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Disturbi da Dolore Sessuale – Definizione Psicopedia

 

 

Psicopedia - Immagine: © 2011-2014 State of Mind. Riproduzione riservataUna corretta diagnosi del disturbo da dolore sessuale è la prima tappa importante e necessaria per un adeguato intervento psicoterapeutico e sessuologico che miri alla loro cura.

I disturbi da dolore sessuale, detti anche disturbi da dolore coitale e non coitale, possono essere classificati in tre tipi diversi: dispareunia, vaginismo e vulvodinia o vestibolite vulvare. Consideriamoli separatamente e nel dettaglio.

Dispareunia

E’ un dolore fisico percepito durante il rapporto sessuale o immediatamente seguente ad esso, non completamente spiegabile con una causa medica, non attribuibile essenzialmente a scarsa lubrificazione vaginale, non dovuto a significative contrazioni muscolari come nel vaginismo. Il dolore può essere avvertito come localizzato superficialmente o in profondità, e percepito solo durante le spinte del pene.

Alcune cause mediche possono però essere responsabili, almeno parzialmente del dolore accusato: conseguenze di interventi chirurgici, del parto o dell’episiotomia praticata durante il parto, endometriosi, infezioni vaginali o uretrali specie se ricorrenti, stipsi prolungata che facilita la possibilità di infezioni batteriche della vagina, atrofia vaginale conseguente alla menopausa, carenza di estrogeni durante il periodo dell’allattamento, chirurgia pelvica (come per esempio l’isterectomia benigna), traumi derivanti da fratture pelviche, contusioni perineali o croniche pressioni della muscolatura pelvica.

Alcuni farmaci antidepressivi e antipsicotici possono dare problemi di dispareunia: flufenazina (Moditen), amoxapina (Asendin), tioridazina (Melleril, Melerette). Sembrano esistere, infine, rari casi di allergia allo sperma del partner risolvibili con l’uso del preservativo sia femminile che maschile.

Se non sono presenti cause fisiologiche che giustificano il dolore, in parte o totalmente, occorre considerare la possibilità di fattori psicologici. Diversi casi di dispareunia sono di origine mista: cioè avere sia una causa organica che delle incidenze psicologiche, che amplificano il dolore fisico.

Nelle donne con dispareunia si riscontrano frequentemente ansia elevata e marcata tendenza all’ipercontrollo, caratteristiche che tendono ad aumentare la tensione dei muscoli perivaginali e a produrre una minore lubrificazione vaginale, ciò incrementa la possibilità che si percepisca dolore durante la penetrazione.

La dispareunia, cui può seguire nel tempo un vaginismo secondario (per reazione al dolore da penetrazione), è frequente e colpisce fino al 15% delle donne in età fertile e più o meno il 30% delle donne in postmenopausa a seconda delle casistiche.

Vaginismo

Per vaginismo si intende una contrazione involontaria dei muscoli vaginali che impedisce o rende difficile la penetrazione vaginale, nonostante la donna senta il desiderio di avere un rapporto sessuale. La contrazione interessa i muscoli perineali (posti tra l’orifizio anale e quello vaginale) della vulva e dell’orifizio vaginale.

Una buona parte delle donne vaginismiche non è consapevole del fatto che uno spasmo muscolare è alla base del loro problema.

La valutazione del vaginismo va fatta sulla base di due paramenti fondamentali: l’intensità dello spasmo muscolare e la gravità della fobia.

Una visita ginecologica mirata può portare a riconoscerne 4 gradi:

1. spasmo muscolare che scompare con la rassicurazione;

2. spasmo muscolare che persiste durante la visita ginecologica;

3. spasmo muscolare e sollevamento delle natiche al solo tentativo di visita ginecologica;

4. spasmo muscolare, adduzione delle cosce, difesa e retrazione di tutti i muscoli addominali, inarcamento dorsale, fino al rifiuto completo della visita ginecologica.

In genere, i vaginismi di 1 e 2 grado rendono possibile la penetrazione, che è comunque dolorosa. Si parla di dispareunia, ossia di dolore al tentativo e/o al rapporto che può essere causato da molti altri fattori di natura organica capaci di indurre un vaginismo definito secondario.

Patologie genitali e/o pelviche di varia natura capaci di provocare dolore al rapporto possono poi generare l’induzione secondaria di uno spasmo difensivo dei muscoli perivaginali che può perdurare anche quando la causa organica è completamente risolta, perché la memoria del dolore o la paura che la patologia si ripresenti sono fonti di ansia da interferire con il desiderio del rapporto sessuale.

I vaginismi di 3 e 4 grado sono maggiormente correlati alla sfera psicologica, ma possono anche affondare le loro radici nell’universo biologico, e sono in genere vaginismi primari.

Frequentemente le donne con vaginismo possono presentare alcune delle seguenti caratteristiche: personalità fobica, tendenza all’ipercontrollo,poca familiarità con l’anatomia dei propri organi genitali, sensi di colpa, paura degli uomini, forte conflittualità col partner, paura di lasciarsi andare. In alcuni casi è legato ad un problema all’interno della coppia, dove il sintomo ha una sua specifica funzione per uno dei due.

Talvolta il vaginismo può essere legato alla paura di una gravidanza, o ad un suo rifiuto, che la donna non riesce ad esplicare a se stessa o al partner.

Vulvodinia o vestibolite vulvare

E’ caratterizzata principalmente dalla presenza di dolore del vestibolo anche in assenza di rapporti sessuali, percepito come sensazione di bruciore o di spilli che pungono; il dolore può irradiarsi anche al resto delle pelvi e accompagnarsi a dolore del clitoride e ipersensibilità al contatto. Si tratta di un’infiammazione dell’apertura vaginale, il vestibolo appunto, e dei tessuti vaginali immediatamente adiacenti ad esso, tipicamente in presenza di elevata contrazione muscolare come nel caso del vaginismo.

In casi gravi possono essere presenti dolori intensi anche senza alcun tentativo di penetrazione, ma semplicemente attraverso il contatto della vulva (insieme degli organi genitali esterni femminili) con indumenti intimi o con una sedia.

Si tratta di un disturbo molto frequente ma poco conosciuto da pazienti, psicoterapeuti e ginecologi, quindi non di rado mal diagnosticato e mal curato.

Le donne con vulvodinia presentano frequentemente molta tensione muscolare, non solo sul piano perivaginale, ma diffusa nel loro corpo; ad esempio esiste una forte correlazione tra vulvodinia e bruxismo, ossia lo strofinamento dei denti durante la notte, oppure con tensioni a livello dei glutei e del trapezio.

Conclusioni

Una corretta diagnosi del disturbo da dolore sessuale è la prima tappa importante e necessaria per un adeguato intervento psicoterapeutico e sessuologico che miri alla loro cura.

Accanto al lavoro psicoterapeutico è possibile associare degli esercizi specifici che portano a ridurre i problemi di vaginismo e dispareunia, come gli esercizi di Kegel; in sinergia con questo lavoro è possibile valutare l’opportunità di lavorare insieme a ginecologi esperti nel trattamento dei disturbi da dolore sessuale, o con ostetriche specificamente preparate che, potranno insegnare alle donne utilissimi esercizi di stretching della muscolatura coinvolta nel dolore.

 

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FLASH NEWS

 

La soddisfazione di coppia sarebbe associata a una migliore qualità del nostro sonno.

Questo è quanto emerge da un nuovo studio della University of Pittsburgh che ha coinvolto 46 coppie eterosessuali, valutandone la soddisfazione relazionale e raccogliendo una serie di dati sulla qualità del sonno attraverso la actigraphy per un periodo di dieci giorni.

Anzitutto è stato rilevato che le coppie che usualmente condividono il letto presentano abitudini e orari molto simili relativamente al sonno (ad esempio sono sincronizzate in termini di momenti in cui sono svegli o addormentati per circa il 75% del tempo) come se si trattasse di un comportamento condiviso; ma più elevati livelli di soddisfazione relazionale riportati dalla donna si sono dimostrati associati a una maggiore quota di sincronicità dei periodi di sonno-veglia.

Dunque secondo gli autori il sonno delle coppie di cui almeno un membro presenta elevati livelli di soddisfazione relazionale sarebbe sincronizzato rispetto a una serie di soggetti casuali o con minori quote di soddisfazione.

Se quindi la qualità del sonno solitamente viene studiata considerando il benessere individuale, questo studio ne evidenzia invece il legame con il funzionamento relazionale: sarebbe interessante capire la presenza di ulteriori variabili di moderazione in grado di modulare tale associazione, tra cui per esempio la presenza di sintomi depressivi come variabile individuale ma inevitabilmente legata al benessere di coppia.  

 

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A chi la racconti? Il rapporto dei bambini con le bugie e le mezze verità

 

 

Ecco un altro caso in cui la ricerca scientifica non fa altro che confermare ciò che abbiamo già avuto modo di sperimentare sulla nostra pelle: occultare la verità o parte di essa ad un bambino è più difficile che fargli leggere il biglietto di auguri prima di aprire il pacchetto.

