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Le caratteristiche del paziente e del terapeuta che influiscono sull’alleanza terapeutica

L’alleanza terapeutica affonda le proprie radici nella psicodinamica ed è un elemento presente e fondamentale in tutti gli approcci terapeutici.

Le origini dell’alleanza terapeutica

 Il legame tra il clinico e il paziente, l’alleanza delle due figure verso un obiettivo, il sentimento di protezione e fiducia nei confronti del clinico, sono temi trattati nelle prime opere di Sigmund Freud (1917). Infatti, il concetto di “alleanza terapeutica” nasce in ambito psicoanalitico con Freud, il quale afferma nelle sue teorie che i rapporti terapeutici sono basati sul transfert, ovvero un fenomeno inconsapevole di trasferimento delle emozioni dal cliente all’analista. Freud sostiene che l’alleanza terapeutica sia quel legame di stima e fiducia che permette al paziente di affidarsi alle cure del medico e collaborare con lui (Gazzillo & Ortu, 2013).

Bowlby, studioso dell’attaccamento, ha concettualizzato il costrutto come una guida per la pratica clinica: infatti, sosteneva, non solo che il terapeuta può diventare una figura di attaccamento con cui creare un legame indissolubile, ma anche che è molto importante che il terapeuta diventi un compagno affidabile per il paziente, che lo accompagni lungo tutto il percorso terapeutico, rimanendo al suo fianco e guidandolo verso il raggiungimento degli obiettivi stabiliti. Lo psicoterapeuta, secondo Bowlby, deve fornire al paziente una base sicura da cui l’individuo può sentirsi libero di riflettere sul proprio vissuto e sperimentare aspetti della propria vita affrontando anche esperienze dolorose. Il clinico, dunque, rappresenta una sorta di specchio per il paziente, attraverso il quale andare alla scoperta di sé (Bowlby, 1988). Secondo lo studioso dell’attaccamento i pazienti si rivolgono al terapeuta come rifugio sicuro nei momenti di difficoltà per avere conforto e sostegno (Gazzillo & Ortu, 2013).

La definizione di alleanza terapeutica proposta da Bordin (1979) si colloca in una visione pan-teorica dell’alleanza, presente in ogni psicoterapia indipendentemente dal loro modello teorico e operativo e capace di trascendere il modello psicoanalitico da cui ha avuto origine. Secondo Bordin (cit. in Safran & Muran, 2019) l’alleanza è basata su tre componenti: l’accordo sugli obiettivi della terapia, il consenso sui compiti della terapia e il legame affettivo tra cliente e terapeuta. L’autore fornisce una delle definizioni più recenti dell’alleanza terapeutica ponendo l’accento sulla collaborazione attiva e su quanto sia fondamentale la partecipazione del paziente nel raggiungimento degli obiettivi.

L’alleanza, come si è visto precedentemente, affonda le proprie radici nella psicodinamica e oggi è un elemento presente e fondamentale in tutti gli approcci terapeutici, poiché considerata l’essenza stessa della terapia. L’alleanza terapeutica è dunque in ottica comportamentale un legame di fiducia, mentre in ambito psicoanalitico una forma di complicità basata sul raggiungimento di uno o più obiettivi di benessere, ed è importante capire quali sono le caratteristiche comportamentali ed emotive delle due figure protagoniste che possono influire sull’alleanza terapeutica agevolando, quindi, l’intero percorso di cambiamento.

Le caratteristiche del terapeuta

 Gli studiosi Ackerman e Hilsenroth (2003) hanno rilevato e analizzato alcune caratteristiche che ogni terapeuta dovrebbe avere per una buona predisposizione alla creazione del legame. Il primo obiettivo del clinico è quello di creare un dialogo con il proprio paziente e di rendere il luogo e il tempo a lui dedicato il più confortevole possibile, dunque il terapeuta deve mostrarsi flessibile, poiché non conosce le caratteristiche del paziente e un atteggiamento aperto e rispettoso agevolerà la conoscenza. L’onestà e il rispetto sono due caratteristiche fondamentali per una buona alleanza poiché alla base del rapporto deve esserci il sincero desiderio di aiutare e di essere aiutati. È importante mostrarsi interessati, calorosi e affidabili in modo da creare il sentimento di fiducia sul quale si potrà costruire un buon rapporto. Il paziente deve sentirsi accolto, compreso e ascoltato, senza sentirsi giudicato o ignorato, solo così potrà affidarsi completamente all’altro rendendo l’intero percorso terapeutico valido. Il paziente riporta la sua vita, i suoi sentimenti e tutti i suoi stati interni, il compito del terapeuta è quello di saper accoglierli e averne cura. Al contrario, una scarsa alleanza terapeutica è data da caratteristiche negative del terapeuta che portano il paziente a distaccarsi e chiudersi. L’essere distante, poco interessato, critico o stanco non crea la sintonia che dovrebbe esserci tra paziente e clinico poiché, mentre il paziente si racconta, sarà molto attento alle reazioni del terapeuta che non deve mostrarsi disattento o giudicante perché potrebbe creare delle rotture nell’alleanza difficili da riparare.

Le caratteristiche del paziente

Norcross (2011) individua anche dei fattori legati a caratteristiche dei pazienti che influenzano l’alleanza terapeutica: il funzionamento interpersonale, il funzionamento difensivo e le aspettative di miglioramento. Il funzionamento interpersonale è un fattore molto importante per ogni relazione, soprattutto in quella d’aiuto, poiché la capacità di mantenere il legame agevola la relazione stessa, il sentimento di fiducia e il raggiungimento degli obiettivi (Muran & Barber, 2010). Se il funzionamento interpersonale predice una buona alleanza, al contrario un funzionamento difensivo, potrebbe creare un legame debole e instabile (Gatson et al., 1988). Il paziente deve essere mosso da un desiderio di cambiamento e miglioramento per intraprendere un percorso terapeutico ma, alcune volte, potrebbe iniziare la terapia senza essere completamente consenziente e mostrarsi distaccato, poco collaborativo e critico, non essendo quindi d’aiuto alla relazione con il clinico e alla terapia stessa. È importante che i pazienti capiscano che la terapia è per loro un aiuto, un momento di ascolto sincero e privo di giudizi, che l’unico fine del clinico è l’aiuto e che quindi una collaborazione può giovare solamente. Un ultimo fattore individuato che predice una buona alleanza è l’aspettativa al miglioramento: Joyce e Piper (1998) suggeriscono che il desiderio da parte del paziente di migliorare aiuta la creazione del rapporto con il terapeuta, poiché il paziente sarà più collaborativo e determinato.

Conclusioni

A sostegno della tesi di Bordin (1979) che aveva definito l’alleanza terapeutica “panteorica”, è interessante notare che nel corso degli anni non siano state individuate caratteristiche differenti per il paziente e il clinico a seconda dell’approccio psicoterapeutico e della scuola di pensiero, poiché l’alleanza terapeutica è un fattore comune e insito in tutte le terapie senza il quale viene meno la terapia stessa (Muran & Barber, 2010).

 

Senza respiro (2022) di David Quammen – Recensione

Il libro “Senza respiro”, edito da Adelphi poche settimane prima delle festività natalizie con perfetta scelta di tempo editoriale, è fortemente raccomandato a chi desidera approfondire le proprie conoscenze in tema di Covid, per comprendere come funziona l’evoluzione della produzione scientifica.

 

 Il volume è consigliato a scettici, perplessi, critici e increduli, purché siano disposti a sgombrare la mente dai pregiudizi che, come diceva Luciano Bianciardi, sono solo “bugie travestite”.

L’autore è il giornalista americano David Quammen, già artefice di alcuni successi editoriali, molto apprezzato sia per il suo stile di scrittura, chiaro ed avvincente, sia per la serietà e l’approfondimento con cui affronta gli argomenti a cui sceglie di dedicarsi. Infatti, alcune delle sue opere precedenti sono state tra i libri di saggistica degli ultimi decenni più venduti in diversi continenti. In “Spillover” (nella nostra lingua: “Salto di specie”), ha descritto la nascita e la diffusione dell’Aids, il cui virus sarebbe comparso nell’uomo in Camerun nel 1908 e, sia in questo che in altri volumi precedenti, aveva messo in guardia in merito ad una possibile pandemia, come poi è drammaticamente avvenuto. Quammen, tuttavia, non è un predittore di catastrofi ma uno studioso attento, a cui va riconosciuto il merito di andare a ricercare le opinioni degli scienziati più bravi, che talvolta non sono necessariamente i più noti o i più importanti dal punto di vista accademico. Non a caso, negli anni, ha condotto ricerche in loco e affiancato scienziati in Congo, in Australia e, infine, nei mercati alimentari presenti nei grandi agglomerati urbani in Cina. Come lasciava intuire il titolo dell’opera, la sua tesi era che il pericolo sarebbe potuto giungere da virus già presenti da molto tempo tra gli animali e che, con un possibile salto di specie, avrebbero potuto prima o poi colpire tutta l’umanità. Ammoniva che era sbagliato ricercarne l’origine come extraterrestre o, ancor peggio, nel nulla.

Il volume recente “Senza respiro” è dedicato al Covid-19 e alla susseguente febbrile ricerca scientifica avvenuta in questi ultimi due anni. Il primo capitolo inizia dalla ormai fatidica data del 19 dicembre 2019 allorquando dalla città di Wuhan (la settima più grande della Cina, con circa 11 milioni di abitanti) un giovane oftalmologo comunica mediante scambi via chat con alcuni colleghi del suo stesso ospedale di aver notato i primi casi sospetti. La lettura prosegue seguendo la diffusione della notizia, inizialmente in un ambito ristretto della comunità scientifica, e racconta come immediatamente alcuni infettivologi in diverse parti del mondo abbiano compreso i rischi che potevano coinvolgere tutto il pianeta e abbiano incrementato i loro sforzi di ricerca. Il saggio offre la chiave di lettura per comprendere in che modo si siano potuti avere a disposizione vaccini in un lasso di tempo sostanzialmente molto breve, ovvero in virtù del fatto che già da anni alcuni scienziati avevano concentrato i loro studi esclusivamente sui “coronavirus”. Infatti, sebbene fossero ignorati da molti, Quammen ci presenta la vicenda di alcuni studiosi che, a partire dalla comparsa della Sars avvenuta nel 2002 sempre in Cina, e quindi ben 17 anni prima del Covid-19, compivano ricerche accurate su questa famiglia di ceppi virali, mettendo in guardia sull’elevata probabilità di una loro comparsa repentina. Proseguendo nella lettura, emerge la figura di Marjorie Pollack, sostanzialmente ignota alla maggioranza del grosso pubblico, siano essi vaccinati o meno, e l’impegno di alcuni altri scienziati, le cui conoscenze si sono rivelate fondamentali. Uno dei compiti della newyorchese Pollack era quello di pubblicare e aggiornare le notizie nel sito dedicato al monitoraggio delle patologie infettive emergenti nel mondo, curato da un team multidisciplinare dell’International Society for Infectious Diseases (ISID) e capace di raggiungere almeno ottantamila medici specializzati in malattie infettive. Si giunge poi alla data dell’11 gennaio 2020, in cui da Edimburgo viene resa nota via internet per la prima volta una sequenza del genoma del virus. Essa era stata individuata dal virologo cinese Yong-Zhen Zhang. È citata la sua collaborazione scientifica con un eccellente biologo evoluzionista australiano, Eddy Holmes, in quanto questi svolse un ruolo importante nel convincere Zhang a condividere quei dati, nonostante un ordine governativo cinese in quel momento proibiva ai laboratori di pubblicare informazioni sul virus. Zhang affermò di non essere a conoscenza del divieto e non ha mai ricevuto alcuna sanzione per aver divulgato le sue scoperte. Holmes, appena ottenne la sequenza impiegò pochi minuti per renderla nota alla comunità scientifica mondiale e per questo insieme hanno ricevuto il premio General Symbiont 2021, come esempio nella pratica della condivisione dei dati ai Research Parasite Awards. Da quel momento partì in diverse parti del mondo la ricerca per la produzione di un vaccino.

 Da psicologo, posso affermare questo. L’intero insieme delle nostre conoscenze e convinzioni si fonda su due fattori, di cui uno è ovvio mentre il secondo non è immediatamente percepito. Il nostro sapere da un lato è costituito dalla somma delle nozioni che abbiamo acquisito, vuoi per averle apprese direttamente, mediante le informazioni ricevute dalle esperienze personali precedentemente vissute, vuoi per averle studiate nei libri o comunque ottenute in modo indiretto. Ma il secondo fattore, costitutivo del nostro sapere, è quello più subdolo, ed è rappresentato dalla totalità delle nozioni che ignoriamo. Infatti, quando alle nostre conoscenze pervengono nuove informazioni (che ad esempio possono riguardare un negoziante o un personaggio pubblico) è intuitivo comprendere come sia elevata la probabilità che si modifichi anche la nostra opinione. Ma tendiamo a trascurare l’importanza di tutto quanto ignoriamo, proprio in virtù del fatto che ci è sconosciuto, e che, quale che sia il nostro grado di cultura e l’intensità delle esperienze vissute, è sempre molto di più di ciò che conosciamo. Siamo, invece, propensi, ed è comprensibile e persino logico, a dare ragione a noi stessi, sottovalutando l’importanza di ciò che ci è ignoto.

Questo per dire che la lettura di questo libro per me avvincente è consigliata a chi con umiltà riconosce di conoscere poco di questo argomento scientifico specifico, nonostante l’infinità degli articoli di giornale o di programmi televisivi a esso dedicati, e desidera saperne di più, anche per confutare legittimi dubbi.

Il volume è ponderoso in quanto consta di oltre 500 pagine, ma rappresenta una lettura scorrevole, in quanto scritto con un linguaggio non tecnico. Esso narra, in alcune pagine con uno stile romanzato, l’evoluzione del sapere scientifico, soffermandosi sulle vicende suggestive di alcuni degli studiosi che hanno giocato un ruolo decisivo contro un avversario che comunque ha prodotto sei milioni di morti nel mondo. Nella premessa, Quammen afferma che il lavoro è dedicato proprio ai familiari di queste vittime. In conclusione del testo, sono citate le imponenti fonti bibliografiche e l’elenco degli incontri personali avuti con numerosi protagonisti del libro, a testimonianza dell’impegno e della serietà con cui è stato redatto il testo.

Infine, molto indovinato il titolo: “Senza respiro”. Tale è stata la manifestazione più angosciosa della sintomatologia della malattia nei pazienti nel primo periodo della sua comparsa, tale è stato lo studio senza sosta di molti scienziati, tale risulta, finanche, la lettura di alcuni brani del testo.

La stimolazione magnetica transcranica ripetitiva (rTMS) come intervento terapeutico promettente per i disturbi alimentari e l’obesità

L’applicazione clinica della rTMS ai disturbi alimentari si basa sull’ipotesi che le caratteristiche disadattive fondamentali di queste condizioni possano essere spiegate da un alterato equilibrio tra i meccanismi neurali legati ai sistemi di ricompensa e di controllo cognitivo/inibitorio.

I disturbi alimentari

 Diversi studi hanno dimostrato che i disturbi alimentari (EDs; Eating Disorders), in particolare l’anoressia nervosa (AN) e la bulimia nervosa (BN), sono responsabili di disabilità e mortalità (Erskine et al., 2016; Smink et al., 2012). La prevalenza mondiale dei disturbi alimentari varia significativamente tra i Paesi e in base alla tipologia di disturbo alimentare. Gli studi epidemiologici hanno evidenziato tassi di prevalenza modesti di anoressia nella popolazione generale (.10% – 1.05%) e tassi di prevalenza significativamente più elevati di bulimia (0.87% – 2.98%), disturbo da alimentazione incontrollata (BED; Binge Eating Disorders) e disturbi alimentari non altrimenti specificati (NOS) (1.98% – 4.45%) (Hoek, 2016). In base a queste evidenze, in letteratura si sono sviluppati diversi approcci terapeutici per far fronte a queste condizioni cliniche, sia farmacologici (Evans & American Psychological Association, 2019) che psicologici (Abbate-Daga et al., 2016; Pisetsky et al., 2019). Tuttavia, è ben noto che una percentuale significativa di persone affette da disturbi alimentari che ricevono diversi trattamenti non riescono a guarire completamente ed in modo duraturo (Kim & Kim, 2019).

