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Bambini e bugie: il lato negativo di una buona Teoria della Mente

La Teoria della Mente può avere effetti indesiderati: i bambini cui viene insegnato a riflettere sugli stati mentali altrui, avrebbero più probabilità di mentire allo scopo di vincere un premio.

La Teoria della Mente (Theory of Mind, ToM) può avere effetti indesiderati: secondo uno studio pubblicato su Psychological Science, i bambini cui viene insegnato a riflettere sugli stati mentali altrui, avrebbero più probabilità di mentire allo scopo di vincere un premio.

Infatti mentire non è un affar semplice: dal punto di vista cognitivo richiede il tentativo di immaginare e produrre intenzionalmente una falsa credenza nella mente dell’interlocutore; e la Teoria della Mente è uno strumento cognitivo elettivo per fare questo.

Già ricerche passate avevano messo in evidenza la correlazione tra la tendenza dei bambini a mentire (che tipicamente si presenta intorno ai 2-3 anni) e le abilità di teoria della mente. In questo studio, il passo successivo è stato verificare un rapporto causale tra le due variabili.

Per prima cosa i ricercatori hanno sottoposto i bambini (tre anni di età) a un task – gioco sperimentale allo scopo di verificare la loro capacità di mentire. Sulla base dei risultati di questo primo task, 42 bambini che non avevano mai mentito nei diversi trial del compito precedente sono stati coinvolti nello studio.

In seguito, metà dei soggetti è stata randomicamente assegnata a un training di teoria della mente (il cui obiettivo era insegnare ai bambini che le altre persone possono avere stati mentali e pensieri differenti dai propri) oppure a un training di ragionamento numerico. La durata di entrambi i training era di una seduta al giorno per sei giorni.

Come ci si poteva aspettare, i bambini sottoposti al training di Teoria della Mente hanno mostrato un miglioramento nelle abilità di Teoria della Mente in maniera significativamente maggiore rispetto al gruppo di controllo.

Ma l’aspetto più interessante è che coloro che avevano effettuato il training di Teoria della Mente presentavano una significativa maggiore probabilità di mentire nel task sperimentale allo scopo di ottenere una caramella rispetto al gruppo di controllo. Una prova empirica della relazione causale tra Teoria della Mente e menzogna: la manipolazione delle abilità di Teoria della Mente può influenzare e facilitare il comportamento menzognero.

Il problema della dipendenza, del craving e dell’overdose nel film “Radiofreccia” – Cinema & Psicologia

Ma cos’è la dipendenza? È la condotta legata all’uso distorto di una sostanza, un oggetto o comportamento, caratterizzata da incoercibilità e modalità ripetute e compulsive.

Era il 16 ottobre 1998 e usciva nei cinema “Radiofreccia” di Luciano Ligabue. All’epoca Luciano Ligabue era un cantante di Correggio che, per la prima volta, si stava cimentando come regista, raccontando la storia di un gruppo di ragazzi di una piccola provincia emiliana, alla fine degli anni settanta. Il film, ispirato al libro “Fuori e dentro il borgo” dello stesso regista, è autobiografico.

La maggior parte dei telespettatori, me compresa, andò a vedere il film senza particolari aspettative, con uno stato d’animo leggero, ridendo e scherzando mentre faceva la fila al cinema. “E’ il film di Liga”, si pensava, senza badare troppo alla trama, canticchiando “ Ho perso le parole…” e commentando il fascino di un giovane Stefano Accorsi che compariva col suo bel profilo nei cartelloni. Contro ogni aspettativa, Radiofreccia vinse tre David di Donatello, due Nastri D’Argento e quattro Ciak D’Oro.

Nel cast, oltre al già nominato Stefano Accorsi nella parte di Ivan Benassi, detto Freccia, c’erano attori e personaggi conosciuti e sconosciuti: da Serena Grandi a Francesco Guccini. Il film inizia con l’ultima messa in onda di “Radiofreccia”, nome dato ad un’emittente libera creata da Bruno, un amico di Freccia. Era il periodo delle cosiddette “Radio libere”. L’escamotage che Liga usa per parlarne è la domanda del cinico barista di provincia Adolfo, interpretato da Francesco Guccini, che risponde a Bruno servendo un perfetto asset: “Libere da cosa?” La risposta di Bruno è evasiva, ancora incerta – per lui l’avventura in radio era solo all’inizio. “Libere”, rimanendo volutamente evasivo quasi a sottolineare un mood presente in tutto il film: quell’idea di libertà -e di liberazione- di quegli anni ’70, diversi da tutte le altre epoche.

Bruno è anche la voce narrante del film, quello che deciderà di non far diventare maggiorenne la Radio, spegnendo il segnale un minuto prima del compimento del diciottesimo anno di trasmissione. A chi gli chiede il perché, risponde: “Perché è ora”. Bruno racconta in prima persona la storia di Freccia attraverso la storia di una radio, di un gruppo di amici di una provincia italiana degli anni ’70. Offre un’istantanea su un’epoca, sulle aspettative di un gruppo di giovani, sulle abitudini dei vecchi, dei fantasmi e della morte di Freccia per overdose, in onore del quale cambierà il nome alla sua radio: da Radio Raptus a Radio Freccia. Erano gli anni settanta, l’eroina e le sue conseguenze non si conoscevano ancora troppo bene, la leggerezza nel voler colmare i “buchi grossi” con l’utilizzo di sostanze psicoattive la faceva da padrona. In modo molto semplice, il film tocca tutti gli elementi chiave della dipendenza, senza troppo appesantirne il carico e attraverso le parole di un dialogo in particolare tra Freccia e Bruno. Tra i più significativi:

Io mi sono lasciato cominciare. È stata una tipa a farmi provare. A me non sarebbe mai venuto in mente di infilarmi un ago in vena… quella volta più che chiedermi perché, mi sono chiesto perché no“.

Sulla dipendenza, il craving e il ritiro sociale, Freccia dice: «Quella volta lì, (la prima) bellissimo. È arrivata una gran botta e sono sparite di colpo tutte le sciocchezze. Un gran calore e poi… e poi come tanti orgasmi tutti insieme: lungo la schiena, sulle gambe, dappertutto»

Bruno: «E poi?»

Freccia: «E poi ho fatto come fanno tutti. Mi sono detto: mi buco ancora una volta o due, tanto poi smetto come mi pare»

Bruno: «È andata così?»

Freccia: «No, mi sa che non va mai così. Io, almeno, dopo un paio di volte, c’ero già dentro».

Bruno: «Cioè?»

Freccia: «Vuol dire che vuoi sempre di più. E più te ne fai, più te ne serve. E allora è facile mandare all’aria tutto»

Bruno: «Cioè?»

Freccia: «Cioè… cioè devi rubare, hai capito? Perché non te la regala nessuno. Comunque dopo un po’ smette anche di darti piacere… però stai male se non ti buchi e allora… allora ti fai solo per essere normale. Comunque alla fine diventa una cosa tra te e lei. Tutto il resto non conta più niente»

Sulla disintossicazione fisica e apparentemente mentale Bruno chiede: «Come sei riuscito a smettere?»

Freccia: «Cagandomi addosso… cagandomi addosso con lo stomaco che si spaccava e il cuore a mille. Gran botte di caldo e poi di freddo… e una gran paura di morire di dolore. Ho passato dieci giorni in un letto che continuavo a sporcare e che una persona continuava a pulire. Se non era per lei, sicuramente non ne venivo fuori. Però sai… non so se posso dire di aver proprio smesso. Cioè, sì… da qualche mese non mi faccio più, però… forse è meglio se non ci penso troppo».

Ma cos’è la dipendenza? È la condotta legata all’uso distorto di una sostanza, un oggetto o comportamento, caratterizzata da incoercibilità e modalità ripetute e compulsive. Diverse teorie legate alla psicopatologia delle dipendenze cercano di spiegare la motivazione di un primo contatto: 1. Predisposizione a condotte “novelty-seeking”/”risk-taking”; 2. Atteggiamento culturale o “etnico”; 3. Disponibilità della sostanza; 4. Effetto di rinforzo rispetto a gruppi sociali (peer pressure); 5. Automedicazione o trattamento prescritto.

Detto questo, qualsiasi motivo possa spingere un soggetto a far uso di una determinata sostanza, l’assunzione della stessa mette in moto meccanismi predeterminati a livello del circuito di reward che partono con un incremento meso-limbico e meso-corticale di dopamina. Questo cosa vuol dire? Le sostanze cosiddette d’abuso hanno in comune questo rilascio di dopamina nella parte “inferiore” del cervello (mesencefalo) e in alcune aree frontali del cervello “superiore”. Il rilascio di dopamina funziona come un segnale, che ha come conseguenza la fissazione di una memoria: la sostanza “mi ha fatto stare bene” merita di essere riutilizzata. Tutte le diverse sostanze psicoattive sebbene abbiano diversi interruttori cerebrali hanno in comune due cose quindi: 1)Sensazione di piacere ed euforia; 2)La fissazione del desiderio nella memoria che sfocia nel comportamento di ricerca ossessiva, che crea il cosiddetto rinforzo. Memoria e rinforzo sono gli elementi chiave della dipendenza e da qui scivoliamo nel craving, un termine che non indica altro che il desiderio ossessivo di assumere la sostanza.

Tra le conseguenze nell’assunzione cronica di sostanze psicoattive troviamo: Impoverimento delle funzioni cognitive superiori; Alterazioni dello stato di coscienza; Psicosi; Disturbi dell’Umore e dell’Affettività in generale; Suicidio; Disturbi ed Alterazioni della Personalità; Disturbi della Sfera Sessuale; Altre Complicanze Mediche.

Freccia è morto per overdose, ma cosa significa? Il termine overdose indica non altro che un’ assunzione eccessiva di una certa sostanza. A seconda della droga utilizzata la morte per overdose è diversa, non volendo entrare troppo nello specifico possiamo ad esempio avere overdose da cocaina che si manifesta con: 1) Rapidità di insorgenza 2) Convulsioni tonico-cloniche 3) Arresto cardiaco per fibrillazione ventricolare (Il decesso per intossicazione può essere scambiato per un “attacco cardiaco”e bisogna ricercare nel sangue la cocaina). Oppure l’overdose avviene per l’assunzione di eroina, è quella più conosciuta ed è il caso di Freccia, qui descritta nella forma acuta come “sovradosaggio accidentale o intenzionale, o per nuova assunzione dopo un periodo di astinenza prolungata, in cui l’organismo ha ridotto la tolleranza (Si verifica quando una data dose di sostanza, dopo somministrazioni ripetute, produce un effetto minore di quello ottenuto alla prima somministrazione).

La sindrome da overdose è specifica e inconfondibile, diagnosticabile dalla presenza di tre sintomi: 1)Miosi; 2)respirazione ridotta o assente; 3)coma.

Questo 1977 è un gran casino. C’è un gran movimento in giro. Non so dire se è bello o brutto, però è veloce. C’è il movimento studentesco, ci sono le radio libere. Ci sono i genitori che sono sempre più come tu giuri non sarai mai. Ci sono le utopie, le religioni. E ci sono appunto quelli che non si lasciano stare” quelli che non si lasciano stare non si sono estinti alla fine degli anni settanta, c’erano prima e ci sono oggi, non sono alieni. La droga, le dipendenze in generale, riguardano tutti. Credo sia indispensabile insegnare ai nostri figli che certe cose non si vedono solo nei film e che come dice Bonanza: [blockquote style=”1″]La vita non è perfetta, le vite nei film sono perfette, belle o brutte, ma perfette, nei film non ci sono tempi morti, la vita è piena di tempi morti, nei film sai sempre come va a finire, nella vita non lo sai mai! [/blockquote]

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La clownterapia & gli effetti benefici dell’umorismo in ambito ospedaliero (2014) – Recensione

“La clownterapia. Teoria e pratiche” è un volume scritto a più mani e curato da Alberto Dionigi e Paola Gremigni che si struttura come un’ottima introduzione al tema per gli addetti e i non addetti ai lavori.

Dopo un primo excursus sulla figura del clown a tutto tondo, viene approfondito il suo ruolo in ambito sanitario, con la presentazione della figura del clowndottore. Le sue origini risalgono agli anni 90, dall’interesse per la psicologia positiva, intesa come settore finalizzato allo studio delle risorse della persona, del suo benessere e della sua resilienza. In una parola, insomma, lo studio della felicità e delle altre emozioni positive, dopo decenni di interesse verso gli stati emotivi negativi o disturbanti, che dir si voglia. Se da una parte la psicologia positiva ha approfondito il ruolo del piacere, delle emozioni positive e dei tratti positivi tout court (la capacità di organizzarsi, l’auto-direttività e l’adattamento), dall’ altra ha cercato di definire una loro possibile applicazione per aumentare il benessere individuale, approfondendo la comunità e le istituzioni positive. Sono state inoltre definite sei virtù personali che possono definire la “buona vita” (Peterson & Seligman, 2004), e in particolare: saggezza, coraggio, umanità, giustizia, temperanza e trascendenza. Come si arriva a possedere queste virtù? Secondo gli autori, attraverso ben 24 punti di forza del carattere, tra cui si annovera l’umorismo.

All’ interno degli ospedali purtroppo non sempre c’è spazio e modo di fare ricorso all’umorismo; tuttavia, gli anni ’80 hanno visto l’ingresso in ospedale di clown professionisti, ad opera di Michael Christensen e Jeff Gordon, battezzando così la figura del “clowndottore”. Questa attività, inizialmente preposta alle équipe pediatriche, è diventata ben presto presente in tutti i tipi di reparti e con pazienti di ogni età, vedendo anche la nascita di diverse organizzazioni di clowndottori in tutta Europa. Nel contesto della psicologia positiva, l’obiettivo del clowndottore è utilizzare l’ironia e l’umorismo per umanizzare le pratiche di cura, al fine di sdrammatizzare lo stato di angoscia che può pervadere tanto la persona malata quanto chi la assiste.

Facendo leva sulla resilienza, le attività del clowndottore sono quindi finalizzate a rafforzare la componente sana sempre presente nel malato, per aiutare questa parte ad accelerare la guarigione della componente in difficoltà. Nello specifico, esistono due modalità di utilizzo dell’attività del clowndottore: mentre una mira alla distrazione e alla sostituzione (temporanea) di un’emozione negativa con un’emozione positiva, una seconda e più strutturata versione è quella del “clown maestro”, che prevede l’utilizzo della clownerie come strumento di formazione in diversi settori. Nello specifico, il clown mira a ribaltare il sistema di valori di riferimento, consentendo alle persone di riscoprire le parti infantili ancora presenti e svincolandole dalle regole e dai divieti imposti da se stessi e dall’ambiente. Il movimento è in questo caso duplice: da una parte mira a esprimere le emozioni in modo sempre più accentuato, dall’ altra invita le persone a scoprire e rendere espliciti i propri difetti con lo scopo di scoprire un senso di libertà dai vincoli e dal giudizio.

I curatori del volume sottolineano più volte come il tentativo di questo libro sia discostarsi dalla visione più comune del clown al servizio della persona come “terapeuta della risata”, identificandolo invece come una figura che utilizza soprattutto il corpo per sollecitare l’intelligenza emotiva e aiutare gli altri a riconoscere i propri difetti, familiarizzare con essi e giocarci vincendo gradualmente il senso di vergogna.

Il volume prosegue con una disamina del ruolo del clown all’interno di contesti sanitari, che per loro stessa struttura si connotano come ambienti difficili e a volte traumatici, soprattutto nel caso in cui i pazienti siano pediatrici. In questo caso, il ruolo del clown diventa importante nel favorire il cambiamento di vita (seppure temporaneo) che l’ingresso in ospedale comporta, connotandosi a volte come un vero e proprio evento traumatico. Il clowndottore si rivolge così tanto al degente quanto alla struttura ospitante in tutte le sue figure, con il fine di migliorare la qualità della vita all’interno del reparto seguendo pratiche e protocolli ben definiti.

Il volume prosegue con una disamina degli strumenti del clowndottore, per poi passare in rassegna gli studi empirici che hanno approfondito questa figura all’interno dei contesti di cura sia pediatrici che con un’utenza adulta e anziana. Infine, si affronta il delicato tema della formazione dei clowndottori che si collocano in una terra di mezzo difficile da definire e che si sono configurati sempre di più come una nuova figura professionale che si crea seguendo in particolare tre livelli di intervento (competenze professionali, conoscenze e abilità, talenti personali); viene quindi sottolineato come la formazione in questo ambito implichi e coinvolga in grande parte le caratteristiche personali ancor prima che professionali, richiedendo una buona capacità di mettersi in discussione e di integrare e trasformare se stessi e la propria personalità per ricostruirsi in un modo più utile, il tutto con una plasticità emozionale notevole.

L’ultima parte del libro, infine, è dedicata agli aspetti psicologici dei clowndottori, con particolare riferimento alla motivazione, al carico emotivo che questo ruolo comporta, all’ansia da prestazione e alla possibilità di prevenire il rischio di burnout.
Complessivamente questo volume si propone come un’utile sintesi di un ruolo altamente complesso e in Italia ancora non troppo conosciuto da parte dei non addetti ai lavori, che può tuttavia assumere un’importante funzione integrando i contesti di cura tradizionali e permettendo a questi ambienti di assumere una configurazione del tutto nuova, facendo leva sulla positività anziché sulle difficoltà che per loro natura i contesti ospedalieri comportano.

Ernst Jünger (2015) a cura di Luigi Iannone – Recensione

Luigi Iannone ha curato un libro collettivo sulla controversa figura di Ernst Jünger, romanziere e saggista tedesco appartenente alla cosiddetta rivoluzione conservatrice.

