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Covid-19: i disturbi del sonno durante i periodi critici della pandemia

Diversi studi hanno indagato gli effetti della pandemia a livello del sonno, soffermandosi sull’insorgenza di disturbi nel sonno in soggetti con e senza pregresse difficoltà in questa sfera.

 

 Un terzo della vita umana viene trascorso dormendo, il sonno è perciò fondamentale per la nostra salute, ma anche per l’acquisizione di conoscenze, per lo sviluppo di idee e per il consolidamento della memoria (IRCSS HUMANITAS, 2016). Il tempo di riposo necessario per un individuo varia a seconda dell’età e dello stato di salute: i bambini e gli adolescenti hanno bisogno di circa 9-10 ore di riposo, mentre gli adulti di 7-8. A breve termine, la deprivazione può portare a conseguenze lievi, come un aumento dell’irritabilità, difficoltà di apprendimento, difficoltà nel prendere decisioni e di problem solving; mentre a lungo termine può causare ipertensione, obesità, diabete, ictus e infarto (Alhola & Polo-Kantola, 2007). La deprivazione prolungata è anche un fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi come ansia e depressione, e invecchiamento precoce del sistema nervoso (Healthline, 2020).

Cambiamenti nelle abitudini del sonno tra il 2020 e il 2021

La pandemia causata dal Covid-19 ha portato a numerose modificazioni nella vita quotidiana, specialmente a causa del lockdown e ha avuto un forte impatto sulla salute degli individui. Una delle aree maggiormente colpite è quella del sonno. A tal proposito, nel 2020 Jahrami e colleghi hanno condotto una revisione sistematica della letteratura per valutare l’impatto e la prevalenza dei disturbi del sonno tra tre categorie di persone: popolazione generale, pazienti affetti dal Covid-19 e operatori sanitari.

Gli autori hanno esaminato 44 studi, coinvolgenti in tutto 54231 partecipanti distribuiti in 13 Paesi (Australia, Bahrain, Canada, Cina, Francia, Germania, Grecia, India, Iraq, Italia, Messico, Spagna e Stati Uniti).

I risultati hanno mostrato che i pazienti affetti da Covid-19 avevano le percentuali più alte di problemi del sonno (75%), mentre gli operatori sanitari e la popolazione generale avevano ottenuto rispettivamente il 36% e il 32%.

Tenendo conto di questi risultati, Sun e colleghi (2020) si sono concentrati sulle conseguenze della pandemia sui pattern del sonno tra gli infermieri: utilizzando un approccio fenomenologico, hanno condotto interviste faccia-a-faccia o telefoniche con 20 infermieri che lavoravano con pazienti affetti da Covid-19. I risultati hanno mostrato un aumento del 9% dell’affaticamento e della sonnolenza, in particolare tra gli operatori sanitari di genere femminile (Yifan et al., 2020).

Per quanto riguarda l’aumento dei disturbi del sonno in questo periodo specifico, Javaheri e Javaheri (2020), dopo aver osservato le tendenze emergenti relative alla salute del sonno dei loro pazienti, hanno ipotizzato una diffusione universale della problematica: hanno osservato una maggiore difficoltà ad addormentarsi e a rimanere addormentati tra i loro pazienti con o senza precedenti di insonnia.

Questi cambiamenti potrebbero essere ricondotti a una serie di ragioni, come l’aumento dei livelli di ansia, l’uso di caffeina, il consumo di alcol e l’esposizione alla luce blu causata dall’aumento del tempo trascorso sullo schermo. È stato osservato come il lockdown abbia provocato alterazioni nei ritmi circadiani, causando principalmente un ritardo dell’orario di coricamento; infatti, molti dei pazienti considerati da Javaheri e Javaheri nel loro studio (2020), hanno ritardato di due ore l’addormentamento (dalle 22 alla mezzanotte) e di una o due l’ora della sveglia (dalle 6-7 alle 8-9): questo fenomeno, che può sfociare in un vero e proprio disturbo, viene solitamente definito “sindrome della fase del sonno”.

Inoltre, è stato osservato un aumento del sonnellino diurno e un aumento del consumo di alcol, che, oltre ai suoi effetti negativi comunemente noti, può anche causare il peggioramento dell’apnea ostruttiva del sonno, l’insonnia durante la seconda metà della notte e una diminuzione del sonno REM (Ebrahim et al., 2013).

 Come previsto da Javaheri e Javaheri, l’aumento dei disturbi del sonno si è diffuso ampiamente in molti Paesi. Durante le prime due settimane di isolamento (marzo 2020) Casagrande e colleghi (2020) hanno condotto un sondaggio online, in cui partecipanti hanno riportato una scarsa qualità del sonno nel 57% dei casi. Analogamente, Cellini e colleghi (2020) hanno osservato un aumento dei disturbi del sonno e dell’insonnia: hanno riferito che la qualità del sonno è stata alterata a causa dei cambiamenti nelle abitudini dovuti al confinamento in casa, in particolare se combinata con alti livelli di stress, sintomi ansiosi e depressivi. Anche Salfi e colleghi (2020) hanno sottolineato che la popolazione italiana ha mostrato disturbi del sonno evidenti dopo il lockdown per via degli alti livelli di stress.

Uno studio comparativo tra Italia e Belgio condotto da Cellini e colleghi (2021) ha indagato le conseguenze della pandemia sulle caratteristiche del sonno, in particolare sui tempi e sulla qualità soggettiva. Ai partecipanti è stato chiesto di fornire informazioni sulla qualità del sonno percepita e sulle modalità di addormentamento, durante e prima della pandemia attraverso un sondaggio online. Come per i pazienti di Javaheri e Javaheri (2020), i partecipanti hanno riferito un ritardo nei tempi di coricamento, un aumento del tempo trascorso a letto e una compromissione della qualità del sonno durante l’isolamento. I ricercatori hanno anche riferito che le donne, le persone con umore negativo e quelle fortemente stressate dalla pandemia sono apparse le categorie più vulnerabili, ma le due popolazioni differiscono nei sottogruppi. Infatti, la qualità e i tempi del sonno dei disoccupati italiani erano profondamente cambiati, mentre i disoccupati belga erano stati meno colpiti dalle restrizioni (Cellini et al., 2021).

Infine, Marelli e colleghi (2021) hanno condotto una ricerca su 400 soggetti, di cui 307 studenti universitari e 93 lavoratori dell’amministrazione universitaria. I risultati hanno mostrato che l’impatto del confinamento obbligatorio fosse più significativo negli studenti che nei lavoratori e che le femmine fossero la popolazione maggiormente colpita. I ricercatori hanno anche evidenziato un aumento nell’orario di coricamento, della latenza del sonno e del tempo trascorso in veglia, con un peggioramento generale della qualità del sonno. In particolare, i lavoratori hanno mostrato un aumento del mantenimento dell’insonnia, mentre gli studenti hanno registrato tassi più elevati di ritardo nel coricamento e di tempo trascorso svegli. In più, il 27,8% dei partecipanti ha mostrato sintomi depressivi e il 34% ha riportato alti livelli di ansia, soprattutto tra gli studenti.

Inoltre, Martínez-de-Quel e colleghi (2021) hanno raccolto dati da un campione di 693 partecipanti che hanno preso parte a un sondaggio online sulle loro esperienze durante il lockdown. In particolare, dovevano fornire informazioni sull’attività fisica, sulle abitudini alimentari, sulla qualità del sonno e sul benessere generale. Ai partecipanti è stato chiesto di compilare il sondaggio due volte, all’inizio del confinamento e alla fine: durante i 48 giorni di isolamento, le persone fisicamente attive hanno riportato un significativo peggioramento dell’attività fisica, della qualità del sonno e del benessere, mentre la routine delle persone fisicamente inattive non è cambiata in modo significativo (Martínez-de-Quel et al., 2021).

Conclusioni

In sintesi, come era accaduto durante il periodo della SARS nel 2003, questi studi hanno sottolineato il peggioramento della qualità del sonno in un numero considerevole di individui (ad esempio, un peggioramento o l’esordio dell’insonnia) e un aumento generale dei disturbi mentali, in particolare della depressione, dell’ansia e dei sintomi di stress. I risultati suggeriscono anche che gli operatori sanitari sono stati una delle categorie più colpite.

Tratti autistici nei giovani con anoressia nervosa prima e dopo il trattamento

Susanin e colleghi (2022) nel loro studio si sono chiesti se i tassi più elevati di tratti autistici osservati nei campioni adulti affetti da anoressia siano una vera e propria co-occorrenza diagnostica, o piuttosto, i comportamenti simil-autistici possano essere un esito della malattia.

La co-occorrenza tra anoressia e autismo

 L’anoressia nervosa (AN) è un disturbo psichico che spesso esordisce nell’adolescenza (Swanson et al., 2011). Caratteristiche coerenti con il disturbo dello spettro autistico, un disturbo dello sviluppo neurologico caratterizzato da deficit nella comunicazione sociale e nell’interazione così come la presenza di comportamenti e interessi ripetitivi o ristretti (APA, 2013), sono spesso riscontrate in soggetti con una durata maggiore dell’anoressia (Saure et al., 2020). Questa co-occorrenza suggerisce che i tratti autistici o l’autismo possono predire un grave e duraturo decorso dell’anoressia (Nielsen et al., 2015).

Una ricerca precedente evidenzia sovrapposizioni tra i correlati cognitivi dell’anoressia e dell’autismo, come le difficoltà con la teoria della mente (Sedgewick et al., 2019) e con il set‐shifting, ovvero la capacità di trasferire l’attenzione a nuovi compiti, situazioni o oggetti (Holliday et al., 2005). Questa sovrapposizione porta a un’ipotesi di endofenotipo condiviso o rischio genetico (Boltri & Sapuppo, 2021; Kinnaird & Tchanturia, 2021; Rhind et al., 2014; Westwood, Eisler, et al., 2016; Westwood, Stahl, et al., 2016; Zucker et al., 2007).

Recenti ricerche, infatti, indicano un’associazione positiva tra i tratti autistici e la psicopatologia dei disturbi alimentari nei soggetti di età compresa tra 18 e 55 anni (Tchanturia et al., 2019). Una recente revisione sistematica suggerisce che tra l’8% e il 25% degli adulti con anoressia presentano caratteristiche o soddisfano pienamente i criteri per l’autismo (Boltri & Sapuppo, 2021). Questi tassi appaiono più bassi nei giovani (Boltri & Sapuppo, 2021): questa è una differenza molto rilevante, poiché l’autismo esordisce nell’infanzia e l’anoressia spesso esordisce in adolescenza, ad eccezione di un recente studio che esamina le caratteristiche autistiche nei bambini con anoressia, e riscontra caratteristiche autistiche presenti nel 16,3% dei partecipanti (15 su 92) (Inoue et al., 2021).

Uno studio su anoressia e tratti autistici

Pertanto, gli autori del seguente studio si chiedono se i tassi più elevati di tratti autistici osservati nei campioni adulti affetti da anoressia siano una vera e propria co-occorrenza diagnostica, o piuttosto, i comportamenti simil-autistici possano essere un esito della malattia, dovuta dall’impatto della malnutrizione sulla cognizione sociale e sul funzionamento esecutivo durante un periodo chiave dello sviluppo (Susanin et al., 2022). Susanin e colleghi (2022) avevano quindi l’obiettivo di esaminare i tratti autistici nelle prime fasi dell’anoressia e durante il processo di trattamento, per capire meglio se i tratti autistici sono presenti e se sono un marker di prognosi sfavorevole dell’anoressia o invece una potenziale sequela della stessa (Susanin et al., 2022).

È stata condotta un’analisi post-hoc esaminando le caratteristiche autistiche in 59 giovani con anoressia. Gli adolescenti e i genitori che hanno partecipato allo studio clinico randomizzato hanno compilato dei questionari per sondare le caratteristiche autistiche prima (baseline) e alla fine del trattamento. I partecipanti sono stati classificati come “superiori” o “inferiori” agli indicatori clinici di autismo utilizzando l’Autism Probability Index (API) e e l’Autism Spectrum Quotient-10 (AQ).

 Complessivamente, dall’analisi sono stati riscontrati bassi tassi di caratteristiche autistiche co-occorrenti che suggeriscono una possibile diagnosi di autismo nel campione di screening utilizzato (Susanin et al., 2022). Nonostante l’esclusione specifica dei giovani con una diagnosi formale, o sospetta, di autismo, circa un partecipante su tre ha mostrato segni di essere “a rischio” di autismo con un punteggio superiore a 60 nell’API, e cinque adolescenti hanno mostrato caratteristiche clinicamente significative, ottenendo un punteggio superiore a 70 nell’API. I giovani considerati “a rischio” o nel range clinico non sembravano differire per variabili demografiche o di presentazione clinica rispetto a quelli senza tratti autistici (Susanin et al., 2022). Sono state riscontrate invece alcune differenze nel decorso clinico tra i soggetti “a rischio” e quelli “non a rischio” in base all’API; in particolare, gli innalzamenti dell’API riferiti dai padri sembravano predire esiti peggiori (Susanin et al., 2022).

Considerazioni conclusive

Grazie al seguente studio è possibile quindi trarre diverse e importanti deduzioni. In primo luogo, i tassi di diagnosi di autismo nel campione di screening, prevalentemente femminile, erano coerenti con il campione femminile della popolazione comunitaria generale (Shenouda et al., 2022). Tuttavia, anche in un campione specificamente destinato a escludere i giovani autistici, sono stati osservati molti giovani che raggiungevano i valori soglia sugli strumenti di screening. Questo dato può essere dovuto al fatto che l’autismo è spesso sotto-diagnosticato nelle ragazze o può riflettere la sovrapposizione tra le caratteristiche cognitive, sociali e comportamentali dell’anoressia e i tratti autistici valutati dai test di screening AQ e API (Susanin et al., 2022).

In conclusione, quindi, questi risultati evidenziano la necessità che gli studi futuri utilizzino strumenti diagnostici completi nello studio dei tratti autistici in campioni di soggetti affetti da anoressia.

 

Un incontro con Galit Atlas. Il resoconto dell’intervista all’autrice de “L’eredità emotiva”

Nel Gennaio 2022, coloro che hanno partecipato al congresso “La Personalità in Psicoterapia” hanno avuto il piacere di ascoltare la Prof.ssa Galit Atlas su “Personalità e trauma”, ovvero un intervento sui solchi che il trauma scava nella nostra personalità.

 

 La Prof.ssa Atlas è carismatica, interessante e affronta tematiche che toccano le fantasie di platee amplissime. È quindi stato facile ricordarsi di lei quando, a un anno di distanza, è stato pubblicato per Cortina Editore, il suo ultimo libro “L’eredità emotiva”. È consuetudine del nostro piccolo gruppo di lavoro (la Dott.ssa Roberta Cimaglia, la Dott.ssa Lara Scali e il Prof. Giuseppe Tropeano) riunirsi spesso nel salotto romano dell’Hotel Locarno, a discutere di libri o articoli che hanno suscitato in noi particolare interesse.

Dopo aver letto “L’eredità emotiva”, abbiamo ritenuto di contattare l’autrice per proporle un’intervista su quest’opera. La nostra fantasia si è soffermata a lungo sull’immagine di copertina: una donna di spalle, una Rückenfigur, che guarda verso un deserto silenzioso; forse sotto un viadotto desolato, forse sotto l’ala di un aereo dal quale è sbarcata senza bagagli.

La donna ritratta è la Prof.ssa Atlas? Perché siamo così suggestionati dall’atmosfera che ci introduce al libro?

Prof.ssa Atlas: Anche per me è molto interessante, il libro è stato tradotto in 25 paesi, l’Italia è stato uno dei primi assieme a Israele (…). Capisco che ci sono delle implicazioni culturali e gli editori spendono molto tempo per scegliere la copertina giusta. La copertina israeliana è molto più intensa di quella americana e così quella italiana. Voi cosa ne pensate? Se un libro ha successo in una cultura è perché dice qualcosa alla cultura a cui si rivolge. Penso che l’Italia sia uno di questi paesi perché gli italiani sanno gestire emozioni profonde. Le idee principali sono universali, ma ogni cultura le processa in modo diverso.

Con la sua attenzione alla cultura in senso antropologico, Galit Atlas dimostra di essere una psicoanalista che interpreta e vive la modernità. Infatti, nonostante i nobilissimi lasciti degli studi sul trauma generazionale, che annovera precedenti illustri come Felicity de Zulueta, la Atlas propone una visione innovativa di Ferenczi, ovvero l’eredità emotiva dei traumi irrisolti delle generazioni precedenti.

