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La disinformazione in ambito sanitario e la vulnerabilità alle fake news

Lo sviluppo del web e dei social media ha ampliato la possibilità di mantenere stabili contatti e facilitato lo scambio di informazioni, ivi incluse le fake news o le notizie che possono incutere paura e preoccupazione.

Disinformazione e fake news

 Il tema della disinformazione è da tempo oggetto di attenzione in ambito politico-militare poiché è noto che l’opinione pubblica possa essere manipolata (Nelson et Taneja, 2018), al fine di promuovere confusione, panico e indurre comportamenti incontrollabili. Negli ultimi anni il proliferare di notizie false ha riguardato anche il settore sanitario con particolare riferimento a tematiche importanti come ad esempio il cancro (Chen et al, 2018), i virus Zika (Lyons et al, 2019) ed Ebola (Sell et al, 2020) nonché la sicurezza alimentare e dei vaccini antinfluenzali (Oh et Lee, 2019 – Bode et Vraga, 2018) o di quello morbillo-parotite-rosolia (Carrieri et al, 2019). Tale scenario ai nostri giorni ha, inevitabilmente, un forte impatto sullo stato di salute e di benessere psicofisico (Pan et al, 2021 – Lazer et al, 2018) poiché in particolari condizioni le credenze false limitano l’accesso alle cure, la sopravvivenza (ANSA (a.), 2021) e la capacità di gestione dei fattori di stress (Kwong et al, 2020 – Taquet et al, 2020 – Huang et al, 2021), rendono più inclini ad avere una percezione negativa del futuro (Trzebiński et al, 2020) e inducono a scegliere strategie di coping meno adattive (Sharif et al, 2022 – Schäfer et al, 2020), causando un progressivo logoramento della resilienza (Hao et al, 2021) e l’incremento delle diagnosi di alcuni disturbi psichiatrici (Gutentag et Asterhan, 2022  – Celmece et Menekay, 2020 – Nenov-Matt et al, 2020 – Liu et al, 2020 – Taylor et al, 2020) fra cui l’ansia (Pappa et al, 2020 – Rossi et al, 2020).

Il termine fake news ha accresciuto la propria notorietà a livello mondiale nel corso della pandemia di COVID 19. Si tratta, infatti, di un periodo storico in cui le persone hanno dovuto imparare a convivere ed a affrontare un nemico nuovo e imprevedibile (Cohen-Louck et Levy, 2021), hanno subito lunghe esperienze di isolamento (Wilder-Smith et Freedman, 2020 – Druss, 2020 – Smith et Lim, 2020), hanno sofferto la solitudine (Lim et al, 2022 – Peplau et Perlman, 1982) ed hanno vissuto una condizione di precarietà socio economica (The New England Journal of Medicine, 2020 – Shechory Bitton et Laufer, 2021). Tale complessa situazione, coniugata ad un scenario caratterizzato da una grande incertezza (Reizer et al, 2020), ha generato un terremoto di forte magnitudo a cui è seguito uno tsunami che ha inondato il pianeta con una quantità eccessiva di notizie di cui molto spesso non è stato possibile rintracciare e vagliare con accuratezza la fonte (WHO, 2022). Ad esempio, è stato verificato che in Italia nei primi mesi del 2020 gli articoli contenenti informazioni non veritiere sono stati condivisi 2.352.585 volte (Moscardelli et al, 2020) e che gli “infodemic monikers” (informazioni errate che possono dare origine a errori interpretativi) hanno avuto una diffusione capillare su tutto territorio nazionale (Rovetta et Bhagavathula, 2020). La pandemia è stata, quindi, affiancata da una infodemia (Zarocostas, 2020 – Hua et Shaw, 2020) che ha permesso la diffusione di idee o credenze che hanno indotto una parte della popolazione a diffidare dei vaccini (Biasio et al, 2021) ed a manifestare reazioni emotive di sfiducia nei confronti dei provvedimenti adottati per far fronte all’emergenza sanitaria (Biasio et al, 2018 – ANSA (b.), 2021 – ANSA (c.), 2021).

Le fake news hanno una particolare capacità di diffusione poiché risultano facilmente credibili. Tali notizie, infatti, sono costruite in modo tale da intercettare e mantenere una coerenza con un bacino di dati scientifici reali e sono alimentate dalla paura di morire oltre che dalla necessità di ricercare chiarezza, coerenza e soluzioni che consentano di superare situazioni di crisi o di pericolo anche potenziale. In tali circostanze, la preoccupazione, una delle componenti tipiche dell’ansia, facilita la concatenazione di pensieri persistenti e ripetitivi che spingono l’individuo a cercare rassicurazioni, nuove informazioni o distrazioni che impediscono il normale processo di autocontrollo (Luo et al, 2021) e continuano ad alimentare la paura, il panico o il senso di incertezza, favorendo la formazione di convincimenti o comportamenti irrazionali (Fernández-Luque et Bau, 2015).

La paura è essa stessa uno stato emotivo “contagioso”. La necessità di sopravvivere ha permesso di sviluppare nel corso dell’evoluzione un complesso circuito neuronale che permette alla corteccia cingolata anteriore di trasferire all’amigdala basolaterale gli stati emotivi colti durante le interazioni sociali (Smth et al, 2021) e consente la trasmissione di segnali di pericolo da una persona all’altra. Lo sviluppo del web e dei social media ha ampliato la possibilità di mantenere stabili contatti e facilitato lo scambio di informazioni (ivi incluse quelle false o che possono incutere paura o preoccupazione) al punto che internet è, ormai, considerato una delle fonti primarie di conoscenza oltre che una comunità globale che offre libero accesso ad informazioni o consigli anche su problematiche attinenti alla salute (Monzani et al, 2021 – Zhang et al, 2020). Si pensi, ad esempio, che in Cina nell’ultimo trimestre del 2020 l’applicazione WeChat ha raccolto 1,2 miliardi utenti attivi al mese e che altre applicazioni hanno riportato giornalmente 224 milioni di presenze (Statista, 2020) mentre in Europa un cittadino su due di età compresa fra i 16 ed i 74 anni cerca online informazioni relative alla salute (Eurostat, 2020).

La ricerca su internet è, tuttavia, resa possibile attraverso algoritmi in grado di rilanciare informazioni pubblicizzate e/o di riproporre argomenti affini a quelli precedentemente richiesti, fornendo un output quantitativo importante di cui è difficile verificare la qualità. In questo mare magnum è possibile che gli utenti possano essere indotti a credere a informazioni errate a causa del “bias di conferma” (Kahneman, 2011) e del “bias di negatività” (Rozin et Royzman, 2001). Il primo è definito come la tendenza a visualizzare in modo preferenziale informazioni coerenti con le proprie opinioni o pregresse conoscenze mentre il secondo descrive la propensione ad accettare notizie coerenti con la propria situazione emotiva.

Il ricorso alle tecniche di neuroimaging consente di comprendere meglio il ruolo della paura nella diffusione delle fake news. Al riguardo, è stato verificato (VanElzakker et al, 2018) che, durante la rievocazione di situazioni di pericolo, l’amigdala può risultare iperattiva e causare un comportamento stimolo risposta anomalo, le strutture della corteccia prefrontale, che normalmente antagonizzano l’amigdala, possono risultare poco reattive e quindi incapaci di reprimere lo stimolo della paura, l’ippocampo può avere un funzionamento anormale e causare fenomeni di ipermnesia (Desmedt et al, 2015) ovvero di un abnorme aumento della capacità di rievocare scenari potenzialmente negativi e di amnesia contestuale (Al Abed et al, 2020). Ciò riduce la capacità di identificare contesti sicuri e di ricondurre la paura alla causa che l’ha ingenerata, rendendo frequente la scelta di ricorrere a stili di coping maladattivi. Inoltre, in situazioni ritenute di pericolo o di emergenza i network cerebrali preposti ad attività cognitive di ordine superiore risultano depotenziati (Vartanian et al, 2020), al fine di garantire la vigilanza e la reattività comportamentale necessarie alla sopravvivenza (Hermans et al, 2014).

In sintesi, la congruenza emotiva (Na et al, 2018) e informativa di una fake news coniugate all’anomalo funzionamento di alcuni network cerebrali hanno un impatto significativo sul processo decisionale di un individuo poiché in situazioni di pericolo (anche potenziale) limitano le risorse impiegabili per la valutazione della veridicità delle informazioni (Zou et Tang, 2020) e per la gestione delle emozioni da esse generate. Ciò predispone ad una sorta di “solidarietà cibernetica” che, seppur rivolta ad accrescere le possibilità di difesa dalla minaccia, facilita la diffusione delle fake news nel web (Williams, 2020) e la loro condivisione da più fonti (“l’effetto dell’esposizione ripetuta”) aumentando il senso di familiarità (Pennycook et al, 2019) e l’attendibilità loro attribuita (Shen et al, 2019).

Il ruolo della paura nella diffusione di fake news

Nel periodo marzo-maggio 2022 l’autore del presente articolo ha predisposto un questionario online utilizzando la piattaforma Google.it che è stato proposto per la compilazione in modo del tutto anonima e su base volontaria attraverso i social media (principalmente Facebook e LinkedInd). A tale iniziativa hanno aderito 174 persone. Dai dati raccolti, pur dovendo tenere conto di alcune limitazioni (ad esempio la dimensione del campione, un eventuale “bis di selezione”, ecc.) è emerso che il 49,4% dei partecipanti ha segnalato di essere preoccupato per la propria salute (il 32% associa questo timore al periodo storico in atto) mentre il 51,1% ritiene probabile che possa ammalarsi nel corso del prossimo anno. La paura di ammalarsi è confermata indirettamente dal giudizio espresso sul sistema sanitario Italiano, ritenuto in prevalenza non efficiente o non attagliato alle necessità (con particolare riferimento alle aree del centro sud ed in quelle insulari del Paese). Il COVID 19 (30,5%), le difficoltà economiche o lavorative (24,7%), la carenza di sonno o l’alimentazione (12%) e la crisi fra Ucraina e Russia (4%) sono stati indicati come i principali fattori di rischio per la salute.

La preoccupazione per la propria salute e per quella dei propri familiari (51,1%), il bisogno di supporto, aiuto o informazioni  (19,5%) e la necessità di ritrovare serenità (12,1%) rappresentano le principali motivazioni che inducono a ricercare informazioni sanitarie. Il 77,6% dei partecipanti riesce sempre a trovare notizie sulla salute che confermano le proprie idee o che giustificano il proprio stato d’animo (bias di conferma e negatività). Tali informazioni sono attinte attraverso il ricorso ad internet o ai mass media (36,2%), il consulto di un medico (16,1%) e il ricorso al supporto del nucleo familiare o al parere di un sanitario (43,7%), ricercando, tuttavia, conferme su internet, libri e mass media. Il 41,4% dei partecipanti si sofferma sulle notizie che ritiene di poter comprendere o che siano più adatte alle propria condizione, il 16,7% esamina quelle più popolari mentre il 34,5% dichiara di prendere in esame solo quelle accreditate. Coloro che focalizzano la propria attenzione sulle informazioni più popolari sono inclusi nella fascia d’età 18-40 anni ed hanno prevalentemente un livello d’istruzione medio basso (scuola secondaria di primo o secondo grado). Diversamente, le persone interessate alle notizie accreditate hanno in gran parte un livello d’istruzione di rango universitario o post universitario ed una fascia d’età compresa fra i 30 ed i 60 anni.

L’85,6% dei partecipati pensa che sia giusto condividere una informazione sanitaria, in particolare modo se sono giudicate utili per gli altri (47,7%). La notizia appresa viene messa in pratica e condivisa sui social media dal 42% dei partecipanti, la restante parte del campione ne parla con persone di fiducia (36%), mentre una parte residuale (20%) si limita a metterle in pratica.

 I risultati esposti confermano che anche in Italia la preoccupazione e la paura sono associate ad una maggiore vulnerabilità alle fake news e ad una maggiore propensione alla condivisione delle informazioni sanitarie. Al riguardo, è interessante evidenziare che le minacce a cui un individuo può essere sottoposto ai nostri giorni sono sempre più complesse poiché multidimensionali e multideterminate. L’esperienza del COVID 19, ad esempio, ha insegnato che la paura causata dalla percezione di un rischio risente anche di variabili sociodemografiche (istruzione, situazione finanziaria, lavoro, ecc.), che le persone rispondono in modo diverso ad una situazione pericolosa (Pyszczynski, et al, 2021) e che un coping inefficace può causare reazioni non controllabili, limitare il benessere psicosociale (Guo et al, 2020 – Song et al, 2020) oltre che aumentare la percezione della paura nella comunità (Tzur Bitan et al, 2020). In un simile scenario è stato rilevato che la scelta di condividere pubblicamente i numerosi dibattiti nell’ambito della comunità medica, il rincorrere una maggiore popolarità, il tentativo di affermarsi pubblicamente e la continua ricerca di scoop da parte dei media sono fattori che hanno probabilmente contribuito a disorientare il pubblico, ad accrescerne il senso d’insicurezza (ANSA (d.), 2022) e la diffidenza nei confronti dei provvedimenti governativi introdotti per limitare la diffusione del virus, facilitando la disinformazione e l’assunzione di atteggiamenti pericolosi per la salute pubblica (Tagliabue et al, 2020).

