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La violenza familiare lascia delle impronte genetiche nei bambini

 

FLASH NEWS

I ricercatori hanno scoperto come i bambini che vivono in famiglie caratterizzate da violenza, suicidio o carcerazione di un loro membro, avrebbero dei telomeri significativamente più corti.

E’ quanto riscontrato da uno studio effettuato presso la Tulane University School of Medicine di New Orleans, Louisiana, e pubblicato nell’ultimo numero della rivista Pediatrics. I risultati ottenuti avrebbero permesso di individuare delle cicatrici, non soltanto nella psiche dei bambini esposti ad ambienti familiari violenti o traumatici, ma anche nel loro DNA.

I ricercatori hanno scoperto come i bambini che vivono in famiglie caratterizzate da violenza, suicidio o carcerazione di un loro membro, avrebbero dei telomeri significativamente più corti.

Ma di cosa stiamo parlando esattamente? Il telomero è la regione terminale del cromosoma e possiede un ruolo determinante nell’evitare la perdita di informazioni durante la duplicazione.

Diversi studi hanno dimostrato come il progressivo accorciamento dei telomeri ad ogni ciclo replicativo sia associato all’invecchiamento cellulare, facendo di questi un importante marker cellulare della fase di senescenza.
 
Telomeri corti sono correlati ad un maggior rischio di sviluppare problemi cardiaci, obesità, declino cognitivo, diabete e disturbi mentali in età adulta.
 
Evidenti, quindi, le implicazioni dei risultati ottenuti dal gruppo di ricerca della Tulane University e le conseguenze per la salute dei bambini esposti ad ambienti stressanti.
 

Ma vediamo come sono state raggiunte tali conclusioni: i ricercatori hanno prelevato campioni di materiale genetico da 80 bambini di età compresa tra i 5 e i 15 anni e hanno intervistato i loro genitori circa l’ambiente familiare e l’eventuale esposizione ad eventi di vita avversi.
 
“Alti livelli di stress familiare, come ad esempio assistere a un incidente occorso ad un membro della propria famiglia, creano un ambiente che influenza il DNA cellulare dei bambini”, afferma la Dott.ssa Stacy Drury, direttrice del  Behavioral and Neurodevelopmental Genetics Laboratory della Tulane. “Maggiore è il numero di esposizioni che questi bambini hanno nel corso della vita, minore sarà la lunghezza dei loro telomeri”.
 
Il gruppo di ricerca ha tenuto sotto controllo altri fattori, quali lo status socioeconomico, il livello di istruzione materna e l’età dei genitori e dei bambini. Dall’analisi dei dati raccolti è emerso un ulteriore dato particolarmente interessante: il genere dei soggetti regolerebbe l’impatto dell’instabilità familiare su di essi.
 
Gli eventi traumatici familiari sarebbero, infatti, più deleteri per le femmine, le quali avrebbero così dei telomeri più corti. Per i maschi, invece, sarebbe stato individuato un importante fattore protettivo caratterizzato da un elevato livello di istruzione della figura materna, ma soltanto per i bambini sotto i 10 anni di età.
 
In conclusione, tale studio suggerisce come l’ambiente domestico sia un importante target di intervento per ridurre l’impatto biologico degli eventi di vita avversi sui bambini e poter così favorire un migliore stato di salute generale quando diventeranno adulti.

 

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Gli interventi basati sulla mindfulness (2011) di Alberto Chiesa – Recensione

 

 

Un lavoro molto interessante quello del collega Alberto Chiesa. Come ormai molti sostengono, la Mindfulness sta vivendo in questo periodo un momento di forte “ambivalenza” dovuto alla larga diffusione e alle molte banalizzazioni di cui é stata vittima.

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Spesso le radici epistemologiche, teoriche e filosofiche da cui deriva vengono perse, lasciando spazio a “PNLizzazioni”, per usare un termine usato da Fabio Giommi della Mindfulness. È di dovere ricordare sempre che la Mindfulness non é una “buona tecnica” e nemmeno una “buona idea”, bensì una pratica di meditazione che ha radici molto antiche e che da circa trent’anni é stata proposta come base di alcuni interventi all’interno di un contesto più clinico.

Questa breve premessa solo per sottolineare che il volume che ho tra le mani potrebbe essere inteso come un ottimo “vademecum” scientifico e documentato di cosa é e non é la pratica di Mindfulness. Leggendo nella quarta di copertina, il volume di Chiesa si pone diversi obiettivi. Senza togliere la possibilità al lettore di apprendere il discorso leggendo il volume, cercherò di discutere alcune delle domande esplicitate (e altre che emergono intuitivamente dalla lettura) di questo lavoro molto interessante.

La prima domanda a cui si risponde nel volume é: per quali pazienti gli interventi basati sulla mindfulness hanno dimostrato di essere efficaci?

Lasciando la risposta al volume, credo che questa sia una prima domanda molto importante. In ciò, trovo che la diffusione della Mindfulness di cui accennavo prima, che ha dato alla pratica di Mindfulness la copertina del Time di febbraio, non abbia contributo a far comprendere la pratica di Mindfulness per quella che è: non una tecnica da usare come se fosse l’aspirina del nuovo millennio bensì una pratica che richiede impegno, “allenamento” e costanza … Unita a un buona quota di pazienza. Capire pertanto cosa aspettarsi dalla Mindfulness e chi potrebbe beneficiarne é un argomento di grande interesse, credo non solo clinico, ma anche culturale.

Una seconda domanda, se vogliamo, più “da addetti ai lavori” é la seguente: quando si può proporre a un paziente l’affiancamento di terapie “convenzionali” farmacologiche o psicologiche con le pratiche di mindfulness? Rispondere a questa domanda permette a noi clinici di proporre ai nostri pazienti/clienti un percorso di Mindfulness in un momento “adatto e adeguato” rispetto all’eventuale percorso psicoterapeutico in atto.

Altra questione di grande importanza, a cui Alberto Chiesa, a mio parere, risponde in modo molto chiaro e completo é: come si può descrivere a un paziente la mindfulness in parole semplici, essendo al tempo stesso consapevoli della ricchezza e della profondità che sta dietro questo termine? Chi ha esperienza di pratica di Mindfulness (o più in generale di pratica di consapevolezza) coglie subito in questa domanda potenziali e rischi. Rischi di rimanere imbrigliati in una spiegazione concettuale (mediata dal linguaggio) di una esperienza non semplicemente descrivibile a parole, bensì grazie e con la pratica personale, e quindi l’esperienza stessa di pratica, e dall’altra parte la possibilità di introdurre le persone a un percorso che potrebbe davvero proporre un cambio radicale del proprio stile di vita e di atteggiamento verso la propria sofferenza.

Spesso chi conduce gruppi di pratica di Mindfulness si limita (a ragione) a utilizzare la definizione di Mindfulness data da Jon Kabat Zinn e lascia che il senso di questa definizione si amplifichi e si chiarisca tramite l’esperienza stessa di pratica Mindfulness.

Una quarta domanda a cui l’autore cerca di dare risposta é: come si possono incarnare le qualità che la pratica di mindfulness propone?

La risposta, che qualsiasi persona con esperienza di pratica non può che confermare, é una: la pratica personale. Una delle qualità del volume di Chiesa sia proprio questo: unitamente agli aspetti “concettuali” molto ben documentati, un continuo rimando a come lo professionista che vuole proporre interventi basati sulla Mindfulness debba necessariamente essere a sua volta praticante. Soltanto in questo modo, gli aspetti “analitici, razionali, concettuali e di comprensione” (diciamo banalmente “da emisfero destro”) possono essere trasmessi all’altra persona insieme agli aspetti “esperienziali, sensoriali, percettivi e emotivi” (diciamo banalmente “da emisfero destro”).

L’intero volume di Alberto Chiesa riflette, a mio parere, ciò che sta attraversando il mondo scientifico nella fattispecie quello che si occupa di studiare con gli strumenti della ricerca scientifica la pratica di Mindfulness. Da un lato la “semplicità e la categorizzazione” che giustamente la ricerca scientifica richiede é dall’altro la “complessità e le qualità emergenti” tipiche della pratica di Mindfulness, che ricordo, prima di essere stata un intervento psicoterapeutico (circa 30 anni di vita) é stata, ed é tuttora, una pratica di meditazione (circa 2500 anni di vita).

Il volume, molto chiaro e documentato, si conclude con lo sviluppo e la discussione di altri due importanti aspetti legati alla Mindfulness. Il primo riguarda l’utilizzo della pratica di Mindfulness all’interno del colloquio clinico terapeutico e il secondo prende in considerazione gli aspetti correlati ai meccanismi psicologici e neurobiologici che sottendono i benefici clinici associati alla pratica della mindfulness.

Un ulteriore aspetto apprezzabile del volume sono i “box di riassunto” a fine di ogni capitolo, che ne permette una lettura a più livelli (ad esempio di consultazione “al bisogno”).

L’impressione che ho leggendo con attenzione e curiosità il libro di Alberto Chiesa é che in questo volume il tentativo di unire i due aspetti, non banalizzandone alcuno, sia riuscito, con un (forse inevitabile) viraggio occasionale e discontinuo sugli aspetti scientifici e di ricerca.

Quest’ultimo aspetto credo che sia un valore del libro e non un limite. Forse può mandare un messaggio chiaro e netto a chi é “curioso della Mindfulness” perché, diciamocelo, é cool.  

 

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BIBLIOGRAFIA:

Report: Master in Psicoterapia per i Disturbi alimentari – Firenze

 Lisa Barbieri

 

Report dal Master

Psicoterapia dei Disturbi Alimentari – Firenze

 

 GUARDA L’EVENTO

Il tema del master è incentrato sulla comprensione, sulla diagnosi e sul trattamento dei disturbi alimentari attraverso una modalità ricca nella pratica, innovativa e interattiva grazie all’utilizzo di esempi clinici, simulate e registrazioni audiovisive.

