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Il lutto. Psicoterapia cognitivo-evoluzionista e EMDR (2015) – Recensione

Queste pagine hanno l’abilità di inserirsi nel delicato equilibrio tra il lutto come processo psicologico umano naturale, inevitabile e auspicabile, e il lutto patologico, dove il dolore diventa qualcosa di troppo, troppo forte, troppo grande che ha il potere di disorganizzare l’esistenza della persona, arrivando in alcuni casi a tramandarsi come fattore di vulnerabilità nella vita delle generazioni successive.

Una cosa prima di tutte; difficile recensire il libro di Antonio Onofri e Cecilia La Rosa con la stessa lucidità, profondità e delicatezza con la quale è stato scritto.
La scelta di un una chiave di lettura psicologica e psichiatrica del fenomeno non impedisce al lettore di scorgere, attraverso una finestra sempre aperta, l’aspetto biologico – evoluzionistico, antropologico, storico, religioso, letterario e profondamente umano.
Come possiamo concepire l’assenza, il non essere, la non esistenza di qualcuno che è stato parte della nostra vita e del nostro essere, della nostra identità? Che forma prende? Che luogo abita fuori o dentro di noi chi “non c’è più” ?

Gli autori attraversano con ricchezza di riflessioni teoriche e cliniche il cordoglio, fenomeno così radicato nella natura vulnerabile dell’uomo ma di cui tuttavia si è persa familiarità. Queste pagine hanno l’abilità di inserirsi nel delicato equilibrio tra il lutto come processo psicologico umano naturale, inevitabile e auspicabile, e il lutto patologico, dove il dolore diventa qualcosa di troppo, troppo forte, troppo grande che ha il potere di disorganizzare l’esistenza della persona, arrivando in alcuni casi a tramandarsi come fattore di vulnerabilità nella vita delle generazioni successive.

Per orientarci nella ricca esposizione che attraversa la fenomenologia del cordoglio, i fattori che lo influenzano, le strategie fisiologiche di adattamento e le strade attraverso le quali il lutto si complica, gli autori ci suggeriscono un luogo privilegiato di osservazione, quello della dimensione intersoggettiva, che nel lutto sopravvive e trova conferma.

Che cosa accade quando perdiamo qualcuno al quale siamo profondamente legati?
Ci sentiamo inizialmente storditi, increduli, confusi e distaccati, sprovvisti di un senso, reazioni simili a quelle osservabili dopo un trauma acuto ma contraddistinte dal peculiare significato del trauma da separazione. Cerchiamo.

E’ una ricerca allarmata, inquieta, in cui il desiderio per la persona che “non è più” diviene pervasivo, totalizzante, persistente, e compare la collera per l’abbandono subito. Si attiva in modo potente il nostro innato sistema dell’attaccamento. Di fronte all’impossibilità del ricongiungimento, che costantemente ci si palesa, compaiono disperazione, una generalizzata e profonda tristezza, disinteresse; uno stato in cui la separazione viene vissuta in termini di mutilazione, con prevalenza di un umore depresso, fino all’accettazione, se ci riusciamo, della perdita.

E che cosa accade a questo punto e, ancora una volta, dov’è chi non c’è più, chi non è più con noi, dove siamo noi ora? Quando e come un lutto può definirsi “risolto”?
I teorici del lutto, dettagliando percorsi simili, mettono in luce la necessità di attraversare il cordoglio, sopportare tutto il dolore emotivo che l’accompagna, accettare l’ineluttabilità della perdita e riorganizzare la relazione perduta esplorando un nuovo modo di “stare nel mondo” e una nuova relazione interna, viva, con il defunto; non di fine si tratta, dunque, ma di trasformazione.

Ed è quel particolare tipo di relazione, unica e indissolubile, a rendere il cordoglio, se pur universale in molte delle sue manifestazioni, così soggettivo. La natura soggettiva del cordoglio diviene ancor più evidente se pensiamo al mondo preesistente di relazioni, divenuto parte dell’individuo. Solo conoscendo la relazione e le emozioni di cui è connotata possiamo comprendere la risposta di una persona davanti ad una perdita. Pur constatando la carenza di studi sulla relazione tra attaccamento e lutto, non possiamo non considerare, sotto la guida degli autori, quanto la forma che assume il cordoglio di un individuo sia plasmata da memorie implicite potentemente riattivate dal dolore della perdita e in grado di guidare rappresentazioni di sé, dell’altro e delle relazioni.

Pensiamo, nel migliore dei casi, ad un lutto affrontato con capacità di sentire, comprendere, esprimere la sofferenza ed organizzarla in un senso di sé coerente e pensiamo, d’altra parte, a quando un lutto irrompe in una storia di sviluppo traumatico; la perdita riattiva esperienze precoci e disorganizzate di paura e impotenza e al dolore del lutto si sovrappone la minaccia alla propria incolumità. L’attivazione di sistemi arcaici come quello di difesa, con la conseguente cronica attivazione di risposte di allarme attive e passive, può rappresentare in questi casi l’unica soluzione possibile.
Gli autori descrivono e tracciano questo ed altri percorsi attraverso i quali diverse variabili (dal background bio – psico – sociale al “gradiente” di traumaticità legato al tipo di perdita e alle circostanze in cui si verifica) concorrono a complicare il lutto o, in alcuni casi, a generare una reazione post-traumatica a tutti gli effetti.

Le diverse forme di lutto patologico condividono l’impossibilità di riconoscere la perdita come definitiva.
Se nel processo fisiologico del lutto la relazione si trasforma e troviamo un graduale riattivarsi della capacità di reinvestire in nuovi interessi, attività, relazioni, quando il lutto si complica diviene impossibile riappropriarsi di un senso e di un senso di padronanza sulla propria vita, che resta ferma e disorientata in uno stato di minaccia, attesa, ricerca disperata, collera. E’ un lutto radicato nel corpo, isolato e bloccato in una memoria somatica impossibile da integrare, sganciato dalla parola, non pensabile, non verbalizzabile, e senza un significato che possa contenerlo in qualche forma.

Come può allora riprendere o avere inizio il processo di risoluzione, riorganizzazione, trasformazione di sé e della relazione quando la dimensione della perdita si incontra o si sovrappone a quella del trauma?

Si comprende qui la necessità di un intervento terapeutico in grado di individuare il punto di rottura e riattivare il processo naturale che conduce dalla perdita alla trasformazione della relazione.
Gli autori ben ci spiegano come questo sia possibile solo garantendosi un duplice accesso, quello della mente, guidato dalla parola, dal linguaggio interno riattivato nel dialogo terapeutico e quello del corpo, depositario della memoria procedurale del lutto traumatico.

Gli autori descrivono possibili strade terapeutiche, come la Psicoterapia cognitivo – evoluzionista e l’EMDR, attraverso le quali il dolore incastrato tra corpo e mente si riorganizza e diventa sufficientemente tollerabile da poter essere vissuto; l’individuo può allora recuperare memorie connotate emotivamente e riappropriarsi della capacità di “pensare la propria mente” costruendo nuove rappresentazioni e nuovi significati dai quali partire per continuare a vivere in un nuovo mondo dove l’amore in presenza diventa amore in assenza.

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BIBLIOGRAFIA:

  • Onofri, A., La Rosa, C. (2015). Il lutto. Psicoterapia cognitivo – evoluzionista e EMDR. Giovanni Fioriti Editore, Roma.

Overclaiming: la convinzione di sapere ciò che in realtà non si sa

Secondo una nuova ricerca pubblicata su Psychological Science la conoscenza può diventare affar pericoloso, dal momento in cui più ci si sente sicuri di sapere più è facile cadere in errore.

Il fenomeno che gli studiosi chiamano overclaiming (che si potrebbe tradurre come “iper-asserire con convinzione”) sarebbe spinto dalla convinzione di sapere, di avere già visto qualcosa anche in assenza di una vera traccia nella memoria del nostro bagaglio concettuale. Secondo gli studiosi dunque, avere un alto livello di expertise in una disciplina può portare a fenomeni in cui si è convinti di conoscere ciò che in realtà non si sa.

In una serie di esperimenti i ricercatori hanno chiesto ai soggetti (più di 500) di valutare la familiarità con una serie di concetti di una certa disciplina (ad esempio, finanza, biologia, filosofia, etc.), alcuni dei quali erano plausibili ma inesistenti.

Dai risultati è emerso che più le persone sono esperte e conoscitrici di una certa disciplina maggiore è la probabilità che si sentano troppo sicuri della propria conoscenza e cadano in errore, percependo di conoscere vocaboli e concetti in realtà falsi e inesistenti – proprio nella loro specialità.

Un esempio è questo: per un biologo è molto più semplice credere di conoscere la parola meta-tossina (falsa e inventata) rispetto a un non biologo. Il meccanismo sotteso richiama la familiarità dei concetti appresi: avere la mente piena di parole quali “metabolico, retrogrado, tossina” può più facilmente trarre in inganno nel farci credere di conoscere un falso nel vocabolario della biologia.

E la percentuale di tali errori rimane alta anche quando i partecipanti vengono allertati rispetto al fatto che vi potrebbero essere dei falsi tra i concetti loro presentati. Ma non sembra essere una questione di desiderabilità sociale, di non perdere la faccia visto che sei un esperto: proprio per i più competenti può essere difficile riconoscere ciò che ignorano. Ulteriori ricerche indagheranno anche i fattori emotivi e personologici in gioco nel moderare questo inatteso fenomeno.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Lo faccio domani: capire le emozioni di chi procrastina

In Psicologia si definisce procrastinazione quel comportamento che spinge a ritardare volontariamente un’azione nonostante prevedibili conseguenze future negative: si opta per il piacere di breve durata a costo dei benefici a lungo termine.

A chi di voi non è mai capitato di rimandare qualcosa con la classica frase Lo faccio domani e, ovviamente, quel domani non è più arrivato, a meno che non si siano subìti gli effetti negativi di tale rimandare? Oppure, nota dolente per molti, quante volte il famoso Lunedì dieta ha visto il susseguirsi di settimane e poi di mesi e ancora di stagioni?

Può capitare quasi a tutti, dunque, di rimandare alcuni compiti, perdendo di vista gli annessi obiettivi futuri, e diventare dei procrastinatori.

 In Psicologia si definisce Procrastinazione quel comportamento che spinge a ritardare volontariamente un’azione nonostante prevedibili conseguenze future negative: si opta per il piacere di breve durata a costo dei benefici a lungo termine.

Vi sono individui che tendono solo raramente a rimandare i propri impegni, mentre vi sono persone che danno priorità al piacere momentaneo, sacrificando così il proprio futuro, costantemente e in quasi tutti gli ambiti della loro vita (o per lo meno quelli più importanti): in questo caso si parla di procrastinatori cronici.

La procrastinazione tocca diverse sfere di vita, da quella lavorativa a quella relazionale, e può dunque spesso portare chi procrastina a spiacevoli conseguenze, sia sul piano fisico che psicologico. Cosa succede però, a livello emotivo, che porta una persona a rimandare continuamente un’azione?

Spesso alcuni interventi terapeutici tendono a dare maggiore priorità a una migliore gestione temporale: dividere dunque il progetto in piccoli passi e condurre il paziente a iniziare pian piano da questi. Gran parte del lavoro andrebbe anche indirizzato sulla sfera emotiva del paziente, sull’ansia e sulla ‘miopia temporale’ (l’incapacità di pensarsi adeguatamente nel futuro) tipiche di chi procrastina assiduamente.

Fortunatamente la letteratura a riguardo è ampia e la ricerca in continua evoluzione. Nell’articolo consigliato vengono riportati i più recenti passi in avanti in tema di procrastinazione: ricercatori dell’Università di Stoccolma, hanno per esempio studiato gli effetti di una terapia online e di una terapia di auto aiuto sui procrastinatori cronici. Altri esperti, studiando le distorsioni cognitive più diffuse tra i procrastinatori, hanno offerto riflessioni interessanti per gli interventi terapeutici da effettuare in questi casi, concentrando la loro attenzione sulle emozioni dei pazienti. Viene inoltre riportata una piccola To do list per procrastinare sempre meno.

L’articolo è ricco di spunti interessanti per terapeuti, psicologi e per gli stessi procrastinatori…a meno che, questi ultimi, non rimandino anche tale lettura a domani!

The essence of procrastination is ‘we’re giving in to feel good’ (…) Procrastination is ‘I know I should be doing it, I want to, it gets under my skin -when I don’t-.’ (…) ‘If you’re an occasional procrastinator, quit thinking about your feelings and get to the next task. But if you’re a chronic procrastinator, you might need therapy to better understand your emotions and how you’re coping with them through avoidance’.

To Stop Procrastinating, Start by Understanding the Emotions InvolvedConsigliato dalla Redazione

New research suggests procrastination is a way some people cope with stress and avoid the feeling of anxiety before a new assignment or task. (…)

Tratto da: WSJ

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 


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Dal suono al significato: i bambini prelinguistici sanno che le parole “stanno per” qualcos’altro?

Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, SISSA

 

Senza la comprensione della “funzione referenziale” del linguaggio (le parole come “etichette verbali” che simboleggiano altre cose) è impossibile acquisire una lingua. Questa conoscenza implicita è presente già precocemente nei bambini in età prelinguistica?

Uno studio condotto dal laboratorio di Linguaggio, cognizione e sviluppo della SISSA dice di sì. La parola “mela”, quando la pronunciamo, è una sequenza di suoni (fonemi) che usiamo ogni qual volta vogliamo riferirci all’oggetto che indica. Se non sapessimo che esiste un legame referenziale fra suono e oggetto sarebbe per noi impossibile usare, e imparare, un linguaggio. Da dove arriva questa conoscenza implicita, e quanto precocemente si manifesta nello sviluppo dell’essere umano?

A questa domanda hanno cercato di rispondere Hanna Marno con altri colleghi della SISSA, Marina Nespor e Jacques Mehler, in collaborazione con Teresa Farroni, dell’Università di Padova, in una ricerca appena pubblicata su Scientific Reports. [blockquote style=”1″]La sensibilità ai suoni linguistici è già presente nei neonati. Questo tipo di suoni sono infatti speciali fin dai primi giorni di vita, e vengono processati in maniera diversa da altri tipi di stimolo sonoro. Cosa rende questo tipo di stimolo così speciale per il neonato?[/blockquote] si chiede Marno.

[blockquote style=”1″]Sicuramente c’è una valenza ‘sociale’: i suoni linguistici segnalano l’interazione fra conspecifici, importante per la sopravvivenza del piccolo. Ma c’è anche un altro aspetto importante, quello della referenzialità: le parole sono simboli che portano dei significati e veicolano messaggi. Se il bambino non lo sapesse, seppur implicitamente, non sarebbe in grado di acquisire il linguaggio[/blockquote].

[blockquote style=”1″]Provate a immaginare un neonato che vede la mamma, in più occasioni, alzare una tazza tenendola in mano mentre pronuncia la parola ‘tazza’, potrebbe anche solo pensare questo è quello che la mamma fa quando ha in mano una tazza, una sua strana abitudine. Invece in breve tempo imparerà che le parole si riferiscono a degli oggetti, come se fosse ‘programmato’ a farlo[/blockquote] spiega ancora la ricercatrice.

