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Il rischio di suicidio (2022) di Maurizio Pompili – Recensione

Il suicidio, scrive Pompili nel libro “Il rischio di suicidio”, va inteso non tanto come “desiderio di morte”, quanto come soluzione specifica di cessazione del proprio stato di coscienza e, pertanto, interruzione di un dolore mentale insopportabile.

 L’autore prende in considerazione varie prospettive inerenti lo studio delle dinamiche suicidarie, soffermandosi sulla psicodinamica, accennando ad approcci filosofici, sociologici, giuridici e a come questi approcci si interconnettano e forniscano risorse molto utili nella valutazione e formulazione del rischio di suicidio.

Da un punto di vista psicodinamico, Pompili (2022), fa spesso riferimento a Shneidemen e alla concettualizzazione proposta da questo autore. Ciò che caratterizza il suo approccio, è l’attenzione che viene posta sugli “stati mentali” e sul presupposto che il dolore mentale sia alla base del fenomeno suicidario. L’autore fa riferimento ad un dolore mentale intollerabile, ad un tale livello di “angoscia esistenziale”, che spinge il soggetto a sentirsi “costretto” e “ristretto” in una “visione a tunnel”. Si va quindi gradualmente sedimentandosi e irrigidendosi la convinzione che vi siano davvero poche opzioni per far fronte alla sofferenza sperimentata. Secondo Charmet (2009), la “fantasia suicidaria” viene lentamente coltivata nel tempo e rappresenta un “segreto” che può essere custodito con molta cura per anni, con la relativa convinzione, rinforzata da ostacoli evolutivi percepiti come “insormontabili”, che la morte possa offrire più possibilità realizzative della vita, che si possa finalmente trionfare su “stati mentali” rigidi e coatti di rabbia impotente, umiliazione, intrappolamento, sconfitta, sentimenti di inaiutabilità da parte degli altri e “inaccessibilità” ad un mondo vissuto come un “muro”, ad un “altro” vissuto come ostile e rifiutante, ad un corpo sentito come “una prigione”.

Pompili (2022) sostiene come questi individui percepiscano che la propria vita sia ingiusta rispetto a quella di altre persone e quanto sia prevalente la fantasia, derivante da un sentimento di vendetta (come se dicessero a se stessi: “Che faccia faranno adesso?”), che sarà possibile osservare l’angoscia di coloro che vedranno il corpo esanime. Alla base del sentimento centrale di soggetti a rischio di suicidio vi è “un odio per se stessi”, una mente dominata da “ideali dell’io crudeli, sadici” che lo spingono a sentirsi “inadeguato”, “in difetto”, con un senso di “incolmabilità” rispetto a “come si dovrebbe essere”, ad aspettative irrealistiche su di sé. C’è una forma di fanatismo in questo, un bisogno di vendetta su sentimenti di “offesa”, “ingiustizia” costantemente sperimentati. L’aggressività non è integrata con gli obiettivi maturi dell’io ma, al contrario, vi è un accanimento al servizio di un “sé grandioso ed arcaico”, che non trova pace finché non ha scovato e cancellato il nemico. Vuole uccidere i carcerieri per ottenere la libertà. Il nemico è interno, vi è quindi un “attacco al corpo”, ad un’immagine di sé inadeguata rispetto ad una grandiosità irremovibile insaziabile. La vergogna è un altro sentimento centrale. Lancini (2020), nella propria esperienza, come psicoterapeuta, con gli adolescenti, riporta quanto sia preponderante il senso di inadeguatezza, quanto la vitalità del corpo sia pericolosa per loro, una vitalità che porta con sé il rischio che si sentano esposti ad un fallimento senza gli spazi potenziali e riparativi forniti da “comunità educative”. Un conto infatti è il corpo idealizzato, un conto è il corpo evolutivo, vulnerabile, esposto al costante cambiamento.

Il suicidio, scrive Pompili, va inteso non tanto come “desiderio di morte”, quanto come soluzione specifica (dettata da una modalità prevalente di pensiero dicotomico) di cessazione del proprio stato di coscienza e, pertanto, interruzione di un dolore mentale insopportabile (Pompili, 2022, p.161).

Altro importante aspetto argomentato da Pompili (2022), è rappresentato dalla “valutazione e formulazione” del rischio di suicidio. La valutazione del rischio comporta la raccolta di dati riguardanti la presenza e/o l’assenza di fattori di rischio e di protezione, ma anche di segnali di allarme. La formulazione del rischio, invece si fonda sulle modalità in cui i fattori di rischio si combinano tra loro, si alimentano o vengono arginate dai fattori di protezione e, in questo, l’individuazione dei segnali di allarme che aumentano il rischio a breve termine. Tra i fattori di rischio, si possono annoverare quelli distali, cronici o anche detti duraturi (come, ad esempio, eventi infantili avversi, l’esordio o il peggioramento di un disturbo psichiatrico) e quelli prossimali, presenti nel breve termine e che possono notevolmente incidere sul livello di sofferenza dell’individuo (più facilmente riconducibili, in termini di spazio e di tempo, al suicidio, come vissuti di umiliazione, perdite significative, vergogna dovuta a situazioni di grande impatto emotivo). Per esempio, la presenza di ansia, agitazione, insonnia, e sentimenti di disperazione, originati da situazioni presenti avverse, rappresenta un fattore di rischio prossimale che, se mal gestito, può rivelarsi pericoloso in soggetti con fattori di rischio distali (personalità perfezionistiche improntate ad una maggiore rigidità e sensibilità a rifiuti e potenziali sconfitte sono senza dubbio foriere di maggiori criticità). I fattori di protezione sono invece rappresentati dalla presenza di un valido sostegno familiare, dalla percezione di una “base sicura” nelle relazioni significative, da attività creative e ricreative che possano facilitare la presenza di aree intermedie di esperienza tra il mondo interno e l’esterno e quindi favorire l’espressione di sé.

In tutto questo, è importante esplorare come si manifesta l’ideazione suicidaria attuale e quindi come si concretizza il desiderio di morire nel “qui ed ora”, come si esplicita rispetto al passato, e se è accompagnata da un’intenzione suicidaria. Nell’intenzione suicidaria, il soggetto ha già provveduto ad organizzare alcuni particolari relativi al “piano di suicidio”. Pompili (2022), scrive: “È importante esplorare e indagare qualsiasi atto preparatorio compiuto dal paziente, come sistemare i propri affari, fare ricerche sui metodi di suicidio, oppure fare prove su come compiere l’atto”. Possono risultare inoltre utili i segnali di allarme che, al contrario dei fattori di rischio, sono episodici e variabili (comportamenti preparatori, pensieri, cambiamenti di umore repentini, ansia, agitazione, insonnia), che, se contestualizzati e interconnessi in una formulazione accurata, possono costituire ulteriori validi elementi nel valutare la “concretizzazione del desiderio di morire”.

 Altro aspetto trattato riguarda il tema della “responsabilità del clinico”. In particolare, Pompili (2022) rimanda ad una dimensione che allenti il potere dato a credenze “salvifiche e onnipotenti”, in cui il clinico possa leggere nella mente del paziente suicida, che alimentano modelli accusatori nei confronti del clinico e deresponsabilizzanti nei confronti del paziente, concepito come un individuo totalmente dipendente dal medico. I survivors (ovvero familiari o relazioni intime del paziente deceduto), alle prese con sentimenti di vergogna, colpa, impotenza, possono attuare meccanismi di proiezione e spostamento della colpa all’esterno del proprio contesto. In particolare, Pompili (2022) fa riferimento all’importanza del coinvolgimento e accoglienza della famiglia durante il percorso terapeutico e anche dopo l’eventuale decesso del paziente. L’inclusione della famiglia e l’alleanza con il nucleo familiare del paziente rappresenta un’importante risorsa, in quanto stimola la collaborazione, la responsabilità verso se stessi e verso l’altro e, nondimeno, viene incoraggiato un movimento di legittimazione verso le percezioni reciproche. In caso di decesso del paziente, sentimenti di tradimento da parte sia del terapeuta, sia della famiglia, possono essere molto intensi. Il terapeuta, spinto da un forte “senso di inadeguatezza”, dalla rabbia verso se stesso, dalla convinzione di “non aver fatto abbastanza”, potrebbe pertanto mettere in atto meccanismi di evitamento-fuga, lasciando la famiglia sola, abbandonata, spingendo inconsapevolmente quest’ultima ad ulteriori acting-out controfobici con azioni legali di rivalsa.

A tutela della cornice terapeutica, dell’efficacia della stessa e della responsabilità del terapeuta, è importante che egli segua i principi indicati nello “standard of care” menzionato all’interno del testo. Tra questi vi è l’importanza di una documentazione clinica accurata, delle linee guida per la valutazione e la formulazione del rischio, del consenso informato, e, in questo, della valutazione dell’integrità delle funzioni cognitive, di orientamento spazio-temporale e dello stato di coscienza del paziente, che consentano quindi a quest’ultimo di poter collaborare e, nondimeno, comprendere gli elementi salienti del consenso.

Altra dimensione abbracciata dall’autore è quella dei sentimenti controtransferali del terapeuta nei confronti di pazienti a rischio suicidario. Si è parlato della centralità del sentimento dell’odio verso se stessi nel vissuto di questi soggetti, e quanto ciò alimenti una “visione a tunnel” con la concomitante percezione di “intrappolamento”. La condizione quasi magica di “inaiutabilità” in cui il soggetto si pone esprime nondimeno l’impotenza derivante da quelli che da lui vengono percepiti come ostacoli insormontabili nel mondo esterno. Odio che può essere rivolto verso il terapeuta e verso le relazioni significative. Il paziente inoltre può esercitare una pressione interpersonale più o meno coercitiva e manipolatoria, affinché l’odio che sente verso se stesso e verso gli altri venga introiettato dal terapeuta e agito (attraverso il meccanismo dell’identificazione proiettiva). Il terapeuta può avere reazioni controtransferali, in cui si sente insicuro, inadeguato nel tipo di aiuto che sta fornendo, può perdere l’autostima e, di conseguenza, agire ciò che viene negato dal paziente stesso, l’inimicizia verso se stesso. Il terapeuta può oscillare da una posizione salvifica, in cui si sente spinto a fare sempre di più per il paziente, spinto da irrequietezza, ansia, a stati di noia e sonnolenza. Può arrivare ad agire, ad es. attraverso sbadigli, segni di disattenzione che comunicano rifiuto e alimentano ulteriori comportamenti di fuga. Il terapeuta, attraverso il meccanismo della formazione reattiva, può anche trasformare l’odio nel suo opposto, trovandosi pertanto spinto in un circolo di fantasie salvifiche-onnipotenti. Nel testo, viene menzionata la tecnica di Galynker, che invita a porsi domande dirette rispetto ad emozioni e comportamenti del terapeuta e del clinico. Per esempio “Lo vedo più frequentemente e per sedute più lunghe rispetto ad altri pazienti?”; “ Mi fa sentire bene con me stesso?” (Pompili, 2022, p.136). Queste ed altre domande indicate nel testo, suggeriscono la presenza della “formazione reattiva”. Altre domande, invece, suggeriscono che sia in atto la difesa della negazione come ad esempio: “Rispondo alle sue domande meno tempestivamente di quanto dovrei?”; “Mi sento con le mani legate?”; “Mi sento svalutato?”( Pompili, 2022, p.136).

La cornice supportiva di riferimento per uno psicoterapeuta che lavora con pazienti a rischio di suicidio è quindi, come già accennato, attenersi alle linee guida per lo “standard of care” e, elemento non meno importante, l’accompagnamento di un supervisore senior. La presenza di quest’ultimo è nondimeno importante nelle fasi post-intervento, e quindi anche nei casi in cui il paziente sia deceduto. Pompili (2022) scrive: “Il paziente mette alla prova e sfida il clinico circa la sua capacità e disponibilità. Solo l’atteggiamento accogliente del terapeuta verso il paziente e verso se stesso, attraverso un’empatia che comprenda i tre tipi descritti in appendice (empatia affettiva, cognitiva e motivazionale), favorisce l’inizio di una conversazione: “Permettimi di capire meglio la tua sofferenza, al fine di ridurla”“(Pompili, 2022, p.169).

La psicoanalisi di Sigmund Freud

La Psicoanalisi di Sigmund Freud nasce come un metodo per la comprensione e la cura psicologica delle nevrosi per poi estendersi ad una teoria del funzionamento psichico normale e psicopatologico. 

 

 La cura psicoanalitica di Sigmund Freud non è diretta a tutti i tipi di disturbi mentali (per esempio le psicosi, secondo Freud, non sono curabili attraverso il trattamento Psicoanalitico). I disturbi curabili attraverso il trattamento Psicoanalitico sono le psiconevrosi, composte da isterie, fobie, nevrosi ossessive e anomalie del carattere (che oggi chiameremmo disturbi di personalità), cioè disturbi che hanno come causa e fattore di mantenimento il conflitto interno e questo deriverebbe secondo la psicoanalisi freudiana da desideri sessuali infantili rimossi.

La psicoanalisi di Sigmund Freud si propone quattro obiettivi fondamentali:

  • ridurre la sofferenza del paziente, cioè migliorare la qualità della sua vita. Il trattamento Psicoanalitico non è rivolto alla cura diretta del sintomo, ma si propone di promuovere un cambiamento strutturale e radicale della personalità. Solo attraverso un cambiamento sostanziale della personalità è possibile rendere il paziente più autonomo nel controllo di sé stesso, meno vulnerabile al rischio di ricadute e se non ci saranno ricadute allora il paziente può dirsi guarito. Il cambiamento sostanziale della personalità a sua volta ha l’obiettivo di rendere il paziente meno vulnerabile a possibili ricadute.
  • rendere conscio l’inconscio, cioè permettere la scarica dell’affetto incapsulato attraverso il processo di correzione associativa. Uno dei concetti con cui Freud si distingue dai suoi precursori è il fatto che le idee inconsce (contenuti psichici isolati dalla coscienza e non integrati nella personalità) siano accompagnati da un ammontare di affetto (affetto incapsulato) che con essi rimane isolato. La scarica dell’affetto porta ad una riduzione dell’angoscia perché attraverso la correzione associativa integriamo i contenuti psichici isolati dalla coscienza col resto della personalità, li inquadriamo in una prospettiva più ampia, ne ridimensioniamo la valenza emotiva negativa. Per Freud rendere conscio l’inconscio significa svelare e portare alla coscienza un contenuto psichico preesistente ben definito. La scarica dell’ammontare affettivo avviene attraverso l’associazione ideativa, cioè idee associative che collegano un’esperienza ad altri contenuti mentali.
  • “dove era l’Es deve subentrare l’Io”, cioè dove erano costrizione e compulsione devono subentrare controllo e autonomia. Un trattamento Psicoanalitico può dirsi riuscito se almeno in parte sostituisce l’esperienza cronica di costrizione e compulsione con una sensazione di maggior autonomia e possibilità di scelta. Secondo Freud, il trattamento Psicoanalitico si propone di rafforzare e potenziare le difese dell’Io affinché possa armonizzare e modulare la relazione tra le istanze psichiche dell’Es e del Super Io in maniera realistica e adattiva. Le difese dell’Io difatti devono agire non solo per ridurre le pressioni del Super Io ma anche per rendere realistici e accettabili gli obiettivi dell’Es. Più l’io funziona bene più le difese sono forti e funzionali e più l’individuo avrà un buono stato di salute mentale. L’uomo sano è un uomo particolarmente adattato alla vita reale, capace di controllo, autonomia e libertà di scelta, che riesce a controllare le sue istanze psichiche, ha in particolare delle difese e un Io particolarmente funzionale. La salute mentale, per Freud, è definita da una relativa soddisfazione in amore e nel lavoro.
  • mitigare la severità del Super Io: spesso il problema del paziente nevrotico non consiste nell’essere facilmente sopraffatto dall’aggressività e dalle passioni associate ai desideri infantili quanto piuttosto nell’essere sistematicamente perseguito dai sensi di colpa e dall’angoscia relativi a desideri sessuali e aggressivi che possono essere interpretati come normali e che hanno a che fare con comuni desideri di assertività, competitività e ambizione. I suoi pazienti, difatti, avevano un Super Io molto marcato e rigido, cioè un forte senso morale, e uno degli obiettivi fondamentali è mitigare la severità del Super Io.

