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Giocare ai videogiochi è davvero dannoso? Psicologia dei new media

 

 

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Giocare ai videogiochi, compresi quelli violenti, può incrementare le abilità sociali, la capacità di apprendimento e addirittura la salute in bambini e adolescenti.

È quanto emerge da una revisione globale della ricerca sulla violenza nei videogiochi e nei media interattivi condotta dall’APA, che pubblicherà le sue conclusioni entro la fine dell’anno. Lo studio nasce dalla discussione sugli effetti dei media violenti sui giovani: “per decenni si sono ottenuti dati di ricerca sugli effetti negativi del gioco: dipendenza , depressione e aggressività, e questo non deve essere ignorato “, dice Isabela Granic, PhD, della Radboud University Nijmegen in Olanda “tuttavia, per capire l’impatto dei videogiochi sui bambini e sullo sviluppo degli adolescenti, è necessaria una prospettiva più equilibrata.”

Se alcuni dati ricerca sostengono che giocare ai videogiochi renda intellettualmente pigri, secondo altri giocare può rafforzare una vasta gamma di abilità cognitive: come la navigazione spaziale, il ragionamento, la memoria e la percezione. E questo è particolarmente vero per i videogiochi in cui si spara, quindi spesso violenti.

Una meta- analisi del 2013 ha evidenziato che giocare a questo tipo di videogiochi ha migliorato la capacità del giocatore di pensare in tre dimensioni, così come se avesse frequentato corsi accademici volti a potenziare queste stesse competenze. Questo potenziamento delle abilità non è stato osservato in relazione ad altri tipi di videogiochi come i puzzles o i giochi di ruolo.

I videogiochi aiutano anche a sviluppare capacità di problem solving: secondo i risultati di uno studio a lungo termine pubblicato nel 2013, più un adolescente ha riferito di giocare a videogiochi strategici, come ad esempio i giochi di ruolo, più ha migliorato il problem solving e i voti di scuola l’anno successivo.

Anche la creatività dei bambini è arricchita con il gioco di qualsiasi tipo di video game, ma non quando per farlo utilizzano altre forme di tecnologia, come ad esempio il computer o il telefono cellulare.

Inoltre giochi semplici, di facile accesso e che possono essere riprodotti rapidamente, come “Angry Birds“, sono in grado di migliorare l’umore dei giocatori, favorire il rilassamento e scongiurare l’ansia

Gli autori hanno anche messo in evidenza la possibilità che i videogiochi siano strumenti efficaci per l’apprendimento di resilienza di fronte al fallimento: imparare a perdere quando si gioca aiuta a costruire la capacità di resilienza emotiva che può essere utile nella vita di tutti i giorni.

Un altro stereotipo che viene sfatato è quello del giocatore solitario:  più del 70 per cento dei giocatori infatti gioca con un amico, e milioni di persone in tutto il mondo partecipano a giochi virtuali collettivi come “Farmville” e “World of Warcraft“; questi giochi diventano comunità sociali virtuali, dove si impara a decidere rapidamente di chi ci si può fidare e di chi no e come prendere decisioni in gruppo.

A tal proposito uno studio del 2011 ha evidenziato che chi gioca ai videogiochi che incoraggiano la cooperazione, anche quelli violenti, ha più probabilità di essere utile agli altri durante il gioco di chi gioca a giochi competitivi.

 

 

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BIBLIOGRAFIA:

Psicopatologia oggi: la struttura del Sé nei Disturbi Alimentari

Sabba Orefice

 

 

Psicopatologia oggi- la struttura del Sé nei disturbi alimentari. -Immagine: © sophiegut - Fotolia.comLa distorsione dello stimolo della fame inizia a instaurarsi rapidamente. Le madri che riportano situazioni di maternità critica descrivono spesso, per esempio, che dopo un iniziale periodo di generica “passività”, è accaduto qualcosa alla neonata: quello che chiamiamo il disturbo subclinico può consistere in alcuni casi in una tendenza al ritiro momentaneo dal seno (o dal biberon!) o in un altrettanto momentaneo rifiuto di poppare, in alcuni casi alternato a un mangiare allarmato che può essere percepito come “avido”: “Succhiava come se fosse l’ultimo pasto”. 

Questo articolo si pone come una succinta, e necessariamente non esaustiva, esemplificazione di una proposta di riorganizzazione della psicopatologia, attualmente in elaborazione e recentemente in parte già illustrata, di cui è allo studio un’esposizione ben più ampia e compiuta.

Lo accenno qui perché con i colleghi di State of Mind e Studi Cognitivi è in avvio uno scambio di riflessioni sulla psicopatologia clinica, che riprende un filo lasciato sospeso dal convegno del 2000 su “Il futuro della psicoterapia”.

Lo farò utilizzando lo studio dei disturbi alimentari cui mi sono riferito nel precedente articolo “La maternità conflittuale” come un’occasione per accennare al modello psicopatologico cui faccio riferimento con i colleghi dell’A.R.P. Consapevole che questo “pretesto clinico” possa risultare un buon vettore per esemplificare alcuni concetti teorici e metodologici di quel modello, sono al contempo consapevole della mole di fattori ed elementi strutturali che dovrò inevitabilmente omettere o solo troppo brevemente accennare, in uno sforzo di sintesi che lascerà volutamente aperte molte tematiche.

Nel suddetto contributo su questa rivista illustravo come le testimonianze delle madri spesso forniscono elementi preziosi per la ricostruzione del sorgere e dell’instaurarsi dei DCA a partire dalle loro difficoltà affettive iniziali, con l’emergere di un sentimento di verità che permette e facilita l’individuazione degli sviluppi di quelle difficoltà nelle osservazioni cliniche delle pazienti.

Mi riservo in un prossimo intervento di descrivere come questo modello possa modificare l’approccio terapeutico ai DCA e le relative tecniche, ivi inclusa una differente teorizzazione dei fattori terapeutici, cui accennerò qui solo brevemente.

Rispetto ad altri modelli psicopatologici – tra cui quelli di orientamento fenomenologico, che hanno il pregio di descrivere molto accuratamente “disfunzioni” dell’apparato psichico come la disregolazione, i disturbi di mentalizzazione, i deficit metacognitivi o l’alessitimia – il metodo di lavoro clinico da me seguito insieme ai colleghi A.R.P. procede in una direzione opposta e per certi versi complementare.

Come ha acutamente affermato M. Lang, ci troviamo dinanzi a un fenomeno di “figura–sfondo”. Ci si può infatti porre il quesito opposto: come e da cosa è regolato il funzionamento, peraltro serrato e rigoroso, di queste pazienti, ivi comprese le profonde modificazioni della mentalizzazione riguardo al funzionamento del loro Sé? 

Ciò vale per tutta la metodologia psicopatologica attualmente in atto, che prevede lo studio accurato di come gli stati affettivi elementari del Sé strutturino e organizzino, in molti casi secondo modalità estremamente rigide, le diverse modalità patologiche – incluse quelle relazionali – descrivendole secondo il loro processo evolutivo: “dall’interno” e non “dall’esterno”.

Le interviste anamnestiche con le madri di pazienti con DCA – a cui ho accennato nel mio precedente contributo, di cui questo scritto rappresenta un seguito e una parentesi – descrivono quadri di “maternità conflittuale” molto diversi tra loro.

Esse contengono però alcuni elementi pressoché invarianti, che dominano la scena nei primi mesi di vita e, come vedremo, persisteranno negli anni coinvolgendo madre e figlia, e che sono comuni a situazioni cliniche anche molto diverse. Mi limiterò qui a una descrizione concisa di questi elementi, “narrata” e non sistematizzata, tralasciando necessariamente complessità e diversità dei quadri psicopatologici osservabili nella clinica. Lo scopo è fornire una traccia, mi auguro chiara e comprensibile, di quanto può accadere nello strutturarsi dei sentimenti del sistema del Sé (6) comunemente alla base di questa particolare psicopatologia.

Alcuni di questi elementi divengono veri e propri assi portanti, “strutture” forti che si inseriscono nella più ampia e sfaccettata organizzazione del Sé delle pazienti, come una sorta di cuneo affettivo stabile che ne determina il decorso evolutivo. Ed è su queste strutture che si è organizzato l’apparato sintomatologico, con il suo rituale, che qui denomineremo apparato secondario.

Le tecniche di derivazione cognitivo-comportamentale, le più utilizzate nel trattare l’apparato sintomatologico secondario e ritualistico dei DCA, sono a mio avviso quelle che più hanno presente, e in modo particolarmente attento, tale apparato. Ritengo che gli elementi psicopatologici di base possano contribuire a fornire a tali tecniche maggiore profondità, spessore ed efficacia. Una modifica delle tecniche sulla base delle informazioni derivanti dalla psicopatologia del Sé è attualmente allo studio presso il Servizio DCA dell’A.R.P.

Ricostruendo, attraverso le descrizioni dalle madri, le intense situazioni emotive venutesi a creare nei primi mesi di vita delle loro bambine, è innanzitutto possibile rilevarne la continuità e la persistenza nelle diverse fasi della coppia madre-figlia, a partire dal ripudio conflittuale brevemente descritto nel precedente articolo, fino al quadro sintomatologico che giunge all’osservazione clinica.

È necessario ricordare che, poiché il neonato è fortemente, direttamente e fisicamente influenzabile dalle emozioni e dai sentimenti che l’ambiente di accudimento trasmette, questi rapidamente contribuiscono a dar forma all’incipiente funzionamento emotivo del suo Sé – emergente prima, nucleare poi – che molto presto entra, quindi, a far parte della relazione disturbata.

Poco dopo le prime settimane di vita compare comunemente nel neonato una rudimentale attività previsionale. Nelle situazioni più tranquille, infatti, l’attesa del cibo diventa più quieta man mano che una primitiva sicurezza che il cibo arriverà riduce progressivamente l’effetto della fame, inizialmente percepita come uno stimolo esplosivo; il sopraggiungere della sazietà placa progressivamente l’allarme dei primi giorni, in cui il piccolo non poteva ancora contare sull’esperienza di soddisfazione puntuale e costante del suo bisogno.

Sono questi i segnali dell’instaurarsi di una progressiva fiducia di base o, potremmo dire meglio oggi, di un sentimento più fiducioso dei vari aspetti del Sé (1), e del Sé con il mondo. Questo sentimento si basa sulla “previsione” e sulla memoria fisica della continuità tra gli stati di fame e quelli di sazietà, nonché dei vari aspetti del contatto con il mondo esterno che hanno luogo tramite l’accudimento.

Nei casi di maternità conflittuale, invece, il momento del pasto diventa – nei racconti delle mamme – un momento carico di tensione, temuto e disturbante, per la madre e per la figlia. Situazioni simili possono verificarsi in molte situazioni neonatali che hanno poi una loro risoluzione naturale che ne modifica il decorso, lasciando solo tracce più lievi.

Nei casi che evolveranno in DCA, invece, l’allarme descritto riguardo alla nutrizione e all’accudimento diviene specifico e persistente. Questa tensione di solito si attenua dopo lo svezzamento e nei periodi successivi ma continua – spesso sottotraccia, come un semplice cruccio – fino alla recrudescenza adolescenziale, quando l’allarme per l’ora del pasto sarà un sentimento dominante nell’esistenza della giovane paziente.

Nei casi di DCA infatti, anche per la piccola oltre che per la madre, questo tormento è inevitabile, inesorabile come il continuo ritorno della fame. E se non si è instaurata un’aspettativa fiduciosa e calma, ma al contrario vi è la previsione di una situazione disturbata e disturbante e di un contatto carico di tensione con la madre, anche l’attesa del cibo diviene inquieta: accompagnata da risvegli bruschi, allarmati dall’oscura percezione che sta insorgendo nuovamente lo stimolo della fame. In queste situazioni sia la fame sia il contatto divengono un disturbo e con essi si costituisce il sentimento iniziale del proprio corpo e della propria mente sempre in allerta.

La distorsione dello stimolo della fame inizia a instaurarsi rapidamente. Le madri che riportano situazioni di maternità critica descrivono spesso, per esempio, che dopo un iniziale periodo di generica “passività”, è accaduto qualcosa alla neonata: quello che chiamiamo il disturbo subclinico può consistere in alcuni casi in una tendenza al ritiro momentaneo dal seno (o dal biberon!) o in un altrettanto momentaneo rifiuto di poppare, in alcuni casi alternato a un mangiare allarmato che può essere percepito come “avido”: “Succhiava come se fosse l’ultimo pasto”. 

Possiamo dire che “avido” corrisponde al fatto che sia la fame sia il contatto divengono un disturbo e una paura, da eliminare impazientemente, e che questo modo di sentire è comune a diverse “dipendenze”. Mangiare avidamente significa spesso, come succede anche in molti casi di disturbi alimentari differenti (2), che la fame va eliminata rapidamente, anziché essere una normale esperienza sensoriale, e ciò può valere per qualunque bisogno (3) e caratterizzare, anzi, un funzionamento più generale della mente riguardo ogni sua funzione. 

Si può invece osservare, in situazioni in cui il clima emotivo iniziale tra madre e figlia è di fondo più “depresso”, che si instauri per un certo periodo nella piccola una sorta di neghittosità, un ritiro dolente o un addormentamento dopo poche poppate. “Sentiva che non ce la facevo a nutrirla” è un frequente commento di madri che hanno attraversato un periodo post partum caratterizzato da una deflessione dell’umore, in cui il loro profondo scoraggiamento e il ritiro dal mondo, talora addirittura con la paura/sensazione di poter morire o che la piccola potesse a sua volta non farcela, hanno pervaso in qualche modo anche il contatto con la figlia.

La necessità di nutrire può indurre il tentativo di forzare la piccola a mangiare e ciò può sia aumentare il ritiro, sia indurre un rifiuto della situazione disturbata.

Queste emozioni sono da tener presenti, perché faranno parte del corredo di sentimenti connessi al cibo e al Sé nelle epoche successive dello sviluppo.

Preferisco usare il termine generico di “disturbo” perché esprime l’insieme di quello stato, ma i sentimenti saranno differenti se prevarrà il fastidio, il disgusto, l’impazienza. Saranno queste qualità a connotare l’intonazione generale dello sfondo emotivo di ogni specifico caso.

Dobbiamo tenere presente che, poiché la situazione è dominata dalla lotta interiore della madre con il suo ripudio conflittuale essa, già sofferente, si ritrova con una ulteriore difficoltà: il disturbo subclinico infatti la farà sentire ancor più alle prese con una bambina difficile che si ritira, rifiuta o mangia avidamente per poi esprimere un rifiuto spazientito, non solo per il cibo ma anche nel contatto. Ciò finisce inevitabilmente per accrescere la propria difficoltà e contrarietà come madre, facendo aumentare l’impazienza e dando vita al fenomeno del tragico equivoco che coinvolge ulteriormente il Sé della piccola e quello della madre.

Lo sforzo di essere una madre efficiente introduce nel contatto con la bambina e con la nutrizione l’iperattivazione (4) che già le è propria e che sarà sempre presente, caratterizzata dal dover rigidamente eliminare qualunque intoppo, sia pratico sia emotivo: come per esempio scacciare dalla mente, spesso rabbiosamente, sentimenti e pensieri disturbanti, un rito costante nella lotta al proprio “difetto”.

Grande peso, nel determinismo di tutte queste situazioni di crisi, ha il sistema familiare: la madre della madre, in primis, ma anche la suocera, l’atteggiamento del coniuge, l’ostilità o rivalità tra i figli. Ognuno di questi fattori ha una sua capacità di orientare, facilitare o disturbare, spesso attraverso sentenze come: “Non si può scegliere di non allattare al seno”, “Questa bambina è proprio incorreggibile, come la cugina” o “Te l’ho sempre detto che non avresti dovuto fare la madre”. La presenza di un marito anche solo silenziosamente critico o rassegnato all’irreparabilità della situazione, aggraverà notevolmente il clima. Il conflitto silenzioso all’interno della coppia potrà avere un particolare peso perché finirà per accentuare il conflitto madre-paziente, per esempio attraverso le future silenziose complicità tra padre e figlia.