Luigi Iannone ha curato un libro collettivo sulla controversa figura di Ernst Jünger, romanziere e saggista tedesco appartenente alla cosiddetta rivoluzione conservatrice (konservative revolution), termine coniato da Hugo von Hoffmanstahl per denominare quella corrente di pensiero che in Germania, dopo la sconfitta della prima guerra mondiale, rifiutò la svolta democratica della repubblica di Weimar e aspirò a rifondare lo stato tedesco su una base fortemente identitaria e a criticare aspramente il sistema parlamentare e democratico, ritenuto servo del capitalismo e della visione economicistica del mondo.

La principale perplessità rivolta contro questa corrente intellettuale è il sospetto che essa abbia fornito terreno di coltura al nazismo che si svilupperà pochi anni dopo. Ed è vero che alcuni esponenti aderirono al nazismo, come Carl Schmitt. Altri però si astennero, come Gottfried Benn, o si opposero, come Thomas Mann. Del resto, basti dire che Hugo von Hoffmanstahl, il coniatore del termine konservative revolution, fosse di discendenza ebraica.

Tra coloro che si astennero dall’aderire al nazismo, sia pure senza mai davvero opporsi, c’era anche Ernst Jünger. Emerse giovanissimo alla notorietà letteraria con Nelle tempeste d’acciaio (In Stahlgewittern), versione romanzata della sua esperienza di trincea nella guerra mondiale. Il romanzo fornisce una descrizione terribile ed eroica della guerra, lontana dalla sensibilità pacifista contemporanea. Jünger sembra immune da ogni rigetto della guerra, anche di quella meccanizzata e disumana moderna e che sembrerebbe al di là di ogni possibile processo di eroicizzazione. Jünger in qualche modo ci riesce grazie alla forza dello stile, anche se l’operazione lascia perplessi noi, immersi nel nostro tempo che giustamente non riesce a credere nell’onestà dell’eroismo guerriero.

Un autore del genere può sembrarci superato, e in parte lo è. Ma non dimentichiamo che Jünger, come altri della konservative revolution, è un figlio di Nietzsche, il quale è anch’esso padre di questa nostra modernità disincantata e senza Dio. Come Nietzsche, anche Jünger va al di là del bene e del male e pone in dubbio l’esistenza di un organo psichico che ci informi intuitivamente della moralità dei nostri atti. La legge morale non è un’intuizione interiore kantiana. Essa semmai è un istinto come un altro, non particolarmente privilegiato e che produce una pluralità di valori morali, tra i quali Jünger –almeno all’inizio del suo percorso- pone al centro l’individuo eroico.

L’obiettivo è il reincanto del mondo, il ritorno a una significatività spontanea ed emotiva dell’esistenza che superi l’utilitarismo economico e razionalistico dell’illuminismo. In questo percorso Jünger è contraddittorio, oscillando tra un superomismo individualistico e suggestioni collettivistiche quasi marxiste. A un certo punto egli giunge a vagheggiare una sorta di operaio capace di svolgere la sua missione di lavoratore con la dedizione del monaco e l’abnegazione dell’asceta. In altri momenti Jünger si rivolge al mondo contadino, come nel suo libro di viaggio in Sardegna e ancora in altri momenti sembra cercare rifugio nelle droghe, illusorio viatico per una dimensione superiore.

Iannone e i suoi collaboratori illustrano bene queste molteplici facce di questo pensatore contradittorio e poco sistematico, così tipicamente tardo-tedesco nello sviluppo rapsodico e asistematico del suo pensiero. Probabilmente la scarsa cura per la coerenza è quello che ha salvato Jünger dall’adesione al nazismo, oltre che per una nativa capacità di distanziarsi dal male, capacità che ha salvato Jünger malgrado tutte le sue nicciane aspirazioni ad andare oltre le barriere etiche.

Allo psicologo studiare Ernst Jünger può essere di aiuto per comprendere un tassello del clima culturale in cui crebbe anche Gustav Jung. I due autori hanno molto in comune. La fascinazione nicciana per le parti di ombra della personalità, per gli stati di coscienza alterati, per certe forme di sapienza iniziatica ed esoterica. Hanno in comune anche certe ambiguità iniziali nel rapporto con il nazismo. Insieme, Jung e Jünger hanno rappresentato la parabola infine perdente di una forma di modernità alternativa rispetto a quella liberale e capitalistica anglo-americana. Un’impossibile rivoluzione conservatrice.

Teorie Cospirazioniste: definizione, ricerca e ricadute psico-sociali

Matteo Anderlini – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

Negli ultimi anni un numero sempre maggiore di psicologi si è occupato di ricerca nell’ambito delle teorie cospirazioniste, cercando di comprendere e spiegare il motivo della loro ampia diffusione e del loro successo nella società. 

Definire esattamente cosa si intenda con il termine Cospirazione non è semplice. Una possibilità può essere quella di fare riferimento all’interpretazione più strettamente giuridica, secondo cui una cospirazione sarebbe descrivibile come un accordo che nasce tra due o più persone al fine di commettere un crimine nel futuro; nel suo senso più ampio, quindi, una teoria cospirazionista rappresenta l’accusa che questo crimine abbia effettivamente avuto luogo.

Tuttavia questa definizione non coglie quel complesso significato che, a livello socio-culturale, viene inteso come Teoria cospirazionista e proprio a questo significato sono maggiormente interessati gli psicologi (Thresher-Andrews, 2013).

Anche se non esiste una definizione unica e condivisa (Sunstein e Vermeule, 2009), in generale le teorie cospirazioniste (o teorie del complotto) appaiono come un tentativo di spiegare un evento, solitamente politico o sociale, non come frutto di attività palesi svolte alla luce del sole, bensì come risultato di un complotto segreto portato avanti da un gruppo di potenti individui o organizzazioni (Douglas e Sutton, 2008).

Tuttavia, come sottolineato da Brotherton (2013), gli psicologi che si occupano di ricerca sul cospirazionismo hanno solitamente evitato di fornire una definizione precisa (Butler et al., 1995) e hanno dato definizioni brevi e relativamente superficiali (Swami et al., 2013; Whitson e Galinsky, 2008; Zonis e Joseph, 1994) con l’implicito presupposto che la differenza tra teorie cospirazioniste e altri tipi di costruzioni fosse, in qualche modo, auto-evidente (Byford, 2011).

Proprio partendo da questa critica, Brotherton fornisce una definizione della teoria cospirazionista come di un’affermazione non verificata di un complotto, che non si presenta come la spiegazione più plausibile di un certo evento e che fa riferimento a fatti e implicazioni di tipo sensazionalistico. La teoria cospirazionista postula inoltre la presenza di cospiratori eccezionalmente malvagi e straordinariamente competenti; infine, essa si basa su prove deboli e tende ad auto-proteggersi dalla confutazione empirica.

Negli ultimi anni un numero sempre maggiore di psicologi si è occupato di ricerca nell’ambito delle teorie cospirazioniste, cercando di comprendere e spiegare il motivo della loro ampia diffusione e del loro successo nella società (Brotherton et al., 2013). Molta della letteratura sull’argomento ha indagato la relazione tra diverse possibili dimensioni di personalità e la tendenza a supportare le teorie della cospirazione.

È emersa, per esempio, una correlazione positiva con diversi fattori: l’apertura all’esperienza, (definibile come curiosità intellettuale, forte immaginazione e propensione per le idee insolite), l’autoritarismo, il cinismo verso la politica, la sfiducia nei confronti dell’autorità e la propensione a credere nel paranormale (Abalakina-Paap et al.; Brotherton et al., 2013; Darwin et al., 2011; Swami et al., 2010, 2011, 2013, 2014). È invece emersa una correlazione negativa con il livello di fiducia verso gli altri, l’autostima e l’amabilità (aspetto definibile come bassa sospettosità verso gli altri, tendenza alla collaborazione e cordialità) (Abalakina-Paap et al., 1999; Goertzel, 1994; Swami et al., 2010, 2011; Wagner-Egger e Bangerter, 2007).

Sembra possibile quindi descrivere alcune caratteristiche tendenzialmente stabili degli individui che appoggiano le teorie della cospirazione. Tuttavia è importante sottolineare i limiti di questi studi, che sono di natura correlazionale e che per questo motivo, quindi, non permettono di accertare una relazione di tipo causa-effetto tra le variabili prese in considerazione.

Un secondo approccio di studio, che utilizza invece disegni di ricerca di tipo sperimentale, si è infatti concentrato proprio sull’analisi di questa relazione causale, indagando quali variabili possano determinare una maggiore propensione a sostenere le teorie cospirazioniste.

Ad esempio, Douglas e Sutton (2008) hanno mostrato come, rispetto ad un gruppo di controllo, il semplice fatto di leggere dichiarazioni cospirazioniste riguardanti la morte della principessa Diana porti ad una maggiore inclinazione a credere a queste stesse teorie. È interessante notare come, in realtà, i soggetti non sono consapevoli di questo cambiamento: esiste quindi una sorta di impatto nascosto delle teorie del complotto sulle nostre convinzioni. Analogamente, essere esposti ad informazioni che supportano la teoria secondo la quale la NASA avrebbe falsificato gli sbarchi sulla Luna, aumenta fortemente l’adesione alle teorie cospirazioniste sugli allunaggi (Swami et al., 2013). Presi insieme, questi risultati di ricerca dimostrano che il semplice fatto di entrare in contatto con affermazioni cospirazioniste aumenta il livello di aderenza alle teorie cospirazioniste stesse. E questo può rappresentare un potenziale problema, considerando la facilità sempre maggiore con cui le persone entrano in contatto, ogni giorno, con questo tipo di teorie, grazie allo sviluppo di mezzi di comunicazione che rendono la diffusione delle informazioni sempre più rapida e capillare (Coady, 2006).

Ulteriori ricerche mostrano come ci possano essere anche altre variabili che possono determinare una maggiore accettazione delle teorie cospirazioniste, oltre alla mera esposizione a queste teorie. Ad esempio, il fatto di essere sperimentalmente indotti a percepire una mancanza di controllo fa sì che i soggetti sperimentali (rispetto alla condizione di controllo) siano più propensi ad interpretare gli eventi come un complotto nei loro confronti (Whitson e Galinsky, 2008).

Un altro studio condotto in Polonia (Kofta e Sedek, 2005) ha mostrato come il pensiero cospirazionista nei confronti di gruppi etnici e nazionali tenda ad aumentare in prossimità delle elezioni parlamentari: secondo gli autori questo indica che il pensiero cospirazionista potrebbe rappresentare una sorta di mezzo di auto-difesa collettiva a fronte di un minaccia percepita da parte di un outgroup, ossia un gruppo sociale esterno al gruppo di appartenenza. Inoltre diversi autori hanno concentrato la loro attenzione sulla ricerca sui bias cognitivi sottostanti, quindi sugli errori sistematici di pensiero che possono portare maggiormente a sostenere le teorie cospirazioniste (Brotherton e French, 2014; Clarke, 2002; Leman e Cinnirella, 2007; Thresher-Andrews, 2013). Questi bias derivano dall’applicazione di alcune strategie di pensiero dette euristiche, ossia delle scorciatoie mentali utilizzate inconsapevolmente nell’elaborazione delle informazioni. Le euristiche semplificano il processamento cognitivo, lo rendono rapido e garantiscono un basso uso di risorse, tuttavia possono portare ad errori e distorsioni.

Tra i bias descritti dagli autori troviamo:

  • Bias di proporzionalità (proportionality bias): ritenere che ad eventi di grande importanza debbano corrispondere cause ugualmente significative;
  • Bias di attribuzione (attributional bias): tendenza a sovrastimare l’effetto delle caratteristiche interne e stabili di un individuo e a sottostimare l’influenza dei fattori situazionali;
  • Bias di conferma (confirmation bias): selezionare le informazioni coerenti con le proprie convinzioni e ad ignorare o sminuire quelle che non sono coerenti con esse;
  • Errore delle probabilità congiunte (conjunction fallacy): violazione delle leggi della probabilità che può essere descritta come la tendenza a sovrastimare la probabilità che si verifichino eventi congiunti e a sottostimare quella di eventi disgiunti.

Infine altri studi suggeriscono che credere alle teorie cospirazioniste possa potenzialmente permettere alle persone di far fronte sia al proprio senso di minaccia percepita, sia all’impossibilità di attribuire un significato agli eventi. (Newheiser et al., 2011).

Il quadro d’insieme che emerge dalla ricerca è quindi molto complesso, infatti sono molti i fattori che portano gli individui a credere alle teorie cospirazioniste. Sono stati individuati diversi fattori di personalità, fattori sociali legati al comportamento inter-gruppi e fattori puramente situazionali e legati al semplice entrare in contatto con le informazioni. Sono presenti fattori cognitivi e fattori che rimandano al ruolo funzionale di queste credenze, verosimilmente di natura auto-protettiva. Forse proprio la presenza di così tante variabili coinvolte che si pongono a diversi livelli esplicativi può spiegare il successo di queste teorie e il loro persistere nella società.

Ma che significato può avere, oggi, concentrarsi sullo studio delle teorie cospirazioniste? Può essere importante per diverse ragioni. Innanzitutto queste teorie trovano spesso consenso e possono influenzare la percezione di numerosi eventi storicamente e socialmente significativi (come la trasmissione dell’ebola, le missioni lunari o gli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001) (Goertzel, 1994; Stempel et al., 2007; Swami et al., 2010). Inoltre, come sottolineato in precedenza, negli ultimi anni la popolarità delle teorie del complotto è significativamente cresciuta, probabilmente grazie allo sviluppo dei mezzi di comunicazione e per la conseguente maggiore facilità di diffusione di queste teorie tramite internet (Coady, 2006).

Oltre a ciò, nonostante la ricerca si sia concentrata maggiormente sulle variabili che portano le persone a credere alle teorie cospirazioniste, diverse ricerche che hanno indagato gli effetti di tali teorie mostrano come esse non siano per nulla innocue. Anzi, emergono importanti conseguenze a livello comportamentale che aprono profonde riflessioni e che vanno tenute in seria considerazione per il loro potenziale impatto sociale (Jolley, 2013a, 2013b).

Dalla ricerca emerge innanzitutto l’associazione tra le teorie della cospirazione e gli atteggiamenti degli individui. Per esempio Swami (2012) ha dimostrato, in un campione malese, che il credere alle teorie del complotto ebraico è associato a maggiori atteggiamenti razzisti nei confronti della comunità cinese. Inoltre, una ricerca di Imhoff e Bruder (2014) ha evidenziato come l’adesione alle teorie cospirazioniste predica atteggiamenti pregiudizievoli negativi nei confronti di diversi gruppi (ad esempio gli Ebrei, gli Americani e i capitalisti).

Altre ricerche hanno mostrato che l’esposizione alle teorie cospirazioniste non solo influenza gli atteggiamenti degli individui, ma può pregiudicarne anche i comportamenti. Nello specifico, Butler et al. (1995) hanno riscontrato che facendo vedere a dei soggetti il film ‘JFK’ di Oliver Stone (che mostra diverse teorie cospirazioniste che riguardano l’assassinio del Presidente John F. Kennedy), questi sono più inclini a sostenere le teorie della cospirazione in misura maggiore rispetto ai soggetti a cui invece non viene fatto vedere il film. Ma non solo: infatti una maggiore adesione nei confronti di queste teorie è associata ad una minore intenzione di votare.

Jolley e Douglas (2014a) hanno recentemente replicato questi risultati; in un primo studio hanno dimostrato che dopo l’esposizione ad informazioni pro-cospirazioniste riguardanti il coinvolgimento governativo in intrighi e complotti, gli individui sono meno propensi ad impegnarsi nella vita politica, rispetto ai soggetti di controllo esposti invece ad informazioni che confutano le teorie complottiste. Gli autori hanno dimostrato come questo effetto sia causato da un aumento della percezione di impotenza nei confronti delle politica. Nel secondo studio questa influenza dannosa è stata estesa all’ambito delle campagne ambientaliste: l’esposizione ad informazioni pro-complottiste riguardanti il cambiamento climatico riduce l’intenzione di impegnarsi in comportamenti che diminuiscano l’emissione di anidride carbonica (ad esempio l’uso di lampadine a basso consumo o l’uso di mezzi di trasporto pubblici). Questo effetto è risultato significativo sia rispetto ai soggetti a cui sono state fornite informazioni anti-complottiste, sia rispetto al gruppo di controllo, a cui invece non sono state fornite particolari informazioni. Come nel primo studio, questo effetto era mediato dalla percezione di impotenza nei confronti del cambiamento climatico, ma anche dal senso di incertezza e dalla delusione nei confronti degli scienziati che si occupano dello studio del clima.

Oltre all’ambito socio-politico, la ricerca si è anche interessata all’influenza che le teorie cospirazioniste possono avere su un altro importante ambito: quello della salute. Ad esempio, esistono teorie cospirazioniste che sostengono che l’HIV e l’AIDS rappresentino una forma di genocidio contro le popolazioni afro-americane: ebbene, la ricerca ha evidenziato come, nelle persone che appoggiano questo tipo di teorie, aumentino gli atteggiamenti negativi nei confronti dell’uso dei contraccettivi, come ad esempio il preservativo. Questo quindi suggerisce che le teorie cospirazioniste possono avere conseguenze negative anche sulla prevenzione delle campagne contro le malattie sessualmente trasmissibili (Bogart e Thorburn, 2006; Bird e Bogart, 2003). Risultati simili sono stati riscontrati da Hoyt et al. (2012) e Bogart et al. (2010): dalle ricerche è emerso che appoggiare le teorie del complotto dell’HIV risulta associato ad un aumento di rischio, in quanto gli individui sono meno inclini a sottoporsi alle terapie adeguate. Inoltre è stato dimostrato che credere alle teorie cospirazioniste è associato, in generale, ad una sorta di sfiducia nei confronti della scienza (Lewandoswky et al., 2013).

