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Seppellitemi in cielo: suicidio, cosa ci svelano i biglietti d’addio? – Recensione

 

 

Ma che cos’è un messaggio d’addio se non, a volte, proprio il punto di partenza per cercare di dare una risposta all’interrogativo perché? Che cosa possiamo scoprire analizzando i messaggi d’addio?

C’è chi decide di andarsene in punta di piedi, tentando di non dare troppo disturbo, e chi invece con il suo gesto paralizza per ore la circolazione in città, spesso attirandosi gli insulti e i commenti cinici dei pendolari che, per colpa di quel gesto, arriveranno tardi al lavoro. Ma indipendentemente dal modo con cui si decide di porre fine alla propria vita, l’interrogativo che ci si lascia dietro è sempre lo stesso: perché? Tocca a chi rimane dare una risposta.

Quando Patrizia Mondelli, ragazza di buona famiglia, ricca e bella, viene ritrovata all’interno della sua auto morta asfissiata dal monossido di carbonio, l’ispettore Bonomi non riesce a credere che si tratti di suicidio. Perché mai una ragazza che ha avuto tutto dalla vita dovrebbe decidere di farla finita?!

Quante volte abbiamo sentito questo commento di fronte, per esempio, al suicidio di divi dello star system? Quasi che ricchezza, bellezza, fama debbano per forza rendere immuni al dolore della vita. Quante volte i nostri pazienti si sono sentiti dire da chi li circonda: “Hai avuto tutto dalla vita: salute, lavoro, famiglia… che motivo hai di essere triste?”

E proprio di fronte a questi casi “incomprensibili” – ridotti al luogo comune di “chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane” – dare una risposta al perché? diventa una necessità.

Il bel libro di Stefano Ferri, Seppellitemi in cielo, scorrevole e di veloce lettura, è un intrigante giallo anomalo, dove non è la solita caccia all’assassino a tenere inchiodato il lettore, bensì la caccia al movente, con un enigmatico biglietto d’addio come unico indizio, che riporta la frase seppellitemi in cielo. Un addio misterioso, inusuale, un rompicapo da risolvere.

Ma che cos’è un messaggio d’addio se non, a volte, proprio il punto di partenza per cercare di dare una risposta all’interrogativo perché? Che cosa possiamo scoprire analizzando i messaggi d’addio?

Nel 2011 la i2b2 ha dato vita ad un interessante progetto nel campo della elaborazione del linguaggio naturale (NLP ) a cui hanno preso parte 106 scienziati per un totale di 24 team, i cui risultati sono stati presentati a Washington DC al quinto i2b2/VA/Cincinnati Shared-Task and Workshop: Challenges in Natural Language Processing for Clinical Data (Pestian et Al., 2012a).

Il progetto consisteva nel classificare le emozioni rilevate all’interno di più di 1300 biglietti di addio raccolti tra il 1950 e il 2011 attraverso l’utilizzo e il confronto di diversi sistemi computazionali. L’importanza di questa ricerca è notevole.

Innanzitutto è stato creato un imponente database di messaggi di addio, disponibile anche per future ricerche (Pestian et Al., 2012b). Ai messaggi è stata applicata la sentiment analysis (o opinion mining), un metodo di analisi del testo che ha lo scopo di determinare l’atteggiamento, l’opinione o lo stato emotivo dello scrivente rispetto al topic contenuto; nel caso dei biglietti di addio, istruzioni (es. gestione dell’assicurazione, del funerale, del testamento), disperazione (es. insostenibilità della situazione attuale), amore, informazioni (es. sulla situazione economica o dove si trovano degli oggetti), senso di colpa (es. richiesta di perdono), accuse, gratitudine, rabbia, afflizione, speranza (es. di trovare la pace nella morte o nell’aldilà) sono le principali categorie rilevate, oltre a sentimenti di paura, orgoglio, felicità/pace e perdono.

La possibilità di identificare in maniera automatica le categorie sopra citate partendo dall’analisi strutturale e contenutistica di un messaggio ha importanti ripercussioni sia in ambito medico che in ambito legale.

In ambito medico, nei casi in cui il gesto suicidario non sia andato a buon fine e sia necessario discriminare tra mancato suicidio o tentato suicidio, la presenza di un biglietto di addio non solo può dare indicazioni sulle reali intenzioni del paziente, ma è anche fattore di rischio per un successivo tentativo di portare a termine il suicidio.

In un’ottica di prevenzione del gesto suicidario una corretta analisi dello stato emotivo del paziente è estremamente rilevante – soprattutto nei casi in cui le informazioni a disposizione del medico siano molto scarse (il paziente nega, è reticente o ambivalente) – in quanto, per esempio, stati depressivi o altri disturbi a livello emotivo possono aumentare il rischio suicidario; ecco quindi che qualsiasi strumento in grado di individuare automaticamente gli stati emotivi a partire anche da una risorsa testuale (es. un diario, un blog, etc.) ha un valore inestimabile per poter intercettare questi stati (Liakata et Al., 2012).

In ambito legale invece la possibilità di identificare caratteristiche specifiche di biglietti di addio veri che permettano di distinguerli da messaggi falsi gioca un ruolo importante nei casi in cui si debba discriminare tra un suicidio reale o un caso di omicidio in cui sia stato simulato un suicidio.

Interessante il fatto che nei compiti di discriminazione in alcuni casi gli approcci di analisi computazionale abbiano dato risultati migliori rispetto agli essere umani (Pestian et Al., 2010). Pare infatti che nella differenza tra un biglietto di addio vero e uno falso giochi un ruolo importante non tanto il contenuto, quanto la struttura del messaggio e l’analisi “umana”, a differenza dell’analisi automatizzata, tende a focalizzarsi più sul contenuto.

Nel messaggio lasciato da Patrizia Mondelli più che la struttura del messaggio (una sola proposizione con un verbo coniugato all’imperativo: un ordine o una preghiera?) colpisce il bizzarro contenuto: “seppellitemi in cielo” sembrano le assurde istruzioni da seguire come ultima volontà di una ragazza priva di senno. Le indagini dell’Ispettore Bonomi dimostreranno invece un’altra verità.

Leggendo “seppellitemi in cielo” non si può fare a meno di riflettere sulle ragioni che spingono alcune persone a compiere un gesto tanto estremo, sulle conseguenze che il suicidio ha su chi rimane e sul significato di tale gesto. L’ispettore Bonomi sostiene che “gli individui sono soliti scaricare sugli altri le responsabilità dei propri fallimenti, il suicidio è in genere un mezzo per castigare indirettamente una o più persone – genitori, parenti, amici – e costringerle a vivere il resto dei loro giorni in preda ai sensi di colpa peggiori del mondo”. Se Patrizia Mondelli sia l’eccezione alla regola dell’odio, lo scoprirete solo al termine delle indagini.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Le motivazioni al suicidio – Psicologia 

 

BIBLIOGRAFIA:

Le ossessioni di Patrizia – Centro di Igiene Mentale – CIM nr.12 – Storie dalla Psicoterapia Pubblica

 

– CIM CENTRO DI IGIENE MENTALE – #07

Le ossessioni di Patrizia

 

 

– Leggi l’introduzione –

Si soffre per qualcosa e si soffre perché ci si ritiene folli e folle il motivo per cui si soffre. Di questa categoria il miglior esempio sono gli ossessivi che, non a caso nei vangeli sono descritti come indemoniati. Non fanno clamore, non accorrono carabinieri e ambulanze, non spaventano i vicini. Se tuttavia ci si sporge al parapetto che dà sul loro animo si distingue nettamente il profilo del baratro infernale che da la vertigine alle menti più sofisticate.

Una volta era semplice. Gli psicotici sono gravi, gravissimi e praticamente incurabili, i nevrotici invece si curano. La differenza sta nell’esame di realtà e consapevolezza di malattia. Per uno psicotico due più due può fare tre o cinque o nove. Per un nevrotico invece fa quattro ma gli dà molto fastidio: così si insegnava nelle scuole di psichiatria.

La realtà, come al solito, è molto più complessa. La gravità  è concetto multiforme. E’ grave ( dal latino “pesante”) il paziente che assorbe molte risorse, fa continue richieste, mobilità continuamente il CIM ed altre istituzioni: insomma quel tipo di pazienti che si scaricano volentieri agli altri. E’ grave il paziente che ha una diagnosi  a prognosi cronica o negativa. La gravità è moltiplicata dalla carenza di risorse relazionali, culturali e, si purtroppo, anche economiche e infine dalla mancata consapevolezza di malattia che ostacola la richiesta di aiuto e la collaborazione alla terapia.

Poi c’è una gravità esprimibile in termini di sofferenza soggettiva in cui, paradossalmente, la coscienza di malattia può fare da moltiplicatore. Si soffre per qualcosa e si soffre perché ci si ritiene folli e folle il motivo per cui si soffre. Di questa categoria il miglior esempio sono gli ossessivi che, non a caso nei vangeli sono descritti come indemoniati. Non fanno clamore, non accorrono carabinieri e ambulanze, non spaventano i vicini. Se tuttavia ci si sporge al parapetto che dà sul loro animo si distingue nettamente il profilo del baratro infernale che da la vertigine alle menti più sofisticate.

Il dubbio sta lì invitante a chiamare a risolverlo. Fatto il primo passo con la bussola rivolta alla certezza assoluta la trappola scatta. Il terreno sprofonda. Il dubbio dilaga sullo stesso ragionare. Ogni sicurezza partorisce cucciolate di possibilità sconosciute. Ogni bivio si ramifica in decine di altri e la strada è perduta.

Patrizia Rufolo aveva 32 anni quando Silvia Ciari aveva bussato alla porta della sua camera e da circa due anni non usciva più di casa. La madre Maddalena aveva chiesto aiuto al CIM contro il parere del padre Rodolfo che non amava mettere in piazza gli affari della famiglia. Doveva essere stata una bella ragazza  quando tredici anni prima aveva lasciato il paese per andare a Roma all’università.

Ora l’inquietudine degli occhi catturava lo sguardo dell’interlocutore trasmettendo angoscia, smarrimento. I capelli una volta biondi e ricci circondavano ampie zone di alopecia. Un panno di adipe sotto la cute giallastra nascondeva un corpo originariamente longilineo che era stato oggetto di desideri per molti compagni del liceo scientifico di Vontano. Diplomatasi con 60/60 quando era il massimo dei voti si avventurò alla Sapienza per conquistare la laurea più prestigiosa. Sarebbe diventata dottoressa, forse pediatra, altrimenti endocrinologa. Era l’orgoglio dei genitori con il compito di riscattare una famiglia colpita dalla sorte. Il nonno paterno carcerato per contrabbando aveva spinto il padre a emigrare a Monticelli dove aveva sposato Maddalena ragazza bella ma con poco mercato perché molto chiacchierata come l’omonima del vangelo. Dopo un anno di matrimonio era nata Olimpia, una bambina down affidata a cinque anni ad un istituto di Varese. Ormai trentacinquenne era venuta a casa soltanto tre volte e costituiva un altro vergognoso segreto della famiglia.

