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Il figlicidio materno: caratteristiche e fattori di rischio

Maura Crivellenti – OPEN SCHOOL – Studi Cognitivi Milano

L’essere madre porta con sé, accanto alla gioia, molte angosce, paure, difficoltà, rabbia, insofferenza, che le donne da sole non sempre possono affrontare, soprattutto quando questi sentimenti diventano insormontabili, arrivando a travolgerle. Perché queste donne sono spesso lasciate sole nelle loro paure, nonostante siano nella maggior parte dei casi circondate da familiari o da mariti, che pur essendoci in realtà non sono presenti affettivamente.

È il 24 Giugno del 2002 quando Simona decide di portare i suoi due bambini al laghetto, Davide di ventuno giorni e Matteo di quattro anni. Mentre passeggia coi bambini Simona pensa: Io a casa non ci torno…io in quella situazione non ci torno, perché dirà poi Sarei rimasta ancora sola…mio marito non poteva capire niente dei miei desideri. Fa caldo e chiede al più grande se vuole rinfrescarsi un po’. La mamma lo aiuta ad entrare in acqua, poi entra lei con Davide. Il più piccino scivola dalle sue braccia e Simona non fa nulla per trattenerlo. Anche Matteo va a fondo, riemergendo poco dopo privo di sensi. Simona si mette sulla schiena e fa il morto nell’acqua. Mi sono sentita andare via (Pannitteri, 2006).

Nessun crimine come l’omicidio di un figlio da parte della propria madre ci lascia così inermi. Di fronte a fatti come questi la domanda che nasce spontanea in ognuno di noi è: Come può una madre riuscire ad uccidere un figlio? Quali sono i motivi che la spingono a compiere questo orribile gesto?. La risposta che tranquillizza la società di fronte a certi casi è senza dubbio quella di attribuire alle madri una patologia mentale, giustificando il gesto come pazzia, perché non è normale che una madre abbia il desiderio di uccidere il proprio bambino. Attribuire questo gesto alla follia ha uno scopo rassicurante, sia perché funge da spiegazione, sia perché allontana da noi l’ipotesi di poterlo commettere in quanto soggetti sani.

Come scrive McKee (2006), questi fatti evocano nella memoria la nostra infanzia, quando avevamo paura della rabbia dei nostri genitori, domandandoci oggi se le nostre madri possono aver avuto l’intenzione o il solo pensiero di ucciderci in quei momenti, di farci del male o d’abbandonarci; per i genitori, rievocano invece episodi della vita in cui si sono sentiti così arrabbiati nei confronti dei figli tanto che la loro reazione è andata oltre i limiti consueti, accettati, spaventati dalla capacità di tale violenza, mai conosciuta prima.

Nel profondo della mente di padri e madri si insinua un pensiero pericoloso e segreto che riguarda la paura che possano anche loro, prima o poi, commettere un atto impulsivo nei confronti del proprio bambino. A volte, però, la patologia non sta solamente nella persona, ma anche nell’ambiente familiare e nelle sue dinamiche. Lo psichiatra americano First e altri suoi collaboratori (Peccarisi, 2004) hanno parlato di sindrome chiamata Disturbo Relazionale (Relational Disorder), nella quale non è considerato malato il singolo individuo, ma un gruppo di soggetti e la relazione che intercorre tra loro. Può quindi accadere che un soggetto con tale disturbo se osservato da solo non riveli nulla di patologico. È il modo con cui alcune persone interagiscono all’interno di specifiche relazioni che può risultare disturbato, con modalità del tutto simili a quelle che caratterizzano la malattia mentale.

La maternità è un periodo spesso idealizzato, dove il male deve essere allontanato. La collettività dipinge, infatti, il periodo della gestazione, del parto e dei primi periodi di vita del neonato come un periodo idilliaco, come un momento che deve appartenere a tutte le donne, un desiderio innato che non si apprende. Ma si può davvero parlare di istinto materno? In realtà, sarebbe meglio parlare di sentimento materno, in quanto culturalmente e non biologicamente determinato (Merzagora, 2003). Così come tutti i momenti della propria vita, la maternità si caratterizza per la compresenza di spinte aggressive e spinte libidiche, se vogliamo parlare coi termini di Freud. È il giusto equilibrio tra queste due spinte emotive a renderci sani. L’essere madre porta con sé, accanto alla gioia, molte angosce, paure, difficoltà, rabbia, insofferenza, che le donne da sole non sempre possono affrontare, soprattutto quando questi sentimenti diventano insormontabili, arrivando a travolgerle. Perché queste donne sono spesso lasciate sole nelle loro paure, nonostante siano nella maggior parte dei casi circondate da familiari o da mariti, che pur essendoci in realtà non sono presenti affettivamente, che ignorano e minimizzano quanto la neo mamma sta attraversando.

I cosiddetti momenti bui, come spesso sono definiti nei racconti successivi al fatto dalle mamme che hanno commesso figlicidio, arrivano senza che nessuno se ne accorga. I sentimenti negativi non possono essere espressi o comunicati perché diventare madre deve essere bellissimo.

Il figlicidio: una definizione e classificazione

Comunemente si tende ad associare il figlicidio materno ad una patologia mentale (tenendolo ben differenziato dal figlicidio commesso dai padri, perché assume caratteristiche differenti). Eppure, il figlicidio non è solo un atto di natura patologica, non sempre deriva da una mano dominata da allucinazioni e deliri psicotici e la nostra società non è nuova a queste vicende. Basta ripercorrere brevemente la storia dell’umanità per rendersene conto.

 L’infanticidio o l’esposizione prolungata dei neonati al freddo (inteso come abbandono) erano metodi comunemente utilizzati ed accettati nella Roma e nella Grecia antica. Al pater familias era lasciato pieno diritto di decisione sulla vita o la morte di ogni figlio che nasceva. Le deformazioni, in particolare, erano considerate un peccato e quando un bambino nasceva sfortunato la sua vita era subito troncata. È solo nel 374 d.C. che la legge Romana decreta che l’uccisione di un infante è considerato omicidio (Palermo, 2002). Gli omicidi dei più piccoli però continuarono, perché nel 400 d.C. ancora si credeva che i bambini che non smettevano di piangere fossero posseduti dal demonio, possibile causa scatenante ancora oggi dell’atto omicida (Palermo, 2002). L’infanticidio, quindi, è stato utilizzato spesso come strumento di controllo demografico, dove anche i fattori culturali hanno un grande peso. Basti pensare che nell’infanticidio il sesso del nascituro è importante, soprattutto in determinate culture, come ad esempio la Cina o l’India.

Una definizione dei termini usati dalla letteratura è di fondamentale importanza per essere consapevoli di cosa intendiamo con la parola figlicidio, rispetto alla parola neonaticidio e infanticidio. Il diritto distingue solamente tra infanticidio e omicidio. Si parla di infanticidio, secondo l’articolo 578 c.p., quando l’uccisione del feto avviene durante o dopo il parto, in condizioni di abbandono materiale e morale. Al contrario si parla di omicidio, in particolare nell’articolo 575 c.p., quando un genitore, non necessariamente la madre, uccide il figlio che può essere anche un neonato, ma senza le condizioni previste nell’articolo precedentemente citato, che spesso risultano di difficile individuazione. In questo contesto è possibile applicare inoltre le aggravanti del caso (Bramante, 2005).

La criminologia, rispetto alla giurisprudenza, fa una distinzione sulla base dell’età della vittima. L’uccisione entro le 24 h dalla nascita è chiamata neonaticidio, l’infanticidio va dal primo giorno di vita al compimento del primo anno di età ed infine il termine figlicidio si utilizza per i bambini uccisi dal primo anno di vita in poi. Anche Resnick (1969), uno tra i più importanti studiosi dell’argomento, preferisce distinguere il neonaticidio dal figlicidio propriamente detto, termine che egli utilizza dalle 24 h di vita in poi (Bramante, 2005). Il motivo di questa distinzione sta proprio alla base della motivazione che porta a commettere il neonaticidio rispetto al figlicidio. Nel primo caso la principale motivazione è quella di impedire l’inizio della vita del feto, per lo più non voluto, e l’istaurarsi quindi di un legame affettivo. Nel secondo caso, invece, il rapporto è già iniziato e le motivazioni possono essere di gran lunga più numerose. Questa prima definizione criminologica sull’età funge anche come prima classificazione, ma presenta diverse limitazioni. Infatti una suddivisione che si basa solo sull’età della vittima, non permette di individuare gli eventuali fattori di rischio e di attuare strategie preventive (McKee, 2006).

La prima importante revisione della letteratura sul figlicidio è stata fatta dallo psichiatra Philip Resnick nel 1969, il quale trovò 155 riferimenti pubblicati dal 1751 al 1967. Egli sviluppò una classificazione del figlicidio basandosi sulle maggiori motivazioni che possono sottostare all’agito materno, suddividendole in cinque categorie:

  • Figlicidio altruistico, nel tentativo di alleviare una sofferenza immaginata o reale al bambino o nel desiderio di evitare una sofferenza futura.
  • Figlicidio psicotico, comprende quelle madri che uccidono sotto l’influenza di un chiaro e grave disturbo psicopatologico, come una schizofrenia o una psicosi post-partum.
  • Figlicidio del bambino non voluto, quando la madre non lo ha desiderato e il legame non si è mai istaurato.
  • Figlicidio accidentale, è una morte non intenzionale causata dalla negligenza della madre o da un abuso fisico per un’eccessiva punizione.
  • Figlicidio come vendetta verso il coniuge, quando l’impulso omicida è diretto verso il bambino nel tentativo di provocare una sofferenza nel proprio partner, come rivendicazione.

Dalla prima classificazione di Resnick ne sono susseguite molte altre. In tutte queste classificazioni non si notano grandi differenze, cambiano le denominazioni delle categorie ma le definizioni sono per lo più molto simili.

Un’importante innovazione nella stesura di un modello di spiegazione del figlicidio è stato effettuato da Ania Wilczynski, nel 1997. L’autrice decide di proporre una classificazione sulla base di motivi primari e secondari, perché spesso le ragioni che spingono il genitore a questo crimine possono essere ricondotte a diverse categorie. Il motivo primario è quello dominante, ragione o causa del figlicidio; il motivo secondario è una ragione con meno importanza nella spiegazione del figlicidio. Per esempio, una madre che sente delle voci allucinatorie che la esortano a punire il figlio, il quale muore a causa delle eccessive percosse, ha come motivo primario senza dubbio la psicosi mentre come motivo secondario la disciplina. Ovviamente se la psicosi è tenuta sotto controllo con i farmaci le due motivazioni saranno invertite: primaria sarà la disciplina, secondaria sarà la psicosi (McKee, 2006).

Nel 2006 un’ulteriore classificazione è stata presentata da McKee, il quale ha condotto lunghe interviste a madri, adolescenti e adulte, accusate di aver ucciso il proprio figlio. La classificazione elaborata da McKee presenta queste categorie: Madri Distaccate; Madri Abusive/Negligenti; Madri Psicotiche/Depresse; Madri Vendicative; Madri Psicopatiche.

Il figlicidio e le sue caratteristiche

Resnick (1969) ha definito il figlicidio propriamente detto come l’atto omicida attuato dalla madre nei confronti del figlio dal primo giorno di vita in poi. Diversamente dal neonaticidio, la madre che commette figlicidio ha già istaurato, più o meno profondamente, un rapporto con il bambino e di conseguenza anche le motivazioni sottostanti sono differenti. Resnick è dell’opinione che il rischio per un bambino di essere ucciso dai propri genitori diminuisce con l’aumentare della sua età. In altre parole, il bambino è più vulnerabile quando il rapporto madre-figlio non ha ancora raggiunto un legame solido e un solido attaccamento materno. Il figlicidio può essere suddiviso in una serie di tipologie non solo motivazionali, ma anche situazionali in un continnum che va dall’assenza di patologia fino alla patologia più grave (Merzagora, 2003).

La porzione più piccola nei campioni riportati nella letteratura è rappresentata dalla Sindrome o Complesso di Medea, dove l’omicidio del figlio è compiuto per vendetta, e richiama il mito greco di Medea. Il fattore scatenante è la conflittualità con il marito. In altre parole, il bambino è utilizzato come un vero e proprio strumento, al fine di creare sofferenza o di attirare l’attenzione di chi è il vero oggetto di ostilità, spesso acuita prima dell’atto omicida da un ulteriore lite con il marito (Merzagora, 2003).

