chiodi, scrivere con una penna o con il computer; il secondo gruppo invece ha visto filmati con paesaggi neutri come montagne, colline.

Sia prima sia dopo le 10 sedute di training, i soggetti sono stati sottoposti ad una sequenza di risonanza magnetica morfologica. Quest’ultima viene solitamente utilizzata per quantificare il volume cerebrale globale, e può, attraverso specifiche tecniche di analisi, identificare modifiche di volume di singole regioni encefaliche.

Lo studio ha individuato nel primo gruppo un miglioramento delle performance, in particolar modo nella forza e nella destrezza manuale fino a 11 volte superiore ai soggetti del secondo gruppo. Questo miglioramento delle performance è associato a variazioni del volume di regioni della sostanza grigia e della sostanza bianca che fanno parte del circuito motorio e del circuito visivo.

Il cervello di un adulto è quindi in grado di assimilare abilità motorie attraverso la visione di filmati che presentano attività da svolgere.

Grazie all’aumento di video disponibili attraverso l’utilizzo di cellulari, computer e tecnologie più recenti, questo argomento potrebbe essere al centro di altri studi che si pongono come obiettivo quello di comprendere come utilizzare questi processi fisiologici per migliorare le prestazioni dei soggetti sani e di ottimizzare il recupero delle funzioni nei pazienti con patologie neurologiche.

La continuità degli affetti nei percorsi di affidamento e adozione: l’approvazione delle modifiche alla legge 184/1983

 

Il 15 ottobre 2015 è stata approvata la Legge che sancisce il diritto alla continuità degli affetti da parte dei minori che vivono l’esperienze dell’affido famigliare.

Il percorso di approvazione è stato lungo ed è il risultato del lavoro di moltissime associazioni che hanno spinto per il riconoscimento della continuità degli affetti stabilita dal bambino con le figure affettive che si sono prese cura di lui nel periodo dell’affidamento famigliare.

La proposta di legge ( A.C. 2957) approvata in Senato e definitivamente approvata alla Camera il 15 Ottobre 2015 definisce che la famiglia che accoglie un bambino in affido, nel caso in cui si presenti una situazione di adottabilità del minore, potrà inoltrare richiesta di adozione del minore grazie al riconoscimento della continuità affettiva stabilita tra loro.

La legge interviene sulla parte della legge 184/1983 che impediva l’adozione del minore da parte degli affidatari, anche quando era presente un legame affettivo positivo e funzionale alla crescita del bambino. La legge 184/1983, nonostante sia un ‘ottima legge rispetto al riconoscimento del diritto del minori di vivere in famiglia, grazie all’affidamento famigliare e all’adozione, non garantiva la possibilità di salvaguardare i rapporti positivi stabiliti con la famiglia affidataria nel momento in cui il bambino era dichiarato adottabile. Con la legge 184/1983 i minori che diventavano adottabili nonostante avessero stabilito relazioni significative con i genitori affidatari non potevano essere adottati da loro e non potevano mantenere alcun tipo di contatto dopo l’adozione.

L’effetto di questo articolo di legge sulla vita del bambino e delle famiglie affidatarie era devastante perché interrompeva la continuità affettiva consolidata nella famiglia e decretava un ulteriore separazione dalle persone che erano diventate dei sostituti genitoriali. La legge sulla continuità degli affetti interviene proprio su questo punto permettendo alla famiglia affidataria di inoltrare richiesta di adozione del minore o di mantenere i contatti con egli nella situazione in cui, invece, venga adottato da un’altra famiglia.

La legge sulla continuità degli affetti stabilisce che quando sia stata verificata l’impossibilità da parte della famiglia d’origine di farsi carico del proprio figlio, il Tribunale dei Minorenni nella fase di valutazione dello stato di adottabilità del minore valuta in modo dettagliato i legami affettivi e le relazioni che il minore ha instaurato e consolidato con la famiglia affidataria.

Un altro aspetto importantissimo è il riconoscimento del diritto della continuità affettiva anche quando il bambino rientra nella famiglia d’origine o viene adottato da un’altra famiglia: la legge, infatti, stabilisce che è importante garantire momenti di incontro volti a mantenere la continuità affettiva del bambino nei confronti della famiglia affidataria, e cioè delle relazioni affettive consolidatesi con la famiglia affidataria.

Un altro importante passaggio è quello legato al riconoscimento del diritto del minore di essere ascoltato in merito alle decisioni che riguardano la sua vita: quindi il bambino potrà essere ascoltato dal giudice e potrà esprime il proprio parere in relazione a qualsiasi proposta degli operatori e giudici che riguarda la possibilità di rientrare nella sua famiglia d’origine, o di essere adottato dalla famiglia affidataria o da un’altra famiglia e di mantenere i contatti con la famiglia affidataria come definito dall’art. 12 della Convenzione sui diritti dell’infanzia.

Con la legge sul diritto alla continuità degli affetti si umanizza il passaggio dall’affidamento all’adozione che negli ultimi trent’anni è stato per i bambini e per le famiglie adottive fonte di dolore e, in qualche caso, di profonda disperazione. La continuità degli affetti rappresenta, quindi, un ulteriore passaggio verso la tutela dei diritti dei bambini che vivono la separazione dalla propria famiglia d’origine e il collocamento in un contesto famigliare diverso da quello di nascita e verso il riconoscimento del valore dell’esperienze affettive vissute nella fase dell’affidamento famigliare.

La memoria implicita ed esplicita – Introduzione alla Psicologia nr. 31

La memoria a lungo termine si suddivide in memoria esplicita o dichiarativa e memoria implicita o procedurale.
INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA (Nr. 31)

 

Nelle scorse settimane su  questa rubrica abbiamo parlato delle differenze tra memoria semantica e memoria episodica, di memoria autobiografica e di memoria a breve/lungo termine e working memory (ndr).

La memoria esplicita

La memoria esplicita o dichiarativa permette di ricordare i nomi di cose, di luoghi e di persone. Si chiama dichiarativa perché i contenuti presenti al suo interno possono essere rievocati in maniera volontaria, verbalmente e non verbalmente. Per questo motivo si definisce memoria dichiarativa o esplicativa. Essa contiene sia le memorie degli episodi della vita che quelle relative al bagaglio generale dell’individuo. Le caratteristiche presentate dalla memoria dichiarativa, dunque, consentono il superamento della dicotomia tra memoria semantica e memoria episodica.

Le situazioni o eventi verificatisi nell’arco della vita di ciascuno di noi finiscono in questa parte di memoria e possono essere rievocate tutte le volte che è necessario farlo. Questa memoria, dunque, è costituita da tutto ciò che può essere descritto in maniera consapevole e si divide ulteriormente in memoria episodica, memoria semantica, memoria emozionale.

La memoria implicita

La memoria procedurale o implicita si utilizza nel momento in cui dobbiamo fornire una performance. Consiste in quella forma di memoria a cui non possiamo accedere consapevolmente. Per esempio una forma di memoria implicita è quella legata all’ imparare a leggere. Nel momento in cui, ad esempio, leggiamo non dobbiamo ripartire da zero, come se fosse la rima volta, ma automaticamente andiamo a pescare quei ricordi che ci consentono di eseguire quel determinato compito. La memoria implicita si collega a esperienze che avvengono non a livello del tutto cosciente e non sono neppure verbalizzabili.