Prof.ssa Atlas: Molti dei concetti e idee di Ferenczi sono usati nella psicoanalisi contemporanea e psicoanalisi relazionale. Uno dei miei precedenti libri tecnici è “Dialogo drammatico” e Ferenczi dice che la psicoanalisi è un dialogo teatralizzato. Io faccio riferimento a Ferenczi diverse volte, riportando alla vita le sue idee, includendo l’importanza che lui dà al trauma, principalmente al trauma sessuale. Uno degli avanzamenti maggiori della psicoanalisi è l’intersoggettività, ovvero la bidirezionalità di come il mondo interno è permeato dal mondo esterno. Una relazione di reciproca influenza che va avanti e indietro.

E questo è già stato detto da Ferenczi in passato! Il trauma proviene dall’esterno e poi viene processato, ci impatta. Noi possiamo parlare di femminismo, attivismo sociale … noi parliamo del mondo esterno e di come questo ci traumatizza e impatta su di noi.

Un altro concetto importantissimo per ogni psicoanalista contemporaneo è la regolazione emotiva nella psicanalisi, l’affetto!

Inoltre, Ferenczi ci ha dato l’importanza dell’affetto e l’importanza del controtransfert. Il controtransfert è una risorsa per i terapeuti, non solo una resistenza. Quello che ha aggiunto è che nel Transfert -Controtransfert c’è un insight analitico, oltre che dell’empatia dell’analista. In passato non era professionale parlare della propria emotività. L’onestà, la sincerità, l’emotività sono concetti portati alla luce da Ferenczi.

Dott.ssa Scali: Mi fa pensare alla sua intervista con Dani Shapiro, dove dicevate che adesso possiamo parlare del trauma perché c’è stato un cambiamento culturale. Attualmente siamo a nostro agio con argomenti che all’epoca di Ferenczi erano troppo disturbanti. Ci vedo la presenza della rimozione per difenderci da contenuti troppo toccanti.

Prof.ssa Atlas: E anche la pandemia ha cambiato le cose, ci ha aiutato a essere pronti. Adesso noi possiamo parlare della realtà esterna, il fuori-dentro del trauma. Inoltre c’è meno vergogna da parte delle vittime, possiamo parlare del razzismo e della schiavitù. Anche il filone degli studi sull’isteria ha patologizzato delle donne che erano state effettivamente abusate, e che hanno in realtà dimostrato una reazione sana al loro abuso. In questo senso, la patologia è fuori dal loro sé, è l’ambiente che è malato. Parlando in termini solo ortodossi, ci sarebbe un enorme gap fra la psicoanalisi e la nostra società contemporanea.  

Allo stesso tempo lo stile comunicativo di Galit Atlas consente agli astanti di immedesimarsi completamente nelle sue narrazioni, tanto da sentirsi all’interno della stanza dove va in scena il “Dialogo drammatico” fra Analista e Paziente.

Dott.ssa Cimaglia: Sono rimasta molto impressionata dal caso di Guy e ho avuto i “brividi” mentre lo ascoltavo durante il meeting “La personalità in psicoterapia- Personality summit” del 2022, supervisionato dal Prof. Vittorio Lingiardi.

Prof.ssa Atlas: Certamente, la sicurezza è l’inizio di una relazione terapeutica. Direi che è un cambiamento della relazione terapeutica, più che il suo inizio. Parlando di dialogo drammatico, nelle prime sessioni, io sono spaventata da G. perché lui parla con me in un modo molto profondo, lo chiameremmo identificazione proiettiva. Allo stesso tempo, io potrei essere suo padre abusante, invasivo, qualcuno che lo fa sentire attaccato, invaso e abusato, per questo mi fa sentire ciò di cui lui ha paura. 

Quando lui si toglie il cappotto mi dice che c’è una speranza che il terapeuta sia buono, non troppo freddo, non troppo caldo, ed è simbolico. Non è caldo (intrusivo), non è freddo (deprivante). 

In quel momento sono chiamata a ricoprire un nuovo ruolo, ovvero la madre che lui avrebbe voluto avere. Nel transfert non sono solo la madre reale, ma anche la madre desiderata, quella immaginata nella nostra mente. Sempre nel transfert, io divento genitore ideale, perché c’era già questa madre ideale nella sua mente. Non credo che molti ne parlino. Non credo che i pazienti che non hanno mai sognato un genitore ideale possano portarlo nel transfert come madre transferenziale.

Nelle relazioni create con pazienti abusati, dove noi siamo nuovi oggetti d’attaccamento, il trauma può essere lasciato fuori dalla stanza. Guy era dissociato, quindi lui poteva finalmente avere una relazione con un genitore buono, ma il trauma non può essere pienamente elaborato.

Inoltre la formazione di Galit Atlas le consente di trattare i traumi dei suoi pazienti grazie agli strumenti acquisiti con un training in sessuologia clinica. Il tema del piacere si interseca con quello delle ferite subite, mentre la terapeuta regola la “temperatura” muovendosi fra sessualità e trauma, vita e morte.

Possiamo considerare il piacere come un antidoto al trauma?

Prof.ssa Atlas: Questo riguarda la nostra mente, ma anche la nostra cultura: alcune culture non possono parlare di sesso se non come una cosa sporca. Il trauma è correlato alla relazione dialettica fra vita e morte. Non è inusuale per i nostri pazienti, che sono in lutto, o dopo un trauma, o durante la guerra. Noi siamo presi dall’illusione che possiamo essere riportati alla vita, che possiamo sopravvivere attraverso l’erotismo. 

Quando Eve faceva sesso con Josh aveva degli occhi morti, voleva riparare le umiliazioni, le sofferenze. Voleva un nuovo futuro, anche se noi sapevamo che lei avrebbe ottenuto l’opposto. Nonostante i suoi tentativi, anche lei era diventata una madre morta, ma la sua fantasia inconscia era che tutto poteva essere riparato. Ma era una ripetizione, non una riparazione. 

Quando i pazienti sentono che noi siamo vivi, e autenticamente nella relazione, loro possono portare la sessualità nella terapia, e quella è la parte costruttiva dell’uso della sessualità. D’altro canto, c’è anche la parte mortifera, dove tutto potrebbe rompersi, la sua famiglia potrebbe rompersi, ed è per questo che viene in terapia.

Attraverso le self-disclosure che la Prof.ssa Atlas dissemina nel suo libro, si entra in contatto con i vissuti della sua cultura d’origine, quella ebraica. L’elemento antropologico permea la stanza d’analisi, creando un ponte fra il trauma come esperienza collettiva e l’esperienza personale del trauma transgenerazionale.

Come psicoterapeuti cosa possiamo imparare dalla cultura ebraica in termini di eredità emotiva?

Prof.ssa Atlas: La psicoanalisi ha cominciato gli studi sulla trasmissione trans-generazionale del trauma dopo l’olocausto. Molti analisti sopravvissuti emigrarono in America portando con sé il discorso sull’olocausto e sulla persecuzione. Nel ‘67 la società psicoanalitica ha organizzato il primo congresso su questo argomento, dal titolo “La traumatizzazione psichica delle catastrofi sociali”, e ci furono dei contributi di famiglie e sopravvissuti. È così che è cominciato questo filone di ricerca…

Ricordo a questo proposito una signora la cui nonna era una sopravvissuta ad Auschwitz. Questa nonna era solita stringerle la mano in un certo modo, che lei ha ritrovato nel modo di stringere la mano dei suoi figli. Ma questa stretta era molto forte, piena di paura e senso di protezione, forse troppa protezione. Era la stretta della nonna traumatizzata che lei riportava sui suoi figli. 

 Negli anni ’90, è cominciato il filone di ricerca sull’epigenetica, ma molti di quegli scienziati erano la seconda generazione di ebrei traumatizzati. I ricercatori sono cresciuti in condizioni simili alle mie (ovviamente io ho il mio trauma, che appartiene all’esperienza della mia famiglia), in comunità prevalentemente ebraiche e sentivano che c’era qualcosa dentro di loro che non avevano vissuto direttamente. 

Nei traumi sociali, come la schiavitù, e altri attacchi razzisti a minoranze etniche, o in altri tipi di trauma, noi avvertiamo qualcosa interiormente ed è lì che cominciamo a ricercare come scienziati o clinici.

Nel caso di Dana, descritto nel capitolo 8, i lettori troveranno altri punti d’intersezione fra la biografia dell’autrice e le storie di vita consegnate dai pazienti alla terapeuta. Questo incontro fra i lutti familiari di Dana e la nascita di Mia, terza figlia dell’autrice, consente di “Pensare l’impensabile”.

È lecito ritenere che il caso di Dana ci parli di come un oggetto morto possa “rinascere” all’interno di una relazione terapeutica?

Prof.ssa Atlas: Questa domanda ci porta di nuovo alla relazione inconscia fra vita e morte. Io non uso termini troppo tecnici nel libro, ma è chiaro che questo sia il capitolo che affronta il tema della dissociazione. Quest’ultima avviene su più piani, fra i quali la mia dissociazione. Quando la paziente mi dice di aver perso il fratello, a quel punto diventa mia madre, la quale ha a sua volta perso prematuramente suo fratello. Ho impiegato molto per capire perché in quel momento fossi dissociata, ovvero per capire che mia madre aveva lo stesso vissuto di Dana.

Ho lavorato sul significato e sui benefici della dissociazione, e sul modo in cui essa ci aiuta a sopravvivere. Ho sentito di essere la terapeuta giusta per Dana, perché abbiamo colluso assieme sulla dissociazione legata al fratello. Non era un segreto in casa mia che mia madre avesse perso un fratello, in casa c’erano le sue foto. Ma in un certo senso era come se fosse un segreto, perché mia madre si turbava troppo nel parlare di lui. Negli anni abbiamo taciuto questo argomento e quindi ce ne siamo dissociati. 

C’è una nascita alla fine del capitolo. In un certo senso, l’arrivo di mia figlia Mia riporta Dana alla vita, così come lei mi scrive nella mail. Forse il trauma l’aveva congelata. Anche molti anni dopo (…) era ancora una piccola bambina ferma al momento del trauma. Alla fine, lei riesce finalmente a riprendere la sua vita, che era fissata al giorno della morte del fratello.

Prof. Tropeano: Le chiederei una velocissima supervisione, in merito a un impegnativo cammino terapeutico. Parlo di una ragazza italiana, di fine intelligenza e cultura, che chiamerò Abigail. Nome biblico, scelto non a caso, avendo lei deciso di convertirsi dalla religione cattolica a quella ebraica. Questo percorso ha condizionato radicalmente la sua vita, portandola a risiedere da Londra a Madrid, per seguire gli insegnamenti rabbinici. Di conseguenza, la paziente mi chiese un supporto psicoterapico e psichiatrico svolto prevalentemente on-line.

Alla domanda su quali fossero le ragioni più profonde della sua conversione, la paziente ha risposto in maniera molto concisa: “Desidero essere accolta in una comunità inclusiva. Per la consapevolezza della comunità ebraica di essere portatrice di profonde sofferenze che “richiamano” le mie personali sofferenze. Per l’intenso desiderio di conoscere la verità più profonde”.

Nella biografia della paziente risaltano un rapporto altamente conflittuale con la madre, persona definita “squilibrata”, e di conseguenza il divorzio segnato dall’ostilità fra i genitori. Nel suo tentativo di riparare a un’esistenza travagliata mi sono spesso chiesto se il vero psicoanalista/terapeuta fossi io o, piuttosto, il rabbino di riferimento di Abigail. 

Attualmente si trova in terra d’Israele, in attesa di ricevere il suo nome ebraico. Ancora adesso mi chiedo: “E’ possibile che la comunità ebraica offra un aprés coup, dove poter risignificare le sue esperienze traumatiche?”.

Prof.ssa Atlas: Non ho sufficienti informazioni per analizzare questo caso, ma posso dire che la mia fantasia è che l’analisi avviene con il Rabbino, perché la paziente sta cercando una famiglia. La famiglia è chiaramente idealizzata, e molto specifica: una famiglia che capisce il trauma, che vuole andare alla verità delle cose, inclusiva… 

Ogni famiglia ha i suoi problemi, anche quella del Kibbutz, ma per lei non è un problema. Lei vuole cambiare nome, perché vuole essere parte della famiglia.

A seguito dell’intervista alla Prof.ssa Galit Atlas le nostre fantasie di terapeuti sono tutt’altro che quietate. Al contrario, i vissuti familiari dei tre intervistatori riemergono in una nuova ottica, foriera di innovativi strumenti terapeutici. Secondo lo stile della Atlas, il materiale del terapeuta si armonizza fra il rispetto del metodo e squisite improvvisazioni che regolano di continuo il variare della temperatura nel setting analitico, dove è possibile piangere e ridere con i pazienti.

 

Articolo di : Roberta Cimaglia, la Dott.ssa Lara Scali e il Prof. Giuseppe Tropeano

I neuroni della lettura (2019) di Stanislas Dehane – Recensione

Attraverso il saggio “I neuroni della lettura” Stanislas Dehane offre l’opportunità, a chiunque desideri leggerlo, di comprendere più da vicino i meravigliosi processi coinvolti nella lettura.

La neurobiologia della lettura

 L’attività di lettura viene descritta dall’autore quale vero e proprio coinvolgimento di più distretti cerebrali, i quali nel loro insieme vengono a determinare quel cablaggio neuronale che già a partire dall’infanzia riflette e determina la fioritura di più collegamenti sinaptici.

Sotto il profilo neurobiologico l’autore offre infatti una panoramica di quei processi che, durante la lettura, partono dal sistema visivo per poi propagarsi gradualmente e in maniera concatenata, sino al sistema nervoso autonomo, valorizzando oltremodo il netto equilibrio tra il sistema simpatico e quello parasimpatico.

Pagina dopo pagina si avrà così l’occasione di conoscere, sempre più nel dettaglio, quei misteriosi ingranaggi neurobiologici che proprio a partire dall’infanzia promuovono gradualmente lo sviluppo dell’architettura cerebrale in grado di coinvolgere anche e soprattutto la dimensione emotiva.

Quest’ultima infatti viene presentata dall’autore quale chiave di lettura, capace di connettersi con più distretti cerebrali attraverso i quali convertire l’informazione letta in una vera e propria concatenazione di stimoli, traducibili sia in risvolti psicobiologici che in cambiamenti morfologici e anatomo funzionali.

I neuroni coinvolti nella lettura, pertanto, non riflettono esclusivamente un semplice insieme di processi psicobiologici, bensì, secondo la visione di Donald Hebb, un reclutamento contemporaneo di più parti in grado di promuovere un nuovo stile di apprendimento, i cui benefici, possono propagarsi entro la propria unità psicosomatica.

Nondimeno, grazie alla visione odierna di Carlo Militello (Militello, 2022) e Gilda Katz (Katz, 2016), la lettura si pone come un vero e proprio esercizio terapeutico in grado di apportare non soltanto benefici a livello psicofisico, ma soprattutto a livello neuronale, evidenziando così quei misteriosi processi, apparentemente invisibili ma dai risvolti a lungo termine.

Essa inoltre si conferma quale attività in grado promuovere una sempre più crescente fioritura e/o potatura neuronale (pruning), rendendo le nostre connessioni sinaptiche veri e propri ponti di collegamento in grado di rafforzare la memoria, l’attenzione e non ultimo il nostro linguaggio verbale e non verbale.

La lettura e i cambiamenti morfogenetici coinvolti nell’architettura cerebrale

 Storicamente, come illustrato dal neurobiologo Klaus Stiefel (2016), l’interesse dei dendriti impressionò a suo tempo il medico spagnolo Santiago Ramòn y Cajal, che sul finire dell’Ottocento colorò singole cellule nervose che ebbe modo di osservare al microscopio. In quei disegni ebbe modo di notare, e rivelare, la complessa rete delle ramificazioni dendritiche. Come per ogni altro tipo di cellula, nella membrana cellulare dei neuroni sono inseriti numerosi canali ionici: complesse strutture proteiche attraverso le quali fluiscono gli ioni. Essendo particelle a carica positiva o negativa permettono il trasporto dentro o fuori la cellula. Ne risulta non solo un flusso energetico, ma anche la base per l’elaborazione delle informazioni nel sistema nervoso. In virtù del potenziale di membrana, ossia la differenza di cariche elettriche tra il suo interno e il suo esterno, i canali ionici determinano quale segnale in entrata raggiungerà il corpo cellulare.