Il giorno 8 Giugno si è concluso, in un clima di generale soddisfazione, il Master in psicoterapia per i Disturbi alimentari tenuto dalla Scuola Cognitiva di Firenze.

I Disturbi alimentari (DA) rappresentano una grave entità psicopatologica dovuta alla difficoltà nel trattamento, alla cronicizzazione del disturbo e all’elevata mortalità, e rappresentano la terza malattia cronica più comune in adolescenza dopo l’obesità e l’asma.

I DA si dividono in sottocategorie tra cui AN, BN, BED (nel DSM V) e EDNOS suggerendo che siano tra loro distinte, in realtà presentano caratteristiche comuni tanto che Christopher Fairburn ha proposto che tali disturbi siano considerati come un’unica categoria e che quindi ci sia una specifica terapia, focalizzata sulla psicopatologia dei DA: la Terapia Cognitivo Comportamentale Transdiagnostica che ha rappresentato il trattamento di elezione, efficace ed empiricamente supportato per la cura dei DA.

Negli ultimi venti anni però sono stati sperimentati nuovi approcci che stanno influenzando in modo profondo il modello standard, al punto da far spostare l’attenzione della comunità clinica e scientifica internazionale verso alcuni degli approcci terapeutici Cognitivo Comportamentali che sono stati definiti di “terza ondata” (Hayes, Luoma, Bond, Masuda e Lillis, 2006) e che stanno sempre più influenzando anche l’intervento sui DA.

Questi nuovi approcci si occupano di quei fattori che portano alla ripetitività del pensiero e a una cattiva gestione delle strategie di coping. Esempi di interventi di CBT di terza generazione sono: l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT, Hayes, 1999), la Dialectical Behavior Therapy (DBT; Linehan, 1993), la Functional Analytic Psychoterapy (FAP, Kohlenberg & Tsai, 1991), la Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT; Segal, Williams, & Teasdale, 2001), Terapia Metacognitiva Interpersonale (Di Maggio & Popolo) e gli approcci meta-cognitivi (Wells, 2000).

Il Master si è svolto a Firenze nei finesettimana del 23, 24 e 25 Maggio e 7 e 8 Giugno e ha visto il succedersi di relatori appartenenti alla Scuola Cognitiva di Firenze e all’Azienda USL 11 di Empoli (FI): Stefano Lucarelli, Gloria Vazzano, Giovanni Castellini, Paolo Dirindelli; e relatori appartenenti al panorama internazionale come Janet Treasure e Kate Tchanturia.

Il tema del master è incentrato sulla comprensione, sulla diagnosi e sul trattamento dei disturbi alimentari attraverso una modalità ricca nella pratica, innovativa e interattiva grazie all’utilizzo di esempi clinici, simulate e registrazioni audiovisive.

Con una particolare attenzione alle ultime ricerche per il trattamento delle diverse categorie di DA in tutte le fasi della vita: dall’infanzia, all’adolescenza fino all’età adulta. Prezioso l’intervento sul modello di presa in carico della famiglia di pazienti con DA messo a punto dal Maudsley Hospital di Londra.

Il Dr. Stefano Lucarelli, psichiatra, psicoterapeuta presso il Servizio per la cura e il trattamento dei Disturbi dell’ Alimentazione dell’Azienda USL 11 di Empoli, Socio della Società Italiana di Terapia Comportamentale (SITCC), ha aperto i lavori facendo un quadro generale sulla diagnosi, epidemiologia e comorbilità dei vari disturbi alimentari soffermandosi sulla valutazione psichiatrica dei pazienti e sull’intervento sulla motivazione garantendone un’adeguata comprensione anche grazie all’utilizzo di videoregistrazioni.

Il giorno successivo ha passato il testimone alla Dr.ssa Gloria Vazzano, psicologa, psicoterapeuta presso il Servizio per la cura e il trattamento dei Disturbi dell’ Alimentazione dell’Azienda USL 11 di Empoli, Socio ordinario della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC), che si è orientata maggiormente sul modello transdiagnostico per il trattamento dei DA e successivamente sul trattamento centrato sul rimuginio e il controllo (TRC-DA) e sulle procedure di intervento sulle credenze centrali di questi disturbi.

Ha concluso il finesettimana il Dr. Giovanni Castellini, psichiatra e psicoterapeuta. La giornata ha previsto la presentazione della categoria diagnostica del BED e un confronto con i nuovi criteri diagnostici del DSM V che riconosce il BED come categoria a sé stante, per poi passare all’epidemiologia e alla psicopatologia del disturbo grazie all’apporto degli ultimi articoli presenti in letteratura.

La giornata si conclude con una panoramica sul trattamento del BED e con una valutazione dei pro e contro di ogni intervento.

Un notevole e aspettato interesse ha suscitato la presenza e la partecipazione delle Dr.sse Janet Treasure e Kate Tchanturia che hanno aperto i lavori del secondo weekend del master.

Janet Treasure, Director of Eating Disorder Unit, South London and Professor of Psychiatry at King’s College London, ha presentato il modello del Maudsley Hospital che evidenzia l’importanza dei familiari come fonte di aiuto per pazienti con DA e identifica come molti comportamenti dei familiari rappresentano i fattori di mantenimento del disturbo: attraverso l’uso di metafore animali vengono identificati gli stili di reazione dei caregiver al DA e come questi impattano sul percorso di cura.

Il modello infatti prevede un coinvolgimento attivo dei familiari di tali pazienti affinchè possano diventare consapevoli ed eliminare questi meccanismi di mantenimento del disturbo e sostenere il paziente nel processo di cura.

 

É stata poi la volta della dr.ssa Kate Tchanturia, Consultant Clinical Psychologist and Senior Lecturer, South London and Maudsley Hospital, Istitute of Psychiatry, King’s College London; che con una modalità interattiva che ha coinvolto tutto il pubblico, ha presentato il protocollo CRT- Cognitive Remediation Therapy, secondo cui i disturbi cognitivi dell’Anoressia Nervosa non vanno affrontati a livello di contenuti, come il perfezionismo, il controllo, la paura di ingrassare, ecc.. ma a livello di processi aiutando la paziente a ragionare in modo più globale e flessibile attraverso un vero e proprio allenamento cognitivo.

Giunti ormai all’ultima giornata del master che ha avuto come protagonisti della mattina il Dr. Stefano Lucarelli e la Dr.ssa Gloria Vazzano, i quali hanno parlato della terza ondata della Terapia Cognitivo Comportamentale in cui il focus dell’intervento si sposta sui processi cognitivi abbandonando l’analisi delle prove e delle controprove dei contenuti cognitivi.

Tra questi nuovi approcci l’attenzione si è poi focalizzata sul modello della DBT di Marsha Linehan adattato ai disturbi alimentari secondo cui il nucleo della problematica di tali pazienti consiste nella regolazione disfunzionale delle loro emozioni che li porta a ricorrere a mezzi disfunzionali come le abbuffate per gestire le emozioni.

Nel pomeriggio ha concluso l’evento il Dr. Paolo Dirindelli, neuropsichiatra infantile, dirigente medico presso Neuropsichiatria Infantile dell’Azienda USL 11 di Empoli, che ha portato la propria esperienza sui DA in infanzia e adolescenza, dalla diagnosi alla presa in carico del paziente e della famiglia e conseguente trattamento attraverso la presentazione di casi clinici.

In conseguenza dei feedback positivi ricevuti e dell’ottimismo dei relatori e organizzatori che ne hanno reso possibile la realizzazione, il pensiero va all’organizzazione futura di una nuova edizione del master.

 

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Inquinamento atmosferico & rischio di autismo e schizofrenia

 

FLASH NEWS

L’esposizione all’inquinamento atmosferico durante le prime fasi di vita produce veri e propri mutamenti nel cervello dei topi che possono causare disturbi nello sviluppo neurologico e l’ingrandimento di un’area cerebrale che negli esseri umani è implicata nei casi di autismo e schizofrenia.

La maggior parte dell’inquinamento atmosferico è causato da particelle di carbonio prodotte dalla combustione dei carburanti (industrie, autoveicoli, ecc.) ma le particelle non sono tutte uguali, hanno diverse dimensioni e particelle di dimensioni diverse hanno effetti diversi sull’organismo.

Un nuovo studio del Dipartimento di Medicina Ambientale e Genetica Biomedica dell’Università di Rochester (USA) descrive come l’esposizione all’inquinamento atmosferico durante le prime fasi di vita produca veri e propri mutamenti nel cervello dei topi che possono causare disturbi nello sviluppo neurologico e l’ingrandimento di un’area cerebrale che negli esseri umani è implicata nei casi di autismo e schizofrenia.

Per la ricerca sono stati scelti topolini, sia maschi che femmine, appena nati, poiché le prime settimane di vita sono cruciali per lo sviluppo cerebrale. I topi sono stati esposti per 4 ore al giorno, per un periodo di 2-4 giorni, a livelli di inquinamento simili a quelli che si possono rilevare nelle città statunitensi di media grandezza all’ora di punta.

I topolini sono stati esaminati dopo 1, 40 e 270 giorni dall’ultima esposizione. Il loro cervello presentava una evidente infiammazione e un’alterazione cellulare, in più in tutte le rilevazioni il problema perdurava indicando che il danno cerebrale era permanente e irreversibile.

I ricercatori sono quindi arrivati alla conclusione che un’alta concentrazione ambientale di particelle ultrafini (CAPS) influenza negativamente lo sviluppo del sistema nervoso centrale con alterazioni nelle citochine e nei neurotrasmettitori.