La distinzione tra memoria implicita e memoria esplicita avviene attraverso l’utilizzo di test impliciti ed espliciti (test del richiamo libero o guidato; test del riconoscimento) per verificare il ricordo che il soggetto possiede di un evento, di una frase o di una parola.
In altri termini, i test espliciti inducono il soggetto a ricordare consapevolmente un precedente apprendimento, mentre il test implicito è studiato per fare in modo che il soggetto rievochi quanto precedentemente appreso senza che lui stesso ne abbia intenzione.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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L’alessitimia in età adulta: quale correlazione tra alessitimia e psicopatologia?

Grazia Artoni, Martina Atti, Enrica Giaroli e Susanna Paterlini, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

 

L’alessitimia appare come un insieme di disfunzioni interpersonali, una vasta gamma di sintomi e scarsa regolazione degli impulsi, tutti problemi che rappresentano tratti distintivi dei disturbi di personalità. Si è per questo ipotizzato che essa sia una caratteristica di molti pazienti affetti da questi disturbi (Grabe et al., 2004), un’idea supportata da dati che mostrano come l’alessitimia non sia una reazione a stressors ma un tratto stabile di personalità (Luminet et al., 2001).

LEGGI ANCHE: (1) Introduzione – (2) Alessitimia in età evolutiva – (3) Alessitimia in adolescenza   

Recentemente gli studi sulla popolazione adulta hanno indagato il collegamento tra l’alessitimia e i disturbi del comportamento alimentare (Harrison, Sullivan, Tchanturia, & Treasure 2009), l’abuso di alcool e sostanze (Taylor, Bagby, & Parker, 1997; De Rick, Vanheule, & Verhaeghe, 2009), la depressione (Luminet, Bagby, & Taylor, 2001) e, in particolare, il sottotipo resistente al trattamento (Ogrodniczuk, Piper & Joiyce, 2004; Vanheule, Desmet, Verhaeghe, & Bogaerts, 2007), lamentele somatiche e disturbi somatoformi (PedrosaGil et al., 2008), dissociazione patologica e tentativi di suicidio (Maaranen et al., 2005).

L’alessitimia negli adulti appare anche correlata alla tendenza a evitare i conflitti, e a relazionarsi con gli altri in un modo distaccato (Taylor et al., 1997) oltre che con un minore impegno nel processo psicoterapeutico (Ogrodniczuk et al.,2005). Questi pazienti evitano relazioni sociali strette e tendono a formare legami superficiali. Vanheule et al.(2007) hanno trovato che l’alessitimia è collegata a due tipologie di indifferenza interpersonale: ci si aspetta poco dagli altri e c’è un interesse limitato nel soddisfare le aspettative altrui.

L’alessitimia dunque appare come un insieme di disfunzioni interpersonali, una vasta gamma di sintomi e scarsa regolazione degli impulsi, tutti problemi che rappresentano tratti distintivi dei disturbi di personalità. Si è per questo ipotizzato che essa sia una caratteristica di molti pazienti affetti da questi disturbi (Grabe et al., 2004), un’idea supportata da dati che mostrano come l’alessitimia non sia una reazione a stressors ma un tratto stabile di personalità (Luminet et al., 2001).

Alcuni autori, nello studio di pazienti con disturbi di personalità, hanno indagato il ruolo della mentalizzazione (Bateman & Fonagy, 2004) o della metacognizione (Semerari, Carcione, Dimaggio, Nicolò, & Procacci, 2007), due processi strettamente correlati all’essere in grado di riconoscere e pensare i propri stati interni. E’stato ipotizzato che la difficoltà nel tradurre stati corporei in parole sia una caratteristica centrale degli individui affetti da disturbo di personalità borderline. Altri disturbi come l’evitante, l’ossessivo-compulsivo o il narcisistico sono stati descritti nei termini di scarsa consapevolezza emotiva e difficoltà nel comunicare agli altri le emozioni (Semerari et al., 2003; Dimaggio, Semerari, Carcione, Nicolò, & Procacci, 2007; Colle, D’Angerio, Popolo & Dimaggio, 2010).

Nonostante la plausibilità del legame tra alessitimia e disturbi di personalità, pochi studi hanno esplorato questa relazione e quasi nessuno si è concentrato in modo particolare su di essi. Bach, De Zwaan, Ackard, Nutzinger, & Mitchel (1994) hanno trovato che il disturbo schizotipico di personalità, il dipendente, e l’evitante, così come la mancanza di caratteristiche istrioniche, emergevano come predittori significativi di alessitimia. Honkalampi e al. (2001), dopo aver analizzato un campione di pazienti con depressione maggiore, hanno scoperto che l’alessitimia era più pronunciata nei pazienti appartenenti al cluster C. Inoltre, l’alessitimia persisteva dopo il recupero dalla depressione, in tal modo ciò rafforza l’idea che essa sia un tratto della personalità stabile.

Bouchard et al. (2008) hanno esaminato le Adult Attachment Interviews di 73 partecipanti, con e senza disturbi psichiatrici. Essi hanno scoperto che molti aspetti della capacità di pensare il pensiero, inclusa la possibilità di descrivere stati somatici in termini di sentimenti erano collegati con la presenza di un maggior numero di diagnosi di disturbo di personalità. Spitzer e al. (2005) hanno rilevato che lo stile interpersonale di individui alessitimici era caratterizzato da un comportamento freddo e socialmente evitante, corrispondente al pattern di attaccamento insicuro.

Alessitimia: quali possibilità terapeutiche?

Vista la sovrapposizione tra il costrutto dell’alessitimia e alcuni disturbi di personalità si è generato un dibattito sulla possibilità di modificare questi tratti in psicoterapia.
L’impatto stesso del costrutto sull’esito in psicoterapia è poco chiaro. In primo luogo, i soggetti con alessitimia sono spesso socialmente evitanti, freddi, meno emotivamente coinvolti nelle interazioni (Saarijärvi, Salminen, & Toikka, 2006). Questo potrebbe portare ad una ridotta aderenza alla psicoterapia nonostante grave disagio mentale. In secondo luogo, la mancanza di immaginazione, e la scarsa consapevolezza degli stimoli emotivi possono significativamente ridurre la capacità di impegnarsi con successo in una psicoterapia.

Le osservazioni cliniche degli anni ‘60 e ‘70 mostravano che i pazienti alessitimici rispondevano poco alla psicoterapia psicodinamica. Ciò era spiegato dalla difficoltà di questi pazienti a svolgere alcuni compiti proposti in terapia, tra cui l’introspezione e la comunicazione dei loro sentimenti, il riconoscimento di cause psicologiche e l’utilizzo di strategie mentali e relazionali per regolare le emozioni. Questi presentavano, inoltre, grosse difficoltà a sviluppare una alleanza con i clinici e, di conseguenza, si impegnavano meno a mettere in atto le raccomandazioni fornite.

Negli ultimi anni, i ricercatori hanno rivolto la loro attenzione a studiare il ruolo potenziale dell’alessitimia nel predire la prognosi a lungo termine. L’alessitimia predice scarsi esiti della terapia per l’ansia e per i disturbi somatoformi (Bach & Bach, 1995), la depressione (Ogrodniczuk, Piper, e Joyce, 2004), l’alcolismo (Cleland, Magura, Foote, Rosenblum, & Kosanke, 2005), i disordini funzionali gastrointestinali (Porcelli et al, 2004), e disturbi psichiatrici misti (McCallum, Piper, Ogrodniczuk, & Joyce, 2003).

