expand_lessAPRI WIDGET

Quale stile genitoriale predice ansia nei figli?

La revisione di Yaffe (2021) ha evidenziato l’associazione tra stili genitoriali e lo sviluppo di ansia dei figli, soffermandosi sul ruolo di accettazione/rifiuto genitoriali, ipercontrollo e punizioni corporali.

Introduzione

 I disturbi d’ansia si riferiscono a una serie di disturbi che condividono caratteristiche come paura o apprensione eccessive.

Un’ampia letteratura si concentra sul contesto genitoriale, su vari aspetti della genitorialità e delle relazioni genitore-bambino che giocano un ruolo significativo nello sviluppo dell’ansia, sebbene l’entità di questo legame debba essere ancora chiarita (Bosmans et al., 2014; McLeod et al., 2007).

Per “stile genitoriale” si intende la modalità educativa con cui i genitori svolgono le funzioni genitoriali e, in generale, si rapportano ai propri figli. Gli stili genitoriali influenzano il clima familiare e condizionano il benessere psicologico dei figli. La revisione di Yaffe (2021) ha evidenziato l’associazione tra stili genitoriali e lo sviluppo di ansia dei figli, soprattutto per quanto riguarda il controllo eccessivo e le punizioni corporali. Bambini e adolescenti con disturbi d’ansia avevano più probabilità di essere cresciuti da genitori iperprotettivi o distaccati, i quali tendevano a mettere in atto forme di controllo eccessivo o del tutto assente.

Il legame tra rifiuto/accettazione genitoriale e ansia

Un consistente numero di ricerche si è concentrato sul legame tra rifiuto/scarsa accettazione e assenza di calore da parte dei genitori e il conseguente sviluppo di ansia nella prole (Ginsburdg  et al., 2004; McLeod et al., 2007; Wood et al., 2003). La scarsa accettazione e il calore genitoriale sono espressi tramite comportamenti di freddezza e rifiuto e sembrano influire sull’ansia dei bambini (Mattanah, 2001; Yaffe, 2018). In particolare, è emersa un’associazione tra l’accettazione/rifiuto dei genitori e sintomi di ansia sociale tra bambini e adolescenti (Weymouth & Buehler, 2018; Xu et al., 2017; Yaffe, 2018), suggerendo che il rifiuto dei genitori possa giocare un ruolo significativo nello sviluppo dell’ansia sociale nella prole, proprio perché i frequenti feedback negativi da parte dei genitori favoriscono la percezione di un mondo minaccioso e ostile; questo, a sua volta, potrebbe aumentare la percezione e le aspettative del bambino di conseguenze negative degli eventi sociali nella sua vita e, in alcune condizioni, sfociare in una grave ansia sociale (Yaffe, 2018).

È importante sottolineare la limitatezza di questi risultati, che mancano di considerare il temperamento e la predisposizione del bambino all’ansia, ovvero l’inibizione comportamentale, le quali a livello teorico sembrano interagire in varia misura con le caratteristiche genitoriali (Ollendick & Benoit, 2012).

Il legame tra controllo genitoriale e ansia

 Invece, le prove a sostegno dell’associazione tra i comportamenti di controllo dei genitori e l’ansia in bambini e adolescenti appaiono maggiormente convincenti. L’ipercontrollo genitoriale si manifesta tipicamente tramite una disciplina rigida, iper-regolazione del comportamento (cioè istruzioni su come comportarsi), iper-protezione e controllo psicologico (cioè istruzioni su come pensare e sentire; Barber, 1996; Barber et al., 2012). Tutti questi elementi possono ostacolare il progressivo e naturale sviluppo dell’autonomia da parte del bambino. L’aspetto dell’ipercontrollo è stato più volte correlato ai disturbi d’ansia della prole: questa relazione suggerisce che i bambini ansiosi hanno maggiori probabilità di essere cresciuti da genitori ipercontrollanti e meno favorevoli allo sviluppo di autonomia (Bosmans et al., 2014; Pinquart, 2017; Rose et al, 2018; Wood et al., 2003). Quindi, la mancanza di concessione dell’adeguata autonomia da parte dei genitori ostacola le opportunità del bambino di vivere adeguate esperienze di indipendenza, con conseguente carenza di senso di controllo e aumento dell’impotenza (Wood et al., 2003).

In ultimo troviamo le punizioni corporali, le quali comprendono qualsiasi tipo di misura punitiva fisica in risposta a comportamento inappropriato della prole. Tendenzialmente, le punizioni corporali possono diminuire il senso di controllo dei bambini sull’ambiente, amplificando così la loro sensibilità all’ansia (Graham & Weems, 2015). In diversi studi le punizioni corporali dei genitori sono risultate correlate positivamente con l’ansia di bambini e adolescenti (Gershoff et al, 2010; Graham & Weems, 2015; Lansford et al., 2014; Xing & Wang, 2013; Yaffe & Burg, 2014).

Cosa dico ai figli dei miei pazienti (2022) di Katia Roncoletta – Recensione

“Cosa dico ai figli dei miei pazienti” rappresenta un interessante approfondimento sulla vita dei figli di persone con dipendenze patologiche, sempre più considerate come malattie familiari.

 

 Le dipendenze patologiche, e in particolar modo la dipendenza da alcol, sono malattie dall’elevato carico familiare. A livello mondiale si stima che 237 milioni di uomini e 46 milioni di donne soffrano di disturbi legati al consumo di alcol e che questo sia aumentato esponenzialmente durante il periodo di pandemia da Covid-19.

Numerosi sono i testi scientifici o divulgativi di approfondimento del Disturbo da Uso di Alcol e del vissuto dei pazienti che ne soffrono. L’approccio della dottoressa Roncoletta in questo libro è invece innovativo: è reso centrale il punto di vista dei figli di persone con dipendenza da alcol. Spesso si tratta di giovani che sono stati adultizzati precocemente, imparando ad assumere le veci del genitore, figura da cui hanno ricevuto in alcuni momenti amore e protezione e in altri momenti stress e paura, in una fortissima confusione emotiva. In tale contesto si alimenta il disagio dei figli di alcolisti, i quali, quando non supportati adeguatamente, hanno una maggiore probabilità di sviluppare una franca psicopatologia rispetto alla popolazione generale. Tra i sintomi riscontrati più frequentemente ci sono l’ipervigilanza, l’ipercontrollo, la difficoltà nella gestione delle emozioni, la bassa autostima e altri problemi di salute fisica e mentale.

 “Cosa dico ai figli dei miei pazienti” è un manuale utile per quanti lavorano nei Servizi per le Dipendenze Patologiche ma, soprattutto, per loro, i figli di persone dipendenti, perché non si sentano soli, ma possano anzi trovare un aiuto competente. Interessante in questo senso la testimonianza di R, 20 anni: “finché non se ne parla, forse, il problema non esiste davvero, sembrava aleggiare nell’aria”. In questo libro si parla apertamente e si invitano i figli di persone con dipendenza da alcol a condividere il proprio vissuto affinché, una volta elaborato, non si ritrovino a viverlo successivamente in prima persona e non tendano a scegliere un partner con dipendenze, andando ad instaurare relazioni di codipendenza.

 

L’esperienza dell’adozione nei bambini istituzionalizzati: i correlati neurobiologici

Grazie a uno studio condotto a partire dal 2001 da un gruppo di ricercatori dell’Ospedale dei bambini di Boston della Harvard Medical School, è stato possibile documentare e analizzare le alterazioni che si producono nei circuiti cerebrali di bambini istituzionalizzati negli orfanotrofi di Bucarest.

Introduzione

 L’infanzia rappresenta un periodo di grande importanza, durante il quale alcune funzioni come la comunicazione e l’acquisizione delle capacità di autoregolazione emotiva, riflettono uno dei processi fondamentali di sviluppo. Infatti attraverso la comunicazione visuo-spaziale, uditivo-prosodica e tattile-gestuale, sia il caregiver che il bambino imparano reciprocamente ad apprendere la struttura ritmica dell’altro (Papousek, 1995). Un vero e proprio scambio traducibile in un processo di co-creazione, che dà vita sia ad una interazione reciproca che ad un processo di adattamento sempre più graduale. Proprio attraverso le comunicazioni affettive, (come il contatto fisico), la madre si sintonizza psicologicamente con il bambino (Kohut, 1971). Non solo valuta le espressioni non verbali degli stati di attivazione interna, ma anche gli stati affettivi del bambino stesso, che verranno regolati e soprattutto ricambiati. Tuttavia questo scambio non sempre risulta fluido e lineare, e la rottura dei legami di attaccamento può provocare una disfunzione inerente sia le capacità di autoregolazione sia l’omeostasi dell’organismo (Tronick, 1989).

Da una prospettiva psicobiologica l’attaccamento è stato definito da Schore (2000), come “regolazione interattiva degli stati di sincronicità di tipo biologica”. Grazie ad essa è dunque possibile notare e comprendere come la sincronizzazione affettiva e la riparazione interattiva, nonché co-costruttiva, siano i capisaldi che costituiscono le basi dell’attaccamento e delle emozioni connesse ad esso (Oliverio, 2002). Le prime relazioni rappresentano infatti il punto centrale in grado di favorire un sano e adattivo sviluppo del bambino, sotto due importanti profili: quello cognitivo e quello affettivo. Nondimeno, nel loro insieme, consentono la fioritura di alcune funzioni psichiche come ad esempio il senso di Sé, l’autoconsapevolezza, le strategie di regolazione emotiva, le modalità con cui pensare, conoscere e percepire la realtà; funzioni che con il passare del tempo si sviluppano, maturano e rappresentano la lente con cui il soggetto inizierà a percepire sé stesso e il mondo circostante.

Prendendo dunque in esame le prime relazioni è possibile comprendere come esse diano vita ad uno stile di interazione che in alcuni casi può divenire disfunzionale e disadattivo. Spesso infatti esperienze negative quali maltrattamenti, abusi e trascuratezza emotiva, possono determinare gravissime conseguenze inerenti sia lo sviluppo psicologico che quello neurobiologico (Schore, 2003). Nel panorama dell’adozione si traducono in uno o più eventi traumatici che, se ripetuti e costanti, prendono il nome di “trauma cumulativo“ (Khan, 1963). Il trauma si riferisce non solo all’evento in sé, ma anche all’intensità con cui esso viene a presentarsi dinanzi al soggetto.

I correlati neurobiologici delle esperienze traumatiche

Col termine trauma si designa un’esperienza che in un breve lasso di tempo apporta delle modifiche somatopsichiche, che in futuro, se non elaborate in modo adattivo, possono innescare dei comportamenti e degli stili di risposta disfunzionali a determinati eventi (Bromberg, P. M., 2006). Evidenziando dunque un profilo psicologico caratterizzato non solo da una bassa autostima, ma anche da una fragilità psichica, che se non identificata e supportata può sfociare in un quadro psicopatologico.

L’esperienza adottiva (Oliverio, 2002) se non pienamente accolta ed elaborata può rispecchiare una condizione di profonda sofferenza, poiché possono essere presenti esperienze di contesti abusanti e/o trascuranti, come ad esempio la realtà degli orfanotrofi. Secondo Ross (Ross, C. A. 2000), il trauma evolutivo apre le porte ad un ventaglio di possibili fenomeni psicopatologici, infatti secondo l’autore più si è esposti a contesti relazionali abusanti e trascuranti durante l’infanzia, maggiore è la possibilità di sviluppare un disturbo mentale. Infatti, il bambino, acquisendo schemi cognitivi disfunzionali, interiorizza una percezione ed una rappresentazione di sé e degli altri disadattiva.

Più nello specifico si può assistere ad una ridotta capacità da parte del soggetto di identificare, rappresentare e monitorare i propri stati corporei, mentali, affettivi e comportamentali, i quali a livello somatico riflettono un cablaggio disfunzionale/neurobiologico che rischia di creare una lente attraverso la quale guardare la realtà esterna e i propri vissuti interni, in maniera non del tutto adeguata; spesso difficile da adoperare e a volte restrittiva e/o limitante sotto un profilo relazionale (Caretti, 2007).

Traumi di natura interpersonale precoci possono costituire dei “disorganizzatori psichici dell’esperienza” (Schimmenti, A., 2008) connessi con sistemi rappresentazionali, che portano a concepire il mondo in maniera minacciosa, ostile e difficile da fronteggiare (Fonagy, 2001). Dunque, il trauma nell’infanzia può portare ad esiti di natura psicopatologica influenzando in varia misura il meccanismo di attaccamento, la biologia, la regolazione affettiva, la dissociazione, il controllo comportamentale, le capacità cognitive ed il concetto di Sé.

Questa concatenazione di eventi rappresenta dunque non solo l’esito di esperienze traumatiche, ma anche l’ingresso verso l’esordio di disturbi mentali come la depressione (Bifulco, 1998), i disturbi del comportamento alimentare, le dipendenze da sostanze, il disturbo borderline (Fonagy, 2003) e i disturbi dissociativi (Nijenhuis, 2000).

A sostegno di quanto descritto sinora, lo psichiatra Van Der Kolk (2005), ha affermato come l’esposizione cronica ad una o a più forme di trauma a livello interpersonale (come l’abbandono, l’abuso e la violenza fisica) facciano emergere schemi di risposta disfunzionali a determinati eventi, che si possono riscontrare a più livelli. Infatti, ad essere inficiati sono il livello emotivo, somatico, comportamentale, cognitivo e relazionale; un insieme di fattori che nel loro insieme determinano un’alterazione delle rappresentazioni del Sé e degli altri e intaccano il modo di vedere la realtà circostante ed attribuirgli un significato.

La struttura cerebrale dei bambini istituzionalizzati: il Bucharest Early Intervention Project

 A sostegno di quanto introdotto e descritto, un ulteriore contributo deriva da uno studio condotto a partire dal 2001 da un gruppo di ricercatori dell’Ospedale dei bambini di Boston della Harvard Medical School, grazie al quale è stato possibile documentare e analizzare le alterazioni che si producono nei circuiti cerebrali di bambini vissuti negli orfanotrofi di Bucarest. Ben descritto dalla figura di Bottaccioli (2005), l’autore ha ampiamente introdotto non solo gli obiettivi stessi dello studio, bensì i cambiamenti biochimici e neurobiologici, che nel cervello dei bambini istituzionalizzati hanno tracciato un’architettura ben precisa. Nonché una modalità di autoregolazione emotiva e fisiologica che sulla base di esperienze pregresse rischiano dunque di ripercuotersi sul presente.