Si profilano pertanto, da un punto di vista funzionale, svariate possibili combinazioni degli schemi di ramificazione, dei modi e della distribuzione dei canali ionici, nonché della posizione delle sinapsi, che nel loro insieme dunque offrono un ampio ventaglio di possibilità per modulare i segnali sinaptici (Siegel, 2001).

Conversazioni con Giovanni Liotti su Trauma e Dissociazione (2022) – Recensione

Condividendo e ampliando l’idea originaria di Pierre Janet (Janet, 1898), secondo cui la dissociazione è la “madre” di tutta la psicopatologia, Giovanni Liotti individua nella disorganizzazione dell’attaccamento e nel suo essere trauma precoce la radice della dissociazione.

 

 La prematura scomparsa di Giovanni Liotti ha lasciato un grande vuoto e un profondo senso di perdita in tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di ascoltarlo, e un senso di mancata occasione in molti che questo privilegio non l’hanno avuto. Per questa ragione è con immensa emozione che ho accolto questo bellissimo volume, frutto della fatica di Cristiano Ardovini, Cecilia La Rosa e Antonio Onofri.

Non saremo mai abbastanza grati ai curatori, infatti, per averci concesso l’opportunità di immergerci ancora nelle parole del nostro maestro, di ascoltare (sì, ascoltare, perché leggendo quelle pagine, pare ancora di sentire la sua voce in tutta la potenza della sua oratoria) le intuizioni e la complessità del suo pensiero teorico trasmessa con rara chiarezza espositiva, arricchita di illuminanti esempi clinici e imbevuta di cultura che spazia dall’arte alla poesia alla letteratura.

In un susseguirsi di domande e risposte, il volume raccoglie e riorganizza in un unico e fluido discorso decenni di registrazioni, appunti, lezioni accademiche e conversazioni informali con Gianni Liotti sui temi che sono stati al centro delle sue riflessioni negli ultimi due decenni: il trauma e la sua relazione con la dissociazione.

Molti anni prima che le conoscenze e le considerazioni su trauma e dissociazione si diffondessero e diventassero di dominio comune, infatti, Liotti ha esplorato questo territorio in un continuo e proficuo scambio fra ricerca, riflessione teorica e psicoterapia, arrivando a definire una teoria della psicopatologia raffinata e basata su solidi dati, che guida, orienta e allo stesso tempo è stimolata dal lavoro clinico con i pazienti.

La prima parte del volume esplora proprio il rapporto tra psicopatologia e dissociazione.

Condividendo e ampliando l’idea originaria di Pierre Janet (Janet, 1898), secondo cui la dissociazione è la “madre” di tutta la psicopatologia, Liotti individua nella disorganizzazione precoce dell’attaccamento e nel suo essere trauma precoce la radice della dissociazione.

Nell’attaccamento disorganizzato, infatti, il genitore è allo stesso tempo fonte di paura e figura di conforto, attivando contemporaneamente il sistema di difesa e il sistema di attaccamento del bambino, che si ritrova immerso in quella “paura senza sbocco” che è il precursore del senso di impotenza che caratterizza l’esperienza traumatica.

Il nucleo della disorganizzazione è avere bisogno di cura ed essere spaventati allo stesso momento dalla stessa persona che dovrebbe fornire quella cura: in questa condizione le rappresentazioni di sé-con-l’altro, che costituiscono il Modello Operativo Interno (Bowlby, 1969), sono talmente in contrapposizione da non poter essere integrate in una sintesi coerente. Dissociazione, dunque, non come sintomo, ma come mancata integrazione.

E perché non vediamo quasi mai la dissociazione come sintomo nei bambini?

Perché la dissociazione compare solo quando è attivo il sistema dell’attaccamento e questi bambini ricorrono a delle strategie per impedirlo, cooptando altri sistemi motivazionali: possiamo infatti osservare bambini (e poi adulti) che, quando sentono attivarsi l’attaccamento, subito attivano il sistema agonistico per entrare in relazione con genitore, diventando dei piccoli tiranni (si parla allora di “strategia controllante punitiva”); altri che attivano il sistema dell’accudimento e si prendono cura di mamma o papà come efficientissimi infermieri (“strategia controllante accudente”); altri ancora utilizzano altri sistemi motivazionali per tenere a bada l’attaccamento e i mostri che sono da esso evocati.

Queste strategie hanno una preziosa funzione adattiva, salvaguardando le capacità metacognitive che sono pesantemente compromesse nel momento in cui è attivo l’attaccamento. Quando altri sistemi motivazionali sono al comando, la metacognizione funziona benissimo, come illustra efficacemente Liotti portando ad esempio la storia del famoso scacchista Bobby Fisher.

La dissociazione come sintomo compare quando, in seguito ad altre esperienze traumatiche, perdite, separazioni o eventi che in qualche modo invalidano le strategie controllanti, queste crollano, lasciando emergere l’attaccamento con i suoi modelli operativi disorganizzati.

Sebbene la frequenza di traumi infantili, soprattutto cumulativi, sia enormemente sottovalutata, diversi studi dimostrano quanto siano in realtà molto diffusi nella popolazione e quanto gravi siano le loro conseguenze sulla salute fisica e psicologica. Per questa ragione è di fondamentale importanza imparare a riconoscere le diverse manifestazioni, spesso elusive, della dissociazione che ne consegue, allenarsi a “farci orecchio”, esplorando insieme al paziente il suo mondo interno e la sua storia con accuratezza, delicatezza e rispetto.

In questo quadro, la dissociazione non è concettualizzata come una difesa dell’Io, come ipotizzato da Freud, ma come un effetto del trauma che frammenta il mondo interno e impedisce la costruzione di un senso di sé unitario.

La patologia ha dunque a che fare con l’assenza di connessione, la perdita di integrazione e i deficit metacognitivi.

Coerente al modello cognitivo-evoluzionista secondo cui non esiste una sola terapia per tutti i disturbi, ma ogni disturbo richiede un intervento specifico guidato da una cornice teorica che ne definisca i meccanismi psicopatologici, Liotti illustra con profusione di esempi clinici quali siano le ricadute di una simile concettualizzazione sul piano terapeutico.

Nella seconda parte del volume, infatti, sono raccolte le sue idee e intuizioni riguardo al lavoro clinico con i pazienti che provengono da storie di attaccamento traumatico.

Fedele al modello a tre fasi, concepito da Janet e confermato dalla ricerca più recente come più efficace e sicuro per questo tipo di pazienti, Liotti evidenzia la particolare importanza della prima fase, quella di stabilizzazione.

 Obiettivo prioritario dell’intervento è creare un clima di alleanza e collaborazione fra paziente e terapeuta, che sono pari ma non uguali in questo lavoro. Entrambi hanno pari dignità e valore pur nella specificità di ruoli: il terapeuta è esperto del metodo, il paziente del proprio mondo interno ed entrambi collaborano per un obiettivo comune, il benessere del paziente. È proprio l’assetto cooperativo che secondo Liotti, rappresenta non solo la premessa perché la terapia sia efficace, ma un vero e proprio strumento terapeutico, in quanto antidoto all’attivazione del sistema di attaccamento così profondamente compromesso dalle esperienze traumatiche precoci. Il sistema cooperativo fa da sostegno alle capacità metacognitive deficitarie del paziente e gli permette di incrementarle.

L’alleanza è sempre, per tutta la durata del percorso, obiettivo terapeutico sovraordinato: questo significa che, in qualsiasi fase del lavoro ci si trovi, nel caso in cui si andasse incontro ad una crisi o una rottura dell’alleanza, la sua riparazione deve tornare immediatamente a essere una priorità.

Stabilizzare i sintomi più perturbanti, che sono manifestazione di un sistema neurovegetativo in ipo o iperarousal, cioè fuori dalla finestra di tolleranza, è il focus di questa prima fase di lavoro, che può durare anche mesi o anni.

La normalizzazione dei sintomi e la psicoeducazione sono interventi terapeutici importanti ai fini di questo obiettivo, perché contrastano il senso di impotenza e sfiducia in sé e negli altri, che rappresenta il nucleo dell’esperienza traumatica e aumentano la sicurezza percepita del paziente.

Liotti enfatizza la necessità di mantenere una comunicazione emozionale “da emisfero destro a emisfero destro” (p.132), come nel dialogo conversazionale di Russell Meares (Meares, 2014), una comunicazione empatica, che si modella sul linguaggio del paziente e ricalca una normale conversazione fra esseri umani, ma guidata e orientata da una complessa teoria psicopatologica.

In questo dialogo, anche la metafora è uno strumento potente e importante, non solo perché rappresenta un linguaggio più idoneo a descrivere e raccontare sensazioni sfuggenti come la depersonalizzazione e la derealizzazione, ma perché aumenta l’attività corticale così deficitaria in questi pazienti.

Sempre attento alla dimensione relazionale cooperativa, per evitare di attivare l’attaccamento, il terapeuta deve spostare l’attenzione dai deficit alle risorse del paziente, valorizzando i suoi tentativi autonomi di gestire l’impotenza e i sintomi dissociativi, attento a gestire le proprie reazioni di paura di fronte alle varie forme che questi sintomi possono assumere.

Gli interventi bottom-up, cioè quelli che agiscono sul tronco dell’encefalo nel modo più diretto possibile, come le tecniche sensomotorie, sono preziosi in questa fase, così come la mindfulness, e in generale tutto ciò che permette di contrastare il senso di impotenza e sfiducia che rappresenta il sintomo centrale del Disturbo da Stress Post Traumatico e di aumentare la mastery.

Solo dopo aver raggiunto una sufficiente stabilizzazione, è possibile affrontare le fasi successive del lavoro terapeutico, ossia l’elaborazione delle memorie traumatiche (fase II) e l’integrazione (fase III).

In riferimento alle memorie traumatiche, emerge la figura del terapeuta come “testimone cartesiano” di ciò che è accaduto, testimone e conferma non della realtà del trauma, bensì del dolore del paziente, provato durante e dopo l’esperienza traumatica. Mettendo in guardia verso la possibilità di false memorie, Liotti ci ricorda che compito del terapeuta non è fare il poliziotto o il magistrato e stabilire se e come si sono verificati gli eventi, ma validare l’esperienza emotiva del paziente: “Provo, dunque è vero”.

In quest’opera ambiziosa e bellissima, sono tanti gli spunti e gli approfondimenti che emergono e le riflessioni suscitate nel lettore. Ogni pagina racchiude qualche perla, distillato di cultura, passione, sensibilità clinica e voglia di condivisione che è stata ogni conversazione, più o meno formale, con Gianni Liotti.

Rileggere le sue parole è stato emozionante e, ancora una volta, profondamente stimolante.

Aspettiamo con impazienza il secondo volume su cui Ardovini, La Rosa e Onofri sono già al lavoro e che verterà sull’alleanza terapeutica e la co-terapia, temi assolutamente centrali nel pensiero e nel lavoro di Liotti, che diventano di rilevanza cardinale quando si affrontano le sfide della terapia con pazienti che provengono da storie traumatiche e presentano sintomi dissociativi.

Gli smombies: camminare con gli occhi fissi sullo schermo – Psicologia Digitale

Essere pedoni distratti dallo smartphone, o smombies, può essere un rischio per la sicurezza perché riduce la nostra attenzione verso l’ambiente circostante. 

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 38) Gli smombie: camminare con gli occhi fissi sullo schermo

 

 Gli smartphone richiedono la nostra attenzione anche quando siamo già impegnati a fare altro: per esempio mentre guardiamo la tv, ci prepariamo, lavoriamo o camminiamo.

Quando camminiamo fuori casa, sul marciapiedi o attraversiamo la strada, abbiamo un intero ambiente intorno a noi cui prestare attenzione: gli altri pedoni, le auto, i ciclisti, ecc. Ma se la nostra attenzione è assorbita dall’uso dello smartphone, l’eventualità che, del tutto o in parte, non siamo consapevoli di ciò che ci accade intorno è concreta e può portare a incidenti più o meno gravi.

Essere distratti può avere un costo. Fare valutazioni errate sulla velocità dei veicoli, attribuire in modo errato l’intenzione del conducente, oppure valutare erroneamente se possiamo o meno attraversare; questo vale per tutti, per chi guida come per chi cammina.

Ma è proprio per questi ultimi che è stato coniano il termine “smombie”.

L’attenzione frammentata

Il termine “smombie” (smartphone-zombie) o “phone walker” (meno utilizzato) si riferisce ad uno specifico comportamento: essere focalizzati sullo smartphone mentre si cammina su strade pubbliche (Schaposnik e Unwin, 2018; Ropaka et al., 2020).

Una classificazione completa delle varianti di questo comportamento viene proposta da Fernández e colleghi (2020). Abbiamo cinque livelli che si differenziano da un grado crescente di attenzione allo smartphone: not visible, talking, headphones, holding, smombie.

Nel primo il pedone non utilizza lo smartphone; nel secondo lo usa ma solo per una chiamata, diciamo in maniera tradizionale (che poi era il primo utilizzo per cui era stato pensato il ‘telefonino’!); nel terzo indossa delle cuffie per ascoltare musica o contenuti audio; infine “holding” indica che il pedone ha in mano lo smartphone senza utilizzarlo e “smombie” che non solo la persona ha in mano lo smartphone ma lo utilizza rivolgendo chiaramente una gran parte della sua attenzione su di esso (digita, fa scrolling, manda audio ecc.).

Gli smombie si espongono a dei rischi perché prestano meno attenzione all’ambiente circostante: fissare lo sguardo sullo schermo, occupare le mani per digitare, camminare più lentamente e distrattamente.

Non tutti i pedoni sono smombie

Nel lavoro di Fernández e colleghi del 2020 questo comportamento è stato misurato direttamente. In particolare, l’analisi ha preso in considerazione eventuali correlazioni con genere, età e luogo.

Nello studio due ricercatori (uno seduto ed uno in movimento a piedi) hanno osservato il comportamento dei pedoni con i loro smartphone in tre aree della città spagnola Elche, un centro medio piccolo (poco più di 230.000 abitanti): centro città, aree residenziali e campus universitario. Nei cinque mesi di osservazioni sono stati registrati 3.301 pedoni, per metà di sesso femminile.

I soggetti inclusi nell’osservazione dovevano essere pedoni soli o in gruppi di massimo 4 persone; sono stati esclusi pedoni che, per focalizzarsi meglio su quello che stavano facendo con lo smartphone, si fermavano, si sedevano o si appoggiavano ad una struttura (muro, lampione, ecc.) poiché l’utilizzo potenzialmente problematico è proprio legato al fatto di camminare in strada mentre si usa il dispositivo.

La registrazione dei comportamenti è stata fatta tramite un’app creata appositamente ed in cui era possibile registrare genere ed età stimati e tipologia di comportamento.

I risultati mostrano che, in generale, il comportamento prevalente è quello di usare lo smartphone con le cuffie, quindi per ascoltare musica o audio.

In termini di età, come prevedibile, sono i più giovani a rientrare nella categoria “smombie”, soprattutto quando il comportamento è analizzato in base al luogo di osservazione: è l’area del campus universitario, più frequentata da giovani, ad essere più rappresentativa di questa categoria; mentre con l’aumentare dell’età diminuisce la tendenza ad usare lo smartphone mentre si cammina.

Smombie Scale e app per la valutazione

Nel 2021 Park e Kim hanno elaborato la Smombie Scale, uno strumento self-report per misurare l’uso dello smartphone mentre si cammina; si compone di 15 item e richiede pochi minuti per la compilazione. Lo scopo è avere una panoramica rispetto a quanto lo smartphone viene usato per noia o per dipendenza ma non solo: viene valutata anche la percezione del rischio rispetto al farlo mentre si è fermi e può essere richiesto di muoversi all’improvviso (ad esempio, alla fermata dell’autobus, in attesa della metropolitana e in attesa di un segnale di passaggio sulle strisce pedonali, quando si è fermi ma ci si potrebbe dover muovere alla svelta e con poco preavviso).

Anche se lo studio ha dei limiti (il campione è costituito da volontari tra i 18 e i 39 anni reclutati solo in Corea del Sud), la Smombie Scale può aiutare a comprendere quanto si è distratti dallo smartphone in certe circostanze.