La stimolazione magnetica transcranica ripetitiva (rTMS)

Per quanto riguarda i disturbi psichiatrici resistenti al trattamento e recidivanti (ad esempio, disturbi dell’umore, disturbi da dipendenza, disturbo da stress post-traumatico), esiste un crescente numero di ricerche empiriche che hanno studiato l’efficacia delle tecniche di neuromodulazione per il trattamento di tali condizioni (Kim & Kim, 2019). Tra gli approcci di neuromodulazione disponibili, la stimolazione magnetica transcranica ripetitiva (rTMS; repetitive transcranial magnetic stimulation) è non invasiva e uno degli interventi più utilizzati per diversi disturbi mentali (Lefaucheur et al., 2020). La rTMS utilizza un campo magnetico pulsato per alterare l’attività di specifici circuiti neurali attraverso l’induzione locale di una corrente elettrica nella corteccia cerebrale, inducendo una depolarizzazione neuronale (Barker, 1999).

 L’applicazione della rTMS per il trattamento di patologie psichiatriche ha mostrato risultati promettenti, soprattutto per i disturbi dell’umore e per i disturbi da uso di sostanze (SUD; Substance Use Disorder). Diverse meta-analisi hanno riscontrato ampi e consistenti miglioramenti dei sintomi depressivi tra i pazienti con disturbo depressivo maggiore e disturbo bipolare (Berlim et al., 2014; Brunoni et al., 2017; Couturier, 2005; McGirr et al., 2016). Allo stesso modo, un numero crescente di evidenze empiriche ha dimostrato l’efficacia della rTMS nel ridurre il craving e i comportamenti legati all’uso di sostanze tra i soggetti affetti da disturbi da uso di sostanze (Zhang et al., 2019). Partendo da queste evidenze, la rTMS è stata introdotta come trattamento alternativo per lo spettro dei disturbi alimentari. L’applicazione clinica di queste procedure tra i disturbi alimentari si basa sull’ipotesi che le caratteristiche disadattive fondamentali di queste condizioni possano essere spiegate da un alterato equilibrio tra i meccanismi neurali legati ai sistemi di ricompensa e di controllo cognitivo/inibitorio (O’Hara et al., 2015; Wierenga et al., 2014).

Lo studio descritto ha cercato quindi di approfondire le ricerche presenti sull’efficacia della rTMS per il trattamento dei disturbi alimentari utilizzando un approccio meta-analitico.

Stimolazione magnetica transcranica ripetitiva e disturbi alimentari

Coerentemente con le ipotesi dello studio, le procedure meta-analitiche hanno mostrato che la rTMS aveva grandi effetti terapeutici nella riduzione del BMI (Body Mass Index) tra i soggetti affetti da obesità. Al contrario, la rTMS ha mostrato un impatto nullo sui miglioramenti del BMI tra i soggetti con anoressia.

Questi risultati potrebbero supportare provvisoriamente l’affermazione che la rTMS dovrebbe essere effettuata specificamente per il trattamento dei pazienti con obesità, piuttosto che per gli altri disturbi alimentari. In particolare, è possibile che le abbuffate e altri comportamenti compensatori tra queste condizioni riflettano altre caratteristiche fondamentali dei disturbi, come l’ipercontrollo cognitivo (King et al., 2019) e l’inflessibilità cognitiva (Roberts et al., 2007), che potrebbero essere insensibili alle procedure di rTMS. Contrariamente ai risultati primari, la rTMS sembra mostrare effetti terapeutici significativi e moderati nella riduzione dell’affettività negativa. Questo risultato è parzialmente coerente con i risultati di precedenti meta-analisi che hanno dimostrato impatti clinicamente significativi della rTMS nel trattamento dei sintomi depressivi (Berlim et al., 2014; Gross et al., 2007; Teng et al., 2017). Pertanto, le procedure di rTMS dovrebbero essere considerate un intervento accessorio per il trattamento di anoressia, bulimia e disturbi alimentari non altrimenti specificati, con effetti modesti sul miglioramento del funzionamento affettivo. Al contrario, la rTMS sembra migliorare ampiamente l’affettività negativa dei soggetti affetti da obesità, anche se questa considerazione si basa su un solo studio (Alvarado-Reynoso & Ambriz-Tututi, 2019). Considerando questo dato e i risultati legati agli effetti della rTMS sulla riduzione del BMI, è possibile concludere provvisoriamente che queste procedure sono promettenti per il trattamento dell’obesità e, probabilmente, anche per i pazienti con binge eating disorder, come riportato da un singolo caso di studio (Baczynski et al., 2014). Tuttavia, sono necessari futuri studi randomizzati e controllati per supportare ulteriormente questa ipotesi, soprattutto per quanto riguarda i soggetti affetti da binge eating disorder.

La formulazione del caso in terapia cognitivo comportamentale – Podcast State of Mind

È online l’episodio del Podcast di State of Mind dal titolo “La formulazione del caso in terapia cognitivo comportamentale – Presentazione del Libro”.

 

State of Mind, in collaborazione con Centro Clinico Studi Cognitivi Rimini, ha realizzato “I giovedì dell’approfondimento”, un ciclo di incontri online gratuiti di divulgazione rivolti al pubblico.

La formulazione condivisa del caso è un intervento classico del repertorio psicoterapeutico cognitivo comportamentale. Sebbene sempre considerata importante, il suo approfondimento teorico è stato tuttavia sottovalutato rischiando di ridurla ad accorgimento tecnico. La condivisione della formulazione del caso è strettamente innestata ai principi teorici dell’analisi funzionale dei comportamenti disadattivi e alla possibilità di intervenire ristrutturando in collaborazione consapevole con il paziente gli stati mentali disfunzionali. Il libro approfondisce le implicazioni teoriche e cliniche della formulazione condivisa del caso nelle terapie cognitivo comportamentali (cognitive behavioural therapy, CBT), definendola come il principale strumento operativo degli approcci CBT con cui il terapeuta gestisce l’intero processo psicoterapeutico.

Nell’episodio è illustrato il rapporto tra formulazione condivisa del caso, interventi specifici del trattamento cognitivo comportamentale e fattori aspecifici, tra cui alleanza e relazione terapeutica.

Disponibile anche sulle principali piattaforme:

 

 

Utilizzo della Dialectical Behavior Therapy nel trattamento del disturbo borderline di personalità

La terapia dialettico comportamentale ha l’obiettivo di aiutare i pazienti borderline a sviluppare skills fondamentali per far fronte a difficoltà e cambiamenti della vita quotidiana.

 

Il disturbo borderline di personalità

 Il disturbo borderline di personalità (BPD) è definito dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali come “Un pattern pervasivo di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore, e una marcata impulsività, che inizia entro la prima età adulta ed è presente in svariati contesti”. Frequentemente, le persone aventi questo disturbo, mostrano alti livelli di impulsività, che può degenerare fino alla messa in atto di comportamenti violenti, autolesivi e suicidari (Shaikh et al., 2017).

Inoltre, il disturbo borderline si presenta spesso in comorbilità con altri disturbi, come i disturbi d’ansia e dell’umore, e purtroppo la compresenza di queste condizioni aggrava la probabilità di rischio suicidario (Tomko et al., 2014). Infatti, tra le persone con disturbo borderline di personalità, la prevalenza di tentato suicidio stimata nell’arco della vita è del 60%-70% e dell’8%-10% per i suicidi portati a termine (Basheer, 2018). È proprio questa tendenza all’autolesionismo e al suicidio, a portare le persone con questo disturbo a frequente contatto con il sistema sanitario, a causa della frequenza con cui vengono ospedalizzati in condizioni di emergenza; proprio questo fattore rischia di diventare, di per sé, un meccanismo di coping che va a mantenere e rinforzare i comportamenti suicidari (Mehlum, 2009).

Trattare il disturbo borderline di personalità

Molteplici trattamenti sono risultati efficaci nel trattamento del disturbo borderline di personalità, come per esempio la terapia dialettico comportamentale (DBT), la terapia basata sulla mentalizzazione, la psicoterapia focalizzata sul transfert e la schema therapy; tra i trattamenti appena citati, la terapia dialettico comportamentale è quella con maggiori evidenze scientifiche che ne supportano l’efficacia per quanto riguarda il trattamento del disturbo borderline di personalità (Basheer, 2018).

 La terapia dialettico comportamentale è un trattamento di stampo cognitivo comportamentale, sviluppato da Marsha Linehan, specifico per pazienti borderline (Linehan, 1993). All’interno della concettualizzazione della Linehan i sintomi del disturbo borderline di personalità si correlano a una carenza di skills necessarie per fronteggiare e gestire l’instabilità emotiva, comportamentale, cognitiva e relazionale, dovuta a predisposizioni sia genetiche che a fattori ambientali. Proprio per questo, la terapia dialettico comportamentale ha l’obiettivo di aiutare i pazienti borderline a sviluppare skills fondamentali per far fronte a difficoltà e cambiamenti della vita quotidiana. Nello specifico la dialectical behavior therapy skills training (DBT-ST) si articola in quattro moduli: abilità di mindfulness nucleari, regolazione emotiva, tolleranza alla frustrazione ed efficacia interpersonale (Linehan, 2015).

Lo skills training della terapia dialettico comportamentale

Uno studio del 2021 di Heerebrand e colleghe ha valutato l’efficacia della terapia dialettico comportamentale, nello specifico quella ideata per lo Skills Training di gruppo, definita DBT-ST, in un campione composto da 114 persone (105 donne e 9 uomini), di età compresa tra i 19 e i 63 anni, le quali erano state reclutate per partecipare a un training di gruppo DBT-ST, attraverso la Eastern Community Mental Health Service (ECMHS) per la durata di 18-20 settimane. È importante sottolineare che, oltre alla partecipazione al gruppo di skills training, i partecipanti hanno proseguito in concomitanza la cura farmacologica prescritta loro in precedenza. L’intento dello studio in questione era quello di valutare la presenza e gravità dei sintomi del disturbo borderline di personalità, tra cui distress psicologico, depressione, tasso di ricoveri di emergenza in strutture sanitarie e giorni di ospedalizzazione in psichiatria. I risultati di questo studio hanno evidenziato che, al completamento della DBT-ST, i partecipanti hanno mostrato una riduzione dei sintomi del disturbo borderline di personalità, del distress psicologico e dei sintomi depressivi; inoltre, anche il tasso di ricoveri di emergenza è risultato notevolmente ridotto. In conclusione, le autrici hanno comprovato l’efficacia della terapia dialettico comportamentale con focus sullo skills training, per pazienti affetti da disturbo borderline di personalità.

 

La vita è altrove: una exit strategy tramite la passion economy e la YOLO economy

La strategia della Passion Economy parte da un’autoanalisi all’interno della propria sfera interiore, volta a scoprire le passioni da cui muovere per intraprendere un’attività lavorativa. Conoscere se stessi è un elemento fondante di una strategia potenziale.

 

Introduzione

 L’Era digitale sottesa da Gafam (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft) fornisce un surplus concettuale ed empirico all’Economia della passione –niente a che fare con l’Economia della felicità, naturalmente!–, che vede tra i principali ideatori Adam Davidson (2020). La digitalizzazione del mondo sociale, che porta con sé mutazioni e viralizzazioni anche nella sfera delle preferenze individuali, rafforza peraltro la visione imperniata sullo YOLO (“You Live Only Once”, teorizzata dall’editorialista di tecnologia Kevin Roose) e una congiunzione fondazionale tra Economia della passione ed Economia YOLO (cfr. The New York Times, 2021, Welcome to the Yolo Economy).

Entrambe sono connotate dai prismatici riflessi della forte contaminazione disciplinare.

Le due teorie trovano robusta legittimazione nel progetto sul Benessere equo e sostenibile (Bes), nato nel 2010 con l’obiettivo di valutare il progresso della collettività non solo sotto il profilo economico, ma anche sociale e ambientale. A tal fine, i tradizionali indicatori economici –primo dei quali il Prodotto Interno Lordo– sono stati integrati da misure relative alla qualità della vita e dell’ambiente (cfr. Rapporto Istat sul Bes). Anche casi di studio corroborano l’evidenza delle due teorie: ad esempio, la situazione del Regno Unito dopo la Brexit e quella dell’Italia con le opportunità offerte dal PNRR (per un approfondimento, si rinvia a Money.it, 2021, Economia YOLO e impatto sul mondo del lavoro). In più, le tante circostanze che affollano i nostri tempi hanno preparato il terreno al consolidarsi di entrambe le branche dell’Economia. Sembrerebbe un’aporia logica che tali circostanze negative che abitano attualmente il nostro vissuto, con le molte incertezze e paure che si trascinano dietro, anziché a un ripiegamento su se stessi portino a sfidarci, persino a costo di abbandonare i nostri abituali ancoraggi e routine, per avventurarci altrove e sperimentare altro. Tuttavia, sotto il profilo psicologico, viene notato come la mente produca una molteplicità di idee per allenare la propria creatività e trovare nuove soluzioni da mettere in campo in situazioni avverse (Albano, 2022). E, come la pandemia ci ha insegnato e Roose ha teorizzato, poiché si vive una volta sola, tanto vale buttarsi nell’avventura fin da subito, senza perdere altri pezzi di vita, accettandone il rischio. A tutto ciò si aggiunge il dilagante malessere del burnout, collegato a un’opprimente sensazione di grave e prolungato stress sul lavoro. Il meccanismo di difesa stilizzato si fonda su una presa di distanza e straniamento verso l’attuale attività lavorativa, con la mancanza di interesse per quanto prima motivava e coinvolgeva. Si diventa insensibili al contesto lavorativo e si cercano vie di fuga per sopravvivere (Campi, 2022).

Alla luce di tali argomenti, non possiamo rubricare in modo riduttivo le due teorie economiche come un’ennesima trovata nerd o un divertissement mondan-culturale. Oltre all’aspettativa YOLO di nuovi stili e migliore qualità di vita, prospettive fondative che mettono a fattor comune le due teorie, sono una nuova percezione del lavoro all’interno del dominio del vivere e del Sè. O, in altri termini, sottostante a entrambe le teorie c’è l’idea dell’interiorità intesa come risorsa, anche di natura economico-produttiva.

Su tale solco, appare rilevante aggiungere che entrambe le teorie richiedono una importante premessa di carattere filosofico: il desiderio di “Ritornare in sé” (Merlini, 2022).

E questo in controtendenza ad alcuni scenari fattuali:

  • la nostra spazio-temporalità schizotipica, che mostra la nostra incapacità di resistere alla tentazione dalla fuga da sé (Merlini, 2022) e che, quando esasperata, può collassare nella sindrome FOMO (Fear of Missing Out).
  • alcuni fenomeni sociali esprimibili con metafore esegetiche quali: a) la “sindrome della papera” (ispirazione scenografica che anima il desiderio narcisistico dell’individuo di proporre una lusinghiera immagine di sé al mondo, ma contemporaneamente non consentendo al mondo stesso uno sguardo panottico su di lui/lei); b) il correlato bias “del pavone” (vale a dire la sconfitta di tale allegoria). Si allude all’occultamento, generalmente via social, dell’enorme sforzo psicologico e il dispendio di energie richiesti dallo sciorinare solo la crème de la crème della propria vita. Alcuni, soprattutto fra i Millenials e la Generazione Z, ne soccombono.
  • certi orientamenti nel campo dell’intelligenza artificiale “forte” e “generale”, c.d. IAG (Intelligenza Artificiale Generale). In particolare, lo scienziato dei computer e transumanista, Ray Kurzweil, predice persino “la mente fuori dal proprio corpo” (La mente fuori dal corpo). Di simili posizioni un altro transumanista, il neuroscienziato Henrik Ehrsson (Lasceremo il nostro corpo) e il futurologo Anders Sandberg (Come saranno gli esseri umani tra un milione di anni). Inoltre, appare doveroso citare Caronia –considerato il più autorevole teorico italiano dell’universo cyber– con il suo volume (2020) “Dal cyborg al postumano. Biopolitica del corpo artificiale”.

Pur consapevoli dei forti sospetti –dalle gravide conseguenze distopiche (cyberpunk)– sollevati sull’infosfera digitale, il presente lavoro rimane circoscritto all’ambito dell’ottimismo tecnologico (postcyberpunk).

Infine, esso adotta un approccio microeconomico, basato sull’agente economico (consumatore e imprenditore) e sul mercato di un bene/servizio (nello specifico, l’output “passion-based”).

Economia della passione ed Economia YOLO, ovvero tecniche di “ritorno a sé”

Il dipanarsi dell’Era digitale attraverso strumentazioni sempre più sofisticate ha prodotto una rivoluzione culturale, un mutamento nei modelli economici e nei principi ispiratori del diritto, nonché nella struttura etico-valoriale delle società.