Iniziato nel 2001, lo studio faceva parte del progetto “Bucharest Early Intervention Project”, che ha coinvolto ben 6 orfanotrofi della capitale romena (Charles, 2007), tre Università statunitensi con capofila Harvard, il cui obiettivo è stato quello di esaminare da un lato gli effetti della istituzionalizzazione infantile sullo sviluppo cerebrale e comportamentale e dall’altro verificare se l’affidamento familiare possa determinare il ripristino dei medesimi danni cerebrali. Secondo quanto riportato da Bottaccioli (2005), in un’intervista a La Repubblica, le caratteristiche dello studio si sono rivelate davvero uniche, “in quanto 136 bambini attorno ai due anni di età che stavano in orfanotrofio dalla nascita, o comunque da pochi mesi dopo la nascita, sono stati divisi in modo casuale in due gruppi, uno inviato in affidamento, l’altro rimasto invece in orfanotrofio. Nondimeno lo studio ha previsto un gruppo di controllo formato da bambini di Bucarest della stessa età che vivono in famiglia”. Come riportato dall’autore, tutti i bambini sono stati osservati per circa 8 anni ad intervalli regolari, monitorando il loro sviluppo intellettivo e comportamentale fino ad un’età compresa tra i 9 e gli 11 anni. Valorizzando sempre più una visione olistica inerente sia lo sviluppo psicobiologico sia quello cognitivo. “Infine, un campione per ognuno dei tre gruppi è stato selezionato per essere sottoposto a una minuziosa ed estesa indagine cerebrale realizzata con la tecnica della Diffusione del tensore. Questa tecnica, in sigla DTI (immagini di diffusione del tensore), consente di visualizzare i fasci di fibre di materia bianca che connettono le aree cerebrali tra di loro”. Grazie ai risultati emersi è stato possibile notare come i bambini che avevano trascorso una parte della propria vita in orfanotrofio avessero riportato modificazioni strutturali e funzionali che coinvolgono diversi distretti cerebrali, tra i quali il corpo calloso. Quest’ultimo infatti ha inoltre permesso di constatare quanto il proprio background esperienziale sia in grado di ripercuotersi in un possibile esordio psicopatologico e comportamentale, accompagnato da eventuali deficit cognitivi ed emotivi, che spesso si riscontrano nei soggetti abbandonati. Traumi di natura interpersonale precoci possono dunque contribuire a far emergere veri e propri “disorganizzatori psichici” dell’esperienza, (Schimmenti, 2008) connessi con sistemi rappresentazionali, che portano a concepire il mondo in maniera minacciosa, ostile e difficile da fronteggiare (Fonagy, 2001).

Viceversa, nei bambini in affidamento si è riscontrata una modalità di autoregolazione emotiva differente, meno disfunzionale ma soprattutto in grado di essere maggiormente gestita dal bambino.

Attraverso questo studio (Gallino, 2015) è stato possibile valorizzare sempre più il ruolo delle esperienze traumatiche non solo durante l’infanzia, quanto piuttosto nei contesti di abbandono e trascuratezza emotiva, che spesso si riscontrano negli orfanotrofi. Questi ultimi, infatti, riflettono a pieno titolo un luogo entro il quale diversi fattori non sempre risultano lasciare una traccia adattiva e promotrice di cambiamenti, ma al contrario descrivono una realtà dove l’infanzia sembra essere una tappa mai vissuta. E che tuttavia andrebbe riconquistata, esplorata e vissuta.

Ruminazione in infanzia e adolescenza: quale contributo della genetica?

La review della Dott.ssa Scaini e colleghi (2020) pubblicata su Journal of Affective Disorders presenta una breve panoramica finalizzata alla sintesi dei risultati emersi dagli studi genetici che hanno analizzato i potenziali geni coinvolti nella ruminazione in infanzia e adolescenza

 

La ruminazione è definita come un processo cognitivo caratterizzato da uno stile di pensiero disfunzionale e maladattivo che si focalizza principalmente sugli stati emotivi negativi interni e sulle loro conseguenze negative. La ruminazione è una forma circolare di pensiero persistente, passivo, ripetitivo legato ai sintomi della depressione (Nolen-Hoeksema, 2008).  La ruminazione quindi si attiva come tentativo di controllo dell’emozione negativa, tuttavia, tale processo nel tempo aggrava l’intensità dello stato d’animo negativo, induce a un maggiore abbassamento dell’umore, e comporta una distorsione della percezione sia di se stessi, in termini negativi, sia dell’ambiente circostante (Wells, 2009). L’utilizzo continuo e costante della ruminazione determina l’automatizzazione di tale processo che provoca in chi la sperimenta un senso di mancanza di controllo sui pensieri ed evidente abbassamento del tono dell’umore.

Ruminazione e depressione

La ruminazione ha ricevuto grande attenzione dalla ricerca nello studio della depressione (Just, Alloy, 1997) ed è stata riconosciuta già da tempo come un elemento chiave della fenomenologia depressiva.

Anche in riferimento all’adolescenza la letteratura evidenzia come la ruminazione possa considerarsi un fattore di vulnerabilità cognitiva per l’esordio e il mantenimento della depressione in tale fase di vita (Treynor et al., 2003).

Eziologia della ruminazione: quali sono le cause della tendenza a ruminare?

In termini di determinanti eziologiche, ad oggi la letteratura presenta ancora risultati parziali e lacune da colmare. Alcuni studi hanno evidenziato l’importanza dei fattori ambientali nell’eziologia della fenomenologia della ruminazione (Hankin et al., 2009). Aspetti ambientali favorenti la ruminazione possono essere ad esempio eventi di vita stressanti, fenomeni di bullismo tra pari (McLaughlin and Hatzenbuehler, 2009), criticismo e iperprotettività genitoriale (Alloy et al., 2004; Manfredi et al., 201), esperienze di maltrattamento nell’infanzia (Spasojevic and Alloy 2002; Hankin, 2005; Hilt et al., 2012), psicopatologia genitoriale (Gibb et al., 2012).

La ruminazione potrebbe avere delle basi genetiche?

In considerazione di modelli eziologici multifattoriali, se da un lato i diversi studi sopracitati hanno evidenziato le origini ambientali alla base della ruminazione, ancora poca attenzione è stata dedicata dalla ricerca alle possibili basi genetiche coinvolte.

Solide e coerenti evidenze in letteratura dimostrano il contributo degli aspetti genetici nello sviluppo della depressione in infanzia e in adolescenza (Lau and Eley, 2006; Lau and Eley, 2010); di conseguenza è rilevante chiedersi se le differenze nella tendenza alla ruminazione possano essere correlate alla vulnerabilità genetica per la depressione. Diversi studi inoltre evidenziano che i bambini a rischio di depressione presentano elevati livelli di ruminazione (Gibb et al., 2012).

La review della Dott.ssa Scaini e colleghi (2020) pubblicata su Journal of Affective Disorders presenta una breve panoramica finalizzata alla sintesi dei risultati emersi dagli studi genetici che hanno analizzato i potenziali geni coinvolti nella ruminazione nei bambini e negli adolescenti.

La review si è basata su una ricerca bibliografica degli studi scientifici presenti in PubMed e Science Direct fino al mese di febbraio 2020. I termini chiave utilizzati per la ricerca sono stati: ‘rumination, ruminative thinking, repetitive thinking e ‘gene, gen*’.

Dalla ricerca bibliografica sono stati identificati otto studi inerenti alla tematica della ruminazione e degli aspetti genetici in bambini e adolescenti.

In termini di esplorazione degli effetti genetici, gli otto studi alcuni si sono focalizzati sull’indagine degli aspetti genetici coinvolti nella trasmissione della serotonina (5-HTTLPR) (Schepers and Markus, 2017), nel brain derived neurotrophic factor (BDNF) (Hilt et al., 2007; (Beevers et al., 2009; Clasen et al., 2011; Gibb et al., 2012; Stone et al., 2013) e nel rilascio dell’ormone della corticotropina (CRHR1) (Woody et al., 2016; Van Hulle et al., 2017).

I risultati presenti negli studi considerati dalla review evidenziano che le variazioni nei geni 5-HTTLPR e BDNF possono significativamente contribuire a una maggiore tendenza alla ruminazione nei bambini e negli adolescenti, andando a moderare la relazione tra eventi di vita stressanti e ruminazione.

Pertanto, la review va a supportare l’assunto secondo cui le variazioni individuali a carico dei geni 5-HTTLPR e BDNF sarebbero correlate a una aumentata vulnerabilità biologica per la tendenza alla ruminazione nell’età evolutiva e in adolescenza.

La presente review presenta diversi limiti: in primo luogo, va sottolineato che il campione degli studi considerati è comunque esiguo; in secondo luogo, tra gli studi considerati si riscontra un’elevata eterogeneità nei disegni di ricerca e negli strumenti utilizzati per l’assessment della ruminazione.  In conclusione, ulteriori studi sono necessari per approfondire ulteriormente il contributo della genetica nei processi ruminativi e replicare queste evidenze su campioni più ampi.

 

Il ruolo dello psicologo in ambito dell’assistenza umanitaria e della cooperazione allo sviluppo

L’articolo affronta il tema dell’assistenza umanitaria e della cooperazione allo sviluppo come un ambito emergente del lavoro dello psicologo.

 

 Viene sottolineato come questo nuovo e complesso ambito di intervento rappresenti una sfida e un’opportunità per i professionisti del settore, richiedendo conoscenze e competenze afferenti sia all’area delle scienze psicologiche sia delle scienze politiche. Viene poi descritto il lavoro dello psicologo in questi contesti, inclusi gli obiettivi e le attività, nonché le specifiche competenze richieste. Infine, viene descritto il profilo dello specialista e le opportunità lavorative in questo campo.

Gli ambiti emergenti

Il gruppo istituito dal Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi ha individuato l’assistenza umanitaria e la cooperazione allo sviluppo come uno degli “Ambiti Emergenti” del lavoro dello psicologo.

Per “Ambiti Emergenti” si fa riferimento a contesti diversi da quello clinico/sanitario, ovvero tutte le nuove aree in cui si rendono necessarie le conoscenze e le competenze dello psicologo.

Ciò di cui parleremo in questo articolo riguarda proprio uno degli ambiti d’intervento emergenti della professione dello psicologo: l’assistenza umanitaria e la cooperazione allo sviluppo.

Sia nei Paesi in via di sviluppo sia in Italia, in materia di diritti umani, tutela dei diritti dell’infanzia e dei giovani, cambiamenti nelle politiche sociali e sanitarie, la psicologia è diventata un campo di riferimento e una professione essenziale.

Questo nuovo e complesso ambito di intervento rappresenta allo stesso tempo una sfida e un’opportunità per i professionisti del settore. Per rispondere efficacemente a questo nuovo bisogno su scala umanitaria è necessario “integrare la promozione del benessere con dispositivi normativi che promuovono e tutelano i diritti della persona, le competenze organizzative e progettuali, le nozioni giuridiche e la conoscenza dei contesti e degli attori istituzionali e non governativi” (CNOP, 2019). La complessità degli interventi in questo ambito è legata anzitutto alle condizioni di emergenza, oltre che a fattori quali l’inter-disciplinarietà, la cross-culturalità e l’instabilità del contesto sociale in cui si opera. Dato ciò il CNOP (2019) ha delineato una serie di caratteristiche specifiche che lo psicologo interessato a questo ambito lavorativo deve possedere, considerando la legislazione internazionale (Organizzazione delle Nazioni Unite), comunitaria (Unione Europea) e nazionale (Italia) di riferimento.

Obiettivo di questo articolo è proprio quello di riportare brevemente quanto indicato dal gruppo di lavoro del CNOP (2019) in materia.

Assistenza umanitaria

In ambito internazionale si fa riferimento ad assistenza umanitaria se l’intervento è causato da un’emergenza complessa, dura al massimo 6 mesi e procede attraverso progetti coordinati tra agenzie di soccorso (Rossi, 2010).

L’aiuto umanitario consiste nel fornire sostegno materiale e logistico a persone colpite da catastrofi naturali, come terremoti e tsunami, o provocate dall’uomo, come conflitti armati e guerre. Ad oggi, circa l’80% delle esigenze umanitarie hanno origine da conflitti armati (Consiglio dell’Unione europea, 2022).

L’aiuto umanitario prevede diverse attività di soccorso, tra cui la fornitura di cibo e sostegno alimentare, acqua e servizi igienico-sanitari, rifugio, assistenza sanitaria, protezione da violenza fisica o psicologica, inclusa la violenza sessuale e di genere, istruzione in situazioni di emergenza e assistenza in denaro (Consiglio dell’Unione europea, 2022).

Cooperazione allo sviluppo

Si parla invece di cooperazione allo sviluppo se l’intervento avviene in un contesto estero di post-emergenza, emergenza cronica o sottosviluppo, e procede per progetti a lungo termine (Rossi, 2010).

L’Unione Europea (2018) spiega che la cooperazione allo sviluppo significa “concentrarsi sugli aspetti economici, sociali e ambientali dello sviluppo: generare crescita economica, conservando al contempo le risorse naturali e tutelando i diritti delle persone più vulnerabili. Significa anche andare oltre il mero aiuto, cooperando con i partner per migliorare la governabilità in linea con i nostri valori condivisi e rinforzare gli standard normativi al fine di promuovere gli investimenti, sia tra i Paesi partner, sia in Europa.”

Sono 5 le aree primarie nelle quali si coopera per garantire uno sviluppo sostenibile, definite dall’Unione Europea (per esempio, 2018).

  • Persone: porre fine alla fame e garantire dignità e uguaglianza.
  • Pianeta: proteggere le generazioni future dalla catastrofe ambientale e dall’esaurimento delle risorse.
  • Prosperità: garantire una vita prospera e appagante in armonia con la natura.
  • Pace: creare società pacifiche, giuste e inclusive.
  • Partenariato: lavorare sullo sviluppo attraverso un solido partenariato globale.

