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ACT, teoria e pratica dell’Acceptance and Commitment Therapy – Recensione

Acceptance and Commitment Therapy: modello clinico che si fonda sulla promozione dell'efficacia comportamentale, obiettivo centrale del percorso terapeutico

ID Articolo: 33691 - Pubblicato il: 09 settembre 2013
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Recensione del libro

ACT,

Teoria e pratica dell’Acceptance and Commitment Therapy

 

ACT, Teoria e pratica dell'Acceptance and Commitment TherapyL’Acceptance and Commitment Therapy è un modello clinico che si fonda sulla promozione dell’efficacia comportamentale, obiettivo centrale del percorso terapeutico a prescindere dall’esistenza di pensieri dolorosi o emozioni spiacevoli.

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A differenza di altri approcci terapeutici che si focalizzano sulla necessità di ridurre l’intensità e la frequenza del disagio psicologico, l’ACT lavora sulle risorse che l’individuo può attivare per tollerare la sofferenza e impegnarsi nella direzione di un cambiamento riconoscendo la presenza di quel malessere senza intervenire su di esso. I processi terapeutici fondamentali dell’ACT sono:

 

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– l’accettazione dell’esperienza;
– la defusione;
– il contatto con il momento presente;
– il sé come contesto;
– il contatto con i propri valori;
– l’azione impegnata.

L’accettazione, concetto che viene descritto solo parzialmente dalle formulazioni verbali e al contrario può facilmente essere colto attraverso l’esperienza, è la disponibilità a vivere anche gli aspetti negativi del proprio percorso esistenziale inserendoli in un quadro coerente di valori e atteggiamenti. L’apertura all’esplorazione, fondamentale per acquisire una buona flessibilità psicologica in antitesi alla rigidità dell’evitamento, implica l’incontro con pensieri, emozioni, stati soggettivi e corporei che si alternano, si intrecciano, dando origine al flusso dell’esperienza che contiene sia emozioni positive sia elementi di sofferenza; le une e gli altri fanno però parte di un’unica realtà che è la vita stessa dell’individuo.

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Fare "ACT" - Russ Harris - Recensione.jpgLa defusione è la separazione tra linguaggio descrittivo e linguaggio valutativo; spesso le categorie che utilizziamo per descrivere un oggetto, che si configurano come reali poiché attribuiscono un colore, una caratteristica fisica, una proprietà funzionale, vengono estese alla valutazione compiuta su un soggetto, e come tali percepite. Così se affermo che “mio figlio è stupido“, il valore associato al linguaggio, ossia la convinzione che descriva la realtà, produce nel soggetto che riceve quella valutazione un impatto emotivo intollerabile. Allo stesso modo il linguaggio prescrittivo – “devo/i essere perfetto” – non viene inteso come uno stato soggettivo dato dalle proprie credenze o dalle aspettative altrui, bensì come indicazione ineludibile legittimata dal potere delle parole. L’ACT sottrae autorità al linguaggio riconducendolo alla dimensione di un’attività simbolica finalizzata a comunicare contenuti relativi e non assoluti.

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Il contatto con il momento presente è la capacità di concentrare l’attenzione sul qui e ora, sugli stimoli da registrare e affrontare nel contesto dell’esperienza immediata, evitando di farsi guidare da pensieri che riguardano il passato e il futuro – rimuginio, ruminazione, previsioni negative – e sottraendosi all’illusione di poter controllare attraverso il pensiero tutto ciò che appartiene all’imprevedibilità e immodificabilità degli eventi. Stando nel presente si possono utilizzare risorse altrimenti assorbite dal tentativo costante di categorizzare e valutare l’esperienza.

Il sé come contesto è il luogo in cui si sviluppano pensieri ed emozioni, il soggetto che vive quegli stati. Chi prova ansia, tristezza o altre emozioni spiacevoli tende sovente ad associare a quei contenuti una valutazione di sé, di come andrebbero affrontati e di quanto colpevole e/o inadeguato sia il suo atteggiamento. In questo modo la sofferenza si accentua creando rappresentazioni che diventano i termini con cui il soggetto si giudica; pensare “io sono ansioso” oppure “in me si è prodotta dell’ansia” genera, nel primo caso un processo mentale inflessibile che costruisce un’idea di sé incentrata sulla percezione di vulnerabilità, nel secondo un riferimento dinamico al contesto esperienziale. Nel quadro complesso che compone il Sé esiste anche il disagio emotivo e questo dato è in continuo divenire, mentre la formazione di un’identità stabilmente definita attraverso circoli viziosi psicopatologici favorisce il loro consolidamento.

Il contatto con i propri valori presuppone che le azioni personali privilegino i significati centrali dell’identità, gli elementi capaci di rappresentare uno scopo soggettivo gratificante e di promuovere la vitalità dell’individuo, fungendo da rinforzo per i comportamenti successivi. I valori cui fa riferimento l’ACT non sono quelli socialmente condivisi bensì appartengono al vissuto del paziente e rientrano nelle sue scelte libere. In quest’ottica possono essere accettate e rielaborate, utilizzando anche strategie di defusione, le emozioni problematiche, che vengono ricondotte alla necessità di perseguire un valore fondamentale, uno scopo sovraordinato; le difficoltà di un contesto esperienziale diventano più tollerabili se è chiaro il legame fra quel contesto e i valori del paziente, come accade per esempio quando lo scopo di essere un genitore supportivo implica la gestione di passaggi emotivi complessi nella relazione con un figlio.

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Messaggio pubblicitario L’azione impegnata è una componente essenziale dell’ACT, poiché oltre ad accettare gli stati emotivi dolorosi il paziente è chiamato a impegnarsi per modificare attivamente la propria condizione; vengono perciò identificati gli obiettivi coerenti con i valori del soggetto e le strategie funzionali a perseguirli, e la gratificazione ricavata dal raggiungimento degli stessi costituisce un rinforzo positivo determinante nell’accrescere l’approccio vitale alla risoluzione dei problemi. L’impegno è la parte propositiva dell’ACT, coinvolge le risorse che il paziente aveva in precedenza destinato al controllo, al rimuginio e alle altre strategie dimostratesi inefficaci; l’assunto di base è che proprio attraverso la definizione di obiettivi e l’azione concreta finalizzata al cambiamento, possa aumentare la percezione di efficacia e con essa la possibilità di mantenere un atteggiamento esplorativo. In questo modo si favorisce anche l’accettazione consapevole delle difficoltà legate all’evoluzione dell’esperienza.

In conclusione, l’Acceptance and Commitment Therapy fornisce spunti estremamente interessanti nel ripensare la psicoterapia non più come un percorso in cui il paziente deve eliminare l’impatto del proprio malessere, bensì come apprendimento di una prospettiva diversa che permette di accettare la sofferenza, di integrarla nel divenire dell’esperienza e di elaborare strategie attive di risoluzione dei problemi.

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BIBLIOGRAFIA: 

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