In contrasto con questi risultati negativi, altri studi hanno evidenziato la possibilità che la presenza di questo costrutto non influenzi gli esiti di trattamento di altri sintomi.

In uno studio (Rufer, et al., 2004) su pazienti alessitimici con disturbo ossessivo compulsivo e depressione in comorbidità sottoposti a terapia cognitivo comportamentale si è evidenziata una riduzione significativa dei sintomi ossessivi e depressivi, mentre non si sono verificati cambiamenti assoluti nella TAS – 20 punteggi totali e suoi fattori 1 e 3 (difficoltà nell’identificare i sentimenti e pensiero orientato all’esterno). Solo i punteggi del fattore 2 (difficoltà nel comunicare i sentimenti agli altri) sono diminuiti in modo significativo. Questo dato supporta l’idea che l’alessitimia sia un tratto stabile di personalità piuttosto che un fenomeno di stato-dipendente nei pazienti ossessivo- compulsivi. Emerge, inoltre, la possibilità che un trattamento cognitivo comportamentale produca un miglioramento di questi pazienti rispetto alla capacità di descrivere le loro sensazioni.

Grabe, Spitzer, & Freyberger (2001) hanno valutato un ampio campione di pazienti ricoverati e sottoposti a psicoterapia per indagare sulle seguenti ipotesi : ( 1 ) visti i livelli elevati di stress interpersonale e i comportamenti di evitamento sociale , gli alessitimici interromperanno più spesso il trattamento nelle prime fasi della terapia; ( 2 ) alla baseline , i pazienti alessitimici mostreranno livelli più elevati di disagio psicopatologico rispetto ai non alessitimici; ( 3 ) La riduzione dei sintomi negli alessitimici sarà inferiore e il distress psicopatologico alla fine dell’intervento sarà ancora significativamente elevato rispetto ai non alessitimici.

La prima ipotesi non viene confermata. I pazienti che interrompono il trattamento entro le prime 4 settimane non sono più alessitimici rispetto ai pazienti che hanno continuato il programma.
Inoltre, uno studio sperimentale ha fornito dati che mostrano come una risposta empatica verbalizzata da parte del clinico può essere particolarmente cruciale per l’alessitimico.
La soddisfazione dei pazienti può, quindi, diventare la base per una solida alleanza terapeutica (Graugaard, Holgersen, & Finset, 2004). La seconda ipotesi è stata pienamente confermata e si è evidenziato, quindi, un significativo livello di stress psicopatologico in pazienti alessitimici all’inizio della terapia. In contrasto con la terza ipotesi degli autori, la psicoterapia condotta nel contesto ospedaliero ha prodotto una significativa riduzione dei sintomi negli alessitimici comparabile alla riduzione riscontrata nei non alessitimici.

Dato che i pazienti alessitimici sembrano non avere le competenze stesse che la psicoterapia richiede, ad esempio, auto-riflessione, l’interesse per eventi interni e l’accesso ai sentimenti, sembrerebbe ragionevole supporre che essi tendano anche a evitare trattamenti psicoterapici e preferiscano, invece, altre forme di trattamento, ad esempio, la farmacoterapia.

Recentemente è stato esaminato questo problema (Ogrodniczuk et al., 2009), attraverso la raccolta di dati provenienti da pazienti in due diversi ambulatori psichiatrici. In questo studio si sono prese in considerazione le tre caratteristiche principali del costrutto: difficoltà di identificazione sentimenti, difficoltà a comunicare sentimenti e il pensiero orientato all’esterno. E’ stata data la possibilità ai pazienti di indicare il trattamento che avrebbero preferito. La scala prevedeva la scelta tra “trattamento medico”, “psicoterapia”, o “nessun trattamento”. I soggetti potevano anche indicare se avrebbero preferito una psicoterapia di gruppo o individuale.

I risultati mostrano che la presenza di alti livelli di alessitimia non porta a differenze significative tra i gruppi di pazienti che scelgono il trattamento farmacologico, la psicoterapia, o nessun trattamento. Questa scoperta suggerisce che l’alessitimia abbia le stesse probabilità di essere presente in mezzo a coloro che preferiscono la psicoterapia come coloro che preferiscono un trattamento farmacologico.
Sembrerebbe, quindi, non opportuno assumere che i pazienti alessitimici abbiano riserve a ingaggiarsi in un trattamento psicoterapeutico. Si è, inoltre, riscontrato che i pazienti che preferivano la terapia di gruppo avevano livelli più elevati di alessitimia rispetto a coloro che preferivano l’individuale. È possibile che questi pazienti percepiscano la terapia di gruppo come un ambiente che offre qualche opportunità di essere un osservatore passivo. Possono ritenere che la terapia individuale richiederebbe loro costante partecipazione nella discussione dei sentimenti e che potrebbero non essere completamente a proprio agio. In alternativa, i pazienti alessitimici potrebbero credere che la terapia di gruppo potrebbe fornire loro maggiori opportunità di imparare a lavorare con sentimenti.

Nel complesso, i risultati di questi studi mostrano che, sebbene la psicoterapia con pazienti alessitimici può ritenersi una sfida, questo tipo di trattamento sembra essere facilmente accettato da questi e può produrre miglioramenti significativi nei sintomi associati al costrutto.

Alessitimia: quali prospettive in ambito neuroscientifico?

Anche dalle neuroscienze arrivano nuove riflessioni e interessanti prospettive di trattamento.
Gli studi di neuroimaging hanno trovato che l’alessitimia può essere associata a un deficit nel processamento degli stimoli emotivi che si svolge nella corteccia cingolata anteriore, piuttosto che a una mancanza di risposta neuronale in strutture che si occupano dell’elaborazione di stimoli emotivi a livelli più bassi (Kano et al 2003).

Una recente rassegna di studi di neuroimaging (Morigouchi & Komaki, 2013) ha portato alle seguenti conclusioni:
1) Le persone con alessitimia mostrano ridotta risposta neurale nei sistemi limbico e paralimbico (ad esempio, amigdala, insula, ACC) a stimoli affettivi esterni (visivi).
2) Le persone con alessitimia hanno mostrato ridotta risposta neurale nella corteccia cingolata posteriore durante un compito immaginativo, il che suggerisce che il funzionamento cognitivo volontario, come ad esempio la creazione di un’immagine mentale (non innescati da eventi esterni), è difficoltosa per queste.
3) Al contrario, negli individui con punteggi più alti di alessitimia si evidenzia una aumentata risposta neurale agli stimoli accompagnati da un contesto ‘fisico’, come i processi somatosensoriali o senso-motori. Questa ‘ipersensibilità al livello delle sensazioni fisiche può essere associata con il fatto che alcuni pazienti (pazienti psicosomatici in particolare) tendono a fare affidamento sui loro sintomi fisici.
4) Le persone con alessitimia mostrano ridotta attivazione dell’insula, quando sono impegnati in processi cognitivi, come ad esempio le attività sociali che richiedono capacità di mentalizzazione, o teoria della mente. Ciò può essere indicativo di una sovrapposizione tra alessitimia e altri disturbi psichiatrici caratterizzati da scarsa empatia, come i disturbi dello spettro autistico.