Queste componenti emotive sono importantissime in quanto agiscono sempre nel mantenere un massiccio e pesante sentimento di immodificabilità della condizione di maternità difficile. Un altro elemento invariante nei DCA è infatti un più o meno profondo sentimento di ineluttabilità, in cui va inclusa l’affaccendata lotta perché tutto funzioni. Si riscontra spesso in questi quadri un pesante e misconosciuto fatalismo negativo, che rappresenta uno degli elementi costitutivi del convincimento di sottostare a un destino sovrastante (5), particolare che dominerà la scena familiare e il sistema del Sé della figlia.

La fase evolutiva della latenza è un periodo più oscuro, più nell’ombra dal punto di vista psicopatologico. È caratterizzato da vicende diverse, a seconda che vi siano fratelli e sorelle o che si creino situazioni di continuo confronto tra i membri della fratria o della famiglia allargata sulle varie qualità fisiche e psichiche.

La nostra bambina potrà essere lievemente, o decisamente, iperattiva e meticolosa, tenderà a sforzarsi di essere la più brava e diligente, ma al contempo potrà essere timida e silenziosamente in conflitto con la sorella, oltre che con la madre, riguardo al proprio Sé corporeo o alle prestazioni scolastiche.

Oppure, nel caso non infrequente in cui abbia indotto sin da neonata una più o meno evidente soggezione nella madre, tenderà a imporsi e a prevalere in modo incontrollato, pur attraversando comunque momenti di ritiro. Soffrirà anch’essa dei confronti con la sorella o con la madre, e svilupperà un contatto più polemico e un vissuto di costante “estraneità” e diversità, spesso cercando un rapporto particolare, esclusivo, con il padre. Il cibo sarà un problema presente ma attenuato, mentre l’aspetto corporeo rappresenterà sempre un cruccio, rinviato al futuro.

Il momento cruciale verrà con l’adolescenza emotiva, non necessariamente quella anagrafica, che avrà luogo quando la ragazza avvertirà una profonda trasformazione in sé. 

Gli esseri umani esperiscono in adolescenza un inevitabile senso di momentaneo smarrimento, una particolare inquietudine fatta di eccitazione e paura, emozioni psichiche e fisiche, non pensate ma vissute intensamente: “Cosa sto diventando, in cosa mi sto trasformando?”, mentre escono dal bozzolo e salgono sul palcoscenico della vita, il mondo circostante.

Si tratta di una nuova edizione, dal punto di vista emotivo, del Sé emergente, con cui ha in comune insicurezza, indefinitezza e paura dovute alla forte qualità di trasformazione della fase in atto, alle porte di un futuro ignoto e di una inesorabile discontinuità, di fronte alla quale non c’è rimedio né possibilità di rallentamento o freno.

Nella paura e nell’eccitazione della mutazione, il cambio di pelle può essere carico di orgogliose conquiste e paurose incognite, accompagnato dalla carica di inevitabile esibizione di sé e dai tentativi di farsi valere, innanzitutto nella compagine dei coetanei e dei compagni di scuola. 

L’inquietudine della nostra ragazzina sarà molto particolare. Mentre guarderà in avanti verso il palcoscenico come tutti gli adolescenti e tenderà dunque a cercare le vie di imporsi, definirsi, affermarsi, si farà vivo prepotente e con effetto inesorabilmente frenante una sorta di ingombrante cuneo nel Sé: quel complesso, organizzato e tormentoso modo di sentire e pensare che ha iniziato ad abbozzarsi nei primi mesi di vita e nella silente quiescenza della latenza, e che la fa ora percepire e muovere nel mondo come “diversa e con un differente destino”. Come tutti gli adolescenti “spierà” le proprie trasformazioni fisiche e il loro effetto sugli altri con un certo allarme.

Nel Sé emergente della neonata la sensazione sgradevole era diventata poi percezione sgradevole del corpo, e così accade ora. La percezione sgradevole diventa, attraverso l’attività immaginativa, anche rappresentazione, e la ragazzina può immaginarsi e vedersi orribile anche solo per un particolare “sbagliato” del proprio corpo, prevedendo lo sguardo sprezzante del mondo circostante.

La forte spinta della crescita e la sensazione della ineluttabile trasformazione in atto la porteranno a temere di essere oggetto di una orribile mutazione, comunque catastrofica e non voluta. Molto spesso comparirà il rimpianto malinconico (7) dell’epoca passata per sempre persa, a causa della trasformazione ineluttabile e per molti versi odiosa.

Il sentimento disturbato del cibo riappare, particolarmente intenso, amplificato dalle spinte della crescita e connesso alla paura dello sviluppo somatico. Quest’ultimo sarà immaginato anche in relazione alle figure di riferimento presenti in quel momento nella sua vita: la nonna, la compagna di banco, la vicina di casa obesa o al contrario una sorella magra e slanciata; l’inquietudine per la trasformazione in atto si manifesta con quella che la ragazzina definirà “paura di ingrassare”. Questa paura può essere connessa a esperienze come un leggero sovrappeso in fase preadolescenziale o alle prese in giro dei compagni di scuola, ma insorgerà anche in modo assolutamente indipendente, solo per il fatto che il corpo sta evolvendo per spinte proprie e incontrollabili nella sua trasformazione, anche se scatenata da qualche improvvido commento sul suo aspetto, a cui la ragazzina è ora attentissima.

Qui si inserisce una considerazione che i clinici non dovrebbero mai dimenticare: il timore della trasformazione si unisce a una percezione dello sviluppo del corpo dettati dalla paura, ma anche “ingenui”. Il corpo, un po’ estraneo, come è stato nei primi contatti con la madre, è percepito solo per il suo aspetto e non per le sue funzioni. Si tratta di un elemento importante, perché anche le teorie della ragazzina su come tentare di plasmarlo non terranno conto delle necessità dei suoi organi, cervello incluso. Proprio perché estraneo, il corpo diviene un’entità che sfugge al potere della mente, una delle attività del Sé a cui tutti i ragazzi si dedicano e si addestrano con particolare energia e dedizione, soprattutto nelle dispute familiari e con i coetanei, nel momento in cui il tentativo di superare la soggezione verso gli adulti farà loro agire prove di forza per cercare di fortificare il sentimento di padronanza di sé.

La nostra ragazzina, in questa condizione, guarda il proprio corpo infastidita e impaurita, vergognandosene, immaginando come dovrebbe essere ma soprattutto detestando come è e come può essere visto da un mondo esterno sempre critico e incontentabile. Così  farà per tutto quanto la riguarda, compresa la propria mente e le proprie difficoltà.

Nelle interviste alle adolescenti con DCA è possibile riscontrare, rispetto al corpo come temo stia diventando, un repertorio di immaginazioni alternative su come dovrebbe invece essere, dal più semplice “Vorrei essere una ballerina che vola sulle punte” a “Il mio ideale è essere senza forme come una pertica” o addirittura “Ambisco a essere un puro spirito, e infatti penso che sarei più bella da morta”. 

Non uso volutamente il termine “ideale di Sé” o “ideale dell’Io” perché questo modo di immaginare non è solo il frutto di “Vorrei essere come mia zia, alta e bella”, ma è strettamente connesso alla fobia del corpo che vedremo più avanti; la zia non è una pertica ma essere una pertica o un puro spirito, invece, può eliminare perfettamente e definitivamente tutti gli aspetti del corpo che possono evocare la fobia. Il cosiddetto ideale è prevalentemente l’espressione immaginativa di “Non dovrei avere questo corpo”, il che talvolta può coinvolgere l’identità di genere, quando nel ripudio è compreso il sentimento “non avresti dovuto essere femmina”.

La nostra ragazzina deciderà di stare attenta al cibo, magari di seguire una dieta, un ingenuo tentativo di fermare la pericolosa trasformazione in atto, di tenere a bada la paura e il profondo ma non riconosciuto disturbo del sentimento della fame: un obiettivo ben più ambizioso del semplice controllo del peso – e proprio da qui si instaurerà progressivamente un sistema organizzato.

L’ora del pasto diventerà presto il problema, l’incubo centrale della giornata, che occuperà con viva preoccupazione, e sin dal risveglio, la mente e la capacità di progettare, con la necessità di prevedere tutte le possibili implicazioni, compreso il tenere a bada l’impulso disturbato della fame. 

L’attività previsionale è infatti profondamente alterata dalla situazione di allarme.

Già solo questo sentimento di allarme per l’ora del pasto ha una capacità invasiva che ho tradotto come prima componente del “cuneo nel Sé”: mentre mi occupo della vita di tutti i giorni, dei miei progetti per il futuro, del compito in classe o del ragazzino che mi piace, gran parte della mia mente ha a che fare con questa preoccupazione costante di cosa farò alla fatidica ora. E di cosa farà e dirà e penserà la mamma in proposito. È proprio questo allarme che organizza la necessità del rituale: come affronterò il momento fatidico, dove tutto può accadere.

Ciò che i cognitivisti denominano “rimuginio” è in effetti in parte frutto della preoccupazione allarmata e continua per l’ineliminabile problema da affrontare tutti i giorni con la forza della mente: il Sé si mette al lavoro con tutti gli strumenti di cui dispone, rabbia compresa. L’iperattivazione che caratterizza queste pazienti è simile a quella delle madri, che devono continuamente combattere per scacciare i pensieri e i sentimenti che le fanno sentire mamme cattive o inefficienti. Questo rigido rituale auto-educativo si ripete per tutti gli aspetti del Sé, sia fisici sia mentali, da correggere continuamente tramite l’attività eliminatoria, tanto da organizzare sovente specifiche modalità caratteriali, simili a quelle efficientistiche della madre.

L’iperattivazione finisce quindi per caratterizzare tutte le attività principali del lavoro del Sé, che è incessante e diventa un continuo tormento nell’estenuante tentativo di far sparire l’intero problema della fame, purtroppo ineliminabile, il che certamente sostiene e rafforza l’attività continua del rimuginare. Si organizza un apparato che tenta di esorcizzare e padroneggiare le paure, ancor più che solamente controllare il peso.

È per questo che la vera definizione di questo lavorio quotidiano è quella di un “apparato rituale”: il rito di organizzare il momento del pasto come un’assunzione padroneggiata e orgogliosa del cibo, attraente e pericoloso. Talvolta, come accade di osservare, è come un sacerdotale esorcismo del demone della fame nel corpo maledetto, che è entrato a far parte del destino speciale. 

Altre volte il rito è invece, nelle pazienti più abbattute, un desolato tentativo mantenuto faticosamente in piedi con la forza della disperazione.

Si stabilizza quindi una paura generalizzata, connessa al timore della trasformazione, di vedersi mutare in “mostro”. Si creano due tipi di fobie: quella che comunemente chiamiamo dismorfofobia, per cui un singolo particolare o una parte del proprio aspetto suscita disgusto, fastidio o addirittura orrore e diventa indizio e prova di mostruosità. L’altra, misconosciuta, si struttura molto spesso come fobia del cibo. L’assunzione del cibo è di per sé pericolosa e l’atto incosciente di introdurlo in bocca può far diventare immediatamente una grande obesa deforme: tagliare un boccone in due parti è un rito per ridurre e padroneggiare il pericolo. Questa fobia è connessa appunto al sentimento di trasformazione: ogni volta che si manda giù un boccone si cede alla tentazione che esso impone, pericoloso e invasivo, e al rischio di divenire mostruosa che comporta il fatto di assumerlo.

Il mostruoso, nelle versioni più attenuate, può essere appunto l’esempio di una grande obesa o ciò che agli occhi della paziente appare tale: la nonna, la vicina di casa o la signora vista in televisione, ma può essere anche un’orribile visione, come per una giovane che si immaginava trasformata in un personaggio tipo “Elephant Man”.

La psicopatologia ci insegna, quindi, che ci faremmo fuorviare se accettassimo la versione proposta dalle pazienti sotto forma di “paura di ingrassare”: l’equivoco è tra ciò che intendiamo noi con questo termine e ciò che intendono loro. Solitamente è necessario tradurre la paura “di ingrassare” come paura di trasformazione mostruosa, per renderne davvero l’aspetto pauroso. A me accade di allargare le braccia in modo teatrale, a indicare che so bene che la paura di ingrassare sottende il terrore della trasformazione in un essere informe e mostruoso, come minimo appunto una grande obesa.

Il cibo, non ci si pensa mai abbastanza, può avere per gli esseri umani una vita propria, animistica, perché – da sempre grande tentazione – può esigere di essere mangiato se solo viene visto: è come una madre che si offre, che lo offre o che lo impone. È un sentimento molto diffuso, basta pensare ai gesti che si compiono per sottrarre alla propria vista un alimento che rappresenta una tentazione irresistibile.

Poiché l’ingestione del cibo è per noi umani ineliminabile, il rituale per queste ragazze (che, prese dalla loro iperstimolazione, aspirano a un funzionamento efficientemente disumano) può divenire – come frequentemente accade – il mettere in tavola una certa quantità di cibo e poi suddividerla in porzioni sempre più piccole per non diventare succubi della demoniaca tentazione e, con un sentimento di orgoglio crescente, esercitare con la forza della mente la capacità del proprio spirito, superiore alla materia, di reggere al supplizio quotidiano della fame.

Il rito, in questi quadri, è anche la messa in scena di sé e di quanto il momento del cibo sia, e sia sempre stato, drammatico.

La drammatizzazione può coinvolgere fortemente la vita familiare, per esempio con un frigorifero dedicato, un luogo apposito per i pasti, un orario diverso da quello degli altri membri della famiglia. La dimostrazione rituale ha spesso uno o più destinatari: la madre, innanzitutto, ma quasi sempre anche altri familiari. Il significato della dimostrazione si potrebbe tradurre in: “Condannata dal mio ineluttabile e speciale destino, dimostro a me stessa e agli altri di far di tutto per essere capace di padroneggiarlo, seguendo regole rigide e diverse da quelle che vorrebbe il sistema familiare, da cui mi sento incompresa e a cui non vado mai bene per come sono e per come mangio, da sempre”.

Inoltre il rituale, che può essere serratissimo e comprendere l’uso di lassativi e simili, rappresenta il lavoro continuo del Sé per liberarsi delle brutte sensazioni, purificarsi per scacciare il sentirsi fatta male, disgustosa e incapace di resistere  alla fame.

Verso la madre sta ancora a significare: “Guarda come sono brava nel respingere la corruzione che tu vorresti indurmi facendomi mangiare”.

Tutto ciò avviene, se non c’è stato un chiarimento decisivo con la mamma, come conseguenza del tragico equivoco: l’apparato rituale diventa la prosecuzione del fatto che la figlia si sente da sempre un disturbo, e le modalità di intervento della madre vengono percepite come una critica continua, non sul rito ma sul proprio Sé: “Sei sbagliata”, e così il comportamento alimentare “speciale” oggetto di preoccupazione e critiche finisce per divenire un contrattacco e una sfida alle obiezioni della madre e della famiglia. Le connotazioni di “superiorità” dipendono dalla riuscita nel rito: “Mal considerata da te, conquisto la capacità di fare a meno del tuo cibo e della tentazione, scegliendolo invece io, in modo speciale”.

L’altro interlocutore, al di sopra di tutti, è spesso proprio il Destino: “È penoso come vivo, ma ho la speranza che prima o poi qualcosa cambi repentinamente e che il grande sforzo che faccio venga premiato”. Per questo il rituale ha anche una qualità che ho definito “sacerdotale”, e in questi casi è necessario tenere conto che oltre al Sé ci può essere un sistema di credenze “sovrannaturali”.

Ogni volta che mi trovo a trattare questo tipo di casi non posso fare a meno di pensare che i disturbi alimentari, spesso descritti come disregolazioni o comportamenti disorganizzati e autodistruttivi siano curiosamente proprio l’opposto di quanto risultano visti “da fuori”. La “regolazione” del funzionamento del Sé presente in queste pazienti è al contrario rigorosissima, innanzitutto ad opera dei sentimenti che abbiamo descritto e in secondo luogo dall’apparato rituale secondario. Il concetto stesso di “autodistruttività” appare spesso incomprensibile per alcune pazienti: arrivare a lasciar morire il proprio corpo è infatti, paradossalmente, l’estremo e disperato tentativo di salvare il proprio Sé dal corpo pericoloso e disturbante a cui la creatura, che ambirebbe a essere un puro spirito, si sente condannata e vincolata. Ciò può avvenire accedendo al sentimento di rinuncia, al cibo e al mondo, già sperimentato nei primi mesi di vita come un ritiro dal mondo disturbato e disturbante in cui si è sentita, e continua a sentirsi, un disturbo per la madre sofferente.

