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Open di Andre Agassi: un Match tra Nuclei Patologici – Recensione

Open di Agassi: Il tennis era l’unica strategia che padroneggiava, e che nel tempo aveva funzionato per tenere lontano da sé quel pezzetto di sofferenza.

ID Articolo: 29717 - Pubblicato il: 23 aprile 2013
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Di Camilla Freccioni e Luca Calzolari

 

RECENSIONE DEL LIBRO:

OPEN

LA MIA STORIA

Di Andre Agassi

Einaudi 2011

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Open Andre Agassi - Recensione

Open – La Mia Vita, Di Andre Agassi, Einaudi (2011) – Copertina

Il tennis era l’unica strategia che padroneggiava, e che nel tempo aveva funzionato per tenere lontano da sé quel pezzetto di sofferenza. Le sconfitte erano diventate così le dolorosissime dimostrazioni di aver fallito, di più: di essere un fallimento.

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Qualsiasi psicologo non può che essere profondamente colpito da questo libro. Ci s’immagina il racconto di una serie di match points, di colpi sbagliati o azzeccati, di vittorie e sconfitte e invece… il lettore si trova di fronte a un vero e proprio testo di psicopatologia, calato nel racconto di una vita famosa con narrazioni di episodi, di emozioni e di pensieri.

Con molta facilità uno psicogo può rintracciare ABC, nuclei patologici tipici di alcuni disturbi, sistemi motivazionali interpersonali, credenze, scopi, cicli interpersonali ecc., insomma un autentico godimento, soprattutto per un Cognitivista!

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Ogni pagina del libro è uno spunto di riflessione, un ragionamento sulle cause e sulle conseguenze, una domanda sulle modalità relazionali. In pratica una concettualizzazione del caso, narrata da un non addetto ai lavori. Proprio per ciò densa di contenuti, ma disorganizzata. Infatti lo psicologo, oltre a godersi il volume, si sentirà come costretto a conferire un ordine a questa immensa mole di informazioni tremendamente interessanti da un punto di vista psicologico. E pagina dopo pagina trarrà un immenso piacere nel concettualizzare il caso.

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Ma andiamo per ordine. La prima parte del libro è senza dubbio la più interessante, proprio perché, come in ogni storia di vita che si rispetti, del protagonista Agassi viene narrata l’infanzia. Tutto ha inizio in questa fase della vita, e molto di quanto accade nelle età successive del protagonista, in queste pagine trova una spiegazione e un senso proprio in relazione alla sua età infantile. Ogni episodio e ogni emozione vengono raccontati col giusto trasporto ma al contempo con un elaborato distacco, proprio come se l’Agassi, che adesso rievoca, avesse trovato un senso a quegli eventi passati.

Pennac "Storia di Un Corpo".

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Al proposito, certamente al Cognitivista che ci sta leggendo sta venendo in mente un termine… ebbene, anche al lettore succede lo stesso pagina dopo pagina: ipotesi dopo ipotesi da verificare durante la lettura del volume, proprio come le ipotesi formulate durante un assessment, da verificare in seguito nel corso della terapia. Ed eccoci alla prima ipotesi da formulare: il rapporto di Agassi col padre. Un «narcisista», definito così dallo stesso figlio, non appena apprenderà il significato della parola. Appunto da bravo narcisista, il padre non riesce a decentrare per comprendere la mente degli altri, e ritiene che anche la vita del figlio sia di sua proprietà. Cosa piaccia o interessi al figlio, per lui non è importante: è lui padre a decidere.

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Agassi non ha mai messo in dubbio l’amore da parte del padre, l’avrebbe soltanto voluto meno duro, meno rabbioso e più disposto ad ascoltarlo. È completamente terrorizzato da lui, la sola idea di ribellarsi alle sue decisioni gli fa tremare le gambe. E fa bene a temere il padre: ogni volta che pensa di ribellarsi alle sue decisioni, gli torna in mente l’immagine del camionista lasciato esanime sulla strada proprio dal genitore, dopo averlo cazzottato a morte (o quasi, non lo sapremo mai) poiché quello aveva avuto l’ardire di protestare per un mancato inserimento della freccia di direzione.

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Ma perché il padre si comporta così? Esiste una spiegazione a tutto ciò? Emigrato dall’Iran, vive costantemente un senso di non-appartenenza che cerca di gestire attraverso un forte bisogno di rivalsa, di cui il figlio è lo strumento: il successo di quest’ultimo nel tennis per il padre equivale a una vendetta nei confronti di un mondo sempre vissuto come ostile. Egli infatti desidera unicamente che Agassi diventi un campione, e non importa che il futuro eventuale campione odi con tutto se stesso il tennis.

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E chissà se lo odia fin dall’inizio o se l’odio è soltanto la fisiologica conseguenza di un letterale martellamento, di un nemmeno troppo sofisticato lavaggio del cervello, di una quotidiana tortura subita a suon di milioni di palline sparate da un lanciapalle a forma di drago appositamente costruito, sempre dal padre, per incutere terrore ad Agassi, con la scusa di allenarlo.

Una volta pure diventato campione, Agassi non riuscirà mai a godersi appieno una vittoria, non saprà mai se è diventato un tennista in quanto obbligato a diventarlo, o perché lo voleva in prima persona, o forse – ancor peggio – perché non avrebbe saputo cos’altro fare nella vita.

