La disciplina interiore del terapeuta – Resoconto dal primo seminario

Psicoterapia: il resoconto del primo seminario sulla Disciplina Interiore del Terapeuta raccontato dai punti di vista dell'insegnante e degli allievi.

ID Articolo: 112861 - Pubblicato il: 03 agosto 2015
La disciplina interiore del terapeuta – Resoconto dal primo seminario
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Resoconto del I Seminario sulla Disciplina Interiore del Terapeuta

di Giampaolo Salvatore
con
Anna Maria Barbarulo, Valeria De Liso, Elisa Langone, Nicoletta Manfredi, Raffaella Marciano, Antonella Pallotta, Mariagrazia Proto, Anna Sateriale, Marianna Serio, Laura Vitagliano

 

Aveva una struttura mentale particolare,
non attribuiva molta importanza alla
propria persona: non era, ai suoi occhi,
quella creatura rara e insostituibile che
ogni uomo vede quando pensa a se stesso.

Irène Némirovsky

 

I PARTE

Il rendez vous

Spacco il secondo. Di solito sono vittima della mia urgenza di essere puntuale. Ha qualcosa a che vedere col timore di essere rimproverato. Stavolta ci si mette anche una certa tensione. Ho chiaro in testa cosa vorrei realizzare con questo primo esperimento, ma non so assolutamente se sarò capace di realizzarlo. Però immagino, un po’ infantilmente, che il punto di partenza per iniziare a realizzarlo sia rispettare il programma. La tabella di marcia del primo seminario intensivo sulla disciplina interiore del terapeuta. Che tra l’altro non suona mica male.

Dieci giovani psicoterapeute. Appuntamento alle otto del mattino. Arrivano cariche di aspettative, impazienza, curiosità e speranza. Qualcuna di loro arriva lottando contro una specie di attrito col suolo. L’inerzia frenante dell’incognita. Che fa stridere un po’ l’asfalto ma non intacca la voglia di essere lì. Nella mente di tutte il viaggio è iniziato parecchio prima della partenza:

AM: Vari interrogativi affollano la mia mente “ma la disciplina interiore del terapeuta implica autocontrollo?”… “e lo può ottenere qualsiasi persona con qualsiasi temperamento di base??”… “riuscirò a far tacere e a ridimensionare le mie emozioni vivaci e incalzanti??”…. “qual’è la giusta misura tra il sentirsi intensi sul piano emotivo e l’autocontrollo?”…quale sarà la giusta via di mezzo e come si fa a mantenerla stabile come fa lui? Un giorno l’ho paragonato a Spock, il vulcaniano di Star Trek, e da allora questo soprannome gli è rimasto. Nelle supervisioni individuali e di gruppo spesso lo stesso suggerimento “metti tra parentesi te stessa” altrimenti perdi di vista il paziente; COME SE FOSSE FACILE! E noi spesso in coro… “Spock ma come si fa praticamente?” Ed ecco il seminario esperenziale. Ha deciso di farci vedere praticamente il suo percorso, di farci vedere come lui ha imparato a mettersi tra parentesi, ad osservare la sua mente e il suo corpo senza giudicarsi severamente e a regolare le emozioni e le azioni improduttive! Potrò trasformare il mio bisogno di “verità assoluta” in una “verità pragmatica” e smettere di intellettualizzare. Due giorni intensivi in un’oasi del WWF: dormiremo insieme, mangeremo insieme ….che atmosfera da GRANDE FRATELLO! Mi sento già una delle protagoniste di una nuova serie televisiva “l’ISOLA DEI TERAPEUTI”. Come si comporta un gruppo di psicoterapeuti messi insieme per due giorni a disciplinarsi? Come allenano questa difficile funzione della mente per poi aiutare al meglio i loro clienti?

 

R: Sabato mattina ore 7.30, la partenza tanto attesa. Direzione Senerchia! Molti sono i pensieri, le aspettative “Chissà se riuscirò a dimostrare che sono brava nel mio lavoro… chissà cosa penseranno di me…. Chissà…” Arriviamo a destinazione, con un po’ di ritardo sulla tabella di marcia. Tanti sono i nuovi sorrisi… l’imbarazzo cresce e la paura di essere giudicata resta, però la voglia di apprendere è tanta!