Anche l’applicazione Smombie Guardian è utile per aumentare la consapevolezza e ridurre i rischi dell’utilizzo dello smartphone mentre si cammina in strada. L’app utilizza la fotocamera: quando rileva un ostacolo potenzialmente pericoloso invia una notifica con vibrazione e una foto dell’ostacolo in modo che il pedone sia consapevole degli eventuali rischi (Kim et al., 2018). L’aspetto interessante di questa app è il cambio di prospettiva: invece di richiedere alle persone un cambiamento in un’abitudine consolidata – l’uso dello smartphone anche quando si cammina in strada -, cambiamento davvero improbabile, utilizza proprio lo strumento ‘distraente’ per catturare l’attenzione.

Probabilmente è proprio questo il passaggio che serve: per invertire la rotta di comportamenti digitali a rischio, utilizzare le tecnologie stesse negli interventi non come nemici ma come alleati.

Digital teens: disturbi internalizzanti ed esternalizzanti nell’era digitale

I ragazzi tra i 13 e i 18 anni spendono quotidianamente circa 7 ore e mezza sui social (Damodar et al., 2022) e, per quanto le nuove generazioni siano più accorte e prudenti di quanto non si pensi, l’universo dell’online persiste nell’essere un luogo di insidie e potenziali pericoli.

Disturbi internalizzanti e disturbi esternalizzanti

 Quando si parla di psicopatologia in età evolutiva, cosa si intende per disturbi internalizzanti ed esternalizzanti? In che modo influisce l’esperienza del mondo digitale?

Solitamente un esordio psicopatologico –a prescindere dall’età anagrafica del soggetto – ha precise caratteristiche relative sia alla sfera comportamentale che al mondo interno della persona.

Quando si affronta un caso in età evolutiva, è utile fare una macro distinzione nella classificazione diagnostica: quella tra disturbi internalizzanti e disturbi esternalizzanti.

Nei disturbi esternalizzanti il soggetto manifesta in modo tangibile e osservabile comportamenti rivolti verso l’esterno, che possono essere fisici come l’aggressività e l’iperattività, oppure verbali.

Diversamente, i disturbi internalizzanti riguardano invece il mondo interno del soggetto e quindi pensieri, eventuali alterazioni del tono dell’umore, stati d’animo e disregolazione emotiva. Tutti questi fattori, inoltre, possono spostarsi dal piano psicologico e concorrere allo sviluppo di manifestazioni somatiche come ad esempio psoriasi, disturbi gastrointestinali (ad esempio il Morbo di Crohn) o anche cefalee (Fochetti, 2017).

Una panoramica dei disturbi

Non è insolito che i disturbi dell’età evolutiva insorgano durante il periodo scolastico: il bambino o l’adolescente, esposto a esperienze sociali di interazione con l’altro in un ambiente stimolante con richieste via via sempre più impegnative, può rispondere con pattern disfunzionali sia sul piano relazionale che comportamentale.

Da un punto di vista comportamentale, i quadri diagnostici più diffusi nella popolazione infantile sono il Deficit da Attenzione e Iperattività (ADHD), i disturbi della condotta e infine il disturbo oppositivo provocatorio (DOP), in cui si assiste a comportamenti provocatori e vendicativi accompagnati da scoppi di rabbia. In alcuni casi tutti e tre questi quadri diagnostici possono anche coesistere (Del Giudice et al., 2020). Durante l’ultimo ventennio si è assistito a un significativo aumento di casi di bambini che soddisfano i criteri per una diagnosi ADHD, manifestando inoltre atteggiamenti aggressivi e/o impulsivi (Schoemaker et al., 2021; Barra et al., 2020).

Sul versante internalizzante invece sono sempre più comuni i disturbi d’ansia, così come anche i pattern che rimandano a diagnosi depressive (Kuzujanakis, 2020).

Come si articola la patologia negli “adolescenti digitali”

Dalle ricerche emerge che i ragazzi tra i 13 e i 18 anni spendono quotidianamente circa 7 ore e mezza sui social (Damodar et al., 2022), con un uso intenso di YouTube e Twitch da parte dei ragazzi e Instagram e Tik Tok da parte delle ragazze (Pew Research Center, 2022).

 Apparirebbe ridondante ribadire quanto ormai tutti noi siamo immersi in questa realtà parallela che è il mondo virtuale, fatto anch’esso di momenti e di relazioni. E per quanto le nuove generazioni siano più accorte e prudenti di quanto non si pensi, l’universo dell’online persiste nell’essere un luogo di insidie e potenziali pericoli. La “Facebbok depression” ad esempio indica come l’uso intenso e costante di social media, quali ad esempio Facebook, possa rappresentare un fattore in grado di agire da trigger per un quadro depressivo (Lakasing & Mirza, 2020). Non è dunque raro trovare nella letteratura esordi sintomatologici ansiosi o depressivi abbinati a un quadro da dipendenza da Internet (internet addiction) (Zhao et al.,2023; Casale et al., 2021).

Una ricerca condotta nel 2010 ha indagato come i giocatori di videogiochi spesso esperiscano episodi di dissociazione: loro stessi riportano che essere immersi in un livello alternativo di coscienza – come può esserlo il mondo fantastico di un videogioco – gli fa perdere il contatto con la realtà, tanto il loro Sé è fuso con l’identità virtuale (avatar) (Snodgrass et al., 2010). A questo si aggiunge il fatto che il periodo pandemico ha senz’altro aggravato la situazione. Diversi recenti studi confermano come soprattutto il periodo di lockdown abbia contribuito a creare un rapporto direttamente proporzionale tra i disagi psicologici a matrice ansiosa e/o depressiva e la dipendenza da internet (Zhao et al., 2023; Damodar et al., 2022).

E il metaverso?

L’idea di Metaverso come ambiente virtuale alternativo nasce dall’unione tra un sistema di realtà immersiva e una modalità di interazione che prevede anche l’uso del proprio corpo. Gli utenti infatti saranno identificabili in questo virtual environment per mezzo di surrogati identitari (avatar) dalle sembianze umane.

Per quanto l’opinione collettiva si divida in due macro direzioni – pro e contro il Metaverso – resta ancora un’incognita su come esso (se mai dovesse affermarsi sulla scena della quotidianità) possa influenzare l’aspetto relazionale e comportamentale, da un punto di vista psicologico (Cerasa et al., 2022).

Secondo uno studio del 2022, sembra che l’unione di Realtà Virtuale (VR), Realtà Aumentata (AR) e Realtà Mista (RM; ossia un sistema ibrido che integra set digitali con set virtuali) che dà vita al Metaverso, si sia rivelata un interessante strumento impiegato nel trattamento dei disturbi mentali (Usmani et al., 2022). Per quanto concerne i disturbi esternalizzanti ed internalizzanti, l’impiego della realtà virtuale ha ottenuto successo sia nel trattamento dell’ADHD, così come anche nell’intervento sui disturbi d’ansia. Nel primo caso, i ragazzi sembravano più ricettivi e coinvolti negli ambienti virtuali, cosa che ha migliorato l’aderenza al trattamento; nel secondo caso, sfruttando input mirati a lavorare sulle proprie capacità sociali, i pazienti sono riusciti ad acquisire maggior stima di sé e a sviluppare abilità comunicative (Goharinejad et al., 2022; Kim et al., 2020).

Il lato negativo di questa potenziale frontiera avanguardista della diagnostica risiede nel fatto che adolescenti e giovani siano inevitabilmente incentivati a passare molte ore immersi in questo universo parallelo.

A questo punto, quale sia la giusta via di mezzo – ammesso che esista – è ancora prematuro dirlo; ulteriori ricerche in questo ambito saranno dunque fondamentali per fare luce su questi aspetti.

Una revisione meta-narrativa sulla gratitudine nel contesto di cura

La stragrande maggioranza dei lavori empirici, che spesso si collocano nel paradigma della psicologia positiva, ha riportato i benefici della gratitudine.

 

 Negli ultimi anni, la gratitudine è emersa come una componente importante del benessere psicofisico (Yoshimura & Berzins, 2017) e, nella storia delle idee, è stata affrontata da molteplici punti di vista, tra cui psicologia, filosofia, teologia, sociologia, antropologia e studi umanitari. Attingendo a queste tradizioni intellettuali, la rassegna meta-narrativa di Day e colleghi (2020) identifica i quadri teorici che hanno plasmato la ricerca sull’espressione e la ricezione della gratitudine nel contesto delle relazioni di cura.

La gratitudine come capitale sociale

Si ritiene che il termine “capitale sociale” sia stato utilizzato per la prima volta da Hanifan (1916), che lo definì come i beni che “contano di più nella vita quotidiana di un popolo, vale a dire la buona volontà, l’affiatamento, la simpatia reciproca tra un gruppo di individui e famiglie che costituiscono un’unità sociale”. Da allora, i sociologi hanno fatto largo uso della metafora del “capitale” per riferirsi a qualità intangibili, come la gratitudine, che possono essere pensate come maturate o spese in particolari circostanze. L’accumulo di capitale sociale attraverso la gratitudine conferisce potere e motivazione ai destinatari, rafforzando i legami e prevedendo la disponibilità a ricambiare. Kindt e collaboratori (2017), ad esempio, utilizzano un quadro di riferimento della teoria dell’autodeterminazione per contestualizzare i loro risultati, secondo cui i partner dei pazienti affetti da dolore cronico sono più motivati a fornire aiuto dopo che i loro partner sono stati percepiti come riconoscenti. La filosofa Claudia Card (1988) paragona la metafora dell’equilibrio alla “contabilità morale” nelle formulazioni della gratitudine comuni nell’etica morale. L’autrice esplora l’obbligo come mezzo per comprendere la gratitudine come parte delle dinamiche delle relazioni interpersonali e osserva che il paradigma del debitore dell’obbligo è un paradosso: non si può ripagare un debito di gratitudine senza trasformarlo in una transazione in cui la gratitudine non trova istintivamente posto. Criticando l’economia morale, l’autrice sostiene che i debiti impagabili in questo paradigma, dove la reciprocità non è pratica o desiderabile –come spesso accade nell’assistenza sanitaria– rendono il senso dell’obbligo problematicamente irrisolvibile. Questa posizione è suffragata dalla ricerca sul capitale sociale: mentre le metafore economiche sono prevalenti nel discorso della gratitudine, il modo in cui essa si manifesta nella pratica dell’assistenza sanitaria è molto più sottile dal punto di vista psicologico e filosofico di quanto suggerisca la metafora del “capitale”.

I doni

La teoria alla base del comportamento umano in relazione ai doni è illustrata nell’influente saggio del 1925 di Marcel Mauss. Egli sosteneva che i doni non sono mai disinteressati: l’aspettativa del ritorno è ciò che consolida i legami sociali nelle relazioni di dono (Mauss, 2000). I regali non sono inevitabilmente associati alla gratitudine e la gratitudine non richiede un dono, ma in ambito sanitario si fanno molti regali e questo solleva questioni etiche. Spence (2005) e Ootes e colleghi (2013) si rifanno a schemi psicoanalitici per esplorare la mentalità dei pazienti che fanno regali. Spence (2005) esplora i rischi dell’accettazione di doni da parte dei medici, invitando a una particolare cautela per i doni che si presentano “all’improvviso” prima che il medico abbia fatto qualcosa per “meritarli”. Anche Ootes e colleghi (2013) esortano i medici a riflettere attentamente prima di accettare regali. Nel loro studio identificano i tipi di regali per i professionisti e li discutono nel contesto dell’inclusione sociale dei clienti e dei codici professionali. Sostengono che si dovrebbe prestare attenzione ai regali come potenzialmente altruistici, invece di interpretare invariabilmente i doni in termini di reciprocità.

 Alcune pratiche di donazione sono descritte come “gratitudine”, ma in realtà sono norme culturali obbligatorie. Ci sono diversi articoli che analizzano le usanze dell’Europa orientale di dare “pagamenti di gratitudine” (Julesz, 2018). I pagamenti di gratitudine erano solitamente legali nel XIX secolo, quando i dottori venivano pagati più di quanto promesso per un lavoro ben fatto o ricevevano regali come prodotti, vino o arte. Durante l’era comunista, era la norma sociale che i pazienti pagassero i medici per servizi medici apparentemente gratuiti. La scarsa retribuzione degli operatori sanitari ha contribuito alla persistenza dei pagamenti informali.

Benefici della gratitudine

La stragrande maggioranza dei lavori empirici ha riportato i benefici dell’essere grati e si collocano più spesso nel paradigma della psicologia positiva, un campo di studi introdotto da Seligman e Csikszentmihalyi (2000). I sostenitori della psicologia positiva cercano consapevolmente di contrastare il modello mediatico dominante del funzionamento umano che si concentra sul disagio e sulla patologia, trascurando i fattori che contribuiscono al benessere, alla felicità e alla soddisfazione della vita. Althaus e collaboratori (2018) concludono che la gratitudine può avere un impatto positivo sulla qualità della vita e ridurre il disagio psicologico nei pazienti che ricevono cure palliative in Svizzera. Nello studio di Kreitzer e colleghi (2019) è emerso che la pratica della gratitudine in una comunità terapeutica online ha portato a miglioramenti nei livelli di stress, gratitudine e supporto sociale. I benefici della gratitudine sono stati identificati non solo per i pazienti, ma anche per i caregiver familiari e professionali. Lau e Cheng (2017) hanno condotto un’indagine su caregiver familiari di persone affette da demenza e hanno scoperto che la gratitudine era correlata al coping focalizzato sulle emozioni e alle risorse psicologiche che riducevano il disagio. La metafora solitamente associata alla meta-narrazione dei “benefici” è quella della “costruzione”. La psicologia positiva è stata descritta da Duckworth e colleghi (2005) come un approccio che “costruisce ciò che è forte” piuttosto che “aggiusta ciò che non va”, e questo immaginario è al centro di uno dei modelli più influenti di gratitudine, attribuito a Barbara Fredrickson: “ampliare e costruire”. Il modello sostiene che “le emozioni positive sembrano ampliare i repertori di pensiero-azione momentanei delle persone e costruire le loro risorse personali durature” (Fredrickson, 2004). Questo è in contrasto con le emozioni negative che invocano un repertorio di pensieri-azioni ristretto per un’azione rapida e decisa in situazioni che possono rivelarsi pericolose. Sebbene le situazioni che generano emozioni positive possano essere transitorie, Fredrickson (2004) sostiene che le risorse personali che si costruiscono sono durature e possono essere utilizzate per fronteggiare e sopravvivere.

Questa rassegna meta-narrativa mostra che la ricerca sulla gratitudine ha un potenziale significativo per indagare le questioni concettuali relative alla natura intrinseca del riconoscimento e dell’apprezzamento nelle relazioni di cura. Sulla base di tale rassegna, la gratitudine dovrebbe essere riconosciuta come parte integrante delle relazioni sociali che influenzano in modo significativo ciò che le persone pensano, sentono, dicono e fanno in relazione all’assistenza sanitaria.

Un incontro spiazzante con l’Intelligenza artificiale

In questi giorni in cui molto si discute di intelligenza artificiale e in cui le idee spesso si confondono, mi è capitata un’esperienza spiazzante che mi ha ulteriormente confuso.

 

 Mi arriva una richiesta di chiarimento su una mia misteriosa pubblicazione ignota a tutti nel mio gruppo di lavoro e che poi si rivela inesistente ma citata in un articolo online dedicato all’ansia. Mi affretto a leggere l’articolo online e trovo questo mio immaginario lavoro dedicato all’ansia. L’articolo online è scritto con quel tipico stile editoriale che già in molti abbiamo imparato a conoscere, quel parlare di tutto e di nulla con una sussiegosità fumosa e vuota che fa pensare alla fumosità di certi discorsi politici di un tempo meno aggressivi del nostro, quelli frequentemente attribuiti ai democristiani. C’è qualcuno che ancora li ricorda?

L’articolo, mi spiegano oppure lo intuisco, è stato probabilmente scritto in automatico da una di quelle intelligenze artificiali online che stanno stupefacendo il mondo me compreso. Devo dire che in un paio di casi l’intelligenza artificiale mi ha risposto in maniera brillante a un paio di domande trabocchetto. Questa volta non è così, questa incarnazione non ha nulla a che fare con una temuta intelligenza artificiale che ci opprima con la potenza della logica e che ci escluda dal trono di categoria di esseri pensanti supremi.

