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L’appello di Demi Lovato: vorrei una barbie dalle forme normali

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

L’appello di Demi Lovato, pop star adorata dalle adolescenti proprio in favore delle sue fan lancia un appello alla Mattel per mettere al mondo del mercato una Barbie più realistica, antitesi del tipo anoressico,  formosa, ciocciottella e con tanto di cellulite. Se in più troviamo Kate Upton alla conquista della copertina di Vogue America e arrivano sui nostri schermi occidentali i copri dalle belle curve delle star di Bollywood, allora si forse si stanno – non più soltanto riproducendo, bensì modificando i modelli culturali che finora hanno esaltato l’ideale estetico anoressico.

L’appello di Demi Lovato: «Vorrei una Barbie con la cellulite»Consigliato dalla Redazione

La cantante, grande fan (e collezionista) della bambolina Mattel, ha espresso su Twitter il desiderio di una Barbie con curve e cellulite (…)

Tratto da: vanityfair.it

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Il gioco d’azzardo per denaro o suspense?

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

E’ la promessa di denaro piuttosto che il brivido della suspense che motiva le persone più vulnerabili al gioco d’azzardo.

 

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Un team di ricercatori delle University of Virginia e Harvard University ha ipotizzato che le persone più vulnerabili al gioco d’azzardo siano motivate al gioco dalla possibilità di vincere denaro, mentre le persone meno vulnerabili al gioco d’azzardo siano più motivate dal fascino della suspense.

Gioco d'Azzardo Patologico, la dipendenza invisibile. - Immagine: © Robbic - Fotolia.com
Articolo consigliato: Gioco d’Azzardo Patologico, la dipendenza invisibile.

 

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In accordo con questa ipotesi i partecipanti allo studio che hanno avuto un alto punteggio nelle scale che misurano la vulnerabilità al gioco d’azzardo hanno mostrato una forte motivazione al gioco in relazione alla possibilità di vincere del denaro; inoltre avevano più probabilità di accettare una certa o quasi certa quantità di soldi (per esempio, un 100% di possibilità di vincere $ 2.00) piuttosto che scegliere di giocare per la stessa quantità (ad esempio, un 50% di probabilità di vincere $ 2.00) e hanno anche dimostrato di essere disposti a lavorare con impegno per guadagnare soldi.

 

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Le persone più vulnerabili al gioco d’azzardo anche fatto previsioni più precise su quanto avrebbero rischiato.

Ironia della sorte, sono proprio le persone meno vulnerabili al gioco d’azzardo, motivate dalla suspense, quelle che hanno più probabilità di giocare d’azzardo.

 

 

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GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO – PDG – GAMBLING – DIPENDENZE – PERSONALITA’ – TRATTI DI PERSONALITA’

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Hahn C., Wilson T., McRae K., and Gilbert D. T. “‘Show Me the Money’: Vulnerability to Gambling Moderates the Attractiveness of Money versus Suspense,“Personality and Social Psychology Bulletin, online June 24, 2013 – forthcoming in print, October 2013.

 

Neurolettura: quali sono le aree cerebrali coinvolte?

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

 

I risultati di una Ricerca dell’Università di Milano sulle aree cerebrali coinvolte durante la lettura possono essere utili anche in ambito riabilitativo. Qui di seguiito l’abstract della ricerca: 

La cosiddetta neurolettura, ossia l’indagine dell’attività del leggere alla luce delle neuroscienze, può dirsi iniziata già alla fine dell’Ottocento, tuttavia solo in tempi recenti si sono compiute importanti scoperte grazie alle tecniche di neuroimaging. Esaminando alcune ricerche neuroscientifiche, da una parte emerge con forza l’estrema complessità dell’atto del leggere, che dal punto di vista filogenetico parrebbe il frutto di una sorta di riciclaggio neuronale (il nostro cervello non è fatto per la lettura, ma in un modo o nell’altro vi si riconverte grazie alla sua innata plasticità); dall’altra si delinea un’universalità delle basi cerebrali della lettura per cui, qualunque sia la lingua in cui si legge, una sola e medesima area cerebrale viene coinvolta, la regione occipito-temporale sinistra. Tale universalità non pare essere messa in discussione neppure dalla rivoluzione digitale in atto: se è vero che la lettura digitale apre nuove prospettive e nuove frontiere, offrendo vantaggi soprattutto in sede di apprendimento, essa non pare al momento avere una significativa incidenza sui meccanismi cerebrali sottesi alla prima fase del leggere (quella della decodifica), mentre potrebbe avere delle ricadute maggiori sui due momenti successivi, la comprensione di un testo e la nostra risposta ad esso, per quanto in quest’ambito le ricerche siano solo all’inizio.

Neuroscienze e lettura | Fioroni | ENTHYMEMAConsigliato dalla Redazione

La cosiddetta neurolettura, ossia l\’indagine dell\’attività del leggere alla luce delle neuroscienze, può dirsi iniziata già alla fine dell\’Ottocento, tuttavia solo in tempi recenti si sono compiute importanti scoperte grazie alle tecniche di neuroimaging . Esaminando alcune ricerche neuroscientifiche, da una parte emerge con forza l\’estrema complessità dell\’atto del leggere, che dal punto di vista filogenetico parrebbe il frutto di una sorta di riciclaggio neuronale (il nostro cervello non è fatto per la lettura, ma in un modo o nell\’altro vi si riconverte grazie alla sua innata plasticità); dall\’altra si delinea un\’universalità delle basi cerebrali della lettura per cui, qualunque sia la lingua in cui si legge, una sola e medesima area cerebrale viene coinvolta, la regione occipito-temporale sinistra. Tale universalità non pare essere messa in discussione neppure dalla rivoluzione digitale in atto: se è vero che la lettura digitale apre nuove prospettive e nuove frontiere, offrendo vantaggi soprattutto in sede di apprendimento, essa non pare al momento avere una significativa incidenza sui meccanismi cerebrali sottesi alla prima fase del leggere (quella della decodifica), mentre potrebbe avere delle ricadute maggiori sui due momenti successivi, la comprensione di un testo e la nostra risposta ad esso, per quanto in quest\’ambito le ricerche siano solo all\’inizio. (…)

 

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Notti in bianco e conflitti relazionali. Il ruolo della mancanza di sonno nei litigi

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

Una ricerca dell’università della California esplora la relazione tra mancanza di sonno e conflitti nella relazione, in termini di capacità di conciliazione e livelli di empatia rilevati.
Il senso comune suggerisce che dormire male rende scorbutici, questa ricerca passa per la via sperimentale focalizzando l’attenzione più sulle capacità di mettere in pratica i meccanismi riparatori piuttosto che sulla (diremmo ovvia) tendenza a discutere dovuta da una notte insonne. E’ interessante anche che per ottenere dei dati “puliti” siano state eliminate molte variabili.
Riportiamo di seguito l’abstract della ricerca, seguendo il link trovate l’articolo completo.

Abstract

This research examined the impact of a basic biological process—namely, sleep—on relationship conflict, specifically testingwhether poor sleep influences the degree, nature, and resolution of conflict. In Study 1, a 14-day daily experience study, parti-cipants reported more conflict in their romantic relationships following poor nights of sleep. In Study 2, we brought couples intothe laboratory to assess the dyadic effects of sleep on the nature and resolution of conflict. One partner’s poor sleep wasassociated with a lower ratio of positive to negative affect (self-reported and observed), as well as decreased empathic accuracyfor both partners during a conflict conversation. Conflict resolution occurred most when both partners were well rested. Effectswere not explained by stress, anxiety, depression, lack of relationship satisfaction, or by partners being the source of poor sleep.Overall, these findings highlight a key factor that may breed conflict, thereby putting relationships at risk.

The role of sleep in interpersonal conflict: Do sleepless nights mean worse fights?Consigliato dalla Redazione

BANDO SELEZIONE PSICOLOGI
The role of sleep in interpersonal conflict: Do sleepless nights mean worse fights? (…)

Tratto da: Academia.edu

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Snowden e gli uomini delle Agenzie: Bias, Credenze e Scelte Irrazionali. Psicologia

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

Uno studio condotto da Valerie Reyna, docente in Human Development and Psychology presso la Cornell University ha indagato il decision making degli agenti segreti paragonato a quello di persone “normali”.
In differenti scenari (teorici nel contesto dell’esperimento) le decisioni degli agenti si sono mostrate spesso più irrazionali e compromesse da bias e credenze di vario tipo.

“With increasing age and experience, people are less likely to engage in literal, quantitative analysis and more likely to use simple qualitative meaning or gist when making decisions,” said Valerie Reyna, professor of human development in Cornell’s College of Human Ecology, and lead author of the study. “While the growth of experience-based intuition can enhance performance, it also has predictable pitfalls.”

For the study, 36 agents from a federal intelligence agency, 63 college students and 54 adults were presented with scenarios involving risk and asked to make choices – the options were systematically varied to omit information or emphasize gain or loss, while leaving the literal meaning the same.