Il lavoro dello psicologo: risvolti operativi

 Uno psicologo nel campo dell’assistenza umanitaria e della cooperazione allo sviluppo è un professionista che utilizza conoscenze, tecniche e strumenti psicologici per lavorare principalmente a livello internazionale, all’interno di progetti di aiuto a comunità che si trovano a fronteggiare gravi crisi umanitarie causati da conflitti armati, flussi migratori su larga scala, diffusione di epidemie, e grandi disastri ambientali. Oppure può collaborare a progetti di cooperazione allo sviluppo finanziati da organizzazioni internazionali o non governative in Paesi che stanno superando una grave emergenza. Si occupa di questioni psicosociali, progettando, supervisionando, monitorando e valutando progetti o azioni specifiche. Da una prospettiva culturale, in un Paese può promuovere e sostenere attivamente sia la salute mentale che il benessere mentale nell’ottica del rispetto dei diritti umani. Oltre a fornire supporto psicologico al personale straniero nelle fasi di preparazione, intervento e post-intervento, piuttosto che al gruppo in caso di lutto e/o perdita di volontari, svolge attività di consulenza e cooperazione con organizzazioni non governative o altri gruppi e/o associazioni per quanto riguarda la selezione dei volontari e del personale, la formazione del personale straniero e di quello sul campo.

Il profilo dello specialista

Allo psicologo interessato ad operare in questo complesso ambito sono richieste conoscenze e competenze afferenti sia all’area delle scienze psicologiche sia delle scienze politiche.

Oltre all’iscrizione all’Albo A dell’Ordine degli Psicologi, è necessario essere preparati su teoria e pratica gestione dello stress, del trauma psichico e della psicologia dell’emergenza, nonché le linee guida in ambito di salute mentale e intervento psicosociale nel caso di interventi in condizioni di emergenza. Bisogna inoltre conoscere i fondamenti della psicologia di comunità, della psicologia sociale e dell’etno-psicologia.

Riguardo all’area delle scienze politiche è importante conoscere il diritto internazionale, i diritti umani, dei minori e di genere, nonché i principi base della cooperazione internazionale.

Data la natura internazionale di questo contesto lavorativo, è richiesto di parlare fluentemente almeno l’inglese e il francese; per lo stesso motivo è utile possedere degli strumenti di analisi dei contesti locali nei paesi in via di sviluppo. A questo proposito è importante saper gestire l’intero ciclo di uno specifico progetto di intervento sociale: dalla programmazione alla progettazione, dal monitoraggio alla valutazione degli interventi e la relativa pianificazione finanziaria.

Questo tipo di interventi fanno capo ad Organizzazioni non Governative (ONG), agenzie internazionali e settore dei servizi in generale che, pertanto, offrono opportunità lavorative. In questo ambito i rapporti di lavoro sono tipicamente di natura contrattuale e relativi a progetti definiti, gli annunci per le posizioni aperte sono generalmente accessibili tramite apposite sezioni all’interno dei siti delle agenzie/organizzazioni di competenza.

Conclusioni

In conclusione, il contributo degli psicologi in questo Ambito Emergente comprende il supporto psicologico negli interventi a favore di persone colpite da guerre, calamità o emergenze complesse, nonché la progettazione di azioni di prevenzione e sviluppo nei programmi umanitari, a breve e lungo termine.

Soffro dunque siamo (2023) di Marco Rovelli – Recensione

Il libro di M. Rovelli “Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui” è una cruda, a tratti filosofica, analisi della società odierna, nella quale la depressione, l’ansia e i disturbi alimentari costituiscono le malattie più diffuse.

 

 L’autore suddivide il libro in due parti e riporta le testimonianze di chi ha vissuto un disagio psichico e di coloro che si ritrovano ogni giorno a lavorare, comprendere e combattere questo malessere. Attraverso quindi le storie e la descrizione della nostra società veniamo guidati durante tutta la lettura ad unire i puntini che delineano il quadro a cui tutti noi apparteniamo.

La malattia mentale nella società attuale

La prima parte è dedicata alla comprensione delle forme attuali di disagio psicologico relazionandole alla sfera sociale.

Fin dalle prime righe il lettore viene collocato temporalmente nella società post-lockdown: cos’ha provocato la pandemia? Perché la richiesta di aiuto psicologico è esplosa dopo il covid? In realtà, proseguendo nella lettura, l’autore Rovelli svelerà come la pandemia non abbia causato il disagio psichico che oggi stiamo vivendo, ma abbia scoperchiato un vaso di dolore e malessere più grande di quello che potevamo immaginare. La pandemia ci ha permesso, anzi ci ha costretto, a un periodo di riflessione, di messa in discussione della propria identità e volontà, della propria soddisfazione e capacità: tante domande, ma poche risorse per far fronte a tutti i pensieri; è lì che il malessere cresce in proporzioni smisurate.

Rovelli pone luce sulla malattia mentale come un sintomo sociale, in particolare come sintomo della “società degli individui”: il soggetto è attraversato dalle dinamiche sociali e transindividuali in quanto tale e per questo l’autore introduce il termine con-dividuo per indicare un ente attraversato sia da processi biologici che psicosociali in continua trasformazione.

Il libro è diretto, a tratti doloroso per quanto realista. L’autore mette nero su bianco ciò che tutti noi pensiamo, vediamo e a cui assistiamo ogni giorno e non sappiamo come fermare. Il primo passaggio fondamentale, per comprendere l’attuale tessuto sociale e le radici del malessere psicologico così diffuso, è quello che riguarda il concetto di narcisismo e performance. Ad oggi l’unica regola per tutti è ottenere prestazioni sempre migliori, aumentare le proprie performance, non accontentarsi mai. E questa impossibilità di fermarsi si riflette anche nelle relazioni perché non ci sentiamo legittimati a dire “no sono stanco”, che sia il partner, che siano gli amici che vogliono uscire, non si esplicita spesso la necessità di riposare. Ad oggi la stanchezza è un tabù, perché il raggiungimento degli standard e le prestazioni scandiscono il ritmo della giornata e della vita. Alla prestazione si unisce la competizione. La nostra società si basa sul possibile/impossibile: tutto si può fare e se non ci riesci vuol dire che non sei in grado. Quanto è vero? Quanto siamo bombardati da video che spiegano come diventare famosi con pochissimi passi, come diventare ricchi semplicemente comprando un corso online, come sia semplice diventare imprenditori o creare una propria azienda: basta un’idea innovativa. Se tu non riesci a pensare a qualcosa di incredibile e nuovo è perché non sei capace. Ed è proprio in quella frase “se non ci riesci vuol dire che non sei in grado” che crescono senso di inadeguatezza e senso di colpa, due sentimenti che nutrono l’ansia e la depressione.

Infatti, l’autore sottolinea un aspetto fondamentale per la comprensione di questo momento storico, ossia la tendenza delle persone, in particolare dei giovani (mi sento di specificare), ad identificarsi con le persone famose, che possono essere cantanti, attori, concorrenti di format televisivi e influencers. Queste categorie ti dicono che se vuoi puoi essere come loro. Il problema nasce nel momento in cui si realizza che questo non è possibile; questa realizzazione porta a vivere la disillusione, l’inadeguatezza e l’incapacità. Quando ci si confronta con quei modelli si è destinati alla sconfitta e al fallimento. Una persona depressa mette in atto questo meccanismo in continuazione, si confronta con gli altri e la sua mancanza di fiducia e di autostima la porta alla svalutazione, la cui causa è sempre attribuita internamente: sono io che non sono capace.

“Sempre di più siamo costretti a essere all’altezza dell’immagine che la società ci chiede”. Così Rovelli descrive precisamente la nostra società e indirettamente la causa dell’ansia sociale. Siamo troppo fragili, giustamente in quanto esseri umani, per soddisfare continuamente la richiesta, perciò temiamo il giudizio altrui: a scuola, a lavoro, nei luoghi affollati, ovunque c’è uno sguardo accusatorio che ci fa sentire sbagliati. Allo stesso tempo c’è un fortissimo bisogno di apparire, di essere visti, di essere sempre nella mente dell’altro: nell’apparire viene riconosciuto il proprio valore come persona, “Valgo se gli altri mi vedono e mi ammirano, valgo se gli altri vogliono essere me”.

 All’interno del quadro sociale descritto, oltre alla depressione e all’ansia trovano spazio i disturbi alimentari, il self-cutting e il disturbo da panico. Tutti vengono affrontati all’interno del contesto sociale e della loro eziologia, ma ciò che ricorre è l’importanza delle relazioni, perché è proprio al loro interno che questi disturbi trovano terreno fertile per crescere: i disturbi alimentari spesso sono legati al rifiuto materno, il self-cutting utilizza il corpo come unico mezzo per comunicare agli altri il proprio malessere, il disturbo di panico nasce dall’impossibilità di progettare un futuro economico e sociale certo.

La psichiatria odierna

Nella seconda parte l’autore si occupa di comprendere l’ideologia della psichiatria odierna, per analizzare nuovamente da una prospettiva diversa la società stessa e la considerazione delle psicopatologie. Anche in questa seconda parte vengono presentati tantissimi temi, che verranno riportati sinteticamente proprio perché ampi per definizione.

Viene affrontato inizialmente il tema degli psicofarmaci con l’intento di far riflettere su come questi debbano essere uno degli strumenti di un medico e di come sia aumentato esponenzialmente il loro utilizzo negli ultimi anni, riferendosi al panorama italiano.

Il tema degli psicofarmaci viene esposto partendo dall’origine di queste medicine e dei passaggi fondamentali che hanno condotto all’utilizzo che ne viene fatto oggi, una rassegna molto interessante per comprendere come nella teoria andrebbero assunti e prescritti e come, nella realtà, talvolta gli psichiatri li prescrivano senza considerare altre alternative; talvolta le persone li concepiscano come unica medicina per un malessere psicologico (es. l’ansia), quando in realtà il panorama dell’aiuto è ricco di interventi terapeutici ed educativi per far fronte, a volte in modo più efficace, allo stesso problema.

Successivamente al tema riguardante gli psicofarmaci e il loro utilizzo, l’autore affronta un altro tema caldo del panorama psicologico e psichiatrico: la diagnosi. La discussione in merito alla diagnosi e agli strumenti utili ad apporla, come il DSM-5, è una discussione vastissima, che racchiude numerose problematiche e numerosi punti di vista, prese di posizione estremamente diverse. Ciò che viene riportato nel testo e che da sempre è un dato oggettivo della psicologia e della psichiatria è proprio la mancanza di oggettività e l’uso di categorie diagnostiche. Il sistema proposto dal DSM è necessario per parlarsi tra colleghi perché aiuta a chiarire il quadro generale, però può essere disfunzionale nel momento del lavoro vero e proprio con la persona o per la persona stessa che in virtù della diagnosi può subire una cronicizzazione del disturbo. È semplicistico parlarne in questi termini, ma è sicuramente una discussione alquanto interessante e che non trova una risoluzione chiara; nel testo viene affrontata sotto diversi punti di vista piuttosto stimolanti.

Infine, viene discussa anche la relazione come cura dove vengono riportati sia degli esempi classici di relazione non funzionale alla guarigione, sia delle “novità” come “Dialogo Aperto” che meritano uno spazio proprio per la loro funzionalità nella gestione della relazione e della malattia.

Il libro si conclude con una critica al sistema psichiatrico e l’analisi dello stesso, che in alcune parti di Italia possiede il potenziale per funzionare in modo migliore.

È difficile racchiudere in un piccolo spazio la portata di questo libro, il quale merita una lettura approfondita da parte di tutti, esperti e non. Stiamo vivendo un periodo storico difficile, che necessita una riflessione per comprendere realmente da dove deriva tutto questo malessere e quale sia la strada migliore per provare ad “aggiustare” la direzione e stare meglio. Questo libro è una fotografia accurata e profonda che necessita di essere vista.

Resilienza e qualità di vita delle pazienti con tumore al seno

Il cancro al seno è la malattia maligna più comune nelle donne sia nei Paesi sviluppati che in quelli sottosviluppati e rappresenta la causa più comune di morte per cancro (Tan et al., 2020).

Il vissuto associato al tumore al seno

 L’aumento dell’incidenza del tumore al seno è legato allo stile di vita moderno, ma è incoraggiante il fatto che nei Paesi sviluppati la mortalità per tumore al seno stia diminuendo, soprattutto grazie a trattamenti più efficaci e all’introduzione di programmi nazionali per la diagnosi precoce (Boškailo et al., 2021).

L’eziologia del tumore al seno può essere influenzata da diversi fattori di rischio come l’età, l’anamnesi familiare positiva, l’esposizione a ormoni endogeni ed esogeni, la dieta, le malattie benigne della mammella e l’ambiente (Žitnjak et al., 2015). Nonostante la comprovata associazione tra un livello significativo di angoscia, la diagnosi di malattia e il relativo trattamento, molti pazienti oncologici presentano un elevato livello di resilienza (Gouzman et al., 2015).

Il termine resilienza si riferisce a un processo di superamento di eventi spiacevoli, tra cui lo stress, il trauma e la malattia, e ai tratti di personalità associati a tale processo (Seiler & Jenewein, 2019). Le ricerche dimostrano che il superamento delle difficoltà legate alla diagnosi e al trattamento del cancro rappresenta un’opportunità di crescita personale, nonché di miglioramento del benessere mentale ed emotivo, potenzialmente associato a una migliore gestione della malattia (Danhauer et al., 2013; Ruini et al., 2013). Tuttavia, non tutti rispondono allo stesso modo alla diagnosi di cancro (Chan et al., 2006).