Nel presente studio, il mercato del lavoro viene interpretato come il fil rouge che attraversa in qualche modo tutti questi ambiti e le cui recenti evoluzioni –in primis, gli sconvolgimenti originati dal lavoro asincrono e da remoto– sono i fattori che stigmatizzano le due teorie economiche in esame. Innovazioni, quelle sul mercato del lavoro, che hanno innalzato le aspettative di una migliore allocazione tra tempo dedicato al lavoro e tempo libero, di reinventarsi, di concretizzare le proprie passioni, creatività ed esperienze in beni e servizi da proporre sul mercato; di non identificare più il lavoro con la propria vita ma –in esatta controtendenza– trasportare la propria esperienza di vita nel lavoro.

Rifacendoci a esempi recenti, il bot ChatGPT (Generative Pretrained Transformer) si rivela un ottimo assistente (anche a blogger e giornalisti) per i lavori creativi: le sue conoscenze matematiche lo mettono in grado di comporre musica, brani e poesie ispirandosi a quanto assimilato dal web. Inoltre, si cita il gruppo pop sud-coreano, Eternity, costituito da soggetti digitali la cui tecnologia consente loro di muovere corpo e viso in modo affatto verosimigliante a quello umano. Grazie a questi strumenti digitali sempre più diffusi, si amplia la cassetta degli attrezzi da cui la creatività può attingere, ottenendo anche riconoscimenti economici sul mercato. E c’è di più: il lato dell’offerta in tale mercato si accresce poiché accessibile a nuovi attori che intendono tutelare la propria vita privata ovvero soffrono di disabilità o problemi di altra natura che minano l’opportunità di esporsi in pubblico.

La passione, la creatività, i beni esperienziali nell’Era digitale si arricchiscono così di nuovi rivoli che affluiscono nel mercato.

Widget Economy vs. Passion Economy

Il concetto di “Widget Economy” è stato introdotto da Davidson (2020) per contrapporre gli schemi che hanno prevalso fino al XX secolo quali indicatori di performance del lavoratore rispetto alle metriche più recenti. Sottesa alla Widget Economy vi è la scelta dicotomica con cui l’individuo si confronta. La prima alternativa di tale dicotomia consiste nel perseguire gli obiettivi economici, la stabilità, la routinizzazione della propria esistenza piegandola all’imperativo di identificare la propria vita con l’attività lavorativa e adattando entrambe (vita e lavoro) a metriche esterne che rappresentano il corollario di tale identificazione: la produttività, il successo sul lavoro, la conseguente ascesa sociale e tutti gli altri parametri correlati, funzionali allo sviluppo socio-economico di una collettività. L’alternativa a tale scelta rinvia a una vita in cui si prioritizzano le proprie passioni, l’espressione personale, le preferenze genuine a scapito dell’attività lavorativa e di tutto ciò che ne segue.

Con la Passion Economy, la dicotomia e la polarizzazione “segui i soldi/segui le passioni” –fondanti nella Widget Economy– si scardinano e le due scelte (esistenziali) non appaiono più irrelate e incompatibili. Lo iato che ha dato discontinuità alle due prospettive è venuto a determinarsi per due fenomeni: i progressi tecnologici e la globalizzazione, entrambi con il loro impatto sul mercato del lavoro (sostituzione uomo-macchina, delocalizzazione delle attività nei paesi a più bassi salari).

La nozione stessa di “strategia” cambia e si complica con la Passion Economy: per il lavoratore che diventa imprenditore di se stesso sul mercato non è più sufficiente una strategia ottimizzante (data la disponibilità di risorse) volta alla massimizzazione dei profitti. La strategia è più articolata e segue un percorso più lungo perché parte da un’autoanalisi all’interno della propria sfera interiore, volta a scoprire le passioni da cui muovere per intraprendere un’attività lavorativa. Conoscere se stessi è un elemento fondante di una strategia potenziale.

La passione è l’input intangibile che costituisce il valore aggiunto del bene/servizio oggetto della propria creazione da proporre al mercato. Il bene/servizio, di conseguenza, appartiene alla categoria dei “beni esperienziali” che raccontano del proprio ideatore e della sua storia.

 Ma, mantenendo i piedi per terra, la passione deve essere unita all’abilità e alla competenza affinchè acquisisca un valore di mercato; inoltre, deve essere canalizzata sul mercato secondo regole ben precise. In primo luogo, il nuovo stereotipo di lavoratore dell’Economia della passione non deve aspirare a vendere grandi volumi della propria creazione. Diversamente, le grandi imprese diventerebbero forti competitor grazie alle economie di scala di cui si avvalgono, che butterebbero fuori mercato il nuovo agente economico “imprenditore-creatore”. Abbandonare il mercato significa incorrere in “sunk cost”, cioè costi non recuperabili in quanto l’attività – proprio per le sue peculiarità soggettive– non è verosimilmente spendibile in un altro mercato di beni/servizi. Per evitare tale rischio, il lavoratore della Passion Economy deve porsi all’interno di una nicchia di mercato: cioè, creare un bene/servizio di nicchia, anziché produrre su vasta scala. La passione, unita a capacità e competenza, costituisce una barriera all’entrata nella sua nicchia di mercato da parte della potenziale concorrenza.

Ancorché con le sue peculiarità, questa nuova teoria economica mutua ulteriori importanti concetti microfondati.

Guardando all’interazione tra lato dell’offerta e lato della domanda, in primis l’offerta potenziale delle proprie creazioni di nicchia deve individuare con sufficiente precisione il segmento della domanda a cui rivolgersi, cioè la classe dei potenziali consumatori.

In questo, oggi –nell’Era digitale– i social assolvono una funzione dirimente.

Individuato il contesto in cui vendere l’output, a cascata si possono individuare i potenziali competitor. Infatti, sebbene il proprio prodotto sia unico, nondimeno il consumatore si avvarrà di termini di paragone, punti di riferimento, esperienze personali o narrate, ecc. Dispone degli strumenti per un accesso facile e veloce alle informazioni necessarie per il suo decision-making. Concentrarsi sui feedback raccolti da tale platea è un fattore cruciale per eventuali aggiustamenti della strategia imprenditoriale e per la fidelizzazione dei clienti.

Altra variabile fondante all’interno di questa interazione è naturalmente il prezzo. E quanto più tale interazione è stretta (“passion-based relationship”) – esplicativa anche delle qualità e caratteristiche non osservabili del prodotto, e quindi del suo valore intrinseco– tanto più preciso sarà il livello del prezzo da fissare per l’output “passion-based”. Deve trattarsi, quindi, di una interazione col cliente molto personalizzata, time-consuming e duratura nel tempo. Costruirsi una reputazione è un percorso sempre molto complesso e demanding. Allora, ecco che la natura del bene stesso diventa più articolato: l’output “passion-based” è un “bene esperienziale e reputazionale”. Proprio queste caratteristiche connotano anche l’elasticità della domanda rispetto al prezzo, vale a dire la reazione dei consumatori rispetto a un aumento di prezzo. È plausibile che si tratti di una elasticità molto bassa, che sottende una domanda scarsamente reattiva alle variazioni dei prezzi.

Questo spiega anche un’altra variabile della strategia: a una platea vasta e indifferenziata è da preferire quella più ristretta degli amatori appassionati. Insomma, pochi ma buoni… purché i criteri economici vengano rispettati, … altrimenti bye bye sognatore!

Conclusioni

Generalmente, la nostra esistenza viene da noi stessi trasformata in un’architettura di evitamento e nascondimento. Ma, a volte, sono alcuni cambiamenti profondi dell’ambiente circostante –come quelli attualmente esperiti– a richiamarci a un ritorno a sé, all’urgenza di anteporre la nostra sfera interiore, trascurata, denegata e tanto gelosamente occultata in primis a noi stessi.

Le stesse circostanze, pervase di incertezza e paura, si prestano a una loro lettura “amichevole” col tenderci empaticamente una mano dotata di escamotage che agevolano il nostro “ritorno a casa” e una seguente esternalizzazione del sè rielaborato.

In questo articolo, tale esternalizzazione e tali escamotage vengono allocati sul mercato del lavoro. Certo, tale scelta rischia di apparire riduttiva rispetto alle nostre rinnovate esigenze esistenziali, ma lo diventa molto meno riflettendo su quanto della nostra esistenza occupi lo spazio lavorativo –“spazio” inteso in senso multidimensionale (affanni, competizione, costi-opportunità, allocazione del nostro tempo, i nostri obiettivi e scala di valori, climax culturale e metriche esterne di valutazione del prossimo, mismatch tra domanda e offerta di lavoro, livelli retributivi, ecc.).

Sempre in chiave di escamotage, la crisi sanitaria ha contribuito al proliferare di piattaforme digitali e software avanzati, cui gli agenti economici possono attingere per percepire un reddito secondo modalità che mettono in risalto, anziché mercificare, la loro individualità. Ed ecco che riemerge l’idea di un ritorno a sé e una successiva esternalizzazione rielaborata del sè.

Ma, si sa, ogni escamotage ha anche dei contraltari. E proprio quando questa nuova fluidità del mercato va a coniugarsi con il mondo virtuale, ecco che sorgono problematiche di non poco momento. Ne citiamo alcune. Malgrado i forti progressi nella diffusione e nella democratizzazione della digitalizzazione in tempo di pandemia e con il lavoro da remoto, nondimeno permangono gap creati dal digital divide in ragione dell’età, del genere, dell’ambiente socio-economico, dell’area geografica (anche a livello globale). La possibilità di cambiare le scelte lavorative assecondando la propria sfera interiore, il sistema di preferenze soggettive e le volizioni nei nuovi contesti tecnologici, può costituire un bene di lusso, in quanto non accessibile a tutti. Corollario è che tali opportunità rischiano di assumere natura regressiva, sotto il profilo redistributivo, cioè a scapito delle classi socio-economiche più basse. E, allora, le trasformazioni in atto rischiano di collassare in nicchie elitarie? A contrastare questa pericolosa deriva concorre oggi la nozione di “open source” secondo un approccio di natura filosofica: l’open source rappresenta una nuova concezione della vita che contrasta qualsiasi appannaggio esclusivo grazie alla condivisione della conoscenza.

Ulteriori difficoltà sorgono a livello manageriale, in quanto i progressi nella digitalizzazione delle attività all’interno di un organismo esigono nuove procedure, revisione/creazione di ruoli, funzioni, competenze e nuove mentalità che inevitabilmente rallentano gli stessi processi di innovazione (Manzocchi e Romano, 2022).

Ci sono poi le questioni legate al piano etico e a quello giuridico in un campo che, com’è noto, soffre ancora di lacune nella regolamentazione a tutela della sfera dei diritti fondamentali dell’individuo (in primis, dignità e privacy), contro i pregiudizi del software (tipicamente di genere e razziale) e contro il cybercrime –ancorché siano stati compiuti significativi progressi anche a livello UE, soprattutto sul piano della soft law (Severino, 2022). Reinventarsi nel lavoro e diventare imprenditori di se stessi sono aspettative lusinghiere, determinano esternalità positive e, quindi, costituiscono un miglioramento del bene collettivo a condizione però che non prevarichino e minino gli spazi di prossimità.

Esperienze Avverse dell’Infanzia (ACE) e Pensiero Ripetitivo Negativo (RNT) in età adulta: una revisione sistematica

Alcune ricerche hanno ipotizzato e dimostrato che la tendenza al pensiero ripetitivo negativo (RNT) sia più comune e più probabile tra gli adulti che sono stati esposti a esperienze infantili avverse (ACE – Childhood adverse experiences) (Gold & Wegner, 1995; Sarin & Nolen-Hoeksema, 2010; Spasojevic & Alloy, 2002). 

 

Adverse Childhood Experiences – ACE: cosa sono le esperienze avverse dell’infanzia?

Per esperienze avverse dell’infanzia (Adverse Childhood Experiences – ACE) si intendono tutte quelle esperienze traumatiche come abusi sessuali, fisici e/o emotivi, trascuratezza emotiva e fisica, nonché circostanze familiari avverse, quali ad esempio la perdita o la separazione precoce dai caregivers, che si sono verificate durante l’infanzia o l’adolescenza (Bernstein et al., 2003; Faravelli et al., 2014)

Gli individui che sono stati esposti ad esperienze avverse nell’infanzia, comunemente sono vissuti e cresciuti in contesti relazionali emotivamente inadeguati e deficitari al punto che i loro caregivers non sono stati in grado di supportarne adeguatamente lo sviluppo delle competenze e delle abilità di regolazione emotiva; alcuni studi evidenziano inoltre nei soggetti esposti a tali esperienze la maggiore tendenza verso il pensiero ripetitivo negativo (RNT) come strategia disfunzionale per far fronte alle emozioni negative (Linehan, 1993; Saarni, 1999; Sarin & Nolen-Hoeksema, 2010).

Pensiero Ripetitivo Negativo: cos’è?

In letteratura il termine Repetitive Negative Thinking (RNT) o pensiero ripetitivo negativo fa riferimento a a un processo cognitivo caratterizzato da una forma di pensiero ripetitivo, frequente e focalizzato sul sé, che include sia il rimuginio che la ruminazione (Segerstrom, Stanton, Alden, Shortridge, 2003; Ehring, Watkins, 2008; Watkins, 2008).

Il rimugino è definito come una catena di pensieri e immagini incontrollabili (Borkoveck et al., 1983). É un tentativo di problem-solving a livello mentale relativamente a problemi il cui esito è sconosciuto ma include la possibilità che possa essere negativo. Il rimuginio è costituito da una forma di pensiero ripetitivo di tipo verbale e astratto, privo di dettagli e seguito, in molti casi, dalla focalizzazione visiva di immagini relative ai possibili scenari ansiogeni. Il rimuginio è caratterizzato dalla ripetitività del pensiero; i pensieri, che si focalizzano su contenuti catastrofici di eventi che potrebbero manifestarsi in futuro, sono vissuti come incontrollabili e intrusivi.

La ruminazione è definita come pensieri che focalizzano ripetutamente l’attenzione su emozioni e sintomi negativi, sulle loro cause, significati e conseguenze (Nolen-Hoeksema & Morrow, 1991). La ruminazione è quindi un processo cognitivo caratterizzato da uno stile di pensiero disfunzionale e maladattivo che si focalizza principalmente sugli stati emotivi negativi interni e sulle loro conseguenze negative (Martino, Caselli, Ruggiero & Sassaroli, 2013). La ruminazione è una forma circolare di pensiero persistente, passivo, ripetitivo (Nolen-Hoeksema, 1991).

Il pensiero negativo ripetitivo può dar luogo a circoli viziosi di rimuginio e ruminazione aumentando il distress e favorendo l’esordio e il mantenimento di disturbi emotivi  (Repetti et al., 2002; Sarin & Nolen-Hoeksema, 2010; Spasojevic & Alloy, 2002).

Quale relazione tra pensiero ripetitivo negativo e esperienze avverse dell’infanzia

Partendo da tali presupposti, è stato ipotizzato che le forme di pensiero ripetitivo negativo possano rappresentare uno dei possibili meccanismi attraverso cui le esperienze avverse dell’infanzia possono portare a disturbi emotivi e a esiti clinici psicopatologici negativi in età adulta (Baer et al., 2012; Gold & Wegner, 1995; Sarin & Nolen-Hoeksema, 2010).

Lo studio di Mansueto e colleghi (2021) ha voluto approfondire tale tematica con l’obiettivo di effettuare una review sistematica degli studi pubblicati in letteratura che hanno indagato la relazione tra il pensiero ripetitivo negativo e le esperienze avverse in età infantile. 

La review, a seguito di specifici criteri di inclusione, ha incluso 18 studi che si sono occupati di questo tema, andando a includere attraverso PubMed e Ebsco studi scientifici pubblicati in lingua inglese utilizzando come parole chiave “childhood adversity/childhood abuse/childhood neglect/early loss event” AND “worry or rumination”. La review è stata svolta in accordo con il metodo Preferred Reporting Items for Systematic Reviews and Meta-Analyses (PRISMA).

Dai risultati della review è emerso che sia in popolazioni cliniche che in popolazioni non cliniche gli adulti che riferivano una storia di esperienze avverse dell’infanzia presentano modalità di pensiero ripetitivo negativo (rimuginio e ruminazione). In particolare, considerando le diverse forme di repetitive negative thinking, secondo alcuni studi la ruminazione in età adulta appare essere positivamente correlata a una storia infantile di abuso (emotivo, fisico e/o sessuale) e a esperienze di trascuratezza fisica ed emotiva (Conway et al., 2004; Ghazanfari et al., 2018; Sansone et al., 2013; Sarin & Nolen-Hoeksema, 2010; Spasojevi c & Alloy, 2002). Il rimuginio in età adulta presenta correlazioni positive statisticamente significative con esperienze di abuso in età infantile. Questi risultati sono in linea con altre evidenze in letteratura che supportano l’ipotesi che l’esposizione a esperienze infantili avverse possa facilitare il pensiero ripetitivo negativo in età adulta  (Gold & Wegner, 1995; Sarin & Nolen Hoeksema, 2010; Spasojevic & Alloy, 2002).