Questa descrizione è in stretta connessione con l’apparato di sentimenti descritti dalle madri nei primi contatti con la figlia, ma non solo: esse raccontano spesso, apparentemente senza operare collegamenti, come “Il cibo sia da sempre un problema: mia figlia, se ci penso, è sempre stata un problema per me, è stato un problema nutrirla allora e osservare come si nutre ora”, ma anche “Mia figlia ha sempre capito che ero in difficoltà” oppure “Ha sempre saputo che ero in difficoltà e mi ha continuamente accusata di non essere capace di reagire”.

Il decorso dell’apparato secondario è particolare e si seleziona nel tempo, in base ai diversi fattori in gioco.

Sul versante “ritiro dal cibo” e quindi anoressico, il cuneo nel Sé si può organizzare in modo stabile, con un equilibrio ai limiti della sopravvivenza ma, come si usa dire, “cronicizzato”, il che comporta che anche tutto l’apparato rituale ha trovato una sua efficienza: si è un po’ impoverito nelle sue manifestazioni, divenendo più discreto e mantenendo una convivenza con il Sé in cui è incuneato e che pervade per gran parte della giornata. L’impoverimento fisico e psichico può indurre però la sensazione di soggiacere a un destino irrimediabile a cui non si ha più energia per reagire.

Sull’altro versante, bulimico, l’efficienza eliminatoria e spesso “aziendale” può selezionare e spingere verso un equilibrio tra un approccio al cibo vorace e un’organizzazione sufficientemente stabile con un ricorso al vomito che, come pratica di vita ordinaria anche se spesso clandestina, acquisisce le caratteristiche della normale riservatezza attribuite alle pratiche corporee.

La classificazione di D. Westen dei DCA è a mio avviso utile in quanto fa tener presente la “forza” delle pazienti e quindi anche l’opportunità o meno di azioni farmacologiche, assistenziali o sostitutive. È però importante, dal punto di vista psicopatologico, avere in mente che la questione della forza è connessa a quella, già citata, del decorso: oltre alle situazioni di scompenso, che vedremo, va considerato che, man mano che la fase “trasformativa” si riduce, la paziente tende in qualche modo lentamente a stabilizzarsi. Questo passaggio avviene spesso con una progressiva “cronicizzazione”, un impoverimento e indebolimento fisico e psichico che, al pari dell’amenorrea, corrispondono a una ulteriore riduzione del livello dello stato di coscienza, tutti fattori che ostacolano fortemente l’attività psicoterapeutica. Questo  dato, da sempre presente nella mente dei clinici come l’aggravamento da considerare sempre possibile, sembrerebbe essere confermato anche da recenti dati di neuroimaging.

Per quanto riguarda lo scompenso, vi sono alcune situazioni che richiedono molta attenzione. Una frequente causa di scompenso è la rottura del rapporto madre-figlia, spesso determinata dall’esasperazione della madre che, per motivi diversi (inclusi certi interventi terapeutici “emancipativi”!) esprime a suo modo l’esigenza di disfarsi della figlia, in quanto irrisolvibile ed esasperante disturbo. È una situazione molto critica, che va nella direzione contraria alla possibilità di sanare, quando possibile, il conflitto tra le due. La rottura, infatti, rischia di mantenere e decretare come definitivo il sentimento di incurabilità: “Per me non c’è niente da fare”.

L’altra causa di scompenso pone una questione non solo diagnostica sulle caratteristiche  del tipo di disturbo. Si tratta infatti di casi in cui si assiste a un “impazzimento del rituale”, certamente collegato all’influenza di elementi esterni, ma anche determinato da un particolare tipo di psicopatologia che va considerato e differenziato:

  • Nelle situazioni bulimiche il lavoro del Sé tenta di mettere in atto una condotta che viene comunemente definita restrittiva: il tentativo di reprimere l’impulso distorto della fame. Questo tentativo sfocia regolarmente in un’abbuffata, e la clinica dimostra che questo avviene perché la restrizione ripropone un fastidioso insieme di sentimenti di ripudio, castigo, deprivazione, miseria, paura e rabbia, non essendo invece accessibile a queste pazienti – come ho spiegato nel mio precedente contributo su questa rivista – il ritiro e la conseguente rinuncia. Tutto ciò è solo in parte simile a quanto accade ai cosiddetti binge eaters. Nelle pazienti bulimiche l’abbuffata è prevalentemente seguita dal vomito, per il già citato “disturbo della sazietà”, mentre ciò non accade nei casi di binge eating.
  • Nelle pazienti anoressiche, come ho già detto, la regolazione stabilizzata tra la rinuncia cronica al cibo (attraverso la possibilità di accedere allo stato di ritiro “ascetico” dalla fame e dal corpo sperimentata nelle prime settimane di vita) e la necessità di sopravvivenza può trovare un equilibrio cronicizzato, a livelli differenti di sofferenza somatica, che può mantenersi per molti anni.
  • Accanto ai casi che alternano fasi diverse, prevalentemente bulimiche o prevalentemente anoressiche, vi sono pazienti che possono, in determinate fasi della  propria esistenza, presentare un altro disturbo, che potremmo definire “misto”.  In questi quadri si susseguono invece in tempi brevissimi (addirittura più volte nel corso della stessa giornata) momenti anoressici e momenti bulimici: la paziente cerca di attingere al sentimento anoressico di rinuncia al cibo ma poi finisce per scivolare nello stato opposto dell’attacco di fame e del tentativo restrittivo, cioè di rifiuto attivo del cibo malgrado il senso di fame. Quest’ultimo genera inevitabilmente l’attivazione della paura “da ultimo pasto” e quindi spesso un ulteriore terribile attacco di fame, che fa sì che il rito venga concluso in modo liberatorio ribellandosi alla restrizione e mangiando spropositatamente, per poi avvilirsi profondamente di fronte al proprio drammatico fallimento. Quest’alternanza scomposta caratteristica dei quadri misti, che può generare un vero e proprio impazzimento del rituale, contraddistingue i casi con momenti di crisi più drammatici, e andrebbe tenuta ben presente. Il fallimento della strategia fisica e mentale tipica di questi casi fa esasperare e spaventare ulteriormente le pazienti, che entrano in uno stato disorientato e famelico, con improvvisi aumenti di peso e conseguente panico, o al contrario con dimagrimenti critici conseguenti all’esasperazione delle condotte eliminatorie, che possono determinare la necessità di ricovero in reparti specializzati.

 

È importante poi, sempre a proposito di decorso, tener presente un altro tipo di crisi, che rischia di essere un motivo di fallimento anche nei trattamenti più riusciti: il colpo di coda inaspettato.

Tale “agguato” psichico può sorprendere improvvisamente in qualunque momento ed è una modalità nota, che caratterizza molte delle interruzioni nei casi di pazienti pluritrattate. Mi riferisco però in questo caso a una situazione più imprevedibile. La paziente alimentare, da tempo uscita, spontaneamente o in seguito a un trattamento idoneo, dalla situazione serrata del disturbo alimentare e dal suo più intenso corredo sintomatologico, dinanzi a nuove tappe dell’esistenza può sentire nuovamente comparire, senza riconoscerlo, un sentimento di crollo ineluttabile: “Tanto per me, geneticamente alterata e condannata dal destino, non c’è niente da fare”: si possono riattivare sentimenti che sembravano superati, come l’incapacità di vivere o l’indegnità per il proprio danno ontologico.

È necessario saper riconoscere questa situazione, perché rappresenta il riemergere di quella parte del disturbo del sentimento di Sé che ricompare anche senza il corredo sintomatologico più corporeo. L’esperienza insegna che è importante per il clinico non solo riconoscerlo ma sapere che non andrebbe mai dimenticato, per non lasciar travolgere dalla crisi un momento evolutivo oppure, qualora avvenga durante una psicoterapia, perché un trattamento riuscito non si traduca in un fallimento catastrofico.

Insisto su questo punto perché riguarda il sentimento di fondo su cui tutto si muove, anche i trattamenti, e rappresenta un nodo centrale. La tendenza all’immodificabilità dei quadri clinici è infatti spesso la spia di una caratteristica di fondo, per certi versi “rassegnata”. Il Sé non è affatto in grado di riconoscere un “attaccamento invischiante”: sa solo che il sentimento di fastidio, di estraneità, di ripudio sono sensazioni reali, che prova da sempre, e proprio questa persistenza finisce per trasformarle rapidamente in percezione stabile e quindi in percezione di Sé, senza alcuna possibilità di collegarle al ricordo del sentimento di ripudio.

Semmai, nel tragico equivoco, si instaura una continua polemica con la madre riguardo alla sua incapacità di comprendere la difficoltà in cui la ragazza si trova e le complesse esigenze che ne derivano, così come la madre in difficoltà finisce per attivarsi ulteriormente, ma anche per scontrarsi con un continuo senso di fallimento e con l’esasperazione di non uscire dal suo tormento, provando sempre più insofferenza per la situazione e per la figlia. 

Ci vuole poco perché, con la memoria fisica del fastidio, il corpo estraneo e fastidioso venga non solo percepito ma anche pensato e rappresentato come un vero e proprio disturbo, con caratteristiche che possiamo definire “ontologiche”, o genetiche. Ci vuole poco perché il sentirsi diversa dalla compagna di banco o dalla sorella, unito alla relazione “particolare” con la madre, confermino il convincimento di essere inserita in un destino speciale, qualunque ne sia la qualità e la causa: per esempio essere una persona con particolari doti spirituali e ascetiche che aspira orgogliosamente a liberarsi delle miserie del corpo e del mondo circostante. Per inciso, è proprio questa ritualità orgogliosa e spesso un po’ diabolica che può creare il denominatore comune delle “sette di culto anoressico” che a più riprese si diffondono sul web.

Nell’organizzazione del modo di sentire di queste pazienti ciò che viene descritto come alessitimia – un deficit di mentalizzazione delle emozioni – oltre che, come spesso accade, essere connesso alla persistente traduzione somatica delle stesse, trova una ragion d’essere specifica: quell’emozione non è infatti riconoscibile come tale perché non è esperita come un sentimento ma come un dato di fatto.

Queste pazienti non sperimentano “mi sento un mostro” ma lo “sono”: non si tratta, nel loro vissuto, di un sentimento di ineluttabilità ma di una realtà ineluttabilmente immodificabile. Il sentimento del Sé che diventa percezione sta a significare che la memoria dell’emozione è divenuta reale e fisica. Questo aspetto rappresenta uno degli ostacoli più seri nel trattamento di questi quadri. Esso determina la perplessa sufficienza e la compiacenza benevola con cui le “spiegazioni” dei dottori vengono spesso accolte, che a sua volta inducono nel clinico la sensazione di una sorta di ideazione delirante.

Avere in mente questo livello di funzionamento ha evidentemente una notevole rilevanza per chi si accinge a curare una fanciulla con questi sentimenti e convincimenti di fondo, che divengono sempre più vere e proprie certezze in grado di tarpare sia le prospettive evolutive sia, conseguentemente, quelle terapeutiche.

Il sentimento di fondo relativo al Sé – “Sono fatta così” o “Questo è il mio destino” – si è nel corso del tempo rafforzato, con un conseguente profondo scoraggiamento, a seguito del fallimento dei tentativi spontanei di modificazione. Lo specchio continua a riflettere il mostro malgrado le diete e i rituali, tutto resta immutato, compresa la persistente conflittualità con la madre, latente o palese. L’incredulità rispetto alle proposte terapeutiche può quindi essere del tutto comprensibile.

Lo scacco degli interventi terapeutici può avvenire però anche per un’altra serie di motivi.

L’intervento del clinico viene spesso sentito come “Sei l’ennesimo che mi dice che non vado bene malgrado tutti gli sforzi che faccio”. La sensazione che il rituale del cibo venga toccato e l’attivarsi della sindrome delle mani nel piatto sono un tutt’uno: rappresenta una rievocazione dei tentativi maldestri, critici e disturbanti dei familiari ed è una delle più frequenti cause di rottura precoce, come ho già accennato, anche solo in fase di prenotazione telefonica.

Va inoltre a finire sul sentimento pervasivo: “Tanto per me non c’è niente da fare e io, che per un attimo mi sono illusa di farcela, posso solo ritirarmi e attaccare il telefono o interrompere la consultazione”.

Un’altra componente di questa sfiducia generale nei trattamenti e nella modificabilità della propria condizione è la magia dell’umore, del rito e del destino: nell’esperienza di molte di queste pazienti c’è una certa sotterranea propensione a sperare che in fondo tutto il tormento a cui si sottopongono con notevole tenacia avrà infine come premio un improvviso sollievo, che peraltro conoscono perché già sperimentato. Accade infatti a volte che, dopo un lungo periodo di accanita resistenza nel dividere le carote e mangiarne solo metà, qualcosa cambi improvvisamente nella loro esistenza. Ciò può apparentemente accadere per qualche fortuito evento esterno come la comparsa di un nuovo fidanzato o anche solo di un presunto pretendente. Il repentino e inaspettato cambio di umore viene interpretato come un esaurimento definitivo della sofferenza e della contrizione, con un viraggio per cui improvvisamente sparisce – del tutto momentaneamente, ma al momento la paziente non può saperlo – il sentimento di fastidio e di disturbo del corpo e del cibo, creando il sentimento di un nuovo, piacevole e felice equilibrio. Il segreto pensiero diventa allora che la vera cura sia perseguire questo cambiamento “magico” che è il prodotto della propria tenace via di cura tramite il rito, anziché le noiose sedute con i dottori da cui per giunta la paziente può sentirsi incompresa e a cui si deve dedicare come un compito in più tra i tanti che già pesano sulla sua esistenza.

È in quest’area che si inserisce la questione del trattamento farmacologico antidepressivo molto frequentato dai colleghi e dalle pazienti. A tal proposito mi sento di segnalare, sempre per proseguire nella disamina degli aspetti psicopatologici, un aspetto rischioso, caratteristico del trattamento farmacologico di varie condizioni adolescenziali: infatti la condotta eliminatoria può costituire la base di una “suicidarietà strutturale”, la tendenza a eliminare ogni parte di sé ritenuta estranea e indegna per salvare il sé incorrotto. Lo psicofarmacologo deve saper utilizzare una particolare accortezza affinché l’antidepressivo non dia energia proprio a questa componente, con l’effetto più volte descritto del paziente che si uccide perché sta meglio.

Tutto l’aspetto “rassegnato” di fondo può, quindi, avere un suo notevole peso nelle capacità evolutive, perché può corrispondere ad alcune precise alterazioni funzionali.

Mi riferisco, per esempio, a ciò che accade con alcune delle tecniche, comprese quelle cognitive che, correttamente, mirano all’esplorazione delle paure di queste pazienti: esplorare le paure significa indurre e aiutare la paziente ad utilizzare le sue capacità immaginative. Posso individuare tre difficoltà nell’utilizzo di questo importante approccio, potenzialmente fortemente modificatorio:

  • La prima, più generale, è che il sistema del Sé di queste pazienti è ingabbiato nel suo modo di sentire e ciò corrisponde a un massiccio slivellamento verso il basso dello stato generale di coscienza e comporta una ridotta capacità immaginativa proprio nel campo delle paure, oltre che rappresentare la causa del frequente impoverimento generale.
  • La seconda è che esse descrivono le paure con le parole che conoscono e che hanno il più delle volte un diverso significato, come ho accennato a proposito dell’ingrassare.
  • La terza è che l’iperattività e l’ipervigilanza, come sempre, comportano di fatto un notevole restringimento del campo di coscienza, che finisce per farle esprimere solo nel territorio della preoccupazione prevalente, di cui ripetono con un particolare accanimento le definizioni e i contenuti a cui l’allarme è destinato. L’accanimento è infatti espressione dell’uso della forza della mente e della rabbia contro il contenuto che non dovrebbe esserci, oggetto della fobia, e proprio questa intenzione eliminatoria mantiene la paziente ancorata al percetto disturbante, contribuendo al persistere del  rimuginio. Ciò può impedire di ampliare il suo campo cognitivo per esplorare punti di vista diversi o altri aspetti dello stesso problema, e finisce per determinare una rigidità di pensiero spesso molto tenace e strutturare una frequente caratterialità di difficile maneggiamento.