Rodolfo lavorava all’ufficio postale, Maddalena era casalinga ed avevano il sogno di una figlia dottoressa col camice bianco all’ambulatorio sulla piazza del comune. Ora quella figlia promessa di riscatto era il loro più grande cruccio e quasi ne nascondevano l’esistenza. Il ritiro era stato progressivo, un indisposizione, troppe ore sui libri, le vecchie amicizie giudicate superficiali, il tempo trascorso in bagno per prepararsi sempre più lungo. Tre ore prima di uscire e due ore al ritorno. Ormai Patrizia usciva soltanto una volta a settimana per accompagnare la madre a portare le buste pesanti della spesa. Sulla scrivania della sua stanza il “Sobotta” di Anatomia aperto a pagina 783 da sette mesi.

Ai genitori diceva che non poteva distrarsi perché era un esame molto difficile. Quando non era in bagno impegnata in misteriose pratiche o china inconcludentemente sul Sobotta fissava il piccolo televisore Brionwega in bianco e nero regalo dei diciotto anni. Non badava a quale fosse il programma, restava incantata dalle immagini in movimento.

Alla dottoressa Filata con cui iniziò una psicoterapia confessò che il programma migliore era quello dopo l’una di notte in cui un suono costante monotono e rassicurante accompagnava uno scorrere sullo schermo di antenne e reti fin quando tutto si oscurava e quello era il segnale che poteva dormire. Non voleva che si entrasse in camera sua e la madre lo faceva di nascosto mentre lei era in bagno. Controllava il Sobotta e quel 783 ormai immobile da sette mesi era il segno della gravità che non si poteva ignorare oltre.

L’avventura romana era iniziata trionfalmente. Fisica 29, Chimica 28, Biologia 30 e statistica medica 29. Ansiosa lo era sempre stata e per timore di far tardi la mattina arrivava alla fermata dell’autobus mezz’ora prima del necessario. Non voleva perdere una lezione e raccontava affascinata di Roma e della Sapienza come una continua allegra confusione simile al giorno di carnevale a Monticelli. Per la famiglia non c’era dubbio doveva aver incontrato delle cattive compagnie. Infatti Maddalena che ogni sera passava in rassegna il contenuto della borsa di Patrizia mentre lei dormiva, aveva trovato un pacchetto di sigarette ed un accendino. Per Rodolfo era stato come trovare la figlia a prostituirsi lungo la salaria. Aveva sbriciolato tutte le sigarette nel letto di lei. L’aveva insultato definendola una ragazza facile e per una settimana gli aveva vietato di uscire e di andare all’università. Poi la mediazione di Maddalena aveva avuto successo e Patrizia era potuta tornare all’università ma non poteva fermarsi in biblioteca a studiare. I suoi orari di lezione e quelli degli autobus erano rigidamente controllati.

La ricostruzione del vissuto interiore di Patrizia di quel periodo fu  possibile solo grazie alla collaborazione tra la dottoressa Mattiacci che seguiva l’aspetto farmacologico con incontri quindicinali e la dottoressa Filata che la incontrava settimanalmente per un ora di colloquio. Fu scelto di proporre due figure di riferimento per la difficoltà di Patrizia di affidarsi ad una sola persona per il timore dell’abbandono.

Anche le ipotesi diagnostiche erano due. La Mattiacci propendeva di più per uno sviluppo paranoideo, la Filata per un grave disturbo ossessivo. Ad entrambe aveva parlato dell’evento che lei considerava scompensante ma sul significato che vi aveva attribuito le due divergevano probabilmente ognuna mettendoci del suo.

Sull’importanza di indagare non i semplici fatti ma il senso soggettivo attribuitogli Biagioli aveva ricordato alle due una sua lontana esperienza. Un signore cinquantenne aveva presentato improvvisamente un disturbo da attacchi di panico dopo la notizia che la amatissima moglie era affetta da un carcinoma intrattabile e sarebbe morta nel giro di otto mesi. Per Biagioli non c’erano dubbi, l’evento scatenante era la previsione di un distacco, una perdita. Siccome però la terapia non portava risultati Carlo tornò a ricostruire esattamente cosa avesse pensato al momento della notizia. Ebbene il candidato vedovo aveva pensato “adesso non posso più lasciarla”. Non che avesse intenzione di farlo, si amavano e non l’aveva mai tradita ma nella sua mente la porta era sempre aperta. In quel momento invece la porta si era chiusa e lui si era sentito soffocare.

L’evento riguardante Patrizia era in sé ben poca cosa. Era una mattina di pioggia ed aveva escluso l’idea di farsela a piedi come talvolta accadeva. Per riuscire a penetrare sul tram stracolmo che l’avrebbe portata al policlinico si era attaccata con la destra ad una delle colonne verticali metallica e con la sinistra aveva accolto il sostegno offertole da un giovane di colore che con muscolose braccia le aveva fatto spazio nella calca. Le era rimasto accanto quasi a proteggerla dalla massa circostante. Ad un certo punto del viaggio Patrizia aveva sentito il sesso indurito del giovane premere insistentemente sulle sue natiche e poi improvvisamente sgonfiarsi. Per la Mattiacci la descrizione era così precisa e viva che doveva già trattarsi di percezione delirante attivata dal desiderio  rimosso (si noti che Patrizia, ancora vergine, aveva un immaginazione ed una attività autoerotica floridissime).

Patrizia disgustata scese alla prima fermata e prosegui a piedi. Ricordava perfettamente i pensieri che l’avevano accompagnata fino all’istituto di Anatomia di via Borrelli dove proprio in quei giorni stava familiarizzando con i cadaveri. Pensò che poteva rimanere incinta, il padre l’avrebbe cacciata di casa e si sarebbe ucciso per la vergogna. Considerando l’ipotesi dell’aborto si fermò in una farmacia per acquistare la pillola del giorno dopo che non le diedero senza prescrizione. Il solo averlo pensato però, per l’educazione cattolica ricevuta, la collocava tra gli assassini di innocenti a braccetto con Erode.

Certamente il figlio sarebbe stato Down come la sorella per punirla. La madre non avrebbe retto a questa nuova disgrazia e sarebbe morta di crepacuore. Lei che voleva diventare medico per curare era diventata un’assassina. Anche il ragazzo di colore  sarebbe stato condannato all’inferno, quale che fosse la sua religione per aver fecondato una donna senza sposarla ed aver abbandonato il figlio. Tutto per la sua leggerezza di porgergli la mano.

La notte si interrogava se quel suo gesto fosse stato mosso dal suo costante desiderio di copula e trovava mille prove a favore ed altrettante contrarie.  Ripassava alla moviola interiore gli attimi di quella disgraziata mattina. Cosa aveva pensato quando quel ragazzo le aveva teso la mano? Il suo odore avvolgente l’aveva eccitata oppure no? Aveva fatto dei movimenti e quanto volontari che avevano provocato lo sgonfiamento improvviso di quel sesso duro puntato su di lei? Più passava il tempo e più il dubbio dilagava. Forse aveva toccata la sua gonna nel posto incriminato e, così inumidita, si era poi massaggiata la vulva nei bagni di via Borrelli? In quella mattina di temporale come distinguere con certezza assoluta la pioggia dai fluidi corporei. La prova che fosse consenziente e responsabile dell’accaduto la ritrovava ogni sera. Il rimuginio popolato di mostri che precedeva il suo addormentamento cessava solo quando si dedicava ai suoi toccamenti fino ad esplodere in un orgasmo ogni sera più totale.

Dunque mentre la dottoressa Mattiacci sosteneva che l’episodio, catalogabile come molestia o abuso aveva convinto Patrizia della pericolosità del mondo favorendo dunque un paranoico ritiro precauzionale per Maria Filata era esattamente il contrario. Patrizia si era convinta di essere spregevole, colpevole e portatrice di morte. Il suo ritiro proteggeva gli altri dal danno e lei dalla colpa. I suoi stessi massacranti rituali di lavaggio acquistavano un significato di purificazione e andavano in direzione di un grave disturbo ossessivo compulsivo. Aggiungeva inoltre che il tema dell’indegnità morale per motivi sessuali aveva riguardato come si ricorderà anche la tanto chiacchierata Maddalena. Dopo il matrimonio con Rodolfo aveva avuto anch’ella un periodo di ossessioni di pulizia e lavaggio poi scomparse con la nascita della figlia Down che aveva espiato ogni possibile precedente colpa.

A suo merito  va ricordato che la connessione tra la sintomatologia di Patrizia e tematiche sessuali fu evidenziata per prima da Silvia Ciari. Aveva notato che ogni volta che lei veniva accompagnata in auto  da Antonio Nitti (l’infermiere più bello del mondo) i tempi del bagno si dilatavano considerevolmente. Silvia Ciari non sapeva invece e non avrebbe voluto essere per Patrizia la conferma della sua dannosità per gli altri. Era stata la prima del CIM a varcare la porta della sua stanza. Sapeva che probabilmente sarebbe stato il suo ultimo caso perché entro sei mesi sarebbe andata in pensione compiendo sessanta anni con 35 di servizio sulle spalle. Avendo vissuto come una suora laica senza famiglia e dedita solo al CIM ed al partito aveva già in mente di proseguire come servizio volontario ma non sarebbe stata la stessa cosa. La luce che penetrava dalle altissime finestre gotiche della cattedrale proiettava ombre corte ai piedi dei numerosissimi presenti. Come già detto da Fabrizio De Andrè maggio con la primavera che apre alla vita non è un mese adatto alla morte ma lei sembra non curarsene. I colleghi avevano già raccolto i soldi per i regali di fine lavoro.

Non era facile però trovare qualcosa di adatto per quella donna che sembrava non avere bisogni se non quelli degli altri, che non aveva una vita propria sempre immersa nella vita degli altri. Li aveva tolti dall’imbarazzo ne avrebbero fatto una borsa di lavoro per un paziente del CIM, così avrebbe voluto Silvia. Mancavano esattamente trenta giorni alla pensione. Una gazzella dei carabinieri inseguiva una macchina rubata guidata da un rumeno che Silvia aveva aiutato ad ottenere un lavoro da garzone di macellaio. Lei andava a piedi a fare una visita domiciliare e camminava sul bordo. Pioveva forte e c’era la nebbiolina mattutina. Lui era riuscito ad evitarla per un pelo. Loro no. In cattedrale c’erano tutte le autorità del comune e della ASL  con Torre e Altamura in prima fila uniti dalle lacrime sincere per quella che era stata forse la vera fondatrice del CIM e li aveva trascinati in questa avventura. Tutti gli altri certi che Silvia non avrebbe gradito la cattedrale disertarono. 

La cerimonia laica si tenne il giorno dopo nel pomeriggio alla sezione del partito intitolata a Berlinguer. C’erano tutti. Irati in un impeccabile doppiopetto spigato da mafioso. Maria Filata, Daniela Ficca e Lina Mattiacci arrivate di corsa strette sotto lo stesso ombrello. Antonio, Marco, Giulio e Luigi, quelli di “Villa Santovino”, incapaci di soffermarsi sull’emozione si affaccendavano per la sistemazione logistica della sala. Biagioli mostrava dieci anni di più, piangeva e per la prima volta in pubblico si stringeva sottobraccio a Luisa Tigli. Era lui a dover parlare ma non ce la faceva  e lasciò il compito a Giovanni Brugnoli in quanto collega di Silvia. Non fu un elogio, non ce n’era bisogno, ma una serie di aneddoti e ricordi di vent’anni di lavoro insieme. Molti si sganasciarono dalle risate. Giò sapeva sempre trovare il lato comico delle situazioni per questo Silvia lavorava volentieri con lui e gli diceva che non sarebbe mai morto. Concluse imitando la voce gracchiante di Silvia quando diceva “ tutti boni a  parla ma a lavora chi ce mannamo? Forza ‘mpo”. Pianto e riso si mischiarono mentre i motori delle auto si accendevano e tutti tornavano ai pazienti come Silvia avrebbe voluto. 