In uno degli studi inclusi nella review, che ha valutato pazienti con diagnosi di disturbo depressivo maggiore, la ruminazione è stata identificata come fattore di mediazione nella relazione tra esperienze di abuso e trascuratezza in età infantile e sintomi depressivi nell’età adulta (Ghazanfari et al., 2018). Similmente un altro studio su popolazione clinica ha dimostrato che in pazienti con esordio psicotico la ruminazione media la relazione tra esperienze infantili avverse e la recente ideazione suicidaria (Cui et al., 2019).

Considerando campioni non clinici, secondo lo studio di Zielinski e colleghi (2015) la ruminazione media la relazione tra abuso in età infantile e tratti di pesonalità borderline così come secondo altri studi la ruminazione sarebbe un fattore di mediazione nella relazione tra esperienze di abuso in età infantile e depressione in età adulta (O’Mahen et al., 2015; Raes & Hermans, 2008; Spasojevi c & Alloy, 2002). Infine, altri studi hanno identificato che la ruminazione è un fattore che media la relazione tra abuso emotivo infantile e sintomi post-traumatici da stress (Watts et al., 2020).

La review va a stimolare significative implicazioni anche a livello clinico. In primo luogo, appare fondamentale, in casi di individui adulti con storie di esperienze infantili avverse, porre attenzione ai pensieri negativi ripetitivi già a partire dalla raccolta anamnestica. In secondo luogo, in termini di piani terapeutici è necessario lavorare sulla riduzione del pensieri negativi ripetitivi in casi di adulti con che hanno vissuto esperienze avverse nell’infanzia (Watkins, 2008, Wells, 2011). Inoltre, in termini di ricerca, potrebbero essere utili ulteriori studi in futuro per indagare l’efficacia di queste terapie sulla sintomatologia clinica dei soggetti che hanno vissuto esperienze infantili avverse, così come altri studi che possano studiare la relazione tra Adverse Childhood Experiences e il pensiero ripetitivo negativo (RNT). 

 

Il concetto di transfert secondo Freud

Attraverso l’esperienza del transfert, il processo psicoanalitico riporta il paziente nel passato. Non importa chi sia l’analista, il transfert si basa esclusivamente sugli aspetti del paziente.

 

L’inconscio e le libere associazioni

 La tecnica delle libere associazioni viene ad un certo punto bloccata da certe resistenze del paziente: può capitare che il paziente si blocchi o che tenda a razionalizzare in maniera eccessiva quanto riportato in terapia.

Questo processo è ulteriormente complicato dal fatto che spesso queste resistenze si presentano nel corso del trattamento perché il paziente trasferisce sull’analista desideri, fantasie, ansie e difese derivati dalla relazione con le figure significative. Di solito sono le relazioni con i genitori nella prima infanzia che vengono rivissute nella relazione terapeutica (una sorta di riedizione di un’antica relazione oggettuale, di un’antica nevrosi infantile).

Ad un certo punto del trattamento, il paziente rivive il conflitto, di cui ha fatto esperienza durante l’infanzia, attribuendo fantasie, desideri e ansie non più al genitore ma alla figura dell’analista. L’inconscio infatti è caratterizzato da atemporalità: i contenuti psichici inconsci, cioè i desideri sessuali infantili rimossi, continuano ad essere rappresentati nella vita psichica in modo relativamente immodificato (immutati nel contenuto e nell’intensità) nonostante il passar del tempo.

Il transfert in psicoanalisi

Il compito dell’analisi è fondamentalmente un lavoro di memoria: raggiungere il più rapidamente possibile i ricordi, le fantasie, i desideri soggetti a rimozione. Questo percorso è interrotto dal repentino sviluppo da parte del paziente di sentimenti intensi per l’analista. L’analista diventa ad esempio un potenziale amante o nemico e il processo terapeutico perde importanza per l’analista.

Questa interferenza nel processo psicoanalitico prende il nome di transfert. Questi sentimenti rappresentano l’emergere di sentimenti rimossi verso le figure dei genitori, spostati sulla figura dell’analista: una ripetizione di schemi relazionali esperiti nel passato. Attraverso l’interpretazione del transfert, il processo psicoanalitico promuove l’insight e la presa di coscienza dei contenuti psichici inconsci.

Attraverso l’esperienza del transfert, il processo psicoanalitico riporta il paziente nel passato. Non importa chi sia l’analista, il transfert si basa esclusivamente sugli aspetti del paziente. L’analista non fa altro che regolare i comandi della macchina del tempo per permettere al paziente di tornare nel passato.

 I desideri sessuali infantili rimossi riemergono in forma camuffata durante la terapia e diretti verso l’analista: una riedizione di un’antica relazione oggettuale. Il cambiamento è l’eliminazione della rimozione che avviene attraverso l’interpretazione del transfert che produce l’insight. L’obiettivo della psicoanalisi, difatti, è promuovere attraverso l’interpretazione del transfert l’insight, cioè la comprensione nel paziente, la presa di coscienza dei contenuti psichici inconsci. L’interpretazione dell’analista è il veicolo primario dell’azione terapeutica in quanto porta alla presa di coscienza.

Le tipologie di transfert

Esistono due tipi di transfert:

  • transfert positivo: il paziente prova fiducia, stima e affetto per l’analista. Questi sentimenti lo aiutano ad impegnarsi a seguire la regola fondamentale della psicoanalisi; il metodo del trattamento psicoanalitico al fine di far riemergere alla coscienza i contenuti psichici inconsci e permettere la scarica dell’affetto incapsulato e il processo di correzione associativa è il metodo delle associazioni libere, connesso alla regola fondamentale della psicoanalisi: dire tutto quel che viene in mente per quanto possa apparire imbarazzante, inadeguato o inopportuno. La psicoanalisi arriva al successo perché è una cura attraverso l’amore del paziente verso l’analista, inteso come fiducia e affetto, e quindi impegno a seguire la regola fondamentale della psicoanalisi.
  • transfert negativo: il paziente rivive le componenti conflittuali vissute nell’infanzia nelle relazioni con le figure significative. Nonostante in un primo momento il transfert negativo blocchi l’adeguata produzione di libere associazioni e il dare affetto e fiducia all’analista, l’analisi e l’interpretazione del conflitto nel presente risultano necessarie per la cura: in un secondo momento, quindi, il transfert negativo si rivela utile ai fini terapeutici, in quanto permette all’analista di interpretare il conflitto interno del paziente nel qui e nell’ora (essendo l’inconscio caratterizzato da atemporalità, il conflitto rivissuto, riedito dal paziente nel trattamento, ha le stesse caratteristiche di quello vissuto nella prima infanzia).

 

Come la psicologia può aiutarti nella ricerca di un lavoro

La ricerca di un nuovo lavoro può spaventare e creare ansia, ma è anche vero che grazie ad alcune semplici conoscenze di psicologia umana può diventare meno ostica, e soprattutto può portare a ottimi risultati in termini di assunzione e seria presa in considerazione.

 

Vediamo alcuni consigli di cui fare tesoro quando si cerca un lavoro in Italia o all’estero, direttamente dal mondo della psicologia.

Empatia: informarsi bene riguardo all’azienda

L’empatia è forse la chiave di volta più importante assieme alle competenze. Quando si parla di empatia riguardo ad un’azienda, significa informarsi su ciò che questa vuole rappresentare nel suo settore. Leggere la sua storia, la sua vision e mission, assicurandosi di cercare su diverse piattaforme e non solo sul sito web, per vedere anche i diversi approcci e toni di voce (LinkedIn, Instagram, Twitter, etc).

Si deve cercare di comprendere i loro obiettivi e aspirazioni, così da poter dimostrare di essere il miglior candidato per la loro realtà. Anche ascoltare attentamente ogni domanda e ogni cosa che dirà l’intervistatore durante il colloquio è importante, così da dimostrare di essere connessi e presenti, di saper gestire la realtà del momento con precisione e attenzione.

Focalizzarsi sui propri punti di forza

Il nostro sabotatore interiore non vede l’ora di uscire allo scoperto quando si tratta di essere messi alla prova e doversi proporre per un lavoro mostrando il meglio di sé e delle proprie abilità. Per questo si può giocare d’anticipo evitando di farlo uscire. Il modo migliore, in questo caso, è focalizzarsi sui propri punti di forza.

Quali sono i principali traguardi raggiunti? Qual è stata quella volta in cui ci saremmo complimentati con noi stessi per l’ottimo lavoro svolto o per aver avuto un’idea geniale? Queste e altre cose di questo tipo possono aiutare ad alzare l’autostima e a partire con il piede giusto. Senza credere in se stessi in prima persona sarà difficile convincere qualcun altro, del resto.

Preparare una storia dietro a ogni risposta

Per quanto le competenze personali possano essere radicate, per distinguersi davvero dagli altri candidati la differenza la potrà fare la propria storia unica. Ciò significa che all’interno di ogni risposta – o della maggior parte – è bene cercare di inserire qualcosa che si riferisca unicamente alla propria esperienza. Questo non riguarda solamente le esperienze nell’ambito lavorativo, ma di vita vera e propria che può rientrare nella vision del lavoro in questione.

Un episodio d’infanzia, un insegnamento recente, una skills acquisita in maniera bizzarra, e così via. Per non farsi trovare troppo impreparati, al di là della spontaneità è bene prepararsi già delle risposte di questo tipo.

Parlare con un tono di voce calmo e non acuto

A livello psicologico anche la voce è importante: un tono di voce calmo e non troppo alto contribuirà a condurre un’intervista lavorativa con una marcia in più, fornendo già un’impressione positiva all’intervistatore. L’ansia si insinua facilmente tra le parole, per questo ci si può allenare a casa facendo attenzione anche al proprio tono di voce e alla cadenza.

Cercare di non velocizzare troppo la narrazione, prendere respiro sufficiente tra una frase e l’altra, evitare risposte squillanti e concitate aiuterà a creare un clima ideale e favorevole.

Stabilire obiettivi e scadenze

A volte una ricerca di lavoro può sembrare interminabile quando non c’è un traguardo. Stabilire obiettivi e scadenze anche per quanto riguarda la ricerca di lavoro è un’ottima abitudine per imparare a orientarsi verso obiettivi più gestibili lungo il percorso.

Si possono stabilire obiettivi sia a lungo termine, per esempio annuali, che a breve termine, ovvero giornalieri, settimanali e del mese corrente. Tutto questo comprende l’aggiornamento delle competenze, del proprio curriculum e della lettera di presentazione.

Comprendere i limiti del sistema

Spesso non sarà mai chiaro quanti candidati si sono proposti per lo stesso lavoro, e in fin dei conti non importa. Prima di farsi prendere dal senso di ingiustizia delle cose, è bene prendere consapevolezza del fatto che il sistema della ricerca di lavoro è in buona parte non controllabile. Ci saranno sempre parti che non hanno senso o sembrano ingiuste.

Non si potrà sapere con certezza se riguardo a quell’offerta hanno aperto la nostra e-mail, se non ci hanno scelti perché non siamo abbastanza validi per la posizione o perché c’era un candidato raccomandato, e così via. Fattori casuali intervengono continuamente, dal figlio del capo che ottiene un lavoro di prima qualità all’annullamento di un posto di lavoro a causa di un’emergenza fiscale.

Concentrandosi sul quadro più ampio, l’importante è continuare a candidarsi tenendo il dovuto distacco dalle possibili ipotesi che stanno dietro al silenzio o al rifiuto, consapevoli del proprio valore.

Per concludere

La psicologia non è un’utopia, e può essere davvero utile anche nella ricerca di un nuovo lavoro. Mettendo sempre più in pratica questi consigli e facendoli diventare abitudini, sarà di volta in volta tutto più semplice.

 

Ogni ricordo merita rispetto. EMDR la terapia per guarire dal trauma (2022) – Recensione

Ogni ricordo merita rispetto è un libro interessante che ha la particolarità di una doppia narrazione: da parte del paziente che ha effettuato un percorso di terapia EMDR e ci racconta la sua storia nonché il processo di guarigione, e da parte della psicoterapeuta, l’autrice Deborah Korn, che offre spunti di riflessione teorici e indicazioni tecniche. 

 

 Per quanto riguarda gli aspetti teorici ritroviamo alcune nozioni fondamentali per poter lavorare con pazienti che hanno vissuto traumi “con la t minuscola e con la T maiuscola”. Per iniziare, ci chiarifica cos’è un trauma, definendolo come “qualunque esperienza che sia percepita come soverchiante, che scateni emozioni negative forti o che implichi un senso di impotenza e intensa vulnerabilità”: da ciò deriva che non è traumatico solo ciò che mina alla nostra vita o alla nostra sicurezza fisica, ma anche rifiuti, umiliazioni, fallimenti, abbandoni. L’autrice prosegue spiegandoci cosa avviene nella mente, nel corpo e nel comportamento dopo un evento traumatico o altamente stressante; cos’è il trauma interpersonale complesso e il concetto di finestra di tolleranza. Viene spiegato accuratamente anche il meccanismo di azione e le varie fasi del trattamento EMDR.

 La Korn riporta tante situazioni di reazioni disfunzionali, come il non riuscire a prendersi cura di sé, a porre dei confini, a riconoscere la propria paura, spiegandone sia il meccanismo di funzionamento che facendo degli esempi tratti dalle storie dei suoi pazienti.

Il libro ci porta, passo passo, a comprendere le grandi potenzialità dell’EMDR, che non permette solo di lasciare andare i momenti difficili –o terribili– del passato, ma altresì di affrontare meglio il presente e poter guardare al futuro con nuove progettualità e slancio vitale.

È un testo utile per le persone che vorrebbero iniziare un percorso di elaborazione dei traumi vissuti, per sentirsi meno soli e comprendere che ci possono essere buone possibilità di sanare le proprie cicatrici e riappropriarsi della propria vita. Utile altresì per i terapeuti che vogliono avvicinarsi al modello della terapia EMDR e per chi conosce già questo approccio e vuole approfondire gli elementi neurofisiologici e procedurali.

Chi è Mercoledì Addams? Analisi psicologica della protagonista della nuova serie tv Netflix

La nuova serie tv Netflix nasconde, nelle sue vicende magiche e oscure, importanti spunti di riflessione sulla psicologia della sua protagonista. Ma chi è davvero Mercoledì Addams? Cerchiamo di capirlo insieme, ripercorrendo alcune delle sue peculiarità emotivo-relazionali e di personalità.

Attenzione! L’articolo può contenere spoiler!

La trama

 Il famoso personaggio di Mercoledì Addams, originariamente ideato da Charles Addams (1912-1988), prende nuova vita nella recente serie tv “Wednesday”, targata Netflix e coprodotta da Tim Burton. Mercoledì Addams, una giovane sedicenne figlia di Morticia e Gomez, è la solitaria e problematica protagonista che, dopo un incidente scolastico, viene costretta dai genitori a trasferirsi nell’ennesima scuola: la Nevermore Academy, un istituto superiore ideato per i “reietti” cioè coloro che hanno difficoltà ad integrarsi nella società a causa delle loro peculiarità. Nella scuola sono infatti presenti licantropi, sirene, gorgoni e personaggi dotati di poteri magici. È proprio qui che la giovane Mercoledì dovrà affrontare il difficile inserimento scolastico e in parallelo, una serie di vicende misteriose legate ad omicidi che avvengono nella zona.

Questa trama fornisce perlopiù il contesto chiave in cui viene presentato il vero cuore della serie e cioè seguire il viaggio psicologico della protagonista. Infatti, Mercoledì, seppur nella sua peculiarità, mostra alcune delle complesse ma tipiche sfide di sviluppo dell’età adolescenziale: l’ambivalenza tra il desiderio di indipendenza e il bisogno di protezione dei suoi genitori, i conflitti familiari e la difficoltà nell’accettazione di sé e nell’essere accettata dai coetanei nella sua diversità. La giovane Addams sembrerebbe incarnare in sé la lotta interiore di molti adolescenti, alla costante ricerca del proprio posto nel mondo.

Conosciamo meglio Mercoledì Addams: com’è questa giovane adolescente?

Mercoledì Addams appartiene ad un nucleo familiare che presenta certamente le sue peculiarità e che ben si allontana da una “tipica” o “sana” educazione familiare. I suoi genitori appaiono bizzarri, tetri, con un aspetto gotico e con un interesse particolare per le arti oscure e la morte. Avendo questi modelli con cui confrontarsi, forse è più facile comprendere alcune delle caratteristiche distintive della ragazza.