La comprensione dei fattori che influenzano la crescita post-traumatica e il livello di resilienza può avere importanti implicazioni cliniche e costituire un principio guida per la progettazione di interventi psicologici volti ad accelerare la guarigione e a migliorare la qualità della vita dei pazienti oncologici (Seiler & Jenewein, 2019). Il tumore maligno e gli interventi terapeutici necessari, spesso aggressivi, possono portare a numerose reazioni fisiche e psicosociali spiacevoli in questa tipologia di pazienti (Pahljina-Reinić, 2004). Oltre alle reazioni fisicamente spiacevoli e dolorose, nella popolazione di donne con tumore al seno può verificarsi un significativo disagio psicologico, sostenuto dalla paura della morte, dal timore di recidive, da reazioni sociali sfavorevoli, da difficoltà nelle relazioni di coppia e/o da una ridotta competenza professionale (Boškailo et al., 2021). Tali condizioni sono spesso accompagnate da reazioni emotive spiacevoli come sentimenti di impotenza, colpa, rabbia, paura, vergogna, ansia e depressione (Jørgensen et al., 2015). Le risposte emotive negative non sono solo legate a questioni esistenziali di vita e morte o di salute e malattia, ma anche alle forme di trattamento medico applicato. Ad esempio, gli interventi chirurgici e il trattamento con corticosteroidi, citostatici e radioterapia gravano sul normale funzionamento organico e causano cambiamenti nell’aspetto fisico (Boškailo et al., 2021). Tali cambiamenti nell’esperienza corporea possono condizionare una serie di disturbi nell’esperienza e nell’accettazione dell’immagine corporea (den Heijer et al., 2012). In relazione all’immagine corporea, esistono anche problemi di funzionamento psicosessuale che possono manifestarsi attraverso ansia rispetto ai rapporti sessuali, evitamento delle attività sessuali e/o mancanza di desiderio sessuale. Tali reazioni possono indurre difficoltà a stabilire o mantenere relazioni intime, necessità di isolamento sociale e ritiro da un contesto sociale più o meno ampio (Jankowska, 2013; M Braden et al., 2014).

La presenza di un tumore maligno rappresenta uno stimolo di stress che si riflette nel mantenimento dell’omeostasi psicofisica (Boškailo et al., 2021). In altre parole, i cambiamenti nello stato biochimico e fisiologico sono associati anche a cambiamenti nello stato cognitivo, emotivo e comportamentale. Così, ad esempio, possono verificarsi alterazioni del comportamento espressivo e del funzionamento adattivo, problemi di memoria e concentrazione, disturbi del sonno e dell’alimentazione (Boškailo et al., 2021). Le conseguenze psicofisiche citate, accompagnate da riflessioni negative sulla malattia, sull’esito del trattamento, sulla femminilità, sull’accettazione sociale, sulla maternità, sul successo professionale, possono indurre un’eccessiva preoccupazione per la propria esistenza (Ormuž et al., 2018).

Tumore al seno, resilienza e qualità di vita

Lo scopo dello studio di Boškailo e colleghi (2021) è stato quello di indagare l’associazione tra resilienza e qualità di vita nelle donne con tumore al seno.

 Ad oggi sono stati condotti numerosi studi in tutto il mondo che hanno affrontato l’associazione tra resilienza e qualità di vita nelle pazienti con tumore al seno (Borgi et al., 2020; Kennedy et al., 2017). Molti autori affermano che la resilienza implica un buon esito in presenza di fattori di stress e che è importante studiare i meccanismi che influenzano l’insorgenza dello stress e il coping nelle donne con tumore al seno per aumentare i livelli di resilienza (Borgi et al. 2020, Kennedy et al. 2017). Uno studio che ha analizzato la relazione tra resilienza e qualità della vita nelle pazienti affette da cancro al seno mostra che il sostegno della famiglia e le relazioni sociali sono tra i fattori più significativi che contribuiscono a rafforzare la resilienza e hanno un impatto positivo a livello fisico ed emotivo (Kugler, 2001).

Lo studio di Boškailo e colleghi (2021) è stato condotto presso la Clinica di Oncologia dell’Ospedale Clinico Universitario di Mostar e ha incluso 60 partecipanti. L’obiettivo è stato raggiunto attraverso l’utilizzo di un questionario socio-demografico appositamente realizzato per questa ricerca, di un questionario sulla qualità della vita (World Health Organization Quality of Life Bref) e di un questionario sulla resilienza psicologica (Connor Davidson Resilience Scale-25).

I risultati dello studio hanno mostrato che i soggetti trattati con la radioterapia hanno ottenuto risultati statisticamente migliori nei test che valutano la qualità della vita, della salute mentale, delle relazioni sociali e dell’ambiente rispetto ai soggetti trattati con la chemioterapia (Boškailo et al., 2021). Rispetto alle altre aree della qualità di vita e alla resilienza, non ci sono differenze statisticamente significative tra i soggetti trattati con radioterapia e chemioterapia (Boškailo et al., 2021). Non ci sono correlazioni statisticamente significative nemmeno tra il livello di resilienza e le aree della qualità di vita nelle donne con tumore al seno (Boškailo et al., 2021).

Alcool in gravidanza: gli effetti sui bambini

Cosa si intende per sindrome feto alcolica? E per ADHD? In che modo le due cose sono in relazione?

 Differenti studi dimostrano che il Disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) è uno dei disturbi che più si presenta in comorbilità con la sindrome feto alcolica (FASD). Infatti si riscontra che i due disturbi presentano difficoltà neurocognitive molto simili e nello specifico la diagnosi di sindrome feto alcolica è associata ad un aumento del rischio di sviluppare ADHD.

Nel seguente articolo verranno messe in luce similitudini e differenze di questi due disturbi altamente correlati.

Cos’è la sindrome feto alcolica

Con il termine “FASD”, sindrome feto alcolica, ci si riferisce a uno spettro ampio di anomalie fisiche, mentali, comportamentali e cognitive, che si manifestano negli individui che sono stati esposti al consumo di alcol da parte della madre durante la gravidanza. Per definizione l’alcool ha un effetto teratogeno, ovvero è una sostanza in grado di indurre alterazioni del normale sviluppo del feto determinando danni permanenti di varia natura. Secondo delle ricerche, il 10% delle donne riporta di aver fatto uso di alcol nell’ultimo mese di gravidanza e il 3% di averne abusato (Weyrauch et al., 2017). I segni neurologici causati dall’alcol sono evidenti ma non si manifestano immediatamente, bensì quando il bambino cresce e deve andare incontro a richieste cognitive, di performance e di funzionamento sociale sempre più complesse.

In aggiunta agli effetti teratogeni, l’alcool causa una riduzione della placenta e ciò influisce sulla crescita fisica del feto, infatti i bambini con sindrome feto alcolica presentano tipicamente delle anomalie facciali.

Le disfunzioni che si generano a livello del sistema nervoso centrale portano allo sviluppo di anomalie in termini cognitivi e comportamentali specifici, come: la cognizione globale, le funzioni esecutive, l’apprendimento, la memoria, il linguaggio, le abilità visuospaziali, le funzioni motorie e attentive e il comportamento disadattivo (che impatta negativamente su abilità sociali e accademiche; Maya-Enero et al., 2021).

Spesso, persone con sindrome feto alcolica presentano disturbi esternalizzanti come il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD), che risulta essere il disturbo mentale in maggiore comorbidità con la sindrome feto alcolica (Weyrauch et al., 2017).

L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo tipico dell’età preadolescenziale caratterizzato da “disattenzione e iperattività-impulsività che interferiscono con il funzionamento e/o lo sviluppo” (DSM-5; APA, 2014).

Le funzioni esecutive

Le funzioni esecutive sono un insieme di funzioni psicologiche definite come dei processi cognitivi complessi che permettono di mettere in atto dei comportamenti finalizzati a raggiungere e portare a termine con successo uno scopo specifico. Le funzioni esecutive sono l’area maggiormente deficitaria nei bambini con sindrome feto alcolica.

Sia le persone con sindrome feto alcolica sia quelle con ADHD vengono descritte come iperattive, impulsive, disattente, con incapacità di giudizio critico e incapacità di considerare le conseguenze dei comportamenti che mettono in atto. La disinibizione e la disorganizzazione sono fattori comuni ai due disturbi, in quanto sono correlate alle disfunzioni esecutive (Rasmussen et al., 2010). Bambini con ADHD hanno deficit in molte aree neurocomportamentali che si riscontrano anche in bambini con sindrome feto alcolica: funzioni esecutive, risultati accademici, memoria, comportamento adattivo e comunicazione.

Si è visto però che bambini con sindrome feto alcolica e bambini con ADHD hanno differenti profili per quanto riguarda i deficit dell’attenzione (Rasmussen et al., 2010). In particolare, individui con sindrome feto alcolica e ADHD iniziano a mostrare deficit nelle funzioni esecutive nella tarda infanzia; comunque non è ancora chiaro come le traiettorie di sviluppo delle funzioni esecutive varino tra i due gruppi. Probabilmente il motivo per cui molti bambini con sindrome feto alcolica hanno anche una co-diagnosi di ADHD potrebbe essere che queste due diagnosi condividono una base fisiologica o delle simili alterazioni a livello del sistema dopaminergico.

Se nell’ADHD i problemi comportamentali riguardano nello specifico l’incapacità di inibizione della risposta, della memoria di lavoro, di vigilanza e di attenzione, gli individui con sindrome feto alcolica presentano deficit nelle funzioni esecutive nella loro globalità, in particolare nell’organizzazione, nell’adattamento alla situazione, nella fluenza e nella memoria di lavoro. Per questo motivo i profili cognitivi dei due disturbi sono differenti (Khoury & Milligan, 2019).

Bambini con sindrome feto alcolica presentano comportamenti simili a bambini con ADHD e problemi psicosociali, ma ottengono punteggi inferiori nelle scale che misurano l’iperattività (sintomo centrale dell’ADHD).

Spesso le problematiche che si riscontrano in bambini con sindrome feto alcolica (problemi esternalizzanti, difficoltà attentive e inibizione della risposta) possono essere molto simili ai sintomi dell’ADHD. Il profilo comportamentale e neuropsicologico simile aumenta il rischio di non riuscire a riconoscere correttamente i bambini con sindrome feto alcolica (Rasmussen et al., 2010).

I due disturbi presentano similitudini e differenze, per questo motivo è molto importante discriminare le due diagnosi e migliorare così l’efficacia dei trattamenti (Weyrauch et al., 2017).

Attenzione

I bambini con ADHD presentano deficit dell’attenzione in generale, mentre nei bambini con sindrome feto alcolica l’attenzione viene inficiata in compiti specifici, come i tempi di reazione e l’attenzione visiva (Kingdon et al., 2016).

Per quanto riguarda l’attenzione, i bambini con sindrome feto alcolica hanno più difficoltà nella decodifica e nella capacità di spostare l’attenzione rispetto ai bambini con ADHD, che hanno più difficoltà nella focalizzazione e nell’attenzione sostenuta (Kingdon et al., 2016).

Abilità motorie

 Anche a livello delle abilità motorie i due problemi sono simili. Innanzitutto, i bassi livelli di stabilità suggeriscono che ci sono delle anomalie a livello del cervelletto (struttura neocorticale responsabile dell’equilibrio). A differenziarli è il fatto che mentre i bambini con sindrome feto alcolica presentano difficoltà motorie nel momento in cui devono svolgere compiti motori complessi, i bambini con ADHD presentano difficoltà anche nei compiti motori più semplici (Raldiris et al., 2018).

Controllo degli impulsi e abilità socio-emotive

Una caratteristica in comune ai due disturbi è anche il controllo degli impulsi che risulta essere compromesso, ma il deficit deriva da profili neurofisiologici differenti (Maya-Enero et al., 2021).

A differenza di bambini con ADHD, nella sindrome feto alcolica sono presenti deficit nella cognizione sociale e nel processamento delle emozioni, ciò li porta ad avere problemi comportamentali soprattutto nelle abilità sociali; in particolare, l’incapacità di rispondere in modo appropriato o di riuscire a comprendere le situazioni sociali. Questo profilo li porta a provare un forte senso di frustrazione personale (Maya-Enero et al., 2021).

Proprio il fatto di avere basse abilità socio-emotive porta i bambini con sindrome feto alcolica a manifestare dei comportamenti esternalizzanti (per esempio, agiti aggressivi o problemi della condotta).

Deficit intellettivi

I deficit intellettivi specifici che si manifestano quando i due disturbi sono in comorbidità intaccano la memoria a breve termine, le abilità verbali (a causa della diminuzione del volume corticale del nucleo caudato) e la comprensione (Raldiris et al., 2018).

La sindrome feto alcolica produce effetti negativi a livello neurocomportamentale, per quanto riguarda anomalie comportamentali, disattenzione e disobbedienza. Gli individui con sindrome feto alcolica presentano una carenza nell’ambito dell’attenzione e nella disregolazione comportamentale come i bambini con ADHD ma, a differenza di questi, mostrano una maggiore mancanza del senso di colpa e crudeltà (Koren et al., 2014).

Perché è importante differenziare tra i due disturbi?

I benefici clinici che si riscontrano quando si differenziano accuratamente sindrome feto alcolica e ADHD riguardano il fatto che gli individui con sindrome feto alcolica non rispondono ai farmaci che vengono utilizzati per il trattamento dell’ADHD. Riconoscere in tempo la sindrome feto alcolica permette di implementare dei trattamenti che prevedono migliori risultati accademici e cognitivi e diminuiscono i potenziali deficit secondari (per esempio, sviluppo professionale, relazioni sociali, ecc; Koren et al., 2014).

Interventi

Per questo motivo gli interventi mirano ad aumentare le performance a livello neurologico, in questo modo tendono a ridurre la gravità degli effetti dell’esposizione all’alcol prenatale.

In particolare, mirano ad intervenire sulle abilità accademiche, la regolazione del comportamento, le relazioni tra pari e la comunicazione sociale, e a potenziare le funzioni esecutive.

Gli impedimenti cognitivi di attenzione e iperattività sfociano in comportamenti disadattivi che rendono la loro esperienza all’interno della scuola molto difficoltosa. Per questo motivo è molto importante supportare questi bambini all’interno del contesto scolastico (Koren et al., 2014).

Le terapie dovrebbero concentrarsi su piani psicoeducazionali, che permettano di aumentare le capacità del bambino nel problem-solving, sia quando è a casa sia quando è a scuola. Gli interventi a livello cognitivo dovrebbero essere tarati sul livello del quoziente intellettivo del bambino con sindrome feto alcolica, che è spesso inferiore rispetto ai bambini con ADHD.

