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Antropop. Antropologia della tribù globale di D. Canestrini

 

 

Duccio Canestrini con questo libro ha sviluppato un modo di studiare il futuro delle persone e delle culture: L’AntroPop.

[blockquote style=”1″]Le cose sono in continuo cambiamento. Molte cose sono cambiate nella nostra cultura. Il mondo è diventato un frittatone planetario. Niente e nessuno è libero da influenze. Stiamo vivendo un inedito, colossale merge, una fusione. In poche parole siamo fusi. Da questa fusione magmatica salgono tante bolle colorate che scoppiettano. E il rumore che fanno, disordinatamente, è pop.[/blockquote]

Duccio Canestrini con questo libro ha sviluppato un modo di studiare il futuro delle persone e delle culture: L’AntroPop.

Ma andiamo con ordine il testo si compone di quattro parti, Antropop entra prima nel vivo della vita quotidiana, leggendo fatti e fenomeni diversi.

Forse non lo sapevate ma Ken ha lasciato Barbie per colpa di Greenpeace; il parabrezza dell’auto è il monitor attraverso cui vediamo il mondo, l’oggettistica da abitacolo è quindi cultura; Martina, che si dichiara lesbica, adora il crushing; ragazzi e ragazze si scattano la foto che diventerà l’immagine del loro profilo online; liberare le mani dalla deambulazione ci ha permesso di passare molte ore a testa bassa scrutando uno schermo (we never look up); le <tradizioni di merda>, con licenza accademica, andrebbero abbandonate senza indugi.

Questo per dire che tutto sommato i temi sono più grandi di quello che sembrano.

In Stupidi indigeni, stupidi antropologi l’autore definisce che è leggendo i fumetti di Flash Gordon che ci si appassiona all’antropologia, sul pianeta Mongo era impossibile non appassionarsi alla diversità delle persone e delle culture; Rihanna assomiglia troppo alla Venere ottentotta; inganni, abbagli e truffe costellano la storia dell’antropologia e dell’etnografia con finti indigeni, finiti antropologi, finte relazioni di viaggio (tutto il mondo è paese mi verrebbe da aggiungere); le teorie affascinanti e assurde di Lombroso vengono contrapposte in Django di Tarantino; passano secoli e decenni ma i razzismi no.

La vecchia antropologia qui a fatica ne esce viva.

Homo turisticus siamo tutti noi che quando viaggiamo ci mettiamo in scena ma forse poi ci capiamo qualcosa. Anche gli antropologi nei loro viaggi possono essere ingannati.

Margaret Mead riassumeva così: “Lo psicologo ha problemi con la propria personalità, il sociologo è in disaccordo con la comunità, l’antropologo è quello che ha problemi sia con se stesso, si con la società di cui fa parte”.

Corporama è la sezione dedicata al corpo. Il corpo, spiega l’autore, è quel luogo autentico che ci racconta, lo sguardo, il saluto, il sorriso. Per quanto riguarda i giovani è l’era della “fusion” tra tatuaggi e piercing ma nessuno ne approfondisce il significato. È la ricerca ostinata di segni particolari, del lookdiversità. È l’epoca dello spettacolo della nudità umana. Dici cultura ma è un magnamagna, non c’è più manifestazione culturale senza assaggino del prodotto tipico.

Insomma Antropop è il punto di vista di un androide specializzato in operazioni intellettuali di emergenza.

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

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Gli uomini vengono da Marte (ma solo gli introversi ci possono tornare)

 

  

Nell’epoca dei social network, in cui una cosa non succede davvero se non se ne lascia traccia sui vari facebook o twitter, in una società in cui i tratti narcisistici e estroversi vengono senza dubbio premiati, la scelta migliore per un compito difficile come la conquista di un nuovo pianeta sembra cadere sulle persone forti e silenziose, in una parola, introverse.

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La vecchia dicotomia che riassume l’incomunicabilità tra uomini e donne vede i primi venire da Marte e le seconde da Venere. Linguaggio diverso, impossibilità di comunicare.

C’è però chi su Marte non potrebbe proprio tornarci. Questo almeno sembra emergere da una ricerca condotta da Susan Bell della DePaul University (USA).

Mentre gli scienziati stanno pensando sempre più seriamente alla possibilità di esplorare Marte e la NASA sta lavorando su una navicella che possa sostenere questo viaggio di scoperta, il ricercatore olandese Bas Lansdorp ha fondato MarsOne, un progetto che mira a stabilire una colonia permanente su Marte, una sorta di conquista che attraverso esplorazioni preliminari manderebbe esseri umani sul pianeta rosso nel 2024, affinché ci rimangano e fondino una società parallela. Viaggio di sola andata per Marte, dunque, a cui si sono candidate duecentomila persone da tutto il mondo.

Oltre alle caratteristiche fisiche, anche l’assetto psicologico dei candidati sarà un importante aspetto da tenere in considerazione.

 

La psicologa e ricercatrice americana Suzanne Bell della DePaul University di Chicago ha presentato recentemente un poster in occasione della Association for Psychological Science a San Francisco in cui ha illustrato i risultati di una prima ricerca.

La ricercatrice ha indagato quale fosse, secondo diversi parametri, la personalità più adatta a intraprendere un’avventura come la “conquista” di Marte, analizzando diverse ricerche che indagavano la vita in ambienti isolati come le persone che lavorano in Antartide nelle stazioni di ricerca.

Nell’epoca dei social network, in cui una cosa non succede davvero se non se ne lascia traccia sui vari facebook o twitter, in una società in cui i tratti narcisistici e estroversi vengono senza dubbio premiati, la scelta migliore per un compito difficile come la conquista di un nuovo pianeta sembra cadere sulle persone forti e silenziose, in una parola, introverse.

La Bell ritiene infatti che nei contesti isolati gli estroversi potrebbero essere percepiti come intrusivi e con richieste di attenzione troppo alte, e visto il poco spazio disponibile la loro ricerca di vicinanza anche fisica potrebbe essere vissuta come invadenza.

Uno dei motivi principali che escludono la partecipazione degli estroversi è la loro tendenza a chiacchierare troppo, assieme alla facilità alla noia e al continuo bisogno di stimoli nuovi, che, va da sé, sarebbe difficile accontentare nello spazio ristretto di una navicella spaziale.

Da un punto di vista sociologico, invece, volendo fondare una nuova colonia e scegliendo solo persone estroverse, questo potrebbe essere un buon esperimento per vedere cosa succede in una socialità orientata al silenzio.

 

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La guida in curva grazie ai movimenti oculari optocinetici

FLASH NEWS

I nostri occhi svolgono un ruolo fondamentale quando guidiamo in curva: sarebbero proprio i piccoli movimenti oculari a permettere agli automobilisti di prevedere la traiettoria di un veicolo in una curva.

Il guidatore abile è quello che anche sulle strade piene di curve sa gestire con scioltezza il continuo movimento della ruota. Ma la capacità di gestire la ruota non è tutto nella navigazione in curva.

Lo psicologo ricercatore Otto Lappi dell’ Università di Helsinki, infatti, ha dimostrato che i nostri occhi svolgono un ruolo fondamentale quando guidiamo in curva: sarebbero proprio i piccoli movimenti oculari a permettere agli automobilisti di prevedere la traiettoria di un veicolo in una curva.

Lappi e il suo team hanno utilizzato metodi nuovi e innovativi per analizzare i piccoli e sottili movimenti oculari che i guidatori compiono quando guidano in curva. Questi movimenti oculari optocinetici durano solo frazioni di secondo e il conducente non ne ha alcuna consapevolezza. I risultati ottenuti dai ricercatori si basano su un metodo rivoluzionario di analisi del movimento oculare sviluppato dall’University of Helsinki’s Traffic Research Unit. 

Seguire il movimento degli occhi in modo preciso e affidabile durante la guida normale è possibile già dal 1990. Tuttavia è solo negli ultimi anni che i metodi di modellizzazione computerizzata del comportamento in ambiente naturale si sono sviluppati ad un livello che consenta la verifica dei diversi modelli teorici di funzionamento cognitivo e neurale che sottendono i movimenti oculari e di guida in ambienti reali.

Anche se il comportamento e la fisiologia associati alla guida sono stati studiati per quasi un secolo, molte questioni fondamentali rimangono senza risposta. Il merito di questo studio è avere fornito nuove informazioni sul controllo visivo della guida in curva, e nuovi strumenti per analizzare i processi fondamentali alla base del controllo del movimento in ambienti naturali.

 

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BIBLIOGRAFIA:

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Le Farfalle nello stomaco - Immagine: © Costanza Prinetti 2014

 

Craving, pensiero desiderante, sessualità: modelli di intervento psicoterapeutico

 

Craving, pensiero desiderante, sessualità: modelli di intervento psicoterapeutico

 Relazione presentata a Roma il 29 Maggio 2014 in occasione dell’evento formativo: 

Dipendenze Patologiche e sessualità: alla ricerca del piacere perduto (o mai avuto)

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Dipendenza affettiva e pensiero desiderante implicazioni psicologiche
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Dipendenza affettiva, quando l’amore impregna il quotidiano, esacerba comportamenti non controllati, fino a divenire un vero e proprio disagio psicologico
Dipendenza affettiva e pensiero desiderante quale relazione - Psicologia
Dipendenza affettiva e pensiero desiderante – Riccione, 2019
Dipendenza affettiva e pensiero desiderante: quale relazione? La risposta in uno studio presentato al Forum di Ricerca in Psicoterapia di Riccione
Terapia metacognitiva per il Disturbo da Uso di Alcool: una serie di casi – Lectio Magistralis del Dott. Gabriele Caselli
La seconda giornata del Forum di Riccione ha inizio con la Lectio Magistralis di Gabriele Caselli: Terapia metacognitiva per il Disturbo da Uso di Alcool
Alcol: l'abuso di bevande alcoliche potrebbe modificare il nostro DNA
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Una ricerca avrebbe individuato come cambia il DNA di chi fa un uso smodato di alcol. Esisterebbero quindi dei predittori genetici dell'alcolismo
Craving: come influisce sull'abuso di alcol e quali tipologie esistono
Tre tipologie di craving per la comprensione del problem drinking
Studi scientifici hanno evidenziato la natura eterogenea del craving descrivendo tre tipologie, distinte sulla base di differenti disregolazioni dei sistemi neurotrasmettitoriali e considerando inoltre come discriminanti le componenti psicologiche e la familiarità per l'abuso di alcol.
Dipendenza da sostanze: le terapie basate sull'apprendimento per estinzione
L’eliminazione delle memorie per contrastare la dipendenza da cocaina
Se la dipendenza da sostanze si innesca per condizionamento, è possibile interromperla con terapie basate sull'apprendimento per estinzione.
L'era del cyber: gli effetti della tecnologia nella società attuale
L’era del cyber: le relazioni ai giorni nostri
La diffusione della tecnologia ha generato numerosi cambiamenti: da un lato sono aumentate le opportunità, dall'altra si sono modificate le relazioni.
Dipendenza da serie TV: una delle dipendenze del terzo millennio
Terzo millennio: l’era delle dipendenze (per esempio dai TV Series)
Nella dipendenza da serie TV alla base vi sarebbe il pensiero desiderante che ci fa desiderare oggetti non raggiungibili.
L'effetto del pensiero desiderante sul craving e sull' intenzione al bere- Riccione 2017
L’ effetto del pensiero desiderante sul craving e sull’intenzione al bere – Riccione, 2017
La ricerca, esposta al Forum di Riccione, indaga il ruolo del Pensiero Desiderante nel mantenere soggetti con Disturbo da Uso di Alcol in stato di craving
Modello Metacognitivo per l'uso problematico di alcol - Report dal Seminario
“E pensare che c’era il pensiero” – Report del seminario sul Modello Metacognitivo per l’uso problematico di alcol
Nel seminario G. Caselli e M. Spada hanno esposto i principi cardine del modello metacognitivo e i suoi effetti sul modo di pensare e agire verso l’ alcol
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La Ricaduta nell’ alcolismo: fattori predisponenti, craving e modelli di prevenzione
La ricaduta in chi soffre di alcolismo sembra avere una sua storia, dei correlati psicologici, biologici e non si tratta quasi mai un evento puntiforme
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Cocaina: il contributo della neurobiologia per spiegare la dipendenza -2
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La neurobiologia ha spiegato il ruolo svolto dal sistema limbico nel consumo specifico di cocaina e come si innesca la dipendenza.
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Realtà virtuale come strumento nella valutazione della dipendenza da alcool
Realtà virtuale come strumento nella valutazione della dipendenza da alcool
Per la prima volta la realtà virtuale viene utlizzata all’interno della fase di assessment con pazienti con dipendenza da alcool.
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Pazzia o delinquenza: cosa si nasconde dietro a un crimine?

 

Di fronte a crimini orribili, viene spontaneo chiedersi se i loro autori siano matti o semplici delinquenti. In realtà si tratta di due dimensioni distinte (pazzia e delinquenza) e la congiunzione tra i due termini non deve essere una “o” esclusiva ma una “e”, intendendo che trattasi di due insiemi diversi con alcune sovrapposizioni.

Probabilmente è l’effetto dell’onda lunga del seminario del prof. Stone sui serial killer organizzato un paio di mesi fa a Milano da Studi cognitivi, ma mi sembra (attenzione selettiva?) che in questi giorni la cronaca offra molti spunti al tema, sempre aperto, del rapporto tra malvagità e malattia mentale.