È evidente che lo “spessore” dell’intervento terapeutico può essere diverso avendo in mente l’apparato del Sé che si è costruito in quella determinata paziente, in quanto con le diverse tecniche si può lavorare e far lavorare la paziente in una direzione condivisa e più aderente al suo mondo.

Ma la conseguenza più immediata per il clinico è che riconoscere la struttura e la profondità del disturbo può permettere, mentre si esplora una paura, di non banalizzarla involontariamente, con il rischio che la paziente si senta incompresa. È invece di fondamentale importanza assicurarsi di riservare alle paure emerse e al rigido funzionamento rituale il giusto spazio e riconoscimento, al fine di riuscire ad aiutare queste pazienti a esplorare i loro timori e i sentimenti connessi.

L’altro rischio, più frequente, è che queste pazienti, diligenti, mostrino di aver capito e superato la difficoltà o la fobia, per poi ritrovarcisi da sole, finendo nel peggiore sconforto.

Nel trattare pazienti con DCA, inoltre, va sempre tenuto presente l’aspetto del sentimento di estraneità del corpo, che richiede grande attenzione e una cura specifica; se sottovalutato, rischia al contrario di evolvere in situazioni fisiche che andranno a rafforzare il senso di ineluttabilità descritto.

Ciò che ritengo importante, soprattutto, è che dovremmo saper sfruttare l’insegnamento che deriva dall’intervento più semplice e diretto: quello con le madri.

È proprio dalla comprensione degli elementi potenzialmente mutativi in ogni quadro sintomatologico che possiamo infatti trarre indicazioni preziose sulle linee fondamentali da seguire per orientare le tecniche di trattamento, anche nei casi in cui non sia stato possibile l’intervento congiunto.

Tornando allo scopo di questo articolo, ho scelto di utilizzare i DCA come una possibile occasione per illustrare un ripensamento sulla psicopatologia. Ritengo infatti che la psicopatologia possa oggi essere riconcettualizzata a partire dall’individuazione di riconoscibili organizzazioni affettive elementari alla base dei vari disturbi, a partire da quelle del Sé. Il sentimento di verità derivante dalle testimonianze delle madri permette in questo caso di uscire dalla macchinosità della psicopatologia teorica e scendere, molto più direttamente ed efficacemente, sul terreno delle emozioni e del loro effetto.

L’esperienza mostra che il pensiero clinico può divenire più utile per il paziente, e questa può essere la via dell’efficacia clinica, se gli permette di riappropriarsi di quanto gli accade davvero, e del lavoro del suo Sé. Rimanere, invece, ancorati alla rilevazione di un deficit, con pazienti come queste, non fa che aumentare il rischio di confermare la loro percezione di immodificabilità.

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Note:

(1) Come ho avuto modo di affermare nel Seminario Psicopatologia oggi del 16 novembre 2013, il costrutto “fiducia di base” può essere più efficacemente sostituito da quello unitario di “sentimento del Sé più o meno fiducioso”, anziché costituire un’entità a parte.

(2) Come i binge eaters

(3) Ha a che fare per esempio con la comorbilità con l’acquisto compulsivo, la cleptomania, la promiscuità.

(4) Si tratta di uno dei numerosi temi che meriterebbe una trattazione ben più ampia e approfondita. Caratteristica precocemente acquisita e in grado di organizzare massicciamente l’intero funzionamento del Sé, l’iperstimolazione rappresenta un concetto fondamentale all’interno del modello che mi sto limitando ad accennare in questa sede ed è del resto individuabile, in modo trasversale, in un ampio spettro di casistiche psicopatologiche.

(5) Al pari dell’iperstimolazione, anche il sentimento di dover ineluttabilmente sottostare a un Destino sovrastante rappresenta un elemento centrale del modello, rintracciabile in quadri sintomatologici anche molto diversi tra loro, e che per questo meriterebbe una trattazione a se stante.

(6) Nel modello di riorganizzazione della psicopatologia cui mi riferisco, il “sistema del Sé” indica il fatto che con molti pazienti può essere ingannevole pensare solo al Sé, omettendo come stanno nel mondo. Infatti in alcune persone può esservi un aspetto strutturale da considerare: il fatto di sentirsi governati dall’alto da entità come il Destino, il Fato, i pianeti, la Sfortuna, in modo non “collaterale” come nelle comuni superstizioni, ma come sentimento stabile e continuo. Una vera e propria struttura, in quanto sentimento/percezione/rappresentazione persistente, che il clinico deve necessariamente saper rilevare e tenere in giusta considerazione. Molti fenomeni psicopatologici possono risultare incomprensibili, incluse alcune gravi situazioni di sfiducia nei trattamenti psicoterapeutici, motivate dal convincimento e il conseguente sentimento che “Contro il mio destino nulla si può fare”.

(7) Le innumerevoli tonalità malinconiche rappresentano un altro grande capitolo del modello a cui mi riferisco, capaci di organizzare il funzionamento del Sé, e per questo meritorie di una trattazione ben più approfondita di quella presente.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

L’importanza del tiramisù (o sulle relazioni ai tempi di facebook)

 

Riflessioni dalla lettura di

COSÌ È SE VI “APPARE”

facebook e i social network

di Cinzia Colantuoni e Sofia Stazzi

 

 

COSÌ È SE VI “APPARE”  facebook e i social network  di Cinzia Colantuoni e Sofia Stazzi. -immagine: locandina

Se pubblico la mia sofferenza per un lutto che ho subito, quanto pesano 10 commenti e 7 mi piace? E che fine fa la nostra emozione se nessuno la raccoglie? 

Patrizia si trovava qui – presso Virgin Active Palestra”. E adesso che lo sapete, scommetto che la vostra giornata ha subito una grande svolta. Se anche voi siete tra quelli che sentono il bisogno di documentare ogni attimo della propria vita su Facebook, postando aggiornamenti continui sui propri spostamenti, sui propri pasti, sulle proprie funzioni corporali, sui propri stati d’animo, provate a rispondere a questa domanda: perché?

I social network sono ormai una presenza costante e scontata nella nostra vita, ancor di più oggi grazie alla diffusione degli smartphone che ci permettono di essere collegati con gli altri e con il resto del mondo 24 ore su 24. Ne esistono innumerevoli, alcuni specifici per un dato pubblico: oltre a Facebook, Twitter, Google +, troviamo per esempio Anobii per gli amanti della lettura, Myspace per gli artisti, Linkedin per i professionisti…; ma tutti hanno lo stesso scopo: facilitare le relazioni sociali e la condivisione.

In “Così è se vi appare”, libretto simpaticamente illustrato da Recanatini, due psicoterapeute della Gestalt Psicosociale, Cinzia Colantuoni e Sofia Stazzi, sezionano il fenomeno social network, in particolare Facebook, analizzandone il funzionamento, fornendone le istruzioni per l’uso, riflettendo sui suoi pro e  contro.

Sebbene il libro sia stato pubblicato nel 2011 e quindi in alcune parti sia un po’ datato (a dimostrazione di come questi strumenti si modifichino mostruosamente in fretta), gli interrogativi che pone sono ancora attualissimi: in che modo è cambiato il nostro modo di relazionarci e di comunicare con gli altri?

Facebook è come un enorme Cafè: una volta all’interno ci si tiene aggiornati sulle ultime notizie (attraverso i post delle pagine che seguiamo) e le si commenta o condivide affinché anche altri possano venirne a conoscenza; ma si ha anche la possibilità di osservare le persone attraverso i loro profili, di ascoltare quello che hanno da dire attraverso i loro post e se vogliamo è possibile inserirsi nelle loro conversazioni, anche non in tempo reale, commentando o cliccando mi piace. Condivisione e relazione.

Ma qual è la natura delle relazioni che instauriamo? La parola d’ordine su Facebook sembra essere (o è?) VISIBILITÀ: tutti sanno tutto di tutti, tutti sanno quello che noi vogliamo che sappiano (che spesso è, appunto, tutto). Per esempio, anziché la chat privata molte volte si preferisce scrivere direttamente sulla bacheca degli amici o sulla propria taggando i contatti interessati, in modo che tutti, compresi i non coinvolti nel post, possano leggere quello che scriviamo. Vi siete mai chiesti perché?

E qual è la natura delle nostre condivisioni? Perché sentiamo il bisogno di aggiornare gli altri su quanto accade fuori e dentro di noi?

Oggettivamente, chemefregaame se ieri sera sei andato a cena e ti hanno portato un cazzo di tiramisù?” scrive un mio amico su Facebook. E a me che me ne frega che a te non te ne frega che ieri sera ho mangiato il tiramisù? potrebbe ribattere il diretto interessato!

Da dove nasce questa necessità di far sapere al mondo intero cosa facciamo e cosa pensiamo? È davvero solo una vetrina narcisistica, una gara a “verificare quanto siamo popolari ed interessanti agli occhi degli altri”? E cosa succede se scriviamo qualcosa e non otteniamo neanche un misero mi piace? Come ci sentiamo? Cosa significa per noi? Che fine fa il nostro pensiero se nessuno lo raccoglie? Arriviamo a cancellare il post?

Ha forse ragione chi commenta che “anche il tiramisù è comunque condivisione, seppur di infimo livello. Quando non si hanno idee degne di tal nome o fatti che meritano di esser raccontati, anche un tiramisù può venir bene allo scopo di far interessare qualche cristiano alle proprie “epiche” gesta per una manciata di secondi.” ?

Ma Facebook non raccoglie solo i nostri pensieri, è anche una finestra sulle nostre emozioni: “Fai sapere come ti senti”. Ed ecco che la bacheca si anima di emoticon che dovrebbero comunicare agli altri il nostro stato d’animo. Perché? Cosa ci spinge a pubblicare come ci sentiamo in un dato momento? Cosa ci aspettiamo dagli altri? Che fine ha fatto la dimensione privata di certe emozioni? Se pubblico la mia sofferenza per un lutto che ho subito, quanto pesano 10 commenti e 7 mi piace? E che fine fa la nostra emozione se nessuno la raccoglie? 

Tante domande a cui è impossibile dare un’unica risposta perché le ragioni che ci spingono a relazionarci in un certo modo e condividere determinati pensieri o emozioni non sono univoci, ma sarebbe interessante se per un attimo ci fermassimo a riflettere sul motivo per cui utilizziamo i  social network in un dato modo piuttosto che in un altro.

Poi, qualunque sia la ragione che vi spinge a farlo, l’importante è che clicchiate mi piace su questo articolo e lo condividiate.

 

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La bellezza delle cose fragili: Bellezza e fragilità dell’Attaccamento

Anna Angelillo.

La bellezza delle cose fragili

di Selasi Taiye. Enaudi (2013)

LE RECENSIONI DI STATE OF MIND

La Bellezza delle cosa fragili. (2013). -Immagine: locandinaRimane così un mirabile romanzo sulla famiglia, sull’amore, sulla perdita e sulla bellezza. E anche sui legami di attaccamento, in tutte le sfumature concepibili, declinati mirabilmente da una penna profana. Delle pagine che meritano di essere tenute strette.

“La bellezza delle cose fragili” è il titolo del primo romanzo che Taiye Selasi intesse per il suo esordio da scrittrice. Nata a Londra da padre ghanese e madre nigeriana, e vissuta in Massachusetts, Taiye Selasi racconta la storia di una famiglia africana, partendo dal suo triste epilogo: Kweku Sai muore solo nel giardino della sua casa in Ghana.

Ad apprenderne la scomparsa, dall’altra parte del mondo, i suoi figli e la sua Fola. A riempire la distanza di “chilometri, oceani e fusi orari (e altri tipi di distanze più difficili da coprire, come il cuore spezzato, la rabbia, il dolore calcificato e domande che per troppo tempo nessuno ha fatto)” ci sono le pagine di questo romanzo, nelle quali, riga dopo riga, prende forma la bellezza di questa storia di costruzione e rottura di legami.

Da un punto di vista psicologico, il romanzo colpisce perché sembra, in alcuni tratti, una trattazione sul tema dell’attaccamento, dal suo sviluppo al suo epilogo. Ci sono pagine che ben descrivono i rapporti tra genitori e figli nel loro modellarsi, e che ben tracciano le strade che i protagonisti intraprendono poi nel corso degli eventi che muovono le loro vite.

Il romanzo è la storia, in primis, di una coppia, quella di Kweku e Fola, che scappa dal continente nero alla ricerca di libertà e rivincita. È la storia di un giovane amore, è la voglia di dimostrare che l’Africa non è solo povertà e miseria, ma riuscita e rivalsa. È la storia di un uomo, un marito, un padre. È la storia di una donna, di una moglie, di una madre.

È la storia di una divisione devastante, ma anche di un ricongiungimento commovente.

È la storia di quattro figli, di quattro diversi legami, di quattro differenti vissuti.

È la storia di un figlio maggiore, del ragazzo che segue le orme del padre, per ammirazione, ma anche (o forse soprattutto) per vivere la vita che il padre aveva cominciato, ma da cui poi si è allontanato; è la storia di un uomo che non sa dare un inizio, perché in esso è contenuta inevitabilmente una fine, che ha vissuto una volta e non vuole più.

È la storia di due gemelli, l’incarnazione della bellezza più pulita. È la storia di un legame profondo, un lui e una lei, che sono una cosa sola, che va oltre l’esser nati uniti. È la storia di due ferite che cercano sollievo l’uno nell’altro, nonostante si trovino ad allontanarsi.

È la storia dell’ultima piccola arrivata. È la storia di una vita salvata per un soffio. È la storia di una solitudine inquieta, perché troppo piccola per ricordare i fatti, e cresciuta per questo in una costante sensazione di inadeguatezza.

È la storia di una famiglia di cristallo: è bella, ma fragile (come le cose belle).

È la storia di una famiglia di cristallo che un giorno si rompe, e i cui sei pezzi che ne derivano vanno ognuno in una direzione differente: ciascuno dà agli eventi una propria lettura, attribuisce ad essi un proprio significato, l’unico possibile per ciascuno, alla luce del proprio sentire, delle proprie convinzioni, aspettative e bisogni.

Ciascuno sviluppa una modalità di funzionamento e si muove nel mondo in base ad essa, così da dare un senso alla propria storia e al proprio Sé. È possibile, infatti, seguire come in un gioco-labirinto, i percorsi di ognuno, e rimanere stupiti e commossi di come ognuno a suo modo (e a tratti anche in modalità opposte) ha costruito un senso di sé unico rispetto agli altri, pur nascendo dallo stesso legame (e dalla stessa frattura), di come pezzi dello stesso vaso di cristallo, che si è rotto nello stesso momento e a causa dello stesso evento, si dividano in pezzi unici, nessuno uguale ad un altro.

La bravura della scrittrice sta nel non dare per scontate le conseguenze di un evento, perché unica è la realtà di ciascuno nelle conseguenza che si vivono, nel dare il giusto spazio e il pieno valore a ciascuno degli epiloghi possibili, dando vita a differenti scenari, tutti plausibili e coerenti, dando a ciascuna vita lo spessore che merita.

Rimane così un mirabile romanzo sulla famiglia, sull’amore, sulla perdita e sulla bellezza. E anche sui legami di attaccamento, in tutte le sfumature concepibili, declinati mirabilmente da una penna profana. Delle pagine che meritano di essere tenute strette.

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AUTORE:

Anna Angelillo – Dottoressa in Psicologia – Master in Psicologia Forense – Attualmente Specializzanda presso Scuola di Formazione in Psicoterapia Cognitiva (Torino)

 

Gli effetti negativi della sculacciata sui bambini – Psicologia

 

 

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

La sculacciata è ancora usata in molte famiglie come forma di disciplina nell’educazione dei figli, ma decenni di studi di ricerca ci dicono che può portare a problemi comportamentali a breve e lungo termine nei bambini.