 Quel che mi spiazza di più però non è lo stile ma la brevissima bibliografia alla fine dell’articolo nella quale trovo il titolo di cui sarei autore. Un articolo che non ho mai scritto (ma non bastava citare uno dei miei lavori sull’ansia? Perché inventare?) e di cui sarei autore insieme a qualcuno che non conosco, questo F. Fabbro che ho già citato, persona probabilmente mai esistita e frutto della fantasia artificiale, il che è ancora più inquietante. Il sito, il cui nome “Isolanews” allude non si sa se a un quartiere milanese alla moda o a lontane isole tropicali, ha delle informazioni di contatto ancor più misteriose: un responsabile dal nome improbabile e dal sapore italo-americano (Tony Barcello) e la cui sede sembra altrettanto indefinibile eppure familiare, un luogo del lontano oriente che assuona con Hong Kong ma non lo è chiamandosi “Tong”. Vi sono dei contatti telefonici con nomi e cognomi italiani; eppure, vagamente falsi o meglio fake e con contatti telefonici curiosamente dotati di prefisso spagnolo e infine un’autrice, tale Isabella Giozzi, dalla biografia impersonale e genericamente adatta a una giornalista freelance quale essa stessa si auto-definisce. Torno a osservare come ipnotizzato il mio lavoro scientifico mai scritto e mentre mi chiedo: perché? Improvvisamente mi imbatto nel ricordo di una melodia di Vasco Rossi che mi dice che in questo articolo cerco di trovarne il senso anche se questo articolo un senso non ce l’ha. Il titolo è Ruggiero, G. M., & Fabbro, F. (2020). Meccanismi neurali dell’ansia sociale. Neuroscienze, 12 (3). Non ho mai scritto nulla del genere, non conosco e tantomeno ho mai collaborato con F. Fabbro e non so che rivista “Neuroscienze” sia, anche perché cliccandoci su si finisce di nuovo in Isolanews, sito che a quanto pare ti ricattura indefinitamente come il castello incantato dell’Orlando Furioso.

Mi piacerebbe dire che da tutto questo possiamo imparare qualcosa sulle potenzialità ma anche sui rischi e sui pericoli dell’intelligenza artificiale. In realtà, la sensazione che ne ricavo rimane di sterile spiazzamento. Non so che dire, sono soltanto imbambolato, vorrei esprimere un fastidio istintivo che confina pericolosamente con la diffidenza bigotta verso la tecnologia e dopo un po’, vergognandomi dell’onda bigotta che m’ingolfa la testa, vorrei esprimere un’apertura mentale senza riserve che non si lasci influenzare dai contraccolpi della modernità ma anche questa opzione finisce per confinare pericolosamente con una propensione ingenua a mostrarsi in connessione col nuovo, librandosi sulle acque gravide di progresso. Tra queste due fatue reazioni permane solitaria una perplessità vagamente delusa di fronte a un prodotto così falso e anche rozzo, così diverso sia dalle illusioni ingenue di superamento dei limiti dell’intelligenza umana grazie all’infallibilità dell’intelletto artificiale sia dalle diffidenze retrive verso un’intelligenza artificiale perversa che escluderebbe l’uomo e la sua autenticità emozionale non riducibile a un algoritmo. Rimango di fronte a una truffa a suo modo perfino troppo umana, come davanti alla Fontana di Trevi sul cui bordo ho incontrato non Totò ma un robot che, invece di dominarmi o di servirmi, mi propone di comprarla, la Fontana.

 

Ndr: l’immagine a corredo di questo articolo è stata generata da un software di intelligenza artificiale: DALL-E 2 di Open AI

Sogni lucidi: definizione e comprensione

Il dibattito tra gli esperti sui costi e i benefici dei sogni lucidi è ancora molto acceso: ci si interroga su quale sia il loro impatto sulla qualità del sonno e quali effetti possano portare.

 

 La maggior parte delle persone sogna per circa due ore a notte e ciò che accade durante questo periodo è principalmente inconscio. Tuttavia, acquisire coscienza durante un sogno, sebbene sia poco comune, non è impossibile: sperimentare un “sogno lucido” infatti significa rimanere in qualche modo coscienti mentre si sogna ed accedere ad uno stato ibrido di sonno e veglia (Kahn & Gover, 2010). Ciò è possibile sia in maniera spontanea che attraverso delle strategie di stimolazione, come il monitoraggio metacognitivo (ad esempio, il “test di realtà”) e la memoria prospettica (Baird et al., 2018).

Sogno lucido e aree cerebrali

È stato osservato come il cervello subisca un mutamento nella sua attività quando il sognatore acquisisce lucidità durante il sonno REM, ovvero essa sembra essere più simile ai periodi di veglia. Infatti, affinché il sognatore diventi cosciente di essere a letto e di star sognando, diverse regioni cerebrali, normalmente silenti durante il sonno REM, come il circuito cerebrale necessario per le funzioni esecutive, il richiamo della memoria autobiografica e la selezione degli obiettivi e il precuneo, devono riattivarsi. Secondariamente, durante il sogno lucido è stato osservato un aumento della connettività corticale complessiva, così come l’attività delle frequenze della banda gamma (circa a 40Hz), note per essere associate all’elaborazione cosciente (Voss et al., 2009).

Baird e colleghi (2018) hanno condotto uno studio che ha mostrato una connessione tra l’attivazione della corteccia prefrontale anteriore (aPFC), regione legata alle funzioni metacognitive, tra cui la valutazione dei propri pensieri e sentimenti e la capacità di esprimere giudizi metacognitivi accurati e la frequenza di comparsa dei sogni lucidi. In più, questi ultimi sembrano anche essere collegati ai sistemi neurali che regolano le funzioni esecutive, come la rete di controllo frontoparietale, la quale è interconnessa sia con il default mode network, legatp agli aspetti interni della cognizione (ad esempio la memoria autobiografica e il pensiero spontaneo), sia con il dorsal attention network, coinvolto nell’attenzione percettiva visuo-spaziale. Questo studio (Baird et al., 2018) ha sottolineato un aumento della connettività funzionale in stato di riposo tra l’aPFC sinistra e il giro angolare bilaterale, il giro temporale medio bilaterale e il giro frontale inferiore destro negli individui sperimentanti sogni lucidi frequenti rispetto a coloro che non ne fanno esperienza. In aggiunta, ha sottolineato il fatto che il sogno lucido è associato a un aumento della connettività funzionale tra l’aPFC e le aree di associazione tempoparietali, normalmente silenti durante tutte le fasi del sonno. D’altra parte, non ha mostrato differenze significative nella struttura cerebrale tra i due gruppi.

Sogni lucidi indotti e spontanei

Il dibattito tra gli esperti sui costi e i benefici dei sogni lucidi è ancora molto acceso: è stato dimostrato come numerose delle strategie di induzione alterino i pattern e la durata del sonno, impattandone notevolmente l’igiene. Ad esempio, la tecnica di induzione mnemonica dei sogni lucidi (MILD; Levitan e LaBerge, 1994; Neuhäusler et al., 2018) prevede che l’individuo si svegli durante la notte e trascorra da 30 a 120 minuti sveglio prima di potersi riaddormentare (Stumbrys et al., 2012); ciò porta alla frammentazione del sonno e ne modifica l’andamento riducendone la durata.

 Per l’induzione dei sogni lucidi possono anche essere utilizzate sostanze che aumentano l’acetilcolina intracerebrale, spesso utilizzate in combinazione con la tecnica MILD. Questa pratica aumenta il rischio di alterare l’equilibrio tra i sistemi serotoninergici e colinergici, entrambi attivamente coinvolti nella regolazione del sonno e questa alterazione può interferire con l’integrità della sua struttura e portare ad effetti negativi sulla salute (Biard et al., 2016).

Similmente, è possibile aumentare i livelli di consapevolezza autoriflessiva durante i sogni mediante la stimolazione fronto-temporale transcranica a corrente alternata (tACS). Tuttavia, l’utilizzo di questa strategia è molto controversa in quanto non vi è sufficiente letteratura sui possibili effetti di uno strumento agente sull’attività corticale in questo ambito (Voss et al., 2014).

Infine, i sogni lucidi possono anche verificarsi spontaneamente e in questo caso il dibattito si concentra sulla frequenza di comparsa del fenomeno e come ciò possa impattare sull’igiene del sonno. Ad ogni modo, sebbene i sogni lucidi spontanei sembrino arrecare meno danni rispetto a quelli indotti, la letteratura al riguardo non è sufficiente per una valutazione esaustiva del fenomeno.

Conclusione

Gli esperti si chiedono quale impatto possa avere la sostituzione di una fase di sonno regolare con una ibrida sulla salute generale, considerando l’influenza che il “buon sonno” ha sulla buona salute e, in particolare, l’impatto del sonno REM sulla regolazione emotiva e sul consolidamento della memoria (Plailly et al., 2019). È ormai ampiamente noto che il cervello umano funzioni in modo diverso durante il sonno REM non lucido e lucido (Dresler et al., 2012) e infatti i pochi studi sulle possibili implicazioni di quest’ultimo sui processi di regolazione cerebrale suggeriscono di procedere con cautela e ne scoraggiano l’induzione (Tempesta et al., 2018).

 

Se chiudo gli occhi, non vedo nulla. Una panoramica sull’afantasia

I soggetti con afantasia, pur avendo una memoria intatta degli eventi occorsi nella propria vita, possono trovare difficile, se non addirittura impossibile, riviverli in prima persona.

Cosa si intende per afantasia?

 Il termine mental imagery indica la rappresentazione mentale di informazioni sensoriali in assenza di reali stimoli esterni (Pearson et al., 2015). Queste informazioni possono assumere la forma di immagini, suoni, odori, gusti o sensazioni tattili. La capacità di creare intenzionalmente una rappresentazione interna può variare notevolmente da una persona all’altra. Nel XIX secolo, Francis Galton (1880) fu il primo a notare la presenza di un’ampia differenza interindividuale nella vividezza soggettivamente percepita dell’immaginario visivo. Tuttavia, è solo nell’ultimo decennio che il panorama scientifico sembra essersi interessato profondamente a questo fenomeno.

Grazie ai dati raccolti da Zeman e collaboratori (Zeman et al., 2015), oggi sappiamo che è possibile individuare soggetti con afantasia (a-phantasia) e iperfantasia (hyper-phantasia). Per afantasia si intende una condizione in cui le immagini sensoriali rappresentate mentalmente sono del tutto assenti. Per questo motivo viene anche chiamata immaginazione cieca (blind immagination) o incapacità di vedere con l’occhio della mente. L’iperfantasia, al contrario, indica una condizione in cui l’immaginario mentale individuale è estremamente nitido, vivido e ricco. La maggior parte delle persone si colloca a metà di questo spettro, con leggere variazioni verso un polo piuttosto che l’altro. Le indagini epidemiologiche affermano che circa il 2-3% della popolazione riconosce di essere afantasica (Zeman et al., 2020). Molto spesso il soggetto diviene solo tardivamente e casualmente consapevole della propria condizione.

Uno degli strumenti più semplici ed efficaci per comprendere quanto vivido sia il proprio immaginario sensoriale è il Vividness of Visual Imagery Questionnaire (VVIQ; Marks, 1973). Un questionario che valuta la vividezza delle rappresentazioni mentali attraverso semplici indicazioni scritte che esortano il soggetto a immaginare oggetti, persone, situazioni, suoni, profumi, movimenti.

Trattandosi di un fenomeno che può coinvolgere aspetti eterogenei dell’esperienza umana, la letteratura suggerisce la presenza di sottocategorie differenti su base qualitativa (tipologia sensoriale coinvolta) e quantitativa (grado di alterazione rispetto alla norma). Ad esempio, una distinzione particolare merita di essere fatta tra condizioni in cui l’afantasia colpisce limitatamente i processi volontari (come immaginare attivamente un oggetto o il viso di una persona) e condizioni in cui vengono altresì compromessi i processi involontari, rendendo sterile persino l’attività del sognare (Zeman et al., 2020).

È importante sottolineare come la forma di afantasia studiata da Zeman e colleghi sia per definizione congenita, ovvero presente sin dalla nascita. Inoltre, essa si caratterizza per una vera e propria mancanza di immagini sensoriali e fenomenologiche differenziandosi dalle casistiche più prettamente temporanee o funzionali in cui le rappresentazioni mentali sono presenti ma il soggetto non è in grado di accedervi o manca di capacità introspettiva (Keogh & Pearson, 2018).

Afantasia e rievocazione dei ricordi

L’afantasia influisce su tutta una serie di processi cognitivi essenziali come la memoria episodica. I ricordi autobiografici vengono spogliati delle caratteristiche sensoriali (visive, uditive, olfattive) assumendo così la forma di una conoscenza piuttosto che di un’esperienza. Ciò può portare con sé inevitabili ripercussioni sul piano emotivo e identitario. La frase “I remember things, but I can’t picture them” ci permette di entrare in contatto con il vissuto dei soggetti afantasici. Quest’ultimi, pur avendo una memoria intatta degli eventi occorsi nella propria vita, possono infatti trovare difficile, se non addirittura impossibile, riviverli in prima persona (Ganczarek et al., 2020).

Il tono e il significato emotivo dei ricordi sono saldamente connessi agli aspetti fenomenologici dell’esperienza: un colore, una forma, un profumo o un suono specifici. Le memorie autobiografiche di individui con afantasia sono invece caratterizzate da uno stile narrativo logico, focalizzato sulle azioni dei singoli personaggi e organizzato secondo relazioni successive di causa-effetto. In questo modo, la valenza personale degli eventi risulta per lo più neutra ed emotivamente distante, con implicazioni per il senso del sé (Ganczarek et al., 2020).

In mancanza di rappresentazioni mentali anche la pianificazione futura può risultare compromessa (Watkins, 2017). La visualizzazione di obiettivi, traguardi e desideri è uno dei fattori che più alimentano la motivazione personale. La classica domanda “come ti vedi tra 5 anni?”, può suscitare difficoltà non indifferenti in un soggetto con afantasia. Non perché quest’ultimo non abbia chiare ambizioni o potenzialità, ma perché non potersi visualizzare nel futuro inibisce anche il significato personale delle proprie aspirazioni.

 Al tempo stesso, esistono delle capacità alternative che spontaneamente sembrano svilupparsi in individui con afantasia (Ganczarek et al., 2020). Il dominio verbale, matematico e logico sono spesso particolarmente evoluti in questi soggetti (Zeman et al., 2015), tanto da indirizzare verso occupazioni che hanno a che fare con la matematica, la fisica e la programmazione (Zeman et al., 2020). Sorprendentemente, grazie all’ampia rete online “Aphantasia Network” fondata da Tom Ebeyer (uno tra i primi casi riportati di afantasia congenita) apprendiamo inoltre che la creatività non è affatto preclusa a questi individui come invece ci si potrebbe aspettare. Se è vero che un’immaginazione vivida permette di accedere a un mondo di fantasia, è altrettanto vero che gli insight creativi possono essere contattati attraverso mezzi collaterali come la trasformazione di una forma esterna già presente o la creazione passo passo di forme esternalizzate e impresse su carta. È questo il caso di Glen Keane, uno dei migliori animatori Walt Disney.

Le cause dell’afantasia

Le ipotesi eziologiche che cercano di identificare le cause dell’afantasia si concentrano maggiormente su aspetti organico-biologici anziché su aspetti più prettamente psicologici, che pure possono concorrere e interagire (Zeman et al., 2016). Le neuroscienze si sono interessate alla struttura cerebrale e al funzionamento neurale collegati con la produzione di rappresentazioni mentali, soprattutto di tipo visivo (visual imagery), spinte dalla convinzione che tali aspetti potessero spiegare l’origine dell’afantasia. Una delle maggiori difficoltà incontrate dai ricercatori riguarda la parziale sovrapposizione e interconnessione fisiologicamente presente tra network cerebrali deputati alla percezione e all’immaginazione. Studi di neuroimaging hanno mostrato come entrambi questi processi coinvolgano la corteccia visiva, la corteccia parietale e la corteccia frontale, differenziandosi nei segnali ascendenti (bottom-up), prevalentemente di tipo percettivo, ma condividendo una simile connettività discendente (top-down) (Dijkstra et al., 2019). Ciò significa che le rappresentazioni sensoriali originate dall’esterno (percettive) e dall’interno (mentali) possiedono dei substrati neurali concomitanti e potenzialmente interagenti.