Nel complesso, gli studi di neuroimaging indicano che le persone con alti punteggi sulla scala dell’alessitimia mostrano o scarsa sensibilità ai trigger affettivi esterni o ipersensibilità a sensazioni fisiche interne e dirette, o entrambi. Insieme con le loro capacità cognitive ridotte, come ad esempio la capacità di mentalizzazione o immaginativa, queste caratteristiche potrebbero clinicamente manifestarsi come incapacità di esprimere le proprie emozioni e /o la tendenza a diventare dipendenti da disturbi fisici. Questo ricorda la teoria di MacLean che afferma che i processi cognitivi in aree neocorticali non raggiungano il cervello viscerale.

I risultati sembrano adattarsi molto bene al costrutto teorico di emozioni proposto da Lane & Schwartz (1987) in cui la consapevolezza emotiva può essere classificato in diversi “livelli” basati sulla teoria cognitivo-evolutiva di Piaget (Piaget, Brown, Kaegi, Rosenzweig, 1981). In questo modello, la consapevolezza di indizi fisiologici e la consapevolezza delle tendenze d’azione sono classificate nel livello inferiore. Questi tipi di consapevolezza fondamentale sono la base per i livelli cognitivi più elevati di consapevolezza emotiva, come la capacità di differenziare le emozioni, anche tra persone in diversi contesti sociali. La teoria sembra coerente con i risultati di studi di neuroimaging che forniscono evidenze di come le persone con alessitimia si basino su un livello più basso di consapevolezza emotiva (cioè, a livello fisico/azione), e che la loro consapevolezza cognitiva superiore sia piuttosto compromessa. Secondo questi dati è plausibile che le persone affette da alessitimia possono essere ferme ai livelli inferiori di consapevolezza emotiva.

Un esempio dei fenotipi clinici che mostrano una forma primitiva di esperienza affettiva è il disturbo di panico. Gli individui con disturbo di panico non possono simboleggiare e regolare gli stati di eccitazione emotiva e vengono travolti da una miriade di sensazioni corporee e dalla paura di perdere il controllo. La loro mente è concentrata sulle sensazioni somatiche e l’eccitazione interna è espressa direttamente attraverso vie somatiche senza alcuna modifica da processi cognitivi di ordine superiore. Diversi studi hanno suggerito che l’ansia di panico è dovuta a un deficit alessitimico in processi cognitivi di livello inferiore. Tale caratteristica dell’attacco di panico è del tutto coerente con l’idea che le persone con alessitimia siano focalizzate sul piano somatosensoriale di consapevolezza emotiva. Non esistono, tuttavia, studi di neuroimaging del disturbo di panico che si concentrino sulle caratteristiche alessitimiche come le tendenze somatosensoriali.

Gli interventi potrebbero avere come obiettivo queste specifiche aree neurali utilizzando tecniche specializzate di stimolazione transcranica magnetica per attivare aree del cervello che sono coinvolte nelle emozioni. Inoltre, le aree del cervello (per esempio, l’insula anteriore) implicate nell’empatia, nelle emozioni, nella consapevolezza enterocettiva e nell’alessitimia (Bernhardt et al, 2013) e le aree coinvolte nelle emozioni e nel linguaggio (Rota et al, 2009) possono essere addestrati da neurofeedback utilizzando in tempo reale la risonanza magnetica. In alternativa, il neurofeedback può essere fornito attraverso la tecnologia a basso costo, come la spettroscopia a infrarosso (Mihara et al., 2012). Il training di attivazione dell’insula anteriore cambia anche la valutazione degli stimoli emotivi (Caria et al., 2010) e in pazienti con schizofrenia ha portato a cambiamenti nella percezione delle emozioni e nella modulazione della connettività cerebrale (Ruiz et al., 2013). Questi risultati aprono la porta a ulteriori studi sull’ alessitimia e sulle popolazioni psichiatriche e le possibili applicazioni terapeutiche.

L’effetto della chirurgia bariatrica sulla normalizzazione del sistema oppioidergico nei pazienti obesi

Il presente studio longitudinale ha indagato se la perdita di peso dovuta alla chirurgia bariatrica influenza i livelli del recettore dopaminergico D2 e quelli del recettore oppioide MOR, misurati prima dell’intervento e dopo sei mesi da esso.

L’obesità è una delle patologie più diffuse e, come molte ricerche hanno evidenziato, è legata ad alterazioni del funzionamento neurochimico dei circuiti cerebrali della ricompensa. In particolare questi network neurali sono influenzati dalla dopamina, tanto che disfunzioni nel sistema dopaminergico si possono osservare in diversi tipi di dipendenza: ad esempio la dipendenza da droghe e quella da alcol sono associate a livelli più bassi del recettore D2 della dopamina a causa della continua sovra-stimolazione da parte delle sostanze d’abuso.

Inoltre il circuito della gratificazione, oltre che dal sistema dopaminergico, è influenzato anche dal sistema degli oppioidi endogeni, infatti nella dipendenza da alcol e da cocaina si osserva una maggiore disponibilità del recettore oppioide MOR; non solo…studi animali hanno suggerito che il sistema oppioidergico è attivato anche dalle sensazioni piacevoli legate al cibo che a loro volta agiscono sul circuito della ricompensa, tanto che nei pazienti obesi si registrano livelli significativamente ridotti del recettore oppioide MOR .

Tuttavia se studi trasversali non sono in grado di determinare se tali alterazioni neurotrasmettitoriali siano la causa o la conseguenza dell’obesità, studi longitudinali potrebbero chiarire questo aspetto e verificare se la disfunzione del sistema oppioidergico rappresenti una vulnerabilità endofenotipica stabile che causa l’obesità, se sia la conseguenza del sovrappeso o se sia semplicemente una caratteristica connessa a questo tipo di patologia.

Per questi motivi il presente studio è uno studio longitudinale che ha indagato se la perdita di peso dovuta alla chirurgia bariatrica influenza i livelli del recettore dopaminergico D2 e quelli del recettore oppioide MOR, misurati attraverso l’uso della tomografia ad emissione di positroni (PET) prima dell’intervento e dopo sei mesi; per farlo sono state considerate 16 donne obese, escludendo quelle che fanno uso di droghe, quelle che presentano dei disturbi neurologici o mentali come il disturbo da alimentazione incontrollata e quelle che si dedicano ad un consumo eccessivo di alcol.

I risultati, ottenuti dal confronto tra il gruppo delle pazienti obese e quello di controllo costituito da 14 donne normopeso e tra la condizione precedente e quella successiva all’intervento bariatrico, hanno mostrato che nelle pazienti obese e prima dell’operazione, i livelli del recettore oppioide MOR sono bassi in particolare a livello del corpo striato ventrale, del caudato dorsale, del putamen, dell’insula, dell’amigdala, del talamo, della corteccia orbito frontale e della corteccia cingolata posteriore; in seguito all’intervento chirurgico e alla conseguente perdita di peso invece si assiste ad un aumento del 23% della disponibilità del recettore MOR. Quindi da ciò si evince come i cambiamenti del peso corporeo abbiano un ruolo importante nel modificare la disponibilità del recettore MOR, normalizzandone i livelli rispetto alle fase preoperatoria.

In particolare i ricercatori, sulla base del fatto che il sistema oppioidergico è implicato nelle sensazioni piacevoli mediate dall’assunzione di cibo, suggeriscono che le persone obese tendono a mangiare molto proprio per ottenere questo tipo di sensazioni e che l’alimentazione eccessiva, sovrastimolando il recettore MOR, ne causerebbe un abbassamento dei livelli.