C’è un modo per far cambiare idea ai genitori e farli smettere di sculacciare i figli? Lo psicologo infantile George Holden ha cercato di rispondere a questa domanda e si è chiesto se i genitori a favore della sculacciata come metodo educativo potessero cambiare idea se informati in merito alle possibili conseguenze negative che questa può avere sui loro figli.

Il team di Holden della Southern Methodist University di Dallas ha usato un metodo semplice rapido ed economico, di breve esposizione a riassunti di ricerche che evidenziavano le conseguenze negative della sculacciata. I gruppi osservati erano due, uno di genitori e uno di non genitori e i risultati mostrano che questa breve esposizione ha significativamente modificato l’atteggiamento di entrambi i gruppi in merito alla funzione educativa della sculacciata.

I genitori che sculacciano i figli lo fanno con le migliori intenzioni, spiega Holden, con l’idea che promuoverà comportamenti positivi nei figli: è l’idea che sia un principio educativo efficace a spingerli a farlo e non la rabbia che provano in certi momenti; inoltre questo atteggiamento è sostenuto dalle opinioni positive delle persone di cui si fidano, medici, pediatri, insegnanti, educatori, leader religiosi, i loro stessi genitori; informarli delle conseguenze negative di questa pratica, sostenute da dati di ricerca, ha l’effetto di cambiare rapidamente e radicalmente i loro atteggiamenti in merito.

Lo studio è il primo del suo genere a evidenziare come una breve esposizione alla ricerca sulle sculacciate può alterare il punto di vista della gente.

Questo è un risultato importante se si pensa che studi precedenti si sono affidate a metodi ben più dispendiosi in termini di tempo e risorse economiche per raggiungere gli stessi risultati.

 

 

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I gruppi di auto/mutuo aiuto. Come le difficoltà  diventano risorsa – Edizioni Centro Studi Erickson – FormazioneConsigliato dalla Redazione

Corso per conoscere i gruppi di auto/mutuo aiuto attraverso aspetti metodologici ed esperienze italiane significative – Edizioni Centro studi Erickson (…)

 

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Neuroscienze: il progetto Brain Computer Interface.

 

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NEUROSCIENZE: Un interessante progetto di interazione uomo-macchina sviluppato e realizzato dal Dipartimento di Scienze Neurologiche e Sensoriali dell’AOU di Siena.

 

“Sarà effettuata – spiega il professor Rossi – una dimostrazione pratica di una un’interfaccia digitale in grado di leggere l’attività elettrica della corteccia cerebrale e che, mediante il computer, è capace di guidare in modo efficace ausili e dispositivi robotici per aiutare i pazienti disabili”.

 

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Prigionieri dello Stress – I significati dell’ Ansia? – Psicologia

Prigionieri dello stress. - Immagini: © Jérôme Rommé - Fotolia.comIl New Yorker ha pubblicato un bellissimo articolo sul libro “My Age of Anxiety” di Scott Stossel, in cui Louis Menand s’interroga su quale sia il significato dell’ansia.

Immaginate che la vostra compagna di vita sia un’ansia feroce che non vi abbandona mai. Immaginate di vivere con la paura costante degli spazi chiusi, dei germi, di parlare in pubblico, di volare, di svenire…insomma, un inferno! Questa è la vita di Scott Stossel, giornalista americano che dopo averle provate tutte senza successo (dai farmaci allo yoga alla psicoterapia), su suggerimento del suo attuale terapeuta ha scritto la storia della sua ansia: “My Age of Anxiety” (2014).

Il New Yorker ha pubblicato un bellissimo articolo su questo libro in cui Louis Menand s’interroga su quale sia il significato dell’ansia. Una domanda solo all’apparenza banale.

Cos’è l’ansia? Tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita questa emozione, ma ognuno di noi ne dà un’accezione differente: eccitazione, nervosismo, preoccupazione, panico, apprensione, tensione…diverse sfumature di uno stesso concetto.

E perché proviamo ansia? Anche in questo caso, dare una risposta univoca non è semplice: a seconda dell’approccio con cui si affronta il tema, l’ansia potrà essere definita, per esempio, come l’esito della tendenza umana a preoccuparsi per il futuro (prospettiva esistenzialista), la spia di un conflitto intrapsichico tra l’Io e desideri inconsci repressi (prospettiva psicoanalitica), una componente del riflesso di attacco-fuga che si attiva di fronte ad un pericolo (prospettiva evolutiva), o ancora la risposta all’incertezza e allo stress della vita moderna (prospettiva sociologica).

Tutte definizioni che sono tra loro incompatibili! “Il massimo che possiamo affermare – osserva Louis Demand – è che questo stato d’animo che quasi tutti sperimentiamo è rappresentato in maniera prominente in varie teorie che interessano l’esistenza umana e il mondo in cui viviamo”.

Particolarmente interessante è la “pazza storia” dello sviluppo del concetto di ansia dagli anni 40 ad oggi, partendo da Kierkegaard e la sua idea di ansia come coscienza della finitudine umana e della sua natura peccaminosa, passando da Freud e la sua teoria dell’ansia come sintomo di conflitti interiori e nevrosi, proseguendo con la visione dell’ansia come il prodotto di fattori ambientali esterni, fino ad arrivare ad una visione strettamente medica dell’ansia che ha decretato l’attuale dominio delle case farmaceutiche grazie alla vendita di psicofarmaci.

A questo punto appare doveroso sfatare il mito che l’ansia sia un’emozione negativa. Si prova ansia ogni qualvolta si percepisce una minaccia o un pericolo (alla propria sopravvivenza o al proprio ego, non fa differenza); questo ci permette di prepararci ad agire prontamente. L’ansia ha quindi una funzione protettiva e preventiva, ma diventa patologica nel momento in cui non si è capaci di gestirla (per esempio rimanendo in balia di un rimuginio catastrofico) e l’organismo permane in uno stato di iperattivazione prolungata, con il cervello letteralmente a bagno nel cortisolo, l’ormone dello stress.

Oggi, sposando un’ottica eziopatogenetica multifattoriale secondo cui le cause dei grandi disturbi mentali sono riconducibili ad un’interazione tra geni e ambiente, di fronte a casi resistenti ai trattamenti non si può trascurare l’influenza della componente genetica. Ciò significa che di fronte a questi casi non possiamo fare altro che rassegnarci? Assolutamente no. Come giustamente sottolinea Louis Menand, “Essere umani significa far fronte alla nostra biologia. La selezione naturale ci ha dotato di una mente, liberandoci dalla prigione del determinismo biologico. Possiamo sfruttare al meglio il nostro assetto genetico per raggiungere i nostri scopi se lo vogliamo; a volte dobbiamo provare a fare la stessa cosa anche con i nostri deficit genetici”.

Proprio come ha fatto Scott Stossels e tanti come lui che non hanno sconfitto l’ansia, ma hanno imparato a conviverci e a gestirla con successo.

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

Leadership negli Sport di Squadra #16 – Il test sociometrico

 

 

Leadership negli Sport di Squadra #16:

Il test sociometrico

LEADERSHIP NEGLI SPORT DI SQUADRA – PSICOLOGIA DELLO SPORT – MONOGRAFIA

Leadership sport di squadra nr.16. - Immagine: © kabliczech - Fotolia.comUno strumento utilizzabile, in particolar modo, per analizzare la figura del leader intimo della squadra e la sua relazione con gli altri atleti è il test sociometrico.

Questa metodologia, ideata principalmente per l’analisi delle relazioni intragruppi da Moreno [1934] e applicata al mondo sportivo da Mazzali [1995], si basa sulla costruzione di un organigramma che rappresenti le relazioni positive e negative tra ciascun giocatore della squadra, sia a livello tecnico che socio-affettivo.

Esistono due diverse modalità di costruzione di questo organigramma: il test diretto e il test indiretto. Il primo si basa sulla compilazione di un questionario consegnato a ciascun giocatore dove si chiede di nominare un massimo di 3 compagni di squadra che vorrebbe avere al proprio fianco in momenti critici della partita (livello tecnico) o con cui vorrebbe trascorrere una serata in compagnia (livello socio-affettivo) e fino a 3 compagni con cui non vorrebbe trovarsi in identiche situazioni. Nel test indiretto si invita la persona a redigere la formazione ritenuta ideale. Si presuppone, in questo caso, che le simpatie e le antipatie più o meno conscie influenzino la costruzione di quest’ultima per ciascun atleta.

Con i dati del test, diretto o indiretto, effettuato si è in grado di costruire un sociogramma in cui vengono rappresentate graficamente le scelte positive e negative di ciascun giocatore. Attraverso l’analisi del sociogramma e tirando le somme del numero di scelte positive e negative di cui è stato oggetto ciascun giocatore si è facilmente in grado, per ciascuno dei due livelli, di individuare la presenza di un leader, e, allo stesso tempo, quella di un eventuale soggetto emarginato dal resto del gruppo. Questo rende ancor più evidente come sono le scelte degli atleti, a volte inconsce, ad attribuire al capitano il suo ruolo e ad investirlo della responsabilità di essere ritenuto un punto di riferimento, tecnico o socio-affettivo, da parte dei suoi compagni. 

L’interpretazione del sociogramma ci permette di comprendere la presenza e l’origine sociale di conflitti e condizioni disturbanti il clima e le prestazioni della squadra.

Nel caso, ad esempio della coesistenza di due diversi leader, saremmo in grado di comprendere quali sono i sottogruppi che alimentano questo conflitto e di agire in modo da rafforzare alcuni legami che appaiono deboli riportando equilibrio all’interno della rete di relazioni interpersonali.

 

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RAPPORTI INTERPERSONALI

LEADERSHIP NEGLI SPORT DI SQUADRA – PSICOLOGIA DELLO SPORT – MONOGRAFIA

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

La relazione di coppia nella transizione alla genitorialita’

Laura Marino

 

LA RELAZIONE DI COPPIA NELLA TRANSIZIONE ALLA GENITORIALITA’:

UNO STUDIO LONGITUDINALE

 

La relazione di coppia nella transizione alla genitorialità. -Immagine: © drubig-photo - Fotolia.com

I risultati ottenuti suggeriscono che diversi fattori (individuali, relazionali e contestuali) hanno costituito una rete protettiva per questi genitori, consentendo loro un passaggio non particolarmente critico dall’essere coppia al divenire famiglia.

ABSTRACT

Introduzione. Durante la transizione alla genitorialità ogni individuo si trova ad affrontare profondi cambiamenti e adattamenti, personali e di coppia, che avranno ripercussioni importanti sulla relazione coniugale, su quella genitore-figlio e sullo sviluppo dell’attaccamento del bambino (McHale, 2010; Velotti, Castellano, Zavattini; 2010).Obiettivo di questa ricerca è l’indagine dell’influenza che variabili individuali, relazionali e contestuali esercitano nella transizione.

Metodo. Il campione è costituito da 18 coppie in attesa del primo figlio (sposati o conviventi, età media 35 anni, livello d’istruzione medio-alto). La ricerca ha previsto due step: T1 (7° mese di gravidanza), in cui è stato somministrato: scheda socio-anagrafica, DAS (adattamento diadico), ECR-R (stile di attaccamento romantico), CPQ (modalità di  comunicazione e gestione del conflitto), MSPSS

(sostegno sociale percepito), SCL-90_R (presenza di disagio psichico), CES-D (livello di sintomatologia depressiva), AAI (modelli di attaccamento infantili); T2 (3° mese post-partum) in cui i partecipanti hanno compilato: tutte le misure del T1, tranne SCL-90_R e AAI, e in aggiunta PSI-SF (livello di stress genitoriale) e SVC 80 (percezione del comportamento del bambino).I dati sono stati analizzati mediante il programma statistico SPSS.

Risultati. Il campione si caratterizza per l’assenza di disagio psichico, alta percezione di sostegno sociale, prevalenza di attaccamento sicuro all’AAI (madri 77,8%; padri 72,2%), prevalenza di attaccamento romantico sicuro all’ECR-R (madri 72,2%; padri 72,2%). Il confronto tra le misure rilevate al T1 e quelle del T2 ha mostrato un complessivo buon adattamento dei neo genitori all’evento “nascita del figlio”.

Discussione. I risultati ottenuti suggeriscono che diversi fattori (individuali, relazionali e contestuali) hanno costituito una rete protettiva per questi genitori, consentendo loro un passaggio non particolarmente critico dall’essere coppia al divenire famiglia. Il prosieguo della ricerca consentirà di continuare a monitorare l’andamento delle variabili studiate e l’eventuale influenza che esse eserciteranno sullo sviluppo di un attaccamento sicuro nel bambino.

Parole chiave: gravidanza, transizione alla genitorialità, attaccamento, adattamento diadico, supporto sociale percepito.

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GRAVIDANZA & GENITORIALITA’ATTACCAMENTOBAMBINIFAMIGLIA – AMORE & RELAZIONI SENTIMENTALI

 

 

AUTORE:

Laura Marino. Dipartimento Psicologia Dinamica e Clinica, Sapienza, Università di Roma

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2013 per la Ricerca in Psicologia e Psicoterapia.

Impulsività, Craving e Obesità – Psicologia dipendenze e alimentazione

 

 

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Obesità: secondo i Centers for Disease Control and Prevention più di un terzo degli adulti americani sono obesi e questo è un fattore di rischio per malattie cardiache, ictus, diabete di tipo 2 e alcuni tipi di cancro.

Il costo medico annuo per l’obesità nel 2008 è stato di 147.000 milioni di dollari; inoltre le persone obese pagano una media di 1,429 dollari in più di spese mediche rispetto a quelle di peso medio.

Secondo una nuova ricerca della University of Georgia, il comportamento impulsivo, che induce alcuni ad abusare di alcol e droghe, può avere un peso anche nello stabilire un rapporto malsano con il cibo.

I ricercatori hanno scoperto che chi ha una personalità impulsiva riferisce livelli più elevati di dipendenza da cibo – un mangiare compulsivo che è simile alla tossicodipendenza – e questo a sua volta è associato con l’obesità.

Lo studio ha utilizzato due diverse scale, la Yale Food Addiction Scale e l’UPPS-P Impulsive Behavior Scale, per determinare i livelli di dipendenza da cibo e impulsività dei 233 partecipanti. I ricercatori hanno poi confrontato questi risultati con l’indice di massa corporea di ciascun soggetto.

I risultati mostrano che il comportamento impulsivo non era necessariamente associato all’obesità, ma che i comportamenti impulsivi possono portare alla dipendenza da cibo e quindi all’aumento del BMI.

L’industria alimentare contemporanea ha creato una vasta gamma di cibi ricchi di grassi, sodio, zucchero e altri additivi che li rendono gustosi e che inducono un craving molto simile a quello prodotto dalle droghe illecite, dice MacKillop, ricercatore a capo dello studio; questi cibi hanno un effetto sui circuiti dopaminergici di ricompensa simile a quello prodotto dalle droghe e questo getta le basi per comportamenti alimentari compulsivi, simili a quelli della dipendenza da droghe.

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

Catwoman – CIM Nr.02 – Storie dalla Psicoterapia Pubblica

 

– CIM CENTRO DI IGIENE MENTALE – #02

Catwoman

 

– Leggi l’introduzione –

CIM. Catwoman n.2. - Immagine: ©-alexokokok-Fotolia.comLa follia è democratica e colpisce indistintamente tutte le classi sociali. Per arrivare al Cim, però, preferisce farsi accompagnare dalla povertà.

Biagioli “si era fatto persuaso” che i fantasmi che abitano l’animo umano e, soprattutto, quelli relegati nei più profondi scantinati, fossero resi irrequieti dal mutare delle stagioni e che, in certi periodi dell’anno, la gestione dei pazienti e degli operatori si complicasse non poco.

Ciò poteva spiegarsi biologicamente con il mutare delle ore di luce, sociologicamente con la maggiore pesantezza della solitudine e della povertà in periodi come il Natale o le vacanze estive oppure, secondo Gilda, con il gioco dei mutevoli allineamenti  dei pianeti nei segni zodiacali.

Naturalmente, i periodi di maggiore crisi corrispondevano anche alle ferie degli operatori che, forse, erano esse stesse un motivo delle riacutizzazioni.