La morte di Silvia portò un effetto positivo nella vicenda di Patrizia. La colpa che pervadeva la sua esistenza  si estese anche a questo evento. Decise di andarsi a confessare dopo mesi di assenza da ogni sacramento a motivo della sua indegnità. Il parroco conosceva un po’ la situazione perché amico della dottoressa Filata. Ascoltò tutta la sua confessione e le diede come penitenza dei comportamenti attivi a promuovere il bene piuttosto che il ritiro per prevenire altri mali. Lei ne parlò in psicoterapia. In una riunione familiare presenti Filata , Mattiacci e Giovanni che era subentrato a Silvia come assistente sociale fu proposto che Patrizia si impegnasse come volontaria nella sezione della croce rossa locale dove poteva mantenere vivi i suoi interessi per la medicina e l’aiuto degli altri in attesa di riprendere gli studi più sistematicamente.

Il lavoro psicoterapeutico si concentrò sul senso di indegnità e di colpa. Decisivo fu la normalizzazione della sessualità. Contemporaneamente anche nei colloqui psichiatrici con la dottoressa Mattiacci si puntò molto sull’emancipazione dalla famiglia , liberandosi dal senso di colpa del sopravvissuto per la malattia della sorella e dal compito di riscatto sociale della famiglia che le era stato attribuito. 

Facendo un salto in avanti nel tempo che solo le storie consentono vediamo Patrizia che abbandonata medicina si è laureata in scienze infermieristiche, lavora alla clinica privata “Misericordia Dei”, è presidente della sezione locale dell’Unitalsi ed ha una relazione lesbica stabile ma senza convivenza.

 

LEGGI LA RUBRICA STORIE DI TERAPIA DI ROBERTO LORENZINI

Fobie e disturbi correlati a Stress: curarli attraverso l’assunzione di L-dopa

FLASH NEWS

 

Gli studiosi del Translational Neurosciences Research Center della Johannes Gutenberg University di Mainz, Germania, hanno scoperto che un farmaco utilizzato nel trattamento del morbo di Parkinson può essere di aiuto per le persone con fobie o Disturbo Post-Traumatico da stress (PTSD).

In particolare hanno esplorato l’effetto svolto dalla psicoterapia nell’estinzione di sensazioni di paura in combinazione con l’assunzione di levodopa, o L-dopa. Questo farmaco, utilizzato come terapia d’elezione in pazienti affetti da morbo di Parkinson, non avrebbe soltanto un impatto positivo sui disordini del movimento, ma aiuterebbe anche ad ignorare i ricordi negativi.

Il Professor Raffael Kalisch, insieme a dei collaboratori dell’Università di Innsbruck, ha condotto la ricerca su topi e persone, analizzando i meccanismi psicologici e neurobiologici sottostanti ad ansia e paura. “Le reazioni di paura sono essenziali per la salute e la sopravvivenza degli individui, ma i ricordi di situazioni pericolose possono condurre ad ansia a lungo termine o a fobie”, spiega Kalisch.

In psicoterapia, in particolare nella terapia di tipo cognitivo-comportamentale, fobie e disturbi d’ansia sono trattati attraverso il metodo “dell’estinzione della paura”, una tecnica comportamentale che consiste nell’esposizione a situazione minacciose, in assenza delle conseguenze avverse prevedibili.

Tale meccanismo promuove il benessere dopo un trauma e costituisce, quindi, un importante fattore di resilienza, ovvero della capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici.

Ma in cosa consiste esattamente il metodo dell’estinzione della paura? Essa è attuata mediante la presentazione di uno stimolo neutrale, come un cerchio su di uno schermo, associato ad una sensazione di dolore. Presto il soggetto predirrà il dolore in risposta al cerchio e la paura sarà così condizionata. Poi, il cerchio verrà di nuovo presentato, questa volta senza che venga percepita la sensazione dolorosa, in modo che la persona possa dissociare i due fattori, distruggendo quindi l’associazione cerchio = dolore.

Una persona spaventata dai ragni, ad esempio, durante la psicoterapia verrà messa a confronto con la fonte della sua paura, in un modo che le permetterà di rassicurarsi sul fatto che i ragni sono in realtà innocui. Quando, invece, il meccanismo di estinzione non è in atto, le vecchie associazioni negative ritornano ogniqualvolta ci troviamo di fronte a delle circostanze stressanti. Questo accade quando sviluppiamo un PTSD, o nelle ricadute dopo una psicoterapia.

Kalisch ha scoperto come tali processi di cambiamento delle associazioni negative possano coinvolgere i sistemi cerebrali deputati alla ricompensa e al piacere, controllati dal neurotrasmettitore dopamina. In particolare, ha scoperto come L-dopa, il farmaco d’elezione nel trattamento del morbo di Parkinson, possa prevenire tale effetto e possa quindi essere utilizzato per la prevenzione delle ricadute nel trattamento di pazienti fobici o affetti da PTSD.

L-dopa è un precursore della dopamina, che una volta assunto, viene trasformato nel neurotrasmettitore, aumentandone la disponibilità a livello cerebrale e controllando non solo i centri deputati alla ricompensa e al piacere e al controllo del movimento, ma anche interessando la formazione dei ricordi.

Le persone che assumono L-dopa dopo essere state sottoposte ad estinzione, possono creare una seconda traccia mnestica positiva, relativa all’esperienza dell’estinzione, più forte della precedente, andando a rimpiazzare i ricordi negativi.

“Siamo in grado di potenziare a lungo termine gli effetti della psicoterapia combinandola con L-dopa”, afferma il Professor Kalisch. “Manipolare il sistema dopaminergico cerebrale è una strada promettente nell’incrementare strategie primarie e secondarie di prevenzione basate sulla procedura dell’estinzione”.

 

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Malattia di Parkinson e memoria prospettica: l’efficacia farmacologica sul deficit cognitivo

 

 

BIBLIOGRAFIA:

I Brutti Pensieri – State of Mind

Brutti Pensieri - States of Mind -  Costanza Prinetti 2014

 

 

Psicoterapia Psicodinamica: intervista con Margherita Lang – I Grandi Clinici Italiani

 

 

LE INTERVISTE AI GRANDI CLINICI ITALIANI

State of Mind intervista:

Margherita Lang

 

 

State of Mind intervista Margherita Lang: Psicologa e Psicoterapeuta, Psicoanalista SPI e IPA. Professore Ordinario di Psicologia Dinamica presso l’Università di Milano-Bicocca. Socio-Fondatore di ARP (Associazione per la Ricerca in Psicologia clinica).
Questa intervista fa parte di un ciclo di interviste ai grandi clinici italiani, che ha lo scopo di realizzare una panoramica dello stato dell’arte della psicoterapia (ricerca e clinica) in Italia.

I GRANDI CLINICI ITALIANI

TUTTE LE INTERVISTE DI STATE OF MIND

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VEDI IL PROFILO DI: Margherita Lang

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Twitta che ti passa (la relazione) – Psicologia dei Social Network

 

 

Sia coppie ancora in fase di rodaggio che coppie più navigate sono suscettibili di difficoltà e problemi a causa sia delle risorse che i partner (o anche un solo partner) spendono su Twitter che dei conflitti a questo collegati. 

L’impatto che i social network hanno avuto sulla nostra vita negli ultimi anni è senza dubbio degno di nota. Sicuramente si tratta di un modo nuovo di comunicare, che ha saputo modificare il precedente e introdurre nuove modalità di scambio e nuove possibilità di tenersi in contatto nonostante la geografia e il tempo a disposizione.

Da qualche tempo la ricerca in psicologia si è interessata a questo tema, cercando di approfondire come il benessere psicologico sia influenzato dal tipo di utilizzo che si fa dei social network, fino ad arrivare a un uso estremo e patologico, caratterizzato da dipendenza (non posso più farne a meno), esclusività (tutti i miei rapporti si sviluppano in rete) e impatto negativo sul funzionamento sociale e lavorativo (non faccio più altro, o lo faccio male). Oltre a parlare di dipendenza da social network e di ricadute che questi hanno sulla produttività, si è dato ampio spazio all’influenza che i vari Twitter e Facebook hanno sulle relazioni intime.

Una recente ricerca pubblicata su Cyberpsychology, Behavior, & Social Network ha indagato quale fosse l’impatto del tempo speso su Twitter sulle relazioni intime e come questo tempo potesse in qualche modo predirne le difficoltà (rottura, infedeltà o divorzio).

Dalla sua creazione che risale al 2006, Twitter annovera oggi più di 554 milioni di utenti, con una media di 58 milioni di Tweet al giorno. Diversamente da facebook, il presupposto di Twitter sta in una minore possibilità di scambio (niente “mi piace” e possibilità ridotta di commentare), e si caratterizza per la necessità di racchiudere il “messaggio” che si vuole passare in 140 caratteri.

 

In qualche modo, Twitter si configura quindi come un social network meno interattivo, non offrendo la possibilità di interagire attraverso le chat con gli altri utenti, e richiedendo di limitare i propri post. La fruizione di Twitter, una volta creato un account, può avvenire tramite PC o in versione mobile su smartphone e similari.

Va da sé che, come accade con gli altri social network, è possibile spendere una grande quantità di tempo sia a leggere quello che altre persone condividono nella rete, che a produrre a nostra volta materiale che si vuole rendere pubblico, in tutti i luoghi e in tutte le situazioni.

Russell Clayton della Università del Missouri-Columbia ha indagato come l’utilizzo di Twitter può influenzare l’andamento delle relazioni intime. Lo studio è stato condotto su 514 utenti Twitter (per il 63% di sesso femminile) e evidenzia come il tempo di utilizzo di Twitter (valutato in numero di login al giorno e tempo medio speso per ogni sessione) e i conflitti di coppia (litigi, gelosie, malumori) che emergono a seguito del social network possono predire gli esiti infausti della relazione (rotture, divorzi o tradimenti) e che questa relazione non è influenzata dalla durata della storia.

In altre parole, sia coppie ancora in fase di rodaggio che coppie più navigate sono suscettibili di difficoltà e problemi a causa sia delle risorse che i partner (o anche un solo partner) spendono su Twitter che dei conflitti a questo collegati.

Risultato interessante, anche alla luce di precedenti studi dello stesso autore (Clayton et al., 2013) che hanno invece dimostrato come, analizzando le stesse variabili rispetto all’uso di facebook, le relazioni meno consolidate (di 3 anni o meno) fossero più a rischio rispetto a quelle consolidate. In questo caso, invece, il tempo di “resistenza” della coppia non riesce a tutelare i partner dall’effetto nocivo che può avere l’utilizzo di Twitter.