Il signore che uccide la moglie dopo averci fatto l’amore (a cosa sarà stato utile poi la diffusione di questo particolare?) sgozza i due figli di 2 e 5 anni e poi va al pub a condividere con gli amici le emozioni per l’esordio mondiale degli azzurri. Confesserà di essersi invaghito non ricambiato di una collega di lavoro. L’arresto del presunto seviziatore e omicida di Yara. La scarcerazione della madre di Cogne che anni fa si macchiò del delitto per il quale in italiano non esiste neppure il nome l’omicidio del figlio.

Per fortuna a rendere meno pesante la riflessione su questi temi ci ha pensato il bel Renè. Renato Vallanzasca mitico bandito della Milano degli anni 70, cui è stato dedicato un bellissimo film con Kim Rossi Stuart. Vallanzasca in permesso premio dai 4 ergastoli che sta scontando si è fatto arrestare per un furto di mutande ad un supermarket. Viene da pensare che la libertà faccia ad alcuni davvero paura e torna in mente l’altro caso del mitico bandito Graziano Mesina. Anche Grazianeddu graziato dopo 40 anni effettivamente scontati in galera (un record assoluto per l’Italia cattolica sempre pronta al perdono) è tornato subito dietro le sbarre. Ma questo è un altro tema.

Le domande che i non addetti ai lavori rivolgono a noi operatori della salute mentale durante le cene di quest’inizio d’estate propongono sempre il medesimo quesito: sono matti o semplicemente deliquenti? vanno curati o puniti?

Il problema ha implicazioni anche giuridiche molto rilevanti. Infatti a fronte di una diagnosi psichiatrica, soprattutto se grave, scatta la presunzione di non imputabilità (la famosa incapacità di intendere e di volere). Considerato poi che una diagnosi di disturbo di personalità non si nega a nessuno, il rischio di un assoluzione complessiva del genere umano e di tutte le nefandezze di cui è capace, è evidente. Temo un ecumenico tana libera tutti che riconoscendoci strumenti inconsapevoli del nostro patrimonio genetico impegnato nella dura battaglia per la sopravvivenza ci privi ad un tempo della libertà e della responsabilità.

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L’unico sul banco degli imputati resterebbe Dio o il suo facente funzione, l’impietoso ambiente selettivo che costringe a non guardare tanto per il sottile pur di cavarsela e riprodursi copiosamente. Dunque: matti o delinquenti? La presunta imprevedibilità del matto lo ha fatto per secoli percepire come pericoloso per sé e per gli altri (definizione ancora presente nella legislazione di quasi tutti i paesi, fuorchè l’italia!!, per giustificare trattamenti coatti a suo carico) e dunque destinatario di provvedimenti allo stesso tempo di cura e custodia.

La psichiatria, dispiace ammetterlo, ha sempre avuto questa doppia vocazione sebbene dalla seconda metà del secolo scorso abbia iniziato a vergognarsi e rinnegare l’aspetto custodialistico asilare (castigamatti) agevolata in questo dal proliferare degli psicofarmaci.

Se nell’immaginario collettivo il folle è cattivo e pericoloso, gli operatori della salute mentale hanno enfatizzato, per contrasto, la polarità opposta. E’ visto come una vittima della famiglia e della società. Come cantava De Andrè ne “La città vecchia”:

Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo

Tornando alla domanda iniziale che si pone di fronte a crimini orribili, se i loro autori siano matti o semplici delinquenti ce la si può, in prima battuta, cavare sostenendo che si tratta di due dimensioni distinte e che la congiunzione tra i due termini non debba essere una o esclusiva ma una e intendendo che trattasi di due insiemi diversi con alcune sovrapposizioni. In altre parole, si può essere completamente matti e assolutamente non delinquenti (anzi questa è, per nostra fortuna, la norma) e, di contro, totalmente delinquenti senza nessuna traccia di follia (anche questa è la norma se si pensa alle varie mafie diffuse nel mondo).

Anzi se si è troppo matti non si riesce ad essere dei buoni delinquenti perchè il disagio mentale grave danneggia l’adattamento, anche criminale, all’ambiente sociale e lavorativo, quale che sia il lavoro in questione. Poi ovviamente esistono tutti i diversi livelli di sovrapposizione tra le due dimensioni. Credo ci sia lo stesso rapporto che sussiste tra follia e creatività artistica. Non si implicano necessariamente, talvolta la follia la danneggia, talaltra la esalta. Probabilmente è spesso una questione di dosaggio (la posologia).

In parte una soluzione al dilemma la si trova già nel nostro codice penale.

Infatti la perizia di fronte a tali reati non chiede se il soggetto sia folle o delinquente, non si vuole valutare l’autore nella sua complessità ma il gesto criminale. Si tratta di stabilire se l’atto fosse, nel momento in cui è stato compiuto, un vero e proprio sintomo o comunque una conseguenza diretta ed inevitabile dei sintomi. Ad esempio uno schizofrenico può non essere imputabile per aver mangiato il cuore della madre se erano le voci ad ordinarglielo e finire in carcere per un furto al supermercato non potendo rispondere al poliziotto che lo ha fermato come il bel Renè, nella migliore tradizione italiana celebrata dai film di Alberto Sordi lei non sa chi sono io!

La difficoltà nel mettere a fuoco il problema sta nel fatto che non sono ben definiti proprio i termini che si vogliono confrontare. Ad esempio delinquenza è sinonimo di cattiveria? A mio avviso no. Il delinquente è una forma estrema di egoista per cui in nome del proprio interesse non guarda in faccia a nessuno, che siano leggi o vissuti degli altri che considera come meri strumenti al suo servizio (come non vedere in questo i tratti del disturbo antisociale e narcisistico di personalità). Il cattivo invece ha come scopo il danneggiamento e la sofferenza dell’altro senza ricavarne altro vantaggio (ma non potrebbe ciò essere considerato un disturbo sadico di personalità?).

Per l’altro termine non stiamo meglio. Dopo oltre trent’anni di lavoro nel campo della salute mentale mi riesce impervio tentare una definizione sintetica e unitaria di follia che colga un minimo comune denominatore nelle molteplici malattie mentali se non, forse, proprio una sofferenza estrema e personalissima a stare nel mondo che ai più appare inspiegabile non sussistendone, per il buon senso comune, motivi sufficienti. Tornando al nostro quesito da cena estiva ritengo che il problema vada mantenuto distinto nei due versanti.

La legge deve sanzionare tutti i comportamenti contrari ad essa quale che ne sia la causa e la pena, ha sempre un doppio scopo di deterrenza e di recupero. Non dunque manicomi criminali separati dalle carceri, ma carceri o soluzioni alternative alla detenzione che abbiano lo scopo di recuperare il reo alla vita di comunità. Gli operatori della salute mentale coltivano invece la curiosità ed il compito di spiegare i singoli comportamenti individuali, dai più normali a quelli bizzarri o efferati partendo da una analisi minuziosa del soggetto, della sua storia e del suo apparato di scopi e credenze. Le teorie generali sono anche, molto spesso, terribilmente generiche. Chi di noi non ha provato imbarazzo per l’appartenenza alla categoria dinnanzi a esternazioni di fronte a telecamere e microfoni di esimi colleghi che semplificano la complessità delle determinanti del comportamento umano avvalendosi di luoghi comuni che sarebbero parsi tali anche a mio nonno nato prima de L’interpretazione dei sogni? Non si tema di restare in silenzio di fronte al mistero. Soltanto una autopsia dello specifico gesto dopo un approfondimento con il suo autore, teso a ricostruirne la personalità può condurci ad una comprensione che deve rimanere ad esso circoscritta.

Se c’è qualcosa di generalizzabile sono forse alcuni meccanismi di mantenimento. Credo, infatti, che nel tentare di spiegare il comportamento di criminali seriali, vadano distinti due ambiti: quello della genesi da quello del mantenimento.

Nel primo ci si chiede perchè il soggetto sia arrivato per la prima volta a compiere un crimine orrendo. Qui si intrecciano come sempre cause genetiche, di apprendimento e ambientali accidentali. Nel secondo ci si interroga sul perchè il soggetto torni a commettere reati analoghi. Nella ripetizione credo non vada sottovalutato il ruolo dell’addiction alla scarica adrenalinica che un comportamento estremo comporta. Insomma un conto è perchè iniziano, altro perchè continuano. Non vale forse la stessa cosa per l’uso di sostanze?

In conclusione mi sembra che se ogni deviazione del comportamento dalla norma statistica o ideale è considerata effetto di una patologia che limita la libertà e dunque la responsabilità individuale, tutti saremo sempre assolti perchè non abbiamo fatto altro che ciò che il nostro patrimonio genetico nell’incontro con l’ambiente ci ha consentito di fare. Non potendo rispondere del genotipo e rispondendo in solido con tutta l’umanità dell’ambiente in cui viviamo non si può che essere compassionevoli verso qualsiasi fenotipo e cantare con Shell dei Rokes Ma che colpa abbiamo noi?

E’ evidente che il tema potrebbe essere interessante e anche che necessita di strumenti filosofici che mi sono estranei.

 

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La Depressione e la Biologia all’SPR 2014 – Copenhagen

REPORT DAL 45esimo MEETING ANNUALE DELLA SOCIETY FOR PSYCHOTHERAPY RESEARCH

 

Si è appena svolto a Copenhagen  il 45esimo meeting annuale della Society for Psychotherapy Research (SPR) che raccoglie terapeuti e accademici di diversi approcci e da tutto il mondo pronti a condividere uno sguardo sul tema della ricerca in ambito psicoterapeutico.

Dopo una giornata di workshop pre-congressuali, il convegno è entrato nel vivo e ha visto alternarsi simposi di argomento affine, presentazioni libere, discussioni su un tema specifico e sessioni plenarie.

Un’apertura che sembra di buon auspicio, con una plenaria che ha raccolto quasi tutti i past president di SPR e una linea di ampio respiro, pronta a integrare approcci differenti e a porsi interrogativi a tratti scomodi.

Così, per esempio, abbiamo potuto assistere a un’intera sessione che approfondiva la difficile domanda: In tutti questi studi di esito e di processo, dove li mettiamo i pazienti che non solo non rispondono al trattamento, ma addirittura peggiorano?. Ora, ovviamente una risposta univoca non esiste, e sono stati mostrati risultati preliminari su studi piccoli e in divenire, ma è interessante già la volontà di puntare i riflettori non solo su quello che conferma quanto la psicoterapia sia efficace (più, meno, meglio, peggio del farmaco), ma anche sulle situazioni in cui il terapeuta può sperimentare un senso di impotenza o può addirittura peggiorare il quadro. In qualche modo, un passo scomodo ma necessario per richiamare anche alla mente tutti i limiti che gli interventi psicologici portano con sé.

Proseguendo nel programma, sono stati toccati molti argomenti, suddivisi sulla base del target di osservazione (terapia con bambini piuttosto che terapia di coppia), dell’approccio di riferimento (cognitivo, psicodinamico, neurobiologico), della sintomatologia interessata oppure dei processi osservati.

Così, uno dei panel a mio avviso più interessanti ha approfondito il ruolo degli aspetti biologici e maturativi nei disturbi psicopatologici, con un particolare riferimento ai disturbi di tipo depressivo.

Il gruppo di Santiago, che fa capo al Dr. Botto, ha presentato due revisioni sistematiche della letteratura, che approfondivano il ruolo della componente genetica nei disturbi dell’umore. Intanto, hanno sottolineato come spesso negli studi, davanti a questa dicotomia mente/cervello (che purtroppo cerchiamo di combattere ma contemporaneamente portiamo nel nostro bagaglio e nel nostro modo di vedere alle cose) ci sia la tendenza a sottolineare, quando si parla di ambiente, solo quelle caratteristiche che rendono difficoltoso uno sviluppo sano (genitori dismissing, un ambiente sociale stigmatizzante, difficoltà economiche), tralasciando il ruolo che un ambiente positivo può avere, fino a ostacolare l’espressione di un corredo biologico sfortunato.

Purtroppo, il gruppo cileno sottolinea come in questi studi manchi la considerazione degli eventi di vita recenti, e come questi valutino il modo in cui l’ambiente viene percepito, e non quello che oggettivamente è. Infine, si sente la mancanza di studi cross-culturali, che possano confrontare fra loro ambienti massivamente diversi, non solo con riferimento al livello sociale o famigliare, ma anche culturale in un senso più ampio (religioso, etico, morale, etc.).

Allora, nello studio della depressione e dei geni, si sottolinea come questa sia una patologia tendenzialmente ricorrente e cronica e con una prevalenza dell’8-12% nella popolazione generale (Andrade et al., 2003). Per quanto riguarda la biologia, il genoma e l’ambiente sono in relazione e i geni sembrano moderare l’effetto dell’ambiente sulla salute mentale. A quanto pare, due esseri umani condividono più del 99% del DNA. Che significa che tutte le differenze fenotipiche che possiamo osservare guardandoci attorno stanno in meno di un 1% di DNA, assieme a caratteristiche ambientali e esperienze di vita diverse.

In particolare, la letteratura ha finora approfondito il ruolo che nei disturbi depressivi hanno la serotonina, la dopamina e l’ossitocina. Mentre la prima ha a che fare con i sintomi depressivi tout-court (ed è stata indagata, appunto, in associazione a eventi di vita negativi), la seconda ha a che fare con i comportamenti e la terza sia con l’umore depresso che con la cognizione sociale,
intervenendo anche nella risposta allo stress.