Per provare questa ipotesi Marno ha condotto degli esperimenti con bambini in età prelinguistica (4 mesi). I piccoli osservavano una serie di filmati dove una persona poteva (o meno) pronunciare il nome (inventato) di un oggetto, indicando (o meno) con lo sguardo la posizione dello schermo dove l’immagine dell’oggetto sarebbe apparsa. Monitorando lo sguardo dei bambini, Marno e colleghi hanno osservato che in corrispondenza degli stimoli linguistici il bambino orientava più velocemente lo sguardo verso l’oggetto sullo schermo, segnale che era stato ‘indirizzato’ a cercare un potenziale referente per le parole udite. Se invece la persona nel video restava in silenzio o se l’audio veniva sostituito con suoni non linguistici, la stessa cosa non avveniva.

[blockquote style=”1″]Il solo fatto di sentire degli stimoli linguistici poneva i piccoli nella condizione di aspettarsi che apparisse un oggetto da qualche parte, da associare alla parola, mentre la stessa cosa non accadeva in assenza di linguaggio parlato, anche quando la persona del video spingeva con lo sguardo il bambino a guardare dove sarebbe apparso l’oggetto. Questo suggerisce che già a questa età precoce i bambini hanno sono in qualche modo consapevoli della relazione fra le parole che sentono e il mondo fisico intorno a loro e sono pronti a cercare queste relazioni, pur non sapendo nulla del significato delle parole.[/blockquote]

Marno conclude con una raccomandazione ai genitori:

[blockquote style=”1″]Parlate ai vostri neonati, potrebbero infatti capire molto di più di quello che danno a vedere, e in questo modo riuscirete a guidare efficacemente la loro attenzione, aiutandoli ad acquisire il linguaggio, ma anche a comprendere del mondo in cui stanno crescendo.[/blockquote]

LINK UTILI: • Articolo originale su Scientific Reports (link attivo dal 1 settembre 2015): www.nature.com/articles/srep13594

IMMAGINI: • Crediti: Rebecca Trynes (Flickr: https://goo.gl/8wnaMJ)

Contatti e informazioni sulla SISSA

 

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Disturbi Alimentari e EMDR – Report dal XIV Congresso Europeo di Psicologia, Milano

Sara Palmieri – OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI 

Durante il XIV Congresso Europeo di Psicologia (ECP), tenutosi a Milano dal 7 al 10 luglio scorso, è stato organizzato un simposio sul tema dei disturbi alimentari ed EMDR.

Negli ultimi decenni la ricerca sui disturbi alimentari è in aumento, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della regolazione delle emozioni e il legame tra questi disturbi e una storia di eventi di vita traumatici. A partire dalla teoria del trauma (Schwartz & Gay, 1996) lo sviluppo di un disturbo del comportamento alimentare potrebbe essere visto come un tentativo di gestire emozioni travolgenti, ricordi e fattori di stress sperimentato nel trauma. Cole e Putnam (1992), infatti, hanno sottolineato come questi eventi traumatici potrebbero portare a deficit nella gestione di emozioni molto forti ed altre esperienze interne a questi individui.

Per quanto riguarda la terapia dei disturbi alimentari c’è un consenso tra i terapeuti rispetto alla possibilità di integrare diverse strategie di intervento, come la terapia cognitivo-comportamentale, la terapia familiare, la terapia dialettica e il supporto psico-educativo. Inoltre è stata suggerita un’integrazione con un metodo focalizzato sui ricordi traumatici: l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR).

L’EMDR è caratterizzata da otto fasi progettate per affrontare le esperienze negative del passato, i trigger attuali dei sintomi sviluppati da quelle esperienze e di tutti i blocchi futuri al funzionamento efficace (Shapiro, 2001). L’efficacia dell’EMDR per il trattamento del trauma è stata ben dimostrata in diverse meta-analisi e numerose ricerche negli ultimi decenni hanno sottolineato l’efficacia della tecnica EMDR nel trattamento dei disturbi alimentari.

Alla luce di ciò l’obiettivo del simposio è stato quello di valutare l’efficacia del metodo EMDR sui sintomi principali dei disturbi alimentari rispetto alle terapie standard. L’ipotesi è che l’integrazione del trattamento EMDR alle impostazioni terapeutiche standard potrebbe portare a risultati migliori rispetto alla sola terapia standard.

Innanzitutto è stata descritta l’esperienza dell’unità per i disturbi alimentari presso la Casa di Cura “Villa Margherita” di Arcugnano, specializzata in un approccio multidisciplinare: cognitivo – comportamentale, riabilitazione psico-nutrizionale e intervento sulle esperienze traumatiche dei pazienti. Inoltre sono stati mostrati dati sull’effettiva efficacia di questo tipo di approccio su un campione di pazienti con disturbi alimentari che avevano vissuto o meno eventi traumatici.

Altri due contributi italiani ad opera di Simona Anselmetti (Ospedale San Paolo di Milano) e Maria Zaccagnino (Università di Lugano) hanno confermato l’efficacia dell’integrazione dell’EMDR con la CBT per i pazienti con disturbi alimentari. In particolare l’EMDR si è mostrata efficace nel condurre a una risoluzione del materiale non risolto, a modificare la rappresentazione della relazione di attaccamento precoce con i caregivers e a diminuire le credenze negative sull’autostima e la vulnerabilità individuale (Zaccagnino & Cussino, 2013).

Il simposio si è concluso con la presentazione di un trattamento, attuato in Spagna dalla Dott.ssa Natalia Seijo in un ambulatorio privato, per la distorsione dell’immagine corporea dal punto di vista EMDR al fine di poter lavorare sulla consapevolezza del corpo reale e raggiungere l’accettazione.

 

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BIBLIOGRAFIA:

La depressione post-natale: definizione, conseguenze cognitive ed emotive nei figli e trattamento

Marta Merenda, Noemi Monti, Francesca Turra, OPEN SCHOOL Studi Cognitivi

 

Il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder; American Psychiatric Association) considera la depressione post-natale come una forma di depressione generale specificata come “depressione postpartum” se ha esordio entro le prime quattro settimane successive al parto.

 

In molte culture, tra cui quella occidentale, la nascita di un bambino viene sempre accolta e considerata come un evento felice e un’occasione di festa. Questa immagine idealizzata della maternità è però, talvolta, in forte contrasto con il vissuto intimo della madre stessa. La nascita di un figlio non è sempre una strada in discesa e costellata solo di rose e fiori: diventare madre comporta molti cambiamenti nella vita della donna e della coppia.
La nuova vita comporta l’integrazione del ruolo di genitore, oltre che la modificazione dei ruoli precedenti: le continue richieste di accudimento del neonato, una nuova organizzazione del proprio tempo e delle proprie abitudini, eventuali difficoltà nell’ambito lavorativo sono solo alcune delle difficoltà che la donna incontra in questa delicata fase di vita.

Anche la relazione con il partner può incontrare alcune avversità legate al nuovo assetto di vita; il coniuge, molto spesso, viene avvertito dalla compagna come poco presente e supportivo rispetto alle sue maggiori necessità di aiuto e sostegno. Se a tutto ciò si sommano problemi ulteriori, quali la mancanza di una rete sociale, difficoltà finanziarie o un parto inaspettatamente problematico, lo sviluppo di manifestazioni depressive di varia intensità è un evento al quale non è assolutamente raro assistere (Zaccagnino, 2009).

Nei giorni immediatamente successivi al parto è considerato fisiologico un periodo caratterizzato da calo dell’umore e instabilità emotiva (la cosiddetta baby blues o maternity blues): si stima che una percentuale collocabile tra il 30% e l’85% delle donne (O’Hara et al., 1990; Gonidakis et al., 2007) sperimenta e manifesta sintomi associabili a una leggera depressione post partum, ma caratterizzati da transitorietà (presentano una durata variabile da poche ore ad alcuni giorni) e che non necessariamente si trasformano in un vero e proprio disturbo.

La notevole diffusione del baby blues suggerisce un adattamento psicofisico  agli importanti cambiamenti che intervengono nella vita di una donna quando diventa madre; per il suo carattere transitorio e la scarsa entità della sintomatologia non richiede generalmente trattamenti specifici e non implica conseguenze a lungo termine. E’ importante tuttavia identificare le donne con maternity blues perché è stato stimato che circa il 20% dei casi evolve in un episodio depressivo maggiore nel corso del primo anno successivo al parto (Najman et al., 2000).

La vera e propria depressione post-partum o depressione post-natale (DPN) sembra invece colpire circa il 10-15% (Centers for Disease Control and Prevention, 2008) delle donne. Il DSM (Diagnostic and Statistica Manual of Mental Disorder; American Psychiatric Association) considera la depressione post-natale come una forma di depressione generale specificata come “depressione postpartum” se ha esordio entro le prime quattro settimane successive al parto. I criteri del DSM 5 per questo disturbo richiedono che sia presente, quasi ogni giorno per un periodo di almeno due settimane:
umore depresso, per la maggior parte del tempo, quasi tutti i giorni, come riportato dall’individuo (per esempio si sente triste, vuoto, disperato) o come osservato da altri (per esempio appare lamentoso);
marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte della giornata, quasi ogni giorno.

Devono inoltre essere presenti almeno 5 o più dei seguenti sintomi, perduranti per un periodo di almeno due settimane:
significativa perdita di peso, senza essere a dieta, o aumento di peso, oppure diminuzione o aumento dell’appetito;
insonnia o ipersonnia quasi tutti i giorni;
agitazione o rallentamento psicomotorio quasi tutti i giorni;
faticabilità o mancanza di energia quasi tutti i giorni;
sentimenti di autovalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati quasi tutti i giorni;
ridotta capacità di pensare o di concentrarsi o indecisione quasi tutti i giorni;
pensieri ricorrenti di morte, ricorrente idea suicidaria senza un piano specifico, o un tentativo di suicidio, o l’ideazione di un piano specifico per commettere suicidio.

I sintomi causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento sociale, lavorativo, o di altre aree importanti. Si presentano in modo conclamato tra le otto e le dodici settimane dopo il parto, periodo che è stato individuato come picco di insorgenza più frequente (Guedeney & Jeammet, 2001).
I sintomi della depressione post partum non sono transitori e possono persistere, variando d’intensità, anche per molti anni, e quindi avere conseguenze più o meno significative non solo sulla salute mentale della donna, ma anche sulla relazione madre-bambino, sullo sviluppo del bambino e sull’intero nucleo familiare.

Effetti della depressione post-natale sulla relazione madre-bambino

Per le madri è molto importante occuparsi del bambino, rispondere appropriatamente alle sue comunicazioni e provvedere alle sue cure stimolandolo dal punto di vista emotivo, cognitivo e sociale. Occorre trovare un buon equilibrio tra i bisogni propri, del neonato e quelli del partner e ciò è difficilmente attuabile in presenza di un disturbo disabilitante quale la depressione. E’ risaputo però come lo sviluppo sociale ed intellettivo dei bambini sia modulato dalle loro precoci esperienze e dal clima emotivo fornito dai genitori (Zaccagnino, 2009). L’importanza della prima relazione madre-bambino per il successivo sviluppo di questo è ampiamente documentata. Esistono degli specifici comportamenti della madre che rendono l’interazione con il bambino positiva ed efficace: il contatto visivo, le risposte immediate ed appropriate ai segnali del neonato, la creazione di un ambiente che suscita l’aspettativa di un’interazione, la ricerca di un equilibrio tra stimolazione e calma, la stimolazione emotiva e fisica.

Ricevere delle risposte appropriate dalla madre aiuta non solo a sviluppare un senso di sé ma anche una relazione di attaccamento sicuro che permette al bambino di essere flessibile, curioso e socialmente competente (Winnicott, 1965). La depressione materna interferisce con gli scambi emotivi e comportamentali ritenuti necessari perché si possa sviluppare un’interazione efficace tra la madre e il bambino (Milgrom et al., 2003). I sintomi della DPN e le cognizioni negative associate comportano una minor abilità di supporto della regolazione emotiva del bambino, espressioni affettive poco positive e sincronizzate e livelli bassi di responsività materna.

La mancanza di un’interazione sensibile, responsiva e psicologicamente disponibile per il bambino in un periodo tanto importante per il suo sviluppo avrebbe delle conseguenze negative dal punto di vista affettivo-relazionale: numerosi studi sostengono che l’esposizione precoce alla depressione materna contribuisca in modo significativo alla formazione di una relazione insicura di attaccamento (Milgrom et al., 2003).

Come già affermato, in letteratura sono numerose le evidenze riguardo al fatto che la depressione interferisca in modo significativo sulle funzioni e sull’accudimento genitoriale e incida profondamente sul comportamento materno, limitando l’espressione emozionale e la qualità degli scambi relazionali madre-bambino (Cohn, 1990; Kurstjens & Wolke, 2001). E’ stato sottolineato come la tristezza, l’irritabilità e il ritiro sociale che caratterizza le madri depresse comprometta la loro abilità di fornire un ambiente responsivo, sensibile e “nutritivo” per i loro bambini. Da un riesame di alcuni articoli emerge che la depressione produce nelle madri una generale limitazione nell’espressione dell’affettività, vale a dire che esse dimostrano di essere meno sensibili e responsive ai bisogni del bambino (Righetti-Veltema et al., 2003; Stanley et al., 2004).

In particolare è frequente che le madri non riescano a provare emozioni nei confronti del bambino, si ritengano incapaci e temano i momenti di solitudine insieme al piccolo nato (Zaccagnino, 2009). La ricerca indica che molte donne affette da DPN incontrano delle difficoltà nell’interazione con i loro bambini: li guardano meno (Field et al., 1985), li cullano meno (Murray, 1992), reagiscono più lentamente alle loro richieste e sono meno affettuose, più ritirate o più intrusive (Bettes, 1988). I figli di madri depresse sono descritti come più assonnati e capricciosi (Cox, 1988; Milgrom et al., 2003), mostrano scarse vocalizzazioni positive, pianti eccessivi, poche espressioni facciali positive e pochi comportamenti interattivi positivi (Monti et al., 2004). Essi sperimentano una predominanza di stati affettivi negativi a cui possono rispondere con la tristezza, con l’isolamento, con il pianto o con la rabbia.

Alcuni studi si sono occupati di indagare il linguaggio delle madri sofferenti di depressione post natale confrontandolo con quello di madri non depresse (Reissland et al., 2003; Kaplan et al., 2001). I due gruppi si differenziano innanzitutto per il contenuto delle verbalizzazioni: le madri depresse verbalizzano molto più frequentemente riguardo a se stesse e non riguardo al bambino; in aggiunta il contenuto di tali verbalizzazioni è negativo e riferito all’ambiente esterno e poco sullo stato interno e sulle emozioni. Un’ulteriore differenza riguarda gli aspetti formali: le madri non depresse si adeguano all’età del bambino, usando ad esempio nei confronti di bambini piccoli frasi più brevi e parole semplici, mentre quelle che soffrono di depressione non riescono a costruire un dialogo con il bambino adeguato alla sua età.