 

AN: Non volevo partecipare al Seminario! E probabilmente non lo avrei fatto se non mi fossi sentita costretta dagli eventi … eh già, perché questa è una costante per me …. i timori di fare brutta figura, di non essere all’altezza, di essere giudicata male, di sbagliare e di perdere quell’aura di perfezione a cui tenacemente sono stata aggrappata per anni, di non riuscire ad integrarmi eguagliano e spesso superano di gran lunga il desiderio di affrontare le situazioni che mi piacciono.

 

V: Sono in auto da sola, e penso, penso.. chissà cosa ci aspetta, chissà chi ci sarà, se riuscirò a lasciarmi andare come vorrei o sarò la solita evitante che prima di lasciar trasparire aspetti di sé ha bisogno di tempo tempo tempo.. Presentazioni, saluti, baci, quanta gente.. già mi sento piccola, e che cavolo!

 

E: Arrivano Giampaolo (G.) e le altre. Imbarazzo misto a sorpresa. Il momento dei saluti. Quanto odio quei baci, quelle mani. Non so mai come comportarmi. Mi sento sempre un’impedita. Come quando sono in fila da altre parti, tipo in chiesa, seguo la massa e copio i loro atteggiamenti.

 

Senerchia. Borgo medievale che, Wikipedia insegna, esiste dal IX secolo. Cultura contadina con la schiena deformata dalla lotta quotidiana contro la devastazione della dignità; l’ultima volta, dal terremoto dell’80. Senerchia nuova è stata ricostruita accanto a quella vecchia, la città fantasma in cui si avventura qualche gatto con problemi di appartenenza. Hanno deciso che le generazioni future avrebbero dovuto avere sempre a portata di sguardo le macerie, lo sgomento, per capire cosa significhi uscirne vivi.

Le cime del Boschetiello e del Croce. Le conosco bene. Le guardavo da bambino quando giocavamo al pallone nella piazza vecchia. I portieri hanno tempo per guardare le montagne. Ora lascio che quelle cime rivolgano uno sguardo di sfuggita, distratto, all’operosità un po’ da formiche che scandisce l’ambientamento del gruppo nella villa. La concitazione per stabilire prima possibile le condizioni minime di familiarità, e sottrarre più alimento possibile a quell’angoscia serale che molti di noi provano quando sono lontani da casa, in mezzo a parziali sconosciuti (come se poi gli sconosciuti potessero esserlo parzialmente).

Messaggio pubblicitario Tinì, la proprietaria, si fa aspettare dieci minuti tondi (secondo me apposta, per mascherare a modo suo l’ansia prestazionale che prova). Si è sempre fatta chiamare Tinì (per i più anglofoni, Tiny o Tinj), ma in realtà si chiama Concetta. Un altro pezzo della mia connessione storica con Senerchia, oltre alla mia breve carriera di portiere. Mi ha visto crescere nonostante io abbia pochi anni meno di lei.

Siamo sempre noi che decidiamo chi ci vede crescere, per poi dire in sua presenza, a qualcuno da cui vogliamo farci conoscere un po’, “mi ha visto crescere” (Spesso qualcuno dice di noi a qualcun altro “l’ho visto crescere” e a noi dà fastidio perché non lo abbiamo deciso noi). Comunque, Tinì. I suoi cinquantun’anni non l’hanno privata di quella capacità che ha da quando ne aveva quindici: la simulazione autoironica della vezzosità. Efficacissima per mettere da subito a proprio agio le persone. Per disinnescare sul nascere qualsiasi predisposizione dell’altro (soprattutto, dell’altra) all’agonismo. Mi sfotto – e mi ci diverto – dicendo che siamo in ritardo di ventitré minuti e quattordici secondi sul programma.