Ho sempre assistito con trepidazione e orgoglio all’acquisizione delle varie tappe dello sviluppo dei miei figli, dai primi passi alla prima volta che hanno scritto il loro nome sul muro, ma quando è arrivato il giorno in cui ho capito che non si sarebbero più bevuti le mie bugie, non nego di essermi sentita privata di una grande comodità.

Mentire ad un bambino, ammettiamolo, ha i suoi lati positivi. Ci permette di interrompere quelle catene interminabili di perchè che ci condurrebbero verso l’inevitabile ammissione di ignoranza e ci dà l’illusione di poter proteggere i nostri figli dalle nefandezze di questo mondo.

Che bisogno c’è quindi che imparino tanto presto a riconoscere una menzogna?

La risposta risiede nel fatto che per un cucciolo d’uomo la conoscenza del mondo dipende dalla sua esplorazione ma, poichè questa è ancora limitata, soprattutto dalle informazioni che riceve dagli adulti. Ecco quindi che capire subito di chi potersi fidare diventa di fondamentale importanza per la crescita personale.

E’ infatti stato dimostrato che già in età prescolare i bambini, in presenza di informazioni contrastanti, scelgono di affidarsi alle parole di chi in passato si è dimostrato fonte attendibile rispetto a chi invece ha detto loro una bugia. Benchè i bambini tendano in generale a fidarsi maggiormente di persone note, dopo i 3 anni il grado di fiducia inizia infatti a dipendere anche dall’attendibilità dimostrata dalle fonti in occasioni precedenti.

Se vogliamo quindi essere scelti come guida dai nostri figli, dobbiamo cercare di essere credibili, riducendo ai limiti della nostra sopravvivenza le occasioni in cui cerchiamo di far credere loro il falso.

E chi di voi sta già pensando di ripiegare sulle mezze verità per non rinunciare agli effetti benefici dell’occultamento del vero, dovrebbe astenersi dal farlo, secondo i risultati di un’altra ricerca. Omettere una parte di verità o non fornire tutte le informazioni necessarie a compiere le giuste inferenze, ci rende persone comunque poco attendibili agli occhi dei bambini e li costringe ad incrementare la loro attività esplorativa alla ricerca dei dati mancanti.

Ora che ci penso però quest’ultimo aspetto potrebbe essere considerato in termini positivi e giustificare qualche piccola bugia per buona pace di chi come me fatica a rinunciarvi.

Chi l’ha detto infatti che non sia buona cosa che i bambini imparino che possono fidarsi soprattutto di loro stessi nella scopertà delle verità della vita?

 

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Fonzie ci parla di Dislessia: Hank Zipzer e la pagella nel tritacarne – Recensione

 

 

Hank Zipzer e la pagella nel tritacarne fa parte della collana di libri pensata per ragazzi con DSA da Henry Winkley e Lin Oliver, scrittrice e produttrice di serie televisive per bambini.

Chi di voi ha sempre amato Henry Winkler, conosciuto ai più come Fonzie di Happy Days, non può farsi mancare nella libreria il suo libro Hank Zipzer e la pagella nel tritacarne. 

A molti di voi infatti sfuggirà il fatto che l’autore del libro, oltre a lavorare come attore, regista e sceneggiatore, è impegnato in associazioni che operano a favore dei bambini ed è stato uno dei maggiori promotori della campagna My Way! Campaign del governo britannico per la sensibilizzazione sul tema della dislessia.

Hank Zipzer e la pagella nel tritacarne fa parte della collana di libri pensata per ragazzi con DSA da Henry Winkley e Lin Oliver, scrittrice e produttrice di serie televisive per bambini.

Il libro infatti, come gli altri della collana, è un libro ad alta leggibilità la cui stesura si basa su importanti scelte editoriali: viene utlizzato il font Verdana (risultato essere il font preferito dai ragazzi dislessici); il testo è allineato a sinistra e privo di divisioni sillabiche; l’interlinea è superiore al normale e la spaziatura tra i periodi è maggiore rispetto a quella tra le parole; è stato evitato di iniziare i periodi al termine della riga in modo da non lasciare sola una parola prima di andare a capo; il libro inoltre è stampato su carta avoriata per evitare l’effetto di abbagliamento provocato dal bianco. All’inizio del libro è presente una mappa dei personaggi che consente una maggiore facilità nel cogliere le relazioni tra essi.

 

Che dire però della trama? Il libro racconta le avventure che il protagonista, Hank Zipzer, mette in atto per nascondere la pagella (che presenta una sfilza di quattro!) e una lettera della maestra per i genitori.

Il tutto ha infatti inizio da una prova di ortografia che, nonostante il costante studio a casa, Hank non riesce a superare. Grazie all’aiuto dei suoi amici il protagonista riesce a liberarsi della pagella… ma in che modo? Facendola scomparire nel tritacarne della paninoteca di sua madre! Che ne sarà dunque degli affari del negozio? I ragazzi dovranno cercare assolutamente un piano per rimediare a ciò che hanno fatto!

Così la storia si arricchisce di personaggi centrali nella vita di Hank che lo aiuteranno, in modi diversi, ad affrontare le proprie responsabilità e a riconoscere e accettare i propri limiti. Già! Perché forse i problemi di ortografia di Hank non sono frutto del mancato studio del ragazzo, l’origine delle difficoltà scolastiche sembra essere un’altra… ed Hank e i suoi genitori finalmente la scopriranno.

In questo caso degno di nota è il modo in cui gli autori affrontano la tematica: riportando i dubbi di Hank, sembrano quasi entrare nella mente di qualsiasi ragazzo che presenta le stesse difficoltà e sanno rispondervi in maniera eccellente.

La lettura di Hank Zipzer e la pagella nel tritacarne è assolutamente scorrevole e piacevole: l’umorismo degli autori porta il lettore a sfogliare le pagine con foga e a immedesimarsi con il povero Hank, nonostante l’abbia combinata proprio grossa!

Seppur pensato per i ragazzi, consiglio assolutamente la lettura ai più grandi e, soprattutto, a genitori e insegnanti. Con il sorriso sulle labbra, infatti, viene concessa la possibilità di riflettere sui DSA, un tema da non sottovalutare e assolutamente da non temere.

 

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FLASH NEWS

 

Gli smartphones hanno portato nella nostra vita un livello senza precedenti di comodità, ma insieme ai loro vantaggi, gli smartphones ci stanno anche creando un nuovo tipo di stress, a casa, al lavoro, e nei contesti sociali.

Gli smartphone hanno portato nella nostra vita un livello senza precedenti di comodità: li portiamo in tasca, ci permettono di comunicare con chi vogliamo in qualunque momento, di ascoltare musica, ci informano sulle previsioni del tempo, risultati sportivi, e e-mail.

Ma insieme a tutti questi vantaggi gli smartphones ci stanno anche creando un nuovo tipo di stress, a casa, al lavoro, e nei contesti sociali. Diversi studi infatti si sono dedicati a cercare di tracciare la linea confine tra la praticità e lo stress, creati della tecnologia moderna.

Un gruppo di ricerca multidisciplinare ha scoperto che tenere lo smartphone sul comodino danneggia il nostro riposo e ci rende più stanchi e meno produttivi il giorno dopo al lavoro. Sembra infatti che il telefono cellulare interferisca con il riposo e il rendimento lavorativo anche quando non lo usiamo: tenerlo sul comodino può regalarci notti agitate perchè la luce emessa all’arrivo di mail e messaggi sopprime il rilascio di melatonina, un ormone che favorisce il sonno.

Inoltre gli smartphone rendono impossibile staccare dal lavoro a causa della loro natura always-on.

Karla Klein Murdock, un professoressa di psicologia alla Washington and Lee University, ha trovato un possibile legame tra mancanza di sonno e sms, che è probabilmente la modalità di comunicazione più diffusa oggi. La sua ricerca ha dimostrato che gli studenti universitari che abitualmente messaggiano tanto impiegano anche molto più tempo per addormentarsi, dormono meno, e si sentono più stanchi durante il giorno.

In uno studio recente Murdock ha chiesto a degli studenti volontari di segnalare il loro invio medio di sms al giorno. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a test volti a valutare i loro livelli di stress e benessere emotivo, e la loro qualità del sonno.

I risultati hanno mostrato che i livelli giornalieri più elevati di sms correlavano con la povertà del riposo, forse anche perché gli studenti si sentono obbligati a rispondere ai messaggi che hanno ricevuto durante la notte, ipotizza la Murdock.

Chi più messaggia, inoltre, più fa fatica a gestire lo stress lavorativo. Uno studio recente ha dimostrato che molte persone che usano i loro smartphone per le comunicazioni professionali tendono a fare fatica a staccare psicologicamente dal posto di lavoro. Questo, a sua volta, li rende più vulnerabili allo stress lavoro correlato.