In un’altra recente ricerca (Jolley e Douglas, 2014b) gli autori hanno voluto analizzare il potenziale impatto delle teorie cospirazioniste anti-vacciniste sul comportamento degli individui. In due studi i ricercatori hanno ancora una volta rilevato come il supportare le teorie anti-vacciniste sia legato ad una minore probabilità di vaccinazione dei propri figli; ancora una volta questo cambiamento avviene anche solo se si entra in contatto con informazioni che supportano le teorie complottiste anti-vacciniste (sia rispetto al gruppo esposto alle informazioni pro-vaccino, sia rispetto al gruppo di controllo, al quale non è fornita nessuna informazione specifica). L’effetto è mediato da alcune variabili: pericolo percepito dei vaccini, senso di impotenza, disillusione e sfiducia nei confronti dell’autorità.

Tutti questi risultati evidenziano il potenziale ruolo delle teorie cospirazioniste nell’influenzare gli atteggiamenti e i comportamenti degli individui e quindi le possibili conseguenze dannose in diversi ambiti, da quello socio-politico a quello della salute.

In conclusione, sembra importante sottolineare come alcuni autori si siano concentrati sulla ricerca di possibili soluzioni per contrastare la diffusione e l’accettazione delle teorie complottiste, proprio considerando i possibili esiti negativi associati, di cui si è precedentemente discusso.

Recentemente, Swami et al. (2014) si sono occupati di studiare come la modalità di processare le informazioni possa essere associata alla propensione a credere alle teorie cospirazioniste. In particolare gli autori hanno indagato l’influenza di due modalità principali: quella analitico-razionale e quella intuitivo-esperienziale. La prima è descrivibile come un processo lento, cosciente, ponderato e dettagliato; la seconda modalità, contrapposta alla prima, è invece un processo rapido, prevalentemente inconsapevole, spontaneo, globale e abbastanza superficiale. Gli autori, in una serie di studi, hanno dimostrato che una modalità di processamento delle informazioni di tipo analitico determina una minore accettazione delle teorie cospirazioniste. Ma non solo: infatti, se attraverso un compito di fluenza verbale si favorisce l’utilizzo di questa modalità, nei soggetti si riscontra una diminuzione dell’adesione a queste stesse teorie.

Secondo l’interpretazione degli autori una modalità di processo analitico-razionale potrebbe favorire un’elaborazione delle informazioni più attenta e precisa, facendo prendere in considerazione le inesattezze e le contraddizioni delle teorie cospirazioniste; inoltre potrebbe inibire i bias che facilitano l’assimilazione e l’accettazione di queste teorie. Un’altra possibile spiegazione è che una modalità di pensiero analitica porti a selezionare quelle informazioni che appaiono all’individuo più razionali e possa portare ad essere maggiormente scettici.

Non è comunque chiaro quale sia il meccanismo alla base di questo cambiamento, ma anche se saranno necessarie ulteriori ricerche che andranno ad indagare meglio questi aspetti, appare chiaro come l’uso di strategie di elaborazione di informazioni di tipo analitico-razionale riduca, almeno nel breve termine, la tendenza a supportare le teorie cospirazioniste.

Nonostante le teorie del complotto siano resistenti al cambiamento, questi ultimi lavori presentati si inseriscono in un filone di ricerca che mostra come sia possibile una riduzione dell’approvazione verso queste teorie tramite l’uso di argomentazioni critiche, logiche e basate sull’evidenza (Swami et al., 2013). A fronte quindi delle conseguenze negative derivanti dall’adesione alle teorie cospirazioniste, una possibile soluzione potrebbe essere quella di lavorare nell’ottica di una divulgazione e un’informazione che promuovano lo sviluppo delle abilità del pensiero analitico. O almeno, come sottolineano gli autori, potrebbe essere un utile inizio.

Chiedere un aiuto psicologico? Solo una piccola parte di chi ne ha bisogno decide di farlo!

Tra le persone che trarrebbero beneficio da un intervento psicologico – plausibilmente in presenza di difficoltà e/o disturbi di tipo mentale – soltanto una piccola parte effettivamente chiede aiuto e si rivolge a specialisti del settore. Al di là delle ragioni pratiche, molto ha a che fare con le idee e le rappresentazioni soggettive che riguardano la persona che ha difficoltà psicologiche e gli interventi per trattarle.

Un nuovo studio pubblicato su Clinical Psychology & Psychotherapy ha approfondito i processi psicologici di coloro che decidono di rivolgersi a uno psicoterapeuta e di iniziare una psicoterapia. Un campione di circa 150 persone che hanno avuto un primo contatto con servizi psicologici (una clinica universitaria) sono state valutate al momento del primo contatto, in terza seduta e al termine del trattamento.

I risultati sono interessanti: il tempo medio trascorso dall’insorgenza della sintomatologia al momento in cui si chiede aiuto è di 10,5 anni! Le problematiche maggiormente riscontrate in questo campione e in questo contesto gravitano attorno ai disturbi d’ansia e dell’umore, difficoltà di gestione della rabbia e difficoltà sessuali.

Da un punto di vista del processo decisionale il punto più critico sembra essere, oltre alla consapevolezza di avere un problema, anche la credenza che la psicoterapia possa essere un valido strumento di aiuto: mediamente trascorrono dai 4 mesi a un anno prima di decidere che la psicoterapia possa essere un’alternativa da percorrere.

Una volta che la persona ha consapevolezza dei possibili benefici della psicoterapia, i passi successivi sembrano essere più semplici e lineari: decidere di andare avanti e di cercare aiuto è relativamente più veloce, richiedendo in media un mese di tempo ulteriore per consolidare la decisione. Infine ancora qualche settimana prima di telefonare per fissare il primo appuntamento.

Tra i soggetti che, dopo un primo contatto, hanno poi iniziato la terapia, coloro che hanno riferito maggiori difficoltà nel decidere di entrare in contatto con un terapista parimenti si aspettano che il percorso psicoterapico sia più difficile e accidentato, anche se queste aspettative di difficoltà non sono correlate a una scarsa compliance con la terapia. Purtroppo, e questo è un grosso limite dello studio, non sono stati rilevati i dati di outcome delle terapie in questo campione di soggetti.

La tematica in oggetto dunque rimane complicata da indagare, poichè abbiamo questi dati solo su una parte di soggetti con difficoltà psicologiche che decide di chiedere aiuto, mentre nulla si sa di coloro che non lo fanno. Allo stesso tempo questi dati aiutano a ricordarci quanto possa essere faticoso e struggente fissare un primo appuntamento con lo specialista della mente.

Il contratto con la persona con disturbo borderline di personalità come atto terapeutico: linee guida e riferimenti teorici

La formalizzazione di un contratto terapeutico nel trattamento del Disturbo Borderline di Personalità (DBP) è prevista all’interno delle Linee di indirizzo per il trattamento dei Disturbi Gravi di Personalità emanate dalla Regione Emilia Romagna nel 2013, ispirate, ed altresì riadattate alla realtà operativa locale, alle Linee Guida NICE (National Institute for Health and Clinical Excellence) del 2009.

Nelle priorità chiave per l’implementazione di tali linee guida, nonché all’interno dei “Principi generali per lavorare con persone con un disturbo borderline di personalità”, viene fatto esplicito riferimento al principio di scelta ed autonomia declinato come un lavoro in collaborazione con la persona con disturbo borderline di personalità finalizzato a promuoverne l’autonomia e la possibilità di scelta attraverso il richiamo all’assunzione di un ruolo attivo da parte di quest’ultima nel ricercare una soluzione ai propri problemi, inclusa la gestione delle crisi, e l’incoraggiamento a considerare le differenti opzioni di trattamento e le scelte di vita disponibili unitamente alle loro possibili conseguenze.

L’adattamento di tali linee guida alla realtà locale della Regione Emilia Romagna, ha comportato l’adozione del Contratto terapeutico inteso come un atto scritto e proceduralizzato che viene redatto in triplice copia e sottoscritto dagli attori e nel quale sono compresi:

la descrizione degli obiettivi di cura (di lungo e medio termine) ed i relativi tempi di verifica;
le competenze attivate dall’equipe;
le competenze richieste all’utente (ed alla sua famiglia);
le condizioni specifiche che possono orientare verso un passaggio di setting (inteso sia come modalità operativa che come servizio);
i comportamenti non negoziabili;
il piano di gestione delle crisi.

Il contratto è [blockquote style=”1″]l’estensione di quello che si definisce progetto di cura, ma ne differisce in modo sostanziale perchè è elaborato insieme al paziente e posizionato al livello effettivo della possibile motivazione verso il cambiamento[/blockquote] (M. Sanza, 2015).

La valenza terapeutica del contratto per la persona con disturbo borderline di personalità

La questione oggetto di attenzione nella presente trattazione riguarda l’ipotesi che la negoziazione e formalizzazione di un contratto (o accordo) terapeutico con la persona con disturbo borderline di personalità possa di per sé avere degli effetti terapeutici per la persona stessa, e non solo, possa altresì svolgere un ruolo di orientamento e supporto alla gestione di aspetti critici per l’equipe curante e per il/i Servizio/i coinvolto/i.
Vediamo in che termini il contratto può svolgere una funzione terapeutica concentrandoci innanzitutto sui possibili risvolti sulla persona con disturbo borderline di personalità alla luce delle dinamiche caratterizzanti il DBP stesso. Per prima cosa l’atto in sé di chiamare in causa la persona nel definire gli obiettivi del proprio percorso di cura, uno dei punti chiave del contratto stesso, determinerebbe un immediato riposizionamento degli attori nella relazione terapeutica: l’equipe (o il clinico in questione) da esperta del paziente diverrebbe esperta dei processi di cambiamento, lasciando alla persona il ruolo di principale esperto di sé, della propria storia e delle proprie problematiche; una dimensione maggiormente simmetrica, pertanto, senza implicare con ciò un disconoscimento della diversità dei ruoli e delle relative differenti responsabilità. Interrogarsi e condividere gli obiettivi a breve e medio termine del trattamento diverrebbe, così, un processo che responsabilizza il paziente riducendo il rischio della delega e favorendo l’ancoraggio delle aspettative ad un piano il più possibile realistico, predefinito, negoziato e verificabile nel tempo.

Un tale coinvolgimento attivo della persona potrebbe avere una valenza di per sé terapeutica in riferimento, ad esempio, alla potenzialità di incrementare il senso di autodeterminazione ed i bisogni di autonomia del paziente, influenzandone positivamente la motivazione.
Ryan e collaboratori (1997), nella loro teoria della “Self Determination”, sostengono che alla base della motivazione umana e dell’autoregolazione del comportamento vi siano delle spinte innate verso la soddisfazione di tre bisogni psicologici fondamentali: il bisogno di competenza, di essere in relazione con altri significativi e di autonomia personale. Sulla scia di questa visione, la percezione da parte della persona di collaborare alla definizione del contratto terapeutico potrebbe svolgere un ruolo importante anche rispetto alla motivazione al trattamento favorendone l’evoluzione verso una connotazione sempre più autonoma e diminuendone gli aspetti estrinseci che, invece, sono preponderanti in una dimensione relazionale maggiormente asimmetrica all’interno della quale vi è il rischio da parte degli operatori di assumere una posizione sostitutiva nei riguardi del paziente. In altri termini, riteniamo che la prassi del contratto terapeutico possa essere uno strumento per incrementare il senso di empowerment dei pazienti nei confronti della propria salute, uno dei fattori più frequentemente associati alla compliance ed alla buona riuscita dei trattamenti; preferiamo, tuttavia, parlare di collaborazione piuttosto che di aderenza alle cure, termine che ci sembra rispecchiare meglio il ruolo attivo della persona.

Contratto terapeutico e gestione delle crisi

Un altro aspetto che riteniamo rilevante della prassi del contratto terapeutico riguarda la parte dedicata alla gestione delle crisi. Questo per via di diverse motivazioni: in primo luogo poiché riteniamo che l’ anticipare l’accadimento di possibili crisi possa essere un’operazione che di per sé comunica alla persona una comprensione della sua patologia, un riconoscimento delle sue difficoltà e legittima la crisi stessa come una fase gestibile e non come un evento ineluttabile e nei confronti del quale si è totalmente impotenti. Una sorta di “normalizzazione” della crisi, se vogliamo, che ricorda un po’ la fase della ricaduta del modello transteorico del cambiamento elaborato da Prochaska e DiClemente (1982), all’interno del quale quest’ultima viene concepita come uno stadio del cambiamento, che può rappresentare anche un’occasione di apprendere modalità adattive di gestione dei momenti di crisi e delle difficoltà personali.

E’ utile sottolineare, infatti, come nel contratto il piano di gestione delle crisi, al pari degli altri punti, venga condiviso insieme al paziente e pertanto implichi un’ autoriflessione da parte del soggetto su quali possono essere le situazioni ed i fattori scatenanti una crisi, un interrogarsi rispetto a quali possono essere le persone che per ciascuna situazione possono rappresentare un’idonea fonte di aiuto, ed una negoziazione con l’equipe rispetto a quando e come rivolgersi ai servizi, quando e come possono esser disponibili gli operatori che compongono l’equipe stessa.

Un punto interessante nella definizione del piano di gestione delle crisi, così come viene concepito anche nel “Good Psychiatric Management” (Gunderson J. G., 2015 ) è, inoltre, la possibilità di specificare quali sono le persone da non contattare; anche questa ci sembra un’operazione con dei risvolti terapeutici in quanto richiamerebbe il soggetto ad incrementare la sua competenza, oltre che nell’identificare fonti adeguate di supporto limitando gli acting; consente anche di riconoscere quali sono le persone e le situazioni che possono, invece, sortire degli effetti negativi ed incrementare la crisi stessa e, così facendo, accrescere la capacità di discernimento del paziente rispetto all’ambiente nel quale egli vive ed alle persone con le quali si confronta.

Entriamo, seguendo questa linea, nella sfera delle competenze, altro punto del contratto terapeutico: anche qui risalta a nostro parere la premessa che potrebbe esser alla base e orientare la prassi in questione, ossia: le competenze non sono solo ambito di pertinenza dell’equipe, degli operatori, dei Servizi ma riguardano anche la persona che, perciò, non è solo colui che soffre di una patologia bensì anche colui che possiede delle risorse che possono esser utilizzate e sviluppate e che, per di più, sono indispensabili alla riuscita del percorso di trattamento. Esser visti come persone che possiedono risorse e competenze, oltre che problemi e difficoltà, è anch’essa un’operazione con effetti terapeutici.

Quando parliamo di effetti terapeutici intendiamo non un effetto tout court ed immediatamente positivo di tali operazioni, quanto piuttosto le potenzialità evolutive insite nell’innescare e nel mantenere un processo di cambiamento, quindi l’aspetto di incremento della motivazione, ed i risvolti a livello relazionale intesi sul piano dell’empatia, della convalidazione, della percezione di sentirsi compresi nelle proprie difficoltà, anche questi parte di un processo graduale e che si interseca con svariati altri fattori implicati nel trattamento stesso.

Un altro aspetto che riteniamo significativo riguarda la dimensione del potere, che la formalizzazione di un contratto, a nostro parere, in qualche modo interseca: attraverso il contratto, infatti, si proporrebbe una trasformazione qualitativa del potere stesso: da un potere che deriva esclusivamente dal ruolo che si ricopre (operatori/paziente) e garantito dalla asimmetria intrinseca a questi due ruoli, a quello di un potere competente che si gioca su un piano di scambio e di definizione delle competenze da parte di ciascuno degli attori in gioco.

Jung, la sua psicologia analitica e l’interesse per l’occulto di Marco Innamorati (2013) – Recensione

Marco Innamorati aggiunge la sua versione di Jung a quella storica di Mario Trevi, e regala alla saggistica psicologica italiana un testo che racconta in maniera esaustiva e appagante la posizione eccentrica e inquieta di Jung, il suo strano destino prima di predicatore di una psicologia che fosse empiricamente fondata e poi di profeta di una psicologia analitica che getta le sue radici nell’occulto.

Il libro “Jung” di Innamorati (2013) è illuminante proprio nelle sue incertezze, che sono le incertezze di Jung: il suo continuo riscrivere i suoi stessi sacri testi giungendo a cambiar loro titolo e natura. Non riusciamo a immaginare Freud che riscrive per una vita l’ “Interpretazione Dei Sogni” cambiando anche il titolo. Jung inflisse questa tortura a molti dei suoi libri. Nemmeno possiamo immaginare Freud che lascia uno spunto immaturo e non lo coltiva. E anche questo fece Jung. E nemmeno è concepibile un Freud che dopo aver consumato il parricidio (nel suo caso, di Breuer) si ritira in una posizione eccentrica, non nascosta ma nemmeno centrale. E questo fece Jung.

Jung è una figura contradittoria, in una maniera ora feconda e ora autolesionistica. E nel descrivere queste contraddizioni non sempre fertili Innamorati trova delle metafore felici. Come quella in cui paragona il lavoro di Jung a un edificio sviluppatosi solo in orizzontale, un’estesa superficie abitata e molteplice nella quale convivono troppe potenzialità, troppe possibilità mancate di sviluppo verso l’alto.

Jung però aveva dalla sua anche un’elevata capacità critica verso se stesso, qualità abbastanza rara nei teorici della psicologia. Innamorati racconta bene come il momento del distacco di Jung da Freud si ebbe nel momento in cui Jung, al Congresso di Psicoanalisi di Monaco del 1913, ebbe l’ardire di presentare la teoria di Adler -già espulsa dalla psicoanalisi- come altrettanto legittima e credibile rispetto alla versione ortodossa di Freud.

Inoltre, spiega sempre Innamorati, nella Psicologia dei processi inconsci Jung dimostra come un medesimo caso clinico possa essere interpretato in maniera convincente sia dal punto di vista adleriano che freudiano. Le stesse azioni possono essere lette sia partendo dal presupposto freudiano della sessualità inconscia rimossa, sia dalla convinzione adleriana e prima ancora nietzschiana della volontà di potenza.