Mercoledì appare come una ragazza fredda, seria, malinconica, a tratti inquietante, dotata di grande intelligenza. È un’adolescente con gusti e interessi strani e macabri (come fare autopsie su animali morti) ed è molto appassionata di letteratura (scrive libri) e di musica (suona il violoncello). Con il suo modo di essere e di apparire in bianco e nero, è il simbolo della diversità e dell’auto-accettazione sincera: traspare sempre un forte messaggio di accettazione di sé stessi per come si è realmente. Molto evidente è la sua anti-convenzionalità: è fuori dagli schemi e lotta, ribellandosi, contro il sistema per difendere la propria idea di società, con l’obiettivo di apportare migliorie a quest’ultima. Questa anti-convenzionalità è anche caratterizzante del contesto scolastico in cui è inserita la protagonista, ma con lei è ancora più spiccata: anche se posta in un gruppo di coetanei bizzarri e anticonvenzionali, la Addams è la strana tra gli strani, un’emarginata tra gli emarginati, tanto che anche la sua divisa ha un colore diverso rispetto a quella dei compagni. Il suo essere “anormale” in un contesto “anormale”, veicola un sottile ma importante messaggio, cioè quello di non demordere nell’essere sé stessi, anche se ci si può sentire soli e incompresi poiché diversi dagli altri.

La salute mentale di Mercoledì: un tema prevalente

Il tema della salute mentale risulta centrale nel personaggio di Mercoledì Addams. Come anticipato nell’introduzione, il filo conduttore della storia è proprio il viaggio psicologico della protagonista che non può, quindi, non essere preso in considerazione. Un particolare focus viene posto sull’aspetto emotivo-relazionale in cui, partendo dalla forte devianza di Mercoledì nei confronti di chi le sta intorno, si attiva un processo di normalizzazione che passa da incontri con una psicologa (anche se contro la volontà della ragazza), a influenze del contesto in cui è inserita (ad esempio, le diverse attività a cui deve obbligatoriamente partecipare la portano, in qualche misura, a rapportarsi con gli altri). Sta di fatto che Mercoledì appare una ragazza chiusa ad ogni contatto sociale e ad ogni emozione: ma è davvero così? O meglio, è davvero così estremizzato come vuol far credere agli altri?

Come appare Mercoledì sul piano emotivo?

Sul piano emotivo Mercoledì Addams appare senza emozioni mostrandosi fredda e distante, con uno sguardo serioso e occhi sbarrati. Tuttavia, si può notare che Mercoledì non è affatto priva di emozioni: tutto dipende da quello che vuole o meno mostrare, attribuendo a tutte le emozioni un’accezione negativa. La giovane sembrerebbe mostrare scarse capacità empatiche. In tal senso è emblematica la sua frase in risposta al fratellino durante il primo episodio che, invece di consolarlo, esordisce con “le emozioni sono una debolezza”. Ancora, è possibile notare una scarsa capacità dell’adolescente di riconoscere e chiamare con il proprio nome le sue emozioni, come la tristezza, che descrive alla psicologa con questa frase: “le emozioni hanno conseguenze negative, portano ai sentimenti che fanno lacrimare”.

 Durante il susseguirsi degli episodi, tuttavia, è evidente un sottile ma chiaro cambiamento della ragazza sul piano emotivo: quanto più Mercoledì si sente compresa, capita e amata dalle persone che la circondano, tanto più abbandona parte della sua corazza emotiva, arrivando a piangere con evidente tristezza e preoccupazione quando Mano sembra in fin di vita e a manifestare felicità con un sorriso quando si riprende, abbandonandosi addirittura ad un breve ma affettuoso abbraccio con la sua compagna di stanza Enid, durante una delle scene finali.

Come appare, invece, sul piano relazionale?

Il personaggio di Mercoledì incarna chiaramente l’egocentrismo tipico adolescenziale e questo viene ben rappresentato da una sua frase: “ogni giorno è dedicato a me”. La ragazza è molto presa da sé stessa, dai suoi interessi e dalla sua routine. Questo si accompagna ad un atteggiamento di volontaria esclusione dagli altri: è respingente, dedita alla solitudine ma molto sicura di sé e pienamente consapevole della sua distanza psico-emotiva dagli altri. Mercoledì è sola ma è anche disinteressata ad integrarsi: non desidera sentirsi parte del gruppo, preferisce preservare la sua identità mettendo sé stessa al primo posto.

Oltre alla mancanza di desiderio di rapportarsi con qualcosa di diverso da sé stessa (“la socialità non mi piace molto; l’inferno sono le persone”), durante le occasioni in cui Mercoledì si trova costretta dalle circostanze a relazionarsi con gli altri, risulta evidente la sua difficoltà nel fare ciò. È ostile, scontrosa e sospettosa (anche in modo infondato, a volte), con vere e proprie mancanze sul piano relazionale: non sa come comportarsi, cosa dire e come farlo.

Ovviamente, non mancano incongruenze: apparentemente disprezza la sua famiglia tanto da voler scappare lontano da loro ma poi, difende in ogni occasione di bullismo il fratellino, aiuta a nascondere e ricerca la vicinanza dello Zio Fester. E ancora, arriva addirittura a condividere diverse esperienze con il giovane barista, che poi arriva quasi a diventare il fidanzatino dell’adolescente. Ambivalenze adolescenziali o semplice maschera che Mercoledì cerca di propinare alle persone? La questione rimane in sospeso.

Certo è che, come sul piano emotivo, durante il susseguirsi delle vicende, il muro che pone tra sé e gli altri sembra, piano piano, cedere. Mercoledì passa infatti da una posizione di outsider assoluta, ad una posizione di apertura verso alcune persone vicino a lei: si fa aiutare da alcuni compagni “reietti” per cercare di incastrare il giovane barista e offre sostegno alla compagna di stanza Enid (anche se a modo suo): “se ti spezza il cuore userò una sparachiodi”, dice riferendosi al ragazzo per cui “l’amica” ha una cotta.

Oltre le apparenze: la personalità “Mastermind” di Mercoledì

Ma Mercoledì è davvero come appare? Cerchiamo di far luce su questo punto, analizzando la sua personalità. Prendendo in considerazione i 16 tipi di personalità identificati da K. Briggs e I. Myers (Myers, 1998), Mercoledì sembrerebbe rientrare nell’1% delle donne con una personalità INTJ (Introversion, Intuition, Thinking, Judgment), anche detti “mastermind ” per il loro modo di pensare strategico e logico, i cui tratti distintivi sono l’essere introversi, intuitivi, pensatori e giudicanti. Lei stessa sembrerebbe descriversi così dicendo, in uno dei primi episodi “so di essere testarda, determinata e ossessiva; ma sono tutte caratteristiche dei grandi scrittori e dei serial killer”, frase che descrive bene non solo sé stessa, ma anche gli INTJ in generale.

Questo tipo di personalità conferma quanto riportato sopra sul piano emotivo-relazionale: spirito indipendente ed ego-centrato, la Addams non è certamente una persona calorosa o particolarmente socievole, proprio come gli INTJ: non sono a loro agio con le altre persone e con le loro emozioni a causa della loro imprevedibilità anche se, essendo sicuri della propria intelligenza, mostrano un atteggiamento sicuro con gli altri. Gli INTJ, infatti, sono riservati, seri e caratterizzati da una forte selettività nelle loro relazioni, preferendo frequentare persone che trovano intellettualmente stimolanti (Myers, 1998).

Ancora, Mercoledì è una mente acuta, una pensatrice ed una grande stratega: ama attenersi alle proprie idee e piani e non demorde finché non riesce a raggiungere gli obiettivi che si prefigge. Proprio come gli INTJ, che amano risolvere problemi analitici e complessi con il ragionamento logico e la loro spiccata inventiva (Myers, 1998).

Conclusioni

In definitiva, questo personaggio offre da un lato un importante spunto di riflessione sulla psicologia dei giovani adolescenti, sul loro percorso di ricerca di indipendenza e di accettazione di sé; dall’altro consente di mettere a fuoco il concetto di “diversità”, pregiudizi e apparenze.

 

I serious game nel trattamento dei disturbi alimentari – Psicologia Digitale

Una interessante review pubblicata lo scorso anno (Tang et al., 2022) ha indagato l’efficacia dei serious game nel trattamento dei disordini alimentari.

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 36) I serious game nel trattamento dei disturbi alimentari

 

 Comportamenti e pensieri disfunzionali nei disturbi alimentari possono avere conseguenze severe dal punto di vista psicologico e fisico.

Attualmente la terapia cognitivo comportamentale (CBT) è considerata l’approccio d’elezione ma non senza ostacoli. Infatti, la terapia si scontra con diverse sfide: alleanza terapeutica, motivazione e compliance sono punti critici. Si tratta di pazienti che hanno ideali egosintonici irrealistici rispetto a se stessi e al proprio corpo, difficoltà nella regolazione delle emozioni, sentimenti di vergogna, adottano strategie nocive per il controllo del peso come restrizioni, abbuffate, purghe o altri comportamenti compensatori.

Con un quadro così complesso, non stupisce che spesso i pazienti abbandonino la terapia o che il tasso di remissione completa sia basso. Per questo è necessario un approccio multidisciplinare che non solo combini trattamenti medici e psicoterapici ma che si affianchi a nuove opzioni.

Una definizione di serious games

I serious games (da “serious videogames”, SVG) sono videogiochi progettati per scopi terapeutici.

Al giocatore possono essere proposte diverse attività a seconda che si vogliano migliorare le prestazioni fisiche o cognitive. Non si tratta solo di cosa far fare ma anche di come farlo fare. È importante tenere in considerazione l’esperienza dell’utente che deve sentirsi a proprio agio in un ambiente realistico e stimolante.

Il gioco può avvenire attraverso interfacce tradizionali come tastiera o mouse oppure interfacce intelligenti e sensori che monitorano sguardo, attività cerebrale, dati biologici come la frequenza del battito cardiaco. Il tipo di interazione varia a seconda che l’ambiente di gioco sia bidimensionale (2D), tridimensionale (3D), o una combinazione dei due.

Il gioco può svolgersi interamente online o in presenza e può essere singolo o multigiocatore; quest’ultimo aspetto è un importante criterio da prendere in considerazione: creare gruppi di lavoro in cui i pazienti possano confrontarsi fra loro può renderli più motivati e coinvolti.

Le combinazioni di queste caratteristiche possono dare forma a moltissime opzioni di gioco, variabili a seconda dei soggetti e delle abilità su cui si vuole lavorare.

I serious game sono sempre più utilizzati come supporto nel trattamento di molti disturbi e patologie come depressione e dipendenze (Laamarti et al., 2014).

Serious games e disturbi alimentari

Una interessante review pubblicata lo scorso anno (Tang et al., 2022) ha indagato l’efficacia dei serious game nel trattamento dei disordini alimentari. L’analisi di centinaia di studi evidenzia effetti positivi sulla stabilizzazione del peso, nelle abitudini alimentari e un generale miglioramento dei sintomi, dell’autoregolazione e dell’espressione salutare delle proprie emozioni.

Un altro aspetto positivo è che i serious game possono essere svolti sia da soli che in compagnia. In questo modo il paziente può mettersi alla prova in autonomia e senza vergogna ma anche sperimentare connessione e reciprocità quando gioca con altri, online come in presenza.

I serious game vengono definiti così perché hanno scopi terapeutici, ma rimangono pur sempre dei giochi: la componente ludica ha il vantaggio di aumentare la motivazione e la compliance, spostando sul piano del gioco compiti e ristrutturazione cognitiva, alleggerendo il carico di lavoro del paziente.

L’unico limite sembra essere l’assenza di evidenze sul lungo termine. Nello studio durato di più la fase sperimentale è stata di sole 8 settimane (Keeleret et al., 2022).

Analizzare l’impatto dei serious game nel lungo termine serve non solo a capire come utilizzarli nei trattamenti, ma anche per indagare il loro potenziale nella prevenzione su persone a rischio o senza una diagnosi.

Ci sono poi altri aspetti da chiarire, soprattutto riguardo alle dinamiche di gioco. Per esempio, gli indicatori di performance (come i punteggi) potrebbero indurre ansia e stress o essere fonti di ricompensa esterne, che quindi non agiscono da motivazioni intrinseche e profonde alla base di un migliorando a lungo termine.

Alcuni autori vedono un’associazione tra dipendenza da gioco e alcuni tratti tipici di questi pazienti, come la disregolazione. Sicuramente l’utilizzo dei serious game, come ogni pratica clinica, deve essere supervisionato dal terapeuta (Tang et al., 2022).

Nel prossimo futuro sarà quindi interessante capire come si evolverà la ricerca; per il momento i serious game sembrano uno strumento valido da affiancare alle pratiche esistenti.

 

Dimmi come sei stato amato e ti dirò come ami

Secondo la psicologa canadese Mary Ainsworth in base al pattern di attaccamento che la nostra figura di riferimento principale è riuscita a costruire (funzionale o disfunzionale), avremo differenti tipologie di attaccamento. Ed è proprio in base a come siamo stati amati che amiamo in modalità differenti.

 

La relazione di attaccamento

 Differentemente da quanto avviene nel mondo animale, dove il comportamento sessuale è solamente un atto istintivo e legato a cicli biologici, nell’uomo i fattori ambientali e psicologici hanno maggiore importanza. Attraverso, dunque, un approccio olistico del soggetto, potremmo considerare la sessualità, non solo con la sua finalità di riproduzione, ma anche come un format biologico pensato a favorire la costruzione e il mantenimento dei legami di coppia.

La relazione di attaccamento infatti è caratteristica dell’uomo, il quale la sperimenta per tutto il corso della sua vita, specialmente la relazione “madre-bambino” o “caregiver-bambino” (Bowlby, 1996).

Grazie alla sessualità, come sostenuto anche da Freud, il bambino instaura il rapporto di assoluta dipendenza con la madre, in particolar modo nella fase orale, con la suzione durante l’allattamento, sin dalla nascita.

Viene chiamata “relazione di attaccamento” ed è tipica negli umani, condizionerà per di più, come studiato dalla psicoanalisi e dalle teorie dell’attaccamento, lo sviluppo psicosessuale di un individuo. Gran parte della nostra vita emotiva, infatti, gira intorno alla sessualità, sin dai primi anni di vita, andando a pregiudicare il nostro orientamento sessuale (Bowlby, 1996). In psicologia il sesso è un modo di relazionarsi con un’altra persona.

Secondo le teoria dell’attaccamento, con a capo John Bowlby e Mary Ainsworth, le interpretazioni che noi diamo al comportamento degli altri, che siano amici, partner o colleghi, sono condizionate dai nostri Modelli Operativi Interni (rappresentazioni mentali), costruiti sin dall’infanzia. Da adulti, perciò, ci muoviamo nel mondo attraverso la suggestione data da queste rappresentazioni mentali originate nei legami affettivi infantili (Bowlby, 1996).

Secondo la psicologa canadese Mary Ainsworth in base al pattern di attaccamento che la nostra figura di riferimento principale è riuscita a costruire (funzionale o disfunzionale), avremo differenti tipologie di attaccamento che la studiosa classifica come: attaccamento sicuro, attaccamento insicuro-ansioso evitante, attaccamento insicuro ansioso-ambivalente, attaccamento insicuro disorganizzato (Bowlby, 1996). Ed è proprio in base a come siamo stati amati che amiamo in modalità differenti.

Attaccamento sicuro

L’attaccamento viene definito “sicuro” se i bambini hanno ricevuto la giusta dose d’amore dai genitori o almeno dalla figura materna, rispettando sia i bisogni di dipendenza e rassicurazione che quelli di crescita e autonomia. È così che il bambino riesce ad interiorizzare un’immagine positiva sia di sé stesso che delle future relazioni con gli altri, mostrandosi sicuro di sé e riponendo fiducia nell’altro. Questo tipo di attaccamento sviluppa nel soggetto una buona intelligenza emotiva, la consapevolezza dei propri bisogni e la capacità di mediare le esigenze personali e quelle del partner.

Lo sviluppo di questo tipo di attaccamento è sempre più difficile (Main, 1995).

Attaccamento insicuro

L’attaccamento insicuro si costruisce quando il bambino sperimenta una ferita nel rapporto con il suo caregiver, la quale non permette al soggetto di sviluppare fiducia in se stessi e negli altri. Il Modello Operativo Interno delle persone con attaccamento insicuro, sarà caratterizzato da un’idea negativa delle relazioni che saranno viste come potenzialmente deludenti.

Ci possono essere svariati motivi per i quali i genitori dei bambini con attaccamento insicuro non sono stati in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni dei loro figli, come ad esempio problemi economici o l’insorgenza di malattie, ecc.