In una situazione di pericolo sanitario è, dunque, estremamente importante riuscire a identificarne la dimensione sociale e i possibili fattori di rischio, onde poter avviare iniziative che, attraverso interventi integrati e multilivello, rendano più agevole l’individuazione di gruppi potenzialmente problematici e il rinforzo delle capacità necessarie al mantenimento di un adeguato livello di benessere biopsicosociale anche in situazioni di forte stress e minacce improvvise. Pertanto, la scelta di strategie che consentano di sostenere la fiducia nelle istituzioni, l’ottimismo e la resilienza individuale, di migliorare le modalità con cui i mass media gestiscono le informazioni sullo stato di salute pubblica e di accrescere la qualità dell’educazione digitale possono risultare determinanti per limitare la vulnerabilità dei cittadini e depotenziare l’efficacia delle fake news.

In particolare, concreti interventi di social support finalizzati a tutelare il livello di occupazione e la condizione socio-economica, ad ampliare la conoscenza delle reti territoriali in grado di fornire supporto in situazioni particolari (es. isolamento sociale) e a rendere più agevole l’accesso ai servizi sanitari sono utili a sostenere le persone nei momenti di difficoltà e a rinforzare i fattori di protezione necessari ad antagonizzare i meccanismi d’azione della preoccupazione legata al proprio stato di salute. In tale quadro, risultano auspicabili iniziative che consentano di abbattere pregiudizi e di diffondere il convincimento che la salute psicologica è un diritto da salvaguardare attraverso il tempestivo avvio degli interventi e delle attività di follow up di volta in volta ritenuti necessari. Ad esempio, è stato rilevato che il ricorso alla mindfulness (Světlák et al, 2021) e alle tecniche di scrittura positiva (Reiter et Wilz, 2016) sono risultati utili ad un campione di studenti per comprendere come cogliere le emozioni positive (Iovino et al, 2021) correlate agli eventi della vita e come rivolgere l’attenzione consapevole alle proprie sensazioni, accettandole per quelle che sono. Ciò facilita la rivalutazione cognitiva positiva delle esperienze vissute, aumentando la gratitudine, il benessere biopsicosociale e la capacità di affrontare nuove sfide (Işık et Ergüner-Tekinalp, 2017). In tale prospettiva, anche la capacità di utilizzare meccanismi di coping adattivi in situazioni ambientali difficili risultano utili per promuovere l’ottimismo (Santos et al, 2022) oltre che per migliorare la percezione che si ha del futuro ed il convincimento di poter continuare a perseguire gli obiettivi prefissati o di poter realizzare i propri desideri nonostante permangano condizioni di incertezza.

È certamente auspicabile l’avvio di strategie condivise in ambito internazionale che consentano di migliorare la gestione delle informazioni durante eventi critici, al fine di prevenire e ridurre il contagio emotivo che, nell’era della globalizzazione, può indurre una persona ad assumere comportamenti pericolosi per la salute. In questa prospettiva, è opportuno pensare a programmi di formazione per giornalisti e professionisti della salute mentale che consentano di ampliare le occasioni di collaborazione (D’Urso, 2022) e di valorizzarne il loro ruolo di “attori della salute pubblica” (Notredame et al, 2015).

Il ricorso a strategie basate sul prebunking sono risultate, invece, efficaci per aumentare la capacità di riconoscere le informazioni false (van der Linden et al, 2020) e per ridurre l’influenza che esse esercitano sull’opinione pubblica (Ecker et al, 2011). Ciò richiede preventivi avvertimenti che consentano di mettere in guardia i cittadini sui rischi correlati a possibili campagne di disinformazione e interventi che, attraverso la confutazione, consentano di ridurre la credibilità delle informazioni false.

Infine, il controllo del dominio cyber e una solida educazione digitale (Nguyen et al, 2020) che insegni ai giovani a ragionare in modo analitico rappresentano un serio investimento per limitare la diffusione di fake news e smantellare la falsa narrazione della realtà sulla quale si fondano la disinformazione e la paura, rendendo più agevole la gestione di problematiche di salute pubblica.

In conclusione, i risultati confermano che anche in Italia la preoccupazione e la paura sono associate ad una maggiore vulnerabilità alle fake news e ad una maggiore propensione alla condivisione delle informazioni sanitarie. Per questo motivo, è auspicabile la definizione di interventi integrati e multilivello che consentano di sostenere la fiducia nelle istituzioni, l’ottimismo e la resilienza individuale, di migliorare le modalità con cui i mass media gestiscono le informazioni sullo stato di salute pubblica e di accrescere la qualità dell’educazione digitale, al fine di limitare la vulnerabilità dei cittadini, di antagonizzare i meccanismi d’azione della preoccupazione e di depotenziare l’efficacia delle fake news.

La commare secca va in vacanza (2022) di Lara Luciano – Recensione

“La commare secca va in vacanza”, edita da Gambini nel 2022, è l’opera prima di Lara Luciano, redattrice free lance e addetta stampa di origini trentine. 

 

 Questo romanzo può essere definito come il diario di una malattia, all’interno del quale si possono rintracciare alcune note che riguardano la vita e l’esperienza personale dell’autrice.

Il romanzo narra la storia di una giovane donna che soffre di anoressia che, dopo aver tentato il suicidio, viene ricoverata in un reparto psichiatrico.

Questa esperienza dolorosa, questa difficoltà, si trasforma per la protagonista in un’opportunità. L’autrice considera questo ricovero un lungo periodo di “ferie”.

Durante questo periodo la giovane osserva le storie e le sofferenze delle altre persone ricoverate e riflette sulla propria condizione e sulla propria malattia. Giunge a comprendere il significato simbolico del corpo e come il suo corpo sia l’espressione dei conflitti interiori che ella vive: “nei luoghi della malattia si fanno incontri inopportuni e insani che si aggirano come miracoli sporchi e infetti. Tanti giudizi universali in attesa di compiersi. Tante catastrofi in corso. In questi posti la gente, mentre cerca la salvezza con tutti i mezzi, la insegna in modo gratuito e inconsapevole”. Conflitti che riguardano il rapporto con sé stessa e con gli altri, la vita e la morte. Conflitti che riguardano l’amore e la religione, la protagonista ama una donna con cui convive nonostante la sua esperienza di fede.

 La descrizione minuziosa di tutto quello che avviene durante il ricovero, le regole della struttura, il comportamento degli OSS, i permessi per andare a mangiare a casa e le terapie effettuate, rendono quest’opera un diario. Così come la trasparenza dei pensieri della protagonista e lo stile di narrazione caratterizzato da una sorta di spezzettatura.

L’autrice affronta il tema della malattia, dell’anoressia e del suicidio con grande realismo e lucidità, ma anche con una certa ironia che compare a tratti nel romanzo. Lara Luciano ha una scrittura bella che è arricchita dalla capacità di evocare immagini. Il romanzo è una testimonianza corredata da pensieri auto analitici. Chi legge il libro percorre insieme all’autrice i corridoi del reparto psichiatrico.

 

Beni di lusso: motivazioni e conseguenze d’acquisto

Il desiderio di acquistare beni di lusso deriva in gran parte dal bisogno di status, cioè di “rispetto, ammirazione e deferenza volontaria da parte degli altri” (Anderson et al., 2015). Questo bisogno guida il modo in cui i consumatori selezionano, utilizzano e decodificano i segnali associati allo status elevato sul mercato, siano essi oggetti materiali, esperienze o conoscenze (Dubois, 2020).

I beni di lusso

 Il consumo di lusso è tradizionalmente studiato attraverso l’acquisto e l’esibizione di articoli altamente osservabili di noti marchi di lusso (Veblen, 2007). Tuttavia, con la proliferazione del lusso in diversi mercati, il consumo di lusso ha assunto forme diverse.

I consumatori mostrano una preferenza per i prodotti di lusso in modi che riflettono ciò che il consumo di lusso significa per il singolo acquirente. Ad esempio, i consumatori con minore esperienza nel settore del lusso, tipicamente appartenenti a fasce socioeconomiche più basse, preferiscono prodotti di lusso “rumorosi” con identificatori di marca più evidenti (ad esempio, i loghi). Al contrario, coloro che hanno una maggiore esperienza preferiscono prodotti di lusso “silenziosi” con identificatori meno evidenti (o assenti) (Han et al., 2010). Questo perché i non esperti cercano di affiliarsi a gruppi più ricchi ed esperti, mentre gli esperti cercano di dissociarsi da ciò che viene considerato mainstream.

Il consumo di lusso si manifesta anche nell’acquisto di prodotti iconici (che fanno parte delle collezioni dei marchi di lusso da decenni) o effimeri (che cambiano a ogni stagione). Mentre sia i prodotti di lusso iconici che quelli effimeri segnalano uno status elevato, questi ultimi creano una maggiore percezione del fatto che l’acquirente si è guadagnato il proprio status con lo sforzo (piuttosto che ereditarlo da un background privilegiato), il che, a sua volta, aumenta il riconoscimento conferito al consumatore dagli altri. Anche gli oggetti vintage possono creare significati e vantaggi distinti: rafforzando la connessione mentale tra passato, presente e futuro, aiutano a mitigare le minacce esistenziali come i ricordi di morte (Sarial-Abi et al., 2017).

Il significato del consumo di lusso

Con l’ampliarsi dell’ambito dei comportamenti di consumo del lusso – all’interno e all’esterno delle categorie tradizionali del lusso – le persone hanno iniziato a guardare al di là dell’ambito del consumo per ricercare il significato e i benefici del lusso. I consumatori investono sempre di più in ambiti come la genitorialità, l’istruzione e la salute per acquisire capitale culturale e riconoscimento di status che tradizionalmente si ottenevano attraverso il lusso. I genitori sono sempre più costretti a mandare i figli in scuole d’élite, a iscriverli ad attività extrascolastiche e a curare il loro sviluppo culturale a casa per ottenere status sociale e rispetto all’interno di determinati circoli. Allo stesso modo, mangiare e vivere in modo sano e adottare comportamenti rispettosi dell’ambiente sono diventati simbolo di status elevato. Fare la spesa in negozi di alimentari specializzati, pagare per attrezzature e corsi di fitness e utilizzare energia e materiali sostenibili sono sempre più associati a privilegi e status (Griskevicius et al., 2010).

 Il consumo di lusso produce molteplici benefici per l’individuo. Indossare un marchio di lusso può aumentare la propria competenza percepita, così come il riconoscimento sociale, la conformità e le ricompense economiche da parte degli altri. Il solo pensiero di possedere un prodotto di lusso può proteggere l’individuo dal pungolo psicologico di un feedback negativo. Al contrario, uno studio recente ha messo in luce le conseguenze potenzialmente negative del consumo e dell’esibizione di beni di lusso, riposizionando il lusso come un vantaggio e una rovina (Sivanathan & Pettit, 2010). Questo lato oscuro del lusso emerge a livello psicologico, sociale ed economico.

Il lato oscuro del consumo di lusso

A livello psicologico, Goor e colleghi (2020) hanno scoperto che il consumo di lusso fa sentire i consumatori inautentici, come se il consumo fosse un privilegio indebito. Tale effetto emerge tra le persone di varie fasce di reddito, e la sensazione di inautenticità spinge i consumatori di lusso a comportarsi con minore sicurezza. Inoltre, possedere un prodotto di lusso può scatenare sia sentimenti di orgoglio e arroganza e sia emozioni come la vergogna e il senso di colpa.

A livello sociale, chi indossa prodotti di lusso viene percepito come meno caloroso, meno socievole e come se tentasse di controllare l’impressione che lascia negli altri. Di conseguenza, risulta meno attraente nel momento in cui l’altro desidera instaurare un contatto interpersonale, sia nei contesti sociali sia in quelli lavorativi. I consumatori di lusso sono inoltre visti come materialisti e persino immorali da chi si oppone alla valorizzazione di sé (Goenka & Thomas, 2020).

Da un punto di vista economico, alcuni tipi di consumo di lusso danneggiano ironicamente gli stessi marchi di lusso che vengono consumati. Ad esempio, l’uso vistoso di un marchio di lusso può diluire il marchio stesso. Anche assistere a un consumo di lusso non meritato può produrre una reazione negativa nei confronti del marchio da parte di osservatori che apprezzano l’equità. In un esperimento, i partecipanti attenti all’equità hanno valutato meno favorevolmente Louis Vuitton dopo aver appreso che un consumatore aveva acquistato un articolo del marchio utilizzando il denaro dei genitori (anziché il proprio, guadagnato con fatica) (Lee et al., 2017).

Conclusioni

Nel complesso, se da un lato il consumo di lusso può fornire un cuscinetto psicologico contro le minacce che provengono da se stessi, dall’altro può creare una nuova minaccia sotto forma di sentimenti di inautenticità. Gli individui possono essere percepiti positivamente per alcuni aspetti, ma negativamente per altri. L’acquisto dei beni di lusso implica dunque un compromesso intrinseco costi-benefici per il consumatore.

La misofonia – Editoriale di Cognitivismo Clinico

Questo numero di Cognitivismo clinico (2022, 19, 1/2, 3-4) presenta una prima parte, curata da Giuseppe Romano e Monica Mercuriu, interamente dedicata al tema della misofonia, una forma di sofferenza psicologica, riconosciuta in tempi molto recenti e che solo negli ultimi anni ha interessato anche l’ambito clinico.