Un’indagine condotta nel 2020 (Keogh et al., 2020) ha individuato nei livelli di eccitabilità corticale il meccanismo potenzialmente responsabile delle differenze individuali nella forza delle rappresentazioni mentali. Un pattern di ridotta eccitabilità della corteccia visiva e di elevata eccitabilità delle aree prefrontali sembrerebbe associarsi alla presenza di immagini più vivide. Ciò significa che il segnale esterno di tipo percettivo potrebbe agire come fonte di rumore ostacolando la disponibilità e/o la sensibilità delle informazioni connesse con le rappresentazioni mentali interne. Al contrario, l’attività elaborativa della corteccia prefrontale, retaggio evolutivo tipicamente umano che permette l’integrazione e la sintesi di informazioni, sembrerebbe alimentare la creazione di un immaginario mentale più vivido (Keogh et al.2020).

Conclusioni

L’esistenza di fenomeni come questo sembra invitare gentilmente a interrogarsi su quali siano le funzioni evolutive delle rappresentazioni mentali. Ad oggi, sono diversi gli interrogativi aperti riguardanti l’afantasia. Le sue implicazioni sul piano emotivo e cognitivo sono state solo marginalmente affrontate e le possibili cause solo parzialmente comprese. Ulteriori studi sono quindi essenziali per comprenderne al meglio i meccanismi coinvolti e le conseguenze associate. Lo sviluppo di abilità collaterali e la tarda presa di consapevolezza da parte degli individui afantasici suggeriscono la non invasività di questa condizione nella vita quotidiana e il buon adattamento soggettivo.

 

I bambini e la metacognizione (2022) di Gianna Friso e Paola Palladino – Recensione

Il libro “I bambini e la metacognizione. Metodi e attività per la scuola dell’infanzia” di Gianna Friso e Paola Palladino è stato pubblicato da Carocci nel 2022.

 

 Il manuale si rivolge ad insegnanti della scuola dell’infanzia ed educatori che si occupano di bambini in età prescolare ed è diviso in cinque capitoli più un’appendice, nella quale vengono forniti materiali utili a stimolare le abilità metacognitive dei bambini tramite attività laboratoriali in classe.

La metacognizione è la “conoscenza della conoscenza” ovvero la capacità di trovare la strategia migliore per avere un controllo sui propri processi mentali e di apprendimento e permette di raggiungere un punto di vista originale sugli eventi esterni. Le abilità metacognitive, di conoscenza e di riflessione sui propri pensieri e di quelli altrui viene acquisita fin dalla scolarizzazione primaria. È importante, perciò, che insegnanti ed educatori prendano in considerazione questa abilità cognitiva per porsi come guida e come stimolo di riflessione nella quotidianità del bambino. Infatti, educatori e genitori hanno un ruolo significativo nel processo di acquisizione delle competenze, dell’immagine del sé, della metacognizione e motivazioni legate a queste, nonché nella co-costruzione delle teorie delle abilità personali.

La metacognizione

I primi capitoli del libro introducono il concetto di metacognizione. Questa si suddivide in metacognizione dichiarativa (“conosco il mio pensiero”) e metacognizione procedurale di monitoraggio (“controllo il mio pensiero”). Se da una parte il bambino impara a cogliere gli elementi contestuali che favoriscono oppure ostacolano un processo cognitivo-comportamentale, che gli permette di raggiungere in modo efficace un obiettivo, dall’altra parte utilizza i segnali che giungono dall’esterno per correggere e modificare il comportamento stesso. In questo modo vengono sviluppati i processi di pianificazione delle attività, la ricerca degli errori e l’autocorrezione, che devono essere promossi dagli insegnanti in classe (per esempio, attraverso la Conversation Analysis, ovvero lo studio dei meccanismi e dell’organizzazione delle conversazioni nel mondo sociale).

È fondamentale sottolineare che queste capacità vengono raggiunte nel momento in cui il bambino sviluppa quella che viene definita “Teoria della Mente” (ToM), ovvero la capacità di riflettere sulla propria mente e quella altrui attribuendo contenuti specifici e distinti. In particolare, la ToM permette di riconoscere convinzioni e pensieri e come questi influenzano il comportamento. Il gioco simbolico –ovvero il “fare finta che”– è un precursore della Teoria della Mente e si può osservare nei bambini dall’età di due anni. Man mano che il bambino cresce sarà in grado di controllare il proprio comportamento in funzione della capacità di riflettere su di sé e sui propri pensieri. La Teoria della Mente si estende anche alla comprensione empatica delle emozioni altrui, che favorisce a sua volta la comprensione dei pensieri e delle azioni annessi. Per questo motivo vengono consigliate agli insegnanti delle attività che permettano di sviluppare tali competenze (per esempio, invitando gli alunni a “mettersi nei panni di”).

Una tappa fondamentale dello sviluppo della Teoria della Mente è la comprensione della falsa credenza, ovvero il riuscire a comprendere che l’altro può avere una idea differente dalla propria. Se in un primo momento il bambino avverte queste forme di pensiero come entità indipendenti, solo più avanti riuscirà a trovarne somiglianze e differenze per categorizzare in maniera ordinata la conoscenza del mondo che lo circonda e riconoscere la mente come un sistema di elaborazione di informazioni. Sono necessarie attività di memorizzazione, lettura e capacità fonologiche per implementare lo sviluppo di tale capacità.

La didattica metacognitiva

Nella seconda parte del libro viene illustrata la didattica metacognitiva che dovrebbe essere implementata nelle scuole. Questa prevede attività di discussione e insegnamento reciproci, modellamento dell’uso delle strategie e monitoraggio dei comportamenti, per aumentare le capacità di riflessione e consapevolezza delle attività cognitive. Ciò permette al bambino di focalizzarsi sulle proprie difficoltà e punti di forza cognitivi ed emozionali per favorire la crescita personale.

La ricerca ha evidenziato che tali insegnamenti producono delle prestazioni migliori nei bambini, che a loro volta acquisiscono un’attitudine migliore al compito e una maggiore motivazione all’apprendimento. Oltre a ciò, il bambino acquisisce la capacità di adattarsi alle situazioni nuove che incontrerà nel suo percorso di crescita. Analizzare insieme al bambino errori e successi è un’occasione per riflettere su quanto l’azione che viene compiuta è conseguenza del proprio pensiero, e sottolinea quindi l’importanza di riflettere su quest’ultimo.

L’utilizzo delle “situazioni ipotetiche” porta il bambino a compiere scelte positive e costruttive riconoscendo che ci sono regole e limiti da seguire che non sempre riflettono il loro punto di vista personale, ma che devono essere prese in considerazione quando si mette in atto un comportamento, per riuscire ad adattarsi alla situazione.

In ottica di interventi psicoeducativi è quindi importante aiutare il bambino a riflettere sulle proprie abilità mentali, per aumentare la fiducia in sé stessi e saper utilizzare le strategie cognitive con efficacia. Queste riflessioni dovrebbero essere svolte sia in fase preliminare (es. “come si potrebbe fare?”) sia in fase finale (es. “quanto è stato efficace?”) di un dato comportamento.

Successivamente, il manuale si focalizza sul rapporto tra l’alfabetizzazione e l’apprendimento della letto-scrittura nei bambini tra i 4-7 anni, tenendo anche in considerazione le abilità numeriche.

 Lo sviluppo delle capacità di letto-scrittura e precalcolo risultano fondamentali in ambito interpersonale, in quanto permettono ai bambini di relazionarsi e condividere informazioni all’interno del contesto sociale in cui si trovano. Alla luce dell’importanza che la letto-scrittura ricopre nel contesto culturale è possibile quindi affermare che il processo di alfabetizzazione non abbia inizio con l’apprendimento istituzionalizzato ma inizia a svilupparsi già in età prescolare grazie alle influenze del contesto sociale. Infatti, questa fase di sviluppo è ricca di interrogativi sulla propria esperienza, dunque la figura dell’insegnante gioca un ruolo significativo nella risposta a tali quesiti. Inoltre, l’insegnante attraverso un atteggiamento critico consente ai bambini di sviluppare una maggiore capacità di riflessione e promuove l’apprendimento di ulteriori strategie utili per l’inizio della scuola primaria.

Infine, vengono fornite delle indicazioni pratiche su come insegnanti ed educatori possano mettere in atto una didattica di tipo metacognitivo. In primo luogo, ci si focalizza sul ruolo dell’insegnante nel consentire un adeguato sviluppo della Teoria della Mente e sulla comprensione di come essa sia legata ai processi di apprendimento. In secondo luogo, si sottolinea l’importanza di implementare nel bambino l’autoconsapevolezza sul proprio funzionamento di apprendimento. In terzo luogo, è predominante la regolazione dei processi cognitivi connessi all’apprendimento. Come ultimo aspetto ci si sofferma sulla percezione, sull’autoefficacia, sull’autostima e sulla motivazione, le quali permettono al bambino di riflettere sui processi metacognitivi. Dal punto di vista pratico, ci si focalizza sull’importanza delle storie che presentano componenti metacognitive, e di come l’insegnante svolga un ruolo fondamentale nel raccontare le storie e stimolare la riflessione tramite l’uso di domande guidate, ma anche nello stimolare i bambini alla creazione e allo sviluppo dei propri racconti. Pertanto, il manuale si conclude con delle indicazioni specifiche per lo sviluppo di un progetto laboratoriale utilizzabile con bambini in età prescolare, che funge da esempio di come sia possibile mettere in atto la didattica metacognitiva nella scuola dell’infanzia.

Conclusioni

In conclusione, di questo manuale sono apprezzabili gli interessanti spunti di riflessione sia teorici che pratici riguardo l’importanza della metacognizione, il modo in cui si sviluppa, le sue declinazioni nell’ambito della didattica, ed in particolare lo sviluppo di laboratori di didattica metacognitiva. Inoltre, questo libro risulta utile nel fornire strumenti pratici per la stimolazione delle abilità metacognitive dei bambini in età prescolare, adatti sia all’utilizzo in classe, che come esempi modificabili dai docenti a seconda delle proprie esigenze.

Il disturbo schizoaffettivo negli individui senza dimora

Un recente studio Europeo pubblicato nel 2022 (Monteiro Fernandes et al., 2022) che ha preso in considerazione 500 individui senza dimora, ha riscontrato una prevalenza dell’11% di disturbo schizoaffettivo tra questi ultimi.

Il disturbo schizoaffettivo

 Secondo il DSM-5 (American Psychiatric Association, 2013) il disturbo schizoaffettivo è caratterizzato da una combinazione di sintomi psicotici e di disturbi dell’umore (depressione e/o mania).

I criteri diagnostici prevedono un periodo ininterrotto di malessere durante il quale è presente un episodio depressivo e/o mania, in concomitanza con il primo criterio della schizofrenia, ovvero, la presenza di deliri o allucinazioni per due o più settimane. Le attuali definizioni del disturbo schizoaffettivo sono state identificate come insufficienti e poco definite, (Marneros, 2003a, 2003b) ma alcuni studi longitudinali hanno riscontrato l’esistenza di due tipologie di disturbo schizoffettivo che vanno al di là delle attuali descrizioni presenti nel DSM-5 o nell’ICD-11. La prima tipologia può essere definita “concomitante” ed è caratterizzata dalla concorrenza di episodi di schizofrenia e di bipolarismo; la seconda tipologia, “sequenziale”, è caratterizzata da cambiamenti longitudinali, che vedono l’alternarsi di episodi di schizofrenia e di bipolarismo e/o viceversa. Infatti, alcuni studi (per esempio, Marneros, 2003a, 2003b; Marneros et al., 1991a, 1991b) che hanno seguito per decenni pazienti con disturbo schizoaffettivo, hanno suggerito la presenza di episodi polimorfi.

I pazienti con questa diagnosi sembrano essere caratterizzati da grande instabilità, con episodi psicotici, simili a quelli del disturbo schizofrenico, accompagnati o in concomitanza ad episodi dell’umore, caratteristici invece del disturbo bipolare classico; questo ha portato ad una scissione che ha visto, da una parte, alcuni autori classificare questo disturbo come parte dello spettro della schizofrenia, mentre dall’altra come spettro del bipolarismo.

Più recentemente gli studiosi si vedono concordi nell’assunzione di una terza ipotesi che considera la psicosi schizoaffettiva ed i disturbi correlati uno spettro indipendente e a sé stante, che includerebbe un insieme di disturbi con caratteristiche emozionali e psicotiche, quali personalità borderline, psicosi ciclotimica e disturbo schizoaffettivo (Gama Marques & Ouakinin, 2021).

Gli individui senza dimora

Le persone senza-tetto sono comunemente esposte ad elevato stress psicologico ed è stato stimato che circa un terzo di queste persone presenta malattie mentali gravi (Tessler et al., 1989).

Secondo l’ETHOS (European Typology of Homelessness and House Exclusion; FEANTSA, 2005, 2017) esistono quattro situazioni principali sotto la classificazione di “senza dimora”: senza tetto (senza nessuna dimora, coloro che dormono in sistemazioni approssimative); senza casa (coloro che vivono nei centri istituzionali/nei rifugi); sistemazioni inadeguate (abitazioni non convenzionali, quali roulotte e alloggi sovraffollati) e sistemazioni insicure (sistemazioni temporanee in cui gli individui sono esposti a minacce di violenza domestica e sfratti; FEANTSA, 2005, 2017).

Un recente studio Europeo pubblicato nel 2022 (Monteiro Fernandes et al., 2022) che ha preso in considerazione 500 individui senza dimora, ha riscontrato una prevalenza dell’11% di disturbo schizoaffettivo tra questi ultimi.

La revisione sistematica

Vista la scarsa presenza di studi riguardanti questo argomento, la revisione sistematica condotta nel 2023 (Spranger Forte et al., 2023), che ha preso in considerazione 28 articoli, ha avuto come scopo l’analisi delle caratteristiche degli individui senza fissa dimora, controllando anche la prevalenza di disturbo schizoaffettivo tra questa popolazione.

Uno degli studi (Ries & Comtois, 1997) considerati nella revisione della letteratura di Spranger Forte e colleghi (2023) ha mostrato che i pazienti con malattie psichiatriche di gravità elevata avevano maggiori probabilità di essere maschi, di avere una diagnosi di disturbo schizoaffettivo o di schizofrenia e di essere senza dimora.

Inoltre, prendendo in considerazione uno studio (Boyer et al., 2011) che ha valutato 1285 pazienti che erano stati nel reparto d’emergenza ospedaliero più di una volta nel corso dei 6 anni precedenti, si è riscontrato che il gruppo di individui con 6 o più visite nel reparto aveva una probabilità significativamente maggiore di essere senza fissa dimora rispetto alle persone che avevano condotto dalle 2 alle 5 visite. Nello stesso studio (Boyer et al., 2011) è stato osservato che più del 50% dei pazienti del primo gruppo raggiungeva alcuni dei criteri diagnostici di schizofrenia, disturbo schizoaffettivo e disturbo bipolare, suggerendo l’ipotesi di diagnosi di disturbo schizoaffettivo.

Un altro studio (Lorine et al., 2015) che ha preso in considerazione 207 pazienti ricoverati per gravi disturbi psichiatrici ha rilevato che circa il 50% di essi aveva una diagnosi di disturbo schizoaffettivo o schizofrenia e, di questi, il 24% era senza dimora. Inoltre, lo studio ha mostrato che i pazienti con diagnosi di schizoaffettività avevano maggiori probabilità di essere riammessi in ospedale entro 15 giorni dalla dimissione, e tale probabilità aumentava ancora di più per coloro che erano senza dimora.

Uno studio (Olfson et al., 2000) che ha valutato la non-aderenza alla terapia di 213 adulti con diagnosi di schizofrenia o schizoaffettività, ha riscontrato che circa il 19,2% dei pazienti non aveva aderito al trattamento; si è visto che questi ultimi presentavano maggior probabilità di essere individui senza fissa dimora, di essere riospedalizzati, di avere alle spalle una storia di non aderenza ai farmaci e di non riuscire a riconoscere i propri sintomi. Anche l’abuso o la dipendenza da sostanze e lo scarso sostegno dei familiari si sono viste essere caratteristiche maggiormente associate ai pazienti con diagnosi di schizoaffettività o schizofrenia. È importante sottolineare che i risultati degli studi suggerivano che fosse l’abuso di sostanze la causa dell’instabilità abitativa e non il contrario (Montross et al., 2005), infatti tutti i soggetti dichiaravano di aver sviluppato una problematica di abuso di sostanze prima di diventare individui senza dimora.

