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Il Training Autogeno Strategico: un approccio per affrontare l’ansia

Il training autogeno strategico è un connubio tra il Training Autogeno di J.H. Schultz e alcune strategie e tecniche appartenenti all’approccio psicoterapeutico breve strategico che si dimostrano essere efficaci ed efficienti nei disturbi d’ansia.

 

Il Training Autogeneo

 Il Training Autogeno (TA) è un strumento che permette alla persona una autodistensione da concentrazione psichica con relative e successive modificazioni psichiche e somatiche. J.H. Schultz indicava come principio fondamentale del metodo una deconnessione globale dell’organismo che, in parte simile al metodo eteroipnotico, consente di realizzare degli stati suggestivi propri. Lo psichiatra tedesco faceva riferimento in parte agli studi di Oskar Vogt che considerava le “pause profilattiche” quotidiane necessarie alla persona soggetta ad un continuo stress o stato di ansia per evitare di avere conseguenze ben più gravi qualora non fossero state utilizzate. Lo stesso Vogt insegnava alle persone ad entrare nello stato ipnotico da sole dopo alcune sedute rifiutando modalità di fascinazione o manipolative su questi processi che considerava essere parte attiva e di autoapprendimento della persona stessa. Mentre nel Training Autogeno si inizia da un cambiamento che ha origine nel corpo per ottenere poi dei benefici e una commutazione a livello psichico, nell’ipnosi al contrario si parte da una modificazione psichica per ottenere delle modificazioni fisiologiche.

Il concetto di ideoplasia è un concetto cardine per comprendere i cambiamenti che avvengono nel Training Autogeno. Essa è la capacità ideativa (e quindi di pensare e poi immaginare) di poter generare dei cambiamenti (in particolare a livello fisiologico) attraverso il verificarsi di una fenomenologia spontanea (cioè senza intenzionalità) lasciando che tutto accada in modo spontaneo e naturale. Se la mente umana quindi è in grado di generare una fenomenologia fisica attraverso il solo uso dell’immaginazione, allora lo stesso si potrà ottenere per uno stato di rilassamento muscolare profondo con una rappresentazione mentale di quiete.

Il Training sarà allora un allenamento costante, il cui apprendimento ha una durata di tre mesi circa, così da acquisire lo strumento e farlo proprio. Il suo utilizzo sarà poi personalizzato e mirato alle situazioni stressanti o per raggiungere un obiettivo specifico (riabilitativo, di performance, anti-stress, per sintomi d’ansia, ecc…). La perseveranza e la costanza nello sperimentare quotidianamente il Training Autogeno sono elementi imprescindibili per poter raggiungere tali obiettivi, altrimenti il rischio è quello di sperimentare dei parziali insuccessi.

 Attraverso il Training Autogeno avviene un vero e proprio auto condizionamento in cui la persona si sente libera, aumentando fiducia, stima in se stessa, maggiore benessere psicofisico, con un pensiero costantemente positivo e propositivo. Il meccanismo di autogenicità che poi si genera da solo entra nella consapevolezza della persona per ottenere ciò che desidera. Il Training Autogeno è sempre stato un ottimo strumento per gestire particolari quote di ansia che possono presentarsi in presenza di conflittualità emotiva, attuando una forma di normalizzazione della sua natura con una gestione e controllo che devono avvenire in modo spontaneo e naturale. Persone ben allenate con il Training Autogeno possiedono una salute migliore, riescono a sopportare carichi emotivi e fisici maggiori, sono capaci di regolare il loro tono energetico alternando gli stati tensivi e distensivi in un miglior equilibrio.

Se l’origine di tali disagi d’ansia ha invece una eventuale radice traumatica si suggerisce di affiancare il Training Autogeno a modalità di immaginazioni guidate affiancate da un professionista della salute mentale. Le tecniche immaginative ottengono cambiamenti terapeutici spesso meravigliosi, tuttavia alcuni di questi avvengono solo dopo una esposizione reale o comunque una messa in pratica di un compito che permetta una esperienza emozionale correttiva, come già diceva Franz Alexander per un intervento terapeutico efficace ed efficiente.

Il Training Autogeno Strategico

Moltissime tecniche e strategie derivanti dalla terapia breve strategica permettono di fare queste esperienze con una grande capacità di ridurre o far scomparire la sintomatologia in tempi brevi mantenendo i benefici a lungo termine. Esse quindi nel tempo hanno determinato la teoria all’interno del modello di intervento strategico breve e sono alla base di qualsiasi fondamento teorico dell’approccio teorico di psicoterapia breve strategica. Sperimentare alcune tecniche e strategie di questo approccio affiancandole ai tre mesi di apprendimento del Training Autogeno permette di affrontare ed acquisire degli strumenti che, pur appartenendo ad assunti teorici e metodologici differenti, nel loro incontro si attraggono e si respingono in un perfetto equilibrio volto all’efficacia della terapia. Il Training Autogeno Strategico si focalizza quindi in particolar modo sui disagi derivanti dall’ansia e dalle paure. Molti possono essere i volti dell’ansia, alcuni più visibili, altri più nascosti.

Spesso nel Training Autogeno Strategico si chiede alla persona di trasformare le domande sull’ansia in qualcosa di utile per la terapia stessa. Successivamente, nello sperimentare il primo esercizio della calma si affianca un diario di bordo specifico sulla sintomatologia espressa dell’ansia o delle paure (diario delle 7 piccole rilevazioni) nel quale verrà indicata l’ora e il giorno, dove si trova la persona, quali altre persone sono presenti, cosa sta provando a livello fisiologico e mentale (i pensieri), cosa sta facendo e cosa sta facendo eventualmente per eliminare questo disagio. La sperimentazione dei sei parametri del Training Autogeno saranno poi integrati con una scheda e un loro monitoraggio quotidiano dove la persona potrà descrivere, similmente a prima, la data, le sensazioni fisiche, i pensieri, le emozioni prima e dopo l’esercizio. Inoltre nel Training Autogeno Strategico vengono autoprescritti degli esercizi da fare durante i 14 giorni di autoapprendimento del parametro del Training Autogeno.

Passando attraverso l’acquisizione dei parametri (pesantezza, calore, respiro, cuore, plesso solare e fronte fresca) solo dopo aver interiorizzato quello della calma, la persona potrà esercitarsi con compiti propri e distinti (meglio se in questi si è seguiti da uno psicoterapeuta formato a riguardo, così da ottenere il massimo dei benefici nel minor tempo possibile e il minor rischio di insuccesso). Il tema del potere dell’immaginazione sarà quotidiano e verranno affrontati i temi riguardanti un nuovo possibile scenario futuro (se non avessi più l’ansia), le incertezze e le paure associate a possibili vantaggi secondari (rilettura positiva del problema), le strategie disfunzionali dell’evitamento, del controllo e della rassicurazione da sostituire con esercizi guidati e specifici in base al problema riportato (pensieri disturbanti e intrusivi, ricordi spiacevoli, paure di perdere il controllo e fantasie che aumentano l’ansia, immagini spaventevoli e incubi notturni, disagi sociali in pubblico come l’ansia sociale e quello di parlare in pubblico, percezione di sentirsi rifiutati, ansie e paure indirizzate a specifiche persone o situazioni).

Infine il Training Autogeno Strategico si avvale anche degli esercizi superiori del Training Autogeno di Schultz, quindi la formulazione di proponimenti terapeutici volti al cambiamento. Le formule aggiuntive vengono utilizzate prima degli esercizi di ripresa con modalità ripetitiva, ritmata, lenta e soprattutto autosuggestiva evitando le formulazioni che possono contenere al loro interno delle negazioni. Indispensabili per una crescita ed una evoluzione della personalità che permetta un sano approccio comunicativo verso il mondo, gli altri e se stessi con un atteggiamento positivo ma soprattutto assertivo. Come si ripeteva nel testo sacro dei Talmud “Bada ai tuoi pensieri perché diventano parole. Bada alle tue parole perché diventano azioni. Bada alle tue azioni perché diventano abitudini. Bada alle tue abitudini perché diventano il tuo carattere. Bada al tuo carattere perché diventa il tuo destino“ così anche con il Training Autogeno Strategico badiamo ai nostri pensieri che si trasformano in immagini per poi diventare azioni concrete che realizzano alla fine la nostra realtà.

 

“Come leggere: carta, schermo o audio?” – La lettura quale abitudine da riscoprire – Recensione

In questo affascinante saggio, “Come leggere: carta, schermo o audio?”, Naomi S. Baron accompagna chiunque desideri leggerla, in un mondo fatto di carta, di suoni, immagini ma soprattutto di scelte circoscritte al supporto multimediale e/o cartaceo, con il quale ciascuno di noi decide di interagire. 

 

 Si avrà l’occasione, pagina per pagina, di sondare gli effettivi benefici della lettura su carta a confronto con quella eseguita su uno schermo, quale ad esempio un tablet oppure ancora sul nostro smartphone, rispetto ai quali, secondo l’autrice, sia il grado di apprendimento che di coinvolgimento possono aumentare o viceversa decrescere.

Mentre leggiamo, infatti, non solo si avverte un abbassamento dei livelli di cortisolo ma, a seconda di quello che si sceglie di leggere, il grado di piacere e il coinvolgimento possono determinare da un lato un incremento a livello sinaptico e dall’altro una plasticità nell’elaborare informazioni, che sin dalla prima infanzia possono gettare le basi per una buona memoria.

Secondo le neuroscienze infatti la lettura risulta un’attività in grado di prevenire a livello psicosomatico quei quadri neurodegenerativi e/o cardiaci rispetto ai quali l’interazione con quanto leggiamo assume un carattere fisico e/o sensoriale (Kempermann, G., 2011).

Se più in profondità infatti risultano maggiormente coinvolti il sistema neuroendocrino e cardiocircolatorio, viceversa la vista, l’olfatto e il tatto risultano quegli elementi guida collocati più in superficie, capaci oltremodo di guidarci pagina dopo pagina.

Sotto il profilo visivo la ricerca ha focalizzato l’attenzione su una metodologia definita eye-tracking al fine di evidenziare potenziali differenze tra la lettura su carta e la lettura eseguita su uno schermo.

Nello specifico pertanto i movimenti oculari in azione durante la lettura, definiti saccadi, delineano sostanziali differenze correlate anche al nostro grado di apprendimento e di conoscenza circa un argomento.

 I nostri movimenti possono quindi essere progressivi, regressivi e successivi e nel loro insieme riflettono quanto una persona sia allenata o meno a leggere. Più quello che leggiamo è difficile e più sarà il numero di saccadi regressive, correlato nondimeno sia alle nostre conoscenze pregresse sia al nostro background esperienziale e/o culturale.

Sotto il profilo tattile e olfattivo invece si ha l’opportunità di creare un’interazione più coinvolgente e duratura con quanto è contenuto nelle parole riportate pagina dopo pagina.

Il supporto cartaceo, infatti, non solo consente una maggiore intimità, ma permette un maggior consolidamento di quanto scritto a livello mnemonico. Secondo l’autrice il mondo del libro cartaceo da sempre sembra riscontrare una percentuale di successo maggiore rispetto al formato digitale. Quest’ultimo, per quanto ultimamente stia riscontrando successo su larga scala, deve tuttavia tener conto degli aspetti interpersonali e cognitivi ad esso correlati, in quanto quello del digitale sin dalla prima infanzia risulta una dimensione tanto affascinante quanto a volte capace di incrementare la distraibilità a discapito delle nostre capacità di concentrazione.

Secondo quanto riportato dalla linguista, il libro digitale e cartaceo valorizzano l’incremento o meno del coinvolgimento sociale, interpersonale e intrapsichico, attraverso i quali è inoltre possibile valutare il grado di interazione che già a partire dall’infanzia innesca modelli relazionali adattivi o al contrario disfunzionali.

La lettura viene pertanto presentata a ciascuno di noi quale vera e propria abitudine da coltivare, approfondire e arricchire col passare del tempo, in quanto vera e propria compagna di viaggio in grado di sviluppare al nostro interno stili relazionali capaci di farci scoprire nuovi modi di stare con noi stessi e con gli altri.

L’alessitimia nei genitori di pazienti con anoressia nervosa

Lo studio di Chinello et al., 2020 indaga la competenza emotiva dei genitori di pazienti con anoressia nervosa, con l’obiettivo di verificare se, come suggerito dall’ipotesi della Normative Male Alexithymia, vi siano delle differenze di genere nei livelli di alessitimia tra madri e padri.

 

 Lo studio descritto si propone di indagare il riconoscimento delle emozioni e i tratti alessitimici nei genitori di pazienti con Anoressia Nervosa (AN; APA, 2014) utilizzando due diversi strumenti, un questionario autosomministrato (TAS-20 – Toronto Alexithymia Scale; Bagby et al., 1994; Bressi et al., 1996) e un test comportamentale (RME – Reading the Mind in the Eyes Test; Baron-Cohen et al., 2001; Vellante et al., 2013), testando l’ipotesi della “Normative Male Alexithymia” (NMA; Levant et al., 2006, 2009) in questa specifica popolazione.

Anoressia nervosa e alessitimia

Negli ultimi decenni, il ruolo dell’elaborazione delle emozioni sullo sviluppo dei Disturbi Alimentari (DA), e in particolare sull’Anoressia Nervosa, è stato preso in considerazione in diversi studi (Bruch, 1962, 1973, 1982; Cochrane et al., 1993; Corcos et al., 2000).

La letteratura scientifica su anoressia nervosa e disturbi alimentari sottolinea come lo sviluppo e il mantenimento di tutti i disturbi alimentari siano influenzati dalla competenza emotiva (Oldershaw et al., 2011). In questo quadro, l’alessitimia implica la difficoltà di identificare e descrivere le emozioni, sottovalutando le esperienze emotive con un pensiero orientato all’esterno (Bagby et al., 1994; Balottin et al., 2014; Cochrane et al., 1993). Infatti, i tratti alessitimici costituiscono i principali obiettivi dei trattamenti dell’anoressia nervosa e degli interventi basati sulla famiglia (Nowakowski et al., 2013; Robinson et al., 2015), considerando la famiglia come un sistema autocorrettivo (Selvini Palazzoli, 2006).