Un altro tipo di figlicidio riguarda quello accidentale, in cui non vi è l’intento di uccidere, ma è l’atto estremo come risultante dell’evoluzione della Sindrome del Bambino Maltrattato, la Batter Child Sindrome, un comportamento impulsivo spesso in risposta al pianto, alle urla o all’applicazione della disciplina. La categoria del figlicidio accidentale è la più grande o la seconda più grande nei campioni studiati in letteratura insieme ad un’altra tipologia di figlicidio caratterizzata da una patologia psichiatrica (McKee, 2006). Le madri che commettono un figlicidio di tipo accidentale hanno spesso un disturbo di personalità, una modesta intelligenza, irritabilità e un’incapacità a mantenere un lavoro stabile (Merzagora, 2003). Sono anche donne che provengono da famiglie numerose e/o che a loro volta sono state più probabilmente vittime di maltrattamenti nella loro infanzia. Queste esperienze possono condurre all’incapacità di sviluppare un sicuro legame di attaccamento nei confronti dei propri figli, fino a portarle nei casi estremi a commettere l’omicidio. Arshad e Anasseril (1984) hanno affermato che esiste una sostanziale differenza tra le madri figlicide e quelle abusanti. Le prime infatti, soffrono di un grave disturbo psichiatrico al momento dell’atto e hanno avuto più frequentemente in passato una malattia mentale, facendo rientrare i figli nei propri deliri. Raramente, inoltre, hanno abusato del figlio prima di ucciderlo e loro stesse hanno meno probabilmente una storia di abuso alle spalle. Al contrario, le madri abusanti hanno una significativa assenza di un disturbo mentale sia al momento della valutazione, sia nel loro passato. Sono spesso però già segnalate ai servizi, sia nel presente come madri abusanti, sia nel passato come vittime di abuso da parte dei propri genitori.

Tra i casi di maltrattamento velato troviamo la Sindrome di Munchausen per Procura, in cui la madre inventa sintomi o segni che il bambino non ha o che lei stessa gli procura somministrandogli farmaci ad esempio, esponendolo di conseguenza ad una serie di accertamenti od operazioni, più o meno invasive, fino a procurargli la morte nei casi estremi (Bramante, 2005). Il comportamento adottato da queste madri è amichevole, collaborante e cordiali e difficilmente portano i medici a pensare di trovarsi di fronte ad una madre maltrattante. Il padre in questi casi è una figura piuttosto debole, ai margini della scena, assente sia fisicamente che emotivamente (Bramante, 2005). La letteratura (Rosen et al. 1984; Bools et al. 1993; Merzagora, 2003) sembra essere concorde nel negare una grave patologia mentale in queste madri, più spesso portatrici di un disturbo di personalità (Borderline, Istrionico, Paranoide) come accade per le altre mamme maltrattanti. Nell’anamnesi si possono poi ritrovare condotte autolesive, utilizzo di sostanze, abusi o maltrattamenti.

Il profilo della madre che commette figlicidio è stato più volte elaborato. L’età media individuata nei studi va dai 25 anni ai 30. Una buona parte presenta un basso quoziente intellettivo, influenzato probabilmente anche dal livello di istruzione più basso. Per quanto riguarda lo stato coniugale la maggioranza di queste donne sono sposate o con una relazione al momento della morte del figlio, ma vivono in una situazione socioeconomica caratterizzata da difficoltà finanziarie. Nella loro infanzia è frequente trovare una storia di abuso, ma è stata rilevata un’alta prevalenza di violenza domestica anche al momento dell’omicidio. Queste madri presentano una percentuale decisamente maggiore di disturbi psichiatrici, sia nell’anamnesi personale che familiare.

Nell’anamnesi familiare non è infrequente trovare una malattia mentale in uno o più familiari della madre, mentre rispetto all’anamnesi personale la letteratura è concorde nel riportare una precedente storia di malattia mentale e di trattamento; infatti, la maggior parte di queste madri era stata antecedentemente ospedalizzata o aveva ricevuto cure psichiatriche in concomitanza al periodo in cui era stato ucciso il bambino. Grande attenzione è stata rivolta alla diagnosi clinica, i disturbi mentali infatti sono individuati in molte review della letteratura. Nonostante le differenze i disturbi più frequenti sono senza dubbio quelli psicotici e quelli dell’umore, oltre a disturbi dell’adattamento, abuso o dipendenza da sostanze e ai disturbi di personalità.

La prevenzione e i fattori di rischio

La prevenzione in casi drammatici come il figlicidio materno riveste un ruolo fondamentale. Cercare di anticipare i comportamenti omicidi o semplicemente gli stati di sofferenza a cui una madre può andare incontro durante la maternità potrebbe salvare la vita di un bambino. Per poter fare prevenzione è necessario sapere innanzi tutto quale comportamento vogliamo evitare e quali sono i segnali premonitori, cioè i fattori di rischio. La letteratura riporta diversi studi in cui si è cercato di fornire un quadro degli aspetti che fanno rientrare una madre in una condizione di rischio e che dovrebbe destare attenzione e allarme sia nella società che nei servizi di salute mentale. I fattori di rischio sono caratteristiche, condizioni, segnali e circostanze ambientali associate a un’elevata probabilità che si manifesti un determinato target. La fonte del rischio può essere individuale, come le caratteristiche demografiche della madre, familiare, cioè legata alle caratteristiche o alle interazioni tra i membri della propria famiglia d’origine, e infine situazionale, associata alle circostanze immediate al fatto. Ovviamente esistono anche dei fattori protettivi, cioè un qualsiasi fattore di rischio mancante, un suo opposto oppure un giusto mezzo tra due estremi di un aspetto.

 Una recente matrice dei fattori di rischio è stata elaborata da McKee, organizzata secondo due dimensioni: il dominio (individuale, familiare, situazionale) e le fasi della maternità (pre-natale, perinatale, primo post-partum, tardo post-partum e tarda infanzia). Sicuramente il figlicidio materno è un evento multifattoriale, cioè è determinato da diverse cause, che potremmo chiamare concause, perché un singolo fattore di rischio non comporta necessariamente un atto omicida verso il figlio: solo la presenza congiunta di diversi fattori rende possibile il suo verificarsi. Inoltre, non possiamo considerare i fattori indipendenti tra loro. Più probabilmente i diversi aspetti si intrecciano e si influenzano l’un l’altro, aumentando la complessità del fenomeno. Il figlicidio materno quindi è un fenomeno composito, caratterizzato da un gruppo di madri molto eterogenee tra loro. È possibile che gruppi di madri figlicide che rientrano in categorie differenti (ad es. figlicidio accidentale e figlicidio con patologia psichiatrica) possano avere fattori di rischio molto differenti.

Tra i fattori di rischio individuali che la letteratura riporta troviamo:

  • età della madre inferiore a 16 anni o superiore a 35 anni
  • profilo intellettivo basso o ritardo mentale
  • livello istruzione basso
  • livello socioeconomico basso, impiego con ridotto profitto o non stabile
  • stato medico della madre (malattia terminale, utilizzo di sostanze)
  • diagnosi di depressione, psicosi, abuso o dipendenza da sostanze psicoattive, disturbo di personalità (Paranoide, Antisociale, Narcisistico e Borderline).
  • presenza di un trauma infantile (abuso fisico o sessuale o negligenza, perdita della madre, divorzio dei genitori o violenza domestica)
  • attitudine materna verso il nascituro (ad esempio gravidanza indesiderata).

Tra i fattori di rischio familiari troviamo:

  • madre poco supportava dal punto di vista materiale ed emotivo, che soffre di malattia mentale o abusa di sostanze illegali
  • presenza di un padre abusante o abusa di sostanze illegali o che soffre di malattia mentale
  • instabilità familiare caratterizzata da separazioni, divorzio, violenza, difficoltà finanziarie o trasferimento.

Tra i fattori di rischio situazionali troviamo:

  • assenza del partner oppure presenza di un partner abusante e coercitivo; bassa soddisfazione e adattamento coniugale
  • condizioni di povertà o dipendenza dall’assistenza sociale
  • più figli da accudire da sola e avere gravidanze ravvicinate nel tempo perché a sua volta aumenta il rischio di depressione post partum
  • bambino con temperamento difficile.

Il maggior rischio per il figlicidio, secondo la letteratura, si ha durante il primo anno di vita del bambino, perciò diventa importante riconoscere i sintomi dei disturbi tipici del post-partum, come la depressione o la psicosi ma anche l’abuso di sostanze, meno tipico ma allo stesso modo molto pericoloso per la possibilità di slatentizzare un disturbo psichiatrico. Quindi diventa necessaria una preparazione anche rispetto ai fattori di rischio dei disturbi puerperali (Craig, 2004).

Gli studi hanno dimostrato che l’aver presentato una depressione precedente al parto è un rischio per lo sviluppo di una depressione post-partum nel periodo del puerperio. Alcune ricerche hanno evidenziato la presenza o l’assenza di pregressi stati psicopatologici al parto e il ruolo del contesto familiare e sociale (Verkerk et al. 2005). Infatti, il funzionamento sociale, insieme alla gravità dei pregressi stati depressivi e al livello di accudimento ricevuto dai genitori durante l’infanzia, sono dei fattori altamente predittivi dell’evoluzione dei disturbi puerperali (King et al. 1997).

Friedman e colleghi (2005) hanno riportato che uno tra i diversi fattori di rischio per i casi di figlicidio-suicidio, in cui la madre oltre a uccidere il figlio si suicida, era un precedente contatto con i servizi di salute mentale, così come i precedenti tentativi di suicidio, confermato anche da studi più recenti (Lysell, 2014). Inoltre, è stato evidenziato che dopo la nascita del primo figlio una condizione depressiva stabile è influenzata dall’abuso di sostanze e da tratti borderline o antisociali di personalità (Lewinsohn et al. 2000).

Grande attenzione è stata data quindi ai disturbi psichiatrici nella ricerca rivolta a individuare i fattori di rischio per il figlicidio. Gli autori tendono a precisare però che sebbene i disturbi psichiatrici siano un fattore di rischio per il figlicidio, la maggioranza delle donne malate non uccide o aggredisce il proprio bambino e alcune delle donne che compiono figlicidio non hanno nessun disturbo (Craig, 2004).

Oltre alla patologia mentale, sono stati citati in letteratura anche altri importanti fattori di rischio, come ad esempio l’eccessiva dipendenza dagli altri e i conflitti presenti all’interno del nucleo familiare. I fattori di rischio per il figlicidio, rispetto a quelli del neonaticidio, offrono maggiori possibilità di prevenzione, attraverso non solo la clinica prenatale, ma anche con follow-up nel post-partum che permettono di seguire i casi ad alto rischio. Diversi interventi sono possibili quando dopo il parto si manifestano sintomi d’ansia e dell’umore.

Sicuramente si può attivare un intervento educativo rivolte alle madri nel tentativo di fornire loro informazioni sulla genitorialità, sulle cure e lo sviluppo del bambino. Si può agire anche all’interno di un supporto empatico o con terapie cognitivo-comportamentali indirizzate sia alle madri che alle coppie di genitori. Ancora ci sono terapie di gruppo pre e post-natali, che aiutano le madri a trovare rassicurazioni nella condivisione delle stesse difficoltà con altre donne, oltre che visite domiciliari, che nei casi di negligenza e di abuso hanno avuto in particolare un grande successo (Olds et al. 1997). Diversi autori hanno esteso questo approccio a tutto il campione di madri figlicide, mentre Overpeck e colleghi (1998) hanno proposto un cross-training per i professionisti della salute per permettergli di individuare la violenza domestica. Ancora molto c’è da fare in questo ambito, perché non bastano solo nuove ricerche che possano ulteriormente confermare i fattori che portano a considerare un caso ad alto rischio, ma è necessaria anche una adeguata formazione professionale per coloro che sono più a diretto contatto con le madri, dai pediatri ai medici di base, così che possano essere messi nella condizione di inviare casi allarmanti a servizi specializzati, in una prospettiva di intervento di rete.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Valutazione del rischio di recidiva nei casi di violenza domestica. Come prevenire?

BIBLIOGRAFIA:

Philip Zimbardo: My journey from evil to heroism – Report Pt. 2

Nel 1971 il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Standford creò una prigione simulata reclutando 24 studenti per impersonare guardie e carcerati. I risultati dell’esperimento condotto da Philip Zimbardo scioccarono il mondo intero.

L’esperimento, da cui è stato fedelmente tratto il film di cui vi abbiamo mostrato il trailer, aveva inizialmente lo scopo di studiare l’influenza dell’autorità sul comportamento umano e sarebbe dovuto durare due settimane. Fu interrotto dopo soli 6 giorni perché gli studenti, persone “normali” (cioè senza alcun tratto psicopatologico) che erano stati assegnati random al ruolo di carcerati o guardie, si erano talmente calati nella parte da dar vita ad uno scenario a dir poco agghiacciante.

Leggendo i primi capitoli del libro “L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?” di Zimbardo, in cui viene descritto giorno per giorno l’esperimento, si viene invasi da un profondo senso di frustrazione, impotenza e claustrofobia. Le guardie pian piano cominciano ad esercitare sempre di più il loro potere e ad umiliare, anche gratuitamente, i detenuti, che vengono privati del cibo, denudati, derisi, costretti ad estenuanti ed inutili esercizi fisici, sottoposti a vessazioni di carattere sessuale e a violenza psicologica.