Riassumendo

Gli obiettivi della cura Psicoanalitica di Sigmund Freud sono quindi:

  • ridurre la sofferenza del paziente
  • rafforzare l’Io promuovendo autonomia e controllo
  • rendere conscio l’inconscio
  • scaricare l’affetto incapsulato riducendo l’angoscia
  • permettere il processo di correzione associativa e l’integrazione dei contenuti psichici isolati dalla coscienza
  • mitigare la severità del Super Io
  • promuovere attraverso l’interpretazione del transfert l’insight, la comprensione e la presa di coscienza nel paziente

Perché tre società diverse di terapia cognitivo-comportamentale? – Risposta di Antonio Semerari a Giovanni M. Ruggiero

Antonio Semerari risponde a Giovanni Maria Ruggiero nel dibattito sulle circostanze pratiche e concrete che hanno portato all’esistenza di più società di psicoterapia cognitivo-comportamentale.

Caro Giovanni,

il mio invito alla discussione ha suscitato così poco interesse che sono stato tentato di lasciar perdere e rispondere alla tua cortese risposta con una chiacchierata in un bar, tanto poco le ragioni per cui esistono tre scuole di psicoterapia cognitiva sembrano interessare i colleghi delle due società. Ma, francamente, mi sembra scortese nei tuoi confronti e nei confronti dei pochi intervenuti lasciar cadere il tutto senza una risposta. Mi limiterò, però, ad affrontare quello che mi sembra il punto centrale della tua argomentazione, quello secondo cui alla base della scelta di dividersi vi sarebbe, in sostanza, la contrapposizione tra modello contestuale-relazionale e modello medico basato sui protocolli tecnici. Tralascio invece la questione da te sollevata della formazione permanente, obbligatoria del resto per la legge italiana, in quanto mi pare che il problema sia più l’abuso speculativo che se ne fa piuttosto che la sua assenza. Tralascio anche la tua ricostruzione storica che, francamente, mi sembra a dir poco riduttiva. Ma capisco che i limiti di spazio costringono a semplificazioni in cui, inevitabilmente, cadrei anch’io nel risponderti.

Ciò che ti sembra dominante nella SITCC è comunque una deriva verso un modello contestuale-relazionale contrapposto ad un modello basato su tecniche, protocolli e ricerche di efficacia. Dunque l’alternativa essenziale sarebbe questa: importanza alla relazione, con relativa ricerca sul processo o importanza alle tecniche con relativa ricerca di efficacia?

È evidente che non posso essere d’accordo con una simile alternativa. Come ben sai, vista la fatica che ti sei inflitto per recensirlo e di cui ti sono grato, ho appena scritto un libro in cui passo in rassegna tutta la storia della relazione terapeutica. Allo stesso tempo ti do una notizia. È stato appena accettato un RCT che dimostra l’efficacia della Terapia Metacognitiva Interpersonale (MIT) nel trattamento del disturbo borderline così che la MIT sarà la prima psicoterapia fatta in Italia ad entrare ufficialmente nell’elenco delle terapie evidence based. Mi pare ovvio che per me entrambi i corni del dilemma sono sbagliati e vorrei spiegarti perché.

Cominciamo dal modello relazionale-contestuale. Questo modello si pone in contrapposizione al modello medico (quello degli RCT) e assume che l’efficacia della psicoterapia risiede in un contesto culturalmente accettato per la cura dei disagi psicologici e una relazione basata sulla fiducia, sull’alleanza e sull’effetto benefico di una reazione reale (Wampold e Imel,2015). L’elemento di contesto e di fiducia determinerebbero una sorta di effetto placebo presente, del resto, anche in medicina. Questi elementi, contesto e relazione, sono “aspecifici” nel senso che non riguardano un particolare tipo di psicoterapia, e indipendenti dalle tecniche specifiche di un particolare trattamento. A riprova di ciò i sostenitori portano una sostanziale parità tra le diverse psicoterapie negli studi di efficacia (verdetto del Dodo). Se l’efficacia di una terapia dipendesse dalle tecniche specifiche, argomentano, allora dovrebbero esserci risultati diversi tra le diverse terapie, ma, siccome, secondo loro, questi diversi risultati non ci sono, allora l’efficacia non può che dipendere dai fattori aspecifici contestuali-relazionali.

Per la verità l’equipollenza dei risultati non falsificherebbe affatto un modello medico. In medicina esistono molti esempi di terapie diverse (vedi ad esempio le cure per l’ipertensione) condotte con farmaci diversi che ottengono risultati analoghi agendo su punti diversi della catena patogenetica dei disturbi. In realtà è vero il reciproco, che una differenza nei risultati falsificherebbe totalmente il modello contestuale. Per questo per i sostenitori del modello contestuale-relazionale è necessario negare differenze di efficacia tra le diverse terapie. La discussione, come sai, si è svolta essenzialmente sulle interpretazioni delle metanalisi per stabilire se c’è o non c’è il verdetto di Dodo. A mio parere una differenza a favore della psicoterapia cognitiva, soprattutto nel trattamento dei disturbi d’ansia si evidenzia anche se di poco. In ogni caso la terapia cognitiva o vince o pareggia, quasi mai perde. Ma non è questo il punto di cui voglio parlare. Il modello relazionale-contestuale sarebbe sbagliato indipendentemente da questa controversia per almeno tre ragioni.

  • 1) Assumere che i fattori relazionali sono “aspecifici” e contrapporli ai fattori tecnici è sbagliato per due motivi: 1a) il tipo di relazione che si determina non è “aspecifico”, nel senso di analogo in ogni contesto terapeutico, ma è fortemente dipendente dal tipo di psicopatologia che si incontra. Solo per i pazienti che non presentano disturbi nella relazione i fattori relazionali tendono alla “aspecificità”. In alcuni casi la gestione della relazione è l’aspetto più difficile della terapia e da questo discende che 1b) la gestione della relazione richiede una disciplina tecnica molto complessa presente, peraltro, in tutti i manuali che si occupano di pazienti gravi. Come sai, nel mio libro sulla relazione, ho cercato di mostrare come esistono moltissime e, spesso, sofisticate teorie della tecnica riferita alla relazione. In parole povere, gestire la relazione richiede principi tecnici senza i quali molte terapie andrebbero incontro ad un disastro.
  • 2) I fattori relazionali-contestuali agirebbero in modo benefico e aspecifico su qualunque disturbo. In questo modo esisterebbe una terapia miracolosa e generica che come certi elisir curerebbero altrettanto bene pellagra, scorbuto e covid 19. Si tratta di un ritorno al mesmerismo (non a caso citato con simpatia da Walpole e Imel) per cui esisterebbe una sola malattia e un solo rimedio.
  • 3) L’identità delle diverse terapie consisterebbe nelle tecniche “specifiche” da loro adottate. Con questo criterio la medicina si dividerebbe tra chi usa gli antibiotici, chi usa gli antinfiammatori, chi usa i chemioterapici ecc. Quest’ultimo punto mi permette di arrivare all’errore di parte opposta nel quale mi sembra proprio che tu sia caduto.

Accettando la propaganda degli altri sembri credere che l’identità di una psicoterapia sia data dalle “tecniche specifiche” più o meno come se un medico dicesse “Io sono un antibiotista”. Ma se uno usa gli antibiotici lo fa perché ha un modello del disturbo in testa, ed è il modello del disturbo che rende razionale l’uso di certe metodiche invece di altre. Le metodiche in sé non hanno razionalità più di quanto ne abbiano zappe, forconi o forbici, strumenti che hanno un senso solo rispetto allo scopo per cui vengono usati. Questa idea è chiarissima nel cognitivismo classico. Beck e col. non fecero un generico manuale di terapia cognitiva ma un manuale di terapia cognitiva della “depressione”. E questo solo dopo che avevano studiato per anni questo disturbo. La differenza col primo manuale di psicodinamica (Luborsky) sta proprio qui. Quest’ultimo era un generico manuale di psicoterapia psicoanalitica non un manuale per un disturbo specifico. La terapia cognitiva ha mantenuto fino ad oggi questa tradizione di trattamenti che partano da modelli cognitivi di specifici disturbi. Se i modelli hanno una loro validità, le procedure di trattamento derivate potranno essere molteplici, ma è molto probabile che facciano qualcosa di utile. Purtroppo con la terza onda questo sano buon senso clinico si va smarrendo.

 Da tutto il tuo discorso emerge un’ingenua identificazione tra psicoterapia scientifica e ricerche di efficacia. Ho premesso la notizia del RCT sulla MIT non solo per umana vanità ma anche per fugare ogni accostamento con quelli che snobbano le ricerche di efficacia. Tralascio la discussione sui loro limiti che è già stata fatta. Rimane il fatto che dare ragione dell’utilità di quello che facciamo è il minimo di dovere e, con tutti i loro limiti gli RCT sono lo strumento migliore che abbiamo e non si capisce perché dovremmo rinunciarci solo perché non sono perfetti. Ma anche gli RCT dicono delle cose e non ne dicono altre. Ciò che ci dicono è che sulla base di una certa teoria clinica è possibile implementare un tipo di trattamento efficace. Dimostrano anche la verità della teoria clinica sottostante? No, perché l’efficacia stessa potrebbe dipendere da altri fattori non previsti dalla teoria. Al rigore nemmeno il fallimento di un RCT falsifica la teoria clinica perché avrei potuto, partendo da una teoria giusta, avere implementato male il trattamento. E allora, mi dirai? Allora occorre dimostrare la validità dei modelli clinici indipendentemente dalle ricerche di efficacia (esattamente come ha fatto Beck per la depressione) e poi implementare i trattamenti. Dove voglio andare a parare? Voglio andare a parare sul fatto che non ha molto senso schiacciare le ricerche in psicoterapia sulle “metodiche rigorose” per il trattamento se non c’è alla base una ricerca sui meccanismi, i processi e, perché no, sulle cause dei disturbi.
E, dato che questi meccanismi e processi sono molto spesso di natura relazionale, non ha molto senso escludere dalla ricerca delle metodiche di intervento il complesso e niente affatto aspecifico problema della relazione terapeutica.

In sintesi penso che ricerca e cultura psicoterapeutica dovrebbero occuparsi in modo connesso dei seguenti problemi: a) quali sono e come funzionano i disturbi; b) come curarli; c) in un contesto relazionale adeguato al disturbo.

Ha senso, da questo punto di vista, dividersi in tante società? La domanda è retorica e, ormai, inutile. Mi dispiace solo che tutto debba avvenire così, in modo quasi burocratico, senza un dibattito su queste questioni, dibattito che forse la nostra storia avrebbe meritato. Del resto c’è un generale processo di scomposizione nella terapia cognitiva e pensare di fermare certi processi è sciocca e luciferina superbia. In certi frangenti ognuno deve fare quel che ritiene giusto. Da parte mia ho sempre ritenuto giusto avere un canale aperto di confronto con tutti gli psicoterapeuti. Figuriamoci se non cercherò di farlo con voi.

Ti faccio i migliori auguri per la vostra nuova impresa ed estendili a tutti i colleghi che hanno condiviso la tua scelta.

Antonio

 

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La terapia cognitivo-comportamentale (2022, terza edizione) di Judith Beck – Recensione

Nel 2022 è stato pubblicata la versione italiana della terza edizione del classico manuale ”Cognitive Behavior Therapy: Basics and Beyond” (“La terapia cognitivo comportamentale”) di Judith Beck, uscito in inglese nel 2020, nove anni dopo la seconda edizione del 2011, mentre la prima fu pubblicata nel 1995.

 

 Judith Beck fa confluire in questa edizione stimoli sia scientifici che clinici: raccoglie i più recenti sviluppi della ricerca e i feedback da lei stessa raccolti di terapeuti di tutto il mondo che hanno letto le edizioni precedenti e ne hanno tratto ispirazione. Il tema di questa edizione è l’integrazione del modello originale con le innovazioni processuali e relazionali sopraggiunte nel frattempo: il riconoscimento della centralità della relazione terapeutica, la conferma della necessità di integrare la mindfulness all’interno di una ben costruita concettualizzazione cognitiva, l’ingresso di modalità di intervento aggiuntive empiricamente fondate, come la Acceptance and Commitment Therapy (ACT), la Dialectical Behavior Therapy (DBT) e la Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT).

A questi aspetti si aggiunge una procedura di intervento per soggetti con diagnosi di gravi disturbi mentali, la Recovery-Oriented Cognitive Therapy (CT-R), un trattamento evidence-based. Colpisce apprendere che lo sviluppo di questa procedura è stata curata in persona da Aaron T. Beck, padre dell’autrice e fondatore, come è noto, della psicoterapia cognitivo comportamentale. Si tratta dell’ultima impresa di Beck padre, che l’ha curata assieme al suo gruppo di ricerca e formazione negli ultimi anni della sua vita e che pone al centro, come leva del cambiamento, i valori, le aspirazioni e le risorse individuali.

 L’obiettivo è aiutare persone profondamente sofferenti a ricostruire un senso di scopo e missione nella propria esistenza. L’idea dell’autrice è che la Recovery-Oriented Cognitive Therapy e lo spirito che la anima (guardare ai punti di forza dei pazienti, a ciò che splende in loro talvolta sotto una spessa coltre di disagio) possa rappresentare di fatto il futuro e la frontiera della terapia cognitivo-comportamentale.

Nei capitoli più tradizionali Judith S. Beck aggiorna l’impianto classico del libro mostrando come coinvolgere e motivare i pazienti, sviluppare una solida concettualizzazione del caso, pianificare trattamenti personalizzati, strutturare le sedute ed eseguire le tecniche cognitive, comportamentali ed esperienziali di base. Il libro inoltre espone il caso di un paziente con depressione grave e di un altro con depressione, ansia e tratti di personalità borderline, casi che illustrano in concreto come un terapista esperto fornisca la terapia e risolva le difficoltà comuni.

Il tono colloquiale dello scritto di Beck è accogliente e rassicurante e crea una relazione con i lettori che aumenta la loro capacità di comprendere e applicare le informazioni dal testo, proprio come un’alleanza terapeutica facilita l’incorporazione da parte del paziente di nuovi dati nella terapia. Il testo include trascrizioni, domande e riflessioni, esercizi pratici e suggerimenti clinici. In aggiunta il sito Web associato presenta fogli di lavoro scaricabili e video di sedute.

Ecoansia e cambiamento climatico: per quali ragioni psicologiche tendiamo a non agire tempestivamente

L’ecoansia, ovvero l’ansia derivante in risposta ai pericolosi effetti del cambiamento climatico, sembra essere percepita maggiormente da giovani, scienziati e attivisti (Kelly, 2017) che spesso protestano per la mancanza di provvedimenti adeguati all’urgenza di questa imminente minaccia. Ma quali sono le ragioni psicologiche che ci portano a non intervenire tempestivamente?

Gli effetti psicologici del cambiamento climatico

 L’ultimo decennio ha visto l’importante sviluppo della climate psychology, ovvero psicologia del clima. In psicologia, sono state identificate sei aree chiave nell’ambito dei cambiamenti climatici, tra cui: la percezione del rischio, le cause psicologiche e comportamentali del cambiamento climatico, gli impatti psicosociali del cambiamento climatico, le strategie di coping, gli impedimenti psicosociali all’azione e il ruolo degli psicologi (APA, 2010). Allo stesso tempo, gli psicoterapeuti si trovano a dover fronteggiare ansia e senso di colpa, perdita e rabbia, sia nei propri pazienti sia in loro stessi (Rust, 2020; Dodds, 2021).

L’ecoansia viene definita come paura cronica di una catastrofe ambientale, che comporta un’accentuata sofferenza emotiva, mentale o somatica in risposta ai pericolosi cambiamenti del clima (APA, 2017; CPA, 2020).