Alcuni decenni fa, Onnis e De Gennaro (1987) hanno proposto l’alessitimia come sintomo dell’intera famiglia con l’obiettivo di ridurre o evitare i conflitti familiari. I genitori di figlie affette da un disturbo alimentare mostrano punteggi più elevati di alessitimia rispetto ai controlli, associati a tratti di nevroticismo, ansia e depressione (Espina, 2003). Più specificamente, con il loro studio, Balottin e colleghi (2014) mettono in luce livelli più elevati di alessitimia nei genitori di pazienti con anoressia nervosa (Balottin et al., 2014). In modo analogo, Guttman e Laporte (2002) hanno trovato un’associazione tra i livelli di alessitimia e le difficoltà di identificazione delle emozioni nei genitori di figlie con anoressia (Guttman & Laporte, 2002).

È interessante notare che questo costrutto mostra differenze significative dipendenti dal sesso. In effetti, una meta-analisi su studi clinici e di controllo ha evidenziato un livello più elevato di alessitimia nei maschi rispetto alle femmine (Levant et al., 2006, 2009), confermando una “Normative Male Alexithymia” (NMA) nei contesti culturali occidentali, suggerendo un marker alessitimico della popolazione maschile (Berger et al., 2005; Grynberg et al., 2010; Larsen et al., 2006; Mattila et al., 2006; van ’t Wout et al., 2007). Al contrario, in altri studi, i tratti alessitimici sembrano più diffusi nelle madri di pazienti con anoressia nervosa rispetto alle madri di pazienti senza anoressia nervosa (Dahlman, 1996). In alternativa, un recente studio ha mostrato livelli omogenei di alessitimia confrontando madri di pazienti con disturbi alimentari e controlli (Pace et al., 2015).

A supporto di questo risultato, una recente ricerca (Colesso et al., 2018) su madri e padri di pazienti con anoressia nervosa ha sottolineato l’assenza di una differenza tipica nei livelli di alessitimia tra maschi e femmine, come descritto da Levant (2006).

Nel complesso, gli studi sui genitori di pazienti con anoressia in merito all’alessitimia sono limitati in letteratura e mostrano risultati contrastanti (Balottin, 2014; Pace et al., 2015). Tutti questi dati sperimentali, però, suggeriscono una competenza emotiva disfunzionale come fattore rilevante ricorrente nelle famiglie con anoressia, con risultati poco chiari sugli effetti dipendenti dal sesso.

Anoressia e alessitimia genitoriale: differenze di genere

Il presente studio (Chinello et al., 2020), quindi, indaga la competenza emotiva dei genitori di pazienti con anoressia nervosa utilizzando due modalità diverse: un test comportamentale basato sul riconoscimento delle emozioni dei volti (RME) e un questionario autosomministrato che misura l’alessitimia (TAS-20), con l’obiettivo di esplorare le differenze nei livelli di alessitimia nei genitori di pazienti con anoressia (come suggerito dall’ipotesi della Normative Male Alexithymia) che possono differenziare gli interventi psicoeducativi dedicati alle madri o ai padri di chi soffe di anoressia nervosa.

 I genitori sono stati reclutati dai servizi psicoeducativi dedicati al sostegno delle famiglie con disturbi alimentari organizzati dalla Fondazione Maria Bianca Corno. I criteri di inclusione considerano solo i genitori senza una attuale diagnosi psichiatrica con una figlia affetta da anoressia (secondo i criteri del DSM-5, 2014), diagnosticata nei servizi regionali (Lombardia, Italia) di disturbi alimentari e all’inizio del trattamento dell’anoressia. Il campione è composto da 43 genitori, 20 padri e 23 madri (20 coppie e 3 madri), tutti hanno completato l’RME e la TAS-20 nello studio dello psicologo.

Dai risultati ottenuti non si registrano differenze significative in base al sesso per i fattori demografici e per i punteggi RME e TAS. Complessivamente, non emergono correlazioni significative tra RME e TAS-20, anche separatamente per madri o padri.

Curiosamente, infatti, nel campione con anoressia nervosa, emergono livelli alessitimici omogenei nelle performance di madri e padri ai due test, escludendo una discrepanza nella competenza emotiva dipendente dal sesso. Questo dato conferma quanto osservato in una recente ricerca di Colesso e colleghi (Colesso et al., 2018) su madri e padri di pazienti con anoressia, sottolineando l’assenza di una tipica differenza nei livelli alessitimici tra maschi e femmine, come descritto da Levant (2006). È interessante notare che questi risultati supportano l’ipotesi della mancanza di una discrepanza emotiva tradizionale (Normative Male Alexithymia) tra madri e padri nelle famiglie con anoressia, suggerendo probabilmente – come sostiene Colesso (Colesso et al., 2018) – un effetto normalizzante dell’anoressia sulla competenza emotiva di entrambi i genitori.

In conclusione, i risultati preliminari mostrano punteggi simili di alessitimia e di riconoscimento delle emozioni tra madri e padri di persone con anoressia. Questa visione è coerente con l’ipotesi di Selvini Palazzoli (1981) che considerava la famiglia come un sistema autocorrettivo. Inoltre, nei genitori di figli con anoressia, l’assenza di una discrepanza emotiva tra madri e padri è in contrasto con l’ipotesi della Normative Male Alexithymia. Questi risultati costituiscono un primo sostegno all’ipotesi di Colesso (effetto normalizzante dell’anoressia nervosa sull’elaborazione emotiva dei genitori), ma sono necessarie ulteriori ricerche visti i limiti dello studio.

La paura di cambiare

Se la paura si trasforma nel dolore di qualcosa che si è già verificato o nel timore di ciò che accadrà, diventa motivo di ostacolo per un cambiamento sano.

 

Come affrontare le difficoltà

 Davanti ad un malessere, ad una condizione di disagio, a quel qualcosa che ogni giorno si insinua nella nostra vita modificando la percezione che noi abbiamo di questa e condizionando totalmente la nostra esistenza, come dobbiamo comportarci?

Dobbiamo eliminare il problema alla radice? Dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere e percepire questa condizione nella realtà attuale? Oppure basta non ascoltare, fare finta di nulla e continuare la nostra vita normalmente?

Nella realtà di oggi, sempre più persone adottano questa modalità. Molti hanno paura di affrontare il proprio dolore e malessere, quindi di conseguenza si allontanano da una prospettiva di cambiamento.

Questo timore può essere però molto dannoso, in quanto condiziona e blocca lo sviluppo delle proprie capacità e la riscoperta del proprio sé, limitando le possibilità di cambiamento e di sviluppo, trasformando così l’individuo in schiavo del suo stesso malessere, privo di ogni possibilità di scelta e vincolato e ancorato al proprio male.

Tale paura può guidare la persona e definire la propria condizione un’entità a sé, diversa, a lui indipendente. Egli può cercare di governarla scacciando le proprie emozioni, facendo finta, non sentendo. Il tutto attraverso l’attivazione di meccanismi di difesa.

Promuovere il cambiamento

In condizioni normali, la paura può essere funzionale in quanto preserva da un’ulteriore situazione dolorosa, ma quando si trasforma nel dolore di qualcosa che si è già verificato o nel timore di ciò che accadrà, essa diventa motivo di ostacolo per un cambiamento sano, sviluppando così una sensazione di panico, capace di incrementare ulteriori sentimenti di inferiorità e inadeguatezza. Tutte modalità autodistruttive che fomentano la nostra condizione di malessere e, di conseguenza, il sintomo patologico.

 Ma perchè non voler andare oltre? Perché non abbandonare quella situazione che fino ad ora è solo stata fonte di sofferenza? Perché non provare a cambiare, invece di valutare e cercare di prevedere solo le conseguenze negative di un certo evento, aspettando passivamente il loro arrivo? (Gamberini, 2002).

Il cambiamento ha un prezzo. Cambiare non significa nascondere, far finta che quella sofferenza e l’evento che ne è stato la causa non siano mai esistiti, tutt’altro, cambiare significa affrontare in modo diretto il proprio dolore, significa valutare, analizzare, comprendere, chiedersi il perché, per poi perdonarsi, accettare ciò che è stato ed orientarsi così al futuro.

Quel blocco che impedisce alle persone di affrontarsi, quella paura che impedisce loro di cambiare, si verifica quando non ci si percepisce più come individui liberi in grado di guidare se stessi verso un processo di crescita e sviluppo personale (Cervone & Pervin, 2009).

L’unica vera resistenza siamo quindi noi stessi.

Da piccoli ci imponevano delle regole perché non eravamo capaci di scegliere con giudizio, in modo adeguato e consono. Ma oggi, da adulti, abbiamo questa possibilità e responsabilità.

Oggi possiamo scegliere, in quanto solo noi abbiamo l’unico vero potere di cambiamento, e spetta a noi decidere come usarlo (Gamberini, 2002).

La cura del paziente oncoematologico (2022) di Flora Gigli – Recensione

Il libro “La cura del paziente oncoematologico” offre una panoramica dettagliata dell’attuale situazione della oncoematologia italiana.

 

 È rivolto, nelle intenzioni degli autori, prevalentemente ai giovani ematologi in formazione, ma la lettura risulta molto utile a chiunque voglia approfondire la complessa realtà emotiva che vivono pazienti, familiari e operatori sanitari nell’ambito delle malattie oncologiche. Il volume è scritto da medici e psicologi che operano nel settore specifico da molti anni e che mettono a disposizione non solo le proprie competenze ma anche il racconto del proprio vissuto personale. Non manca uno spazio dedicato alle riflessioni dei pazienti.

La curatrice del testo è Flora Gigli, psicologa, psicoterapeuta, psiconcologa attiva da molti anni presso l’AOU Policlinico Umberto I di Roma, attualmente responsabile dell’Ambulatorio di Psiconcologia Ematologica dell’AIL di Roma.

Nel primo capitolo, la vicenda personale di Marco Vignetti serve anche a ripercorrere tutta la storia dell’oncoematologia italiana, che ormai vanta circa mezzo secolo di vita, dove occupa un ruolo preminente la figura di Franco Mandelli, da tutti riconosciuto come capostipite indiscusso. Il racconto autobiografico, con le emozioni che accompagnano la vita in reparto e in ambulatorio del medico, serve molto bene a illustrare la storia scientifica di questa disciplina. Dopo Franco Mandelli, è stato Sergio Amadori a seguirlo nel complesso compito di riferimento scientifico e organizzativo della disciplina. Spazio viene dedicato anche all’AIL, l’Associazione nata circa 50 anni fa per combattere leucemie, linfomi e mieloma, promuovendo la ricerca e organizzando cure domiciliari, e al GIMEMA, gruppo di coordinamento scientifico degli ematologi italiani. Particolarmente toccante, e non poteva essere diversamente, è il terzo capitolo scritto da Momcilo Jankovic, dedicato alla cura in ambito pediatrico, dove inevitabilmente alla competenza tecnica va unita quella relazionale, senza sottacere l’importanza del carico emotivo che investe anche l’operatore sanitario. Adeguato spazio viene dedicato a chiarire come, nel suo modello operativo, avviene la comunicazione della diagnosi, in un dialogo riservato esclusivamente al bambino, utilizzando un gruppo di immagini e la metafora del giardino fiorito. Di particolare interesse anche il capitolo dedicato alle riflessioni dei pazienti, che costituisce la parte centrale del volume, almeno per quel che riguarda le risonanze emotive. Come dice uno di loro, la loro voce fornisce un punto di vista diverso da quello degli specialisti ma prezioso e, in fondo, il più importante.

 Venendo invece ai capitoli che riguardano più da vicino gli psicologi, è ben delineato il complesso percorso della psiconcologia, e in generale dell’importanza della presa in carico della dimensione emotiva, psicologica e relazionale nelle malattie organiche, fatto negli anni sia di riconoscimenti che di illusioni. Gigli fa propria la definizione proposta da Pontalti secondo cui uno psicoterapeuta è innanzitutto un “cercatore di senso” e dunque di significato, che richiama alla responsabilità di stare al fianco del paziente, nel suo contesto, lavorando sulla reciprocità, sulle relazioni e sulla possibilità di operare con lui per espanderne la vivibilità. La ricerca di senso non va intesa solo come una strategia difensiva finalizzata a proteggersi dalle angosce e dal dolore, ma è soprattutto una modalità più alta per dare valore alla vita.

Un intervento psicologico che corrisponda a una realtà così complessa si attua offrendo sostegno diretto al paziente, ma deve operare anche collaborando con gli operatori sanitari, cercando di trovare senso agli eventi e contribuendo alla comprensione del paziente nelle varie fasi della sua cura, affinché le scelte operative possano essere il più possibile individualizzate. E –aggiungo– è fondamentale il lavoro con le istituzioni, a partire dai loro vertici direttivi, per un pieno riconoscimento e comprensione del ruolo della psicologia. È ben chiarito quanto lavorare in un setting così delicato quale quello della oncoematologia comporta necessariamente, anche per lo psicoterapeuta più esperto, un faticoso lavoro di ridefinizione che coinvolge non solo le competenze professionali, ma anche sfida la nostra dimensione personale. Si tratta di un ambito della medicina dove probabilmente, ancor più che in altri, è necessaria la componente multi-specialistica.

Forse il capitolo meno interessante –almeno per il mio modesto giudizio soggettivo– è l’ultimo, dedicato all’alimentazione, che mi è parso un po’ scollegato al resto. Rimane il fatto che si tratta di un ottimo libro, scritto molto bene, di lettura scorrevole e coinvolgente per coloro che desiderano approfondire un tema così delicato.

La trascendenza orizzontale della psichiatria fenomenologica

Per ‘allinearsi al modello delle scienze naturali’ la psichiatria organicista ha rischiato (e nelle sue avanguardie contemporanee rischia ancora) di perdere la ‘specificità dell’umano e quindi ciò a cui essa è naturalmente ordinata’.