Agents like Snowden prone to irrational decision making, study findsConsigliato dalla Redazione

State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche. Twitter: @stateofmindwj - State of Mind's Tweets Cover Image © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata
U.S. intelligence agents — like the embattled Edward Snowden — are more prone to irrational inconsistencies in decision making when compared to college students and post-college adults, according to a new study. (…)

Tratto da: ScienceDaily

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Facebook o non Facebook: questo è il disturbo!

Di Roberta Casadio, Maddalena De Matteis, Valentina Di Dodo, Valentina Retto 

 

Facebook o non Facebook- questo è il disturbo! . - Immagine: © flydragon - Fotolia.comColoro che non utilizzano  Facebook come mezzo di comunicazione e condivisione, in contrapposizione a coloro che possiedono un account, sono più timidi e solitari, meno giovani e socialmente attivi, nonché meno inclini alla ricerca di forti sensazioni.

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Facebook ha rivoluzionato la comunicazione tra le persone, ma soprattutto ha cambiato la vita mondana dei giovani e non solo. 

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Fu inventato ben 9 anni fa, da Mark Zuckerberg e dai suoi colleghi del college a Cambridge, negli Stati Uniti. Nel giro di pochissimo tempo quasi tutti i programmi televisivi ne parlavano e le persone iniziarono a iscriversi in massa. Tutt’ora, si contano oltre 500 milioni di utenti iscritti nel mondo.

Ma cosa spinge una persona ad iscriversi a Facebook? È possibile, raggruppare le caratteristiche degli individui che utilizzano tale social network e di tutti quelli che, invece, preferiscono non iscriversi? Spingendoci oltre, è possibile tracciare un profilo psicologico e psicopatologico dell’utente di Facebook?

L' Invidia del post. - Immagine:©-tarasov_vl-Fotolia.com_1
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In uno studio condotto da Sheldon e colleghi (2012), emerge che coloro che non utilizzano  Facebook come mezzo di comunicazione e condivisione, in contrapposizione a coloro che possiedono un account, sono più timidi e solitari, meno giovani e socialmente attivi, nonché meno inclini alla ricerca di forti sensazioni.

Facebook è uno strumento dinamico, in quanto permette alle persone che lo utilizzano di stringere nuove amicizie, rinsaldare vecchie conoscenze, esprimere se stessi e condividere le proprie esperienze. Inoltre, consente anche di tenersi aggiornati, sia per quanto riguarda le novità provenienti dal mondo, sia rispetto agli eventi interni alla comunità di appartenenza (ad esempio:  gruppi, associazioni, università, ecc…). I Ricercatori sostengono che le suddette attività siano maggiormente desiderate e attuate da personalità più inclini al contatto sociale e alla ricerca di nuove esperienze ed emozioni.

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Diversamente, Rosen e colleghi (2013) hanno evidenziato come l’uso di diverse tecnologie sia strettamente connesso con alcuni disturbi psichiatrici, come la mania, il disturbo narcisistico e istrionico di personalità.

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Pertanto, se da una parte gli utenti di Facebook sono descritti come individui socievoli e meno soli, allo stesso tempo, l’utilizzo di tale social network può annoverarsi fra i fattori che caratterizzano le persone che soffrono di alcune patologie psichiatriche.

Gli  utenti di Facebook, quindi,  sono più o meno “sani” dei non-utenti? Al momento è difficile fare generalizzazioni sull’intera popolazione rispetto ai profili di personalità e al grado di disagio psicopatologico dell’utente e del non-utente. Se, da una parte, potrebbe essere vero che chi non è iscritto a Facebook sia eccessivamente timido e possieda dei tratti di asocialità, mostrando un minore interesse nello sviluppare relazioni sociali strette, dall’altra, chi lo usa molto potrebbe presentare dei tratti narcisistici ed istrionici, ed utilizzare questo portale come una sorta di vetrina dove esporre una studiata immagine di se stesso per ottenere attenzione e ammirazione.

Più semplicemente, si potrebbe ipotizzare che, spesso, dietro la mancanza di un account Facebook vi siano diverse motivazioni, legate, ad esempio, al voler difendere la propria privacy o alla paura di essere controllati, oppure al fatto che esso rappresenti un ostacolo per le relazioni “face-to-face”. Allo stesso tempo, chi possiede un account Facebook potrebbe connettersi principalmente per tenersi aggiornato riguardo gli eventi mondani o di cronaca, e ciò non avrebbe nulla a che fare con un utilizzo atto a colmare i bisogni di ricerca di attenzione o di ammirazione, “postando” sulla propria bacheca fotografie e commenti accattivanti.

In conclusione ciò che forse si rivela più pregnante sono le motivazioni, le ragioni e le aspettative che regolano il tipo di utilizzo del social network. Sarebbe opportuno, pertanto, individuare una nuova direzione di indagine, che possa cogliere gli aspetti più profondi che motivano la scelta di utilizzare o meno un mezzo comunicativo di massa.

LEGGI:

SOCIAL NETWORK – LINGUAGGIO & COMUNICAZIONE – PERSONALITA’ – TRATTI DI PERSONALITA’ – RAPPORTI INTERPERSONALI – TECNOLOGIA & PSICOLOGIA

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

Dal malessere al benessere – Recensione

 Recensione del libro:

Dal malessere al benessere

Attraverso e oltre la psicoterapia

di R. Lorenzini e A. Scarinci

 

Dal malessere al benessereIl libro di Lorenzini e Scarinci “Dal malessere al benessere” si occupa di quelle forme di malessere psicologico che non sono classificabili attraverso le tradizionali categorie diagnostiche ma che il paziente porta come motivazione ad intraprendere una terapia.

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Nella prima parte del volume gli autori individuano cinque caratteristiche del funzionamento mentale – incremento della conoscenza del mondo a scopo previsionale, incremento della conoscenza di sé, capacità di utilizzare le risorse e il tempo, principio di efficacia personale, attivazione di schemi corporei-affettivi finalizzati alla conoscenza procedurale – che vengono ostacolate da processi di ragionamento il più delle volte inconsapevoli.

Alcuni esempi di tali procedure sono: il conflitto tra scelte alternative tese a raggiungere lo stesso scopo; la sovrastima delle possibilità di successo delle proprie azioni e le ripercussioni emotive derivanti dall’insuccesso; la fiducia nello sviluppo costante di ciò che si è acquisito e la conseguente sofferenza emotiva sperimentata nelle fasi di involuzione; l’incapacità di abbandonare scopi impossibili o inutili; la convinzione che l’impegno sia direttamente proporzionale ai risultati; l’incapacità di attribuirsi un intrinseco valore e un diritto a esistere; la tendenza a restringere il proprio campo d’azione ad un’unica attività o scopo, fallito il quale si genera la sofferenza; la certezza che il pensiero sia sufficiente a modificare il corso dell’esperienza; la tendenza a evitare esiti indesiderati piuttosto che a perseguire esiti gratificanti; la procrastinazione.

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Scarinci e Lorenzini fanno notare che queste procedure disfunzionali causano un fallimento degli scopi cui segue il fallimento del meta-scopo di essere efficaci nel perseguire gli scopi, e il terzo passaggio è la tristezza provocata dalla percezione di non essere riusciti a costruire la propria felicità.

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IL COLLOQUIO IN PSICOTERAPIA COGNITIVA
Articolo consigliato: Il colloquio in psicoterapia

La seconda parte del libro si pone un obiettivo audace, ossia quello di provare a definire in maniera oggettiva cosa si intenda per benessere psicologico, proponendo una corposa rassegna dei principali strumenti per misurarlo. Questo strizza un po’ l’occhio alla pretesa squisitamente moderna di poter in qualche modo quantificare tutto, anche stati d’animo che sfuggono alle definizioni come la felicità e il benessere. L’idea tuttavia non è del tutto nuova: in Bhutan, piccolo paese dell’Himalaya, è stato addirittura elaborato un complesso indicatore che misura non la ricchezza del paese, bensì la felicità dei suoi abitanti.

Felicità Interna Lorda al posto del Prodotto Interno Lordo, insomma. Certo, tra i criteri che vengono misurati c’è anche il benessere economico, non che in Bhutan si viva di solo spirito; ma sembra ormai assodato che il benessere globale della persona non possa coincidere soltanto con la ricchezza e con l’acquisizione di beni materiali. Aderendo a quest’ottica di felicità multifattoriale, gli autori propongono la versione definitiva della Scala di Valutazione del Benessere, composta da cinque scale principali tra cui compare, relativamente snobbata dagli altri strumenti, la dimensione della trascendenza.