La letteratura ha evidenziato come l’ansia da cambiamento climatico possa provocare diversi risvolti psicopatologici tra cui stress (da lieve ad acuto), depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico, suicidio, violenza domestica e abuso di sostanze  (North et al., 2004; Harville et al., 2011; Fisher, 2010; Flory et al., 2009; Fullerton et al., 2004). Allo stesso modo, è stata anche associata ad attacchi di panico, perdita di appetito, irritabilità e insonnia (APA, 2010).

Sono stati riscontrati diversi tipi di ansia climatica e traumi dovuti al cambiamento climatico, soprattutto quando i danni ambientali implicano la perdita del proprio stile di vita o cultura di appartenenza (Cianconi et al., 2020).

Bisogna dunque distinguere tra ecoansia patologica ed ecoansia adattiva, poiché prestare attenzione a ciò che sta accadendo intorno a noi è una risposta sana, se paragonata alla negazione o al rifiuto (CPA, 2020). A questo riguardo, è importante sottolineare che l’ecoansia sembra sia percepita maggiormente tra giovani, scienziati e attivisti (Kelly, 2017).

 Hickman (2020) sostiene che ci siano differenze generazionali nel modo in cui rispondiamo alle emozioni, soprattutto per quanto riguarda l’ecoansia. I giovani spesso parlano di incomprensione o inazione da parte degli adulti. Infatti, ciò che spesso spaventa i giovani è il modo in cui vedono il “mondo degli adulti”, che non riesce a prendere provvedimenti adeguati all’urgenza di questa imminente minaccia. I bambini e i giovani sono sempre più spesso al centro di proteste sulla necessità di intraprendere un’azione immediata, proprio perché sono consapevoli che le conseguenze delle azioni degli adulti di oggi si ripercuoteranno su di loro in futuro.

Perché non interveniamo sul cambiamento climatico?

Dodds (2021) ha teorizzato quattro ipotesi psicologiche che tentano di motivare il perché, globalmente, non si siano ancora presi provvedimenti seri per contrastare il cambiamento climatico.

  • Ipotesi del falso allarme: gli esseri umani hanno la capacità di rispondere in maniera efficace a minacce immediate e visibili mentre gli eventi che accadono lentamente sfuggono alla nostra attenzione (Gilbert, 2010; Marshall, 2014).
  • Ipotesi del dilemma sociale (bystander effect): i dilemmi sociali comportano un conflitto tra interesse individuale e collettivo. Il cambiamento climatico è il dilemma sociale per eccellenza. L’ansia si riferisce non solo ai “costi” del gioco (se giocato male), ma anche alla previsione del comportamento degli altri (Foddy et al., 1999). La mancata sicurezza di un’azione collettiva spesso frena l’azione individuale: se io faccio la cosa giusta nei confronti dell’ambiente, come posso fidarmi che anche tu la faccia? 
  • Ipotesi ecopsicologica: dagli anni ’90, l’ecopsicologia è emersa come una particolare risposta della psicologia ai problemi ambientali, suggerendo che la nostra vita moderna è talmente disconnessa dalla natura che non ci preoccupiamo abbastanza di proteggerla e non ci rendiamo conto di essere minacciati dai danni dovuti alla nostra noncuranza nei confronti del mondo naturale. La riconnessione con la natura è vista come un requisito per la salute mentale, la quale fornisce anche la spinta emotiva che ci muove ad agire (per amore, non solo per paura). Gli ecopsicologi sottolineano che l’ansia, il senso di colpa, il dolore e la rabbia che proviamo per il collasso degli ecosistemi, il nostro “dolore per il mondo”, sono appropriati e, sebbene difficili, forniscono il punto di partenza per l’azione e un rinnovato rapporto con la Terra (Jordan, 2009).
  • Ipotesi psicoanalitica: il modello psicoanalitico dei problemi ambientali si concentra sul modo complesso in cui gli esseri umani gestiscono l’ansia. L’ansia da cambiamento climatico è vista come uno stato di preoccupazione elevato, da cui ci si protegge attraverso meccanismi di difesa individualmente e socialmente strutturati. L’ansia climatica è quindi, in parte, una risposta realistica ma dolorosa alla nostra situazione e difficile da mantenere, soprattutto in un contesto sociale di negazione generalizzata (Searles, 1972; Lertzman, 2015).

Un articolo di Panu (2020) sottolinea che l’incertezza, l’imprevedibilità e l’incontrollabilità sembrano essere fattori importanti dell’ecoansia. Come evidenziato anche da Dodds (2021), l’autore rimarca come le dinamiche sociali modellino le forme di ecoansia in modo profondo.

Inoltre, mentre le forme paralizzanti di ecoansia emergono come un problema, Buzzell e Chalquist (2019) sostengono ci sia molta ecoansia “sana” nei sintomi solitamente descritti dal concetto di ecoansia e che essa possa manifestarsi anche come “ansia pratica”, che porta a raccogliere nuove informazioni e a rivalutare le opzioni di comportamento al fine di trovare una soluzione.

Il principio di Pollyanna

Il principio di Pollyanna indica la tendenza a ricordare eventi piacevoli più facilmente di quelli spiacevoli, operando principalmente proprio attraverso il diniego di quei sentimenti negativi che più temiamo.

 

Le favole non insegnano ai bambini che i mostri esistono.
Le favole insegnano ai bambini che i mostri possono essere sconfitti.
(Gilbert Keith Chesteton)

 Uno dei meccanismi di difesa più precoci e comuni con cui il bambino affronta esperienze ed emozioni spiacevoli è il rifiutare di accettare che esse esistano, il diniego. Tale fondamento persiste come prima reazione a qualunque evento catastrofico anche in età adulta. I fenomeni definiti come meccanismi di difesa rappresentano infatti adattamenti creativi che agiscono per difendere il sé da una minaccia, gestire un sentimento intenso e minaccioso (colpa, vergogna, invidia) e mantenere l’autostima (McWilliams, 2011).

Il principio di Pollyanna rappresenta una sorta di illusione cognitiva, gli “occhiali dalle lenti rosa” attraverso cui osservare e muoversi nel mondo. Tale termine indica la tendenza a ricordare eventi piacevoli più facilmente di quelli spiacevoli, operando principalmente proprio attraverso il diniego di quei sentimenti negativi che più temiamo. Questo fenomeno prende il nome dalla protagonista dei romanzi di E. H. Porter, eroina persistentemente sorridente e capace di vedere solo il lato positivo delle cose.

Matlin e Stang (1978) riconoscono manifestazioni di questa tendenza anche in alcuni comportamenti, come il comunicare le buone notizie più frequentemente di quelle negative, o la tendenza a posizionare oggetti piacevoli prima di oggetti sgradevoli nella stesura di un elenco.

Questo ottimismo è fonte di ispirazione per un approccio positivo alla vita, sorgente preziosa per la nostra resilienza. In persone non affette da disturbi depressivi, genera un’illusione di controllo sugli eventi, infondendo quindi una elevata aspettativa di successo in una definita circostanza (Golin, 1979) e suscitando “the illusory glow” fondamentale per mantenere la spinta a raggiungere elevati standard di produttività ed ambizioni personali, anche nei momenti in cui l’ego risulta essere più fragile e vulnerabile (Lazarus, 1982).

Rappresenta inoltre una fondamentale strategia di coping per superare eventi catastrofici, incentivare la motivazione e favorire le interazioni sociali (Libkumen, 2004). “Andrà tutto bene”, un mantra che veniva diffuso durante il periodo della pandemia da Covid-19.

In psicoterapia viene tuttavia discussa la sua manifestazione ostentata, e spesso sottolineato il pericolo di tale atteggiamento. Seppur può rappresentare una strategia di coping efficace in determinati contesti, il silenziare le nostre sofferenze e le emozioni scaturite da minacce o eventi spiacevoli rischia infatti di consentire il perpetuarsi di situazioni disfunzionali, e condurre alla manifestazione di veri e propri disturbi.

Il principio di Pollyanna nel Disturbo Bipolare

Ogni volta che mi sento bene, penso che durerà per sempre, ma non succede.
(F.C., 34 anni)

Uno degli esempi di psicopatologia definita dall’uso del diniego come meccanismo di difesa tipico del principio di Pollyanna è l’episodio maniacale nel disturbo bipolare.

Ruminare sulle emozioni positive è una strategia di amplificazione cognitiva unica per le persone affette da disturbo bipolare, con la sua natura immersiva ed attivante. (Gruber, 2009). La fase prodromica dell’esacerbazione di sintomi maniacali cattura una gamma di strategie di up-regulation, tra cui ignorare i consigli dei cari o dei curanti in situazioni di particolare vulnerabilità (Palmier-Claus, 2016).

La “depression avoidance theory” suggerisce che la mania sorge quando le persone cercano di evitare emozioni e sentimenti orientati sul polo negativo dell’umore, impegnandosi in comportamenti attivanti (risk taking) (Thomas, 2002). Non esiste il riposo, ma solo ore da vivere fino all’ultimo secondo e in cui essere freneticamente produttivi.

Interventi mirati allo sviluppo di strategie di coping adattive durante la fase prodromica, all’educazione emotiva sia in termini di riconoscimento che di regolazione, ed una attenta psicoeducazione sono cruciali nell’approccio al disturbo bipolare (Fletcher, 2013).

Il diniego ed il principio di Pollyanna nelle dipendenze

I make wine from the lilac tree
Put my heart in its recipe
Makes me see what I want to see
And be what I want to be.
(Lilac wine – Jeff Buckley)

Il diniego è una caratteristica dell’alcolismo e di altre tossicodipendenze che deve essere messo in evidenza al fine di comprendere il processo terapeutico ed il percorso di riabilitazione.

“Sono Simone e sono un alcolista” è un concetto quotidianamente ripetuto nei programmi in dodici fasi degli Alcolisti Anonimi, che costringe le persone ad esporsi e a confrontarsi con la realtà che nel contesto del gruppo condividono.

 Circa il 90% delle persone affette da tale disturbo non riesce a cercare alcuna forma di aiuto (Nathan, 1988) e la negazione dell’alcolismo è il più comune motivo per cui il trattamento non è stato ricevuto (Bartek, 1988). Il problema reale che la persona vive quotidianamente è completamente messo a tacere dalla dipendenza che si crea dagli apparenti rimedi e benefici che la sostanza stessa sembra fornire. Si vive immersi in una realtà offuscata dall’alcol o dalla sostanza, concentrati sull’effetto dell’euforia concessa dopo ogni dose, osservando il proprio ego sentirsi forte e inarrestabile, per poi lasciare spazio all’ irritabilità dell’astinenza.

Non stupisce pertanto che la valutazione del diniego è considerata la prima e cruciale fase del trattamento dell’alcolismo (Leiker, 1989; Miller, 1990)

Il principio di Pollyanna come strategia di coping nelle donne vittime di violenza

Per il sorriso che provi,
le attenzioni che non trovi
per le emozioni che senti
e la speranza che ti inventi.
(Sei bella – Angelo De Pascalis.)

La violenza sulle donne è diffusa a livello globale: 1 donna su 3 in tutto il mondo subirà violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita. Il 30% delle donne che hanno una relazione intima subisce violenza fisica o sessuale da parte del proprio partner intimo (WHO, 2016). Ogni anno, quasi 64.000 omicidi intenzionali sono perpetrati da partner intimi o familiari; due terzi delle vittime sono donne (UNODC, 2013).

La maggior parte della letteratura (Taylor, 1983; Lazarus, 1982; Perry, 1974; Ganley, 1995) suggerisce che la vittima non vive e non mentalizza il dolore che deriva dall’abuso; cerca semplicemente di andare avanti, come accade nei traumi ripetuti. Sfortunatamente, molte delle sue strategie di coping risultano fortemente disfunzionali, facendola diventare più invischiata, e tenendola legata così ad una relazione di abusi con tragiche ripercussioni.

La maggior parte delle donne opera all’interno di una “illusione di invulnerabilità”, credendo che il trauma non cadrà realmente su di loro (Janoff-Bulman, 1983; Perloff, 1983), e operando quindi tramite un meccanismo di diniego. Dopo una revisione della ricerca sulle vittime di crimini violenti, Symonds (1979) ha concettualizzato un modello di reazione a tre stadi e la prima e duratura fase iniziale consiste proprio in shock, incredulità e diniego. Inoltre, il marito può infliggere dolore e umiliazione e poi far seguire a questi trattamenti un comportamento “honeymoon” (Walker, 1979), che favorisce l’instaurarsi di una illusione di irrealtà e, operando anche tramite il principio di Pollyanna, può ingabbiare donne dipendenti all’illusione di un legame idilliaco e sereno, mentre rimangono aggrappate ad una pericolosa relazione tossica.

Ansia, disgusto, paura, rabbia, felicità, colpa, disprezzo, sorpresa…positive o negative che esse siano, le emozioni sono costrutti innati e globalmente diffusi, che hanno da sempre fornito all’uomo fondamentali informazioni sullo stato interiore, sulle condizioni di benessere e sulla necessità di agire.

L’intera gamma di emozioni che l’essere umano vive rappresenta una bussola interna: esse rivestono un ruolo fondamentale in processi di decisione, giudizio, ragionamento. Il principio di Pollyanna, quando portato al suo estremo, può condurre alla manifestazione di disturbi e problematiche reali, proprio perché opera negando le sfumature più negative della nostra vita emotiva, ma estremamente fondamentali per allertarci su situazioni di minaccia e di fragilità.

È importante, pertanto, imparare a dare spazio ed ascolto anche agli aspetti più dolorosi della nostra sfera emotiva.

Il disgusto nelle psicopatologie

Il disgusto è un’emozione considerata importante nell’eziologia di alcune patologie mentali. In questo articolo vedremo come il disgusto interagisce con i sintomi di alcuni disturbi mentali, aspetto che può essere utile da approfondire per incrementare la comprensione delle cause e del funzionamento di alcune psicopatologie.  

 

Introduzione

 Il disgusto è una delle sei emozioni di base, universalmente condivise e con il fine di garantire la sopravvivenza della nostra specie (Ekman, 1992).

Per anni descritta come un’emozione dimenticata nella letteratura della psicopatologia sperimentale (Phillips et al., 1998; ovvero gli studi scientifici sui disturbi mentali), il disgusto oggi è un’emozione considerata rilevante nell’eziologia di vari disturbi mentali. Con il termine eziologia si fa riferimento alle cause di un particolare fenomeno, in questo caso di una patologia mentale. In quest’ottica è stato proposto che la sensibilità al disgusto, ovvero la tendenza ad esperire disgusto verso una vasta gamma di stimoli avversi (Tolin et al., 1999), possa fungere come fattore di vulnerabilità per lo sviluppo di alcuni disturbi mentali (Olatunji e Sawchuk, 2005). Infatti, il disgusto è stato associato a diversi tipi di psicopatologie, come il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), le fobie come fobia dei ragni, belonefobia (fobia degli aghi) ed emofobia (paura del sangue), i disturbi alimentari e le disfunzioni sessuali.

Il disgusto nel disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM 5; American Psychiatric Association [APA], 2014) la caratteristica fondamentale del DOC è la presenza di ossessioni e compulsioni. Per ossessioni si intende pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti esperiti come indesiderati (per esempio, timore della contaminazione). In risposta alle ossessioni, gli individui con DOC spesso si sentono obbligati a compiere comportamenti o azioni mentali ripetitivi, ovvero attuano delle compulsioni (per esempio, pulire con una specifica modalità o sequenza). Ossessioni e compulsioni sono molto dispendiose in termini di tempo.

Il disgusto è stato associato alla paura della contaminazione, un tipico sintomo del DOC, che è particolarmente legato al lavaggio compulsivo (Rachman, 2006). Una domanda che è sorta in letteratura è se i vari aspetti del DOC fossero associati in modo differenziato con vari sottotipi di disgusto, rilevato attraverso un test specifico (Disgust Scale-Revised [DS-R]; Olatunji et al., 2007). I sintomi del DOC legati alla contaminazione e ai germi sono risultati essere significativamente correlati con il tipo di disgusto legato alla contaminazione (che riguarda anche l’igiene) e il disgusto verso il cibo avariato, gli animali e i prodotti corporei (ovvero escrezioni fisiologiche; Olatunji et al., 2008; vedi anche Olatunji, et al., 2005). Uno studio (Olatunji et al., 2014) ha osservato che il disgusto da contaminazione è emerso come predittore significativo del DOC.