Quindi amici stiamo attenti al fascino misterioso dei social network, e ricordiamoci che le relazioni sociali più importanti rimangono quelle spese faccia a faccia, in cui il non verbale viene espresso al di là del contributo delle faccette.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Feedback facciale: muovere i muscoli coinvolti nel sorriso ci rende più felici

FLASH NEWS

 

Recenti studi hanno ripreso le teorie del feedback facciale e hanno dimostrato che il semplice fatto di muovere i muscoli solitamente coinvolti nel sorriso in qualche misura manderebbe al cervello segnali tali per cui ci si sentirebbe poi lievemente più felici e meno stressati.

Dalle fila dell’embodied cognition si è sempre più sottolineato l’aspetto dello stretto legame tra mente-corpo, tra corpo-cognizione e il ruolo dei feedback che dal corpo ritornano alla mente in un intreccio di influenze e interdipendenze reciproche (Barsalou, 2008).

Recenti studi hanno ripreso la più datata via delle teorie del feedback facciale e hanno dimostrato che il semplice fatto di muovere i muscoli solitamente coinvolti nel sorriso (in particolare il sorriso non-Duchenne, cioè quelli legati alla bocca e alle guance) in qualche misura manderebbe al cervello segnali tali per cui ci si sentirebbe poi lievemente più felici e meno stressati.

In un classico e famoso esperimento ai partecipanti veniva chiesto di tenere un bastoncino tra i denti (imponendo dunque il movimento dei muscoli attorno alla bocca in forma di sorriso): rispetto ai soggetti di controllo, i partecipanti in questa condizione reggevano meglio lo stress durante uno specifico task sperimentale stressante. Cosi come, in un altro studio simile, soggetti che riproducevano i movimenti muscolari del sorriso tenendo una penna tra i denti valutavano come più divertenti la visione di alcuni cartoni animati.

Spostandosi dalle espressioni facciali agli aspetti gestuali e posturali, anche tenere specifiche posture può regalarci una sensazione di forza e di self-efficacy. Ad esempio, alcune ricerche suggeriscono che assumere una postura che implica l’apertura delle braccia e il mantenimento di una posizione corporea eretta e aperta, può favorire sensazioni di forza, energia e portare le persone ad assumere più rischi durante i processi decisionali.

In particolare in uno studio del 2010 (Carney, Cuddy, & Yap, 2010) alcuni soggetti hanno mantenuto per alcuni minuti una postura seduta eretta con mani dietro la nuca oppure con braccia aperte sulla scrivania (high-power postures), mentre altri tenevano le mani tra le cosce accavallate (low-power postures): non soltanto i soggetti nella condizioni high-power postures riportavano una maggiore sensazione di forza ed energia, ma si sono rilevate differenze significative anche chimicamente nei livelli ormonali, con aumenti del testosterone e diminuzione del cortisolo rispetto ai soggetti che avevano assunto posture low-power.

Dunque, a livello applicativo possono essere mutuate delle modalità esperienziali che sfruttino tale via retroattiva dal corpo alla mente per favorire la regolazione delle emozioni e la gestione dello stress.

 

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License: Creative Commons – Translated by Anna Cristiana MinoliReviewed by Alessandra Agliata

 

BIOGRAFIA: 

  • Anolli, L. (2002). Le emozioni. Milano, Unicopli. ACQUISTA
  • Barsalou LW. Grounded cognition. Annual Review of Psychology. 2008;59:617-645.
  • Carney, D., Cuddy, A. J. C., & Yap, A. (2010). Power posing: Brief nonverbal displays affect neuroendocrine levels and risk tolerance. Psychological Science, 21, 1363-1368 DOWNLOAD

RISORSE:

 

Ipotesi di complotto (Conspiracy Theory) (1997) – Cinema & Psicoterapia #26

Antonio Scarinci.
Psicologo Psicoterapeuta. Socio Didatta SITCC 

 

RUBRICA CINEMA & PSICOTERAPIA  #26

Ipotesi di complotto (1997)

Proposte di visione e lettura (Coratti, Lorenzini, Scarinci, Segre, 2012)

 

 

ipotesi di complotto (1997) - cinema e psicologiaIl film invita a non fermarsi alle semplici apparenze degli eventi, certo, ma propone un tema tra il serio e il faceto molto interessante per gli addetti ai lavori: qual è il discrimine tra normalità e patologia, tra real­tà e delirio?

Info:

Diretto da Richard Donner e interpretato da Mel Gibson e Julia Roberts. USA, 1997. Giallo.

Trama:

Jerry Fletcher è un tassista paranoico che ogni giorno subissa i suoi passeggeri di teorie cospirative. Vive tra la sua casa-bunker, il taxi e il Dipartimento di Giustizia dove periodicamente espone le sue ipotesi di complotto. Alice Sutton collaboratrice del procuratore accoglie periodi­camente le elucubrazioni senza dargli molto peso, finché non si rende conto che il Dr. Jonas si presenta in ospedale in qualità di medico della CIA per assassinarlo.

Jerry e Alice riescono a fuggire e il tassista spiega alla collaboratrice del procuratore perché è inseguito dalla CIA di cui faceva parte come killer programmato. Seguono una serie di pericolose vicende al termine delle quali i due riescono a smascherare il complot­to, con tanto di sparatoria finale in cui Jonas muore.

Motivi di interesse:

 

Il film invita a non fermarsi alle semplici apparenze degli eventi, certo, ma propone un tema tra il serio e il faceto molto interessante per gli addetti ai lavori: qual è il discrimine tra normalità e patologia, tra real­tà e delirio?

Molti pazienti paranoici riescono ad essere credibili agli occhi di avvocati, custodi dell’ordine e qualche volta anche psichiatri e psicologi. Spesso riescono a costruire e proporre storie che possono apparire verosimili.

Nella scena iniziale del film la diffidenza, la sospettosità e la descri­zione delle intenzioni malevole degli altri che prendono spunto dalla cronaca e dai fatti riportati dalla stampa pennellano il disturbo paranoi­de del protagonista del film. L’aspetto interessante è relativo allo svi­luppo della trama che conferma l’ipotesi di complotto avanzata da Jerry.

I paranoici basano i loro deliri o la loro sospettosità e diffidenza par­tendo da dati di realtà e non certo su fantasiose interpretazioni. Naturalmente i dati vengono organizzati in modo deformato, distorto e soprattutto in maniera così rigida da resistere a qualsiasi disconferma.

Nella narrazione del film il complotto è reale, ma è altrettanto reale il distur­bo del protagonista. La sua paranoia è la risposta traumatica di un uomo qualunque manipolato dalle logiche della paura e dal regime del con­trollo che si è trovato a vivere un’esperienza, quella dell’uccisione del padre, in uno stato di coscienza alterato prodotto artificiosamente dagli agenti della CIA, che non poteva certo essere elaborata.

Indicazioni per l’utilizzo:

Il film può essere utilizzato a fini didattici, se ne sconsiglia l’uso con pazienti affetti da disturbo delirante, schizofrenia paranoidea e disturbo di personalità paranoide.

Trailer:

 

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RUBRICA CINEMA & PSICOTERAPIA

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BIBLIOGRAFIA:

  • Coratti, B., Lorenzini, R., Scarinci, A., Segre, A., (2012) Territori dell’incontro. Strumenti psicoterapeutici, Alpes Italia, Roma. ACQUISTA ONLINE

Il semplice fascino della vita quotidiana: La percezione antropologica del tempo

 

 

Abstract

Una peculiarità dell’essere umano è quella di progettare il proprio tempo, ovvero di canalizzarlo in morfologie che mortificano il libero accadere degli eventi, perdendo in questa maniera le piccole e piacevoli sorprese che la vita elargisce quando si abbandonano le riserve e si segue il naturale corso degli avvenimenti.

La categorizzazione del tempo e l’instradarlo su percorsi prestabiliti sono modi per fugare la sensazione della transitorietà della vita e per costruire mentalmente il concetto di felicità in un immaginario futuro. Il benessere passa attraverso una percezione differente della dimensione temporale, ossia come un tempo in cui il vivere prevale sul pianificare.

La prospettiva temporale

Che la vita la si veda sempre dalla stessa prospettiva non è un mistero, anche se il rendersi conto del disagio che procura l’usare la stessa chiave di lettura dovrebbe indurre al cambiamento, ma si sa come Canetti, citato in Roncoroni (1989, pag.375), ci ricorda “…Si faccia avanti chi ha imparato dalle esperienze…” .

Quello che stupisce, fra le altre cose, è l’eterna autoaccusa verso la determinazione degli accadimenti che il ciclo di vita ci prospetta quando non rientrano nella progettualità da noi codificata. La Dickinson (1997, pag. 841) ci fornisce un ottimo esempio di tale procedura cognitiva: “Nella mia stima cadde così in basso / lo udì toccare terra / e sulle pietre frantumarsi poi / proprio sul fondo della mia coscienza / Il fato biasimai che lo lanciò / ma ancor di più rimproverai me stessa / d’aver tenuto ninnoli placcati / sulla mensola dell’argento.”

Sovente, come la poetessa fa, siamo portati a darci le colpe per non aver visto giusto o per non aver predisposto la nostra esistenza nel modo migliore e, quindi, per questa ragione consideriamo le nostre valutazioni delle contestualità di vita come poco veritiere.

Di fronte ad un insuccesso siamo portati ad accusarci per quello che è avvenuto, dimenticando che, nel caleidoscopico mulinare delle vicende, il nostro ruolo è sempre minuscolo nel determinare il corso degli eventi.

In questa ideologia dell’assunzione di responsabilità, in rapporto ad una progettualità che struttura il nostro ciclo vitale, dimentichiamo la saggezza latina che ribadiva “…il fato conduce dolcemente chi lo segue e trascina chi gli resiste” (Watzlawick, 1987, pag. 14).

Appena ci alziamo al mattino, il primo pensiero che percorre la nostra mente è la progettazione della quotidianità, ignorando che la migliore prospettiva è quella di pensare a ciò che il nuovo giorno può fare per noi, ovvero come si possa godere della nuova giornata, dei regali che ci fa, delle sorprese piacevoli che ci riserva.

 

Sembrerebbe all’apparenza una prospettiva semplice da considerare, ma risulta di difficile applicazione nella vita quotidiana, tant’è che von Hofmannsthal asserisce “…L’uomo comprende tutto, salvo ciò che è semplice” (Roncoroni, op. cit., pag.312).

Non amiamo le sorprese, meno che mai l’imprevedibile, e per questa ragione, in una forma di congelamento empirico dell’imponderabile, rendiamo banale quello che in realtà non lo è, ovvero il magnifico atto di esistere e il confrontarsi con lo scorrere della vita. Dimentichiamo, in questa prospettiva, come Wittgenstein (citato in Roncoroni, op. cit., pag. 345) ci rammenta, che “chi è in anticipo…sul proprio tempo, dal suo tempo sarà raggiunto”. Perdiamo, in questa maniera, la ricchezza del divenire della vita.

In altri termini, siamo completamente presi dalla smania di fare progetti ed in ultimo forse saremo costretti a dire come il poeta Zanzotto “…a che valse l’attesa del gioco?” ( 2011, pag. 1156). La vita è fatta frequentemente da una serie di circostanze che determinano il corso della temporalità, in altre parole come Wittgenstein, citato in Tempini (1976, pag. 26 – 28) afferma “…il mondo è tutto ciò che accade… Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose”.