 

 Ci sono diverse teorie che associano biologia e depressione. Mentre secondo la teoria aminergica la depressione sarebbe causata da una diminuzione di serotonina o norepinefrina, studi più recenti sostengono che i circuiti serotoninergici includerebbero strutture che controllano i sintomi depressivi, nonostante questa associazione biologia-depressione non abbia i criteri perché si possa parlare di causalità.

Per quanto riguarda infine la plasticità neurale, si sottolinea come un trattamento antidepressivo cronico produca un adattamento nel modo in cui le cellule comunicano, il che facilita l’espressione di determinati geni. In particolare, il BDNF (Brain-derived neurotrophic factor, fattore neurotrofico cerebrale) è un gene associato alla plasticità neurale il cui livello viene alterato anche da altre patologie, non solo dalla depressione. Secondo altri autori, la causa biologica della depressione sarebbe un aumento degli agenti infiammatori che possono portare a un cambiamento nella struttura cerebrale.

Tuttavia, altri autori hanno osservato come la depressione predica i futuri livelli di citochine (molecole proteiche che permettono alle cellule di comunicare), ma i livelli di citochine non predicano i futuri sintomi depressivi.

Come unire allora tutte queste informazioni? Sappiamo che ci sono molte evidenze dell’associazione tra eventi di vita stressanti e depressione e che lo stress cronico è un predittore maggiore di depressione rispetto allo stress acuto.

In più, molti studi hanno trovato un’associazione tra depressione e disregolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Il gruppo cileno allora ha utilizzato una procedura longitudinale misurando i livelli di cortisolo, l’ansia e i sintomi depressivi prima e dopo uno stress sociale. Quello che emerge è una correlazione significativa tra cortisolo e ansia, ma non tra cortisolo e depressione.

Va comunque specificato che, utilizzando un campione non clinico, si corre il rischio di appiattire i dati riferiti all’umore depresso (gli studenti universitari, in altre parole, erano troppo poco depressi per poter trarre conclusioni affidabili su questo dato). Per ricavare dati più chiari, l’intenzione è di fare uno studio in cui misureranno il cortisolo in un dato momento (T1) e il cortisolo, il BDNF, e i sintomi depressivi 6 mesi dopo (T2), per valutare se i livelli di cortisolo al T1 possono predire gli altri livelli e la depressione al T2.

A prescindere dai risultati e dalla metodologia utilizzata, è degno di nota il fatto che in un congresso sulla psicoterapia si dia così ampio spazio ai correlati biologici delle patologie, che possono aiutarci a capire meglio da una parte i sintomi che la depressione porta con sé, dall’altra la totalità dell’individuo.

Potrebbe essere insomma un altro passo, più pratico e meno ipotizzato solo in teoria, della voglia di considerare mente e cervello una sola entità. Fill the gap between mind and brain più che uno slogan sta diventando una necessità. 

 

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La ricerca in psicoterapia: dove si impara, dove si fa. SPR URBINO 2013

Basterebbe misurare il volume dell’amigdala per predire l’ansia nell’infanzia?

FLASH NEWS

 

L’amigdala è una parte del cervello che gestisce le emozioni ed in particolar modo la paura. Uno studio pubblicato recentemente sulla rivista Biological Psychiatry sostiene che le alterazioni nello sviluppo tipico dell’amigdala durante l’infanzia potrebbero condurre, in età successiva, all’insorgere di problemi d’ansia.

 
I ricercatori dell’Università di Medicina di Stanford hanno reclutato per il presente studio 76 bambini tra i 7 e i 9 anni d’età, periodo in cui tratti e sintomi ansiogeni possono essere già identificati e considerati attendibili. Uno strumento, appositamente costruito e validato dagli sperimentatori, è stato utilizzato per misurare i livelli d’ansia nei bambini partecipanti allo studio. Questo strumento utilizza come parametri diagnostici il volume e l’estensione delle connessioni funzionali dell’amigdala, rilevate tramite Imaging a risonanza magnetica (MRI).

Dai risultati è emerso che ai bambini con livelli maggiori d’ansia era associato un volume maggiore dell’amigdala e una maggiore connettività con regioni del cervello quali quelle deputate all’attenzione, alla percezione e regolazione emotiva, rispetto ai bambini con livelli minori d’ansia. Inoltre, dai risultati è emerso che nei bambini con livelli elevati d’ansia la regione maggiormente interessata è il complesso basolaterale dell’amigdala, una regione deputata all’apprendimento della paura e all’elaborazione delle informazioni relative alle emozioni. Secondo il Dott. Shaozheng Qin, uno degli autori di questo studio, è sorprendente che le alterazioni al livello di struttura e di connettività dell’amigdala siano così significative, data la giovane età dei partecipanti ed il fatto che i livelli d’ansia nei bambini partecipanti risultavano non osservabili clinicamente. Inoltre, il Dott. John Krystal, editore della rivista Biological Psychiatry, ha affermato che:

è cruciale approfondire gli attuali risultati conducendo delle ricerche longitudinali in grado determinare se l’aumento del volume e la maggiore connettività funzionale dell’amigdala sono da considerare fattori di rischio o conseguenze dell’ansia infantile.

Tuttavia, il presente studio rappresenta un passo importante per individuare i sistemi cerebrali alterati ed i possibili biomarker per l’identificazione dei giovani ad alto rischio di disturbi d’ansia. Inoltre, comprendere già dall’infanzia come l’ansia influenza gli specifici circuiti dell’amigdala potrebbe fornire nuovi ed importanti spunti teorici sulle origini dello sviluppo neurologico dell’ansia negli esseri umani.
 

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BIBLIOGRAFIA:

 

Cosa significa essere timidi? – Report dalla lezione con il Prof. Carducci

Cosa vuol dire essere timidi? Quanta sofferenza può provare una persona timida?

Per comprendere le dinamiche della timidezza, gli studenti di Studi Cognitivi hanno avuto la grande possibilità di partecipare alla lezione di uno dei più importanti studiosi del tema: Bernardo J. Carducci, professore presso l`Indiana University Southeast.

Guarda l’INTERVISTA AL PROF. CARDUCCI al Congresso APA 2013 di Honolulu (HAWAII)

Nel corso della lezione numerosi punti chiave del tema sono stati affrontati, primo tra tutti: cos’ è la timidezza? Nonostante la tendenza a medicalizzare la timidezza, essa non è né un disturbo, né un tratto di personalità, può essere invece intesa come un fallimento nell’affrontare situazioni sociali, caratterizzata da componenti affettive, cognitive e comportamentali.

Formativo è stato anche vedere quanto la timidezza sia comune (il 40% della popolazione risulta essere timido) e quanto questo dato sia prezioso nel lavoro con la persona timida, in quanto ciò lo porta a non sentirsi solo e isolato nel suo problema.

La timidezza non va confusa con introversione né con bassa autostima: mentre nell’ introversione vi è un volontario rifiuto nel rapportarsi agli altri, il timido cerca la loro vicinanza ma non riesce ad approcciarsi. L’autostima invece può essere alta a livello globale nel timido (pensiamo alle numerose star o persone di potere timide) ma bassa solo in specifici domini, primo tra tutti il dominio delle competenze sociali.

Importante, nel lavoro con le persone timide, è conoscere le dinamiche alla base del problema: nonostante la diversità delle storie personali, infatti, vi sono tre dinamiche principali coinvolte nella timidezza.

  • Conflitto tra avvicinamento- allontanamento: il timido vuole entrare in iterazione con gli altri, ma si blocca, preferisce aspettare che siano gli altri a fare la prima mossa. La motivazione è presente ma non sufficiente dunque.
  • Lento meccanismo di riscaldamento: i timidi hanno bisogno di tempi più estesi per rapportarsi agli altri, ed è anche questo che li blocca, vorrebbero velocizzare le relazioni ma non ci riescono.
  • Zona di conforto limitata: i timidi si lasciano coinvolgere nelle uscite, nel partecipare a situazioni sociali, ma tendono a ripetere sempre le stesse cose, mostrano un limitato repertorio di azioni che cercano di non modificare, perché per loro il cambiamento significherebbe pericolo.

Nonostante una serie di auto strategie, emerse da numerosi studi, che i timidi mettono in atto per combattere il loro disagio (ad es. estroversione forzata, pensare positivo, consultare libri di auto- aiuto, bere o relazionarsi tramite internet), queste si mostrano quasi sempre insufficienti ad affrontare la propria timidezza.

Il prof Carducci, infatti, ripete, nel corso della giornata, quanto sia importante lavorare con la timidezza anziché contro la timidezza. E’ importante accettare il fatto di essere timidi, capire le dinamiche della propria timidezza e modificare ciò che si fa e non ciò che si è.

Solo in tal modo si può vivere meglio e diventare dei timidi di successo!

 

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La complessità dei percorsi traumatici nei rifugiati – Report dal seminario

 

Report dal seminario

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Complessità dei percorsi traumatici nei richiedenti asilo:
dalle torture al trauma della fuga e dell’esilio e al trauma sociale nel contesto d’arrivo

Milano, Sabato 21 Giugno 2014

 

 

GUARDA L’EVENTO 

Il tema dei rifugiati e richiedenti asilo sopravvissuti a tortura è di assoluta attualità e pone difficoltà e sfide peculiari per operatori, psicologi, psichiatri e in generale per tutte le figure che a vario titolo sono chiamate ad occuparsi di situazioni così al limite. E’ necessario fornire ai professionisti del settore strumenti adeguati per far fronte alle specifiche vulnerabilità create da violenze e torture subite nel paese d’origine, durante il viaggio e dal trauma migratorio.

L’incontro con la sofferenza di pazienti che provengono da storie costellate di traumi precoci, estremi e continuativi è una grande sfida per i clinici di ogni orientamento e negli ultimi anni molto spazio è stato dato alle specifiche difficoltà che queste persone portano in terapia sia dal punto di vista diagnostico sia dal punto di vista squisitamente terapeutico.

Rispondendo alla crescente urgenza di risposte a tale proposito il Servizio di Diagnosi e Terapia del Trauma Psicologico dello studio A.R.P. di Milano organizza un ciclo di incontri clinici “anti-impotenza”, volti a individuare, nel confronto con esperti che operano in vari campi della psicotraumatologia, soluzioni che permettano di orientarsi e definire via di cura per quadri psicopatologici complessi.

Quello di sabato 21 Giugno con Massimo Germani, in continuità con la giornata mondiale del rifugiato celebrata il giorno precedente, è stato il seminario inaugurale di questo ciclo di incontri.

Il tema dei rifugiati e richiedenti asilo sopravvissuti a tortura è di assoluta attualità e pone difficoltà e sfide peculiari per operatori, psicologi, psichiatri e in generale per tutte le figure che a vario titolo sono chiamate ad occuparsi di situazioni così al limite. E’ necessario fornire ai professionisti del settore strumenti adeguati per far fronte alle specifiche vulnerabilità create da violenze e torture subite nel paese d’origine, durante il viaggio e dal trauma migratorio.

Nella prima parte del suo interessantissimo intervento Massimo Germani delinea gli elementi che costituiscono la tortura, i fattori caratterizzanti i vari tipi di tortura e le proporzioni impressionanti del fenomeno a livello mondiale: la tortura è attualmente praticata da 102 Paesi, Italia compresa; tra il 20% e il 25% dei richiedenti asilo ha subito torture e in Europa attualmente vivono circa 600.000 di rifugiati sopravvissuti a torture, di cui solo 30.000 hanno potuto avvalersi di cure specialistiche adeguate.
Sono dati allarmanti.

Sappiamo che l’essere esposti a traumi complessi, estremi e cumulativi è un fattore di rischio importante per lo sviluppo di psicopatologia. In questo senso tutti i richiedenti asilo sono potenzialmente vulnerabili, ma certamente ci sono categorie che diventano effettivamente vulnerabili (anziani, disabili, donne in gravidanza, minori) o altamente vulnerabili (vittime di tortura, stupro, traumi estremi) che devono essere identificati per poter fornire loro cure adeguate. In quest’ultimo gruppo di persone, infatti, la presenza di psicopatologia è quasi costante, anche se a volte latente, e tende a peggiorare e cronicizzarsi se non trattata, rendendo difficile il processo integrativo nel nuovo contesto e il percorso verso l’autonomia, con costi umani, sociali ed economici enormi.

 

All’interno di questa categoria, inoltre, c’è un sottogruppo definito ad alto rischio che comprende persone sopravvissute a torture, stupro e violenza estrema con pre-esistenti disturbi psichici latenti o conclamati. In questa categoria si ritrovano quadri di psicopatologia conclamata anche severa, rapida progressione in senso peggiorativo del quadro clinico e impossibilità (non solo difficoltà) del processo integrativo e del percorso verso l’autonomia.

Aspetto di cardinale importanza è la necessità di considerare i fattori che concorrono a determinare la gravità del quadro clinico lungo un arco temporale: fattori pre-traumatici, peri-traumatici e post-traumatici. E’ fondamentale che operatori e pazienti abbiano la consapevolezza che c’è un prima e un dopo e che tutto quello che succede in questi momenti è rilevante per l’esito psicopatologico.

Riconoscere precocemente i segnali che indicano la presenza di fattori di rischio è di cruciale importanza per una presa in carico adeguata che consenta l’integrazione nel nuovo contesto e l’uscita verso una nuova autonomia. Per rispondere a questa esigenza Massimo Germani presenta l’E.T.S.I. “Extreme Trauma and Torture Survivors Identification Interview”, strumento messo a punto dal suo gruppo per facilitare, nei CARA o nei centri di prima accoglienza, l’individuazione di situazioni di vari gradi di vulnerabilità al fine di indirizzare le persone a rischio nei centri specialistici. Non è uno strumento di diagnosi, ma di screening, che si è rivelato affidabile per un’accurata identificazione precoce anche da parte di clinici non specialisti.