In una riflessione che vuole essere laica è comprensibile che trovino poco spazio i riferimenti all’aldilà e alla vita eterna, che pur per tanto tempo hanno avuto (e hanno tuttora, per chi ci crede) un ruolo cruciale nel medicare gli animi affranti e nel favorire l’accettazione e una certa serenità rassegnata. Tuttavia all’incredulità sempre più diffusa che dopo la morte ci sia qualcos’altro corrisponde necessariamente un drastico spostamento di prospettiva, che colloca gli indicatori del benessere psicologico nel qui ed ora: essere consapevoli di se stessi, godere di buona salute, avere buone relazioni interpersonali, essere autonomi e con un buon controllo sul proprio ambiente, poter accedere ad una buona istruzione e avere uno scopo da raggiungere nella vita.

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Con questi presupposti, poco importa se risorgeremo. Eppure, secondo gli autori, anche questa tendenza post-moderna a non concepire la trascendenza porta in sé un carico di angoscia e insoddisfazione, legate al senso di precarietà, di urgenza e di mancanza di senso che l’idea di una morte senza appello implica.

Nella terza parte viene descritto l’intervento per il benessere (IPB); citando gli autori, “la persona va guidata a una definizione di sé in termini di piano esistenziale che si articola in una serie di obiettivi all’interno di un quadro di riferimento delineato dalla ricerca di senso, di relazioni piene e armoniche, di un incremento di consapevolezza e accettazione di ciò che è realizzabile in una dimensione trascendente” (p. 156).

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Funzione principale della terapia è dunque aiutare il paziente a definire scopi realistici, a non vincolare la percezione globale del proprio valore al raggiungimento di singoli scopi e ad utilizzare il tempo, la gradualità dell’esperienza, le proprie risorse finalmente liberate dall’urgenza di controllare e determinare il successo.

 

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DIAGNOSTIC AND STATISTICAL MANUAL OF MENTAL DISORDERS 

RAPPORTI INTERPERSONALI – ACCETTAZIONE

 

BIBLIOGRAFIA:

Impulsività e abuso di alcool in adolescenza

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Abuso di alcool: i giovani che manifestano tendenze impulsive sono più inclini a bere pesantemente in tenera età.

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È’ quanto emerge dai risultati di una ricerca University of Liverpool secondo la quale intervenire sui tratti della personalità, come l’impulsività, potrebbe potenzialmente essere un intervento efficace nel prevenire l’abuso di alcol adolescenziale e lo sviluppo di problemi con l’alcol in età avanzata.

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Studi nel Regno Unito mostrano che circa il 24% dei dodicenni ha bevuto alcolici almeno una volta nella vita, percentuale che sale al 77% nei 15enni.

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Precedenti ricerche hanno suggerito che il comportamento impulsivo è collegato con il bere in adolescenza, anche se non è chiaro il rapporto di causalità, cioè se i giovani più impulsivi tendono a bere di più, o se bere, in una fase in cui il cervello è ancora in via di sviluppo, è particolarmente dannoso e porta alla progressione di comportamenti impulsivi.

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Il team ha utilizzato test computerizzati che hanno misurato il controllo inibitorio, la capacità di ritardare la gratificazione, e l’assunzione di rischi. Più di 280 giovani tra i 12 e i 13 anni hanno preso parte allo studio. I test sono stati ripetuti ogni sei mesi per due anni.

I risultati hanno mostrato che i partecipanti più impulsivi ai test hanno bevuto più pesantemente o hanno sviluppato problemi con l’alcol in un secondo momento. Tuttavia nei retest non emerge che il consumo di alcol abbia portato a un aumento del comportamento impulsivo. Questo suggerisce che ci sia un legame tra l’impulsività e il bere degli adolescenti, ma che l’alcol non necessariamente porta ad un aumento di comportamenti impulsivi nel breve termine.

Secondo i ricercatori questi risultati dovrebbero essere applicati a interventi di prevenzione che siano adeguati alle caratteristiche e ai tratti di personalità individuali, come l’impulsività.

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Studi di follow-up a più di due anni aiuteranno anche a capire se il bere pesantemente sul lungo periodo durante l’adolescenza ha un impatto sul comportamento impulsivo.

 

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 PERSONALITA’ – TRATTI DI PERSONALITA’ – ADOLESCENTI

 BIBLIOGRAFIA

 

Tribolazioni 10 – Frammentazione – Rubrica di Psicologia

TRIBOLAZIONI 10

FRAMMENTAZIONE

 

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Tribolazioni 10 - Frammentazione . - Immagine: © iQoncept - Fotolia.comMolte persone che tribolano propongono per loro stessi una diagnosi che è anche una ipotesi patogenetica naif che viene comunemente chiamata “Stress”  descritto come “sentirsi assediato dagli impegni esterni e da troppi pensieri.

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Per certi versi è la situazione opposta a quella descritta nella sofferenza da “portafoglio stretto”. Si tratta di soggetti che hanno molteplici scopi terminali e per ciascuno di essi numerosi scopi strumentali o strategie di perseguimento. Siamo di fronte dunque ad un sistema molto ricco di obiettivi ed elastico circa le strategie.

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Tutto ciò è premessa di benessere e salute. Un tale sistema è ben protetto sia da fallimenti catastrofici per la diversificazione degli investimenti, sia da fallimenti parziali per la molteplicità di frecce presenti nella sua faretra (le strategie di cui dispone per ciascuno scopo).

Tali doti possono però trasformarsi in una debolezza e in una minaccia. L’altra faccia della medaglia, infatti, è la grande fatica cognitiva che un tale sistema deve compiere sul piano delle scelte interne soprattutto di timing. In che ordine perseguire gli scopi, quali strategie adottare e per quanto tempo prima di sostituirle. Naturalmente esistono una serie di criteri automatici per compiere queste scelte di attivazione e perseguimento di scopi. Sono criteri inerenti il gap tra lo stato attuale e quello desiderato, la raggiungibilità di quest’ultimo e le risorse necessarie per farlo ed altri più sofisticati criteri. Comunque si tratta pur sempre di scelte  che implicano un lavoro cognitivo di continui raffronti. Scegliere è faticoso per il lavoro che comporta l’operazione e per il rischio di ritenersi responsabili di eventuali errori. Quando è possibile gli esseri umani tendono a non scegliere per evitare la possibilità di colpa (Motterlini 2008).

Se un sistema siffatto vuole evitare le scelte passa da una prospettiva diacronica ad una prospettiva sincronica ( da “una cosa per volta” a “tutto insieme”).

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Ciò comporta un procedere contemporaneo e necessariamente rallentato verso tutti gli scopi utilizzando tutte le strategie a disposizione. L’intralcio che deriva dalle possibili conflittualità tra scopi e soprattutto tra strategie determina un affaticamento e una procrastinazione dei risultati.

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Quest’ultima può essere interpretata come segnale dell’aumentare del divario tra stato attuale e stato desiderato incrementando l’importanza e l’urgenza degli scopi in questione. Tale duplice aumento può facilmente innescare un circolo vizioso all’insegna del “subito, di tutto di più” che invece era la radice stessa del malessere e dell’inefficienza del sistema. Certo il soggetto potrà almeno in un primo tempo descriversi come uno che non lascia nulla di intentato, “una gioiosa macchina da guerra”.  Prima o poi, però, dovrà fare i conti con la mancanza di risultati oggettivi  e con la penosa sensazione interna di affaticamento. Passando il tempo anche lo scopo interno relativo all’identità verrà frustrato perché se a grande affaticamento e dunque a grande impegno, si associa la scarsità di risultati non si possono che tirare conclusioni svalutative circa le proprie capacità.

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Questo tipo di problema è più evidente in alcune fasi dell’esistenza. Una cellula staminale è totipotente. Vale a dire che il suo futuro non ha limitazioni. Può specializzarsi trasformandosi in un qualsiasi tessuto dell’organismo. Ma ogni passo verso la specializzazione la priva della assoluta libertà originaria. Si tratta di un percorso a senso unico dal quale non si può tornare indietro. L’indifferenziato può differenziarsi, ma il differenziato non può tornare a indifferenziarsi. Un processo analogo avviene nello sviluppo della persona. Il bambino non è ancora nulla e può essere tutto. Poi via via che diviene ciò che vuole essere, perde la potenzialità di essere altro. Ogni scelta ha questo duplice aspetto. Da un lato è un volere, un movimento del prendere. Dall’altro è un rinunciare, un movimento del lasciare. Un’affermazione di sé e, contemporaneamente, una rinuncia all’onnipotenza. Esistono momenti, quali ad esempio l’adolescenza, in cui questa dinamica è maggiormente in primo piano. Si decide cosa si vuole essere e, al tempo stesso, cosa archiviare tra le possibilità perdute per sempre. Se questo lavoro di potatura non riesce la pianta avvizzisce sotto il peso di troppo numerosi ma miseri rami (il problema della frammentazione che qui trattiamo). Il motivo di un fallimento di tale vitale operazione potrebbe essere attribuito utilizzando i termini suggestivi quanto ambigui di certa psicologia a “una maggiore sensibilità e conseguente intollerabilità alle perdite” o  a“ mancata rinuncia all’onnipotenza infantile”. Credo che nelle spiegazioni della psicopatologia in generale e delle tribolazioni sia sopravvalutato il ruolo dei processi intenzionali (Castelfranchi 1999) e parimenti sottovalutato quello del caso e soprattutto dell’errore e dei rinforzi ricorsivi che esso genera (Lorenzini, Scarinci 2010).