In più, nei topi maschi, si è riscontrata una ventricolomegalia (dilatazione del ventricolo laterale) neuropatologica associata proprio a un ridotto sviluppo neurologico, all’autismo e alla schizofrenia.

I risultati sono coerenti con diversi recenti studi che collegano l’esposizione a inquinamento con effetti neurologici e comportamentali negativi (aumento del rischio di autismo, declino cognitivo, attacco ischemico, schizofrenia e depressione), sia nei bambini che negli adulti.

Questo studio, oltre a confermare il legame, spiega anche il meccanismo sottostante.

Attualmente l’Agenzia di Protezione Ambientale (EPA) regola l’emissione di grandi particelle, tuttavia queste sono le meno dannose poiché vengono espulse tossendo. Le particelle ultrafini, invece, sono molto più pericolose perché sono abbastanza piccole da poter penetrare attraverso i polmoni ed essere assorbite dal flusso sanguigno producendo così effetti tossici in tutto l’organismo.

Studi come questo sono dunque importanti non soltanto per conoscere meglio le neuropatologie ma anche e soprattutto per regolare gli attuali standard e garantire la qualità dell’aria in un’ottica preventiva.

 

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BIBLIOGRAFIA:

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State of Mind intervista:

Anna Maria Sorrentino

Psicologa e Psicoterapeuta

 

State of Mind intervista Anna Maria Sorrentino, psicologa e psicoterapeuta. Fondatrice e docente della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Sistemico-Relazionale Mara Selvini Palazzoli.
Questa intervista fa parte di un ciclo di interviste ai grandi clinici italiani, che ha lo scopo di realizzare una panoramica dello stato dell’arte della psicoterapia (ricerca e clinica) in Italia.

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REBT: Report dal Primary Practicum di Milano 2014

 

Elena Tugnoli

Il 7, 8 e 9 giugno 2014 è sbarcato in Italia il corso di terapia razionale emotiva comportamentale di Albert Ellis, il “Primary REBT Praticum” originale eseguito secondo il regolamento dell’Albert Ellis Institute (AEI) di New York.

Il corso è stato tenuto da supervisori REBT certificati, i maggiori esponenti dell’istituto di New York, Kristine Doyle (direttore clinico dell’AEI), Raymond Di Giuseppe (direttore scientifico dell’AEI), e Ennio Ammendola, supervisore REBT.

Il corso prevedeva lezioni teoriche al mattino, concentrate sui fondamenti della REBT e tenute da Kristine Doyle o da Ray Di Giuseppe, e gruppi di esercitazione tra pari supervisionati anche da Ennio Ammendola nel pomeriggio.

Per me che già l’avevo seguito a New York non è stata una novità dopo avere già affrontato i successivi due livelli della formazione REBT (advanced e fellowship) e molte, moltissime, supervisioni. Eppure ho trovato ancora cose da imparare e ho potuto chiarire aspetti oscuri. La parte più interessante del corso sono state le piccole sfumature stilistiche e la flessibilità che questo tipo di terapia offre! Nell’individuazione dell’ABC bisogna essere dei veri investigatori al limite della pignoleria, eppure al tempo stesso occorre imparare a non disperdersi in troppe domande.

Mi chiedo: quali sono i punti fermi della REBT e quali invece sono le aree più personalizzabili?

La parte più rigida è la prima sezione, l’individuazione del problema. Nelle descrizioni di Doyle e DiGiuseppe sembra facile. In terapia non è così, ed è facile sottovalutare il problema e scadere nella vaghezza.

Gli Americani sconsigliano una apertura della seduta generica e raccomandano l’individuazione di una situazione problematica specifica per poter lavorare su qualcosa di concreto, il cosiddetto “A critico”. Questa è una delle sfumature da non perdere! Non è sufficiente la situazione ma ci serve l’A critico! Per essere in grado di centrare l’A critico, è importante chiedere un esempio recente di quando il paziente si è sentito a disagio o ha percepito quel fastidio.

La stessa attenzione va dedicata all’indagine scrupolosa dell’emozione. Ci si deve accertare che l’emozione sia chiara e definita, che all’interno di essa non ci siano altre emozioni e che sia disfunzionale (unhealthy), ovvero paralizzante e non volta alla soluzione del problema. Qui si può inserire uno spiraglio di flessibilità, indagare a piacimento, utilizzando scale per misurare l’intensità o chiedere a livello corporeo dove sente quell’emozione.

Si passa poi ai B (beliefs), ai pensieri, e soprattutto agli IB (irrational beliefs), i pensieri disfunzionali. È rimarcata l’importanza di non fermarsi ai soli pensieri negativi del paziente ma andare alla ricerca dei veri B irrazionali attraverso la catena di inferenze, continuando a chiedere “e qual è il problema in questo che ha pensato? Cosa non le piace in questo che ha pensato?” In questo gli allievi italiani si sono dimostrati eccellenti.

Un punto -rigido ma necessario perché penso sia la vera base della terapia- è mostrare l’ABC completo al paziente e al fine di concordare come non sia l’A ma il B a suscitare il C: ovvero non è la situazione che causa il malessere, ma il pensiero. Senza questo passaggio il cliente non ci seguirebbe più e non potremmo proseguire.

Altro punto focale della terapia è concordare l’obiettivo, e in particolare l’obiettivo emotivo. Quale emozione vorresti provare?

Ovvio che l’obiettivo non è di cambiare emozione ma di passare da una versione disfunzionale a una funzionale dello stato emotivo. Questo punto è quello teoricamente più discutibile ma utile nella pratica terapeutica. Si tratta di concordare con il cliente che lo stato d’ansia non va eliminato, ma può essere vissuto in termini più tollerabili e funzionali, chiamando la versione funzionale con un termine diverso. Ad esempio preoccupazione.

La parte più flessibile della terapia risulta essere quella del cosiddetto disputing. Una volta trovati i B irrazionali, che fanno parte di una delle quattro categorie: Doverizzazione o Pretese, Valutazione Globale (Di Sé, Del Mondo e/o Degli Altri), Catastrofizzazione e Intolleranza alla Frustrazione, decideremo come fare il disputing.

Per alcuni, ad esempio Windy Dryden, si parte sempre prima dalla Doverizzazione per poi affrontare le altre categorie; per altri terapeuti REBT invece le categorie sono tutte allo stesso livello e quindi possiamo disputare anche senza la presenza di una doverizzazione.

Il disputing si basa sull’esame della coerenza logica, del valore euristico/funzionale (pragmatico), e delle prove empiriche dei pensieri che sono alla base della sofferenza. E qua sta al terapeuta incoraggiare il cliente a mettere in discussione i suoi IB. Si possono utilizzare delle metafore. Kristine Doyle ci ha illustrato la metafora della mela: su un vassoio ci sono mele buone e succose e ce ne sono un paio marce, diresti mai che il vassoio ha solo mele marce? Utilizzando questa metafora mostriamo al cliente come il suo pensiero sia focalizzato sugli aspetti negativi.

Con prudenza possiamo usare perfino l’ironia, mai contro il cliente ma talvolta contro i suoi pensieri più negativi. Possiamo anche proporre soluzioni pratiche, di fronte alla necessità di provare nell’esperienza la possibilità di pensarla diversamente. Alcuni clienti rigidi e restii a cambiare sostengono che capiscono ma che non riescono a mettere in atto le nuove idee più funzionali. In questo caso due sono le strade possibili. Proporre di sperimentare personalmente la possibilità di poter tollerare le emozioni tanto temute; oppure proporre una soluzione pratica e cosiddetta “inelegante” modificando la situazione esterna, ad esempio incrementando l’assertività.

A fine seduta il terapeuta consegna i compiti a casa che hanno l’obiettivo di rinforzare i B razionali. Si possono dare compiti mirati a incrementare le auto-istruzioni, a partire da semplici post-it per arrivare a registrazioni di memo vocali da risentire.

A questo proposito Doyle e DiGiuseppe ci hanno proposto fin dall’inizio lo shame attack, l’esercizio anti-vergogna che è un “must” nel loro centro e della terapia. Questo esercizio consiste nel fare un’esposizione imbarazzante in pubblico e “stare nella vergogna”. Ci si può sbizzarrire e provare ad urlare in metropolitana, ballare al ristorante o perfino mettersi in mutande in piazza…a proprio rischio e pericolo!

Il Primary Training permette di imparare le tecniche REBT e fornisce al terapeuta una struttura di base al tempo stesso chiara e adattabile al proprio stile personale e alla propria creatività.

 

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La distorsione dell’ Immagine Corporea: quando ciò che vedo non coincide con ciò che sono

Reportage dall’evento  Body Image Modular Therapy – Training di Primo Livello – Immagine Corporea

 

Il nostro corpo riflesso allo specchio non è solo tout court la rappresentazione di un’immagine, bensì un processo molto più complesso.

La propria immagine corporea e la sua rappresentazione sono il risultato dell’unione e della mediazione di diversi aspetti: la percezione e la stima delle dimensioni del proprio corpo, aspetti affettivi e cognitivi che comprendono sentimenti e preoccupazioni legati al nostro corpo e per ultimo anche aspetti comportamentali.

Paul Schilder (1935) fu colui che coniò il concetto di Immagine corporea definendola come

Quel quadro del nostro corpo che formiamo nella nostra mente

e come ogni quadro, nel guardarlo, possiamo provare emozioni, possono emergere ricordi e sensazioni.

Da qui la rappresentazione mentale diviene un processo di integrazione e mediazione fra percezioni, cognizioni ed emozioni che possono influire sulla nostra autostima (Posavac & Posavac, 2002).