Depressione post-natale: ricadute sul versante emotivo e cognitivo del bambino

La depressione post natale rappresenta un considerevole fattore di rischio per l’esordio di un ampio ventaglio di esiti psicopatologici nel bambino: problemi nei processi di regolazione affettiva; disturbi comportamentali con tendenza all’aggressività; disturbi ansiosi; deficit nello sviluppo cognitivo; deficit dell’attenzione; incompetenza sociale; deficit dell’apprendimento con difficoltà di adattamento scolastico; difficoltà temperamentali; disorganizzazione emozionale; sintomatologia depressiva subclinica o disturbi depressivi veri e propri; modelli di attaccamento di tipo prevalentemente insicuro (Cicchetti, Rogosh & Toth, 1998; Downey & Coyne, 1990; Field, 1989; Goodman & Gotlib, 1999; Spieker & Booth, 1988). I quadri depressivi materni associati al rischio cumulativo di vari fattori di stress psicosociale, sembrerebbero i più forti elementi predittivi delle conseguenze negative nel bambino ad un anno di vita (Seifer, Dickstein, Sameroff, Magee & Hayden, 2001).

E’ stato riscontrato che i figli di madri depresse sono maggiormente esposti a sentimenti negativi e a intense situazioni di stress: questo influisce significativamente sulla loro capacità di regolazione emotiva (Murray, Fiori, Cowley & Hooper, 1996). Come affermato nel paragrafo precedente, la depressione post-partum può compromettere la capacità materna e di conseguenza, anche quella della diade madre-bambino di regolare reciprocamente l’interazione (Cohn & Tronick, 1989); ciò comporterebbe una disregolazione degli affetti nell’interazione che andrebbe ad interferire con il processo di apprendimento del bambino. In particolare la DPN può influenzare due aspetti della regolazione dell’attenzione: la consapevolezza delle contingenze ambientali e la capacità di modulare il proprio stato emotivo contemporaneamente all’ elaborazione dell’informazione (Cooper e Murray, 1997).

In letteratura è emersa una sostanziale differenza a seconda del genere dei figli di mamme affette da Depressione Post-Partum. I maschi sembrano mostrare maggiori problemi d’autoregolazione dell’eccitabilità e delle emozioni (Cooper & Murray, 1997). È stato osservato che lo sviluppo cognitivo, soprattutto nei maschi, in un contesto di depressione materna è fortemente a rischio (particolarmente aggravata qualora sia presente anche una condizione di deprivazione socioeconomica). Inoltre, questi bambini mostrano un livello più elevato di disturbi comportamentali a 5 anni e sviluppano in percentuale superiore un legame di attaccamento insicuro a 18 mesi (Cooper & Murray, 1998). Quando invece la diade è composta da madre depressa-figlia femmina le alterazioni interattive che si osservano sono più numerose, sia per ciò che riguarda compromissioni nelle interazioni corporee vocali e gestuali (maggiore passività e indifferenza negli scambi corporei tra mamma e figlia), sia in termini di mancanza di reciprocità.

Gli aspetti emotivi di questi bambini non sono quindi gli unici ad essere compromessi dalla depressione materna: alcuni studi hanno evidenziato compromissioni riguardanti anche la sfera cognitiva e lo sviluppo. La disregolazione degli affetti nell’interazione causata dalla depressione materna interferisce anche con il processo di apprendimento del bambino.

Nel 1992 Murray ha esaminato quale fosse l’effetto della DPN sullo sviluppo intellettivo del bambino nel corso del primo anno di vita. Il compito cognitivo esaminato era quello del test di permanenza dell’oggetto (Utzgiris & Hunt, 1975) in bambini a 9 e 18 mesi d’età. Ciò che è apparso è che i figli di madri depresse, valutate con l’EPDS (Edimburgh Postnatal Depression Scale; Cox et al., 1987) presentano una maggiore percentuale di fallibilità in questo compito cognitivo. Altri studi hanno utilizzato come strumento il Mc Carthy of Children’s Abilities (Cogill et al., 1986; Sharp et al., 1995) per rilevare la correlazione tra DPN e lo sviluppo cognitivo del bambino. Dal lavoro eseguito da Cogill e colleghi nel 1986 si è effettivamente avuto conferma della discrepanza tra figli di madri depresse e figli di madri non depresse: nel corso del primo anno di vita i primi avevano punteggi inferiori rispetto ai secondi.

Nello studio eseguito invece da Sharp e colleghi nel 1995 il campione era più ampio ma al contempo erano numerose le diadi madre-bambino provenienti da contesti socio-culturali particolarmente deprivati il che ha inciso notevolmente sull’esito dello studio. Nonostante ciò, è stato comunque possibile riscontare l’influenza della depressione materna sullo sviluppo delle abilità del bambino specie se la diade era composta da madre depressa-figlio maschio.

Anche Murray nel 1993 ha messo in relazione la depressione materna con la classe sociale/ livello di educazione materna e il genere sessuale del bambino tramite l’utilizzo del Bayley Scales of Infant Development (BSID; Bayley, 1969). Anche in questo studio la relazione tra la malattia della madre ed il genere del bambino è risultata significativa: nei figli di madri non depresse i maschi presentano punteggi più alti mentre tra i figli di madri depresse i maschi ottengono punteggi inferiori rispetto alle femmine.

Nonostante siano necessarie ancora numerose ricerche, alcuni lavori svolti su primati non umani hanno dimostrato che la causa dell’aumento della reattività emotiva nei piccoli di sesso maschile sia dovuta ad un’ organizzazione cerebrale immatura, a differenza delle femmine, che alla stessa età hanno raggiunto un maggiore grado di regolazione emisferica (Hopkins & Bard, 1993) che nella nostra specie è implicata nella regolazione delle emozioni (Cicchetti et al., 1991).

Il fatto di necessitare di un maggiore aiuto nell’autoregolazione da parte del bambino maschio risulta pertanto un problema dal momento che, nel caso di una madre depressa, ciò non può essere fornito. Per tale ragione, Hay (1997) suggerisce che il genere sessuale rappresenti un fattore di rischio per i maschi ed un fattore protettivo per le femmine.

La depressione materna oltre che influenzare le emozioni, le capacità cognitive ed i comportamenti potrebbe avere anche ripercussioni sulla salute fisica del bambino. I figli di madri depresse sono risultati più vulnerabili ai disturbi del sonno, dell’alimentazione, della digestione, alle infezioni ricorrenti, alle allergie e varie forme di asma (Righetti-Veltema et al., 2003).

In sintesi, gli effetti a lungo termine della depressione postnatale materna sono associati ad un’ampia gamma di persistenti svantaggi nel funzionamento del bambino, che includono rallentamenti nello sviluppo neurocognitivo, disturbi della relazione di attaccamento e sviluppo di psicopatologia specifica dell’età evolutiva. In letteratura è ipotizzato un percorso evolutivo che dai problemi iniziali di attenzione e di regolazione delle emozioni conduca a successivi deficit cognitivi (Murray et al., 2003). Va comunque sottolineato che lo stato di depressione non determina automaticamente un comportamento interattivo alterato della madre; in alcuni casi infatti le madri depresse dimostrano di essere ugualmente in grado di interagire e fornire un feedback adeguato ai bisogni del bambino. Si tratta di situazioni in cui lo stato depressivo non è particolarmente grave e in cui agiscono come fattori protettivi alcuni fattori ambientali, come ad esempio la presenza di un partner supportivo e di sostegno sociale (Monti & Agostini, 2006).

Prevenzione della depressione post-natale

Molto si sta facendo a livello generale per individuare e supportare i cosiddetti “soggetti a rischio” di depressione post partum (incontri psicoeducativi precedenti al parto, screening di routine nelle settimane immediatamente successive al parto, affiancamento e supporto nelle cure al neonato alle donne che ne facciano richiesta dopo il parto da parte del Servizio Sanitario Nazionale sono solo alcuni esempi), ma resta il fatto che spesso la depressione post natale non viene riconosciuta in tempo: in parte per la sua insorgenza insidiosa e in parte perché la maggior parte delle neo-mamme tende a nascondere i propri sintomi di depressione. Sono pochissime quelle che ricercano spontaneamente l’aiuto di uno specialista, così da ridurre la propria sofferenza e limitare quelle che, inevitabilmente, possono diventare le conseguenze che questo disturbo potrebbe avere su madri e figli. E’ dunque fondamentale la tempestività, avere la possibilità di parlarne con professionisti del settore (ginecologi, ostetriche, infermieri, medici di base), che potranno indirizzare le donne interessate a psicoterapeuti specializzati nella cura della depressione post partum.

Trattamento della depressione post-natale

La terapia cognitivo-comportamentale è considerata, ad oggi, la metodologia più efficace nel trattamento della depressione. Nonostante ciò, sono poche le ricerche che si sono occupate di verificare i risultati che questo approccio terapico permette di ottenere nel trattamento di madri con depressione post partum. Più precisamente, non è stato solo il trattamento di questa patologia ad essere trascurato dagli studiosi di settore, ma anche la patologia stessa: la maggioranza delle ricerche sul tema si è occupata di identificare i fattori di rischio per prevenirne l’insorgenza. Negli ultimi anni si assiste invece ad un’inversione di tendenza, tanto che gli studi sulla depressione post partum stanno diventando sempre più numerosi non solo in ottica preventiva, ma anche di trattamento. Un dato che fa riflettere a tal proposito è che da osservazioni cliniche emerge che chi soffre di depressione post natale non chiede facilmente aiuto ai professionisti. Occorre quindi creare degli strumenti e delle opportunità che permettano di identificare precocemente queste donne e coinvolgerle in un programma di trattamento.

Due autori che si sono occupati diffusamente di questa patologia sono J. Milgrom e P. Martin dell’Università di Melbourne in Australia. Il loro modello di intervento è di tipo evidence-based, ovvero si basa sulle prove raccolte nel corso di anni di esperienza clinica con più di 300 donne sofferenti di depressione post natale che li hanno portati ad identificare ciò che funzionava realmente. Questo li ha spinti ad adottare un approccio di tipo cognitivo comportamentale derivato, in parte, dai lavori di Lewinsohn (1984) e di Olioff (1991).

Nell’elaborazione di questo modello, Milgrom e Martin sono partiti dagli approcci che davano buoni risultati nel trattamento della depressione post partum al fine di mutuarne gli aspetti fondamentali:

– il trattamento con approccio cognitivo proposto da Olioff nel 1991 per il trattamento della depressione post partum. Con questo paradigma, l’autore voleva fornire uno strumento terapeutico che, da un lato, consentisse di cogliere la complessità del disturbo e, dall’altro, fosse sufficientemente flessibile da essere utilizzato in diversi contesti. Olioff inoltre, identificò tre differenti tipologie di depressione post natale: depressione post natale con presenza di contenuti cognitivi depressivi, depressione post natale con presenza di schemi di pensieri distorti inerenti la maternità e depressione post natale con presenza di ricorrenti episodi depressivi. Egli infine individuò nei suoi studi tre temi cognitivi che contraddistinguevano le madri che presentavano una depressione post partum da quelle che avevano una diagnosi di depressione durante una diversa fase del ciclo di vita: la percezione di autoefficacia come madre, l’autovalutazione delle proprie abilità materne e la vulnerabilità percepita del bambino;

– il trattamento cognitivo-comportamentale elaborato da Lewinson e collaboratori (1984) per curare la depressione maggiore negli adulti. Esso si basa sul fornire al paziente indicazioni chiare sul programma terapeutico, sull’insegnare abilità sociali che vengono inizialmente sperimentate nel contesto di seduta ma che successivamente devono essere applicate nella vita di tutti i giorni e sull’incoraggiamento a vedere tutti i miglioramenti sul tono dell’umore riscontrati come conseguenze delle abilità acquisite piuttosto che come risultati ottenuti grazie al terapeuta;

– la terapia di gruppo per il trattamento della depressione post natale offre dei vantaggi rispetto a quella individuale, innanzitutto dal punto di vista economico (aspetto significativo considerato che le madri che sono maggiormente colpite da questa patologia appartengono alle classi sociali meno abbienti). In secondo luogo, essa consente alle madri di non sentirsi sole ad affrontare questa “avventura”, e di condividere, con tante altre, gli stessi timori, aspettative irrealistiche, sentimenti di vuoto e incapacità. Avere uno spazio di discussione all’interno di una terapia consente inoltre di percepire, con maggior facilità, le distorsioni cognitive che, donne e madri come loro, mettono in atto nei loro ragionamenti e prendere spunto dai racconti altrui per trovare soluzioni creative alle proprie difficoltà. Nell’ambito della depressione post partum, alcuni autori tra cui Cox (1996) e Stern e Kruckman (1983) hanno riscontrato che le madri che subito dopo la nascita del figlio erano sostenute socialmente presentavano livelli più bassi di depressione. Anche per questo Milgrom e Martin hanno previsto di inserire, all’interno del loro modello di trattamento, il coinvolgimento del padre del bambino.

 

Trattamento farmacologico della depressione post-natale

Discorso a parte merita invece il trattamento farmacologico. Ad oggi i dati di letteratura sull’efficacia del trattamento farmacologico della depressione post partum sono limitati. La motivazione è essenzialmente di tipo etico: le madri sono restie ad assumere farmaci durante il periodo di allattamento per gli effetti che questi potrebbero avere sul bambino. Anche se i pochi studi che sono stati condotti finora sembrano dimostrare che la quantità di farmaci a cui potrebbe essere esposto il bambino è minima (Buist et al., 1998) e che non trattare adeguatamente una depressione post partum potrebbe portare a delle conseguenze cognitive ed emotive più gravi sul bambino (Lanza di Scalea, Wisner, 2010) rispetto al non trattarla affatto, è orientamento diffuso quello di non trattare farmacologicamente queste madri.

 

Trattamento psicoterapico della depressione post-natale

La terapia cognitivo comportamentale risulta essere una valida alternativa: gli studi realizzati hanno portato a equiparare il livello di efficacia nel breve-medio periodo di TCC e farmaci, evidenziando i risultati migliori della TCC nel lungo periodo. Milgrom e Martin, nella loro analisi sugli approcci più funzionali al trattamento della depressione post partum hanno analizzato anche questo tipo di trattamento, decidendo comunque di non inserirlo all’interno del loro modello di intervento.

A partire dall’analisi dei differenti approcci qui presentati, gli autori hanno elaborato un modello biopsicosociale della depressione post partum. Questo modello tiene conto dei fattori di vulnerabilità come degli elementi socioculturali e scatenanti che hanno portato all’insorgenza della patologia, aiutando le donne a divenirne consapevoli. In seguito, con approccio cognitivo-comportamentale affronta i fattori che aggravano e mantengono la depressione.
Il modello prevede un intervento di gruppo che coinvolge sei-otto partecipanti ed è suddiviso in tre fasi:

interventi comportamentali (fase 1);
interventi cognitivi (fase 2);
prevenzione delle ricadute e valutazione (fase 3).

Gli autori raccomandano di formare i gruppi tenendo presenti alcune caratteristiche delle donne interessate: età, numero dei figli, livello di depressione, status socio-economico e affettivo. E’ importante che all’interno dei gruppi ci sia una certa omogeneità così da stimolare il confronto reciproco e il senso di appartenenza. Milgrom e Martin hanno elaborato un programma suddiviso in moduli specifici e costituito da 9 incontri di circa un’ora e mezza ciascuno. Al termine di questi incontri è prevista una sessione di follow up per verificare i risultati raggiunti e la loro “stabilità”.
Nel corso di ciascun incontro alle madri viene fornito del materiale su cui lavorare sia durante l’ora di terapia sia successivamente, a casa. In ogni sessione infatti alle donne vengono forniti dei compiti a casa che tengono conto del loro essere madri.
Il modello qui presentato è pensato per un trattamento di gruppo. Tuttavia, precisano gli autori, è possibile utilizzarlo anche in terapia individuale.