Dall’altra parte i carcerati sono talmente influenzati dal loro ruolo, appunto, di carcerati dall’assumere ben presto un atteggiamento remissivo, rassegnato, impotente. 5 di loro furono forzati ad abbandonare l’esperimento, il primo dei quali dopo sole 36 ore, a causa di gravi crolli psicologico-emotivi. Ciò che più colpisce è che sebbene l’esperimento fosse diventato un inferno, nessuno di loro si appellò alla clausola che gli avrebbe permesso di andarsene in qualsiasi momento. Sebbene nessuno li costringesse a restare lì, non erano più studenti che stavano partecipando ad un esperimento, ma si sentivano e si comportavano come veri carcerati.

Lo studio di Zimbardo dimostrò come il contesto può influenzare in maniera rilevante il comportamento delle persone: un ambiente che favorisce la deumanizzazione, l’esercizio di potere e controllo, la diffusione della responsabilità, la pressione del gruppo, il disimpegno morale, l’anonimato (es. indossare occhiali a specchio), la deindividualizzazione dell’altro (assegnare un numero al posto del nome) può trasformare una brava persona in una cattiva persona.

Ciò non significa, però, giustificare gli atti dell’individuo, bensì riconoscere il contributo che ambiente e sistema possono offrire.
Non tutti, infatti, si comportano in maniera cattiva in determinate situazioni. Quali fattori possono spingere, pertanto, una persona a commettere buone azioni, a comportarsi da eroe? Purtroppo, afferma Zimbardo, non lo sappiamo perché le ricerche in merito sono molto scarse. Per questo motivo Zimbardo ha fondato un’associazione che si pone come obbiettivo quello di insegnare nelle scuole, attraverso programmi psicoeducativi basati sulla ricerca, ad essere degli EROI NEL QUOTIDIANO, insegnando a riconoscere e a lavorare su quei fattori che possono indurre una persona a comportarsi male. Perché oggi più che di supereroi abbiamo bisogno di eroi nella vita di tutti i giorni, perché anche non fare nulla di fronte al male è comunque una forma di male ed è tempo di trasformare la compassione in azione per creare un futuro in cui il male sia sempre meno presente.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Philip Zimbardo: lectio magistralis presso la Sigmund Freud University di Milano, 11 Luglio 2015

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Zimbardo P.G. (2008). L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? Raffaello Cortina Editore: Milano.

Trust (2010): l’adescamento online di minori – Cinema & Psicologia

Scritto e diretto dall’attore David Schwimmer, “Trust” è un film drammatico che racconta una delle piaghe sociali attuali più dolorose: l’adescamento on line di minori.

Il film si apre con la festa di compleanno della protagonista, Annie, un’adolescente quattordicenne che sta per iniziare il primo anno di scuole superiori. Chattando la ragazza conosce un sedicente adolescente, Charlie, con il quale sembra condividere non solo la passione per la pallavolo, ma anche i primi turbamenti e le prime curiosità sessuali. La conoscenza virtuale prosegue, i due diventano sempre più intimi e Charlie inizia a svelare la sua reale identità dichiarandosi prima ventenne e poi venticinquenne. Quando Annie decide di incontrarlo di persona, in occasione di una temporanea assenza dei genitori, è costretta a constatare con sconcerto che si tratta invece di un trentacinquenne il quale non esita, con fare manipolatorio, a portarla ad avere un rapporto sessuale con lui. Da quel momento in poi le sue tracce reali e virtuali si dileguano e, a seguito della segnalazione del reato da parte di un’amica di Annie, inizia un lungo calvario che coinvolge la vittima e la sua famiglia e i servizi sociali.

Se nella prima parte del film, dunque, lo sguardo si sofferma a osservare la subdola dinamica dell’adescamento on line della minore nelle sue varie fasi (primo contatto, instaurazione di un rapporto di fiducia, seduzione esplicita, incontro reale), nella seconda seguono parallelamente le diverse reazioni dei personaggi e la loro evoluzione nel corso della vicenda: il faticoso percorso di elaborazione del trauma da parte della ragazza che, se inizialmente non riesce a vedere lucidamente l’evento, si rende gradualmente conto, anche grazie ad un sostegno psicologico, di essere una delle tante vittime di un adescatore seriale; l’incapacità del padre di accettare l’esperienza traumatica della figlia con la conseguente difficoltà nel sostenerla emotivamente come risulta evidente dall’impegno attivo focalizzato sulla ricerca del delinquente.

Ed è proprio la fiducia (“Trust”) la chiave di lettura di questa pellicola. Fiducia che il molestatore si conquista abilmente ad ogni chat condividendo i vissuti di insicurezza della giovane, divenendo per lei un importante punto di riferimento; fiducia che ingenuamente l’adolescente rinnova allo sconosciuto nonostante le reiterate menzogne sulla sua reale età e fiducia dei genitori nella figlia che non permette loro di cogliere il suo disorientamento adolescenziale prima, e le prime avvisaglie di malessere dopo.

Nell’età adolescenziale l’agile dimestichezza nella navigazione in rete, spesso non compensata da una completa maturità cognitiva ed emotiva, aumenta il rischio di ricerca di relazioni virtuali con sconosciuti che possano facilmente soddisfare il crescente bisogno di intimità e il fisiologico interesse per l’area sessuale.
Parlare dell’adescamento on line, anche tramite la visione condivisa di un film, può costituire un primo passo nel favorire nei giovani il riconoscimento di un pericolo reale e non solo virtuale e, dunque, nel prevenirlo.

 

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Disconnect (2012): oggi che siamo sempre connessi ci sentiamo più soli che mai – Cinema & Psicologia

Cartoni animati & alimentazione dei bambini: gli effetti della visione di protagonisti sovrappeso sul consumo di cibi grassi

FLASH NEWS

Secondo uno studio recentemente effettuato da un team dell’Università del Colorado, i bambini tenderebbero a consumare cibi più grassi se appassionati di cartoni i cui protagonisti sono sovrappeso.

La ricerca, pubblicata online sul Journal of Consumer Psychology, dimostra per esempio che i bambini sono influenzati dalle rotondità di Grimace, un “ingombrante” personaggio amante dei milk-shake creato da McDonald negli anni Settanta. La dottoressa Margaret Campbell, docente di marketing presso l’Università del Colorado, afferma: [blockquote style=”1″]I ragazzi che seguono questo cartone consumano una doppia quantità di “cibo-spazzatura” rispetto a coloro che ammirano personaggi più sani o che non ne ammirano affatto.[/blockquote]

La prima scoperta interessante in merito è che i bambini tendono ad applicare gli standard umani di valutazione della massa corporea anche a personaggi immaginari. In altre parole, classificherebbero anche le figure dei cartoni animati, per cui non esistono degli standard definiti, come sottopeso, sovrappeso o sane.

Oltre a ciò, sembra proprio che affezionarsi a un personaggio “paffutello” renderebbe i ragazzi più indulgenti nella scelta del tipo di cibi da consumare. Lo studio coinvolgeva 300 bambini e ragazzi di 8, 12 e 13 anni, testati in gruppi suddivisi per età, ai quali era innanzitutto data la possibilità di esprimere le loro personali credenze sul tema della salute, scegliendo tra sei coppie di figure e parole legate a comportamenti quotidiani più o meno sani (per esempio giocare all’aria aperta vs guardare la tv, oppure latte vs coca-cola) prima di iniziare il test vero e proprio. Questo per cercare di capire in che misura le credenze personali e l’esperienza pregressa potessero influenzare i risultati dei test. Poi si procedeva alla visione di cartoni animati scelti proprio sulla base della forma fisica dei loro protagonisti, e in seguito si somministrava un test del gusto per indagare in che modo le scelte dei bambini si fossero modificate.

Come già accennato, la ricerca dimostra che la scelta dei ragazzi cambia in senso negativo, orientandosi verso scelte meno salutari, in seguito alla visione di questo tipo di cartoni animati. Lo studio ha risvolti importanti, considerando che viviamo in un mondo in cui i bambini si confrontano costantemente con personaggi di svariato genere (nei fumetti, nei videogames, nei film e nei programmi TV). Per questo motivo, sarebbe fondamentale che le grandi aziende facessero scelte di marketing più responsabili.

La dottoressa Campbell aggiunge: [blockquote style=”1″]Credo che i genitori dovrebbero essere consapevoli del modo in cui i loro figli associano cibo e divertimento. Il marchio Kellogg è l’esempio di una scelta responsabile in questo senso: anni fa, la figura della tigre Tony è stata modificata secondo standard più sani, rendendola un personaggio atletico e snello che richiama alla mente idee più salutari sul consumo di cibo.[/blockquote]

 

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Il manicomio chimico: cronache di uno psichiatra riluttante di Piero Cipriano (2015) – Recensione

Il libro del collega psichiatra Piero Cipriano si inserisce in un filone di (auto)denuncia sulla psichiatria di oggi, che in parte trae ispirazione dalle opere del giornalista americano Whitaker, citato a più riprese nel volume.

Cipriano, che si definisce un basagliano, svolge la propria attività in un SPDC di Roma e ha accumulato anni di esperienza nella “trincea” psichiatrica, fino a diventare riluttante all’attuale sistema di cura, che si avvale purtroppo ancora troppo spesso della contenzione fisica, per non parlare di quella farmacologica. Il libro è una sorta di confessione abbastanza confidenziale in cui l’autore racconta in modo critico la sua pratica clinica, arricchendo la narrazione con riferimenti a libri che ha letto, a film che ha visto, a convegni a cui ha partecipato.

Direi un racconto psichiatrico molto umanistico e umano, dove emerge fortemente l’amore dell’autore per la letteratura (in particolare Bolano) e l’interesse per le persone e la loro storia. Cipriano scrive bene, anche se a tratti indugia un po’ troppo sull’autocelebrazione dello psichiatra controcorrente, senza macchia e senza paura, paladino dei poveri pazienti indifesi, spesso vittime di colleghi sadici. Le parti più riuscite sono a mio avviso i racconti delle storie dei pazienti incontrati nell’SPDC romano, ottimo osservatorio dell’attuale patologia psichiatrica metropolitana, con tutti i risvolti sociologici del caso (tra le altre cose si parla anche di rom ed etnopsichiatria, di psicanalisti psicotici, di deliri da cannabis e cocaina, etc.).

Come altri libri del genere la parte di denuncia critico-distruttiva al sistema attuale è di gran lunga superiore a quella propositiva fatta di soluzioni reali e possibilmente efficaci per risolvere alcuni dei problemi della cura della patologia mentale più grave (schizofrenia e dintorni). C’è qualche accenno ad alcune soluzioni ispirate al modello triestino (zero contenzioni, SPDC aperti, Centri di salute mentale aperti 24 ore), che paiono sicuramente affascinanti, ma non hanno mostrato dove applicare queste rivoluzioni in termini di risultati terapeutici.

La denuncia desta sicuramente più clamore rispetto al racconto delle cose che funzionano, all’impegno silenzioso di tanti operatori che fanno del loro meglio per compiere il proprio dovere, spesso in condizioni lavorative difficili. Il problema delle contenzioni è sicuramente vitale e desta sempre molto clamore mediatico, ma pensandoci bene non è forse il problema principale della psichiatria di oggi, come possono esserlo lo stigma, l’esclusione sociale o una riabilitazione psichiatrica realmente efficiente che riporti la persona che soffre di un problema psichiatrico grave a un funzionamento e una qualità della vita accettabili.

Il manicomio chimico è un racconto sicuramente autentico, che a tratti ti fa arrabbiare non tanto per la questione delle contenzioni, quanto perché fa trasparire un certo senso di impotenza che abbiamo di fronte alla follia e alla sua cura.

 

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Gli estremi contano fin dalla nascita: i neonati sfruttano la prima e l’ultima sillaba per riconoscere le parole

SISSA (Scuola Internazione Superiore di Studi Avanzati) – Comunicato Stampa

Il sistema cognitivo codifica meglio la prima e l’ultima sillaba delle parole. Un gruppo di ricercatori della SISSA, in collaborazione con l’Azienda Ospedaliera di Udine, ha dimostrato per la prima volta che questo meccanismo cognitivo è presente fino dalla nascita.

La ricerca è stata pubblicata sulla rivisita scientifica Developmental Science. Forse pensate che i neonati, quei deliziosi fagottini che sembrano intenti solo a dormire, ciucciare e piangere, non siano troppo coscienti di quanto accade intorno a loro. Vi stupirete dunque a sapere che i loro cervelli sono invece in piena e febbrile attività e che riescono già a cogliere informazioni importanti nel mondo intorno a loro. Per esempio sono attentissimi a ogni parola che sentono e già a soli due giorni dalla nascita elaborano il suono linguistico con processi tipici dell’adulto. Per esempio, come ha dimostrato un gruppo della SISSA, sono già più sensibili alla parte più importante delle parole, gli estremi, un meccanismo cognitivo più volte osservato negli   adulti e nei bambini più grandi.