Quello che si instaura è quindi un circolo vizioso per cui il mangiare in modo eccessivo diminuisce la disponibilità del recettore MOR, favorendo di conseguenza anche la diminuzione del piacere legato ai pasti, ciò porterebbe le persone a mangiare ancora di più proprio per provare queste sensazioni piacevoli, tuttavia l’eccesso nell’assunzione di cibo sopprime l’attività del sistema oppioidergico, così come accade ai circuiti dopaminergici in seguito all’abuso prolungato di cocaina e anfetamina.

Un altro risultato importante riguarda il fatto che il dimagrimento non influenza i livelli del recettore dopaminergico D2 , suggerendo la complessità del ruolo svolto dalla dopamina nella condizione dell’obesità. Infatti, benché in questo studio non si sia rilevata alcuna alterazione del sistema dopaminergico in seguito all’intervento bariatrico, altre ricerche condotte sia su uomini che su animali hanno chiaramente mostrato il ruolo del sistema dopaminergico nei processi legati all’alimentazione e all’obesità, per cui si può dire che ad avere un peso rilevante nella modulazione dei circuiti neurali della ricompensa siano in realtà le interazioni tra il recettore D2 e il recettore MOR.

Si è osservato anche che operare un confronto preciso tra l’obesità e le dipendenze da sostanze sulla base del fatto che le due condizioni sono mediate da meccanismi cerebrali simili rappresenta un tentativo troppo semplicistico, piuttosto quello che si evince dallo studio presente e da quelli precedenti è che l’obesità presenta delle basi neurobiologiche uniche.

In conclusione, nonostante i limiti che caratterizzano la ricerca, come il fatto di aver considerato solo soggetti femminili rendendo difficile la generalizzazione dei risultati nel caso di pazienti uomini, essa ha permesso di osservare come il sistema oppioidergico rappresenti un buon obiettivo per il trattamento farmacologico dell’obesità.

E adesso come glielo dico? Come comunicare ai bambini di essere nati da una fecondazione assistita

Ci sono centri nel mondo che si occupano da sempre di studiare gli aspetti psicologici e sociologici delle nuove famiglie. Famiglie con un solo genitore, famiglie separate, famiglie omosessuali, famiglie adottive, famiglie con figli nati dalla procreazione assistita, da maternità surrogate o donatori di gameti. Le famiglie viste così, sono molto varie e colorate. Studiarle significa osservare se ci sono differenze rispetto alle famiglie tradizionali: papà, mamma e figli concepiti naturalmente.

 

Aldilà delle implicazioni o delle osservazioni etiche (spesso sarebbe meglio dire ideologiche) che possono scatenare dibattiti su chi possa essere maggiormente meritevole di chiamarsi famiglia, questi studi offrono degli spunti di riflessione interessanti. E’ di grande attualità il tema della fecondazione assistita, specie in Italia in cui si è cominciato a parlare di eterologa. I numeri sono sempre in aumento, sia delle coppie che si rivolgono ai centri per la fecondazione omologa sia per quelle che si muovono per l’eterologa in Italia anche se i limiti sono ancora tanti e rivolgersi all’estero continua ad essere la via più semplice.

Dal 1978, anno della nascita della prima bambina con fecondazione artificiale, al 2009, sono stati oltre tre milioni nel mondo i bambini nati attraverso le tecnologie riproduttive. Ma la procreazione assistita non è solo una questione di adulti che vogliono essere genitori, ma anche di figli che vogliono capire come sono nati. Così di fronte alla domanda “Mamma, papà come sono nato?” si affacciano nella mente dei genitori dubbi e paure lo dico o non lo dico, e se lo dico, come glielo dico? mi accetterà ancora come genitore? si sentirà diverso/a?͟ ma poi i bambini nati da fecondazione artificiale, sono realmente diversi dagli altri? Gli studi su questo argomento spaziano.

Ad esempio, in uno studio del 2013 viene confrontato la capacità di regolazione emotiva tra bambini nati da maternità surrogate, fecondazione eterologa e concepimento naturale. La questione era se la presenza di un legame biologico (sia genetico o attraverso la gravidanza) incidesse in qualche modo sui bambini che sono stati valutati in tre diverse fasi di vita: a tre, sette e dieci anni attraverso il Strengths and Difficulties Questionnaire. Questo questionario viene somministrato alla madre e all’insegnante quando il bambino ha 7 e 10 anni. Oltre a una valutazione sul bambino è stata analizzata la qualità della relazione tra i genitori, la qualità delle cure materne e lo stato mentale della madre. I risultati mostrano che non ci sono differenze tra bambini concepiti tramite fecondazione eterologa e bambini concepiti naturalmente. Le differenze ci sono tra quelli nati da maternità surrogata e fecondazione eterologa. In particolare i primi mostrano una minor capacità di regolazione emotiva.

Una variabile importante è il grado di distress della madre nello svelare (o nel tener nascoste) le origini biologiche del figlio. A differenza di altri studi, lo svelamento aumentava la disregolazione, probabilmente a causa dello stress comunicato dalla madre. In altri studi, in cui si pone l’attenzione su come e quando parlare ai propri figli, ne emerge che non è il contenuto in sé a mettere in difficoltà, quanto piuttosto il timore che non si venga riconosciuti come genitori a tutti gli effetti. Sono state identificate cinque tipi di storie che vengono usate, a seconda dell’età del bambino, per spiegare come sono venuti al mondo. C’è la storia dell’ aiutante, in cui i genitori insistono sull’idea che hanno avuto bisogno di qualcuno per avere un bambino. L’aiutante può essere un medico o un donatore che ha la caratteristica di essere una persona speciale perché hanno aiutato mamma e papà ad averti. C’è la storia dei pezzi di ricambio, in cui l’attenzione viene messa sul corpo malfunzionante (o rotto) e sulla necessità di trovare una soluzione. C’è la questione delle famiglie diverse, cioè che ci sono famiglie tradizionali e poi quelle speciali in cui manca un genitore o sono entrambi dello stesso sesso o hanno bambini adottivi oppure bambini nati con la fecondazione artificiale. Si pone dunque l’accento sulla varietà e sul valore della famiglia. Ci sono poi genitori che enfatizzano il dolore che hanno attraversato all’idea di non poter essere genitori , la fatica fatta per averlo e la gioia quando hanno trovato il modo di esserlo. Una sorta di travaglio d’amore. Infine c’è la versione più scientifica (dado e bulloni) per bambini che già maneggiano concetti di biologia e di scienze, in cui si usano esplicitamente termini come donatrice di ovuli o donatore di sperma.

E’ dunque chiaro che il problema esista. Ed è un problema sul come comunicare, ma ancora prima è un problema sulla propria inadeguatezza, sulla propria vergogna e sul proprio senso di colpa verso il partner prima e verso il figlio poi. Attraverso la fecondazione eterologa è vero che si offre una grande possibilità a coppie cui altrimenti non rimarrebbe altra via se non l’elaborazione della genitorialità mancata, ma è anche vero che l’elaborazione di tutto questo si colora di delicate sfumature. Ricorrere a un donatore, o a una donatrice, significa fare un passo in più. Si tratta, non solo di rivedere alcuni fondamenti della propria identità che passano, grazie a canali culturali e sociali, attraverso la propria capacità riproduttiva; ma anche confrontarsi con un altro che ha ciò che si vorrebbe avere e, quindi, superare una dinamica agonistica (che altrimenti si vive rispetto alle gravidanze altrui) per trasformarla in aiuto e collaborazione.