Editoriale a cura di Giuseppe Romano, Monica Mercuriu, Antonino Carcione

 

 È probabile che tale condizione di disagio sia stata identificata, per la prima volta, verso la fine degli anni ’90 sulla base degli studi di un’audiologa, Marsha Johnson, come “Sindrome della sensibilità selettiva ai suoni” (Selective Sound Sensitivity Syndrome – 4S), indicando una particolare sensibilità di alcuni individui a suoni specifici.

Seppure, a oggi, questa condizione clinica non compaia all’interno dei principali sistemi di classificazione diagnostica, sono molti i soggetti che riportano una forte avversione nei confronti di suoni quotidiani, spesso ripetuti, che solitamente sono generati da esseri umani, ma che possono essere prodotti anche da animali o provenire dall’ambiente (Scrodher et al., 2013).

Nel 2002 Jastreboff e Jastreboff propongono il termine misofonia, che racchiude anche l’esperienza emotiva associata all’esposizione allo stimolo uditivo. In realtà, nella quasi totalità dei casi, non si tratta di “odio” per i suoni, ma di una reazione di forte avversione nei confronti della fonte da cui essi hanno origine.

L’emozione di rabbia non è l’unica ad accompagnare questa esperienza; alcuni soggetti, infatti, possono sperimentare ansia anticipatoria (Jager et al., 2020) o anche disgusto e tristezza. Anche la risposta comportamentale è di notevole interesse per il clinico: i soggetti “misofonici”, infatti, possono reagire evitando l’esposizione al suono, sperimentando una sensazione di perdita di controllo e, in diversi casi, anche aggredendo verbalmente o fisicamente la fonte sonora.

Come inquadrare la misofonia

La presenza di una così ampia varietà di esperienze emotive e comportamentali lascia presupporre che il suono funga da trigger e che la risposta sul piano emotivo sia legata alla valutazione soggettiva, in seguito ad un’attribuzione di significato, condizionata da scopi e credenze del soggetto.

Tuttavia, non esistendo una definizione univoca del problema, che anche in ambito clinico viene descritto talvolta come sindrome (Brout, 2018) talvolta come disturbo (Schrodher et al., 2013), è importante fare chiarezza attorno al fenomeno e inquadrarlo dal punto di vista clinico.

In questo numero della rivista si cerca di perseguire proprio tale scopo.

 Il primo articolo di Imbesi e colleghi si propone di definire la misofonia distinguendola da altre forme di “insofferenza” nei confronti dei suoni o di dolore sperimentato in presenza di un suono, individuare i criteri con cui provare a porre diagnosi e descrivere l’eziologia del disturbo (se tale condizione può essere così definita), specificando anche i correlati psicologici e comportamentali utili a circoscrivere il fenomeno.

Il secondo contributo, di Fazi e colleghi, propone una revisione sistematica della letteratura relativa agli strumenti di misurazione e valutazione della misofonia.

Spesso, in ambito clinico, il disturbo è presente in concomitanza con altri quadri psicopatologici, pertanto, nel terzo articolo, redatto da Amato e colleghi, gli autori hanno approfondito gli studi pubblicati negli ultimi anni, giungendo a una sintesi dei principali disturbi in comorbilità.

Uvelli e colleghi, infine, chiudono il numero della rivista, descrivendo i principali protocolli di intervento e le procedure cliniche di maggiore efficacia per il trattamento della misofonia.

Trattare la misofonia

Dopo la parte monografica dedicata alla misofonia, il numero è completato da due articoli su temi rilevanti per la psicoterapia. Il primo, di Foglia e Calluso, tratta il perfezionismo come dimensione trans-diagnostica presente nei disturbi di personalità, che può presentarsi in varie forme nei differenti disturbi. Una variabile psicopatologica che deve essere valutata nel quadro clinico, che può complicare il trattamento e che pertanto deve essere oggetto d’attenzione dall’assessment alla pianificazione dell’intervento. Le autrici presentano una rassegna dei principali modelli esistenti in letteratura che definiscono il costrutto, che possono essere uni- o multi-dimensionali e che descrivono il perfezionismo nei suoi aspetti sia intrapersonali, sia interpersonali. Infine, a partire dalla descrizione delle difficoltà che tale variabile psicopatologica pone nella costruzione di una salda e stabile alleanza terapeutica, vengono presentati i vari trattamenti che forniscono prove efficaci o che sembrano promettenti, come la terapia cognitivo-comportamentale, la mindfulness e l’ACT e altri interventi della cosiddetta terza onda, e la Terapia Metacognitiva Interpersonale.

Il secondo articolo, di Toso, riguarda un argomento tradizionalmente noto e trattato nelle terapie comportamentali, ovvero la terapia d’esposizione per il trattamento della paura. L’articolo propone un approccio moderno partendo dalla constatazione dei limiti di tale intervento e alla luce dei risultati emergenti da recenti ricerche. Un punto debole è certamente legato alla comparsa di recidive e questo sembra all’autore principalmente dovuto a due variabili, ovvero la dipendenza dal contesto e le differenti modalità di risposta dei vari pazienti. Le recenti ricerche mettono in evidenza che l’efficacia della terapia di esposizione per l’estinzione della paura non sarebbe dovuta, come si riteneva in passato, alla cancellazione dei ricordi eccitatori, bensì alla formazione di nuove memorie inibitorie. Dunque, per migliorare i risultati, già considerevoli, la dipendenza dal contesto e le diverse risposte dei pazienti al trattamento, ovvero i punti deboli sopra esposti, appare necessario e opportuno modificare l’idea di un protocollo del tutto identico per tutti i pazienti, ma, come è ragionevole pensare, pianificare un trattamento applicato in considerazione delle differenze individuali emergenti. Proprio a questo riguardo l’articolo offre ai lettori importanti suggerimenti e riflessioni per strutturare, come afferma l’autore stesso, “una terapia di esposizione sempre più personalizzata ed efficace”.

 

Quando le emozioni prendono il sopravvento. La disregolazione emotiva – Podcast State of Mind

È online l’episodio del Podcast di State of Mind dal titolo “Quando le emozioni prendono il sopravvento. La disregolazione emotiva”.

 

State of Mind, in collaborazione con Centro Clinico Studi Cognitivi Rimini, ha realizzato “I giovedì dell’approfondimento”, un ciclo di incontri online gratuiti di divulgazione rivolti al pubblico.

Quando parliamo di disregolazione emotiva e comportamentale ci riferiamo ad una condizione in cui viene meno la capacità di regolare le emozioni e organizzare risposte comportamentali efficaci; le emozioni vengono vissute in modo eccessivo e i comportamenti sfociano in agiti impulsivi. È una condizione di sempre maggiore interesse per le diverse modalità in cui si può manifestare e che può interessare tutte le fasce di età.

Disponibile anche sulle principali piattaforme:

 

 

Come diventare indistraibili (2020) di Nir Eyal con Julkie Li – Recensione

Il volume “Come diventare indistraibili” fornisce indicazioni sulla distrazione e strategie per allenare la capacità di restare focalizzati nel qui e ora.

 

 Quante volte è capitato di distrarci durante una conversazione poco interessante pensando a ciò che avremmo dovuto fare ore più tardi?

Quante volte abbiamo aperto Facebook o Linkedin “scrollando” il feed dei social, non riuscendo più a restare concentrati sui nostri tasks lavorativi e personali?

Sebbene le distrazioni esistano da sempre, da prima dell’introduzione dell’attuale tecnologia, la quantità e la velocità di stimoli esterni a cui siamo costantemente esposti è oggettivamente maggiore, rendendo così più difficile la selezione delle informazioni.

Il libro di Nir Eyal e Julkie Li apre una riflessione su come mantenere focalizzata la propria attenzione, assumendo una prospettiva differente rispetto allo stimolo distraente, che può essere rappresentato da un trigger esterno come la notifica dello smartphone o un trigger interno quale la percezione che il compito sia noioso.

 Infatti, eliminare il trigger non è sufficiente, è necessario imparare a esserne consapevoli e re-immaginare il trigger, come una strategia che utilizziamo per non affrontare un compito, o per gestire i nostri impulsi ed emozioni. Riconoscere il dolore e il disagio e prenderne consapevolezza, permette di comprendere la causa prima della distrazione e imparare a gestirla.

Anche re-immaginare un compito da portare a termine e la nostra capacità di controllo su di esso, può aiutare a orientare la nostra attenzione.

Il libro inoltre fornisce strumenti pratici per essere consapevoli delle emozioni che anticipano e susseguono i momenti di distrazioni, così da esserne più consapevoli e allenare la nostra capacità di restare focalizzati nel qui e ora.

Dopo una prima introduzione generale Nir Eyal e Julkie Li analizzano ciò che viene considerata la più grande distrazione del nostro secolo: la tecnologia. Gli autori approfondiscono gli effetti della stessa su ogni contesto con cui ci relazioniamo, da quello lavorativo, a quello familiare, fino a quello sociale, sottolineando ancora una volta come dare la colpa ai dispositivi e attribuire la causa principale della distrazione alla tecnologia è una risposta superficiale a qualcosa di più profondo, come la difficoltà nello stare nel qui e ora, nel portare a termine un compito scolastico o lavorativo, nell’affrontare le proprie emozioni.

I comportamenti di sicurezza negli individui con disturbo d’ansia sociale

Lo studi di Dabas e colleghi (2022) si è posto l’obiettivo di esaminare l’impatto differenziale dei sottotipi dei comportamenti protettivi sulla simpatia e sulla percezione di autenticità (auto ed etero-valutata) nei soggetti con e senza fobia sociale.

 

Il disturbo d’ansia sociale

 Quali sono gli specifici comportamenti di sicurezza maggiormente responsabili di conseguenze negative a livello interpersonale?

Con disturbo d’ansia sociale il DSM-5 (2013) fa riferimento a un eccessivo timore di essere valutati negativamente nelle situazioni sociali dove si potrebbe essere esposti al giudizio degli altri. Come spiegato nel Modello Cognitivo di Clark e Wells (1995), per affrontare le situazioni sociali sfidanti, i pazienti con questo disturbo tendono ad adottare comportamenti protettivi che hanno l’obiettivo di prevenire le catastrofiche conseguenze sociali previste, fra cui la valutazione negativa, il rifiuto e intensi stati d’ansia (Salkovskis, 1991). Tali comportamenti sono innumerevoli e diversificati fra loro, ma recenti studi hanno provato a fornire una classificazione che li distingua in tre principali categorie (Cuming et al., 2009).

I comportamenti di sicurezza

  • Comportamenti attivi, volti a migliorare la performance sociale e a controllare la percezione che l’altro potrebbe avere di sé (ad esempio, ripetere in mente cosa dire in una conversazione, prepararsi in anticipo le domande da fare)
  • Comportamenti inibiti/restrittivi, volti a evitare la minaccia sociale e a ridurre al minimo il proprio coinvolgimento nella situazione (ad esempio, non tenere il contatto oculare, parlare a bassa voce, non attirare l’attenzione altrui)
  • Gestione dei sintomi, volta a nascondere i correlati fisiologici dell’ansia (ad esempio, mettere un vestito che assicuri di nascondere la sudorazione, truccarsi in modo da coprire l’arrossamento del viso)

Ciascuno di questi sottotipi concorre a mantenere la sintomatologia ansiosa nelle situazioni sociali in diversi modi (Clark e Wells, 1995): prevengono dall’esposizione alla possibile disconferma dei propri timori sociali; aumentano l’auto-monitoraggio e, così, lo stato d’ansia; richiedono numerose risorse attenzionali, che possono far apparire assorti nei propri pensieri e distanti dalla situazione presente. Insieme, questi meccanismi farebbero sì che tali strategie preventive finiscano per accrescere la probabilità di performance sociali negative (Rapee e Heimberg, 1997).

Diversi studi empirici hanno comprovato questa considerazione, dimostrando come gli individui con fobia sociale tendano a esperire maggiori feedback sociali negativi rispetto ai soggetti senza il disturbo (ad esempio, venendo giudicati come meno gradevoli o calorosi da parte dei pari) (Alden e Taylor, 2004; Alden e Wallace, 1995; Creed e Funder, 1998). Tuttavia, se molteplici sono gli studi che si sono dedicati a mostrare l’associazione fra i comportamenti di sicurezza, in generale, e le conseguenze negative a livello interpersonale, poche sono le ricerche che hanno approfondito il potere di specifici comportamenti protettivi nel predire risultati sociali negativi nei soggetti con disturbo d’ansia sociale.

Lo studio di Dabas e colleghi (2022)

Uno di questi è quello di Dabas e colleghi (2022) che, sulla base della tripartizione teorica prima introdotta, si è posto l’obiettivo di esaminare l’impatto differenziale dei sottotipi dei comportamenti protettivi sulla simpatia e sulla percezione di autenticità (auto ed etero-valutata) nei soggetti con e senza fobia sociale.