 

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Amore, Tradimento, Perdono: Intervista con Massimo Recalcati

Intervista a cura di Luca Di Gregorio Ph.D

 

Intervista con Massimo Recalcati

 

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State of Mind (SoM) – Dall’osservatorio privilegiato che la stanza d’analisi le offre, che idea si è fatto delle relazioni amorose che caratterizzano la nostra epoca? Qual è, per dirla in termini pasoliniani, la religione del nostro tempo e come influenza il discorso d’amore?

Massimo Recalcati (MR) – Oggi il discorso dell’amore è assimilato a quello che governa le merci: l’oggetto amato è a scadenza come lo è un nuovo modello di televisore al plasma o un frigorifero. Lo dicono i neuro scienziati e i sociologi: l’amore non è destinato a durare ma a spegnersi in breve tempo. Il suo doping ha il fiato corto. Le coppie non credono più al matrimonio, al vincolo del legame, si disfano più facilmente. Il nostro tempo è il tempo, come direbbe Baumann, degli amori liquidi.

Questa versione nichilistica dell’amore si regge su due menzogne fondamentali: quella della libertà e quella del Nuovo. L’uomo è libero di farsi un nome da sé, la sua maturità coincide nell’affermazione della sua indipendenza dall’Altro. E questa libertà aspira costantemente al Nuovo, a quello che ancora non si possiede, alla chimera della nuova sensazione, del nuovo incontro, del nuovo partner. La psicoanalisi constata che queste due menzogne non generano soddisfazione. Nella libertà del Nuovo si ripete sempre la stessa insoddisfazione. 

 

SoM – Ci sono delle differenze tra il modo di concepire le relazioni amorose da parte di Freud e la visione che Lacan ha dell’amore? 

MR – Per Freud l’amore ha la natura di un inganno che si consuma allo specchio. Quando dico di amare qualcuno dico che amo nell’altro il mio Io ideale, la rappresentazione narcisistica di me stesso. Il partner non è amato per la sua alterità ma per come riflette in modo idealizzante il mio Ego. Freud esclude che l’amore possa emanciparsi dalla gabbia del narcisismo.

Lacan non cancella questa verità che contraddistingue la dimensione nevrotica dell’amore. Ma non si accontenta di affermare l’equivalenza di amore e narcisismo. Per Lacan l’amore non si consuma allo specchio ma è, al contrario, ciò che rompe lo specchio. Per Lacan l’amore è innanzitutto un incontro che spiazza, scompagina, decentra il nostro Io anziché – come credeva Freud – rafforzarlo. Nel mio lavoro ho dato molta enfasi a questo cambio di direzione. Al punto che ho proposto l’amore come esperienza dell’ammirazione dell’Altro. Non del rispecchiamento narcisistico ma dell’ammirazione per la libertà e la potenza vitale dell’Altro, per le sue manie e le sue debolezze, per la castrazione e il sintomo dell’Altro.

Mentre Freud pensava che l’amore non riuscisse a liberarsi dalla presa dell’immagine, io credo che quando c’è esperienza dell’amore noi facciamo un salto fuori dall’immagine. Per questo Lacan diceva che quando amiamo, amiamo “tutto” dell’Altro. Il che significa che rendiamo l’Altro insostituibile, ovvero che introduciamo un punto di resistenza al discorso del capitalista che promette la felicità nella sostituzione compulsiva di una merce con l’altra… 

 

SoM – Il ‘per sempre’ degli amanti può essere davvero una promessa o rimane una mera utopia?

MR – Ogni incontro d’amore vuole la sua ripetizione. Vuole che sia per sempre, che non si esaurisca. Per questo gli amanti si promettono l’eternità. Per questo consultano gli astrologi o si sposano. E’ per verificare che la durata del loro amore sarà garantita dall’Altro. Sarà scritta nelle stelle o sarà scritta in un contratto matrimoniale che dichiarerà pubblicamente che sarà per sempre, che non finirà mai.

Nondimeno tutti noi sappiamo che né le stelle, né il contratto matrimoniale – né nessun Altro – potrà garantire che sarà per sempre. L’amore eterno non esiste. Eppure esiste la promessa, l’aspirazione degli amanti a rendere il loro amore eterno. Questa aspirazione non va ridicolizzata. Non è il volto immaturo dell’amore. Piuttosto è la potenza dell’amore che sa introdurre l’eterno nel tempo, che sa trasformare la contingenza dell’incontro in una necessità che si ripete. 

 

SoM – Che cosa accade all’amante costretto a confrontarsi con il trauma del tradimento o dell’abbandono?

MR – Nell’incontro d’amore non accade solo l’incontro con un altro di cui amiamo tutto e che rendiamo insostituibile. Accade pure la nascita del mondo. Nel senso che l’incontro d’amore fa nascere il mondo un’altra volta, una seconda volta. Questo mondo nato dall’incontro è, come dice bene Badiou, il mondo visto nella prospettiva del Due. E’ quello che accade anche con la nascita di un figlio. Non viene al mondo solo un altro essere umano che per noi è tutto. Viene al mondo, insieme a questo essere umano, un altro mondo. Il mondo è lo stesso di prima ma non è più come prima. E’ lo stesso ed è tutto nuovo. E’ il miracolo dell’amore. Rendere lo stesso Nuovo.

Quando un amore così grande, un amore che ha fatto nascere il mondo una seconda volta, finisce nel tradimento o nell’abbandono non c’è solo esperienza della perdita di chi amiamo ma della perdita di un intero mondo. Questo è davvero traumatico. Mentre nell’amore la mia esistenza riceve un senso, si sente profondamente voluta nei suoi minimi dettagli, viene riscattata dalla sua fatticità – come direbbe Sartre -, la perdita dell’amore comporta una ricaduta brusca, violenta, traumatica nella fatticità. Il tempo torna a mangiare la vita. L’incanto del mondo visto dalla prospettiva del Due è finito. Tutto non è più come prima.

 

SoM – Nel suo libro parole come perdono e gratitudine vengono introdotte per la prima volta nel vocabolario psicoanalitico. Come mai?

MR – In realtà la parola gratitudine ha un posto preciso ed eminente nell’ultima Melanie Klein. Si tratta forse dell’elaborazione concettuale che più di tutte – almeno in ambito psicoanalitico – ha accostato il tema del perdono. Resta però il fatto che la parola perdono non è una parola che appartiene al lessico psicoanalitico. Io la eredito dalla tradizione cristiana. E’ nella cultura cristiana che il perdono diventa la prova più grande dell’amore. Freud non avrebbe potuto concepirlo. Nel perdono l’altro è amato non perché ci restituisce la nostra immagine ideale, ma nonostante abbia lacerato quell’immagine.

Nel perdono io amo l’altro nella sua più radicale libertà che è quella che ha offeso la promessa e demolito la mia immagine. E’ una prova grande dell’amore. Per questo il cristianesimo ne ha fatto la parola della festa del ritrovamento. Io credo che il perdono sia la sola esperienza che noi possiamo fare della risurrezione: di fronte ad un amore che si è rivelato morto, finito, distrutto, intaccato dallo spergiuro e dal tradimento, il perdono offre la possibilità inaudita del ricominciamento, riporta in vita ciò che ci sembrava morto, permette a questo amore di esistere ancora.

 

SoM – Esistono delle differenze tra il modo di tradire degli uomini rispetto a quello delle donne?

MR – Il tradimento maschile è solitamente ispirato alla ricerca del Nuovo. Freud aveva giustamente mostrato come la gelosia maschile avesse come base inconscia il desiderio frustrato o no di tradire. Per gli uomini questa spinta al tradimento molto frequentemente si concilia con la necessità di preservare i propri legami familiari con la donna dalla quale si hanno avuto figli. Una donna tradisce invece, solitamente, per amore. O nel senso che l’amore è finito e che questo libera il desiderio per altro. O in quello per cui tradire è un modo per provocare l’uomo amato, per riconquistare il centro della scena… 

 

SoM – Le difficoltà che si incontrano nella relazione d’amore sono le stesse sia per le coppie eterosessuali che per quelle omosessuali o ci sono delle differenze?

MR – Lacan ci ha aiutato a liberarci da una idea anatomico-ontologica, aristotelica, dell’eterosessualità secondo la quale vi sarebbero due sessi distinti dalla presenza di un attributo (quello fallico) e ci ha invitato a concepire l’eterosessualità come la possibilità che in un legame d’amore vi sia amore per l’eteros, per l’altro, cioè per una donna. Quando in una coppia (cosiddetta eterosessuale, gay, lesbo, ecc ) si dà l’amore per una donna, ovvero l’amore per l’alterità dell’altro, per l’eteros c’è eterosessualità..In questo senso e solo in questo senso l’amore è sempre eterosessuale.

 

SoM – Il capitolo finale del libro costituisce una parte a sé: è un racconto in prosa di una coppia che si trova a dover affrontare il dolore di un tradimento. Recentemente anche altri psicoanalisti hanno dato prova della loro abilità di scrittura in prosa o in poesia (Bolognini, Lingiardi, Bollas, Grosz e, in ambito lacaniano, Fink). Qual è il ruolo della scrittura nella sua vita?