Conclusione

In conclusione, la revisione (Spranger Forte et al., 2023) ha riportato grandi limiti a livello clinico nella concettualizzazione e nella differenziazione, da parte dei professionisti della salute, del disturbo schizoaffettivo rispetto alla schizofrenia o al bipolarismo. Inoltre, la popolazione di individui senza dimora con disturbo schizoaffettivo risulta essere particolarmente difficile da seguire; infatti queste persone antepongono alle problematiche di assistenza sanitaria l’alloggio e l’alimentazione. Tutto questo aumenta la difficoltà rispetto ad un disturbo già di per sé complesso. Pertanto, la combinazione di una diagnosi difficile studiata su una popolazione ancor più difficile, porta ad una letteratura limitata per via della mancanza di dati e delle variabili poco stabili (Gama Marques, 2021). È chiara la necessità di maggiori studi di chiarificazione rispetto alla diagnosi del disturbo schizoaffettivo e di più analisi rispetto a questo disturbo in una popolazione così complessa come quella degli individui senza dimora.

I falsi ricordi: come una parola può alterare la nostra memoria

Il falso ricordo, o false memory, è un fenomeno per cui si ricordano avvenimenti non accaduti o particolari di un evento che si è verificato, che però non risultano veritieri (D’Ambrosio e Supino, 2014).

 Si ha la convinzione erronea che tutto quello di cui sono composti i nostri ricordi sia vero. Il nostro cervello essendo plastico, invece, è soggetto a innumerevoli condizionamenti provenienti dall’esterno, che possono permettere una modifica dei ricordi, i quali, essendo delle ricostruzioni, possono essere facilmente distorti. I nostri ricordi sono così fragili e malleabili che addirittura il modo in cui viene posta una domanda può condizionare e alterare il nostro preciso ricordo della situazione (Jarrett, 2021).

Come creiamo un ricordo?

Partiamo innanzitutto dal descrivere come si forma un ricordo, cioè l’apprendimento di nuovi fatti e/o eventi. Il processo di apprendimento avviene attraverso tre fasi: codifica, consolidamento e richiamo. La codifica è la registrazione iniziale dello stimolo proveniente dall’esterno, il quale viene analizzato dalle strutture cerebrali del lobo temporale e frontale. La codifica dello stimolo esterno è influenzata da diversi fattori: l’attenzione nel registrare l’informazione, la profondità di elaborazione di questa e il tipo di apprendimento che abbiamo utilizzato in quella situazione. La seconda fase è il consolidamento, dove le informazioni, una volta processate, vengono immagazzinate sotto forma di ricordo. L’aspetto più importante della memoria però, è costituito dalla capacità di richiamo o recupero, che può essere sollecitato da un singolo indizio, come guardare il volto di una persona o ascoltare una melodia. Il recupero dei ricordi che in precedenza sono stati immagazzinati è gestita dalla parte mediale del lobo temporale, in particolare dall’ippocampo (Legrenzi et al., 2012).

Il falso ricordo

Il falso ricordo, o false memory, è un fenomeno per cui si ricordano avvenimenti non accaduti o particolari di un evento che si è verificato, che però non risultano veritieri (D’Ambrosio e Supino, 2014). Molti falsi ricordi confondono frammenti di eventi che possono essersi verificati in tempi diversi, ma che vengono ricordati come se fossero accaduti nello stesso momento, mescolano sogni come eventi realmente accaduti o possono essere il risultato di un condizionamento esterno da parte di terzi.

I falsi ricordi possono classificarsi in:

  • falsi ricordi testimoniali: cioè quando un evento, a cui si è assistito, è soggetto a modifica e quindi viene ricordato in modo distorto, parziale o impreciso;
  • falsi ricordi autobiografici: cioè quando si crede, in buona fede, di aver vissuto in prima persona un evento (D’Ambrosio e Supino, 2014).

La teoria dei falsi ricordi secondo Elizabeth Loftus

Elizabeth Loftus, psicologa statunitense, è una dei principali fautori della sindrome dei falsi ricordi, ed ha partecipato come consulente in alcuni tra i più importanti processi negli USA, come quelli di Ted Bundy o di O.J. Simpson (Jarrett, 2021). La Loftus ha cominciato i suoi studi ponendo attenzione alla memoria e ai suoi legami con la semantica, focalizzandosi sullo studio dei ricordi di persone che avevano vissuto incidenti automobilistici, e ha scoperto che anche solo la variazione di una singola parola in una domanda, come “colpita” o “distrutta” e “un” o “il”, poteva produrre dei risultati completamente diversi nella rievocazione di una stessa situazione, sufficiente per condannare o assolvere un imputato (Jarrett, 2021). Tali ricerche dimostrano come siamo inclini alla creazione di falsi ricordi, in modo conscio e inconscio, specialmente se influenzati da figure autorevoli.

 Lei stessa ha vissuto sulla propria pelle questa teoria: trent’anni dopo che sua madre era morta annegata in una piscina, suo zio le raccontò di essere stato il primo a trovare il corpo, e lei ripercorrendo nella sua mente il ricordo di quell’evento ricordò che andò proprio così. Tre giorni dopo, però, la Loftus scoprì che in realtà non era accaduto questo, ma la prima persona a scoprire il corpo della madre fu in realtà sua zia: la Loftus stessa era stata indotta alla creazione di un falso ricordo (Jarrett, 2021).

Lo studio di Murphy et al.

Un’ulteriore conferma di questa teoria ci è stata fornita dal follow-up di Murphy et al. su un campione di 630 partecipanti, che sei mesi prima avevano partecipato a uno studio in cui erano stati esposti a notizie politiche inventate. Si sono messi a confronto i ricordi di questi “partecipanti continuativi”, sia introducendo notizie nuove che notizie ottenute in precedenza, con i ricordi di 474 partecipanti appena reclutati ed è emerso che, rispetto ai nuovi partecipanti, quelli “continuativi” avevano meno probabilità di segnalare un falso ricordo per una storia a cui erano stati precedentemente esposti, ed erano anche meno propensi a segnalare un falso ricordo per una nuova notizia falsa. Da questo studio, infatti, è emerso che la ripetuta esposizione a informazioni di verità illusoria, è probabile che possa aumentare la veridicità percepita e di conseguenza andare ad alterare il ricordo (Murphy et al., 2020).

I fattori che possono influenzare la creazione di un falso ricordo

Ci sono alcuni fattori che possono determinare la creazione di un falso ricordo (Meloni, 2021):

  • percezione: uno dei primi motivi dell’installazione di un falso ricordo è un’errata codifica della situazione che ci troviamo di fronte. Il ricordo originale può presentare dei vuoti, i quali vengono colmati con qualcosa che crediamo di aver visto o vissuto quando in realtà non è così;
  • interferenza: può essere reattiva, quando le esperienze più recenti influenzano quelle passate, o proattiva, quando sono invece i ricordi del passato ad intaccare quelli nel presente;
  • disinformazione: può capitare che informazioni veritiere siano contaminate da informazione inattendibili, e questo è un fattore molto importante da prendere in considerazione, soprattutto in ambito giuridico e processuale;
  • errata attribuzione: vengono uniti erroneamente più ricordi di diverse situazioni, anche immaginarie, in un unico evento;
  • approssimazione: secondo la teoria del fuzzy trace, ossia “traccia sfuocata”, la nostra memoria cattura tutti i dettagli e i significati di un evento e, nel momento in cui un significato di qualcosa di mai accaduto si sovrappone a un’esperienza reale, si forma il falso ricordo.
  • emozione: parlando precedentemente di apprendimento abbiamo detto che l’immagazzinamento di un ricordo è influenzato anche dall’emozione che viviamo in quel momento, infatti gli eventi molto intensi emotivamente sono più difficili da ricordare, e l’incidenza di falsi ricordi è proporzionale al livello di eccitazione che stavamo vivendo in quel dato istante;
  • temporalità: il tempo è il peggior nemico per un ricordo, infatti maggiore sarà il tempo trascorso dal ricordo che vogliamo rievocare, maggiori saranno le imprecisioni e la probabilità di alterare tale ricordo (Meloni, 2021).

Conclusioni

Nessuno è infallibile o immune alla creazione di un falso ricordo, sia esso conscio o inconscio, costruito individualmente o influenzato dall’esterno. Il nostro cervello è plastico, e come tale risulta essere malleabile e soggetto alle suggestioni e alle modificazioni. Bisogna prendere coscienza che la nostra memoria non è sempre efficace, ma anzi la non informazione circa questi “effetti” può determinare un campo fertile in cui l’individuo facilmente può diventare un soggetto influenzabile e quindi dominabile.

 

Sindrome di Down e malattia di Alzheimer: destini incrociati

Stime recenti indicano un rischio di demenza nel corso della vita superiore al 90% nelle persone con sindrome di Down e identificano la demenza di Alzheimer come la principale causa di morte in questa popolazione.

L’invecchiamento nelle persone con sindrome di Down

 La sindrome di Down e la malattia di Alzheimer sono due condizioni che per quanto possano apparire diverse e disconnesse condividono, invece, un destino incrociato.

Un destino che può essere definito infelice o crudele, a cui è difficile rassegnarsi, non solo per l’individuo che lo sperimenta sulla sua pelle, ma anche per la famiglia che viene inevitabilmente coinvolta in questo percorso.

Infatti, sebbene la malattia di Alzheimer si sviluppi, generalmente, dopo i 65 anni di età, diversi studi condotti dall’Università del Connecticut, hanno dimostrato come nei pazienti affetti da sindrome di Down questa patologia insorge precocemente, anche prima dei 30 anni d’età.

L’invecchiamento dei pazienti con sindrome di Down è di recente interesse: oggi, rispetto al passato, circa l’80% degli individui con Sindrome di Down supera l’età di 30 anni ed una percentuale pari al 25% di essi raggiunge l’età di 50 anni.

Questo aumento della longevità ha dato origine ad una popolazione di persone anziane con sindrome di Down mai visto in precedenza.

La longevità di questi pazienti, sebbene sia un traguardo, che pone in risalto i numerosi progressi compiuti in ambito medico e sanitario, d’altra parte porta con sé un’inesorabile realtà: una buona percentuale di soggetti che presentano sindrome di Down presenta segni clinici di demenza in età adulta.

L’invecchiamento, quindi, che si configura come una fase già delicata di per sé, si configura maggiormente delicata per questi soggetti.

Stime recenti indicano un rischio di demenza nel corso della vita superiore al 90% nelle persone con sindrome di Down e identificano la demenza di Alzheimer come la principale causa di morte in questa popolazione.

Diverse ricerche hanno evidenziato come le modificazioni neuropatologiche che avvengono nel sistema nervoso di adulti con Sindrome di Down siano simili a quelli osservati nella malattia di Alzheimer, ponendo in luce lo studio comparativo della malattia di Alzheimer e della sindrome di Down ed evidenziandone una duplice importanza: da una parte risulta necessario identificare metodi diagnostici affidabili e sviluppare servizi adeguati per questa popolazione; e, d’altra parte, una comprensione di questa associazione può dare un’ulteriore spiegazione sulle cause della malattia di Alzheimer.

L’accumulo di beta-amiloide nella malattia di Alzheimer e nella sindrome di Down

La letteratura scientifica ha evidenziato che l’accumulo extracellulare di beta-amiloide, che si configura come il principale elemento costitutivo dei filamenti che compongono le placche senili, nel cervello dei soggetti con sindrome di Down inizia nell’infanzia a partire dagli 8 anni, e aumenta esponenzialmente con il crescere dell’età, presentando degenerazione neurale e un deterioramento cognitivo rapido, aspetti caratteristici della malattia di Alzheimer.

Il peptide beta-amiloide deriva dalla frammentazione di una proteina precursore ovvero l’Amyloid Precursor Protein (APP) e, secondo quanto riportato dall’Alzheimer Association, i geni contenuti all’interno del cromosoma 21 risultano essere più di 400; tra questi ritroviamo anche il gene che codifica la produzione di APP, che se eccessivamente presente nella corteccia cerebrale viene considerata una delle principali cause dell’insorgere dell’Alzheimer.

Gli individui con sindrome di Down costituiscono pertanto una popolazione ad altissimo rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer a causa della trisomia del cromosoma 21, che ospita il gene APP e che si configura come causa di molte malattie neurodegenerative, in particolare come causa della malattia di Alzheimer.

La presenza di tre copie del gene APP ha come conseguenze un’eccessiva produzione e deposito nel cervello della proteina amiloide.

I cambiamenti neuropatologici correlati alla triplicazione della proteina precursore dell’amiloide (APP) contribuiscono principalmente ai primi segni clinici della malattia di Alzheimer in individui con sindrome di Down.

Il gene APOE nella malattia di Alzheimer e nella sindrome di Down

Un’ulteriore relazione riscontrabile nello sviluppo della malattia di Alzheimer nei pazienti con sindrome di Down è caratterizzata dal gene APOE.

L’apolipoproteina E (ApoE) è uno dei geni principali candidati nello sviluppo della malattia di Alzheimer.

L’ApoE esiste in tre forme alleliche denominate APOEɛ2, APOEɛ3 (la più frequente) ed APOEɛ4, che differiscono tra loro solo per pochi amminoacidi che sono, tuttavia, responsabili di un cambiamento sia a livello della struttura che della funzione dell’apolipoproteina, con conseguenze psicologiche.

 L’allele APOEɛ4, a conferma di numerosi studi, sembra favorire maggiormente, rispetto alle altre forme, la precipitazione e l’aggregazione della beta-amiloide, rivestendo un ruolo attivo nella genesi delle alterazioni neuropatologiche della malattia di Alzheimer, ed è frequentemente associato ai sintomi dell’Alzheimer, mentre la forma APOEɛ 2 sembra conferire protezione nei confronti dell’insorgenza del processo dementigeno.

A conferma del ruolo fondamentale dell’allele APOEɛ4 nello sviluppo della malattia di Alzheimer uno studio condotto dall’Università di Cambridge tramite tecniche di neuroimaging su 464 adulti con sindrome di Down, di cui 97 erano portatori dell’allele APOE ɛ4 e 367 non portatori, ha evidenziato che i portatori dell’allele APOEɛ4 presentavano sintomi della malattia di Alzheimer in misura nettamente maggiore rispetto ai non portatori dell’allele.

Inoltre, alla luce dei numerosi studi non è stato confermato che tutti gli individui portatori dell’allele ε4 sviluppino questa malattia e non tutti coloro che sviluppano l’Alzheimer sono portatori dell’allele e pertanto è importante sottolineare che, nonostante la presenza dell’allele ε4 sia un importante predittore dello sviluppo della malattia di Alzheimer, la sola presenza non può fare diagnosi in quanto potrebbe essere presente anche in una piccola percentuale di persone sane.

I grovigli di proteina tau nella malattia di Alzheimer e nella sindrome di Down

Inoltre, la malattia di Alzheimer risulta correlata anche a grovigli neurofibrillari (NFT) costituiti da proteina tau iperfosforilata nella forma di filamenti elicoidali appaiati.

Le conseguenze intracellulari della presenza di grovigli neurofibrillari sono la disintegrazione dei microtubuli e la disfunzione della comunicazione neuronale, per il collasso del sistema di trasporto, che alla fine provoca anche l’attivazione della morte cellulare.

Nei pazienti con sindrome di Down la presenza di grovigli neurofibrillari è fortemente predittiva dello sviluppo della malattia di Alzheimer, sebbene la loro comparsa sia più tardiva rispetto alla presenza di placche amiloidi.

Alterazioni del volume cerebrale nella malattia di Alzheimer e nella sindrome di Down

Ulteriori ricerche hanno evidenziato il ruolo decisivo dell’ippocampo e del corpo calloso in persone con sindrome di Down che convivono con la malattia di Alzheimer.

Questi subiscono cambiamenti patologici precoci manifestando volumi ridotti nelle aree cerebrali colpite dalla malattia di Alzheimer specialmente nell’ippocampo e nel corpo calloso, in associazione con un importante declino cognitivo.

Da questi studi è emerso che le persone con sindrome di Down che presentano anche la malattia di Alzheimer hanno volumi significativamente ridotti in regioni del cervello quali l’ippocampo e ì altre strutture del lobo temporale, le stesse che sono coinvolte anche nei cervelli di persone che presentano l’Alzheimer ma non la sindrome di Down.