Interventi comportamentali
Gli interventi comportamentali, previsti nei primi quattro incontri, si rivolgono in particolar modo all’analisi dei fattori scatenanti la patologia (ad esempio le complicazioni durante il parto) e di quelli di vulnerabilità (come la presenza di una relazione problematica con uno o entrambi i genitori) con un particolare focus sui modelli parentali sperimentati ed appresi nel corso dell’infanzia.

Primo incontro
Durante questo incontro il terapeuta (o i terapeuti), dopo essersi presentati, illustrano alle madri gli scopi, le procedure e le aspettative del gruppo. Inoltre propongono alcune regole di base che sono fondamento della buona riuscita della terapia (rispetto della privacy, sostenersi l’un l’altra, partecipare attivamente agli incontri). L’incontro continua con un esercizio di conoscenza in cui le donne hanno il compito di presentarsi alla persona seduta accanto a loro. Il focus durante questa attività è legato al loro essere madre e al vissuto ad esso connesso. Infine viene introdotto il tema principale dell’intervento, ovvero la depressione post natale e la possibilità di farvi fronte.

Secondo incontro
L’incontro si apre esplorando il vissuto legato alla prima sessione e rispondendo alle domande che le madri hanno maturato durante la settimana. Il focus è centrato sul far comprendere quanto emozioni e comportamenti siano connessi tra loro e si affronta in particolare il vissuto depressivo. Il terapeuta spiega che la depressione si sperimenta quando le attività spiacevoli superano quelle piacevoli e che un primo passo verso la guarigione è quello di incrementare queste ultime. Proprio per questo le attività piacevoli vengono in un certo senso prescritte, come se fossero farmaci, e viene affrontato il senso di colpa che nasce nelle madri quando si dedicano a loro.

Terzo incontro
L’incontro è incentrato sull’insegnamento delle tecniche di rilassamento ed in particolare sul rilassamento muscolare progressivo di Jacobson della durata di 30 minuti. Le donne vengono invitate a riconoscere i momenti della giornata più stressanti (spesso dalla sei alle otto del pomeriggio quando in casa ci sono il bambino piccolo, gli altri figli e il marito) e ad applicare le tecniche imparate.

Quarto incontro
L’incontro verte sull’insegnamento delle abilità sociali ed in particolare sull’assertività: “dire agli altri quello che penso e come mi sento”. In questa sessione il terapeuta deve insistere con forza sulla differenza tra essere assertivi ed essere aggressivi poiché spesso le madri tendono a scambiare l’assertività per aggressività. Possono essere utilizzati dei giochi di ruolo per incrementare queste abilità. Si conclude con un affondo sull’autostima e su alcune esercitazioni per incrementarla.

Interventi cognitivi
Gli interventi cognitivi, previsti nei successivi quattro incontri, si concentrano sull’esplorazione dei fattori di mantenimento e di quelli aggravanti la patologia come i pensieri negativi e la presenza di uno scarso supporto sociale. Questi verranno affrontati attraverso la messa in discussione dei processi cognitivi e tramite il problem solving.

Quinto incontro
In questo incontro il tema centrale è la modalità di educazione dei figli e le aspettative. Assume un ruolo preponderante la spiegazione che non esiste uno stile giusto e uno sbagliato, ma semplicemente ogni stile è diverso e deve tener conto delle differenze e delle peculiarità di ciascun figlio.

Sesto incontro
Durante questa sessione viene approfondito il legame tra pensieri ed emozioni. Viene così esplicitato il potere delle autoaffermazioni, sotto forma di pensieri, come strumento per modificare le emozioni negative. Inoltre buona parte dell’incontro è incentrato sulla presentazione del percorso di guarigione dalla depressione post partum che è un percorso in salita e che può prevedere delle “ricadute”.

Settimo incontro
Questo incontro verte sulla capacità di identificare e monitorare le convinzioni erronee legate alla maternità (ad esempio che sia inaccettabile non provare gioia per la maternità o che si debba conoscere tutto sull’accudimento del piccolo per essere una buona madre) e sulle tecniche che permettono di aumentare i pensieri positivi e di diminuire quelli negativi (come l’interruzione del pensiero o lo stabilire un tempo per le preoccupazioni).

Ottavo incontro
Ci si focalizza sulla messa in discussione delle credenze irrazionali e dei pensieri automatici ad esse associati. E’ un incontro particolarmente delicato in cui alcune madri potrebbero trovare delle difficoltà a mettere in pratica quanto suggerito dal terapeuta. Le madri vengono invitate a mettere in discussione i pensieri disfunzionali legati ad una bassa autostima (“se mi sento poco amabile, vuol dire che gli altri non mi amano”), alla doverizzazione e al catastrofismo e all’eccessivo altruismo. A questi pensieri disfunzionali devono essere sostituiti pensieri più costruttivi interrogandosi, ad esempio, sulla veridicità di quanto pensato o sulla corretta attribuzione di importanza.

Prevenzione delle ricadute e valutazione
Questa fase rappresenta il nono ed ultimo incontro ed è funzionale a fare il cosiddetto punto della situazione. E’ importante che il terapeuta incoraggi le madri nel continuare il lavoro iniziato durante il trattamento e che le inviti a considerare la propria famiglia, gli amici e la rete sociale più ampia per essere sostenuta nel suo delicato compito.

Proprio l’importanza che Martin e Milgrom assegnano alla rete sociale e più nello specifico a quella familiare e al partner ha spinto gli autori a creare, all’interno del programma, un modulo aggiuntivo ad hoc sul coinvolgimento del padre nel trattamento della depressione post partum. Il padre viene coinvolto più attivamente alla fine del percorso “di base” anche se è auspicabile renderlo partecipe, informandolo sulla possibilità di questo modulo aggiuntivo, già all’inizio del percorso. Sebbene spesso le madri mostrino perplessità sulla loro disponibilità ad intraprendere questo percorso, la ricerca clinica evidenzia come buona parte dei padri siano interessati e anzi richiedano di essere maggiormente coinvolti.

Gli obiettivi degli incontri di coppia sono molteplici:
dare informazioni sulla natura e sul trattamento della depressione post partum;
fornire strumenti per migliorare la comunicazione tra i genitori;
spiegare in che modo i padri possono gestire al meglio il loro compito al fine di prendersi cura della nuova famiglia;
incoraggiare i padri nel supportare le compagne, anche attraverso l’esercizio del problem solving.

Le nuove tecnologie e il trattamento della depressione post-natale

Il nesso tra nuove tecnologie e interventi psicoterapeutici è un binomio che negli ultimi anni si sta affermando con forza. I bassi costi di sviluppo e implementazione, la sempre maggior fruibilità degli strumenti anche da parte di un pubblico generico e non specializzato e la capillare diffusione degli strumenti 2.0 costituiscono i presupposti per la sperimentazione di tecniche innovative e non convenzionali di terapia. E’ sulla base di queste riflessioni che un team di ricerca della Saint Louis University ha realizzato uno studio pilota sulla fattibilità e sull’efficacia di un protocollo SMS per madri a rischio di depressione post partum. La ricerca, chiamata “Happy Mothers, Healthy Families”, è stata pubblicata sul Journal of Medical Internet Research lo scorso marzo e ha visto coinvolte 54 donne residenti a Saint Louis, in maggioranza afro-americane (82,8%) con un livello di scolarizzazione piuttosto basso (il 25% non aveva completato o frequentato la scuola superiore) e aventi la maggior parte (63,8%) un reddito inferiore ai 15.000 dollari annui.

Per selezionare il campione da includere nel progetto, le donne (reclutate in occasione delle visite pediatriche presso la clinica Cardinal Glennon di Saint Luis) sono state sottoposte a uno screening della Depressione Post Partum. Lo screening è stato attuato tramite la somministrazione di due test: l’EPDS – Edinburgh Postnatal Depression Scale – (Cox, Holden & Sagovsky, 1987) che valutava la possibile presenza di una diagnosi di depressione post partum e il BDI-II – Beck Depression Inventory – (Beck, 1967) che misurava la gravità della depressione. Durante il periodo della ricerca, (6 mesi), le donne ricevevano sul loro telefonino 4 sms a settimana. I messaggi, realizzati ad hoc dal team di ricerca della Saint Luis, erano volti a supportare le madri nel delicato periodo che stavano attraversando fornendo loro sia informazioni di tipo pratico-gestionale sull’accudimento del piccolo, sia incoraggiamenti e supporto sulla bontà di quanto stavano facendo.

Oltre a queste due tipologie di messaggi – informativo e motivazionale/di supporto – alle madri venivano inviati anche messaggi di tipo cognitivo-comportamentale, ovvero volti a stimolare una riflessione sulle distorsioni cognitive cui potevano andare incontro: “Concentrarsi su quello che dovrebbe o potrebbe essere esaurisce le energie; concentrati su quello che puoi ottenere”. In alcuni di questi messaggi inoltre venivano forniti recapiti telefonici a cui poter rivolgersi in caso di bisogno. Al termine della ricerca alle madri è stato chiesto di rispondere a un sondaggio volto a verificare l’efficacia del programma. Oltre l’80% delle donne intervistate hanno dichiarato che il protocollo SMS aveva avuto un’influenza positiva sulla motivazione al cambiamento e sul miglioramento dei sintomi depressivi. Inoltre, risultava molto apprezzata la possibilità di avere un contatto telefonico diretto con dei professionisti che potevano supportarle nel loro meraviglioso e, al tempo stesso, estremamente complesso ruolo di madri.

Quest’ultimo dato fornisce uno spunto di riflessione importante: se è vero che un protocollo SMS può fornire un buon supporto alla terapia, è anche vero che la relazione diretta con un terapeuta rimane fondamentale per il trattamento. Dalla ricerca qui presentata è possibile individuare tre principali punti di forza di questo protocollo:
il basso costo del sistema di SMS permette di coinvolgere nel trattamento della Depressione Post Partum anche quelle donne che appartengono a fasce disagiate della popolazione;
la ricezione quotidiana di SMS porta già di per sé ad una lieve riduzione dei sintomi depressivi delle madri;
gli SMS terapeutici amplificano gli effetti della consulenza psicologica tradizionale.

Come studio pilota questa ricerca presenta dei limiti legati alla scarsità del campione e alla verifica dell’efficacia dell’intervento realizzata unicamente attraverso interviste ai partecipanti. Sarebbe quindi interessante realizzare un nuovo studio ampliando la numerosità dei partecipanti e realizzando dei follow up a 6 mesi e a 1 anno dalla raccolta dei risultati.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Uso sia di tabacco che di marijuana: cosa avviene a livello cerebrale?

Recentemente uno studio pubblicato su Behavioural Brain Research ha dimostrato che vi sono significative differenze a livello cerebrale tra i fumatori sia di tabacco che di marijuana e invece coloro che utilizzano solo marijuana.

Finora le ricerche sugli effetti della marijuana hanno generalmente escluso come soggetti i fumatori di tabacco. Tuttavia circa il 70% dei fumatori di marijuana usano anche tabacco, quindi diventa difficile generalizzare i risultati di studi che hanno coinvolto esclusivamente i consumatori di marijuana.

Recentemente uno studio pubblicato su Behavioural Brain Research ha invece dimostrato che vi sono significative differenze a livello cerebrale tra i fumatori sia di tabacco che di marijuana e invece coloro che utilizzano sono marijuana. In particolare lo studio ha confrontato quattro gruppi: non fumatori (soggetti che nei precedenti tre mesi non avevano usato né marijuana né nicotina), utilizzatori cronici di sola marijuana, fumatori cronici di nicotina e utlizzatori cronici sia di marijuana che di nicotina.

Iniziamo da una prima correlazione: vi sarebbe una correlazione negativa tra l’uso di marijuana (sia in fumatori anche di tabacco o di sola marijuana) e la dimensione dell’ippocampo, area fondamentale per la memoria e l’apprendimento. Entrambi i gruppi (solo marijuana e marijuana e tabacco) presentano significative riduzioni dell’ippocampo rispetto ai gruppi di controllo (fumatori di solo tabacco e non fumatori), tuttavia la questione cambia se misuriamo le performance della memoria.

Nei non tabagisti la dimensione dell’ippocampo è correlata con la funzionalità della memoria: ippocampo più piccolo, peggiori prestazioni mnestiche. Invece, nei soggetti che utilizzano sia tabacco che marijuana la relazione è niente meno che inversa rispetto alla precedente: minore è la dimensione dell’ippocampo, migliore è il funzionamento della memoria.

Ad esempio, è stato dimostrato che il numero di sigarette fumate per giorno correla con la riduzione delle dimensioni dell’ippocampo e parimenti con un migliore funzionamento della memoria. Negli individui che fumano solo tabacco o solo marijuana questa strana correlazione negativa tra ippocampo ridotto e superiori prestazioni mnestiche e’ invece assente.

Dunque, gli effetti di interazioni di diverse sostanze a livello neurocognitivo possono assumere percorsi inattesi e non lineari, per nulla scontati: l’interazione tra nicotina e marijuana è sicuramente più complessa e da approfondire ulteriormente.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Meglio essere buoni o essere cattivi? I bambini sanno già da che parte stare! – Neuroscienze

Secondo una nuova ricerca, svolta presso l’Università di Chicago da Jason M. Cowell e Jean Decety, già a partire dai 12 mesi di vita è possibile individuare le inclinazioni morali dei bambini.

No! Questo non si fa!… quante volte abbiamo detto ai più piccoli cosa è giusto e cosa è sbagliato? Parecchie, se il nostro intento è stato quello di educare i bambini a comportamenti rispettosi verso gli altri. Ma a quale età i bambini sono in grado di riconoscere il modo migliore di comportarsi con i propri simili e preferirlo a una condotta scorretta?

Secondo una nuova ricerca, svolta presso l’Università di Chicago da Jason M. Cowell e Jean Decety, già a partire dai 12 mesi di vita è possibile individuare le inclinazioni morali dei bambini.

In realtà numerose altre ricerche erano giunte alla conclusione che bambini molto piccoli sapessero già cosa sia giusto e cosa no, il merito che spetta alla ricerca di Cowell e Decety è però aver studiato il senso di moralità nei bambini prendendo in considerazione sia i fattori biologici che quelli ambientali.

I due ricercatori hanno infatti studiato, su un campione di bambini tra i 12 e i 24 mesi, il peso che diversi parametri hanno sulla valutazione socio-morale dei più piccoli. E’ stato così analizzato l’elettroencefalogramma (EEG) registrato in continuo e i suoi potenziali evento correlati (ERP- picchi di potenziale dell’attività elettrica neuronale che si ottengono in risposta ad uno stimolo) durante la visione di alcuni cartoon rappresentati scene di comportamenti prosociali e antisociali. Ma non è tutto: è stato misurato il tempo di fissazione dei più piccoli (indice di attenzione e interesse) su alcuni personaggi di scenette coinvolti in attività moralmente giuste o moralmente scorrette. Contemporaneamente, ai genitori è stata somministrata una batteria di test per indagare il loro atteggiamento morale.