MR – Nell’Introduzione de ‘Il miracolo della forma’ racconto come è nata in me la passione per la scrittura. Da bambino osservavo mio padre scrivere con una tempera d’oro sulle corone funebri…Osservavo la sue mani sporche di terra, nodose, grosse, estranee alla scrittura, alle prese con quel pennello leggero scrivere sulla morte, con una calligrafia elegantissima..Osservavo nascere lì il mistero dell’arte, della pratica della scrittura…Scrivere attorno al buco traumatico del linguaggio, scrivere intorno all’impossibile da scrivere…Negli ultimi anni, a partire dal termine della mia analisi, la passione della scrittura ha conosciuto una incentivazione che ha sorpreso per primo me stesso…Non c’è tanto piacere della scrittura ma necessità della scrittura…Lasciare tracce, resistere alla morte, resistere alla tentazione del silenzio, o, meglio, dell’ammutilimento… 

 

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Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa – Recensione

 

 

AUTORE:  Luca di Gregorio Ph.D – Graduate Teaching Assistant – University of Kent
Luca Di Gregorio is a Ph.D candidate and Graduate Teaching Assistant at the School of European Culture and Languages, University of Kent (UK), where he was awarded a GTA Scholarship to join the Italian Department in September 2012. Luca’s main academic interest is the relationship between psychoanalysis and aesthetics and his Ph.D thesis is entitled Aesthetics of the Real. Massimo Recalcati and the Lacanian Art Theory. Luca’s passion for art, literature and theatre has developed and deepened not only through purely academic endeavours such as his graduate research, but also through more practical experiences as an actor and as a cultural events organiser in Italy.

 

Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa (2014) – Recensione

 

non è più come prima di Recalcati - RecensioneAmare significa lasciare che l’Altro viva sino in fondo, con la massima libertà, il proprio desiderio. Non c’è amore, se non patologico e narcisistico, disgiunto dalla stima.

Interessata al tema del perdono, mi accingo a leggere con curiosità l’ultimo libro dello psicanalista lacaniano Massimo Recalcati, dopo aver partecipato alla sua presentazione tenutasi a Forlì. Con l’occhio clinico di chi negli anni si è formato in una scuola cognitivista e che lavora spesso con il trauma dell’abbandono, scopro tra le parole dell’autore una chiave utile a fronteggiare la sofferenza conseguente alla perdita di un amore.

 

L’autore apre una riflessione a partire dal concetto di ideologia del nuovo (titolo del primo capitolo), sottolineando la menzogna del nostro tempo capitalista sancita nell’equivalenza tra il Nuovo e la Felicità: menzogna che “ci costringe a vivere alla ricerca affannosa del Nuovo con il presupposto (falso) che nel Nuovo si troverebbe la piena realizzazione di se stessi”. Da qui la dinamica compulsiva che crea la trappola della felicità e ci vincola in una credenza sociale disfunzionale secondo cui il bene non è in quello che si ha, ma viene sempre rinviato in quello che non si possiede. Ed è proprio qui che la macchina del discorso del capitalista trova il principio del suo funzionamento: non colmare i bisogni, ma trasfigurarli in pseudo-desideri impossibili da soddisfare.

 

Ne consegue che ogni forma di legame rappresenti in sé stessa un ostacolo alla affermazione incontrastata di sé (farsi un nome da sé senza passare dall’altro). Si mette quindi in gioco l’amore come potenza erotica, manifestazione di Eros, potenza del legame, secondo Freud, potenza che resiste al tempo e che introduce nel tempo la sola esperienza dell’assoluto concessa all’uomo: quella del legame d’amore come legame con un Altro insostituibile, irrimpiazzabile, impossibile da riprodurre.

 

Il capitolo successivo (Incontro e Destino) sottolinea il valore del legame. Prendendo le distanze dalla visione riduzionistica freudiana dell’amore come passione dell’Io per se stesso, come ripetizione edipica o pre-edipica, come specularità immaginaria che confonde l’io nell’altro e viceversa, Recalcati dà voce alla visione di Lacan secondo cui non esiste possibilità di vita umana senza la presenza dell’Altro. Ripercorre l’esperienza della nascita come la prima forma di trauma dell’abbandono, che si esplica attraverso il grido del bambino, sottolinea come solo attraverso la risposta dell’Altro, si renda possibile la traduzione significante del grido in appello.

 

Senza la risposta dell’Altro la vita muore,…nulla come l’esperienza dell’abbandono mostra quanto la vita umana non consista di se stessa, ma sia integralmente sospesa alla risposta dell’Altro. Ecco come un incontro d’amore sia la possibilità di assistere alla nascita del mondo (A. Badiou) e come una volta accaduto, la tendenza degli amanti sia quella di farlo esistere per sempre, di tradurne, quindi, la sua contingenza (casualità intrinseca dell’incontro tra futuri partner) in un destino necessario. Su ciò Sartre fonda la vera gioia dell’amore: io non esisto più per caso, ma la mia vita è diventata il senso della vita dell’altro, ciò che dà significato a quella vita e che da quella vita attinge il suo significato.

 

Giunta a tal punto ho iniziato a riflettere su come si potesse uscirne col perdono! Trauma e abbandono (terzo capitolo) si concentra sul paradosso dell’amore di Sartre. Il sogno di ogni amante è custodito in questo desiderio paradossale: possedere l’altro, ma solo in quanto libero. È della libertà dell’amata che l’amante vuole appropriarsi. Da qui l’idea che se è vero che l’incontro contingente diventa necessario è anche vero che l’esposizione all’amore è sempre un rischio assoluto: niente, nessun Altro, nessun Dio può garantire che l’amore ci sia per sempre. Il tradimento o l’abbandono dell’amato rappresentano quindi un trauma per la vita amorosa: un evento che coinvolge la rottura degli argini della nostra identità, che infrange la certezza su cui poggia la nostra vita, che si determina attraverso il crollo della fiducia nei confronti dell’Altro.

 

Anche il trauma, come i grandi amori, vuole essere per sempre: l’evento non può più essere dimenticato, si riattiva in ogni nuova forma di legame, verso cui ci dirigiamo se intendiamo sperimentare una nuova contingenza/necessità/destino o recuperare la precedente! Il lavoro del perdono (capitolo quarto), come soluzione alla riattivazione traumatica, si esplica attraverso due possibili forme.

 

La prima forma di perdono si delinea attraverso il recupero della parabola cristiana dell’adultera raccontata nel Vangelo di Giovanni (8,1-11), dove Gesù sposta il centro del discorso dal rapporto esteriore legge-desiderio al rapporto di ciascuno con il proprio desiderio, con la legge del proprio desiderio.

Siete talmente puri da concepirvi giudici? Siete voi senza rapporti col desiderio? Cosa sapete voi della Legge del desiderio?

 

Gesù invita alla responsabilità di fronte al proprio desiderio, considerando questo una Legge oltre a quella universale, invocata da coloro che volevano lapidare l’adultera. Lacan la nomina Legge singolare del desiderio, definendo come il desiderio, da non confondere col capriccio, sia l’unica forma effettiva della Legge, come fosse una vocazione, un voto. Se il perdono prende senso, trova la sua possibilità solo laddove è chiamato a fare l’impossibile e a perdonare l’imperdonabile (J.Derrida), allora l’imperdonabile nella vita amorosa non è il tradimento tenuto nascosto, ma il tradimento del proprio desiderio, il venir meno del soggetto alla sua Legge.

 

Recalcati afferma “la verità più profonda che la psicanalisi insegna è che non c’è tradimento se non del proprio desiderio”.

 

La seconda forma di perdono si delinea nell’impossibilità di perdonare per amore. Quando questa non deriva da un’offesa narcisistica (versione freudiana) può avere la stessa dignità del perdono, come manifestazione radicale/assoluta dell’amore. Può essere impossibile perdonare perché non si vuole venire meno alla grandezza dell’incontro che si voleva per sempre. In questo caso, il lavoro del perdono è sostituito da un vero e proprio lavoro del lutto: per me è morto, non esiste più, tutto è finito.

 

Perdonare l’impossibile e verificare l’impossibilità di perdonare l’impossibile sono due modi egualmente dignitosi di tenere fede all’assoluto dell’amore, senza accontentarsi delle osterie affettive della nostra modernità liquida: “La casualità di un incontro viene sconfitta giorno dopo giorno, dall’invenzione di qualcosa che durerà“ (Z.Bauman).

 

Il libro termina con il capitolo Diario di un dolore, in cui attraverso il racconto di un uomo e di una donna si evincono le forme di perdono e la sofferenza, nonché la gioia, che esso porta con sé.

 

Recalcati afferma “amare significa lasciare che l’Altro viva sino in fondo, con la massima libertà, il proprio desiderio. Non c’è amore, se non patologico e narcisistico, disgiunto dalla stima.” Il lavoro del perdono permette di attraversare non solo la colpa dell’altro, ma anche la propria immagine ideale sino a vederne il limite reale. L’incontro con questo limite alleggerisce, libera, dà sollievo alla persona…un obiettivo terapeutico primario nella creazione dell’alleanza!