Si è visto che anche lo stato socioeconomico e le condizioni di vita di crescita del bambino impattano sullo sviluppo delle funzioni esecutive, quindi bisognerebbe adottare interventi con un approccio più olistico, che si focalizzi anche sugli stressor ambientali (per esempio cure parentali, stimolazione cognitiva, emotiva, fisica, motoria; Khoury & Milligan, 2019).

Il mio terapeuta non ha più risposto: il fenomeno del ghosting in psicoterapia

Lo studio di Farber e colleghi (2022) si è posto lo scopo di indagare la prospettiva del paziente rispetto al fenomeno e alle implicazioni etiche e cliniche del ghosting da parte del terapeuta.

 

 La conclusione della psicoterapia costituisce la fase finale della relazione fra paziente e terapeuta, dove il primo ha l’occasione di rivedere gli obiettivi postisi, descrivere i cambiamenti che ha affrontato e lavorare sui sentimenti che accompagnano la cessazione del rapporto terapeutico (Vasquez et al., 2008). Questo passaggio richiede che i terapeuti mettano in atto una serie di interventi appropriati, in sintonia con le esigenze del paziente, che ha il diritto di trarre il massimo beneficio dal trattamento. Quando un terapeuta fallisce nel soddisfare i requisiti clinici, etici e pratici della fase di conclusione della terapia si parla di “cessazione inappropriata”. In particolare, lo studio di Farber e colleghi (2022) si è proposto di indagare il ghosting, ossia un’inappropriata chiusura del trattamento psicoterapeutico in cui il terapeuta cessa di comunicare con il paziente senza preavviso. Sulla base di questa definizione, gli obiettivi degli autori sono stati due: valutare il punto di vista del paziente rispetto al processo, alle cause e alle conseguenze del ghosting del terapeuta e analizzare le implicazioni etiche e cliniche del fenomeno.

Il ghosting del terapeuta: cos’è e quali sono i suoi riferimenti normativi

Dal 2015 circa il termine “ghosting” è utilizzato principalmente in campo sentimentale per descrivere il fenomeno in cui un partner smette bruscamente di vedere, inviare messaggi o chiamare l’altro senza dare una spiegazione. Attualmente, il verbo è utilizzato in modo più ampio per riferirsi a tutte quelle situazioni in cui una parte cessa di comunicare con l’altra quando sarebbe atteso un ulteriore interscambio (come tra paziente e terapeuta).

Dal punto di vista normativo, a livello nazionale il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani stabilisce degli standard appropriati di condotta professionale che, rispetto alla conclusione etica del rapporto professionale, citano che lo psicologo debba fornire un supporto alla conclusione del trattamento, suggerendo servizi di salute mentale alternativi. Sono state avanzate varie proposte per fornire ai terapeuti istruzioni specifiche e pratiche per la fase di conclusione, come quella di un contratto terapeutico che includa informazioni su quando e come il trattamento terminerà, sui rinvii dei pazienti in caso di attesa o emergenza imprevista e sul supporto pre-terminale che aiuti i pazienti a gestire le potenziali sfide una volta conclusa la terapia (Vasquez et al., 2008).

Le reazioni dei pazienti

Secondo la letteratura, le reazioni positive dei pazienti alla cessazione del rapporto terapeutico sono associate all’opportunità di aver rivisto gli obiettivi di trattamento e i risultati, di essersi impegnati in discussioni orientate al futuro e di aver condiviso i loro sentimenti riguardo alla fine del trattamento con il terapeuta (Marx e Gelso, 1987). Similmente, è stato dimostrato che tali sentimenti positivi sono legati a una stretta relazione paziente-terapeuta e alla soddisfazione del primo per il trattamento complessivo (Roe et al., 2006; Knox et al., 2011). Al contrario, i soggetti che avevano sperimentato sentimenti negativi durante la fase finale della terapia hanno riportato di non aver avuto l’opportunità di riflettere insieme al terapeuta quanto inerente alla conclusione del percorso e, per questo, di aver vissuto una rottura della relazione (Anderson et al., 2019).

Lo studio di Farber et al. (2022)

Nonostante non esistano ancora studi empirici sul ghosting del terapeuta, il fenomeno è presente e discusso apertamente sui social media. Tuttavia, poco si sa sulle circostanze in cui si verifica e sulle conseguenze subite dai pazienti. In questa direzione, lo studio di Farber (et al., 2022), dopo aver intervistato 77 pazienti ghostati dai loro terapeuti, ha concluso che:

  • i pazienti hanno tentato di ricontattare più volte il loro terapeuta in seguito al ghosting;
  • la maggior parte di loro non è più riuscita a rimettersi in contatto con il proprio terapeuta;
  • essi molto spesso attribuivano l’abbandono al fatto che il loro terapeuta li trovava troppo difficili o ai problemi psicologici o agli eventi della vita del loro terapeuta;
  • riferivano shock, frustrazione, ansia, risentimento e tristezza come risultato del ghosting, anche se tali emozioni si dissipano nel tempo;
  • tendevano a considerare normale l’ultima seduta con il loro terapeuta, rinnegando la responsabilità di essere stati ghostati e credendo che il loro terapeuta debba sentirsi in colpa per questo comportamento.

Il fatto i pazienti che sono stati ghostati sperimentino emozioni negative non è sorprendente: essere respinti senza motivo da una persona con cui si sono condivise confidenze ed emozioni suscita comprensibilmente reazioni intense, specie per coloro che hanno subito esperienze di rifiuto interpersonali. In effetti, la maggior parte degli intervistati ha percepito la loro ultima seduta come abbastanza tipica, tanto che l’abbandono da parte del terapeuta è stato vissuto come scioccante.

 Nonostante queste considerazioni, la maggior parte dei pazienti sosteneva che il proprio terapeuta fosse una brava persona; essi sarebbero quindi contemporaneamente arrabbiati con il terapeuta, pensando che la responsabilità primaria dei terapeuti sia quella di prendersi cura dei propri pazienti fino all’ultimo, ma anche disposti a perdonarli per l’errore fatto, credendosi dei pazienti troppo difficili.

Per quanto emerso, sembra che la decisione di fare ghosting al paziente sia spesso data da motivi di autoprotezione (emotiva o fisica), disinteresse, vincoli di tempo (troppo occupato) o sentimenti sullo stato generale della relazione. L’alternativa al ghosting richiederebbe il coraggio di fidarsi delle conseguenze di rivelazioni difficili ma oneste ai pazienti.

Conclusioni

Visto l’impatto emotivo sui pazienti e il danno creato alla reputazione dei professionisti della salute mentale, il ghosting del terapeuta dovrebbe essere riconosciuto come una violazione etica specifica e particolarmente dannosa. Parallelamente, i principi che regolano la gestione appropriata della fine del trattamento dovrebbero porre attenzione alle implicazioni deleterie dell’abbandono del terapeuta. Infine, considerando che lo studio di Farber (et al., 2022) ha esaminato solo la prospettiva dei pazienti, le ricerche successive potrebbero indagare il punto di vista del terapeuta che ha deciso di non mantenere più il contatto con il paziente.

Psicologia investigativa (2022) di David Canter e Donna Youngs – Recensione

Per Psicologia Investigativa si intende il risultato dell’osservazione e dello studio del comportamento criminale al fine di comprenderlo e fornire così un ausilio nell’azione penale e di indagine.

 

 Criminal Minds, Mindhunter, Black Bird, Dexter, sono solo alcuni dei titoli più o meno recenti e più o meno di successo che vedono come protagonisti serial killer e la relativa squadra di investigatori deputati alla loro cattura.

Possiamo dunque pensare che, ormai, alcuni termini e meccanismi di indagine facciano parte dell’immaginario comune, spesso distorcendo e rimandando impressioni fantasiose e talvolta discoste dalla realtà.

Il ricco e dettagliato manuale “Psicologia Investigativa. Profilazione degli autori di reato e analisi criminale” non nasce per “correggere”, bensì per formare e consentire un completo approfondimento di una disciplina nata all’estero ma che si sta sempre più affermando anche in Italia.

La particolarità del volume non risiede solo nella sua ricchezza di fonti e di esempi, che consentono una lettura scorrevole e una comprensione del testo molto semplice, ma anche e soprattutto nei box di approfondimento alla fine di ogni capitolo, che consentono una autoverifica e hanno lo scopo di stimolare un eventuale formatore in aula.

Il testo è sicuramente lungo e richiede tempo e concentrazione, ma ci accompagna lungo la nascita e le successive trasformazioni di una vera e propria disciplina, partendo da una definizione chiara e immediata, che – come sottolineato – vuole portare la Psicologia Investigativa non tanto fuori dagli schermi tv, quanto più “oltre”.

Per Psicologia Investigativa si intende dunque il risultato dell’osservazione e dello studio del comportamento criminale al fine di comprenderlo e fornire così un ausilio nell’azione penale e di indagine.

La base teorica da cui partire prende le mosse dal crimine e non dalla motivazione, studia i rapporti dell’offender con l’ambiente e le vittime, rintracciando temi dominanti e analizzando le storie criminali pregresse.

Tutto questo, dunque, già ci pone in un quadro complesso e articolato, dove viene sottolineata la metodicità del procedere e soprattutto l’esistenza di linee guida e di un processo strutturato.

Particolarmente interessante risulta anche la sincera sottolineatura di ciò che spesso le fiction (e, talvolta, i romanzi) omettono: la scarsa formazione degli agenti, la presenza di un contesto omertoso, errori umani.

La prima parte del manuale sottolinea come sin dalla nascita della disciplina è stato facile cadere in errore, pensando che fosse sufficiente l’intuito per procedere, ignorando invece l’importanza del metodo scientifico che ad oggi l’accompagna.

David Canter, autore del testo, fu dunque il primo a rendersi conto di questa necessità, sviluppando così un metodo sistematizzato in tre step:

  • analisi delle informazioni;
  • quali conclusioni trarre dalle informazioni acquisite;
  • agire sugli elementi precedenti al fine di formulare una decisione.

Il libro presenta così l’evoluzione e la storia della Psicologia Investigativa soffermandosi e approfondendo anche la storia dei precursori volontari e involontari della disciplina dall’Ottocento ad oggi, accompagnando il lettore nella verifica puntuale del proprio apprendimento con domande mirate che stimolano anche la messa in discussione.

 Presenta casi di crimini passati (es: il vampiro di Dusseldhorf, lo strangolatore di Boston etc) cercando di far comprendere quali elementi hanno portato alla risoluzione del caso e quali lo hanno ostacolato o sono stati poi modificati nel corso dello sviluppo della storia della psicologia investigativa.

Il testo è sicuramente rivolto a personale tecnico, per fornire una formazione guidata o un auto approfondimento, ma risulta decisamente interessante e scorrevole anche per gli appassionati.

Fortunatamente, e questo forse è il suo tratto distintivo, non si limita ad attirare l’attenzione sul criminale o sui delitti, trasformandosi in un “giallo ben congegnato” ed evidenzia in modo sincero (e dunque utile) gli errori pregressi e gli strumenti sviluppati per “correggerli”.

Il Manuale risulta suddiviso in tre sezioni, ciascuna – come già sottolineato – approfondita, ben organizzata, fornita di box riassuntivi ad inizio e fine capitolo, domande conclusive per stimolare l’apprendimento e il confronto:

  • Parte I: la strada verso la Psicologia Investigativa, che fornisce un’ampia e ben discussa genesi della disciplina;
  • Parte II: fondamentali, che illustra gli strumenti teorico-pratici (e la loro evoluzione) imprescindibili e ad oggi in uso;
  • Parte III: profilare le azioni criminali, che classifica e differenzia le diverse tipologie di “reato” con una puntuale analisi delle stesse.

Sebbene si potrebbe pensare che la parte più interessante o discorsiva sia la III, sicuramente la lettura delle prime due consente, come sottolineato in apertura, di non cascare nell’errore di credere di essere in un telefilm o in un romanzo ben scritto.

Complicanze legate all’impulsività nel Disturbo Bipolare

Approfondiamo alcune delle difficoltà legate all’impulsività nel Disturbo Bipolare come l’aggressività, l’abuso di sostanze e il rischio suicidario.

Introduzione

 Il Disturbo Bipolare è un grave disturbo cronico dell’umore caratterizzato da episodi di mania, ipomania ed episodi di depressione che influenzano notevolmente la vita dell’individuo e sono fortemente debilitanti sul piano lavorativo, sociale, affettivo e familiare (Grande et al., 2016).

L’impulsività può essere definita come una predisposizione a reazioni rapide e non pianificate a stimoli interni o esterni, senza tener conto delle conseguenze negative.

Con la sua espressione altamente variabile a seconda della situazione e dello stato affettivo, è particolarmente evidente nel Disturbo Bipolare e l’alta frequenza delle comorbidità associate evidenziano ulteriormente la rilevanza clinica di questa dimensione della malattia (Powers et al., 2013).

Complicanze legate all’impulsività

Aggressività e violenza

Gli episodi maniacali possono essere associati ad un aumento del comportamento aggressivo, in gran parte impulsivo. Come per altri disturbi psichiatrici, la probabilità di aggressività è maggiore in presenza di disturbi da uso di sostanze e in individui con precedenti comportamenti aggressivi. Un ampio studio prospettico ha confermato che un disturbo da uso di sostanze coesistente, insieme ad altri fattori di rischio, tra cui un precedente arresto, la detenzione minorile o l’arresto parentale, era associato a un comportamento violento (Swann, 2009). Vi è consenso sul fatto che l’impulsività sia strettamente correlata all’aggressività. Diversi studi hanno descritto pazienti maniacali che mostravano comportamenti violenti prima del ricovero e mostravano livelli di violenza più elevati durante la prima settimana di ricovero. In un centro di detenzione minorile, la mania è stata riscontrata nel 22% dei soggetti e la depressione nel 20% (Pliszka et al., 2000). Barlow et al. (2000) hanno mostrato che i pazienti bipolari avevano il più alto rischio di diventare aggressivi tra i pazienti ricoverati in psichiatria, mentre, dall’altro lato, i pazienti con depressione avevano meno probabilità di essere coinvolti nelle aggressioni. Anche se nessuno studio ha esaminato direttamente un legame tra impulsività e aggressività in pazienti bipolari, sembrerebbe esserci una relazione coerente tra queste caratteristiche. L’aggressività concettualizzata come una difficoltà nel tradurre gli impulsi comportamentali in parole può essere un collegamento tra queste condizioni (Najt et al., 2007).