Dall’analisi dei tracciati è emerso che vi sono differenti modelli di attività neurale coinvolti rispettivamente nella visione di cartoni animati con scene prosociali e nella visione di cartoni animati con scene antisociali. I ricercatori hanno poi presentato ai bambini delle situazioni analoghe con personaggi reali: cosa è emerso? i bambini con maggiore attività cerebrale in risposta al cartone con comportamenti prosociali, fissavano più a lungo l’attore ‘buono’; mentre i bambini con una maggiore attività cerebrale durante la visione del cartone animato antisociale, fissavano per più tempo l’attore ‘cattivo’. L’atteggiamento dei bambini nel preferire e mostrare più interesse verso l’uno o l’altro modo di comportarsi è stato poi messo in relazione ai risultati dei test dei genitori e…indovinate un po’…la preferenza dei bambini verso i comportamenti prosociali è risultata positivamente correlata all’atteggiamento morale dei genitori!

Per saperne di più sullo studio, come ad esempio quale sia il ruolo del temperamento, vi rimando alla lettura dell’articolo scientifico: nel frattempo, se dovete rimproverare vostro figlio o il vostro nipotino per un comportamento poco corretto, assicuratevi che oltre alla ramanzina segua anche un vostro buon esempio…il messaggio sarà sicuramente più efficace!

 

ABSTRACT:
The nature and underpinnings of infants’ seemingly complex, third-party, social evaluations remain highly contentious. Theoretical perspectives oscillate between rich and lean interpretations of the same expressed preferences. Although some argue that infants and toddlers possess a “moral sense” based on core knowledge of the social world, others suggest that social evaluations are hierarchical in nature and the product of an integration of rudimentary general processes such as attention allocation and approach and avoidance. Moreover, these biologically prepared minds interact in social environments that include significant variation, which are likely to impact early social evaluations and behavior. The present study examined the neural underpinnings of and precursors to moral sensitivity in infants and toddlers (n = 73, ages 12–24 mo) through a series of interwoven measures, combining multiple levels of analysis including electrophysiological, eye-tracking, behavioral, and socioenvironmental. Continuous EEG and time-locked event-related potentials (ERPs) and gaze fixation were recorded while children watched characters engaging in prosocial and antisocial actions in two different tasks. All children demonstrated a neural differentiation in both spectral EEG power density modulations and time-locked ERPs when perceiving prosocial or antisocial agents. Time-locked neural differences predicted children’s preference for prosocial characters and were influenced by parental values regarding justice and fairness. Overall, this investigation casts light on the fundamental nature of moral cognition, including its underpinnings in general processes such as attention and approach–withdrawal, providing plausible mechanisms of early change and a foundation for forward movement in the field of developmental social neuroscience.

 

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Lo studente autonomo: un nuovo obiettivo dell’istruzione

Molto spesso il dibattito sulla funzione delle istituzioni scolastiche porta a chiedersi quale sia l’obiettivo principale dell’istruzione, soprattutto in un contesto storico-culturale in continuo e rapido mutamento come quello attuale: la tecnologia diventa velocemente obsoleta; l’economia si trasforma rapidamente, e ciò che funziona oggi può non essere più efficace domani; la società muta e si evolve, non senza scontri e contrapposizioni interne.

Che cosa può offrire la scuola a bambini e ragazzi? Di quali strumenti dotarli per affrontare un futuro che non siamo in grado di definire con certezza?A partire da questi quesiti, si possono sviluppare alcune riflessioni, come piccolo spunto per ampliare il dibattito educativo e psicologico.

L’attività educativa che ha luogo in ambito scolastico ha diversi obiettivi, all’interno dei quali l’apprendimento dei contenuti disciplinari ne rappresenta solo una parte. La natura di tali obiettivi può dipendere da vari fattori (storici, culturali, sociali, economici); per le società democratiche Carl Rogers (1989) propone un approccio all’istruzione basato, appunto, su un obiettivo educativo di tipo democratico. Secondo tale approccio, i sistemi educativi dovrebbero contribuire alla formazione di cittadini consapevoli e responsabili, in grado di prendere decisioni in autonomia e di partecipare e contribuire attivamente alla vita collettiva della società di appartenenza. In tale contesto, la principale finalità delle istituzioni scolastiche dovrebbe essere quella di offrire agli studenti il supporto necessario al pieno sviluppo delle proprie potenzialità, nel rispetto delle loro caratteristiche psicologiche e di personalità e delle loro convinzioni e opinioni sociali, culturali e religiose.

Il processo educativo dovrebbe promuovere, per Rogers (1969), la “facilitazione dell’apprendimento” (pag. 131, ed. it.), in modo tale che, grazie alla relazione con l’educatore, il discente possa sviluppare strategie di apprendimento autonomo. Una condizione di facilitazione dell’apprendimento prevede un ruolo attivo dello studente, che viene coinvolto nel percorso educativo e responsabilizzato rispetto agli obiettivi formativi da raggiungere. Se l’individuo svilupperà la capacità di apprendere in modo autonomo, sarà in grado di fronteggiare i cambiamenti e le eventuali difficoltà che incontrerà nel suo percorso esistenziale.

Stimolare l’autonomia nell’apprendimento implica favorire lo sviluppo di individui che saranno in grado di imparare e formarsi lungo tutto il corso di vita, contribuendo ad accrescere non solo il loro livello di conoscenza e di expertise, ma anche quello della comunità in cui vivono. Apprendere una lingua straniera, aggiornarsi professionalmente, utilizzare un nuovo dispositivo elettronico, imparare a eseguire nuovi compiti o modificare l’esecuzione di attività già note: ci sono numerose occasioni in cui a ogni individuo è richiesto di progettare e attuare un processo di apprendimento, più o meno a lungo termine. A questo proposito, la scuola assume una funzione rilevante, in quando dovrebbe offrire adeguato supporto allo sviluppo di alcune abilità particolari, indispensabili per apprendere in modo efficace.

Tra le principali emergono le strategie meta cognitive, le opinioni e le convinzioni sulla natura e sul funzionamento del processo di apprendimento e aspetti relativi alla motivazione ad apprendere (Boscolo, 1999). Tutti questi aspetti si riferiscono al modo in cui vengono selezionati, organizzati e gestiti i processi di tipo cognitivo e psicologico messi in atto quando si è impegnati a imparare. La meta-cognizione riguarda la conoscenza relativa al modo in cui funzionano i processi cognitivi (Flavell, 1979): capire e conoscere come opera la propria mente (e più in generale, la mente umana) mentre si è impegnati a imparare permette di rendere più efficace il processo cognitivo attraverso l’utilizzo di tecniche di controllo e regolazione dell’apprendimento (Flavell, 1979). Più precisamente, possedere un certo livello di consapevolezza riguardo al modo in cui si comprende del materiale nuovo, si ricordano dei contenuti memorizzati, si affronta un compito mai eseguito prima e, più in generale, si apprende, consente di pianificare un percorso di apprendimento, che prevede una continua e costante verifica (ed eventuale correzione) dell’efficacia dei processi che si stanno mettendo in atto.

La dimensione meta cognitiva sembra avere un ruolo rilevante nel processo e nei risultati di apprendimento. Friso, Palladino e Cornoldi (2006) hanno sottolineato che abilità meta cognitive e prestazione di apprendimento si influenzano reciprocamente, per cui maggiori competenze in ambito meta cognitivo portano a risultati di apprendimento migliori e progressi nell’apprendimento contribuiscono all’acquisizione di abilità meta cognitive sempre più articolate ed efficaci.

Le opinioni che le persone sviluppano in relazione all’apprendimento e al modo in cui si forma la conoscenza sono stati definite “credenze epistemologiche”. Secondo Hofer e Pintrich (1997) le persone si formano delle teorie, molto articolate ma non sempre del tutto corrette, sul modo in cui avviene l’apprendimento. In particolare, in tali strutture di opinioni emergono quattro dimensioni fondamentali, che consentono di sviluppare delle spiegazioni informali riguardanti il livello di certezza della conoscenza (se la conoscenza è certa in assoluto oppure se assume valore relativo in determinati contesti), la semplicità della conoscenza (se la conoscenza consta di concetti isolati oppure presenta una struttura più complessa e articolata), la fonte della conoscenza (se la conoscenza deve essere divulgata da un’autorità, da individui ritenuti esperti oppure se può essere co-costruita) e giustificazione della conoscenza.

Tali gruppi di credenze hanno impatto sul processo di apprendimento, favorendolo o ostacolandolo: un esempio molto noto è quello per cui le credenze relative all’apprendimento della matematica sembrano influenzare le prestazioni accademiche relative a questa disciplina e lo sviluppo di abilità di problem solving (Leder, Pehkonen, Töner, 2006). Se si ritiene che per riuscire in matematica sia indispensabile possedere una certa dose di “talento innato” e che, senza di questo, qualsiasi sforzo cognitivo sia inutile, esperienze che fanno ritenere di “non essere portati” per la materia influenzeranno l’attività formativa e ridimensioneranno gli obiettivi di apprendimento.

Infine, la motivazione all’ apprendimento include un insieme di aspetti relativi all’ esperienza individuale nell’ apprendimento (De Beni e Moé, 2000): tale complessa struttura cognitiva, psicologica ed emozionale definisce la direzione e l’intensità dei comportamenti di apprendimento che vengono messi in atto. Non si può quindi ridurre la motivazione a “avere più o meno voglia di imparare”, ma va considerata la complessità degli aspetti che vi entrano in gioco, legati alle passate esperienze, agli obiettivi educativi che si perseguono, alle credenze epistemologiche sviluppate, alla percezione della propria efficacia come individuo in grado di apprendere in specifiche aree di conoscenza.

La dimensione motivazionale rivolta all’ apprendimento si struttura a partire da tutte queste dimensioni e risente, inoltre, di elementi legati al contesto di apprendimento o istruzione e alle relazione o scambio sociale all’ interno della classe, tra compagni e tra studente e docente. Proprio per questi aspetti, lo studente “svogliato” non dovrebbe essere considerato colpevole di mancanza di buona volontà, ma andrebbero ricercate le cause sottostanti che hanno contribuito allo stabilizzarsi di un atteggiamento di disimpegno.

Per concludere questa breve riflessione, l’attività formativa offerta dalla scuola non dovrebbe esaurirsi nella mera trasmissione di conoscenze. In un contesto in rapida evoluzione e di fronte ad un futuro, per certi aspetti, alquanto imprevedibile, è possibile ipotizzare l’importanza di favorire, in ogni studente e nel rispetto delle sue caratteristiche personali, lo sviluppo di abilità che gli o le consentano di raggiungere una condizione di autonomia nell’ apprendimento.

Strategie meta cognitive, conoscenza del modo in cui si sviluppa l’apprendimento nelle diverse discipline e sviluppo di un atteggiamento motivato rispetto all’ apprendimento andrebbero tenuti in considerazione nella riflessione relativa agli obiettivi dell’istruzione, che dovrebbe essere ampliata per includere i vari aspetti cognitivi, psicologici, esperienziali ed emozionali che contraddistinguono il processo di apprendimento.

 

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Il Non-Suicidal Self-Injury (NSSI) visto da differenti prospettive – Report dal XIV Congresso Europeo di Psicologia, Milano

Sara Palmieri – OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

Durante il XIV Congresso Europeo di Psicologia (ECP), tenutosi a Milano dal 7 al 10 luglio scorso, è stato organizzato un simposio sul tema dell’autolesionismo non suicidario (Non-suicidal self-injury – NSSI).

Tale comportamento è definibile come un’autodistruzione intenzionale o un’alterazione dei tessuti del corpo in assenza di un intento suicida consapevole.  L’autolesionismo non suicidario è un comportamento transdiagnostico, comune tra i maschi e le femmine, utilizzato per far fronte alle emozioni intense e al disagio psicologico. Nell’NSSI rientrano comportamenti quali tagli, bruciature, colpire sé stessi o farsi del male con oggetti (Favazza & Conterio, 1989).

L’NSSI differisce dal comportamento suicida (compresi l’ideazione e i tentativi) in quanto, di solito, coinvolge metodi non letali ed è guidato dall’intento di regolare le emozioni piuttosto che dal desiderio di terminare la propria vita. Alla luce di ciò risulta chiaro come l’eziologia dell’autolesionismo non suicidario e del comportamento suicida sia diversa e che quindi sia necessario un approccio su misura per la comprensione e il trattamento dell’NSSI.

Durante il simposio sono stati presentati i risultati di alcuni progetti di ricerca che hanno tentato di capire meglio l’eziologia e il trattamento dell’NSSI secondo una prospettiva intrapersonale e interpersonale.

La prima presentazione (Baetens et al., 2014) ha riguardato infatti i fattori interpersonali e intrapersonali che potrebbero influenzare e mantenere l’NSSI. Lo studio longitudinale condotto su coppie di genitore-figlio adolescente, ha mostrato come il comportamento autolesionistico sia scatenato e mantenuto da fattori appartenenti tanto ai genitori quanto ai figli. A partire da questo risultato sono state ipotizzate implicazioni terapeutiche per la terapia familiare.

La seconda presentazione ha riguardato uno studio volto ad indagare i predittori dell’autolesionismo non-suicidario e del comportamento suicida in 144 adolescenti trattati per depressione. I dati hanno mostrato come nel campione di adolescenti depressi siano frequenti comportamenti autolesionistici (42% di comportamenti lifetime), manifestati soprattutto attraverso tagli, che si verificano più spesso quando gli adolescenti sono arrabbiati o credono di non aver fatto abbastanza.

Lo studio ha anche indagato se vi fossero differenze sull’outcome del trattamento (farmaci vs CBT) in base al fatto di avere o meno comportamenti autolesionistici. È stato mostrato come non vi fossero differenze significative su depressione, ansia e funzionamento relazionale tra chi ha autolesionismo e chi no.

Sembrerebbe che l’NSSI sia comune tra i giovani con depressione ma che sia in gran parte resistente al trattamento. La ricerca futura dovrà quindi focalizzarsi sull’NNSI come possibile outcome del trattamento per i disturbi depressivi e determinare quando specifiche strategie di trattamento sono necessarie per ridurre l’NNSI.

Un altro contributo (Tanner, Hasking, Martin, 2015) ha riguardato la relazione tra NNSI e impulsività ed i recenti dati in letteratura in merito al ruolo che lo stress esercita sull’impulsività nei giovani adulti con autolesionismo. I dati mostrano come l’impulsività possa essere legata all’NSSI, ma usare l’autolesionismo in modo impulsivo sembrerebbe più legato ad alla regolazione delle emozioni.

Il simposio si è concluso con una la presentazione di risultati provenienti da studi di fMRI, che hanno tenuto conto anche di fattori quali stress – attivazione cerebrale – dolore, nel tentativo di sviluppare un il modello neurobiologico dell’autolesionismo non suicidario (Groschwitz & Plener, 2012).