Ma come si origina l’immagine del nostro corpo? Quando siamo neonati la percezione che abbiamo del nostro corpo è rappresentata principalmente dalla propriocezione ossia dal sentire il proprio corpo attraverso la contrazione dei muscoli, o dalla sensibilità viscerale oppure dal senso di equilibrio. Il tutto avviene anche senza l’ausilio della vista. Il bambino inizialmente non fa distinzione fra se ed il mondo che lo circonda, questo è un lungo processo che avviene a tappe e che comprende non solo la distinzione fra se ed il mondo esterno ma anche l’integrazione delle parti del proprio corpo in un’unica unità.

A partire dai tre anni di vita il bambino inizia a riconoscere la propria immagine riflessa allo specchio e due anni più tardi capisce che anche le altre persone hanno un corpo simile al suo.

Man mano che si avvicina il periodo dell’adolescenza il corpo va incontro a diversi cambiamenti ed è da qui che molto spesso iniziano le difficoltà nel riconoscersi, per esempio uno sviluppo anticipato rispetto a quello dei coetanei può far si che si diventi fonte di sguardi ed attenzione che non sempre, specie le ragazze, vivono serenamente.

La creazione dell’immagine corporea può infatti risentire di fattori sociali ma anche di fattori interni.

 

L’ambiente in cui stiamo crescendo, l’interazione con i nostri coetanei e anche con i nostri genitori possono condizionare il nostro sviluppo. Si è maggiormente sensibili al giudizio altrui, e si va creando in questo periodo un’ideale del proprio corpo che risente dell’influenza dei mass media ma anche dei confronti con i propri pari. Vi è un continuo paragone fra quello che è il proprio corpo e il corpo ideale, e a seconda della maggiore o minore vulnerabilità al giudizio si andrà formando un’idea di sé più o meno coerente che potrà portare con se maggiore o minore sofferenza.

Il corpo in adolescenza è soggetto a continui e rapidi cambiamenti, l’aumento di peso, lo svilupparsi delle forme, l’acne sono tutte manifestazioni spesso momentanee che possono contribuire ad una maggiore difficoltà nell’accettazione della propria forma fisica. Va da sé che in questa situazione una maggiore vulnerabilità dal punto di vista emotivo e psicologico può far si che si provi un maggiore disagio.

L’immagine e la rappresentazione che l’adolescente si fa della propria fisicità è una complessa strutturazione che risente di fattori sociali ma anche psicologici ed emotivi.

Riportiamo nuovamente le parole di Schilder (1935):

Un’immagine corporea è sempre in qualche misura la somma delle immagini corporee della società… e muta a seconda di colui col quale ci articoliamo

L’insoddisfazione nei confronti della propria forma fisica è assai diffusa sia fra il sesso femminile che fra il sesso maschile, in alcuni casi può però portare alti livelli di sofferenza che possono interferire con la vita dell’individuo.

Le preoccupazioni possono farsi talmente pressanti da portare il soggetto ad effettuare continui Body Checking ossia comportamenti di controllo che vanno dal guardarsi allo specchio molte volte durante la giornata, pesarsi più e più volte al giorno, verificare la perdita di peso e la propria taglia indossando abiti attillati, misurare la circonferenza di cosce, fianchi ed addome, chieder continue rassicurazioni sul proprio aspetto. La persona può impiegare diverse ore per prepararsi prima di uscire, ed evitare di farlo qualora non si fosse raggiunto l’aspetto desiderato.

Coloro che hanno di sé una rappresentazione negativa dedicano molte ore della loro giornata al proprio aspetto fisico e maggiore è l’insoddisfazione maggiore è il tempo impiegato nel controllare e cercare di rimediare ai difetti percepiti.

Per queste persone autostima e aspetto esteriore rappresentano due unità direttamente proporzionali che spesso risultano accompagnate da ansia depressione e forte autosvalutazione.

Un’ immagine corporea negativa implica una forte insoddisfazione per alcuni aspetti del proprio corpo (Cash, 2002) ed è riscontrabile in buona parte dei disturbi del comportamento alimentare oltre che nel disturbo del dismorfismo corporeo (o dismorfofobia). I disturbi legati all’immagine corporea portano con se sintomi specifici: dai comportamenti ripetitivi di evitamento e/o controllo, a pensieri di tipo rimuginativo, alle distorsioni percettive nonchè uno scarso insight della problematica.

La Body Image Modular Therapy rappresenta un tipo di approccio integrativo e specifico per problematiche legate ai disturbi dell’Immagine Corporea, che consente all’individuo di affrontare in maniera mirata ed efficace questa specifica sofferenza.

 

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I giovani adulti che hanno la fortuna di vivere relazioni sentimentali e romantiche beneficerebbero anche di effetti positivi sulla propria personalità e sul loro modo di vedere situazioni interattive sentimentali ambigue secondo una nuova ricerca tedesca delle Università di Jena e Kassel.

Il coinvolgimento in relazioni sentimentali rappresenta una delle esperienze di vita più rilevanti e più preganti soprattutto nella giovane età.

I giovani adulti che hanno la fortuna di vivere relazioni sentimentali e romantiche avrebbero anche effetti positivi sulla propria personalità e sul loro modo di vedere situazioni interattive sentimentali ambigue secondo una nuova ricerca tedesca delle Università di Jena e Kassel.

Nello studio è stato approfondito il cosiddetto Relationship-Specific Interpretation Bias (RIB) (Finn, Mitte, & Neyer, 2013), in italiano bias di interpretazione specifico delle relazioni – che consiste nella tendenza a interpretare scenari relazionali ambigui in un modo negativo.

Questa l’ipotesi dello studio: il bias RIB diminuirebbe nei giovani adulti coinvolti in relazioni sentimentali soddisfacenti, con un effetto anche sulla riduzione del nevroticismo.

In particolare 245 coppie (di età compresa tra i 18 e i 30 anni) sono state coinvolte nello studio per nove mesi e sottoposti a colloqui ogni tre mesi per un totale di quattro assessment.

I ricercatori hanno misurato la variabile del nevroticismo e della soddisfazione relazionale, e hanno inoltre chiesto ai soggetti di immaginarsi in alcune situazioni della vita quotidiana e di riportare le loro reazioni emotive e comportamentali (misurazione del bias RIB).

Secondo lo studio la tendenza al nevroticismo diminuiva gradualmente nel corso dei nove mesi quando una persona era coinvolta in una relazione sentimentale adeguatamete soddisfacente.

In riferimento al bias interpretativo relazionale, i partner soddisfatti riportavano una maggiore quota di fiducia nell’altro e nella relazione riducendo la probabilità di percepire negativamente alcune situazioni relazionali neutre e quindi di essere meno propenso a cedere al bias di interpretazione relazionale.

Dunque essere soddisfatti in una relazione di coppia porterebbe a vedere il mondo e le relazioni sentimentale con occhiali più rosa rispetto a chi così soddisfatto della propria vita sentimentale non è.

Fenomeno naif già conosciuto nelle nostre esperienze quotidiane, dimostrato ora dal mondo empirico della psicologia.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Il tesoro di Risolina: una storia sul valore della diversità – Letteratura & Psicologia

 

 

La favola di Risolina rappresenta uno strumento molto valido per aiutare gli adulti a trasmettere ai bambini la capacità di accettare e valorizzare la diversità in se stessi e negli altri; ciò permette di coltivare il valore della solidarietà e della collaborazione, prevenendo le incomprensioni che possono nascere nei rapporti interpersonali tra i bambini e le dinamiche alla base dei fenomeni di bullismo.

La diversità può essere declinata in vari modi: razza, cultura, genere, caratteristiche fisiche, come nel caso di Risolina, la protagonista di questo libro. “Ma perché le cose belle contengono sempre qualcosa che le rende anche un po’ brutte?”, ci si chiede all’inizio della storia.

Rosa e Pietro hanno avuto una figlia, una figlia un po’ speciale. Ha una chioma molto strana, fatta di seta e chicchi di riso. Quando si pettina Risolina -chiamata così dai suoi genitori proprio per via del riso che compone la trama dei suoi capelli- sparge chicchi di riso ovunque.

Alla nascita la piccola è stata accolta con amore dai suoi genitori, inteneriti e affascinati dai quei capelli così particolari. Con il passare del tempo, però, la contentezza si è trasformata in preoccupazione e dispiacere: Risolina è una bambina isolata, perchè gli altri bambini non vogliono giocare con lei. Non ha amici e i compagni di scuola la prendono in giro e la tengono a distanza.

I suoi genitori non sanno come aiutarla, mentre gli insegnanti non si accorgono del suo malessere. Del resto, lei fa finta di niente, indossando “la maschera della finta felicità”.

Risolina si sente sbagliata e considera i suoi capelli così bizzarri la sua maledizione, ma non ne parla con nessuno: non vuole far soffrire i suoi genitori e si mostra serena, anche se è triste e vorrebbe tanto essere come gli altri bambini.

Il papà e la mamma sono tanto dispiaciuti per la loro figlia, ma fanno finta anche loro di essere felici. In realtà, i due genitori si sentono molto in colpa: sono convinti che l’origine degli strani capelli di Risolina sia nel fatto che, quando Rosa aveva scoperto di aspettare Risolina, Pietro aveva deciso di festeggiare con una bella cena. Avevano mangiato un risotto alla zucca e, da quel momento e per tutti i mesi della gravidanza, Rosa aveva avuto una gran voglia di mangiare riso, tantissimo riso. Chi avrebbe mai pensato ad una simile conseguenza sulla bambina che doveva nascere?
 
Del resto, dice a se stesso e alla moglie papà Pietro, “Se il destino ha deciso che la nostra Risolina abbia sulla testa capelli fatti di chicchi di riso, forse un motivo ci sarà”.
 
In effetti, un giorno i chicchi di riso nei capelli, la maledizione di Risolina, diventano un’inaspettata risorsa, per sé e per gli altri; in quel momento Risolina comprende che ciò che ci rende diversi è anche ciò che ci rende unici, che ci rende noi stessi.
 