Altro elemento cruciale sottolineato da Massimo Germani è che il trauma non è sempre patogeno. Il trauma è un’esperienza che dipende dall’incontro tra evento oggettivo e vissuto soggettivo, tra fattori di rischio e fattori di protezione. Non è l’esito di una causalità lineare, ma di una multifattorialità complessa.

Il tipo di trauma è certamente un elemento sostanziale: circa il 20-30% di traumi singoli/non interpersonali e il 33-75% di traumi ripetuti, continuativi e interpersonali evolvono fino a quadri psicopatologici conclamati.

L’esperienza traumatica, tuttavia, è una condizione necessaria ma non sufficiente per lo sviluppo di una patologia post-traumatica. E’ necessario un modello patogenetico complesso delle patologie post-traumatiche basato su un processo di causalità reciproca, che ristabilisca la centralità dell’individuo e del contesto di cui egli è partecipe, inteso anche come contesto di arrivo. La vulnerabilità al trauma non è una qualità statica e acquisita una volta per tutte, ma varia nello stesso individuo in funzione del tempo e delle circostanze ambientali e personali.

La terza parte dell’intervento si focalizza sulla definizione di Disturbo Post-Traumatico Complesso, distinguendolo dal PTSD semplice. I traumi estremi, interpersonali e continuativi hanno un impatto particolarmente dirompente, frammentante e annichilente e provocano alterazioni profonde delle funzioni associative della psiche.

Di fronte ad esperienze così estreme le normali difese della persona non sono più in grado di funzionare ed entrano in gioco difese primitive, dissociative. I frammenti inelaborabili del trauma restano confinati all’interno di una o più parti di personalità che acquista caratteristiche dissociative. Le parti dissociative sono psichicamente attive, se pure frammentate e tendono a riapparire automaticamente in situazioni stressanti, condizionando pesantemente il funzionamento dell’Io che si impoverisce.

Oltre a ciò il Disturbo Post-Traumatico Complesso è caratterizzato da alterazioni nell’identità e nelle relazioni, sintomi cognitivi e alterazioni della memoria, sintomi depressivi e alterazioni della sfera affettiva, sintomi da iper o ipo-arousal, sintomi ansiosi e sintomi somatici. La dissociazione, tuttavia, è il nucleo centrale e specifico della traumatizzazione e tende ad aggravarsi con la sequenzialità dei traumi, come dimostra anche una ricerca su rifugiati del Camerun e del Ciad presentata da Germani. 

 

Questa ricerca mette in evidenza anche l’importanza del periodo post-traumatico che inizia con la fuga dal paese d’origine, non solo in termini di traumatizzazione secondaria così frequente durate la fuga ma anche intesa come situazioni e contesti destabilizzanti nei paesi di arrivo.

La specificità dei rifugiati sopravvissuti a tortura deve essere considerata nel momento in cui si delineano progetti di accoglienza e trattamento. Oltre a presentare quadri sindromici connessi a traumi estremi, infatti, queste persone devono fare i conti con la precarietà e la marginalità sociale, il deserto affettivo, l’eclissi del senso d’identità e l’incertezza assoluta riguardo al futuro che caratterizza la loro condizione di profughi.

Il trattamento deve essere individualizzato in base alle caratteristiche del paziente, alla situazione psicopatologica di base e attuale, alle condizioni sociali attuali, ai sintomi emergenti e al grado di rischio.

Quanto emerso da questa intensa giornata rende evidente come la presa in carico di questi pazienti debba essere integrata, comprendente assistenza medica, psicologica, sociale e legale, e debba fornire una forte componente di supporto e protezione per ridare loro una dignità di vita, tenendo conto delle risorse e capacità disponibili.

Il lavoro deve essere centrato sulla persona e non sul trauma, per evitare ulteriori traumatizzazioni e grande attenzione deve essere dedicata alle prime fasi di alleanza terapeutica e stabilizzazione, basilari e molto delicate in questo tipo di pazienti.

A fare da esemplificazione ci ha accompagnati, nel corso della giornata, un caso clinico presentato dal Servizio di Etnopsichiatria dell’Ospedale Niguarda di Milano, che bene ha mostrato le difficoltà di diagnosi, i nodi critici, la delicata scelta del trattamento e la sinergia dell’operato delle molteplici figure professionali coinvolte nella presa in carico del paziente.

La giornata si è conclusa con la proiezione di un bel video sul Laboratorio Teatrale del Progetto Vi.To. del Consiglio Italiano per i Rifugiati, che si occupa di accoglienza e cura delle vittime di tortura e tiene incontri presso un barcone ormeggiato sul Tevere, in cui si dà voce e spazio alla condivisione e all’elaborazione (implicita: è teatro, non teatro-terapia) delle difficili esperienze vissute dai rifugiati attraverso l’esperienza teatrale.

 

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Cecità Attenzionale: passare davanti a un albero di denaro e non notarlo

FLASH NEWS

In uno studio recente, Ira Heyman e colleghi hanno studiato il fenomeno della cecità attenzionale mostrando che le persone possono essere cieche anche di fronte a degli oggetti rilevanti nell’ hic et nunc.

Ogni giorno ignoriamo gran parte delle cose che passano davanti ai nostri occhi. Un esempio classico è quello della donna vestita da gorilla che attraversa il campo di basket durante un vivace scambio di palla tra i giocatori, senza essere osservata. L’osservatore ignora la sua presenza perchè è concentrato sul suo obiettivo: il conteggio dei passaggi tra i giocatori.

In uno studio recente, Ira Heyman e colleghi hanno esteso questo fenomeno della cecità attenzionale mostrando che le persone possono essere cieche anche di fronte a degli oggetti rilevanti nell’ hic et nunc. Ad esempio, le persone sono in grado di notare un albero tanto da evitarlo senza però essere consapevoli di quello che hanno appena evitato…anche se sull’albero vengono appesi dei soldi!

Ispirati da un video postato su YouTube, The Money tree, Heyman e i suoi colleghi hanno pinzato 3 banconote da un dollaro a tre rami di un albero in un campus universitario. Per due settimane, i ricercatori hanno osservato la gente che camminava vicino all’albero e annotato se schivava i rami dell’albero o avvistava il denaro (presumendo che chiunque avesse visto il denaro si sarebbe fermato per prenderlo o almeno per accertarsi dello strano accaduto).

 

Complessivamente, 396 persone sono state osservate mentre camminavano sulla stradina in cui si trovava l’albero; 203 uomini e 193 donne. Dai risultati dell’osservazione è emerso che solo 12 persone sono passate in mezzo ai rami senza evitarli; tutti gli altri passanti invece sono riusciti a schivarli in tempo. Di questi ultimi, però, solo una piccola parte ha notato la presenza del denaro appeso.

Ira Heyman e il suo team sostengono che il presente studio fornisce dati al sostegno del modello teorico che propone l’esistenza di due flussi visivi principali per l’elaborazione dell’informazione: uno ventrale, e uno dorsale, che sono stati chiamati da Goodale e Millner rispettivamente il canale della percezione e quello dell’azione.

Entrambi i canali trasportano l’informazione sulla struttura degli oggetti visti e sulla loro posizione spaziale ed entrambi sono fortemente influenzati dall’attenzione. Quello che cambia è il modo di utilizzare l’informazione stessa: lungo il flusso ventrale si rappresentano le caratteristiche stabili dell’oggetto e le relazioni fra di esse. Si pensa anche che è qui che viene attribuito un significato, un’identità, a quanto si osserva.

Il canale dorsale invece è coinvolto nell’aggiornamento on-line di ciò che avviene nella porzione di realtà che stiamo vedendo, ma anche di come si muove il nostro corpo in relazione ad essa. E’ grazie al flusso dorsale che le persone possono sperimentare la cecità attenzionale.

In conclusione, i ricercatori del presente studio sostengono che le persone possono camminare sotto un albero e schivare dei rami sporgenti senza rendersi conto che su di essi sono stati appesi dei soldi. A quanto pare, in certe situazioni, le persone possono essere in grado di guidare il proprio comportamento senza consapevolezza.

La cecità attenzionale è una forma di vagabondaggio mentale-mindless wandering che ci permette di camminare e guidare senza la consapevolezza degli ostacoli evitati; inoltre, il meccanismo della cecità attenzionale dimostra che il cervello è tutt’altro che passivo nei confronti dell’ambiente: seleziona, sceglie e rinforza solo quello che vuole vedere.

 

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Innamorarsi danneggia l’attenzione. Amore & Psicologia

BIBLIOGRAFIA:

  • Hyman, I., Sarb, B., & Wise-Swanson, B. (2014). Failure to see money on a tree: inattentional blindness for objects that guided behavior. Frontiers in Psychology, 5 DOI: 10.3389/fpsyg.2014.00356  DOWNLOAD
  • Goodale, M. A., Milner, D. (1992) Separate pathways for perception and action. Trends in Neuroscience, vol. 15, pp. 20–25. DOI:10.1016/0166-2236(92)90344-8 DOWNLOAD

Yara: Parlare di cronaca nera è ancora possibile?

 

La morte di Yara Gambirasio è un fantasma che continua a tormentare la nostra mente. Le circostanze furono raccapriccianti. Sappiamo che Yara riuscì in qualche modo a scappare dall’auto che l’aveva portata prigioniera, tentò di sfuggire all’assassino correndo tra le sterpaglie e si lanciò verso le luci dei vicini eppure lontanissimi capannoni industriali che sorgevano dall’altra parte dei campi. Ma fu raggiunta, fiaccata, ferita e strangolata. 

Naturale provare un senso profondo d’ingiustizia. Trovare il presunto assassino ci restituisce un senso di rivalsa, misero surrogato di una redenzione impossibile.  

La cronaca nera nell’età laica è un infinito coitus interruptus. Ce ne siamo resi conto oggi noi due -autori di quest’articolo- parlando del delitto di Yara, o meglio tentando disperatamente di parlarne, e non riuscendoci per nulla, continuamente censurati dalla nostra coscienza laica e politicamente corretta.

Il gossip di cronaca nera va goduto non andando troppo per il sottile, senza disquisire troppo sulla congruenza delle prove (da controllare dove, poi? Sui resoconti dei giornali?) ma abbandonandosi ad audaci analisi psicologiche del presunto colpevole e a temerarie considerazioni sociologiche sulla decadenza dei tempi. Il che è molto gradevole, ci fornisce una sorta di linciaggio light nel quale finalmente troviamo il piacere sempre più raro di essere d’accordo su qualcosa senza se e senza ma, senza mille cautele e prudenze verbali.

Soprattutto, come ci hanno spiegato Renè Girard (1972) e Giuseppe Fornari (2006), godiamo dell’ancora più raro piacere del poter essere concordi nell’odio contro qualcosa che è oggettivamente “male” senza virgolette, senza relativismi, senza distinguo, senza premesse, senza note a margine, senza glosse e senza corollari che rendono tutto molto più sofisticato e molto meno emozionante.

Questo in teoria. In pratica, non ci si riesce. Dopo un po’, qualcuno troppo ragionevole inizia a introdurre i suoi distinguo. Intrisi di mentalità scientifica, mettiamo in dubbio la colpevolezza dell’indagato. Ragioniamo sulla congruenza delle prove. Prendiamo atto che la maggior parte dei processi sono indiziari. Qualcuno deve crollare e confessare, ma notiamo che la “confessione” non è l’habeas corpus, la prova materiale. E così via.

Insomma, notiamo che la condivisione di uno stato d’animo e di un’opinione, sia pure la banale riprovazione verso un indagato, è un’impresa sempre più difficile.

Nella civiltà laica si condividono le azioni e i progetti, non le emozioni e gli stati mentali. Soprattutto, non si condividono i giudizi, e gli stati d’animo di tipo giudicante. Si può condividere l’entusiasmo per un progetto (è un’età attiva e fattiva, non può esserci pensiero senza azione). Ma anche li, senza esagerare, e soprattutto senza condividere un inappropriato e scorrettissimo senso di appartenenza (orrore!).

 

Noi moderni non apparteniamo a nulla e a nessuno, tanto meno a noi stessi. Noi che non siamo ma che soltanto stiamo partecipando a un progetto siamo accomunati solo da una serie di procedure pratiche, di scopi empirici e di risultati e non costituiamo assolutamente un gruppo con una sua identità che lo distingue dal mondo. Vietato appartenere, vietato definirsi. Definirsi significa trasformare un gruppo funzionale in un gruppo organico, un’associazione in un’etnia. Ed etnia è l’antitesi della laicità.

Tutto questo è sicuramente meraviglioso, certamente è utile (ops! Attenzione a non esagerare anche qui!) Però sempre maledettamente privo di quel je-ne-sai-quoi che è il cuore della passione incontrollata. (E poi finalmente andiamo a vedere “trono di spade”, dove le cose vere, calde e forti accadono, e possiamo avere preferenze, passioni e disgusti condivisi).

Condividere un progetto e mai un’idea impone un atteggiamento da eterni pesci in barile perfino nel pieno dell’azione. Non c’è mai il vero abbandono orgiastico, quello che nelle feste dionisiache portava alla perdita del controllo. E però –non spesso, non necessariamente, ma idealmente sempre- anche al linciaggio di una vittima.