Cambiare prospettiva

Per cambiare prospettiva, spesso, è sufficiente ritornare indietro con la mente, ad un periodo della vita, come l’infanzia per esempio, nella quale l’incertezza è egemone, per rammentare quanta felicità concede l’imprevedibilità e l’avventura.

Nella vita adulta il divenire è ipotecato e incanalato nelle progettualità senza fine che si estrinsecano in piani giornalieri, settimanali, mensili, annuali e pluriennali, nei quali il vivere cristallizzato in morfologie preordinate diviene il dato saliente dell’esistenza, ridotta a mera alienazione temporale, in cui il costrutto di tempo viene traslato dal suo significato più profondo per divenire una categoria concettuale in grado di essere usata per lenire le paure.

In pratica, come afferma la Hammond (2013, pag. 9) “…A detta dei fisici, la normale scansione del tempo in passato, presente e futuro è imprecisa. Il tempo non trascorre; il tempo, semplicemente, è”. D’altra parte a questa constatazione era già giunto Sant’Agostino, che nelle sue Confessioni (2014, Libro XI, 20.26, pag. 13) ribadisce “…È inesatto dire che i tempi sono tre: presente, passato e futuro. Forse sarebbe esatto dire… presente del passato, presente del presente, presente del futuro”.

In un’ottica costruttivista e antropocentrica pensiamo di edificare la nostra vita come se fosse un’architettura che si palesa e si concretizza nel culto del futuro progettato. Percepiamo il presente in qualità di rifiuto obsoleto che richiede di essere eliminato e rimosso dalla nostra portata.

 

Nel frattempo passano i giorni, le settimane e i mesi e la nostra mente ha la sensazione del tempo trascorso nell’epistemologia della progettualità, che diviene un modo per perdere quel fascino sublime e semplice che la vita ci regala, ossia il suo crearsi attimo per attimo.

Il programmare il futuro allontana dai rivoli della mente la finitudine del ciclo vitale. In altre parole, è un modo per esorcizzare la paura della morte in una faticosa e inutile rincorsa della felicità dove essa non è, ovvero nella dimensione futura.

A questo riguardo magistralmente Flaiano, citato in Giardina (1999, pag. n.n.), osserva “…l’uomo è felice solo quando si distrae dal pensiero della morte facendo cose inutili…”. E la morte che ci tormenta altro non è che l’annientamento della sensibilità, come Epicuro (Paini, 2006, pag. 33) ci avverte “…Niente è la morte per noi: infatti tutto ciò che si è dissolto non è più dotato di sensibilità, e ciò che non è più sensibile è niente per noi…”.

La rincorsa della felicità e il suo trovarla in una dimensione futuribile è un’altra menzogna che ci raccontiamo “…Troppo a lungo ci è stato fatto credere, e noi ingenuamente abbiamo creduto, che la ricerca della felicità conduca infine alla felicità…” (Watzlawick, op. cit., pag. 8).

Molti di noi convivono, quindi, con l’irritante pensiero della ricerca della felicità e con il debellare la paura della morte, ignorando le parole di Seneca che nella sua La vita felice ci ricorda che “…ne consegue una costante serenità, libertà una volta scacciati i motivi che ci irritano o ci spaventano…” (Ghiselli, 2006, pag. 8).

Alla luce di ciò tutta la quotidianità con i suoi rituali diventa un tempo perso che ci sottrae all’etica del progettare, del prospettare il futuro, tralasciando il presente che sprechiamo come una risorsa – non risorsa di cui non sappiamo che farne. A tal proposito Cicerone ribadisce “… se ne vanno le ore, i giorni, i mesi, gli anni, non torna più il tempo passato ed è impossibile conoscere ciò che verrà dopo…” (Paggetti, 2006, pag. 59).

In altre parole, è necessario riscoprire il tempo in una dimensione nuova, ovvero come afferma la Hammond (op. cit., pag. 13) “…Il tempo può essere un amico…così come può essere un nemico. Il trucco è controllarlo…Il tempo è al centro della nostra maniera non solo di organizzarci la vita, ma di vivere la vita…”.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Dickinson, E. (1997). Tutte le poesie (S. Raffo trad.). Milano: Mondadori.
  • Ghiselli, G. (a cura di) (2006). La vita felice – Seneca. Santarcangelo di Romagna (RN): Rusconi Libri.
  • Giardina, A. (a cura di) (1999). Il piccolo libro della felicità. Milano: Baldini & Castoldi.
  • Hammond, C. (2013). Il mistero della percezione del tempo. (A. Montrucchio trad.) . Torino: Einaudi.
  • Paggetti, N. (a cura di) (2006). Il senso della vita – Cicerone. Santarcangelo di Romagna (RN): Rusconi Libri.
  • Paini, D. (a cura di) (2006). La felicità e il piacere – Epicuro. Santarcangelo di Romagna (RN): Rusconi Libri.
  • Roncoroni, F. (1989). Il libro degli aforismi. Milano: Mondadori.
  • Sant’Agostino (2014). Le confessioni: Libro XI. Monastero Virtuale. 
  •  Tempini N. (a cura di) (1976). Neoempirismo logico semiotica e filosofia analitica. Brescia: La Scuola Editrice.
  • Watzlawick, P. (1987). Istruzioni per rendersi infelici (F. Fusaro trad.). Milano: Feltrinelli.
  • Zanzotto, A. (2011). Tutte le poesie – Versi giovanili (1938 – 1942). Milano: Mondadori. ACQUISTA ONLINE

La violenza sulle donne & il senso di inferiorità degli uomini

FLASH NEWS

 

L’aggressività maschile nei confronti delle donne può essere in parte spiegata anche da emozioni di vergogna e sensazioni di inferiorità – in particolare rispetto alla propria identità maschile.

Già precedenti studi hanno dimostrato che uomini cui veniva detto che avevano avuto performance scarse in un dato compito erano più propensi a somministrare cariche elettriche alle donne che li avevano criticati, cosi come in un’altra ricerca uomini la cui mascolinità veniva messa in dubbio tendevano a importunare le ragazze inviando loro foto pornografiche.

Ora alcuni autori hanno dimostrato che il legame tra minaccia della propria mascolinità e aggressività nei confronti delle donne sarebbe ancora più forte in soggetti con una cronica sensazione di inferiorità e vergogna per il proprio corpo.

Un primo studio ha coinvolto 127 studenti maschi eterosessuali, che hanno compilato una serie di questionari self-report e cui veniva chiesto di inviare una loro fotografia che sarebbe stata inviata a una attraente futura compagna di lavoro su un progetto fittizio. Alla metà del campione è stato quindi comunicato che la ragazza in questione aveva deciso di non collaborare con loro poiché non li considerava attraenti. All’altra metà del campione è stata comunicata l’esclusione dallo studio a causa di un malfunzionamento del sistema informatico (gruppo di controllo).

In seguito,i soggetti hanno risposto a una serie di self report in cui venivano indagate le loro emozioni (tristezza, rabbia, vergogna) in relazione all’evento emotigeno, la sensazione di vergogna corporea e la rape proclivity, e cioè una misura del probabile desiderio e impulso a commettere forme di aggressione sessuale (se avessero avuto la certezza di non essere scoperti e puniti).

In particolare è emerso che erano proprio gli uomini con una maggiore quota di vergogna corporea Mi vergogno delle dimensioni e della forma del mio sedere a riferire una maggiore tendenza sessuale aggressiva a seguito di un rifiuto sentimentale. Uomini particolarmente feriti dai no, per cui un rifiuto implica un vissuto di indegnità e di vergogna e una conseguente tendenza all’agito aggressivo.

Lo studio non si addentra nelle radici e nelle origini dei temi di inferiorità e di vergogna corporea (che attenzione si possono celare anche dietro apparenze di machismo), da demandare all’approfondimento di ciascun caso e ad altri contributi empirici, ma evidenzia la vergogna corporea tra i fattori di rischio per l’attuazione di comportamenti sessualmente aggressivi.

 

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BIOGRAFIA:

 

 

Sotto il segno della Bilancia: che cosa significa essere obesi? – Recensione

De Nunzio, o come meglio lo conosciamo “Il buon Fabio”, racconta la storia della sua vita dalla nascita ai successi di Striscia la Notizia, ma lo fa andando a braccetto con la compagna fedele che mai lo ha abbandonato negli anni … la sua obesità.

Un libro di Fabio De Nunzio? Chi … l’inviato di Striscia la Notizia che non parla mai? Che cosa avrà da dire?

Ebbene, il libro “Sotto il segno della bilancia; Aliberti editore” scritto con l’aiuto di Vittorio Graziosi parla delle difficoltà che incontrano le persone con obesità, a causa della loro condizione, nella vita di tutti i giorni.

Che cosa significa per un obeso salire su un autobus affollato, prendere posto in aereo o al cinema, entrare in un negozio di abbigliamento?

Queste sono le prime righe che incontriamo nel libro e che offrono una sintesi del messaggio che i due autori vogliono darci.

De Nunzio, o come meglio lo conosciamo “Il buon Fabio”, racconta la storia della sua vita dalla nascita ai successi di Striscia la Notizia, ma lo fa andando a braccetto con la compagna fedele che mai lo ha abbandonato negli anni … la sua obesità.

L’obesità non solamente vista come minaccia al benessere fisico, ma anche come condanna sociale da parte di un mondo spesso disegnato solo per le persone filiformi.

Ecco allora come normali gesti della vita quotidiana possono diventare situazioni difficili e imbarazzanti dove spesso invece di essere capito ti senti sguardi di rimprovero addosso.

Perché segnalare questo libro? Perché quando si lavora con il paziente affetto da obesità è importante conoscere anche questi aspetti della malattia e come possono interferire con la cura e motivazione e gestione nel lungo termine.

Fabio finalmente fa sentire la sua voce e lo fa toccando aspetti dell’obesità spesso taciuti e poco conosciuti, ma che contribuiscono a mantenere e diffondere quella che è definita un’emergenza a livello mondiale.

L’obesità viene troppo spesso considerata una colpa della persona che se mangiasse di meno e si muovesse di più risolverebbe il suo problema.

La verità purtroppo è ben diversa e questo libro ce ne mostra una parte. Oltre alla testimonianza dell’inviato di Striscia, che rappresenta il cuore del libro, spazio è dato anche a testimonianze di persone comuni oltre a brevi interventi di diverse figure mediche, consulenti d’immagine e rappresentanti di associazioni di pazienti.

Il testo è una lettura per tutti; per i terapeuti è un modo per entrare più in profondità nei vissuti delle persone con obesità che chiedono aiuto; per i pazienti che possono sentirsi capiti e riconosciuta la loro condizione come una malattia e non come colpa; per il grande pubblico che con questo testo può vedere l’obesità da un’angolazione meno stigmatizzata e stereotipata, ma reale.

Un libro che insegna a combattere l’obesità e non le persone obese.

 

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Ruminazione e Perfezionismo nell’alchimia della Depressione

 

 

Molte ricerche hanno mostrato che la predisposizione al perfezionismo è un fattore di rischio per lo sviluppo di sintomi depressivi. Il perfezionismo è caratterizzato dalla tendenza a definire standard personali molto elevati e dal timore di commettere errori (Frost et al., 1990).

Parallelamente sappiamo che la tendenza alla ruminazione mentale rappresenta un processo chiave nei disturbi depressivi (Caselli et al., in press). La ruminazione mentale è definita come la continua e ripetitiva analisi delle cause e delle conseguenze dei propri problemi e del proprio malessere (es: perché mi capita? Perché reagisco sempre in questo modo).