 

 È nel dialogo intitolato “Fedone” (96 A – 102 A) che Platone, per bocca di Socrate, ci racconta come, deluso dalla ricerca dei “fisici” scoprì, mediante la ‘seconda navigazione’ (δεύτερος πλοῦς), il mondo soprasensibile, cioè il mondo delle Vere Cause delle cose di ‘quaggiù’. Tutto cambiò: ogni cosa che prima risultava contraddittoria, inspiegabile ed enigmatica ebbe un senso da questa scoperta che stravolse per sempre la fisionomia spirituale dell’Occidente. La ‘seconda navigazione’ platonica fu verticale: il grande filosofo ateniese scoprì il Fondamento del Tutto, non la ragione di qualche ente in particolare.

C’è un senso in cui è possibile intendere, analogicamente, la ‘fondazione fenomenologica della psichiatria’ come una seconda navigazione delle scienze umane. La prima navigazione, quella naturalistica e positivistica, era sfociata in una concezione organicista dell’uomo per cui l’universo della sua vita psichica era concepito come il prodotto dell’attività cerebrale e i disturbi mentali come la conseguenza, naturale, di disturbi del cervello.

Per comprendere pienamente la necessità di un superamento di questo modo d’intendere l’uomo che maturò nelle menti di alcuni importantissimi psichiatri del secolo scorso, è possibile fare riferimento a tre episodi estremamente significativi che C. Trabucchi racconta in “Curare la psiche elevando lo spirito”. Nei primi anni della sua direzione ospedaliera a Verona (diresse l’Ospedale Psichiatrico di Verona dall’estate del 1947 fino al 1972) ricorda di aver condotto una paziente da uno psichiatra ‘di grido’ il quale, sorridendo, affermò: ‘cosa importa a me, come psichiatra, sapere se una è sposata o no…’ (ivi, p. 28).

Il secondo episodio si verificò in occasione di un Convegno quando Trabucchi ascoltò due cattedratici affermare: ‘ne abbiamo già abbastanza di studiare la psichiatria…mancherebbe altro che ci dovessimo anche curare delle situazioni ambientali dei nostri malati …’ (ibidem).  Il terzo, emblematico, episodio raccontato dallo psichiatra riguarda lo stupore (misto a scherno) con cui un collega accolse questa ‘diagnosi’ di una sua paziente: ‘mancanza di senso morale con gravi disordini della condotta’ (ibidem). Sembrava strano al collega che Trabucchi, in una diagnosi psichiatrica, avesse usato il termine ‘morale’: troppa soggettività in un settore in cui tutte le attenzioni dovevano essere scientificamente concentrate sul cervello, in quanto organo fisico oggettivabile.

Per salvaguardare l’infinita ricchezza dell’umano, la psicologia non può costituirsi né epistemologicamente né metodicamente sul modello delle scienze naturali. Giustamente U. Galimberti ha spiegato che ‘[…] la scienza non ha rapporti con la “verità”, perché ciò che essa produce sono solo proposizioni esatte, cioè “ottenute da [ex actu]” le premesse che sono state anticipate, per cui accostare lo psichico “scientificamente” non significa trovare la verità dello psichico, ma semplicemente il risultato che un certo metodo ha prodotto’ (U. Galimberti, Psichiatria e fenomenologia, p. 106).

È ancora Galimberti a ricordare quel monito di Binswanger che suona come un gong nelle coscienze degli psicologi, psicopatologi e psicoterapeuti: ‘si tenga ben fermo che cosa significa essere un uomo’ (U. Galimberti, Psichiatria e fenomenologia, p. 222). Ma è impossibile cogliere la verità dell’uomo dopo averlo oggettivato, sezionato e spogliato di quella coscienza intenzionale che lo lega indissolubilmente e intenzionalmente ad un mondo ricco di sfumature e significati esistenziali inintelligibili per un metodo finalizzato alla mera classificazione diagnostica e alla fredda e sterile misura degli episodi sintomatologici.

A questo proposito è giusto ricordare che nella seconda navigazione in campo psicologico un momento fondamentale è costituito dalla pubblicazione della “Psicopatologia Generale” (Allgemeine Psychopathologie) di K. Jaspers che, in un passo davvero memorabile, ha scritto: ‘il nostro lavoro di ricerca infine deve mantenere quale orizzonte ultimo la coscienza dell’omnicomprensivo dell’umano in cui tutto quanto si può ricercare empiricamente rimane sempre una parte, un aspetto, una relatività e ciò anche se fosse la totalità empiricamente più completa. Al limite di ogni conoscenza umana rimane il grande problema che cosa sia propriamente l’uomo [neretto e corsivo miei]’ (K. Jaspers, Psicopatologia Generale, p. 33).

È sulla strada aperta da questo tipo di considerazioni che s’incontra, nella Psicopatologia Generale, quella fondamentale distinzione tra spiegare (erklären) e comprendere (verstehen) che mette a fuoco due precise modalità di approccio all’umano: ‘[…] la spiegazione può essere chiamata riduzione, perché, a differenza della “comprensione” che si accosta all’oggetto da comprendere nei suoi stessi termini, allo scopo di vedere in esso le strutture che emergono dal suo versante e non dal versante di chi indaga, la “spiegazione”, invece di parteciparsi all’oggetto affinché esso ceda la propria essenza (Wesen) a noi che la comprendiamo, riduce ciò che appare a ciò che essa considera le leggi ultime o la realtà ultima dei fenomeni che appaiono. In questo senso, precisa Jaspers: “è possibile spiegare pienamente qualcosa senza comprenderlo”’ (U. Galimberti, Psichiatria e fenomenologia, p. 178).

Per ‘allinearsi al modello delle scienze naturali’ la psichiatria organicista ha rischiato (e nelle sue avanguardie contemporanee rischia ancora) di perdere la ‘specificità dell’umano e quindi ciò a cui essa è naturalmente ordinata’ (cfr. U. Galimberti, La casa di psiche, p. 228). L’analogia con il Fedone di Platone è perfetta ed emblematica. In 99 A-B, il grande filosofo ateniese, sempre per bocca di Socrate, scrive: ‘Se uno dicesse che, se non avessi queste cose, cioè ossa, nervi e tutte le altre parti del corpo che ho, non sarei in grado di fare quello che ritengo di fare, direbbe bene; ma se dicesse che io faccio le cose che faccio proprio a causa di queste, e che, facendo le cose che faccio, io agisco, sì, con la mia intelligenza, ma non in virtù della scelta del meglio, costui ragionerebbe con assai grande leggerezza’.

In questo passo cosa ha tentato di dirci Platone? La risposta è solo superficialmente semplice, ma in realtà è rivoluzionaria e abissale: restando nella dimensione delle dinamiche causali materiali ed efficienti, per usare note espressioni aristoteliche, niente di quello che ci sta intorno risulterebbe fino in fondo intelligibile. È esattamente questa considerazione che ha spinto Platone alla seconda navigazione. Trasposta analogicamente sul terreno della psichiatria e della psicoterapia, questa critica radicale vecchia di due millenni è ricalcata fedelmente dalla distinzione jaspersiana tra spiegazione e comprensione ed è alla base di quel rivoluzionario approccio ‘comprensivo’ all’uomo peculiare ‘delle scienze umane fenomenologicamente fondate’ (U. Galimberti, Psichiatria e fenomenologia, p. 15). Così come Platone è approdato al regno delle Idee, cioè a quel luogo metafisico che è causa Formale e Finale del mondo di ‘quaggiù’, la seconda navigazione fenomenologica è approdata ad una concezione dell’uomo nella quale a) l’inesauribilità delle sue dimensioni interiori irriducibili ad una mera struttura neurobiologica e b) l’imprescindibile relazione con il ‘suo mondo’ appaiono come i pilastri fondamentali.

Sul primo pilastro resta insuperabile, per chiarezza e profondità, un’immagine utilizzata da Jaspers nella sua “Psicopatologia Generale”: ‘il problema di come si costruisce, si ordina, si articola tutto questo sapere, diventa l’esigenza di sintesi di tutta la conoscenza. Noi ripetiamo che questo è possibile solo metodologicamente, e non come teoria dell’essere umano. La sintesi non è come la carta di un continente, ma come la carta delle possibilità di viaggio in esso. Ma a differenza del continente geografico, l’uomo non può essere tutto oggetto della nostra conoscenza. È questo appunto che lo distingue dall’esistenza di un oggetto anche grandissimo, e cioè che in tutta la natura egli ha la posizione eccezionale di essere libero [neretti e corsivi miei]» (p. 797).

La comprensione dell’umano non si esaurisce nell’oggettivante pratica diagnostica che intrappola il paziente riducendolo ai suoi sintomi, ma si realizza, senza mai concludersi definitivamente, nelle indeterminate possibilità di viaggio all’interno di quel misterioso e labirintico mondo della soggettività umana. Solo a questa condizione è possibile il riscatto della ‘psicologia dalla psicofisiologia’ (U. Galimberti, La casa di psiche, p. 238) nel pieno rispetto della multiforme e a tratti inaccessibile natura umana.

Sul secondo pilastro, invece, è opportuno considerare quanto L. Binswanger ha detto nella famosa conferenza dedicata a La psichiatria come scienza dell’uomo: ‘vorrei accennare preliminarmente solo al fatto che non si può adempiere il compito psichiatrico di comprendere e descrivere disturbi psichici in primo luogo nella loro essenza propria, cioè come modificazioni della struttura dell’essere-nel-mondo, limitandosi a fornire un rigido schema o una determinata ricetta. Di regola, lo scopo sarà quanto prima raggiunto, sottoponendo all’indagine innanzi tutto il modo della “mondità”, sia come modo di spazializzazione, di temporalizzazione o, come la psichiatria doveva ancora imparare nel suo campo, nella sua materialità o consistenza (solidità, durezza, mollezza, ariosità, focosità, ecc.), nella sua apertura-illuminata [Belichtung], luminosità, colorazione, nella sua “altezza” e nella sua “profondità”, pesantezza e leggerezza, calorisità o freddezza, nella pienezza e nella vacuità, nell’ascendere e nel cadere, ecc.’ (L. Binswanger, La psichiatria come scienza dell’uomo, p. 45).

Se ‘la psicologia non ha a che fare con un soggetto privo del suo mondo [weltloses Subjekt] perché un simile soggetto non sarebbe altro che un oggetto’ (L. Binswanger, La concezione eraclitea dell’uomo, p. 101) allora è vero che la seconda navigazione fenomenologica è anch’essa approdata, come quella platonica, alla Trascendenza, ma non quella “verticale” che spiega tutta la realtà, ma quella “orizzontale”, cioè quella che determina lo spazio esistenziale dell’altro che si pone di fronte al terapeuta e/o allo psichiatra. È a partire da queste considerazioni che può essere compreso il principio metodologico della psichiatria fenomenologica che raccomanda allo specialista, come direbbe C. Rogers, di ‘raggiungere lo schema di riferimento del cliente, per arrivare al centro del suo stesso campo percettivo […]’ (C. Rogers, Terapia centrata sul cliente, p. 29) e di cercare ‘il criterio di comprensione dell’esistenza nell’esistenza stessa, che nel suo modo di vedere (Umsicht) e di indicare il significato (Bedeutung) delle cose, offre da sé la chiave interpretativa del proprio modo di essere-nel-mondo’ (U. Galimberti, Psichiatria e fenomenologia, p. 225).

Insoddisfazione corporea e social media

Le giovani donne risultano essere più sensibili agli ideali di magrezza proposti sui social network e mostrano un rischio più elevato di sviluppare insoddisfazione corporea e disturbi alimentari.

 

 L’immagine corporea è definita da tre dimensioni: la percezione, i pensieri e le emozioni che ruotano intorno al proprio corpo. È la rappresentazione che un soggetto ha del proprio corpo, compreso il suo riflesso allo specchio; risente e riflette i costrutti sociali che dipendono dalla cultura di appartenenza e dalle norme del contesto sociale in cui il soggetto è inserito. Questa concezione di sé stessi si crea sulla base di ideali corporei, comunicati sostanzialmente dall’ambiente attraverso i media, la famiglia e i coetanei (Jiotsa et al., 2021).

Negli ultimi 30 anni i media hanno sovraesposto le persone a ideali di magrezza, a partire dalla giovane età (Blowers et al., 2003), trasformando questo ideale in un nuovo standard di riferimento (Anschutz et al., 2016). È emerso da recenti studi (per esempio, Laure et al., 2005) che soprattutto le giovani donne risultano essere più sensibili agli ideali di magrezza e hanno la tendenza ad associarli alla bellezza e al successo.

 Il modo in cui interiorizziamo questo ideale di magrezza influisce sull’insorgenza di un disturbo alimentare e può essere un buon predittore per prevenire il rischio di sviluppare una problematica relativa all’alimentazione (Gorwood et al., 2016). L’interiorizzazione degli standard di magrezza può portare a un’alterazione dell’immagine corporea, con conseguente insoddisfazione corporea e preoccupazioni esagerate per il corpo e il peso (Stice et al., 2002). L’insoddisfazione corporea è caratterizzata da un’incongruenza tra il proprio corpo reale e quello idealizzato (Jacobi et al., 2004).

I soggetti con anoressia nervosa e bulimia nervosa condividono lo stesso pensiero radicale per l’immagine corporea, con la paura pervasiva di ingrassare (Stice at al., 2002).

Il recente studio condotto da Jiotsa e colleghi (2021) ha trovato un’associazione tra la frequenza con cui si confronta il proprio aspetto fisico con quello delle persone seguite sui social media e l’insoddisfazione corporea e il desiderio di magrezza.

In conclusione, si potrebbe dire che l’uso diffuso dei social media negli adolescenti e nei giovani adulti potrebbe aumentare l’insoddisfazione corporea e il desiderio di magrezza, rendendo la popolazione di giovani adulti più vulnerabili ai disturbi alimentari.