C’è qualcosa nell’unirsi nella riprovazione di un colpevole che fornisce a noi umani un’esperienza unica di piena e irriflessa adesione e condivisione che non riusciamo a trovare in nessun’altra esperienza. Ci fa sentire tribù, unici e diversi dall’altro. Ci fa sentire vicini, e gli altri lontani. E quindi meno soli.

Pensavamo che le innocue chiacchiere sulla cronaca nera potessero essere una variante moderna accettabile dell’antico entusiasmo divino. In fondo si tratta di condividere delle innocue banalità con leggerezza, non intendiamo linciare nessuno. Eppure anche questo è troppo per lo spirito critico moderno.

Dobbiamo rassegnarci a tacere, secondo il detto di Wittgenstein: “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. Siccome di questi processi in fondo non sappiamo nulla, finiamo per tacere. E così anche questo articoletto, nato per parlare del delitto di Yara, si conclude riflettendo sull’impossibilità di parlarne.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Il contagio emotivo su Facebook è possibile? I risultati della ricerca

La scienza risponde ma e’ subito polemica sugli aspetti etici della ricerca.

La rivista Proceedings of the National Academy of Sciences pubblica lo scorso marzo una ricerca condotta da Adam Kramer del Core Data Science Team di Facebook su un campione di quasi 700mila utenti del social network  più diffuso al mondo.

I ricercatori hanno dimostrato che in presenza di una significativa riduzione di contenuti positivi nel proprio News Feed, le persone rispondono con un numero maggiore di post negativi e meno post positivi. Si osserva invece una reazione diametralmente opposta se esposti ad un numero maggiore di notizie positive pubblicate dai propri contatti.

Il News Feed non è altro che la pagina principale di Facebook, dove ogni utente visualizza gli aggiornamenti e le notizie postate dai propri contatti.

Dal momento che questi producono molti più contenuti di quelli che si riescono a visualizzare, il News Feed funziona da filtro rispetto alle attività di amici e conoscenti in base ad un algoritmo di ranking che Facebook sviluppa e testa continuamente per garantire all’utente la visualizzazione dei contenuti per lui più rilevanti e interessanti.

Non è stato quindi difficile per i ricercatori modificare l’algoritmo per manipolare la quantità e la qualità emotiva dei post visualizzabili.

I risultati della ricerca offrono nuovi importanti dati riguardo alle dinamiche del contagio emotivo. Precedenti studi di laboratorio hanno già dimostrato la possibilità che un individuo influenzi emotivamente chi gli sta fisicamente vicino e ciò si è reso evidente anche all’interno di reti sociali molto ampie ma  l’impianto metodologico di queste ultime ricerche, condotte in ambienti naturali, non consente di andare al di là dell’evidenza di alcune correlazioni.

Questa nuova ricerca ha il merito di aver utilizzato un metodo sperimentale che permette di evidenziare nessi di causalità più forti tra i fenomeni presi in esame e ha inoltre dimostrato la possibilità di contagio emotivo in assenza di verbalità, mimica e interazione sociale.

Altro dato interessante è la possibilità di ridurre l’espressione emotiva  riducendo il contenuto emotivo, sia esso positivo o negativo, degli eventi visibili nel News Feed. Ciò suggerisce una forte sintonia tra il comportamento degli individui e le emozioni delle persone che costituiscono il loro mondo sociale, sia esso reale o virtuale.

Tuttavia anche questa ricerca non è esente da critiche di natura metodologica.

I post sono stati discriminati in base alla presenza di almeno una parola positiva o negativa al loro interno, ma  il software (LIWC2007) utilizzato per l’analisi non tiene conto delle negazioni all’interno della frase per cui una frase del tipo “non ho avuto una buona giornata” potrebbe essere etichettata come positiva poichè “buona” è l’unica parola riconosciuta e analizzata come positiva.

Il professor Totterdell dell’University of Sheffield difende comunque la metodologia della ricerca, definendola “grezza” ma non difettosa e confida nel fatto che tali tecniche di analisi si possano raffinare negli anni.

 

Sembra che invece sia più difficile difendere i ricercatori dalle accuse di violazione etica per non aver informato i 700mila utenti che si sarebbero ritrovati a comporre  il campione di una ricerca scientifica che intendeva manipolare le loro emozioni.

La professoressa Kate Bullen, presidente del BPS Ethics Committee, rivendica in questa lettera aperta pubblicata sul Guardian l’importanza del consenso informato nel processo di ricerca scientifica e il dovere dei ricercatori di tutelare nel migliore dei modi i partecipanti alla ricerca, il che significa anche offrire loro la possibilità di ritirarsi da essa fino al momento della pubblicazione.

Facebook si difende dalle accuse facendo presente che al momento dell’iscrizione al social network l’utente dà il consenso all’utilizzo dei propri dati ai fini della ricerca e che le informazioni raccolte nella settimana in cui è stata condotta la ricerca in questione non sono riconducibili all’account personale di alcun utente. Del resto una ricerca come questa non fa altro che contribuire alla mission di Facebook che si impegna quotidianamente per migliorare il proprio servizio al fine di rendere l’esperienza del cliente la più soddisfacente possibile.

Se questo ci disturba, c’è da chiedersi se fino ad oggi siamo stati degli utenti consapevoli oppure no.

 

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LA PSICOLOGIA DEI SOCIAL NETWORK

 

BIBLIOGRAFIA:

I sensi e l’inconscio di Giuseppe Civitarese (2014) – Recensione

 Luca Nicoli

 

 

I sensi e l inconscio di G. Civitarese - RecensioneNel suo percorso di rinnovamento della psicoanalisi, fortemente radicato nelle teorie post-bioniane e particolarmente nel modello del campo intersoggettivo, l’Autore sceglie di occuparsi di un concetto centrale della nostra disciplina, l’inconscio, così a lungo dibattuto e ridefinito da risultare a volte indefinito e sfuggente, quasi diluito nella sua pregnanza.

Risognare l’inconscio

La definizione di sogno dovrebbe includere il momento del risveglio

Credo che questa frase (p. 64, corsivo mio), apparentemente semplice, dia testimonianza dell’apertura prospettica offerta da questo quinto libro di Giuseppe Civitarese, dal titolo “I sensi e l’inconscio”. Soltanto al risveglio, spiega l’Autore, possiamo intuire la simultaneità della nostra esistenza in più mondi.

La vita umana si svolge incessantemente nel mondo interno e in quello materiale, ciascuno del quali contribuisce di continuo a generare l’altro. Siamo ormai molto distanti dalla scissione cartesiana tra corpo e mente, ma anche al di là del paradigma di unità psicosomatica che ha rappresentato uno dei punti forti della rivoluzione freudiana, secondo la quale l’Io è prima di tutto un Io corporeo.

Nel suo percorso di rinnovamento della psicoanalisi, fortemente radicato nelle teorie post-bioniane e particolarmente nel modello del campo intersoggettivo, l’Autore sceglie di occuparsi di un concetto centrale della nostra disciplina, l’inconscio, così a lungo dibattuto e ridefinito da risultare a volte indefinito e sfuggente, quasi diluito nella sua pregnanza.

Civitarese confessa già nelle prime battute lo sgomento davanti alla complessità di una nuova concettualizzazione sul tema: “Mi resi subito conto con una certa apprensione di come il familiare concetto di inconscio mi divenisse man mano più estraneo. Più mi avvicinavo, più sembrava sfuggirmi. In effetti più lo studiamo, più il quadro si fa oscuro, l’intrico delle diverse concettualizzazioni quasi impenetrabile” (p.11).

Allora, ci si potrebbe chiedere non senza malizia, che senso ha scrivere oggi un libro sull’inconscio, laddove la psicoanalisi contemporanea, di cui Civitarese è esponente di peso, ormai intende il termine inconscio più come aggettivo – i processi inconsci – che come sostantivo?

L’Autore compie una scelta di apparente continuità, ma già nell’introduzione si capisce con chiarezza che il passaggio da una psicoanalisi dei contenuti ad una più attenta ai processi trasformativi è un dato acquisito, di partenza più ancora che di arrivo.

Il tema viene trattato in modo preciso e puntuale, alla ricerca di una cornice teorica che consenta di preservare lo spessore clinico dell’inconscio, senza irrigidirlo in una struttura reificata, la cantina buia della psiche.

“Provare a mappare alcuni dei nodi essenziali della rete concettuale che si è sviluppata a partire dalla nozione chiave della psicoanalisi mi è costato non poca fatica, ma mi ha permesso di redigere un piccolo atlante dell’inconscio” (p.12).

Alla luce della lettura del volume, mi piace l’idea di immaginare questo atlante non tanto come i vecchi atlanti stradali, minuziosi reticolati cartacei che ricordano gli schemi freudiani raffigurati in alcune pagine del libro, quanto piuttosto come una guida della Lonely Planet, senza immagini o piantine sature di significato, ma ricca di descrizioni che invitano il viaggiatore a sognare il viaggio, arricchendolo di spessore emotivo.

L”importante è… Sognare

“L’importante è… finire”, sussurrava Mina, scandalosamente indecisa se arrendersi o meno alle tentazioni della sensualità. E l’inconscio di cui parla l’Autore – erede ed estimatore del pensiero di Bion – si nutre continuamente di sensorialità. Il corpo pensa, “trasforma l’emozionalità primaria che nasce dall’attrito con il reale” (p. 65), fornendo contenuti alla mente, che rappresenta la funzione autocosciente del corpo stesso.

In linea con la teoria del sogno di Bion poi ripresa da Ogden, Civitarese esplora il concetto clinico di revêrie corporea, un interessante fenomeno clinico di comunicazione inconscia intersoggettiva. Laddove la teoria classica scorgerebbe dei fenomeni di controtransfert somatico, evocati da potenti identificazioni proiettive da parte del paziente con difficoltà a simbolizzare, il modello proposto dall’Autore vede emergere l’irrappresentabile all’interno del campo corporeo condiviso, attraverso sensazioni o azioni.

Non si tratta, si badi bene, di concezioni astratte, poiché hanno specifiche ricadute sul piano clinico. A questo proposito, Civitarese si mostra sensibile alla funzione terapeutica della psicoanalisi, dunque gli assunti teorici sono accompagnati da una serie di raffigurazioni cliniche convincenti, a partire da curiosi accadimenti nel setting: un errore “di calcolo” nella lunghezza della seduta, l’analista che si sorprende nell’atto di bere una bottiglietta a specchio di quanto sta facendo la paziente, o che intraprende una disputa intellettuale con un altro paziente; queste sono solo alcune delle vignette, coraggiose e sincere, che parlano di un analista attento, che si interroga sul significato emergente di presunti errori, sensazioni fugaci e azioni apparentemente banali.

Senza interpretare secondo modelli precostituiti, l’Autore sembra lasciarsi sorprendere dalla voce dei sensi, la revêrie corporea, che si leva dalle aree apparentemente mute, meno simbolizzate del campo analitico, in quel setting depositario, secondo Bleger, delle parti psicotiche della personalità.

Il setting, il corpo del paziente, quello dell’analista, le azioni intraprese dai due perdono parte della loro differenziazione qualitativa, oserei dire della loro costituzione ontologica, per diventare, in seduta, dei vertici del campo analitico, costruiti come una sorta di terzo intersoggettivo (Ogden) dall’attività onirica condivisa.

Civitarese spiega in questo modo il rapporto tra corpo, inconscio e campo analitico: “Noi interpretiamo il paziente (le turbolenze del campo) anche con il nostro sapere procedurale, implicito; un sentire e un conoscere non riducibili direttamente a parole, concetti, rappresentazioni. Si tratta di una comprensione vissuta, in un primo momento del tutto irriflessa e che solo in seconda battuta può divenire conscia. […] Anche l’azione non intenzionale o il comportamento che è espressione di un’abitudine in seduta cambiano se cambia la teoria dell’inconscio” (p.63).

Una rivoluzione senza caduti

Bion da un lato, Merleau-Ponty, Derrida, Heidegger dall’altro, sono solo le principali stelle che guidano la navigazione di Civitarese verso il paradigma del post-moderno, della decostruzione del soggetto e delle strutture psichiche in favore dello studio dei processi e delle funzioni mentali intersoggettive. Si tratta, tuttavia, di una rivoluzione senza caduti. In che senso?

La scienza del Novecento – di cui Freud è stato geniale rappresentante – aveva bisogno di fondarsi sulla individuazione e la descrizione di strutture distinte: coscienza e inconscio, soggetto e oggetto erano chiaramente definiti, così come era al centro dell’attenzione la relazione dinamica tra loro. Freud scolpisce in un motto l’essenza stessa della psicoanalisi: “Wo Es war, soll Ich werden”; dove prima c’era l’Altro, il pulsionale inconscio, devo porre Me stesso come soggetto cosciente.

Civitarese riconosce un ruolo fondante a questo paradigma, e ha il merito di non trascurarlo come se fosse un’incrostazione anacronistica. Tutt’altro: l’Autore non uccide Freud, le cui raffigurazioni schematiche dell’inconscio emergono come preziose cartoline di famiglia tra le pagine del volume, anzi lo convoca insieme a Bion per costruire un vero e proprio dialogo tra giganti, secondo un’opposizione dialettica franca e feconda.

La più efficace di queste operazioni di confronto riguarda a mio avviso il concetto di in/conscio. “L’inconscio non sta più sotto o dietro il conscio, ma semmai dentro l’esperienza cosciente” (p.14). Non si tratta di un’entità topicamente differente, un altrove straripante di pulsioni proibite, ma di una funzione trasformativa che offre spessore simbolico, poetico, estetico, ad una realtà altrimenti inaccessibile e allo stesso tempo insignificante.