L’attaccamento insicuro a sua volta si distingue in tre tipologie: l’insicuro ansioso-ambivalente, insicuro ansioso-evitante, insicuro disorganizzato (Main, 1995).

L’attaccamento insicuro-ansioso ambivalente

Il soggetto con questo tipo di pattern di attaccamento sperimenta la sensazione di non aver ricevuto abbastanza amore dai loro genitori.

I genitori sono stati incostanti nel soddisfacimento dei bisogni dei bambino: a volte presenti ed amorevoli, altre volte algidi e indifferenti ai bisogni dei loro figli, i quali hanno poi appreso ad attirare l’attenzione con pianti, crisi di rabbia e capricci, quindi un’incapacità di regolare le proprie emozioni che rimarrà anche da adulti.

In futuro si aspetteranno molto dal partner e avranno la continua necessità di ricevere conferme. Hanno l’estremo bisogno di “riscattare” l’assenza di affetto che hanno subito.

L’estremo bisogno di ricevere amore farà sì che ciò che hanno non sarà mai abbastanza, motivo per cui ogni disattenzione del partner è sentita come devastante, andando a compromettere l’equilibrio della coppia (Main, 1995).

 Le persone con questo tipo di attaccamento vivono costantemente la paura di essere traditi o abbandonati risultando così al partner possessivi e gelosi. Non riescono a fidarsi, hanno così il bisogno di mettere alla prova l’altro per cercare conferme, senza però mai convincersi di essere amati. Altra caratteristica dell’ambivalente è la tendenza alla dipendenza affettiva, una nuova forma di dipendenza comportamentale dove si mettono in funzione dei comportamenti coattivi sulla persona a cui si è legati affettivamente e grazie alla quale il soggetto che ne è dipendente ne ricava una quiete psicologica.

Queste dinamiche comportamentali del soggetto attivano quella che in psicologia viene definita “profezia che si auto-avvera”, ovvero il loro comportamento farà sì che, l’abbandono tanto temuto, avvenga, infatti le persone con questo attaccamento vengono solitamente lasciate (Main, 1995).

L’attaccamento insicuro-ansioso evitante

I genitori dei bambini con tale attaccamento sono stati poco presenti e poco affettuosi spingendo il figlio a crescere in fretta, diventando presto indipendenti e autonomi, crescendo con la sensazione di poter contare solo su loro stessi.

Tali soggetti hanno difficoltà ad instaurare un legame di coppia poiché, abituati a “cavarsela da soli”, vivranno la relazione come una limitazione, sentendosi costretti, mantenendo però comunque il desiderio di amare.

Lamentano spesso di non riuscire ad innamorarsi e che, una volta bypassato l’amore iniziale, tendono col tempo a stancarsi facilmente e sostenendo di non avere bisogno dell’altro (Main e Solomon, 1990).

Nel caso in cui costruiscono una relazione, le persone con attaccamento evitante vivono come single in coppia, concentrandosi molto sulle proprie esigenze, risultando poco disponibili ai bisogni del partner.

Tutti questi comportamenti fanno sì che la persona non abbia storie molto lunghe, o perché le interrompe lui stesso prima che diventino importanti o perché il partner, stufo, interrompe la relazione (Main, 1995).

L’attaccamento disorganizzato

Questa tipologia si presenta correlata a gravi sofferenze psicologiche. Questo legame si crea se i bambini hanno vissuto situazioni familiari molto difficili con episodi di maltrattamento, abuso o trascuratezza eccessiva. Il bambino vedrà il suo caregiver come un nemico piuttosto che una sicurezza.

In futuro presenteranno difficoltà a legarsi a qualcuno, avranno un comportamento caratterizzato da sbalzi d’umore e aggressività, che si presenta soprattutto quando il partner dimostra vicinanza emotiva (Liotti, 2004).

Alcuni studi mostrano la correlazione tra forme di attaccamento insicuro e rigidità emotiva, difficoltà a relazionarsi e nelle capacità di attenzione e di empatia. Inoltre, dimostrano che tale attaccamento aumenti la probabilità d’insorgenza di disturbi psicologici soprattutto in adolescenza, come la depressione, l’ansia, i disturbi alimentari o, nei casi estremi, disturbi psicotici, e per lo stile disorganizzato, sintomi dissociativi e predisposizione al disturbo da stress post-traumatico (Liotti, 2004).

Considerazione conclusive

Come appena illustrato, i Modelli Operativi Interni che si strutturano dalla nascita permangono per tutta la nostra vita futura, anche se nel tempo le esperienze relazionali possono influire modificando alcune nostre credenze e comportamenti.

È importante avere la consapevolezza del nostro tipo di attaccamento e quello del nostro partner anche tramite un percorso di psicoterapia, per poter vivere serenamente la relazione e saper costruire rapporti che durino nel tempo (Powell et al., 2014).

 

Perché i disturbi d’ansia tendono ad essere persistenti nel corso della vita?

La revisione di Hovenkamp-Hermelink e colleghi (2021) è la prima a fornire una panoramica completa dei fattori che predicono il decorso persistente dei disturbi d’ansia lungo il ciclo di vita. Vista la notevole prevalenza dei disturbi d’ansia nella popolazione, conoscere i predittori della loro persistenza è essenziale per ottimizzare le strategie di prevenzione e cura di tali disturbi.

 

I disturbi d’ansia

 I disturbi d’ansia sono tra i disturbi psichici più diffusi nella popolazione mondiale, al punto che le ricerche ne stimano la prevalenza lifetime fra il 16-34% e al 20% alla fine dell’adolescenza (Bandelow e Michaelis, 2015; Somers et al., 2006; Rutter et al., 2011). Essi comportano oneri significativi per le persone che ne soffrono, per i loro parenti e per la società (Senaratne et al., 2010; Wittchen et al., 2010; Lèpine, 2002; Baxter et al., 2010), dal momento in cui tendono a causare una compromissione nel funzionamento quotidiano, relazionale, scolastico e lavorativo, anche per tutta la vita (Craske et al., 2017). Il corso naturale di questi disturbi è tipicamente pluriennale, anche se eterogeneo rispetto alle sue traiettorie evolutive: se alcuni pazienti possono manifestare anche un solo episodio ansioso senza recidiva nell’intera esistenza, molti altri tendono a sviluppare un decorso persistente, sia esso cronico o intermittente con ripetute remissioni e ricadute.

Date queste premesse, l’identificazione tempestiva dei pazienti con prognosi più grave risulta molto importante per attenuare il carico e la disabilità che i disturbi d’ansia portano con sé tramite l’ottimizzazione delle strategie di prevenzione e di cura (Hovenkamp-Hermelink, 2021). In questa direzione, conoscere i predittori della persistenza di tali disturbi, e sapere se essi variano fra l’infanzia e l’età adulta, è fondamentale a garantire il suddetto obiettivo.

La revisione sistematica di Hovenkamp-Hermelink e colleghi (2021)

Gli unici studi sull’argomento si sono limitati a considerare solo una o poche variabili predittive contemporaneamente, giungendo a risultati inconcludenti e difficili da comparare. Se ciò ha portato ad avere scarsa comprensione del tipo di fattori che permettono di predire un decorso persistente nei disturbi d’ansia (anche da parte degli stessi professionisti della salute mentale), e quindi a ostacolare le teorie e i processi sottostanti le strategie di prevenzione e cura, la revisione di Hovenkamp-Kermelink e colleghi (2021) è il tentativo più comprensivo per sintetizzare in maniera sistematica tali variabili.

Dopo aver incrociato i dati di 48 studi compiuti tra il 1980 e il 2019 su circa 30 mila pazienti con diagnosi di disturbo d’ansia (senza distinzione fra le specifiche categorie diagnostiche), i risultati ottenuti hanno rivelato un’ampia gamma di fattori in grado di prevedere la persistenza lifespan dei disturbi ansiosi. Quelli dimostratisi più forti sono le caratteristiche psicologiche e cliniche dell’individuo, facilmente comparabili nelle diverse fasi del ciclo di vita.

 Precisamente, le prime includono bassa estroversione, alta sensibilità all’ansia, alta inibizione comportamentale e alto evitamento, associate positivamente alla persistenza della sintomatologia ansiosa lungo in corso della vita. Questo primo corpo di risultati indica che le vulnerabilità psicologiche hanno un ruolo fondamentale nel mantenimento dei disturbi ansiosi, come del resto in tutti i disturbi psichici; esse, infatti, dovrebbero essere considerate degli elementi transdiagnostici altamente informativi per la comprensione e il trattamento della psicopatologia ansiosa (Jeronimus et al., 2016; Vreeke e Muris, 2012; Kotov et al., 2017).

Le seconde, invece, rivelano risultati inconcludenti per quanto concerne l’associazione della persistenza sintomatologica con la gravità dei sintomi ansiosi e la comorbidità con altri disturbi d’ansia, così come esiti contraddittori in merito alla comorbidità con i disturbi depressivi e con la loro gravità. Fra le variabili cliniche che, al contrario, si sono dimostrate fortemente associate alla persistenza dei disturbi ansiosi vi sono la comorbidità con i disturbi di personalità (specialmente con il disturbo borderline di personalità), aver sperimentato molti attacchi di panico nel corso della vita, aver ricercato nell’ultimo anno un percorso d’aiuto psicologico e avere avuto una scarsa risposta al trattamento.

Sorprendentemente, non è stata riscontrata alcuna correlazione significativa fra le caratteristiche sociodemografiche (come lo status socio-economico, il livello di scolarizzazione, il genere e l’età) e la persistenza lifespan dei disturbi d’ansia, anche se esse sono tipicamente associate all’esordio e alla prevalenza dei disturbi ansiosi (Kessler et al., 1994; Moreno-Peral et al., 2014). Anche le associazioni con i fattori biologici non hanno dato risultati definiti: nonostante la vulnerabilità su base biologica sia una delle categorie più coinvolte nello sviluppo dei disturbi d’ansia (Barlow, 2000), il loro ruolo nel predire la persistenza di questi ultimi si è rivelato solo poco significativo.

Alla luce di quanto concluso, le considerazioni che si possono trarre dai risultati di questa revisione fanno riferimento a una serie di predittori psicologici e clinici che, presentandosi in maniera stabile nel corso delle fasi evolutive, possono essere d’aiuto nell’identificare preventivamente i pazienti ansiosi a rischio di prognosi persistente e nell’implementare strategie di cura più informate ed efficaci a livello clinico.

 

Perché tre società diverse di terapia cognitivo-comportamentale? – Lettera aperta di Antonio Semerari e risposta di Giovanni M. Ruggiero

Riceviamo e con piacere pubblichiamo la lettera aperta di Antonio Semerari che si interroga sull’esistenza di tre società di psicoterapia cognitivo comportamentale in Italia. Si tratta di uno stimolo appunto aperto e State of Mind sarà lieta di pubblicare risposte e commenti alla lettera di Semerari e anche di descrivere in articoli dedicati il dibattito che potrebbe sorgere in altre sedi, dato che Semerari pubblica la sua lettera anche altrove, comprese i forum di discussione delle tre società in oggetto.

 

Perché tre società diverse di terapia cognitivo-comportamentale? Lettera aperta ai colleghi della SITCC e della CBT-Italia.

di Antonio SemerariTerzo Centro di Psicoterapia Cognitiva, Roma

 Alcuni mesi fa, quando si venne sapere che diversi autorevoli membri della SITCC (Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva) erano in procinto di fondare, insieme con altri colleghi provenienti dall’AIAMC (Associazione Italiana di Analisi e Modificazione del Comportamento), una nuova società di terapia cognitivo-comportamentale, denominata CBT-Italia, vi fu una breve fiammata di discussione dove i toni polemici, temo, finirono col rendere poco comprensibili le ragioni della scelta.

A questa fiammata di polemica sembra essere succeduta una sorta di bella indifferenza, simile a quella che i classici descrivevano avere i pazienti isterici nei confronti dei loro arti paralizzati.

Ora è passato un po’ di tempo, la CBT-Italia si è costituita e ha tenuto con successo il suo primo congresso mentre la SITCC si appresta a celebrare il suo nuovo congresso finalmente libero dalle restrizioni legate alla pandemia. Forse è il tempo di cercare di capire prima di giudicare.

In fondo, cosa può chiedersi un giovane collega che pensa di accostarsi al cognitivismo se non: perché ci sono in Italia tre società di terapia cognitivo-comportamentale? Non sono più tanto giovane, ma la domanda me la pongo anch’io, accompagnandola con l’altra: cosa ha fatto sì che molti colleghi trovassero insufficiente il grande contenitore della SITCC?

Per carità! Non chiedo le ragioni di questo o di quel malessere personale, altrimenti la discussione rischierebbe di avvitarsi in uno psicodramma senza costrutto dove, dopo che ce le siamo dette di santa ragione, tutto finisce lì. Sono sinceramente curioso e desideroso di conoscere e poter discutere le ragioni scientifiche, teoriche, di indirizzo culturale che renderebbero necessario o anche solo utile stare in società diverse.

Perché in Italia c’erano l’AIAMC e la SITCC è una domanda cui è facile rispondere. Il motivo è nella storica discussione che contrappose comportamentismo e cognitivismo. La questione fu magistralmente riassunta da Skinner quando, in polemica con il cognitivismo, affermò che nulla di quanto avviene “all’interno” dell’individuo può mai spiegare il comportamento. Al contrario per i cognitivisti era proprio quello che succede nella mente dell’individuo, credenze, scopi, schemi, significati personali e così via. quello che veramente contava. Quella storia molti di voi l’hanno vissuta in prima persona e non mi ci dilungo. Tuttavia molta acqua è passata sotto i ponti e il cognitivismo è esploso in una miriade di indirizzi in cui è difficile districare il filo rosso che li lega. Per questo dobbiamo discutere con franchezza e serenità su come si vanno aggregando e disgregando le diverse anime della terapia cognitiva e cognitivo-comportamentale. Per capire che cosa sta succedendo e dove stiamo andando. Attenzione! Non si tratta di un fenomeno solo italiano che può essere ascritto alla tradizione nazionale di dividersi tra Guelfi e Ghibellini e poi tra sottofazioni di questi. Per quel che ne so in diversi paesi si assiste ad un fenomeno di formazione di nuove società cognitivo-comportamentali. La terapia cognitiva si sta disarticolando definitivamente? Ci sono valide ragioni perché questo debba succedere? Forse è il caso di cominciare a porci queste domande.

Solo una nota finale. Da qualche breve colloquio avuto con i colleghi della CBT-Italia mi è parso di capire che la questione andrebbe inserita, invece, nel “Grande Dibattito” sulla psicoterapia delineato da Bruce Wampold e Zac Imel nel libro “The great psychotherapy debate: The evidence for what makes psychotherapy work (2nd ed.)” pubblicato nel 2015 per Routledge/Taylor & Francis Group, dibattito che oppone un modello contestuale-relazionale a un modello medico-tecnologico degli studi di efficacia controllati e randomizzati. Secondo queste versioni la SITCC sarebbe ormai troppo schiacciata sul modello contestuale-relazionale e i colleghi critici con questo modello sentirebbero il bisogno di riunirsi in una società coerentemente orientata nell’altra direzione. Se fosse così il dibattito potrebbe davvero diventare molto interessante e potrebbe permettere a ciascuno di comprendere come si colloca rispetto a questioni che riguardano non soltanto la psicoterapia cognitiva ma tutto l’ambito della psicoterapia.

Però, dato che io non mi riconosco in nessuno dei due modelli, vorrei avere l’occasione di discutere e anche di spiegare ai colleghi che abbracciano l’uno o l’altro dove, secondo il mio modesto parere, sbagliano. Spero che i colleghi che hanno costituito la CBT-Italia vorranno accettare questa mia amichevole provocazione in modo che possiamo iniziare a prenderci a cervellate.

Un caro saluto a tutti.
Antonio Semerari

Risposta alla lettera aperta di Antonio Semerari

Giovanni M. Ruggiero – State of Mind, Studi Cognitivi, Sigmund Freud University

Dato che sono socio fondatore di CBT-Italia e anche socio didatta della SITCC inizio io a rispondere alla lettera di Antonio Semerari, risposta che ha valore personale e non rappresenta l’eventuale posizione di una delle società di cui faccio parte. La nascita di CBT-Italia è, a mio parere, il frutto di un dibattito ormai pluridecennale che ha ormai esaurito il suo compito storico e che era quello di definire posizioni diverse e apparse ormai incompatibili dopo aver tentato di conciliarle. Per questo temo, a differenza di quel che spera Semerari, che non dirò nulla di nuovo o diverso rispetto a quel che hanno già detto altri meglio di me altrove e che non ne nascerà uno scambio particolarmente innovativo; però credo che ne possa scaturire una utile riproposizione dei risultati.