Il disgusto nelle fobie specifiche

Le fobie specifiche possono riguardare animali (come ragni, insetti), ambienti naturali (come altezze, acqua), sangue-iniezioni-ferite (come aghi, procedure mediche invasive) o situazioni (come aeroplani, ascensori; APA, 2014). Persone con fobie specifiche provano paura o ansia intensa rispetto a situazioni o oggetti circoscritti e questo spesso li porta ad evitare tali specifiche situazioni o oggetti. In Europa il tasso di prevalenza stimato è di circa il 6% (APA, 2014).

 Davey e Marzillier (2009) hanno associato il disgusto con i disturbi d’ansia. Sembrerebbe che gli individui con fobie verso animali sono circa la metà degli individui con fobie (Davey & Marzillier, 2009). Gli animali che elicitano fobia più comunemente sono ragni, serpenti, lucertole, topi, scarafaggi, vespe, coleotteri, falene, lumache e vermi. Il disgusto appare correlato con la paura di questo tipo di animali, ma non per i predatori (come i leoni). La letteratura ha posto particolare attenzione all’aracnofobia, comparando individui aracnofobici con individui non fobici, è emerso che i fobici riportano punteggi più alti sulla sensibilità al disgusto (Davey & Marzillier, 2009).

La fobia verso il sangue, le iniezioni o le ferite è un problema molto diffuso. Come per le fobie verso gli animali, le persone con fobie per sangue-iniezioni-ferite riportano punteggi maggiori nei test che misurano disgusto e paura rispetto ai non fobici, tuttavia sembra che, rispetto agli stimoli, sia più intensa la reazione al disgusto piuttosto che la reazione alla paura (Page & Tan, 2009).

Come per coloro che esperiscono fobie verso gli animali, una questione aperta è se il disgusto sia parte dell’origine della fobia per sangue-iniezioni-ferite o solo un amplificatore di tale fobia. Woody e Teachman (2000) ipotizzano che alcuni individui rispondano agli stimoli con paura, altri rispondano con disgusto, e un terzo gruppo risponda sia con paura che con disgusto.

Il disgusto nei disturbi alimentari e nelle disfunzioni sessuali

Il disgusto sembra essere coinvolto nei due maggiori disturbi alimentari (anoressia nervosa e bulimia nervosa), che sembrano spesso essere accompagnati da fobie verso il grasso (Troop & Baker, 2009). Similmente, il disgusto può essere coinvolto nella comprensione delle disfunzioni sessuali (DeJong & Peters, 2009), intese come incapacità clinicamente significativa di essere sessualmente responsivo e/o di provare piacere sessuale (APA, 2014). In entrambi i casi, c’è un complesso insieme di paura e disgusto che deve essere approfondito e analizzato, e in entrambi i casi, anche la vergogna sembra avere un ruolo importante (Rozin et al., 2016). Per quanto riguarda i disturbi alimentari, la vergogna può essere legata al mangiare in pubblico o a percepirsi grassi; invece, riguardo all’area sessuale può essere legata alla scarsa performance (Rozin et al., 2016).

Conclusioni

In conclusione, il disgusto sembra essere un importante aspetto da considerare per comprendere alcune psicopatologie e migliorare gli strumenti di valutazione e di intervento che li riguardano. È importante però sottolineare che gran parte degli studi sul coinvolgimento dell’emozione disgusto nella psicopatologia sono di natura correlazionale; quindi, c’è un reale bisogno di studi sperimentali controllati che consentano di identificare relazioni causali tra disgusto e sintomi psicopatologici (Davey, 2021).

 

La rivoluzione della gentilezza e il suo impatto sul logoramento telomerico

Rapportarsi agli altri con gentilezza, ammettere gli errori, ringraziare, chiedere scusa, accogliere il perdono e praticare la gratitudine, sono valori e azioni che possono avere il potere di alleviare il peso di angosce, tristezza e sensi di colpa che avvelenano la nostra mente e le nostre cellule.

Una riflessione a partire da “Biologia della gentilezza” di Daniel Lumera e Immaculata De Vivo

Introduzione

 Essere gentili ci fa stare sicuramente meglio. Ce lo dicono l’educazione, il buon senso, le millenarie tradizioni spirituali e religiose, e ora ce lo conferma persino la scienza.

Di questo ne parlano approfonditamente in “Biologia della gentilezza” Daniel Lumera, autore di bestsellers e riferimento internazionale nelle scienze del benessere, e Immaculata De Vivo, epidemiologa della Harvard Medical School di Boston e tra i massimi esperti mondiali di genetica del cancro.

“Biologia della gentilezza” è una vera e propria mappa esistenziale che dimostra come un cambiamento in termini di consapevolezza interiore possa influire positivamente sulla nostra salute, sul nostro benessere, sulle nostre relazioni personali, sui processi sociali che viviamo e persino sul nostro DNA.

Telomeri, stress e gentilezza

Per gli scienziati e i ricercatori esistono diverse molecole nel nostro organismo che sono in grado di indicarci se siamo predisposti a una specifica malattia oppure no. Queste molecole prendono il nome di biomarcatori e fungono da sentinelle della nostra salute, poiché la loro presenza o assenza e le loro caratteristiche biologiche possono fornire informazioni essenziali riguardo alla probabilità di sviluppare eventuali condizioni patologiche.

Negli anni più recenti, un particolare gruppo di biomarcatori si è rivelato molto utile nel fornire interessanti informazioni sulla nostra salute e sulle nostre aspettative di vita. Si tratta dei telomeri, strutture di DNA presenti alle estremità dei cromosomi, necessarie a proteggere questi ultimi da eventuali danni e a mantenere integro e intatto il materiale genetico di una cellula.

Le cellule del nostro organismo si riproducono incessantemente, generando un ciclo di sostituzione costante di quelle cellule che giungono alla fine del loro ciclo vitale. In questo processo di replicazione, i telomeri perdono di volta in volta dei piccoli segmenti del loro filamento genetico, cosicché la nuova cellula avrà dei telomeri leggermente più corti rispetto a quella da cui è stata generata. Si tratta di un processo del tutto naturale e irreversibile, che non ha di per sé delle conseguenze significative: nel corso della vita la lunghezza originaria dei nostri telomeri andrà gradualmente riducendosi, debilitando progressivamente la loro funzione protettiva e andando incontro a un processo di morte programmata nel momento in cui viene raggiunta una lunghezza critica che impedirebbe la possibilità di replicazione.

I telomeri possono quindi essere metaforicamente considerati come una sorta di orologio biologico che determina la durata della vita di una cellula e, per estensione, anche dell’organismo a cui appartiene.

Tuttavia, l’accorciamento della lunghezza dei telomeri non è solo frutto di un processo biologicamente naturale sul quale non abbiamo la possibilità di intervenire, ma è influenzato anche da elementi e fattori ambientali e dallo stile di vita. Il fumo e il consumo di alcolici, una cattiva alimentazione, la sedentarietà o lo stress sono tutte abitudini di vita ed elementi che contribuiscono ad accelerare il logoramento telomerico, creando terreno fertile per un invecchiamento precoce dell’organismo e l’insorgenza di malattie, poiché il DNA delle cellule, non essendo più adeguatamente protetto dai telomeri, viene più facilmente attaccato.

Questa complessa ma interessante interazione tra salute e ambiente è stata approfondita dal Nurses’ Health Study (NHS), un importante studio cominciato nel 1976 all’Harvard Medical School negli Stati Uniti e tutt’ora in corso, che ha messo in luce l’importanza e l’influenza dello stile di vita sul nostro organismo. Il nostro DNA, infatti, è sorprendentemente modificabile e le nostre scelte e stili di vita possono trasformare la nostra genetica. I geni non sono qualcosa di immutabile, ma rispondono attivamente alle sollecitazioni provenienti dall’ambiente esterno adattandosi e manifestando un potenziale positivo o negativo in base agli input ricevuti.

Esiste quindi una variabile genetica di fondo sulla quale si innestano poi particolari condizioni ambientali e psicologiche che possono influire positivamente o negativamente sulla lunghezza dei telomeri e sul nostro stato di salute.

 Oggi più che mai, la componente emotiva della nostra mente è coinvolta nei complessi meccanismi dello stress, il quale si rivela a tal proposito uno dei nemici più insidiosi, causa di spiacevoli condizioni di sofferenza psicologica. Quando siamo sottoposti a stress, ansia o agitazione, il nostro cervello rilascia nel sangue una grande varietà di ormoni che preparano l’organismo alla cosiddetta risposta fight or flight, “combatti o fuggi”, uno dei più preziosi meccanismi della nostra sopravvivenza, che ci mette nelle condizioni di affrontare un pericolo o scappare da esso con tutte le nostre forze. Queste reazioni sono regolate dall’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e producono adrenalina e glucocorticoidi, tra cui il cortisolo, non a caso anche chiamato “ormone dello stress”. Il cortisolo ha parecchi effetti fisiologici volti a favorire la capacità di affrontare o fuggire da un eventuale nemico: aumenta i livelli di zucchero nel sangue, innalza la pressione sanguigna, produce un calo dell’appetito, acutizza la memoria e l’attenzione e abbassa la percezione del dolore. Eppure, laddove brevi episodi di stress possono essere funzionali e non lasciare alcun segno duraturo sull’organismo, è stato dimostrato che un’esposizione prolungata al cortisolo e ad altri ormoni associati può provocare danni latenti collegati all’invecchiamento precoce e all’insorgenza di malattie croniche.

Anche il DNA telomerico subisce potenziali conseguenze negative derivanti da uno stato di stress cronico, il quale è riconosciuto come uno dei fattori che ne accelerano l’accorciamento, poiché il rilascio nel sangue di cortisolo e altri ormoni crea stress ossidativo e infiammazione, due condizioni biochimiche che favoriscono il logoramento di queste nucleoproteine (i telomeri appunto).

Si tratta chiaramente di un effetto non immediato ma progressivo: lo stress, se rilasciato in piccole dosi ma in maniera costante, funge da veleno per il nostro DNA, rendendo tossico l’ambiente cellulare e favorendo lo sviluppo di patologie nel lungo periodo.

Nonostante la gradualità con la quale si manifestano, questo tipo di danni cellulari sono processi irreversibili, ma le loro conseguenze possono essere attenuate (ahimè non neutralizzate) dall’adozione di strategie protettive come gli stili di vita sani, la gentilezza, una corretta alimentazione, la meditazione e buoni rapporti sociali. Impegnarsi a migliorare fin da subito la qualità della nostra esistenza può davvero rivelarsi un importantissimo primo passo per arrivare a “sanificare” il nostro organismo e le nostre relazioni con il mondo.

Rapportarsi agli altri con gentilezza, ammettere gli errori, ringraziare, chiedere scusa, accogliere il perdono e praticare la gratitudine, sono valori e azioni tutt’altro che banali, poiché possono realmente avere il potere di alleviare il peso di angosce, tristezza e sensi di colpa che avvelenano la nostra mente e le nostre cellule.

È stato dimostrato che le persone che accolgono e praticano con più costanza questi valori hanno dei telomeri più lunghi rispetto a coloro che non lo fanno, e questo accade perché questi atteggiamenti positivi sono sorprendentemente in grado di contrastare i processi infiammatori e lo stress ossidativo che li deteriorano.

Essere gentili – con gli altri ma in primis soprattutto con sé stessi – e piantare il seme della gentilezza può dare frutti immensi, perché esso ha il potere di crescere e sbocciare anche nel fango e nelle condizioni più avverse.

La consapevolezza del ruolo migliorativo che la gentilezza e i sentimenti positivi svolgono per la nostra salute è già diffusa da tempo nel mondo scientifico, ma è solo negli anni più recenti che si è cominciato ad impiegare queste risorse in maniera più attiva – ad esempio adottando protocolli psicologici incentrati sulla pratica della gentilezza come veicolo di vicinanza umana ai pazienti che affrontano gravi malattie – con risultati significativi e molto incoraggianti.

La gentilezza, praticata in tutte le sue preziose forme, si è rivelata un potente strumento di benessere utile a disinnescare le emozioni negative e ripristinare l’equilibrio emotivo non solo nelle persone affette da gravi malattie, ma anche in persone sane e semplicemente soggette alle pressioni della vita quotidiana. Perché la gentilezza “è il punto di incontro tra dare e ricevere: quello spazio in cui scegli di donare ciò che vorresti ricevere, ed è così che ti fai dono”. Gentilezza è meraviglia, è divenire l’amore che dai.

Conclusioni

Eliminare lo stress dalla nostra quotidianità non è possibile, specialmente nella dinamica realtà odierna, e non è nemmeno possibile evitare il graduale processo di invecchiamento del nostro organismo. È possibile però cambiare il modo in cui reagire ad esso e scegliere consapevolmente come vivere, contribuendo a posticipare e a rendere più piacevole questo nostro inesorabile e naturale destino. La “rivoluzione della gentilezza” allora ci porta concretamente ad una trasformazione interiore frutto di un nuovo senso di responsabilità, empatia e apertura. Perché la vera rivoluzione non può che partire da sé stessi, e ha poi un impatto anche sugli altri, sul mondo che abitiamo e l’universo che ci ospita. E allora, scegliere la gentilezza, così come l’ottimismo, la felicità, il perdono e la gratitudine, non è più solo una questione di buona educazione né una moda di passaggio, ma è una scelta consapevole, una scelta sentita, vissuta, resa manifesta lasciando entrare questi valori nelle nostre vite e allenandoci il più possibile ad essi.

Meteoropatia: qual è il ruolo dei temperamenti affettivi?

Diverse ricerche suggeriscono che fattori ambientali come il clima e il meteo possono avere un impatto sugli stati emotivi dell’individuo. Lo studio di Oniszczenko (2020) indaga il possibile ruolo dei temperamenti affettivi nello spiegare la meteoropatia, in particolare nelle donne.

 

 Le persone sono informate dei cambiamenti climatici e meteorologici quotidianamente, attraverso tv e social network. È stato stimato che circa il 55% della popolazione tedesca e il 69% di quella canadese sopra i 60 anni è sensibile al meteo, e cioè considera l’influenza del tempo atmosferico sul proprio benessere psico-fisico (Von Mackensens et al., 2005). Molteplici studi comportamentali, di fatto, riportano che le condizioni climatiche possono avere un effetto sugli stati emotivi: è stato osservato che il disagio emotivo può decrescere quando incrementa l’esposizione al sole (Beecher et al., 2016) e che un aumento delle temperature o delle precipitazioni può essere in grado di causare stress mentale e corporeo (Benevolenza et al., 2019). Dal punto di vista psicopatologico, le condizioni meteorologiche possono perfino essere associate ai disturbi dell’umore di tipo stagionale o agli attacchi di panico, in particolare nelle donne secondo quanto emerso da una ricerca di Wirz-Justice et al., 2019. Sul versante medico, alcuni autori hanno sottolineato la relazione fra i cambiamenti nel clima e disturbi come la cefalea a grappolo (Lee et al., 2014), l’emicrania (Yang et al., 2015), il dolore neuropatico (Ngan et al., 2011) e i disordini del sonno (Rifkin et al., 2018).

La meteoropatia

Alla luce di questi dati, è possibile classificare qualsiasi disturbo derivante dall’impatto delle condizioni meteorologiche con il nome di “meteoropatia” (Janiri et al., 2009), fenomeno che include il peggioramento delle malattie preesistenti o l’insorgenza di nuovi disturbi specifici come conseguenza del cambiamento meteorologico (Watson, 2000).