“Ne consegue che la distinzione tra processo primario e processo secondario è da rivedere” (p.124). Sentenze come questa sono rare nel panorama del confronto analitico: chiara, incisiva e pertinente, non tenta di salvare a tutti i costi l’enunciato freudiano, ma al tempo stesso non lo svaluta né vi si contrappone in modo aggressivo. Civitarese sembra rivolgersi direttamente a Freud, come un Fliess dei tempi moderni, per invitarlo a ripensare, risognare ancora una volta la teoria psicoanalitica.

Voglio a questo punto ribadire come ciascuno di questi mutamenti di prospettiva non appaia mai come un orpello filosofico né tanto meno ideologico, ma come una necessità clinica per fare della psicoanalisi uno strumento di comprensione e cura delle persone.

Se la patologia isterica della Vienna freudiana ha dato vita a un modello teorico fondato sulla nevrosi e sul conflitto intrapsichico, oggi siamo nell’epoca del funzionamento mentale oggettivo (Britton), dove l’uomo è senza inconscio, per citare Recalcati. Le anoressie, i disturbi ansiosi, gli stati limite, le disfunzioni somatopsichiche ci presentano difetti di simbolizzazione, veri e propri buchi rappresentazionali, strappi nella tela dell’esperienza di sé. È questa nuova tipologia di pazienti che spinge gli analisti ad occuparsi degli stati primitivi della mente (Levine) e della figurabilità dell’irrappresentabile (Botella).

Civitarese a questo proposito valorizza il lavoro introdotto da Bion di estensione della funzione onirica: se il sogno per Freud era un tentativo di metabolizzare il trauma infantile, “qui ciò che si tratta di metabolizzare è la virtuale traumaticità del reale” (p.133).

La psicoanalisi di cui stiamo parlando accompagna il paziente nel lungo processo di soggettivazione (Cahn), che nel linguaggio di Civitarese possiamo tradurre come l’appropriazione in/conscia del reale, la O di Bion, di per sé inconoscibile. Attraverso momenti di unisono, ovvero di condivisione emotiva del sogno, la mente si espande e rafforza la sua capacità di contenere e dare significato all’esistenza.

Nella terra di mezzo

A questo punto, vorrei condividere alcuni elementi della mia esperienza personale nella lettura del libro, nel tentativo di mettere in luce la sua doppia funzione di strumento per il cambiamento clinico ed epistemologico.

Accingendomi a terminare il volume, come lettore sono rimasto affascinato dalla dialettica incessante tra mondo interno ed esterno, consapevole che la mia psicoanalisi non sarebbe stata quella di prima. Giunto al nono capitolo, “l’intermedietà come paradigma epistemologico in psicoanalisi”, mi sono imbattuto nello Zwischenreich, il “regno di mezzo”, neologismo utilizzato per la prima volta da Freud nel 1896. Quasi all’istante ho associato il concetto alla Terra di Mezzo, landa mitica ideata da J.R.R. Tolkien per fare da sfondo al suo romanzo “Il Signore degli Anelli”.

Durante un’intervista, quando chiesero al celebre narratore se le sue storie si svolgessero in un’epoca differente della Terra, egli rispose: “No… ad un differente stadio dell’immaginazione, questo sì”. Come non pensare ai paradigmi dell’intermedietà, del preconscio, dello spazio potenziale, di una dimensione contemporaneamente aliena e presente.

Certamente, il passaggio dal modello archeologico della psicoanalisi ad un paradigma di gioco creativo con Winnicott, di costruzione della capacità di pensare con Bion, di arricchimento degli scambi preconsci (???) rappresentano ormai dei passaggi epistemologici sufficientemente acquisiti, anche se, talvolta, si corre il rischio di interpretarli alla stregua di ulteriori dimensioni fisse, luoghi della psicoanalisi che sostituiscono altri luoghi.

La terra di mezzo di cui ci parla questo libro, che costituisce una delle più preziose risorse del pensiero post-bioniano, è una sorta di nonluogo, termine coniato dal sociologo Marc Augé per indicare un’aree virtuale di relazione, che nel nostro caso è caratterizzata da continue oscillazioni dialettiche.

A partire dal concetto del filosofo Merleau-Ponty di Io come campo di relazioni intercorporee, passando per il concetto di proto-mentale di Bion, Civitarese arriva a sottolineare il nuovo scandalo introdotto dalla psicoanalisi, dopo quello freudiano dell’alienazione dell’Io ad opera dell’Es pulsionale: si tratta dell’alienazione dell’inconscio soggettivo, in favore di una continua creazione intersoggettiva dell’esperienza inconscia. Soggetto e oggetto non sono più in opposizione strutturale, ma in continuo dialogo come la dimensione in/conscia, già citata.

Come per il nastro di Moëbius presentato nel libro, o per il gatto di Schrödinger della fisica quantistica, che è contemporaneamente vivo e morto, l’intermedietà di cui parla Civitarese non è una realtà terza, a metà via (un gatto ferito?), ma appare piuttosto come un’oscillazione continua di due vertici in opposizione dialettica.

Viene da pensare agli ologrammi, figure riconoscibili e definite che traggono esistenza dalla combinazione di due fasci luminosi che si intersecano. L’immagine risultante è immediatamente riconosciuta come superiore alla somma delle componenti, come nel caso del concetto di terzo intersoggettivo di Ogden; tuttavia, spegnendo una delle fonti di luce, la percezione della figura viene meno immediatamente.

Il campo analitico, terra di mezzo prediletta da Civitarese, sarebbe l’equivalente di un ologramma derivante “dall’incrociarsi di reciproche identificazioni introiettive e proiettive” (P. 217). Per l’Autore, esso rappresenta lo strumento teorico e clinico di cui apprezzare i movimenti, le espansioni o le contrazioni, i cambiamenti di clima o di temperatura, l’irrigidimento o l’elasticità.

Naturalmente, tale punto di vista radicale, che mette tra parentesi le individualità dei due soggetti in seduta, comporta delle ricadute significative sul piano tecnico: “In principio l’interpretazione non è più diretta al paziente, a modificare qualcosa in lui, bensì a migliorare la capacità narrativa del campo inteso come narrazione in/conscia a due. Se apparentemente si indirizza al paziente, da questo vertice lo fa solo come luogo del campo. Ciò che conta è migliorare il livello generale del testo che analista e paziente compongono e via via recitano in due. Ogni intervento quindi mira ad accrescere la capacità della coppia di sognare il problema che fino ad allora non si riusciva a sognare” (P. 220).

I due volti della verità

Dedico la conclusione di questa recensione al problema della verità, che in un certo senso permea tutto il lavoro di Civitarese.
Lo scarto epistemologico offerto dalla teoria del campo intersoggettivo si riverbera in modo radicale sull’approccio clinico.

L’obiettivo dello scambio analitico diventa molto differente rispetto a paradigmi più classici, ricostruttivi, e anche la verità a cui tendere, il cibo che – per Bion – garantisce la crescita della mente, ha delle sfumature differenti. Come sappiamo, per Freud l’individuo si trova spodestato dalla padronanza di sé ad opera di un inconscio rimosso ma dinamicamente molto attivo. Il disvelamento del messaggio pulsionale latente tramite l’interpretazione e l’integrazione del contributo inconscio alla personalità concorrono all’acquisizione di un sentimento di verità interna, che arricchisce la consapevolezza di sé.

Civitarese discute il suo modo di intendere la verità in analisi nel capitolo “la Griglia e la pulsione di verità”, dove egli segue il travagliato percorso di Bion nel definire il rapporto dell’individuo con la verità, talmente essenziale da farne la meta di una pulsione, nella rilettura di Grotstein.

La verità che interessa a Bion (a noi) in analisi è quella che nutre la mente e che è adattiva rispetto alla realtà esterna solo quando è emotivamente sostenibile […], solo quando non comporta un grado eccessivo di frustrazione e “non ostruisce lo sviluppo del pensiero (p. 204, corsivo mio).

È in questa frase che riconosco le due facce della verità presenti nel libro.

La prima, la più esplicita, è quella che fa dire a Civitarese che bugia e sogno rappresentano metafore differenti con cui il paziente cerca di proteggersi dall’angoscia e insieme di farsi intendere. Torna alla mente ciò che sostiene Ogden sullo scrivere la psicoanalisi, ovvero il paradosso secondo il quale non si può raccontare una seduta se non trasformandola in finzione, perché non vada perduta la soggettività, qualità fondante dell’esperienza analitica.

Pertanto, in analisi, lo svolgersi narrativo del campo intersoggettivo trascende i concetti di verità e menzogna, e l’unica verità che interessa l’analista è quella “inconscia, emotiva e condivisa” (p. 205).

Tuttavia esiste anche, a mio avviso, una seconda faccia della verità, di cui Civitarese non parla esplicitamente, ma che trapela spesso dalle pagine del libro. È quella verità che “non comporta un grado eccessivo di frustrazione”.

Si tratta di una verità generosa, offerta dagli scrittori (o dagli analisti) più attenti alle capacità elaborative dei loro interlocutori. Essa richiede di prestare continua attenzione a quanto un lettore può cogliere, senza che si senta schiacciato da un sapere distante e frustrante. Accompagnare il lettore a risognare la psicoanalisi significa ad esempio spiegarne anche quei concetti che fin troppo spesso sono dati per scontati, come quando Civitarese parla dei pazienti che si trovano ad avere “difficoltà a simbolizzare, in sostanza a tollerare la differenza che separa il significante dalla cosa significata” (p. 53, corsivo mio), o come quando scrive che “la trasformazione avviene quando le emozioni sono “contenute” cioè “simbolizzate” “(p.121, corsivo mio).

A mio avviso non si tratta di ovvietà, esattamente come non è ovvio che ciascun paziente comprenda senza difficoltà il nostro linguaggio, soprattutto quando ci capita di cadere nell’uso dello psicanalese. Cercare di cucinare la complessità del discorso per favorirne la digestione emotiva significa voler ricercare insieme una verità condivisa. Allo stesso tempo, ricordarsi di rendere esplicito il significato dei concetti più comuni aiuta a mantenerli vivi, precisi, condivisi, veri.

 

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LEGGI LA RECENSIONE DI:

Il sogno necessario – di Giuseppe Civitarese 

 

BIBLIOGRAFIA:

Problemi di salute mentale & rischio maggiore di essere vittime di omicidio

 

 

FLASH NEWS

Pazienti con diagnosi di malattie mentali avrebbero un rischio due volte e mezzo maggiore della popolazione generale di essere vittima di un omicidio.

Questa sarebbe l’allarmante conclusione raggiunta da uno studio nazionale, pubblicato sulla rivista The Lancet Psychiatry, che ha esaminato le caratteristiche delle vittime di omicidio in Inghilterra e Galles.

Generalmente gli omicidi commessi da pazienti psichiatrici ricevono maggiore attenzione mediatica, ma il rischio di tali soggetti di essere le vittime di atti criminali e la loro relazione con gli aguzzini, raramente sono stati esaminati.

In tale studio, il National Confidential Inquiry into Suicide and Homicide by People with Mental Illness (NCI), ha esaminato i dati relativi alle vittime e ai carnefici di tutti gli omicidi commessi in Inghilterra e nel Galles tra il Gennaio del 2003 e il Dicembre del 2005. I ricercatori hanno trovato che in tale lasso di tempo le vittime di omicidio erano state 1496 e che il 6% di queste (90) era stato fruitore dei servizi di salute mentale negli anni precedenti la morte. Inoltre, un terzo di tali soggetti (29) erano stati a loro volta vittima di altri pazienti con problemi mentali, i quali potevano essere il loro partner, un membro della famiglia o comunque un loro conoscente, spesso frequentatori della stessa struttura di riferimento. Abuso di alcool e droga e una storia passata di violenza sono spesso presenti sia nelle vittime che negli assassini.

Come ha affermato il Professor Louis Appleby della University of Manchester, UK, “Il nostro risultato mostra come il personale sanitario dei servizi di salute mentale dislocati in Inghilterra e nel Galles si possa aspettare che almeno uno dei propri pazienti sarà vittima di un omicidio circa ogni due anni”. E aggiunge “Valutare il rischio di suicidio e di violenza dei paziente è una pratica consolidata, ma esaminare il rischio di essere vittima di violenza non lo è. Capire che il rischio che un paziente si trova ad affrontare può dipendere dal contesto di vita in cui si trova – ad esempio il fatto che faccia uso di alcool o droga, o il contatto con altri pazienti con una storia di violenza agita alle spalle – e valutare appropriatamente tale rischio dovrebbe diventare un elemento chiave del piano di cura”.

D’accordo anche la Dott.ssa Alyssa Rheingold della Medical University of South Carolina, USA, che aggiunge: “I ricercatori suggeriscono che fattori di rischio quali uso di sostanze, basso status socioeconomico, tipo di psicopatologia e comportamenti che aumentino tali rischi debbano essere indagati”.

Sono necessari ulteriori approfondimenti su tali caratteristiche individuali, sulla loro interazione e sul loro contributo al rischio di omicidio. Tuttavia, una piena comprensione di tali fattori di rischio sarà difficile da realizzare in vista dei potenziali effetti di fattori individuali, situazionali e sociali.

I ricercatori devono, quindi, intraprendere lo sviluppo di un modello multicomponenziale che spieghi adeguatamente in quale maniera contribuiscano le caratteristiche individuali e quelle ambientali.