Ci sono tre società e anzi molte altre di psicoterapia più o meno cognitiva sia in Italia che all’estero perché il dibattito, proprio perché esaurito, ha prodotto la nascita di interessi e direzioni distinte che, dopo essersi confrontate, non sono nemmeno più in conflitto tra loro proprio perché non condividono più linguaggio e interessi. E per questo si esprimono in società diverse. Il silenzio che è seguito la nascita di CBT-Italia non è una bella indifferenza isterica di fronte a un problema che non si vuole affrontare ma la pace che segue la civile presa d’atto di una divergenza reciproca di obiettivi e percorsi. Ritengo che l’esistenza di diverse società consenta di coltivare con più rigore e coerenza percorsi scientifici ed esperienze cliniche che non si escludono a vicenda ma nemmeno riescono a contaminarsi, come dimostra del resto la mia appartenenza sia a CBT-Italia come socio fondatore che alla SITCC come socio didatta. Una doppia appartenenza che si giustifica proprio con l’esigenza di conoscere due tradizioni divergenti senza illudersi di integrarle.

Le ragioni storiche e scientifiche dell’esistenza distinta di CBT-Italia e della SITCC sono molteplici e sono riconducibili all’argomentazione che il cognitivismo clinico, lungi dall’essere omogeneo, è stato in realtà sempre un ombrello fin troppo ampio ed elastico che ha accolto tradizioni cliniche e scientifiche tra loro poco compatibili o forse non compatibili, producendo spesso frizioni più o meno manifeste. Tra queste frizioni storiche e scientifiche una in particolare spiega bene l’esistenza distinta di CBT-Italia e della SITCC. Essa consiste nel fatto che, a mio parere, la SITCC è stata fin dalla sua nascita una società con una identità ben definita che storicamente rappresenta uno dei maggiori sviluppi clinici possibili del cognitivismo clinico. Questa peculiarità, proprio per la sua forza e originalità, non può rendere la SITCC una società generalista atta ad accogliere tutti i tipi possibili di psicoterapia cognitivo comportamentale. Lo sviluppo storico, scientifico e teorico peculiare della SITCC è, a mio parere, quello del costruttivismo fin dai suoi inizi, soprattutto da quell’anno sabbatico che Michael Mahoney trascorse a Roma sul finire degli anni ’70 dove si incontrò e discusse con Vittorio Guidano e Gianni Liotti. Michael Mahoney fu uno studioso e clinico comportamentista oggi in parte dimenticato ma che ebbe un ruolo fondamentale nella nascita della cognitive therapy tagliando i ponti con il comportamentismo dall’interno. Egli però fu anche l’iniziatore di quella forma sofisticata di cognitive therapy detta costruttivismo e che mostrava un interesse verso una definizione della cognizione come significato personale e come evento complesso e irriducibile a ogni descrizione dichiarativa di contenuto. Mahoney come costruttivista fu estraneo a ogni possibilità di delineare procedure terapeutiche ragionevolmente controllabili (i famigerati protocolli) a favore di un intuizionismo della verità clinica che divenne poi così individuale da essere irriproducibile e incomunicabile perché “autopoietico” in Guidano oppure condivisibile e comunicabile solo in una lunga e laboriosa intuizione esperienziale e relazionale di tipo ”cooperativo” in Liotti. Questi modelli clinici di Guidano e Liotti finivano -a mio parere- per svalutare il ruolo della padronanza o mastery agentiva volontaria ed esecutiva sia del terapeuta che del paziente a favore di un paziente lavoro consapevolmente complesso di laboriosa scoperta clinica di un vissuto intensamente influenzato dalla storia personale dell’individuo e dal suo primordiale retaggio evoluzionistico, scoperta sostanzialmente non pianificabile se non molto parzialmente e secondo linee guida estremamente elastiche. Questo modello è -a mio parere- sovrapponibile al paradigma contestuale-relazionale delineato da Wampold e Imel nel libro “The great psychotherapy debate: The evidence for what makes psychotherapy work (2nd ed.)” pubblicato nel 2015.

D’altro canto, la neonata CBT-Italia si ricollega invece a un altro sviluppo, altrettanto peculiare e distinto da quello del costruttivismo di Mahoney, Guidano e Liotti e che porta il famigerato nome di standard cognitive behavioural therapy ovvero standard CBT, ovvero quella forma di psicoterapia cognitiva che ha ricevuto una conferma empirica di maggiore efficacia specifica per alcuni disturbi d’ansia e depressivi e che sostiene di essere eseguibile secondo procedure riproducibili e controllabili. Malgrado il suo significativo successo negli anni ’80 e ’90, la standard CBT non è naturalmente l’unica e possibile forma di psicoterapia cognitiva ma è un altrettanto particolare sviluppo storico e scientifico di quella stessa cognitive therapy che abbiamo già incontrato e che così era stata battezzata dal suo fondatore, quello stesso già citato Michael Mahoney oggi semidimenticato e che qundi è alla radice sia del costruttivismo SITCC che della standard CBT della società CBT-Italia. È curioso apprendere che Mahoney aveva intenzione di fondare quella sua cognitive therapy da una parte su una procedura clinica di provata efficacia grazie a Beck e dall’altra su un sapere clinico che molto sarebbe stato in debito con quelle organizzazioni strutturali di personalità delineate nel libro del 1983 di Guidano e Liotti, quel “Cognitive Processes and Emotional Disorders” che lo stesso Mahoney provvide a far pubblicare in inglese.

Infatti Mahoney, in quegli stessi anni del suo sabbatico a Roma, aveva anche interagito con uno psichiatra e psicoanalista, tale Aaron T. Beck, che per tutti gli anni ‘70 aveva provveduto a definire in termini riproducibili e controllabili una sua procedura clinica di (psico)analisi annafreudiana delle difese dell’Io che traduceva gli strati meno profondi e più coscienti delle difese dell’Io della psicoanalisi in definizioni verbali catastrofiche sul Sé (ecco le credenze sul sé), il Mondo e il Futuro. Queste definizioni (o credenze, beliefs) erano a basso livello di inferenza e quindi ragionevolmente accertabili in base a quanto diceva esplicitamente il paziente e focalizzate su semplici e ovvi stati ansiosi e depressivi e potevano essere trattate con un intervento questo effettivamente (e solo questo) chiamato cognitive (un intervento cognitive in una psicoanalisi? Ebbene si) d’invito alla messa in discussione di quelle credenze sul sé senza passare per l’interpretazione profonda. Il vero punto di svolta fu che questa (psico)analisi semplificata e resa accertabile e riproducibile fosse compatibile con uno studio randomizzato e controllabile di efficacia di una psicoterapia per la depressione e che fu pubblicato nel 1977 sul numero inaugurale di Cognitive Therapy and Research, la rivista fondata da Michael Mahoney che sanciva il distacco del cognitivismo dal comportamentismo. L’articolo era: Rush, A. J., Beck, A. T., Kovacs, M., & Hollon, S. D. (1977). Comparative efficacy of cognitive therapy and pharmacotherapy in the treatment of depressed outpatients. Cognitive Therapy and Research, 1, 7-37.

È curioso notare come il tal modo la cognitive therapy di Mahoney divenne in pochi anni la cognitive therapy di Beck nonostante il fatto che fosse Mahoney e non Beck il fondatore nonché il teorico (con Guidano e Liotti) della complessità cognitiva mentre Beck si limitava a pochi concetti clinici così semplici da essere adattabili a molteplici orientamenti psicoterapeutici: Beck aveva tentato di proporli per la psicoanalisi! Mahoney aveva bisogno di quella conferma empirica di efficacia senza la quale la sua cognitive therapy avrebbe rischiato di essere una sofisticata psicoterapia esistenziale che proclamava di essere scientifica ma che poi non si capiva se davvero funzionasse più delle altre. A che serviva tanta scientificità se poi la contemporanea ricerca del verdetto di Dodo del 1975 (Luborsky, L., Singer, B., & Luborsky, L. (1975). Comparative studies of psychotherapy: Is it true that ‘everyone has won and all must have prizes?’ Archives of General Psychiatry, 32, 995–1008) suggeriva che tutte le terapie erano altrettanto efficaci? Ci pensò Beck a conferire alla cognitive therapy la fama di superiore efficacia che diede credibilità alla proclamata scientificità, credibilità che fu poi definitivamente rassodata in seguito all’adozione della cognitive therapy da parte del gruppo di quei comportamentisti di Oxford capitanati da David Clark e Paul Salkovskis che trasformarono (recuperando un po’ di comportamentismo) la cognitive therapy in standard CBT, ovvero cognitive behavioural therapy.

Questa frizione iniziale non è mai stata davvero discussa e tantomeno risolta, finendo essa sì per essere gestita da sempre con la bella indifferenza più o meno isterica temuta da Antonio Semerari, indifferenza che i freddi e distaccati clinici CBT standard mostravano con continuità quando trascuravano di ammettere che gli aspetti più sofisticati e clinicamente ricchi della tassonomia delle credenze sul sé fossero almeno in parte debitori delle riflessioni cliniche del costruttivismo mentre questa stessa indifferenza nei costruttivisti -un po’ più emotivi- a tratti si rompeva temporaneamente in brevi crisi di eccitazione psicomotoria quando questi, sia in Italia che altrove, criticavano la semplicità operativa della standard CBT tuttavia continuando a godere, un po’ surrettiziamente, della sua fama di superiore efficacia. Vi sono stati anche momenti di incontro, esiste perfino un libro curato nel 1995 da Mahoney denominato “Cognitive and Constructive Psychotherapies: Theory, Research and Practice” in cui, in un tentativo di composizione, Beck ed Ellis si proclamarono costruttivisti mentre Mahoney si gloriava dell’efficacia della cognitive therapy dimostrata da Beck ma la verità è che i due modelli non si sono mai davvero integrati.

A questa frizione moltissime altre se ne potrebbero aggiungere, a cui accennerò rapidamente per non tediare ulteriormente il lettore già provato dalla cavalcata storica. Tra queste cito come seconda frizione la considerazione che -a mio parere- la complessità del comportamentismo non è stata sempre apprezzata in ambiente SITCC. Il comportamentismo non si può ridurre -come fa Semerari- all’argomentazione riduttiva della scatola nera ma va capito nella sua ben più articolata concezione del pensiero come evento non sopraordinato ma parallelo all’azione. In questo senso va interpretata la concezione skinneriana contenuta nel volume “Verbal Behavior” del 1957 che il pensiero non ha significati ma solo effetti, concezione che a mio parere è compatibile con quello di svolta corporeo – esperienziale di Dimaggio (“Corpo, immaginazione e cambiamento. Terapia metacognitiva interpersonale”, 2019) o di conoscenza incarnata di Bara (“Il terapeuta relazionale”, 2018) che -a mio parere- è diventata dominante nella SITCC. Compatibilità che però non è stata elaborata per nulla diventando un ulteriore segnale della scarsa consapevolezza sia interna reciproca che regna nelle e tra le varie forme storiche di cognitivismo clinico e che impedisce un vero confronto. Meglio allora approfondire separatamente le proprie radici piuttosto che inseguire superficiali eccletismi.

La terza frizione è riconducibile alle sottovalutazione che -sempre a mio parere- avviene in ambiente SITCC della svolta processuale o CBT di “terza onda” che ripropone in forma avanzata la concezione comportamentista, sottovalutazione che a mio parere avviene per numerose ragioni molte delle quali culturali e che coinvolgono una crisi significativa del pensiero europeo la cui complessità sarebbe impossibile tratteggiare qui e che -a mio parere- mi pare molto affligga Semerari, forse per questo rendendogli culturalmente poco gradita la “terza onda”. Se è così, è una reazione comprensibile e posso immaginare di condividerla: in fondo, rielaborando una vecchia battuta di Totò, sono in parte europeo e in parte-nopeo. Per altri versi, essendo in parte napoletano mi identifico invece nel pragmatismo poco europeo della svolta processuale di “terza onda”. Vi sono semmai altre ragioni più scientifiche su cui riflettere e tra queste ragioni ne propongo una più semplice che, se corretta (e non do per scontato che lo sia), potrebbe essere rivelatoria nella sua paradossalità: il fatto che il modello del 1983 di Guidano e Liotti, malgrado tutte le sue differenze con quello di Beck, condividesse con la CBT standard la centralità conferita ai contenuti cognitivi, denominati credenze sul sé da Beck e organizzazioni di personalità in Guidano e Liotti. È l’influenza di questa centralità cognitiva del sé che, malgrado tutte le sofisticazioni costruttiviste, perdurando non facilita la comprensione della svolta processuale e del suo superamento dei limiti del cognitivismo dei contenuti e che induce i maggiori teorici della SITCC a rivolgersi altrove per superare questi limiti, un altrove che consiste nella svolta relazionale o nella svolta corporeo-esperienziale che vigoreggiano in SITCC. Con questo non intendo dire che queste svolte siano errate o illegittime, ma osservo che esse sono una direzione divergente rispetto agli interessi che si coltivano in CBT-Italia.

Inoltre, osservo che non solo vi sono incompatibilità di paradigma tra società diverse malgrado la comune etichetta “cognitiva” che le accompagna ma altre ancora già crescono al loro interno. La stessa CBT-Italia accoglie al suo interno almeno due tradizioni in parziale tensione reciproca: la componente CBT standard focalizzata sui contenuti cognitivi e quella processuale e di “terza onda” con i suoi correlati neo-comportamentali. La continuità tra CBT standard e CBT di “terza onda” è più storica che scientifico-teorica. È proprio questa considerazione che suggerisce che al momento, per ottenere un incremento della conoscenza, sia più conveniente perseguire un approfondimento scientifico delle singole direzioni -accettando il rischio di una moltiplicazione del numero di società scientifiche- piuttosto che inseguire un dialogo eclettico tra tradizioni che si stanno allontanando tra loro.

Infine, osservo che la posizione intermedia coltivata da Semerari e dei suoi collaboratori tra modello medico-scientifico e relazionale-contestuale può essere, a mio parere, spesso clinicamente stimolante ma forse alla lunga non facilmente sostenibile in una logica scientifica in cui i paradigmi sono in competizione tra loro e non si fondono. Prima o poi Semerari dovrà decidere qual è l’elemento risolutivo nel suo modello metacognitivo-interpersonale: quello metacognitivo, e quindi processuale e che lo avvicina a CBT-Italia o quello interpersonale che lo avvicina alla SITCC. Decidersi tuttavia non gli impedirà di partecipare ai congressi delle due società e perfino di iscriversi a entrambe, confrontandosi in una con colleghi presumibilmente più in grado di stimolarlo sul versante metacognitivo e processuale e nell’altra con colleghi più interessati al versante relazionale ed esperienziale. Come del resto già faccio io.

Ringrazio chi ha avuto la pazienza di arrivare qui in fondo e lo informo che queste righe, pur prolisse, sono una piccola parte di mie elucubrazioni personali sullo sviluppo del cognitivismo italiano e internazionale ancora più logorroiche nella loro estensione completa. Chi volesse consultarle nella loro interezza può trovarle in due miei libri che segnalo: La formulazione del caso in terapia cognitivo comportamentale del 2021 eLa parola, il corpo e la macchina nella letteratura psicoterapeutica del 2022.

Un caro saluto a tutte e tutti
Giovanni Maria Ruggiero

Neuroplasticità e riconsolidamento della memoria: la ricodifica degli apprendimenti emozionali in terapia

Le più recenti ricerche sulla memoria (Ecker, 2018) hanno identificato un particolare tipo di neuroplasticità innata del cervello, nota come riconsolidamento della memoria, che permette la modifica o la sostituzione di risposte emotive disfunzionali con altre più funzionali. 

 

 Con “apprendimento emozionale” si fa riferimento al modo in cui una persona ha appreso a reagire emotivamente alle situazioni attivanti di ogni giorno. Le risposte emotive disfunzionali, considerate oggetto di disagio dal paziente, sono dovute infatti ad apprendimenti emozionali codificati dal sistema nervoso per mezzo della sua capacità neuroplastica (Price & Duman, 2020).

Le ricerche sul riconsolidamento della memoria hanno dimostrato che la psicoterapia, stimolando il paziente a reagire emotivamente in modi più adattivi e funzionali, induce una vera e propria modifica strutturale del sistema nervoso (Ecker, 2018).