L’effetto di “supremazia” degli estremi è ben noto a chi studia la memoria in generale e il linguaggio: quando dobbiamo ricordare e riconoscere delle parole il cervello dà un maggior peso all’informazione contenuta all’inizio e alla fine della sequenza di sillabe. Si tratta infatti di una regolarità generale nell’analisi del linguaggio: [blockquote style=”1″]l’informazione contenuta agli estremi è molto importante, e si riflette in molti fenomeni associati al linguaggio. Per esempio le particelle che nelle parole contengono informazione, quelle che denotano il genere, il numero, le declinazioni dei sostantivi e dei verbi, sono quasi tutte contenute all’inizio o alla fine delle parole, in tutte le lingue conosciute[/blockquote] spiega Alissa Ferry ricercatrice della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste primo autore della ricerca.

[blockquote style=”1″]È un fenomeno pervasivo e con il nostro studio dimostriamo che è presente già alla nascita. Qui alla SISSA erano già stati fatti degli esperimenti con bambini in età prelinguistica, di 7-­8 mesi, ma noi siamo andati ancora oltre e abbiamo lavorato con neonati di soli 2-­3 giorni di vita[/blockquote] commenta Ana Flo, ricercatrice SISSA coinvolta nello studio.

[blockquote style=”1″]I neonati hanno ascoltato una sequenza continua di 6 sillabe e sono in grado di distinguerla da un’altra molto simile in cui vengono scambiati gli estremi, mentre lo stesso non avviene quando si spostano le sillabe all’interno della parola[/blockquote] spiega Perrine Brusini, ricercatrice SISSA fra gli autori dello studio.

Nel linguaggio reale ci sono tanti segnali che segmentano il discorso in parole diverse, e che potrebbero aiutare a ricordare le parole da discorsi molto lunghi.  

[blockquote style=”1″]In un’altra serie di esperimenti poi abbiamo cercato di capire se è possibile fare in modo che il cervello dei neonati elabori anche le sillabe all’interno della sequenza. Abbiamo dunque introdotto una piccola discontinuità nelle sequenze, una pausa brevissima, quasi impercettibile anche all’ascolto più attento. Anche se si trattava solo di 25 millisecondi questa pausa divide la parola lunga in due parole corte, e grazie a questo trucco il cervello riusciva a distinguere le parole con le sillabe scambiate al loro interno[/blockquote] continua Ferry.

La supremazia degli estremi è dunque presente fino dalla nascita, e si manifesta senza alcuna esperienza o apprendimento da parte del neonato, concludono le ricercatrici della SISSA.  

Più in dettaglio…Come si fa a capire cosa succede nel cervello di un neonato (senza disturbarlo troppo, si intende)? Non è semplice, ma esistono metodologie sperimentali che sfruttano il fenomeno dell’ “abituazione”. Si usano per i bambini ancora incapaci di parlare: quando viene loro mostrato uno stimolo sempre uguale, ripetitivo, la risposta del cervello a questo stimolo cala rapidamente. Usando la spettroscopia a raggi infrarossi (un esame  non invasivo) possiamo misurare l’attività cerebrale: [blockquote style=”1”]Sapevamo quando una parola suonava diversa al cervello del neonato quando osservavamo un picco di attività cerebrale[/blockquote] ha spiegato Flo.

 

Sissa

Link  all’articolo  originale  su  Developmental  Science

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Terapia cognitiva in soggetti con disabilità intellettiva. Quali possibilità?

Laura Pizzacani – OPEN SCHOOL – Studi Cognitivi

La disabilità intellettiva rappresenta un disturbo complesso con esordio nel periodo dello sviluppo, che compromette in modo duraturo la conquista delle funzioni cognitive più elevate e di quelle adattive, specie negli ambiti concettuali, sociali e pratici.

Attualmente, tra i clinici, è ancora aperto il dibattito rispetto alla possibilità di considerare la disabilità intellettiva come una sindrome nucleare unica, il cui core è riconducibile ad un deficit dell’intelligenza, intesa anche come capacità di rispondere agli stimoli e di adattarsi all’ambiente circostante, o se si possa considerare come una sindrome eterogenea, ipotesi che sembra resa ancor più confermabile dalla varietà di cause che la determinano e di sintomi con cui si presentano i soggetti con tale disabilità.

Questi sintomi pervadono tutte le sfere evolutive non compromettendole mai allo stesso modo, creando così quadri sintomatologici di volta in volta diversi, che riguardano sia aspetti cognitivi, che affettivi ed adattivi, includendo: difficoltà di assimilazione delle esperienze, deficit comunicativi e di linguaggio, difficoltà ad accedere al pensiero astratto e disomogeneità cognitiva, adattamento più lento e difficile, deficit nello sviluppo della personalità e alterazioni della condotta.

Secondo la definizione del DSM-5 (American Psychiatric Association, 2013), tre sono i criteri fondamentali che consentono di diagnosticare la disabilità intellettiva:

  • Deficit nelle funzioni intellettive come ragionamento, problem solving, pianificazione, pensiero astratto, capacità di giudizio, apprendimento scolastico e apprendimento dall’esperienza, confermati sia da valutazione clinica sia da test di intelligenza individualizzati, standardizzati;
  • Deficit del funzionamento adattivo che porta al mancato raggiungimento degli standard di sviluppo e socioculturali di autonomia e responsabilità sociale. Senza un supporto costante, i deficit adattivi limitano il funzionamento in una o più attività della vita quotidiana, come la comunicazione, la partecipazione sociale e la vita autonoma, attraverso molteplici ambienti quali casa, scuola, ambiente lavorativo e comunità.
  • Esordio dei deficit intellettivi e adattivi durante il periodo di sviluppo.

I livelli di gravità del disturbo, distinti in lieve, moderato, grave ed estremo, vengono definiti sulla base del funzionamento adattivo, e non più esclusivamente sui punteggi relativi al quoziente intellettivo (QI), perché è stato valutato come sia proprio la capacità di adattamento, in particolare nelle aree della socializzazione e delle attività pratiche, a determinare il grado di sviluppo necessario per mantenere una condizione di vita accettabile e, di conseguenza, a stabilire il livello di assistenza richiesta dal soggetto.

Cenni relativi alla comorbilità

Secondo il DSM-5, e come confermato da numerose ricerche (Cooper et al., 2007), i soggetti con disabilità intellettiva hanno una prevalenza di disturbi mentali in comorbilità, che si stima da tre a quattro volte superiore rispetto al resto della popolazione. Le procedure di valutazione possono richiedere delle variazioni a causa dei disturbi associati, e sono da considerare fonti di informazioni attendibili per identificare sintomi quali irritabilità, alterazioni del tono dell’umore, aggressività, problemi dell’alimentazione e del sonno, e per la valutazione del funzionamento adattivo nei vari contesti di comunità.

I più comuni disturbi mentali e del neurosviluppo concomitanti sono: disturbi da deficit di attenzione/iperattività; disturbi depressivo e bipolare, disturbi d’ansia; disturbi del controllo degli impulsi (frequente il comportamento autolesivo e aggressività o comportamenti dirompenti).

Trattamento

Nonostante la presenza di disabilità intellettiva nella popolazione generale si assesti intorno all’1% circa, e vi sia un alto livello di comorbilità con altri disturbi, ad oggi la maggior parte dei servizi risultano essere creati per rispondere in maniera differenziata alle esigenze, ritenute prettamente assistenziali, di soggetti con disabilità intellettiva, o terapeutico/assistenziali per soggetti con patologie psichiatriche. Ciò contribuisce a favorire ulteriormente l’esclusione dei primi da interventi di tipo psicoterapeutico, limitando lo sviluppo di realtà in cui si trattino pazienti in doppia diagnosi, e nelle quali si renderebbe necessaria l’associazione, alle classiche strategie di intervento farmacologico, riabilitativo ed educativo, anche di attività terapeutiche.

 

Le finalità degli interventi tradizionalmente proposti, pur convergendo in un unico grande obiettivo riconducibile al miglioramento globale della qualità della vita del soggetto e alla promozione della salute mentale (Castellani, 2010), sono molteplici: da un punto di vista farmacologico, l’obiettivo è quello di trattare le eventuali alterazioni neurologiche connesse al disturbo e di ridurre i comportamenti problema, quali auto ed etero aggressività, stereotipie, iperattività; a livello riabilitativo, ci si concentra sul rafforzamento di abilità cognitive e metacognitive, che in questi soggetti risultano deficitarie, e che difficilmente si sviluppano e/o consolidano spontaneamente; a livello educativo, invece, si utilizzano frequentemente interventi di matrice comportamentale che consentono di correggere i comportamenti disadattavi, favorendo contemporaneamente la riproduzione di quelli più funzionali. Tra queste tecniche, che fino ad oggi sono state utilizzate come uno dei pochi strumenti di intervento efficaci per il paziente con disabilità intellettiva troviamo (Cavagnola, 1994):

  • Shaping, detto anche modellamento, consiste nel rendere possibile l’apprendimento di una abilità attraverso graduali passaggi che avvicinano alla meta;
  • Prompting, consiste nel fornire un aiuto fisico, gestuale o verbale per portare a termine un’attività;
  • Fading, detto anche attenuazione degli aiuti, rappresenta l’insieme di procedure che portano ad una riduzione degli aiuti e delle facilitazioni necessarie al conseguimento del compito.

Alla luce di queste considerazioni, emerge come su questa tipologia di pazienti siano stati utilizzati separatamente due diversi approcci, e di come l’attenzione si sia concentrata prevalentemente su uno di essi anziché sulla loro integrazione: il primo, comunemente utilizzato, riguarda l’insegnamento di abilità specifiche e le attività volte al loro mantenimento, specialmente per ciò che concerne il comportamento; il secondo è invece relativo alle tecniche terapeutiche specifiche del modello cognitivo e cognitivo-comportamentale, che consentono di trattare i disturbi emotivi e comportamentali presenti in associazione alla disabilità intellettiva.

TCC e trattamento di soggetti con disabilità intellettiva in comorbilità

La terapia cognitivo-comportamentale deve molto all’opera di Beck ed Ellis, le cui tecniche convergono rispetto all’idea di indagare sistematicamente quelle rappresentazioni che precedono, accompagnano e seguono immediatamente uno stato emotivo problematico, al fine di comprendere le ragioni della sofferenza emotiva del soggetto e del suo perpetuarsi nel tempo.

Secondo Semerari (2006), è indispensabile valutare prima di tutto, nel corso dell’intervento, il contenuto problematico del soggetto, ossia i significati personali rilevanti per il suo disturbo e le sue emozioni, nonché le tendenze d’azione più di frequente connesse a questi significati.

Per far ciò si utilizza la tecnica dell’ABC (Ellis, 1977), attraverso la quale è possibile identificare, a partire da un evento, detto anche antecedente, una conseguenza a livello emotivo o comportamentale, che a sua volta si lega a specifici pensieri o credenze rispetto all’accaduto.

Affinché il soggetto possa utilizzare questa tecnica è necessario che sappia identificare e distinguere, a partire da un evento, pensieri o credenze presenti e le rispettive conseguenze emotive o comportamentali. Solo in questo modo sarà possibile riconoscere che le conseguenze prodotte da un determinato evento sono connesse prevalentemente ai propri pensieri e/o credenze disfunzionali, piuttosto che all’antecedente stesso, e procedere con la disputa di pensieri e credenze emersi. Ovviamente per procedere in questo percorso, è necessaria anche una valutazione delle risorse metacognitive del paziente e del loro livello di sviluppo, ossia delle funzioni mentali con cui egli riesce a comprendere e padroneggiare i propri contenuti problematici.

Attualmente non si riscontrano con frequenza terapeuti che lavorino con soggetti con disabilità intellettiva, proprio a causa dell’idea secondo cui queste persone abbiano abilità cognitive e comunicative ristrette, che limitano la loro capacità di comprensione del proprio mondo mentale, nonché la capacità di collaborare attivamente al lavoro svolto dal terapeuta, tutti fattori che apparentemente li escluderebbero dal poter trarre giovamento dalla terapia.

In realtà, le tre abilità di base considerate, a partire dai lavori di Beck ed Ellis, come indispensabili per accedere ad un intervento in ottica cognitiva, ossia il saper identificare, a partire da un evento, pensieri o credenze e le rispettive conseguenze emotive o comportamentali; il riconoscere che le conseguenze sono più connesse ai pensieri che all’antecedente e il poter procedere con la disputa di questi pensieri/credenze, sono state riformulate da diversi autori (Hutton, 2002; Bruce et al., 2010) in relazione al lavoro con soggetti con disabilità intellettiva. Le nuove abilità ritenute necessarie per fare in modo che anch’essi possano procedere al lavoro cognitivo diventano quindi: la presenza di capacità cognitive di base quali memoria, linguaggio e comunicazione; abilità ad identificare le differenti emozioni; abilità di comprendere le basi del modello cognitivo, ossia il ruolo chiave dei pensieri nello sviluppo degli stati emotivi.

Nonostante inizialmente le basi teoriche su cui poggia il modello, in particolare il legame tra pensieri, emozioni e comportamenti, possano essere poco accessibili per utenti con ritardo mentale, è possibile che uno specifico training possa aiutarli a comprendere meglio questi elementi di fondo indispensabili all’attività clinica. Il compito del terapeuta sarà quindi quello di fornire una sorta di educazione a quei pazienti che sembrino carenti in queste specifiche abilità, e di adattare le tecniche base della terapia cognitiva alle caratteristiche di questo tipo di utenza.