Nel discutere i concetti base della psicologia junghiana Innamorati si dimostra particolarmente preciso. Egli ricostruisce lo sviluppo dei vari concetti –il sé, l’animus, l’anima, l’ombra, l’archetipo, l’inconscio collettivo, la sincronicità- nel labirinto dei vari testi, districandosi tra le varie versioni disponibili, operazione resa ancor più laboriosa dall’assenza di un’edizione critica. Innamorati tenta in tutti i modi e spesso con successo di opporsi alla visione –tipica della psicoanalisi classica freudiana- di Jung come un bizzarro esoterista antiscientifico e reazionario. Innamorati riesce spesso a mostrarci come nell’opera di Jung si trovino le radici di una psicoterapia laica e di una possibilità di dialogo interculturale e ci insegna che Jung ha il merito di aver superato quello che si potrebbe definire l’etnocentrismo di Freud, la tendenza a costruire una teoria sulla natura umana sulla base di un’esperienza clinica estremamente caratterizzata nel tempo e nello spazio: la Vienna di fine Ottocento.

La terapia di Jung diventa più costruttivista e meno adattiva di quella di Freud. L’analisi per Jung ha senso in quanto è in grado di accompagnare l’essere umano nel cammino che Jung chiama il processo di individuazione, ovvero il processo attraverso il quale si costruisce se stessi e si compie dopo la fase di adattamento alla realtà, fase freudiana che caratterizza la prima parte dell’esistenza. Per fare questo è necessario fare un buon uso dell’inconscio, dell’ombra e dei fantasmi. Qui è la distanza massima di Jung dall’illuminismo freudiano, nel quale non è possibile nessun buon uso dei fantasmi e tantomeno dell’inconscio.

Tuttavia, proprio questa capacità di Jung di non temere l’inconscio, di non pretendere la completa eliminazione dell’es a favore dell’io porta in sé il germe anche della fascinazione junghiana per l’occulto, il magico, l’esoterico. Fascinazione che prende anche il lettore e che ha preso per (brevi) tratti lo stesso Innamorati, che è un illuminista però curioso e aperto al fascino oscuro delle tenebre. Fatto sta, tuttavia, che c’è un limite che è difficilmente valicabile se si vuole rimanere nel campo scientifico e, man mano che il libro procede, monta il sospetto che Jung abbia più o meno copertamente valicato quel limite. Innamorati si scontra sempre più spesso con gli scogli sottomarini dell’occultismo junghiano, a partire dall’analisi del Libro Rosso per finire con il saggio su la Sincronicità e passando per la passione alchemica del Mysterium coniunctionis. La sensazione di Innamorati è che Jung non ci abbia detto tutto e che alla fine della sua vita sia entrato definitivamente nella mentalità dell’adepto e dell’iniziato, nascondendo a noi le sue intime convinzioni e mantenendo la scienza solo come abito da cerimonia da indossare in pubblico.

L’uomo dei topi: analisi computazionale comparata di un caso clinico di Freud

Patrizia Bagatti, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

 

Il caso clinico “L’uomo dei Topi”, scritto da Freud nel 1909, insieme alle note che prese durante le sedute, fornisce una fonte di grande interesse per uno studio contemporaneo della tecnica psicoanalitica.

Sia la macro che la microanalisi della terapia effettuata da Freud, realizzata da Casonato e Mergenthaler (2008) col software per l’analisi del testo TAS/C hanno mostrato che Freud ha trattato transfert e controtransfert con grande abilità e che la terapia è stata attuata con una tecnica simile a quella moderna di un approccio relazionale.
Questo studio mette a confronto due tipi di software per l’analisi del testo: Atlas.ti, un software per l’analisi qualitativa del testo e il TAS/C.
Abbiamo cercato di valutare se questi software possano analizzare costrutti simili o diversi all’interno della narrativa nella terapia. I risultati precedentemente ottenuti col TAS/C sono stati comparati con i risultati ottenuti con Atlas.ti.

Parole chiave: Analisi computazionale della narrativa, Ricerca in psicoterapia, Modello del Ciclo Terapeutico, Atlas.ti.

Abstract

The clinical case of “The man of the rats”, written by Freud in 1909 along with the notes he took during the treatment, provides a source of great interest for a critical approach to epistemological and ideological processes upon which theory and analytical technique are built.
Both a macro- and micro-analysis of Freud’s treatment, carried out by Casonato and Mergenthaler (2008) with the computer-assisted text analysis software, developed to study the Therapeutic Cycle Model (TCM), showed that Freud had managed transference and countertransference with great skill and that the therapy was carried out with a technique similar to today’s therapy with relational approach.
The present study, after an introduction of the case and of three instruments developed for the analysis of the narrative in psychotherapy, aims to propose an observation review resulting by the analysis over mentioned with the Therapeutic Cycle Model and to compare it with one with Atlas.ti, a qualitative text analysis software .
The main purpose has been that to investigate some of the most important methods for the analysis of narrative in psychotherapy; try to find out if these instruments test similar or different constructs inside the narrative and, which among these, can be applied not only to the scripts and audio/video records of the sessions, but also to the notes of the sessions.
The object of the analysis has been one of the most famous Freud’s psychotherapy, known as “The man of the rats”, a therapy carried out on a patient suffering from obsessive-compulsive neurosis. The results obtained by the Therapeutic Cycle Model and Atlas.ti agree on the fact that the therapy has been successful in terms of improving the patient’s conditions, since “emotional tone” and “abstraction”, the main variables on which the analysis has been focused, decrease. Particularly, the significant decrease of “negative emotional tone” shows, without any doubt, that the patient’s distress decreases.
As regards “abstraction”, it seems that it helps to control the emotional tone; therefore where this is already low, there is also less use of abstraction.
Furthermore this study shows that both instruments used can be successfully applied not only to psychotherapy audio records, but also to the notes of the sessions. However, I think that Atlas.ti offers more chances to further investigate the variables, the chance to relate them, to decompose those under investigation and, viceversa, to group them in families.

Keywords: analysis of the narrative, psychotherapy, Therapeutic Cycle Model, Atlas.ti

IL SOFTWARE TAS/C E IL MODELLO DEL CICLO TERAPEUTICO

Casonato e Mergenthaler (2008) hanno analizzato le trascrizioni delle sedute di Freud del caso clinico “L’uomo dei Topi”, utilizzando il Modello del Ciclo Terapeutico (TCM).
Il Modello del Ciclo Terapeutico e il software TAS/C consentono, attraverso l’analisi computerizzata dei trascritti delle sedute, di studiare i diversi tipi di terapia (psicodinamica, cognitiva, di gruppo, ecc.) mettendo in luce, in ogni trattamento e in ogni seduta o intervista, i passi che si collegano al processo terapeutico o agli eventi relazionali rilevanti, occorsi durante il trattamento (Mergenthaler, Casonato, 2009). Il TCM è un modello di analisi computerizzata dei trascritti “verbatim” delle sedute terapeutiche, o anche degli appunti redatti dal terapeuta. La metodica di ricerca include l’analisi dei trascritti tramite un software in cui sono presenti dizionari elettronici, che possono rilevare e misurare il Tono Emozionale e l’Astrazione, due concetti chiave che si riferiscono rispettivamente all’esperienza emotiva e al coinvolgimento cognitivo, meccanismi chiave attraverso cui è possibile interpretare tutti i cambiamenti che avvengono durante il processo terapeutico (Mergenthaler, Casonato, 2009).

L’utilizzo di una o più parole contenute in uno dei due dizionari è quindi considerato come un indicatore di attivazione del processo emotivo (nel caso del dizionario ET) o del processo cognitivo (nel caso del dizionario AB) nelle sedute analizzate. La combinazione di questi due processi ci permette di identificare i “momenti chiave” in una seduta o le sedute più rilevanti dell’intero trattamento. (Mergenthaler, 1996).

Mergenthaler (1998) ha approfondito lo studio dell’azione terapeutica delle emozioni, attribuendo un diverso ruolo alle emozioni positive ed a quelle negative. Le emozioni positive organizzano la struttura cognitiva in maniera flessibile e defocalizzata, cioè ampliano la gamma dei pensieri, stimolando la creatività e il problem solving. Le emozioni negative favoriscono la focalizzazione dell’organizzazione cognitiva e facilitano il ricordo di episodi relazionali, sogni o materiale autobiografico. L’Astrazione infine è considerata espressione di un processo razionale di riflessione che aiuta a comprendere aspetti di sé e della propria situazione (Mergenthaler, 1998).

Il TCM permette lo studio degli aspetti clinici individuali che possono variare a seconda dell’approccio terapeutico. Attraverso l’analisi computerizzata dei pattern Emozione-Astrazione, è possibile trovare in ogni terapia, o colloquio, degli indicatori dei processi clinici. I dati ottenuti vengono interpretati in base al significato che assumono nella situazione clinica.

L’analisi condotta sul caso clinico “L’Uomo dei Topi” si è basata su tre livelli.
Il primo livello include un riassunto generale del caso.
Il secondo livello riassume il caso, ma focalizzando l’attenzione in modo particolare ai temi ricorrenti:
– situazioni di vita esterne;
– sintomatologia, passata e presente;
– relazioni extra-familiari;
– relazioni col terapeuta: transfert, ecc;
– analisi dei sogni.
Il terzo livello si focalizza su una descrizione sistematica delle sedute, divise in gruppi. Questo approccio strutturato per livelli consente di avere una visione ben articolata dei temi tipici del trattamento, in modo più chiaro rispetto alla narrativa psicoanalitica tradizionale. Il materiale così prodotto può essere utilizzato per accedere all’intero caso e far luce sui progressi nella terapia. E’ possibile raccogliere anche dati qualitativi, concatenando tutte le descrizioni per ogni aspetto del caso, delineando così una visione d’insieme.

Le variabili come fattori terapeutici

Nella ricerca in psicoterapia, un aspetto di primaria importanza è la scelta delle variabili da analizzare che svolgano un ruolo di fattori terapeutici (Blasi, Casonato,2005). Per poter definire un fattore come “terapeutico”, esso dev’essere in grado di stimolare un cambiamento nello stato o nel comportamento del soggetto.

Storicamente i fattori terapeutici possono essere diversamente denominati a seconda dell’orientamento teorico dei clinici e dei ricercatori; comunque, è dimostrato che tutte le terapie hanno fattori terapeutici comuni che possono promuovere un cambiamento anche se denominati differentemente dalle varie scuole. In particolare tutti i ricercatori concordano sul fatto che le fluttuazioni “emotive”, “cognitive” e “comportamentali” giocano un ruolo decisivo nelle condizioni del paziente; gli interventi psicoterapeutici sono in grado di agire sul sistema neuronale.
Mergenthaler (1998) ha individuato come fattori terapeutici di cambiamento l’ “Esperienza Affettiva” e il “Padroneggiamento Cognitivo” (fattori già indicati da Karasu, 1976), , tralasciando la “Prescrizione Comportamentale”.

Le emozioni

La prima variabile studiata da Mergenthaler (1998) durante l’analisi dei trascritti verbatim delle sedute è stata chiamata il “Tono emozionale”. Esso non si riferisce alle emozioni positive o negative, ma alla densità di parole che nel testo esprimono un’emozione, identificate grazie al dizionario delle parole emozionali.

Vengono considerate emotive o emozionali quelle parole che possiedono una valenza emozionale che possa essere classificata secondo una delle seguenti dimensioni (Sandhöfer-Sixel,1988): approvazione-disapprovazione, piacere-dispiacere, attaccamento-distacco e sorpresa. Esse possono far parte di qualsiasi gruppo grammaticale: aggettivi (bello), avverbi (dolorosamente) o verbi (distruggere). Tali parole vengono suddivise in due categorie, a seconda della valenza positiva o negativa; le parole emotive con tonalità positiva sono codificate come 1, mentre le parole emotive con tonalità negativa sono codificate come 2.

Il dizionario, di proposito, non include parole che si riferiscono ad aspetti specifici di esperienza sensoriale (come “terra” o “caldo”) perché l’emozione dev’essere identificata con precisione. Sono state escluse anche parole con significati multipli, che appaiono di frequente (per es. “buono”, ecc..). Il metodo quindi identifica le oscillazioni fra i momenti di alta o bassa frequenza di parole emozionali; nel primo caso ciò significa che durante la seduta il paziente sta facendo un’esperienza interessante.
Il TCM considera la presenza del tono emozionale una condizione necessaria, ma non sufficiente all’emergere di momenti chiave.

Astrazione

Per “Astrazione” si intende la manifestazione linguistica di eventi cognitivi. Gillie nel 1957 ha definito così il materiale verbale che contiene una proporzione elevata di osservazioni e concetti generali, lontani dalle esperienze concrete. Le parole astratte sono tutti i sostantivi che si riferiscono a concetti e realtà non direttamente percepibili dai sensi, così come i nomi indicanti categorie generiche di oggetti o entità; questi devono essere esclusivamente sostantivi.
I nomi astratti (-ismo, -ente, -mento, -zza, -tà) possono essere costruiti partendo da una serie di suffissi. Anche per valutare la densità delle parole astratte, come per il tono emozionale, si utilizza un dizionario in cui le parole inserite vengono considerate indice di valutazione e riflessione logica.

Inoltre, secondo Gillie (1957), gli elementi utilizzati come indice dell’astrazione dovrebbero avere due proprietà:
essere il più possibile indipendenti dai giudizi individuali del valutatore (essere cioè obiettivi);
essere identificati facilmente e in modo chiaro.
I suffissi considerati dal TCM sono analizzati utilizzando il programma TAS/C, in grado di riconoscere i suffissi di ogni singola parola nella lingua considerata.

L’oscillazione della quantità di astrazione, o dell’emozione, è clinicamente rilevante perché riflette i cambiamenti nelle condizioni della persona: il paziente si può trovare alternativamente in uno stato di forte coinvolgimento emozionale o distaccato emotivamente. Nell’ultimo caso prevalgono le argomentazioni e le riflessioni.
Secondo la Teoria del Modello del Ciclo Terapeutico le diverse combinazioni di questi due stati riflettono momenti che possono facilitare o impedire il cambiamento o l’azione terapeutica.

Pattern di Emozione-Astrazione

Merghenthaler considera di fondamentale importanza dal punto di vista clinico l’oscillazione della quantità di emozione/astrazione perchè riflette il cambiamento dello stato mentale in cui si trova la persona. Il paziente in terapia può essere, a volte, altamente coinvolto emotivamente o più distaccato, e in questo caso prevale la riflessione.
Il cambiamento può essere facilitato o ostacolato da diverse combinazioni di questi due stati; queste combinazioni vengono chiamate “Pattern of Emozione-Astrazione”. Secondo il modello del Ciclo Terapeutico questi pattern si susseguono in modo ciclico, ed è dunque possibile misurare la quantità di due variabili: “Tono Emozionale” e “Astrazione”.
Pattern A, Rilassamento: è caratterizzato da un basso tono emotivo e una bassa astrazione. I momenti della terapia in cui questo pattern è individuabile vede i pazienti parlare di argomenti non strettamente legati ai loro maggiori problemi; per questo essi esprimono solo un po’ di emozione e riflessione, a volte completamente assenti, perché ancora non possono focalizzare i loro problemi. Questa fase, tuttavia, non è specifica solo dell’inizio della terapia, ma può verificarsi in altri momenti, soprattutto quando i pazienti si devono riposare.
Pattern B, Riflessione: in questa fase i pazienti esprimono i temi senza essere emotivamente coinvolti. Elaborano le descrizioni a livello cognitivo, senza essere coinvolti emotivamente. Il meccanismo di difesa che si manifesta probabilmente in questa fase, sembra essere l’intellettualizzazione, utilizzata eventualmente come resistenza al cambiamento promosso dalla terapia.
Pattern C, Esperienza: questo pattern è caratterizzato da un alto tono emozionale e una bassa astrazione. Ciò si manifesta quando i pazienti parlano di temi che li coinvolgono particolarmente e si trovano ad esperire le emozioni in modi diversi: col pianto, col riso o con la collera a seconda che le emozioni siano positive o negative. Sta poi al terapeuta intervenire cercando di attuare una transizione da uno stato di esperienza negativa a uno di esperienza positiva.
Pattern D Connessione: in questo caso, vi è sia un elevato tono emotivo che una forte astrazione; questi sono i momenti in cui i pazienti accedono sia emotivamente che cognitivamente a temi difficili e possono riflettere su di essi. E ‘ quindi in quelle fasi che essi si avvicinano alla comprensione del loro stato (insight), sono i momenti definiti “chiave” preliminari a un miglioramento clinico.

Le Fasi

La sequenza di pattern Emozione – Astrazione non è casuale; ma avviene preferibilmente in modo ciclico.
Fase 1 = Rilassamento: i pazienti non mostrano né emozione, né astrazione. Sono in una fase di transizione da un tema ad un altro (ciò si verifica, per esempio, raccontando alcuni aspetti della loro condizione al terapeuta, senza coinvolgimento emotivo).
Fase 2 = Esperienza: l’eccitazione cresce (promossa dalla narrazione di un sogno o un ricordo, o parlando di sintomi). L’esperienza può essere positiva o negativa.
Fase 3 = Connessione: idealmente vi è un aumento di emozione e riflessione. Questo può avvenire spontaneamente o su invito del terapeuta a pensare al loro stato emotivo (a questo punto raggiungono l’insight emozionale).
Fase 4 = Riflessione: come conseguenza dell’insight, la tensione emotiva diminuisce, lasciando spazio alla riflessione. I pazienti possono riflettere sulle loro nuove esperienze, senza esserne emotivamente coinvolti.
Fase 5 = Rilassamento: la riflessione decresce e riappare il rilassamento (a questo punto può iniziare un nuovo ciclo).

Macro e microanalisi

E’ possibile studiare una psicoterapia sia da un punto di vista macroanalitico che microanalitico. Con la macroanalisi prendiamo in considerazione tutte le sedute del trattamento, con la microanalisi, invece, è possibile evidenziare l’inizio, i passi importanti e la fine di ogni singola seduta. La macroanalisi permette anche di rilevare le “sedute chiave” all’interno di una terapia completa, mentre la microanalisi ottiene lo stesso risultato, ma all’interno delle singole sedute. E’ interessante notare che il modello prototipico descritto dal TCM non esclude che le fasi del ciclo si presentino in modi e tempi diversi, così come i punti di svolta. La macro e microanalisi consentono di osservare come i cicli terapeutici possano variare da una terapia all’altra.