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Il gioco simbolico come precursore della teoria della mente

Giorgia Di Fabio

Perchè esiste il gioco? Il gioco è un istinto? Il gioco è un’esigenza? E’ sempre esistito? Appartiene solo ai bambini? Il gioco è il prodotto di aspetti primitivi o evoluti di una società? Il gioco esiste in senso transetnoculturale e transgenerazionale? E’ possibile assimilare il gioco negli uomini al gioco nel mondo animale?

L’esperienza del gioco, e il concetto stesso del gioco, rappresentano un tema che apre molte riflessioni sul significato della sua funzione e sul perché individui adulti sentano il bisogno, oggi forse più che in passato, di prolungare il tempo dei giochi infantili.

Il gioco può essere considerato un residuo evolutivo che garantisce all’essere umano, come negli animali, l’affinamento delle abilità necessarie a sopravvivere nel proprio ambiente, un modo per esprimere il surplus di energia. Secondo la psicanalisi (Freud, 1972; Winnicott, 1970; 1974), il gioco è una trasposizione simbolica dell’esperienza e dei contenuti emotivi del bambino, un modo per dominare mentalmente le cose, specie quelle problematiche, uno strumento fondamentale per superare l’angoscia.

Possiamo definire il gioco simbolico come la capacità di rappresentare mediante simboli, immagini, nomi, pensieri, qualcosa che non è presente e che non si può percepire. Tale tipo di gioco, secondo Freud (1972), ha lo scopo di assicurare l’equilibrio emotivo della persona, come il sogno, e svolge una serie di funzioni “psicoterapeutiche”:
a. funzione identificatoria: fingendo di essere qualcuno (ad es. la bambina che indossa le scarpe di sua madre) il bambino si prepara ad assumere l’identità ed i ruoli dell’adulto.
b. funzione riparatoria e anticipatoria: il bambino si prepara a qualcosa di problematico o cerca di abbassare il livello ansioso dopo che l’evento problematico è avvenuto (ad esempio il bambino che deve andare dal dentista o che è stato dal dentista).
c. funzione compensatoria: si ha quando il bambino compensa un sentimento angoscioso o la percezione di una sottrazione affettiva attraverso la gestualità ludica. Famosa la descrizione freudiana del bambino che gettava un rocchetto, appeso ad un filo, dietro la spalliera del letto, facendolo poi ricomparire, per simulare l’uscita di casa ed il ritorno dei genitori ed alleviare, attraverso una drammatizzazione simbolica, la sua angoscia d’abbandono.

Winnicott (1972), parla di fenomeni transizionali o oggetti transizionali (copertina, capelli, filo di lana) che servono ad evocare simbolicamente il corpo materno ed a tranquillizzare il bambino che, da due anni in poi, comincia a distaccarsi dalla madre:
d. funzione rappresentativo-espressiva: il bambino, soprattutto fra i due ed i cinque anni, riesce a rappresentare la realtà soprattutto imitandola, non avendo ancora capacità di rappresentarla raffigurandola o raccontandola;
e. funzione di dominio e di controllo: il bambino, nel gioco, crea un mondo tutto suo che può costruire o distruggere a suo piacimento, per difendersi dalla realtà “vera” fatta di divieti e regole;
f. funzione manipolatrice: tutti i bambini sono attratti dalla manipolazione di materie primarie e plastiche, ricchi di significati simbolici (acqua, farina, sabbia). La manipolazione di tali elementi esprime bisogno di scaricare tensioni, di difesa dal mondo delle regole e dei divieti.

Il bambino è in grado di fingere e quindi apprende ad usare i simboli. Un simbolo è un oggetto che ne rappresenta un altro. Un esempio è il gioco creativo nel quale il bimbo usa, per esempio, una scatola per rappresentare un tavolo, dei pezzetti di carta per rappresentare i piatti ecc. Il suo ragionamento in questa fase non è né deduttivo, né induttivo, ma transduttivo o analogico, dal particolare al particolare. Ciò si traduce in una modalità di comunicazione piena di “libere associazioni” senza alcuna connessione logica in cui il ragionamento si sposta da un’idea all’altra rendendo pressoché impossibile una ricostruzione attendibile di eventi.

La Teoria della mente (Fonagy & Target, 1996) riguarda la capacità di comprendere che la mente umana è un sistema che costruisce e organizza rappresentazioni della realtà, di rappresentarsi l’evento mentale e di attribuire agli altri stati mentali anche diversi dai propri. Il bambino comprende che le persone agiscono in base alla rappresentazione che hanno della realtà esterna, più che in funzione della realtà oggettiva intorno ai 4 anni, quando compare il pensiero metarappresentativo.

Il termine ‘teoria della mente’ è stato variamente utilizzato con diversi (seppur spesso simili) significati: in psicologia dell’apprendimento e psicologia del pensiero, è stato spesso usato come analogo di metacognizione (ovvero di capacità osservativa ed automodulante dei propri stessi processi cognitivi); in  psicologia clinica, come equivalente funzionale del Sè riflessivo; in psicologia dello sviluppo, epistemologia genetica e psicologia dinamica, come la capacità del bambino di costituirsi una rappresentazione adeguata dei processi di pensiero propri e altrui.

Manifestazioni tipiche sono:
la distinzione fra pensieri su oggetti e pensieri su eventi mentali;
pensiero e ragionamento sugli stati mentali;
la comprensione del fatto che gli stati mentali degli altri possono essere diversi dai nostri;
la valutazione dei rapporti di conversazione, collaborazione e competizione;
la distinzione fra apparenza e realtà;
la capacità di attribuire agli altri false credenze;
l’uso della bugia per generare negli altri delle false credenze;
la comprensione dei verbi mentali (pensare, credere etc.)

Il bambino in questa fase dimostra la capacità di:
differenziare la propria rappresentazione da quella degli altri;
comprendere che la rappresentazione della realtà può essere difforme dalla realtà stessa;
capire che le azioni umane sono regolate dalla rappresentazione e non dalla realtà in quanto tale.

La comprensione della mente implica la possibilità di “disconnettere” la rappresentazione della realtà, cioè assumere la rappresentazione come uno stato cognitivo separato dal dato di realtà.

Si possono considerare precursori della teoria infantile della mente, cioè acquisizioni cognitive che sembrano costituire passi evolutivi verso la comprensione della mente:
la capacità dichiarativa (intorno ai 6 mesi): mostrare un oggetto con l’intenzione di condividere l’attenzione dell’altro su quell’oggetto;
la capacità di condivisione dell’attenzione tramite lo sguardo (9 mesi): segue lo sguardo della madre per individuare e osservare l’oggetto dell’attenzione della madre;
la comparsa del gioco simbolico e di finzione(18 mesi);
la manifestazione di pensiero narrativo (24 mesi);
“imparare” a dire le bugie.

Un aspetto particolarmente importante riguarda la comprensione del rapporto tra comportamenti ed emozioni: il bambino capisce che può manifestare con il comportamento il suo stato emotivo interiore.

Con la comparsa della funzione simbolica, dai 18 ai 24 mesi, ha inizio la rappresentazione mentale-imitazione differita del bambino che è in grado di agire sulla realtà col pensiero: può cioè immaginare gli effetti di azioni che si appresta a compiere, senza doverle mettere in pratica concretamente per osservarne gli effetti. Il bambino inoltre usa le parole non solo per accompagnare le azioni che sta compiendo (nominare o chiedere un oggetto presente), ma anche per descrivere cose non presenti e raccontare quello che ha visto-fatto qualche tempo prima.

Il bambino riconosce oggetti anche se ne vede solo una parte. È in grado di imitare i comportamenti e le azioni di un modello, anche dopo che questo è uscito dal suo campo percettivo. Attraverso tre attività principali si determina il passaggio dall’intelligenza senso-motoria a quella rappresentativa: imitazione; gioco simbolico; linguaggio verbale.

Nella fase pre-simbolica l’atteggiamento fondamentale del bambino è ancora di tipo egocentrico, in quanto non conosce alternative alla realtà che personalmente sperimenta: questa visione unilaterale delle cose lo induce a credere che tutti la pensino come lui e che capiscano i suoi desideri-pensieri, senza che sia necessario fare sforzi per farsi capire.
La scoperta della possibilità di usare i simboli rende il linguaggio molto importante, perché il bambino impara ad associare alcune parole ad oggetti o azioni. Nel gioco simbolico il bambino rielabora la realtà, modificandola o riproducendola sulla base del ricordo e degli stati emotivi ad esso legati, imita, anche se in maniera generica, tutte le persone che gli sono vicine: impara a comportarsi come gli adulti vogliono, prima ancora di aver compreso il concetto di “obbedienza”.

Il gioco simbolico è un antecedente molto importante delle teoria della mente: si basa sulla presenza di oggetti o situazioni che stanno per altri non presenti.

Il bambino usa un oggetto come se questo fosse un altro oggetto; attribuisce all’oggetto proprietà che non possiede; si riferisce ad oggetti assenti come se fossero presenti (esempio del bastoncino come cavallo, della banana come telefono).
Per Piaget (1972) il gioco simbolico nascerebbe nello 2° stadio senso-motorio (18-24 mesi), quando il bambino applica schemi d’azione ad oggetti a distanza crescente, producendo una progressiva separazione fra azione e oggetto; aumenterebbe nel 3° e 4° anno, per poi decrescere dando spazio al gioco con regole e di costruzione.

Gli aspetti comuni del gioco simbolico e della teoria della mente sono:
funzione di reversibilità debole: rappresentazione di un oggetto come due cose al tempo stesso;
funzione simbolica: visione di un oggetto come rappresentate di un altro;
funzione metarappresentativa: rappresentazione di rappresentazioni mentali.
Il gioco e l’acquisizione del linguaggio sono due elementi fondamentali per lo sviluppo mentale del bambino; ha, inoltre, una funzione sociale, di interazione e condivisione.

In conclusione, l’esplorazione e il gioco sono attività presenti nel repertorio comportamentale sia dei primati superiori sia della maggior parte delle specie mammifere. In tutte le culture umane i bambini trascorrono parte del loro tempo giocando; addirittura nelle società più semplici in cui i bambini sono spinti ad una rapida assunzione di responsabilità di tipo adulto, le routines quotidiane ed i compiti lavorativi sono da loro trasformate in attività di gioco. E’ proprio l’importanza che esso assume, quindi, nella vita di un bambino, di ogni bambino, che ne ha fatto uno degli argomenti privilegiati nella ricerca psicologica sia di tipo cognitivo che di tipo clinico.

 

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Workaholism, work engagement e soddisfazione familiare: un’indagine empirica in coppie di lavoratori

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

WORKAHOLISM, WORK ENGAGEMENT E SODDISFAZIONE FAMILIARE: UN’INDAGINE EMPIRICA IN COPPIE DI LAVORATORI

AUTORE: Elisa Bortolozzo

Abstract

La ricerca condotta ha analizzato due forme di impegno lavorativo che, in letteratura, sembrano rappresentare due facce della stessa medaglia per i loro effetti opposti a livello organizzativo e personale: Workaholism, definito come dipendenza da lavoro e quindi lato negativo, e Work engagement, forma di impegno sano e quindi lato positivo. L’ indagine empirica condotta su 60 coppie di lavoratori, ha analizzato gli effetti di Workaholism e Work engagement sulla soddisfazione familiare propria e del/la proprio/a partner. La ricerca ha evidenziato che un eccessivo impegno nel proprio lavoro, soprattutto quando è legato a “comportamenti malsani” come nel caso del workaholism, può portare a conseguenze negative a livello familiare, attraverso forme di conflitto tra la sfera lavorativa e quella familiare. Un dato molto importante che emerge da questo studio è la differenza di genere sugli effetti che workaholism e work engagement hanno sulla soddisfazione familiare.

The research has focused on two forms of work commitment that, in the literature, seem to represent two sides of the same coin for their opposite effects in terms of working and personal life: Workaholism, defined as work addiction, represents the negative side, and Work Engagement, as a form of positive commitment, represents the healthy side. The empirical survey conducted on 60 dual-earner couples, analyzed the effects of Workaholism and Work engagement on own family satisfaction and on the partner’s once. As revealed by the empirical survey conducted, excessive engagement in their work, especially when it is linked to “unhealthy behaviors” such as in the case of workaholism, can lead to negative consequences in the familiar domain, through forms of conflict between the working sphere and the family.
A very important result that emerges from this study is the gender difference on the effects that workaholism and work engagement have on family satisfaction.

Parole chiave: Workaholism, Work engagement, Dark Side, Family Satisfaction, Work-Family Conflict

Introduzione

Il presente studio è volto ad approfondire la relazione tra le due forme di impegno lavorativo, Workaholism e Work engagement, e la soddisfazione familiare e se questa relazione possa essere mediata dal conflitto lavoro- famiglia. Inoltre si intende rilevare in che misura il Work engagement e il Workaholism, e la loro relazione con il conflitto lavoro-famiglia, possano avere un effetto di crossover e quindi ridurre la soddisfazione familiare del partner. A questo scopo è stata svolta un’indagine empirica su 60 coppie di lavoratori (N=120) provenienti da realtà organizzative e lavorative differenti. Elemento distintivo dello studio è quello di aver affiancato alle autovalutazioni, eterovalutazioni da parte del partner.

Com’è noto, tale metodologia, permette di ridurre la varianza comune di metodo. Sulla base dei contributi più recenti presenti in letteratura (Bakker et al., 2011; George, 2011; Arabzadegan et al., 2012a, 2012b) e della teoria della conservazione delle risorse, è possibile ritenere che ci sia un lato oscuro del work engagement, ovvero che i lavoratori altamente engaged sacrifichino alcuni aspetti della loro vita, come la famiglia, per dedicarsi di più al lavoro in quanto sono così entusiasti del loro lavoro da addossarsi compiti supplementari e quindi lavoro straordinario (Maslach, 2011; Sonnentag, 2011; Halbesleben et al., 2009).

La motivazione a questo eccesso di lavoro rimane comunque differente da quella che spinge i lavoratori workaholics, ma a livello familiare i loro effetti potrebbero avvicinarsi, in quanto entrambi sarebbero portati ad esperire conflitto lavoro-famiglia, in particolare in due delle sue forme (time- based e strain-based), dovuto ad un maggior numero di risorse utilizzate in ambito lavorativo rispetto al familiare, e questo potrebbe non essere visto positivamente dalla famiglia. Il conflitto lavoro-famiglia, a sua volta, potrebbe avere un effetto deleterio sulla soddisfazione familiare, infatti, come dimostrato in alcuni studi (Ford et al., 2007; Matthews et al., 2012; Fiksenbaum, 2013), il conflitto lavoro-famiglia porta ad una riduzione della soddisfazione familiare.

 

 

ALLEGATO 1

ALLEGATO 2

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Atleti a 90 anni: come funziona il cervello?

Come funziona il cervello di un’atleta novantenne?

Olga Kotelko aveva novantatre anni, era canadese e collezionò più di 30 record mondiali –per categoria di età- di atletica leggera. Deceduta nel 2014, nel 2012 si sottopose a scopo di ricerca a una serie di esperimenti per far analizzare il proprio funzionamento cerebrale presso il Beckman Institute for Advanced Science and Technology della University. La storia di Olga non è ordinaria: inizia la carriera atletica decisamente tardi, una volta in pensione, dai 65 anni: vinse 750 medaglie d’oro in svariate specialità di atletica leggera tra cui 100 e 200 metri, salto in lungo, salto in alto.