 

Il libro è interessante, permette di cogliere un’idea di amore che affonda le sue radici antiche nel cristianesimo e da lì si sviluppa nei secoli con annesso il trauma della perdita e del perdono come chiave risolutiva. Temi centrali del nostro lavoro quotidiano, che possono arricchirsi dal confronto fra orientamenti, per potenziare la coscienza critica collettiva, creativa nella costruzione di strade utili a potenziare il benessere.

 

 

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Intervista con Massimo Recalcati

BIBLIOGRAFIA:

  • Recalcati, M. (2014). Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa. Raffaello Cortina Editore, Milano.  ACQUISTA ONLINE

Stress cronico e malattie cardiovascolari: scoperto il legame nei globuli bianchi

FLASH NEWS

 

Secondo un nuovo studio, gli scienziati potrebbero aver individuato il collegamento tra stress cronico e attacchi di cuore: i globuli bianchi. 

Matthias Nahrendorf della Harvard Medical School sostiene che:

I globuli bianchi sono importanti per combattere le infezioni e indurre la guarigione, ma se ne abbiamo troppi, o se si trovano nel posto sbagliato, possono essere dannosi.

Lo stress provoca una sovrapproduzione di globuli bianchi che difendono il corpo contro le malattie, ma se questi sono troppi possiamo avere dei problemi. Queste cellule extra possono attaccarsi alle pareti delle arterie, causando restrizioni nel flusso sanguigno e favorendo la formazione di coaguli che possono causare ostruzioni dei vasi sanguigni in tutto il corpo. 

Da tempo è noto che lo stress cronico può portare a malattie cardiovascolari, ma il meccanismo esatto a causa del quale questo avviene non è mai stato chiaro in passato.

Per identificare il collegamento, il team di Nahrendorf ha studiato 29 medici che lavorano nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale, un posto di lavoro abbastanza stressante. I ricercatori hanno raccolto campioni di sangue sia durante la giornata lavorativa che nelle ore di riposo, e hanno anche somministrati questionari per misurare i livelli di stress dei medici. Dopo aver osservato una sovrapproduzione di globuli bianchi, hanno eseguito un esperimento sui topi, la cui conta dei globuli bianchi ha risposto in modo simile allo stress indotto durante l’esperimento.

Mentre la ricerca cerca di gettare nuova luce sul legame tra stress e attacchi di cuore, Nahrendorf ci ricorda che anche la pressione sanguigna, le caratteristiche genetiche, il colesterolo alto e il fumo contribuiscono al rischio di infarti e ictus.

 

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Stress e Salute: l’importanza di un approccio integrato

 

BIBLIOGRAFIA: 

Heidt, T., Sager, H. B., Courties, G., Dutta, P., Iwamoto, Y., Zaltsman, A., von zur Muhlen, Bode, C. C., Fricchione, G. L., Denninger, J., Lin, C. P., Vinegoni, C., Libby, P., Swirski, F. K., Weissleder, R., Nahrendorf, M. (2014). Chronic variable stress activates hematopoietic stem cells. Nature Medicine. Doi:10.1038/nm.3589

 

Intelligenza fluida ed intelligenza cristallizzata – Psicologia

 

Cattell e Horn suddividono l’intelligenza in due componenti: l’intelligenza fluida, alla base dell’apprendimento e l’intelligenza cristallizzata che si riferisce ai prodotti della conoscenza già acquisita.

Secondo i due autori (1966) l’intelligenza fluida rappresenta la capacità biologica di base dell’apprendimento (inclusa la capacità di acquisire nuove abilità) e l’intelligenza cristallizzata si riferisce invece ai prodotti dell’istruzione o della conoscenza acquisita (Kausler, 1991; Gardner & Clark, 1992).

Nell’individuo questi due tipi di intelligenza seguono percorsi di sviluppo differenti (Horn & Cattell, 1966): l’intelligenza fluida raggiunge il suo picco massimo intorno ai 20 anni per poi iniziare il declino; l’intelligenza cristallizzata aumenta tra i 20 ed i 30 anni e rimane stabile per il resto della vita (Sternberg & Powell, 1983; Gilinksy & Judd, 1994).

Prove a sostegno di questa suddivisione provengono da studi trasversali in cui sono stati utilizzati i tradizionali test d’intelligenza (LaRue, 1992; Lindenberger & Baltes, 1997), come le scale Wechsler, costituite da più prove. In particolare subtest come Completamento di Figure, Riordinamento di Storie Figurate, Disegno con i Cubi, Ricostruzione di Figure ed Associazione di Simboli a Numeri misurano le abilità fluide; mentre Informazione, Vocabolario, Analogie e Comprensione sono considerate misure delle abilità cristallizzate (Kausler, 1991; LaRue, 1992).
I subtest per le capacità fluide premiano la velocità di risposta corretta e i test che danno maggior enfasi alla correttezza delle risposte, valutano le capacità cristallizzate.

Altri studi longitudinali (ad esempio: Schaie & Strother, 1968; Schaie & Hertzog, 1986), invece, hanno criticato in parte la veridicità di tale teoria, evidenziando come alcune capacità fluide rimangano stabili nella giovinezza, in alcuni casi anche fino ai 50 anni per poi diminuire in età molto avanzata (Schaie & Willis, 1991). Ulteriori ricerche hanno dimostrato, inoltre, che anche nella vecchiaia potrebbe esistere un declino delle capacità cristallizzate (ad esempio: Giambra et al., 1995; Bäckman & Nilsson, 1996).

Secondo Kausler (1991) la performance nelle abilità fluide potrebbe essere influenzata dall’effetto coorte (o di generazione): tale effetto è il risultato dell’esposizione ad un fattore ambientale (o anche più fattori) che influenza unicamente i soggetti nati durante il medesimo periodo (coorte) e perché venga associato all’anno di nascita deve mutare relativamente velocemente nel corso delle generazioni successive ed esercitare la propria influenza entro un breve periodo di tempo.

 L’effetto coorte è stato confermato anche da altri studi (ad esempio: Schaie & Willis, 1991; Nilsson et al., 1997) e sembra essere particolarmente influente in condizioni di studi di ricerca trasversali, poiché confrontando soggetti di età diversa e appartenenti quindi a coorti differenti, risulta difficile stabilire quanto le differenze riscontrate siano dovute all’età e quanto invece alle mutate condizioni storiche, sociali ed educative in cui sono cresciuti gli individui. L’esistenza dell’effetto coorte è a favore di una maggiore cautela nel trarre conclusioni da studi trasversali dai quali emerge un declino nelle abilità fluide nella prima età adulta.

Il declino delle capacità fluide è un indice di una ridotta capacità di acquisire nuove competenze cognitive; nello specifico la teoria di Horn e Cattell attribuisce tale riduzione ad un deterioramento del sistema neurale sottostante che costituirebbe il supporto per il nuovo apprendimento.

Dal momento che il declino, presente in particolare dopo i 60 anni, è fortemente legato ad una ridotta capacità di apprendimento, l’insegnamento di nuove abilità cognitive potrebbe essere inutile.

Il calo della capacità di apprendimento non può essere attribuito unicamente ad un rallentamento nell’elaborazione, infatti in letteratura sono presenti evidenze a favore del fatto che un maggior tempo di studio per gli anziani non garantisce un livello di prestazione simile ai giovani (LaRue, 1992). Esistono, però, studi in cui è stato dimostrato un miglioramento nelle capacità fluide dopo un training (ad esempio: Plemons, Willis & Baltes, 1978; Willis, Blieszner & Baltes, 1981); tuttavia è spesso difficile valutare cosa provochi un miglioramento nella prestazione: una strategia per mettere in atto l’abilità, un aumento di motivazione o un effettivo perfezionamento della capacità stessa.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Bäckman, L. e Nilsson, L.-G. (1996). Semantic memory functioning across the adult life span. European Psychologist, 1, 27-33.
  • Gardner, M. K. e Clark, E. (1992). The psychometric perspective on intellectual development in childhood and adolescence. In R. J. Sternberg e C. A. Berg (Eds.), Intellectual development (pp. 16-43). Cambridge: Cambridge University Press.
  • Giambra, L. M., Arenberg, D., Zonderman, A. B., Kawas, C. e Costa, P. T. (1995). Adult life-span changes in immediate visual memory and verbal intelligence. Psychology and Aging, 10, 123-39.
  • Gilinsky, A. S. e Judd, B. B. (1994). Working memory and bias in reasoning across the adult life span. Psychology and Aging, 9, 356-371.
  • Horn, J. L. e Cattell, R. B. (1966). Refinement and test of the theory of fluid and crystallized general intelligences. Journal of Educational Psychology, 51, 253-270.
  • Kausler, D. H. (1991). Experimental psychology, cognition, and human aging (2nd ed.). New York: Springer-Verlag.
  • Kausler, D. H. (1991). Experimental psychology, cognition, and human aging (2nd ed.). New York: Springer-Verlag.
  • LaRue, A. (1992). Aging and neuropsychological assessment. New York: Plenum Press.
  • Lindenberger, U. e Baltes, P. B. (1997). Intellectual functioning in old and very old age: cross-sectional results from the Berlin Aging Study. Psychology and Aging, 12, 410-432.
  • Nilsson, L.-G., Bäckman, L., Erngrund, K., Nyberg, L., Adolfsson, R., Bucht, G., Karlsson, S., Widing, M. e Winblad, B. (1997). The Betula prospective cohort study: memory, health, and aging. Aging, Neuropsychology, and Cognition, 4, 1-32.
  • Plemons, J. K., Willis, S. L. e Baltes, P. B. (1978). Modifiability of fluid intelligence in aging: a short-term longitudinal training approach. Journal of Gerontology, 33, 224-231.
  • Schaie, K. W. e Hertzog, C. (1986). Toward a comprehensive model of adult intellectual development: contributions of the Seattle Longitudinal Study. In R. J. Sternberg (Ed.), Advances in human intelligence (vol. 3, pp. 79-118). Hillsdale, NJ: Erlbaum.
  • Schaie, K. W. e Strother, C. R. (1968). A cross-sectional study of age changes in cognitive behaviour. Psychological Bulletin, 70, 671-680.
  • Schaie, K. W. e Willis, S. L. (1991). Adult development and aging (3rd ed.). New York: HarperCollins.
  • Schaie, K. W. e Willis, S. L. (1991). Adult development and aging (3rd ed.). New York: HarperCollins.
  • Sternberg, R. J. e Powell, J. S. (1983). The development of intelligence. In J. H. Flavell e E. M. Markman (Vol. Eds.), Handbook of child psychology: Vol. III. Cognitive development (4th ed., pp.341-419). New York: Wiley.
  • Willis, S. L., Blieszner, R. e Baltes, P. B. (1981). Intellectual training research in aging: modification of performance on the fluid ability of figural relations. Journal of Educational Psychology, 73, 41-50.