Questo allenamento potrebbe iniziare con un intervento psicoeducativo di alfabetizzazione emotiva, finalizzato a migliorare la capacità di riconoscere ed esprimere le emozioni, indispensabile quando la persona non è in grado di riconoscere espressioni di affettività in sé o negli altri perché non sa riconoscerli (Castellani, 2010).

Successivamente, si potrebbe procedere con attività volte a rafforzare l’abilità di discriminare, e successivamente collegare tra loro, pensieri ed emozioni. A tal fine, in uno studio proposto da Bruce e collaboratori (2010), è stato evidenziato come anche una sola sessione di training abbia portato significativi miglioramenti nella capacità dei partecipanti alla ricerca di distinguere tra pensieri ed emozioni e di collegarli tra loro, capendo così come siano i primi a determinare l’assetto emotivo delle persone.

Attraverso l’uso di questi strumenti, gli autori hanno contribuito a dimostrare come sia possibile per soggetti con disabilità intellettiva apprendere l’abilità di connettere pensieri ed emozioni, e successivamente di generalizzare questa acquisizione su nuovo materiale.

Questa ricerca può essere considerata come un primo tentativo concreto di utilizzo della terapia cognitiva con questi pazienti, soprattutto nel caso in cui sia presente una doppia diagnosi, che coinvolga in particolare, oltre alla disabilità intellettiva, problemi comportamentali, ansia, depressione o sintomi psicotici, trattati con efficacia secondo le tecniche dalla terapia cognitivo comportamentale standard, riviste alla luce dei bisogni di questa specifica utenza.

Per concludere, è necessario considerare che fattori importanti per il successo di un intervento psicoterapeutico non sono determinati solo dalla comprensione del ruolo di pensieri ed emozioni, ma coinvolgono anche le caratteristiche specifiche dei partecipanti alla terapia, così come la loro relazione e il grado di alleanza sviluppato. Evidenze dimostrano come l’aumento della compliance nella terapia possa migliorare significativamente il risultato degli interventi (Azam, 2012), favorendo ulteriormente la spinta al cambiamento.

Gli elementi che devono essere osservati, in quanto indispensabili a rendere realmente efficace un intervento sono, in sintesi, tre (Hassotis et al., 2011): gli obiettivi del trattamento, la loro definizione e il percorso da fare per raggiungerli devono essere chiari e condivisi; da parte del paziente deve esserci una comprensione reale di ciò che sta accadendo nella terapia, e per valutarla è possibile osservare quanto il paziente sviluppi il materiale proposto dal terapeuta, come homework ecc. (può essere utile fornire ai familiari o agli operatori delle strutture in cui i pazienti risiedono, informazioni aggiuntive che consentano loro di essere di supporto al soggetto per muoversi con successo nel programma di trattamento, favorendo il mantenimento di un buon livello di motivazione e di impegno); infine, dovrà esserci un buon livello di attivazione da parte del paziente, in quanto se anche il trattamento fosse stato definito e compreso, non potrebbe essere efficace se egli non parteciperà attivamente.

 

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Il dolore acuto e prolungato nei neonati: ricerca esplorativa presso l’Unità Operativa Intensiva Patologia Neonatale di Padova

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

Il dolore acuto e prolungato nei neonati: ricerca esplorativa presso l’Unità Operativa Intensiva Patologia Neonatale di Padova

Autore: Francesca Babetto 

 

PAROLE CHIAVE: Dolore, Prematuri, EDIN, FLACC, DAN

INTRODUZIONE:

[blockquote style=”1″]Il dolore che abbiamo sofferto in passato ha molto a che fare con ciò che siamo oggi[/blockquote] è da questa considerazione dello psichiatra americano William Glasser che ha preso origine questo mio progetto di tesi. Il dolore sofferto in passato ha un’influenza prepotente sulla nostra vita, sul nostro comportamento e sulle nostre relazioni.

E se il dolore fosse la prima esperienza che proviamo appena venuti al mondo? Se il momento tanto magico quanto fondamentale per lo sviluppo psico-motorio della nascita si trasformasse nella nostra prima esperienza di dolore e di abbandono? Come si riesce a capire se i neonati provano dolore vista la loro impossibilità ad una comunicazione verbale? Queste le domande che mi sono posta prima di iniziare quest’esperienza di tirocinio e di tesi.

Nella prima parte del mio elaborato ho infatti voluto evidenziare quali fossero le conoscenze attuali sul dolore: l’evoluzione della sua definizione nel tempo, gli aspetti biologici che lo determinano, i differenti tipi di dolore e, infine, l’evoluzione della diagnosi di dolore nel DSM. Successivamente ho voluto approfondire quelle che sono le conoscenze relative al dolore provato dai neonati, ed in particolare dai neonati prematuri, che si trovano quotidianamente ad essere sottoposti ad un gran numero di procedure dolorose.

Successivamente ho voluto compiere una ricerca bibliografica sull’evoluzione della valutazione del dolore in ambito medico, anche alla luce della recente normativa (Legge n. 38 del 15 marzo 2010) che prevede, assieme ai parametri vitali, l’inserimento della valutazione del dolore nella cartella clinica sia infermieristica, sia medica. Successivamente ho proseguito la mia ricerca individuando e confrontando tra loro i principali strumenti utilizzati ed utili per la valutazione del dolore in ambito pediatrico e neonatale.

Nell’ultimo capitolo, ho esposto obiettivi, ipotesi, caratteristiche dei partecipanti, strumenti utilizzati, analisi dei dati e discussione della ricerca che ho condotto, nel periodo compreso tra marzo e giugno 2014, presso l’Unità Operativa di Terapia Intensiva e Patologia Neonatale dell’Azienda Ospedaliera di Padova.

Nella mia ricerca ho concentrato l’attenzione su due aspetti del dolore, procedurale e prolungato, provato dai neonati ricoverati presso quell’Unità Operativa. Da un lato ho voluto osservare la differente percezione del dolore dei neonati sottoposti a prelievo venoso piuttosto che a puntura sul tallone, nel caso in cui queste procedure fossero associate o meno a suzione non nutritiva. Dall’altro lato ho voluto valutare il dolore prolungato provato dai piccoli pazienti, conducendo una prima indagine sulle proprietà psicometriche di uno strumento osservativo mai utilizzato prima con bambini così piccoli, la scala FLACC. (Merkel, Voepel-Lewis, Shayevitz e Malviya, 1997).

L’obiettivo principale della analisi esplorativa che ho condotto è stato quello di apportare un contributo alla ricerca nell’ambito dello studio del dolore nei neonati prematuri. Le ipotesi che hanno guidato la presente ricerca si sono mosse in due ambiti principali, uno relativo al dolore acuto e uno relativo al dolore prolungato. Per quanto riguarda il dolore acuto ho voluto indagare se vi fosse una differente risposta comportamentale, nel caso in cui il bambino venisse sottoposto a venipuntura o a puntura da tallone, previa o meno somministrazione di saccarosio. Per raccogliere i dati di queste osservazioni ho utilizzato la scala DAN (Douleur Aigue du Nouveau-né, Carbajal, Paupe, Hoenn, Lenclenr & Olivier-Martin, 1997).

La decisione di concentrarmi su queste due procedure dolorose è data dal fatto che, durante la giornata, i neonati ricoverati vengono sottoposti anche più volte a questo tipo di controlli decisamente dolorosi, come evidenziato all’interno delle linee guida per la prevenzione e il trattamento del dolore nel neonato: “Considerare l’uso della venipuntura piuttosto che il prelievo dal tallone nei neonati a termine e nei prematuri di maggior peso, perché meno dolorosa e più efficace in mani esperte”(Lago, Merazzi & Garetti, 2008). Mi aspetto quindi che il neonato percepisca meno dolore quando viene sottoposto a venipuntura, rispetto alla puntura da tallone. Mi aspetto inoltre che percepisca meno dolore quando gli viene somministrato saccarosio prima del prelievo, qualsiasi sia la locazione della puntura, e che il ritorno allo stadio basale sia più rapido se gli viene somministrato il saccarosio prima del prelievo. Mi aspetto infine che vi sia una relazione tra i giorni di vita del bambino e la sua percezione del dolore: bambini che sono stati sottoposti ad un maggior numero di procedure dolorose manifesteranno, a mio avviso, un comportamento di dolore più evidente. Relativamente al dolore prolungato ho invece voluto provare a validare la scala FLACC (Face, Legs, Activity, Cry, Consolability, Merkel, Voepel-Lewis, Shayevitz e Malviya, 1997), uno strumento già utilizzato per valutare il dolore nei bambini ma validata solo per bambini dai 2 mesi di età in poi.

Per capire se questa scala potesse essere utilizzata con i neonati prematuri, l’ho confrontata con lo strumento attualmente utilizzato per la valutazione del dolore prolungato presso l’Unità Operativa di Terapia Intensiva e Patologia Neonatale, ossia la scala EDIN (Echelle Douleur Inconfort Nouveau-né, Debillion, Zupan, Ravault, Magny & Dehan, 2001).

 

 

ALLEGATO 1

ALLEGATO 2

ALLEGATO 3

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L’effetto della povertà sulle credenze e sulle emozioni dei più piccoli

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Una review della University of Massachusetts ha cercato di analizzare come la povertà e le condizioni economiche svantaggiose possano lasciare traccia su rappresentazioni e valutazioni cognitive che i bambini hanno di sé.

Sembra paradossale, ma la maggior parte degli studi si è focalizzata sui fattori esterni correlati alla povertà (ad esempio conflittualità nella coppia o depressione nei genitori) e che possono influire sulle credenze dei figli. Pochi studi hanno invece avuto il coraggio di analizzare gli aspetti interni cognitivo-emotivi dell’esperienza di vivere in situazioni economiche difficili. E di come questi aspetti cognitivi rappresentazionali possano essere mediatori dell’impatto dello svantaggio economico sui comportamenti.

Nella review dunque, la parte più interessante evidenzia due aspetti cognitivo-emotivi che potrebbero avere un ruolo nel mediare gli effetti delle difficoltà economiche sul funzionamento socio-comportamentale del bambino. I due fenomeni sono: una maggiore vulnerabilità all’ansia di stato e una maggiore probabilità di credenze stereotipiche e performances ridotte quando vengono esplicitate la condizione povertà in soggetti in età di sviluppo che vivono in situazioni economiche svantaggiate.

Questi fenomeni innescherebbero circoli viziosi in cui ad esempio, difficoltà scolastiche probabilmente originano e si correlano a credenze negative sul sé e sfiducia nelle proprie capacità.

Dal punto di vista prettamente cognitivo già dall’età di cinque anni i bambini occidentali sono in grado di comprendere e utilizzare le categorie concettuali e gli stereotipi relativi alle disuguaglianze sociali. Ad esempio, si è notato che bambini di classe socio-economica media utilizzano principalmente stereotipi (mediocre, meno bravi a scuola, con minori probabilità di realizzare le proprie ambizioni) per descrivere un bambino povero, mentre i bambini di classe socio-economica svantaggiata descrivono maggiormente le emozioni provate da chi è in difficoltà economica.

Secondo il ragionamento degli autori, crescere da poveri può porre ostacoli non solo materiali ma anche cognitivo- rappresentazionali, e di conseguenza emotivi, al benessere e a un buon adattamento della persona; per questo ancora una volta il lavoro preventivo sulla modificazione delle credenze stereotipiche e disfunzionali con l’obiettivo di interrompere circoli viziosi assume un valore importante a livello individuale e comunitario.

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Interventi evidence based contro il bullismo e il cyberbullismo: un confronto in Europa

 

Durante il XIV Congresso Europeo di Psicologia (ECP), tenutosi a Milano dal 7 al 10 luglio scorso, è stato organizzato un simposio sugli interventi evidence based contro il bullismo e il cyberbullismo utilizzati in alcune nazioni europee.

La recente letteratura ha mostrato come i comportamenti aggressivi agiti dai pari possono essere sperimentati sia faccia a faccia che attraverso le interazioni on-line; per questo motivo l’adozione di un focus specifico sia sul bullismo che sul cyberbullismo sembra essere la direzione più promettente per l’intervento con i giovani studenti.

La prima presentazione ha riguardato un modello di intervento attuato in Italia, denominato “NONCADIAMOINTRAPPOLA!”, rispetto al quale è stata valutata l’efficacia e i possibili processi di mediazione. Il progetto “Noncadiamointrappola” nasce con l’obiettivo di realizzare un intervento nelle scuole superiori volto al contrasto e alla prevenzione del bullismo e del cyberbullismo che sia fondato su prove empiriche di efficacia. L’intervento è basato su un modello di peer education-peer support ed è strutturato in fasi che coinvolgono attivamente alcuni studenti chiamati “peer educators”. Essi diventano gli agenti di cambiamento all’interno della classe, portando avanti attività faccia a faccia con i loro compagni (ad esempio role-playing, discussioni, problem solving e lavoro cooperativo) e attività online interagendo con studenti di altre scuole e con tutti coloro che sono interessati a ricevere un aiuto o un consiglio.