Dopo che i partecipanti allo studio sono stati coinvolti in un’interazione sociale semi-strutturata, sulla quale venivano poi intervistati, i risultati hanno rivelato che in generale, rispetto ai soggetti senza fobia sociale, quelli con il disturbo sono giudicati come meno simpatici e autentici dai loro interlocutori e, in prima persona, essi si percepiscono come meno autentici durante le interazioni. Queste considerazioni sono ampiamente coerenti con la letteratura precedente, che ha dimostrato un legame significativo fra disturbo d’ansia sociale ed esiti sociali negativi, simpatia e autenticità comprese.

 In particolare, è emerso che è l’uso di alcuni tipi di comportamenti di sicurezza nelle interazioni sociali a mediare il collegamento fra fobia sociale e risultati interpersonali negativi. Nello specifico:

  • i comportamenti inibiti/restrittivi sarebbero responsabili della scarsa simpatia percepita poiché, inavvertitamente, gli individui col disturbo apparirebbero distaccati e disinteressati all’interazione;
  • i comportamenti attivi spiegherebbero la poca autenticità percepita dagli interlocutori, dal momento in cui i soggetti imbastirebbero una conversazione “di facciata”, trasmettendo una sensazione di falsità e non trasparenza nell’interazione;
  • i comportamenti di gestione dei sintomi non sarebbero decisivi nel determinare gli esiti interpersonali negativi, in termini di simpatia e autenticità.

In questa direzione, tali risultati suggeriscono che i comportamenti di sicurezza attivi e inibiti/restrittivi possono svolgere un ruolo cruciale negli esiti sociali negativi vissuti dalle persone con fobia sociale, in maniera differenziale a seconda di come vengono misurate queste conseguenze interpersonali negative. In ogni caso, entrambi possono essere annoverati fra le strategie di auto-occultamento utilizzate per celare aspetti di sé alla valutazione altrui, anche se questo nascondersi impossibiliterebbe lo stabilirsi di connessioni autentiche con l’altro e alimenterebbe il meccanismo disfunzionale dell’ansia sociale (Moscovitch, 2009).

Conclusioni

Sulla base di questi risultati, è possibile concludere l’importanza di affinare il trattamento della fobia sociale attraverso la cura delle variabili interpersonali, nella comprensione della patologia e nella definizione della terapia. I comportamenti protettivi attivi e inibiti/restrittivi, se assunti come target, possono svolgere un ruolo cruciale nel raggiungimento di positivi risultati interpersonali e terapeutici. In particolare, i clinici dovrebbero prestare attenzione alla riduzione dei primi, se lo scopo è quello di ottenere una percezione interna ed esterna di maggiore autenticità nelle relazioni sociali, oppure monitorare i secondi, se l’obiettivo dell’esposizione è quello di raggiungere una connessione con l’altro. Concentrarsi su entrambi, infine, massimizzerebbe la possibilità di esiti sociali positivi e di maggiori gratificazioni a livello interpersonale, riducendo i cronici sentimenti di ansia e isolamento sociale (Dabas et al., 2022).

Adolescenti oggi tra pandemia e social network: complessità delle relazioni e suicidio giovanile

La mancanza di punti di riferimento alimenta negli adolescenti una solitudine che scava radici profonde, amplificando vissuti di sofferenza e innescando una difficoltà relazionale che li spinge a ricercare legami nei social media, percepiti come più facilmente accessibili e nei quali ci si sente meno esposti.

 

 L’adolescenza è una fase del ciclo vitale particolarmente delicata, caratterizzata da innumerevoli trasformazioni fisiche e psicologiche con le quali bisogna fare i conti per giungere alla definizione di sé, un Sé in continua evoluzione che necessita di basi solide su cui poggiare e che spesso sfocia in un lavorìo interiore, difficile da sostenere se vissuto in solitudine.

La ricerca della propria identità è la prerogativa di ogni adolescente. Il ‘chi sono?’ è prioritario e si accompagna ad una continua ricerca di conferme che possano annullare quel senso di vuoto annichilente, che sconvolge a tal punto da far emergere tutte le fragilità.

Un viaggio alla scoperta di sé che necessita di una presenza attenta, accogliente, rassicurante ma discreta, che accompagni il giovane alla ricerca di un’identità in divenire, senza fargli però sperimentare la frustrazione di non essere in grado di farcela da solo, alimentando così stati di dipendenza non fisiologica, ma che sia in grado di trasmettere la fiducia e restituisca il senso della propria unicità.

Lo sviluppo dell’identità è un processo graduale, che favorisce l’integrazione di parti di sé apparentemente contrastanti, polarità che vanno riconosciute e integrate, ma soprattutto è un processo relazionale che promuove la definizione di sé attraverso le esperienze verbali e corporee che hanno caratterizzato la relazione con le figure significative, assimilate nel tempo e che andranno a definire la percezione di sé.

La dimensione corporea in questa fase del ciclo vitale è predominante: l’adolescente è impegnato a delineare i propri confini corporei e a ridefinire l’immagine di sé attraverso il passaggio dall’avere un corpo, come qualcosa che si possiede al di fuori dal proprio Sé, che in questa fase è connotato da una cura eccessiva, dall’essere un corpo, sentito e vissuto, dentro la propria pelle. Questo processo ovviamente non è così immediato e scontato, ma richiede una maturazione che conduce alla consapevolezza che il corpo agente e senziente non è qualcosa di differente e al di fuori della stessa persona che lo osserva.

Ma la corporeità richiama anche molte problematiche legate ai cambiamenti fisiologici che si accompagnano a sensazioni nuove, a volte sgradevoli perché vissute come imprevedibili e, soprattutto, ‘subite’, verso le quali non si ha alcun potere. E proprio il senso del potere è una delle tematiche ricorrenti dell’adolescenza che innesca spesso un’alta conflittualità con la quale gli adulti devono fare i conti.

I nuovi adolescenti tra pandemia e relazioni virtuali

Le turbolenze adolescenziali spesso preoccupano gli adulti che devono districarsi tra problematiche inedite non sempre di facile gestione e soprattutto di immediata comprensione.

L’accesa conflittualità innescata dalla ricerca dell’autonomia che spesso caratterizza i rapporti con le figure genitoriali sottende il grande bisogno di ridefinire la relazione, di ritrovarsi in un mondo inedito in cui gli adolescenti possano sentirsi protagonisti, senza però essere lasciati allo sbaraglio, privi di punti fermi e di certezze, che plachino il bisogno di un’età spesso definita burrascosa, transitoria e della quale si evidenziano solo i tratti negativi, svalutando invece le potenzialità di un periodo d’oro.

La difficoltà ad accettare il senso del limite tipicamente adolescenziale impatta con le regole del sistema familiare, in primis, e del contesto sociale, successivamente, rendendo ancora più complesso il già difficile ruolo educativo. L’energia dirompente che l’adolescente avverte, infatti, gli fa sperimentare una forza nuova trasmettendogli un senso di potere che comunque necessita di essere canalizzato.

La distanza generazionale non è l’unico spartiacque che rende difficile avvicinarsi ad un mondo in continuo tumulto: la costante evoluzione tecnologica rende più complessa la possibilità di accostarsi a una dimensione poliedrica e comprendere appieno le esigenze di chi ancora non ne ha piena consapevolezza, senza cadere nell’errore di stigmatizzare bisogni che possono apparire superficiali o di facile risoluzione.

Il divario che spesso possiamo constatare richiama l’esigenza di trovare nuovi agganci per riuscire a interloquire, senza il rischio dell’incomprensione che vada ad alimentare distanze che con il tempo possono diventare insormontabili.

La mancanza di punti di riferimento alimenta nei giovani una solitudine che scava radici profonde, amplificando vissuti di sofferenza e innescando una difficoltà relazionale che li spinge a ricercare legami nei social media, percepiti come più facilmente accessibili e nei quali ci si sente meno esposti. Disorientati, ricercano un ‘luogo’ in cui ognuno si sente libero di esprimersi per come è, o magari, per come vorrebbe essere, dove si possono riversare le proprie frustrazioni o cercare di appagare i propri bisogni, dove poter sfuggire al logorìo interiore, ricercare amicizie che possano disconfermare la propria insicurezza e introversione giocando il ruolo del protagonista, dove poter vivere spazi di immaginaria realtà.

La vulnerabilità squisitamente adolescenziale sembra essere ancora più marcata in questa fase storica connotata dall’incertezza per il futuro e dall’instabilità dei legami. La pandemia non ha fatto altro che slatentizzare uno sfondo sociale che era già abbastanza precario, evidenziandone le criticità, disagi e malessere che dallo sfondo premevano per emergere.

In particolare, la nostra società è caratterizzata da molta instabilità e precarietà sia a livello socio-economico che relazionale, infatti vede frantumarsi i legami, diventati sempre più fragili ed inconsistenti, in cui tutto si dissolve in una sorta di liquidità, come ha ben evidenziato Bauman (2011). Siamo sempre più connessi, ma sempre meno in relazione. Le relazioni vis-à-vis sono state rimpiazzate dai legami virtuali, privi di quel contatto fisico e di quella presenza calda e rassicurante, che placa e consola, rendendo sempre più inafferrabile quell’immediatezza corporea insostituibile. Anche l’adulto è immerso in un mondo troppo complesso da gestire dovendosi spesso districare tra compiti evolutivi di non semplice risoluzione e reinventarsi ogni giorno per svolgere al meglio il proprio ruolo educativo.

La società contemporanea vede il moltiplicarsi delle appartenenze e questo rende ancora più difficile il processo di identificazione. Spogliati della propria individualità, si tende a emulare modelli di perfezione e di felicità fittizi, rincorrendo a modelli di riferimento che influenzano le scelte quotidiane oltre che lo stile personale, pronti a sgretolarsi al minimo scuotimento.

La complessità delle nostre relazioni si riflette inevitabilmente nella struttura familiare, chiamata continuamente a rinnovarsi e ad adattarsi a sistemi culturali in continua evoluzione, sempre più eterogenei e interculturali. Negli ultimi decenni si è rivalutata l’importanza del dialogo e della relazione in seno al sistema familiare approdando a un modello educativo di tipo paritario, delusi da un autoritarismo troppo soffocante, oltre che emotivamente freddo, incline a una distanza insostenibile tra genitori e figli, lontana pertanto dal bisogno emergente di vicinanza e di calore.

Nella società post-moderna, infatti, si appiattiscono le distanze, si annientano le differenze, nella speranza di trovare la via che apra il dialogo tra due mondi spesso percepiti distanti, contrapposti. La linea generazionale può apparire confusa per i figli e questo non agevola la comunicazione e soprattutto non placa il bisogno di chiarezza. Un sistema educativo di tipo paritario è già destinato al fallimento perché non rispondente al reale bisogno evolutivo di sana dipendenza di chi necessita di un ground (letteralmente ‘terra’, ‘terreno duro’, in senso figurato base solida costituita dall’insieme di sistema valoriale ed emozionale e di tutti quegli apprendimeni trasmessi nell’ambito di una relazione significativa) stabile dal quale differenziarsi.

La perdita di senso nell’adolescenza: autolesionismo e suicidio giovanile

In questi anni di pandemia sono cresciuti malessere e disagio giovanile: la sofferenza si è radicata a tal punto da inficiare la capacità di intrattenere relazioni sociali che non siano prettamente virtuali. Con la difficoltà relazionale è subentrata l’angoscia e il lockdown non ha fatto altro che amplificare stati di malessere, come ansia e depressione che si sono diffusi in maniera esponenziale tra i giovanissimi, sfociando in alcuni casi in condotte autolesive e tentativi di suicidio. Le statistiche rivelano, infatti, un alto tasso di suicidi consapevole o accidentale (Fondazione Umberto Veronesi, 2022). I social, senza volerli condannare, hanno giocato un ruolo fondamentale contribuendo alla diffusione di fenomeni di violenza e di condotte antisociali sfociando nel cyberbullismo (Ministero della Salute, 2021).

 L’isolamento che ha caratterizzato quest’ultimo periodo ha favorito una maggiore dipendenza da internet dove i ragazzi hanno trascorso molte ore per supplire alla carenza relazionale extrafamiliare (Lavorini, 2021), evidenziando di contro l’insaziabile e imprescindibile bisogno di relazioni reali e di sentirsi parte di una rete sociale. I social sono diventati così i nuovi luoghi dell’incontro sostituendo il gruppo dei pari che ha da sempre avuto un ruolo fondamentale nella prima socializzazione, importante per una crescita sana, fungendo da supporto e contenitore delle emozioni, favorendo inoltre la canalizzazione dell’energia.

Mentre ci si sente al sicuro tra le proprie mura domestiche, crescono paradossalmente le insidie in un mondo dove tutti sono costantemente raggiungibili, dove le distanze si annullano, i confini non esistono e le parole possono scorrere senza freni ed inibizioni. Qui le ‘vittime’ non trovano angoli nei quali rifugiarsi, ma vengono messi a nudo nella ‘piazza’ di tutto il mondo, spogliati della loro dignità. Il profondo senso di vergogna e la frustrazione che ne derivano spesso per loro non sono dicibili, troppo doloroso sentirsi sconfitti nella partita della vita.

La perdita di senso favorisce la perdita di desideri e di prospettive; calando la progettualità futura subentra l’indifferenza nei confronti della vita, ma anche della morte. Tutto si appiattisce, sbiadisce… cresce il bisogno di sentirsi e per ricercare sensazioni ci si rivolge al proprio corpo con atti di autolesionismo. Ma la mortificazione del corpo può avvenire in vari modi di cui il tagliarsi ed il procurarsi ferite rappresentano forse i modi più eclatanti di denunciare un rapporto ambiguo con un corpo non vissuto, fonte di disagio e di malessere e che difatti denota una sofferenza ancora più profonda, una ferita relazionale che chiama alla presenza.