La Stimolazione Cognitiva nella Demenza: una palestra per il cervello

Morena Peggi 

 

 

Negli ultimi anni si è assistito ad un invecchiamento progressivo della popolazione correlato ad un aumento delle malattie neurodegenerative. La Stimolazione Cognitiva si configura come un intervento finalizzato al benessere complessivo della persona in modo da incrementarne il coinvolgimento in compiti finalizzati alla riattivazione delle competenze residue e al rallentamento della perdita funzionale causata dalla patologia dementigena.

Negli ultimi cinquant’anni si è assistito ad un significativo incremento demografico della popolazione mondiale e con esso ad un incremento dell’età media e della popolazione anziana. In Italia, il numero di anziani di età compresa tra i 65 e i 74 anni è otto volte maggiore rispetto all’inizio del secolo scorso, mentre gli anziani di età superiore agli 85 anni sono aumentati di oltre 24 volte.

Proprio a causa di questa maggiore longevità sono aumentate alcune patologie come quelle cardiovascolari, quelle metaboliche e soprattutto le malattie neurodegenerative come la Demenza. Il tutto conduce ad aumento indiscusso anche della popolazione anziana malata e non autosufficiente, in sostanza ad un vero e proprio allarme socio- sanitario.

La Demenza è considerata una sindrome che provoca un decadimento cognitivo (memoria, linguaggio, orientamento spazio temporale,attenzione e programmazione) e una compromissione della persona in molti campi come quello della vita quotidiana, delle relazioni sociali e familiari, del comportamento e della personalità.

Recenti scoperte da parte delle neuroscienze e della neurobiologia hanno tuttavia sottolineato come nel cervello esista una sorta di plasticità per cui l’apprendimento di una determinata attività si associa a modificazioni delle aree corticali coinvolte in quell’apprendimento.

Ciò significa che vi è la possibilità di ricompensare quelli che sono determinati deficit in alcune aree cerebrali compromesse attraverso una ri-organizzazzione dell’area coinvolta. Il tutto avverrebbe attraverso un aumento delle dimensioni dei neuroni, un maggior numero di contatti sinaptici e un maggior numero di ramificazioni dendritiche ed è di tutta evidenza come, delle stimolazioni specifiche e mirate possano contribuire all’attivazione di determinate connessioni.

Questo effetto neuroprotettivo delle strutture del cervello elicita un vero e proprio processo di accumulazione, una riserva se così si può definire, strutturale e funzionale, grazie al quale le strutture cerebrali superiori riescono a lavorare adeguatamente nonostante il progredire dell’azione nociva neurodegenerativa correlata all’invecchiamento patologico o fisiologico.

Tra gli interventi proposti le stimolazioni cognitive regolari e protratte nel tempo, facendo leva sul processo di neuroplasticità, rinforzerebbero le capacità cognitive residue e compenserebbero quelle meno attive perchè poco utilizzate o perchè fisiologicamente deteriorate. A ciò si aggiunge che, come effetto secondario, potenziare l’efficienza cognitiva potrebbe condurre anche a miglioramenti significativi dell’umore e della motivazione individuale.

 

Che cosa si intende quando si parla di stimolazione cognitiva? Possiamo definirlo come un intervento specifico per ogni singolo soggetto che utilizza tecniche ed interventi mirati e differenziati con l’obiettivo di massimizzare le funzioni residue dell’individuo con l’utilizzo di tutte le risorse interne ed esterne disponibili per mantenere il più possibile l’autonomia individuale.

Tra gli interventi possibili si collocano la ROT o Terapia di ri-orientamento nella realtà finalizzata a modificare i comportamenti scorretti, ridurre l’isolamento del soggetto e rinforzare le informazioni del paziente rispetto alla propria identità, al contesto e alla propria storia.

Il Metodo Validation, ad impronta psicoanalitica che punta l’attenzione sull’affettività del soggetto: la verbalizzazione e condivisione dei propri sentimenti in un ambiente contenuto quale il gruppo di terapia, favorisce l’interazione e incentiva la comunicazione verbale e offre ai pazienti l’occasione per sentirsi riconosciuti, per sperimentarsi in un ruolo sociale e per aumentare la consapevolezza di sè e delle proprie storie personali.

Accanto a questi interventi si inserisce un terzo programma di Stimolazione Cognitiva definito Our Time; il suo focus è diretto alla persona piuttosto che alla patologia, la scelta delle attività sono adeguate alle persone o al gruppo, incentiva il gioco e il divertimento delle attività presentate, utilizza la reminescenza dell’anziano e la stimolazione multisensoriale, inoltre pone in relazione tutte le persone all’interno del gruppo.

Nell’ambito della riabilitazione funzionale rientra invece la Terapia Occupazionale o Ergoterapia, finalizzata al recupero delle competenze cognitive, funzionali e sociali, attraverso l’inserimento in attivita ludiche, ricreative, lavorative, artistiche e domestiche che
siano anche socializzanti.

Per quanto riguarda gli interventi specifici vi sono una serie di interventi mirati a stimolare la Memoria Esplicita come lo Space Retrivial che consiste nella rievocazione di informazioni ad intervalli di tempo crescenti, l’Errorrless Learning (modalità di apprendimento senza errori), il Vanishing Cues o suggerimenti decrescenti.

In definitiva la Stimolazione Cognitiva si configura come un intervento finalizzato al benessere complessivo della persona in modo da incrementarne il coinvolgimento in compiti orientati alla riattivazione delle competenze residue e al rallentamento della perdita funzionale causata dalla patologia dementigena.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Apprendimento: I vantaggi della scrittura a mano

FLASH NEWS

La scrittura a mano sta diventando una rarità perchè sempre più spesso viene sostituita dall’uso della tastiera di pc portatili e tablets. Addirittura saper scrivere in modo leggibile sembra essere un’ abilità considerata importante solo nei primi anni delle scuole elementari perchè poi l’attenzione degli educatori si sposta rapidamente alle competenze sulla tastiera.

Ma psicologi e neuroscienziati dicono che è troppo presto considerare la scrittura a mano al pari di una reliquia del passato. Nuovi studi suggeriscono infatti un legame profondo tra scrittura a mano e un più ampio sviluppo educativo.

Sembra infatti che i bambini imparino non solo a leggere più velocemente una volta che imparano a scrivere a mano, ma anche che siano più capaci di generare idee e conservare le informazioni. In altre parole, non è solo quello che scriviamo che conta, ma come lo facciamo.

Karin James, psicologa all’Indiana University, ha utilizzato uno scanner per vedere come la scrittura a mano influenzi l’attività cerebrale dei bambini. La ricercatrice ha mostrato a bambini, che non avevano ancora imparato a leggere e scrivere, una lettera o una forma e gli ha chiesto di riprodurla in uno di questi modi: tracciare l’immagine su una pagina in cui era riprodotta con un contorno tratteggiato, disegnarla su un foglio bianco, oppure digitarla su un computer. Poi, mentre erano sottoposti a scanner cerebrale, gli veniva riproposta l’immagine.

I ricercatori hanno scoperto che il tipo di processo di duplicazione iniziale contava molto. Quando i bambini avevano disegnato una lettera a mano libera, esibivano una maggiore attività nelle tre aree del cervello che si attivano negli adulti quando leggono e scrivono: il giro fusiforme sinistro, il giro frontale inferiore e la corteccia parietale posteriore.