In termini generali, le persone differiscono rispetto alla loro sensibilità ai cambiamenti del tempo atmosferico, anche se sembra che quelle più vulnerabili siano le donne, gli individui di mezza età e quelli con problematiche ansiose o depressive (Janiri et al., 2009). A questo riguardo, la letteratura parla di “meteorosensibilità” per far riferimento alla “tendenza biologica a sentire l’effetto di particolari eventi atmosferici sul corpo e sulla mente” (Mazza et al., 2012, p.103).

I temperamenti affettivi

Tenendo conto del fatto che molti sintomi della meteoropatia, come labilità dell’umore, depressione, ansia o sensazione di disagio, sono correlati ai sintomi tipici dei disturbi dell’umore, vale la pena considerare il ruolo dei temperamenti affettivi per spiegare le differenze individuali nella meteoropatia (Mazza et al., 2012).

Con “temperamenti affettivi” la letteratura fa riferimento a una manifestazione geneticamente determinata, stabile per tutta la vita e correlata ai tratti di personalità, che gioca un ruolo fondamentale nella predisposizione ai disturbi dell’umore e ai disturbi d’ansia (Akiskal & Akiskal, 2005; DeGeorge et al., 2014; Rovai et al., 2013). Essi sono distinguibili in cinque principali tipologie:

  • Depressivo, tipico di persone poco energiche, ipercritiche, pessimiste e introverse;
  • Ciclotimico, tipico di persone con produttività instabile, relazioni disinibite, scarsa considerazione delle conseguenze e oscillazioni nell’autostima (Akiskal et al., 1979);
  • Ipertimico, tipico di persone energiche, esuberanti, espansive, instancabili e con forte propensione al rischio (Poss e von Zerssen, 1990);
  • Irritabile, tipico di persone con irrequietezza disforica, insoddisfazione e tendenza al rimuginio (Kraeplin, 1921);
  • Ansioso, tipico di persone dipendenti, inibite, timide, evitanti e in costante stato di ipervigilanza (Akiskal, 1998);

Ciascuno di questi temperamenti affettivi potrebbe condividere una comune disposizione biologica con altri sintomi psichiatrici o somatici, inclusi i disturbi meteoropatici.

Lo studio di Oniszczenko (2020)

I dati presenti in letteratura suggeriscono che le donne sono generalmente più sensibili alle condizioni meteorologiche e allo sviluppo di sintomi fisici e psicologici in risposta ai cambiamenti ambientali (Connoly, 2013; Lee et al., 2018; Obradovich et al. 2018).

Per approfondire l’associazione tra stati affettivi e disturbi meteoropatici, alla luce dei numerosi dati che vedono le donne più inclini a soffrire di meteoropatia, Oniszczenko (2020) si è posto l’obiettivo di valutare la relazione specifica tra temperamenti affettivi e meteoropatia nelle donne, esaminando il ruolo della meteorosensibilità come possibile mediatore di questa correlazione.

 A partire da questa ipotesi di ricerca, i risultati hanno rivelato che nelle donne i temperamenti depressivo, ciclotimico, irritabile e ansioso sono positivamente associati alla meteoropatia, anche se con effetti differenti: il legame più forte è stato riscontrato a favore dei temperamenti ansioso e ciclotimico, che sembrano intrattenere associazioni significative simili a quelle che essi hanno con i sintomi dei disturbi dell’umore (come astenia e malessere indefinito, comuni alla meteoropatia). Inoltre, la meteorosensibilità è risultata fortemente associata alla meteoropatia e un buon mediatore nella relazione fra questa e i temperamenti affettivi nelle donne studiate. Questo risultato non dovrebbe sorprendere alla luce del fatto che il livello di sensibilità ai cambiamenti del clima o del tempo sembra essere il più importante fattore d’innesco dei sintomi meteoropatici. La mancanza di dati sufficienti sulle basi biologiche della meteoropatia e dei temperamenti più fortemente associati (ciclotimico e ansioso), tuttavia, non ha permesso di formulare una chiara ipotesi a proposito di un comune meccanismo di ordine biologico alla base del fenomeno.

Conclusioni

Le implicazioni dello studio di Oniszczenko (2020) contribuiscono alla comprensione di come i cambiamenti meteorologici, mediati da fattori psicologici su base temperamentale, influenzano il benessere delle donne: alti livelli di temperamento ciclotimico e ansioso possono essere responsabili dell’incremento di sintomi negativi a livello fisico e mentale. Per questa ragione, per migliorare il benessere psico-fisico degli individui, la meteorosensibilità dovrebbe essere presa in considerazione durante la valutazione medica di “sintomi difficili da spiegare”, in particolare nelle donne, dati i livelli più alti di meteoropatia evidenziati dalle ricerche sul tema.

Siric e il filo della fiducia​ (2022)​ di Elisa Ciani – Recensione

“Siric e il filo della fiducia” offre uno strumento, tanto semplice quanto profondo, per costruire connessione, sicurezza e fiducia nella relazione terapeutica con i piccoli pazienti.

 

 Elisa Ciani, psicologa psicoterapeuta​ e practitioner EMDR​, con il contributo delle illustrazioni di Giusy Mondani, scrive questo libro con l’intento di ​trovare una modalità per spiegare ai bambini la psicoterapia, l’EMDR e il delicato lavoro di elaborazione delle esperienze avverse. Nasce così in lei l’idea di scrivere una storia illustrata per raccontare la psicoterapia, parlare di trauma ed introdurre la terapia EMDR ai bimbi e alle loro famiglie. Come scrive l’autrice: “Spesso i bambini con storie difficili e traumatiche hanno corpi che parlano molto, ma poca voce per esprimere ciò che sentono o hanno vissuto. Per aiutare i piccoli pazienti a guarire le proprie ferite, il clinico deve trovare l’accesso a quei luoghi nascosti. Ciò richiede tempo, pazienza, fiducia, ascolto, sintonia e creatività.

È ormai consolidato e accettato dalla comunità scientifica che l’EMDR è un metodo psicoterapeutico, completo e complesso, che può essere integrato in modo molto flessibile con altri orientamenti psicoterapeutici e può essere molto adatto nella terapia con i bambini. Altrettanto consolidato è quanto sia essenziale costruire una relazione di fiducia con il paziente, ancor più quando si tratta di “piccoli pazienti”. Soprattutto nelle fasi iniziali, infatti, fornire un’appropriata psicoeducazione ai bambini e alle loro famiglie e costruire un contesto di sicurezza e fiducia risulta fondamentale per gli esiti del trattamento. Ed è qui che può venire in soccorso il libro di Elisa Ciani, che con grande semplicità e altrettanta profondità, offre la strada per raggiungere il mondo interno dei bimbi e costruire con loro il “filo della fiducia” e quel senso di sicurezza così prezioso e fondamentale per l’elaborazione del trauma.

 Il libro di Elisa Ciani, con la profondità “semplice” di un bambino e allo stesso tempo una straordinaria preparazione nell’ambito della psicotraumatologia in generale, e della terapia EMDR con i bambini in particolare, riesce a tradurre concetti molto complessi del tema del trauma in un linguaggio comprensibile alla mente dei più piccoli, offrendo uno strumento prezioso per poter costruire quel contesto di fiducia e sicurezza, che sappiamo essere una conditio sine qua non per l’elaborazione del trauma. La potenza del libro di Elisa Ciani sta nella sua capacità di arrivare non solo alla mente dei più piccoli, ma anche ai loro cuori, nonché al cuore della parte bambina dei più grandi. Durante la lettura, pensavo che avrei voluto avere accanto a me una “Silvia” (la terapeuta della storia raccontata nel libro) quando ero piccola. Lei mi avrebbe sciolto quel nodo che si era creato nel mio “filo della fiducia”, quel nodo che mi faceva sentire spaventata e sola. Lei mi avrebbe aiutata a mettere le cose brutte nelle scatole, quando invece le mie cose brutte erano ammassate tutte insieme, ingarbugliate, incomprensibili ed io mi sentivo ancora più spaventata e sola, proprio perché non capivo ciò che sentivo e pensavo di essere io il problema perché non riuscivo a mettere ordine. La Silvia di questo libro mi avrebbe aiutata a “fare le scatole” e poi, una alla volta, aprirle e rielaborarle con lei, protetta da quel “filo della fiducia” che mi avrebbe fatto sentire che si poteva fare, si poteva guardare, si poteva stare, si poteva sentire. Questo è il dono meraviglioso che questo libro offre ai piccoli pazienti.

Infine, ma non meno importante, voglio sottolineare quanto il libro di Elisa Ciani sia indispensabile non solo per il clinico, ma per la popolazione generale, perché è un libro che può fare cultura. Ancora troppo spesso le parole “psicoterapia” e “bambini”, se messe vicine, fanno paura. Ancora troppo diffusa è la convinzione che “un bambino non capisce” o “un bambino non ricorda” o, forse ancora peggio, che “se non se ne parla non esiste”. Questo libro, invece, ci mostra che si può parlare di trauma con i bambini, si può parlare di psicoterapia con i bambini e lo si può fare senza paura. Si possono guardare, e poi guarire, le ferite dell’anima dei più piccoli e lo si può fare con la delicatezza, l’amore, la sicurezza e la fiducia che questo libro offre, costruendo quel “filo” così prezioso.

 

TikTok e Instagram: fattori perpetuanti del disturbo alimentare

Diversi studi sottolineano lo stretto legame tra specifici contenuti sui social network e l’insorgenza di numerose difficoltà emotive, che andrebbe ad incrementare la condizione di ansia, depressione e la manifestazione di disturbi alimentari.

Abstract

 Secondo un report del 2021, con la condizione pandemica degli ultimi due anni, sembra che la popolazione mondiale tenda a spendere il 42% del suo tempo davanti a foto e video di vario contenuto, divulgati dalle diverse piattaforme, soprattutto Instagram e Tiktok (Rai News, 2022). Le ricadute di questi cambiamenti hanno avuto un effetto rilevante sulla salute psicofisica degli individui e nello specifico sulle problematiche alimentari (Monteleone et al., 2021). Pertanto, in un’ottica bio-psico-sociale, il contenuto specifico delle diverse “app-immagini”, potrebbe rappresentare non solo un fattore di insorgenza, ma anche perpetuante della sintomatologia propria dei disturbi alimentari. Le immagini diventano dunque, un mezzo attraverso cui confrontare il proprio corpo sia con precedenti fotografie personali, sia con foto e video altrui, mantenendo il proprio focus attentivo sull’alimentazione.

Disturbi alimentari: una visione transdiagnostica

Sono diversi i giornali che hanno affrontato la relazione tra il lockdown e la compromissione della salute psico-fisica della popolazione. Secondo il “Journal of Eating Disorder”, il Covid-19, ha provocato un aumento del 36% dei sintomi associati a disturbi alimentari e un boom di ricoveri (aumentati del 48%). In accordo con tale studio, un’indagine svolta sul territorio italiano in una popolazione con disturbi alimentari, mostra un aumento significativo di ansia (+20%), depressione (+20%), sintomi post-traumatici (+16%), panico (+30%) e insonnia (+18%; Sanità, Il Sole 24 Ore, 2022). In linea con questo, nello studio di Monteleone e colleghi (2021), emerge che in un campione di 312 individui con diagnosi di disturbo alimentare la gravità delle psicopatologie è andata aumentando durante il primo periodo della pandemia, persistendo anche nella successiva fase di riapertura.

Nel 2022 il Ministero della Salute definisce i Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione, o Disturbi dell’alimentazione (DA): “patologie complesse caratterizzate da un disfunzionale comportamento alimentare, un’eccessiva preoccupazione per il peso con alterata percezione dell’immagine corporea”. In linea, la teoria transdiagnostica di Fairburn (2003) afferma come le persone con disturbi alimentari tendano a giudicare il proprio valore esclusivamente in termini di peso, forma del corpo e controllo sull’alimentazione. Pertanto, in quanto nucleo psicopatologico, si tratta di una caratteristica cognitiva centrale delle problematiche alimentari (AIDAP, 2021). La conseguenza di giudicare il valore della propria persona sulla base di tale criterio genera lo sviluppo di preoccupazioni ricorrenti che ruotano sempre intorno al tema dell’alimentazione, portando la persona a rimanere bloccata -“come un disco”- su questo stato mentale. Un comportamento comune nella popolazione con disturbi alimentari è il check della forma del corpo, eseguito con un’alta frequenza e in modo anomalo rispetto alla normale popolazione. Il motivo per cui viene messo in atto sembra associarsi a: 1) comprendere com’è la propria forma del corpo, 2) rassicurarsi di non essere cambiati o diventati grassi.

Nel panorama scientifico, sono state distinte diverse tipologie di check, per esempio: guardarsi allo specchio, pesarsi frequentemente sulla bilancia, toccare le ossa del corpo; verificare che ci sia uno spazio tra le cosce; confrontare il proprio corpo, con quello di altre persone, con foto proprie o altrui. A seguito di tali comportamenti, nonostante un iniziale senso di appagamento, un largo campione di persone con disturbi alimentari riferisce un vissuto di malessere e il ripresentarsi nuovamente di una stato apprensivo relativo alla forma fisica.

 Secondo la Terapia Cognitivo-Comportamentale Migliorata (CBT-E), infatti, i check del corpo rappresentano dei meccanismi di mantenimento della propria immagine corporea negativa. Di conseguenza, si associa un aumento dell’insoddisfazione corporea, in quanto non ci si focalizza sul corpo nella sua interezza, ma su specifiche parti del corpo. Lo scrutare minuziosamente aumenta la possibilità di rilevare difetti apparenti percepiti come enormi, conferma l’autocritica e la credenza che quella specifica parte del corpo è grassa, intensificando la probabilità di mettere in atto ulteriori comportamenti di controllo del peso, come la restrizione dietetica o cognitiva (Dalle Grave, 2020).

Contemporaneo incremento dei social media

Secondo il report del 2021 App Annie, dalla prima Pandemia Covid-19 il tempo viene speso prevalentemente sui social (42%) e sulle app di foto e video (25%). L’app più scaricata globalmente è stata TikTok, seguita da Instagram (Rai news, 2022). Sebbene le due applicazioni si differenziano specificamente per la durata dei reel, gli effetti grafici e la selezione musicale, entrambe presentano un algoritmo e alimentano la cultura basata sull’immagine sociale.

Diversi studi (Wilksch, 2019; Lonegarn, 2020, Zagarese, 2022) sottolineano lo stretto legame tra specifici contenuti social e l’insorgenza di numerose difficoltà emotive, che andrebbe ad incrementare la condizione di ansia, depressione e la manifestazione delle problematiche alimentari. Nello specifico, è stato notato che nonostante il divieto di specifici contenuti pro-ana, i “For you” continuino ad essere invasi da immagini e video nascosti dietro hashtag differenti come #smallwaist (532,6 milioni di visualizzazioni), #sideprofile (818,9 milioni), #jawlinecheck (264,9 milioni). Ulteriormente, attraverso “body challenges”, sfide di misurazione di parti corporee, “body-checking trends” video, in cui in maniera subdola, l’utente inquadra il proprio corpo fermo allo specchio con un bicchiere di vino (Usa Today Life, 2021), o più a scopo motivazionale attraverso strategie “prima e dopo” in seguito a specifici regimi alimentari (Fabbrini, 2022).

Dunque, in un’ottica più Bio-Psico-Sociale, potrebbe essere fondamentale osservare che tali contenuti potrebbero giocare un ruolo fondamentale non solo nell’esacerbare una sintomatologia inducendo un disturbo alimentare, ma anche come fattore perpetuante della condizione psicopatologica stessa. Infatti, coloro i quali già presentano una sensibilità a un’immagine del proprio corpo negativa e pertanto si valutano in base alla forma fisica, se bombardati da una persistente esposizione a contenuti di foto, video, challenges, nonché alla propria personale narrativa social, potrebbero mantenere la sintomatologia fulcro del disturbo alimentare attraverso il continuo confronto con immagini del proprio corpo o di quello altrui. In tal senso, l’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo verrà mantenuta in quanto queste persone tendono a eseguire un confronto selettivo con individui con una specifica magrezza, più attraenti o idealizzate, e giudicano il corpo “atipico” altrui (modelle, attrici) in seguito ad un’osservazione superficiale.