Ed ecco che la morte diventa il modo in cui mettere a tacere il proprio corpo, un corpo vissuto come separato dal sé, del quale disfarsi per placare tutte le tensioni che procurano angoscia e spegnere quel dolore che devasta per raggiungere poi quella pace tanto desiderata.

Nello smarrimento di sé muta l’ordine degli elementi che compongono la vita: tutto si ribalta, si mescola, si confonde. Qui è insita la matrice della ‘crisi’ che sconvolge l’adolescente, ma che comunque deve essere attraversata per poter approdare alla propria individuazione.

Il vuoto relazionale non può essere colmato con presenze fittizie, virtuali, ma solo con figure significative presenti, in grado di prendersi cura delle ferite e di insegnare a dialogare con le proprie fragilità per poterle integrare nella propria personalità.

La ricerca continua di conferme sottende il bisogno di essere riconosciuti e non può esaurirsi con un “like” che non placa l’intimo bisogno di essere visti e accolti per come realmente si è. Solo chi è stato visto pienamente in una relazione sana potrà sostenere la frustrazione derivante da un rifiuto o da un giudizio: l’essere riconosciuti dall’altro favorisce la possibilità di riconoscersi in un’appartenenza sana che conferma la propria presenza nel mondo. Solo così l’altro non potrà frantumare l’Io perché poggia su basi solide costruite nell’ambito di una relazione significativa.

Figli di una società narcisistica, vittime di un meccanismo incline al fare piuttosto che all’essere, i giovani di oggi, schiacciati dall’insostenibile peso delle loro fragilità che spesso non riescono ad accogliere, tendono a riempire il tempo con cose da fare per non sentire il vuoto dentro, che altrimenti risulterebbe intollerabile. La noia è vissuta come qualcosa da rifuggire e non come spazio fertile dal quale possono emergere opportunità e risorse.

Il contatto con i propri vissuti è troppo intenso se non è sostenuto dalle figure di riferimento che aiutano a dare senso e significato a ciò che stanno sperimentando. Questo favorirà nei figli il processo di consapevolizzazione e di rielaborazione dei vissuti emotivi talvolta sperimentati come incomprensibili ed intollerabili, solo così l’adolescente potrà approdare ad un sano ascolto di sé.

La frenesia e le aspettative degli adulti innescano la paura di deludere, di non essere all’altezza, rischiando di diventare un boomerang controproducente che restituisce paura e smarrimento, sfociando in alcuni casi nella disperazione, rendendoli così vulnerabili, incapaci di sopportare anche le più semplici sconfitte della vita.

La solitudine che ne consegue tende a ramificarsi, a insidiarsi in ogni angolo della vita, innescando pensieri negativi, a volte ossessivi, tendenti all’autocommiserazione e all’autosvalutazione, pronti ad autoalimentarsi se questo processo non viene interrotto agli albori.

La fatica di crescere in questo tempo complesso è forse racchiusa tutta qui, in questo sottile e delicato equilibrio tra l’esserci e l’esserci-con, presenze che non siano solo corpi, ma corpi in relazione, che sentono, vibrano nel contatto con l’altro. Non più, dunque, corpi anestetizzati, desensibilizzati, che hanno bisogno di emozioni forti per sentire che ci sono, ma corpi vivi e abitati.

Ricontattare la propria parte adolescente, con i suoi bisogni e le sue mancanze aiuterà l’adulto nella ricerca di spiragli di comunicazione favorendo il dialogo intergenerazionale e la possibilità di accostarsi a questi giovani spesso percepiti inafferrabili, irraggiungibili, e scoprirli invece desiderosi di sapere e soprattutto di Essere, pronti a spiccare il volo se solo se ne offre loro la possibilità. “Le parti adolescenti sopravvivono in ogni adulto non come residui irrisolti di crescite mal digerite, ma come risorse utili ad ogni presente” (Fabbrini e Melucci, 2011).

La nuova sfida è proprio questa, ricucire le solitudini attraverso una rete di appartenenze dalle quali poter trarre nutrimento, che offrono un grounding (termine introdotto da Alexander Lowen nell’ambito della terapia bioenergetica che letteralmente significa ‘radicamento’, intendendo con esso uno stato psicofisico di integrato benessere derivante appunto dal sentirsi ben radicato nella realtà, in contatto con il proprio corpo e consapevole delle proprie emozioni) stabile per favorire una sana differenziazione, maturata nella spontaneità di chi ha assimilato un’esperienza relazionale nutriente, un’autonomia vera, dunque, frutto di un sano processo di individuazione e non sfida verso il mondo adulto dal quale ci si sente oppressi e imbrigliati.

Per risanare le fragilità della modernità liquida occorre ripartire dall’essenziale, che si contrappone alla logica del consumismo e dell’insaziabilità dell’apparenza, che colmi i vuoti esistenziali con appartenenze feconde aprendo nuovi sentieri di crescita capaci di generare figli sani e indipendenti, liberi di fiorire nella propria unicità.

Le origini dell’ansia. Dall’ansia che motiva, all’attacco di panico che paralizza

Scegliere lo psicoterapeuta (2022) di Andrea Castiello d’Antonio – Recensione del libro

Il libro “Scegliere lo psicoterapeuta” di Andrea Castiello d’Antonio e pubblicato da Hogrefe nel 2022 è una utile guida per l’obiettivo che il suo titolo descrive, appunto scegliere uno psicoterapeuta.

 

 Esso è rivolto ai potenziali pazienti ed è scritto con stile scorrevole e pulito e un linguaggio non tecnicistico ma comprensibile per chi non è del mestiere. Ecco che nei capitoli si susseguono riflessioni, risposte e descrizioni delle domande che si pone chi, soffrendo di un dolore emotivo, si è posto la domanda se sia il caso di chiedere un aiuto psicologico, domanda a cui spesso ne seguono mille altre in caotica processione.

Si analizzano i timori e le perplessità del possibile paziente, le ambivalenze e sfiduce, ma anche le questioni pratiche dei costi, dei tempi e degli sforzi necessari. Si chiariscono i principali tipi di sofferenza psichica, dalla depressione all’ansia, dal disturbo ossessivo al trauma. Si descrivono i tratti comuni alle varie psicoterapie e le fasi che si susseguono in un processo psicoterapeutico. Si raccomandano gli atteggiamenti e le aspettative che permettono una buona terapia e anche le condotte che la danneggiano. Si indicano le principali scuole di psicoterapia, le loro caratteristiche, i loro punti di forza e di debolezza, la loro possibile compatibilità o incompatibilità con i vari tipi di sofferenza emotiva e di personalità del paziente.

 Forse le parti più interessanti per il paziente sono quelle che trattano i possibili dubbi che si possono nutrire per l’efficacia della psicoterapia che si è scelti o per la compatibilità con lo psicoterapeuta che si è incontrati, fino ad arrivare a trattare la delicata tematica della violazione del setting terapeutico. Considerazioni fatte per una volta dalla parte del paziente e non del terapeuta. Altrettanto intrigante il capitolo che tratta invece dei casi in cui potrebbe convenire tener duro e mantenere fiducia nel trattamento, nonostante eventuali dubbi o insoddisfazioni. Un capitolo finale è dedicato anche ai difficili panni che indossa il terapeuta, forse per riequilibrare la bilancia di un libro che è, giustamente, scritto dalla parte del paziente. Insomma, un buon libro che orienta alla psicoterapia chi potrebbe averne bisogno.

 

Le tattiche di auto-presentazione in relazione ai tratti di personalità

La ricerca condotta nel 2019 da Hart e colleghi, si è concentrata sullo studio della relazione tra il modello dei tratti di personalità a cinque fattori (PID-5; Krueger et al., 2012) e l’uso delle tattiche di autopresentazione affermative o difensive.

 

Tratti di personalità e tecniche di autopresentazione

Gli individui con tratti di personalità patologica possono, almeno in parte, presentare alcune combinazioni di tre tendenze di autopresentazione (Fontana et al., 1968; Leary, 1996; Schlenker, 1980):

  • un maggior ricorso a tattiche di autopresentazione che possono trasmettere identità socialmente indesiderabili (ad esempio, presentarsi come una persona debole, vulnerabile, egoista)
  • un maggior ricorso a tattiche di autopresentazione opportunistiche che facilitino il raggiungimento di obiettivi egoistici
  • un minor ricorso a tattiche di autopresentazione che ritraggono il sé come un modello di riferimento o come una persona premurosa.

Il modello dell’autopresentazione analizza il legame tra tratti patologici di personalità e strategie comportamentali funzionali al mantenimento dell’identità (Leary, 1996; Schlenker, 1980, 2012). Questa analisi serve per comprendere il funzionamento intraindividuale del paziente con una patologia della personalità e per evidenziare gli interventi che potrebbero essere attuati in psicoterapia a livello comportamentale.

Gli individui controllano il loro comportamento con il fine di presentare identità che ritengono possano permettergli di ottenere il trattamento desiderato (Schlenker, 1980, 2012). Il controllo si manifesta attraverso comportamenti di mantenimento dell’immagine che possono essere categorizzati in base al loro intento affermativo (comportamenti volti ad assumere un’identità desiderata, guidati dall’auto-affermazione e dall’auto-valorizzazione) o difensivo (comportamenti guidati dall’autoprotezione e dalla difesa di risorse opportunistiche; Lee et al., 1999; Schlenker, 1980).

Oltre alla distinzione tra affermativo e difensivo, alcune tecniche affermative (assertive tactics nel paper originale) possono essere maligne (come comportamenti dirompenti, intimidazioni o suppliche), relativamente benigne (come l’autopromozione) o virtuose (come l’esemplificazione, Bolino & Turnley, 2003).

Alcune tattiche di auto-presentazione, infatti, sono principalmente intese a coltivare o mantenere il valore del sé (es. tattiche “egoistiche”: auto-miglioramento, scuse, giustificazioni, ecc), a promuovere l’acquisizione o la difesa di risorse (ad es. tattiche “opportuniste”: supplica, intimidazione), o a trasmettere qualità morali (ad es. tattiche “virtuose”: esemplificazione, scuse; Hart, Adams, Burton & Tortoriello, 2017, 2019; Jones & Pittmann, 1982; Leary, 1995).

PID-5 e tattiche di autopresentazione

La ricerca condotta nel 2019 da Hart e colleghi, si è concentrata sullo studio della relazione tra il modello dei tratti di personalità a cinque fattori (PID-5; Krueger et al., 2012) e l’uso delle tattiche affermative o difensive. Il PID-5 propone una visione dei tratti di personalità focalizzandosi su cinque dimensioni: effettività negativa, distacco, antagonismo, disinibizione e psicoticismo. L’affettività negativa riflette un orientamento sociale vulnerabile/difensivo; il distacco un orientamento asociale; l’antagonismo un orientamento sociale grandioso/acquisitivo; la disinibizione un orientamento sociale impulsivo/irresponsabile, mentre lo psicoticismo sembra essere meno legato a un orientamento sociale generale.

Nello studio (Hart et al., 2019), i partecipanti (per un totale di 250) sono stati sottoposti alla compilazione del Self-Presentation Tactics Scales per la valutazione delle tattiche di autopresentazione (SPTS; Lee et al., 1999) e al PID-5, per la valutazione dei tratti di personalità (Krueger et al., 2012).

 Dai dati ottenuti, l’antagonismo e l’affettività negativa sono risultati correlare con un maggior uso di tattiche di autopresentazione. Le persone con tratti antagonisti potrebbero utilizzare le tattiche per auto-valorizzarsi e acquisire risorse, mentre quelle con elevata affettività negativa potrebbero usarle come auto-protezione (Hart et al., 2017; Sadler et al., 2010). In particolare, l’antagonismo correla con un maggior uso di tattiche socialmente più audaci che trasmettono malevolenza (come l’intimidazione) e, mentre l’affettività negativa si collega a un maggior utilizzo di giustificazioni e scusanti, l’antagonismo si collega, al contrario, a un minor utilizzo di quest’ultime. Le scuse favoriscono la ricucitura di rapporto con la parte offesa e, infatti, sono coerenti con un’identità più vulnerabile e paurosa, ma non con un’identità antagonista. Il distacco, invece, è correlato a un minor utilizzo di tattiche di autopresentazione. La premessa di queste tattiche è che siano presumibilmente motivate dall’edonismo (ovvero, con il fine di aumentare il piacere) e che riflettano la dipendenza delle persone agli altri per il raggiungimento degli obiettivi (Jones & Pittman, 1982; Leary, 1996; Schlenker, 1980). Poiché il distacco è correlato a una minore pulsione edonica e all’evitamento sociale, i dati risultano coerenti (Krueger et al., 2012).

La disinibizione, invece, è correlata ad una riduzione delle scuse e dell’esemplificazione. Le persone disinibite potrebbero avere un minor controllo sul proprio comportamento e, per questo, potrebbero sentirsi meno responsabili dei risultati negativi; inoltre, essendo viste come più spericolate e irresponsabili (Sleep et al., 2019), potrebbero sentirsi meno in grado di convincere gli altri di essere modelli da emulare. Anche la psicopatia (particolarmente legata alla disinibizione), in effetti, si lega a un minor utilizzo di esemplificazioni e di scusanti (Sleep et al., 2019).