 

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 Omicidio-suicidio alla clinica di Paderno Dugnano. Prospettiva psicologica

 BIBLIOGRAFIA:

Neurofobia: Chi ha paura del cervello? – Psicologia & Neuroscienze

 

 

Il bel libro di Aglioti e Berlucchi, Neurofobia, edito da Raffaello Cortina, è un affascinante elogio alle neuroscienze e ai loro preziosi contribuiti nei più svariati campi, dalla psicologia alla psichiatria, dal diritto alla politica, dall’economia all’estetica.

Mente vs cervello. Scienze psicologiche vs neuroscienze.  Qual è il rapporto tra attività psichica e attività cerebrale?

Sin dall’antichità l’Uomo ha cercato di dare una risposta a questo quesito e sebbene sia ormai evidente che i processi mentali normali e patologici dipendono in ultima analisi dai processi cerebrali, tutt’oggi si assiste ancora ad una riottosità verso l’integrazione delle neuroscienze nel campo delle discipline psicologiche, quasi nel timore che queste ultime possano esserne inglobate perdendo così la propria autonomia scientifica.

Il contributo fornito dalle neuroscienze negli ultimi trent’anni è impressionante: grazie a metodi d’indagine sempre più raffinati (dalla stimolazione magnetica transcranica alla PET alla risonanza magnetica funzionale) l’Uomo ha potuto sbirciare cosa accade nel cervello e ampliare in maniera significativa le proprie conoscenze sul funzionamento della mente umana a livello cerebrale.

Il bel libro di Aglioti e Berlucchi, Neurofobia, edito da Raffaello Cortina, è un affascinante elogio alle neuroscienze e ai loro preziosi contribuiti nei più svariati campi, dalla psicologia alla psichiatria, dal diritto alla politica, dall’economia all’estetica.

L’entusiasmo verso un settore come quello delle neuroscienze, che mira a “riunire e coordinare le discipline inerenti al sistema nervoso”, e la possibilità di applicare le nuove metodiche d’indagine del cervello ai settori più disparati hanno visto la nascita e il proliferare di nuove discipline “neuro” che vanno ad affiancare le già esistenti neurochimica, neuropsicologia, neurofarmacologia, neurobiologia, neuroendocrinologia, neurofisiologia…; ma, sostengono gli autori del libro, le discipline sopracitate rientrano nella categoria del “neuro consentito” e nessuno si scandalizza per il loro prefisso, probabilmente perché nessuna di loro affronta problematiche che riguardano direttamente il rapporto mente – cervello.

 

Quando invece si parla delle nuove discipline “neuro”, come la neuropsicoanalisi, la neuroeconomia, la neuroestetica, la neuroetica, il neurodiritto…, c’è chi nel mondo accademico e scientifico storce il naso, fino ad arrivare a chi guarda con grande preoccupazione i casi in cui le neuroscienze fanno capolino nella cultura umana (es. neuropolitica, neurofilosofia, neuroteologia).

Secondo Aglioti e Berlucchi l’atteggiamento allarmista di chi sostiene che ci troviamo di fronte ad una vera e propria neuromania è ingiustificato e le critiche mosse nei confronti delle neuroscienze sono spesso più il frutto di neurofobia, atteggiamento pericoloso quanto la neromania.

Nel momento in cui le neuroscienze incontrano la curiosità di voler comprendere cosa accade nel nostro cervello quando, per esempio, dobbiamo compiere una scelta economica o morale, oppure quando ci emozioniamo di fronte ad un’opera d’arte, o ancora quando siamo in preda ad un momento di estasi meditativa, il risultato è affascinante: studi condotti con rigore metodologico scientifico nonché un’accurata contestualizzazione dei risultati ottenuti ci permettono di aggiungere di volta in volta tessere al complesso puzzle che il rapporto mente – cervello rappresenta.

Gli autori di Neurofobia sottolineano come le neuroscienze abbiano “i mezzi intellettuali e materiali per approfondire considerevolmente la conoscenza della natura umana senza la pretesa, e tanto meno l’intenzione, di minacciarne […] le più profonde credenze filosofiche e religiose”.

Alla fine scienze psicologiche e neuroscienze si occupano dello stesso oggetto d’indagine, ma con un approccio che interessa punti di vista differenti: parlare di mente o di cervello significa parlare della stessa cosa su livelli diversi.

Non si tratta di mero riduzionismo né di una visione cerebrocentrica assolutista. Studiare, per esempio, l’amore romantico dal punto di vista neurobiologico (Bianca P. et Al., 2012) lo rende forse meno poetico? Non credo, semmai rende l’argomento più affascinante poiché l’integrazione tra scienze psicologiche e neuroscienze permette di afferrare, comprendere ed apprezzare maggiormente la meravigliosa complessità dei nostri comportamenti e dei nostri stati mentali le cui radici biologiche rappresentano un aspetto da cui non si può prescindere se si vuole avere “una visione equilibrata della natura umana”.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Il Cervello Universale (2013) di Miguel Nicolelis – Neuroscienze & Tecnologia

 Leonor Romero Lauro

 

 

Il libro di Nicolelis trasmette entusiamo e fiducia nella scienza, nella tecnologia e nel cervello, restituendo alle neuroscienze il valore di mostrare non soltanto come funziona l’involucro che ingabbia la mente ma anche come si possano superare i limiti del corpo, “liberare la mente”.

Il Cervello Universale, o la versione originale inglese, che come spesso accade è più precisa ed evocativa, Beyond Boundaries: the new neuroscience of connecting Brain with Machines And How It will Change our lives , è il titolo del recente libro di un neuro scienziato brasiliano, Miguel Nicolelis.

Il libro racconta con entusiasmo e passione la storia dietro alla scoperta che ha reso possibile lo spettacolare calcio di inizio della cerimonia inaugurale dei mondiali il 12 giugno 2014 in Brasile. Già, perché per chi non lo avesse visto o non ne avesse già sentito parlare, il calcio di inizio è stato tirato da un giovane paraplegico grazie ad un esoscheletro robotizzato sensibile ai comandi motori inviati direttamente da cervello.

“Se la parola miracolo non fosse più adatta ad un altro ambito dell’esperienza umana, credo che la società dovrebbe riconoscere ai neuro scienziati il diritto esclusivo di usare questo termine quando descrivono le meraviglie che i circuiti cerebrali possono generare comunemente ogni giorno”, scrive Nicolelis. Aggiungerei che la stessa parola può essere la più opportuna anche per descrivere il miracolo di scienza e tecnologia che ha reso possibile questo calcio d’inizio.

Il libro racconta i passi più importanti nella recente storia delle neuroscienze con il dettaglio e la partecipazione che permettono al lettore di crearsi una visione vivida di quanto narrato, delle diatribe accademiche e dei laboratori in cui scienziati da premi Nobel degli ultimi 100 anni hanno compiuto le loro scoperte e formulato le loro teorie.

Fin dall’avvio della sua carriera scientifica, Nicolelis prende posizione contro l‘idea dominante che l’unità di funzionamento del sistema nervoso sia il singolo neurone e l’idea modularista, fodoriana, che supporta un localizzazionismo estremo, per cui ogni processo cognitivo ha una sede determinata e distinguibile . 

In controtendenza l’autore abbraccia e via via teorizza invece, attraverso una lista di principi che si dispiegano tra le pagine del libro, l’idea di un cervello relativistico, plastico, un fluire dinamico nello spazio- tempo, in cui l’unità di base sono gruppi di neuroni multasking, che possono essere coinvolti in diverse operazioni e in misura diversa a seconda del contesto.

Prendendo in prestito una metafora calcistica, tanto cara all’autore, cercherò di restituirvi in un’immagine rapida e dinamica i momenti più importanti della creazione della Brain Machine Interface (BMI), l’oggetto e il frutto della vita di ricerca di Nicolelis. La mente dell’azione, l’idea di fondo l’ha messa Jon Kaas, da Nicolelis stesso descritto come una fonte d’ispirazione: il cervello non raggiunge la sua forma definitiva e immodificabile al termine dello sviluppo fisiologico, è altresì plastico e sensibile ai cambiamenti per tutta la vita.

Con la stessa idea del cervello in mente, Nicolelis parte all’attacco e si pone il problema di trovare un metodo per mappare in modo più diffuso l’attività neuronale. Il terzino che imposta l’azione con un lungo traversone è il suo primo mentore, César Timo-Iaria, che gli suggerisce la soluzione, lucida e attuale allora come oggi: lascia il Brasile e trova un pazzo americano disposto a pagare per le tue idee.

Così Nicolelis lascia il Brasile per una borsa di Post-Doc presso la Hahnemann University di Filadelfia, nel gruppo di John Chapin che stava appunto lavorando ad un sistema multiarray di sensori per registrare l’attività in contemporanea di gruppi di neuroni che nella corteccia somatosensoriale del topo rispondono al movimento delle loro vibrisse. La realizzazione di questi sistemi permette di dribblare il primo avversario, agevolando il passaggio successivo verso la Duke University, dove Nicolelis e il suo team riescono a registrare l’attività di circa un centinaio di neuroni mentre una scimmia aotide, Aurora, compie dei movimenti utilizzando un joystick per spostare un cursore su uno schermo verso il bersaglio che le permetterà di ricevere in ricompensa il suo amato succo di frutta.

 

Il riuscire a campionare e registrare un alto numero di neuroni corticali attivi mentre Aurora pensa e pianifica il suo movimento e la realizzazione di modelli matematici in grado di estrarre dalla sinfonia cerebrale registrata i segnali effettivamente corrispondenti ai comandi motori messi in atto sono i due passaggi cruciali che portano il team di Nicolelis dritto nell’area di rigore.

Comprendere i pattern di scarica neuronale corrispondenti ai movimenti effettivi rendeva possibile infatti tradurre tali segnali in comandi digitali rivolti ad un braccio meccanico, così da farlo muovere guidato dalla scarica dei neuroni della scimmia.

L’assist finale verso la scoperta è narrato con grande suspense. Immaginatevi un gruppo di ricercatori chiuso in un bunker della Duke che ascolta, come fosse musica, la registrazione di scariche neuronali mentre una scimmia cerca di guadagnarsi il suo succo di frutta. Il passo cruciale è il momento in cui alla scimmia viene tolto il joystick per spostare il cursore. In effetti, avendo in mente l’applicazione finale del BMI come sostegno a chi gli arti non li può muovere, era essenziale campionare i segnali neuronali generati pensando di compiere un movimento piuttosto che facendolo.

Con uno sguardo furbo e accattivante, con un intuito e intraprendenza imprevedibili, la scimmia Aurora ha un insight e si accorge che continuando a muovere le braccia, o meglio semplicemente pensando di muoverle, il cursore si sposta ugualmente fino al bersaglio che le regala il prelibato succo d’arancia. Il movimento del cursore corrisponde a quello di un braccio meccanico, mosso dai segnali elettrici generati dai neuroni della scimmia.

E’ questa la sorprendente capacità del cervello di apprendere per adattarsi ai cambiamenti in funzione di uno scopo. Applicando la stessa logica ad una BMI che coinvolge un esoscheletro e una gamba il gioco è fatto: è possibile pensare di muoversi, tradurre il segnale creato dal pensiero e trasformarlo in un comando motorio ad un arto robotizzato. Il tutto tra l’altro in un tempo record di 300 ms, necessario perché il movimento robotizzato rispecchi in modo fedele quello naturale. La palla vola veloce nell’area di rigore perché un ultimo calcio segni il goal cercato: quello stesso calcio eseguito sotto gli occhi di tutto mondo pochi giorni fa. 

Il libro di Nicolelis trasmette entusiasmo e fiducia nella scienza, nella tecnologia e nel cervello, restituendo alle neuroscienze il valore di mostrare non soltanto come funziona l’involucro che ingabbia la mente ma anche come si possano superare i limiti del corpo, “liberare la mente”.

Ricorda l’importanza di osare, di andare oltre con fiducia e tenacia verso un obiettivo applicativo e concreto, lontano dai polverosi e sterili H-index e Impact-Factor che distraggono e intralciano gli accademici. L’autore ci svela la vera natura di questo obiettivo nelle ultime toccanti pagine del libro, in cui racconta della musica di un violino, suonato dal suo primo mentore il giorno del loro incontro, e di una melodia di Chopin suonata al piano dalla sua amata nonna, che un giorno lui non ha più potuto ascoltare perché ad entrambi una patologia cerebrale aveva sottratto questa capacità.

Per concludere un augurio. Nel lontano 1906 il premo Nobel per la medicina otre che a Santiago Ramòn y Cajal di Madrid venne assegnato al professor Camillo Golgi di Pavia, strenuo sostenitore di una rivoluzionaria e antesignana teoria reticolare contro il localizzazionismo della teoria del neurone dello spagnolo.

Nicolelis scrive che la storia di Golgi gli ricorda le parole di un allenatore brasiliano “questi italiani sono in grado di vincere una partita in modo sorprendente” a proposito dei tre goal che ancora popolano gli incubi di tutti i brasiliani, incluso Nicolelis, segnati da Paolo Rossi nella finale Italia-Brasile del 1982. L’augurio è che l’Italia continui ancora a sorprendere nello stesso modo, nel calcio dei prossimi giorni come nella scienza dei prossimi anni.