 

Disturbo dipendente di personalità: caratteristiche, funzionamento interpersonale e trattamento

Un paziente apparentemente “facile” con disturbo dipendente di personalità può in realtà essere molto difficile da trattare in psicoterapia, comportando manovre di interazione specifiche già nelle prime fasi del processo terapeutico.

 

 Il disturbo di personalità dipendente (DPD; dependent personality disorder) ha una prevalenza che oscilla tra l’1% e il 5% della popolazione generale (APA, 2014; Dimaggio, 2015; Loranger, 1996). Il disturbo dipendente di personalità è frequente nei pazienti psichiatrici ricoverati (Jackson et al., 1991; Mezzich et al., 1987; Oldham et al., 1995) e nelle donne, che sono più frequentemente diagnosticate con un tale disturbo rispetto agli uomini (Bornstein, 1993, 1998; Bornstein et al., 1996; Loranger, 1996). Questi pazienti sono più soggetti a depressione, disturbi alimentari, somatizzazione e panico, rispetto a persone che presentano altri disturbi di personalità (Barzega et al., 2001; Bienvenu et al., 2009; Coyne & Whiffen, 1995; Overholser, 1996; Tisdale et al., 1990). Il disturbo dipendente di personalità, inoltre, può essere associato al disturbo d’ansia da separazione in pazienti che presentano abuso di alcol e droghe (Loas et al., 2002). Le malattie fisiologiche croniche (problemi gastrointestinali, disturbi del sonno) possono essere osservate come problemi coesistenti e potrebbero predisporre o essere la conseguenza del disturbo (Fasbender et al., 2014).

Le caratteristiche del disturbo dipendente di personalità

È stato riportato che i pazienti con disturbo dipendente di personalità presentano un modello ripetitivo di espressione di bisogni specifici, in particolare il bisogno di essere accuditi, insieme a un modello sistematico di sottomissione, mancanza di assertività e una difficoltà a prendere decisioni di routine. Questi pazienti possono sembrare accondiscendenti, ma in realtà spesso si ribellano silenziosamente alle opinioni altrui (con possibili scoppi di rabbia; Bornstein, 1998). Questo modello può avere una funzione di autoprotezione (così facendo, il paziente evita di perdere il contatto con l’altro e non deve mettersi nei panni dell’altro). Clinicamente, questo modello può assumere la forma di una tipica relazione “dipendente” – non autonoma – caratterizzata da comportamenti cosiddetti “appiccicosi” (Millon, 2011; Millon & Davis, 1996). Le difficoltà di base possono riguardare la paura del paziente di essere abbandonato o di essere separato a livello interpersonale, che porta, ad esempio, all’incapacità di prendere decisioni di routine senza il consiglio di altri, alla convinzione di non essere in grado di funzionare senza un supporto, alla paura di esprimere il disaccordo con gli altri, alla sensazione di vulnerabilità e impotenza quando si è soli e alla ricerca disperata di un’altra relazione quando questa finisce (APA, 2014; Bornstein, 1998; Bornstein et al., 1996; Shilkret & Masling, 1981; Simpson & Gangestad, 1991; Sroufe et al., 1983).

 I modelli specifici di funzionamento interpersonale (Bornstein, 2012; Carcione et al., 2001; Dimaggio, 2015) includono: scarsa autostima (ad esempio, “Se il mio ragazzo ride con i suoi amici, non ha bisogno di me e io mi sento inadeguata”); scarsa autoefficacia (ad esempio, “Senza mia madre non sono niente! Da sola sono paralizzata”); stato di disorganizzazione (ad esempio, “Voglio accontentare tutti, ma alla fine perdo la capacità di stabilire le priorità”) e scarsa metacognizione (al livello di un disturbo di personalità completo; Carcione et al., 2011; Semerari et al., 2014). Quando una persona con disturbo dipendente di personalità non è d’accordo con gli obiettivi di un’altra persona, può ribellarsi a ciò che percepisce come una costrizione interpersonale della propria identità. Di conseguenza, invece di affermare la propria identità e i propri confini, questi pazienti, nutrendo il timore di essere rifiutati e separati dall’altro, possono sviluppare sensi di colpa, vergogna, rimpianto, autocommiserazione e paura della punizione.

Il trattamento del disturbo dipendente di personalità: uno studio sulla Clarification-Oriented Psychotherapy

Un paziente apparentemente “facile” con disturbo dipendente di personalità può in realtà essere molto difficile da trattare in psicoterapia, comportando manovre di interazione specifiche già nelle prime fasi del processo terapeutico (Bornstein et al., 1996; Sachse, 2013; Sachse et al., 2015; Sachse & Kramer, 2019). Una terapia pensata per questi pazienti è la Clarification-Oriented Psychotherapy (COP), una forma di trattamento integrativo che affonda le sue radici nella psicoterapia umanistica. Questa si concentra sui fattori interni che sono alla base delle manovre di interazione (cioè schemi, emozioni, cognizioni, modelli). È così che lo studio condotto da Sachse e  Kramer (2019) si propone di valutare se la qualità dei processi di interazione (cioè i contributi del paziente e del terapeuta in seduta) aumenta durante la Clarification-Oriented Psychotherapy e se questi cambiamenti nei processi di interazione in seduta sono correlati all’esito terapeutico (cioè ai cambiamenti pre-post in depressione, autoefficacia, problemi interpersonali e dipendenza) alla fine del trattamento.

Allo studio hanno partecipato un totale di 74 pazienti di lingua tedesca con disturbo dipendente di personalità, che sono stati seguiti presso un centro di consulenza specializzato nel trattamento dei disturbi della personalità.

Dai risultati è emerso che la Clarification-Oriented Psychotherapy può essere efficace per il trattamento del disturbo dipendente di personalità. Durante la fase di lavoro, infatti, la qualità dell’interazione terapeutica è aumentata e il cambiamento dei comportamenti del terapeuta in seduta sembra predire la diminuzione dei problemi di dipendenza, ma non il cambiamento dei comportamenti del paziente in seduta. Si è notato un miglioramento nei sintomi e nei problemi specifici, tra cui la diminuzione della depressione, dei tratti di dipendenza, dei problemi interpersonali e l’aumento dell’autoefficacia.

In generale quindi, i risultati indicano una tendenza al miglioramento nei pazienti che presentano modelli di dipendenza.

La presa in carico globale della persona con ADHD

Ogni educatore, pedagogista o insegnante dovrebbe determinare accuratamente tutti quei fattori fisici ostacolanti o facilitanti che influiscono in qualche modo nelle attività e, in generale, nella vita della persona con ADHD.

 

Il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD)

 Il principio cardine dell’antropologia filosofica (e in generale di tutte le discipline che si occupano dell’uomo) prevede di prendere in considerazione, in ottica sistemica, l’essere umano considerato in tutta la sua complessa architettura. Sia in scenari normotipici, sia in condizioni di psicopatologia conclamata, nessuno dovrebbe avvicinarsi all’uomo con l’intento di frazionare fenomeni che, invece, per la loro complessità, hanno bisogno di considerazioni altrettanto globali.

La complessità è ormai il principio paradigmatico (ontologico ed epistemologico) irrinunciabile non soltanto per chi si occupa delle scienze fisico-biologiche, ma anche –forse soprattutto– per chi svolge la propria professione in ambito medico-psichiatrico e psicoterapeutico, e si occupa quindi di particolari condizioni psicopatologiche.

Sulla base di questa premessa di carattere epistemologico, anche per la persona con disturbo da deficit dell’attenzione/iperattività (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder – ADHD) non è opportuno parlare di intervento al singolare, ma bisogna sempre concepire una rete complessa di interventi, ricalibrati di volta in volta sull’unicità irripetibile delle sue particolari condizioni.

È questo, ad esempio, il principio epistemologico e antropologico su cui si basa il modello bio-psico-sociale dell’International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF-CY), sviluppato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, 2001).  Tale principio considera il pensiero della complessità indispensabile per realizzare un’ermeneutica autentica del disagio, delle difficoltà e dei bisogni speciali della persona, intercettata nella sua unicità.

La persona torna, nella logica dell’ICF-CY al centro dell’attenzione genitoriale e pedagogico-assistenziale, conservando il suo insostituibile valore umano senza rischiare nessuna forma di riduzionismo biologistico e senza finire vittima di perturbanti alienazioni sociali. Il pensiero complesso ci spinge, quindi, a mettere in relazione gli aspetti medico-biologici coinvolti nel disturbo del soggetto con i fattori contestuali (ambientali e relazionali) che a ben vedere risultano imprescindibili per una piena presa in carico del soggetto.

L’analisi del contesto ambientale risulta un aspetto assai significativo per i casi di ADHD. Ogni educatore, pedagogista o insegnante dovrebbe determinare accuratamente tutti quei fattori fisici barrieranti o facilitanti che influiscono in qualche modo nelle attività e, in generale, nella vita della persona con ADHD.

È opportuno, inoltre, considerare anche i fattori contestuali sociali (l’insieme delle relazioni significative che la persona con ADHD vive ogni giorno con i familiari, e con le figure scolastiche e specialistiche di riferimento) e comprendere se i suoi bisogni siano sempre messi nella giusta prospettiva e siano sempre valorizzate le azioni della cura, del dialogo autentico e della relazione umana.

Contrariamente alla logica dell’imperante paradigma medico-riduzionista del nostro tempo, bisogna entrare nell’ottica (antropologica, prima ancora che pedagogica e terapeutica) che i disagi e i disturbi più o meno severi della persona non sono realtà ontologiche immutabili, ma si costruiscono in relazione ad un insieme di fattori sui quali le figure preposte alla cura possono, con coscienza e determinazione, intervenire attivamente.

In altri termini, il peso che una determinata condizione neuropsichiatrica può avere nell’esistenza di una persona dipende molto dal modo in cui il contesto intorno a lui si predispone al suo accoglimento. Questo vale sicuramente per tutte le esistenze disturbate da condizioni psicopatologiche e neuropsichiatriche, ma vale ancor di più per quelle persone i cui problemi –ed è la fattispecie dell’ADHD– si attestano soprattutto sul piano comportamentale e socio-relazionale.

In questi casi l’ambiente sociale circostante patisce molte pressioni, a cominciare dallo stress causato dal tentativo di gestire i comportamenti travolgenti (tale gestione non deve perdere mai la sua umanità e mai deve venir meno al rispetto autentico per la persona con ADHD).

La logica della complessità ci invita inoltre a considerare anche la prospettiva del soggetto iperattivo. Non possiamo infatti ignorare che anche la persona iperattiva, a sua volta, accumula una gran quantità di pressioni ambientali causate principalmente dalla frustrazione dei suoi impulsi e dalla mancata realizzazione dei suoi –pur disordinati– desideri. Questo potrebbe accrescere la rabbia nella persona con ADHD, aggravando quindi un quadro già di per sé assai delicato. Non si dimentichi, infatti, che una percentuale stimata tra il 40% e il 50% dei soggetti con ADHD tende a sviluppare un disturbo oppositivo-provocatorio (DOP) che s’innesta nel già difficile quadro del soggetto, concorrendo a peggiorare la qualità delle sue relazioni.

Una percentuale stimata tra il 10-15% tende a sviluppare un disturbo della condotta (DC), che spesso assume la forma di manifestazione di aggressività diretta verso cose e persone, animali o proprietà proprie e altrui (Muratori, 2005).

Ben oltre, però, la logica schematica e asettica delle categorie nosografiche, ciò che è importante evidenziare è che al fondo di tali condotte c’è una persona sofferente, la cui esistenza lacerata trova nel disordinato e violento rifiuto delle regole una certa forma di malsana realizzazione (fintantoché gli interventi rieducativi messi in atto non abituino il soggetto a realizzare nuove strategie comportamentali).

In queste delicate circostanze è importante stabilire fin da subito un’accurata pianificazione degli interventi, e organizzarli in modo tale da non lasciar scoperta alcuna dimensione della vita della persona con ADHD. L’aspetto fondamentale da tener sempre presente in sede di programmazione degli interventi, è che essi dovranno per l’appunto adeguarsi ad un soggetto incapace –per ragioni determinate neurobiologicamente– di pianificare, programmare, mantenere l’attenzione e restare nel qui ed ora del compito.

Interventi sulla sfera relazionale delle persone con ADHD

La cura delle persone con ADHD non può certamente prescindere da un approccio relazionale che faccia dell’empatia il suo cardine principale. È opportuno ribadire energicamente una tesi che, sebbene sia valida universalmente, acquista particolare rilievo in alcune complicate circostanze: il rapporto con i soggetti con ADHD è, prima di ogni altra cosa, una relazione umana. Nessuno, né insegnante, né educatore, né specialista, può derogare, all’imperativo morale del rispetto della persona. Inoltre, non soltanto ogni intervento educativo o terapeutico deve basarsi su una relazione fondata sull’empatia, ma è importante anche far sì che il soggetto iperattivo, realizzando con tali figure una relazione di forte spessore umano, impari col tempo a sviluppare relazioni più sane.

Tutto ciò diventa tanto più doveroso quanto più il soggetto stesso, nella dirompenza dei suoi comportamenti impulsivi, tende a trascinare i protagonisti impegnati nella cura ai limiti del burnout. Pertanto è assai raccomandabile che la comunicazione verbale e non verbale degli attori in gioco mantenga elevati i livelli di affabilità, assertività e umanità. È necessario che il tono della voce, quando ci si rivolge al soggetto con ADHD, sia rassicurante e disteso, e bisogna estromettere dall’azione pedagogico-terapeutica ogni tipo di punizione e umiliazione.

L’empatia è la capacità umana di poter provare in prima persona –automaticamente oppure volontariamente, con una immedesimazione voluta e consapevole– gli stati interni di un altro. È la capacità di sentire ciò che l’altro sente e sintonizzare così i vissuti emotivi. L’empatia è sì una capacità innata sulla quale si basa la relazionalità umana, ma è anche una virtù da affinare e, in un certo senso, da allenare con la pratica effettiva della cura insieme all’altro. Imparare a mettere da parte il proprio io per sentire ciò che l’altro sente è importante indistintamente per tutti, sebbene acquisti grande importanza soprattutto per chi è impegnato in relazioni di aiuto.

 Collocarsi al centro del mondo del soggetto con ADHD non è certamente semplice. Bisognerebbe infatti riuscire a immedesimarsi al punto da sperimentare la triade dei sintomi primari (impulsività, disattenzione e iperattività) per cercare di comprendere l’estrema difficoltà che egli incontra nello svolgimento anche del più semplice compito quotidiano. Ma porsi al centro del mondo ADHD aiuta anche a comprendere gli aspetti sui quali è più urgente lavorare con interventi mirati. Forse al lettore basterà un solo esempio per comprendere come ciò che a noi –in condizioni normali– può sembrare normale, come lo scorrere del tempo durante un compito più o meno significativo, per la persona con ADHD può facilmente diventare, invece, una situazione particolarmente ansiogena e perturbante. La percezione del tempo per il soggetto con ADHD è assai peculiare, soprattutto a causa della scarsa resistenza attentiva che li contraddistingue. Dal punto di vista fenomenologico si potrebbe dire che la loro percezione del tempo è assai frammentata e discontinua, poiché anche in un arco temporale assai breve, molto spesso ogni loro attività è sospesa e perturbata da impetuosi impulsi pressoché ingovernabili. Il loro tempo non scorre in modo continuativo, ma si dissolve in un’infinità disparata di direzioni diverse, prive molto spesso di logiche comprensibili e di coerenza.

Questo genere di immedesimazione fenomenologica provoca un brivido a noi che al tempo –pur sprecandone tanto– riusciamo comunque a dare una direzione (non certo cronologica, ma di senso). Si tratta di esperienze che non di rado raggiungono punte di profonda drammaticità. Eppure tutto ciò ci conferma che una delle strategie di elezione è proprio quella di una strutturazione del tempo ben precisa che sia resa nota al soggetto con ADHD, unitamente ad altre preziose informazioni (durata di ogni singola fase di lavoro, difficoltà del compito, prima pausa utile) in grado di alleviare la paura dell’imprevedibilità, il senso di impotenza e l’ansia anticipatoria.