Superare la sensazione di essere prima una persona (e una coppia) fallata, permette di non sentirsi un genitore diverso che ha figli diversi. Dunque, ancora prima di essere genitori occorre accettare le difficoltà ad avere figli, la necessità di chiedere aiuto e averne elaborato i vissuti emotivi. Perché è chiaro che se come genitori ci si sente inadeguati, il messaggio che arriverà ai figli non sarà di serenità indipendentemente dal modo in cui sono stati concepiti.

La sindrome del bianconiglio, il tempo che fugge e il tentativo di controllarlo oltremisura

Avere il controllo di qualcosa implica anche il rischio di romperla. La possibilità di scegliere porta con sé la possibilità di sbagliare. Così, può capitare che si definiscano priorità opinabili, che si investa il tempo in una certa direzione, senza avere presente che abbiamo delle scadenze, o quanto meno dei momenti in cui dobbiamo fare un consuntivo.

Il tema del tempo è una cosa che ci portiamo dietro da molto (tempo). L’unica cosa che non si può comprare, che non si può rallentare o accelerare, che va avanti a prescindere da ciò che facciamo. In un periodo storico in cui i mezzi di comunicazione ci permettono di annullare le distanze, i mezzi di trasporto ci aiutano a limare il tempo, a favore di un’operatività sempre maggiore. Possiamo minimizzare tutti i cosiddetti “tempi morti”.

Parallelamente, ci siamo sempre più resi indipendenti dal tempo scandito dalle stagioni e dalle giornate. Possiamo decidere di passare un dicembre a 30 gradi migrando in Paesi diversi dal nostro; con l’allargamento a macchia d’olio del lavoro in remoto e delle collaborazioni in differita, possiamo lavorare di notte e dormire di giorno, gestendo quasi completamente il nostro tempo e ribaltandone la concezione a nostra discrezione. Se un secolo fa la vita dei contadini era scandita dal ritmo delle stagioni e le giornate da quello del sole, ora possiamo fare più o meno tutto ignorando questa alternanza.

Avere il controllo di qualcosa però implica anche il rischio di romperla. La possibilità di scegliere porta con sé la possibilità di sbagliare. Così, può capitare che si definiscano priorità opinabili, che si investa il tempo in una certa direzione, senza avere presente che abbiamo delle scadenze, o quanto meno dei momenti in cui dobbiamo fare un consuntivo.

Sono le storie che sentiamo poi in terapia, ma non solo, di persone che hanno imposto la loro impronta sul tempo e sugli anni, senza considerare che gli anni non sono tutti uguali e che davvero “c’è un tempo per ogni cosa”. Sono le storie di grandi manager che si risvegliano a 50 anni e si sentono molto soli, di grandi donne che a un certo punto hanno chiaro e lampante che il tempo scorre e che alcuni progetti non sono più percorribili. Persone molto in gamba, che vivono con questa “sindrome del Bianconiglio” fino a una certa età, in cui divorano tutto, ottengono tutto, raggiungono tutto, spuntano ogni obiettivo sulla lista. E poi? E poi sono passati 20 anni e alcune porte si sono chiuse senza che neanche se ne accorgessero.

La fregatura spesso è proprio quella, la necessità di dirigere la propria vita al 100% dove si vuole, e la capacità di farlo. Essere bravi a dirigere le cose, essere bravi a gestirle, spesso ti porta a non renderti conto che per alcuni aspetti, soprattutto quelli personali e relazionali, uno dei fattori di buona riuscita è la quotidianità, è proprio quel tempo perso. Perdere tempo insieme, conoscersi insieme, stare nelle situazioni senza dirigere nulla. Perdere treni, spostare confini, spegnere le sveglie.

Sicuramente, la cosiddetta “cultura occidentale” che promuove produttività e tempestività facilita questa corsa continua verso il prossimo obiettivo. Forse anche a partire da questo, negli ultimi tempi abbiamo assistito a un buon successo di tutte quelle tecniche o quegli approcci che prevedono una visione più globale dell’esistenza e del ruolo del tempo in essa, come l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT; Hayes, Strosahl & Wilson, 1999), in cui si parla sì di disturbi e di problematiche specifiche, ma si parla anche di direzionalità, di ambiti di vita, di investimento. Paradossalmente, in un contesto come quello attuale in cui possiamo muoverci in ogni direzione e in cui possiamo teoricamente essere ovunque e fare qualunque cosa, quello che dobbiamo imparare a fare è semplicemente stare fermi.

Come quando un secolo fa ci si alzava con l’idea di seminare ma si doveva restare a casa perché pioveva e in inverno, comunque, alle 16 si smetteva di lavorare perché non c’era più luce a sufficienza. Abbiamo capito come smontare il giocattolo, con il rischio di non saperlo rimontare. Allora forse, dopo aver capito come renderci indipendenti dal tempo, la soluzione per trovarci coerenti con noi stessi è lasciare che il tempo ci vincoli un po’ di più, rimanere fermi mentre sentiamo che i 50 anni non sono più i 40, che i 40 non sono più i 30 e che alla fine va benissimo così. Smettere di combattere e di sbatterci in ogni direzione, rimanere fermi nella consapevolezza che in un generalizzato caos, il tempo è una delle variabili che possono darci sicurezza, perché comunque in una giornata le ore sono 24. E, anche se non ci piace, sono 24 lo stesso.

Spesso quello che facciamo è anticipare quello che sarà, per poi avere nostalgia di quello che avrebbe potuto essere. E quello che è, è l’unica cosa che ci rifiutiamo di considerare.

Il futuro, il futuro! È la nostra cultura, basata su ciò che potremmo essere, compreso l’Evangelio (sia detto con il dovuto rispetto) perché di noi sarà il Regno dei Cieli, tempo futuro, insomma, l’avvenire, visto che il passato è un disastro e il presente non ci basta mai. E niente, sai, davvero niente basta, nemmeno le ginestre che fioriscono a maggio per chi sa vederle e che io guardavo senza vedere, come di solito facciamo tutti, fino a cadere nella nostalgia dell’irreversibile, che è la tomba definitiva di tutti quelli come noi. (Tabucchi, 2009)

Allora forse la saggezza sta nella capacità di riprenderci il vincolo del tempo e delle stagioni, e stare felicemente imbrigliati in una cosa che invece di darci dei limiti ci dà una struttura.

[blockquote style=”1″][…] e per riaddormentarmi penso che ti scriverei che non sapevo che il tempo non aspetta, davvero non lo sapevo, non si pensa mai che il tempo è fatto di gocce, e basta una goccia in più perché il liquido si sparga per terra e si allarghi a macchia e si perda. […] E poi ti direi di certe notti in cui parlavamo, di quella casa sul mare, di certi momenti a Roma, dell’Aniene, e di altri fiumi che abbiamo guardato insieme pensando che essi scorressero soli, senza accorgerci che noi scorrevamo con loro.[/blockquote] (Tabucchi, 2009).

Alessitimia: come si manifesta nell’adolescenza?