Uno studio recente ha tentato di esplorare come questi due costrutti interagiscono tra loro nel favorire lo sviluppo della depressione (Olson & Kwon, 2008). I risultati evidenziano che (1) il timore degli errori sembra l’aspetto più dannoso della predisposizione al perfezionismo, (2) la presenza di obiettivi elevati rappresenta un fattore di rischio solo se divengono oggetto di ruminazione. Persone che hanno alti standard ma che non ruminano sul loro mancato raggiungimento non sembrano essere particolarmente vulnerabili alla depressione. In sintesi è la combinazione di obiettivi perfezionistici e di ruminazione mentale ad essere particolarmente dannosa.

La traiettoria della terapia cognitiva della depressione, in simili condizioni, non dovrà tanto puntare alla costruzione di obiettivi più moderati ma alla riduzione della ruminazione e dell’autocriticismo che possono innescarsi quando questi obiettivi non vengono raggiunti così come li si desiderava.

 

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Ricerca strategica e abituale di sostanze stupefacenti: cosa cambia a livello cerebrale

FLASH NEWS

 

L’addiction  – in specifico della cocaina- può essere caratterizzata dalla transizione attraverso diversi pattern comportamentali: da una modalità di ricerca della sostanza strategica a un pattern di ricerca abituale. La transizione da una modalità all’ altra è associata a cambiamenti cerebrali a carico del sistema dopaminergico.

L’addiction in generale -e in specifico della cocaina- può essere caratterizzata dalla transizione attraverso diversi pattern comportamentali: da una modalità di ricerca della sostanza (drug-seeking) strategica (ad esempio, in cui vi è un processo decisionale abbastanza veloce in cui si decide di ricercare una sostanza per ottenere un effetto desiderato) a un pattern di ricerca abituale della sostanza (ad esempio, dove il comportamento di uso è sensibile ai trigger di disponibilità della sostanza in specifici contesti d’uso).

La transizione da una modalità all’ altra è associata a cambiamenti cerebrali a carico del sistema dopaminergico: in relazione al primo pattern di drug-seeking strategico sarebbe coinvolta la regione ventrale inferiore dello striato deputata al meccanismo psicologico del rinforzo, mentre in occorrenza del pattern di ricerca abituale sarebbe maggiormente coinvolta la parte superiore dorsolaterale implicata nel mantenimento delle abitudini.

In un recente articolo pubblicato su Biological Psychiatry i ricercatori si sono concentrati sulla farmacoterapia in relazione a queste fasi focalizzandosi sulla sensibilità al blocco dei recettori della dopamina e sul ruolo che l’impulsività gioca in questi processi e pattern comportamentali.

I ricercatori hanno somministrato una sostanza in grado di bloccare i recettori della dopamina (α-flupenthixol) direttamente nell’area cerebrale dello striato dorsolaterale superiore in topi che si trovavano in diverse fasi di addiction: anzittutto hanno scoperto che i topi migravano dall’insensibilità alla sensibilità agli effetti inibitori del farmaco sul comportamento di ricerca della cocaina, ma che tale transizione era anche influenzata dai livelli di impulsività dei topi.

In particolare, gli animali che si trovavano in una fase di inziale di dipendenza e di drug-seeking si dimostravano insensibili all’effetto del farmaco bloccante i recettori della dopamina, mentre tale farmaco (citarlo) risultava efficace nel sopprimere la ricerca di cocaina in animali che presentavano una più lunga storia di uso auto-somministrato e dunque pattern di drug-seeking abituale.

Inoltre, i livelli di impulsività sembrano moderare la velocità di transizione attraverso le diverse fasi: animali più impulsivi soffrirebbero di un passaggio più lento da drug-seeking strategico a drug-seeking abituale – e quindi dall’insenbilità alla sensibilità al farmaco – rispetto ai topi con minori livelli di impulsività.

Quindi i risultati dimostrano che anche se sia ratti impulsivi che non impulsivi sviluppano parttern di ricerca abituale della cocaina, lo fanno con velocità differente: i topi impulsivi vi arrivano con tempi più dilatati.

Lo studio, mettendo in luce le specificità dei meccanismi cerebrali attivati a diverse fasi dei pattern di addiction, potrà consentire dunque di studiare e testare interventi farmacoterapici modulati su tali aspetti differenziali in termini di comportamenti d’uso.

 

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BIOGRAFIA: 

  • Murray, J. E., Dilleen, R., Pelloux, Y., Economidou, D., Dalley, J. W., Belin, D., Everitt, B.J. (2014). Increased Impulsivity Retards the Transition to Dorsolateral Striatal Dopamine Control of Cocaine Seeking. Biological Psychiatry, 2014; 76 (1): 15 DOI: 10.1016/j.biopsych.2013.09.011 DOWNLOAD

Sindrome da rientro: come evitarla. Consigli utili dall’Ordine degli Psicologi

COMUNICATO STAMPA dell’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia

 

Sindrome da rientro, come evitarla prima ancora di partire per le vacanze

I consigli dell’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia

È un disturbo che colpisce una persona su dieci. Gli psicologi: «Serve lavorare per obiettivi e ricavarsi brevi momenti di stacco»

 

Sindrome da rientro - Fotolia_50642010 - 300pxIrritabilità, calo di attenzione, mal di testa, difficile digestione della quotidianità e un generico senso di stordimento. Sono i sintomi che colpiscono circa una persona su dieci al rientro dalle vacanze. «La cosiddetta “post vacation syndrome” presenta questi sintomi. Prevenirla è però possibile con dei semplici accorgimenti», premettono Giandomenico Bagatin ed Erica Cossettini psicologi psicoterapeuti e consiglieri dell’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia. Tre suggerimenti: «Chiudere gli affari irrisolti, ricavarsi dei momenti di pausa anche brevi durante l’anno e imparare a gestire gli obiettivi. Non missioni impossibili, ma semplicemente degli accorgimenti importanti perché molto dipende dalla nostra mente».

Prima di tutto però occorre sfatare un luogo comune. Precisa Bagatin: «La maggior parte delle persone è prigioniera di un pregiudizio, cioè che il riposo e il relax ricarichino le batterie mentali. In realtà, non è così. Per la maggior parte di noi, il lungo riposo estivo acuisce invece i sintomi da stress non appena si rientra alla vita di tutti i giorni». Per recuperare energie occorre invece «imparare a chiudere gli affari irrisolti perché la benzina mentale viene consumata nel tentativo di raggiungere obiettivi siano questi importanti (come grandi obiettivi lavorativi o affettivi, più o meno consapevoli) oppure meno (come mettere a posto finalmente la cantina). Ogni obiettivo consuma energia mentale, anche in ferie. Ma quando viene raggiunto pienamente, come per magia la mente si ricarica. È esperienza di tutti che dopo una grande soddisfazione, anche se fino a un attimo prima si era stanchi, ci si sente invece energici e propositivi».

«Nel nostro vivere quotidiano -prosegue Cossettini- è anche importante ritrovare una naturale capacità ad allentare: ciò non significa trovarsi uno spazio di stacco lungo e totale, come una notte di sonno o una vacanza esotica, ma rappresenta momenti indispensabili nell’arco della giornata che ci permettono di ricaricarci, di ritrovare energia, di stare piacevolmente a goderci ambienti e pause ristoratori, anche se non ci sembrano necessariamente importanti. Vacanze, sonno, sport possono aiutare (e non sempre) l’allentamento, ma sono un’altra cosa. Dobbiamo crearci pause di morbidezza piacevoli, ristoratrici, quando ne sentiamo il bisogno e non è necessario che siano pause lunghe: sono momenti importanti prima di ricondurci a nuove tensioni e nuovi momenti di vigilanza».

Per evitare quindi la “sindrome da rientro”, il contributo della psicologia può essere fondamentale.  Concludono gli specialisti: «Per imparare ad allentare durante tutto l’anno con efficacia è possibile intervenire con tecniche e percorsi di rilassamento e concentrazione; per la gestione e la realizzazione degli obiettivi esistono invece le procedure e i percorsi di time management (gestione del tempo), per organizzare le priorità, essere efficaci, risparmiare e spendere bene le energie, e nutrire il nostro cuore attraverso le grandi e piccole esperienze positive. Questi strumenti possono cambiare completamente la percezione e il livello dello stress durante l’anno e rendere nel contempo molto più appagante e durevole il periodo di riposo estivo».

 

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L’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia è stato fondato nel 1992 e oggi conta più di 1.800 iscritti. L’organigramma per il quadriennio 2014-2017 risulta così composto: presidente Roberto Calvani; vicepresidente Leila Rumiato; segretario Simona Mreule; tesoriere Evgenia Gasteratou; consiglieri: Giandomenico Bagatin, Fabio Barban, Antonella Besa, Margherita Bottino, Erica Cossettini, Nerina Fabbro, Maria Fiorini, Denis Magro, Corinna Michielin, Giovanni Ottoboni, Erika Celotti. www.psicologi.fvg.it

Ricatto emotivo: l’arma per controllare una persona cara?

 

 

 

Immagine: Fotolia 50996088 ricatto emotivoSi tratta di una potente forma di manipolazione in cui una persona a noi vicina minaccia, in modo diretto o indiretto, di punirci se dovessimo disattendere le sue aspettative. In genere questo tipo di ricatto è messo in atto proprio dalle persone con cui si hanno relazioni strette, persone alle quali si è legati e che vogliono ottenere da noi qualcosa che non rispecchia le nostre esigenze.

Instaurare relazioni interpersonali soddisfacenti contribuisce, sicuramente, al nostro benessere ed è quindi comprensibile che si cerchi di fare il possibile per mantenerle salde nel tempo.

Tuttavia le relazioni interpersonali, a volte, sono accompagnate da aspetti non immediatamente riconoscibili, che condizionano il nostro agire, la nostra libertà, il nostro stato d’animo e in definitiva il nostro benessere. Tra questi, un aspetto fondamentale è il ricatto morale.

Si tratta di una potente forma di manipolazione in cui una persona a noi vicina minaccia, in modo diretto o indiretto, di punirci se dovessimo disattendere le sue aspettative. In genere questo tipo di ricatto è messo in atto proprio dalle persone con cui si hanno relazioni strette, persone alle quali si è legati e che vogliono ottenere da noi qualcosa che non rispecchia le nostre esigenze. Il ricattatore è una persona che conosce molto bene come siamo fatti, non per niente è sempre una figura alla quale siamo legati affettivamente, e che sa perfettamente quali sono le nostre debolezze al punto da far leva su queste per poi fiaccarle totalmente. Infine, insinua in noi il senso di colpa, facendoci sentire responsabili per il suo malessere quando disattendiamo le attese.

Nel suo libro Emotional Blackmail (ricatto emozionale), Susan Forward sostiene che in qualsiasi modo venga espresso il ricatto, il messaggio sottostante è sempre lo stesso ovvero: se non mi darai quello che voglio te la farò pagare, quindi ti punisco minando la relazione che ci unisce.


Il sostrato su cui si muovono tutti i
ricattatori è la paura che ha l’altro, paura di perdere la persona a cui tengono, del cambiamento, di essere respinti, di perdere potere all’interno della relazione, di non esistere senza l’altro, di morire senza l’altro.