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Messaggio pubblicitario I momenti di euforia sono passeggeri, poco gratificanti in confronto alla sofferenza che segue a ogni sconfitta («Vincere non cambia niente. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo. Nemmeno lontanamente»). Il dilemma tra amore e odio riguardo al tennis ci accompagna per tutto il libro. Di continuo si avverte il desiderio di abbandonare l’agonismo da parte di Agassi, di pagina in pagina si percepisce l’insofferenza per le critiche dei giornalisti, per i riflettori perennemente puntati su di lui e sulle sue azioni, l’intolleranza verso le sconfitte e la già citata insoddisfazione per le vittorie.

Agassi paragona il tennis al pugilato, nei termini in cui «il tennis è boxe senza contatto… solo che nel tennis le batoste sono più sottopelle». È vero che il dilemma amore/odio per il tennis occuperà l’intero volume, ma di sicuro il lettore alla fine può agevolmente darsi una risposta. Infatti una cosa è certa: Agassi, fra i tennisti della sua generazione, sarà quello che si ritirerà per ultimo, sebbene in molti glielo consiglino da tempo. Il libro, inoltre, termina con una piena dimostrazione di amore per il tennis: un improvvisato match con sua moglie, Steffi Graf, grande tennista a sua volta. Ma allora l’affermazione di odio verso quello sport non maschera piuttosto un tentativo di ribellione verso il padre?

Del resto Agassi, con un padre così, cosa poteva fare? Sembra proprio raccontarci di aver avuto due sole strade da seguire: o ribellarvisi o compiacerlo. La ribellione senza dubbio è sempre stata presente in Agassi, ma sopita, attuata limitatamente a questioni di poco conto (per esempio, l’ostentazione degli orecchini, vietati alla scuola di tennis e detestati dal padre come segno di omosessualità), mai urlata.

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La compiacenza, invece, non si è sostanziata solo nell’assecondare le decisioni prese dal padre relativamente al suo futuro professionale, ma anche nel far propria la spasmodica ricerca del perfezionismo, eredità a sua volta di una caratteristica paterna. Agassi, infatti, non pensa di aver sviluppato negli anni tale mania perfezionistica, ma che essa sia una parte innata di sé, al pari della sua calvizie o della sua colonna vertebrale ispessita. Ha esclusivamente questa strada per potersi sentire vicino al padre: non, dunque, tramite l’affetto, terreno sconosciuto al padre, ma tramite la performance, che è l’unica strategia che nella vita al figlio abbia dispensato una seppur minima sensazione di essere amato.

Lance Armstrong, la prepotenza del perfezionismo - Immagine: Creative commons License © DonkeyHotey

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Nel tempo questa modalità si è generalizzata, diventando un vero e proprio pattern: è divenuta non la sua unica modalità per costruire una relazione col padre, ma l’unica per leggere il mondo, gli altri e soprattutto se stesso. Così, quando incontrerà un nuovo coach, il quale gli farà capire quanto sia faticoso e terribilmente dannoso ricercare di continuo la perfezione, Agassi avrà come una rivelazione: «La sua tesi che il perfezionismo è facoltativo mi dà serenità. Il perfezionismo è qualcosa che ho scelto, e mi sta rovinando, e posso scegliere qualcos’altro. Devo scegliere qualcos’altro».

Egli, a quel punto, non dovrà cercare di essere sempre il migliore del mondo, non dovrà inseguire primati e perfezione in ogni partita, in ogni colpo tirato, contro ogni avversario, ogni giorno. Capirà che può bastargli essere migliore di una sola persona alla volta, mentre gioca una partita di tennis, e che invece di essere costretto a cercare sempre di far bene lui, può anche indurre l’altro a sbagliare, o lasciare che sbagli di sua iniziativa.

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Questo ci dice qualcosa sulla sua antica componente di odio per lo sport praticato. Il tennis, fino appunto all’avvento del nuovo allenatore e della sua alternativa filosofia agonistica, non era per lui un piacere ma un dovere, forse qualcosa di più, l’unica strategia che padroneggiava, e che nel tempo aveva funzionato per tenere lontano da sé quel pezzetto di sofferenza. Le sconfitte erano diventate così le dolorosissime dimostrazioni di aver fallito, di più: di essere un fallimento.

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Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Solo un cambio di relazione poteva aiutarlo, e non più la strategia della prestazione – in cui egli peraltro aveva sempre eccelso, ma che tuttavia si era rivelata “il problema” – bensì l’aprirsi proprio a un altro tipo di relazione, che riuscisse a disconfermargli quelle credenze disfunzionali.

Infatti, come abbiamo accennato, saranno proprio le relazioni “sane” a salvarlo, prima col suo neo-allenatore Gil (parlando con lui del suo primo figlio, Agassi dice: «Se diventa anche solo la metà dell’uomo che sei tu, avrà un successo fenomenale, e se io riesco a essere anche solo la metà del padre che tu sei stato per me, avrò superato i miei stessi standard»), poi con sua moglie Steffi Graf.

LEGGI: 

PERFEZIONISMO – DOVERIZZAZIONE – DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’ – NARCISISMO 

APPROFONDIMENTO: Scheda su Wikipedia di Andre Agassi e Steffi Graf

 

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