Durante il simposio è stato mostrato come tale modello di coinvolgimento dei pari abbia dimostrato una crescente validità ed efficacia nel ridurre i fenomeni di bullismo tradizionale e cyberbullismo. In particolare c’è stata una riduzione dei sintomi internalizzati, un’efficacia indipendentemente dal genere e una stabilità degli effetti a sei mesi dal termine del programma.

In un altro contributo, proveniente dal Belgio, è stato presentato il progetto “Friendly ATTAC”, che mira allo sviluppo di un gioco contro il cyberbullismo. Nello specifico è stato progettato un video-game in cui gli studenti, tra i 12 e i 14 anni, sono coinvolti in scenari di bullismo e sono chiamati ad agire in esso. A seguito dei loro comportamenti gli studenti ricevono un feedback e, a seguito di ciò, il bullo presente nel videogioco interrompe o meno il suo attacco. Inoltre il gioco prevede che in alcuni casi gli studenti, prima che agiscano, possano osservare la reazioni di altre persone coinvolte nello scenario. L’intervento si è dimostrato efficace e ha il vantaggio di essere svolto in un ambiente sicuro ed individuale, sebbene comunque gli studenti l’abbiano trovato poco divertente.

Infine, è stato presentato il gioco educativo “FearNot!” attivato nel Regno Unito, basato sulla teoria di Folkman e Lazarus (1985) e sull’”Experimental Learning” di Bandura. Tale gioco ha l’obiettivo di aumentare le strategie di coping delle vittime di bullismo. All’inizio del gioco viene inserito nome ed età del partecipante; in seguito un narratore presenta uno scenario in cui una bambina vuole giocare con delle coetanee le quali però non la accettano e la insultano. A questo punto al giocatore viene chiesto di scrivere cosa consiglierebbe di fare alla protagonista della scena, iniziando al contempo un vero e proprio dialogo con lei che si mostra inizialmente titubante ma successivamente segue il consiglio di cercare altri amici.

Questo gioco di simulazione si è dimostrato efficace nel diminuire il numero di vittime di bullismo anche a distanza di tempo dalla sua attuazione. Il punto di forza del “FearNot!” è l’avere personaggi autonomi, credibili e interattivi i quali possiedono anche capacità emotive e cognitive. Inoltre il narratore è sia scritto che orale.

Le diverse presentazioni del simposio hanno quindi fornito una panoramica dei diversi modelli di intervento sul bullismo e cyberbullismo, basandosi su interventi faccia a faccia e giochi di simulazione.

 

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La psicologia va in vacanza: i consigli per l’estate di libri e film – Rubrica

RUBRICA: I CONSIGLI PER L’ESTATE DI LIBRI E FILM 

 

Le tanto attese vacanze estive sono ormai arrivate. Siamo in molti ad attendere l’estate per gustarci quel libro che avevamo messo da parte, per pigrizia o mancanza di tempo, o per vedere quel film che in inverno siamo riusciti a vedere solo a metà, prima di addormentarci sul divano stremati dalle corse della giornata.

In questa rubrica troverete dei consigli per la lettura di libri che trattano tematiche psicologiche, ma con un taglio a “misura di ombrellone”: romanzi contemporanei e grandi classici che affrontano argomenti psicologici in modo divulgativo e accessibile a un pubblico vasto: esperti del settore e non, adolescenti e adulti, alcuni utili da proporre ai pazienti quando il terapeuta è in vacanza. Anche le proposte cinematografiche avranno un taglio psicologico, questa volta a “misura di condizionatore”.

Questa settimana: Il giocatore di Dostoevskij – I consigli per l’estate di libri e film Nr. 01

LEGGI LA RUBRICA I CONSIGLI PER L’ESTATE DI LIBRI E FILM 

Il giocatore di Dostoevskij – I consigli per l’estate di libri e film Nr. 01

RUBRICA I CONSIGLI PER L’ESTATE DI LIBRI E FILM – Il giocatore di Dostoevskij (Nr. 01)

TITOLO: Il giocatore
AUTORE: Fedor Dostoevskij
TEMI PSICOLOGICI TRATTATI: gioco d’azzardo patologico
CONSIGLIATO A: adulti amanti dei grandi classici, psicologi e psicoterapeuti che si occupano di gambling, studenti.

Aleksei Ivanovic, protagonista e narratore, nonché giocatore incallito di roulette, è il precettore dei figli di un generale russo, anch’egli sul lastrico. Aleksei è perdutamente innamorato di Polina, alla quale dedicherà tutte le sue puntate di gioco per procurarle ingenti somme di denaro, finalizzate a risollevarla dalle gravi condizioni economiche in cui si trova insieme al generale, suo patrigno. Quest’ultimo è a sua volta innamorato di Mademoiselle Blanche, una giovane e spregiudicata donna francese, interessata non tanto al corteggiamento del generale, quanto alla possibilità che lui possa entrare in possesso dell’eredità della nonna. Sarà proprio la nonna, figura indimenticabile grazie alle descrizioni dell’autore, che con un colpo di scena riuscirà a cambiare le sorti di tutti i personaggi, quando farà capolino al tavolo da gioco per scialacquare l’ambìto patrimonio. Il giocatore è un memorabile classico della letteratura straniera, che regala una fotografia vivida, reale quanto grottesca della Russia perbenista e vanitosa dell’epoca ottocentesca.

I personaggi hanno in comune l’idealizzazione dell’immagine sociale, il bisogno di vantare successi e talenti attraverso la mistificazione della realtà, e trovano nel gioco d’azzardo la possibilità di redimersi da una condizione di mediocrità e fallimenti. Lo stile narrativo rende il libro avvincente, grazie a un susseguirsi di cambi repentini di scena che vanno dalla tragedia al tragicomico, dove l’unica costante è l’imprevedibilità del destino, riposto ciecamente nelle mitizzate virtù della roulette.

Si narra che il libro fu scritto da Dostoevskij in soli ventotto giorni, con l’intento di ricavare il denaro che gli era necessario per ripagare i suoi debiti di gioco. Un grande libro che avvicina alla cultura del gioco e all’atmosfera dei casinò, molto simile per certi aspetti alla nostra realtà contemporanea.

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Sex addiction: il paradosso di una condizione teoricamente invisibile ma praticamente riscontrabile

Marina Morgese, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

Cosa si intende con il termine Sex Addiction? Il dibattito è ancora aperto… spesso il sesso è associato a qualcosa di positivo per l’essere umano, basti pensare all’ indispensabile funzione evoluzionistica che riveste, per capire come sia parte fondamentale di ogni specie.

Il sesso è visto come uno degli aspetti principali della vita di coppia e dell’individuo, un collante per i partner, un gioco relazionale in cui trovare intimità e complicità con l’altro.

Cosa ci sarebbe di male dunque nel fare tanto, troppo sesso? E’ proprio questo il punto: parlando di Dipendenza da Sesso, il confronto con altri tipi di dipendenze è inevitabile e la maggior parte degli esperti in tema di dipendenza ha avanzato diversi tipi di attacchi al concetto di Sex Addiction (Goodman, 1992):
– sociologico – il termine dipendenza non è altro che un’etichetta per un comportamento che si discosta dalle norme sociali (Levine & Troiden, 1988);
– convenzionale – la dipendenza è una condizione fisiologica e quindi ogni dipendenza deve essere definita fisiologicamente (Levine & Troiden,1988);
– scientifico – l’uso gratuito della parola dipendenza ha reso il termine senza senso e quindi facilmente utilizzabile per condizioni che non indicano una vera e propria dipendenza (Coleman, 1986);
– morale – vedere il comportamento sessuale come una dipendenza potrebbe minacciare il senso di responsabilità di ciascun individuo verso il proprio comportamento.

E nel DSM come è inquadrata la Sex Addiction?

Il DSM-III-R concettualizzò tale dipendenza come un Disagio dovuto a un pattern di conquiste sessuali ripetute o altre forme di dipendenza sessuale non-parafiliaca, che coinvolgono le altre persone, viste solo come cose da usare. Nel DSM-IV-TR la dipendenza sessuale non è stata inclusa come un disturbo mentale e sé ma è stata fatta rientrare nei Disturbi sessuali non altrimenti specificati, descrivendola come un disagio per un pattern di rapporti sessuali ripetuti che coinvolgono una serie di amanti visti dall’individuo solo come cose da usare. L’inclusione della dipendenza sessuale nel DSM-5 è stata respinta: Darrel Regier, vice-presidente della task force del DSM-5, ha detto che
[blockquote style=”1″]Anche se l’ipersessualità è stata proposta come una nuova dipendenza… non si è arrivati al punto in cui tutti erano pronti a chiamarla dipendenza[/blockquote]

Questo è scaturito soprattutto dalla scarsa ricerca in tema di criteri diagnostici per il comportamento sessuale compulsivo.
Nonostante una posizione accademica piuttosto negativa verso il concetto di dipendenza dal sesso, questo non ha frenato la crescita di ricerche in questo settore.

Uno tra gli studi più importanti, effettuato proprio con l’intento di influenzare la decisione della commissione del DSM-5 sull’ inclusione dell’ ipersessualità tra i disturbi mentali, è stato effettuato da Rory Reid nel 2012. Tale ricerca, effettuata con l’aiuto di altri esperti psicologi su un campione di 207 individui, ha testato la presenza di alcuni criteri utilizzabili per una diagnosi di Dipendenza sessuale, in individui i cui comportamenti sessuali assumevano effettivamente i connotati di una dipendenza.

I criteri definiti dai ricercatori erano: fantasie sessuali ricorrenti; impulsi e comportamenti promiscui per un periodo di sei mesi o più, che non siano causati da altri problemi, come ad esempio l’abuso di sostanze, un’altra condizione medica o episodi maniacali associati al disturbo bipolare. Inoltre deve essere presente uno schema di attività sessuale in risposta a stati d’animo spiacevoli (es. sentirsi depressi) o uno schema ripetitivo di comportamenti che utilizzi il sesso come modalità di risposta allo stress. I comportamenti sessuali devono inoltre essere fonte di disagio per chi li attua, tanto da interferire con le relazioni, il lavoro o ad altri aspetti importanti della vita personale. Per questo motivo tra i criteri sono inclusi i tentativi compiuti dal soggetto al fine di ridurre o interrompere le attività sessuali vissute come problematiche.

I ricercatori hanno così scoperto che i criteri proposti classificavano accuratamente l’ 88% dei pazienti con una dipendenza sessuale, stessa accuratezza per i risultati negativi, avutasi nel 93% dei casi. In altre parole, i criteri sembravano adatti a discriminare tra i pazienti che soffrono di dipendenza sessuale.

Già nelle ricerche degli anni ’80 veniva suggerito che circa il 3/5% della popolazione adulta stesse lottando contro una qualche forma di dipendenza sessuale. Tuttavia gli individui studiati a quel tempo erano per lo più auto-selezionati e di sesso maschile. Le più recenti analisi sul tema, indicano però che il problema della dipendenza sessuale si stia aggravando, soprattutto tra i più giovani e si mostra equamente distribuita tra uomini e donne. Dalla fine degli anni ’90, la letteratura clinica ha indicato che questo aumento dei comportamenti sessuali è strettamente correlato alla maggiore velocità di accesso a materiali con contenuto pornografico: non solo i numerosi siti internet con video e foto hard, ma anche siti di escort o app in grado di trovare, tramite GPS, i partner più vicini disposti ad avere un incontro sessuale (Weiss, 2012).

In più facciamo una breve riflessione…oltre alla mole di contenuti facilmente accessibili, cosa c’è di diverso rispetto al passato? Ricordo una scena del film “Jack” con Robin Williams, il protagonista è un bambino, Jack appunto, che per una condizione fisica sembra già un uomo, e, sfruttando questo aspetto, i suoi coetanei gli danno il compito di comprare una rivista vietata ai minori: Jack chiede molto velocemente la rivista alla cassiera ma, giratosi, vede una suora in fila dietro di lui. Prontamente Jack, rivolgendosi di nuovo alla cassiera, chiede un poster del Papa. Cosa voglio dire con questo? Prima, quando appunto bisognava comprare riviste o noleggiare videocassette per vedere qualche nudità o delle scene hard, interveniva la vergogna dell’individuo a frenare l’accesso al materiale vietato (Cosa penserà il giornalaio? E il titolare della videoteca?). Ora, protetti da uno schermo e in assoluto anonimato, possiamo sbarazzarci della vergogna e accedere in qualsiasi momento a contenuti pornografici e sessuali.