 

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Vittorio Lingiardi: le Neuroscienze sono oggi imprescindibili per capire la psiche

 

 

BIBLIOGRAFIA:

La supervisione in psicoterapia: il modello americano di supervisione clinica e la realtà europea

La supervisione clinica in psicoterapia

La carriera del supervisor è molto strutturata negli Stati Uniti e serve per codificare in modo oggettivo la maturazione degli psicoterapeuti, degli psicologi, dei consulenti e degli assistenti sociali, sia dal punto di vista delle conoscenze, che dal punto di vista della correttezza dell’assetto con il paziente: correttezza nel rispetto del setting, ma anche dei confini, delle emozioni proprie e del paziente.

New York (11-13 giugno 2014) e Copenaghen (25-28 giugno 2014)

Sono stata tre giorni negli Stati Uniti, dall’11 al 13 giugno, perché incuriosita dal titolo di una conferenza : X Conferenza Internazionale sulla Supervisione Clinica (10th International Conference on Clinical Supervision). Negli Stati Uniti questa conferenza è la più conosciuta per quanto riguarda la supervisione in psicoterapia. Quest’anno si è tenuta in una bellissima università privata: Adelphi University, a 50 minuti da Penn Station, nello stato di New York, a Garden City.

Cosa mi ha spinto a fare questo breve viaggio americano? Forse una sensazione che noi in Italia non abbiamo una tradizione di supervisione strutturata per le scuole di psicoterapia e in generale per gli interventi psicologici. Intendiamoci: so bene che la supervisione è contemplata e obbligatoria nelle scuole di formazione alla psicoterapia. Spesso tuttavia ho avuto la sensazione che essa non sia ben formalizzata e dipenda troppo dai modi e dai gusti dei singoli didatti e dai problemi teorici dell’aderenza al modello clinico.

Negli anni sempre più ricevo richieste di fare supervisione alla psicoterapia, sia nelle scuole di psicoterapia che in strutture pubbliche o private. Perché ricevo queste chiamate? In realtà il mio mestiere è quello dello psicoterapeuta, non precisamente del supervisore. Credo che dietro ci sia un’inferenza: un buon (o decente) psicoterapeuta è anche un buon (o decente) supervisore in psicoterapia. Ma non è affatto detto, anzi è una inferenza per nulla dimostrata. E le variabili che misurano l’efficacia della supervisione clinica mi sembrano, al meglio, primitive e poco scientificamente orientate.

Arrivata al congresso, la prima sensazione che ho avuto è stata di spaesamento. Molti assistenti sociali, councelor, qualche psicologo clinico, molto poco specializzati dal punto di vista psicoterapeutico, molto specializzati come supervisori clinici. Questo mi confermava che forse terapeuta e supervisore non sono due mestieri necessariamente sovrapposti.

 

La supervisione clinica: l’esempio degli Stati Uniti

La carriera del supervisor è molto strutturata negli Stati Uniti e serve per codificare in modo oggettivo la maturazione dei terapeuti, degli psicologi, dei consulenti e degli assistenti sociali, sia dal punto di vista delle conoscenze, che dal punto di vista della correttezza dell’assetto con il paziente: correttezza nel rispetto del setting, ma anche dei confini, delle emozioni proprie e del paziente.

Lo spaesamento derivava anche dalla strutturazione dei corsi didattici americani, che in area socio-psicologica è completamente diversa dalla nostra. Molto probabilmente in soli tre giorni non ho avuto un quadro non del tutto preciso.

Negli Stati Uniti esistono tre carriere che permettono di diventare supervisore: psicologo clinico, (che si conclude con un master o un PhD senza il quale non si può fare clinica), psicologo counselor (che si conclude anch’essa con un PhD, come meta finale) e counselor senza altre specificazioni (anch’essa concludibile con un master o un PhD). Tuttavia, delle tre solo l’ultima prevede un corso di supervisione formalizzato nel percorso. Insomma, dopo i 4 anni di bachelor è possibile fare un master di 2 anni e un PhD di 5/6 anni che dirige verso una carriera da clinici, da educatori, o da assistenti sociali. E i supervisori sono esclusivamente reperibili tra coloro che hanno fatto un master e un PhD.

La supervisione clinica è un’attività molto strutturata e insegnata nelle Università, ma ciò che ho compreso è che essa non riguarda solo la supervisione in psicoterapia ma vigila su tutte le professioni psicologiche, sociali, etiche e di capacità di gestione degli incontri individuali e gruppali.

Diciamolo da psicoterapeuti: la supervisione, almeno quella che ho visto a questo congresso vigila sui fattori aspecifici (congresso che mi è parso dominato da relazionalisti mithcelliani; è possibilissimo che esistano altri mondi del tutto differenti che danno più importanza alla supervisione tecnica).

Un punto interessante è che la ricerca su questo tipo di supervisione relazionale è molto agli inizi. C’è qualche dato sulla soddisfazione dei clienti che aumenta di fronte a clinici ben supervisionati (cosiddetti supervisee), c’è qualche dato sulla soddisfazione dei supervisee, ma non ci sono dati sulla autentica efficacia della supervisione sull’aumento di benessere dei pazienti, o sulla riduzione sintomatica.

 

Supervisione clinica: le tre variabili da mettere a fuoco

Riassumendo, abbiamo tre elementi: il supervisore, il supervisee e il paziente. L’insieme di queste tre variabili è complesso e non facile da mettere a fuoco. Ascoltando le relazioni ho avuto la sensazione che neanche per i ricercatori la messa a punto del focus della ricerca sia metodologicamente facile. È un mondo che sta cominciando ora a fare i primi passi.

La sensazione è che in questo mondo prevalgano le figure rispettate ed esperte di gestione dei gruppi, e capaci di fare coaching. Figure che sono però un po’ come i clinici famosi che hanno quel tocco indicibile, basato più su esperienza non esplicitata che sulla scienza, esperienza sulla quale poi la ricerca fa fatica a procedere.

 

Perché la riflessione sulla supervisione agli psicoterapeuti è cosi relativamente agli inizi?

Perché finora la supervisione clinica era condotta perseguendo l’aderenza corretta a un modello. La domanda era: quanto quello che il supervisionato fa è coerente con il modello che gli sto insegnando? Inoltre non era ben chiaro come era costruita quest’aderenza, essendo le procedure poco formalizzate.

Questa portava al rischio dell’auto-conferma. In realtà uno psicoterapeuta può conoscere e applicare in maniera corretta un modello, trovando poi grandi difficoltà nel fare i conti con il paziente e nel gestire la relazione con lui.

Per reazione si è sviluppato, specie in California, un movimento che spinge una supervisione autoriflessiva, movimento che sta andando per la maggiore adesso e che si muove nella direzione verso la messa a fuoco di elementi che non si limitino a promuovere l’aderenza corretta a un modello. E quali sono questi elementi? Ed è possibile misurarli?

Shulman, un supervisore molto conosciuto, nella sua giornata pre-congresso ha molto spinto sull’articolare la supervisione in psicoterapia in 4 punti:

  • fase preliminare,
  • fase iniziale della relazione di supervisione,
  • parte centrale
  • conclusione.

Quello che è interessante dal mio punto di vista di direttore di una scuola di psicoterapia è che per ognuna di queste fasi è possibile prevedere delle difficoltà negli allievi. Ad esempio, nella fase preliminare, fase importante per l’affiatamento (attunement) iniziale, si va a vedere se ci sono, in un gruppo di psicoterapeuti in formazione, alcune persone che non sono affatto pronte e mettersi in discussione e a mettere in discussione il proprio problema. Queste persone vanno aiutate ad accettare una posizione supervisionabile. Questo stadio ricalca la posizione di pre-contemplazione nello schema di Prochaska e Diclemente.

Come sappiamo, la ricerca di Prochaska e Diclemente ci ha dimostrato che non è affatto vero che un paziente sia arrivato davanti ad un clinico davvero intenzionato a iniziare la psicoterapia. Lo dimostrarono soprattutto per i pazienti tossicodipendenti, ma il loro modello può essere applicato anche ad altre popolazioni cliniche. Dobbiamo chiederci se questo schema non sia applicabile anche alle supervisioni in psicoterapia.

Nelle supervisioni con i nostri allievi terapeuti, quanto siamo capaci di aiutarli ad assumere la posizione emotiva e ricettiva nella quale è possibile mettersi in discussione, ad esempio sulle proprie barriere nei confronti del paziente? Quanto siamo consapevoli delle loro emozioni, delle loro credenze quando lavoriamo insieme sulla supervisione clinica? Ho in mente alcuni esempi di allievi che hanno attraversato la nostra scuola, nonostante tutti gli sforzi profusi, mettendosi pochissimo in discussione, e nascondendosi quando possibile dietro alle proprie difficoltà personali, mai veramente esplicitate.

 

Contenuto e processo nella supervisione in psicoterapia

Nella conferenza era molto esplicita la distinzione nella tra contenuto e processo supervisione. La parte della supervisione focalizzata sul contenuto (come funziona questo paziente, che problemi ha?) attiene ad aderenza, competenza e osservanza delle regole di una certa teoria clinica, mentre la supervisione focalizzata al processo si occupa dei fattori aspecifici, della relazione tra supervisee e suo paziente (come sto con lui, cosa sto facendo con lui di buono o problematico? Perché sto portando il caso e chiedendo aiuto? Qual è il disagio che ho avuto nelle ultime sedute?) e su come il supervisionato sa rapportarsi con il supervisore (quanto accetto di essere messo in discussione? Quanto accetto che il mio supervisore mi suggerisca che quell’atto clinico, quelle emozioni con un certo paziente, sono il risultato di una mia storia dolorosa, proprio nell’area che questo paziente va a toccare, come sto in una relazione in cui qualcuno che fa da educatore, fa le pulci al mio operato? Che emozioni ho?).

Come si vede il processo non è solo a un livello (tra supervisee e paziente) ma a due livelli (tra supervisee e suo supervisore). Questi livelli richiedono la capacità di stanare il terapista in supervisione anche a partire da segnali impliciti o emotivi. Ad esempio, come il supervisee ti guarda o non ti guarda in modo diretto, come diventa vago, distoglie l’attenzione o parla d’altro. Oppure come riconoscere in lui una emozione che sta cercando di nascondere.

Queste capacità, lo confesso, sembrano capacità cliniche che il supervisore della psicoterapia è costretto a usare senza un contratto clinico. Il campo è veramente complesso. Per mia esperienza, a meno che non mi trovi davanti ad allievi alle prime armi, la richiesta di supervisione ha in sè problemi di tipo relazionale con il paziente, e questa è un’area transteorica.

 

La supervisione clinica nella SPR

Un altro ambiente che da grande importanza a questi temi è la SPR (Society for Psychotherapy Research). Anche questa società ha appena celebrato il suo congresso internazionale (a Copenaghen, 25-28 giugno 2014). Tanto per non farmi mancare nulla sono andata anche a questo congresso e di nuovo, nei simposi che ho seguito attinenti alla supervisione clinica, molta attenzione era concentrata sugli aspetti relazionali e emotivi del supervisore e del supervisee.

Poi ci sono altri problemi attinenti al ruolo, al riconoscimento del ruolo del supervisore verso i supervisionati. Un conto è una supervisione che un didatta fa a un suo allievo in una scuola di terapia, altro è l’arrivo di un supervisore esterno, per qualche incontro che è proposto e talvolta imposto da un ambiente esterno.

Recentemente mi è capitato di fare una supervisione clinica in un contesto in cui ero estranea, ed è stato abbastanza difficile all’inizio trovare un mio ruolo e delle regole condivise. Non dimentichiamoci che la supervisione in psicoterapia, se non è ben organizzata, se le regole non sono chiare, rischia di essere compiuta al buio, senza avere una idea chiara delle variabili complesse che vi sono in gioco: istituzionali, sociali, psicopatologiche e mediche.

 

Contratto di supervisione in psicoterapia e modalità di lavoro

Un altro punto importante che emerge in molte discussioni del congresso e che a me è parso molto interessante è la necessità che vi sia un esplicito contratto di supervisione tra supervisore e supervisionato. Nel contratto ci si accorda su cosa ci si aspetta uno dall’altro, le cose che si è disposti a fare insieme, si stabiliscono formalmente modi e regole degli incontri. La formalizzazione estrema del processo di supervisione psicoterapica è un bene e protegge il supervisore, il supervisee e il paziente.

Ad esempio è considerato non corretto fare supervisione senza registrazione audio delle sedute. Anzi la supervisione così come emerge nei video che sono stati proiettati al congresso è molto mirata all’incontro tra supervisee e supervisore, ascoltando la seduta e vedendo quali emozioni e quali movimenti emotivi emergono durante quell’incontro. Troppe volte noi siamo costretti a fare supervisioni dei racconti indiretti dei nostri allievi, racconti che rischiano di portare un bias nella lettura e che rende il quadro difficilmente interpretabile.

Insomma negli States la supervisione è un lungo e formalizzato processo di apprendimento, focalizzato sugli aspetti di processo. Se poi un supervisore clinico incontra un problema di contenuto, può riferirsi alla sua specifica formazione psicoterapeutica, ma condivide soprattutto un’attenzione sulla relazione nella supervisione. Insomma l’aderenza a un modello terapeutico è un aspetto collaterale della sensibilità ai processi.

Tutto questo ha stimolato la mia curiosità. D’altro canto non posso non vedere i limiti di questo modo di ragionare, il suo scarso interesse per la ricerca. Insomma un mondo nuovo, scientificamente tutto da costruire, ma pieno di stimoli per chi come me, si occupa di una scuola di psicoterapia.

 

STRUMENTI DI VALUTAZIONE DELLA SUPERVISIONE IN PSICOTERAPIA:

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