IL SOFTWARE ATLAS.TI

Presentazione dello strumento

ATLAS.ti è un software che consente di codificare e classificare delle porzioni di testo in modo da poter successivamente recuperare i brani classificati. Esso è anche in grado di suddividere le interviste, anche di psicoterapia familiare, in modo da poter, ad esempio, notare le differenze tra uomini e donne, giovani e anziani, ecc ..

ATLAS.ti è stato progettato ispirandosi alla Grounded Theory, e offre anche la possibilità di creare diagrammi concettuali che mostrino i legami tra le idee che emergono dai dati.
Il programma è stato sviluppato in Germania nei primi anni ’90 da Thomas Muhr, allo scopo di analizzare il contenuto dei testi da un punto di vista interpretativo.
Tra i vantaggi offerti dall’analisi computerizzata dei dati ci sono la velocità nel gestire grandi quantità di dati, l’ottimizzazione delle operazioni come taglia / incolla / recupera, permettendo al ricercatore di esplorare svariate questioni analitiche.
Un altro vantaggio è un maggior rigore, compresa la documentazione del conteggio dei fenomeni, la ricerca dei casi devianti, il controllo dei casi negativi e la facilitazione di sviluppo di schemi di classificazione coerenti.

Inoltre Atlas.ti offre un valido aiuto nelle decisioni di campionamento e nella prospettiva dello sviluppo della teoria. La funzione “memo” poi supporta sia lo sviluppo di ipotesi teorico concettuali, sia la registrazione delle procedure adottate per codificare e classificare il testo. Infine è disponibile una funzione che consente di rappresentare graficamente dei modelli concettuali. Atlas.ti fa parte di una microtipologia di software per la ricerca qualitativa chiamati “Theory-building software” che permettono di esplorare le relazioni tra le categorie codificate. Si chiamano così perché consentono di contribuire alla costruzione della teoria: ad esempio possono stabilire relazione tra codici, classificare in categorie sovraordinate e verificare sulla base di regole logico-formali le asserzioni circa la struttura concettuale dei dati.

La creazione dell’Unità Ermeneutica

La creazione dell’ unità ermeneutica (HU: Hermeneutic Units) costituisce la prima fase del lavoro con ATLAS.ti: si tratta del “file” principale che comprende i testi da analizzare. I testi, una volta inseriti nell’unità ermeneutica, assumono la denominazione di “documenti primari” (PD: Primary Documents, o Primary Docs); si preferisce attribuire ad essi un nome specifico perché l’utilizzo del termine “file” potrebbe indurre in confusione, riferendosi genericamente alle diverse fonti di dati compresi nell’Unità Ermeneutica. La scelta dei nomi dei Documenti Primari è strategicamente rilevante perché consente di risparmiare tempo nelle fasi successive dell’analisi e, cosa più importante, di specificare che l’unità ermeneutica non è un semplice contenitore di dati, bensì un’unità di significato, un mezzo attraverso cui ritrovare e interpretare i significati correlati ai dati.
Per preparare il testo non è necessaria alcuna particolare operazione: si consiglia di leggere e correggere i documenti prima di importarli in Atlas.ti. I file possono essere salvati in formati diversi (doc, rtf, doc, txt) ed è possibile importare, e lavorare su delle immagini.

La codifica del materiale

Dopo la creazione dell’Unità Ermeneutica è necessario impostare una procedura che sintetizzi e dia significato ai concetti chiave, fondamentali per le informazioni contenute nei documenti. Ogni codice è un’etichetta, o un testo alfanumerico, che esprime il contenuto di una porzione del documento.
Come indicato nel paragrafo precedente l’intero testo dev’essere letto per capirne il contenuto sommario, poi ogni passo dev’essere riassunto ed è necessario cercare di schematizzarne il contenuto in un codice. La porzione di testo considerata significativa come oggetto di analisi diventa un “segmento”, a cui assegnare un codice.

La scelta di cosa considerare significativo per l’analisi varia a seconda della ricerca:
Se la ricerca è guidata da un modello teorico la scelta dipenderà dalle dimensioni teoriche da ricercare nei dati;
Se invece la ricerca mira alla ricostruzione della “Grounded Theory” il ricercatore privilegerà una teoria emergente dai dati piuttosto che la ricerca di costrutti preesistenti alla rilevazione.
La nostra analisi rientra nel primo caso: lo scopo era di verificare se le variabili analizzate dal TCM col TAS/C potevano essere rilevate anche con Atlas.ti e procedere alla comparazione fra i due modelli.
Per questo non ci è sembrato necessario nel presente lavoro approfondire gli aspetti collegati al tema della Grounded Theory, il cui approccio è stato oggetto di acceso dibattito nelle scienze sociali rispetto alla possibilità di condurre un’analisi qualitativa che non fosse influenzata dai modelli teorici di riferimento.

I livelli di codifica

La codifica con Atlas.ti viene gestita a tre livelli, considerati fasi seguenti dell’ analisi:
a) codifica aperta: dalla lettura del testo si creano categorie che sono collegate ai vari frammenti. Il ricercatore procede in modo non sistematico, si pone in un atteggiamento di ascolto attivo, prestando attenzione ad ogni elemento interessante che emerge dai dati empirici (osservazioni stimolanti); la codifica aperta è quella per cui i dati qualitativi sono frammentati, esaminati, comparati, concettualizzati e raggruppati in categorie.
La codifica aperta comporta l’assegnazione di etichette a frammenti di interviste o a note al testo, nel tentativo di dare loro un senso. Nella scelta delle etichette da assegnare alle categorie e sottocategorie, il ricercatore può scegliere di seguire tre percorsi:
– creare nuovi termini;
– utilizzare termini già presenti in letteratura o già concettualizzati;
– utilizzare i termini utilizzati dagli attori.

L’ informazione contenuta in una porzione del testo è sintetizzata da un’ “etichetta verbale”.
b) codifica assiale: vengono perfezionati i risultati ottenuti con la codifica aperta. Più specificatamente vengono “riconcettualizzati” i codici attribuiti con la codifica aperta, scegliendo le categorie più rilevanti per l’analisi e definite le relazioni tra le varie categorie.

La codifica assiale si svolge in quattro fasi:
– vengono ridefinite le categorie che possono essere considerate come indicatori di un concetto più generale;
– vengono supposti rapporti tra alcune sottocategorie e una determinata categoria o tra le diverse categorie;
– vengono specificate le connessioni stabilite come ipotesi, sempre confrontando i dati e le informazioni
– viene osservato come il fenomeno in esame varia, riflettendo in maniera comparativa su ogni categoria e sottocategoria da cui è composto.
c) codifica selettiva: mira all’identificazione ed estrazione della categoria centrale attorno alla quale sono strutturate le connessioni con le altre. La categoria centrale viene poi comparata con le altre man mano che vengono raccolti e analizzati i dati, per definire la “linea della storia”.

La codifica selettiva si propone di controllare le ipotesi emerse dalla fase costruttiva e ancorarle ad una teoria. La codifica selettiva è quella per cui si decide attorno a quale fenomeno tutte le altre categorie vadano organizzate. A questo livello si procede sistematicamente a controllare la validità degli indicatori prescelti per il concetto principale e si controlla la tenuta delle ipotesi, ponendo particolare attenzione alle eccezioni (casi devianti).
Ricordiamoci però che nel rispetto della coerenza con i principi teorico-metodologici citati e delle caratteristiche di ricorsività, interattività e trattamento globale dei dati, tipiche dello strumento, il passaggio da uno dei suddetti livelli all’altro può non essere lineare.

Le “Families” e la verifica delle relazioni tra codici

Dopo una codifica iniziale il ricercatore può essere interessato a conoscere le “dimensioni” sottostanti ai codici, ossia le principali aree di contenuto. Si tratta, come anticipato nel paragrafo precedente del secondo livello di codifica (axial coding).
Tali aree di contenuto sono identificate dalle “Code families”: i codici vengono aggregati fra loro in specifiche categorie (“families” appunto) secondo criteri di coerenza e affinità teorica.

Le “families” rappresentano un passaggio cruciale senza il quale non sarebbe possibile collegare le informazioni rilevate e i modelli teorici.
Atlas.ti è poi in grado di verificare le relazioni eventualmente esistenti tra codici attraverso il “Query tool”; le families o i codici vengono messi in relazione ed è possibile definire ogni rapporto in base a criteri di tipo logico, semantico o strutturale.

La ricerca delle relazioni mediante il Query tool è funzionale all’elaborazione teorica; quando si opera qualunque richiesta, si sta cercando di definire i “pezzi” di una teoria sottostante ai dati e radicata nelle informazioni di partenza: per questa ragione, il risultato di ogni query è un set di quotations. Sono esse infatti che hanno un collegamento diretto con i testi di partenza ed è attraverso di esse che il ricercatore può (di)mostrare l’esito della sua elaborazione (De Gregorio e Mosiello, 2004, p. 82).

Lo strumento può essere utilizzato per formulare ipotesi di relazione da verificare con misurazioni empiriche successive, in linea sia con gli obiettivi dei progetti di ricerca a orientamento positivista che costruzionista. Nel primo caso l’obiettivo principale è predire e poi spiegare il fenomeno; nel secondo è comprendere il fenomeno e come è collegato ad altri aspetti del contesto.

Gli “operatori”

Nel “Query tool” i singoli codici o le famiglie vengono messi in relazione tramite “operatori”. Ne risulta un elenco di citazioni che comprendono tutti i codici indicati. Con l’operatore quindi il ricercatore chiede al software di estrarre porzioni di testo mediante i codici ad esse associati.
Gli operatori possono essere di tre tipi:
Operatori booleani (o logici): sono i classici criteri, utilizzati in tutti i sistemi di ricerca delle informazioni, riconducibili a semplici relazioni di compresenza o esclusione.
Operatori semantici: consentono di esplorare le relazioni all’interno di reti concettuali già definite dal ricercatore. Ad esempio, il concetto “emozione” può essere articolato per lo meno con riferimento alle polarità positiva-negativa: in questo modo, si stabiliscono delle reti concettuali (dirette a specificare i concetti o a verificare la coerenza in modelli teorici differenti).
Operatori di prossimità: consentono di testare l’eventuale relazione di tipo spaziale (o strutturale) fra le porzioni di testo e i relativi codici. Ad esempio, se si sta analizzando una struttura narrativa, gli operatori di prossimità sono in grado di testare l’ipotesi che le porzioni di testo estratte, in cui è presente un certo tema narrativo ( es. un evento critico), siano sempre precedenti al tema in cui si descrive la risoluzione della crisi. Gli operatori di prossimità comprendono relazioni di inclusione/esclusione (di un codice in un altro), precedenza (di A su B o viceversa), sovrapposizione.

I “supercodici”

Come abbiamo visto la fase di codifica assiale è più astratta della codifica aperta. In questa fase possono aiutare i “supercodici”. Si tratta di codici aggiuntivi che il ricercatore può creare per sintetizzare l’informazione, una volta ottenuto un risultato che sembra particolarmente significativo e interessante. Il supercodice può essere utilizzato come ogni altro codice, permettendo di impostare una ricerca aggiuntiva, più complessa e sofisticata.

I risultati (Output)

Il primo passo nell’analisi delle informazioni si rivolge alla rilevazione dei temi narrativi che vengono utilizzati per raccontare l’azione: si tratta di un obiettivo rivolto all’esplorazione e introduce alle fasi successive. Si procede a un’iniziale mappatura concettuale dei testi con l’identificazione dei temi più salienti (per il paziente se si tratta di una ricerca clinica o per i partecipanti alla ricerca se si tratta di un’analisi sociale). In ATLAS.ti, è possibile attuare questa fase attraverso la predisposizione di output (risultati) che evidenziano la presenza (in termini quantitativi) di codici riferiti a temi specifici. In particolare, il Code Manager può ordinare i codici secondo il criterio Grounded (che esprime quanto ogni codice è “radicato” nei testi che compongono l‟HU) e metterli in ordine di “salienza”, di presenza in tutti i testi.
Nell’analisi della terapia de “L’Uomo dei Topi” è stato fondamentale analizzare gli output delle “tabelle di codici per documenti primari”; essi nelle analisi delle narrative sono fra i più informativi e utili perché consentono di visualizzare in maniera veloce la presenza nel testo di determinati codici. Ad esempio è stato possibile valutare la presenza e la frequenza della componente emozionale “Tono emozionale” e di quella astratta “Astrazione” nella narrativa del paziente.
Con la funzione “Filtro” ho potuto indagare la frequenza degli stessi codici all’interno dei sottoinsiemi dei documenti primari.

ANALISI DELLE SEDUTE COL TCM E ATLAS.TI

Note all’analisi.
Questa analisi è stata eseguita direttamente sul testo integrale degli appunti di Freud relativi al caso de “L’Uomo dei Topi”, scritti in tedesco e inclusi nei ” Gesammelte Werke “. Basandoci sull’analisi condotta da Casonato e Merghentaler (2008) col solo Modello del Ciclo Terapeutico, abbiamo sviluppato una codifica adatta all’impiego di Atlas.ti e svolto un’analisi congiunta, comparando i risultati ottenuti con i due strumenti.

La codifica
Dovendo comparare i due differenti metodi di analisi descritti in questa ricerca, al fine di creare i codici per Atlas.ti, abbiamo scelto di creare con Atlas.ti gli stessi codici utilizzati per l’analisi col Modello del Ciclo Terapeutico, che erano:
– per la categoria Tono Emozionale , ” piacere”, ” approvazione “, ” attaccamento “, ” sorpresa positiva”, ” dispiacere “, ” disapprovazione”, “separazione”, “sorpresa negativa” ; e i pattern di ” rilassamento”, ” riflessione “, ” esperienza “, ” connessione ” .

Codificare con dei codici già assegnati però comporta una serie di criticità:
1. è necessario far rientrare dei concetti in schemi prestabiliti, anche quando questi non rispondono pienamente al concetto espresso;
2. c’è il rischio di perdere porzioni di testo significativo per altri costrutti, e scoprire che ci sono altri temi importanti che potrebbero risultare dall’analisi.

Procedendo con la codifica ci siamo resi conto che alcuni codici erano troppo generici e potevano anche includere costrutti diversi. Per esempio, il codice ” dispiacere” potrebbe essere sottocodificato meno genericamente coi codici seguenti: “preoccupazione”, “tristezza”, “paura”, “rabbia”. Pertanto sono stati aggiunti alla codifica ed è stato sottocodificato anche il codice “disapprovazione” come ” gelosia”, ” disprezzo”, “ripugnanza”, ” rimprovero” .
Una volta terminata la codifica, sono stati creati dei codici “families” (famiglie), ovvero gruppi di codici con una matrice comune. Le families sono formate da:
a.Tono Emozionale Positivo , includendo i codici ” piacere”, ” approvazione “, ” attaccamento “, ” sorpresa positiva ” ;
b.Tono Emozionale Negativo , includendo i codici “preoccupazione “, ” tristezza”, ” paura”, “rabbia “, ” gelosia”, ” disprezzo “, ” ripugnanza”, “rimprovero”, ” separazione “, ” sorpresa negativa ” .
– Alta Astrazione, includendo i codici ” riflessione ” e ” connessione “;
– Bassa Astrazione, includendo i codici “rilassamento” ed “esperienza”;
– Alto Tono Emozionale, includendo i codici “esperienza” e “connessione”;
– Basso Tono Emozionale, includendo i codici “rilassamento” e “riflessione”

Le families sono state comparate secondo le tabelle.
Inoltre, per evitare confusione nell’analisi comparativa, abbiamo riportato con lettere maiuscole i codici espressi col TCM, mettendo invece tra virgolette i codici per l’analisi con Atlas.ti. I codici sono stati riportati in italiano, sebbene l’analisi, come già specificato sopra, si sia basata sul testo integrale degli appunti di Freud in tedesco.  GUARDA LE TABELLE IN ALLEGATO

ANALISI DI UNA SEDUTA
SESTA SEDUTA (8 ottobre)

Riportiamo un breve riassunto di questa seduta in modo da mostrare come si è proceduto nell’analisi.
Il paziente riferì che all’età di 12 anni era innamorato di una ragazza, che non si comportava in modo tenero verso di lui e questo gli dispiaceva. Così pensò che se a lui fosse accaduto un incidente, sarebbe diventata più gentile. Questo pensiero era legato ad un altro pensiero di tipo ossessivo circa la morte del padre. Infatti gli capitava spesso di pensare che sarebbe stato felice se il padre fosse morto perché avrebbe ereditato la sua proprietà e si sarebbe potuto sposare. Rispetto alla storia riferita durante la seduta, Freud fece alcune considerazioni circa la “rimozione”, da cosa era originata e a cosa mirava (meccanismo di difesa).
Inoltre Freud portò il paziente a riflettere sull’origine dei sentimenti di ostilità nei confronti del padre che lo portavano a formulare pensieri di morte nei suoi confronti; l’origine doveva risiedere nei desideri sessuali in età infantile, quando aveva percepito i genitori come intrusivi. Il paziente, comunque, riconosce che non è stato Freud a condurlo all’autoconsapevolezza (insight), dicendo che vi era arrivato da solo e continuando a porre domande per esplorare la questione. GUARDA LA TABELLA  IN ALLEGATO

GRAFICO: L'uomo dei topi, analisi computazionale comparata degli appunti di Freud

Guardando il grafico a barre del TCM si nota che nel blocco due si presenta un picco narrativo, dunque sono riferiti dei fatti. Si riscontra inoltre uno shift event in corrispondenza dell’inizio del ciclo. Si può affermare che nei primi due blocchi si ha una preparazione del ciclo. Dal blocco 4 inizia il ciclo cui segue un’elaborazione (working throught) con alcune incertezze sino al blocco 7. Nei blocchi 5 e 6 si osserva la presenza di pensiero astratto (resistenza basata sull’intellettualizzazione) e nel blocco 7 il completamento dell’elaborazione (connecting) che conclude il Ciclo e dovrebbe dar luogo a qualche cambiamento. Nel blocco 7 l’emozione positiva alta e quella negativa nella media possono indicare che il problema è ancora presente, ma vi è stata un’apertura che rende possibili nuovi sviluppi. Nella seduta si evidenziano degli shift events ai blocchi 3 e 6 con un processo di elaborazione in corso che supera alcune manifestazioni di resistenza. Il ciclo è incompleto.