Lo psicoticismo è risultato avere legami, seppur deboli e non significativi, con tutte le tattiche, eccetto per l’intimidazione. Considerando la difficoltà degli individui con alti livelli di psicoticismo nello stabilire legami sociali con gli altri in maniera naturale (ad esempio attraverso la condivisione di somiglianze, che trasmettono simpatia; Byrne, 1969), essi potrebbero voler ricorrere all’utilizzo di tattiche di autopresentazione di “auto-promozione”, per trasmettere il loro valore, la loro simpatia e la loro virtù.

Lo studio condotto da Hart e colleghi (2019) si aggiunge ad altri studi di verifica del modello dimensionale a cinque fattori, evidenziandone ulteriormente la validità in relazione a caratteristiche della psicopatologia di personalità e riscontrando una relazione tra i tratti di personalità e gli stili di autopresentazione, ampiamente coerente con l’orientamento interpersonale generale di ogni tratto.

Il gioco come strumento di capacità inter-relazionale in età prescolare

Mildred Parten stabilì alcune categorie relative allo sviluppo dei giochi infantili. Pertanto, lo sviluppo del gioco sociale passa attraverso sei livelli.

 

 La seconda infanzia, che va dai 2 ai 6 anni, è il periodo del gioco, inteso quale strumento di acquisizione di abilità relazionali, nonché di sviluppo di capacità cognitive ed emotive. L’attività ludica in questa età permette al bambino non solo di prendere coscienza del proprio spazio, ma anche di prendere consapevolezza del punto di vista dell’altro.

Il gioco sociale, che si pone tra il gioco solitario e quello collettivo, è stato affrontato da molti studiosi, tra questi si ricorda Mildred Parten degli anni Trenta del XX secolo, sociologa dell’Università del Minnesota. Nei suoi studi, ancora oggi ritenuti validi, la studiosa osservò piccoli gruppi di bambini in età pre-scolare e si accorse che giocavano prevalentemente da soli, divertendosi con giocattoli lasciati in giro, oppure osservavano il gioco degli altri loro pari senza però parteciparvi.

Le categorie di gioco infantile

Da questi studi, Mildred Parten stabilì alcune categorie relative allo sviluppo dei giochi infantili. Pertanto, lo sviluppo del gioco sociale passa attraverso sei livelli di gioco: il comportamento libero, il gioco solitario, il gioco da spettatore, il gioco parallelo, il gioco associato e il gioco cooperativo.

Secondo la sociologa americana, il comportamento libero è quello in cui il bambino, al di sotto dei due anni, impara a conoscere le proprie abilità in attività libere, ossia esplorando ciò che lo circonda.

Nel gioco solitario, il bambino è impegnato nella manipolazione degli oggetti.

Nel gioco da spettatore, il bambino osserva i suoi pari giocare, senza però interagire con loro per timidezza o per paura, limitandosi a guardarli.

Il gioco parallelo (2-3 anni) è, invece, una sorta di gioco egocentrico che si colloca tra il gioco solitario e quello collettivo. Pertanto, esso si svolge in presenza di altri bambini, ma non vi è interazione con gli altri bambini. Ciò significa che un bambino può smettere di giocare senza che ciò vada ad incidere sul gioco altrui.

Verso i 4 anni il bambino sperimenta quello che Mildred Parten definisce gioco associativo, ossia quando i bambini giocano separatamente ma condividono, comunicano con gli altri riguardo alla propria attività di gioco con la tendenza a giocare con gli stessi giocattoli usati dagli altri.

Il gioco cooperativo, che è quello che si sviluppa dai 4 anni in poi, si caratterizza per la collaborazione tra i bambini che condividono lo stesso obiettivo del gioco, giocando insieme per raggiungerlo.

È così che la presenza di un gruppo di coetanei e/o il costituirsi di rapporti amicali, implica l’esistenza di rapporti sociali.

Gioco e rapporti sociali

 Come si è visto, il gioco parallelo implica già un certo livello di coinvolgimento sociale, perché, seppure giochino in modo indipendente l’uno dall’altro, condividono lo stesso spazio di gioco e lo stesso tipo di giocattoli fino a quando il gioco diventa associativo, ossia quando i bambini conversano tra loro, si scambiano oggetti e prestano attenzione a ciò che fanno gli altri. La cooperazione nel gioco avviene quando si è di fronte a un gioco organizzato in cui i partecipanti rivestono ruoli diversi e svolgono azioni finalizzate al raggiungimento di un obiettivo comune. All’interno di questo tipo di gioco, spesso emergono i leader che stabiliscono il corso del gioco.

Ricerche successive di Howes e Matheson (1992) hanno dimostrato che il gioco sociale non sostituisce del tutto quello solitario e parallelo.

Secondo lo studioso George Herbert Mead, il gioco di finzione o role-taking, permette al bambino di impersonare più ruoli e quindi di identificarsi con persone per lui rilevanti e di conseguenza di sperimentare le azioni e reazioni che si verificano negli scambi interpersonali. La capacità che il bambino ha di rappresentarsi oggetti, situazioni e persone nella propria mente, l’imitare, il fare finta di sostenere una parte (ad esempio, fare finta di fare la mamma che si rapporta col proprio figlio), gli dà l’opportunità di mettersi nei panni degli altri, di anticipare il significato sociale delle proprie azioni e di cogliere le reazioni dell’altro come conseguenza dei propri comportamenti. La valenza sociale del gioco simbolico è già presente nella prima infanzia, prima come immagine o rappresentazione mentale di una situazione, in seguito come attività concreta condivisa con altri bambini e/o adulti. Pertanto, attraverso il gioco simbolico e lo sviluppo cognitivo il bambino apprende il modo di interrelazionarsi con i pari e acquisisce competenze sociali sempre più organizzate e complesse.

Apnea notturna associata ad Ansia e Depressione

L’Apnea Ostruttiva del Sonno è una condizione clinica cronica che causa delle interruzioni respiratorie durante la fase di sonno, risvegli frequenti, sonno non ristoratore ed eccessiva sensazione di sonnolenza diurna. Nei pazienti che ne soffrono è stata osservata la presenza di disturbi ansiosi e depressivi.

 

Apnea Notturna e Apnea Ostruttiva del Sonno

 L’Apnea Notturna è stata da sempre argomento di forte interesse nel mondo della psicologia; questo articolo ha lo scopo di esplorare l’associazione tra Apnea Ostruttiva del Sonno (OSA) e Depressione e Ansia in individui di età adulta, osservando i risultati emersi dallo studio condotto da Aloia e colleghi (2005).

L’Apnea Ostruttiva del Sonno è una condizione clinica cronica che causa delle interruzioni respiratorie durante la fase di sonno, risvegli frequenti, sonno non ristoratore ed eccessiva sensazione di sonnolenza diurna (Young et al., 2002).

Lo studio di Aloia e colleghi (2005) indaga la presenza di disturbi ansiosi e depressivi in pazienti con diagnosi di Apnea Ostruttiva del Sonno.

L’Apnea Ostruttiva del Sonno viene considerata un rischio per lo sviluppo di malattie cardiovascolari, tra cui ipertensione, coronaropatia, ictus e malattie cerebrovascolari, sindrome metabolica (Gottlieb et al., 2010; Peppard et al., 2000) e diabete (Botros et al., 2009; Trayhurn et al., 2008). Le cause di queste ripercussioni risiedono nella ripetuta frammentazione del sonno, nella ipossiemia notturna, nella ipossia e nella ipercapnia; questi fattori innescano stress e attivano a livello simpatico il Sistema Nervoso Centrale (Gozal et al., 2008; Lavie et al., 2009).

Le variabili associate ad apnea notturna

 Nello studio (Aloia et al., 2005) si evidenzia come la depressione e l’ansia sono risultate essere più presenti nei pazienti con Apnea Ostruttiva del Sonno di genere femminile rispetto ai soggetti di genere maschile (Ashagary et al, 2012). Inoltre, in molti studi l’influenza di un BMI superiore a un valore normopeso, influisce e risulta essere un fattore che associa il sonno alla depressione (Aloia et al., 2005).

Un’altra variabile clinica che è emersa in questo studio (Aloia et al., 2005) è che l’Eccessiva Sonnolenza Diurna (EDS), autovalutata con la scala Epworth Sleepiness Scale, risulta essere associata ai sintomi depressivi.

Sono state evidenziate delle differenze significative riguardo alla prevalenza di sintomi ansiosi e depressivi negli studi selezionati, tra i casi in cui la valutazione è stata effettuata con un questionario e quelli in cui è stata effettuata una visita clinica.

Un risultato indiretto dello studio è l’osservazione che la depressione e l’ansia sono associate all’Apnea Ostruttiva del Sonno, ma sono trascurati nella pratica comune per quanto riguarda il trattamento della sintomatologia.

La diagnosi e il trattamento di depressione e ansia nei pazienti affetti da Apnea Ostruttiva del Sonno possono essere approfonditi, migliorati e integrati a livello multidisciplinare.

Effetti dell’uso dei social media sulle abilità sociali degli adolescenti di oggi

I social media sembrerebbero avere effetti, sia positivi che negativi, sulle abilità sociali degli adolescenti.

 

Social media e adolescenti

 Con il termine social media si intende qualsiasi piattaforma online, inclusi i siti di social networking, utilizzata per costruire reti o relazioni sociali con altre persone che condividono interessi, attività, background o legami reali (O’Keeffe et al., 2011). Questi siti sono cresciuti in modo esponenziale negli ultimi anni e vengono ampiamente utilizzati dai giovani di oggi, cresciuti nella “Net Generation” (Akram & Kumar, 2017). Nella società odierna, infatti, l’uso dei social media è una delle attività più comuni tra gli adolescenti, tanto da diventare parte integrante della loro vita e contesto chiave in cui esprimono le principali sfide legate all’età (O’Reilly, 2020).

In adolescenza la relazione tra pari è fondamentale per lo sviluppo sociale e l’adattamento psicosociale e oggi una parte significativa delle interazioni interpersonali avviene online (Tsitsika et al., 2014): negli ultimi dieci anni, i social network sono diventati uno dei mezzi di comunicazione più comune tra i ragazzi (Rathakrishnan et al., 2019). Di conseguenza, le relazioni interpersonali hanno subito un impatto e sono avvenuti grandi cambiamenti nel modo di comunicare degli adolescenti (Gallardo et al., 2020): i social network stanno trasformando il comportamento con cui i giovani si relazionano con genitori e coetanei (Akram & Kumar, 2017). La tradizionale socializzazione faccia a faccia è sempre più sostituita dai social network, che consentono l’interazione con l’altro senza la necessità della presenza fisica degli interlocutori (Gallardo et al., 2020).

Perché è importante interrogarsi sull’impatto che l’uso dei social media in adolescenza ha sulle abilità sociali dell’adolescente?

Considerando le trasformazioni soprariportate, e considerando che per una buona socializzazione con i coetanei in adolescenza le abilità sociali hanno un ruolo essenziale, è importante valutare l’impatto che l’uso dei social media in adolescenza può avere su queste abilità degli adolescenti (Gallardo et al., 2020; Zegarra Zamalloa & Cuba Fuentes, 2017). Per abilità sociali si intende generalmente un insieme di comportamenti appresi, utilizzati dagli individui per relazionarsi con gli altri e affrontare le difficoltà (come ascoltare e prestare attenzione a un’altra persona, chiedere aiuto, leggere i segnali sociali, esprimere le emozioni in modo appropriato; Betancourth et al., 2017). Queste abilità fanno, inoltre, parte dello sviluppo quotidiano di una persona e le permettono di adattarsi al suo ambiente sociale e di mantenere la salute psicofisica (Estrada Rodríguez et al., 2016). Un elemento da considerare qui è che i giovani di oggi trascorrono mediamente tre ore al giorno sui social network e, anche se lo sviluppo delle abilità sociali non sembra legato al tempo trascorso su questi siti, il fatto che gli adolescenti siano connessi quotidianamente può portare a importanti conseguenze. I social media, infatti, sembrerebbero avere effetti, sia positivi che negativi, sulle abilità sociali degli adolescenti (Gallardo et al., 2020).

Effetti Positivi dei social media sulle abilità sociali degli adolescenti

La possibilità di comunicare online è particolarmente adatta alle esigenze di sviluppo degli adolescenti: l’opportunità di sviluppare e mettere in pratica le competenze sociali sui social media può portare a effetti positivi (Tsitsika et al., 2014). L’utilizzo dei social media, infatti, sembrerebbe essere vantaggioso per gli adolescenti per diventare socialmente più capaci (Akram & Kumar, 2017), migliorando la comunicazione e le connessioni sociali (O’Keeffe et al., 2011). Inoltre, è stato dimostrato che un moderato investimento di tempo sui social media è adattivo per gli adolescenti di oggi (Tsitsika et al., 2014): i social media sembrerebbero diversificare le abilità sociali degli adolescenti, aiutandoli di conseguenza a navigare con successo nella società moderna in cui sono inseriti (Akram & Kumar, 2017).