L’importanza di un lavoro mirato sulla componente emotiva del disturbo

In questo quadro già assai ricco va compreso anche l’importante capitolo del lavoro sugli aspetti emotivi della persona con ADHD. I soggetti con particolari difficoltà attentive e con gravi disregolazioni emotive necessitano di un importante lavoro sulle componenti emotive, che prenda le mosse da un’adeguata conoscenza delle emozioni, la cui natura è da loro frequentemente ignorata. Questa ignoranza è dovuta al fatto che i loro vissuti emotivi sono esperiti in modo assai turbolento, caotico e disordinato e in simili circostanze è davvero difficile riuscire a riconoscere e classificare nel proprio vocabolario emotivo le emozioni sperimentate e sperimentabili colte nelle loro sottili differenze e sfumature. È importante quindi insegnare al soggetto iperattivo a saper riconoscere le più basilari manifestazioni dell’attivazione emotiva e a saper interpretare correttamente il proprio linguaggio corporeo. Nelle prime fasi del lavoro psico-pedagogico è importante far acquisire al soggetto con ADHD un buon vocabolario emotivo, prendendo le mosse dalle emozioni di base per poi procedere progressivamente e cautamente verso un’alfabetizzazione emotiva più complessa. In questa fase è importante che la figura di riferimento che ha in cura il soggetto riesca a strutturare una relazione sufficientemente sana da consentire, in una consolidata atmosfera di fiducia, di fargli vivere  –magari grazie alla realizzazione di giochi di ruolo e di realtà– tutto il ventaglio esperibile delle emozioni primarie.

Questa sperimentazione controllata delle emozioni primarie è in grado di creare una familiarità della persona con ADHD con la propria sfera delle manifestazioni emotive, togliendo ad esse quell’aura misteriosa di fenomeni incontrollabili, e rendendoli quindi episodi fisiologici che vanno invece gestiti e vissuti con la massima consapevolezza. Il beneficio derivante da questo genere di interventi consiste nel fatto che la sperimentazione controllata delle emozioni offre al soggetto iperattivo l’occasione preziosa di apprendere, in modo positivo e costruttivo, strategie comportamentali diverse rispetto a quelle che usualmente, alla prima attivazione emotiva, avrebbe impulsivamente messo in atto.

A questo scopo potrebbe rivelarsi assai utile come attività di apprendimento emotivo quella del mimo (realizzazione sia a scuola sia a casa, in ambiente familiare). La figura di riferimento potrebbe preparare un certo numero di scenette, ognuna delle quali dovrebbe coinvolgere almeno un paio di protagonisti in reciproca interazione. Dopo aver spiegato al soggetto, con linguaggio semplice e diretto, il compito specifico, lo si dovrebbe invitare a mimarla cercando di immedesimarsi nell’emozione osservata. Si dovrebbe poi invitare il soggetto a descriverne le cause e le sensazioni e a riflettere su quanti modi diversi (funzionali e disfunzionali) ci sono per esprimere un’emozione.

Il secondo gruppo di interventi riguardano la tolleranza emotiva. Sempre nell’ambito di una relazione positiva e accogliente, il lavoro dovrebbe quindi orientarsi verso un maggiore consolidamento della capacità del bambino di riuscire a tollerare una crescente attivazione emotiva senza mettere in atto subito comportamenti disfunzionali. In questa fase è essenziale che il bambino cominci ad esporsi in modo sempre più prolungato alle emozioni intense imparando a viverle in modo controllato, consapevole e sereno senza lasciarsi passivamente travolgere da esse.

L’elaborazione delle emozioni è un altro passo importantissimo, da non sottovalutare. Non soltanto occorre individuare le situazioni elicitanti (quelle cioè che attivano i comportamenti disfunzionali), ma è importante anche che, ad un certo punto del percorso educativo, il soggetto con ADHD sia in grado di cominciare a riconoscere in autonomia, e a saper poi ricostruire, in quali situazioni e a causa di quali fattori scatenanti ha realizzato poi comportamenti irregolari e disfunzionali.

Il soggetto, cioè, deve saper riconoscere tutti quei fattori in grado di attivarlo oltremisura per poter intervenire su di essi in modo autonomo o, se non altro, per poterli evitare oppure, se ciò dovesse essere impossibile, per poter scegliere strategie comportamentali alternative.

Infine è importante che il soggetto impari a modulare le emozioni, la cui manifestazione troppo intensa potrebbe avere conseguenze negative. Questo è un lavoro che necessariamente dovrebbe svolgersi nell’ambito di un percorso psicoterapeutico, nel quale il soggetto potrebbe beneficiare di tecniche di rilassamento e di gestione della rabbia e della frustrazione.

Questo genere di interventi potrebbe basarsi sull’attività immaginativa del soggetto. Si potrebbe chiedere al bambino iperattivo di immaginare scene particolarmente stressanti e ansiogene. Si potrebbe poi chiedere quali emozioni proverebbe se si trovasse in una situazione simile, oppure come gestirebbe un’esperienza così stressante, o ancora che comportamento metterebbe in atto se si trovasse a vivere veramente una simile occasione. Si dovrebbero poi elaborare insieme a lui tutte le risposte fornite per cercare di realizzare una più funzionale ristrutturazione interiore, sostituendo le modalità disfunzionali di gestione emotiva con strategie di coping più adattive.

Sono queste, in definitiva, le grandi linee del lavoro sulla dimensione emotiva importanti per intervenire sulla qualità delle esperienze interiori della persona con ADHD.

 

L’uso di test psicodiagnostici nei casi di abuso sessuale del minore

Di seguito alcuni dei test psicodiagnostici obiettivi e proiettivi usati nei casi in cui si sospetta l’esperienza di abuso sessuale nel minore.

 

 In caso di abuso su minore, o sospetto tale, si cerca di sondare il più possibile lo stato d’animo e i vissuti del bambino; in questo contesto si può evidenziare come il test della figura umana sia molto utilizzato anche nella terapia con i bambini con indicatori grafici, se non precisissimi, quantomeno utili ad una lettura che verrà poi integrata da interviste, esami medici o test proiettivi e semi-proiettivi.

I test maggiormente utilizzati per indagare ciò che il bambino non riesce a verbalizzare sono i seguenti.

  • Il test figura umana di Machover: il soggetto riproduce una proiezione dell’immagine di sé; nel caso di bambini abusati abbiamo la rappresentazione della figura dell’abusante. Non essendo una prova di bravura, il soggetto viene lasciato molto libero di disegnare come meglio preferisce, rimanendo sempre in un foglio A4 e utilizzando una matita. È importante che disegni la figura intera, annotare quanto tempo e in che ordine viene disegnata la figura, e successivamente far disegnare su un altro foglio una figura umana del sesso opposto alla prima. Lo sviluppo del disegno è correlato al variare dell’età, un campanello d’allarme può essere notare che lo sviluppo del bambino a livello grafico non coincide con l’età cronologica del soggetto stesso.
  • Il disegno dell’albero nel test di Koch: è un test in cui si richiede al bambino di disegnare un albero. In questo test è molto importante il simbolismo spaziale che si riferisce alla divisione del foglio in zona alta, bassa, destra o sinistra, rappresentanti rispettivamente la zona spirituale, quella materiale che coincide anche con l’inconscio, un’attitudine all’introversione oppure all’estroversione. Nel disegno è opportuno valutare la forma di rami, se sono presenti foglie, se vi sono ombre, frutti o stereotipie.
  • Il disegno della famiglia: proietta sentimenti, desideri o conflitti interni. Come per il disegno dell’albero, anche in questo caso al minore è richiesto di disegnare una famiglia inventata e si prende nota alla fine, con delle domande specifiche, di cosa si è disegnato. Questo test ha tre livelli di interpretazione (grafico, formale e dei contenuti) che permette un’analisi delle diverse funzioni del bambino, come la presenza di abusi o la gelosia.
  • Le bambole anatomicamente corrette: sono bambole utilizzate in ambito peritale per cercare di ricreare una descrizione della situazione di abuso. Il test in questione deve essere preso e somministrato con le giuste cautele, questo tipo di bambole infatti potrebbe accendere la curiosità del minore e suscitare, quindi, nell’intervistatore delle sensazioni che in realtà il bambino non sta riferendo.
  •  Il test di Rorscharch: può essere impiegato insieme ad altri strumenti nella delineazione della personalità del minore vittima di abusi, non è esattamente pensato per la ricerca dell’abuso quanto per la ricerca degli aspetti mentali del bambino. È uno dei test proiettivi più famosi al mondo, è spesso utilizzato per rilevare i modelli di pensiero sottostanti, inoltre viene usato per distinguere le disposizioni psicotiche da quelle non psicotiche nel modo di pensare di un soggetto. Comunemente conosciuto come “test delle macchie d’inchiostro”, è costituito da tavole opportunamente costruite con macchie che possono evocare figure diverse nei soggetti, a seconda della personalità, delle risorse inconsce e delle problematiche della persona.
  • Le favole della Düss: 10 inizi di storie che il bambino dai 3 anni in poi deve completare. In base al tipo di risposte, al tipo di storie che si vengono a creare o alle reazioni generali del bambino, possiamo avere un quadro su come il bambino interpreta la propria realtà.
  • Il Blacky Picture Test: questo test vuole portare alla luce i sentimenti e le sensazioni inconsce del soggetto. È composto da alcune tavole che ritraggono un cagnolino in diverse scene che rappresentano in maniera non immediatamente accessibile al bambino lo sviluppo psicosessuale. Risulterà chiaro quindi come la reazione del bambino o il racconto di alcuni episodi accaduti allo stesso potrebbero essere proiettati su queste tavole, che potrebbero portare a capire se effettivamente c’è un abuso in corso.

L’uso dei test psicodiagnostici sia obiettivi che proiettivi non è sufficiente per poter tratteggiare l’esperienza di abuso sessuale nel minore. Tuttavia, l’uso del disegno con il minore in difficoltà è importante perché “Non è l’uomo che va curato ma le immagini del suo ricordo perché il modo in cui ci raccontiamo e immaginiamo la nostra storia, influenza il corso della nostra vita” (Hillman, 1983).

Qual è la natura della bellezza?

Con un’industria della bellezza in continua espansione e una crescente preoccupazione per la rappresentazione di sé sui social media, il ruolo della bellezza nella società umana sta attualmente attirando l’attenzione di biologi, neuroscienziati e psicologi come mai prima d’ora.

 

 I progressi nei metodi di neuroimaging hanno permesso di cercare le basi biologiche dell’apprezzamento della bellezza, e anche la crescente evidenza di meccanismi coinvolti nell’accoppiamento degli animali ha sollevato domande sul ruolo che la bellezza svolge nel guidare la selezione sessuale (Skov, 2020). Questi e altri fattori hanno permesso e incoraggiato la ricerca scientifica a indagare perché alcuni oggetti sono percepiti come belli mentre altri no, e come la bellezza influisce sulle scelte e sulle interazioni sociali. Tuttavia, nonostante una notevole produzione di pubblicazioni, non vi è un accordo univoco rispetto all’origine di questo fenomeno.

La rassegna di Skov e Nadal (2020) sintetizza ciò che recenti esperimenti hanno rivelato sulla natura della bellezza.

La bellezza tra arte e filosofia

La bellezza è prima di tutto un’idea filosofica. Nella tradizione occidentale, il concetto di bellezza risale agli antichi greci, secondo i quali la bellezza era concepita come una proprietà degli oggetti, non come una risposta soggettiva ad essi (Beardsley, 1966). Questa teoria ha prevalso per quasi 2000 anni, finché diversi fattori hanno contribuito alla sua scomparsa nel corso del XVIII secolo. L’arte classica, che ne era stata la giustificazione tangibile, lasciò il posto all’arte barocca e romantica. Ma soprattutto, in risposta al razionalismo cartesiano e ai principi universali della ragione, l’empirismo elevò l’esperienza umana a sede della conoscenza e del sentimento. In linea con ciò, gli empiristi britannici rifiutarono la nozione di bellezza che risiede negli oggetti a favore di una nozione di bellezza come qualità della comprensione umana. La chiave per comprendere la bellezza non si trovava più nelle proprietà degli oggetti, ma in alcune qualità del giudizio estetico che lo rendevano affidabile e legittimo.

La bellezza nella psicologia e nelle neuroscienze

Attualmente, in psicologia e nelle neuroscienze, la bellezza è intesa come una forma di valutazione sensoriale, cioè una risposta affettiva che le persone possono sperimentare quando incontrano oggetti sensoriali (ovvero che stimolano i 5 sensi; Skov, 2019). Negli ultimi 150 anni, influenzati dalla tradizione filosofica sopra descritta, centinaia di studi comportamentali hanno cercato di determinare quali caratteristiche sensoriali le persone trovano belle manipolando sistematicamente le proprietà dello stimolo che veniva presentato in sede sperimentale. Sebbene questi studi abbiano riscontrato che alcune proprietà dello stimolo sono associate in modo affidabile alle risposte di bellezza nella maggior parte delle persone, hanno anche rivelato che le risposte di bellezza non sono fisse (Corradi, 2020). Non solo le persone differiscono nel trovare bella una proprietà dello stimolo ma, a seconda del contesto e delle circostanze, anche la stessa persona può trovare bello uno stimolo in un’occasione ma non in un’altra.

 Esperimenti in cui lo stesso gruppo di stimoli veniva valutato in base a diversi tipi di giudizi valutativi, come la piacevolezza, il gradimento o la bellezza, hanno costantemente riscontrato che i giudizi di bellezza sono altamente correlati con quelli di piacere. Russell e George (1990) avevano dimostrato che, sebbene i giudizi di piacevolezza e preferibilità fossero altamente correlati, le diverse caratteristiche percettive variavano nel grado in cui influenzavano i tre tipi di giudizi valutativi (ovvero, piacevolezza, gradimento, bellezza). Ad esempio, lo stile pittorico era un forte predittore di piacevolezza, ma un debole predittore di preferibilità. Questi risultati suggeriscono che le diverse forme di giudizio valutativo portano le persone a soppesare aspetti diversi dello stimolo quando ne valutano il valore estetico.

Più tardi, Brielmann e Pelli (2019) chiesero a un gruppo di soggetti con diverse capacità di provare piacere (alcuni dei quali presentavano alti gradi di anedonia) di valutare le immagini in base alla loro bellezza percepita. I risultati di questo studio indicano che l’incapacità di provare piacere riduce effettivamente la possibilità di percepire le immagini come belle.

Non è ancora chiaro cosa definisca la bellezza di un’esperienza. I dati del lavoro di Brielmann e Pelli (2019) rivelano che le persone considerano belli solo gli stimoli per i quali provano un piacere intenso. Altre aspettative che le persone possono avere per gli oggetti ritenuti belli potrebbero includere la tipologia dello stimolo, la complessità, l’originalità o l’unicità, fattori utilizzati per definire la bellezza nella tradizione filosofica. Inoltre, da un punto di vista biologico, l’apprezzamento della bellezza è radicato in meccanismi che regolano i bisogni fondamentali che orientano gli animali verso o lontano da oggetti e luoghi che sono significativi per la sopravvivenza, conferendo loro un valore di ricompensa.

Conseguenze della bellezza percepita

Proprio come altre forme di valutazione edonica influenzano il modo in cui interagiamo con gli oggetti che incontriamo, la bellezza percepita influenza in modo sostanziale il modo in cui valutiamo i comportamenti e gli attributi personali degli altri. In particolare, agli individui attraenti vengono attribuite qualità personali e interpersonali più positive rispetto agli individui meno attraenti. Questa associazione emerge molto presto nello sviluppo e influenza il modo in cui le persone trattano gli altri. Sembra che le persone attraenti siano trattate meglio e ricevano migliori opportunità rispetto a quelle considerati non attraenti (Frevert, 2014). Allo stesso modo, con un facile accesso a una pletora di opzioni per molte classi di prodotti di consumo, le persone trovano sempre più difficile scegliere sulla base del prezzo, delle specifiche tecniche o della qualità. Le scelte dei consumatori sono quindi spesso guidate principalmente dalle caratteristiche estetiche del design dei prodotti, degli imballaggi, degli espositori e degli interni dei negozi, dei siti web e degli spot pubblicitari (Patrick, 2016). La bellezza dei prodotti di consumo e dei negozi che li vendono influenza le intenzioni di acquisto, il passaparola e la disponibilità a pagare (Reimann et al., 2010).