Sono molto diffuse tra pazienti e terapeuti spiegazioni dei fallimenti in termini di “volontà di danneggiarsi”, “tentativi masochistici di auto sabotaggio”.Queste spiegazioni sono tanto di moda quanto insensate. Introducono un principio contradditorio come se il soggetto avesse uno scopo del tipo “non raggiungere i propri scopi”. Se poi si va ad analizzare i modi concreti con cui il soggetto metterebbe in atto questi tentativi di auto danneggiamento ci si avvede di come siano, in realtà, condotte finalizzate al raggiungimento di altri scopi che sono semplicemente conflittuali con i primi. Dunque il problema è banalmente riducibile ad un conflitto tra scopi. In effetti la ipotetica furia masochistica si esprime normalmente con condotte quali bere, fumare, dedicarsi alla lussuria, gongolarsi nella pigrizia, rimandare gli impegni gravosi. Tutte attività che producono un immediato senso di godimento e piacere e sono dunque connessi al raggiungimento di scopi attivi. E’ molto più raro trovare comportamenti auto danneggianti certamente meno ambigui e più a buon mercato come prendersi a martellate sulle nocche delle mani. Le crociere nei mari del sud con il partner dei propri sogni che impediscono di completare il progetto cui si stava lavorando restano le modalità di auto danneggiamento preferite. Mi sembra che spesso si scambi l’effetto di un comportamento con l’intenzione che lo ha prodotto. Tra l’intenzione e l’effetto entrano invece in gioco due fattori importantissimi: il caso e l’errore. La maggior parte delle persone non fumano per farsi venire un cancro al polmone, ne bevono per danneggiarsi il fegato. Queste cose possono avvenire sia per caso, anche se ciò non ci piace pensarlo perché dà un serio colpo all’illusione di controllo (Dugas et al. 1997; 2001), sia perché non volendo abbiamo sbagliato esagerando.

Credo che nei problemi di frammentazione quello che sia disatteso sia proprio lo pseudo-scopo “dell’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse e del tempo per il perseguimento dei propri scopi. In sostanza credo che il sistema semplicemente faccia male i conti circa le risorse e il tempo a disposizione e pensi di poter aver successo anche esponendosi su più fronti. Come possono evolvere le cose? Immaginiamo le due possibilità opposte con l’esempio della Germania del III° reich.

Fintantoché le cose vanno bene e i risultati si raggiungono la politica del “tutto e subito senza rinunciare a niente” viene premiata e si rinforza. Lo scopo interno sull’identità di “considerarsi un ottimo perseguitore dei propri scopi” palesemente soddisfatto produce ulteriore gioia. Si decide di invadere anche l’unione sovietica presupponendo che sia come la Polonia. Semplicemente per errore. Non si tiene conto che le fabbriche belliche sono al massimo della produzione, i riservisti sono sempre più giovani ed inesperti e la Russia enorme e fredda. Trattasi  di errore e non di “cupio dissolvi”. I successi iniziali  consentono di superare di slancio il possibile momento di difficoltà che sopraggiunge quando i risultati iniziano ad arrivare con maggiore ritardo o non completamente.  Come a dire “ il fatto che la strada non sia più in discesa, se pure comporta un po’ di fatica, è la prova certa che sono un ottimo scalatore”, E’ il tempo degli eroi inutili, che si sacrificano quando il destino è già segnato. Quando poi iniziano le disfatte e i fronti arretrano scatta il paradosso fatale del voler salvare il salvabile o perlomeno l’onore. Ignorando il minuscolo dittatore berlinese, è quello che accade  ai giocatori patologici che si rovinano, ma con l’intenzione opposta di risollevarsi ed arricchirsi. Come si fa a ridurre i fronti nel momento in cui si sta perdendo? Proprio da quelli minori, prima rinunciabili, può venire il riscatto. Semmai sembra il momento di fare nuovi investimenti. Come si fa ad alzarsi dal tavolo verde certificando così una perdita consistente? Quello è il momento del rilancio decisivo, del tutto per tutto. E’ il tempo delle V2, dell’arma segreta e definitiva. Paradossalmente qui gli eroi non sono più inutili. Se pure non cambiano l’esito della guerra perlomeno salvano l’onore. La nave sta per per calare a picco ma il capitano ritto sul ponte mantiene una enorme stima di sé. Lo scopo interno sull’identità di “considerarsi un ottimo perseguitare dei propri scopi” è salvo, se non circa la competenza, perlomeno circa la caparbietà e la tenacia. Nel caso degli eventi storici non c’è in genere, per fortuna, una seconda volta ma nella vita degli uomini invece si.

La tendenza alla frammentazione, seppure causa di tribolazione  o, come si dice comunemente, “stress”, non si estingue. In conclusione un ampio ventaglio di scopi ed un ancor più ampio patrimonio di strategie di perseguimento costituisce senza dubbio motivo di elasticità del sistema e consente di adattarsi alle mutevoli situazioni ambientali evitando fallimenti massicci. Tuttavia un sistema così strutturato deve esercitare costantemente la faticosa capacità di scegliere per non disattendere lo pseudo-scopo “dell’ ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse e del tempo per il perseguimento dei propri scopi”e subire una paralisi sincronica da frammentazione.

 

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STRESS – SCOPI ESISTENZIALI – PSICOPATOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA

CONSULTA LA BIBLIOGRAFIA 

MBRP – Mindfulness Based Relapse Prevention per la prevenzione delle ricadute nelle dipendenze

 

MBRP - Mindfulness Based Relapse Prevention per la prevenzione delle ricadute nelle dipendenze . - Immagine: © kikkerdirk - Fotolia.comNell’ambito delle problematiche legate alle tossicodipendenze, un approccio che ha dato prove di efficacia è il MBRP – Mindfulness Based Relapse Prevention (Bowen, Chawla & Marlatt, 2010) sviluppato nel Centro di Ricerca Addictive Behaviour dell’Università di Washington.

ARTICOLI SU: MINDFULNESS –  DIPENDENZE

Simile al Mindfulness-Based Cognitive Therapy per la depressione (MBCT) per alcuni aspetti centrali, il MBRP è concepito come un programma di integrazione delle pratiche di mindfulness con i principi della terapia cognitivo-comportamentale applicati alle dipendenze.

ARTICOLI SU: MINDFULNESS BASED COGNITIVE THERAPY – PSICOTERAPIA COGNITIVA

Le pratiche di cui è composto il programma MBRP hanno lo scopo di promuovere e favorire maggiore consapevolezza dei trigger legati all’uso di sostanze, agli schemi abituali implicati nei comportamenti di dipendenza e delle reazioni “da pilota automatico” che portano a mettere in atto comportamenti disfunzionali di uso e abuso. Le pratiche di mindfulness previste del MBRP sono progettate per promuovere l’osservazione dell’esperienza presente e portare consapevolezza rispetto alla gamma di scelte che ognuno può mettere in atto.

Molteplici strade per la Cura dell' Ansia. - Immagine: © Mark Abercrombie - Fotolia.com
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Il lavoro con la mindfulness è volto, quindi, ad aumentare la possibilità dell’individuo di rispondere agli impulsi attraverso comportamenti “utili” e adeguati e a non re-agire con modalità dannose per la salute e per il benessere psicologico.

ARTICOLI SU: IMPULSIVITA’

Gli obiettivi principali del MBRP sono:

1. Sviluppare la consapevolezza dei trigger personali e delle re-azioni abituali in modo da individuare quando si agisce con il “pilota automatico” e imparare a creare un “tempo di consapevolezza”, una pausa tra questi processi percepiti come automatici;

2. Modificare il rapporto con la sofferenza, riconoscendo e gestendo in modo funzionale e utile le esperienze emotive difficili;

3. Promuovere una modalità basata sulla compassione e sulla sospensione del giudizio verso la propria esperienza.

Tra le pratiche più interessanti utilizzate nel MBRP credo sia importante ricordare il SOBER, di cui abbiamo brevemente parlato su State of Mind.

La pratica SOBER permette ai partecipanti di riconoscere nella quotidianità un momento difficile emotivamente. Ad esempio, situazioni relazionali difficili, in cui si è abituati a re-agire in modo impulsivo, situazioni di ansia, tristezza, rabbia o altre emozioni percepite come difficili da gestire.

In breve, nella pratica del SOBER si consegna al partecipante una scheda che lo guiderà nella pratica quotidiana.

 La pratica del SOBER, molto felice se letta nell’acronimo inglese (sober=sobrio), consiste nella messa in pratica dei seguenti passaggi:

S (stop) – Stop – Prenditi qualche istante per interrompere il pilota automatico e per riconoscere che ti trovi in una situazione per te difficile.