Grazia Artoni, Martina Atti, Enrica Giaroli e Susanna Paterlini, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

 

Nell’adolescenza, forse più che nelle altre fasi del ciclo di vita, la sfera emotiva gioca un ruolo fondamentale. L’ambivalenza emotiva degli adolescenti, inevitabile in un percorso di crescita in cui la personalità e l’identità non si sono ancora strutturate, si riflette in tutti gli aspetti del loro percorso evolutivo. Negli ultimi anni, la ricerca nell’ambito del modello della regolazione affettiva e dell’alessitimia ha evidenziato la presenza di tale dimensione anche tra gli adolescenti.

LEGGI ANCHE: (1) Introduzione – (2) L’alessitimia in età evolutiva

 

I lavori di ricerca tendono a confermare la relazione, ampiamente descritta in età adulta, tra alessitimia e sviluppo della psicopatologia anche nell’età evolutiva.
Mettendo a confronto due studi su adolescenti (Joukamaa et al., 2007; Säkkinen, Kaltiala-Heino, Ranta, Haataja, & Joukamaa, 2007) con due studi sulla popolazione anziana (Joukamaa, Saarijärvi, Muuriaisniemi & Salokangas, 1996; Gunzelmann, Kupfer & Brähler, 2002), la prevalenza dell’alessitimia si riscontra fra l’8% e il 16% negli adolescenti, mentre fra il 33% ed il 39% negli anziani. Onnis, Gentilezza, Granese & Ierace (2009), invece, riportano che gli adolescenti presentano livelli di alessitimia superiori rispetto agli adulti. Quindi, vi è discordanza riguardo la percentuale di incidenza di questo costrutto in adolescenza.

Alcuni studi mostrano una relazione tra alessitimia e sintomi fisici in bambini e adolescenti della popolazione generale (Ebeling, Moilane, Linna & Räsänen, 2001; Rieffe, Meerum Terwogt, & Bosch, 2004; Rieffe, Oosterveld & Meerum Terwogt, 2006; Rieffe et al., 2010; Allen, Lu, Tsao, Hayes & Zeltzer, 2011), mentre altri lavori riscontrano alti punteggi di alessitimia in bambini e adolescenti con specifiche patologie fisiche (ad es. disturbi ematici: Fukunishi, Yoshida & Wogan, 1998; diabete: Koski, Holmberg & Torvinen, 1988; mal di testa cronico: Gatta et al., 2011; cancro: Mishra, Maudgal, Theunissen & Rieffe, 2012).

Alcuni lavori evidenziano negli adolescenti un rapporto tra l’alessitimia e la presenza di sintomi internalizzanti, quali ansia, depressione, sintomi somatici e ipercontrollo (Honkalampi et al., 2009; Rieffe et al., 2010; Di Trani et al., 2013) ed esternalizzanti, quali difficoltà di controllo degli impulsi con condotta aggressiva anche di tipo sessuale (Moriarty, Stough, Tidmarsh, Eger & Dennison, 2001).

Circa la valutazione delle competenze emotive in campioni clinici, rispetto a gruppi di controllo sani, si riscontrano alti livelli di alessitimia in bambini/adolescenti con diversi disturbi del comportamento alimentare (Greenberg, 1999; Merino, Godès & Pombo, 2002; Zonnevylle-Bender, van Goozen, Cohen-Kettenis, van Elburg & van Engeland, 2004). D’altra parte, in altri studi su campioni non clinici, emerge che rispetto ai problemi del comportamento alimentare vi sono relazioni tra alessitimia e body checking (Carano et al., 2006).

E’ molto stretta anche l’associazione tra alessitimia e numerosi disturbi caratterizzati da una condizione di dipendenza, che può manifestarsi nei confronti di una sostanza chimica (dipendenza da alcol e disturbo da uso di sostanze) come nel caso della dipendenza da cannabis (Dorard, Berthoz, Phan, Corcos & Bungener, 2008), ma anche nei confronti di particolari comportamenti, per lo più leciti e socialmente accettati (dipendenze comportamentali). La dipendenza patologica rappresenta una condizione o una serie di condizioni dettate dall’incapacità di riconoscere vissuti emotivi, i quali, vengono “attutiti” appunto mediante l’uso di sostanze o il ricorso a particolari comportamenti (Martinotti, Hatzigiakoumis & Janiri, 2010).
Da uno studio condotto da Parker, Wood, Bond & Shaughnessy (2005) su studenti liceali canadesi, si deduce che una combinazione di alessitimia, esperienze dissociative, bassa autostima e discontrollo degli impulsi può costituire un fattore di rischio per lo sviluppo di internet addiction legato al gioco patologico, almeno in un campione non clinico.

Alti livelli di alessitimia, inoltre, vengono evidenziati in soggetti con disturbo post traumatico da stress (Ledouc, 2002) e in soggetti che hanno subito abusi e maltrattamenti (Paivio & McCulloch, 2004). Studi su questi ultimi, infatti, mettono in luce il ruolo dell’alessitimia come mediatore tra maltrattamento infantile e autolesionismo in un campione di ragazze adolescenti. Da tale studio (Paivio & McCulloch, 2004) emerge che l’alessitimia può essere intesa come un meccanismo di coping, in particolare un evitamento cognitivo delle emozioni associate all’abuso. I risultati sembrano a favore di un modello causale in cui il deficit di consapevolezza ed espressione delle emozioni favorisce il legame tra una storia di maltrattamento infantile e le successive condotte autolesive. Infatti, le difficoltà emotive che incontrano gli adolescenti vengono spesso vissute con un’enfasi sul corpo indicando la complessità nell’entrare in contatto con le proprie emozioni, a livello tanto corporeo quanto psicologico. I comportamenti autolesionistici sono caratterizzati dall’intenzionalità di farsi del male, sia in senso fisico che psicologico e a volte si associano a intenzioni suicidarie. Studi su popolazioni cliniche di adolescenti nelle comunità terapeutiche (Marchetti & Cavalli, 2013) rilevano una prevalenza del fenomeno quasi doppia rispetto alla popolazione generale. Si parla, in questi casi, di un deficit nella competenza emotiva: non solo chi compie atti autolesivi vive molte emozioni negative, che fatica a regolare, ma presenta anche difficoltà nell’esperienza, nella consapevolezza e nell’espressione delle emozioni. Gli studi sugli adolescenti relativi a questo ambito sottolineano la presenza di isolamento emotivo e l’incapacità di comunicare le proprie emozioni, aspetti del costrutto dell’alessitimia.

Una forma diversa di abuso connesso all’autolesionismo viene indagata da Garisch e Wilson (2010) in studenti di scuola superiore, mostrando come l’alessitimia sia un mediatore importante tra l’essere vittima di bullismo e le condotte autolesive. Secondo gli autori l’alessitimia contribuirebbe a isolare le vittime di bullismo dalle reti sociali positive e ostacolerebbe il coping relativo alle conseguenze emotive degli stress sociali. Questo legame tra alessitimia e autolesionismo è ulteriormente rafforzato dalla presenza di eventuali stati depressivi nell’adolescente.