Attraverso la favola della bambina che non è come gli altri sono tanti i contenuti che il libro chiama in causa, riconducibili ad un denominatore comune: l’integrazione di chi è diverso -e tutti, per fortuna lo siamo, ognuno a suo modo-. Il CD allegato al testo approfondisce ulteriormente questi temi attraverso una serie di riflessioni proposte dallo stesso autore, Alberto Pellai.
 
Per questa ragione la favola di Risolina rappresenta uno strumento molto valido per aiutare gli adulti a trasmettere ai bambini la capacità di accettare e valorizzare la diversità in se stessi e negli altri; ciò permette di coltivare il valore della solidarietà e della collaborazione, prevenendo le incomprensioni che possono nascere nei rapporti interpersonali tra i bambini e le dinamiche alla base dei fenomeni di bullismo.
 
Altro tema correlato è l’importanza di una corretta educazione all’espressione e alla condivisione delle emozioni: Risolina e i suoi genitori non sono in grado di dare voce al proprio malessere, e fingono gli uni con gli altri, nascondendo i propri sentimenti. Ciò non permette di affrontare il problema e costa a tutti la fatica di indossare una maschera.
 
Anche la mamma e il papà, amareggiati dalle reazioni degli altri e dalla sofferenza della loro bambina, si vergognano della condizione di diversità di cui Risolina è portatrice e se ne attribuiscono la colpa. Non sono in grado di trasmettere alla figlia l’orgoglio e la fierezza della propria, personalissima, identità e neanche la fondamentale capacità di esigere da chiunque il rispetto della propria persona al quale ognuno di noi ha inalienabile diritto.
 
Alla fine della storia Risolina impara, e noi insieme a lei, che essere diversi può essere bello e che non impedisce di essere felici: al contrario, può rappresentare il modo per capire chi siamo davvero, andando oltre le apparenze e i luoghi comuni.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Pellai, A. (2014). Il tesoro di Risolina. Una storia sul valore della diversità. Trento: Erickson. ACQUISTA ONLINE

La macchia ostinata dell’immoralità: senso di colpa e compulsioni di pulizia

 

 

I partecipanti indotti a esperire una colpa deontologica hanno esibito, rispetto agli altri, un numero maggiore di comportamenti di controllo nella prima prova e si sono dedicati ad una pulizia più accurata nel secondo esperimento.

Se siete da tempo lettori fedeli e affezionati di State of Mind, ricorderete il post in cui ho evidenziato l’esistenza di un legame tra la pulizia morale e la pulizia fisica. La ricerca scientifica negli ultimi anni non ha fatto che confermare un’intuizione già resa manifesta dal nostro linguaggio comune e da varie opere letterarie e cinematografiche.

Sono infatti molto comuni espressioni come “sporco”,  “viscido” o “lurido”  per descrivere individui di dubbia moralità.

Il cinema vede protagonisti diversi assassini che, dopo aver commesso un omicidio, si dedicano ad una pulizia tanto accurata da lasciar intendere che lo scopo non sia solo quello di eliminare possibili indizi di colpevolezza ma forse anche il senso di colpa per il gesto estremo.

La pulizia potrebbe avere la stessa funzione purificatrice anche per traditori e traditrici di famose soap opera che dopo aver commesso adulterio si buttano sotto la doccia prima di riabbracciare il partner ufficiale di turno.

Addiritura Shakespeare costringe Lady Macbeth al gesto compulsivo di sfregarsi continuamente le mani nel tentativo di cancellare la colpa per aver provocato spargimenti di sangue innnocente.

Ma se ormai è dunque assodato che il senso di colpa sia come una macchia da lavar via, è ragionevole pensare che la difficoltà nel rimuoverla dipenda dal tipo di colpa?

Una risposta a questa domanda arriva puntuale dalla ricerca di Francesca D’Olimpio e Francesco Mancini che con la loro ricerca hanno voluto verificare quale tipo di colpa abbia una correlazione più forte con i comportamenti rituali tipici del Disturbo Ossessivo Compulsivo.

I ricercatori hanno preso in considerazione due tipi di colpa: altruistica e deontologica.

La colpa altruistica si accompagna a sentimenti di preoccupazione e compassione per la vittima delle proprie azioni, indipendentemente dal fatto che esse violino o meno norme morali. La colpa deontologica deriva invece dalla consapevolezza di aver infranto il codice morale, anche se tale azione non ha implicato offesa per nessuno.

Al fine di comprendere quale macchia tra le due sia più ostica da eliminare, i partecipanti alla ricerca sono stati invitati all’ascolto di una storia che elicitasse un senso di colpa altruistica piuttosto che un senso di colpa deontologica. Un ultimo sottogruppo ha invece ascoltato una storia neutra, senza che implicasse quindi l’emergere di alcun tipo di colpa.

Al termine dell’ascolto tutti hanno dovuto classificare delle capsule in contenitori diversi in base al colore e in un secondo momento pulire un cubo di plexiglas utilizzando i materiali messi a disposizione dai ricercatori.

I partecipanti indotti a esperire una colpa deontologica hanno esibito, rispetto agli altri, un numero maggiore di comportamenti di controllo nella prima prova e si sono dedicati ad una pulizia più accurata nel secondo esperimento. Tale evidenza conferma l’ipotesi iniziale dei ricercatori che, in base a studi precedenti, si aspettavano maggior comportamenti di controllo e di pulizia da parte dei violatori del codice morale.

Inoltre l’effetto Lady Macbeth ha riguardato in misura maggiore  proprio questi ultimi che hanno infatti tratto beneficio più grande dal compito di pulizia, dimostratosi invece meno efficace nel rimuovere la macchia della colpa altruistica.

Benchè l’esperimento non abbia coinvolto pazienti con Disturbo Ossessivo Compulsivo, gli autori, convinti dell’esistenza di un continuum tra individui senza diagnosi  e  persone con DOC, ritengono che i risultati possano contribuire a chiarire la natura di questo disturbo.

Chissà che tra un po’ non si torni sull’argomento, magari facendo ulteriore luce sulle tipologie di colpe e sui comportamenti che hanno la capacità di rimuoverle.

Ma siamo poi così sicuri che, come spesso accade con le macchie più ostinate, certe colpe si riescano a cancellare senza lasciare aloni?

 

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BIBLIOGRAFIA:

Criticismo subìto in famiglia e bias cognitivi: in che modo correlano?

FLASH NEWS

 

Il criticismo percepito è associato a bias interpretativi e attentivi che portano la persona a focalizzarsi su elementi emotigeni negativi e ad interpretare situazioni neutre in modo negativo: il tutto elegantemente dimostrato da uno studio sperimentale di Harvard. 

Essere il bersaglio dell’altrui criticismo non è piacevole, può essere copresente all’autocriticismo ed è spesso in relazione all’insorgenza e al mantenimento di diversi distrubi attenenti la sfera mentale e psicologica.

Un team di ricercatori di Harvard ha voluto indagare il fenomeno del criticismo “subìto” (tecnicamente criticismo percepito) e la presenza di specifici bias cognitivi e attentivi nell’elaborazione di informazioni a carattere emotivo.

In altre parole hanno ipotizzato che elevati livelli di criticismo subìto sarebbero correlati a bias interpretativi di situazioni ambigue (valutate in modo negativo), con un possibile meccanismo per cui essere costantemente bersaglio di critiche porterebbe l’individuo ad affinare la propria attenzione verso segnali emotivi negativi e dunque ad essere più soggetto a bias cognitivi.

76 soggetti sono stati reclutati nello studio ed è stato loro chiesto di valutare quanto criticista fosse nei loro confronti “la persona emotivamente più importante nella loro vita”, e in seguito sono stati invitati a completare due compiti sperimentali finalizzati a rilevare bias attentivi nell’elaborazione di informazioni emotive positive, negative e neutre.
Dai dati è emerso che le persone con più elevati livelli di criticismo percepito presentavano maggiori difficoltà nell’ignorare e distrarsi dalle informazioni emotive negative non rilevanti per il completamento del task (predire la direzione di movimento di una freccia se associata a un’espressione facciale emotiva negativa, ad esempio di collera); inoltre, nel secondo compito sperimentale i soggetti con più elevati livelli di criticismo percepito avevano una maggiore tendenza ad interpretare negativamente dal punto di vista emotivo stimoli uditivi neutri.

Dunque il criticismo percepito è associato a bias interpretativi e attentivi che portano la persona a focalizzarsi su elementi emotigeni negativi e ad interpretare situazioni neutre in modo negativo: il tutto elegantemente dimostrato da uno studio sperimentale di Harvard.

 

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Le ombre dell’anima (2013): Pensare le emozioni negative – Recensione

 

Non amiamo la tristezza, ma allora perché amiamo ascoltare la musica triste? Si chiede Roberto Casati nella prefazione del libro.

Le ombre dell'anima_pensare le emozioni negative _RecensioneLa risposta a questa e altre domande inerenti le emozioni complesse, ambivalenti, miste si può trovare in questa bella raccolta di saggi scritti da filosofi di area francofona (Francia, Canada, Svizzera), che vanno ad indagare quei territori emotivi solitamente non molto battuti dai manuali di psicologia e psicoterapia (in particolare cognitiva).

A lungo le emozioni sono state contrapposte alla ragione, con il primato di quest’ultima. Più recentemente, anche grazie alle neuroscienze e alla psicologia evoluzionistica, le emozioni stanno ricevendo la giusta attenzione da parte degli studiosi e sono considerate importanti per il buon funzionamento della ragione stessa.

Nel libro vengono presi in esame stati emotivi un po’ ai margini della nosografia come il senso di famigliarità o il disgusto, con una modalità di indagine chiaramente più vicina alla logica filosofica che alla fenomenologia.
 