O (observe) – Osserva – Osserva e nota cosa sta avvenendo nel tuo momento presente, descrivi le sensazioni del corpo, le emozioni e i pensieri che la tua mente fa in questo momento presente.

B (breath)- Il Respiro – Scegli e porta in modo deciso e gentile tutta la tua consapevolezza sul respiro, semplicemente notando il tuo respiro.

E (expand) – Espandi la consapevolezza – Espandi la consapevolezza a tutto il corpo, nota il tuo corpo che respira. Allarga ancora la tua consapevolezza all’ambiente in cui ti trovi e alle sensazioni del momento presente.

R (respond) – Rispondi – Scegli quale risposta dare in questo momento presente, che sia utile per te e non dannosa (considera anche il “non-agire” come risposta).

La pratica, che viene di frequente provata dai partecipanti e letta come “quella più utile”, può essere estesa anche a ambiti diversi dal campo delle dipendenze. Potrebbe essere uno strumento utile da utilizzare anche in setting individuali (o di gruppo) quando ci si trova di fronte a persone che riportano difficoltà legate alla gestione dell’impulsività e della reattività.

 

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MINDFULNESS – MINDFULNESS BASED COGNITIVE THERAPY –  IMPULSIVITA’ – DIPENDENZE – PSICOTERAPIA COGNITIVA

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

 

Cannabis e deficit dopaminergico: maggior rischio psicosi?

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze PsicologicheIl consumo di cannabis a lungo termine porterebbe a una riduzione della dopamina, una sostanza presente nel nostro cervello e fortemente coinvolta, tra le altre cose, nell’insorgenza e nel mantenimento di psicosi.

 

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Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
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Uno studio da poco pubblicato su Biological Psychiatry  ha scoperto che i livelli di dopamina nella regione cerebrale dello striato erano inferiori nei consumatori a lungo termine di cannabis rispetto a coloro che non utilizzavano la sostanza.

I ricercatori hanno utilizzato una tecnica di imaging cerebrale (PET) per misurare la produzione della dopamina nello striato in 19 consumatori abituali di cannabis che avevano esperito sintomi simil-psicotici durante l’uso e 19 soggetti di controllo.

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L’ipotesi di ricerca iniziale era che nel gruppo dei consumatori abituali di cannabis vi fossero maggiori livelli di dopamina, dal momento che: 1) precedenti ricerche hanno dimostrato che i consumatori di cannabis presentano un rischio maggiore di sviluppare episodi psicotici o psicosi; 2) la psicosi implica a livello neurobiologico alterazioni a carico del sistema dopaminergico.

Sebbene ipotizzato, nessuno studio però ha ancora dimostrato che il legame tra l’uso di cannabis e il maggior rischio di episodi psicotici o psicosi sia mediato da una disfunzione dopaminergica. In realtà i dati dello studio hanno dimostrato il contrario, ovvero la presenza di bassi livelli di dopamina a carico dello striato nei consumatori di cannabis con esperienza di sintomi simil-psicotici.

Il calo della dopamina a carico dello striato nei forti consumatori di cannabis potrebbe anche contribuire a spiegare la “sindrome di demotivazione” (ancora in discussione se possa effettivamente essere definita una sindrome) che è stata descritta a seguito di un prolungato uso di cannabis. Un altro dato interessante è che altri studi hanno evidenziato che in ex consumatori di cannabis vi sarebbero livelli adeguati di dopamina, il che suggerisce che il fenomeno di deficit dopaminergico osservato in questo studio sarebbe reversibile.

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 CANNABIS – PSICOSI  

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

Cronache dal Friday Night Live @ Albert Ellis Institute, New York

 

CRONACHE DA NEW YORK

Albert Ellis Institute Friday Night LiveWelcome to the AEI to the Friday Night Live”. Windy Dryden dà il benvenuto e invita potenziali pazienti a presentarsi sul palco “for free, in UK  you would pay much more dollars to have it”.

SCOPRI COSA SONO I FRIDAY NIGHT LIVE DELL’ALBERT ELLIS INSTITUTE

Inizia Samuel, ha un figlio di 4 mesi e sta cercando di adeguarsi ai cambiamenti della vita di coppia a seguito dell’arrivo del piccolo: la moglie è focalizzata sul bimbo e…. “The sex is not the same like before“…insomma la vita sessuale della coppia è cambiata…lei allatta, il bimbo si sveglia più volte durante la notte, lei è stanca, lui è frustrato perché non è più la stessa cosa.

 

Windy incede con il secondario- o in gergo REBT newyorkese meta-emotivo: “E in questo caso come te la cavi con la frustrazione?”; niente di che dal punto di vista metaemotivo. Ritorniamo dunque su quel che pensa Samuel che racconta di non sentirsi soddisfatto tanto quanto potrebbe… emerge una credenza, chi fa sesso ha più fiducia in sé stesso…Dryden approfondisce possibili doverizzazioni e credenze irrazionali assolute e rigide alla base di questi pensieri, ma di nuovo nulla di che.

ARTICOLI SU: ABC SECONDARIO – CREDENZE – BELIEFS

Psicoterapia: l’ABC, Albert Ellis & il Problema Secondario
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Senza troppe precauzioni Dryden non patologizza e rimanda al concetto di practical problem, in cui a fronte di una situazione nasce un’emozione negativa funzionale e sana. A questo punto apre al pubblico che sbraga su un problem-solving selvaggio con possibili soluzioni pratiche, dalla baby sitter, alla masturbazione, alla programmazione temporale degli incontri sessuali (povera ragazza e povero ragazzo!). Si chiude così la prima consultazione live “Sembra che tu accetti le cose ma senza che ti piacciono…that what it is!”.

Senza neanche un minuto di esitamento sale sul palco Katy: risata di imbarazzo (anche con un volume della voce decisamente alto!) e ci racconta dell’ansia per la sicurezza dei suoi figli, con tendenze controllanti a livello comportamentale. Dryden indaga la doverizzazione, chiaramente qualcosa tipo “Devo essere sicura che non accadrà nulla di male a loro”, la derivata terribilizzazione, l’intolleranza dell’incertezza e il valore personale.

ARTICOLI SU: DOVERIZZAZIONE

Non si avventura nel metaemotivo, c’è già trippa per gatti, mentre preferisce disputare (dall’empirico al pragmatico) l’intolleranza dell’incertezza e il valore personale della nostra mamma americana iperprotettiva. Prescrizioni comportamentali di esposizione al rischio a maggior ragione quando ammette con una certa quota di imbarazzo che papà è là fuori che la aspetta in auto per riaccompagnarla a casa.

ARTICOLI SU: DISPUTING E RISTRUTTURAZIONE COGNITIVA

Ed ecco un giovane ragazzo di colore dall’aspetto (neanche male) misterioso, il tema è assolutamente interessante e degno d’interesse clinico. Il punto è che non posso scriverne. Al termine della sessione si avvicina e mi chiede se con il mio computer stavo postando su Facebook quel che stava accadendo. Grazie a lui, la cronaca del Friday Night Live si chiude con un po’ di mistero e -per far contenti gli ellissiani -di tolleranza che non tutto ciò cui si assiste si può riportare, e che va bene anche così.

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RATIONAL-EMOTIVE BEHAVIOUR THERAPY (REBT) – ABC SECONDARIO – CREDENZE – BELIEFS – DOVERIZZAZIONE – DISPUTING E RISTRUTTURAZIONE COGNITIVA

IL VIDEO DI UNA SESSIONE DEL FRIDAY NIGHT LIVE PRESSO L’ALBERT ELLIS INSTITUTE DI NEW YORK

Terapia di Gruppo: l’Approccio Gestaltico

Terapia di gruppo: l'approccio gestaltico. - Immagine:© koszivu - Fotolia.com

Il gruppo si pone, in aggiunta al terapeuta e al cliente, come “terzo elemento” della relazione, rappresentando una risorsa ulteriore: permette ai partecipanti di osservare e comprendere meglio le proprie modalità relazionali in un contesto più ampio e complesso rispetto alla semplice interazione diadica col terapeuta. 

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Il percorso di psicoterapia può avvenire non unicamente in un setting individuale, ma anche in un setting di gruppo: il terapeuta si rapporta non solo ad uno, ma ad un certo numero di clienti nell’ambito di una seduta di gruppo.

La modalità di conduzione di un gruppo terapeutico varia in relazione al modello teorico di riferimento del conduttore; non tutte le terapie di gruppo rispondono alle stesse esigenze e funzionano secondo gli stessi principi.

Panic Attack - © Scanrail - Fotolia.com
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Se facciamo riferimento al modello gestaltico l’accento viene messo sulle dinamiche di gruppo e sui vissuti emotivi dei componenti, con una centratura sulla realtà presente, sul “qui e ora”.