 È importante evidenziare che questi effetti positivi sembrerebbero essere più presenti in adolescenti più grandi rispetto a quelli più giovani: emerge, infatti, una maggiore competenza sociale (offline) grazie a un uso più intenso di social media. Questo è coerente con la capacità degli adolescenti più grandi di autoregolare meglio l’uso di questi siti senza rinunciare alle attività offline (Tsitsika et al., 2014).

Effetti Negativi dei social media sulle abilità sociali degli adolescenti

I social media sembrerebbero avere anche effetti negativi sulle abilità sociali degli adolescenti: il loro utilizzo inibisce lo sviluppo delle abilità sociali, tanto che l’interazione sociale può essere compromessa dalla tecnologia (Gallardo et al., 2020). Infatti, la nuova forma di comunicazione che avviene attraverso i social media è superficiale e incompleta (mancando di linguaggio del corpo e contatto visivo) e tende a far sbiadire la relazione sociale: le relazioni che si sviluppano in questo modo non forniscono agli adolescenti il livello emotivo che sperimenterebbero con l’interazione faccia a faccia, perché le emoticon sembrerebbero sostituire le emozioni, impedendo di conseguenza le esperienze interpersonali (Del Barrio Fernández & Ruiz Fernández, 2016). Di fatto gli adolescenti, così facendo, perdono interesse nelle conversazioni faccia a faccia (Gallardo et al., 2020) e sperimentano difficoltà a mostrare le abilità sociali necessarie per l’interazione offline, limitando il loro corretto sviluppo sociale. Le ripercussioni associate a questa inibizione delle abilità sociali includono: barriere affettive a livello fisico, ridotta capacità empatica dovuta all’incapacità di riconoscere l’espressione di emozioni e sentimenti, difficoltà cognitive a esprimere le proprie opinioni, problemi a comprendere il significato degli altri e, infine, difficoltà a mantenere una conversazione fluida (Arab & Díaz, 2015).

Inoltre, dato che gli adolescenti dedicano la maggior parte del loro tempo online, spesso dimenticano le altre attività quotidiane come trascorrere il tempo libero con gli amici (Gallardo et al., 2020): i social media hanno, infatti, anche effetti negativi sulle attività, sottraendo tempo a quest’ultime (Tsitsika et al., 2014).

Conclusioni

In definitiva, i social media fanno parte della vita quotidiana degli adolescenti e hanno, sulle loro abilità sociali, sia effetti positivi che negativi, dove quelli negativi sono generalmente sopravvalutati mentre quelli benefici sottovalutati (O’Reilly, 2020). I social media dovrebbero integrare le relazioni sociali faccia a faccia e non sostituirle, offrendo una vera connessione interpersonale con gli altri a livello cognitivo e affettivo. È dunque importante che il tempo trascorso su questi siti e il loro uso appropriato siano controllati, così che questi possano essere risorse, e non ostacoli, che contribuiscono al consolidamento delle abilità sociali necessarie per l’interazione sociale (Gallardo et al., 2020).

Sul senso della vita (2022) di Viktor E. Frankl – Recensione

Nel marzo 1946, a soli undici mesi dalla sua liberazione dai lager, Frankl tenne una serie di importanti conferenze presso l’università popolare di Ottakring (Vienna); le sue parole e i suoi preziosi insegnamenti vennero raccolti in un breve volume intitolato “Sul senso della vita”.

 

Parlare oggi del significato e del valore della vita appare più necessario e allo stesso tempo difficile che mai. Gettarsi alle spalle con un ottimismo a buon mercato ciò che l’epoca più recente ha portato con sé non è più un’ipotesi comunemente contemplata: siamo diventati pessimisti e sappiamo bene che non è più possibile fare affidamento su un tranquillo avanzamento dell’umanità in grado di imporsi da sé. Ogni impulso ad agire procede oggi nello scetticismo e nella consapevolezza che ciò che progredisce – e fino a che punto – dipende solo e soltanto da noi.

Ma è proprio in questi presupposti di pessimismo, nichilismo e disinganno che Viktor E. Frankl (Vienna, 1905-1997), neurologo e psichiatra viennese, coglie la preziosa possibilità di farci strada verso una nuova umanità incardinata sulla resilienza e sul valore del significato esistenziale.

Frankl, uomo di ascendenza ebraica, dopo un dottorato in medicina e uno in filosofia ottenuti presso l’Università di Vienna, durante la Seconda Guerra Mondiale venne internato per tre anni nei campi di concentramento nazisti di Auschwitz e Dachau. Grazie a una serie di incredibili intuizioni e coincidenze sopravvisse miracolosamente all’inferno dell’Olocausto e, dopo la guerra e la sua liberazione, viaggiò instancabilmente in tutto il mondo presiedendo conferenze e lezioni che sono rimaste nella storia per il profondo messaggio che portano con sé sul senso della vita.

Proprio per via dei suoi insegnamenti è ricordato a livello internazionale come uno dei principali fondatori dell’analisi esistenziale e della logoterapia, un approccio psicoterapeutico che si pone come primario obiettivo la riscoperta del significato della vita e dell’esistenza umana.

Nel marzo 1946, a soli undici mesi dalla sua liberazione dai lager, Frankl tenne una serie di importanti conferenze presso l’università popolare di Ottakring (Vienna); le sue parole e i suoi preziosi insegnamenti vennero raccolti in un breve volume intitolato “Sul senso della vita”.

Dopo “Uno psicologo nei lager”, il suo libro più famoso (1996), anche “Sul senso della vita” (2022) riesce a rivelarsi un viaggio intenso e incredibilmente prezioso, capace di cambiare la visione della vita di ognuno di noi insegnandoci l’importanza di trovare, celato anche nelle più drammatiche circostanze, un senso al nostro esistere.

In seguito a una bellissima introduzione di Daniel Goleman, noto psicologo statunitense, Frankl offre una testimonianza cruda e diretta di una sopravvivenza contro ogni previsione, indubbiamente arricchita e impreziosita dal suo essere medico psichiatra e neurologo, dunque vero professionista della salute mentale.

Frankl racconta nelle sue pagine cosa voglia dire cercare la libertà –di resistere, di attribuire un significato e un senso alla propria vita– anche in situazioni che hanno lo scopo preciso di privarcene, determinato a “dire sì alla vita” nonostante tutto. Perché la felicità e i piaceri in sé non bastano e non possono costituire un obiettivo né dare significatività alla vita: è invece nei momenti tristi e bui della nostra esistenza e nel modo in cui li affrontiamo che, cogliendone un senso spesso non immediatamente comprensibile, dimostriamo davvero chi siamo e maturiamo interiormente.

Frankl ci invita a un cambio di prospettiva spiegandoci che non siamo noi a poter fare domande sul senso della vita, ma è la vita stessa che ci interroga incessantemente sul suo significato e, momento per momento, attraverso le nostre stesse reazioni a essa, rispondiamo a tali interrogativi in un’etica del quotidiano.

Le domande che la vita ci pone, tuttavia, non solo cambiano di ora in ora, ma anche di individuo in individuo: in questo senso il presente è la chiave di tutto, poiché racchiude in tutta la concretezza del qui ed ora l’interrogativo eternamente nuovo e rinnovato che la vita ci rivolge.

 A tal proposito, una digressione interessante dell’autore riguarda la nostra mortalità. Frankl sostiene che proprio la consapevolezza di essere mortali e di sapere che la nostra vita ha un tempo finito e le nostre possibilità sono limitate, costituisce già di per sé un aspetto che dona significatività all’esistenza. Se fossimo immortali potremmo rimandare qualsiasi cosa, perché su di noi non incomberebbe nessuna fine e nessun limite alle possibilità, e di conseguenza non vedremmo la necessità di compiere un’azione prima di una presunta “data di scadenza”.

La morte costringe invece a intraprendere qualcosa, a sfruttare il tempo e a realizzare un’opportunità, conferendo un carico di significatività alla vita, creando lo sfondo sul quale il nostro essere si responsabilizza e fondando l’irripetibilità della nostra esistenza e del nostro esserci.

Dedicando poi un intero capitolo alla più autentica e diretta testimonianza del suo vissuto nei lager nazisti, Frankl studia e descrive i vari stadi dell’atteggiamento del prigioniero, che iniziano con un traumatico e inevitabile senso di shock, per poi lasciare il passo a una lenta “morte interiore”, caratterizzata da un’apatia pervasiva rispetto alle proprie emozioni e dal disgustoso deterioramento fisico del corpo, e arrivare –se fortunati– all’ultima fase del “prigioniero liberato”, il quale –paradossalmente– necessita di parecchio tempo per reimparare a rallegrarsi della sua liberazione.

Tuttavia, malgrado la crudeltà, le torture, la violenza e la costante minaccia di morte, l’autore spiega che nella prigionia degli internati c’era una parte di vita che restava libera: la mente, la più grande rappresentazione dell’autentica libertà umana. Le speranze, i sogni e l’immaginazione dei prigionieri appartenevano infatti solo e soltanto a loro, nonostante le terribili circostanze. Qualsiasi agente esterno poteva esercitare un’influenza, è vero, ma non il totale controllo.

Ecco allora perché Frankl sottolinea che la nostra prospettiva sugli eventi della vita conta tanto quanto ciò che realmente ci accade, perché se il destino è ciò che succede a prescindere dal nostro controllo, la reazione ad esso e i pensieri che elaboriamo sono ciò di cui ognuno di noi è davvero responsabile.

Con la sua penna intensa, sincera e a tratti cruda, Frankl trascende i tragici eventi di cui è stato testimone e si focalizza sull’esplorazione della natura umana e delle sue potenzialità di resilienza, conferendo il più autentico valore al concetto della filosofia giapponese di Ikigai (“ragione di vita”, “ragione d’essere”) e alle massime di Friedrich Nietzsche “Chi ha un perché per vivere, sopporta quasi ogni come” e “Se vivere è soffrire, sopravvivere è trovare un senso nella sofferenza”.

Quel che Frankl racconta –e insegna– non vale solo per l’esperienza della detenzione nazista, ma anche per tutte le altre situazioni-limite e gli urti che la vita ci presenta, dalla sofferenza, alla malattia, al lutto.

Ecco allora che “Sul senso della vita”, senza mai sminuire la drammaticità degli orrori di uno dei periodi più tristi della storia mondiale, si rivela un documento umano di straordinario valore, custode di un profondo e prezioso messaggio: la vita vale la pena di essere vissuta in qualsiasi situazione e l’essere umano può riuscire, anche nelle peggiori condizioni, a “mutare una tragedia personale in trionfo”. Perché per Frankl vivere vuol dire questo: inseguire un significato, interrogare sempre il senso delle cose e creare dentro di sé il tempo fertile dell’attesa e della risposta. Saper aspettare per saper costruire.

L’utilizzo della realtà virtuale nella cura dell’Anoressia Nervosa

Il Dottor Porras-Garcia e colleghi hanno condotto tre studi differenti (2020a; 2020b; 2021) sul potenziale coinvolgimento della realtà virtuale nel trattamento dell’anoressia nervosa.

 

Il trattamento dell’anoressia nervosa

 Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5; APA, 2013) definisce i disturbi alimentari come un’alterazione del benessere legato alla nutrizione oppure come comportamenti legati all’alimentazione che hanno come risultato un alterato consumo o assorbimento di cibo, il che porta ad una compromissione significativa della salute fisica o del funzionamento psicosociale. Tra essi, il più antico è l’anoressia nervosa, ovvero il primo disturbo alimentare ad essere annoverato nella prima versione del DSM (1952).

Secondo le normative NICE (2020), il trattamento dell’anoressia nervosa deve includere la psicoeducazione, il monitoraggio del peso, della salute fisica e mentale, tenere in considerazione tutti i possibili fattori di rischio del disturbo, attuare un intervento multidisciplinare e coordinato e integrare in esso la famiglia del cliente in maniera appropriata.

Il trattamento maggiormente utilizzato è la CBT-ED (Eating Disorder focused Cognitive Behavioural Therapy). Tuttavia, con il progredire degli strumenti tecnologici, ha iniziato a crescere l’interesse verso interventi di esposizione attraverso la realtà virtuale. Nell’anoressia nervosa è stato osservato come le terapie basate sull’esposizione, come l’utilizzo di specchi, possano contribuire a migliorare i risultati della CBT. In quest’ottica, le procedure basate sulla realtà virtuale offrono numerose novità per fronteggiare le problematiche legate al corpo (Porras-Garcia et al., 2020). Infatti, negli ultimi 25 anni, la realtà virtuale ha offerto soluzioni innovative per trattare numerosi dei principali sintomi dei disturbi della nutrizione, tra cui il craving, i bias attenzionali e l’insoddisfazione corporea. A tal proposito, uno studio condotto da Riva e colleghi (2021) ha suggerito che alcune delle tecniche di realtà virtuale (come l’esposizione diretta e la reference frame shifting) forniscano un possibile vantaggio rispetto alla tradizionale CBT per la bulimia e il disturbo da alimentazione incontrollata. I risultati ottenuti dagli autori per i pazienti affetti da anoressia nervosa sull’utilizzo di tali tecniche, ne hanno anche confermato la natura trasversale.