 

L’introduzione

La disciplina interiore del terapeuta – Resoconto dal primo seminario - 1

Ho quattro cose da trasmettere al gruppo prima di iniziare:

a) che la disciplina interna non è come il dialogo socratico, una tecnica che si può applicare quando serve; quando un paziente difficile lo rende necessario (che so, perché ci fa saltare i nervi, sentire incapaci, impotenti, privi di valore, non amabili, ecc.); al contrario, solo se è un assetto interno costantemente coltivato dal terapeuta attraverso un percorso personale funzionerà quando serve col paziente difficile;

b) che quello che cercheremo di fare insieme funzionerà solo se compiremo insieme una virata radicale dalla dimensione del giudizio su noi stessi e sugli altri a quella dell’accettazione equanime di sé e dell’altro e della condivisione; per cui da questo momento in poi sarà tutto concesso; qualsiasi manifestazione emotiva (piangere, ridere, andarsene, arrabbiarsi con me, arrabbiarsi e basta, fare la pipì in pubblico, ecc.);

c) che non sono lì per insegnare; insegnare implicherebbe, almeno idealmente, che chi insegna fosse giunto alla fine del percorso che si accinge a insegnare; piuttosto sono lì per mostrare la strada che io seguo quotidianamente per tentare di funzionare meglio con i pazienti; poi loro sceglieranno se fa al caso loro e se approfondire;

d) che seguire una strada del genere significa sapersi guardare continuamente allo specchio e ammettere con umiltà quando da quella strada ci si allontana, per poi, se possibile, riprenderla.

La via più diretta verso questo quadruplice scopo è essere il primo a mettersi in gioco:

 

 

R: Tavolo, lavagna improvvisata, introduzione teorica… e a un tratto, inaspettatamente avviene una condivisione importante, carica di emozioni forti e di aperture profonde, la sua forza è tale da sgretolare una parte del mio muro di pregiudizio. Inizio a stare a mio agio, anche se ancora avverto molta confusione dentro di me…

 

AM:Silenzio, attenzione condivisa su un caso clinico complesso di Spock: i suoi interventi sono chiari e mirati ma il paziente chiuso nella sua sfida a demolirlo non li coglie; lo conosco e so quanto è bravo a tollerare anche pazienti cosi ostili, ma questa volta la mia attenzione è rapita da un colpo di scena inatteso: cambia la prosodia della sua voce, non ha più il solito tono rassicurante e di apertura all’altro, alza il tono e il volume della voce in un confronto dialettico e critico…non sono abituata a vedere Spock arrabbiato…..per un momento mi disoriento….lo sta cacciando fuori dallo studio?…si lo ha cacciato, non lo vuole piu vedere! Respiro, sono stupita e commossa! Bravo Spock, mi sei piaciuto!…..la distanza emotiva che spesso avvertivo si riduce…lo sento più vicino, mi sento più in sintonia con lui! Subito dopo, mentre spiega e parla anche di se e della fase di vita in cui ha visto quel paziente, mi diventa molto chiaro cosa significa conoscere le proprie aree di vulnerabilità, gli stati contingenti del terapeuta, lo scenario interiore e l’agire le azioni improduttive! Tutto molto più chiaro! Osservo gli altri, mi rivedo nei loro sguardi, sento in maniera molto forte che siamo di nuovo accomunati dalla stessa emozione di stupore e affetto per lui! Si è strutturata la coesione del gruppo, anche se non ci conosciamo bene, abbiamo tutti noi qualcosa in comune con lui; è il nostro comune denominatore e ci riconosciamo in lui e tra noi. Questo rispecchiamento mi piace, mi perdo e mi ritrovo nello sguardo e nelle parole degli altri, è una bella sensazione, è come se nessuno dicesse qualcosa che sento “fuori posto”, avverto una strana libertà di espressione e di movimento.

 

AN: La premessa di G….”dobbiamo fare esercizio di sospensione del giudizio”! Il primo a mettersi in gioco è proprio lui quando ci fa ascoltare la registrazione di una seduta con un suo paziente durante la quale si mostra ben diverso dal terapeuta perfettamente disciplinato e imperturbabile che siamo abituate a conoscere. Lo stupore è generale. Non riesco immediatamente a sospendere il mio giudizio. Nella mia testa si affollano domande sul motivo per cui si sia arrabbiato tanto e sul perché non sia riuscito a controllarsi… A molte delle mie riflessioni danno voce i miei compagni e le motivazioni più profonde vengono espresse. Ciò che mi colpisce, tuttavia, è il clima sereno con cui G. si sottopone al fuoco di domande. Sembrano essersi scambiati i ruoli, non so più chi è il supervisore e chi il supervisionato. Non vedo in lui la paura di mostrarsi inefficace, vulnerabile o infallibile come terapeuta e come persona (come accade spesso a me e a molte delle mie colleghe) e ciò mi rassicura perché mi offre un esempio di come essere “bravi” non sia sinonimo di essere “perfetti”. E poi lo sento davvero vicino, come noi….un amico che può capire come ci sentiamo quando sbagliamo e preda delle stesse violente onde emotive.