Il ruolo del tempo speso in attività di gaming online nel predire l’uso problematico di Internet  

Lo studio cerca di approfondire la relazione tra affettività negativa, metacognizioni riguardo al gaming online, frequenza dell’online gaming e uso problematico di Internet

 

Negli ultimi anni in ambito clinico e di ricerca vi è stata sempre maggiore attenzione riguardo alla tematica e alla potenziale pericolosità in termini di salute mentale di un uso disfunzionale e problematico di Internet. 

Con il termine inglese Problematic Internet Use (PIU) (Young 1998; Spada 2014) si intende un utilizzo disregolato di Internet che dà origine a deficit nel funzionamento sociale, lavorativo/scolastico o in altre aree importanti nella vita dell’individuo ( Beard and Wolf 2001; Moreno et al. 2019).

L’uso problematico di Internet è caratterizzato attività su Internet che: 1) perdurano più del previsto, portando a trascurare compiti importanti della quotidianità; 2) impattano negativamente sulle relazioni interpersonali e sulla performance lavorativa/scolastica; 3) portano a sintomi da astinenza qualora è impedito l’accesso a Internet (Cole and Grifths 2007; Peters and Malesky 2008).

Uso problematico di internet e online gaming

Tra molte attività che si possono svolgere online, il tempo speso in attività di online gaming sembra essere uno dei fattori maggiormente associati a un uso probelmatico di Internet (PIU) (Van Rooij et al. 2010).

Relativamente all’online gaming, recentemente l’Organizzazione Mondale della Sanità (OMS) ha incluso il “gaming disorder” all’interno dell’undicesima revisione del International Classifcation of Diseases (ICD-11) come specifico disturbo allineato alle dipendenze. 

L’ICD-11 definisce il “gaming disorder” come un’attività di videogaming digitale (sia online che offline) persistente e/o ricorrente, caratterizzata da: 1) difficoltà nel controllo dei comportamenti di gaming incluso il tempo impiegato in tale attività, la durata e la frequenza;  2) aumento dell’importanza e priorità che il gaming ha per la persona rispetto ad altre attività significative; 3) significativa compromissione della funzionalità nella vita quotidiana (famiglia, scuola, lavoro, etc) e della salute, e continuazione dei comportamenti di gaming nonostante le conseguenze negative dello stesso.

Per effettuare la diagnosi è necessario che i sintomi sopra descritti siano presenti per almeno 12 mesi.

Pertanto, tra le altre indicazioni riportate dalla OMS si ritrova l’importanza di monitorare il tempo speso dai gamers nell’attività di gaming cosi come approfondire le difficoltà nella regolazione di tali comportamenti per prevenire e identificare precocemente pattern di utilizzo problematico dei giochi digitali e di Internet. 

A fronte di tali premesse, sorgono interrogativi riguardo i meccanismi di autoregolazione e i processi metacognitivi-motivazionali che possono essere implicati in una eccessiva frequenza del gaming online e in un uso problematico di Internet. 

Metacognizione e credenze metacognitive nell’uso problematico di internet

Con il termine metacognizione ci si riferisce alla conoscenza stabile del proprio sistema cognitivo; alla conoscenza dei fattori che influenzano il funzionamento di questo sistema; alla regolazione e alla consapevolezza dello stato attuale della cognizione e alla valutazione del significato dei pensieri e ricordi (Wells, 1995). Le credenze metacognitive o metacredenze si possono definire come delle informazioni soggettive relative al proprio funzionamento cognitivo e alle strategie di coping generalmente utilizzate.

Secondo Wells e Matthews (1994): i disturbi psicologici insorgono e vengono mantenuti a causa di modalità cognitive ed emotive che interessano il pensiero, il monitoraggio delle minacce, comportamenti di prevenzione ed evitamenti. Queste modalità dipendono strettamente dalle credenze metacognitive sottostanti. A volte capita che queste metacredenze, sia che abbiano natura positiva che negativa, portino gli individui a mettere in atto strategie di coping disfunzionali.

Alcune metacredenze sembrano essere dannose poiché possono attivare e mantenere strategie autoregolatorie disfunzionali nell’ambito del gaming e nell’uso di internet (Spada and Caselli 2017; Marino and Spada 2017). Vi possono essere metacredenze positive e negative. Le credenze metacognitive positive che riguardano il gaming online esprimono i benefici percepiti dal soggetto nell’utilizzo del gioco online come strategia di coping per regolare stati cognitivo-affettivi, come ad esempio “Giocare non mi fa pensare alle mie preoccupazioni”, “Giocare mi distrae dai miei problemi”. Le credenze metacognitive negative riguardano l’incontrollabilità e la pericolosità dei pensieri riguardo il gaming online, come ad esempio “Non riesco a smettere di giocare anche se penso che sarebbe meglio farlo” oppure “I pensieri relativi al gaming interferiscono con il mio funzionamento

Le metacredenze positive giocano un ruolo centrale nel motivare il soggetto nel perpetrare un ipercoinvolgimento nell’online gaming, mentre le metacredenze negative possono favorire nel soggetto la tendenza a evitare sforzi e sensazioni negative legate al terminare e limitare l’attività di gaming e quindi aumentando il rischio di sviluppare comportamenti di dipendenza dal gioco (Marino and Spada 2017; Spada et al. 2015).

Metacognizione, frequenza del gaming online e uso problematico di internet

  Lo scopo dello studio di Caselli, Marino e Spada (2021) è quello di verificare un modello metacognitivo che intende approfondire la relazione tra affettività negativa, metacognizioni riguardo al gaming online, la frequenza dell’online gaming e l’uso problematico di Internet (PIU).

Secondo questo modello, dapprima sarebbero le metacredenze positive e la presenza di emozioni negative a spingere verso un coinvolgimento nel gaming online, come modalità di gestione delle emozioni negative. Una volta iniziata, l’attività di gaming può portare a fenomeni attentitivi di “assorbimento” nel gioco sostenuti dalle metacredenze negative riguardo l’incontrollabilità dell’online gaming. Tali metacredenze non consentirebbero l’accesso ai processi di monitoraggio e di autoregolazione della quantità di tempo speso giocando. Al termine dell’episodio di gaming, le metacredenze negative relative al gaming online possono favorire una valutazione dell’attività di gaming e dei relativi pensieri come incontrollabili e pericolosi, attivando un’escalation di emozioni negative che a loro volta attiverebbero nuovi episodi di gaming utilizzati come strategia di regolazione disfunzionale delle stesse emozioni negative. La perseverazione di questi episodi di gaming porterebbe quindi a un utilizzo problematico di Internet (PIU).

Le relazioni tra le variabili descritte nel modello sono state esaminate attraverso una path analisi e coinvolgendo un campione costituito da 326 gamers di nazionalità italiana, con un’età media di 27 anni (età media=27 anni, SD=5.65 anni) e per il 93.3% maschi.

I soggetti del campione hanno compilato i seguenti questionari: a)  Hospital Anxiety and Depression Scale (HADS) per valutare l’affettività negativa; b) il Metacognitions about Online Gaming Scale (MOGS) per la rilevazione delle metacredenze positive e negative riguardo l’online gaming; c) l’Internet Addiction Test (IAT) per l’asssment del livello di utilizzo problematico di Internet; d) ai partecipanti è stato richiesto di riportare le ore di gioco settimanali.

I risultati delle analisi statistiche hanno dimostrato che nei gamers l’affettività negativa è direttamente correlata alle altre variabili rilevate, e in particolare si è riscontrata una correlazione positiva statisticamente significativa tra il livello di affettività negativa e i punteggi relativi alle metacredenze positive e negative sull’online gaming.

Inoltre, un altro risultato interessante è che il livello di metacognizioni negative riguardo al gaming online è fortemente associato a un utilizzo problematico di Internet (PIU).

In generale, quindi il modello teorico ipotizzato è stato confermato dai dati rilevati evidenziando che le metacognizioni sul gaming online possono giocare un ruolo significativo nell’associazione tra il tempo speso online giocando e un pattern più ampio di disfunzionalità nell’utilizzo di Internet.

Nonostante la loro natura preliminare, questi risultati di ricerca hanno una serie di implicazioni a livello di assessment, concettualizzazione e trattamento di pattern di utilizzo problematico di Internet (PIU), ad esempio relativamente all’ assessment, potrebbe essere utile rilevare le metacredenze positive e negative riguardo il gaming online sia a scopo preventivo che di concettualizzazione dei casi clinici. In secondo luogo, sul piano del trattamento, questi dati preliminari costituiscono la base iniziale per lo sviluppo di un modello di terapia metacognitiva per l’utilizzo problematico di Internet, ipotizzando target di trattamento specifici ad esempio in riferimento alle metacredenze positive e negative sul gaming online e alla loro relazione con le emozioni negative, favorendo quindi strategie di autoregolazione più flessibili e adattive (Caselli et al. 2016, 2018).

Tra i limiti dello studio vanno riconosciuti l’assenza di un disegno di ricerca longitudinale che possa consentire di testare la causalità tra le variabili rilevate, la natura non clinica del campione e infine l’assenza della rilevazione di eventuali casi di Internet Gaming Disorder (IGD) nei soggetti inclusi nello studio.

 

Cinque buoni propositi psicologici per il 2023. Come iniziare il nuovo anno

Ecco cinque buoni propositi che puoi mettere in pratica da subito per migliorare il tuo benessere psico-fisico: fare attività fisica regolarmente, imparare un nuovo hobby, dormire tanto e bene, smettere di procrastinare, adottare un mindset positivo. 

 

Nuovo anno, nuovo inizio

 Iniziare un nuovo anno può essere emozionante, ma anche stressante. C’è l’aspettativa di cambiamento e di fare meglio rispetto all’anno precedente, ma anche l’ansia di poter fallire o di affrontare le sfide che ci si presentano. È normale sentirsi un po’ ansiosi o preoccupati all’inizio di un nuovo anno, ma ricorda che l’effetto “fresh start” (Dai et al., 2014) può essere una risorsa importante. Si tratta del fenomeno mentale per cui i buoni propositi vengono rimandati fino ad un momento simbolico, che può rafforzare il proposito stesso. Ad esempio “smetterò di fumare il primo gennaio” oppure “comincio la dieta da lunedì”.

Avere la possibilità di ricominciare da capo può darti la spinta per prendere in mano la tua vita e lavorare sui cambiamenti che vorresti fare. Non importa dove ti trovi o cosa hai fatto in passato, ogni giorno è una nuova opportunità per migliorare e crescere. Quindi, non avere paura di affrontare le sfide e di sfruttare al massimo le opportunità che il nuovo anno ti offre.

Cinque buoni propositi per il 2023

Ecco cinque buoni propositi che puoi mettere in pratica da subito per migliorare il tuo benessere psico-fisico.

  • Fare attività fisica regolarmente: fare esercizio fisico non solo ti aiuta a mantenere una buona forma fisica, ma può anche migliorare la tua salute mentale e il tuo benessere generale. Inoltre è un potente alleato per ridurre lo stress e offre nuove occasioni di socialità. Ricorda la celeberrima locuzione latina “mens sana in corpore sano”.
  • Imparare un nuovo hobby, o dedicati a quelli che hai già: le passioni al di fuori del lavoro permettono di distrarre la mente con attività piacevoli che sono rilassanti e stimolanti allo stesso modo. Un’ottima risorsa per il tuo benessere mentale.
  • Dormire tanto, dormi bene: dedica la giusta attenzione alla tua routine del sonno. Avere un riposo di qualità ti permette di avere le giuste energie per la giornata.
  • Smettere di procrastinare: prendi quella decisione che rimandi da tanto tempo. Ricorda che se l’obiettivo o la decisione ti sembrano eccessivamente grandi per essere affrontati, puoi scomporli in obiettivi più piccoli ed affrontarli uno alla volta. Rimandare le decisioni può causare stress e incertezza e può impedirti di fare progressi.
  • Adottare un mindset positivo: smetti di sprecare risorse mentali per le cose sbagliate. Impara ad accettare ciò che non puoi cambiare e dedica le tue energie a ciò che è davvero sotto la tua influenza. L’atteggiamento positivo è una scelta che puoi fare ogni giorno e può avere un impatto enorme sulla tua vita. Non significa negare i problemi o le sfide che affronti, ma significa affrontarli con ottimismo e determinazione. Spesso un mindset positivo è più strategico e permette di arrivare a soluzioni più efficaci più in fretta.

Come cambiare in modo strategico

Il tema del cambiamento e di quale sia il modo migliore di cambiare non è un argomento da sottovalutare.

 Il cambiamento richiede tempo e non dobbiamo aspettarci di vedere risultati immediati. È importante procedere a piccoli passi e non sovraccaricarci di impegni o aspettative eccessive. Anziché cercare di fare troppi cambiamenti in una volta sola, è meglio cominciare lentamente e costruire i nostri progressi nel tempo. Sovraccaricarci di cambiamenti eccessivi può portare a un senso di sopraffazione e può impedirci di raggiungere i nostri obiettivi a lungo termine. Pertanto, è importante essere pazienti e ricordare che il cambiamento richiede tempo e dedizione. Ricorda di prenderti cura di te stesso e di non sottovalutare il valore del piccolo passo.

 

I sommi sacerdoti. Autismo e Psicosi infantili (2022) di Carmine Saccu – Recensione

Il volume “I sommi sacerdoti. Autismo e Psicosi infantili” presentato di recente al Convegno organizzato per festeggiare i 30 anni di attività della Scuola di formazione di cui Saccu è direttore, rappresenta la seconda parte della narrazione scritta, in cui l’autore racconta la propria vita, mescolando fantasia, episodi biografici, documentazione dell’attività clinica, dando ampio spazio al suo pensiero e al suo modello. 