Studi sulla popolazione generale riscontrano una relazione anche tra alessitimia e sintomi dissociativi (Sayar & Kose, 2003; Sayar, Kose, Grabe & Topbas, 2005), che può essere spiegata dalla funzione svolta dai processi dissociativi nel gestire gli stati emotivi attraverso l’alterazione dello stato di coscienza. Già vent’anni fa, infatti, sono stati confrontati i punteggi ottenuti a due test, la TAS-20 e la DES (Dissociative Experiences Scale, forma A; Armstrong, Putnam, Carlson, Libero & Smith, 1997), da un gruppo di adolescenti di una casa alloggio della Sicilia, con un gruppo di controllo appartenente alla popolazione generale. I risultati hanno evidenziato correlazioni positive tra i punteggi dei test utilizzati e punteggi più elevati sono stati rilevati nel gruppo clinico. Questa differenza è in relazione con le esperienze traumatiche che gli adolescenti hanno sperimentato fin dalla prima infanzia.
In una ricerca recente (Tolmunen et al., 2008) viene indagata la relazione tra dissociazione e alessitimia in un ampio campione di adolescenti appartenenti alla popolazione generale della Finlandia. I risultati sottolineano che i fenomeni dissociativi, oltre che essere correlati con diversi indici di psicopatologia, sono significativamente associati con le caratteristiche alessitimiche. Questi risultati sono a sostegno dell’ipotesi che l’alessitimia e la dissociazione, pur costituendo fenomeni distinti, presentano alcuni aspetti comuni e di sovrapposizione.

Queste ricerche sottolineano e confermano l’importanza delle emozioni nello strutturare le rappresentazioni interne di sé e delle interazioni (Emde, 1999), avendo questi effetti di integrazione, organizzazione, sostegno allo sviluppo, soprattutto nella fase adolescenziale. [blockquote style=”1″]Le emozioni rappresentano una “fonte di informazione” sulla propria identità, sui propri bisogni personali e sulle azioni necessarie a soddisfare tali bisogni[/blockquote] (Dafter, 1996).

Quali strumenti utilizzare per misurare l’alessitimia in adolescenza?

Attualmente gli strumenti esistenti in questo campo sono davvero pochi e la ricerca, nonostante la possibile rilevanza clinica delle osservazioni, appare ancora ad uno stadio iniziale.

Gli strumenti per la misurazione dell’alessitimia in adolescenza sono l’Alexithymia Questionnaire for Children (AQC) (vedasi sopra), che comprende una fascia di età fino ai 14 anni. L’AQC è, però, uno strumento per l’età evolutiva che comprende anche l’adolescenza e non è specifico solamente per questa fase evolutiva. Altro strumento è la Scala Alessitimica Romana (SAR) che può essere utilizzata anche dagli operatori non psicologi (insegnanti, pedagogisti, operatori sociali) e somministrata a partire dai 15 anni di età. Altro strumento è il Multidimensional Alexithymia Questionnaire (MAQ) (Catalano, Blandi, & Miragliotta, 2007) utilizzato dai 16 anni in poi.

Vi sono, inoltre, studi che stanno andando verso la validazione della TAS-20 anche per adolescenti.
Säkkinen, Kaltiala-Heino, Ranta, Haataja, & Joukamaa (2007) valutano la struttura fattoriale della TAS-20 in 882 adolescenti Finlandesi dai 12 ai 17 anni, riscontrando che la migliore soluzione fattoriale era quella a tre fattori tipica degli adulti (Difficoltà a Identificare i Sentimenti, DIS; Difficoltà a Descrivere i Sentimenti, DDS; Pensiero Orientato all’Esterno, POE). Anche Zimmermann e al. (2007) confermano la struttura a tre fattori della TAS-20 in 264 adolescenti francesi dai 14 ai 19 anni, riscontrando però gli stessi problemi di attendibilità evidenziati da Säkkinen et al. (2007). Parker, Eastabrook, Keefer & Wood (2010) effettuano delle analisi fattoriali confermative, per verificare la struttura a 3 fattori, su 734 adolescenti dai 13 ai 18 anni, ma dividendo il campione per fasce di età (13-14 anni prima adolescenza, 15-16 media adolescenza, 17-18 tarda adolescenza) e confrontandolo con un gruppo di 267 giovani adulti dai 19 ai 21 anni. Come previsto, la struttura fattoriale è risultata essere stabile, con differenze tra le varie fasce di età.

In Italia un primo passo verso la validazione della TAS-20 su popolazione adolescenziale è stato effettuato da La Ferlita, Bonadies, Solano, De Gennaro & Gonini (2007), con uno studio di tipo esplorativo effettuato su 360 studenti con un’età media di 16,13 anni, che ha mostrato una struttura fattoriale diversa da quella degli adulti. Sono stati infatti estratti 4 fattori, di cui i primi due (Difficoltà a Identificare e Difficoltà a Descrivere i Sentimenti) corrispondono quasi completamente a quelli degli adulti, mentre il terzo fattore originale è risultato scomposto in due fattori, denominati rispettivamente “Difficoltà nel Contatto e nell’Utilizzo delle Emozioni” e “Pensiero Orientato all’Esterno”.

E’ plausibile, quindi, se si considera l’aspetto evolutivo della competenza emotiva nei bambini e negli adolescenti, che le difficoltà emotive in queste fasce di età possano assumere caratteristiche espressive diverse dall’età adulta. Inoltre, avere la possibilità di evidenziare nuove dimensioni, permette di ottenere una misura più precisa e specifica delle abilità emotive, ma apre a ulteriori prospettive di ricerca.

Esiste un trattamento per gli adolescenti?

La letteratura sembra indirizzare verso terapie di supporto, terapie a orientamento cognitivo o a forme modificate di terapia psicodinamica (Cantelmi & Sarto, 1999; Taylor, Bagby & Parker, 1997).
Particolarmente nelle prime fasi della terapia, deve essere dato molto spazio all’educazione emotiva, così che gli adolescenti imparino in modo graduale a sostituire le parole (che descrivono i loro stati interni) alle azioni disadattive, come l’ingestione di una droga o di cibo, o ai sintomi fisici.

L’adolescente impara, così, a differenziare le proprie emozioni e ad esternarle per mezzo del linguaggio, comincia a conoscere e “mentalizzare” il proprio mondo interno, a dare senso alla propria storia, ad integrare le esperienze vissute in un quadro significativo. Per incrementare la consapevolezza delle proprie sensazioni corporee e del legame tra queste ultime, gli eventi ambientali e le proprie capacità di autoregolazione, si possono utilizzare anche tecniche di rilassamento, il training autogeno e il biofeedback (Cantelmi & Sarto, 1999).

L’alessitimia nell’adolescenza va considerata, dunque, come possibile fattore predisponente ad una psicopatologia adolescenziale o adulta, come mediatore degli effetti di situazioni traumatiche o comunque svantaggiate, ma anche e soprattutto come indice evolutivo di sviluppo della capacità di regolazione affettiva (La Ferlita et al., 2007).

La psicoterapia è un trattamento biologico

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E’ uscito qualche giorno fa su Stateofmind un articolo molto interessante sui rapporti tra psicoterapia e modificazioni neurali, ne voglio riassumere qui il concetto principale. Il mio naturalmente è un interesse di parte, ma magari è utile anche a chi è meno “di parte” di me.

Alcune ricerche scientifiche evidenziano che la psicoterapia produce modificazioni nel cervello, esattamente come un agente chimico. Negli ultimi anni le neuroscienze hanno studiato approfonditamente quella che viene chiamata plasticità neurale, cioè la capacità del cervello di modificarsi sia durante lo sviluppo che da adulto, a seguito di esperienze e influenze ambientali, pensiamo per esempio ai processi di apprendimento e di memoria.

Un articolo di Patrizia Mattioli

La psicoterapia è un trattamento biologico – Il Fatto QuotidianoConsigliato dalla Redazione

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