Applicazione della realtà virtuale sulla sintomatologia dell’Anoressia Nervosa

Nonostante il riscontro positivo degli interventi con realtà virtuale e i numerosi studi condotti sul suo impiego, nella pratica clinica di routine non hanno ancora raggiunto un livello di utilizzo significativo, specialmente per il trattamento dei disturbi alimentari.

Ad ogni modo, il Dottor Porras-Garcia e colleghi hanno condotto tre studi differenti (2020a; 2020b; 2021) sul potenziale coinvolgimento di essa nel trattamento dell’anoressia nervosa.

Il primo studio, pubblicato nel 2020a, si è concentrato sulla validità della realtà virtuale nell’elicitare la paura di ingrassare, l’ansia per il proprio corpo e sui bias attenzionali legati a quest’ultimo. Lo studio ha coinvolto 43 donne sane in età universitaria, 30 pazienti donne affette da anoressia, 25 donne con bassa insoddisfazione corporea e 18 con alta insoddisfazione corporea. I soggetti sono stati sottoposti all’esposizione al proprio corpo e all’indice di massa corporea attraverso una silhouette virtuale. Secondariamente, è stata introdotta un’illusione corporea sulla silhouette virtuale utilizzando una stimolazione visuo-motoria e visuo-tattile. Successivamente sono state valutate le variabili elencate precedentemente. Gli autori hanno riscontrato che le pazienti affette da anoressia mostravano una paura di ingrassare, un’ansia per il proprio corpo e bias attenzionali più elevati rispetto ai controlli sani a seguito della stimolazione. I risultati ottenuti hanno permesso di ipotizzare che attraverso la realtà virtuale la gravità dei sintomi sopra elencati potrebbe diminuire, e ciò ha posto le basi per i successivi due studi.

 L’obiettivo del secondo studio, ovvero un case-report pubblicato nel 2020 (Porras-Garcia et al, 2020b), era quello di fornire delle evidenze preliminari sui potenziali benefici dell’esposizione corporea in realtà virtuale in una paziente con diagnosi di anoressia. Gli autori hanno valutato la paura di ingrassare, l’ansia per il proprio corpo, il desiderio di magrezza, i disturbi dell’immagine corporea, l’indice di massa corporea e i bias attenzionali legati al corpo in tre momenti differenti, ovvero prima e dopo l’intervento, e infine a distanza di cinque mesi (follow-up). Il trattamento è stato suddiviso in cinque sessioni di terapia di esposizione, le quali sono state integrate alla CBT; esse prevedevano un’esposizione sistematica e gerarchica della paziente ad una rappresentazione virtuale del proprio corpo, con l’indice di massa corporea dell’avatar che aumentava progressivamente nelle sessioni successive. Gli autori hanno evidenziato che a seguito dell’intervento la sintomatologia del disturbo aveva subito una considerevole riduzione; inoltre, è stato osservato un significativo mutamento dei bias attenzionali disfunzionali legati al corpo. Dopo cinque mesi, tutti i miglioramenti sono stati confermati ad eccezione della paura di ingrassare.

Infine, Porras-Garcia e colleghi hanno condotto un trial controllato randomizzato per osservare i benefici della realtà virtuale nella riduzione della paura di ingrassare e altri sintomi legati all’anoressia nervosa (2021). A differenza del secondo studio, sono stati reclutati 35 pazienti affetti dal disturbo, di cui 16 appartenenti al gruppo sperimentale e 19 al gruppo di controllo. Sono state valutate principalmente la paura di ingrassare e i disturbi legati all’immagine corporea prima e dopo l’intervento e tre mesi dopo. Come nello studio precedente, i partecipanti sono stati sottoposti a cinque sessioni di trattamento: il gruppo di controllo ha beneficiato esclusivamente della terapia da loro svolta abitualmente, mentre quello sperimentale ha integrato ad esso l’esposizione in realtà virtuale. A seguito dell’intervento e al follow-up sono state riscontrate considerevoli differenze tra i due gruppi: il gruppo sperimentale ha mostrato livelli significativamente più bassi sia nella paura di ingrassare che nei disturbi legati all’immagine corporea rispetto al gruppo di controllo.

Quali conclusioni si possono trarre

In conclusione, gli autori affermano come i presenti studi possano fornire nuovi spunti e risultati incoraggianti nell’ambito delle terapie basate sull’esposizione nel trattamento dell’Anoressia Nervosa. In particolare, la realtà virtuale potrebbe portare ad un avanzamento sia nella ricerca che nella pratica clinica per il trattamento del disturbo, fornendo strumenti innovativi nel supporto dei pazienti, di modo da migliorare attraverso il confronto con i propri timori, le proprie risposte emotive, cognitive e comportamentali.

 

A lezione dai longevi (2022) di Patrizia Del Verme – Recensione

Il Cilento è un territorio speciale e, proprio per questo, è il vero co-protagonista dell’originale libro “A lezione dai longevi” che ha voluto indagare, nel modo più completo e integrato possibile, le cause dell’estrema longevità dei suoi abitanti.

 

 Questo territorio salernitano è un luogo speciale perché, oltre alla sua nota bellezza paesaggistica famosa in tutto il mondo, possiede anche almeno altre tre caratteristiche particolari, se non uniche.

Una caratteristica è relativa al fatto che questo territorio ha ospitato la celebre scuola medica salernitana, la prima e più importante istituzione medica d’Europa, che ha anticipato di secoli le moderne università.

L’approccio eclettico di questa scuola focalizzata sull’integrazione, all’epoca assolutamente originale, di conoscenze provenienti da culture differenti come i greci, gli arabi e gli ebrei, la rendono la prima vera antesignana della medicina moderna occidentale, sia per aver introdotto per la prima volta il concetto di prevenzione sia per aver gettato le basi del metodo d’indagine empirico.

Sempre in questo territorio, il biologo, fisiologo e nutrizionista statunitense Ancel Keys, inviato al seguito delle truppe durante la seconda guerra mondiale, rimase letteralmente affascinato sia dalla bellezza del posto che dalla particolarmente bassa incidenza di patologie cardiovascolari e di disturbi gastrointestinali dei suoi abitanti, a tal punto che decise di trasferirsi definitivamente in questo territorio e di studiare le cause di questo fenomeno favorente la longevità, che condussero a quella che attualmente viene definita “dieta mediterranea”.

Risulta interessante notare che lo stesso Dr. Keys, amante della cucina locale e dello stile di vita di questo territorio, visse fino a cento anni nella sua casa di Pioppi, un paesino del Cilento, dove soggiornò e condusse le proprie ricerche per più di quarant’anni.

Nel 2010 questa bella località cilentana, che ospita L’Ecomuseo della Dieta Mediterranea dedicato alla memoria dello scienziato americano, ha ottenuto dall’Unesco il riconoscimento di Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.

Terza –ma non per importanza– caratteristica che rende il Cilento un territorio speciale è che, anche attualmente, ci sono trenta centenari ogni centomila abitanti, una percentuale che risulta essere più del doppio rispetto il resto d’Italia e d’Europa.

Questo territorio potrebbe essere quindi candidato a entrare nelle cosiddette “blue zone”, come ad esempio il territorio dell’Ogliastra in Sardegna o dell’isola di Okinawa in Giappone, dove si vive molto più a lungo e soprattutto con una buona/ottima salute, rispetto alla media.

 Da quest’area geografica così ricca di bellezza e stratificazioni storiche così interessanti, la psicologa Patrizia del Verme, responsabile del Servizio di Psicologia Clinica e della Salute presso l’ASL di Salerno, ha voluto approfondire il tema della longevità nella maniera più completa e trasversale possibile.

Nel suo libro, la psicologa ha condotto una ricerca che ha coinvolto 20 persone di età compresa tra i 90 e i 106 anni al fine di indagare non la causa, ma le molteplici cause dell’eccezionale longevità dei cilentani.

In questa ricerca è stata adottata una metodologia complessa, che ha voluto analizzare molti fattori che vanno dalle dimensioni psicologiche a quelle sociali, dagli aspetti motori a quelli alimentari, dal rapporto con il tempo (anche nel senso circadiano del termine) a quello relativo la ritualità e il rispetto della natura e il territorio.

L’originalità di questo testo sta proprio nel fatto di aver adottato una visione olistica e integrata che rispecchia la complessità bio-psico-sociale della persona in un contesto territoriale particolare.

La metodologia utilizzata per raccogliere i preziosi dati sui centenari studiati nel libro riflette questo paradigma olistico che correttamente va nella direzione opposta di un riduzionismo, tuttora purtroppo molto diffuso anche a livello scientifico, che cercherebbe nell’elisir di lunga vita o nella mitologica fontana della giovinezza, la risposta per ottenere una lunga e soprattutto sana, longevità.

Il testo offre dati molto preziosi soprattutto per chi condivide una visione complessa della persona umana nelle sue sfaccettature biologiche, psicologiche e socioculturali; in questo senso il libro è veramente molto ricco di informazioni interessanti relative le scelte e lo stile di vita adottato dai centenari.

“A lezioni dai longevi” è un libro scritto molto bene, risulta chiaro e fluido, quindi è accessibile anche ai non addetti ai lavori, per questo è consigliato sia ai professionisti, sia a coloro che vogliono approfondire con serietà il tema del benessere e della longevità con il rigore scientifico.

 

Insoddisfazione per il proprio corpo, controllo del peso e ADHD nei bambini

Uno studio di Bisset e colleghi (2019) ha indagato il rapporto tra ADHD e comportamenti che conducono a disturbi alimentari nei bambini, con lo scopo di provare a identificare i fattori di rischio.

 

ADHD e disturbi alimentari

 Recentemente la letteratura ha evidenziato come l’ADHD aumenti le probabilità di sviluppare un disturbo alimentare (Bleck et al., 2016). In questo contesto, la mancata identificazione di questo risvolto psicopatologico potrebbe aggravare le condizioni di coloro che ne soffrono, proprio per la mancanza di un adeguato trattamento mirato a entrambe le patologie.

Con body dissatisfaction si intende l’autovalutazione negativa della propria forma fisica (Stice & Shaw, 2002) e in letteratura è considerato uno dei più potenti fattori di rischio e mantenimento dei disturbi alimentari (Stice, 2002; Polovy & Herman, 2002; Davison et al., 2003).

Poiché l’insoddisfazione per la propria forma fisica e comportamenti di controllo alimentare sono stati identificati come maggiori fattori di rischio nello sviluppo di un disturbo alimentare, è importante che vengano analizzate la prevalenza e l’età tipiche d’esordio di questa sintomatologia in bambini affetti da ADHD.

È importante sottolineare che alcuni dei farmaci usati per curare l’ADHD, come per esempio metilfenidato, dexamfetamina e atomoxetina, hanno come effetti collaterali ridotto appetito e perdita di peso (Davis et al., 2012) ma, allo stesso tempo, sembra che, una volta scemati questi effetti collaterali, si possa incorrere in episodi di binge eating (Reinblatt et al., 2015). Purtroppo molti studi che miravano a indagare il rapporto tra ADHD e disturbi alimentari, hanno incluso nel loro campione un range molto ampio di popolazione, rendendo così impossibile determinare a quale età, nello specifico, iniziano a presentarsi i sintomi tipici di un disturbo alimentare, come la body dissatisfaction o il controllo del peso (Cortese & Vincenzi, 2012; Gowey et al.,2017).

Uno studio su ADHD e disturbi alimentari nei bambini

 Uno studio di Bisset e colleghi (2019) ha indagato il rapporto tra ADHD e comportamenti che conducono a disturbi alimentari nei bambini, con lo scopo di provare a identificare i fattori di rischio. Gli autori hanno messo a confronto i diversi livelli di insoddisfazione per il proprio corpo e comportamenti mirati al controllo del peso in bambini aventi diagnosi di ADHD, confrontandoli con coetanei privi di diagnosi. I 2972 bambini partecipanti allo studio sono stati sottoposti a test in 3 periodi di vita distinti, ovvero 8-9 anni, 10-11 anni e 12-13 anni. Il campione di bambini partecipanti allo studio è stato reclutato tramite il Longitudinal Study of Australian Children (LSAC), iniziato nel 2004, il quale aveva lo scopo di seguire lo sviluppo della popolazione australiana.

È importante sottolineare che tutti i bambini con diagnosi di ADHD erano sotto trattamento farmacologico per attenuare i sintomi del disturbo. Lo studio ha evidenziato che, a 12-13 anni, i bambini aventi diagnosi di ADHD avevano maggiori probabilità di perdere o aumentare di peso, indipendentemente dal proprio indice di massa corporea. Tendenzialmente i farmaci somministrati per l’ADHD comportano un lieve aumento di peso e lo sviluppo di una comorbilità con un disturbo alimentare implica appunto il forte desiderio di dimagrire e l’insoddisfazione per la propria forma fisica. Secondo questo studio, l’ADHD potrebbe aumentare moderatamente la possibilità di sviluppare insoddisfazione per il proprio corpo in due fasce d’età su tre tenute in considerazione in questo studio (8-9 anni e 12-13 anni). Inoltre, indipendentemente dal tipo di terapia farmacologica somministrata, i bambini con ADHD partecipanti a questo studio, se paragonati a quelli privi di diagnosi, sono risultati avere una probabilità 3 volte maggiore di sviluppare body dissatisfaction, per tutte le fasce d’età considerate.

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