 

 La prima parte di questo racconto si intitolava: “Deutero, le metafore e Dio”, dove Deutero (in onore al concetto di deutero-apprendimento introdotto da Bateson) è il nome letterario che Carmine Saccu attribuisce a se stesso. La prima annotazione è che si è modificato lo stile di scrittura. Mentre nel precedente testo vi era quasi un linguaggio parlato, in cui appunto l’autore racconta in modo molto libero, in un fluire di parole che quasi evocava le libere associazioni, questa volta l’argomento è maggiormente delimitato, lo stile di scrittura è più controllato, il riferimento ai casi clinici è preciso e dettagliato e, di conseguenza, la lettura risulta molto agevole e avvincente. Nelle pagine finali, l’autore lascia intendere che vi possa essere anche un terzo capitolo dei suoi racconti ma, come sa chi lo conosce bene, lui è imprevedibile.

Il libro contiene la descrizione del modello di lavoro con bambini autistici e psicosi infantile attraverso un’ottica sistemico-relazionale-simbolico-esperienziale, elaborato e attuato da Carmine Saccu a partire dagli anni 1970-80, prima presso l’Istituto di Neuropsichiatria Infantile dell’Università Sapienza diretto da Bollea e poi presso la Scuola Romana di Psicoterapia Familiare dove da decenni svolge attività didattica e clinica.

Saccu invita ad ascoltare le sue parole come se si trattasse della descrizione di un sogno. Questo allo scopo di evitare che nell’interlocutore parta subito una posizione di critica, di sospetto, di non appartenenza che sempre il “nuovo” provoca, per la sua capacità di destabilizzare lo status quo, in questo caso le teorie scientifiche più accreditate.

Certo è davvero molto originale la visuale di Saccu, che i suoi allievi conoscono bene, secondo cui certi bambini, affetti da un disturbo relazionale, portatori di handicap o meno, possano essere considerati “sommi sacerdoti”, rispondenti al principio della “relazionalità assoluta”.

 I sommi sacerdoti sono maestri che posseggono la dote di “stare nella relazione, negando la relazione”. Per Saccu sono abilissimi nel non distrarsi mai, possedendo il controllo assoluto nella negazione di ogni significato e di ogni dialogo, in una dimensione temporale eterna in quanto ferma. Visti in questi termini, i sommi sacerdoti non sono più degli “incapaci”, ma rivelano al contrario un’abilità notevolissima nel rimanere fermi nella loro attitudine di diniego della relazione. Così, laddove apparentemente vi è solo mancanza di relazionalità, con emozioni indifferenziate, eventi privi di senso e assenza di dialogo, Saccu scorge, ad un livello logico più alto, una competenza inaspettata con il massimo coinvolgimento relazionale e persino una funzione altruistica, in quanto la modalità di arrestare il tempo è al servizio del sistema familiare. Compito del terapeuta diventa allora, con un gesto di imprevedibilità, creatività e apparente afinalità, fare qualcosa di tanto inconsueto da avere il potere di distrarre il sommo sacerdote dal suo compito, in modo che egli inizi a entrare nella relazione con l’altro. Emblematico il primo caso, quello di Sandro, con cui apparentemente era impossibile interagire, me che invece iniziò a rispondere a tono allorquando Saccu lo prese per i piedi e iniziò a rivolgersi ad essi. Tutte le storie cliniche sono molto belle e descrivono come, almeno nel qui e ora del setting terapeutico, effettivamente Deutero riesca a riattivare risorse comunicative impensabili. Il segreto è nella creatività del terapeuta, capace di inventarsi qualcosa che, spesso sotto forma di gioco che coinvolge tutti i familiari, attraverso la curiosità, induca il bambino a distrarsi e interrompere le sue modalità ripetitive. Inoltre, il terapeuta indaga sui fattori, talvolta plurigenerazionali, che possono essere connessi alla necessità di arrestare il tempo.

Il libro contiene nove casi clinici, alcuni recenti, altri svolti molti anni fa, arricchiti dall’accompagnamento di numerose foto del setting familiare e che beneficiano della sbobinatura dei nastri videoregistrati delle sedute realizzate dagli allievi della scuola. Alcuni dei casi presentati sono frutto di supervisione o di coterapie realizzate da Deutero. Tra i suoi riferimenti cita Carl Whitaker, con la sua attitudine terapeutica di decentralizzare il paziente psicotico, Jay Haley, visto all’azione come supervisore a Philadelphia, che pure descriveva l’arte di essere nella relazione senza esserci, Morin, che ha concettualizzato il modello della complessità. Ma per Deutero i suoi veri maestri sono stati proprio i sommi sacerdoti e le tantissime persone che ha incontrato in anni di lavoro, ciascuno portatore di un messaggio, che sta all’interlocutore saper cogliere. Così, mi piace concludere ricordando che per Saccu tra i compiti della missione dei sommi sacerdoti vi sia anche quello di far crescere gli psicoterapeuti “rendendo ridicole l’arroganza, la superbia e l’idea di essere infallibili o addirittura onnipotenti” (Saccu, 2022, pag. 5).

Chi fosse interessato all’acquisto del libro può rivolgersi direttamente alla Scuola Romana (www.srpf.it)

La personalità del terapeuta: una variabile di trattamento spesso trascurata

La revisione sistematica di Fletcher e Delgadillo (2022) ha lo scopo di mettere in luce l’influenza dei tratti di personalità del terapeuta sul processo di psicoterapia e sui relativi esiti.

 

Personalità e psicoterapia

Per molto tempo, la letteratura sull’argomento si è occupata di provare solo l’associazione fra il profilo di personalità del paziente e l’andamento della psicoterapia, senza considerare il ruolo delle caratteristiche personali del terapeuta.

Con il termine personalità s’intende “l’organizzazione dinamica dei sistemi psicofisici dell’individuo, che ne determinano il comportamento e il pensiero” (Allport, 1961, p.28). Essa differisce fra gli individui in base ai tratti, ossia modi stabili di pensare, sentire e agire che possono sinteticamente essere riassunti in un modello a cinque fattori, il Five Factor Model (FFM; McCrae e Costa, 1987). Quest’ultimo sarebbe in grado di descrivere in modo sufficientemente completo e dimensionale la struttura di personalità individuale in base a 5 macro-tratti:

  • Apertura all’esperienza, ovvero la disponibilità ad accogliere nuove idee ed esperienze;
  • Coscienziosità, ovvero la tendenza ad essere organizzati, responsabili, perseveranti;
  • Estroversione, ovvero la tendenza a ricercare interazione con gli altri e con l’ambiente;
  • Gradevolezza, ovvero l’inclinazione ad essere amichevoli e cooperativi;
  • Nevroticismo, ovvero la propensione ad essere instabili emotivamente;

Data l’innegabile influenza della personalità su una serie di risultati educativi, professionali e di vita, non è così difficile ipotizzare che i suoi tratti possano essere rilevanti anche nella pratica psicoterapeutica, dove al centro c’è un processo di tipo interpersonale e relazionale (Fletcher e Delgadillo, 2022). Gli studi basati sul Five Factor Model, tuttavia, fino ad ora si sono prevalentemente concentrati sul dimostrare le associazioni fra i tratti di personalità del paziente e variabili terapeutiche come l’alleanza (Hirsh et al., 2012), la partecipazione e l’aderenza al trattamento (Beauchamp et al., 2011; Bagby et al., 2016) e i suoi esiti (Ogrodniczuk et al., 2003). Molto meno si sa sulla potenziale rilevanza del profilo di personalità del terapeuta, se non a partire da qualche ricerca sporadica e dai risultati inconcludenti (Fletcher e Delgadillo, 2022).

Per colmare questa lacuna, Fletcher e Delgadillo (2022) hanno condotto una revisione sistematica degli studi che, fino a questo momento, hanno indagato le associazioni fra i cinque grandi tratti di personalità nei terapeuti con i processi e gli esiti della psicoterapia, avanzando per la prima volta una ricerca focalizzata sulla sintesi delle conclusioni finora tratte sull’argomento.

Personalità del terapeuta: le variabili dello studio

Precisamente, i tratti considerati per la personalità dei terapeuti erano quelli del Five Factor Model, mentre i domini di processo e di esito trattamentale contemplati si riferivano a:

  • Orientamento terapeutico, nello specifico il modello cognitivo-comportamentale, psicodinamico e umanistico-esistenziale;
  • Competenze interpersonali, fra cui empatia, genuinità, rispetto, funzione espressiva;
  • Competenze terapeutiche, fra cui competenze relazionali di base, stile relazionale affermativo, senso di agentività;
  • Aderenza al modello, in termini di fedeltà alle procedure;
  • Esiti del trattamento, in termini di riduzione del disagio, della sintomatologia e miglioramento del funzionamento psicologico;
  • Alleanza terapeutica, intesa come accettazione del paziente e non antagonismo relazionale;
  • Resilienza, stress e soddisfazione lavorativa del terapeuta, in riferimento al senso di auto-efficacia professionale e di esaurimento delle energie.

Incrociate le conclusioni di una dozzina di studi, i risultati più consistenti hanno provato un’influenza significativa dei tratti di personalità del terapeuta nella scelta dell’orientamento terapeutico e nelle sue competenze interpersonali (Fletcher e Delgadillo, 2022).

Personalità del terapeuta: i risultati dello studio

Per quanto riguarda la prima variabile, è emerso che una maggiore coscienziosità del terapeuta è associata all’orientamento cognitivo-comportamentale, una maggiore apertura all’esperienza e un più alto nevroticismo sono correlati all’orientamento psicodinamico e maggiori apertura all’esperienza e gradevolezza sono associate all’orientamento umanistico-esistenziale. Del resto, rispettivamente, il primo approccio privilegia obiettivi, compiti e procedure (Reinecke e Freeman, 2003), in accordo con una tendenza personologica coscienziosa; il secondo si basa su concetti astratti, che necessitano di una disposizione alla fantasia e alla curiosità intellettuale (Arthur, 2001); il terzo si concentra sulla comprensione dell’unicità dell’individuo, per cui è indispensabile una certa tendenza all’altruismo e all’empatia (Tremblay et al., 1986).

Per quanto riguarda la seconda variabile, sono emerse prove che testimoniano come competenze interpersonali terapeuticamente vantaggiose (come empatia, rispetto e funzione espressiva) siano associate a maggiori livelli di gradevolezza, estroversione e apertura del terapeuta. D’altronde, questi tratti sono correlati a comportamenti di calore, gentilezza e socialità in presenza di altri (McCrae e Costa, 1987), indispensabili a coinvolgere l’interlocutore nelle conversazioni e a considerarne i bisogni (Simpson et al., 1993). Questa associazione risulta importante se si ricorda la premessa sociale e relazionale in cui viene erogato l’intervento terapeutico (Schottke et al., 2017).

Se significativi sono i risultati in merito alle associazioni fra personalità del terapeuta, scelta nell’orientamento terapeutico e competenze interpersonali, meno consistenti sono le prove in merito all’influenza delle caratteristiche personali del terapeuta su altri aspetti del processo terapeutico e degli esiti trattamentali (Fletcher e Delgadillo, 2022). Infatti, l’aderenza al modello terapeutico e alle sue procedure sembra correlare negativamente con il tratto di apertura all’esperienza, anche se questa associazione non è stata riscontrata in maniera ricorsiva tra gli studi esaminati. Inoltre, non è stato possibile trarre conclusioni definitive riguardo alla relazione fra i tratti personologici del terapeuta e le competenze terapeutiche, gli esiti del trattamento, l’alleanza terapeutica e la resilienza e soddisfazione lavorativa del terapeuta.

Conclusioni

Di fatto, è possibile concludere che la relazione fra personalità, processi e risultati di cura è molto complessa e che, in futuro, essa richiederà disegni di ricerca che possano approfondire le interazioni fra questi domini. In particolare, ricerche future sulle associazioni e somiglianze fra i tratti di personalità del terapeuta e del paziente, oggi ancora limitate, potrebbero essere particolarmente utili e informative (Fletcher e Delgadillo, 2022).

Misoginia e supremazia maschile: gli incel e i forum online – Psicologia Digitale

Nate per rinforzare il senso di appartenenza e mitigare la solitudine, le comunità online di incel, o celibi involontari, possono rafforzare l’ideologia misogina. 

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 35) Misoginia e supremazia maschile: gli incel e i forum online

 

Comunità online e forum radunano e avvicinano utenti sulla base di interessi comuni e affinità, sono luoghi digitali in cui ci si sente rappresentati e liberi di esprimere pensieri e vissuti con altri utenti percepiti come simili. Se da un lato proprio per questo motivo possono favorire un effetto echo-chamber, ribadendo, amplificando e rafforzando idee simili, dall’altro favoriscono il senso di appartenenza, di discussione e di condivisione.

Sono ambienti digitali vissuti come sicuri, liberi, aperti. È comprensibile quindi che molto spesso siano utilizzati da membri di sottoculture che si sentono poco considerate. Grazie a questi luoghi, è possibile dare voce a esperienze comuni, non sentirsi soli, emarginati, diversi, esclusi dalla società.

Che cosa vuol dire incel: chi sono i celibi involontari

Si definisce ‘incel’ (dall’unione delle parole ‘involuntary celibate’) una persona che si ritiene celibe indipendentemente dalla propria volontà: per un incel le cause del celibato sono del tutto esterne a se stesso.

La mancanza di relazioni romantiche e sessuali deriva infatti da una società ingiusta che ‘premia’ chi possiede dei requisiti che lui non ha: un certo aspetto fisico, denaro, status sociale.

Lo studio di Liggett O’Malley e Helm (2022) ha indagato esperienze e motivazioni riportate in oltre 8.000 post dei due più importanti forum online di incel. Da questa analisi qualitativa emerge chiaramente come gli incel si vedano impacciati, timidi, goffi, ansiosi, evitanti, carenti di tratti fisici indissolubilmente legati alla loro visione di virilità, come capigliatura folta, mascella prominente, alta statura; ma non solo, anche essere di razza bianca è un requisito fondamentale per l’accesso ad esperienze affettive e sessuali.

Tra gli incel c’è chi si definisce “mentalcel”, ovvero chi attribuisce il suo stato di celibe a una presunta “neurodiversità”, raramente accompagnata dalla diagnosi di un professionista.

Per molti utenti l’adolescenza è la fase di svolta, il periodo chiave in cui non hanno avuto modo di fare le prime esperienze, in cui hanno saltato delle tappe del percorso evolutivo, tappe che ritengono non più recuperabili.