In quell’autunno del 1999, col cielo indeciso sempre  sul punto di cacciare con la pioggia un’estate che tutti aveva affannato e non si decideva a finire, un ulteriore motivo tormentava nottetempo le menti: il cambio di millennio riaccendeva fantasie apocalittiche o attese di cambiamenti radicali.

Comunque tutto sarebbe stato diverso ed il nuovo, si sa, che sia brutto o bello, un pochino spaventa.

Con il principiare dell’avvento lo scorrere intenso dell’attività del CIM, che vedeva impegnati gli operatori in genere a coppie o in piccole squadre di tre ad attuare i progetti terapeutici messi a punto nelle periodiche riunioni generali ancora tanto simili alle assemblee del ’68 per democraticità e anche confusione inconcludente, si increspava in onde o creava vortici per l’intensificarsi di emergenze accomunate dall’imperativo di far presto, perché la follia e le sue tracce fossero nascoste sotto il tappeto per non turbare il clima natalizio. Poteva essere l’ultimo Natale, forse il prossimo celebrato insieme a tutti nella comunione dei santi nella valle di Giosafatte.

La follia è democratica e colpisce indistintamente tutte le classi sociali. Per arrivare al Cim, però, preferisce farsi accompagnare dalla povertà. Se è da sola non si fida e sceglie gli studi  privati con la musica in sala d’attesa, meglio quelli di Vontano o di Roma che garantiscono maggiore riservatezza, anche se gli operatori sono gli stessi.

Lo studio privato del Dr. Irati  aveva appuntamenti a due mesi, mentre al CIM, lo stesso medico non aveva alcuna lista d’attesa.

Era dunque inaspettato che il sindaco stesso chiedesse un intervento per la signora Cristina Forni, settantaduenne, benestante grazie alla ricca reversibilità del marito, prestigioso medico condotto di Monticelli scomparso da tre anni ed ancora nella memoria riconoscente di tutti. Aveva reagito positivamente alla morte del marito, per quanto si possa dopo la perdita del compagno di quarant’anni di vita.

Biagioli le aveva portato allora le condoglianze di tutto il CIM, che aveva avuto nel dr. Forni un sensibile collaboratore e le aveva sconsigliato di restare da sola nella grande villa alla periferia sud del paese.

Ma il figlio maggiore, sposato, non aveva spazio nella piccola casa di Roma e il più piccolo era partito per l’Andalusia dopo tre mesi della morte del padre, dove si diceva cercasse fortuna come ristoratore.

Cristina era rimasta con i suoi sei gatti cui dedicava la vita. Per accudirli rinunciava a recarsi a Roma dal figlio anche dopo la nascita del nipotino, attirandosi le critiche del vicinato e della nuora. Di affidare i gatti a qualcun altro non se ne parlava proprio, così come di accettare un aiuto per la gestione domestica. Per tirchieria, orgoglio ed un senso esasperato della privacy non voleva che nessuno entrasse in casa. Le stesse amiche avvertivano di non essere gradite e diradarono le visite.

Una coltre pesante di decadenza, degrado e morte scese progressivamente sulla villa Forni e su Cristina. Il giardino, assediato da erbacce e rovi, ospitava randagi di ogni genere, con una predominante colonia di pantegane che mettevano in fuga i gatti di Cristina sempre più smagriti  per l’assenza dell’attività culinaria molto abbondante, al contrario, quando era in vita il dottore.

Le grondaie intasate facevano scolare l’acqua sulle pareti interne della casa ed una grande macchia di umido, con il tanfo di muffa, si espandeva sui soffitti.

Cristina provava tristezza a cucinare solo per sé, il più delle volte non lo faceva e suppliva con un pezzo di pizza.

Non erano i soldi a mancarle ma la voglia di vivere. L’abbigliamento, un tempo curato ed elegante, mostrava una trascuratezza generale che non risparmiava il corpo dimagrito e dall’igiene approssimativa. Cristina, una delle donne più in vista del paese, stava trasformandosi in una barbona.

Biagioli, sempre in nome del rapporto che lo legava al marito, le aveva prescritto degli antidepressivi. Aveva attivato Silvia, l’assistente sociale, per coinvolgerla  in un corso di pittura per i ragazzi del centro diurno in cui lei avrebbe fatto l’insegnante, avendo un passato di professoressa al liceo artistico.

Sembrava importante darle un ruolo di accudimento e cura in considerazione che era ciò che l’aveva mossa tutta la vita,  dedita ai figli, agli allievi ed ai suoi gatti. Per alcuni mesi la faccenda funzionò e Cristina si riprese anche fisicamente perché mangiava con gli altri al centro diurno, incartando per i suoi mici gli abbondanti resti. Quando mostrava qualche tentennamento e si dichiarava stanca la andava a prendere l’infermiera Luisa con la macchina di servizio.

Il dodici settembre fu proprio Luisa, appena tornata da un servizio esterno con Biagioli non esattamente professionale, sebbene giudicato da entrambi urgente,  a ricevere la telefonata del figlio di Roma: il consolato italiano di Siviglia lo aveva chiamato per comunicargli la morte del fratello in un incidente sul lavoro e voleva fosse il CIM a dare la notizia alla madre.

Non esistono parole adatte per queste notizie. Per togliersi dal cuore il peso di questo compito furono quasi precipitosi e già nell’ingresso della gelida casa avevano comunicato, come un telegramma, la fine a 23 anni della vita di Alberto per mano di un camionista ubriaco. Avevano portato con loro la borsa del pronto soccorso immaginando tempeste emotive e  scompensi cardiologici, erano pronti a tutto ma non a ciò che davvero accadde.

Cristina, come non avesse udito, li invitò ad accomodarsi in salone, chiese a Biagioli se volesse essere così gentile da accendere il caminetto ironizzando sulla sua capacità di farlo, poi si  dileguò in cucina a preparare il caffè e Luisa la sentì borbottare tra sé su come comunicare la notizia al marito. Tornata, ebbe a lamentarsi per la nuova gestione del forno del paese e delle ciambelline alle nocciole, non paragonabili a quelle di un tempo. Almeno il marito, che tanto le apprezzava, non avrebbe dovuto sperimentare questa delusione. Parlò diffusamente del figlio romano e delle preoccupazioni di un genitore quando i figli sono fuori di casa tra i pericoli del mondo.

Biagioli, sconcertato, disse a Cristina che la notizia l’avevano avuta da Marco che era stato avvertito a sua volta dal consolato di Siviglia. Cristina divenne sbrigativa, raccogliendo le tazze del caffè ed il piatto con i dolcetti e li congedò lamentando la trascuratezza dei figli verso i genitori se non hanno nulla da chiedere.

In macchina aumentarono il riscaldamento, per togliersi di dosso il gelo di quell’incontro appunto agghiacciante più di qualsiasi scena di disperazione. Sembrava loro di aver sentito distintamente il rumore di qualcosa che si spezzava per sempre dentro Cristina. Da quel giorno non venne più al centro diurno nonostante Luisa suonasse nei giorni stabiliti al citofono della villa. Nessuno in paese la vedeva più dalla fine di settembre, solo i gatti randagi avevano accesso alla villa.

A fine novembre fu il sindaco Pedrazzoli a chiedere l’intervento del CIM per la preoccupazione dei vicini. Convocata con una lettera in ambulatorio non si presentò e si decise per un trattamento sanitario obbligatorio. Cristina non apriva al citofono del grande cancello e fu forzata la porticina sul retro che dava direttamente su strada.

Appena varcata la soglia Biagioli e Luisa furono investiti da un disgustoso odore dolciastro che chiudeva la gola.

Silvia Ciari, l’assistente sociale che li aveva accompagnati, pensò al peggio e vomitò in un angolo.

Alle loro chiamate una voce lontana rispose. Entrati in camera da letto viderò ciò che non avrebbero più dimenticato: al centro del letto stava Cristina vestita con l’abito della festa, un tailleur grigio fumo e, tutto intorno sul letto, per terra, sul comò, sulle sedie e nell’armadio aperto, scatole di scarpe. Su ogni scatola un nome e il disegno di una croce.

Complessivamente erano 77 i gatti morti che circondavano Cristina, in diverso stato di putrefazione.

La donna, tiratasi su, spiegò che quei piccoli indifesi correvano troppi pericoli nel mondo là fuori e che lei li aveva attirati con prelibatezze nel giardino perchè restassero per sempre al sicuro con lei.

I suoi sei gatti originari erano sul letto e ormai rinsecchiti, gli altri via via più distanti e freschi.

Il medico legale dell’ospedale, non celando il malcontento per il compito che gli veniva chiesto ed inveendo contro la sanità mentale degli operatori del CIM, sostenne che erano stati strangolati con un foulard di seta.

Cristina non voleva lasciare i suoi piccoli e fu necessario un TSO con l’intervento della polizia municipale, anch’essa maledicente il CIM.

Persino i vicini di casa mostrarono ostilità per gli operatori che trascinavano sull’ambulanza una minuta vecchietta che non dava fastidio a nessuno. In sua difesa alcuni ricordarono come girava sempre con le tasche piene di caramelle per i ragazzini.

A Biagioli venne in mente che forse, nonostante l’apparenza, erano arrivati in tempo.

Mentre l’ambulanza si dirigeva verso l’SPDC di Vontano, Biagioli convocò una riunione generale per la mattina successiva. Silvia Ciari, l’assistente sociale avrebbe, attraverso il sindaco, organizzato la totale ripulitura e disinfezione della casa durante il periodo di ricovero, con gli operai comunali o una apposita ditta per riparare tutto il degrado che la villa aveva avuto anche prima di diventare una necropoli felina.

La dottoressa Daniela Ficca avrebbe iniziato dei colloqui già durante il ricovero e poi mantenuto un rapporto psicoterapico dopo la dimissione che, secondo gli accordi, sarebbe durato circa un mese.

Le infermiere l’avrebbero subito ricoinvolta nel corso d’arte al centro diurno.

A Giovanni spettava il compito di contattare il figlio Marco per  organizzare una sua maggiore presenza nella vicenda della madre, ora che era rimasto figlio unico.

Il caso di Cristina, ricordata come la serial killer felina, sarebbe stato seguito da Daniela Ficca, Silvia Ciari, Luisa, Gilda, Giovanni e lo stesso Biagioli. Si sarebbero incontrati ogni 15 giorni per fare il punto della situazione e aggiustare il tiro. Avevano però fatto i conti senza l’oste.

Cristina raggiunse gatti e marito alla fine del terzo giorno di ricovero passando per la finestra della sala visite dell’SPDC. Se non fossero intervenuti forse sarebbe ancora viva? Le avevano fatto una violenza indicibile come sostenevano i vicini? A che punto della storia si sarebbe dovuto intervenire perchè questa prendesse un altro corso? Cosa era successo in quei tre giorni di ospedale?

Sensi di colpa e accuse montano sempre intorno agli eventi luttuosi ma straripano nei casi di suicidio. Cosa si poteva fare e non era stato fatto, cosa era stato fatto che era meglio non fare?

L’idea, suggerita dal figlio, che avesse smesso di soffrire era di ben poca consolazione, loro erano pagati per trovare altri modi di smettere di soffrire e non c’erano riusciti.

Tutti insieme andarono al funerale, non previsto dal bel progetto terapeutico.

 

ARGOMENTI CORRELATI:

PSICOLOGIA & PSICHIATRIA PUBBLICHE – CENTRO DI IGIENE MENTALE – CIM

SUICIDIO

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Terapia metacognitiva interpersonale di Dimaggio, Montano, Popolo e Salvatore

Terapia metacognitiva interpersonale

di Dimaggio, Montano, Popolo e Salvatore

Raffaello Cortina Editore – 2013

 

LEGGI TUTTE LE RECENSIONI DI STATE OF MIND

Terapia metacognitiva interpersonale . © CLI-263-Dimaggio-SIn questo manuale la Terapia metacognitiva interpersonale è descritta nelle sue procedure passo-dopo-passo, al fine di guidare l’azione del clinico in ogni momento del trattamento, dalla formulazione congiunta del caso alla progettazione e realizzazione del cambiamento.

Mi pare che “Terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità” di Giancarlo Dimaggio, Antonella Montano, Raffaele Popolo e Giampaolo Salvatore, pubblicato da Raffaello Cortina nel 2013, sia quella descrizione definitiva e da lungo tempo attesa di questo forte modello di psicopatologia cognitiva.

Ma è anche un tentativo, già in buona parte riuscito, di formalizzare il modello in un protocollo flessibile di pratica clinica. Insomma buona teoria, secondo la tradizione italiana, ma anche buona pratica, come ci insegnano i colleghi anglo-sassoni.

Leggere Dimaggio e i suoi collaboratori mi concede il divertente gioco di riflettere sulle differenze con gli altri modelli metacognitivi: il modello del Terzo Centro di Semerari, Carcione, Nicolò e Procacci, alla cui edificazione aveva collaborato lo stesso Dimaggio (Dimaggio e Semerari, 2007); il modello di Adrian Wells (Wells, 2009); e il modello di Fonagy (Bateman e Fonagy, 2010).

La Terapia Metacognitiva Interpersonale (ovvero la TMI) condivide con Semerari l’attenzione per i cicli interpersonali, ma insiste di più sugli interventi di tipo espressivo e metacognitivo. Per Dimaggio e i suoi collaboratori il paziente con disturbo di personalità (che è il paziente bersaglio della TMI) ha un difetto di riflessione e di contatto con i propri stati mentali.

Egli compensa questa carenza usando un linguaggio intellettualistico e sostanzialmente evitante. Cosicché in terapia egli finisce spesso per abbandonarsi a considerazioni pessimistiche sul mondo, la politica, la decadenza dei tempi e dei costumi. In questi discorsi generici traspare il malessere interpersonale del paziente (che soffre di dolorosi sentimenti di esclusione ed emarginazione) ma emerge anche la sua mancanza di consapevolezza interiore.

A questa carenza gli autori TMI (come da questo momento chiamerò Dimaggio, Montano, Popolo e Salvatore) suppliscono incoraggiando continuamente il paziente a tornare sulla terra, a portare esempi concreti di questo malessere generale, ad andare oltre il vago rammaricarsi sulla decadenza dei tempi e a descrivere episodi di vita vissuta in cui iniziare a ricollegarsi con ciò che si è davvero sentito in quel momento, sia nel campo interiore metacognitivo che in quello relazionale e interpersonale.

Qual è la differenza tra gli autori della TMI e Semerari e i suoi collaboratori del Terzo Centro? Essi condividono poco questo lavoro esplicito sugli stati mentali e invece teorizzano che il processo terapeutico avvenga completamente attraverso il canale non verbale, ma relazionale. Per Semerari e i suoi collaboratori, la fuoriuscita dai cicli patologici avviene esclusivamente attraverso il diverso modello relazionale che avviene in seduta, attraverso la famosa disciplina interiore che permette al terapeuta di non cascare nelle provocazioni attivanti del paziente.

Per Semerari “un ciclo interpersonale è un processo relazionale in cui i due partecipanti sono spinti ad agire in modo da rinforzare la patologia di uno dei due. In quanto processo relazionale, quindi, cessa quando uno dei due non ha più questa tendenza d’azione. Non c’entra niente con quello che si dice al paziente. Il terapeuta esce dal ciclo con operazioni di disciplina interiore e passa da una posizione relazionale problematica ad una empatica”. Questo è vero anche per gli autori della TMI. Questo però non significa che il canale cognitivo esplicito consapevole sia del tutto ininfluente.

In un certo senso, Wells e il gruppo TMI sono separati da una simile differenza. Anche per Wells il difetto metacognitivo è non verbale, e consiste in disfunzioni del processo attentivo. E anche per Wells la terapia è non verbale, consistendo un riaddestramento attentivo. Tuttavia, ci sono differenze anche tra Semerari e Wells: per l’uno il problema è interpersonale, per il secondo attentivo. E in questo Semerari e il gruppo TMI sono più vicini tra loro.