Si parte con la valenza delle emozioni dove gli autori cercano di definire la positività o la negatività delle emozioni, non solo in relazioni agli aspetti percettivi, ma anche cognitivi. Viene successivamente affrontato il tema dell’ambivalenza e delle emozioni miste, analizzate anche in rapporto al tempo, che pare l’unico fattore in grado di risolvere i conflitti emotivi.
 
Un capitolo molto interessante dal punto di vista psichiatrico è quello sul sentimento perturbante di freudiana memoria, caratterizzato dal senso di estraneità, che si può riscontrare in gravi disturbi psichiatrici come la Sindrome di Cotard (delirio di negazione dell’esistenza) e la Sindrome di Capgras (delirio dei sosia).
 

Si parla anche di commozione, un sentimento poco generalmente poco trattato e che potremmo definire “a metà”, caratterizzato tipicamente dalla coesistenza in una situazione di aspetti positivi e negativi, con il trionfo della vita sull’avversità (si pensi ad esempio alla nascita di un bambino dopo un parto difficile).
 
Questo sentimento ha una grande importanza a livello sociale in quanto contribuisce al rafforzamento dei legami di una comunità, segnalando ai membri della comunità l’importanza che un soggetto attribuisce ai valori più fondamentali che la fondano, ma anche a livello individuale in quanto costituisce un potente motivo per andare avanti.
 
Il libro si chiude in bellezza, proprio con un saggio intitolato “Bello da vomitare”, in cui viene trattato il tema della difficoltà di tollerare la bellezza troppo perfetta e del bisogno di corromperla in qualche modo.
 
Un libro a tratti complesso, ma molto interessante per uno psicoterapeuta.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Tappolet, C., Teroni, F., & Konzelmann Zlv, A. (2013). Le ombre dell’anima. Pensare le emozioni negative. Raffaello cortina Editore. ACQUISTA ONLINE

Come cambiare se stessi o meglio come accettarsi

 

 

Ecco qui il segreto: il primo grande passo per cambiare è accettarsi.

Chi di noi è perfettamente contento di quello che è, di ciò che rappresenta o di quello che può dare o fare? Capita di dire: devo mettermi a dieta, devo cercare un lavoro migliore, devo cambiare casa, devo essere più ordinato, meno perfezionista, e potremmo andare avanti per ore ottenendo un elenco lunghissimo di cose da cambiare.

Sicuramente, adesso, ti starai chiedendo cosa vorresti cambiare di te stesso, giusto? Hai capito cosa ti piacerebbe avere o essere?

Indubbiamente, il desiderio di cambiare è qualcosa che ci accompagna costantemente per tutta la vita. Spesso, si è intenti a voler cambiare questo o quello, sia in termini di cose materiali, più facili da realizzare, sia in termini di caratteristiche personali. Tuttavia, è difficile capire da dove cominciare e cosa possiamo realmente fare per poter effettuare un cambiamento su noi stessi.

Gran parte di noi, penso, ha seguito per un periodo della sua vita un regime alimentare dietetico. Alla fine, ottenuti i risultati, capita di non essere pienamente soddisfatti di quanto conseguito e ci si sente come se mancasse un pezzo del puzzle. Ma di cosa si tratta? beh, direi di un cambiamento di forma a cui non segue un cambiamento di sostanza, la stessa che poi porta a intraprendere un comportamento volto ad un mutamento fittizio.

Ora vi svelo un segreto.  Curiosi?

Bene, ecco qui il segreto: il primo grande passo per cambiare è accettarsi.

Il paradosso centrale del processo di cambiamento è proprio questo: abbandonare il desiderio di voler essere qualcosa di diverso da ciò che si è, accettando di non esserlo; solo a questo punto si sperimenta il cambiamento. Si tratta, dunque, di abbandonare i tentativi di manipolazione operati verso se stessi e accettare quello che non si può diventare. Insomma, per potersi accettare veramente per quello che si è bisogna liberarsi dai progetti illusori su noi stessi.

Perché l’accettazione? Perché normalmente dietro ad ogni cambiamento, almeno nella maggior parte dei casi o sicuramente per i più importanti, c’è sempre un problema o qualcosa che si vuole lasciare alle spalle o si fa finta di non vedere. Tuttavia, finché non accettiamo il problema che muove le fila della sofferenza, come se fosse un burattinaio, o zavorre derivanti da regole morali che ci portiamo dietro da sempre e che impediscono di spiccare il volo, non riusciremo mai a essere pienamente soddisfatti di noi stessi.

Se tentassimo di effettuare un grande cambiamento senza accettare, e affrontare, prima di qualsiasi altra cosa, il problema che lo ha generato, alla fine otterremmo solo un appagamento parziale a cui seguirebbe un senso di frustrazione e di fallimento. Quindi, prima di operare qualsiasi tipo di cambiamento comportamentale è necessario accettare il problema, ovvero il tema doloroso che sottende tutto il nostro funzionamento.

Accettare ciò che ci spaventa, dunque, non significa rassegnarsi o tollerare, ma vuol dire riconoscere totalmente e in tutta la sua pienezza il problema. Naturalmente, per accettare è necessario prima di tutto osservare il tema, immergercisi, assumendo la posizione di un osservatore esterno, apprezzandone tutte le diverse sfaccettature. Cercare di capire razionalmente una situazione non significa accettarla, ma equivale a comprenderne le cause e le implicazioni. Dopo aver ottenuto una valutazione oggettiva si passa alla fase successiva: l’accettazione emotiva.
La fase più dolorosa è proprio quest’ultima, ovvero accettare l’emozione negativa che scaturisce quando si pensa all’evento doloroso. A questo punto, l’accettazione dell’emozione negativa porta, esponendosi gradualmente alla stessa, ad un calo progressivo dell’arousal emotivo fino a quando non sparisce totalmente. Questa fase sarà superata solo nel momento in cui, rievocando la situazione critica, l’emozione che riecheggia non sarà più disturbante. Così facendo si apre una finestra logica sulla situazione temuta che porta ad una visione della stessa senza emozioni disturbanti. Il cambiamento è avvenuto, Accetto!

Attenzione, accettarsi non vuol dire affatto crogiolarsi  nel pensiero delle proprie debolezze, ma riconoscerle per quelle che sono, senza autocommiserarsi o criticarsi.

Decisivo è accettarsi totalmente, non solo con i propri punti forti, ma anche, e soprattutto, con quelli deboli. Chi si permette e si concede la possibilità di vedersi debole ha un sano senso di autostima, perché sa guardare con umorismo ai propri limiti o ferite. Nel momento in cui ci riconciliamo con essi, le ferite diventano la nostra forza, uno scrigno da custodire, da portare dentro per tutta la vita. Solo allora, potremmo essere in grado di conoscere e di scoprire la nostra vera natura o vocazione.

 

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Bambine più ambiziose? Solo se papà collabora nelle faccende domestiche!

FLASH NEWS

 

Secondo una nuova ricerca i padri che assumono ruoli attivi nella collaborazione e gestione domestica avrebbero effetti positivi sulle loro figlie femmine in termini di fiducia nelle proprie possibilità di carriera in un’ottica di equità di genere.

I ricercatori della University of British Columbia hanno intervistato 326 bambini di un range di età dai 7 ai 13 anni riguardo a come venivano suddivisi i lavori di casa tra i loro genitori e riguardo alle proprie aspirazioni lavorative.
 
E’ interessante che il più forte predittore delle ambizioni professionali delle bambine di genere femminile risultava essere proprio l’approccio dei padri ai lavori domestici: se i lavori domestici erano equamente distribuiti tra padri e madri le bambine presentavo generalmente più ampi obiettivi e orizzonti lavorativi meno legati agli stereotipi di genere.
 
Chiaramente altre variabili potranno influenzare tali aspirazioni lavorative più o meno vicine all’equità di genere tra cui anche la condivisione emotiva e di interessi tra padri e figlie come già sottolineato in precedenti studi.

Quindi, responsabilità di padri e madri è attuare nella quotidianità modelli impliciti che guardino all’equità di genere  tenendone presente anche gli effetti transgenerazionali su credenze e aspirazioni esplicite dei figli.

 

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Perchè sentiamo l’istinto di narrare? Il potere della narrativa per la nostra mente

L’istinto di narrare, come le storie ci hanno reso umani. (2014) di J. Gottschall

La domanda che ci pone l’autore dall’inizio è: perché sentiamo l’istinto di narrare? A che ci servono le storie? La risposta è molto complessa e ogni capitolo aggiunge un tassello argomentativo a spiegazione di questa attività umana universale che si è mantenuta attraverso diversi mezzi nei millenni.

In questi mesi, presso l’Associazione ‘Insieme a Noi’ di Modena, si è svolto un laboratorio di scrittura autobiografica rivolto a familiari di utenti dei servizi di salute mentale col fine di aiutare il gruppo a focalizzarsi sui propri vissuti, andando al di là ruolo di caregiver che è preponderante nella vita quotidiana di queste persone.

L’elemento che nel corso degli incontri faceva da collante e da motore propulsore per il gruppo erano le storie di vita di ognuno. Spesso si trattava di piccoli frammenti di vita, immagini, ricordi, rievocati grazie agli stimoli proposti dalle conduttrici del gruppo.

Abbiamo scritto tanto, ma soprattutto abbiamo raccontato e condiviso delle storie che ci hanno incantato, divertito, sorpreso, ci hanno fatto vedere con altri occhi chi ci sedeva vicino, ci hanno fatto Conoscere l’un l’altro.

La potenza di una storia si esprime massimamente in un laboratorio strutturato in questo modo: si rivive e si risignifica la propria storia con e attraverso le storie degli altri. Narrare, come afferma Gottschall nel titolo del suo libro, ci ha reso umani nella storia evolutiva e lo continua a fare anche nel mondo post-moderno.