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Il gruppo si pone, in aggiunta al terapeuta e al cliente, come “terzo elemento” della relazione, rappresentando una risorsa ulteriore: permette ai partecipanti di osservare e comprendere meglio le proprie modalità relazionali in un contesto più ampio e complesso rispetto alla semplice interazione diadica col terapeuta. 

L’osservazione delle interazioni degli altri componenti, e di quelle del gruppo nel suo insieme, permette di acquisire informazioni significative; secondo l’approccio gestaltico le dinamiche interattive del gruppo sono, infatti, un elemento fondamentale del lavoro di gruppo.

In questo quadro, Il lavoro di gruppo vede la persona in costante interazione e con gli altri e il setting di gruppo costituisce un ambiente privilegiato, all’interno del quale i partecipanti, supportati dalla presenza del conduttore che coordina le attività, possono sperimentare una situazione che li aiuti ad adottare comportamenti spontanei e ad esprimersi liberamente.

Il fine ultimo delle sedute di un gruppo a mediazione gestaltica si identifica con il raggiungimento della consapevolezza delle proprie dinamiche interne ed interpersonali e con l’espressione, in un ambiente protetto, di sentimenti ed emozioni; si tratta di un’esperienza creativa che sottostà ad una serie di accordi, concordati in modo esplicito, riguardo alle finalità del gruppo e ai diritti e le responsabilità di coloro i quali vi prendono parte (Benson, 2004).

Ogni partecipante ha l’opportunità, se lo desidera, di effettuare un proprio lavoro individuale all’interno del gruppo; nel corso di tale lavoro esplorativo la persona è supportata dal conduttore e può avvalersi della collaborazione degli altri componenti che, se vogliono, possono accettare dietro richiesta di contribuire al lavoro.

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Ciascun componente è libero di scegliere che contributo dare alla seduta di gruppo, se lavorare o meno in prima persona, se partecipare o meno ai lavori degli altri. È importante che il lavoro sulle emozioni avvenga senza forzature, in modo da evitare che la promozione della trasparenza si traduca in uno svelamento prematuro e in espressioni emotive non supportate da un’adeguata rielaborazione cognitiva; ciò  può risultare antiterapeutico (Giusti, 1999).

Per il soggetto che ha bisogno di sperimentare un contatto con gli altri il gruppo terapeutico a mediazione gestaltica appare utile a ristabilire contatti adeguati che siano fonte di benessere: attraverso l’esperienza di gruppo è possibile sperimentarsi sul piano interpersonale.

L'ombra dello Tsunami: Recensione del Prof. Vittorio Lingiardi. - Immagine: copertina libro. Proprietà di Raffaello Cortina Editore.
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Alcuni studiosi muovono, a questo proposito, un’obiezione critica, riguardante il fatto che nei workshop gestaltici “non viene vissuta la vita di ogni giorno, ma una situazione sperimentale di gruppo” (Franta, 1982, 130). Per questa ragione è importante sottolineare l’importanza di trasferire e di sperimentare gli apprendimenti esperienziali vissuti nel gruppo nella vita quotidiana; se ciò non avviene il gruppo perde la sua valenza terapeutica per diventare un rifugio, cosa che, paradossalmente, allontana ancor di più le persone dal contatto con se stessi e con la realtà.

Attraverso il lavoro di gruppo, inoltre, è possibile apprendere come gestire le istanze complementari che animano la vita del gruppo e che costituiscono istanze caratterizzanti l’esperienza umana: il bisogno di appartenere e il bisogno di differenziarsi (Benson, 2004). In altre parole i componenti del gruppo imparano a far convivere il bisogno di appartenere al gruppo e il bisogno di distinguersi, sancendo la propria individualità.

Il gruppo a mediazione gestaltica è caratterizzato una serie di regole, tra cui possiamo ricordare: tempo fisso a disposizione, puntualità, necessità di un atteggiamento di discrezione e confidenzialità tra i partecipanti, astinenza di relazioni sessuali tra  i componenti ed esclusione di osservatori casuali (Manucci, Di Matteo, 2004). Inoltre, è auspicabile che i componenti non si frequentino al di fuori dal setting: potrebbe nascere difficoltà a lavorare in modo efficace una volta che, con una maggiore conoscenza nel quotidiano, diventi più difficile “proiettare” sull’altro elementi del proprio vissuto.

In conclusione, possiamo affermare che il lavoro terapeutico effettuato in un gruppo a mediazione gestaltica rappresenta “un processo attraverso il quale venire incontro alle particolari esigenze relative ai bisogni individuali e di gruppo, basato su una visione della persona come entità in costante interazione e rapporto con gli altri” (Benson, 2004, 23).

LEGGI: 

 TERAPIA DI GRUPPO –  IN TERAPIA –  TERAPIA DELLA GESTALT

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

La percezione soggettiva degli effetti dello stress sulla salute

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

I soggetti che all’inizio dello studio consideravano la loro salute influenzata in maniera significativa dallo stress, hanno avuto più del doppio del rischio di attacco cardiaco rispetto a coloro che percepivano un minore impatto dello stress sulla loro salute.

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Le persone che credono che lo stress abbia un impatto negativo sulla loro salute sono anche coloro che sarebbero più a rischio di attacco cardiaco, secondo una nuova ricerca pubblicata sulla rivista European Heart Journal.

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
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Lo studio ha seguito più di 7.000 soggetti a partire dal 1991 per circa 18 anni: nel corso di questo periodo di tempo si sono verificati 352 attacchi cardiaci all’interno del campione. Ai partecipanti è stato chiesto (su una scala Likert) nel 1991 in che misura ritenessero che lo stress sperimentato nella loro vita potesse influenzare o avere influenzato la loro salute.

Sono stati indagati inoltre altri fattori relativi allo stile di vita, come il fumo, il consumo di alcol, la dieta e livelli di attività fisica, oltre che informazioni mediche, come la pressione arteriosa, il diabete, l’indice di massa corporea.

I dati della National Health Service inglese hanno permesso ai ricercatori di seguire i partecipanti per gli anni successivi  per verificare l’occorrenza di attacchi cardiaci.

Dalle analisi statistiche è emerso che i soggetti che hanno riferito all’inizio dello studio che la loro salute era influenzata in maniera significativa dallo stress hanno avuto più del doppio del rischio di attacco cardiaco rispetto a coloro che percepivano un minore impatto dello stress sulla loro salute.

Questa analisi permette di prendere in considerazione le differenze individuali nella risposta allo stress e in particolare evidenzia l’associazione tra la credenza di quanto lo stress possa impattare sulla salute e il rischio di un attacco cardiaco, al netto di fattori biologici, abitudini non salutari e di altri fattori psicologici.

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Tra i limiti dello studio, oltre alla scarsa rappresentatività del campione (che ha incluso solo dipendenti pubblici e non altre categorie professionali), vi è anche la carenza di ulteriori indagini più fini dal punto di vista psicologico che possano indagare meglio le credenze naives sullo stress così come la presenza di disturbi psicopatologici nei partecipanti.

LEGGI:

 STRESS – CREDENZE – BELIEFS

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

Primary REBT Practicum all’ Albert Ellis Institute: dettagli da non trascurare

 

CRONACHE DA NEW YORK

Albert Ellis InstituteAncora una volta la redazione di State of Mind torna in pellegrinaggio all’Istituto Albert Ellis di New York, dove si insegna il modello della terapia razionale emotiva comportamentale (REBT) di Albert Ellis.

ARTICOLI SU: RATIONAL-EMOTIVE BEHAVIOUR THERAPY (REBT)

A mia volta affronto, come altri nostri colleghi l’anno scorso, il corso primary della REBT e scrivo un resoconto. I docenti sono alcuni storici allievi di Albert Ellis: Kristen Doyle, Windy Dryden e Raymond DiGiuseppe.

Oltre ai principi base della REBT (per cui rimandiamo ad altri contributi vedi Link) Doyle, Dryden e DiGiuseppe affrontano aspetti non trascurabili. Una volta effettuato l’assessment dell’ABC primario e secondario (in linguaggio REBT meglio definito come meta-emotivo) da dove parte l’intervento?

ARTICOLI SU: TECNICA ABC (ELLIS) – ABC SECONDARIO

Esiste una risposta protocollare? Se una parte di terapisti REBT sostiene la partenza indiscussa dal meta-emotivo, il punto di vista di Doyle è più mitigato ponendo molto la questione sulla necessità del paziente suggerendo di chiedere apertamente cosa preferirebbe affrontare per primo. Diversi i casi in cui il meta-emotivo diventa interferente con il lavoro sul primario a diversi livelli, sia in seduta che negli homework.