In Italia la Dipendenza da Sesso è presente e ha una prevalenza del 5,8%; i dati, raccolti da Franco Avenia e Annalisa Pistuddi (Presidente e Segretaria del AIRS – Associazione Italiana per la Ricerca in Sessuologia), non vanno trascurati poiché, come lo stesso Avenia afferma:
[blockquote style=”1″]Il dipendente da sesso reca a se stesso gravi danni economici e relazionali, quanto i soggetti con altre dipendenze (droghe, gioco d’azzardo, ecc.). Ma, aspetto ancor più rilevante, commette frequentemente reati a sfondo sessuale (esibizionismo, pedofilia, stupri). Negli Stati Uniti il 55% dei reati a sfondo sessuale sono commessi da soggetti con Dipendenza da sesso ed è lecito stimare che anche in Italia non ci si discosti da una così allarmante correlazione.[/blockquote]

Che cosa si prova ad essere un Sex Addicted?

Gli individui dipendenti dal sesso sperimentano un’alta attivazione neurochimica autoindotta, nel momento in cui fantasticano e si preparano per un atto sessuale. Questo è un momento intenso in cui la fantasia anticipatoria e il richiamo euforico inducono una scarica di adrenalina, un rilascio di dopamina e una visione-tunnel durante la quale è sempre meno possibile pensare in modo chiaro e prendere lucide decisioni. Questo stato emotivo (che provoca tachicardia, respirazione poco profonda, sudorazione, dilatazione della pupilla, sensazioni di euforia, etc.) rende quasi impossibile l’attivazione del lobo prefrontale e si sperimenta una sensazione simile a quella dei tossicodipendenti poco prima di incontrare il loro pusher, tanto che non si sa se sono già eccitati ancor prima che qualsiasi sostanza entri nel loro corpo.

Questo arousal permette all’individuo di staccarsi emotivamente da depressione, ansia e sensazioni di disagio legate a traumi passati o ad altri fattori di stress. In realtà l’orgasmo non è l’obiettivo primario, il meta-obiettivo è perdersi il più a lungo possibile in questo stato di dissociazione (Weiss, 2012). Dopo l’atto sessuale le alterazioni neurochimiche ritornano alla baseline, e insieme al loro riassetto generale si torna all’ansia, allo stress e alla depressione, il tutto aggravato dal senso di colpa di aver commesso un atto impulsivo e a volte minatorio per una sana percezione di Sé e una sana vita relazionale con il proprio partner (quasi sempre all’oscuro di tutto questo).

Chi è un Sex Addicted?

Essere dipendente dal sesso non è correlato positivamente con l’essere maschio o femmina, gay o etero, ricco o povero, o qualsiasi altra cosa.
Robert Weiss, direttore del Sexual Recovery Institute e direttore del Sexual Disorders Services for Elements Behavioral Health, ci aiuta nel capire come si presentano le persone dipendenti dal sesso.

Essi non riescono a frenare la loro dipendenza, nemmeno se instaurano un rapporto serio e duraturo con un partner (per lo meno non ci riescono a lungo), né riescono a fermarsi se diventano genitori. Un tipico esempio di pensiero da Sex Addiction è “Questa è l’ultima volta che ho intenzione di andare in quel sex shop/ scaricare le app sex-finder/ vedere il mio compagno di letto o perdere tempo su quel sito porno”.

Ma in definitiva la loro scarsa capacità di controllo, li riporta alle stesse situazioni sessuali, nonostante le conseguenze negative sulla vita, che allora si sdoppia, mantenendo la dipendenza fuori da una vita normale, fatta di amici e famiglia. Come tutte le persone tossicodipendenti, si crea così una rete di continue bugie, segreti, manipolazione, e negazione. Questo stile di vita disintegrato porta spesso a disturbi dell’umore, problemi relazionali e crisi esistenziali.

Sempre Weiss offre una serie di comportamenti tipici di chi mette in atto comportamenti connotati da iper-sessualità:
– Molteplici rapporti occasionali e poche o brevi relazioni serie;
– Ore interminabili passate su Internet e su siti pornografici;
– Masturbazione compulsiva, con o senza la pornografia;
– Partecipazione ricorrente (e di nascosto) in strip club, librerie per adulti, incontri con prostitute o operatori di massaggi sensuali;
– Rapporti di sesso anonimo o casuale con persone incontrate on-line o tramite applicazioni per smartphones;
– Pratiche sessuali non sicure e/o fisicamente pericolose;
– Coinvolgimento in ambienti connessi a determinate pratiche sessuali (sex club, club scambisti, stabilimenti balneari, ecc).

La ricerca di sesso avviene indipendentemente dalle potenziali conseguenze immediate o a lungo termine per sé o per altri.
Tra le conseguenze più frequenti ci sono:
– Perdita di controllo sulle crescenti fantasie e comportamenti sessuali
– Aumento di frequenza e intensità di pensieri e comportamenti sessuali nel corso del tempo (escalation)
– Impoverimento della creatività, l’intimità e /o il tempo libero
– Irritabilità e rabbia quando si cerca di smettere con i comportamenti sessuali
– Isolamento sociale ed emotivo
– Disturbi dell’umore
– Conseguenze negative più ampie a livello relazionale, emotivo, fisico, finanziario, legale, ecc. , legate ai comportamenti sessuali

Un modello di terapia

Patrick J. Carnes, nel 2000, pubblica un articolo in cui viene delineato un protocollo di intervento per i casi di dipendenza sessuale, esso prevede tre fasi: intervento, trattamento iniziale e terapia estesa.

La prima fase prevede un intervento del ciclo compulsivo di mantenimento del disturbo. Il terapeuta deve indagare la storia sessuale del paziente per conoscere tutti gli aspetti del comportamento problematico. Questa indagine è importante sia perché paziente e terapeuta prendono consapevolezza della portata del problema, sia per evitare al terapeuta infelici sorprese nel corso della terapia (molto frequenti, qualunque siano gli obiettivi accordati). Questa prima fase è soprattutto psico-educazionale: si informa il paziente sul disturbo, in modo tale da avere una visione più obiettiva del problema.

Quando il paziente inizia a fidarsi del terapeuta e acquista più familiarità con il disturbo, è il momento di iniziare a confrontarsi con le aree più problematiche del paziente, sarebbe auspicabile iniziare con la più frequente e la più pericolosa, ad es. il sesso non protetto con le prostitute: il terapeuta sviluppa un contratto comportamentale con il paziente che si asterrà da alcuni comportamenti durante la terapia. Ad esempio, se il rivolgersi a prostitute si verifica in una determinata zona della città, il paziente si impegna non solo ad astenersi da questi comportamenti, ma ad evitare di andare da solo in questi luoghi. Il paziente si impegna inoltre a segnalare eventuali problemi riscontrati in questa gestione del comportamento.

Quando questo punto è raggiunto, ha inizio la seconda fase di trattamento, in cui vengono impiegate alcune strategie:
Partecipazione a un gruppo terapeutico con persone che condividono lo stesso problema
Accordo scritto di astinenza, in tre parti: i comportamenti distruttivi da cui il paziente si impegna ad astenersi; cosa è necessario fare per evitare quei comportamenti; una dichiarazione completa dei comportamenti sessuali che il paziente desidera coltivare (discussi poi nella terapia e nei gruppi di sostegno).
Piano di prevenzione delle ricadute. Con l’aiuto del terapeuta, il paziente si prepara un piano globale per prevenire le ricadute, tra cui la comprensione dei trigger (Oggetti /eventi specifici che attivano le compulsioni sessuali del paziente), un elenco degli eventi attivanti (ad esempio stress estremo, una lite con il coniuge, ecc), nonché l’esecuzione di “esercitazioni antincendio” (vale a dire risposte automatiche per prevenire le ricadute).
Periodo di astinenza, che comprende anche la masturbazione, dalle 8 alle 12 settimane. Se la persona ha un partner, anch’egli deve impegnarsi in questo processo. Questo periodo è progettato per ridurre il “caos sessuale” e per esplorare ciò che concettualmente costituisce la salute sessuale (spesso, durante questo periodo, al paziente riaffiorano ricordi della prima infanzia come abusi sessuali e fisici).
• Al termine del periodo di astinenza, terapeuta e paziente creano un piano di sesso, che sottolinea ulteriormente la differenza tra sessualità sana e distruttiva.
Coinvolgimento della famiglia. I partner e membri della famiglia hanno bisogno di essere ascoltati in terapia per un lavoro su se stessi e per non screditare le piccole conquiste terapeutiche del paziente.
Riduzione della vergogna. Il terapeuta lavora con il paziente utilizzando diverse strategie per ridurre sia la vergogna sessuale che la vergogna per il comportamento passato.

Dopo la seconda fase, e se un periodo libero da ricadute è stato mantenuto, si passa alla terza fase del trattamento. Questa fase si concentra su questioni legate allo sviluppo e alla famiglia d’origine, e a quei problemi qui sorti che si sono poi riflessi nella sfera sessuale del paziente. In questa fase si potrebbe venire a contatto con dolori non risolti e questo richiederà particolare tatto e attenzione, poiché si potrebbe avere una ricaduta.
Nonostante la ricerca continui e, come abbiamo visto, alcuni esperti abbiano avanzato proposte di trattamento per la dipendenza da sesso, questa è ben lontana dall’essere riconosciuta ufficialmente tra i disturbi mentali. Tutto ciò crea non pochi problemi a terapeuti, psicologi e psichiatri che hanno in carico pazienti con comportamenti di ipersessualità molto simili a una dipendenza. Si spera dunque che il panorama scientifico possa lasciare uno spazio sempre maggiore alle ricerche in tema di sex addiction: una condizione che, seppure legata a uno degli aspetti più naturali e piacevoli della vita, potrebbe, a lungo andare, trasformare tale piacere in vera e propria patologia.

 

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Un bambino che ride è un bambino che apprende meglio!

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Il legame cognizione ed emozioni ancora una volta sembra fondamentale, poiché le risate sarebbero delle vere e proprie promotrici di apprendimento psico-motorio, proprio e già a partire dai primi anni di vita.

 

Many studies have shown that making children laugh enhances certain cognitive capacities such as attention, motivation, perception and/or memory, which in turn enhance learning. However, no study thus far has investigated whether laughing has an effect on learning earlier in infancy. The goal of this study was to see whether using humour with young infants in a demonstration of a complex tool-use task can enhance their learning. Fifty-three 18-month-old infants participated in this study and were included either in a humorous or a control demonstration group…

Sull’onda di pagine di letteratura che parlano del legame tra emozioni e apprendimento, quelle sonore e autentiche risate dei bimbi nei primi anni di vita sono anche un buon segno per lo sviluppo cognitivo, motorio e comportamentale.

In uno studio alcuni ricercatori hanno manipolato proprio la variabile humor per indagarne gli effetti sull’apprendimento osservativo in bambini di 18 mesi.

Il task sperimentale prevedeva di prendere una paperella di gomma aiutandosi con un rastrello di cartone coinvolgendo bambini che ancora non erano in grado di farlo. I bimbi sono stati sottoposti a un piccolo training per riuscire nel task: alla metà del campione sono state date ripetute dimostrazioni serie (seppur con uno sperimentatore sorridente e gentile) su come raggiungere il giocattolo, mentre all’altra metà dei soggetti le dimostrazioni sono state fornite sotto forma di scherzi divertenti.

Al termine di questi micro-training, il momento della prova finale: i ricercatori avvicinano il rastrello alla mano del bambino per vedere se spontaneamente imita l’azione dell’adulto prendendo la paperella di gomma.

Tra i bambini nella condizione di dimostrazioni divertenti il 93% è riuscito nel compito (e tra questi è il 19% riesce nel compito anche se non ha riso durante il training), mentre il successo si è registrato solo per il 25% dei bambini cui venivano fornite istruzioni serie e non divertenti.

Dunque il legame cognizione ed emozioni ancora una volta sembra fondamentale, poiché le risate sarebbero delle vere e proprie promotrici di apprendimento psico-motorio, proprio e già a partire dai primi anni di vita.

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Setting e terapia con gli adolescenti: quando la complessità semplifica le cose

Giorgia Di Fabio

La costituzione del setting con l’adolescente, quindi, non può che subire l’influenza della soggettività del terapeuta, della sua posizione personale, della sua formazione, con la sua propria costellazione di difese ed angosce, con una sua “insatura sensibilità/curiosità” (Maltese, 2005, p. 113) verso la sua stessa adolescenza, con l’esperienza acquisita (Roussilion, 1995), professionalmente e non.

Quella della mobilità e della flessibilità del setting nella psicoterapia con gli adolescenti è una questione quanto mai attuale ed urgente su cui confrontarsi. Infatti nella progettazione della cura con un adolescente diviene sempre più cruciale intendere una pluralità di possibili scelte rispetto ai dispositivi disponibili, quando uno degli obiettivi da porsi è favorire la soggettivazione del ragazzo/a.

Per soggettivazione si intende, nell’accezione fornita da Cahn (2000), il processo continuo ed interrotto di appropriazione soggettiva della propria realtà psichica. Tale processo che implica l’acquisizione graduale di un proprio modo di essere e di sperimentarsi in modo vitale e creativo, va incontro ad una svolta cruciale in adolescenza, quando la posta in gioco è la capacità, o l’incapacità, di accedere alla posizione di soggetto della propria vita.