COMPARAZIONE

Questa è una seduta ricca di eventi significativi dal punto di vista terapeutico e ciò è confermato sia dal TAS/C che da Atlas.ti. L’inizio della seduta è caratterizzato da un picco narrativo (TCM), il paziente riferisce dei fatti che all’epoca in cui si sono svolti avevano suscitato in lui “emozioni negative” (Atlas.ti) alla scoperta che la bambina che gli piaceva non lo ricambiava; fatti che avevano anche risvegliato un senso di “attaccamento” nei confronti del padre, a seguito dei pensieri ossessivi e delle compulsioni che avrebbero dovuto difenderlo dalle emozioni negative. Con tale Narrativa si prepara un ciclo terapeutico che per Atlas.ti è fortemente annunciato dall’ ”esperienza” (ripensando all’idea ossessiva della morte del padre); infatti subito dopo vi è da parte del paziente un’elaborazione (working through) in cui egli ha accesso sia emozionale sia cognitivo ai temi conflittuali e può riflettere su di essi. Il TAS/C indica poi la presenza di un’elevata Emozione Positiva, confermata anche da Atlas.ti (“piacere”) e da un ulteriore momento di Connecting. L’ ”esperienza” alternata al “rilassamento” nella seconda parte della seduta (Atlas.ti) evidenziano una concordanza col TCM sull’incompletezza del Ciclo Terapeutico.

GUARDA LE TABELLE IN ALLEGATO

Riflessioni sull’efficacia della terapia

L’analisi degli appunti condotta col TCM era già stata in grado di confermare le osservazioni fatte da alcuni clinici esperti (Bailey 1998; Bailey, Greer, Bucci, Mergenthaler, 2008), successivamente Casonato, Mergenthaler (2008) avevano considerato gli appunti del caso de “L’Uomo dei Topi” rilevanti per una comprensione tramite analisi computerizzata della tecnica terapeutica standard di Freud. Il profilo generale del trattamento, basato sulla computerizzazione del testo integrale degli appunti, mostrava una tecnica, in seduta, simile a quella usata dalla terapia interpersonale contemporanea. C’è una buona corrispondenza fra la tecnica di Freud e la moderna gestione dei fenomeni di transfert e controtransfert. Atlas.ti, è inoltre stato in grado di rilevare quanto segue:

– per quanto riguarda il “tono emozionale” con il proseguire della terapia diminuiscono i codici relativi a entrambi i toni (positivo e negativo). Ciò significa che, andando avanti, l’emotività che il paziente riporta nelle sedute diminuisce, indipendentemente dal fatto di essere positiva o negativa.
– per quanto riguarda l’ “astrazione/tono emozionale”, quando una aumenta, aumenta anche l’altro. Sembra che l’astrazione miri a contenere il tono emozionale e, dove questo è già basso, non è necessario farvi ricorso, ciò palesa la tipica ‘razionalizzazione’ praticata dall’ossessivo nel gestire le emozioni.

Relativamente all’efficacia della terapia svolta da Freud dunque, oltre alle osservazioni già citate riferite dall’applicazione del TAS/C, si può concludere che anche con Atlas.ti, considerando che l’analisi è stata condotta sugli appunti delle sedute, si riscontra un sovrapponibile miglioramento delle condizioni del paziente dall’inizio alla fine della terapia. In generale il buon risultato della terapia si ottiene quando le condizioni del paziente migliorano significativamente in termini di serenità e la sofferenza diminuisce drasticamente; ciò significa che si deve riscontrare un decremento significativo del tono emozionale negativo (evidente dai dati emersi), ma anche una diminuzione degli slanci emotivi, perché la serenità è sempre una media tra questi (anche questo è rilevato dall’analisi).

Per quanto riguarda la guarigione invece, i dati presenti negli appunti non forniscono, secondo Atlas.ti, informazioni sufficienti.
Concludendo è possibile affermare che il TAS/C e Atlas.ti risultano abbastanza concordanti nelle rilevazioni e mostrano che la tecnica di Freud non solo era efficace, ma anche molto più attuale di quanto si potesse pensare ed affine a tecniche di terapia contemporanea.

Conclusioni

L’utilizzabilità dei costrutti della Teoria del Ciclo Terapeutico nel corso di un’analisi computerizzata del testo di sedute di terapia effettuata mediante ATLAS.ti permette di progettare studi che utilizzino ATLAS.ti basati su costrutti già validati e di uso largamente consolidato superando il principale ostacolo all’utilizzo di tale software basato sulla mancanza di costrutti specifici per la psicoterapia.

ALLEGATO

Procrastinazione: esiste una componente genetica che ci spinge a rimandare a domani?

Un nuovo studio pubblicato su Journal of Experimental Psychology si è posto l’obiettivo di comprendere perché alcuni di noi cedono più facilmente alla procrastinazione rispetto ad altri: vi è una componente genetica?

La procrastinazione è un curioso e frequente fenomeno psicologico che chiama in gioco un complesso di specifiche emozioni -ad esempio l’ansia – e credenze legate alla bassa tolleranza della frustrazione, alle proprie capacità e al valore personale. La procrastinazione puo’ essere sintenticamente definita come l’irrazionale posticipazione di una specifica azione intenzionale.

Un nuovo studio pubblicato su Journal of Experimental Psychology si è posto l’obiettivo di comprendere perché alcuni di noi cedono più facilmente alla procrastinazione rispetto ad altri: vi è una componente genetica? In che modo la procrastinazione è correlata ad altre funzioni mentali? Lo studio ha coinvoilto circa di 380 coppie di gemelli, metà dei quali erano omozigoti (che hanno esattamente gli stessi geni) e l’altra metà eterozigoti (che in media presentano geni uguali per il 50%).

I soggetti hanno compilato alcuni questionari per l’assessment della tendenza a procrastinare. Inoltre hanno completato una serie di misure della funzione esecutiva.

I ricercatori dunque avendo a disposizione due subcampioni di gemelli hanno analizzato le correlazioni tra le misure rilevate nei due gruppi : una maggiore correlazione di una misurazione nel subcampione dei gemelli omozigoti rispetto a quello degli eterozigoti indicherebbe un maggior ruolo della componente genetica nella spiegazione della tendenza a procrastinare.

I ricercatori sulla base dei dati hanno concluso che la tendenza a procrastinare sarebbe parzialmente ereditaria – il 28% della variabilità in questo tratto sarebbe infatti spiegata dall’influenza genetica.

Altro risultato interessante è che la tendenza a procrastinare correla con le misurazioni dell’abilità della funzione esecutiva: i procrastinatori hanno prestazioni inferiori nei test di funzione esecutiva, un’abilità cognitiva fondamentale per la gestione efficace delle distrazioni e delle risposte inibitorie, anche per il raggiungimento di obiettivi a breve-medio termine.

Memorie di casa, intorno a una tavola imbandita – Becoming Adult

Cosa significa appartenere a un luogo – sentirsi a casa – per una persona che ha lasciato il proprio paese di origine durante l’infanzia?

Durante una riunione del progetto Becoming Adult, condotto all’Universita’ di Oxford, abbiamo provato a rispondere alla domanda, con un esercizio teatrale.

Al nostro gruppo di ricerca – composto anche da giovani ricercatori eritrei ed afgani– e’ stato chiesto di rappresentare, con il nostro corpo, due immagini di casa. Una prima imagine che definisse il nostro senso di casa in Inghilterra. E una seconda, la casa nel nostro paese di origine. Avendo lasciato l’Italia sette anni fa, e avendo lavorato con ragazzi e ragazze che hanno abbandonato il proprio paese insieme alla loro famiglia, ho subito provato un senso di sottile irritazione e disagio. E forse, anche un distante dolore. Com’e’ possibile esprimere una simile idea di casa? Una che sia cosi ordinatamente ancorata ad un luogo, nettamente divisa tra due paesi?

 

Memories of home - Francesca Meloni - becoming adult foto 2

 

Quasi anticipando i miei pensieri, Semhar lancia uno sguardo a me ed Habib, e dice con fermezza tagliente e perentoria: la casa non e’ da nessuna parte. Su queste parole, ci fermiamo a riflettere. Davvero non e’ in nessun luogo? La casa e’ forse uno spazio rimasto vuoto?

Infine, abbiamo deciso di rappresentare una sola imagine condivisa. Ci siamo seduti intorno ad un tavolo, e abbiamo immaginato di essere parte di una famiglia (o forse parte di un senso di comunita’ ricreato in Inghilterra). Una famiglia che chiacchera di fatti banali, ride di cose difficili da spiegare, e costruisce alberi di storie. E una famiglia che fa tutto questo, condividendo un grosso piatto al centro della tavola.

Abbiamo immaginato cibi lontani che profumano di casa, cucinati da qualcuno che ci ama. I nostri piatti preferiti – quelli che ci riportano, con un odore, a ricordi d’infanzia, luoghi che abbiamo attraversato ogni giorno, colori e paesaggi familiari.
Questa, la nostra idea di casa. Rattoppi di memorie ed immagini che sono cosi distanti eppure continuano a ritornare nitide e vive – attorno a una tavola imbandita con le persone che amiamo, nel cibo che ancora cuoce sul fuoco.

Francesca Meloni e’ ricercatrice e antropologa presso l’Universita di Oxford, Dipartimento di Politiche Sociali. Ha condotto ricerche etnografiche in Italia e Canada. Il progetto di ricerca Becoming Adult:  Conceptions of futures and wellbeing among young people subject to immigration control in the UK e’ finanziato da ESRC, e condotto all’Universita’ di Oxford e all’Universita’ di Birmingham. Il progetto e’ diretto da Elaine Chase.

Per maggiori informazioni:

Trame di vita intrecciate: il nuovo libro di Roberto Lorenzini in uscita nel 2016

Nel 2013 ho pubblicato “Storie di Terapie”, un volume di casi clinici trattati con la terapia cognitivo comportamentale, storie reali di difficoltà e inciampi e non casi esemplificati puliti come esempio per gli studenti. Questo volume ne è il seguito ideale o forse il prequel. Queste storie non hanno la pretesa di insegnare le tecniche della psichiatria territoriale, straordinaria peculiarità italiana all’interno della quale i cognitivisti hanno portato un prezioso contributo di concretezza anche in ambito riabilitativo.

Non sono dei modelli anzi, spesso ci sono errori grossolani con conseguenze drammatiche.
Quello che vogliono raccontare è lo spirito con cui, negli anni successivi alla riforma psichiatrica, numerosi generosissimi operatori hanno intrecciato per decenni le loro vite con quelle dei pazienti per cercare di inventare insieme un modo inesplorato di fare salute mentale senza i manicomi e utilizzando, come principale cura, la vita stessa e un’ enorme reciproca compassionevole accettazione delle rispettive miserie.

In primo luogo il libro è dedicato a tutti gli operatori che hanno lavorato con me e che, spero, non si offenderanno, riscoprendo tra le righe le loro caricature goffamente mascherate (riesco a prendere in giro solo coloro che stimo intelligenti e verso cui provo affetto).
In secondo luogo è dedicato ai veri protagonisti, i miei carissimi compagni matti, svitati, lunatici, dementi, scervellati, pazzerelli, insensati.
Dopo trent’anni di lavoro a contatto con le vostre sofferenze, intrecciatesi indissolubilmente con le mie, sento il desiderio di rivelarvi alcune cose che non ho raccontato a tutti, perché non le avevo ancora capite o non c’è stato tempo, o me ne vergognavo ancora.

Mi rivolgo dunque ai vari ansiosi, agli spaventati in logorante attesa di un abisso senza fondo dove si perderanno definitivamente; aggrappati ad un sostegno qualsiasi mentre la vita scorre senza che mai l’afferrino, le mani serrate sull’ appiglio.
Per non morire non vivono.
A quelli rattrappiti dall’attesa della sentenza inappellabile di condanna alla solitudine e al disprezzo che, per non sbagliare, somigliano a cadaveri di ineffabile perfezione.
Ai fuggiaschi dalla derisione, vergognosi di un esistere e ingombrare spazio nel mondo, impegnati a scomparire ad occhi severi che non li lasciano mai.

Alla grande schiera degli accerchiati da onde di minaccia, striscianti e inaspettati pericoli, malattie, rovesci e perdite che, come minuscoli moscerini nel lavandino, li trascineranno vorticosamente nello scarico; in loro mai nessun potere, piccoli e tremanti, prima, o malfermi e stanchi poi, Cappuccetti rossi nel bosco degli orrori o nonne divorate dal lupo.
Lo dedico ai fratelli depressi, agli affaticati ogni mattina davanti alla grigia montagna brulla da scalare, subito, ai piedi del letto insonne: tale è la nausea dei sapori e dei profumi della vita che hanno smorzato i sensi, non provano mai nulla tranne la noia. Non mancano di nulla, rimprovera il coro, eccetto forse se stessi, tutto è parimenti insensato, ripetitivo, già visto, in attesa di finirla vorrebbero solo dormire.
Non hanno chiesto di esserci e, offesi, non sono mai entrati in gioco.

Senza ricordi nè orizzonti annaspano in un livido dolente presente, per giunta sono arrabbiati, convinti di aver firmato un contratto differente con Dio o un suo delegato. Somari svogliati alla scuola della vita, deserti inariditi, con una pozza asciutta e screpolata nel luogo dell’anima.
Infine anche a quelli che chiamiamo psicotici, a loro soprattutto, che mi fanno sempre battere il cuore e mai ciò finirà.
Ai diversi, quelli strani, fatti male, mancanti del software per gli incontri, che decidono con la testa ogni mossa per sembrare normali.
Non capiscono le bizzarre tradizioni degli umani, come appena scesi dall’astronave senza il manuale di istruzioni per la terra.
Ma ognuno è diverso a modo suo, appunto, non sono un’unica tribù.
Alcuni si avventurano in mondi privati senza altri condomini e vicini, cancellano le tracce, borbottando in compagnia di se stessi e smarriscono la strada del senso comune.

Altri, costretti alla ribalta per riempire lo specchio come attori ergastolani, non possono scendere dal palco per fuggire in un camerino vuoto, freddo con i fiori appassiti.
Certi stanno assediati tra gli agguati di inganni e tradimenti, sentinelle di tartari in perenne ritardo, le braccia indolenzite dalla guardia sempre alta, in servizio permanente effettivo, impacciati dalla corazza, sono i guerrieri professionisti che temono le conseguenze dell’amore.
Taluni, eterni orfani, si perdono alla vista delle spalle di chi va altrove, mai rassegnati alla cacciata dall’ originario utero.
Strani tra gli strani quelli che graffiano per abbracciare e s’imbrattano di sangue.

La terra intorno sismicamente sobbalza. Pronti ad eruttare da un istante all’altro, sono gli inghiottitoi carsici incolmabili dove tutto affonda e mai riempie il vuoto straziante e rabbioso della perduta perfezione unitaria.
All’orecchio di tutti questi pellegrini della sofferenza sussurro che non siete soli, vi sembra soltanto di esserlo guardando voi stessi da dentro e tutti gli altri dall’ esterno rivestito di carta colorata e fiocchi, mentre dentro anche i sorridenti pulsano dolore.
Siamo identici per oltre il 99% sia nei geni che nelle esperienze vissute, tutto il vostro dolore è propriamente umano, l’essenza stessa dell’umanità che ci accomuna.

Diluite l’orgoglio ferito dell’ “io” nella quiete comunitaria del “noi”, immaginate la vostra vita come una dolorosa marcia dal nulla al nulla, immersi in un popolo di ugualmente dolenti in faticoso cammino.
Nessuno impegnato a trascinarsi avanti ha tempo, o voglia, di darvi la pagella.
Talvolta ci si appoggia l’un l’altro e si mischia fiato e sudore, ogni tanto brilla una stella, il gelo si scioglie un po’, il terreno si ammorbidisce, rari momenti da collezionare, assaporare e conservare nella memoria.

Per tutti gli altri, raccontatevi una storia epica che dia, ingannandovi, un senso a questa esistenza. Che la fantasia benevola addolcisca la realtà quando si fa più aspra; io non lo chiamerò più delirio.
Per quanti errori vi riconosciate non avete combinato nulla di grave, siamo troppo ininfluenti per essere dannosi.
I vostri nipoti stenteranno a rammentare il vostro nome.
Viziatevi di coccole come una madre che assiste il figlioletto leucemico agli ultimi giorni, acchiappate tutto senza rinunce che, questa, non è la prova generale, ma l’unica nostra vita e quando il dolore si fa più acuto pensate che non dura e tutto passa e, dopo, sarà pressappoco come prima di nascere, che non era poi male.
Naturalmente continuate a venire da noi terapeuti per darci da mangiare, farci sentire sani e non lasciarci soli sul nastro trasportatore, in attesa della caduta a fine corsa. Nel saltare ci stringeremo per mano.

Un mondo perduto e ritrovato di Aleksandr Lurja – Recensione

Lurja si dedicò alla stesura di appassionati racconti di casi singoli. Questa attività rifletteva una precisa convinzione, per cui alla scienza neuropsicologica occorresse contribuire sia attraverso contributi di tipo sistematico, sia attraverso testi che egli stesso definiva romantici.