Secondo Forward esistono quattro categorie di ricattatori: punitivi , autopunitivi , vittime e seduttori.

I punitivi. Ci fanno sapere esattamente quello che vogliono e le conseguenze a cui andremo incontro se non saremo accondiscendenti. Tipiche espressioni di questo tipo di ricattatori sono ad esempio: Se accetti quel lavoro me ne vado, Se mi lasci non vedrai più i bambini, Se non accetti di fare gli straordinari scordati pure la promozione.

Gli autopunitivi. Mettono in atto ricatti più sottili e fanno leva sulla nostra compassione e il nostro sentirci responsabili per loro. Il loro ricatto si esplica nell’informarci che se non facciamo quello che vogliono ne saranno così turbati da non riuscire più a comportarsi normalmente. In questo senso possono anche minacciare di danneggiare la loro vita, di farsi del male, mettere in pericolo la loro salute e felicità.

Le vittime. Non fanno minacce e neppure minacciano di farsi del male, tuttavia ci tengono a farci sapere in modo inequivocabile che se non facciamo quello che vogliono, loro soffriranno e la colpa sarà solo nostra.

I seduttori. Si tratta del tipo più subdolo di ricattatori: sono quelli che ci incoraggiano, ci promettono amore o denaro o carriera e poi ci chiariscono che, se non ci comportiamo come vogliono loro, non riceveremo nulla.

In realtà non ci sono confini netti fra i diversi tipi di ricatto e in genere i ricattatori sono molto abili nel mascherare la pressione esercitata per ottenere quello che vogliono al punto che quando la vittima designata se ne rende conto tende a mettere in dubbio la sua percezione a scapito di quello che sta accadendo realmente. Di conseguenza, ci si sente a disagio, usati e defraudati della propria libertà. In questi frangenti, si corre il rischio di avere dubbi sulla propria capacità di fare quello che veramente si vuole, e che fa star bene, mettendo in discussione la propria autostima.

A volte non ci si rende conto di essere imbrigliati in questo tipo di dinamica manipolatoria, altre volte si può essere consapevoli del ricatto, ma non riuscire comunque a farvi fronte in quanto tocca punti deboli. Per questo si reagisce secondo modalità che sono state apprese a partire da esperienze già vissute e che favoriscono il perdurare del ricatto. Alcuni di questi punti deboli sono, ad esempio:

  • un bisogno eccessivo di approvazione da parte delle persone a cui vogliamo bene che ci spinge a fare quello che ci chiedono seppur sia diverso da quello che effettivamente vorremmo.

  • il bisogno di mantenere la pace ad ogni costo evitando qualsiasi tipo di conflitto.

  • la tendenza ad assumersi troppe responsabilità per la vita degli altri che ha sovente per corollario il sentirsi in colpa per qualsiasi cosa minacci il benessere della persona con cui siamo in relazione.

  • la tentazione di rinunciare al proprio benessere e ai propri desideri pur di non veder soffrire la persona che amiamo; quest’ultima, forse più delle altre, è una dinamica che porta a restare imprigionati nei bisogni psicologici dell’altro perdendo la capacità di analizzare i problemi e la possibilità di capire come risolverli al meglio.

In ogni caso è forse opportuno sottolineare che in genere i ricattatori non sono dei mostri, raramente sono spinti dalla cattiveria, il più delle volte, agiscono sull’onda di una profonda paura che a loro volta provano e che controllano proprio perpetrando il ricatto. Indubbiamente, si tratta di una modalità relazionale sicuramente disfunzionale, non solo per la persona ricattata, ma a lungo andare per la relazione stessa e quindi anche per il ricattatore. Quindi, appare evidente quanto sia importante uscire da questa modalità relazionale.

Come uscirne. Il primo passo è quello di riconoscere cosa sta succedendo e rendersi conto di trovarsi implicati nelle modalità relazionali di un ricatto morale; il secondo passo è dato dal cercare di capire quali sono le profonde motivazioni da cui traggono origine tali modalità e infine è essenziale cercare di correggere i comportamenti che ci fanno star male.


In tale processo
è assolutamente essenziale fare chiarezza, quindi definire la propria posizione all’interno della relazione, mettere in luce i sentimenti che si provano, affermare ciò di cui si ha bisogno, indicare ciò che si è o non si è disposti ad accettare, dare la possibilità all’altro di esprimersi allo stesso modo e quindi lasciare all’altro la possibilità di scegliere liberamente ciò che intende fare rispetto al perdurare della relazione stessa, accettando poi le sue decisioni.


Da questo punto di vista è essenziale saper accettare il cambiamento, saper rischiare e tollerare che un comportamento adeguato possa anche avere come risultato immediato, seppur provvisorio, un disagio ancora maggiore rispetto a quello già esperito; tutto questo in vista di un maggior benessere personale e di un miglior funzionamento delle relazioni nelle quali siamo implicati.

L’uomo è un animale dotato di ragione: il suo bene lo attua appieno, se adempie al fine per cui è nato. Che cosa esige da lui questa ragione? Una cosa facilissima: che viva secondo la natura che gli è propria.

Lucio Anneo Seneca,Lettere a Lucilio, 62-65

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

La manipolazione nelle relazioni affettive: the shape of things (2003).

 

 BIBLIOGRAFIA:

  • Forward S. (2001). Emotional Blackmail: When the People in Your Life Use Fear, Obligation, and Guilt to Manipulate You. Collins Publisher.  ACQUISTA ONLINE

Paura di sentire di Michele Giannantonio (2012) – Recensione

 

 

L’autore del libro, lo psicoterapeuta Michele Giannantonio recentemente scomparso, ha voluto raccontare come nel proprio lavoro clinico quotidiano, risulti evidente quanto spesso le persone tendano a voler sopprimere, eliminare le emozioni dalla propria vita.

Si cerca attivamente di non sentirle: “far finta di niente” nella convinzione illusoria che se non mi dico ho paura, davvero non ho paura! Si “fa finta di niente” iper-razionalizzando, la cultura occidentale privilegia il pensiero astratto e la ragione e spinge in un angolo il mondo delle emozioni spesso visto come segno di debolezza e fragilità.

Le emozioni hanno avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione dell’uomo: certo che se l’uomo primitivo non avesse provato paura nel vedere di fonte a sé un leone e non avesse utilizzato il proprio vissuto per comprendere il pericolo, progettare e attuare un piano di fuga, forse non saremmo qui!

Lo stesso aggettivo emotivo è connotato di significati negativi, indicare una persona come emotiva equivale a definirla poco equilibrata, inaffidabile e debole. Eppure nel vocabolario della lingua italiana Treccani leggiamo due definizioni:

[blockquote style=”1″]emotivo agg. e s. m. (f. -a) [dal fr. émotif, der. del lat. emotus, part. pass. di emovere «scuotere, smuovere»]. 1 Che ha rapporto con l’emozione; o che provoca emozione. 2 Più spesso, riferito a persona, disposto all’emozione, soggetto a iperemotività; per estensione., impressionabile, sensibile, che si commuove e si eccita facilmente.[/blockquote]

Emotivo indica la relazione con le emozioni e per quanto talvolta ci sforziamo di disfarci delle emozioni stesse, esse sono imprescindibili e ineliminabili. Ingoiamo, mangiamo la rabbia, ma poi la sentiamo nello stomaco, eludiamo l’ansia ma poi avvertiamo un giramento di testa, cerchiamo di non sentire la tristezza e il dolore, ma poi il nostro corpo si blocca e ci chiede di rallentare o di non alzarsi dal letto.

Con semplicità e saggezza lo psicoterapeuta Michele Giannantonio, aiuta il lettore a comprendere il valore delle emozioni ed apprendere modalità funzionali di gestione, delle emozioni anche quelle più fastidiose: la rabbia, la tristezza, la colpa e la vergogna.

L’autore ci guida a sentirle attraverso esempi, racconti personali, strategie della terapia sensomotoria e di mindfulness. Egli ci rammenta che: “noi pensiamo con tutto il corpo non solo con il cervello”.

Nel nostro corpo, se lo ascoltiamo, troviamo tutte le informazioni di ciò che proviamo e come stiamo. Possiamo usare questi segnali per orientare i nostri scopi in senso adattivo e migliorativo, invece che cercare di eliminare queste informazioni.

Con un linguaggio semplice e accessibile anche a chi non ha mai letto un saggio di psicologia, Michele Giannantonio ci ha ben spiegato come mai finiamo per reprimere le nostre emozioni, perché non le consideriamo utili suggeritrici nelle relazioni interpersonali, e ancora perchè spesso prendiamo decisioni irrazionali ignorando completamente le informazioni che le nostre emozioni ci mandano.

In questo libro troviamo risposte a queste domande ed esercizi utili per integrare le emozioni nel nostro essere ed agire e scoprire il valore universale e personale del nostro sentire.

Indicato: a tutti!

Controindicato: a nessuno!

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

La regolazione delle emozioni in psicoterapia. Guida pratica per il professionista – recensione

 

BIBLIOGRAFIA:

  •  Giannantonio, M. (2012). Paura di sentire. Come gestire il pericolo delle emozioni. Centro Studi Erickson, Trento.  ACQUISTA ONLINE  

Ottenere prestazioni migliori: tutto merito di pratica ed esercizio?

FLASH NEWS

 

Un nuovo studio della Princeton University offre un punto di vista che è in controtendenza rispetto studi più recenti, evidenziando che la quantità di pratica ed esercizio accumulato nel corso del tempo non gioca un ruolo chiave e decisivo in considerazione delle differenze individuali nelle performance di qualità.

Gli autori hanno preso in esame circa 80 studi presenti in letteratura sul tema di apprendimento e ruolo della pratica in relazione alle qualità della performances in domini quali musica, giochi, sport, ambiti professionali e scolastici. Gli 88 studi considerati nella meta-analisi includevano due criteri: da una parte la misurazione della pratica ripetuta, dall’altra una misurazione delle performance e la stima della grandezza del’effetto osservato.

Dalla meta-analisi è emerso che nella quasi totalità degli studi è dimostrata una relazione positiva tra pratica e performance: più le persone riferivano di essersi esercitate in un dominio, maggiori erano i livelli delle performances.

In generale però la quantità di pratica ripetuta è in grado di spiegare soltano il 12% delle differenze individuali nelle prestazioni. Interessante è inoltre considerare le specificità dei diversi domini considerati: l’esercizio e la pratica ripetuta sono in grado di spiegare il 26% delle differenze individuali delle prestazioni nel dominio dei giochi, circa il 21% delle differenze individuali delle performance musicali, e circa il 18% negli sports. Ma considerando i domini scolastico e professionale, il praticare ed esercitarsi ripetutamente spiegherebbe rispettivamente il 4% e l’1% della varianza in termini di differenze individuali osservata nelle prestazioni.

Inoltre sembra che l’effetto della pratica sulla performance sia minore a fronte di misurazioni più precise che utilizzino strumenti di valutazione standardizzati.

Dunque non vi sono dubbi che – sia dal punto di vista statistico che teorico- la pratica sia importante per migliori performance, solo si discute rispetto al peso che spesso le viene attribuito (sia dal senso comune che in letterauta) a discapito di altri fattori riguardo prestazioni ottimali. Scontato dire che ora la domanda chiave è

E dunque che cosa importa? Che cosa è in grado di spiegare le performance qualitativamente elevate?