La domanda che ci pone l’autore dall’inizio è: ‘perché sentiamo l’istinto di narrare? A che ci servono le storie?’ La risposta è molto complessa e ogni capitolo aggiunge un tassello argomentativo a spiegazione di questa attività umana universale che si è mantenuta attraverso diversi mezzi nei millenni.

Nei primi capitoli viene descritto il mondo della narrazione: innanzitutto l’autore riflette sul potere ammaliante delle storie. La fascinazione che la narrazione agisce sugli uomini è evidente sin dall’infanzia; i bambini adorano i racconti e vivono, dai due anni circa, immersi nel ‘facciamo finta che’, questo bisogno sembra impellente tanto quanto i bisogni primari, come cibo e sonno.

Negli ultimi decenni è andato diffondendosi un grande allarmismo rispetto alla diminuzione della lettura di narrativa, certo questo è un dato da tener presente , ma è altresì importante non dimenticare che la funzione narrativa è tutt’altro che superata, semplicemente si serve di nuovi strumenti come tv, internet, blog, etc. Infine a noi stessi raccontiamo quotidianamente le storie migliori, piene di finzioni e riarrangiamenti di cui quasi sempre non siamo consapevoli.

Quanto detto non ci aiuta però a spiegare perché nel corso dell’evoluzione questa attività piacevole non si sia estinta. Come mai questo istinto è ancora così forte in ogni comunità umana? Quali sono i benefici per la nostra specie?

L’autore nel proseguo dei capitoli si interroga e porta il lettore a interrogarsi sulle svariate ragioni che sottendono all’attrazione per la narrazione. A tal proposito vengono riportati alcuni studi che interpretano questa caratteristica umana come un effetto collaterale dell’evoluzione (Bloom, 2010): le storie ci possono dare piacere, possono veicolare messaggi, ma non avrebbero finalità biologiche.

Questa tesi fatica ad imporsi poiché la narrazione costituisce un ‘universale umano’ in tutte le culture e in tutte le epoche storiche, se fosse davvero solo un fronzolo edonistico l’evoluzione avrebbe eliminato questa inclinazione poiché motivo di inutile spreco di energie.

Una delle prime spiegazioni ci viene fornita da studiosi come Dutton (2009), che sulla scia di Darwin afferma che il raccontare storie sia frutto della selezione sessuale. Così come in epoche antiche i narratori di storie radunavano attorno a loro la tribù, oggi la comunità si riunisce virtualmente (blog, riviste on-line) e chi ha qualcosa da raccontare fa sfoggio delle proprie qualità e capacità di intelligenza e creatività nella narrazione e questo moltiplicherebbe la probabilità di riproduzione.

Boyd (2009) afferma che le storie sono una sorta di gioco cognitivo e attraverso di esse si possono carpire informazioni e dedurre insegnamenti dalle esperienze altrui; fungono anche da collante sociale, pensiamo ai miti modelli di riferimento condivisi per intere civiltà.

Nella trattazione si presenta un’altra questione: ‘perché i contenuti delle storie sono prevalentemente costituiti da guai e difficoltà?’ A partire dalle ninnananne e dai giochi dell’infanzia le storie hanno come contenuto principale le avversità, studi sui giochi di bambine e bambini confermano quanto stiamo dicendo.

L’ homo sapiens è quindi ossessionato dalla difficoltà? La risposta è si! La letteratura per essere interessante deve rappresentare conflitti drammatici e situazioni problematiche, Aristotele fu il primo a notarlo nella Poetica ed oggi è una nozione di base dei corsi di letteratura: ciò che nella realtà ci angoscia, nella finzione ci interessa e ci dà piacere.

La grammatica universale della storia è: personaggio + situazione difficile + tentativo di superamento. La psicologa e romanziera Keith Oatley (2008) considera le storie ‘simulatori di volo’ per la vita sociale umana, il nostro sistema cognitivo avrebbe come mezzo fondamentale il problem solving per raggiungere i propri scopi e la narrazione sarebbe pertanto una fondamentale opportunità di allenare la nostra capacità di fronteggiamento delle situazioni difficili pur non esponendoci a pericoli reali.

 

Gli studi sui neuroni specchio sono coerenti con questa teoria (Rizzolati, 2008), quando vediamo o riviviamo attraverso una storia una certa situazione questa è esperita come se fosse vissuta in prima persona. Le cellule cerebrali che si attivano al vedere 2 persone baciarsi o lottare sono le stesse che si ‘accendono’ quando nella realtà viviamo queste esperienze.

Le storie non ci abbandonano nemmeno nel sonno: grazie a studi (Jouvet, 1999) su animali (gatti con lesione del tronco encefalico: scomparsa dell’atonia nel sonno rem, osservazione di comportamenti solo di attacco – fuga nel sonno) e sull’ uomo (resoconti) si è evidenziato che il contenuto dei sogni è, nella maggioranza dei casi, incentrato su pericoli, problemi e ansie che caratterizzano le sfide quotidiane. Il nostro cervello simula di notte problemi da risolvere di giorno, per massimizzare il nostro successo come specie.

La mente è una narratrice molto creativa e abile. Si racconta storie di ogni genere per dar senso alla condizione umana, le teorie cospiratorie a cui si appellano persone di ogni estrazione socio-culturale sono da sempre molto diffuse e creano significato, ci consegnano la personificazione del maligno da condannare.

Le religioni sono la medesima risposta al bisogno umano di schemi e spiegazioni inoltre fanno ‘funzionare’ meglio le società, forniscono un insieme di regole che proteggono il gruppo d’appartenenza.

L’autore in seguito ci fa riflettere sulla natura morale delle storie che pervade anche la letteratura definita, a secondo della morale del tempo, sovversiva; le storie fungono da lubrificante sociale, riuniscono le persone e le comunità intere attorno a valori condivisi e pro-sociali.

Aspetto altresì importante che emerge dalla lettura di questo libro è la grande influenza che la narrazione finzionale ha sui fatti storici e sull’opinione pubblica. In uno degli ultimi capitoli è riportato un esempio di quanto affermato: nel 1852 venne pubblicata la storia di lotta per la liberazione di una schiava americana, Eliza Harris, il successo di pubblico fu enorme e ciò contribuì grandemente a rafforzare la spinta abolizionista del Nord America.

Sono stati condotti anche esperimenti di laboratorio riguardo al potere persuasivo che le storie hanno sulle credenze delle persone. Appel (2009) dimostrò che è possibile far credere cose piuttosto bizzarre come: lavarsi i denti fa male, si può prendere la pazzia entrando in un istituto psichiatrico, etc. col solo utilizzo di finzione narrativa.

Riporto un passo del libro che ben evidenzia qual è la differenza tra un resoconto di avvenimenti e un’opera finzionale e quanto quest’ultima forma possa agire sulle nostre convinzioni e sul nostro ‘sentire’: “quando leggiamo opere non finzionali, leggiamo con gli scudi levati. Siamo critici e scettici, ma quando siamo assorbiti da una storia, abbassiamo la nostra guardia intellettuale, siamo toccati emotivamente, e questo pare lasciarci senza difese”.

 

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United States of Tara: il Disturbo Dissociativo di Identità sul grande schermo

Il Disturbo Dissociativo dell’Identità diviene il risultato delle forme più estreme di violenza cronica e perpetrata che il soggetto può subire a partire dalla primissima infanzia, al punto che tale evidenza viene oggi inclusa nella nosografia del disturbo stesso da Manuale Diagnostico.

Una Stanza Piena di Gente (2009) è l’emblematico titolo del libro scritto nel 1981 dall’autore americano Daniel Keyes, il quale ripercorre la biografia di William Stanley Milligan (meglio conosciuto come Billy Milligan), un ragazzo di soli 26 anni condannato a pena carceraria dopo esser stato arrestato per rapimento, stupro e rapina di tre studentesse universitarie nel 1977.

Ciò che intriga della vicenda non riguarda tanto il fatto di cronaca di per sé, quando la scoperta, fatta proprio durante l’incarcerazione, della coesistenza nell’imputato di ben 24 personalità differenti, parti emotive del soggetto così dissociate dal suo Io Dominante (altrimenti detto ANP, Apparently Normal Person), strutturate e scisse tra loro.

Settembre 1977. Columbus, Ohio. Billy Milligan, interrogato dopo l’arresto, non nega le accuse che gli vengono mosse, semplicemente afferma di non ricordare e si dimostra sinceramente confuso a riguardo. Tramite numerose perizie psichiatriche, verrà appurato che il giovane Milligan è affetto da un disturbo relativamente misconosciuto nel panorama scientifico del tempo, ma che dal 1980 era stato introdotto con riserve anche all’interno del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM III) con l’etichetta di Disturbo della Personalità Multipla (attualmente, DID – Disturbo Dissociativo dell’Identità, dalla IV edizione del DSM – 1994).

In attesa del processo, Milligan viene trasferito all’ospedale psichiatrico Harding Hospital, dove viene messo di fronte a tutte le sue personalità, permettendone così una seppur fragile “fusione” (integrazione). Questo gli consente di affrontare il processo, il cui verdetto finale porta alla dichiarazione di non colpevolezza per infermità mentale (viene difatti riconosciuto come responsabile dei fatti, ma non mentalmente presente al momento della loro commissione).

Da qui, il trasferimento all’Athens Mental Health Center, sotto le cure del Dottor David Caul. L’evento mediatico che si scatena sul caso Milligan mette lo stesso Billy sotto una pressione tale da rompere il delicato equilibrio di fusione raggiunto e ne provoca nuovamente la dissociazione delle personalità.