Conclusioni

I risultati della rassegna presentano un quadro complesso rispetto alla natura della bellezza, un quadro che tuttavia può permettere a psicologi e neuroscienziati di iniziare a delineare le caratteristiche computazionali, funzionali e fisiologiche che caratterizzano le risposte e i giudizi di bellezza.

Una metanalisi sull’efficacia della videoterapia online comparata con la psicoterapia in presenza

In una recente meta-analisi di Fernandez e colleghi (2021) si è voluto verificare a livello meta-analitico l’efficacia della videoterapia erogata online (VDP) a confronto con la psicoterapia in presenza (IPP) analizzando sia il target della terapia in termini di diagnosi sia l’approccio terapeutico utilizzato.

 

La psicoterapia tradizionalmente e sin dagli albori è stata erogata in presenza, cioè attraverso incontri fisici tra terapeuta e paziente, nello studio del terapeuta caratterizzati da prossimità fisica all’interno di un setting clinico, educativo o forense. Con il termine inglese in-person psychotherapy (IPP) quindi ci si riferisce alla psicoterapia erogata dal vivo, definita anche in letteratura come psicoterapia in presenza. 

Dalla psicoterapia in presenza alla videoterapia

Tuttavia, i rapidi progressi della tecnologia, nonché alcune condizioni contingenti legate alle misure di distanziamento sociale, isolamento e quarantene che hanno caratterizzato la pandemia da COVID-19 hanno oltremodo accelerato l’esigenza di considerare e implementare modalità alternative di erogare servizi medici e legati alla salute mentale basate sulla tecnologia (Burgoyne & Cohn, 2020; Grohol, 1999).

In tal senso, diversi interventi di salute mentale vengono tuttora forniti e definiti come “digital mental health interventions” (DMHIs), telepsicoterapia, tele psichiatria, telemedicina, terapia da remoto, e-therapy. Considerando la videoterapia, è stata descritta come innovativa modalità di erogare la psicoterapia che risulta essere sincrona, “faccia a faccia ma non nello stesso luogo” (Franklin et al., 2017).

In questo articolo ci riferiremo alla videoterapia con il termine “video-delivered psychoterapy(VDP), intesa come modalità di psicoterapia che mette in comunicazione il terapeuta e il paziente attraverso Internet, utilizzando un dispositivo tecnologico dotato di webcam e microfono che consente di avere scambi interattivi sincroni a livello video e audio.

Una meta-analisi sull’efficacia della videoterapia e della terapia in presenza

Alcune review pubblicate in letteratura evidenziano che tale metodo di erogazione è considerato fattibile e ben accettato da molte tipologie di pazienti (Backhaus et al., 2012; Bouchard et al., 2004), non soltanto per coloro che vivono in aree remote con maggiori difficoltà ad accedere ai servizi di salute mentale in presenza, ma anche da coloro che possono avere impedimenti logistici e da coloro che vivendo in aree urbane, evitando gli svantaggi legati al tempo e costi negli spostamenti per raggiungere lo studio del terapeuta.

In una recente meta-analisi di Fernandez e colleghi (2021) si è voluto verificare a livello meta-analitico l’efficacia della videoterapia erogata online (VDP) a confronto con la terapia in presenza (IPP) analizzando sia il target della terapia in termini di diagnosi sia l’approccio terapeutico utilizzato. Nella meta-analisi sono stati inclusi 56 studi con disegno di ricerca entro i gruppi (1681 soggetti) e 47 studi con disegno di ricerca tra i gruppi (3564 soggetti).

In particolare, per comprendere l’efficacia della VDP negli studi considerati in funzione di diverse condizioni diagnostiche, sono stati analizzati alcuni sottogruppi in riferimento al target del trattamento erogato: l’effect size nel pre-post test per le terapie VDP è stato disaggregato per diverse condizioni diagnostiche quali disturbi d’ansia, depressione, disturbo da stress post-traumatico (PTSD), disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi alimentari e altre difficoltà psicologiche varie. Inoltre, nella meta-analisi si è voluto analizzare l’effect size e dunque l’efficacia della videoterapia erogata online (VDP) comparata con la terapia in presenza (IPP) per diverse tipologie di psicoterapia: la terapia CBT (terapia cognitivo-comportamentale) è stata quindi comparata con approcci non CBT nella modalità VDP.

I risultati della meta-analisi

Dai risultati della meta-analisi di Fernandez et al. (2021) sono emersi diversi aspetti interessanti, tra cui una grande dimensione dell’effetto statisticamente significativa per la VDP. Da tale risultato si evince che in generale la videoterapia erogata online presenta significativi livelli di efficacia clinica nella comparazione con gruppi di controllo (soggetti in lista d’attesa per il trattamento) e non evidenzia differenze significative in termini di efficacia rispetto alla psicoterapia erogata in presenza (IPP).

Considerando invece il target di trattamento, è emerso che la videoterapia erogata online avrebbe un’efficacia maggiormente pronunciata nel caso del trattamento di tre condizioni cliniche: i disturbi d’ansia, la depressione e il disturbo post-traumatico da stress con effect size particolarmente elevati per tali categorie diagnostiche. Per quanto riguarda la tipologia di terapia erogata, i risultati dimostrano che l’efficacia della terapia VDP è risultata più elevata se la tipologia di trattamento erogato era cognitivo – comportamentale (CBT) (g = 1.34) rispetto a trattamenti non CBT (g = 0.66), seppure in entrambe le condizioni la VDP si è comunque rivelata efficace.

In generale, quindi la VDP appare particolarmente adatta per la psicoterapia cognitivo-comportamentale, e per alcune categorie diagnostiche, quali ansia, depressione e PTSD. 

Superando alcuni iniziali scetticismi, anche grazie al proliferare di studi e meta-analisi, la videoterapia o video-delivered psychotherapy (VDP) si configura ad oggi come una modalità di erogazione della psicoterapia che non solo è fattibile e ben accolta dai pazienti, ma che produce risultati simili alla terapia erogata in presenza (IPP) in termini di efficacia clinica. Ulteriori studi dovranno approfondire il tema, considerando anche forme integrate di protocolli di trattamento stepped-care, che possano includere alcune sessioni di videoterapia in alternanza a sedute in presenza in funzione di specifici obiettivi terapeutici.

In generale, tali considerazioni sono in linea con una recente review (Naskar et al., 2017) sulla telepsichiatria in diversi paesi (tra cui Finlandia, Australia, India, Regno Unito, Stati Uniti e Sudafrica) in cui vengono illustrati come emergenti diversi servizi di salute mentale erogati attraverso teleterapia e supportandone dunque l’efficacia e l’utilità verso un modello consolidato (McCord et al., 2020).

 

L’intervento cognitivo-comportamentale per l’età evolutiva – Recensione

Il libro “L’intervento cognitivo-comportamentale per l’età evolutiva” descrive in modo esemplare la fase di accoglienza dei genitori e del bambino/adolescente ed in seguito le varie tecniche cognitivo-comportamentali che è possibile utilizzare in psicoterapia.

 

Avere una guida chiara quando si intraprende il lavoro con i bambini e gli adolescenti è molto importante per un clinico, sia, nello specifico, se si è nella fase iniziale della propria carriera professionale, sia soprattutto per le difficoltà di lavoro con questa tipologia di utenti. Infatti, essendo in una fase evolutiva, quindi ricca di rapidi cambiamenti, ed essendo anche particolarmente soggetti all’influenza dell’ambiente esterno (in particolare quello familiare), non è facile capire se ci sia un problema di rilevanza clinica e di che tipologia specifica, perciò avere strumenti da poter utilizzare e un modus operandi generale che possa orientare sul da farsi risulta particolarmente rassicurante per il clinico.

Cerca di fornire questo orientamento e questi strumenti il libro di Mario Di Pietro “L’intervento cognitivo-comportamentale in età evolutiva” pubblicato da Erickson nel 2013. Già dal titolo si intende che si tratta di un testo che approfondisce gli aspetti dell’intervento terapeutico vero e proprio secondo un ben preciso orientamento teorico e in tal senso potrebbe non interessare a chi si sente distante da quell’orientamento. Tuttavia, il libro contiene alcuni capitoli di interesse generale per il clinico indipendentemente dalla sua formazione, utili a orientarsi appunto durante la fase di accoglienza e diagnosi del minore che accede al servizio.

Il libro descrive in modo esemplare la fase di accoglienza dei genitori e del bambino/adolescente con alcuni utili consigli, alcuni aspetti tipici di questa fascia di età che possono aiutare nella distinzione tra ciò che può considerarsi normale e ciò che invece può essere di rilevanza clinica, una riflessione sull’area del problema principale del paziente (se internalizzante o esternalizzante), infine la presentazione di alcuni strumenti (ovvero questionari) di facile e rapido utilizzo che sono inclusi nel CD-Rom allegato al libro e che permettono di fare un rapido screening dei problemi iniziali del giovane paziente.

 La restante parte del testo, che è quella principale, è costituita dalla descrizione delle varie tecniche cognitivo-comportamentali che è possibile utilizzare in psicoterapia, direttamente in seduta o attraverso i genitori. E sebbene appunto si tratti di informazioni che alcuni clinici, data la loro formazione, magari non utilizzeranno, può essere molto utile studiare alcune di queste che sono –a mio avviso– più trasversali e comunque possono essere utilizzate (e nella pratica certamente lo sono) anche da chi non aderisce a quello specifico orientamento teorico. Per esempio, alcuni interventi utili a rafforzare la consapevolezza emotiva o legati all’uso dei rinforzi e delle “punizioni” per modificare il comportamento, aspetto quest’ultimo che costituisce un elemento molto importante nel lavoro di potenziamento delle competenze educative dei genitori.

Un libro, come dicevo, dal chiaro taglio pratico (i capitoli sono brevi, ben strutturati e facilmente leggibili), che costituisce un’importante lettura per chi volesse avvicinarsi per la prima volta al lavoro con i pazienti in età evolutiva e affrontarlo in un modo strutturato ed economico, cosa molto importante in particolare per chi, lavorando come psicologo in ambito pubblico, si confronta sempre di più con la necessità di ottimizzare tempo e risorse a disposizione per la valutazione dei pazienti.

Ansia, depressione e disturbo da stress post-traumatico nei migranti

Uno studio pubblicato recentemente (Henkelmann et al., 2020) ha condotto una revisione sistematica ed una meta-analisi riguardante la prevalenza di disturbi d’ansia, disturbi depressivi e disturbo da stress disturbo post-traumatico in campione di rifugiati adulti, bambini ed adolescenti.

 

La salute dei rifugiati

 La maggior parte dei rifugiati, obbligati a lasciare il loro paese per via di violenze, persecuzioni o guerre, sono esposti a stress ed eventi traumatici che avvengono sia nel loro luogo di origine, sia durante il viaggio verso aree sicure (Schick et al., 2016). Durante il reinserimento, inoltre, devono spesso affrontare il peso della solitudine, della disoccupazione e dell’incertezza riguardo al futuro e alle procedure di accoglienza. Tutti questi fattori possono contribuire all’insorgenza di svariati disturbi mentali (Burnett, 2001; Porter & Haslam, 2005).

Dai vari studi (per esempio, Morina et al., 2018) riguardanti lo stato di salute dei rifugiati, è emersa una grande difficoltà nello stimare la prevalenza di psicopatologie in questa popolazione; infatti, le revisioni mostrano una variazione molto ampia, che può andare dal 3% all’88% per il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e dal 5% all’80% per la depressione. Questi dati sono stati confermati da una revisione condotta nel 2018 (Morina et al., 2018) che ha rilevato grandi differenze non solo riguardo ai tassi di prevalenza dei disturbi dell’umore, ma anche per i disturbi da dipendenza da alcol e per i sintomi psicotici, concludendo che questi risultati, così diversi fra loro, siano causati da una mancanza di studi in merito.

Informazioni accurate ed aggiornate sulla salute mentale dei rifugiati sarebbero necessarie per una valutazione più precisa dei loro bisogni e dei rischi, in modo da sviluppare politiche di salute pubblica più mirate per l’accoglienza e la prevenzione (Henkelmann et al., 2020).

Ansia, depressione e PTSD tra i rifugiati

Uno studio pubblicato recentemente (Henkelmann et al., 2020) ha condotto una revisione sistematica ed una meta-analisi riguardante la prevalenza di disturbi auto-riferiti e diagnosticati in campione di rifugiati adulti, bambini ed adolescenti, reinseriti nei Paesi ad alto reddito. In particolare, sono stati valutati i disturbi d’ansia, i disturbi depressivi ed il disturbo da stress disturbo post-traumatico.

Lo studio, analizzando in totale 66 articoli, stima che 1 rifugiato su 3 presenta una diagnosi di depressione e di disturbo da stress post traumatico, mentre la presenza di disturbi di ansia è stata stimata essere di 1-2 rifugiati ogni 10. Questi dati suggeriscono sofferenza mentale frequente che potrebbe ostacolare il funzionamento degli individui e conseguentemente le loro capacità adattive (UNHCR, 2019; Edlund et al., 2018).

 Nonostante le percentuali riportate siano simili a quelle di altre popolazioni con vissuti di traumi e con associazioni significative di disturbo da stress post-traumatico, depressione e disturbi di ansia (Dorahy et al., 2016; Spinhoven et al., 2010), la prevalenza di disturbi tra i rifugiati è risultata essere maggiore. Questo sembrerebbe suggerire che i fattori post-immigrazione, come viaggi pericolosi, procedure lunghe di asilo, separazione familiare, disoccupazione e discriminazione, in aggiunta ai fattori di pre-immigrazione, come l’esposizione a guerre, torture, o persecuzioni, incidono ulteriormente sulla gravità e sulla prevalenza dei disturbi mentali (Kartal et al., 2019; Li et al., 2016; Siriwardhana et al., 2014).

I dati riguardanti i bambini e gli adolescenti si sono dimostrati simili a quelli degli adulti, tuttavia gli studi a riguardo sono molto pochi, solo 5 articoli riguardanti l’ansia e 7 riguardanti il disturbo da stress post-traumatico, pertanto non possono essere considerati sufficienti per fornire una stima di prevalenza attendibile (Henkelmann et al., 2020).

Come intervenire

Visto che non è possibile agire sui fattori pre-immigrazione, per poter attuare strategie di prevenzione mirate ad aiutare i rifugiati che hanno bisogno di cure, è fondamentale individuare i fattori post-immigrazione che influiscono sull’insorgenza di disturbi mentali (Giacco & Priebe, 2018). Per questo, nello studio (Henkelmann et al., 2020) sono state indagate le differenze tra i rifugiati e l’unico aspetto che è stato osservato come rilevante riguarda il disturbo da stress post-traumatico, più frequente tra gli adolescenti che negli adulti. Questo dato conferma uno studio precedente (Fazel et al., 2005), tuttavia sono pochi gli studi a riguardo.

Purtroppo, i pochi studi sulla tematica non permettono di fornire ulteriori dati riguardanti la significatività di età, genere, differenti traumi ed eventi di vita stressanti o caratteristiche personologiche; sarebbero necessarie ulteriori ricerche per maggiori confronti.

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (UNHCR, 2019; OCHA, 2017) ha dichiarato l’importanza di considerare i disturbi mentali dei rifugiati, al fine di poter sviluppare politiche efficaci. I dati dello studio (Henkelmann et al., 2020) hanno mostrato che la vulnerabilità ai disturbi mentali permane anche dopo anni nel nuovo stato. Questi dati dovrebbero sottolineare l’importanza di condurre nuove ricerche sulla prevenzione e sull’intervento in una popolazione così ad alto rischio di insorgenza di sofferenza mentale.

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