Al contrario, i bambini che avevano digitato o tracciato la lettera o la forma non hanno mostrato alcun effetto del genere e l’attivazione era significativamente più debole.

La dott.ssa James attribuisce queste differenze al disordine insito nella forma libera scrittura: quando scriviamo a mano libera non solo dobbiamo pianificare ed eseguire l’azione in un modo che non è richiesto quando abbiamo un contorno da tracciare, ma siamo anche in grado di produrre un risultato che è altamente variabile. E tale variabilità può essere di per sé uno strumento di apprendimento: quando un bambino produce una lettera disordinata, proprio questa può aiutarlo a imparare.

Il nostro cervello deve capire che ogni possibile variazione nella scrittura di una certa lettera rappresenta comunque la stessa, non importa come la vediamo scritta. Essere in grado di decifrare la variabilità di ogni lettera è più utile a costruirne una rappresentazione che vedere lo stesso identico segno ripetutamente.

In un altro studio, la dott.ssa James ha messo a confronto bambini che scrivono fisicamente lettere con coloro che guardano solo gli altri farlo. Le sue osservazioni suggeriscono che è solo lo sforzo effettivo che impegna vie motorie del cervello e offre i vantaggi di apprendimento della scrittura.

L’effetto però va ben oltre il riconoscimento di una lettera. In uno studio condotto su bambini, Virginia Berninger, psicologa presso l’Università di Washington, ha dimostrato che scrivere in stampatello, scrivere in corsivo, e digitare su una tastiera sono modalità associate con schemi cerebrali distinti e separati – e ognuno si traduce in un prodotto finale diverso. Quando i bambini scrivono a mano libera, non solo producono più parole e più rapidamente di quanto facciano su una tastiera, ma esprimono anche più idee. Inoltre quando gli è stato chiesto di trovare idee per sviluppare un tema, quelli con una migliore grafia hanno anche mostrato maggiore attivazione neurale nelle aree associate con la memoria di lavoro e un aumento di attivazione globale nelle reti di lettura e scrittura.

Inoltre, in alcune situazioni, la differenza tra lo stampatello e il corsivo è di grande importanza: nella disgrafia, per esempio, in alcune persone, la scrittura in corsivo rimane relativamente intatta, mentre in altri lo è quella in stampatello.

Nell’alessia, difficoltà nella lettura di parole scritte, alcuni individui che non sono in grado di scrivere in stampatello possono ancora leggere il corsivo, e viceversa; questo suggerisce che le due modalità di scrittura attivano reti del cervello separate e impegnano più risorse cognitive di quanto farebbero se il canale fosse unico.

La dott.ssa Berninger si spinge fino a suggerire che la scrittura corsiva può allenare la capacità di autocontrollo in un modo che altre modalità di scrittura non fanno, e alcuni ricercatori sostengono che potrebbe anche essere uno strumento per trattare la dislessia. Una revisione del 2012 suggerisce che il corsivo può essere particolarmente efficace per le persone disgrafiche e che può aiutare a prevenire l’inversione di lettere.

Corsivo o no, i benefici della scrittura a mano si estendono oltre l’infanzia. Per gli adulti, digitare può essere una alternativa al corsivo rapida ed efficace, ma ma tanta efficenza può diminuire la nostra capacità di elaborare nuove informazioni.

Due psicologi, Pam A. Mueller di Princeton e Daniel M. Oppenheimer della University of California, Los Angeles, hanno riferito che sia nella condizione di laboratorio che in classe, gli studenti imparano meglio quando prendono appunti a mano rispetto a quando digitano su una tastiera. Contrariamente a studi precedenti che attribuiscono la differenza agli effetti di distrazione dei computer, questa nuova ricerca suggerisce che la scrittura a mano permetta allo studente di elaborare i contenuti e riformularli: un processo di riflessione e di manipolazione che può portare a una migliore comprensione e codifica in memoria.

 

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Le nostre idee sulla mente e sul pensiero possono influenzare la prospettiva con cui guardiamo il mondo e conseguentemente il modo in cui ci sentiamo rispetto al rapporto con gli altri e con noi stessi. Queste idee sono le cosiddette metacognizioni. Diversi studi stanno mostrando quanto intervenire sul modo in cui le persone pensano e sulle loro metacognizioni possa favorire la riduzione di sintomi ansiosi e depressivi e forse anche sintomi psicotici.

 

 

Abstract:

Both perceived stress and negative recurrent thinking (rumination and worry) have been associated with depressive symptoms. However, no research to date has investigated the association between perceived stress and negative recurrent thinking. In the present study we aimed to explore whether perceived stress and negative recurrent thinking are associated and whether negative recurrent thinking moderates the relationship between perceived stress and depressive symptoms. A convenience sample of 273 undergraduate students completed the Perceived Stress Scale, the Ruminative Responses Scale-10, the Penn State Worry Questionnaire and the Hospital Anxiety and Depression Scale 2 weeks prior to sitting mid-year examinations. Correlation analyses showed that perceived stress, rumination and worry were positively and significantly associated with depressive symptoms and that perceived stress was positively and significantly associated with rumination and worry. A moderation analysis confirmed that negative recurrent thinking moderated the relationship between perceived stress and depressive symptoms. The implications of these findings are discussed.

VAI ALL’ARTICOLO: Negative Recurrent Thinking as a Moderator of the Relationship Between Perceived Stress and Depressive Symptoms – Online First – Springer.

 

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Psicoterapia cognitiva: diamoci il beneficio del dubbio

 

 

In un mondo di scelte la presenza di una coscienza dotata dell’esperienza del dubbio permette di costruire scenari alternativi, di moltiplicare le possibili scelte oltre quelle determinate da temperamento (genetica) e da educazione (apprendimento).

Il dubbio è un’esperienza universalmente mal sopportata. È curiosa l’esperienza del dubbio, una voce nella mente che ricorda che altri scenari sono possibili. Genera fastidio ed è considerata il cuore di alcuni disturbi psicologici.

Per esempio il disturbo ossessivo-compulsivo o il disturbo d’ansia generalizzata sono fondati, tra le altre cose, sull’intolleranza dell’incertezza (Dugas et al., 1998), definita come la difficoltà di accettare il fatto che sia completamente impossibile prevenire l’accadimento di un evento negativo, per quanto poco probabile.

Anche la società non veste il dubbio con abiti pregiati, tutt’altro. Il dubbio è sintomo di insicurezza, fragilità, anche un po’ scarso valore. Colui che vince è colui che convince, e convince se prima di tutto è convinto delle proprie idee, vale a dire: privo di dubbi.

Tempo ed energie sono consumati per togliersi ogni dubbio dalla mente. A tale scopo le persone cercano rassicurazioni o provano ad autoconvincersi con la forza di pensieri positivi. Si tratta di tentativi spesso fallimentari ed esposti a un paradosso: cercare residui dubbi nella mente da eliminare non può che condurre a trovarne di nuovi. Il dubbio è un’Idra di Lerna, ogni tentativo di eliminare una testa porta a farne crescere altre due.

Si dice che il dubbio è qualcosa che si insinua o viene insinuato, infilato per crescere e far germogliare malessere, avversione, conflitto. Il dubbio è quindi anche una serpe, o un seme velenoso capace di bruciare tutto il raccolto. E un’esperienza se così pericolosa merita attenzione.

Ci sono tre considerazioni che mi hanno incuriosito sul dubbio.

Il primo: come mai la nostra mente si è evoluta per produrre dubbi?

Una possibile risposta è che il dubbio sia una proprietà emergente dell’essere dotati di coscienza. Chissà, forse un difetto di fabbrica, oppure una componente fondamentale della nostra scalata alla vetta della piramide alimentare. In un mondo di scelte la presenza di una coscienza dotata dell’esperienza del dubbio permette di costruire scenari alternativi, di moltiplicare le possibili scelte oltre quelle determinate da temperamento (genetica) e da educazione (apprendimento). D’altronde abbiamo facoltà di scegliere se seguire un dubbio o meno. Più dubbi abbiamo, più aumentano le scelte, più il nostro moto è fluido, con maggiori gradi di libertà. Lo scorrere fluido meglio si adatta ad attraversare i mutamenti dell’ambiente. Questo perché offre molteplici occasioni di flessibilità e di modulazione della prudenza, del controllo e dell’impulsività.

Da qui ne deriva un’interessante prospettiva: chi non presta mai alcuna attenzione ai propri dubbi potrebbe irrigidirsi e seguire una traiettoria molto netta, senza rendersene conto.

Il secondo punto: quando il dubbio diventa un problema?