Decisamente un soggetto da single-case study per i neuroscienziati che hanno anche avuto difficoltà nel mettere insieme un campione di controllo di soggetti novantenni parimenti in salute, seppur non campioni di atletica.

In una lunga giornata di laboratorio, l’atleta novantenne si sottopose a diversi test cognitivi, a uno scan di risonanza magnetica e a test cardiorespiratori: si dichiarò per nulla stanca al termine della giornata di analisi. Il gruppo di controllo, costituito da donne di età tra i 70-85 anni in buona salute ma con stile di vita sedentario, è stato sottoposto alle medesime prove e test.

In letteratura è generalmente condiviso che con l’aumento dell’età vi siano vere e proprie modificazioni strutturali dell’encefalo: il cervello tende a ritirarsi, compaiono spazi pieni di liquido tra il cervello e il cranio, i ventricoli si allargano, la corteccia tende ad assottigliarsi, l’ippocampo (area fondamentale per la memoria) si rimpicciolisce e la materia bianca tende a perdere la propria integrità strutturale e funzionale.

Alcuni studi hanno dimostrato che una regolare attività fisica aerobica può migliorare le prestazioni cognitive e la funzionalità cerebrale, in parte agendo anche sulle modificazioni strutturali e rallentando, per esempio il processo di riduzione dell’ippocampo.

Dunque il cervello di Olga Kotelko può dare utili spunti per comprendere gli effetti dell’attività sportiva agonistica, per di più iniziata in tarda età: anzitutto il cervello di Olga in generale non appare significativamente ridotto nelle sue dimensioni, e i ventricoli non risultano ingranditi, anche se i segni dell’invecchiamento si rilevano nella materia bianca, che seppur perfettamente integra, presenta delle iperintensità, segnali tipici nel gruppo di età superiore ai 65 anni: i ricercatori sono stati colpiti in particolare dalla ottima integrità –paragonabile a quella di soggetti giovani- dei tratti di materia bianca nella regione del corpo calloso che connette l’emisfero destro con il sinistro.

Le dimensioni dell’ippocampo, seppur inferiori rispetto a quelle dei soggetti più giovani, si sono rivelate maggiori rispetto alle dimensioni attese e solitamente riscontrate per i novantenni.
Anche nei test cognitivi l’atleta novantenne ottenne performaces significativamente migliori rispetto al gruppo di controllo, con minori tempi di reazione e in particolare nei test mnestici.

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BIBLIOGRAFIA:

LGBT: parte a Lecce il progetto di sportello di ascolto – Spazio Arcobaleno

 

Lo sportello – coordinato dal Professor Alessandro Taurino, docente di Psicologia clinica presso l’Università degli studi di Bari e socio DifferenteMente – dialoga al suo interno con professionisti psicologi e psicoterapeuti esperti di questioni LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Queer, Intersessuali) che a titolo assolutamente gratuito si alterneranno nella funzione di ascolto. La segreteria organizzativa gestita da LeA raccoglierà e orienterà la domanda dell’utenza supportando e monitorando l’attività del servizio.

Spazio arcobaleno: al via al Fondo Verri lo sportello psicologico sugli orientamenti sessualiConsigliato dalla Redazione

Aperte le prenotazioni a Lecce per lo sportello psicologico “spazio arcobaleno”, dedicato ai temi LGBTQI. Apre da oggi battenti il primo sportello gratuito di consulenza psicologica “Spazio arcobaleno”. (…)

Tratto da: LecceSette

 

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Castelli di fiammiferi. Una storia sulla disabilità e per la disabilità adatta a bambini e adulti (2013) – Recensione

Attraverso gli occhi di Jan, la scrittrice ci ricorda che un figlio con disabilità non è preoccupazione solo per i genitori ma anche i fratelli vivono l’esperienza della diversità e della sofferenza, anch’ essi si preoccupano e possono sentire su di loro la responsabilità della cura non solo del fratello o sorella, ma talvolta dei genitori stessi.

Un racconto semplice, vero e realistico.
La disabilità vista dagli occhi di un bambino, di un fratello, Jan, che prova a comprendere la sorella, affetta da autismo. Un fratello che sperimenta codici nuovi di comunicazione con lei, che si sforza di interpretare il suo comportamento, i suoi movimenti e lo sguardo.
Jan osserva anche le altre persone come comunicano, ed anche gli oggetti. Jan è un bambino che vive appieno la sua infanzia, usa la fantasia, gli piace immaginare che il suo pappagallo parli:
[blockquote style=”1″]Da qualche tempo Jan pensa che tutti possano parlare col frigorifero, col mouse del computer, con un’automobilina giocattolo o con un supereroe di plastica.[/blockquote] Pensa che le persone non possano vivere in un mondo dove tutto è silenzio. Dev’essere terribile!

Lisa è la sorella maggiore di Jan, il mondo di Lisa è chiuso all’esterno, il suo mondo è caratterizzato da suoni sempre uguali, da gesti ripetitivi e pochi oggetti, colori e sapori. Ad esempio solo di ravioli alla ricotta e di chiavi tintinnanti che Lisa fa scorrere sempre allo stesso modo.
Tutti, tutti parlano o pensano ad alta voce“. Solo Lisa, la sorella maggiore di Jan, non parla. Lisa è disabile, non parla con nessuno. Anche i suoi pensieri sono cosí silenziosi che nemmeno Jan può̀ sentirli. Lisa tiene tutto per sé, come se qualcuno potesse portarle via qualcosa. A volte succede che Lisa capisca ciò̀ che dice Jan. Ma raramente. E Jan scambierebbe volentieri tutte le voci che sente nella sua stanza con la voce di Lisa, se fosse possibile.

Jan vuole bene a Lisa ma sa che la maggior parte delle persone non la capisce e pensa che lei non sappia fare nulla, ma Jan è convinto che Lisa abbia dentro di sè un mondo da scoprire e che anche lei possa fare delle cose. Jan comprende quando Lisa è felice e quando non sta bene. Sullo sfondo del racconto ci sono i genitori e gli amici di Jan.

Il papà è molto impegnato nel lavoro e la mamma molto concentrata nell’accudimento di Lisa. Jan nota la fragilità e la stanchezza dei genitori, talvolta in difficoltà nella gestione di Lisa. In particolare la mamma [blockquote style=”1″]Ogni giorno sembra più́ stanca, i suoi movimenti sono più́ lenti, la sua voce più́ ansiosa.[/blockquote]

L’autrice descrive con grande delicatezza i sentimenti di Jan, un bambino sensibile preoccupato per la mamma, che comprende che non è colpa sua ma che ritiene debba fare qualcosa per la mamma e per Lisa. Jan ha paura perché́ non sa cosa possono fare i genitori quando non ce la fanno più́. La Obrecht descrive la tristezza di Jan, che vive la perdita di non poter fare esperienze con mamma, papà e Lisa: non ci sono vacanze, gite o cene al ristorante insieme, come nelle famiglie dei suoi amici.

Nella storia si affronta anche la sofferenza di scegliere un Istituto che si occupi di Lisa, Jan trattiene il respiro quando la mamma cerca di spiegare questa scelta: [blockquote style=”1″]tu sai bene quanto sia difficile per me occuparmi di Lisa. E che spesso mi saltano i nervi (…) ci sono posti per bambini come lei. Per bambini speciali (…) case belle, luminose e accoglienti, dove ci sono persone apposta per occuparsi di questi bambini.[/blockquote]

L’autrice presenta sulla scena anche i nonni, vivono sul mare del Nord e ospitano ben volentieri Jan durante le vacanze. Jan è felice di essere dai nonni ma non smette di pensare alla possibilità che vi sia Lisa, non rinuncia alla ricerca di un canale di comunicazione tra Lisa e il mondo. E lo trova!
Sarà il passatempo del nonno che costruisce sculture di fiammiferi la chiave di tutto: la possibilità per Lisa di esprimersi al mondo e la possibilità per il mondo di capire cosa Lisa sappia fare.

Un libro adatto a bambini, dai dieci anni, a genitori e a noi operatori. Un libro che ci mostra il punto di vista di un fratello sull’autismo. Attraverso gli occhi di Jan, la scrittrice ci ricorda che un figlio con disabilità non è preoccupazione solo per i genitori ma anche i fratelli vivono l’esperienza della diversità e della sofferenza, anch’ essi si preoccupano e possono sentire su di loro la responsabilità della cura non solo del fratello o sorella, ma talvolta dei genitori stessi.

Un libro che rammenta ai genitori l’importanza di un confronto con altri genitori, per condividere i vissuti di un consulto con professionisti per elaborare le esperienze traumatiche e per trovare soluzioni positive di gestione delle emozioni dolorose.

Notizie sull’autrice:
Bettina Obrecht è nata nel 1964 ed è autrice per bambini dal 1994. Vive in un mulino a Mittelhessen.

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BIBLIOGRAFIA:

  • Obrecht, B. (2013). Castelli di fiammiferi. Una storia sulla disabilità e per la disabilità adatta a bambini e adulti. Edizioni Uovonero.

Timidezza: definizione, componenti cognitive e trattamento – Report dal XIV Congresso Europeo di Psicologia, Milano

Sara Palmieri – OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

Durante il XIV Congresso Europeo di Psicologia (ECP), tenutosi a Milano dal 7 al 10 luglio scorso, sono stati presentati dei contributi relativi al concetto di timidezza.

Il primo contributo, del Prof. Bernardo Carducci, ha illustrato i tratti caratteristici della timidezza e le barriere personali, sociali, professionali che la timidezza può creare, insieme ad un’analisi qualitativa e ad una valutazione delle strategie che gli individui timidi usano per affrontare la loro timidezza.

La timidezza è definita come l’incapacità di rispondere in modo adeguato alle situazioni sociali; le persone timide hanno difficoltà ad incontrare altre persone ed avviare una conversazione con loro, a creare amicizie ed innamorarsi (Henderson, Zimbardo, Carducci, 2010).

Il primo passo, secondo il Prof. Carducci, è capire come si comporta una persona timida, quali strategie usa per affrontare la timidezza e quanto queste siano efficaci.

Ciò è utile in quanto molte delle strategie utilizzate sono disfunzionali e agiscono contro la timidezza stessa. Le principali strategie utilizzate sono: estroversione forzata, estroversione mentale (parlare della timidezza), estroversione educativa (ricercare informazioni sulla timidezza), estroversione liquida (bere per rilassarsi ed eliminare l’ansia), estroversione assistita (ricercare un aiuto professionale di uno psicologo o psicoterapeuta) (Carducci, 1999). Tutte le strategie citate, ad eccezione dell’ultima si rivelano disfunzionali.

Carducci afferma che la strategia migliore è quelle dell’intelligenza colloquiale, ossia la capacità di coinvolgere gli altri in una conversazione al fine di sviluppare una relazione sociale. Ciò è utile in quanto ogni tipo di relazione inizia con una conversazione e quindi è importante imparare come connettersi con gli altri, capacità che è deficitaria nelle persone timide.

Durante la presentazione sono state elencate le linee guida per i professionisti della salute mentale utili per affrontare la componente cognitiva, affettiva e le carenze comportamentali delle persone timide.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO L’IMMAGINE

Timidezza definizione componenti cognitive e trattamento - Report dal XIV Congresso Europeo di Psicologia

Infatti, sulla scia della strategia dell’intelligenza colloquiale e del deficit nell’iniziare una conversazione, è stato presentato un approccio step-by-step utile ad iniziare e proseguire una conversazione e a connettersi con le altre persone (Carducci, 1999). Innanzitutto viene insegnato come iniziare una conversazione, come mantenerla, come coinvolgere altre persone in una conversazione avviata e infine come terminare con successo una conversazione creando opportunità future di contatto.

Il secondo contributo, frutto di una collaborazione tra il Prof. Bernardo Carducci e il team di ricerca di Studi Cognitivi guidato dal Dott. Ruggiero (Fiore F., Mansueto G, Palmieri S., Aceto N., Cattani R.), ha riguardato la valutazione delle differenze tra timidezza e ansia sociale, le componenti cognitive della timidezza e il ruolo della depressione e ruminazione nel rapporto tra timidezza e ansia sociale.

I dati mostrano come la timidezza e la fobia sociale siano costrutti diversi e che il rapporto tra la timidezza e la fobia sociale sarebbe mediato dalla depressione ma non dalla ruminazione.

Ciò avrebbe implicazioni in ambito clinico in termini di screening per la depressione nelle persone timide e la gestione della depressione, attraverso la CBT, al fine di poter eventualmente prevenire l’insorgenza di fobia sociale.

 

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Cosa significa essere timidi? – Report dalla lezione con il Prof. Carducci

BIBLIOGRAFIA:

Attaccamento e Sessualità in Adolescenza

Ilenia Sidoli – OPEN SCHOOL – Studi Cognitivi Milano

 

L’adolescenza è un periodo di sviluppo marcato da un significativo cambiamento di riorganizzazione all’interno della famiglia e nel gruppo di pari. Durante l’adolescenza, le funzioni dell’attaccamento sono trasferite dai genitori ai coetanei ed ad un’ eventuale relazione sentimentale.

Gradualmente i giovani adulti prendono le distanze dalla famiglia per acquisire un’autonomia emotiva, identitaria e comportamentale sempre maggiore ed iniziano ad investire nelle relazioni con i coetanei (Atger, 2006; Botbol et al.,2000; Fraley, Davis & Shaver, 1998). Nonostante i giovani di quest’età trascorrano ancora molto tempo in casa, l’autonomia dalle figure di attaccamento è maggiore e divengono sempre più importanti il rapporto con i coetanei e le esperienze sociali. Quest’ autonomia non è data da una separazione netta dai genitori ma dall’individuazione di sè stessi all’interno delle relazioni.

Durante l’adolescenza, le funzioni dell’attaccamento sono trasferite dai genitori ai coetanei ed ad un’ eventuale relazione sentimentale (Koepke & Denissen, 2012).

In questa fase le relazioni offrono al giovane adolescente la possibilità di esperire differenti lati di sé e differenti identità poiché le capacità di essere coinvolti in una relazione intima e lo sviluppo dell’identità sono strettamente correlate (Furman & Shaffer, 2003).

Per identità si intende il processo attraverso il quale un soggetto individua se stesso differenziandosi dagli altri mentre per intimità si intende la capacità di offrire e ricevere cure da un altro significativo da cui contemporaneamente ci si differenzia come individuo (Erikson 1963) .

Durante questa età di passaggio la riorganizzazione sessuale, anatomica, identitaria e neurofisiologica è profonda e costringe il giovane adulto a confrontarsi con la sessualità emergente.

I giovani adolescenti iniziano ad integrare attitudini sessuali, sentimenti ed esperienze nel percorso di formazione identitaria. Questa esplorazione è considerata un normale processo di acquisizione della maturità sessuale ed offre un contesto di sperimentazione di vari tipi di relazione (Tolman & McClelland, 2011) .Le relazioni sentimentali appaiono quindi per gli adolescenti dei banchi di prova per la loro identità in formazione permettendo di esplorare i vari aspetti di se stessi (Furman & Shaffer ,2003) e di scoprire chi sono al di fuori della loro famiglia di origine.