Neuroplasticità e riconsolidamento della memoria

La capacità neuroplastica del cervello permette al sistema nervoso di riorganizzare la sua struttura, la sua funzione e le sue connessioni in risposta agli stimoli ambientali (Cramer et al., 2011). Tale plasticità ci permette di apprendere dall’esperienza, ed è pertanto altresì responsabile della registrazione a lungo termine di quegli apprendimenti emozionali che sono causa di disagio in gran parte dei disturbi mentali.

Lo stress cronico e i comportamenti di tipo depressivo nella ricerca neuroscientifica di base sono stati associati a compromissioni funzionali della neuroplasticità: se da un lato i pazienti con disturbi d’ansia presentano un’eccessiva reattività neurale nel sistema limbico, che gioca un ruolo fondamentale nelle reazioni emotive, d’altro canto la depressione è caratterizzata da un vero e proprio fallimento della neuroplasticità, con atrofia neuronale e depressione sinaptica nella corteccia prefrontale mediale e nell’ippocampo (Price & Duman, 2020).

Le più recenti ricerche sulla memoria (Ecker, 2018) hanno identificato un particolare tipo di neuroplasticità innata del cervello, nota come riconsolidamento della memoria, che permette la modifica o sostituzione di risposte emotive disfunzionali con altre più funzionali.

Il riconsolidamento della memoria è un meccanismo innato del cervello per cui nuove esperienze apprese modificano o sostituiscono direttamente i contenuti della memoria acquisiti in un apprendimento precedente. Questo aggiornamento dei contenuti della memoria determina un cambiamento sia a livello soggettivo che di codifica neurale: si tratta di un processo di cambiamento neurologico guidato dall’esperienza (Ecker & Bridges, 2020).

La psicoterapia come strumento di ricodifica neurale

Per anni si è pensato che non fosse possibile modificare le tracce di apprendimenti pregressi che si trovano nella memoria implicita, al di fuori della consapevolezza cosciente.

Definire la ricodifica degli apprendimenti emotivi disfunzionali come obiettivo della psicoterapia è un’affermazione che nessun neuroscienziato si sarebbe azzardato a fare prima della scoperta del riconsolidamento della memoria; ora, invece, è un obiettivo riconosciuto come una possibilità fondata sulla ricerca empirica (Ecker, 2018).

 La rilevanza dei risultati della ricerca sul riconsolidamento per la psicoterapia è potenzialmente molto grande, perché i sintomi clinici sono mantenuti da apprendimenti emotivi conservati nella memoria implicita, in un’ampia gamma di patologie. Tra queste troviamo la maggior parte dei casi di attaccamento insicuro, la sintomatologia post-traumatica, il comportamento compulsivo, la dipendenza, la depressione, l’ansia, la bassa autostima e il perfezionismo, oltre a molti altri sintomi (Ecker & Bridges, 2020).

Come cambia l’attività cerebrale prima e dopo la psicoterapia

Negli studi condotti (Ecker, 2018; Ecker & Bridges, 2020), sono stati confrontati i livelli di attività cerebrale nei pazienti prima e dopo la terapia, tramite la risonanza magnetica funzionale (fMRI), e ne sono state osservate le differenze. Questo approccio è stato utilizzato principalmente nei casi di depressione, e ha identificato dei cambiamenti localizzati in specifiche aree frontali, cingolate e limbiche; nello specifico, si è osservata una diminuzione dell’attività dell’amigdala, la quale gioca un ruolo chiave nell’attribuzione di significati emotivi ai ricordi, e un aumento dell’attività della corteccia prefrontale dorsolaterale, responsabile della pianificazione e della regolazione del comportamento. Cambiamenti simili sono stati evidenziati anche nei casi di ansia, disturbi alimentari e sindrome dell’intestino irritabile (Collerton, 2013).

Questi risultati ci suggeriscono che i cambiamenti che avvengono a livello cosciente in seguito alla psicoterapia influiscono sulle variazioni di attività cerebrali nelle zone sopraindicate: se da un lato vi è una diminuzione dell’attivazione emotiva (minore attività limbica), dall’altro vi è un aumento della riflessività (maggiore attività frontale).

Gli operatori della salute mentale mirano ad aiutare i loro pazienti a modificare in modo efficace comportamenti, emozioni e pensieri disfunzionali. I vari sistemi di psicoterapia spesso producono cambiamenti profondi e duraturi, ma i loro resoconti su come e perché tali cambiamenti avvengano differiscono notevolmente, così come i loro metodi. La ricerca sul riconsolidamento della memoria ha dunque aperto la strada a un nuovo terreno comune tra neuroscienziati e clinici, che da decenni tentano di arrivare ad una comprensione chiara e sicura del meccanismo e del processo fondamentale del cambiamento trasformazionale (Ecker & Bridges, 2020).

Entrando in contatto con le funzioni più coscienti del paziente, sottoposte al controllo esecutivo e volontario, un percorso di psicoterapia può indurre una vera e propria modifica strutturale del sistema nervoso. Le risposte emotive disfunzionali che originano dai centri cerebrali emotivi sottocorticali (aree limbiche) possono essere regolate terapeuticamente attraverso la creazione di apprendimenti e risposte preferenziali in altre regioni del cervello (aree prefrontali) che inviano connessioni neurali di regolazione alle regioni sottocorticali (Price & Duman, 2020).

A fronte di questi risultati si può pensare al riconsolidamento della memoria come un modello generale di cambiamento per un suo utilizzo nella pratica clinica. Sebbene gran parte degli studi abbiano preso in esame la Terapia Cognitivo-Comportamentale, la rilevanza dei risultati ottenuti è applicabile anche ad altre psicoterapie in grado di promuovere un cambiamento in modo stabile (Collerton, 2013).

 

A tavola senza battaglie (2022) di Ileana Gervasi – Recensione

Nel suo libro “A tavola senza battaglie” l’autrice mette in luce come il compito del genitore sia quello di offrire delle opportunità, grazie alle quali il bambino può allenarsi a imparare come costruire nel tempo un buon rapporto con il cibo.

 

 Non è la prima volta che mi trovo tra le mani un libro la cui finalità è guidare i bambini a mangiar bene e sano. Libri senz’altro utili poiché sono molti i genitori di quei bambini che non mangiano tutto, che assumono solo pochi cibi, o al contrario che mangiano un po’ troppo e talvolta le cose sbagliate. E anche stavolta mi aspettavo di leggere il classico libro che consigliasse come insegnare ai propri figli a mangiar bene.

Sono rimasta invece colpita dal fatto che l’autrice del libro espone una serie di consigli partendo da una propria esperienza personale, tra l’altro ben descritta. Ileana Gervasi è una dietista, con un rapporto con il cibo che proprio tranquillo non è stato. Ella infatti si descrive come una bambina che mangiava pochissime cose, la classica nipotina che costringeva la nonna a inventarsi giochi durante il pranzo, purché mangiasse qualcosa. Nella sua adolescenza le cose non sono migliorate in quanto, essendo alla ricerca di un ideale di perfezione, era solita a mangiare quasi nulla, vivendo il suo rapporto con il cibo molto male. Quando l’autrice è divenuta una dietista le cose sono migliorate, per poi stabilizzarsi definitivamente con la nascita del suo primo figlio. Infatti, proprio relazionandosi con il suo bambino ha capito quanto sia importante seguire una corretta alimentazione, ma soprattutto quanto sia fondamentale che suo figlio, e lei stessa come madre, abbiano un rapporto con il cibo sereno e privo di tensioni.

E infatti lo scopo del libro è proprio questo: condividere un approccio sereno con l’alimentazione del bambino, perché una vita senza battaglie durante l’ora dei pasti è davvero possibile!

Ovviamente non può mancare un po’ di teoria in merito: l’autrice illustra la piramide alimentare e altri schemi di vitale importanza, inoltre pone un accento anche sulla situazione attuale in cui sono inseriti i bambini di adesso; molti di loro sono in una condizione di sovrappeso o obesità infantile, situazione che con il lockdown da Covid19 è peggiorata.

Innanzitutto, è opportuno che il genitore si focalizzi dapprima su se stesso, chiedendosi cosa davvero voglia dall’alimentazione del proprio figlio.

Vi sono infatti una serie di interrogativi, alcuni dei quali sono i seguenti:

  • “Desidero che il mio bambino non lasci avanzi nel piatto o che mangi a sufficienza imparando a rispettare i suoi livelli di sazietà?”;
  • “Come voglio che mio figlio mangi quando sarà più grande?

Chiedersi semplicemente cosa cucinare la sera per cena non basta, nutrendo i bambini si crea con loro una relazione, basata sulle interazioni reciproche intorno al cibo.

Per affrontare al meglio qualsiasi tipo di educazione alimentare è opportuno conoscere i concetti di fame e di sazietà.

La fame è quella sensazione piuttosto sgradevole che il nostro corpo ci fa percepire quando ha bisogno di nuova energia. Dietro alla sensazione di fame, si nasconde in realtà un sistema molto complesso. Siccome la sensazione di fame è fastidiosa, il nostro desiderio è quello di placarla.

 Ben altra cosa è la sazietà: si tratta del pieno appagamento del desiderio e del bisogno di cibo e di nutrimento. Il senso di sazietà ci fa quindi capire quando smettere di mangiare.

Il genitore è sempre pronto a rispondere ai segnali di fame e sazietà del proprio figlio, anche se spesso e volentieri egli si troverà in difficoltà, in quanto il bambino talvolta smetterà di mangiare dopo pochi bocconi, altre volte invece chiederà il bis o il tris.

Per stabilire una corretta relazione tra il cibo e il proprio figlio sarebbe opportuno coinvolgere sempre il bambino nella scelta delle pietanze da mangiare, dando a lui la giusta fiducia, in quanto egli è in grado di percepire bene la fame e la sazietà.

L’autrice mette in luce come il compito del genitore sia quello di offrire delle opportunità, grazie alle quali il bambino può allenarsi a imparare come costruire nel tempo un buon rapporto con il cibo.

Per permettere ciò, la Gervasi espone nel dettaglio tre utili comportamenti:

  • instaurare una routine alimentare definita;
  • esporre alla varietà alimentare, senza pressioni o forzature;
  • concedere la possibilità di manifestare il rifiuto.

Perché anche i “No” dei bambini hanno la loro importanza. I bambini hanno il diritto di non mangiare ciò che proponiamo loro, e l’autrice espone anche una serie di preziosi consigli per gestire al meglio i “Non mi piace” e i “Non lo voglio” del proprio figlio.

Vi è un capitolo molto interessante dedicato a come parlare del cibo in famiglia. Spesso è una cosa che si tende a trascurare, ma è molto influente il modo in si cui parla di cibo non solo durante i pasti, ma anche in altri momenti, come per esempio dopo la scuola, quando è più probabile che il bambino chieda certe tipologie di alimenti.

Concludendo, si tratta quindi di un libro che non guida semplicemente genitori e figli verso una corretta alimentazione, ma l’autrice accompagna il genitore verso una relazione tra bambino e cibo che possa definirsi serena, priva di attriti e soprattutto senza battaglie. Il libro è senz’altro utile anche nel mantenere una corretta atmosfera a tavola in famiglia. Perché il cibo è qualcosa che unisce, che rende allegri, che crea convivialità. Per tale motivo sarebbe molto piacevole che qualsiasi pasto fosse accompagnato dalla giusta dose di armonia e tranquillità.

 

L’effetto dell’abuso sessuale e della dissociazione sul tentativo di suicidio

Il suicidio è responsabile di più di 700.000 morti all’anno in tutto il mondo (WHO, 2021). I fattori di rischio tradizionali, come la depressione, la mancanza di speranza, i disturbi psichiatrici e l’impulsività possono predire l’ideazione suicidaria, ma tali fattori non sono in grado di prevedere i tentativi di suicidio tra gli ideatori di suicidio (Klonsky et al., 2017).

 

Introduzione

 I fattori di rischio tradizionali, come la depressione, la mancanza di speranza, i disturbi psichiatrici e l’impulsività possono predire l’ideazione suicidaria, ma tali fattori non sono in grado di prevedere i tentativi di suicidio tra gli ideatori di suicidio (Klonsky et al., 2017). Le persone che sono state esposte a eventi traumatici precoci sono a maggior rischio di tentare il suicidio rispetto alla popolazione generale (Jakubczyk et al., 2014). L’abuso sessuale, soprattutto nell’infanzia, è stato costantemente associato al comportamento suicidario (Lopez-Castroman et al., 2013). Anche recenti meta-analisi hanno confermato che l’abuso sessuale infantile è un importante fattore di rischio per i tentativi di suicidio (Ng et al., 2018; Zatti et al., 2017). Un ampio numero di ricerche ha anche identificato una relazione tra eventi potenzialmente traumatizzanti e sintomi dissociativi (Dorahy & van der Hart, 2007). La dissociazione può includere una disconnessione dal corpo che può ridurre la paura e il dolore associati al “danneggiamento” del corpo che può rendere possibile il tentativo di suicidio (Pachkowski et al., 2021). Diversi studi hanno rilevato che la dissociazione è un fattore predittivo di tentativi di suicidio (Bertule et al., 2021; Foote et al., 2008). Le ricerche dimostrano che livelli più elevati di dissociazione possono essere un importante fattore di mediazione, indipendentemente dai disturbi psichiatrici, nello sviluppo dell’autolesionismo e del tentativo di suicidio (Kılıç et al., 2017).

Tentativi di suicidio e abuso sessuale

Una revisione sistematica della letteratura conferma l’esistenza di una solida evidenza del ruolo mediazionale della dissociazione nel trauma e nell’autolesionismo non suicidario, ma la letteratura manca di prove sul ruolo di mediazione della dissociazione nell’ideazione del suicidio e nei suicidi completati (Rossi et al., 2019). In questo studio di Brokke e colleghi (2022), i pazienti psichiatrici acuti a rischio di suicidio che avevano subito abusi sessuali sono stati confrontati con pazienti a rischio di suicidio che non avevano subito abusi sessuali (Brokke et al., 2022). È stato analizzato il ruolo della dissociazione nell’associazione tra abuso sessuale e tentativi di suicidio: questo ha il potenziale di colmare una lacuna presente in letteratura.

Nel seguente studio la dissociazione ha mediato una parte sostanziale della relazione tra abuso sessuale e numero di tentativi di suicidio (Brokke et al., 2022). Come previsto dagli autori dell’articolo, i pazienti psichiatrici che hanno subito un abuso sessuale hanno maggiori probabilità di essere autolesionisti e di tentare il suicidio rispetto ai pazienti che non hanno subito abusi sessuali. Inoltre, i pazienti nel gruppo degli abusati sessuali hanno riportato una dissociazione più patologica e con livelli più elevati. La dissociazione è stata anche identificata come essere un importante fattore di mediazione dal valore predittivo dell’abuso sessuale nell’identificazione di pazienti con più di quattro tentativi di suicidio e un effetto di mediazione quasi significativo per i pazienti con più di 2 tentativi. Un meccanismo può essere rappresentato dal fatto che la dissociazione aumenta la vulnerabilità allo stress e questa disposizione può essere un facilitatore di impotenza, disperazione, stress intollerabile e comportamenti suicidari (Orbach, 1994).

La teoria interpersonale del suicidio

 La teoria interpersonale del suicidio (Van Orden et al., 2010) spiega che il comportamento suicidario consiste sia nel desiderio di morire che nella capacità di farlo. Il desiderio di morire può derivare da una percezione di pesantezza e da sentimenti di disperazione (Chu et al., 2017). La capacità di mettere in atto un comportamento suicida emerge attraverso processi di assuefazione e di opposizione dopo l’esposizione ripetuta al dolore fisico o a esperienze che inducono paura (Van Orden et al., 2010). Nel presente studio, l’abuso sessuale può essere inteso come un’esposizione a situazioni psicologiche dolorose, provocatorie o che inducono paura, che potrebbero contribuire al desiderio di morire (Brokke et al., 2022). La dissociazione, con la disconnessione fisica dal proprio corpo, potrebbe essere intesa come un facilitatore dell’assuefazione alla paura che crea il coraggio o l’impavidità che costruisce la capacità al suicidio. L’autolesionismo e il tentativo di suicidio (e i tentativi multipli di suicidio) potrebbero essere elementi costitutivi della capacità di suicidio attraverso l’assuefazione al dolore (Smith & Cukrowicz, 2010).

Conclusione

In conclusione, quindi, la dissociazione sembra mediare una parte sostanziale della relazione tra abuso sessuale e numero di tentativi di suicidio. I risultati di questo studio illustrano l’importanza della valutazione e del trattamento dell’abuso sessuale e dei sintomi correlati al trauma (come la dissociazione) nella prevenzione del suicidio. La dissociazione, infatti, potrebbe essere il motivo per cui alcune persone agiscono i loro pensieri suicidi (Brokke et al., 2022).

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