Oltre alla mancanza di adeguate competenze sociali, altro ostacolo è il reddito. Anche qui c’è un profondo vissuto di ingiustizia sociale, dato che la società non premierebbe chi ha le caratteristiche di un incel. Ricchezza e benessere economico sono cose da cui sono tagliati fuori per il fatto stesso di essere incel, quindi poco attraenti e competenti socialmente.

Questi sentimenti di isolamento, frustrazione, rabbia, vittimismo, disagio psicologico e pessimismo si accompagnano però a un forte senso di appartenenza al gruppo, in cui si prende atto della realtà e della verità (“siamo fatti così, è la società che è ingiusta”) e in cui si rafforza la propria autostima come persona che sa come stanno le cose, che per questo non si fa ingannare dalla società. Prende vita così l’identità comune fondata su ideologie condivise, dove essere incel è un atto di resistenza all’oppressione di un mondo ingiusto.

Gli incel online: l’uso dei forum

L’analisi delle conversazioni online ha evidenziato come nei forum degli incel siano frequenti le conversazioni su esperienze negative avute con le donne, episodi subiti di bullismo, problemi mentali (Liggett O’Malley e Helm, 2022). Come confermato anche da altri studi (ad esempio Moskalenko et al., 2022), la maggioranza degli incel riporta storie di bullismo, ostilità e problemi di salute mentale.

Gli utenti utilizzano i forum per sentirsi accettati, capiti, trovare persone che la pensano allo stesso modo e condividere il profondo senso di angoscia e inutilità che vivono nel quotidiano.

I forum per incel sono da un lato uno spazio di supporto e confronto, dall’altro rischiano di incoraggiare estremismi e violenza contro altri o contro se stessi.

I diversi fattori di rischio evidenziati assieme alla natura stessa dei forum online (che può rafforzare le ideologie polarizzate) rendono evidente l’importanza di approfondire e comprendere le dinamiche di queste comunità. I forum incel permettono agli utenti di diffondere idee e contenuti, reali o artefatti, che rafforzano convinzioni misogine e disfunzionali sulla società (O’Malley et al., 2022).

Prevenire la violenza

Anche se – è importante scriverlo -, come sottolineato anche da alcune ricerche (Liggett O’Malley e Helm, 2022) definirsi incel non implica necessariamente sostenere azioni violente, la cronaca recente ha riportato casi di vere e proprie aggressioni da parte di sottogruppi incel: nel 2021 un ragazzo ha ammesso di aver progettato un piano per sparare a delle studentesse in un’università dell’Ohio; nel 2018 a Toronto un incel uccise 11 persone e ne ferì 15, motivando l’attacco come una “ritorsione” nei confronti delle donne; ancora, nella strage del 2014 un ragazzo uccise 6 persone, ne ferì14, per poi togliersi la vita, il tutto dopo aver pubblicato un video su YouTube in cui spiegava le sue motivazioni: punire le donne perché si sentiva rifiutato, punire gli uomini che sono in grado di avere relazioni, il disprezzo per le coppie (Baele et al, 2019; Tolentino, 2018).

Come prevedibile, gli incel riportano livelli significativi di depressione, ansia e solitudine e livelli bassi di soddisfazione della vita. Quello degli incel è un gruppo a rischio che richiede interventi di prevenzione e sensibilizzazione (Costello et al., 2022). Bisogna contrastare le narrazioni misogine e violente, sostituendole con l’educazione all’uguaglianza di genere e al consumo critico dei media per contrastare la diffusione di contenuti pericolosi, radicali e fuorvianti. Non solo però alfabetizzazione digitale ma anche emotiva: fornire gli strumenti per esprimere in maniera più funzionale emozioni negative e al contempo trovare nuovi modi per essere validati (O’Malley et al., 2022).

 

Bullismo scolastico e cyberbullismo durante la pandemia Covid-19

La pandemia da COVID-19, a causa delle chiusure nazionali e le ripetute lunghe chiusure delle scuole, ha costretto la maggior parte degli studenti a frequentare l’istruzione online, con diverse ipotesi riguardo ai possibili effetti sul bullismo e sul cyberbullismo.

 

Bullismo scolastico e cyberbullismo

Il bullismo scolastico è molto diffuso, infatti, un bambino su tre è stato vittima di bullismo nel corso del suo percorso scolastico indipendentemente dal paese e dal reddito di appartenenza (Armitage, 2021; Bacher-Hicks et al., 2022). Inoltre, comporta anche notevoli costi sociali: sia le vittime che gli aggressori del fenomeno del bullismo hanno una probabilità più elevata di sviluppare problemi di salute mentale come depressione, ansia e pensieri e comportamenti suicidari rispetto ai loro coetanei non coinvolti. Queste difficoltà tendono poi a persistere, anche in seguito alla cessazione dell’abuso, nell’età adulta (Bacher-Hicks et al., 2022).

Oltre alle forme tradizionali, tra cui il bullismo fisico, verbale e psicologico, il cyberbullismo è un fenomeno relativamente nuovo che avviene attraverso l’utilizzo della tecnologia digitale (Armitage, 2021). In ogni caso però, si sviluppa sulle stesse basi motivazionali del bullismo tradizionale: il bisogno di acquisire uno status di gruppo e il bisogno di appartenenza (Repo et al., 2022). Quest’ultima forma di bullismo sembrerebbe avere un’associazione ancora più forte con l’ideazione suicidaria (Bacher-Hicks et al., 2022).

Impatto del Covid-19 sul bullismo: aspettative

La pandemia da COVID-19, a causa delle chiusure nazionali e le ripetute lunghe chiusure delle scuole, ha costretto la maggior parte degli studenti a frequentare l’istruzione online (Armitage, 2021; Bacher-Hicks et al., 2022). Questo ha portato a un aumento sostanziale dell’attività online di milioni di bambini e adolescenti a livello globale (Armitage, 2021).

Ma questi cambiamenti scolastici e questa maggiore attività online durante la pandemia, possono aver influenzato le relazioni/interazioni sociali degli studenti e, in particolare, le loro esperienze di bullismo?

Di fatto si è verificata un’improvvisa diminuzione delle interazioni personali e un’impennata nell’uso della tecnologia digitale. Con questo cambiamento sono arrivate le preoccupazioni dell’opinione pubblica su una possibile maggiore esposizione al cyberbullismo a causa dell’incrementato uso delle tecnologie (Sparks, 2020). In effetti, le ricerche precedenti al COVID-19 indicavano che una maggiore frequenza di utilizzo di Internet era associata a un aumento delle segnalazioni di cyberbullismo e cyber-vittimizzazione, ovvero l’essere vittima di minacce, molestie o stalking tramite tecnologia e social media, da parte dei giovani (Kowalski et al., 2019). Da ciò ci si può aspettare che, mentre il bullismo di persona potrebbe diminuire, il cyberbullismo potrebbe, invece, aumentare (Bacher-Hicks et al., 2022) e le vittime prese di mira potrebbero essere del tutto nuove (Armitage, 2021). Inoltre, si è anche ipotizzato che, a causa dell’aumento delle tensioni psicologiche dovute dalla pandemia da Covid-19, i livelli di stress siano aumentati e con questi anche i comportamenti antisociali come il cyberbullismo (Barlett et al., 2021).

Impatto del Covid-19 sul bullismo: realtà

La pandemia di COVID-19 ha cambiato radicalmente il contesto delle dinamiche del bullismo contrastando, tuttavia, le aspettative: il bullismo di persona e il cyberbullismo sono diminuiti del 30-40% circa durante la pandemia (Bacher-Hicks et al., 2022). In particolare, i tassi di coinvolgimento nel bullismo erano molto più alti prima della pandemia che durante la stessa in tutte le forme di bullismo (fisico, verbale e sociale), tranne che per il cyberbullismo, dove i tassi erano solo leggermente più alti prima della pandemia che durante la pandemia. Quindi, nonostante l’utilizzo di internet sia aumentato notevolmente, ciò non si è tradotto in un incremento dei tassi di coinvolgimento nel cyberbullismo, ma anzi in una diminuzione (Vaillancourt et al., 2021). Infatti, il cyberbullismo non è semplicemente una conseguenza della nuova tecnologia, in quanto tra coetanei di scuola è tipicamente aggravato e alimentato dal fatto di essere presenti di persona e per questo dovrebbe essere visto come un fenomeno che coinvolge sia episodi online che offline (Repo et al., 2022).

Tra le possibili spiegazioni di questo inaspettato esito c’è un generale cambiamento del contesto scuola. In particolare, può aver contribuito sia la diminuzione del frequentare la scuola di persona, che la ridotta quantità di tempo non strutturato e non sorvegliato a causa delle misure di sicurezza adottate per evitare la diffusione del contagio del virus (Bacher-Hicks et al., 2022). Inoltre, la pandemia può anche aver portato a un aumento della consapevolezza e della capacità di risposta del personale scolastico al benessere socio-emotivo degli studenti, come prestare maggiormente attenzione e affrontare forme di bullismo evidenziate dai media durante la pandemia (Bacher-Hicks et al., 2022). Questo ha portato di conseguenza a un maggior gradimento della scuola e un maggior sostegno da parte degli insegnanti per gli studenti vittime di bullismo prima del lockdown, consentendo una visione più positiva della scuola (Repo et al., 2022).

Conclusioni

Nel complesso, la chiusura della scuola sembra essere l’intervento universale anti-bullismo più efficace mai documentato (Repo et al., 2022).

Un importante motore del bullismo scolastico di persona e del cyberbullismo sembra essere l’interazione di persona nel contesto scolastico (Bacher-Hicks et al., 2022). Quindi, il bullismo in generale sembra essere un problema sociale dinamico che si evolve nella comunità scolastica, motivo per cui vi è sempre più la necessità di comprendere la scuola come una comunità che può limitare o rafforzare il bullismo (Repo et al., 2022). Le scuole, dunque, dovrebbero trarne insegnamenti costruttivi per evitare che il bullismo torni ai livelli elevati pre-pandemici (Bacher-Hicks et al., 2022).

Passoscuro. I miei anni tra i bambini del padiglione 8 (2022) – Recensione

Come racconta nel volume “Passoscuro. I miei anni tra i bambini del padiglione 8”, Ammaniti sceglierà di tornare nel padiglione 8 dell’ospedale romano Santa Maria della Pietà e cercherà di mettere in discussione un intero sistema dotato di una “propria entropia istituzionale”. 

 

Avevo poco più di trent’anni quando discesi volontariamente in quell’abisso. Loro erano bambini e adolescenti con gravi disabilità, e io ero intenzionato ad aiutarli a risalire alla luce del sole, gradino dopo gradino. 

Queste le battute di avvio del nuovo libro di Massimo Ammaniti, medico neuropsichiatra infantile, psicoanalista e professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo all’Università La Sapienza di Roma.

“Passoscuro. I miei anni tra i bambini del Padiglione 8” (Ammaniti, 2022) è un romanzo autobiografico, autentico e commovente, in cui l’autore riporta alla memoria, con uno stile semplice e pulito, il suo viaggio professionale all’interno delle strutture e delle istituzioni psichiatriche. Muovendosi tra fatti, ricordi e riflessioni, Ammaniti ripercorre non solo i momenti salienti del suo intenso lavoro, ma anche quelli che hanno segnato un’epoca, tra gli anni Sessanta e Settanta, densa di movimenti politici, rotture e resistenze.

Al centro della narrazione si snodano i ricordi del suo lavoro nel reparto psichiatrico “per minori irrecuperabili” dell’ospedale romano Santa Maria della Pietà, una finestra sugli orrori e sul degrado che i bambini e gli adolescenti lì rinchiusi erano costretti a vivere.

La trama

L’autore ricorda il suo primo incarico al Padiglione 8: come giovane medico appena laureato giudicò l’inferno che gli si palesò di fronte come insostenibile e, pertanto, rassegnò le sue dimissioni dopo un solo giorno. I pazienti, bambini e giovani adolescenti con disabilità di vario tipo, erano chiusi in stanzoni chiamati “sorveglianze”. Qui, coperti solo di un camice, uguale per tutti, erano abbandonati a urla, pianti, crisi di rabbia. Chi dondolava, chi picchiava i pugni, chi era stato legato a un termosifone perché aveva mostrato comportamenti aggressivi. Quelli considerati più pericolosi o senza speranza, si trovavano invece al piano superiore, allettati, con mani e piedi legati.

Sarà solo nel 1974, sei anni dopo, che Ammaniti sceglierà di tornare in quello stesso padiglione, per saldare il “debito con sé stesso” e con quei bambini. Con una specializzazione in neuropsichiatria infantile e un bagaglio di esperienze e conoscenze rinnovato, anche grazie alla guida dei suoi maestri, Giovanni Bollea e Bruno Callieri, il medico cercherà di mettere in discussione un intero sistema dotato di una “propria entropia istituzionale”.

L’obiettivo di Ammaniti: restituire dignità ai pazienti

Di ritorno al Padiglione 8, preso atto che nulla era cambiato dalla sua prima visita, Ammaniti si scontrò subito con le resistenze dell’istituzione a ogni proposta di cambiamento. Spaventate dalla possibilità di veder aumentare il carico di lavoro e ormai assuefatte dalla ripetitività dei loro compiti di sorveglianza, le infermiere, capitanate dalle suore, si mostravano respingenti rispetto a ogni suggerimento di modifica.

Fu con costanza e perseveranza che il giovane Ammaniti iniziò a introdurre piccoli, semplici e nuovi gesti. Liberò i bambini dei loro camici, vestendoli con abiti di uso quotidiano. Con l’aiuto delle infermiere più collaborative istituì il momento dell’appello, in modo che i bambini potessero re-imparare a rispondere al proprio nome, restituendo loro un’identità che non li rendesse riconoscibili solo a sé stessi, ma anche alle persone che si interfacciavano con loro. Con l’aiuto di nuovi volontari, ricchi di uno sguardo fresco e desiderosi di cambiamento, introdusse delle piccole attività che facessero scoprire ai bambini la dimensione del gioco: la maggior parte di loro non aveva mai visto una palla. Le “sorveglianze” cambiarono nome e aspetto, trasformandosi in “soggiorni”.