Qui da psicologo clinico e psicoterapeuta mi sento più a mio agio. La letteratura scientifica cognitiva ci offre un paio di appigli in questo senso. Innanzitutto il dubbio produce malessere quando viene considerato pericoloso e viene considerato pericoloso quando è mal-interpretato (Myers et al., 2009). Piuttosto che un impulso neurochimico che assume la forma di una rappresentazione ipotetica, viene considerato un plausibile se non probabile dato di realtà (es. se lo penso devo fare qualcosa altrimenti accadrà) o dato capace di influenzare la realtà (es. i dubbi sono l’anticamera di un fallimento scritto). Si parla in questo senso di fusione del pensiero. L’individuo osserva il mondo attraverso i propri dubbi e preoccupazioni considerandoli come indici affidabili di ciò che potrebbe accadere, piuttosto che ipotesi.

Ma quante volte abbiamo avuto un pensiero negativo sul futuro? Quante volte si è concretamente realizzato? Il risultato, veggenti esclusi, mostrerà verosimilmente che i pensieri sono un pessimo metro di giudizio per prevedere il futuro o leggere la realtà, anche meno affidabile del lancio di un dado. Ne deriva che il mondo dei pensieri è una cosa, il mondo dei dati sensibili, un’altra.

Strettamente connesso alla confusione tra pensiero e realtà c’è la tendenza ad assumere una posizione di assoluto controllo verso le proprie esperienze interne. Se il dubbio è pericoloso allora posso sentirmi sicuro solo se lo elimino quindi cerco rassicurazioni, cerco di distrarmi, cerco di convincermi del contrario, metto in atto un rituale fino a quando il dubbio è scomparso, cerco un modo di staccare la mente (es. bevo alcolici) oppure evito tutte le situazioni che generano dubbi nella mia mente (Wenzlaff & Wegner, 2000). Tutto questo ha un costo che supera la semplice fatica della sua attuazione. Posso eliminare i dubbi dalla mia mente? Purtroppo no, anche perché per eliminarli devo esplorare la mia mente per vedere se ce ne sono ancora. Quando siamo cacciatori di dubbi rischiamo di perdere il dono della fluidità, siamo bloccati nel caos della nostra mente.

Punto terzo: come possiamo concederci il beneficio del dubbio? Si tratta solo di ipotesi.

Però se il dubbio ha una sua utilità, paradossalmente la condizione d’esser ‘privi di dubbi’ potrebbe renderci vulnerabili all’estinzione improvvisa. Incapaci di cogliere potenziali mutamenti del mondo che ci circonda. Guardare il dubbio per quello che è significa (1) riconoscerlo come un oggetto della mente, (2) valutare quando e per quanto ci interessa occuparcene, (3) non attuare strategie per eliminarlo dalla nostra mente, (4) considerarlo una informazione che proviene dalle libere associazioni della mente, non la guida delle nostre scelte ma nemmeno la prova tangibile che le scelte vanno modificate.

Allo stesso modo il dubbio può essere un innocuo segnale che non ce la stiamo raccontando, che non stiamo costruendo una semplice visione della realtà per nostro uso illusorio. Anche uno stato di assoluta convinzione in se stessi può mostrare i suoi lati oscuri: “Era talmente convinto della tenacia delle sue membra, corpo che scelse di non curarsi e morì”.

Insomma, può esistere un danno nell’assenza del dubbio, l’estrema sicurezza non è più anormale dell’estrema dubitosità. Può essere una buona prassi concedere anche a noi stessi il beneficio del dubbio.

 

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Meno rischi di depressione nei bambini che credono nelle proprie capacità

 

 

I ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano -Bicocca, dopo uno studio condotto su circa 600 bambini di seconda e terza elementare, hanno dimostrato che la convinzione di saper gestire bene le attività scolastiche e le relazioni con i compagni di classe contrastano la depressione. Nessuna altra ricerca, fino ad ora, ha considerato fattori sia negativi che positivi nello studio dei sintomi depressivi su bambini di questa età. 

Infatti, a parità di competenze, è la convinzione del saper far qualcosa, a fare la differenza. Lo studio condotto in collaborazione con alcune Università statunitensi, è stato pubblicato sul Journal of Abnormal Child Psychology.

Tra gli elementi di novità della ricerca, la giovane età dei partecipanti e lo studio delle convinzioni di autoefficacia quali fattori di protezione tra i bambini in età scolare.

Alla ricerca hanno partecipato 554 bambini (51,4 per cento maschi, 44,2 per cento di seconda elementare) di 11 scuole elementari del Nord Italia (Lombardia e Piemonte) ai quali è stato richiesto di rispondere ad una serie di questionari.

Un ricercatore leggeva e spiegava le domande ai bambini e chiedeva loro di rispondere singolarmente alla propria batteria di domande, secondo la specifica scala di risposta del questionario.

Gli psicologi hanno così potuto valutare gli stili cognitivi, le convinzioni di autoefficacia scolastica e sociale,  i livelli di stress e i sintomi depressivi dei bambini.

Tramite sofisticate analisi statistiche è stato possibile riscontrare come sia fondamentale lavorare sull’autoefficacia e sugli stili cognitivi; entrambi questi indicatori giocano infatti un ruolo chiave sulla depressione.

Chi tende a catastrofizzare le conseguenze degli eventi negativi, riporta livelli più alti di sintomi depressivi. E contemporaneamente, i bambini che si sentono più capaci di far fronte ai compiti scolastici riportato minori sintomi depressivi.

Inoltre, le convinzioni di autoefficacia sociale giocano un importante ruolo nella relazione fra innalzamento dei livelli di stress e concomitante innalzamento dei livelli di depressione: i bambini che si sentono più incapaci nella relazione con i loro compagni mostrano più elevati livelli di stress che portano a maggiori livelli di depressione, rispetto ai bambini che invece si sentono capaci.

Conclusioni

Questi risultati, dicono gli autori, sottolineano l’importanza e la centralità della scuola come contesto primario nel quale i bambini vengono chiamati fin da piccoli ad affrontare compiti, richieste e rapporti sociali molto impegnativi; uno scarso senso di autoefficacia nella gestione di queste situazioni può produrre scoraggiamento e stati d’animo negativi che rischiano di condurre a vissuti depressivi veri e propri.

È necessario quindi lavorare in questo senso per rafforzare nei bambini le loro convinzioni di essere efficaci, fortificare la loro autostima, in un’ottica che sia realmente positiva e preventiva.    

 

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BIBLIOGRAFIA:

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Chiunque è in grado di pianificare il percorso tra due luoghi che conosce e che si trovano a una ragionevole distanza. Ma come? Grazie all”uso di due sistemi GPS nel cervello: quello che determina la distanza dalla meta e un altro che calcola le svolte da compiere lungo la strada.

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Gli scienziati sono in disaccordo : alcuni sostengono che il cervello umano calcoli il percorso verso una destinazione, altri che calcoli in linea d’aria. I ricercatori della University College di Londra sostengono invece che entrambi questi metodi sono al lavoro quando gli esseri umani navigano, ma in modi molto diversi.

Per scoprirlo, i ricercatori hanno chiesto a dei volontari di memorizzare le mappe del quartiere londinese Soho. Poi hanno trascorso una giornata a piedi a Soho, tra negozi, ristoranti e pub nelle sue tortuose stradine. (Le persone che hanno ammesso di non avere senso dell’orientamento sono state escluse dalla sperimentazione.)

Il giorno successivo, i partecipanti sono stati sottoposti a fMRI mentre guardavano i video di diverse navigazioni attraverso Soho. Nei primi cinque video, i volontari dovevano decidere dove svoltare per raggiungere una certa destinazione, in poche parole erano loro a navigare. Negli altri cinque, hanno avuto modo di sedersi, rilassarsi e lasciare che il GPS scegliesse il percorso.

Tutti i partecipanti hanno fatto un buon lavoro, scegliendo i percorsi appropriati per più di tre quarti del tempo. Ma la cosa più interessante è come il loro cervello lo ha fatto.

Quando dovevano pianificare come arrivare in un posto, hanno usato una parte del cervello chiamata corteccia entorinale, cioè la stessa che lavora quando pensiamo a come andare da un posto all’altro. Ma durante il viaggio, quando i soggetti dovevano fare attenzione a dove si trovavano e decidere da che parte andare agli incroci, hanno usato una parte del cervello chiamata ippocampo posteriore.

Non è noto cosa accada quando ci muoviamo su un percorso che conosciamo bene, in questo caso potremmo non avere bisogno di calcolarlo perchè lo conosciamo già, e il nostro ippocampo potrebbe essere a riposo.

Inoltre probabilmente quando accendiamo il GPS della macchina il cervello di navigazione si spegne, proprio come è accaduto ai volontari che durante l’esperimento dovevano solo rilassarsi e osservare la navigazione impostata dal GPS: il loro cervello di navigazione seguiva il percorso solo a brevi tratti, per poi disconnettersi affidandosi al sistema di navigazione del GPS esterno. 

Entrambe le parti del cervello sono note per svolgere un ruolo nella navigazione e nella memoria, ma questo esperimento è forse il primo a mostrare come ciascuna sia specializzata in un diverso aspetto della navigazione spaziale.

La metà dei partecipanti era di sesso femminile e la metà erano maschi. E non vi era alcuna differenza significativa tra i sessi nelle loro capacità di navigazione.

 

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