Sembrerebbe che il modello TMI goda della massima vicinanza con il modello di Fonagy. Il modo in cui Bateman e Fonagy descrivono la carenza di mentalizzazione è prossimo alla concezione che si ha, nel modello TMI, delle carenze di metacognizione nei pazienti con disturbo di personalità. Una difficoltà nel comprendere gli stati mentali come eventi interiori, e un rifugiarsi in intellettualizzazioni sterili (che Fonagy chiama pseudo-mentalizzazioni).

Però, nel modello TMI c’è maggiore attenzione per la precisione concettuale. Come sappiamo, in Fonagy la liquidità della definizione di mentalizzazione è quasi una scelta consapevole. La mentalizzazione è un concetto pratico che non è necessario definire con esattezza. Non è questa la scelta degli autori del modello TMI, che invece definiscono con chiarezza i contorni concettuali del loro pensiero.

La parte protocollare del libro descrive un modello applicabile a tutti i disturbi di personalità, in maniera quasi indifferenziata: disturbo di personalità narcisistico, evitante, ossessivo-compulsivo, dipendente, paranoide, passivo-aggressivo e depressivo possono essere tutti trattati dalla TMI con piccoli aggiustamenti. Devo dire che questa scelta mi ha un po’ meno soddisfatto, perché la capacità di non trasformare i disturbi di personalità in una pappa indifferenziata era sempre, stata, a mio parere, un punto di forza del vecchio modello metacognitivo condiviso, quando Dimaggio e Semerari ancora collaboravano.

In questo manuale la TMI è descritta nelle sue procedure passo-dopo-passo, al fine di guidare l’azione del clinico in ogni momento del trattamento, dalla formulazione congiunta del caso alla progettazione e realizzazione del cambiamento.

Il manuale è scritto in un linguaggio accessibile e non gergale, descrive con accuratezza i problemi principali che questi pazienti pongono al terapeuta e offre un ampio ventaglio di soluzioni per risolverli.

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

Gaslighting, una forma di violenza psicologica – Rapporti interpersonali

Il presente articolo vuole fornire una panoramica generale sugli aspetti psicologici del fenomeno del gaslighting. Il Gaslighting è una tecnica di crudele ed infida manipolazione mentale.

Ndr: il gaslighting è un fenomeno trasversale che può interessare sia uomini che donne. 

 

Esiste una violenza che non è fatta di rabbia espressa, al contrario, è insidiosa, fatta di silenzi ostili alternati a parole pungenti. E’ una forma d’abuso antica, perpetrata in modo particolare tra le “sicure” mura domestiche, che lascia profonde ferite psicologiche.

Il presente articolo vuole fornire una panoramica generale sugli aspetti psicologici del fenomeno del gaslighting.

 

Che cos’è il Gaslighting: una tecnica di manipolazione mentale.

Il termine deriva da un’opera teatrale del 1938 Gas light (Luci a gas, inizialmente nota come Angel Street negli Stati Uniti), e dagli adattamenti cinematografici di Alfred Hitchcock “Rebecca – la prima moglie” del 1940 e “Angoscia” film italiano del 1944. La trama tratta di un marito che cerca di portare la moglie alla pazzia manipolando piccoli elementi dell’ambiente, e insistendo che la moglie si sbaglia o si ricorda male quando nota questi cambiamenti. Il titolo origina dal subdolo affievolimento delle luci a gas da parte del marito, cosa che la moglie accuratamente nota ma che il marito insiste essere solo frutto dell’immaginazione di lei.

Da qui, il termine gaslighting è utilizzato per definire un crudele comportamento manipolatorio messo in atto da una persona per far si che l’altra dubiti di se stessa e dei suoi giudizi di realtà fino a sentirsi confusa, sbagliata.

 

Il gaslighter

Gaslighter, viene definito colui che mette in atto tale manipolazione mentale, minando alla base ogni certezza e sicurezza del partner, agendo come un vero e proprio lavaggio del cervello, che mette la vittima in condizione di pensare di meritare quella punizione e di avere colpa per aver sbagliato.

Questo tipo di violenza psicologica è insidiosa, sottile, a volte giustificata dalla stessa vittima. E’ una violenza gratuita e persistente, somministrata a dosi quotidiane, ed ha la capacità di “annullare” la capacità di giudizio e autonomia valutativa la persona che ne è bersaglio.

La ricerca dimostra che nella stragrande maggioranza dei casi la vittima e il gaslighter sono quasi sempre partner o parenti stretti.

In numerosi casi il comportamento di gaslighting è adottato dal coniuge abusante per punire o allontanare l’altro quando si vivono rapporti coniugali conflittuali, insoddisfazioni personali e relazioni extraconiugali.

Il gaslighting è una forma di violenza che nasce anche all’interno di rapporti precedentemente costruiti sull’amore. Poi, accade che una frustrazione alla quale non si sa adeguatamente reagire, mette in crisi la sicurezza e la fiducia che ripone in sé il manipolatore e tutto crolla: l’amore è sostituito dalla cattiveria gratuita e dalle molestie.

 

Esempi di cattiveria:

“ Sei grassa! (magra, brutta, ecc..)”

“ Scusatela, mia moglie è una deficiente!”

“ Sbagli sempre tutto! Non ne fai una giusta!”

“ Ma come non ti ricordi! Me l’hai detto proprio tu!”

“ Non me l’hai mai detto! Te lo sarai immaginato!”

“ Le tue amiche sono insignificanti, proprio come te!”

“ Se ti lascio rimarrai sola per tutta la vita!”

“ Tu non sei nessuno!”

Messaggi dunque di svalutazione, ingiunzioni che feriscono emotivamente e l’anima, ancor di più se pronunciati alla presenza di altre persone come fosse una pubblica umiliazione. Il gaslighter sa come ferire, e prova godimento dagli effetti del suo comportamento.

 

Gaslighting: i manipolatori

Esistono tre categorie di manipolatori:

a) l’affascinante. E’ probabilmente il più insidioso, sottopone la sua vittima ad una continua doccia scozzese. Alterna silenzi ostili e tremende pungolature a momenti d’alluvione d’amore e lusinghe. Si può solo immaginare l’atmosfera di disorientamento che pervade la vittima.

b) Il bravo ragazzo. Che sembra avere a cuore solo il bene della vittima ma in realtà è un egoista camuffato da persona altruista. E’ sempre attento ad anteporre i propri bisogni, il proprio tornaconto personale a quello della vittima, anche se riesce a dare un’impressione opposta.

c) L’intimidatore. E’ il contrario dei manipolatori precedenti e, sicuramente, il più diretto. Non si preoccupa di nascondersi dietro false facciate. Rimprovera apertamente la vittima, fa battute sarcastiche su di lei, l’aggredisce esplicitamente.

Lo scopo del comportamento di gaslighting, comune alle tre categorie di manipolatori, è ridurre la vittima a un totale livello di dipendenza fisica e psicologica, annullando la sua capacità di autonomia e responsabilità. La persona vittima si troverà imprigionata da questo comportamento e, lentamente, le sue resistenze si affievoliranno sino a scomparire del tutto, diventando inconsapevole complice del suo aguzzino.

 

Le fasi della manipolazione del Gaslighting

In questo sprofondamento nell’abisso la vittima attraverserà tre fasi successive:

a) La prima fase sarà caratterizzata da una distorsione della comunicazione. Il perseguitato non riuscirà più a capire il persecutore. I “dialoghi” saranno caratterizzati da silenzi ostili, alternati da piccature destabilizzanti. La vittima si troverà così disorientata, confusa nella nebbia.

b) La seconda fase sarà caratterizzata da un tentativo di difesa. La vittima cercherà di convincere il suo abusante che quello che dice non corrisponde alla verità; proverà ad instaurare un dialogo, ostinato, con la speranza che ciò serva a far cambiare il comportamento del gaslighter. La vittima si sentirà come investita da un compito basilare: le sue capacità d’ascolto e di dialogo riusciranno a far cambiare l’abusante.

c) La terza fase è la discesa nella depressione. La vittima si convincerà che ciò che l’abusante dice nei suoi confronti corrisponde a verità, si rassegna, diventa insicura ed estremamente vulnerabile e dipendente. In questa fase la perversione relazionale raggiunge l’apice: la violenza si cronicizza e la vittima si convince della ragione e anche della bontà del manipolatore che, spesso, viene anche idealizzato.

 

RIferimenti clinici e popolari sul gaslighting

La psicologa Martha Stout (2005) sostiene che i sociopatici usano frequentemente tattiche di gaslighting. I sociopatici trasgrediscono coerentemente leggi e convenzioni sociali, e sfruttano gli altri, ma sono anche tipicamente bugiardi credibili che negano coerentemente ogni misfatto. Così, alcune vittime di sociopatici possono dubitare della propria percezione.

Jacobson e Gottman (1998) riferiscono che alcuni mariti violenti potrebbero usare il gaslighting sulle proprie mogli, anche negando fermamente di aver mai commesso alcun atto di violenza.

Gli psicologi Gass e Nichols (1988) usano il termine gaslighting per descrivere una dinamica osservata fra coniugi in alcuni casi di adulterio. I terapeuti di sesso maschile possono contribuire al disagio delle pazienti femminili mal interpretando i loro comportamenti. I comportamenti di gaslighting del marito forniscono una ricetta per il così detto crollo psicologico per alcune donne e il suicidio in alcune delle peggior situazioni.

I componenti della Famiglia Manson nei crimini compiuti durante la fine degli anni sessanta entravano nelle case senza rubare nulla, ma spostavano i mobili per turbare i residenti.

 


Il Disturbo Dipendente di Personalità
DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITA'

Antonino Ferro: Alle origini dell’esperienza psichicha

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

 

A pochi giorni dal 17esimo Congresso della SPI, Società Psicoanalitica Italiana, Antonino Ferro risponde a 3 domande sullo stato attuale della Psicoanalisi e le direzioni future.

La psicoanalisi a mio avviso si trova a un bivio: o diventare sempre più di nicchia con i limitati casi di applicabilità classicamente descritti e di cui il “paziente nevrotico” era il fulcro oppure fare un salto di modello ed aprirsi verso tutte le forme di sofferenza mentale (pazienti borderline, psicotici, psicosomatici e soprattutto andando verso l’infantile, la psicoanalisi della coppia, della famiglia, dei gruppi istituzionali). Al tempo stesso ritengo fondamentale l’aprirsi  a nuovi setting, come quello delle consultazioni  prolungate, ad esempio le consultazioni con i bambini di 0-2 anni: l’apertura a fasce di età prima non pensabili sarà il nostro futuro.

Io posso aggiungere dove la psicoanalisi potrebbe auspicabilmente andare secondo me: potrebbe smettere di essere caratterizzata da ortodossie  o da supposte élites  capaci di pronunciarsi su tutto e qualificarsi invece come il più efficace –a tuttora conosciuto- strumento di terapia e di alleviamento della sofferenza psichica…

 

Alle origini dell’esperienza psichichaConsigliato dalla Redazione

Società Psicoanalitica Italiana - Rivista Online -SPIWEB - logo
XVII Congresso Nazionale della SPI – Tre domande per il Congresso: risponde il Presidente della SPI Antonino Ferro  (…)

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 


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Il nostro cervello è specializzato nel categorizzare i gruppi sociali

 

 

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

I gruppi sociali costituiscono una categoria specifica nel nostro cervello: siamo dotati di meccanismi cognitivi specializzati nel riconoscimento dei gruppi sociali perché la capacità di riconoscere, per esempio, il “criminale” o il “poliziotto”, ci permette di salvarci la vita”, spiegano i ricercatori.

Per il nostro cervello oggetti animati e inanimati appartengono a diverse categorie e sono elaborati da reti diverse. Uno studio, appena pubblicato sulla rivista scientifica Cognitive Neuroscience  condotto da Raffaella Rumiati dalla SISSA e Andrea Carnaghi dell’Università di Trieste, dimostra anche che c’è una terza categoria funzionalmente distinta dalle altre due: la categoria dei “gruppi sociali“.

E ‘stata la ricerca nel campo della neuropsicologia a rivelare una distinzione funzionale tra alcune macro-categorie. “In neuropsicologia cerchiamo la doppia dissociazione“, spiega Rumiati,  “ad esempio possiamo trovare alcuni pazienti che hanno un deficit cognitivo nel riconoscimento di oggetti animati, ma hanno conservato la capacità di riconoscere oggetti inanimati. Tuttavia, per poter dire che le due funzioni sono separate, abbiamo bisogno di trovare anche pazienti che presentano il problema inverso, cioè che hanno difficoltà a riconoscere oggetti inanimati ma che hanno ancora buone capacità cognitive per quanto riguarda gli oggetti animati.”

Rumiati e collaboratori hanno applicato questo metodo al riconoscimento dei “gruppi sociali” . “Il concetto di categoria sociale è di cruciale importanza per gli esseri umani in termini evolutivi e per questo motivo è ragionevole pensare che esistono circuiti cerebrali specifici che ne assicurano l’efficienza e la velocità di riconoscimento.

I ricercatori hanno selezionato pazienti con demenza e li hanno testati  per valutare la selettività delle menomazioni: esclusiva cioè per una delle tre categorie, oggetti animati, inanimati e gruppi sociali.

Il risultato principale è stato trovare una doppia dissociazione tra gruppi sociali e entrambe le altre due categorie.

Questo significa che i gruppi sociali costituiscono una categoria specifica nel nostro cervello: siamo dotati di meccanismi cognitivi specializzati nel riconoscimento dei gruppi sociali perché la capacità di riconoscere, per esempio, il “criminale” o il “poliziotto”, ci permette di salvarci la vita”, spiegano i ricercatori.

Questo studio ha un’implicazione importante, mostra che ha senso applicare i metodi quantitativi utilizzati nelle neuroscienze anche alle scienze sociali e, in particolare, agli studi su come si formano stereotipi e pregiudizi. Grazie a questo studio ora sappiamo che uno stereotipo sociale viene elaborato dal cervello in modo diverso da uno stereotipo su un oggetto inanimato o quello su un animale.

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BIBLIOGRAFIA:

 

CBT, Terza Ondata e il rifiuto del Comportamentismo: una lettera aperta

 

 

Terza Ondata - CBT IMMAGINE: - © bluedarkat - Fotolia.com A seguito di una controversa questione tra Recalcati e Galiberti da una parte e le terapie cognitivo-comportamentali dall’ altro, ho scritto questa lettera, che più che una risposta alla questione di “statuto speciale” della psicoanalisi ha generato in me diverse domande rispetto alla nostra Terapia Cognitivo Comportamentale. La lettera è stata postata nella mailing-list della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC) e ora la proponiamo ai lettori di State of Mind, per sapere che cosa ne pensate:

 

E’ bellissima questa risposta compatta e unita  rispetto alle affermazioni di Recalcati e Galimberti, ma leggendo le risposte di tutti, mi sono venute delle domande a cui, secondo me, dovremmo cercare di darci delle risposte prima di rispondere ai nostri esimi colleghi.

-Esiste una terza ondata?

-Esistono le terapie di terza generazione?

-Perchè dobbiamo far risalire la nascita del nostro orientamento a Beck?

-Perchè il comportamentismo dovrebbe essere fraintendente, svilente e riducente?

-Che cos’è il cognitivismo?

 

Mi spiego meglio: leggendo e facendo una “summa “del tutto quello che si è detto, mi è sembrato di cogliere delle “credenze di base” che creano in me una dissonanza di tipo “festingeriana”/cognitiva rispetto alle mie conoscenze e alle mie credenze di base.

Esiste la terza ondata? Esistono le terapie di terza generazione? A mio avviso sì, ma se per tutti la risposta è sì mi viene da porre un’altra domanda: “qual’ è la prima ondata delle terapie C.C.?  ”Tutte le ricerche riconducono la prima ondata di terapie basate su evidenze scientifiche a Terapie che hanno avuto sviluppo intorno agli anni ’50 ’60 e  che attualmente vengono definite: ”terapie comportamentali radicali”.