E fu sempre in questa direzione, con l’obiettivo di liberare i piccoli pazienti dalle maglie oppressive del manicomio, che mai si era aperto al mondo esterno, che Ammanti non si diede per vinto finché non ottenne di poterli portare, per una giornata, a Passoscuro. Nella località balneare laziale, i bambini videro per la prima volta qualcosa di diverso rispetto alle pareti verdognole dei loro stanzoni. Lasciarono, seppur temporaneamente, la loro reclusione, per perdersi in uno spazio aperto il cui unico limite era l’orizzonte nei propri occhi. Quel giorno a Passoscuro, straordinario e a tratti folle, segnò un primo grande passo verso un cambiamento di paradigma.

Il nuovo paradigma si proponeva di rimettere al centro della cura il fattore umano. Ammaniti non poteva accettare la reclusione di bambini bollati come “pericolosi”, abbandonati dalle proprie famiglie, dalla società e dalle istituzioni che utilizzavano la loro complessità come alibi, lavandosene le mani. Considerava, invece, che la relazione e l’educazione dei suoi pazienti non fosse solo una prerogativa etica, ma di cura, al pari della riabilitazione neurologica e della terapia farmacologica. Non poteva fare a meno di pensare che l’apparente irrecuperabilità di quei bambini e ragazzi potesse essere ascritta non solo alla loro disabilità, ma anche alla deprivazione affettiva, sensoriale ed educativa a cui erano stati sottoposti fin dai primi anni di vita.

Propose dunque un approccio olistico, che togliesse i bambini dalle condizioni di squallore e degrado a cui erano ormai abituati, e che invece ne stimolasse la curiosità, le capacità, le spinte relazionali. Le piccole azioni che intraprese durante i suoi anni di lavoro al Padiglione 8 rivoluzionarono la neuropsichiatria infantile e la percezione generale della disabilità e dei disturbi neuropsichiatrici.

Un’epoca di cambiamenti

Tutto il testo si inserisce all’interno di un quadro storico e politico più ampio: in Italia, tra gli anni Sessanta e Settanta era in corso una vera e propria trasformazione della coscienza sociale. Erano gli anni di Franco Basaglia e Adriano Ossicini, dei movimenti di critica contro i servizi pubblici e di istituzione manicomiale, contro gli autoritarismi repressivi e l’inevitabile discriminazione di classe. Le persone povere finivano nei manicomi, senza sapere se ne avrebbero mai visto la porta d’uscita; chi poteva permetterselo, invece, si serviva di cliniche private che ne preservavano “il potere contrattuale”, l’umanità e l’identità.

Assessori, direttori, capi di partito: tutti sembravano restii ad accettare cambi di rotta che mettessero in dubbio tutto il lavoro fatto sino a quel momento. Le proposte erano bollate come figlie di contestatori e sovversivi, desiderosi solo di mettere in dubbio il sistema e gettarlo nel caos.

Fu all’interno di questo contesto che il giovane Ammaniti prese consapevolezza della sua esigenza di impegnarsi dal punto di vista sociale, civile e politico. Prima, con l’iscrizione al partito comunista, poi, con la sua collaborazione con Franco Basaglia e Psichiatria Democratica. Lo scopo? Promuovere una riforma radicale nell’assistenza ai disabili e ai pazienti psichiatrici, che permeasse il tessuto sociale, portando i pazienti fuori dalle istituzioni e garantendo loro dei diritti: all’educazione, alla salute, al perseguimento della felicità. Era tempo di rimettere la persona al centro della discussione e di abbandonare i modelli di reclusione e sorveglianza, già prerogativa delle carceri.

 

Variazioni ponderali negli anziani e rischio di demenza: cosa dice la letteratura

Uno studio condotto da alcuni ricercatori della Corea del sud evidenzia come i cambiamenti di indice di massa corporea (BMI) in età avanzata, rappresentano un fattore di rischio per la comparsa di demenza.

 

Fattori di rischio per la demenza

La commissione di The Lancet, la prestigiosa rivista scientifica inglese, che riunisce i più grandi esperti mondiali di salute, ha evidenziato l’esistenza di diversi fattori di rischio sui quali intervenire per ridurre, nella popolazione mondiale, l’insorgenza di demenza, la cui forma più frequente è l’Alzheimer (Livingston et al., 2020). Tra i vari fattori è presente l’obesità e, come indicato nel Report of The Lancet Commission Dementia prevention, intervention, and care: 2020, il rischio di demenza aumenta se all’obesità si associa il diabete. Per la stesura del rapporto del 2020 la commissione di The Lancet ha utilizzato alcuni dati già presenti nella versione del 2017.

Nel 2019 è comparso su BMJ Open, uno studio condotto da alcuni ricercatori della Corea del sud, che evidenzia come i cambiamenti di indice di massa corporea (BMI), parametro che mette in relazione il peso e la statura, quando avvengono in età avanzata, rappresentano un fattore di rischio per la comparsa di demenza. Inoltre, i ricercatori segnalano che più è rapido il cambiamento del BMI più è elevato il rischio di demenza.

Per condurre questo studio osservazionale gli studiosi coreani hanno analizzato i dati riguardanti 67.219 anziani con un’età tra 60 ed i 79 anni. (Science Daily, 2019).

Demenza e obesità

Secondo una ricerca inglese del 2020 l’obesità è un fattore di rischio per le malattie neurodegenerative, tra cui la demenza. Lo studio è stato pubblicato sull’International Journal of Epidemiology dai ricercatori dell’University College di Londra. Il team ha tenuto sotto osservazione per 15 anni l’invecchiamento di 6.500 soggetti monitorando vari parametri tra cui l’indice di massa corporea (Ma Y., Ajnakinam O., Steptoe A., Cadar D 2020) .

È del 2022 la pubblicazione, sul giornale dell’associazione Alzheimer, di una ricerca della Boston University School of Medicine (Li J., Ch Liu C., Fang T. et al. 2022), che utilizza i dati del Framingham Heart Study, un’indagine epidemiologica di coorte che prende il nome dalla città del Massachusetts dove lo studio è stato condotto, a partire dal 1948, per raccogliere il maggior numero possibile di dati relativi ai fattori di rischio di malattie vascolari e cardiovascolari. Dal 1975 sono stati sistematizzati gli elementi relativi a 5205 partecipanti allo studio ultrasessantenni per determinare l’incidenza della demenza in relazione a vari fattori. I ricercatori della Boston University hanno rilevato come i soggetti che presentano un elevato BMI nella prima metà della vita ed un calo dello stesso nella seconda metà, siano a rischio di sviluppare demenza. Nello studio è stato inoltre evidenziato come, negli individui che durante la mezza età presentano un iniziale aumento del BMI seguito da un calo, esiste una solida associazione tra indice di massa corporea e demenza.

 

L’Effetto Lucifero e la labilità della dicotomia Bene-Male

Nel 1971 lo psicologo statunitense Philip Zimbardo ideò e realizzò un interessante esperimento meglio conosciuto come “Esperimento carcerario di Stanford”, che portò all’emergere dell’Effetto Lucifero.

 

C’è qualcosa, nel cosiddetto Male assoluto, che non è affatto mostruoso e non-umano, ma proprio umano, troppo umano: qualcosa che ci riguarda tutti, almeno come terribile possibilità non ancora espressa (Roberto Escobar, Prefazione all’edizione italiana del libro L’effetto Lucifero di P. Zimabrdo, 2008).

Introduzione

 L’etica e l’esperienza morale sono aspetti della vita umana che coinvolgono quotidianamente ognuno di noi, nessuno escluso. Il fenomeno morale non è di facile comprensione, ma si può dire che esso prenda forma nel tentativo di colmare un divario tra due aspetti presenti nella nostra quotidianità: da un lato troviamo i nostri desideri, bisogni e impulsi, elementi che semplicemente fanno parte di noi; dall’altro, in quanto esseri sociali, viviamo calati in una realtà che presuppone il rispetto di norme, precetti e regole alle quali siamo inevitabilmente soggetti. Quindi da un lato vi è il modo in cui siamo fatti, dall’altro il contesto socioculturale che definisce i limiti del nostro agire.

Se si parte dal presupposto che l’etica sia una scienza dell’essere, è istintivo pensare che l’indole buona o cattiva di una persona si rifletta di conseguenza anche nelle sue azioni. In realtà, però, l’etica non è solo una questione di indole o predisposizione al Bene piuttosto che al Male, ma potrebbe implicare anche un certo grado di consapevolezza e libertà nel saper scegliere come agire. Il confine tra Bene e Male che siamo abituati a considerare come netto e invalicabile diventa allora molto più permeabile, perché tutti noi, in mancanza di uno di questi due elementi, potremmo ritrovarci a compiere azioni radicalmente discordanti rispetto ai nostri valori abituali.

Philip Zimbardo e l’Esperimento carcerario di Stanford

Nel 1971 lo psicologo statunitense Philip Zimbardo ideò e realizzò un interessante esperimento meglio conosciuto come “Esperimento carcerario di Stanford” con il quale si proponeva di osservare durante l’arco di due settimane il comportamento di 24 studenti maschi inseriti all’interno di un carcere riprodotto nel seminterrato del dipartimento di psicologia dell’Università di Stanford. Vennero selezionati 24 ragazzi ritenuti psicologicamente e fisicamente sani, e vennero poi casualmente attribuiti a uno di due gruppi: guardie e detenuti. Erano questi i due ruoli che i partecipanti avrebbero dovuto fingere di ricoprire durante l’esperimento, per un compenso di 15 dollari al giorno.

Senza esporre regole specifiche né particolari criteri di comportamento, a coloro che avrebbero ricoperto il ruolo di guardie venne semplicemente detto che avrebbero dovuto fare quel che ritenevano necessario per mantenere l’ordine tra i secondi, cioè i detenuti. L’unica cosa di cui vennero avvertiti fu che avrebbero dovuto evitare abusi e punizioni fisiche di ogni tipo.

La mattina del 15 agosto 1971, con la collaborazione realistica dei poliziotti di Palo Alto, i detenuti vennero raggiunti senza preavviso nelle loro abitazioni, arrestati e sottoposti a vari rituali di degradazione: vennero fotografati, schedati, denudati e disinfettati. Vennero poi rivestiti con sandali, uniformi alle quali era stato applicato un numero di identificazione sul petto e sulla schiena, e una calza di nylon da indossare in testa. Venne poi arrotolata attorno alle loro caviglie una pesante catena. Alle guardie, invece, vennero date uniformi color cachi, manganelli, fischietti da poliziotti e occhiali da sole a specchio che occultavano il loro sguardo. Tutti insieme si riunirono per discutere e redigere un corpo di regole cui i detenuti si sarebbero dovuti attenere durante le due settimane successive.

Ma successe l’imprevedibile. La finzione si rivelò presto più reale della realtà, al punto tale che lo psicologo statunitense, vittima del suo stesso marchingegno, si trovò costretto a interrompere l’esperimento prima del previsto.

Nonostante l’obiettivo iniziale fosse quello di mettere a fuoco le reazioni dei detenuti, l’effetto più sconcertante delle dinamiche di gruppo si ebbe sulla trasformazione subita dalle guardie, che da semplici giovani equilibrati si trasformarono in aguzzini spietati. I ragazzi nel giro di poco tempo si calarono nei due rispettivi ruoli di guardie e prigionieri al punto tale da subire un processo di deindividuazione, trasformandosi così in guardiani violenti o in vittime psicologicamente passive.

Lo stesso Zimbardo, pur senza avere avuto un ruolo diretto nelle vessazioni di quei ragazzi innocenti, non fece nulla per porre immediatamente fine agli abusi e appoggiò un sistema arbitrario di norme, regolamenti e procedure che li legittimava e facilitava.

Come poté accadere tutto ciò? É come se i protagonisti di questo interessante studio scientifico avessero perso la loro bussola morale sospendendo la loro capacità inibitoria verso comportamenti scorretti. L’esteriore (la situazione e i ruoli) dominava completamente sull’interiore (l’essere), quasi come se essi non fossero consapevoli di poter scegliere con libertà di agire diversamente.

Siamo abituati e amiamo pensare netto e stabile il confine tra i due lati del nostro comportamento morale: il bene è il bene, mentre il male è il male. Dove inizia uno finisce l’altro. Ma non è così: la linea della dicotomia bene-male è molto più labile e permeabile di quanto crediamo.

 Durante l’esperimento, dei ragazzi del tutto normali, sentendo di appartenere a un’istituzione legittimante (la scienza e l’università che proponevano l’esperimento), si sono sentiti servitori di una buona causa. Ogni azione fatta per essa era dunque il Bene, e se il Bene richiedeva loro di incrudelire per garantire il rispetto delle regole, dovevano e potevano farlo, a prescindere dalle conseguenze e dall’eventuale dolore altrui.

Nel cercare di comprendere le cause del comportamento siamo spesso soggetti a un bias mentale meglio conosciuto come errore fondamentale di attribuzione, il quale ci porta a sopravvalutare l’importanza delle qualità disposizionali e interne di una persona e a sottovalutare la forza delle qualità situazionali. Resistere alle tentazioni situazionali conservando sempre parvenze di moralità e decoro può però rivelarsi molto più complicato del previsto.

A noi piace credere nella bontà essenziale e immutabile delle persone, nella capacità di resistere alle pressioni esterne grazie a una valutazione razionale che porta a rifiutare le tentazioni situazionali. Semplifichiamo la complessità dell’esperienza umana tracciando una stagna frontiera tra il Bene e il Male e costruendo il mito della nostra invulnerabilità alle forze situazionali. Siamo così sicuri della nostra piena umanità che siamo certi che mai potrebbe capitarci di compiere la follia del Male, la quale ci sembra quasi sovrannaturale. Paradossalmente, così facendo, prepariamo in realtà il terreno della nostra rovina, poiché non stiamo abbastanza in guardia contro il potere della situazione.