Gli autori speculano su fattori quali l’età di inizio di apprendimento di una determinata attività e altre variabili squisitamente psicologiche quali le abilità cognitive mnestiche (working memory), e dichiarano future meta-analisi in cui verranno considerati specificamente questi fattori nel dominio dello sport.

 

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Esercizio fisico & Creatività – L’Ispirazione? Arriva con lo Sport!

 

BIBLIOGRAFIA:

Il caso della Villa Santovino – Centro di Igiene Mentale – CIM N. 10 – Storie dalla psicoterapia Pubblica

 

 

CIM CENTRO DI IGIENE MENTALE – #10

Il caso della Villa Santovino

 

La gravidanza chiacchierata di Luisa Tigli portava sotto il livello di guardia il personale infermieristico. Biagioli temeva inoltre che Luisa con il terzo figlio avrebbe preso la decisione di abbandonare il lavoro e ciò lo preoccupava professionalmente e personalmente. Aveva avuto incontri incandescenti con il direttore del dipartimento Rodolfo Torre e persino con il direttore generale della ASL Francesco Altamura che per il suo passato credeva comprensivo delle problematiche della psichiatria territoriale. Nulla da fare.

Le linee guide della regione erano inflessibili. Nessun tipo di contratto anche a tempo determinato era possibile per nessuna ragione: il buco di bilancio della sanità era inarrestabile. Nessuno veniva più sostituito alla faccia della normativa nazionale che prevedeva precisi rapporti tra popolazione residente ed operatori. Un aiuto insperato quanto sgradito arrivò dalla magistratura. Per la verità si presentò a casa di Biagioli la mattina alle sei con la faccia di un giovane brigadiere dei carabinieri arrivato a Monticelli da Salerno soltanto venti giorni prima. Con l’orgoglio di un giovane che compie la sua prima missione operativa il graduato consegnò a Biagioli una busta verde contenente atti giudiziari. Il caffè gli parse più amaro del solito mentre apriva sul tavolo della cucina l’avviso di garanzia che gli comunicava l’apertura di indagini a suo carico e l’invito a presentarsi il mercoledì successivo alle 12,00 presso gli uffici del sostituto procuratore di Vontano. Il Dr. Pace probabilmente per motivi personali, dicevano i pettegoli, aveva più volte posto le sue sgradite attenzioni sugli operatori della salute mentale indagandone orari, sedi di lavoro, cartellini di presenza.

I più psicoanalisti sostenevano essere un modo per chiedere aiuto e si aspettavano che un giorno o l’altro facesse una formale richiesta di psicoterapia. Altri lo bollavano come un ossessivo anale fissato delle regole. Altri ancora ironizzando sulla sua minuta statura semplicemente una “carogna” come il giudice di Fabrizio De Andrè. L’ipotesi che si trattasse di un magistrato scrupoloso era troppo poco fantasiosa per essere presa in considerazione dai signori dell’interpretazione. Quella stessa mattina prima delle otto analoghe buste furono consegnate a casa di Antonio Nitti, Marco Polti, Giulio Renzi e del dottor Luigi Cortesi. Per capire cosa stesse succedendo è doverosa una premessa.

Antonio, Marco e Giulio alle dirette dipendenze di Luigi erano una sorta di task force del CIM dedicata ai casi disperati resistenti a qualsiasi trattamento tradizionale. Con loro si tentavano strade innovative frutto della creatività terapeutica di questi quattro operatori che univano stranezza (più volte venivano scambiati per pazienti e pazienti gravi) autonomia operativa e insofferenza per regole e gerarchie (quando fu creata e distaccata la loro squadra dal resto del CIM fu per tutti un sollievo) a genialità e impegno ( le loro idee erano rimbalzate con successo in molti congressi nazionali per riabilitatori ed erano in contatto sul web con i centri più all’avanguardia nel mondo sulle tecniche innovative per i pazienti gravissimi).

Due anni prima c’era stata la svolta. Alessio, il figlio dell’avvocato Santovino, il più noto penalista di Vontano si era suicidato nel box sottocasa con i gas di scarico della sua porche boxter cabrio. Il giovane venticinquenne con diagnosi di disturbo bipolare era stato visto da tutti i luminari dell’università di Roma. Il padre sconvolto e anch’egli forse con una probabile tendenza ciclotimica pose fine allo straziante periodo di lutto durato diciotto mesi donando al dipartimento di salute mentale la villa sul litorale con tre ettari di terra e le due barche a vela di Alessio. Composta di sette stanze da letto e molti locali comuni distava un kilometro dal mare. Inizialmente Torre ne ipotizzò l’utilizzo per i soggiorni estivi ma la federalberghi provinciale espresse fermamente la sua contrarietà. I soggiorni erano una fonte di reddito durante i periodi di bassa stagione. L’occupazione non poteva essere ulteriormente colpita. L’idea del direttore generale Altamura di tenervi delle colonie estive per i dipendenti della ASL fece quasi recedere Santovino dall’idea della donazione.

Biagioli prese due piccioni con una fava assegnando la villa alla Task force sul paziente resistente assegnandone la guida ufficiale al dottor Cortesi. Gli altri operatori si sentirono liberati di un peso ed ogni volta che un paziente grave diventava ingestibile veniva proposto per “Villa Santovino”. Nei mesi si era raccolta una piccola comunità di otto pazienti e quattro operatori (per questa detta “quella sporca dozzina”) che comprendeva soprattutto disturbi borderline di personalità, narcisisti, antisociali e qualche giovane psicotico che altrimenti entrava e usciva dall’ospedale. Le attività della comunità erano legate alla gestione della vita comune, a piccoli lavori esterni per procacciarsi denaro che integrava il modesto finanziamento della ASL. Svago, sport (le due vele di Alessio non rimasero inutilizzate) e esperienze artistiche (musica, pittura e scultura) sostenute dall’impegno volontario di molti professori del liceo artistico di Monticelli. Vere e proprie terapie non ce ne erano a meno di non considerare tali le assemblee per la gestione della vita comune, le relazioni interpersonali calde e affettuose, i ruoli di ciascuno nella vita di gruppo.

 

Le famiglie che solo una domenica al mese erano ammesse a condividere il pranzo a Villa Santovino erano entusiaste e veneravano quegli strani operatori che sembravano riuscire dove tutti gli altri avevano fallito. Luigi Cortesi era un cinquataduenne alto e magro come una candela con un passato da chierichetto e dirigente dell’azione cattolica. Non aveva mai bisogno di ordinare le cose. Il suo esempio era trascinante. Accusato di buonismo e ingenuità credeva che l’amore fosse la più efficace delle medicine. Non si era mai sposato e si dedicava alla psichiatria come ad una missione. La sua forza stava nel riuscire a scorgere in ognuno il buono che sempre c’è e nel rapportarsi esclusivamente ad esso facendolo sviluppare. Esperto di arte e libero da impegni familiari viaggiava continuamente in Europa alla scoperta dei tesori dell’arte sacra. Mite fino all’arrendevolezza diventava intransigente quando qualcosa ostacolava la sua missione di salvatore delle menti.

 

Ad appianare gli ostacoli ci pensava Giulio Renzi, l’infermiere caposala suo coetaneo. Non si potevano immaginare due persone tanto agli antipodi. Giulio era rimasto il bulletto che già alle medie imponeva il pizzo ai suoi compagnucci. Sapeva farsi rispettare alternando lusinghe e minacce. Maestro nell’arte del compromesso traeva vantaggi personali da ogni attività e non era certo preoccupato di sconfinare nel terreno dell’illegalità. Faceva il lavoro sporco che Luigi aborriva ma portava sempre a casa il risultato. Pratico, concreto, impulsivo e arrogante non sfigurava tra gli altri borderline di Villa Santovino.

Biagioli si congratulava ancora con se stesso per esserselo tolto di torno. Anche se appesantito dall’età ci provava indiscriminatamente con tutte le donne. Non lo fermavano considerazioni di ruolo o di età. La carriera sindacale gli conferiva un discreto potere che usava per i propri interessi. Nella sua ricca fedina penale figurava anche una denuncia per abuso sessuale da parte di una collega ritirata dopo la sua nomina a coordinatrice ospedaliera.

Affiancavano i due vecchi, due quarantenni. Antonio Nitti emanava un fascino magnetico. Era la versione maschile di Gilda. Come Giulio Renzi non badava molto alle regole e ne oltrepassava con disinvoltura i confini ma con una differenza sostanziale: la sua intenzionalità era sempre positiva. Era lo sponsor di ogni paziente, il coach, l’imprenditore personale. Voleva promuovere la vita degli altri. La sua brillante intelligenza gli permetteva sempre di vedere originali punti di vista e trovare soluzioni a problemi apparentemente cronicizzati. Guardava le cose con l’ingenuità di un bambino che le osserva per la prima volta e libero da pregiudizi. Tutto ciò che era formale gli appariva una perdita di tempo rispetto al trascinare gli altri nel godimento dell’esistenza. Non c’era vizio che non coltivasse con la moderazione, però, di chi vuole farselo durare a lungo. Rispetto alle donne il suo sforzo era tutto nel tentare di rimanere “un magnifico quarantenne scapolo”.

Sposatissimo era invece Marco Polti, l’intellettuale del gruppo che teneva i contatti con gli altri centri di ricerca nel mondo sul paziente intrattabile. Secchione a scuola si era sposato appena trovato lavoro con la sua compagna di banco delle medie e rapidamente messo al mondo due figlie. Nel tempo libero si dedicava al volontariato con gli anziani ed era diventato amico di molti pazienti che frequentava anche fuori servizio. All’incontro con il Dr. Pace parteciparono oltre a Biagioli i vertici del dipartimento e della ASL: Torre e Altamura più che far fronte comune con Biagioli avevano l’aria scocciata di chi è infastidito dal doversi occupare delle marachelle dei figli. La faccenda era piuttosto seria.

Su segnalazione dei confinanti che non gradivano la vicinanza dei matti i carabinieri avevano fatto un sopralluogo e scoperto quasi mezzo ettaro coltivato a cannabis. Cortesi aveva goffamente sostenuto che era per il consumo personale degli ospiti e che c’erano evidenze scientifiche dell’effetto terapeutico.

Ma l’enormità della quantità e l’ammissione di alcuni distributori intermedi che erano infastiditi dall’entrata sul mercato di questi nuovi fornitori eliminarono ogni dubbio. L’accusa era coltivazione, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Le ripercussioni legali sarebbero durate per anni ed ognuno avrebbe scelto la sua linea difensiva. Intanto Villa Santovino fu immediatamente chiusa e venduta. I quattro incriminati in attesa di sentenza definitiva non furono licenziati. Si fecero, infatti, carico di tutto escludendo ogni responsabilità superiore anche se era evidente che “non si poteva non sapere” e, come minimo c’era un problema di mancato controllo. Così furono reintegrati in servizio presso il CIM di Monticelli fra sbuffi e battute maliziose degli altri che nascondevano, in parte, l’invidia per quegli operatori così motivati, diversi e geniali.

 

LEGGI LA RUBRICA CENTRO DI IGIENE MENTALE – CIM DI ROBERTO LORENZINI

 

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