Da ciò si evince che, sempre che la logica non sia un opinione e si voglia parlare un linguaggio comune, le prime terapie cognitive comportamentali nascono come terapie comportamentali. E proprio ad essere pignoli, la prima forma di evoluzione di questo trattamento si fa risalire  ad un tale, un certo Burrhus Skinner, che con l’uscita del suo libro nel 1957: “Verbal Behavior”, poneva l’accento sull’importanza di trattare i pensieri in termini di comportamenti e non che i pensieri  alla fine non fossero ,poi, così importanti. Verissimo il primo comportamentismo non considerava i pensieri, ma non perché non li ritenesse importanti, ma più perché “epistologicamente” derivava direttamente dalla Psicologia sperimentale che aveva come assioma base: ”l’osservabilità” di un fenomeno.

Come si può osservare un pensiero? Risposta: Comportamento Verbale.

 

Perchè dobbiamo far risalire la nascita del nostro orientamento a Beck?

Prima risposta: “Epistemologica Cronologica”.

Molti ritengono che il termine terapia Cognitivo Comportamentale derivi da Beck ed ad onor del vero anche io, nella prima stesura di questa lettera ne ero convinto, ma ho scoperto che il primo a definire il termine di terapia Cognitivo Comportamentale sia stato tale Donald Meichenbaum e lo fece  nell’ articolo “Cognitive behavior  modification”.Morristown, NJ: General Learning Press, 1974.

Pur sorvolando su questa nota storica ed ammettendo che sia stato Beck ad aver  formulato il termine terapia Cognitivo Comportamentale, lo ha fatto dagli anni ’70 in poi, dunque, se cerchiamo una linea di continuità  e una “casa comune”, definendo  le terapie di terza generazione o terza ondata, come terapie di terza ondata o terza generazione dobbiamo ammettere che esista una continuità epistemologica ed una cronologica.

Terza vuol dire che c’è una Prima e c’è una Seconda ondata.

In termini cronologici, questa, dovrebbe essere quella del Behovarismo o dell’ “odiato” e “diniegato”(per rimanere in termini psicoanalistici), da molti,  comportamentismo. Ma se un padre c’è come può essere nato dopo dei figli?

Seconda risposta “Epistemologica “

Beck ed Ellis hanno sicuramente dato origine ad una rivoluzione, ma sicuramente questa rivoluzione è stata quella, a mio avviso, di far avvicinare modelli psicoanalitici e medico-organicistici a modelli psicologici-clinici, creando una rottura con la psicoanalisi e la psichiatria classica.

Mi spiego meglio, i presupposti di una terapia “evidence-based” e le tecniche comportamentali esistevano già: si fa risalire, appunto, l’approccio che deve basarsi sulle scoperte scientifiche e la psicologia sperimentale già a Watson negli anni ’30 e ’20.

L’attenzione, poi, verso i pensieri coscienti è già presente nell’  opera del ’57 di Skinner e presente nel già citato Verbal Behavior.

 

Perchè il comportamentismo dovrebbe essere fraintendente, svilente e riducente?

Io qui non ho una risposta, perchè è un giudizio di molti, ma non il mio: per me non è così.

Come Psicologo e come Psicoterapeuta non “diniego” le mie radici nel comportamentismo, ma ho notato che molti, all’interno del “cognitivismo radicale”(mi permetto di definirlo così) tendono a farlo, sentendosi vilipesi ad essere associati ad un genio (giudizio personale) come Skinner.

Senza poi mancare di affrettarsi a sostenere le terapie di terza ondata.

A dirla tutta, alcuni e solo alcune.

Se però osserviamo cosa sono queste terapie di terza ondata ci rendiamo conto che molte, nel loro statuto epistemologico, fanno direttamente riferimento al  “comportamentismo radicale” vedi ACT (Acceptance and Commitment Terapy), FAP ( Functional Analytic Psycoterapy) e DBT (Dialetic Behavior Terapy ) e a quel libro nero “VERBAL BEHAVIOR”.

Altre, invece, Mindfulness Based Cognitive Therapy hanno sì la CBT come origine epistemologica , ma poi  a ben leggere si riferiscono strettamente a meditazione Vipassana e Joga scivaistico.

A tal guisa mi permetto di dire che pratico Joga da prima di essere psicologo, ed ultimamente mi è capitato di vedere che le scuole di Mindfulness Italiane propongono addirittura dei workshop di “pranayama”, una tecnica di respirazione che i maestri indiani non insegnano a meno che non si sia vegetariani e non si faccia meditazione almeno da 4 anni.

Al di la della scorrettezza tecnica, entrando nella questione fisiologica, il “pranayama”, è una tecnica di iperventilazione e come tutti noi cognitivo-comportamentali  sappiamo, l’iperventilazione genera “attacchi di panico”.

La terapia meta-cognitiva, poi, di Wells, più che a Beck sembra essere la migliore applicazione clinica del modello teorico dell’ HIP (Human Information Processing) americano e sembra trarre il nome da tutto il “filotto” post-piagetiano svizzero.

 

Che cos’è il cognitivismo?

Qui devo essere onesto: non l’ho ancora ben capito, in termini epistemologici più che altro.

Per cognitivismo intendiamo ciò che Beck ha definito cognitivo o intendiamo le scienze cognitive e dunque anche le neuroscienze cognitive?

Qui la questione è un po’ particolare e molto particolare, perché all’università i miei libri di storia della psicologia facevano risalire il cognitivismo agli anni ’50 e ’60, ma non citavano Beck, bensì Bruner e la nozione di rappresentazione mentale.

Bruner aveva teorizzato questo modello riprendendo Piaget e la sua epistemologia genetica  arrichendo il tutto con gli scritti di Vygotskij, padre del funzionalismo.

Piccola nota storica: Vygotskij  rischiava di non essere conosciuto in occidente a causa del “diniego” del comunismo, fu proprio Bruner, a farlo conoscere in occidente.

Altro autore padre del cognitivismo, sempre dai miei libri, veniva ritenuto Chomsky, che con i suoi studi sulla grammatica trasformazionale dimostrò come non fosse plausibile che l’apprendimento del linguaggio fosse possibile tramite rinforzi, a causa del fenomeno, da lui stesso definito  “povertà degli stimoli”.

In buona sostanza Chomsky sostiene che il linguaggio sia innato e che più che un’ apprendimento  sia un’ emergenza cognitiva determinata dal maching con lo stimolo acustico-verbale della lingua presente nell’ ambiente in cui il soggetto vive.

Ecco è forse qui che si fa risalire la prima vera rottura tra cognitivismo e comportamentismo, dagli studi Chomsky, studi che però erano specifici per l’acquisizione del linguaggio in termini grammaticali, fonetici-fonologici e lessicali,  mai in termini di apprendimento di regole, comportamenti e comunicazione, tant’è che la deissi è un fattore di velocità dell’apprendimento tutto contestuale, come dimostrato dagli studi sui sordi.

Inoltre è importante ricordare che il concetto di operante  è uno dei più fraintesi sia all’ interno sia all’ esterno dell’ analisi Sperimentale del Comportamento e che soprattutto in Italia giunse prima la critica di Chomsky che il libro di Skinner e non giunse mai, sempre in Italia, la smentita di MacCorquodale che smentì empiricamente tutte le accezioni di Chomsky.

Fatto sta che un filone della psicologia comportamentale-cognitiva ha continuato quelle ricerche e ha dato lo sviluppo a quelle che sono oggi la RFT (Relectional Frame Theory), Irap (Implicit Relational Assessment Procedure (IRAP), che sono alla baase come detto prima di tutte le terapie e i modelli Comportamentli Cognitivi di terza onda.

Altro importante contributo, sempre prima degli anni ’70, poi, è stato dato da Bruner e dall’ enorme contributo di Atikinson e Schifrin da cui sono nate le prime scienze cognitive propriamente dette e definite come HIP : Human Information Processing.

All’ HIP, formato da tutti psicologi sperimentali, dobbiamo le nozioni di  schema cognitivo, da loro è derivata la nozione di rappresentazione, di attenzione selettiva, memoria a magazzini e non monista e quant’altro.

Non cito Fodor e la Teoria modulare button-up e top down, solo per non tediarvi troppo o forse perché, da vero cognitivista e scienziato qual è, nel 2003, ha scritto un bellissimo saggio: “ La mente non funziona così”, criticando tutto il suo approccio teorico-modularista….un’ grande, a mio modesto parere.

 

 

Conclusioni  Chiedo scusa per una lettera così lunga, ma troppo spesso sento delle divergenze anche tra noi che diciamo di voler difendere la CBT dall’attacco degli psicoanalisti, ma la vera domanda è quale CBT vogliamo difendere? Quella basata su evidenze scientifiche non l’ha creata Beck, nasce prima con la psicologia sperimentale.

Quella che si chiama CBT, il nome “forse” lo ha dato Beck è vero, ma è solo della terapia manualizzata di Beck che stiamo parlando?, di una terapia che non ha un passato (il behovarismo, l’ Hip, la psicoanalisi) e che adesso combatte un futuro (la terza ondata)?

Che senso ha il diniego del comportamentismo?

Che senso ne hanno i distinguo?

Ignorare le tecniche, significa ignorare la CBT stessa, perché sono le tecniche, la manualizzazione e la replicabilità a dare  la scientificità a quella che vuole essere chiamata scienza.

Ignorare poi il comportamentismo e il cognitivismo come scienza, significa relegare la psicologia a una scienza di serie B, alla sorella bruttina, quella che si vuole dimenticare, significa non dare la stessa dignità di padri a personaggi come  grandiosi come Skinner, Atikinson, Shiffrin, Bruner, Vygotskij , Piaget  e  a tutti gli altri Psicologi che hanno dato dignità alla nostra scienza.

Vorrei concludere con questa nota presa da Wikipedia:

Il termine “psicologia” divenne popolare nel Settecento, grazie al tedesco Christian Wolff che lo utilizzò per intitolare due sue opere: Psychologia empirica (1732) e Psychologia rationalis (1734). Con queste opere Wolff inaugurò la distinzione fra psicologia empirica e psicologia filosofica: la prima cercava di individuare dei princìpi che potessero spiegare il comportamento dell’anima umana, mentre la seconda indagava sulle facoltà dell’anima stessa. Successivamente, Kant criticò la distinzione di Wolff, negando la possibilità che potesse esistere una psicologia razionale. Kant, comunque, accettò la validità della psicologia empirica, anche se non la considerava scienza esatta, per il fatto che era impossibile applicare la matematica ai fenomeni psichici, mancando ad essi la forma a priori dello spazio. Grazie a Kant si posero le prime basi di una psicologia non più puramente filosofica, ma costruita con criteri empirici.

 

 ARGOMENTO CORRELATO: PSICOTERAPIA COGNITIVA

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Hayes, S.C., B Hayes, Barnes-Holmes e B. Roche (Eds.). Relectional Frame Theory: A post Skinnerian account of Human Language and Cognition (pp. 3-20). New York: Kluwer.
  • Hayes, S. C., Hayes, L. J. (1989). The verbal action of listener as a basis of rule-governance. In S.C. Hayes(ed.), Rule governed behaviour: Cognition, contingencies and instructional control (pp. 153-190. New York: Plenum Press.
  • Giovambattista Presti, Philip N. Chase Paolo Moderato(2002) Pensieri, parole e comportamento. Un’analisi funzionale delle relazioni linguistiche, McGraw-Hill
  • Mosticoni, R. (1979). Terapia del Comportamento. Roma: Bulzoni editore.
  • Donald Meichenbaum e lo fece  nell’ articolo “Cognitive behavior  modification”.Morristown, NJ: General Learning Press, 1974.
  • Skinner, B.F. (1957). Verbal behavior. Cambridge: Prentice-Hall, Inc. Trad. it. Il Comportamento Verbale. Roma: Arnaldo Editore, 2008.
  • Luigia Camaioni (1993)  Manuale di Psicologia dello Sviluppo, il Mulino 1994(Seconda Edizione)
  • FonJohn M. Darley (1981)  Fondamenti di Psicologia, Il Mulino, 1991
  • Russ Harrys (2011) Fare ACT, Franco Angeli, 2011

Curare giocando, giocare curando. La famiglia, i bambini, i terapeuti.

Curare giocando,  giocare curando.

La famiglia, i bambini, i terapeuti.

Sergio Lupoi, Antonella Corsello, Serena Pedi.

Franco Angeli ed. (2013)

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Curare giocando, giocare curando. -Immagine: locandinaIl gioco è la prima forma di apprendimento dell’uomo, presenta aspetti cognitivi, emotivi e relazionali su cui si basa anche la funzione curativa del gioco nella prospettiva sistemica.

Vi sono due modi diversi di utilizzare il gioco: il “GIOCO IN TERAPIA” atto a ridefinire e ristrutturare; la “PSICOTERAPIA DI GIOCO” in cui il gioco è lo strumento su cui si basa l’intervento.

Il libro è introdotto da una dedica: “A tutti i bambini che ci hanno insegnato come parlare alle loro famiglie”.

Questo testo ci permette di esplorare come il gioco e la terapia siano in sinergia; l’uso della play therapy ha trovato applicazione nelle esperienze traumatiche, nel disadattamento sociale e comportamentale, nelle condotte aggressive, nelle malattie terminali, nel bullismo e nel caso di bambini esposti a violenza.

In particolare il volume propone una applicazione del gioco nella terapia familiare come linguaggio idoneo alle espressioni delle emozioni del bambino e come fenomeno naturale nel contesto familiare che permette quindi l’esplorazione delle aree più delicate di questa.

Il gioco ha la capacità di adattarsi alle più svariate situazioni e gli autori credono dunque che questo testo possa infondere nel lettore la capacità di credere nel gioco per curare.

Si rivolge in particolare a coloro che operano nel settore, allievi e terapeuti, con lo scopo di promuovere l’utilizzo del gioco in terapia.

Si parte dall’introduzione dell’idea della psicoterapia di gioco con tutta la famiglia per giungere ad una teorizzazione di questa in un approccio sistemico-relazionale, basato su uno sviluppo competente dell’essere umano, su aspetti neurobiologici della vita di relazione, sul sé, la coscienza e la conoscenza, sulle emozioni, sulla memoria, sullo sviluppo del mondo psichico, sulla famiglia dell’individuo e sui livelli di patologia.

Si prosegue con una definizione di “gioco” differenziandone tre tipi diversi: game, gamble, play.

Con play si intende un comportamento di gioco finalizzato al puro divertimento con un numero non limitato di giocatori, senza regole e vincitori.

Con game ci si riferisce ad un gioco specifico con proprie regole.

Gamble invece è il gioco d’azzardo con regole precise e dove l’obiettivo è guadagnare e sono prevedibili comportamenti di imbroglio.

Il gioco è la prima forma di apprendimento dell’uomo, presenta aspetti cognitivi, emotivi e relazionali su cui si basa anche la funzione curativa del gioco nella prospettiva sistemica. Vi sono due modi diversi di utilizzare il gioco: il “GIOCO IN TERAPIA” atto a ridefinire e ristrutturare; la “PSICOTERAPIA DI GIOCO” in cui il gioco è lo strumento su cui si basa l’intervento.

La prassi terapeutica prevede varie tipologie di gioco:  il gioco di ruolo, il gioco con obiettivi da raggiungere, il gioco di azione con “oggetti” metaforici e racconti con personaggi giocattolo o con storie o fiabe.

Le fasi della terapia si definiscono in tre sedute di valutazione del sistema familiare, ponendo attenzione all’attaccamento e all’espressione delle emozioni. Segue la fase dell’interazione tra i membri e la definizione del contratto terapeutico. La fase centrale della terapia è incentrata sul raggiungimento degli obiettivi identificati nel contratto.

Il gioco permetterà alla famiglia di acquisire capacità di gioco, autoregolazione emotiva, modalità di attaccamento ed esplorazione più funzionale, ed essere più flessibili nei ruoli. La fase conclusiva prevede una remissione dei sintomi ed una riorganizzazione del sistema familiare.

Infine all’interno del testo troviamo alcuni casi clinici commentati.

La psicoterapia è gioco. Qualora il terapeuta non renda possibile il gioco, allora il lavoro del terapeuta deve essere rivolto a portare se stesso da uno stato di incapacità ad una capacità di giocare.”  Lupoi, Corsello, Pedi.

ARGOMENTI CONSIGLIATI:

BAMBINI – TERAPIA SISTEMICO RELAZIONALERECENSIONI

 

BIBLIOGRAFIA:

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