I ruoli di solito sono legati a situazioni, occupazioni o funzioni specifiche. Vengono recitati quando ci si trova in una determinata situazione e poi si è in grado di abbandonarli quando si torna alla vita “normale”. Con questa convinzione si riesce ad abdicare alle responsabilità delle proprie azioni, addossando la colpa a quel ruolo estraneo alla propria natura abituale. Ma non è sempre così: alcuni ruoli possono essere tremendamente insidiosi e possono essere così fortemente interiorizzati da condurre ad azioni al limite del prevedibile, anche se inizialmente se ne riconosceva la natura temporanea e artificiale legata alla situazione. Si potrebbe dire che obblighi dissonanti costringono le persone a razionalizzare e onorare decisioni sbagliate.

Ecco allora che l’esperimento carcerario di Stanford rivela un messaggio che forse non vogliamo accettare: ognuno di noi, quando si trova nel travolgente crogiuolo delle forze sociali, potrebbe subire trasformazioni caratteriali e comportamentali significative e radicalmente discordanti dai propri sistemi valoriali abituali.

Questo è l’Effetto Lucifero. Questo è il potere della situazione, terreno fertile per la deindividuazione e le peggiori forme di disumanizzazione perpetrate nella storia dell’umanità.

Conclusione

È importante chiarire che qualsiasi comportamento estremo manifestato dalle guardie e dai detenuti durante l’esperimento era sintomo del potere della situazione e non di una loro patologia personale, tant’è che vennero scelti proprio in quanto individui normali e sani. Si potrebbe dire che essi non avevano portato nel carcere nessun tipo di difetto personale ma, al contrario, era stato proprio il carcere a tirare fuori i più imprevedibili eccessi comportamentali.

Alla fine dell’esperimento entrambi i gruppi di partecipanti tornarono ai loro originari livelli di risposta emotiva “normale”. Questo ritorno alla normalità e riaggiustamento d’animo non significa che i ragazzi non siano rimasti turbati dai loro comportamenti e dalla loro incapacità di mettere fine agli abusi (anzi!), ma sembra essere un’ottima conferma della natura situazionale e temporanea delle loro reazioni.

L’esperimento è stato ritenuto poco etico e morale ed è stato parecchio dibattuto e contestato. Tuttavia, esso si è rivelato un fervido appello ad abbandonare il concetto semplicistico che separa nettamente il Bene e il Male, e che presume l’indubbia capacità del “buono” di dominare e distaccarsi sempre dal “cattivo”. Sostenere che esista un’impermeabile dicotomia Bene-Male assolve le persone buone dalle responsabilità liberandole dal dover prendere anche solo in considerazione un loro possibile ruolo nel creare, perpetuare o difendere le condizioni che contribuiscono e legittimano la violenza e gli abusi.

In realtà, solo prendendo consapevolezza della nostra vulnerabilità e riconoscendo la potenziale capacità che le forze situazionali hanno di contagiarci possiamo essere maggiormente in grado di sfidarle, evitarle e impedirle. La consapevolezza è infatti l’unica preziosa bussola in grado di guidarci verso la nostra essenza morale, l’unica in grado di plasmare le nostre azioni attorno al nostro essere interiore preservandone l’integrità più profonda.

Riportando le parole di Zygmunt Bauman: “Essere morali non significa essere buoni. Significa sapere che cose e azioni possono essere buone o cattive. Si potrebbe dire che ciò dipende dalla particella “no” presente in tutte le lingue. Dopotutto, e forse prima di tutto, la moralità riguarda la scelta. Saper dire no, saper disobbedire, conservare “eroicamente” questa capacità, l’unica che ci consenta di decidere e scegliere: questo ci serve per sfuggire all’Effetto Lucifero”.

 

Anche i supereroi vanno in terapia (2022) di Marcelo Rodriguez Ceberio – Recensione

Servendosi di una fantasia che prende spunto dalla letteratura fumettistica “Anche i supereroi vanno in terapia” offre al lettore qualcosa di più di una sbirciata voyeuristica oltre la maschera, dove la fragilità umana non fa eccezioni neanche per un supereroe.

 

 Maschere e costumi, superpoteri e grandi capacità strategiche, sempre impegnati nella lotta contro il male. È così che li conserviamo gelosamente nei nostri ricordi, sono gli eroi della nostra infanzia, e perché no anche della nostra vita adulta.

Per molti di noi sono stati presenze determinanti alle quali abbiamo affidato un processo di immaginazione fondamentale, identificandoci in una figura positiva che ha avuto un grande peso nello sviluppo della nostra identità.

Tra fumetti, film e cartoni, sono stati abitanti del nostro immaginario occupando un posto privilegiato con un compito importante: aiutarci a vivere scenari in cui era possibile sperimentare l’esperienza del senso di sicurezza e di giustizia. In queste dimensioni della nostra fantasia, il male e la paura di esso venivano ridimensionati e sottomessi a un equilibrio che si orientava alla vittoria dei buoni. Chi non ha avuto bisogno almeno una volta nella vita di visitare con la fantasia un simile scenario? I loro ideali divenivano i nostri, perché tutto sommato i loro racconti contenevano il potere di dare speranza a un’immaginario più roseo e incoraggiante.

Da sempre i nostri supereroi sono stati vissuti come garanti di un senso di giustizia e pronti a mettere i loro poteri e straordinari talenti al servizio di una causa e un bene comune.

Entrati nell’immaginario collettivo con le loro maschere e costumi sono divenuti icone di sicurezza e salvezza, ma da sempre la loro narrazione ha seguito un doppio filo nel racconto delle loro storie, dove ciò che avveniva dietro la maschera non era meno importante della lotta contro il male.

Di questi racconti abbiamo presto imparato che una simile esistenza, infatti, può avere un caro prezzo. Mentre la maschera combatte il male, l’alter ego che c’è dietro si corrompe, fa i conti con le fragilità umane, assorbe la sofferenza e alla fine si frammenta divenendo incapace di affrontare la sua essenza umana.

Perché spesso è questo che sono i nostri eroi, due grandi frammenti di esistenza divisi da un costume, che vivono la fatica di tenere insieme i pezzi.

Proprio cogliendo questa fondamentale caratteristica del supereroe, Marcelo Ceberio ci racconta la sua visione, su di esso e sulle sue fragilità, attraverso un copione che si muove con più libertà rispetto alle storie ufficiali, ma comunque fedele ai personaggi e alla loro storia personale.

Servendosi di una fantasia che prende spunto dalla letteratura fumettistica l’autore offre al lettore qualcosa di più di una sbirciata voyeuristica oltre a maschera, dove la fragilità umana non fa eccezioni neanche per un supereroe.

Ogni eroe occupa un capitolo del libro e la sua storia viene raccontata seguendo una struttura dettagliata e coinvolgente, dove sia l’appassionato che il neofita vengono introdotti al personaggio, iniziando dalla sua storia ufficiale e le sue origini, senza trascurare i primi tratti di matita che gli hanno dato vita. Risaltano storie difficili, spesso unite da caratteristiche comuni, come quella in cui molti eroi spesso provengono da storie familiari difficili e traumatiche, ed è da lì che ha origine tutto. Ogni personaggio nasce da un dolore, da una tragedia, da una risposta a qualcosa che nella vita di noi uomini purtroppo accade.

 Chi conosce il mondo dei supereroi sa molto bene che la loro storia segue uno schema narrativo molto preciso, dove ognuno di essi è legato in modo indissolubile al suo alter ego. Le sue straordinarie capacità vengono controbilanciate dal caro prezzo di una vita umana trascorsa restando nella goffaggine, nell’incapacità di essere interessante agli occhi del mondo, anche le relazioni ne risentono particolarmente. Dalla traumatica genesi dell’eroe è come se da quel momento tutta l’energia venisse sacrificata per dare vita all’eroe, mentre l’uomo dietro la maschera resta nell’ombra, rinunciando alla sua maturazione personale, alla propria auto-affermazione nella vita. Forse è proprio qui che si apre una visione interessante sull’eroe, sulla frattura di due esistenze che non possono avanzare separatamente, ma che sono in continuo disequilibrio, l’una parassita inevitabile dell’altra.

Così seguiamo un’ipotesi di evoluzione della storia che con fantasia l’autore propone, evidenziando le fragilità e le problematiche psicologiche dietro il costume e i poteri.

Avete mai fantasticato su come Superman avrebbe vissuto la sua vita coniugale con Loys? Insomma come potrebbe funzionare una relazione con un uomo invulnerabile e inscalfibile, ma con il senso di responsabilità onnipotente e la sindrome del sopravvissuto? Forse la Kryptonite non è l’unica cosa da temere quando il tormento, nascosto da una pelle impenetrabile, inizia a sollevarsi.

Un Batman che non riesce a vincere il declino umano e al vacillare della salute precipita dinanzi all’impossibilità di continuare a combattere il male nel vano tentativo di elaborare il suo un trauma infantile. Come se indossare la maschera e combattere per la giustizia fosse stata una strategia nata dal bisogno di modulare quel senso di colpa del sopravvissuto che da sempre l’ha accompagnato dopo la morte dei genitori, e ora quel tormento torna a temperature difficili da tenere sotto controllo.

Ma cosa avrà portato in terapia James Bond, Zorro o Braccio di ferro?

Capitolo per capitolo il lettore verrà proiettato nella parte oscura e sofferente di questi supereroi.

Avvertenza: la lettura di quest’opera potrebbe nuocere al vostro bisogno di idealizzazione!

In quest’opera, ogni personaggio dovrà fare i conti con qualcosa di più reale e imperfetto, con una vita dal sapore più reale. Si potrebbe dire che, se scegliete di leggere questo libro, piuttosto che a una perdita, bisogna prepararsi a imboccare la strada di un processo di maturazione importante, dove i nostri eroi diverranno reali, palpabili e meno irraggiungibili, inseriti in una dimensione umana, fatta di quei problemi che è bene sempre affrontare. Forse proprio questa è una possibile lezione, che ogni super potere non può essere abusato e la nostra natura umana merita attenzione e compassione.

Proprio questo è uno dei punti vitali del libro. Per Ceberio gli eroi sono anche o soprattutto le persone comuni, quelle che tutti i giorni fanno qualcosa per rendere il mondo un posto migliore come ad esempio tutti gli operatori sanitari che si sono impegnati per curare i malati di COVID. Sappiamo che abbiamo bisogno di persone così nella nostra società ed è sempre bene ricordare che quella nobiltà che esiste dietro un simile altruismo merita assolutamente una grande attenzione a chi c’è dietro la “maschera”, affinché l’eroe resti in equilibrio con la sua essenza umana.

Questo punto l’ho trovato di grande ispirazione e non ho potuto fare a meno di riflettere su quanto questo principio possa essere applicabile all’esistenza degli psicoterapeuti, a quella contrapposizione indissolubile tra il professionista e l’essere umano che vive la sua vita insieme ai propri affetti. Partendo da qui credo sia impossibile pensare una distanza marcata tra le due dimensioni che possa rendere valide e sane le due realtà. Ovvero la forte convinzione che sia impossibile che il benessere di una possa esistere senza il benessere dell’altra.

 

Associazione tra Cannabis e Depressione

Un numero crescente di studi ha messo in luce una significativa co-occorrenza tra consumo continuativo di cannabis e depressione. 

 

In particolare l’associazione tra consumo di cannabis e depressione è risultata essere più alta nella popolazione maschile in età adolescenziale e durante la prima età adulta, mentre nella popolazione femminile tale associazione risulta più alta durante la mezza età (Aspis et al., 2015).

Quale rapporto tra cannabis e depressione?

Diversi studi condotti su tale relazione suggeriscono come l’uso prolungato di cannabis potrebbe portare all’insorgenza di una più grave sintomatologia depressiva; tuttavia, esistono anche numerose evidenze in ambito scientifico che mostrano un’associazione di tipo inverso: soffrire di depressione potrebbe portare l’individuo ad iniziare ad assumere cannabis o ad aumentarne il consumo (Walsh et al., 2017).

Un ulteriore filone di ricerche si è concentrato sulla presenza di una potenziale correlazione genetica che contribuirebbe alla comorbilità tra dipendenza da cannabis e depressione maggiore: in particolare è stato ipotizzato che la serotonina (5-HT) fungerebbe da mediatore in questa associazione, ipotesi supportata dal fatto che esistono varie prove della presenza di alleli di rischio specifici per la dipendenza da cannabis (Danielsson et al., 2016).

La cannabis ha effetto sui sintomi depressivi?

Ma l’utilizzo della cannabis avrebbe davvero degli effetti positivi sui sintomi depressivi? Sono stati svolti diversi studi a riguardo, alcuni in particolare si sono concentrati sull’osservazione e il monitoraggio a lungo termine dell’evoluzione della depressione e del consumo di cannabis, non trovando di fatto alcun effetto positivo derivante dal consumo della sostanza (Otten et al., 2013).

Eppure studi recenti hanno mostrato l’esistenza di prove precliniche riguardo all’alterazione del sistema endocannabinoide, che potrebbe potenzialmente giovare ai pazienti affetti da depressione.

Tuttavia, se si considera la letteratura attuale, lo studio dell’uso della cannabis come antidepressivo, risulta essere in una fase iniziale di approfondimento. (Amato et al., 2017).

Gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), attivati dall’uso della cannabis, sono risultati essere efficaci nel ridurre i sintomi depressivi o i tassi di uso di sostanze negli adolescenti; l’effetto di questi inibitori non è validato scientificamente se si considera il trattamento simultaneo di depressione e uso di sostanze (M. Borget et al., 2013).

In conclusione, nonostante le limitazioni metodologiche, la ricerca degli ultimi decenni ha ampliato le nostre conoscenze sull’associazione tra uso di cannabis e depressione da prospettive epidemiologiche, neurologiche, genetiche e farmacologiche, sebbene ulteriori studi e approfondimenti restino auspicabili.

 

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