Abuso di sostanze

La maggior parte dei pazienti con Disturbo Bipolare ha una diagnosi di abuso di alcol e/o sostanze (Swann et al., 2004). L’impulsività è una caratteristica centrale e pervasiva del Disturbo Bipolare e dei disturbi da uso di sostanze e può fornire un quadro concettuale per comprendere la sovrapposizione e alcune manifestazioni di questa comorbidità, come l’aggressività e la suicidalità. L’impulsività può rappresentare un fattore di rischio per lo sviluppo del disturbo da uso di sostanze nei pazienti con Disturbo Bipolare, e/o una manifestazione comportamentale di un’anomalia biologica che predispone ad entrambi i disturbi. Sono stati mostrati aumenti cumulativi dei punteggi totali della Barratt Impulsiveness Scale (BIS-11) quando l’abuso di sostanze e il Disturbo Bipolare erano presenti contemporaneamente nei pazienti.

 Questi interessanti risultati indicano un collegamento tra Disturbo Bipolare e l’associazione tra impulsività e abuso di sostanze (Ozten et al., 2015). La prima ipotesi per spiegare questa sovrapposizione propone che i soggetti con Disturbo Bipolare facciano uso di particolari sostanze nel tentativo di contrastare o “automedicare” gli spiacevoli sintomi affettivi, portando ad un uso ripetitivo delle stesse. Infatti, Sonne et al (1994) hanno scoperto che il 38% di 25 pazienti bipolari con storie di abuso di sostanze assumeva alcol quando era in fase maniacale e il 13% faceva uso di cocaina durante gli episodi depressivi. Un’altra ipotesi propone che il Disturbo Bipolare possa causare un abuso di sostanze a causa dell’impulsività, della scarsa capacità di giudizio e dell’eccessivo coinvolgimento in attività piacevoli associate al disturbo (Levin & Hennessy, 2004). L’alta prevalenza di disturbi da uso di sostanze o alcool, soprattutto in pazienti suscettibili a stati misti, può aggiungersi alla complessità medica degli episodi maniacali. Anche quando non è l’unico fattore precipitante, l’intossicazione o l’astinenza da sostanze può contribuire agli episodi maniacali e/o essere mascherata da essi (Swann, 2009).

Suicidio

Le persone con disturbi dell’umore sono maggiormente a rischio di morte per suicidio. L’interesse per l’impulsività in relazione al Disturbo Bipolare sembra essere radicato nell’idea che l’impulsività possa essere alla base di alcuni dei comportamenti esibiti da chi è affetto da questo disturbo nel corso della malattia. Nel valutare gli episodi maniacali e ipomaniacali, l’impulsività è implicitamente inclusa come parte dei criteri diagnostici (ad esempio la disinibizione comportamentale) in termini di coinvolgimento in attività che hanno il potenziale di causare conseguenze altamente indesiderate per l’individuo e le persone che lo circondano (Watkins & Meyer, 2013). L’incidenza di morte per suicidio tra i pazienti con Disturbo Bipolare è elevata e può essere più di 20 volte superiore a quella della popolazione generale, in particolare quando il disturbo non è trattato. Circa un terzo o la metà dei pazienti con Disturbo Bipolare tenta il suicidio almeno una volta nella vita, e circa il 15-20% dei tentativi sono portati a termine (Grande et al., 2016). Rafforzando l’importanza dell’impulsività e dell’attivazione nel comportamento suicidario, uno studio di 127 militari con tendenze suicidarie ha mostrato che la gravità dei sintomi ipomaniacali prevedeva un successivo comportamento suicidario (Bryan  et al., 2008). La presenza di un disturbo da uso di sostanze aumentava il rischio di tentativi di suicidio e questo rischio era associato ad un aumento dell’aggressività e dell’impulsività. Dopo i primi episodi maniacali, la gravità del comportamento suicidario era legata alla presenza di uno stato misto. Coerentemente con il ruolo della depressione e dell’impulsività combinate nel rischio di suicidio, uno studio prospettico di 18 mesi ha mostrato che l’incidenza dei tentativi di suicidio era due volte più alta tra gli individui con stati misti (prevalentemente depressivi e maniacali) rispetto a quelli con episodi depressivi puri (Valtonen et al., 2008).

Conclusioni

L’impulsività è un tratto preponderante nel decorso e nella gravità del quadro sintomatologico del Disturbo Bipolare. Pertanto, è probabile che possa essere un fattore essenziale per la diagnosi precoce e la valutazione del rischio nel Disturbo Bipolare, nonché un possibile obiettivo futuro per le strategie terapeutiche e farmacologiche.

 

Ti piace questa canzone? Bastano 5 secondi per deciderlo

Mi è capitato di partecipare ad una riunione con il direttore e fondatore di un’importante agenzia di comunicazione di musica e spettacolo.

 Motivo dell’incontro era la scelta del pezzo trainante di un nuovo album in uscita, quello che sarebbe diventato il primo singolo, sul quale impostare il lancio, realizzare il primo video e tutta la promozione collegata. Da profana mi aspettavo di assistere ad un attento ascolto di tutto il materiale a disposizione a cui avrebbe fatto seguito un confronto sulle impressioni che ciascuno ne aveva ricavato.

Sbagliato.

La selezione

La procedura consisteva in questo: una prima selezione veniva fatta sui titoli e su quelle che si ritenevano essere le aspettative dei contenuti che questi generavano. Da qui si facevano partire le prime note della canzone, non più di pochi secondi, e si passava al pezzo successivo. Stesso copione. Pochi minuti e la scelta del brano trainante è fatta. A dispetto delle ore necessarie ad un artista per confezionare ogni singolo pezzo.

Ma per quanto il metodo possa sembrare discutibile, la persona in questione sapeva il fatto suo e questo mi portava a credere che l’esperienza gli desse ragione.

Partiamo da questa introduzione per dire che quello che ci fa decidere se una canzone ci piace oppure no ha poco a che vedere con l’aspetto artistico mentre risente in modo notevole della nostra parte emotiva, della nostra personalità, dello stato d’animo con cui ci avviciniamo all’ascolto, in una parola delle aspettative che abbiamo verso quello che stiamo ascoltando.

Uno studio recente

Per aiutarci a capire meglio come funziona questo processo, il dipartimento di psicologia della New York University degli Stati Uniti ha condotto una ricerca che dimostra come possono bastare 5 secondi per farci esprimere una valutazione su una canzone. Una valutazione ragionevole, che trova conferma anche in ascolti successivi e più prolungati.

Lo studio è stato condotto dal professor Pascal Wallisch, neuropsichiatra, che ha svolto il suo esperimento utilizzando un campione diversificato di circa 650 studenti universitari residenti della zona di New York City.

L’intento della ricerca era di esplorare se le valutazioni di preferenza e familiarità in risposta all’ascolto di estratti di una canzone sono predittive di queste valutazioni anche in risposta all’ascolto di intere canzoni.

È stato scoperto che le risposte agli estratti sono fortemente predittive del gradimento e della cognizione dell’intera canzone, con solo effetti minori di durata e posizione all’interno della canzone.

Ma vediamo come è stata impostata la ricerca.

Come si è svolta la ricerca

Come abbiamo detto, il campione era composto da studenti universitari della New York University e residenti nell’area metropolitana di New York City (con una fascia di età compresa tra i 17 e gli 87 anni) per un totale di 643 individui.

Ai partecipanti sono state fatte ascoltare 260 canzoni complete e estratti di queste canzoni della durata di 5, 10 o 15 secondi.

I ricercatori hanno anche variato le parti delle canzoni che sono state estratte, utilizzando intro, outro, coro e versi.

Anche i generi musicali variavano, includendo canzoni popolari presenti nelle classifiche musicali di Billboard degli ultimi 80 anni e musica di una vasta gamma di generi, come classica, country, jazz, hip-hop, rock, elettronica e R&B/ soul.

Nell’esperimento, ai partecipanti è stato chiesto di valutare quanto gli piacesse una particolare canzone o clip (in base a una scala di valutazione che andava dal “non la sopporto” a “la adoro”) e di valutare la loro familiarità con essa in risposta alla domanda: “Quante volte avete già sentito questo brano prima?”.

Risultati

Nel complesso, i risultati hanno mostrato che le preferenze dei partecipanti erano allineate sia che l’ascolto comprendesse l’intera canzone sia che comprendesse solo una clip e, in particolare, la lunghezza delle clip non ha fatto alcuna differenza nelle valutazioni degli ascoltatori, così come la parte della canzone da cui era tratta.

“Nel corso di qualsiasi canzone, le proprietà acustiche cambiano drasticamente, ma questo non sembra importare molto agli ascoltatori”, dice Pascal Wallisch.

Alcune considerazioni

 I ricercatori hanno considerato la possibilità che l’ordine di ascolto potrebbe aver influenzato i risultati: la correlazione per la preferenza della canzone era più alta quando la canzone completa è stata sentita prima dell’estratto che quando la canzone completa lo ha seguito. Ma, scrivono gli autori, una correlazione tra la preferenza per un brano e quella per un’intera canzone era molto forte, anche se l’estratto veniva ascoltato per primo. Quindi questa variabile sembra non incidere sui risultati della ricerca.

Gli stessi autori aggiungono che il riconoscimento e la familiarità di una canzone può aver avuto un certo impatto sulle preferenze espresse ma sono arrivati alla conclusione che mentre “le clip non riconosciute che sono state presentate prima della canzone erano meno predittive della valutazione della preferenza della canzone,” tali clip sono “ancora molto più predittive di quanto ci si aspetterebbe su base casuale”. Pertanto anche questo elemento non viene considerato tale da influire sui risultati che si sono evidenziati.

Se ne deduce che sappiamo se ci piace una canzone dopo averne ascoltato anche solo pochi secondi.

Conclusioni

In effetti, è possibile che ciò che guida le valutazioni delle preferenze non siano le proprietà acustiche della canzone in sé, ma l’intero contesto e le associazioni che sono state codificate quando si incontrava per la prima volta la canzone prima dell’esperimento. Se così fosse, potremmo prevedere che un tale effetto aumenterebbe la correlazione tra le clip e le valutazioni delle preferenze dei brani, poiché questi ricordi potrebbero essere utilizzati per valutare la clip, coerentemente con la canzone incontrata in precedenza. Pertanto, questa correlazione dovrebbe essere maggiore per le clip in cui i partecipanti riconoscono la canzone rispetto a quelle in cui non lo riconoscono.

“Questa scoperta potrebbe avere implicazioni di ampio respiro per la nostra comprensione di quali proprietà delle canzoni evocano certe emozioni negli ascoltatori”, osserva Wallisch, “Il fatto che un piccolo estratto sia sufficiente a dirci se la canzone ci piace o meno, suggerisce che rispondiamo più all’atmosfera generale che una canzone ci porta piuttosto che alle sue note musicali di per sé”.

Il presente studio è stato pubblicato sul numero di febbraio 2023 di Music Perception, edito dalla University of California Press. Per le informazioni contenute in questo articolo si ringrazia James Devitt della New York University Press.

Il ruolo dello psicologo nell’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati

Il gruppo nazionale di lavoro denominato “Ambiti emergenti”, costituito dal CNOP, ha individuato uno degli ambiti emergenti del lavoro dello psicologo nell’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati.

 

 Per “Ambiti Emergenti” si vuole intendere contesti diversi da quello clinico/sanitario, ovvero tutte quelle nuove aree in cui si rendono necessarie le conoscenze e le competenze psicologiche e la loro relativa applicazione da parte di professionisti specializzati. Questi nuovi ambiti emergono, appunto, come naturale esito di cambiamenti culturali ed economici che determinano nuovi contesti relazionali e fanno nascere nuovi bisogni. La psicologia è una scienza che ha saputo adattarsi a tali cambiamenti e la definizione di questi ambiti emergenti ne è la prova. La natura inedita degli “Ambiti Emergenti” e quella scientifica della psicologia richiedono specifici riferimenti teorici e competenze tecniche sperimentate. Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) si è occupato proprio di definire gli Ambiti e le relative attività di intervento, in virtù della legge 3/2018, che colloca la professione dello psicologo tra quelle figure professionali che tutelano la salute di tutti gli individui, in linea con quanto sancito dall’articolo 32 della Costituzione.

Ciò di cui parleremo in questo articolo riguarda uno degli ambiti d’intervento emergenti della professione dello psicologo: l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati.

I minori stranieri non accompagnati

L’espressione “minore straniero non accompagnato”, anche abbreviata con la sigla MSNA, è utilizzata in ambito nazionale ed europeo per identificare tutti i minori di diciotto anni, che sono cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea o non hanno nessuna cittadinanza (apolide) e che, per diverse ragioni, si trovano nel territorio nazionale da soli, quindi privi di assistenza e rappresentanza legale da parte dei genitori o di altri adulti legalmente responsabili (Integrazione Migranti, nd).

Sempre più minori giungono nel nostro Paese soli, senza figure di riferimento e legalmente responsabili. Questa è una caratteristica del flusso migratorio perenne e sempre in crescita. Infatti, nel 2022 è stato registrato un aumento del 64% rispetto al 2021 a causa della crisi umanitaria che ha interessato l’Ucraina. I minori che arrivano soli nel nostro Paese sono in maggioranza maschi (85,1%), e nella maggior parte dei casi hanno 17 (44,4%), 16 (24%) o dai 7 ai 14 anni (17,5%). Nello scorso anno sono arrivati principalmente da Ucraina, Egitto, Tunisia, Albania e Pakistan. Le Regioni che ne accolgono di più sono la Sicilia, la Lombardia, la Calabria e l’Emilia-Romagna (Integrazione Migranti, nd).

Data la portata di questo fenomeno, nel rispetto della Convenzione Sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (ONU, 1989), il CNOP (2019) sottolinea la necessità di “passare da una logica di emergenza ad un sistema di protezione integrale dei diritti e di accoglienza diffusa”.