Il percorso scientifico di Aleksandr Lurja (1902-1977) è segnato da tappe assai singolari. Lurija fu, all’inizio della sua carriera, colui che introdusse la psicoanalisi in Unione Sovietica, raccogliendo il plauso e la gratitudine di Freud.

Quando la psicoanalisi cadde in disgrazia a Mosca in quanto scienza borghese, gli interessi di Lurja per forza di cose cambiarono, portandolo a collaborare con Vigotskij e infine ad affermarsi, in pratica, come uno dei padri, se non il padre, della neuropsicologia. Ciò malgrado egli non fu mai ben visto dal regime e rischiò persino di finire vittima delle purghe staliniane.

Lurja fu, tra l’altro, il vero riferimento di Oliver Sacks, sia dal punto di vista dell’impostazione teorica, sia da quello della tecnica narrativa. Oltre ad essere autore di articoli tecnici e trattati generali (tra i quali il ben noto Come lavora il cervello), infatti, egli si dedicò alla stesura di appassionati racconti di casi singoli. Questa doppia attività rifletteva una precisa convinzione, per cui alla scienza neuropsicologica occorresse contribuire sia attraverso contributi di tipo sistematico, sia attraverso testi che egli stesso definiva romantici. Si potrebbe dire, in termini epistemologici, che per Lurija tanto l’impostazione nomotetica quanto quella idiografica erano altrettanto importanti.

Un mondo perduto e ritrovato è il più noto dei testi cosiddetti romantici. Risale al 1973 ed è alquanto sorprendente che ne appaia quest’anno per Adelphi la prima traduzione italiana. Il ritardo, però, non rende certo meno meritoria l’iniziativa editoriale (che verrà prossimamente integrata con la pubblicazione di La mente di uno mnemonista). Il protagonista ne è Lev Zaseckij, promettente ingegnere meccanico e ufficiale dell’Armata Rossa, ferito alla testa durante la Seconda guerra mondiale, nel 1943. La pallottola che lo colpisce penetra in profondità nel cervello fermandosi nella zona occipitale sinistra. Al suo risveglio in ospedale, Zaseckij si accorge ben presto di aver perso quasi totalmente le sue cognizioni tecniche, di avere enormi difficoltà percettive, di non riuscire a rispondere anche a domande molto semplici su di sé.

Dopo essere stato brevemente curato nell’ospedale militare, Zaseckij viene trasferito nelle retrovie dove, in una clinica di riabilitazione, finisce appunto per incontrare Lurija, che ne è il responsabile scientifico. Zaseckij non è il solo soldato proveniente dal fronte ad aver subito ferite alla testa, ma il suo caso presenta delle particolarità singolari e la sua mente, pur nelle menomazioni, ha mantenuto un’indomabile forza di volontà. Un rapporto di simpatia lega immediatamente paziente e medico, trasformandosi poi in una vera e propria amicizia. Lurija seguirà la lotta di Zaseckij per riappropriarsi del proprio mondo nel corso dei successivi ventitré anni.

Pur incontrando terribili difficoltà per recuperare la capacità di leggere, Zaseckij è in grado paradossalmente di tornare a poter scrivere non molti mesi dopo il ferimento. L’apparente paradosso è legato al fatto che la lettura implica la capacità integrare le immagini percepite in una forma riconoscibile; il che, soprattutto all’inizio, risulta molto difficile per il ferito. All’inverso, l’apprendimento della scrittura coinvolge circuiti cerebrali solo marginalmente legati alla percezione visiva: il procedere automatico dello scrivere parole consente di non dover prestare necessariamente attenzione alla forma delle singole lettere. Il risultato è che Zaseckij, almeno all’inizio, non può rileggere i propri pensieri appena messi sulla carta se non tra enormi difficoltà. Malgrado ciò egli decide quasi da subito di raccontare la propria esperienza in un diario, che intitola in modo toccante Lotto ancora! Il diario però, costituito com’è da migliaia di pagine dal contenuto talora lucido, talora più contorto, non risulta qualcosa di fruibile per un lettore terzo.

Lurija, allora, con il consenso del proprio paziente, decide di utilizzarlo come materiale grezzo per un libro, appunto questo Un mondo perduto e ritrovato, nel quale egli lascia spesso la parola al racconto in prima persona di Zaseckij per illustrarne in terza il sostrato fisiologico e spiegarne l’evoluzione. Il libro è quindi costruito sul contrappunto tra il diario del protagonista e il commento partecipe dello scienziato, che è anche confidente e amico.

Ho ripetuto spesso a tutti – scrive Zaseckij – che dopo essere stato ferito sono diventato un’altra persona, che sono stato ucciso nell’anno 1943, il 2 marzo, ma grazie a una particolare forza vitale dell’organismo sono rimasto vivo per miracolo.

Sono parole impressionanti che riflettono una condizione esistenziale che ha l’apparenza di un sogno pauroso e feroce. Il ferito non ha perso la memoria della sua condizione anteriore; ricorda di essere stato uno studente brillante, un uomo pronto a mettere i propri studi al servizio del Paese, un comandante di plotone determinato a guidare i suoi uomini contro i nazisti. Poi tutto è crollato: la pallottola – commenta Lurija – gli ha attraversato il cervello e ha frantumato il suo mondo. Ha frammentato lo spazio, ha infranto i legami tra le cose. Dopo il ferimento Zaseckij vive dunque in un mondo disgregato, frantumato in mille pezzi; non capisce lo spazio, che gli fa paura; ha smarrito la determinatezza del mondo.

Anche riacquistare la capacità di leggere presenta dei problemi drammatici. La compromissione di parte dell’area temporale sinistra rende pressoché invisibile ciò che Zaseckij pure ricorda come la parte destra del proprio campo visivo. Egli quindi vede poche lettere per volta e ogni lettera deve nuovamente impararla a riconoscere, perdendo e recuperando più volte la nozione prima di fissarla una volta per tutte. La stessa differenza tra destra e sinistra, tra nord e sud, risulta problematica. Il suo senso dell’ orientamento risulta quindi per forza di cose limitato. Chi è sano non potrà mai capire la profondità della mia malattia, scrive Zaseckij. Pur consapevole che non sarà più l’uomo di prima, egli però non abbandona mai il proposito di recuperare in parte le proprie facoltà, di tornare a poter lavorare e rendersi utile nonostante le proprie limitazioni. La grande statura morale di questa persona, quindi, nonostante il recupero a malapena parziale delle capacità pratiche, costituisce di per sé un messaggio di speranza per l’umanità.

L’edizione italiana è arricchita da un saggio introduttivo di Sacks che testimonia il proprio debito verso Lurija; ma anche da una post-fazione di Luciano Mecacci che completa il ritratto disegnato da Sacks.

Disturbi di sviluppo in età prescolare: studio clinico sulla correlazione tra la psicopatologia del genitore e del bambino

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

DISTURBI DI SVILUPPO IN ETA’ PRESCOLARE: STUDIO CLINICO SULLA CORRELAZIONE TRA LA PSICOPATOLOGIA DEL GENITORE E DEL BAMBINO

Martina Martinelli*, Oriana Papa**, Stefania De Luca***, Nelia Zamponi****
*Medico Chirurgo **Dirigente Psicologa SOD Neuropsichiatria Infantile A.O.U. Ospedali Riuniti, Ancona ***Psicologa ****Direttore SOD Neuropsichiatria Infantile A.O.U. Ospedali Riuniti, Ancona

 

Abstract

Scopo di questo lavoro è quello di studiare la possibile presenza di una correlazione tra la psicopatologia del bambino in età prescolare e l’eventuale disturbo o tratto psicopatologico individuate nel genitore. Il campione clinico è composto da 57 bambini e 109 genitori. Ad ogni genitore è stato richiesto di compilare l’MMPI-2, per individuare il suo profilo di personalità, e il CBCL, per comprendere come il genitore percepisce le problematiche presentate dal bambino.

I risultati ottenuti mostrano l’esistenza di un’importante interrelazione tra la presenza di un tratto o disturbo psicopatologico del genitore e il problema psicopatologico del bambino, sottolineando il ruolo non soltanto della madre, ma anche del padre nell’influenzare lo sviluppo del bambino stesso. Gli Autori concordano nell’attribuire quindi una notevole importanza a tali risultati, i quali evidenziano la necessità di porre maggiore attenzione nell’attuare strategie diagnostiche terapeutiche dirette sia al bambino che ai genitori.

Abstract

In this paper the Authors observe the connection between child psycopathology, in preschool age, and the presence of a psycopathologic disorder in the parents. They studied 57 children and 109 parents. Every parent was submittet to MMPI-2, to identify his/her personality traits, and to CBCL, to know how the parents perceive their child’s disorder. Results show an important relationship between children and parents’ psycopathologic disorders, underlining the influence of both mother’s and father’s psycopathology on their child development. The Authors attribute a great clinic relevance and speculative interests to these observations, that allow to put deeper attention to therapeutic steps of children and parents.

Parole chiave: Disturbi di Sviluppo – psicopatologia – correlazione – bambini – genitori.

 

 

Infedeltà emotiva o sessuale: quale delle due fa soffrire di più? Uomini e donne la pensano diversamente

Una ricerca norvegese dimostra che gli uomini e le donne la pensano diversamente e reagiscono in modo differente all’infedeltà.

Se il partner fa sesso con qualcun’altro si considera tradimento anche se non vi e’ alcun coinvolgimento affettivo? Oppure si tratta di tradimento se vi è una vicinanza relazionale e affettiva con l’altro anche in assenza di rapporti sessuali?

Una ricerca norvegese dimostra che gli uomini e le donne la pensano diversamente e reagiscono in modo differente all’infedeltà. Secondo la letteratura vi sarebbero due principali tipi di infedeltà:

  • avere rapporti sessuali con una persona altra rispetto al/alla partner della propria relazione stabile (infedeltà sessuale);
  • sviluppare un coinvolgimento affettivo e sentimentale – indipendentemente dalla presenza di rapporti sessuali- con una persona altra rispetto al partner della propria relazione stabile (infedeltà emotiva).

Nello studio pubblicato su Personality and Individual Differences ai soggetti è stato chiesto di rispondere a una serie di questionari sulla gelosia in relazione a scenari di infedeltà emotiva e/o sessuale che comprendevano sia misure continue (scale likert) sia aspetti qualitativi. L’obiettivo era proprio indagare quale tipologia di infedeltà fosse considerata più sconvolgente e dolorosa per l’individuo.

Mentre gli uomini sarebbero più gelosi di fronte a situazioni di infedeltà sessuale, è invece l’infedeltà emotiva a rendere l’esperienza del tradimento più dolorosa per le donne, in maniera statisticamente significativa rispetto agli uomini. Dunque vi sono marcate differenze di genere nella reazione all’infedeltà del proprio partner partner.

Gli autori fanno riferimento alla psicologia evoluzionista per spiegare il risultato: uomini e donne per migliaia di generazioni hanno dovuto far fronte a molteplici sfide riguardanti la riproduzione della propria specie, tra cui appunto l’infedeltà. Per il maschio diventa importante decidere se egli è realmente il padre del futuro nascituro allo scopo di investire risorse per la protezione del figlio: chiaramente per come funziona il concepimento umano la fiducia nella partner diventa centrale. Quindi la funzione della gelosia di fronte alla infedeltà sessuale si baserebbe sulla credenza di un maggior controllo della partner allo scopo di diminuire la probabilità del tradimento.

Per la donna se non si pone il problema della certezza dell’essere la vera madre del figlio, diviene invece fondamentale assicurare il più possibile risorse e sicurezza per lo sviluppo e la crescita della prole anche attraverso il coinvolgimento del padre in tale progetto evolutivo. Quindi la più grande minaccia per la donna sarebbe costituita dal fatto che l’uomo spenda tempo, risorse, attenzione ed energie con altre partners: da qui una maggiore sensibilità all’infedeltà emotiva del partner.

Il VI Forum sulla Formazione in Psicoterapia (Assisi 2015): una palestra per il confronto scientifico

Si è svolto ad Assisi il VI Forum sulla Formazione in Psicoterapia, organizzato dalle scuole di psicoterapia “Studi Cognitivi” e APC/SPC (Associazione di Psicologia Cognitiva e Scuola di Psicoterapia Cognitiva).

I giorni del congresso, dal 16 al 18 ottobre 2015, sono trascorsi rapidi e pieni d’interesse e passione. Il forum è riservato ai giovani allievi delle due scuole, senza intromissioni di ricercatori e clinici già formati e più anziani. È una palestra per incoraggiare i futuri terapisti a presentare pubblicamente le loro idee e abituarsi al confronto scientifico. Uno dei rischi di questa professione infatti è la sclerosi nella solitudine della propria attività, nel chiuso del proprio studio in compagnia della processione dei pazienti. Il forum intende inoculare precocemente la passione dello scambio d’informazioni e della formazione continua.

Le presentazioni del forum hanno rispecchiato i recenti sviluppi della terapia cognitivo-comportamentale.

Si privilegia lo studio dei processi a scapito di quello sulle credenze. Rimuginio, ruminazione, evitamento mentale ed esperienziale, mindfulness, training attenzionale e altri simili argomenti hanno avuto assoluta preminenza nelle presentazioni. Ricerche importanti con ricadute sulla clinica significative, poiché implicano interventi di processo sulla gestione dell’attenzione e sul controllo dello stile di pensiero. Il focus terapeutico si sposta dalla discussione verbale all’addestramento dello stato mentale.

Accanto a questo vi era il filone delle ricerche sul trauma e sul trattamento senso-motorio. Anche in questo caso l’implicazione clinica porta a dare più centralità a interventi di gestione degli stati mentali. Si tratta d’interventi non metacognitivi ma corporei, in cui ciò che conta non è l’apprendimento consapevole e top-down di un modo diverso di gestire l’attività mentale, ma un’esperienza corporea che modifichi i processi distorti in direzione bottom-up.

Non che siano mancate le ricerche più classiche. Alcuni allievi di Studi Cognitivi hanno riproposto lo storico interesse della loro scuola per il ruolo del controllo e della storia di vita nella psicopatologia. Entrambi questi due concetti cognitivi stanno subendo una rielaborazione in senso processuale, soprattutto il tema del controllo, variabile che peraltro non essendo una self-belief ma un descrittore di una modalità di gestione sia della realtà che dei propri stati mentali era già almeno per metà (quella attinente al controllo degli stati mentali) una variabile di processo. La storia di vita in Studi Cognitivi è sempre stata motivo di riflessione clinica e di valorizzazione costruttivista, pur al tempo stesso marcando il confine con altri modelli che ne accentuano troppo il significato catartico, come la schema therapy di Young.

Anche molti allievi dell’APC/SPC hanno sviluppato lo storico interesse della loro scuola per l’esplorazione della colpa nel disturbo ossessivo-compulsivo, con nuovi disegni di ricerca sperimentali che hanno portato a ulteriori conferme di quello che è il principale risultato di ricerca dell’APC/SPC, ovvero la distinzione tra senso di colpa deontologico e altruistico, il primo preoccupato per la possibile violazione delle regole e il secondo intimorito dal rischio di fare del male agli altri. Nel senso di colpa deontologico si annida anche il rischio dell’ossessività.

Assisi FORUM Formazione in Psicoterapia
Assisi 2015

 

Quali sono i campi ancora inesplorati?

Forse deve aumentare il numero di ricerche sulla tecnica di intervento e sulle applicazioni dei protocolli. Con un’unica eccezione: la mindfulnes, la cui applicazione è molto studiata. La mindfulness è però più di un semplice intervento, costituendo quasi un paradigma. Ma sono mancate ricerche su interventi più specifici, come la disputa o il training attenzionale. Forse tecniche e protocolli sono ancora troppo considerati conseguenze meccaniche e automatiche della teoria. Naturalmente è comprensibile che i giovani siano affascinati dagli aspetti teorici e filosofici, ma è anche auspicabile che si diffonda una visione più concreta e professionale e meno artistica della psicoterapia.

 

La lezione magistrale

L’unico momento non riservato ai giovani è stata la presentazione di Hans Nordhal dell’università di Trondheim in Norvegia, che ha illustrato l’applicazione del modello metacognitivo di Adrian Wells al disturbo borderline di personalità. Applicazione che richiede un aggiustamento della pratica clinica del modello, con maggiore attenzione all’alleanza psicoterapeutica e alla costruzione di una rete protettiva sociale intorno al paziente. C’è da dire che però il nocciolo del modello rimane del tutto invariato e che Nordhal non propone un’alternativa teorica a Wells. I suoi sono aggiustamenti di buon senso e di good-practice.

Accanto alle presentazioni scientifiche ci sono stati gli eventi sociali, sempre gradevoli e coinvolgenti: la cena di gala e il ballo fino al cuore della notte. Finito di ballare molti si sono riversati per le stradine e le scalinate di Assisi. La città a misura d’uomo consentiva a tutti di incontrarsi più volte nei vari bar, sempre a portata di passeggiata in un informale after-hours conviviale e ambulante.

 

Lo sguardo che ostacola l’espressione: autismo e legame alterato tra contatto visivo e imitazione dell’espressione

SISSA, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati

 

Non basta osservare quali capacità sono alterate nei soggetti autistici, serve anche comprendere come ciascuna funzione interagisce con le altre.

L’attenzione condivisa, infatti, nei soggetti normali aiuterebbe la mimesi facciale (si tratta di due capacità base per l’interazione sociale umana), mentre negli autistici avverrebbe il contrario. Lo suggerisce un nuovo studio pubblicato su Autism Research.

L’empatia (la capacita di immedesimarsi e comprendere le emozioni degli altri) ha molte componenti, alcune sofisticate che coinvolgono processi di pensiero complessi, altre tanto basilari quanto essenziali. Fra queste ultime ci sono l’attenzione condivisa – la capacità che due, o più, individui hanno di porre attenzione allo stesso oggetto, e che viene avviata dal contatto visivo tra due persone – e la mimesi facciale – la tendenza a riprodurre sul proprio viso le espressioni emotive degli altri. Le persone affette da autismo hanno difficoltà con entrambe, ma secondo una nuova ricerca pubblicata su Autism Research, il segreto starebbe nell’interazione fra queste due funzioni.