Queste riduzioni di volume hanno un’associazione con il declino cognitivo in entrambi i gruppi. Le riduzioni del volume dell’ippocampo e del lobo temporale sono tipiche della malattia di Alzheimer e di persone con sindrome di Down che convivono con demenza.

Gli esami istopatologici mostrano che la struttura dell’ippocampo è una delle prime e più gravemente colpite dalla malattia di Alzheimer.

Nonostante queste somiglianze, sono state riportate differenze sia nella natura che nella manifestazione della patologia di Alzheimer nei soggetti con sindrome di Down rispetto alla popolazione generale.

È stato riscontrato ad esempio che la densità di placche senili nella corteccia temporale delle persone con sindrome di Down era inferiore a quella riscontrata nei pazienti con Alzheimer nella popolazione generale.

Se infatti nella popolazione generale il primo sintomo della malattia di Alzheimer è costituito dalla comparsa di disturbi della memoria, nei pazienti con sindrome di Down che presentano diagnosi di Alzheimer i primi sintomi ad emergere sono quelli a carico delle funzioni mediate dalle aree frontali quali: indifferenza, apatia, irritabilità, modificazioni della personalità e ridotta interazione sociale.

I sintomi comportamentali e psicologici possono essere osservati molto prima rispetto alla diagnosi clinica di demenza e una loro identificazione accurata può fungere da indicatore precoce dei soggetti a rischio, fornendo, dunque, nuove possibilità di trattamento al fine di migliorare la qualità di vita, oltre che offrire un nuovo modo non invasivo per monitorare la progressione verso l’Alzheimer in soggetti con sindrome di Down.

 

Tratti di personalità nella popolazione carceraria

Lo studio di Yousefi e Talib (2022) si è posto l’obiettivo di indagare i fattori legati ai disturbi di personalità nei detenuti della prigione centrale di Sanandaj, in Iran.

La classificazione dei disturbi di personalità

 I disturbi di personalità vengono definiti come un pattern pervasivo e persistente di tratti disadattivi che coinvolgono due o più delle seguenti aree di funzionamento: cognitiva, affettiva, interpersonale e controllo degli impulsi. Causano disagio clinicamente significativo e/o compromissione del funzionamento in una o più aree di vita, come l’idea di sé, le relazioni interpersonali e l’ambito lavorativo (APA, 2013). Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali nella sua quinta edizione (DSM-5; APA, 2013) sottolinea come questi disturbi siano legati principalmente a due sfere di problematicità: auto-identità e funzionamento interpersonale. Le problematiche relative all’auto-identità riguardano un’immagine di sé instabile, autostima, incoerenza nei valori/ obiettivi e aspetto/modi di vestire peculiari. Per quanto riguarda il funzionamento interpersonale invece, ci si riferisce alla difficoltà nello sviluppare e/o mantenere relazioni interpersonali stabili e intime. Generalmente è possibile effettuare una diagnosi dopo i 18 anni di età. La prevalenza di questi disturbi nella popolazione mondiale è di circa il 6% (Hart et al., 2018).

Nel DSM-5 i dieci disturbi di personalità elencati al suo interno vengono suddivisi in tre gruppi, detti cluster (A, B e C), in base alle somiglianze e differenze con cui questi disturbi si manifestano. Di seguito è riportato un breve elenco con le caratteristiche principali di ogni condizione.

Cluster A (eccentrico):

Cluster B (drammatico):

Cluster C (timoroso/pauroso):

I disturbi di personalità –se in forma severa– possono avere un ruolo importante nello sviluppo e messa in atto di comportamenti violenti (Esbec & Echeburùa, 2010). Fin dall’inizio del XIX secolo, gli individui affetti da disturbi mentali sono stati identificati come più frequentemente coinvolti in crimini violenti rispetto a individui che non presentano questi disturbi (Nederlof et al., 2013). La letteratura ha identificato il legame tra crimini violenti e diversi tratti di personalità, come quelli propri dell’antisociale, del borderline, del narcisistico e del paranoide (Esbec & Echeburúa, 2010; Alevizopoulos & Igoumenou, 2016).

 Per esempio, il disturbo antisociale, che nelle sue forme più severe può evolvere nella psicopatia, è frequentemente associato a crimini violenti proprio per le caratteristiche che conferisce agli individui con questa diagnosi: i soggetti con questo disturbo sono caratterizzati da egocentrismo patologico, mancanza di empatia e di rimorso, aggressività (de Pádua Serafim et al., 2014).

Sebbene i disturbi di personalità differiscano notevolmente nelle loro manifestazioni, si ritiene che siano esito di una combinazione e interazione tra fattori genetici e ambientali (Eysenck & Rachman, 2013; APA, 2013). Dunque, la personalità sembra giocare un ruolo importante nello sviluppo di comportamenti criminali, rafforzando l’ipotesi che alcuni individui avrebbero una maggior propensione a commettere atti criminali (Eysenck & Rachman, 2013; Boduszek et al., 2013).

I disturbi di personalità tra i detenuti

Lo studio di Yousefi e Talib (2022) si è posto l’obiettivo di indagare i fattori legati ai disturbi di personalità nei detenuti della prigione centrale di Sanandaj, in Iran.

I partecipanti selezionati per questo studio erano 343 detenuti, di cui 329 uomini e 14 donne. I partecipanti hanno compilato il Millon Clinical Multiaxial Inventory (MCMI), un test che valuta i disturbi di personalità e le patologie psichiatriche.

I risultati maggiormente rilevanti hanno messo in luce la presenza di disturbi di personalità del cluster B (narcisistico, istrionico, borderline, antisociale) in 99 partecipanti (ovvero 29% del campione totale). Il cluster B è risultato avere una relazione significativa con il livello di istruzione elementare. È interessante notare come l’impulsività sia una caratteristica che generalmente inficia sul successo scolastico; inoltre, impulsività, instabilità emotiva e uno stile di vita irresponsabile sono tipici dei disturbi del Cluster B (Mateus et al., 2021).

Il genere maschile e il livello di istruzione elementare sono risultati significativamente correlati ai disturbi di personalità del Cluster A (paranoide, schizoide, schizotipico).

Il Cluster C (evitante, dipendente, ossessivo-compulsivo) è risultato avere una relazione significativa con il genere maschile, il livello di istruzione elementare, la disoccupazione, il reato di furto e aggressione.

Sulla base di questi risultati, potrebbero essere molto utili interventi psicologici e psichiatrici mirati alla gestione di questi aspetti di personalità disadattivi, per favorire una più efficace re-integrazione dei detenuti nella società.

Libera. Comprendere e trattare gli effetti della violenza sulle donne (2023) – Recensione

Nel saggio “Libera. Comprendere e trattare gli effetti della violenza sulle donne” Dolores Mosquera introduce e descrive una delle tematiche più attuali e presenti nel panorama sociale nazionale ed internazionale.

 La violenza sulle donne non solo risulta essere un fenomeno sempre più dilagante, ma al contempo è il riflesso di uno stile relazionale e comportamentale che nel quotidiano –tra le mura domestiche e non solo– rischia di tradursi in qualcosa di normativo, giustificando ciò che al contrario si dovrebbe contrastare, dando voce a quei silenzi che non tarderanno ad assumere la fisionomia di segnali inequivocabili di violenza. Queste pagine vogliono rappresentare un valido spunto di riflessione; l’autrice invita chiunque desideri leggerla a prendere consapevolezza circa le dinamiche che prendono vita nelle persone autrici di questo drammatico reato.

Specializzata nel trattamento dei traumi complessi e della dissociazione, attraverso queste pagine, Dolores Mosquera offre al clinico un valido e schematico strumento circa il percorso da proporre, e nondimeno da personalizzare, proprio in base all’individualità dell’esperienza che la donna porta con sé. E che immancabilmente riflette una modalità di stare al mondo, nonché uno stato mentale che rischia di invalidare e/o limitare la propria sfera relazionale ed intrapsichica.

Dare voce al silenzio

 Le donne vittime di violenza non sempre e nell’immediato riescono a dar voce a quel dolore che in maniera sottile inizia a prendere forma sia nella mente che nel corpo. Quanto di più drammatico avviene risulta essere proprio quel processo di convincimento che pian piano traduce la sofferenza in una colpa, oppure in un qualcosa che si pensa di aver meritato. Proprio dinanzi alle molteplici forme di espressione, verbale o fisica, il silenzio e la chiusura riflettono quei meccanismi difensivi rispetto ai quali la ribellione cede il posto alla negazione e all’arrendevolezza di un comportamento che, in maniera silente, inizia a impadronirsi di una vita che non dovrebbe cessare di fiorire.

 

Mente e corpo nello sviluppo (2022) a cura di Chiara Turati ed Eloisa Valenza – Recensione

Il libro “Mente e corpo nello sviluppo” curato da Chiara Turati ed Eloisa Valenza, rispettivamente professoresse ordinarie di Psicologia dello sviluppo all’Università degli studi di Milano Bicocca e dell’Università di Padova, offre una panoramica sul tema importante della relazione tra la mente e il corpo nello sviluppo del bambino.

Il concetto di embodiment

 Il focus trasversale ai vari capitoli è quello dell’embodiment che descrive “come i processi cognitivi emergono nello sviluppo grazie a una conoscenza che si costruisce attraverso il corpo e al suo agire nell’ambiente”. In questa prospettiva il corpo diventa un sistema in movimento che si compone di materia, spazio e relazione: un divenire “evolutivo” in cui il corpo, come descrive nella prefazione Pier Francesco Ferrari – direttore di ricerca dell’Institut des Sciences Cognitives Marc Jeannerod, cnrs/Université Claude Bernard Lyon – “è il centro di gravità attorno al quale i processi mentali prendono forma, mentre l’ambiente è la dimensione spaziale su cui il corpo agisce ed interagisce”.

Ecco che il concetto di embodiment, ovvero di una mente incorporata, strettamente connessa alle esperienze senso motorie, diventa l’elemento trasversale della relazione tra azione e cognizione, azione ed emozioni, della distinzione tra sentire con il corpo e con la mente nell’analisi psico-socio-emotiva della pelle e dell’interazione corporea in funzione della relazione.

La riflessione si presenta come un percorso che inizia dalla presentazione con il primo capitolo delle curatrici sulla “prospettiva embodied sullo sviluppo della mente” evidenziando come la visione dominante sulla relazione corpo – mente le ha ritenute due entità distinte. Le autrici affermano come “nella nostra cultura, la mente si rivela unicamente attraverso capacità logiche, deduttive, referenziali, intellettuali, di alto livello, distinte dalle sensazioni corporee, mentre al corpo sono relegati compiti prevalentemente di natura sensoriale e motoria. Questa visione implica una mente nascosta dalla maschera del corpo che la contiene, scorporata dall’involucro che la avvolge, talvolta rivelata dai nostri comportamenti talvolta no.” Sulla base di questa prima considerazione proseguono nella presentazione e analisi dell’embodied cognition. In questo percorso vengono affrontati dei temi storici di studio della mente come quello di ambiente e patrimonio genetico o cervello e comportamento, per arrivare a esplorare l’influenza della dimensione corporea nel corpo della mamma come ambiente prenatale e nelle interazioni precoci, allo stesso tempo, focalizzando l’attenzione sul gioco come esperienza chiave del processo di sviluppo.

Azione e cognizione

Il secondo capitolo, di Eloisa Valenza e Giorgia Lettere, affronta la relazione tra azione e cognizione. Un approfondimento sull’esperienza prenatale e post natale sullo sviluppo comunicativo-linguistico del bambino. Le autrici iniziano ad analizzare la relazione del percorso evolutivo dal gesto alla parola, attraversando le evidenze filogenetiche e ontogenetiche. Ecco che il gesto si radica nell’esperienza senso motoria che determina l’esperienza del linguaggio scritto, della conoscenza numerica-matematica sino alle implicazioni dell’esperienza senso-motoria nello sviluppo atipico.

Azioni ed emozioni

Il terzo capitolo di Ermanno Quadrelli tratta l’interessante tema della comprensione delle azioni e emozioni altrui attraverso la relazione/osservazione del corpo, affrontando i concetti della nascita delle abilità di comprensione delle azioni e delle emozioni in relazione al tema della risonanza motoria e dello sviluppo delle competenze sociali. L’autore analizza la complessità dei processi nel momento in cui una persona inizia a comunicare, agire e interagire in funzione dell’imprevedibilità e della condivisione dello spazio che rappresenta la caratteristica di ogni relazione sociale. La comprensione delle azioni e del nostro interlocutore è legata ad un processo che coinvolge la risonanza motoria che quello specifico gesto ha verso di noi. L’autore analizza quali sono i processi che determinano la possibilità di compiere decisioni così rapide in funzione dell’osservazione del comportamento dell’altro inteso anche come spostamento in uno spazio condiviso.

Il ruolo della pelle e del tatto nello sviluppo del bambino

 Il quarto capitolo, di Margaret Addabbo, dal titolo “Sentire con il corpo, sentire con la mente”, studia il ruolo della pelle nello sviluppo della persona e, nello specifico, della percezione tattile. L’autrice afferma che “il tocco non è solo una semplice esperienza cutanea ma, piuttosto, una esperienza intercorporea e multidimensionale, fondamentale sin dalle primissime fasi di vita e in grado di guidare lo sviluppo del bambino”. Da questa affermazione inizia un excursus di analisi in cui analizza la dimensione relazionale e informativa: la pelle è considerata come l’esperienza del confine e della relazione con il mondo esterno. Viene affrontata un’interessante analisi sulle due vie del tocco e come la pelle, di fatto, sia un organo “sociale”, veicolo per dirigere l’attenzione dei bambini verso stimoli sociali e processo che permette di differenziarsi e connettersi con gli altri e, prima ancora, di distinguere il sé dall’altro. Il capitolo termina con la presentazione delle atipie legate al contatto tattile nei disturbi del neurosviluppo e al delicato tema della deprivazione tattile nella relazione madre-bambino.

L’intersoggettività

Il quinto capitolo “Dall’interazione corporea alla relazione” di Dolores Rollo avvia la riflessione sulla relazione trasformativa che collega l’intercorporeità all’intersoggettività. L’autrice illustra la relazione tra la prospettiva embodied e lo sviluppo dell’intersoggettività. Afferma come il modello della mente incarnata offre una chiave di lettura innovativa per l’osservazione e la comprensione dell’intersoggettività, intesa come capacità di condividere stati mentali soggettivi. Questa reciprocità si struttura proprio dalla condivisione di gesti, azioni che si legano come in una danza e avviano l’esperienza dell’intersoggettiva. L’analisi attraversa anche la descrizione dei mediatori biologici, interpersonali e dei processi neurali alla base dell’intersoggettività, sino ai processi che portano dall’imitazione alla relazione e al passaggio evolutivo dal corpo al sé e alla mente culturale.

Conclusioni

Il libro “Mente e corpo nello sviluppo” apre nuove frontiere di studio nel campo dell’infant research, per esempio il ruolo dell’azione e dell’esperienza sensomotoria e affettiva nella formazione delle competenze sociali e dei processi cognitivi più complessi. Allo stesso tempo la concettualizzazione dell’embodiment in relazione non solo allo sviluppo dei processi cognitivi, ma alla prospettiva dell’intersoggettività ha accompagnato all’analisi della funzione degli stimoli sensoriali complessi, superando in modo definitivo il modello di sistema esecutivo che riceve ed esegue gli ordini che arrivano da un sistema di ordine “superiore”. Un’analisi che accoglie le riflessioni di Merleau-Ponty (1945, trad. it.) sulla relazione corpo e spazio peripersonale ben espressa nella frase “[…]non solo il mio corpo non è per me un semplice frammento di spazio, ma per me non ci sarebbe spazio se non avessi un corpo”. In questo senso, l’approccio embodied restituisce a tutti gli stati corporei senso-motori o affettivi la loro rilevanza nello sviluppo socio-cognitivo ed emotivo-relazionale, evidenziando come siano gli elementi costitutivi nell’organizzazione delle esperienze con cui il bambino entra in contatto e che influenzano il suo sviluppo, determinando il processo di attribuzione del significato che il bambino vive nelle diverse esperienze di vita.

Un campo di studi affascinanti che ribalta l’osservazione dei processi di sviluppo del bambino e che esorta ad avviare future ricerche, riflessioni e applicazioni in ambito clinico, formativo, educativo e sociale a partire dalla centralità del modello della mente incarnata.

 

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