Gli studi relativi all’attaccamento hanno dimostrato che questo movimento di distanziamento e contemporaneamente di creazione di nuove relazioni è collegato allo stile di attaccamento sviluppato.

La teoria dell’attaccamento, proposta da John Bowlby a partire dagli anni Cinquanta (Bowlby 1951, 1958, 1979), sostiene che l’essere umano manifesta una predisposizione innata a sviluppare relazioni di attaccamento con figure genitoriali primarie.  Tali relazioni, che si manifestano a partire dalla fine del primo anno di vita, sembrerebbero avere lo scopo di garantire la sicurezza e la protezione nei confronti dei pericolo. Bowlby (1969/1982) sostenne che una relazione può rappresentare una fonte di rassicurazione se il caregiver è in grado di offrire una base sicura che permette di esplorare l’ambiente circostante senza suscitare timori o ansie. La formazione di essa dipende dalla responsività del caregiver ai segnali del bambino. Secondo Bowlby (1973) ogni individuo costruisce psicologicamente dei Modelli Operativi del mondo e di se stesso nel mondo attraverso i quali percepisce gli eventi, effettua previsioni rispetto al futuro e programma le proprie azioni.

Questi Modelli Operativi Interni (MOI o Internal Working Models) sono rappresentazioni interne di se stessi, delle proprie figure d’attaccamento, dell’ambiente e delle relazioni che li legano. Costituiscono essenzialmente dei modelli di relazione che si sviluppano nei primi anni di vita e che si mantengono relativamente stabili nel tempo ma sono assolutamente passibili di modifiche nel corso della vita (Crittenden 1999; Baldoni 2005). I Modelli Operativi Interni rappresentano quindi dei filtri attraverso i quali ci si rapporta con il mondo esterno. Le esperienze passate, in particolare quelle relative ai pericoli, possono quindi essere conservate nel tempo generando aspettative ed utilizzate come guida rispetto ai comportamenti futuri.

L’attaccamento secondo Bowlby (1969) spiega in questo modo come la vicinanza e la protezione offerte dal caregiver siano una fonte di sicurezza per il bambino tanto che fino in adolescenza i genitori, ed in particolare la madre, restano le principali figure di riferimento.

La sicurezza sviluppata rispetto al tipo di attaccamento sembra influenzare la scelta degli adolescenti nello sviluppo di relazioni sentimentali e sessuali e si colloca lungo un continuum i cui estremi sono costituiti da evitamento/ansia e sicurezza (Shachner & Shaver 2004).

Il tipo di attaccamento e le credenze rispetto all’intimità ed identità avrebbero quindi delle implicazioni su come gli adolescenti si approcceranno anche alle prime relazioni sessuali.

In età adulta/adolescenza la rappresentazione dell’ attaccamento è stato concettualizzata secondo due dimensioni: ansia ed evitamento (Mallinckrodt & Vogel, 2007). L’evitamento è definito come la paura della vicinanza emotiva ed il mantenimento della distanza nella relazione sentimentale e la presenza di alti livelli sembra portare alla scelta del partner rispetto all’attrazione sessuale e ad intraprendere relazioni non impegnative (Davis, Shaver & Vernon, 2004; Shachner & Shaver,2004) nonchè atteggiamenti sessuali rischiosi come il mancato uso di contraccettivi o promiscuità di partner (Manning, Longmore & Giordano, 2006; Tracy et al., 2003).

I rapporti sessuali vengono quindi vissuti con distacco emotivo (Birnbaum et al., 2006; Davis et al., 2006). L’attaccamento evitante/ansioso quindi in questo senso sembra essere direttamente e negativamente correlato con comportamenti sessuali rischiosi. Questo perchè il comportamento evitante, associato ad alti livelli di ansia ed insicurezza, rappresenta una richiesta implicita di attenzione ed un bisogno di conferma che si crede di ottenere praticando attività sessuali precoci nella relazione (Mikulincer & Shaver, 2007).

Nelle loro relazioni i soggetti caratterizzati da alti livelli di insicurezza tendono ad iper-attivare il comportamento di attaccamento iniziando precocemente relazioni sessuali al fine di soddisfare il loro bisogno di sicurezza e vicinanza del partner (Tracy et al., 2003). In altre parole è possibile che gli adolescenti ansiosi utilizzino il sesso per mantenere lo stato di vicinanza e sicurezza utilizzandolo come barometro della qualità della propria relazione.

I soggetti caratterizzati da un attaccamento evitante, possono mettere in atto due diversi approcci alla sessualità: attuando un evitamento vero e proprio e quindi praticando l’astinenza oppure al contrario lasciandosi coinvolgere solo da relazioni non durature (Birnbaum et al., 2006; Davis et al., 2006; Tracy, 2003) e non emotivamente connotate. La loro difficoltà a gestire gli aspetti intimi ed emotivi delle relazioni li porta a vedere solo la dimensione strumentale della sessualità. Gli individui con attaccamento evitante cercano di minimizzare il loro bisogno di attaccamento e prossimità neutralizzando il loro sistema di attaccamento ed evitando così la vicinanza emotiva. Evitando di esprimere amore e sentimento durante la sessualità, questi adolescenti tendono a mantenere la distanza dal loro partner poichè l’intimità viene vissuta come intrusiva.

Quando l’attaccamento evitante è avvenuto nei confronti del padre, l’influenza viene registrata soprattutto nei confronti delle figlie femmine. Sembrerebbe che queste adolescenti abbiano una più precoce attività sessuale poichè viene ricercata una figura maschile compensatoria al fine di ottenere sicurezza e vicinanza (Manning, Giordano & Longmore, 2006).

L’attaccamento ansioso sembra risultare da un’intensa paura di abbandono e rifiuto oppure di non essere sentimentalmente ricambiati. Gli adolescenti insicuri sviluppano un concetto negativo di sè stessi ed un’attitudine a dipendere o diffidare degli altri e le relazioni vengono vissute essenzialmente come una fonte di frustrazione (Blanchard & Miljkovitch, 2002). In particolare le ragazze sembrano inclini ad essere più dipendenti e ad usare la sessualità per ottenere vicinanza con il rischio di sviluppare condotte poco sicure come la sessualità promiscua e non protetta. Per i ragazzi invece sembrerebbe più alta la probabilità di evitamento delle situazioni collegate all’ attività sessuale (Blanchard & Miljkovitch, 2002).

I soggetti con un attaccamento ambivalente tendono ad avere relazioni conflittuali o dipendenti caratterizzati dalla paura di non essere amati o abbandonati (Bogaert & Sadava 2002).

I soggetti insicuro-evitanti tendono a non sentirsi supportati nella relazione e ad essere emotivamente distanti (Birnie, McClure, Lydon & Holmberg, 2009).

I preadolescenti insicuri di tipo distanziante-evitante per il timore di essere abbandonati, rifiutati o messi in pericolo dalla figura di attaccamento, evitano di fare emergere i propri bisogni e distanziano in modo sistematico, attraverso operazioni difensive, tutti gli affetti considerati negativi e pericolosi (la rabbia, la paura, il senso di vulnerabilità, il bisogno di conforto, l’eccitazione sessuale) (Bogaert & Sadava 2002). Questo li porta ad avere comportamenti sessuali avulsi da connotazioni emotive e quindi al non impegno in situazioni sentimentali stabili ma ad avere comportamenti sessuali occasionali e frequentemente non protetti.

Inoltre inibendo le forme emotive tendono ad essere conformisti al fine di adattarsi in modo compiacente a circostanze disagevoli o pericolose (Baldoni 2002). Quando gli affetti distanziati non possono essere più controllati, si verifica la possibilità di uno scompenso psichico o fisico accompagnato da eventuali disturbi comportamentali. Il sistematico evitamento degli affetti considerati pericolosi per il sé può infatti comportare improvvise intrusioni di queste emozioni che inducono il soggetto, incapace di riconoscerle e dominarle, a passaggi all’atto anche gravi tra cui condotte sessuali non appropriate (Baldoni 2002).

Anche i preadolescenti insicuri di tipo ambivalente-preoccupato tendono ad enfatizzare le emozioni e possono utilizzare sistematicamente una sorta di falsa cognitività volta a manipolare o volersi vendicare dell’altro adottando comportamenti sessualmente seduttivi avulsi da ogni connotazione emotiva e sentimentale (Crittenden, 1999).

L’attaccamento sicuro invece deriva da una storia di successi relazionali che porta ad avere fiducia negli altri, a sviluppare aspettative positive e a ricercare conforto e vicinanza nel proprio partner.

I genitori che sanno offrire una base sicura sostengono i figli nelle loro esperienze di autonomia, ma, quando necessario, intervengono per proteggerli, rassicurarli e accudirli (Baldoni 2005). Gli studi sull’attaccamento hanno evidenziato che i bambini sicuri manifestano maggiori capacità di integrare sul piano psicologico le emozioni con le informazioni cognitive e sono meglio preparati a recuperare ed elaborare le informazioni relative al proprio passato, in particolare alle esperienze pericolose. Avvicinandosi all’adolescenza, con lo sviluppo del pensiero ipotetico deduttivo e di una più accurata funzione riflessiva, i soggetti sicuri utilizzano queste nuove capacità a vantaggio delle relazioni e nella gestione competente dei conflitti (Suess et al. 1992). Questo permette all’individuo di sviluppare delle relazioni determinate da stabilità, vicinanza e fiducia negli altri (Allen, Porter, McFarland, McHelaney & March, 2007, Bartholomew & Horowitz,1991; Hazan & Shaver, 1987).

L’attaccamento sicuro porta l’adolescente a bilanciare la propria dipendenza e la propria autonomia, le relazioni sono più sane ed il sesso viene affrontato solo in una relazione stabile e duratura con un uso del preservativo più frequente (Davis, Shaver & Vernon, 2004; Shachner & Shaver,2004). Bassi livelli di ansia creano all’adolescente meno pressione rispetto all’attività sessuale permettendogli di rimandarne l’inizio solo all’interno di una relazione già consolidata.

Gli adolescenti sviluppano delle credenze rispetto all’attività sessuale e all’essere ingaggiati in una relazione sentimentale. Chi ha poca sicurezza rispetto alle relazioni crede che avere un rapporto sessuale presto serva a fondare delle buone premesse per cui la relazione duri e sia seria (Manning, Giordano & Longmore, 2006). Al contrario la fiducia e la sicurezza sviluppano la credenza secondo la quale i rapporti sessuali andrebbero agiti solo in una relazione già solida porta gli adolescenti a rimandare la propria prima volta insieme e ad usare più frequentemente il preservativo (Parkes, Henderson,Wight & Nixon,2011).

Nonostante la notevole quantità di suggerimenti preziosi derivati dalle ricerche esposte, lo studio dell’attaccamento nella tarda fanciullezza e nell’adolescenza risulta piuttosto problematico ed incompleto. Durante questa fase di vita la dipendenza dai genitori è minore e le relazioni sociali (in particolare con i coetanei) diventano sempre più importanti. Diventa quindi difficile valutare gli aspetti interni dei MOI e gli strumenti utilizzati hanno problemi di validità ed attendibilità (Baldoni 2005; Valenti 2005).

Inoltre nonostante i primi anni di vita siano molto significativi, continuano ad esserlo anche i successivi. Le esperienze infantili rappresentano il punto di partenza di una lunga serie di processi evolutivi che si protraggono per l’intero ciclo di vita.

I MOI stessi infatti, nonostante siano relativamente stabili, nel corso di vita vanno incontro ad una serie di modifiche in base alle esperienza vissute al di fuori della famiglia, che come abbiamo visto sono fondamentali in adolescenza.

Inoltre con i coetanei le relazioni che si formano, nonostante rappresentino dei veri e propri attaccamenti, non sono più necessariamente asimmetriche ma sono connotate da maggiore reciprocità (Cassidy, Shaver 1999 ; Simonelli, Calvo 2002; Baldoni 2005; Valenti 2005).

Alla luce di questi appunti occorre considerare che riscontrando problemi di attendibilità e validità rispetto all’attaccamento in adolescenza, diventa complesso tracciare una correlazione tra queste teorie e i comportamenti sessuali in adolescenza. E’ auspicabile quindi che la ricerca si muova in questa direzione anche al fine di poter meglio prevedere e prevenire i comportamenti sessuali a rischio.

 

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Gravidanza: esperienze infantili avverse associate al parto spontaneo pretermine?

Daniela Sonzogni

Lo stress cronico è uno dei più efficaci predittori di nascita pretermine: infatti se le donne sono esposte a due o più eventi avversi durante la crescita, il rischio di nascite pretermine è doppio.

L’ultima ricerca di David Olson sta fornendo informazioni su come l’esposizione a fattori di stress nel corso della vita di una madre può avere un impatto anche anni dopo che si sono verificati, quando le donne si trovano nella condizione di partorire.

Lo stress cronico è uno dei migliori predittori di nascita pretermine: infatti se le donne sono esposte a due o più eventi avversi durante la crescita, il rischio di nascite pretermine è doppio.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che 15 milioni di bambini nascono pretermine ogni anno. È la principale causa di morte per i bambini sotto i cinque anni, e i bambini che sopravvivono hanno un rischio molto più elevato di sviluppare una serie disturbi tra cui malattie polmonari croniche, malattie cardiovascolari e malattia metaboliche. Essi sono anche a maggior rischio sia per i problemi cognitivi che comportamentali.

L’obiettivo della ricerca era di esplorare in modo retrospettivo l’associazione tra stress cronico, stress permanente, fattori protettivi e nascita pretermine spontanea.

I ricercatori hanno reclutato più di 200 donne di cui un terzo rappresentato da coloro che avevano partorito pretermine. Alle donne è stato chiesto di compilare un questionario sullo stress nelle loro prime esperienze di vita e le sollecitazioni che queste esperienze suscitavano. Tutti gli eventi avversi infantili che sono stati indagati dovevano avvenire prima dei 18 anni.

L’analisi dei dati ha mostrato che l’esposizione a due o più esperienze avverse infantili è stata associata ad un rischio doppio di parto pretermine, indipendentemente dall’età materna, abitudine al fumo, livello di istruzione e la storia di aborto spontaneo.

Le avversità in infanzia possono determinare impatti a lungo termine sulla salute nel corso della vita, tra cui l’esito della gravidanza.

Coloro che si occupano delle cure prenatali hanno bisogno di chiedere alle donne in gravidanza informazioni sul loro passato e sulle attuali esperienze che possono aver influito sulla loro salute. In questo essi possono aiutare le donne a capire un potenziale legame tra esperienza di vita e il rischio di nascita pretermine.

Anche se la ricerca ha dato nuove informazioni sulla nascita pretermine, sono necessarie ulteriori risposte. I ricercatori stanno studiando come il corpo può ricordare eventi traumatici nei primi anni di vita in modo tale che essa influisca sulla salute anni più tardi.

Olson ritiene che un elevato onere di esperienze stressanti durante l’infanzia può causare cambiamenti nel modo in cui i geni sono espressi in età avanzata; inoltre spera di investire ulteriormente in questa ricerca per meglio prevedere quali donne siano a rischio e sviluppare così interventi precoci.

 

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BIBLIOGRAFIA:

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