L’empatia è una caratteristica umana fondamentale nelle relazioni sociali – spiega Sebastian Korb, ricercatore della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste, fra gli autori della ricerca. – Secondo le teorie dell’embodied cognition (cognizione incorporata) per meglio capire l’espressione che vediamo sul viso di chi ci sta davanti riproduciamo la stessa espressione sul nostro viso.

Questo non significa che per forza quando vediamo qualcuno sorridere dobbiamo sorridere a nostra volta, anche se a volte succede davvero. Più spesso però i muscoli facciali coinvolti nel sorriso si attivano, ma in maniera talmente lieve che il movimento non è visibile a occhio nudo.

La nota difficoltà delle persone autistiche nell’interpretare le emozioni degli altri potrebbe avere le sue radici proprio in una ridotta mimesi facciale, poiché molti studi hanno dimostrato che in questi soggetti questa funzione è deficitaria. Altri studi hanno mostrato che anche l’attenzione condivisa è intaccata negli autistici. Anche questa funzione ha un’enorme rilevanza nell’interazione sociale. Ciò nonostante, i deficit di mimesi facciale e di attenzione condivisa nell’autismo rimangono dibattuti e poco conosciuti. Per questo:

Noi crediamo che si debba porre molta attenzione all’interazione fra queste due capacità – spiega Korb – Nei nostri esperimenti infatti abbiamo osservato che nelle persone con tratti autistici più marcati, l’attenzione condivisa ‘disturbava’ la mimesi facciale, mentre nei soggetti normali la agevolava.

Una questione di interazione

Va sottolineato che i 62 soggetti che hanno partecipato all’esperimento non erano persone con una diagnosi di autismo. Invece, i ricercatori hanno utilizzato un questionario per misurare la tendenza all’autismo in persone normali. Infatti, è stato dimostrato che in ogni individuo si possono trovare tratti più o meno autistici, che però nella più parte dei casi sono lievi e quindi non portano a una diagnosi.

Durante gli esperimenti i soggetti interagivano con un avatar, una faccia tridimensionale interattiva (nel senso che adattava il suo comportamento a quello del soggetto). All’inizio di ogni prova l’avatar rimaneva a occhi bassi, ma non appena lo sguardo del soggetto (monitorato con un sistema di eye-tracking) andava verso la zona degli occhi dell’avatar il suo sguardo si alzava e poteva incontrare lo sguardo del soggetto (condizione con attenzione condivisa) o muovere gli occhi verso l’alto (condizione senza attenzione condivisa). Successivamente, lo sguardo dell’avatar si muoveva di lato verso un oggetto (scelto fra due visibili), mentre il sistema di monitoraggio registrava se lo sguardo del soggetto seguiva quello dell’avatar. A quel punto l’avatar poteva sorridere o assumere un’espressione di disgusto. Durante la prova, la mimesi facciale del soggetto veniva misurata con l’elettromiografia facciale (un metodo per registrare l’attivazione dei muscoli).

Quello che abbiamo osservato è che nelle condizioni con attenzione congiunta e dove l’avatar sorrideva, nei soggetti con tratti autistici più marcati i muscoli del sorriso si attivavano poco, mentre in quelli poco o per niente autistici la risposta espressiva era molto più amplificata – spiega Korb – Gli individui senza autismo tendono ad avere una risposta empatica (e una mimesi facciale) più forte con le persone con hanno avuto contatto visivo e stabilito un’attenzione condivisa. Ma se ci sono tendenze autistiche il contatto visivo al contrario può distrubare e diminuire la mimesi facciale.

Conclude Korb:

Per comprendere sia i meccanismi base di una buona interazione sociale, che i processi alterati alla base dell’autismo, è dunque importante non solo osservare quali funzioni sono danneggiate, ma anche come queste lavorino in concerto

La ricerca è stata svolta in collaborazione con l’Università di Reading, Regno Unito, (è stata coordinata dal Bhismadev Chakrabarti) e altri istituti di ricerca europei.

ALLEGATO 1

 

IMMAGINI: Avatar simili a quelli usati negli esperimenti. Crediti: Sebastian Korb

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The gaze that hinders expression: autism and altered connections between eye contact and facial mimicry

It is not enough to observe what abilities are altered in autistic subjects, we also need to understand how each function interacts with the others. In fact, whereas in normal subjects joint attention appears to facilitate facial mimicry (both are skills relevant for human social interaction), the opposite holds true for autistic subjects. That is what a new study, just published in Autism Research, suggests.

Empathy – the ability to identify and understand other people’s emotions – has many components, some sophisticated and involving complex thought processes, others basic but essential nonetheless. The latter include joint attention – which is activated by direct eye contact between two or more individuals, and allows them to focus their attention on the same object; and facial mimicry – the tendency to reproduce on one’s own face the expressions of emotion seen in others. Subjects suffering from autism have difficulty with both these abilities, but according to a new study just published in Autism Research, it is also important to study how these two functions interact.

Empathy is an essential human trait in social relations – explains Sebastian Korb, a researcher at the International School for Advanced Studies (SISSA) in Trieste and one of the study authors – According to embodied cognition theories, to better understand the facial expression of the person in front of us we reproduce the same expression on our face.

This does not necessarily mean that if we see someone smiling we smile as well, even though this does happen sometimes. More often, however, the facial muscles involved in smiling are indeed activated, but so subtly that the movement is invisible to the naked eye.

The known difficulty autistic people have in interpreting other people’s emotions could stem from reduced facial mimicry, since many studies have demonstrated that this function is defective in these subjects. Other studies have shown that joint attention is also impaired in autism, and this is another function that has huge relevance for social interaction. Nevertheless, the impairments in facial mimicry and joint attention in autism remain controversial and poorly understood. For this reason:

We believe the interaction between these two abilities deserves plenty of attention – explains Korb – In our experiments, we saw that in persons with more pronounced autistic traits, joint attention tended to ‘disturb’ facial mimicry, whereas in normal subjects it facilitated it.

A question of interaction

It should be noted that the 62 subjects who took part in the experiment were not individuals with a clinical diagnosis of autism. Instead, researchers used a questionnaire measuring the autistic tendencies of normal persons. In fact, it has been demonstrated that everyone has more or less autistic traits, although in most cases these tend to be mild and therefore do not lead to a diagnosis.

During the experiment, the subjects interacted with an avatar, a three­‐dimensional interactive face (in the sense that it responded to the subject’s gazing behaviour). At the beginning of each trial, the avatar looked down, but as soon as the subject’s gaze (monitored by means of an eye-­‐ tracking system) moved towards the avatar’s eye region, the avatar looked up and he could either make eye contact with the subject (condition of joint attention) or avert his gaze and look up (condition of no joint attention). Subsequently, the avatar shifted his gaze to focus on one of two objects to the side, while the eye-­‐tracker recorded whether or not the subject’s gaze followed that of the avatar. At that point, the avatar could either smile or make an expression of disgust.

During the trial, the subject’s facial mimicry was measured by facial electromyography (a method used for recording muscle activation).

What we observed is that in conditions of joint attention and where the avatar smiled, the subjects with more pronounced autistic traits tended to show less activation of the major smile muscle, whereas those with milder or no autistic traits showed a much more amplified expressive response – explains Korb – Individuals without autism tend to display a stronger empathic response (and facial mimicry) to persons with whom they have established eye contact and joint attention. However, if the subject has autistic tendencies then the eye contact can disturb and diminish facial mimicry.

Korb concludes:

In order to understand both the mechanisms underlying normal social interaction and the altered processes involved in autism, it is therefore important to observe not only which functions are impaired but also how these functions work together.

The study was carried out in collaboration with the University of Reading, United Kingdom (it was coordinated by Professor Bhismadev Chakrabarti) and other European research institutes.

Quale empatia? L’importanza di utilizzare l’empatia con flessibilità

Could a greater miracle take place than for us to look through each other’s eyes for an instant?

(H.D.Thoreau)

L’utilizzo dell’empatia è una questione di etica professionale, dal momento che contribuisce al principio basilare del rispetto dell’autonomia del paziente. Eppure va utilizzata in maniera flessibile, a seconda delle persone o delle situazioni in cui interagiamo.

In un recente articolo su una rivista di dermatologia, la dott.ssa S. Olbricht spiega l’importanza dell’empatia nel contesto medico. La definisce come il processo di esperire, comprendere, prendere consapevolezza ed essere sensibili alle emozioni, ai pensieri e ai vissuti di altre persone sia nel momento presente, che in ricordi passati, senza provare o aver provato in prima persona quelle emozioni, pensieri e vissuti, e senza che essi siano stati comunicati in maniera esplicita. Un’altra definizione, o più semplicemente un altro modo di concepire l’empatia, è vedendola come la curiosità per la prospettiva emotiva di un’altra persona. Non è la partecipazione, che consiste invece nel condividere le emozioni di un’altra persona influenzandosi reciprocamente, e non è la compassione, che è l’emozione che ci induce ad aiutare qualcuno.

Piuttosto, l’empatia è una forma di conoscenza, pur riflessiva e personale: utilizzando il paragone con le relazioni di cura (delle quali la diade medico-paziente è un esempio) è come se il medico fosse per un attimo al posto del paziente. Un medico empatico conserva sempre il senso di sé, così da poter essere determinato ed obbiettivo nel valutare le informazioni che gli vengono fornite. L’empatia è apertura verso sé stessi (chiedendosi ad esempio: Perché ho questa strana sensazione riguardo al modo in cui il paziente mi sta guardando?), e apertura verso l’altro (chiedendosi invece Perché il suo piede si sta muovendo nervosamente?). Non solo una forma di conoscenza, ma un’abilità che può essere praticata e in cui si può diventare esperti, l’empatia è fatta di osservazione, ascolto, introspezione e riflessione, ripetute ciclicamente fino al momento in cui si riesce a giungere ad una conclusione. E’ un processo cognitivo che riconosce la presenza di un conflitto di interessi in maniera rispettosa e non giudicante. E’ una manifestazione del fatto che il curante è pienamente presente alla situazione e alla persona, ma senza provare in prima persona le emozioni di preoccupazione e pietà.

L’autrice di questo articolo passa in rassegna alcune buone motivazioni per cui i medici dovrebbero aggiungere l’empatia alla loro cassetta degli attrezzi. Innanzitutto, anche se la fisiologia dell’empatia non è compresa appieno, è certo che abbia un effetto fisiologico nella relazione medico-paziente: la concordanza della conduttanza cutanea tra paziente e medico è risultata positivamente correlata con la percezione del paziente dell’empatia del medico (Marci et al., 2007). Inoltre, alcuni studi hanno verificato che l’empatia del medico, misurata come l’abilità di comprendere i bisogni del paziente, incoraggia la collaborazione del paziente, favorisce il sollievo dal dolore e la guarigione stessa, in studi su pazienti con cancro in stadio avanzato (Lelorain et al., 2015) o che hanno subito un intervento chirurgico conseguente ad un trauma (Steinhausen et al., 2014). Inoltre, l’empatia può rendere più facile e veloce il processo del prendere una decisione condivisa riguardo ad un piano di trattamento.

L’utilizzo dell’empatia è una questione di etica professionale, dal momento che contribuisce al principio basilare del rispetto dell’autonomia del paziente. Promuove il lavoro di squadra e un approccio integrato nella cura del paziente. L’empatia può avere un suo spazio terapeutico specifico: dalle ricerche di psicologia cognitiva (Decety et al., 2015) emerge che l’empatia consente di gestire le emozioni in maniera positiva e funzionale a livello sociale, in modo da facilitare anche l’adattamento ai cambiamenti del contesto. L’empatia riduce il rischio di incorrere nei sintomi e nelle conseguenze del burnout, sindrome a cui sono particolarmente esposti tutti i professionisti nell’ambito della salute.

Un articolo di O. Klimecki apparso pochi giorni fa su Social Neuroscience conferma che le emozioni sociali sopra citate, l’empatia e la compassione, oltre a facilitare le interazioni interpersonali, possono anche essere allenate con training specifici, grazie alla plasticità neurale funzionale dei circuiti che ad esse sottendono. Tuttavia, da questo articolo emerge che un eccessiva condivisione empatica della sofferenza può incrementare le emozioni negative e l’attivazione dell’insula e della corteccia cingolata anteriore (circuito neurale della minaccia e della disconnessione sociale). Al contrario, il training per la compassione può rafforzare le emozioni positive e l’attivazione della corteccia mediale orbito-frontale e dello striato (circuito neurale della ricompensa e della connessione sociale). Tali evidenze di neuroimaging sono in linea con i risultati degli esperimenti comportamentali (Leiberg et al., 2011) che sottolineano come la compassione sia connessa a gesti di aiuto e perdono, mentre lo stress empatico non solo diminuisce i comportamenti di aiuto, ma è anche associata con l’incremento dei comportamenti aggressivi.

In linea con questo studio, c’è anche chi, provocatoriamente ma non troppo, sostiene che il mondo abbia bisogno di un po’ meno empatia. Oliver Burkeman (2014), in un articolo apparso sulla rivista Internazionale lo scorso anno, riferendosi alle parole dello psicologo Paul Bloom (2014), passa in rassegna i bias (gli errori sistematici) a cui essa è soggetta: ad esempio, ci è più facile provarla per le persone che hanno un bell’aspetto e per quelle della nostra stessa razza. Siamo anche soggetti alla trappola della vittima identificabile, che ci fa preoccupare di più per un unico bambino scomparso che non per le migliaia che potrebbero essere danneggiate da una certa politica del governo.

Un eccesso di empatia può provocare in chi la prova esaurimenti nervosi e depressioni, che non rendono certo più capaci di aiutare gli altri. Anche nel processo decisionale, evitare le personalizzazioni si rivela spesso la strategia più utile: l’economista T. Cowen (2014) sottolinea che per chiedere un’opinione è meglio non usare la formula Che cosa ne pensa?, ma Secondo lei, che cosa pensa la maggior parte delle persone?. Allo stesso modo, per prendere una decisione razionale ed equilibrata, può essere utile, paradossalmente, prendere le distanze anche da noi stessi, cercando di uscire dal fiume di pensieri ed emozioni in cui siamo immersi nel momento presente, non nascondendoli o rifiutandoli, ma vedendoli come eventi discreti, prodotti della nostra mente, non riflesso diretto della realtà, o reazione incondizionata ad essa. Ad esempio, infatti, nello strumento di indagine psicologica di matrice costruttivista, l’Autocaratterizzazione (Kelly, 1955), si chiede alla persona di scrivere un profilo di sé, ma in terza persona, così come potrebbe scriverlo un amico che la conosce molto bene, forse meglio di chiunque l’abbia mai conosciuta. Anche Bloom arriva alla conclusione che, più che di empatia, abbiamo bisogno di compassione: un sentimento più freddo e razionale, un modo più distaccato di amare, essere gentili e preoccuparci per gli altri.

Citando il comico J. Handey:

Prima di criticare qualcuno fatti una passeggiata di un chilometro nei suoi panni, così sarai a un chilometro di distanza e potrai tenerti i suoi panni. Ma se vuoi aiutarlo, forse ti conviene tenerti i tuoi vestiti. Invece di provare il suo dolore, non sarebbe meglio fare qualcosa?

Tuttavia, la soluzione potrebbe essere, piuttosto che rinunciare all’empatia, riuscire a decidere in maniera flessibile quando, come e quanto attivare il sentimento empatico, a seconda delle situazioni e della persona o del contesto sociale in cui interagiamo.

Ma per fare questo, essa deve essere un’abilità iperappresa, con cui abbiamo familiarità, che abbiamo fatto nostra e che quindi non ci spaventa. Per modulare in maniera sapiente la distanza di sicurezza dall’altro, dobbiamo non sentire la necessità di mettere una barriera tra noi e gli altri (se metto una barriera, non importa quanto sono vicino o lontano dagli altri, perché sono comunque separato da loro).

Di quest’idea è anche l’ideatore del Museo dell’Empatia, il filosofo Roman Krznaric, che ha ideato l’installazione interattiva A mile in my shoes: creata in collaborazione con gli abitanti di un quartiere a sud di Londra, il progetto si è svolto dal 4 al 27 Settembre 2015 sulle rive del Tamigi: i passanti entravano in un negozio dove un commesso sceglieva per loro un paio di scarpe della giusta misura, appartenute ad un’altra persona: potevano essere di un rifugiato, come di un anziano banchiere Etoniano. La persona era poi invitata a camminare lungo il fiume, ascoltando, in una cuffia, la storia del proprietario, per avvicinarsi al suo vissuto e alle sue emozioni. Questa mostra itinerante farà, secondo i progetti, il giro del mondo, fermandosi in più di 50 località, arricchendosi man mano delle storie di nuove persone: nell’immediato è previsto che venga portata in varie città dell’Inghilterra, e nel 2016 si trasferirà a Perth. Oltre a questa mostra itinerante, è stata creata un interessante Libreria dell’Empatia, una risorsa digitale che racchiude centinaia di suggerimenti e recensioni di libri e film che c’entrano, in diversi modi, con il mettersi nei panni dell’altro. La libreria è interattiva: chiunque può registrarsi e aggiungere le sue preferenze. Cosa aspettate ad esplorarla e ad allenare la vostra empatia?

Morality would frown upon
Decency look down upon
The scapegoat fate’s made of me
But I promise you, my judge and jurors
My intentions couldn’t have been purer
My case is easy to see
I’m not looking for a clearer conscience
Peace of mind after what I’ve been through
And before we talk of repentance
Try walking in my shoes
Try walking in my shoes
Now I’m not looking for absolution
Forgiveness for the things I do
But before you come to any conclusions
Try walking in my shoes
Try walking in my shoes

(Depeche Mode, Try walk in my shoes, Songs of faith and devotion, 1993)

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