 

MG: “Osservare se stessi, spostandosi coscientemente dal giudizio alla condivisione”. Di supervisioni di gruppo ne ho fatte tante, ma per la prima volta sento dentro di me un clima interno favorevole per prendere le distanze dall’assetto giudicante. È il momento della famosa registrazione. È lui il primo a mettersi a nudo, mostrando anche la sua di vulnerabilità. Vedo lui e sento che nei giorni a venire potrò fare lo stesso e superare un mio limite…per un istante mi sento più serena, tranquilla in quel luogo.

 

N: Il passaggio dal giudizio all’accettazione. G. da subito ci mostra la sua vulnerabilità… una seduta audioregistrata in cui trova spazio la parte umana del terapeuta…sento il suo dolore. Mi risuona la mia voce interna “ti prego fermati!”… Accettare la sofferenza emotiva diventa l’unica per l’autodisciplina … forse per la prima volta nella mia vita ho sentito che la rabbia è davvero l’espressione del dolore …

 

E: …la sua spiegazione sul valore di sé e sull’amabilità come dimensioni fondamentali che il terapeuta sente spesso messe in pericolo mi rispecchia appieno. Io lo vivo in modo costante da sempre. È il momento della sua registrazione. Che paura quando lui grida rivolto al paziente. Quando G. gli dice che il giorno prima era morta sua madre mi sento triste. Penso subito “anche G. ha perso sua madre come me”. Il mio pensiero va a lei, a quanto è difficile far finta che tutto vada bene, al male che in vita le ho procurato, al mio immenso senso di colpa…A un certo punto interviene Tiny. Penso “che c’entra questa donna con noi? Perché si intromette”. Poi mi fermo e dico attenta al giudizio, aspetta. In realtà questa donna fa delle uscite inaspettate, ma non è inopportuna, solo schietta, dice quello che vuole nel momento in cui lo sente. Che scoperta! Sarebbe bello parlare senza cercare di anticipare l’effetto che potrebbero fare le proprie parole sugli altri.

 

A: G. è il primo ad esporsi…non immaginavo una rabbia così intensa… Mi parte l’accudimento e penso a quanto sia stronzo il paziente….poi mi distacco dal giudizio sul paziente, d’altronde mette in atto il suo funzionamento, e vedo la sofferenza di G. e come quanto anche lui sia umano…come anche lui nei momenti difficili può sbagliare, ma resta pur sempre una “guida” ….per un attimo provo il mio dolore di qualche tempo fa e mi viene in mente il giorno in cui ero devastata e scelgo comunque di vedere pazienti….m’interrogo sul perché avessi scelto di vederli…sulla mia necessità a volte di far la “super donna”, quella che non si può far perturbare dal suo dolore, anche se le casca il mondo addosso, per non apparire fragile e debole, …che si corazza nel suo dolore ed esternamente appare fredda e distaccata…G. ha sbagliato, lo riconosce ed utilizza questo errore come materiale didattico….mi si apre un mondo….il clima di gruppo diviene sempre più vivo.

 

V: Non poteva esserci premessa migliore.. ora ho il permesso di essere così come sono (o almeno lo credo). Grazie. È quello di cui ho bisogno, sento un’energia che mi dà il permesso, un’energia proveniente da G. e da tutte loro. Penso che pur non conoscendoci abbiamo già tante cose in comune; il percorso di studi, gli anni di specializzazione, la scoperta graduale di noi stesse, i primi dubbi sulla professione, il bisogno di rivolgerci a una guida; e poi siamo qui, tutte a Senerchia, in questo luogo immerso nel verde, tutte con la voglia di scoprire cosa questo seminario ci regalerà; tutte attente, desiderose di imparare, capire, riuscire.

 

CONTINUA

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