Il lavoro dello psicologo: obiettivi di intervento

In questo ambito lo psicologo coopera con un’equipe multidisciplinare, in stretta collaborazione con la figura del mediatore culturale, seguendo un approccio psico-sociale, etno-psicologico e di emergenza. Si occupa quindi di prevenzione e cura, per garantire il benessere della persona. Struttura il suo intervento tenendo in considerazione gli aspetti sociali, culturali ed emergenziali che hanno riguardato e riguarderanno il minore senza figure di riferimento che giunge in un nuovo contesto. L’obiettivo primario è garantire la sicurezza del minore, soprattutto nei casi di migranti sopravvissuti a traumi estremi e violenza intenzionale. Inoltre, favorisce l’accoglienza, la rassicurazione e l’orientamento alla cura, attraverso attività di promozione della salute mentale, integrazione sociale e intervento sul disagio psichico.

 Nel concreto, lo psicologo si occupa di supportare psicologicamente i minori direttamente nei centri di accoglienza (porto o frontiere), valutare il grado di vulnerabilità e prevenire l’allontanamento dalle strutture di accoglienza per evitare il rischio di tratta, traffico o sfruttamento, al fine di programmare la formazione scolastica, l’inserimento lavorativo e/o il collocamento in famiglia. Inoltre, si occupa di costruire un setting clinico adeguato rivolto ai minori che manifestano sintomi di disturbo da stress post-traumatico.

Un aspetto interessante che si rende necessario in questo ambito è quello dell’accertamento dell’età del minore straniero non accompagnato: per stabilire l’età cronologica lo psicologo valuta il livello di maturità psico-sociale, cognitiva o comportamentale attraverso colloqui approfonditi e appositamente strutturati.

Infine, soprattutto in caso di minori non accompagnati vittime di torture o altre forme di violenza, lo psicologo si muove nella direzione di incrementare la consapevolezza e la gestione dei propri stati emotivi, processi cognitivi e reazioni psicofisiologiche, facendo emergere i fattori di resilienza dell’individuo e stimolando la creazione di nuove strategie di coping per facilitare il processo di integrazione. Questo processo implica anche la creazione di una continuità biografica/esistenziale, possibile proprio grazie all’intervento dello psicologo che stimola la connessione, temporale e di significato, tra passato, presente e futuro nell’esperienza del minore straniero non accompagnato che giunge nel nostro Paese.

Formazione necessaria

Per svolgere la propria attività professionale in quest’ambito lo psicologo deve essere iscritto alla sezione A dell’Albo dell’Ordine degli Psicologi e, se impegnato in attività psicoterapeutica in ambito transculturale, essere abilitato alla psicoterapia. Trattandosi di minori stranieri che spesso hanno subito traumi (oltre all’esperienza migratoria in sé) è importante essere formati in psicologia dell’età evolutiva, in ambito transculturale e psicologia dell’emergenza. Questa formazione si declina nella conoscenza basilare del diritto internazionale e dei diritti umani, dei minori e di genere; nella conoscenza dell’antropologia della cura e delle migrazioni, nonché delle lingue veicolari; oltre alle linee guida in ambito di salute mentale e intervento psicosociale per gli interventi in condizioni di emergenza.

Con questo tipo di profilo lo psicologo per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati può operare in sinergia con mediatori linguistico-culturali o altri referenti (per esempio, religiosi e di comunità), associazioni e altre realtà specializzate nell’accoglienza dei migranti. Queste ultime possono afferire a strutture del Sistema Nazionale Sanitario e dei Servizi Sociali, oppure a progetti privati. Si occupano di assistere le persone dalla fase della prima accoglienza, quindi direttamente al porto, fino alla fase di accoglienza di secondo livello, quindi nell’ambito dello SPRAR (Sistema di Protezione richiedenti asilo e rifugiati) dedicato ai minori stranieri non accompagnati o delle comunità famiglia specializzate.

Dipendenza affettiva. Diagnosi, assessment e trattamento CBT (2022) – Recensione

Il libro “Dipendenza affettiva – Diagnosi, assessment e trattamento cognitivo comportamentale”, recentemente proposto dalla casa editrice Erickson, rappresenta un contributo significativo per chi opera in ambito clinico nel campo delle relazioni disfunzionali.

 

 Si tratta di un testo ampiamente strutturato: partendo dall’inquadramento nosografico, grazie alla dettagliata sintesi degli studi presenti ad oggi in letteratura, propone strumenti per l’assessment e schede di lavoro per il trattamento di tipo cognitivo comportamentale.

Il tema delle dipendenze affettive ha acquisito nell’ultimo decennio una rilevanza crescente nell’ambito degli interventi clinici sulle problematiche relazionali.

La dipendenza affettiva –evidenza nell’introduzione Gabriele Melli, presidente dell’Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva IPSICO– è sempre stata descritta come un sintomo ascrivibile ai disturbi di personalità come il borderline, l’istrionico, il narcisistico e il dipendente.

Nel volume le autrici avanzano l’ipotesi che la dipendenza affettiva non sia solo un tratto all’interno di un quadro diagnostico, ma che le possa essere attribuito lo statuto di sindrome, con una propria autonomia nosografica.

Questo nuovo approccio consentirebbe quindi di programmare interventi clinici strutturati e mirati al problema, anche a prescindere dalla diagnosi personologica del paziente.

Nella concettualizzazione del modello di dipendenza affettiva le autrici individuano una serie di fattori implicati nelle fasi di strutturazione e di mantenimento del disturbo. Vi sono fattori predisponenti di origine arcaica: a livello relazionale si fa riferimento allo stile di attaccamento insicuro o ambivalente, dove il timore della perdita dell’oggetto e la relativa paura abbandonica minano la possibilità di stabilire relazioni mature paritetiche e di fiducia.

A questo si associa un fattore di tipo neurologico: il temperamento. Nelle sindromi di dipendenza affettiva appare ricorrente una disregolazione nel controllo degli impulsi, che si concretizza in una prevalenza dell’agito, scarsamente mediato da adeguata competenza riflessiva.

La marcata impulsività trarrebbe inoltre forza da un deficit nella regolazione emotiva generale, e –secondo un meccanismo di retroattività– la scarsa inibizione all’agito a sua volta accentuerebbe ulteriormente la disregolazione emotiva.

Nello specifico in pazienti con dipendenza affettiva, la disregolazione emotiva, la predisposizione alle reazioni rapide, la ridotta inibizione delle risposte, l’avversione per il ritardo e la scarsa sensibilità ai processi compensativi determinano affetti estremamente dolorosi e scarsamente mentalizzati.

Il ricorso al partner o alla relazione d’amore si configura come una modalità disfunzionale di coping dei vissuti penosi. La dipendenza diventa quindi una “strategia” disfunzionale ricorrente, finalizzata a sedare la sofferenza legata all’angoscia abbandonica.

All’interno di questo quadro, nel processo di strutturazione della dipendenza affettiva vera e propria, il fattore dell’impulsività si lega a quello della compulsività. Le autrici riportano quando osservato da Cuzen e Stein (2014): la dipendenza patologica può essere considerata come elemento di confine tra impulsività e compulsività.

In una prima fase del processo di strutturazione del disturbo, l’impulsività porta ad agire in modo repentino in funzione dell’ottenimento di un piacere (ad esempio trascorrere più tempo con la persona che porta gioia e benessere).

In una seconda fase subentrano comportamenti compulsivi (ad esempio ricerca ossessiva del partner) non più finalizzati al raggiungimento di un evento piacevole (la relazione di coppia): la ricerca del partner è attivata dall’esigenza e dall’urgenza di evitare la sofferenza causata dalla sua stessa assenza.

Il passaggio dalla fase impulsiva alla fase compulsiva avviene con la formazione di un sistema di pensiero specifico. Il soggetto che ha individuato in un partner l’oggetto del proprio desiderio “si ingaggerà via via in strategie cognitive che lo portano alla reiterazione del comportamento dipendente”.

L’attenzione sarà focalizzata in modo esclusivo sul partner e progressivamente si creeranno memorie associate ad esso, a cui seguiranno poi fantasie e pensieri ossessivi. In questo processo un ruolo cruciale nell’attivare la dipendenza lo gioca il fenomeno del “rimuginio desiderante”.

 Si tratta di “una strategia cognitiva conscia e volontaria che coinvolge l’elaborazione di informazioni relative a un oggetto […] in una forma immaginativa (imaginal prefiguration) e verbale (verbal perseveration)”. Il rimuginio desiderante ha due azioni specifiche. Nel breve periodo consente di tollerare l’assenza dell’oggetto: indugiando in fantasie dalla valenza consolatoria, l’attesa della gratificazione reale diventa più sostenibile dal punto di vista emotivo. Sul medio e lungo periodo questo meccanismo accentuerebbe però il craving: il raggiungimento reale, anche nella modalità compulsiva, dell’oggetto d’amore diventa l’unica soluzione per avere sollievo da quello stato di malessere interno, percepito in assenza del partner.

Nel tempo il ricorso all’oggetto d’amore, vissuto soggettivamente come unica possibilità di interrompere lo stato di sofferenza, evolve in una vera e propria abitudine di tipo compulsivo. In una escalation emotiva il craving (desiderio dell’oggetto) aumenta e la tolleranza all’assenza del partner diminuisce. L’assenza dell’oggetto del desiderio nel tempo porta a una sofferenza paragonabile a quella dell’astinenza tipica dei disturbi da dipendenza da sostanze.

I meccanismi di natura cognitiva nel tempo porterebbero anche ad alterazioni di tipo neurobiologico: si assiste a un’alterazione nella capacità di controllo del meccanismo di ricerca dell’oggetto gratificante.

Nelle fasi iniziali della relazione la regolazione del comportamento di ricerca dell’oggetto è affidata all’attività della corteccia prefrontale, capace di inibire i comportamenti impulsivi e disadattivi. In una seconda fase l’emissione delle risposte comportamentali si sposta però dall’area prefrontale all’area striatale: qui al meccanismo di controllo si sostituisce quello di emissione automatica delle risposte.

Nella concettualizzazione del disturbo proposto dalle autrici, numerosi e complessi appaiono i fattori di formazione e mantenimento del disturbo. Ne deriva che il processo di trattamento richieda strumenti capaci di guidare il terapeuta in maniera altrettanto articolata. Allo stesso modo occorre sostenere il paziente in un complesso processo di recupero delle proprie autonomie decisionali, dove possono presentarsi fasi di ricaduta.

A tal fine il testo è corredato da fogli di lavoro mirati per ciascuna fase di trattamento. La presenza di schede esplicative sulla natura del disturbo soddisfa inoltre l’esigenza di fornire al paziente una psicoeducazione sulla natura e le caratteristiche del disturbo. Informare il paziente sui meccanismi che mantengono attivo il problema ha una duplice funzione.

Conoscere i fattori attivanti del disturbo sostiene il paziente: sia nel contrastare i movimenti regressivi delle fasi di recidiva, sia a  ristabilire più velocemente il focus nella fase di recupero.

Per il paziente disporre di schede di lavoro, utilizzabili anche al di fuori del setting terapeutico, fornisce un ulteriore supporto alla gestione delle fasi di criticità che il percorso di cura implica.

Il libro include inoltre un nuovo strumento clinico per la valutazione e la diagnosi del disturbo di dipendenza affettiva: l’INLOAD – Inventory for Love Addiction elaborato a cura di Antonella Lebruto.

 

La salute mentale delle sex workers: una revisione sistematica della letteratura

La revisione sistematica di Beattie et al. (2020) ha avuto come scopo lo studio della prevalenza dei disturbi mentali tra le sex workers nei paesi a basso e medio reddito.

Il sex work

 Nei paesi a basso e medio reddito, l’elevata mancanza di cure adeguate per chi soffre di disturbi mentali impedisce il pieno raggiungimento del potenziale degli individui, compromettendo il capitale umano e aumentando le probabilità di mortalità prematura per suicidio o altre malattie (V. Patel & Saxena, 2019); si stima che il 79% dei suicidi a livello mondiale avvenga proprio nei paesi a basso e medio reddito (World Health Organization, 2014).

Il sex work, definito come la messa in atto di servizi sessuali in cambio di denaro o di beni, può portare le donne che si prostituiscono ad affrontare numerosi eventi e condizioni stressanti quali molestie, arresti da parte della polizia, discriminazione, emarginazione, povertà e disuguaglianza di genere (Hengartner et al., 2015; Platt et al., 2018). Inoltre, sono maggiormente esposte a violenze, coercizioni, inganno, utilizzo di alcol e malattie sessualmente trasmissibili (Suresh et al., 2009); tutti questi fattori, insieme, contribuiscono ad aumentare la vulnerabilità psicologica delle sex workers.

I rischi del sex work differiscono anche in base ai contesti socioculturali ed economici ed i dati riguardanti le sex workers nei paesi ad alto reddito riferiscono elevata prevalenza di disturbi quali depressione, ansia e disturbo da stress post traumatico (el-Bassel et al., 1997; Surratt et al., 2005).

La revisione sistematica pubblicata nel 2020 da Beattie et al., ha avuto come scopo lo studio della prevalenza dei disturbi mentali tra le sex workers nei paesi a basso e medio reddito, indagando, inoltre, le associazioni esistenti tra i fattori che comunemente influenzano la salute (alcol, violenze, droghe, malattie sessualmente trasmissibili) ed il livello di benessere.