ARTICOLI SU: IN TERAPIA

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata
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Altro aspetto non trascurabile: il concetto di regolazione dell’esperienza emotiva non si fonda più sulla diminuzione quantitativa dell’intensità delle emozioni negative come prevedeva il modello di Wolpe bensì si riferisce a un cambiamento qualitativo e categoriale dell’emozione: obiettivo della terapia sarebbe dunque – attraverso la strada cognitiva – cambiare l’identità dell’esperienza emotiva, e non soltanto diminuirla, rimpicciolirla, in qualche modo snellirla: da ansia il target diventa preoccupazione e non “meno ansia”, da depressione a tristezza, da colpa a rimorso e cosi via. Inutile dirlo, tranquillità e rilassatezza come obiettivi credibili della terapia non esistono.

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E si arriva all’eleganza della disputa ellissiana ortodossa: disputare i pensieri automatici beckiani -la cosiddetta inelegant solution- viene generalemente scoraggiato, mentre è molto più elegante la disputa ellissiana ortodossa che punta al cuore della credenza irrazionale, cuore cognitivo dell’emozione disfunzionale. Certamente si dovranno fare i conti con quanto il paziente che abbiamo di fronte è in grado di reggere non solo lo scioglimento di queste credenze tacite e implicite ma anche la loro revisione razionalista.

ARTICOLI SU: DISPUTING E RISTRUTTURAZIONE COGNITIVA –  CREDENZE – BELIEFS

Nel frattempo si respira aria di validazione, trasversalmente ai diversi interventi: dall’imprescindibile necessità di una convinta adesione al “sillogismo motivazionale”, ai facili tranelli invalidanti che insorgono nella disputa delle credenze legate alla rabbia, al rischio di invalidazioni quando affrontiamo la catastrofizzazione/terribilizzazione. Tutto sommato anche la scelta di non disputare i pensieri automatici ma “solo” la credenza irrazionale può essere vista come una scelta altamente validante.

DiGiuseppe si diverte e diverte l’audience parlando delle assunzioni filosofiche ed epistemologiche alla base della REBT: dal falsificazionismo di Popper a Thomas Kuhn.

E raccomanda di non trascurare la psicologia sociale che ben conosce e studia i fenomeni di dissonanza cognitiva presupposto per il cambiamento degli atteggiamenti e dei comportamenti.

ARTICOLI SU: PSICOLOGIA SOCIALE

Gran finale di Windy Driden, che tra una self-disclosure e l’altra presenta una nuova e arricchita gamma emotiva tra cui la gelosia e l’invidia disfunzionali.  Ma soprattutto una bella evoluzione è il nuovo ruolo dato all’interno del modello alle conseguenze cognitive che ciascuna esperienza emotiva porta con sé: in altre parole finalmente all’interno del modello si dà uno spazio più che dignitoso all’interdipendenza bidirezionale (già ben conosciuta in psicologia generale) tra emozioni e cognizioni.

Se secondo la REBT le cognizioni causano le emozioni, ora anche le emozioni impattano sui nostri processi cognitivi provocando specifici effetti cognitivi – tipici e distinguibili per ciascuna emozione – che non fanno altro che mantenere l’emozione disfunzionale.   

 

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 RATIONAL-EMOTIVE BEHAVIOUR THERAPY (REBT) – TECNICA ABC (ELLIS) – PSICOTERAPIA COGNITIVA

DISPUTING E RISTRUTTURAZIONE COGNITIVA – CREDENZE – BELIEFS – ABC SECONDARIO

 

 

 

Economia Comportamentale: Come la Psicologia sta influenzando i mercati.

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

 


Markets are indeed susceptible to psychological phenomena. “There’s this tug-of-war between economics and psychology, and in this round, psychology wins,” says Colin Camerer, the Robert Kirby Professor of Behavioral Economics at the California Institute of Technology (Caltech) and the corresponding author of the paper.

Indeed, it is difficult to claim that markets are immune to apparent irrationality in human behavior. “The recent financial crisis really has shaken a lot of people’s faith,” Camerer says. Despite the faith of many that markets would organize allocations of capital in ways that are efficient, he notes, the government still had to bail out banks, and millions of people lost their homes.

 

Caltech | Psychology Influences MarketsConsigliato dalla Redazione

Economists argue that the dominant players in a market, such as the hedge-fund managers who make billions of dollars’ worth of trades, almost always make well-informed and objective decisions. Psychologists, on the other hand, say that markets are not immune from human irrationality. Now, a new anal… (…)

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 


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Il sogno necessario. Nuove teorie e tecniche dell’interpretazione in psicoanalisi – RECENSIONE –

Francesco Capello Ph.D.
University of Kent.

RECENSIONE

Il sogno necessario

Nuove teorie e tecniche dell’interpretazione in psicoanalisi.

di Giuseppe Civitarese

 

Il sogno necessario. Nuove teorie e tecniche di interpretazione psicoanalitica. di Giuseppe CivitareseFin dalle prime pagine il territorio del sogno appare quindi individuato da coordinate assai diverse da quelle del “deposito di detriti” della vita psichica in cui si è trovato a lungo costretto, sia pure in posizione di privilegio (la ben nota “via regia all’inconscio”); i sogni abbandonano infatti il ruolo di prodotti pur utili al lavoro dell’analista ma essenzialmente “di scarto” per assumere sempre più quello di funzione centrale, viva e vitale della mente umana, e perciò anche dell’analisi – di fatto, una funzione necessaria perché una mente possa compiutamente esistere.

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Nel loro secolo abbondante di vita, psicoanalisi e cinema sono stati spesso uniti in una sorta di gemellaggio. Tradizionalmente se ne sono sottolineati la comune età anagrafica, il ruolo ad un tempo sovversivo e propulsivo all’interno della cultura del Novecento e anche alcune immagini-chiave condivise, a partire da quelle cardine (abbondantemente rivisitate e risignificate) di ‘proiezione’ e ‘schermo’.

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Ad apparentarli geneticamente è comunque, risalendo alle radici, il loro essere entrambi a diverso titolo creature della modernità – ossia, non solo di un progresso scientifico e tecnologico straordinariamente rapido, ma anche (soprattutto, forse) del dato grezzo di una radicale frattura di ordine culturale, epistemologico, sociale, politico ed economico.

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Di una frattura storica, insomma – e varrà la pena ricordare che, già per il Bloch dell’Apologia della storia, i dati storici sono per definizione anche psicologici. Fu peraltro, quella del trapasso nell’epoca nuova, una discontinuità tanto marcata che un’intera cultura venne perentoriamente chiamata a darvi significato. Facendo nostra la traccia teorica indicata da Civitarese in questo suo nuovo volume saremmo allora tentati di riconoscere, nella psicoanalisi come nel cinema, due esemplari “sogni del moderno”: e questo perché, fatte salve le diverse specificità, entrambi costituiscono al pari dei sogni non solo una modalità creativa di rappresentazione di un reale potenzialmente critico o minaccioso (sarà un caso che la prima storica proiezione dei Lumière di un treno in corsa seminasse il panico tra gli spettatori?), ma prima ancora il tentativo di creare per esso una cornice di senso precisamente a partire dalla sua “messa in rappresentabilità”.

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È a mio parere soprattutto questa consanguineità nel segno dell’onirico a suggerire a Civitarese il fitto intreccio di film e discorso psicoanalitico che, capitolo dopo capitolo, percorre il libro quasi per intero: un’impressione in certo modo confortata dall’accostamento delle due citazioni in epigrafe – la prima di Simic, che definisce i sogni ‘film della mia vita’, e la seconda di Bion, che del sogno mette in luce la funzione più profonda: non già di censoria copertura bensì di produzione e semmai di scopert(ur)a in fieri del senso.

Cinematerapia & Fondamenti Psicoanalitici. - Immagine: © Yahia LOUKKAL - Fotolia.com
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Fin dalle prime pagine il territorio del sogno appare quindi individuato da coordinate assai diverse da quelle del “deposito di detriti” della vita psichica in cui si è trovato a lungo costretto, sia pure in posizione di privilegio (la ben nota “via regia all’inconscio”); nel tragitto percorso da Civitarese attraverso l’opera di Freud, Klein, Bion, Meltzer, Ogden e Ferro, con incursioni più brevi in quella di John Steiner e Masud Khan, i sogni abbandonano infatti il ruolo di prodotti pur utili al lavoro dell’analista ma essenzialmente “di scarto” per assumere sempre più quello di funzione centrale, viva e vitale della mente umana, e perciò anche dell’analisi – di fatto, una funzione necessaria perché una mente possa compiutamente esistere.

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Questo rovesciamento di prospettiva non va letto, è importante sottolinearlo, come mera presa di distanze dalla posizione freudiana: la sua natura è piuttosto quella di un gesto dialettico generativo.