Nonostante la regressione, tutte le EP (Emotional Parts) di Billy si dimostrano collaborative, tanto da permettere l’emergere di un’ultima personalità: quella del Maestro, la somma di tutte le identità, la loro fusione, il vero Billy. Il Maestro, unico possessore di tutti i ricordi di ciascuna personalità, racconta la vera storia di Billy Milligan (dalla primissima infanzia, alle sevizie ed abusi subìti, fino agli ultimi eventi), rendendo così possibile la stesura di questo libro, redatto proprio grazie alla collaborazione tra tutte le EP in cui il protagonista si è scisso.

Biografie analoghe non sono nuove nella letteratura internazionale: uno dei primi scritti riguardanti questo disturbo è difatti Sybil (Schreiber, 1973), storia romanzata della vita di Shirley Ardell Mason (alias, Sybil), giovane donna tra le prime a vedersi riconosciuta la diagnosi di DDI.

Sybil convive con 16 differenti personalità, le quali hanno caratteristiche, connotati e specificità tanto uniche da non poter essere spiegate come tratti di un’unica persona. Perdite di temposplitting, e fusione divengono dunque termini ricorrenti per descrivere questo controverso disturbo che, come ormai sembra assodato, si struttura su una base traumatica molto severa, legata a esperienze infantili precoci e alla relazione con caregivers abusanti, maltrattanti e gravemente negligenti.

Questo quanto accaduto a Sybil, questo quanto accaduto a Billy Milligan: la psicopatologia diviene una forma estrema di dissociazione, la quale raggiunge un livello disintegrazione tale da scindere (letteralmente) l’Io dominante, l’ANP, al punto da dare vita a personalità autonome, indipendenti e tutte coesistenti all’interno di un unico organismo (Liotti & Farina, 2011), in un processo di perdita della capacità della mente di integrare vere e proprie parti di sé e delle sue funzioni superiori (Dutra et al., 2009).

Il Disturbo Dissociativo dell’Identità diviene quindi il risultato delle forme più estreme di violenza cronica e perpetrata che il soggetto può subire a partire dalla primissima infanzia, al punto che tale evidenza viene oggi inclusa nella nosografia del disturbo stesso da Manuale Diagnostico.

Diverse sono le tendenze che tentano di spiegare questa disintegrazione del Sé: per alcuni, la dissociazione non è che un meccanismo di difesa, dedito a proteggere l’Io da esperienze estremamente dolorose e fortemente destabilizzanti, accompagnate da un senso di insottraibilità alle stesse esperito dal soggetto (Bordi, 1999); per altri, unitamente a questo, sembra intervenire un complesso processo che parte dalla disregolazione degli stati emozionali e di arousal, innescando meccanismi prettamente biologici (evoluzione della teoria polivagale di Porges) e spegnendo il soggetto, che giunge alla scissione nei casi più gravi – in queste circostanze si parla di un particolare tipo di dissociazione che viene detta terziaria – (Tagliavini, 2011).

Naturalmente, il Disturbo Dissociativo dell’identità è decisamente più articolato: ancora oggi la letteratura non ne parla in modo approfondito, in parte a causa della rarità del fenomeno, in parte probabilmente proprio per la sua complessità.

Anche solo immaginare un paziente che presenti le caratteristiche sopra descritte pare quasi fantascientifico, pertanto non ci stupisce la reazione scettica di medici e psichiatri che, anni fa, hanno avuto a che fare con personaggi controversi quali Sybil e William Milligan.

Per aiutarci nella rappresentazione di questo gravissimo disturbo, rendendoci consapevoli delle difficoltà, conseguenze e stigma che comporta, possiamo tuttavia ammirare la convincente performance dell’attrice americana Toni Collette in United States of Tara, serie TV del 2009 (prodotta da Steven Spielberg) che narra della vita di una donna affetta da DDI.

Le vicende rappresentate concernono la vita quotidiana della protagonista e della sua famiglia, la quale si trova a convivere e dover gestire gli splitting tra una personalità e un’altra, con una figura che in un momento è madre, in un altro è figlia, in un momento è donna e in un altro è uomo.

Il viaggio che Spielberg permette di compiere è di vera e propria scoperta del disturbo e delle sue sfaccettature, aiutando l’osservatore ad averne anche meno paura (il mood della serie televisiva è difatti scherzoso e ironico, aspetto che alleggerisce molto i contenuti decisamente controversi). Ma non solo: la scoperta è anche quella di Tara, della sua infanzia, delle sue personalità, dei suoi scheletri; e stando a quanto noto in letteratura circa le origini della patologia … cosa potrà mai venire alla luce rispetto al passato della protagonista?

 

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Recensione del libro: Una stanza piena di gente (1998)

La diagnosi nei Disturbi Dissociativi – Intervista a Suzette Boon 

 

BIBLIOGRAFIA:

Quando i nostri obiettivi in realtà ci allontano dalla felicità – Psicologia

FLASH NEWS

 

Oliver Burkeman in The Antidote: Happiness for People Who Can’t Stand Positive Thinking (felicità per le persone che non sopportano il pensiero positivo) sostiene che gli sforzi che facciamo per raggiungere gli obiettivi che pensiamo ci renderanno felici, in realtà ci allontanano da tali obiettivi e dalla felicità stessa.

Ciò che ci spinge a investire in obiettivi e scopi, pianificando il futuro è, sostiene Burkeman, non tanto la consapevolezza delle virtù del saper guardare lontano e del pianificare, ma qualcosa di molto più emotivo: il disagio dell’incertezza.

Di fronte all’ansia di non sapere cosa riserva il futuro, investiamo sempre più ferocemente nella nostra visione ideale di quel futuro, e questo non perché ci aiuterà a raggiungere quell’immagine ideale, ma perché ci aiuta a liberarci dei sentimenti di incertezza nel presente.

Addirittura, secondo Burkeman, molte delle nostre importanti scelte di vita le facciamo sotto la pressione del disagio dell’incertezza: “pensa a una qualsiasi decisione significativa che hai preso nella vita e che ti sei trovato successivamente a rimpiangere – una relazione che hai inseguito anche sapendo che non faceva al caso tuo, un lavoro che hai accettato ma che non era in linea con i tuoi interessi e le tue abilità – se hai sentito che era una decisione difficile da prendere è probabile che prima di prenderla tu abbia sentito il torcibudella che da l’incertezza e che dopo averla presa quella sensazione sia diminuita.

Se le cose sono andate così c’è la possibilità inquietante che la tua principale motivazione nel prendere quella decisione non sia stata alcuna considerazione razionale in merito a quanto fosse giusta per te, ma semplicemente l’urgente necessità di sbarazzarti dei tuoi sentimenti di insicurezza.

Nel considerare cosa potrebbe significare abbracciare l’incertezza, Burkeman cita il lavoro della psicologa Saras Sarasvathy, che ha studiato le qualità essenziali che gli imprenditori di successo condividono.

Nei suoi colloqui con i quarantacinque imprenditori rigorosamente di successo (un minimo di quindici anni di esperienza nelle aziende e essere stati a capo di almeno una società) ha trovato un profondo scollamento tra lo stereotipo culturale dell’imprenditore che fa carriera velocemente e che ha obiettivi chiari e concreti da raggiungere, e cosa realmente questi imprenditori di successo condividono.

Burkeman scrive: “tendiamo a credere che l’abilità di un imprenditore consista nell’avere un idea originale e nel lottare per trasformarla in realtà, ma ciò che emerge dalle interviste della dott.ssa Sarasvathy non lo conferma. L’obiettivo a lungo termine di questi imprenditori era spesso poco chiaro anche a loro stessi, e i loro modi di procedere lo confermano: la stragrande maggioranza di loro si è fatto beffe delle teorie di management e quasi nessuno di loro ha suggerito la creazione di un business plan o di fare ricerche di mercato globale per affinare i dettagli del prodotto che volevano lanciare.”

Nel cuore dello spirito imprenditoriale, invece, si trova qualcosa di completamente diverso: è la capacità di adottare un approccio non convenzionale all’apprendimento. La flessibilità di saper improvvisare e cambiare non solo quale strada prendere per raggiungere un obiettivo predeterminato, ma anche la meta stessa. Questa è quel tipo di flessibilità che viene messa a tacere proprio quando ci si focalizza rigidamente su un obiettivo.

Sarasvathy ha messo a punto una serie di principi che sostengono il suo approccio anti-obiettivo: il suo modello distingue tra persone causally-minded, che stabiliscono un obiettivo specifico e che applicano tutti gli strumenti disponibili al fine di raggiungerlo; e persone effectually-minded che, invece, considerano gli strumenti e i materiali a loro disposizione, ma li usano come trampolino di lancio per immaginare nuove possibili direzioni.

Gli effectually-minded, ad esempio, sono il chimico che ha scoperto che la colla non sufficientemente adesiva poteva essere utilizzata per creare il post-it ; o l’avvocato infelice che si rende conto che il suo hobby, la fotografia, per il quale ha già possiede le competenze e le attrezzature, potrebbe essere trasformata in un lavoro.

Il primo principio che li guida è “inizia con i tuoi mezzi, non aspettare l’occasione perfetta, inizia a muoverti in base a ciò che hai a disposizione, a quello che sei, a quello che sai e a chi conosci”.

Il secondo è il “principio della perdita abbordabile”: non lasciarti guidare dall’immagine della meravigliosa ricompensa che avresti se avessi successo in ogni step che ti serve per raggiungerla. Chiediti piuttosto a quale perdita andresti incontro se non riuscissi a raggiungere l’obiettivo: se puoi tollerarla questo è tutto quello che ti serve sapere per passare allo step successivo e vedere che succede.

In altre parole , “immagina l’immensità, non scendere a compromessi e non perdere tempo.”

 

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BIBLIOGRAFIA:

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