Sex work e salute mentale

 Lo studio (Beattie et al., 2020), prendendo in considerazione 56 articoli e 24940 partecipanti in totale, ha riscontrato un’alta prevalenza di problemi di salute mentale tra le sex workers nei paesi a basso e medio reddito, con una prevalenza di disturbo depressivo del 41,8%, disturbo d’ansia del 21,0% e disturbo da stress post traumatico del 19.7%. I tassi di disturbi mentali e di ideazione suicidaria tra le sex workers sono risultati maggiori rispetto a quelli della popolazione generale dei paesi a basso e medio reddito; questo risultato potrebbe essere spiegato dai numerosi fattori di rischio a cui sono esposte, quali stress finanziario, bassi livelli di educazione, abitazioni inadeguate, aggressività, utilizzo di sostanze, discriminazione e maggior probabilità di contrarre malattie sessualmente trasmissibili (STI) (Baral et al., 2012; Deering et al., 2014; Li et al., 2010; S. K. Patel et al., 2015). La revisione sistematica (Beattie et al., 2020) ha inoltre riportato delle forti associazioni tra gli alti livelli di ansia, depressione, disturbo da stress post traumatico ed i fattori sociali e comportamentali a cui le sex workers sono esposte; infatti il malessere psicologico è risultao correlato alle violenze subite (la maggior parte dai partner relazionali o dai clienti, sebbene 3 studi abbiano riportato anche violenze da parte della polizia), all’utilizzo di droghe e di alcool, al mancato uso del preservativo ed alla presenza di HIV/malattie sessualmente trasmissibili.

Un obiettivo per ricerche future potrebbe essere quello di comprendere come determinate interazioni sociali influenzano l’insorgenza di disturbi mentali e quali di questi fattori potrebbero essere modificabili attraverso degli interventi mirati (Beattie et al., 2020).

Attualmente, purtroppo, in letteratura non sono presenti studi sullo sviluppo di interventi di trattamento per la salute mentale delle sex workers, ma tra la popolazione generale dell’India e degli altri paesi a basso e medio reddito, gli interventi psicologici di consulenza presenti nei servizi di assistenza primaria si sono visti essere efficaci per il trattamento della depressione (Chibanda et al., 2016; V. Patel et al., 2017). Sarebbero necessarie strategie mirate alla prevenzione del suicidio, quali maggior promozione della salute mentale e migliore accesso alle cure.

Inoltre lo studio (Beattie et al., 2020), mostrando una forte associazione tra scarsa salute mentale, ridotto utilizzo di preservativo e prevalenza di HIV/malattie sessualmente trasmissibili, suggerisce che i trattamenti dovrebbero focalizzarsi su una maggior psicoeducazione riguardo alle conseguenze dei comportamenti sessuali a rischio, con interventi mirati ad imparare come auto-tutelarsi.

Le punizioni fisiche dei caregiver possono influenzare i comportamenti e lo sviluppo dei figli?

Il Comitato per i diritti del fanciullo nel suo Commento generale n.8 (2006) definisce la punizione fisica come la forza fisica emessa e destinata a causare un determinato grado di dolore o disagio, comportando così una modifica del comportamento del bambino.

L’uso di punizioni fisiche

 L’utilizzo di punizioni fisiche dei caregiver sui figli è stato associato a conseguenze negative, quali un aumento dei sintomi e dei comportamenti esternalizzanti, ovvero quei comportamenti che provocano disagio nel bambino e che sono orientati all’esterno. Esempi di comportamenti e sintomi esternalizzanti si manifestano nel Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, nel Disturbo Oppositivo Provocatorio e nel Disturbo della Condotta (Tien et al., 2020).

Con il termine caregiver si fa riferimento alle persone, quali genitori, parenti o qualsiasi altra figura che investe il proprio tempo nel prendersi cura sia fisicamente, che emotivamente e socialmente di coloro che non sono in grado di gestirsi autonomamente, in questo caso i bambini (Biegel et al., 1991). Il caregiver, ovvero colui che fornisce le cure, può essere uno o più di uno.

Il Comitato per i diritti del fanciullo nel suo Commento generale n.8 (2006) definisce la punizione fisica come la forza fisica emessa e destinata a causare un determinato grado di dolore o disagio, comportando così una modifica del comportamento del bambino.

Il Comitato prende in considerazione come punizioni fisiche il colpire con le mani, attraverso schiaffi, sculacciate oppure con l’utilizzo di oggetti, quali fruste, cinture, cucchiai di legno, scarpe. Tuttavia, può comprendere anche calci, morsi, bruciare, scottare, lavare la bocca con il sapone.

Il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF), suggerisce che a livello internazionale, circa 6 bambini su 10 sono esposti a punizioni fisiche durante l’infanzia (Cappa, 2014).

Conseguenze delle pratiche dei caregiver

Per garantire uno sviluppo adeguato, è necessario che il bambino cresca in un contesto caratterizzato da sicurezza e protezione. Vivere in un ambiente caratterizzato da punizioni fisiche genera stress nel bambino e ha un impatto negativo sul suo funzionamento, più nello specifico sulle sue capacità di ragionare, apprendere, modificare, pianificare e autocontrollarsi, abilità necessarie per avere risultati soddisfacenti in diversi ambiti di vita (Wiggers & Paas, 2022). Ad esempio, lo studio di Font & Cage (2018) riporta che le punizioni fisiche possono essere associate ad una diminuzione della performance scolastica, in quanto questi bambini risultano essere meno concentrati a causa del maggiore stress esperito.

Bambini che subiscono punizioni fisiche hanno una maggiore probabilità di identificare la punizione come “normale”, rispetto alla percezione che hanno i loro pari, poiché non viene spiegato loro come comportarsi adeguatamente nei vari contesti sociali (Gershoff, 2002). Pertanto, un contesto di crescita fondato su punizioni fisiche genera nel bambino difficoltà nell’integrazione a scuola e, più in generale, nel mondo sociale (Gershoff, 2002).

 È interessante evidenziare quanto riportato dallo studio di Wiggers & Paas (2022), secondo cui la punizione fisica può essere considerata un predittore per lo sviluppo di comportamenti esternalizzanti nel bambino, quali ad esempio, aggressività, bullismo, menzogne, litigi, delinquenza, furti, danneggiamento delle proprietà altrui. A tal proposito, si fa riferimento alla teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura (1978), la quale sostiene che il bambino apprende i comportamenti sociali attraverso la semplice osservazione di un adulto che emette il comportamento. Dunque, i bambini tendono ad osservare, e di conseguenza imitare, i comportamenti delle loro figure di riferimento, come il caregiver. Ad esempio, se un bambino cresce in un contesto dove il caregiver fa un ricorrente utilizzo della punizione fisica, anche lui avrà una maggiore probabilità di adottare comportamenti aggressivi, in quanto questi ultimi vengono percepiti come comportamenti conformi con le norme sociali (Wiggers & Paas, 2022). Viste le numerose conseguenze che le punizioni fisiche hanno sullo sviluppo del bambino, la Corte europea dei diritti dell’uomo, in una serie di sentenze, ha stabilito che le punizioni fisiche devono essere condannate in termini penali, sia nel contesto scolastico che in quello domiciliare (CRC, 2006).

A sostegno di ciò l’American Academy of Pediatrics (2018) ha fornito delle prove di tipo correlazionale tra punizioni fisiche dei caregiver e conseguenze sui figli, evidenziando che le punizioni fisiche nei bambini possono aumentare i litigi tra caregiver e figlio, influenzandone così la relazione, determinare un incremento di comportamenti aggressivi futuri e predisporre a un maggior rischio di sviluppare disturbi mentali. Infine, è stato riscontrato che problemi economici, di salute mentale, violenza domestica o abuso di sostanze sono considerati fattori di rischio per l’utilizzo di punizioni fisiche da parte dei caregiver (Sege et al., 2018).

Conclusioni

In conclusione, le punizioni fisiche determinano effetti negativi in diversi contesti di vita, andando a minare una sana traiettoria di sviluppo del bambino. Proprio per questo è importante sensibilizzare i caregiver all’utilizzo di pratiche educative alternative e funzionali. È quindi necessario che il caregiver sia in grado di offrire nutrimento e protezione, di dare conforto, di perdonare, di ascoltare, di soddisfare le richieste del bambino, di stabilire delle regole da seguire, ma anche di essere aperto alla negoziazione di tali regole (Wiggers & Paas, 2022).

Genitori di sé stessi. Mindfulness e reparenting (2023) di Nicoletta Cinotti – Recensione

“Genitori di sé stessi. Mindfulness e reparenting” fin dalle prime pagine mostra come l’interiorizzazione dei rapporti parentali condizioni le nostre aspettative e il nostro modo di relazionarci.

 Nicoletta Cinotti, psicologa specializzata in bioenergetica e didatta presso la Società italiana di Bioenergetica, è esperta di mindfulness e organizza il Teacher Training italiano in Mindful Parenting con Susan Bögels. È autrice di vari articoli e volumi, la sua ultima opera è intitolata “Genitori di sé stessi. Mindfulness e reparenting”, un libro edito a febbraio 2023 da Erico Damiani Editore.

Il Mindful Parenting è un lavoro di meditazione che esplora il proprio modo di entrare in relazione con il mondo partendo dal presupposto che lo stile genitoriale influenza la maniera in cui ciascuno di noi si relaziona con sé stesso e con gli altri.

Il Reparenting (NdR per come è inteso in questa opera) è un modo alternativo di considerare il disagio emotivo, attraverso gli strumenti offerti dalla mindfulness e dalla self-compassion e permette di ritrovare un equilibrio fondato sul prendersi cura di sé e sul perdono.

Perché questo è il coraggio: avere compassione e comprensione della nostra paura e, nondimeno, andare in giro per il mondo. In fondo siamo vulnerabili guerrieri, non eroi. E l’arma dei vulnerabili guerrieri è la tenerezza, quell’emozione che è il vero araldo della trasformazione e della compassione.

 L’opera della Cinotti può essere considerata un manuale, organizzato in capitoli, che descrive una sorta di viaggio interiore che parte dalla sensazione di “sentirsi mancare la terra sotto i piedi”, passa attraverso la riscoperta dell’intimità con sé stessi e la consapevolezza che la stabilità è solo un’illusione, per giungere alla presa di coscienza che ognuno di noi possiede una famiglia interiore che può rivelarsi fragile.

Ogni capitolo è costituito da una storia, una pratica di meditazione ed un esercizio.

L’autrice, già nelle prime pagine del suo libro, focalizza come l’interiorizzazione dei rapporti parentali condizioni le nostre aspettative e il nostro modo di relazionarci. La Cinotti sottolinea come tutti noi siamo in attesa di ricevere l’amore di cui abbiamo bisogno e come questa aspettativa sia legata alle esperienze infantili ed evolva con il passare del tempo.

Sogniamo tutta la vita un rapporto in cui non sia necessario fare qualcosa per ricevere, o meglio un rapporto in cui dare e ricevere siano semplici e spontanei, proprio come quando vediamo un genitore che gioca divertito e divertente con il proprio bambino o bambina. Vogliamo quell’amore lì. Forse l’abbiamo avuto durante l’infanzia. Forse non ci sembra di averne avuto abbastanza o pensiamo di non averlo ricevuto per nulla, nemmeno nell’infanzia.

Le storie raccontate nel testo hanno un potere evocativo, gli esercizi sono ben descritti, la lettura del manuale è scorrevole ed estremamente piacevole.

L’influenza dei tratti personologici sull’intimate partner violence

Sono stati identificati diversi fattori di rischio che predispongono all’intimate partner violence ed è stato ipotizzato che alcuni tratti di personalità possano essere considerati tali.

La violenza all’interno della coppia

 La struttura e la funzione della personalità sono state studiate anche nel contesto delle relazioni romantiche. È emerso che alti livelli di sintomi paranoidi, schizoidi, schizotipici, antisociali, borderline ed evitanti sarebbero predittori di conflitto interpersonale (South, 2014).

Da alcuni studi sembra che le persone tendano ad “adattarsi” alla patologia del partner, abituandosi con il tempo ai sintomi maladattivi di personalità del partner (South, Boudreaux & Oltmanns, 2020). Questo implica un basso livello di soddisfazione all’interno della coppia; infatti, la soddisfazione della coppia è risultata essere inferiore tra gli individui con alti livelli di personalità patologica (South, Turkheimer & Oltmanns, 2008).

L’intimate partner violence (IPV) è definita genericamente come abuso fisico, sessuale o psicologico inflitto da un partner (l’individuo che perpetra) sull’altro (l’individuo che viene vittimizzato) (Centers for Disease Control and Prevention, 2012). La prevalenza con cui si subisce violenza fisica/sessuale e stalking corrisponde al 37.3% per le donne e il 30.9% per gli uomini (Smith et al., 2017). L’intimate partner violence aumenta il rischio di sviluppare problemi fisici e psicologici conseguenti alla violenza, come dolore cronico, depressione, PTSD, abuso di sostanze, ideazione suicidaria (Campbell, 2002; Okuda et al., 2011; Afifi et al., 2009).

Fattori di rischio per l’intimate partner violence

Sono stati identificati diversi fattori di rischio che predispongono all’intimate partner violence, tra questi l’abuso infantile fisico/sessuale, l’appartenenza a una categoria socioeconomica bassa, la disoccupazione, l’abuso di sostanze e il gioco d’azzardo (Capaldi et al., 2012; Eckhardt, Parrott, & Sprunger, 2015; Dowling et al., 2016).

 Inoltre, è stato ipotizzato che alcuni tratti di personalità, come per esempio l’impulsività, possano essere considerati fattori di rischio per comportamenti violenti. Questo risultato è supportato da altri studi sul legame tra ADHD e intimate partner violence, proprio per il ruolo che l’impulsività ricopre nella sintomatologia ADHD (Krueger et al., 2002; Brasfield et al., 2012; Buitelaar et al., 2015; Easton et al., 2008).

Una meta-analisi di Collinson e Lynam (2021) ha indagato il ruolo dei disturbi di personalità nell’intimate partner violence. I risultati hanno mostrato che, in tutti i 163 studi tenuti in considerazione, diversi disturbi di personalità correlavano significativamente con la perpetrazione di intimate partner violence, tra cui il disturbo antisociale, il disturbo narcisistico, il disturbo borderline, il disturbo paranoide e quello schizotipico.

Anche il rapporto tra disturbi di personalità e vittimizzazione è risultato significativo, sebbene  in misura inferiore rispetto alla perpetrazione della violenza. I disturbi maggiormente legati alla vittimizzazione risultano essere l’evitante, il dipendente e il borderline. In sintesi, i due disturbi che, statisticamente, sono risultati maggiormente legati alla perpetrazione e vittimizzazione sono rispettivamente il disturbo antisociale e il disturbo borderline.

cancel