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Nel portare l’attenzione sulla dialettica, Leitmotiv dichiarato nel capitolo dedicato a Ogden ma più sfumatamente al centro e in atto nell’intero volume, intendo soprattutto sottolineare il particolare vertice che caratterizza l’accostarsi di Civitarese a Freud e in generale all’edificio teorico psicoanalitico: ciò che si incontra nelle sue riletture, così come nelle proposte teoriche originali, non è infatti un’“ablazione” delle figure parentali psicoanalitiche, ma si propone come costruzione rivendicatamente ibrida (sintesi, più che antitesi) in cui anche il paradigma freudiano classico trova il suo posto – non più, però, come cornice unica ed esaustiva, ma come parte di un quadro teorico-clinico più ampio e dai margini costantemente rinegoziati. (Si legga ad esempio, nel quinto capitolo, il contrappunto “freudiano” a un Meltzer percepito a tratti come eccessivamente rigido nella sua critica all’Interpretazione dei sogni).

Al pari del trattamento, dunque, anche la teoria psicoanalitica procede qui nella direzione di un’espansione del senso non necessariamente rettilinea e certamente non teleologica. Ci si trova in sostanza, rispetto agli autori affrontati, in una disposizione dialogica non troppo diversa da quella che Ogden chiama, a proposito dei suoi stessi saggi critici, ‘lettura creativa’.

Per Civitarese, che in questo segue e rilancia sulla lezione di Bion – ma per alcuni aspetti già di Ferenczi – il sogno non va inteso, o almeno non primariamente, come semplice scarica evacuativa della psiche, come appagamento criptato di un desiderio infantile, o ancora come guardiano notturno, oltre che del sonno, di un contenuto ideativo inconscio ben definito per quanto sepolto in recessi della psiche individuabili solo per via indiretta.

Il sognare è invece una funzione mentale attiva (pur se in diversa modalità) anche durante la veglia e per nulla ancillare rispetto al pensiero, del quale costituisce anzi l’indispensabile sostrato. I sogni che continuamente facciamo sono infatti il ponte fondamentale tra il grado zero del puro esistere e della corporeità (bionianamente, di O) e l’ordine del simbolico – e a transitare questo ponte sono le emozioni, che proprio attraverso le diverse tappe della loro elaborazione onirica diventano via via esperibili, fatte proprie, rappresentabili anche a livello cosciente e fertili di pensiero. In altre parole il sogno rimane anche in questo quadro una “via regia” all’inconscio, ma non tanto nella misura in cui fornisce indizi riguardanti precisi desideri rimossi, quanto per la sua maggiore prossimità (rispetto al modus logico-razionale e astratto del pensiero) al nucleo corporeo ed emotivo della realtà del soggetto nell’hic et nunc (anche, ma non solo, della relazione analitica). Detta ancora altrimenti: la funzione-sogno, creando attraverso la continua elaborazione del flusso delle emozioni una giuntura tra il corpo e la mente, è di fatto una via regia alla realtà – definita quest’ultima da Civitarese come la porzione del nudo reale che ciascuno di noi riesce a fingere: il mondo in cui ciascuno di noi sente di vivere, insomma.

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Della teoria bioniana del sogno che costituice il pilastro portante del volume Civitarese non si limita a offrire un’esposizione aggiornata fino ai più recenti sviluppi di Ogden e Ferro, ma procede a esplorare le implicazioni in sede tecnica e a livello di concettualizzazione della psicopatologia. Rispetto al ruolo e alla funzione dell’interpretazione, ad esempio, il vertice si sposta decisamente (per seguire l’efficace formulazione della quarta di copertina) da un lavoro sui sogni a un lavoro con i sogni – ciò che significa, per l’analista che porge un’interpretazione al paziente, soprassedere rispetto all’idea (dal doppiofondo narcisistico e autorassicurante) di potergli fornire pronta all’uso la chiave di lettura univoca del significato inconscio dei sogni portati in seduta o di qualsiasi altra sua comunicazione, mirando piuttosto a metterlo in contatto momento per momento con la realtà emotiva incarnata nel suo sognare nella misura in cui egli è in grado di divenirlo in quel preciso frangente. La scintilla del senso scocca infatti non da un disvelamento ex cathedra di contenuti segreti, bensì dal contatto tra la mente e le emozioni che il lavoro analitico tende a favorire attraverso una “sintonizzazione” creata in prima istanza nel campo della relazione analista-paziente (e modulata soprattutto dall’analista), e poi sperabilmente introiettata nel tempo dal paziente come funzione autonoma della propria mente. In altre parole, il lavoro interpretativo non si propone in questo quadro di offrire al paziente il “pesce” del significato, ma di costruire o potenziare a partire dal materiale (insieme narrativo ed emotivo) da lui messo a disposizione la “canna da pesca” con cui potrà prendersi cura da sé della sua fame di senso – e andrà segnalato che, in quest’ottica di co-costruzione radicalmente intersoggettiva, tanto la fattura della canna quanto gli eventuali “trucchi del mestiere” per usarla saranno inevitabilmente legati anche alla persona e allo stile dell’analista: al modo peculiare in cui egli per primo accede alla corporeità e alle emozioni proprie così come a quelle che prendono vita all’interno del campo. Naturale corollario di quanto appena detto è che, nella stanza di analisi ma già al principio della vita e durante l’accudimento, la nascita o la crescita di una mente sono possibili solo a patto che un’altra mente, già in grado di sognare e pensare, si metta a disposizione della prima: ciò che fa della vita psichica una realtà ontologicamente sociale.

È questo un postulato centrale su cui Civitarese torna a più riprese e da molteplici punti di vista: da un lato chiamando il pensiero dei suoi autori a interagire con questa specifica angolatura teorica (particolarmente interessanti le osservazioni sulla Klein, qui presentata come anello di congiunzione tra il modello unipersonale e quello intersoggettivo), dall’altro mostrando le implicazioni filosofiche del problema dell’ontogenesi umana risalendo fino a Hegel e alla rivisitazione fattane da Kojève, il cui splendido aforisma citato nel capitolo su Ogden si presta a riassumere uno dei cardini di questo libro produttivamente multifocale e più in generale di molta psicoanalisi contemporanea: ‘occorre essere almeno in due per essere umano’.

LEGGI ANCHE:

CRITICA PSICOANALITICA – PSICOANALISI – RIMOZIONE

INCONSCIO – SOGNI – SIGMUND FREUD

 

LEGGI ANCHE: Il Sogno Necessario – Di Giuseppe Civitarese – Recensione di Giovanni Maria Ruggiero

 

BIBLIOGRAFIA:

 

L’AUTORE:  Dr. Francesco Capello. Lecturer in Italian, University of Kent   – Torna all’inizio dell’articolo

Il rapporto cani-proprietari un pò come quello genitori-figli?

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Gli scienziati dell’ University of Veterinary Medicine di Vienna hanno studiato il legame tra i cani domestici e i loro proprietari e hanno trovato similitudini con il rapporto genitore-figlio negli esseri umani.

Gli esseri umani hanno un bisogno innato di stabilire rapporti stretti tra di loro, cosi come molti animali anche hanno la necessità evolutiva di relazioni con conspecifici. Per gli animali domestici la situazione è ancora più complessa poichè possono entrare relazione non solo con i conspecifici, ma anche con gli esseri umani.

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Gli scienziati dell’ University of Veterinary Medicine di Vienna hanno studiato il legame tra i cani domestici ei loro proprietari e hanno trovato similitudini con il rapporto genitore-figlio negli esseri umani.

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Gli animali domestici sono così ben adattati a vivere con gli esseri umani, che in molti casi il proprietario sostituisce i conspecifici e assume il ruolo di principale partner sociale dell’animale domestico. Un aspetto del legame tra gli esseri umani e cani è il cosiddetto “effetto base sicura”: i neonati umani usano i loro caregivers come base sicura dal momento che si trovano ad interagire con l’ambiente.

Analizzando  il comportamento dei cani e dei loro proprietari, i ricercatori hanno esaminato le reazioni dei cani mentre erano in una situazione in cui avevano la possibilità di guadagnarsi del cibo giocando con alcuni giocattoli interattivi; nello specifico gli animali sono stati assegnati a tre condizioni diverse “proprietario assente”, “proprietario silenzioso” e ” proprietario incoraggiante”.

Dai dati osservazionali è emerso che i cani sembravano impegnarsi molto meno nel gioco per ottenere cibo se i loro proprietari erano assenti rispetto a quando il partner umano era presente (con trascurabili differenze nella condizione di incoraggiamento o silenziosità).

LEGGI ANCHE ARTICOLI SU: ATTACCAMENTO 

Gli stessi risultati per cui i cani sembravano più motivati a lavorare per ottenere una ricompensa materiale in presenza del loro amico umano si sono replicati in un esperimento successivo in cui i ricercatori hanno sostituito il proprietario con una persona sconosciuta durante il compito sperimentale.

Questo parallelismo tra l’effetto base sicura tra i rapporti umani e il rapporto cane-uomo sarà ulteriormente studiato in successivi studi comparativi diretti sui cani e bambini e loro caregivers.

LEGGI:

RAPPORTI INTERPERSONALI – GENITORIALITA’ – ATTACCAMENTO  – MONDO ANIMALE

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

 

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