Allora entrano in gioco variabili nuove ed anche gli ingredienti, che, di norma, definiscono la relazione con l’adolescente, devono fare i conti con la necessità che il setting non sia rigido. Dato che il rapporto con il paziente giovane implica necessariamente l’incontro con tutto quello che la famiglia rappresenta e che questo coinvolgimento intensifica la trama del racconto e ne arricchisce l’intreccio, il concetto di duttilità diviene una caratteristica intrinseca e fondativa del lavoro di cura.

La variabile soggettiva del terapeuta, nella posizione di persona e rispetto alla propria adolescenza, si configura come condizione necessaria per la definizione di una geografia del campo terapeutico in cui si installa la cura e di cui il setting è espressione, fino all’ampliarsi dello scenario a vantaggio della cura stessa.

La costituzione del setting con l’adolescente, quindi, non può che subire l’influenza della soggettività del terapeuta, della sua posizione personale, della sua formazione, con la sua propria costellazione di difese ed angosce, con una sua “insatura sensibilità/curiosità” (Maltese, 2005, p. 113) verso la sua stessa adolescenza, con l’esperienza acquisita (Roussilion, 1995), professionalmente e non.

Si definisce quindi un percorso-processo che si sviluppa a partire dal progetto terapeutico per poi scorrere parallelamente ad esso e che riguarda anche il terapeuta ed il suo modo di pensare il setting, di realizzarlo o di modificarlo nel corso della cura.

La natura dinamica del concetto di setting, specie con adolescenti, modulato sulle richieste e sulle possibilità del ragazzo ma anche della sua famiglia, si fonda sulla capacità del terapeuta di avere dentro ben saldo il proprio setting, per cui ben oltre i vincoli di spazio, tempo e presenza di terapeuta-paziente, oltre i confini della stanza di terapia, il setting diviene “l’area generativa del discorso d’aiuto” (Baldini, 2005, p. 107).

In tal senso è, esso stesso, sede di processi trasformativi, area di scambio, di transito in cui co-determinare un campo comune (Baranger, 1990), dove si incontrano gli attori della terapia con i loro affetti passati e presenti. L’idea di setting, inteso come condizione preliminare che consente l’esistere di un campo mentale, matura da una riflessione antropologica: esso affonda le radici in un terreno socio-culturale e germoglia in un ambiente fisico-umano che definisce con le sue caratteristiche, il margine per cui il disagio psicologico può risolversi oppure cronicizzarsi.

In questa prospettiva il lavoro terapeutico viene concepito come “presa in carico della multi-appartenenza” del paziente ai diversi campi di vita e ai differenti luoghi e tempi fondativi della sua personalità: famiglia, gruppo sociale ristretto e allargato (D’Elia, 1988).

Se rendere più complesso il setting per semplificare il percorso di terapia può suonare come una contraddizione in termini, oppure un facile gioco di parole, in realtà è solo un buono spunto di riflessione nato dal pensiero delle difficoltà e delle insidie che si incontrano se si procede, nel tracciare le coordinate di un progetto terapeutico, ignorando che l’esistenza psichica è garantita anche dall’appartenenza attuale alle relazioni familiari.
Al contrario se si intende il paziente come una persona nel suo “essere-in-relazione”, la cui identità è anche il frutto dello scambio tra generi, generazioni e stirpi, è necessario ammettere che esiste un’ “anteriorità ontologica dei legami di appartenenza familiare e culturale rispetto al mondo rappresentazionale” (Cigoli, 2006, p. 35). Per questo può diventare cruciale, nel pensare la terapia con un adolescente, rivolgersi al mondo dei legami, creare spazi di rappresentazione scenica che permettano l’accesso al corpo familiare (Cigoli, 2006).

Inoltre, più che fermarsi all’intreccio delle trame e degli scambi generazionali, o al riconoscimento della loro verità affettivo-etica, diventa utile mettersi alla ricerca di una pluralità di senso (Cigoli, 2006), rifigurare le relazioni, restituire loro la complessità, agire in favore del legame, andando alla riscoperta, nella praxis familiare, delle ritualità, della mitologia, per costruire uno spazio transizionale.

In questo senso la scelta di utilizzare setting di cura diversi e mobili, cui far corrispondere, attraverso la matrice di interconnessione tra campo gruppale familiare e campo terapeutico, una nuova possibilità di mobilitazione delle risorse del paziente, come dei suoi familiari, può permettere di recuperare un organizzatore mentale della gruppalità verso il sociale.

Così anche il setting diviene, in questa nuova luce, un dispositivo che “deve essere mobile ed aperto a rapide variazioni a seconda dell’emergere della necessità di coinvolgere persone significative del mondo relazionale del paziente […]” perché “[…] il significante mentale <mobilità> diventi operatore psichico di nuove connessioni” (Pontalti, 1998, p. 19).

Ogni possibilità terapeutica richiede il suo progetto e soprattutto “una estrema duttilità di gestione sull’interfaccia del campo terapeutico e del campo familiare” (Pontalti, 2000, p. 47), nutrendosi della complessità di un itinerario che deve continuamente ripensare se stesso interrogandosi sulla pensabilità dei passaggi e dei movimenti psichici proposti al paziente.

Sintonizzarsi sulle possibilità della rappresentabilità psichica del paziente o dei familiari che entrano nel campo terapeutico significa marcare psichicamente i transiti evolutivi e co-evolutivi che la terapia dovrebbe preparare. Significa individuare i punti di ancoraggio, andando alla scoperta dei codici di significazioni che consentano di collocarsi, in modalità mobile, nell’interspazio di connessione tra un qui e un altrove, definendo nuovi codici di trasduzione tra una territorialità psichica e l’altra.

Questa prospettiva risulta vantaggiosa specie nel caso di adolescenti ‘separati’, ovvero figli di genitori separati, spaccati a metà e spesso, incapaci di ricomporre la scissione, paralizzati tra un prima e un dopo temporale cui facilmente corrisponde un blocco tra un dentro e un fuori geografico-spaziale, oltre che psicologico. Nel caso di questi adolescenti e delle loro famiglie, simbolicamente e fisicamente separate all’inizio e poi “sparpagliate” tra case, città e/o famiglie diverse, diviene necessario salvaguardare la cura del legame anche in presenza di un patto coniugale violato, attraverso la presentificazione di corpi familiari, non solo delle loro valenza rappresentazionali, e, con essi, delle loro storie di legami intergenerazionali.

A volte può essere fondamentale, allora, il recupero di luoghi e tempi passati, di volti in un altrove che è anche la storia delle ultime generazioni della famiglia. Inoltre ripensare i possibili transiti verso appartenenze del passato permette anche di lavorare su altre transizioni: per i genitori, dalla propria storia coniugale di coppia ad altre possibili storie di relazione; per l’adolescente, dal gruppo familiare ad altri gruppi nel sociale, dalla stanza di terapia, al mondo fuori.

 

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Il mondo degli adolescenti: la transizione dall’infanzia all’età adulta – Psicologia

 

BIBLIOGRAFIA:

Le sindromi culturalmente determinate: una classificazione obsoleta?

Fiammetta Monte, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

Il termine culture-bound syndrome, potrebbe essere tradotto con sindrome culturalmente determinata. Sta ad indicare un insieme eterogeneo di disturbi cognitivi e comportamentali, cosiddette sindromi, diffuse generalmente in specifici contesti geografici.

Come rileva Piero Coppo (Coppo, 1996), anche se recentemente alcuni autori hanno proposto di iscrivere nell’ambito delle sindromi legate alla cultura anche disturbi come l’anoressia nervosa, gli attacchi di panico e la depressione (in quanto patologie legate al contesto della cultura occidentale), i casi descritti in letteratura riguardano piuttosto sindromi non occidentali, non a caso prima che venisse introdotto il termine di sindromi reattive culture-bound (Yap, 1969), queste condizioni erano descritte come “esotiche” (termine eurocentrico ormai in disuso).
La psichiatria culturale in passato si è dedicata a scoprire analogie tra queste ed i principali disturbi generalmente riconosciuti dalla psichiatria (Yap, 1969).

Tra le sindromi culturalmente determinate, una delle più conosciute è l’Amok, individuato per la prima volta da Kraepelin. Si tratta di un improvviso attacco omicida che colpisce in particolare giovani uomini. L’individuo colpito da Amok inizia a correre armato e colpisce chiunque incontri sul suo cammino. Tale crisi si conclude con l’uccisione o la cattura del corridore il quale nel caso in cui sopravviva non ricorda nulla dell’accaduto. È stato identificato nell’Asia Sud-Orientale, Malaysia, Indonesia, Thailandia.

In Groenlandia, Alaska e nell’artico canadese è stato identificato “Pibloqtoq”: una smania incontrollabile di lasciare il proprio rifugio, strapparsi di dosso i vestiti ed esporsi all’inverno artico.

Presso alcune tribù amerindiane si crede che esista il Withigo, un gigantesco spirito cannibale fatto di ghiaccio, e sono frequenti le “psicosi da Withigo”, caratterizzate da un forte stato d’ansia e dalla paura di trasformarsi in Withigo, di poter mettere in atto atti cannibalici.
Il Koro fu inizialmente osservato in giovani uomini del Sud-Est asiatico; ma piccole “epidemie” si sono verificate più recentemente anche in alcuni paesi africani: esso comporta la convinzione delirante che il proprio pene si stia ritraendo nell’addome e la convinzione che, a ritrazione completata, sopravverrà la morte. Tentativi dettati dal panico di impedire al pene di ritrarsi possono provocare gravi danni fisici.

Tra le donne Malaysiane, quelle che manifestano il Latah presentano un comportamento imitativo incontrollabile e la tendenza della persona che ne è colpita a comportarsi in modo lontano da quello per lei abituale (per esempio dicendo oscenità).
Così come l’obesità e l’anoressia sono legate al modo in cui una donna (o un uomo) fa esperienza del proprio corpo in relazione alle immagini della forma del corpo che sono della nostra cultura, allo stesso modo queste sindromi costituiscono nelle rispettive culture una rete di significati peculiari e sono associate ad un insieme di stress individuali e di risposte dell’ambiente e della società agli stessi, nonché alle rappresentazioni del benessere ed agli ideali che prevalgono nelle stesse culture.

Ad esempio l’Amok, come afferma Carr (Carr, 1978) è una forma di comportamento violento imposto dalla cultura malese, sancito dalla tradizione come risposta adeguata ad un certo tipo di condizioni. Il malese è incoraggiato dalla stessa società a mettere in atto tale comportamento nel momento in cui si trova a sperimentare una sensazione di malessere ed umiliazione che può essere provocata da diverse cause, come ad esempio essere esposti ripetutamente ad insulti, vivere un’esperienza di scacco particolarmente frustrante, o avere la sensazione di condurre un’esistenza priva di significato. Nella cultura malese, in altre parole, quanto più un individuo è mortificato, tanto più deve essere plateale la risposta che porta al riscatto. Il Latah è invece spesso favorita da un “rumore inatteso, un tocco o un gesto sperimentato in presenza di persone che la vittima considera superiori o che desidera compiacere” (Murphy, 1976): fu individuato per la prima volta alla fine del 1800, quando si diffuse in proporzioni quasi epidemiche in Malesia, tra gli indigeni e vicino gli insediamenti dei coloni europei. Dal 1920 divenne sempre più rara tra i giovani, e tra gli uomini, mentre si concentrò soprattutto nei luoghi lontani dai centri abitati dagli europei e tra le donne che lavoravano come domestiche presso le case dei coloni. L’epidemiologia del Latah, come osserva Alex Cohen (Cohen, 1999) fa riflettere sul rapporto tra questa sindrome e fattori sociali come ad esempio il rapporto con gli europei ed il cambiamento dei ruoli sociali nelle donne.

Alcuni antropologi e psichiatri hanno cercato, in una prospettiva epidemiologica, di tradurre le categorie popolari delle malattie di particolari società, per cercarne la corrispondenza con la nosologia classica. Secondo il modello da loro costruito le malattie derivano da processi universali, il modo in cui si manifestano però, è modellato dalla cultura cui l’individuo appartiene, in base alla quale gli individui selezionano alcuni sintomi associati ad una condizione di malattia e ne mettono in ombra altri: di fronte cioè ad uno stesso insieme di sintomi, individui che appartengono a diverse culture cercheranno cura per alcuni di questi e non per altri (Cozzi e Nigris, 1996).

A tale posizione universalistica si è contrapposta in passato quella del relativismo culturale: quella cioè di coloro che ritengono che in ogni società esista una certa nosologia, in quanto ogni società distingue comportamenti normali e patologici in modo peculiare. Di conseguenza anche il disagio prodotto da ogni cultura è unico e non confrontabile con il disagio prodotto da altre culture. Mentre insomma per gli universalisti le sindromi culturali sono espressioni culturalmente elaborate di fenomeni neuropsicologici o psicopatologici, per i relativisti culturali, una sindrome legata alla cultura è espressione di costrutti specifici di quella cultura e non può essere appresa in modo acontestualizzato, al di fuori di quella cultura, le cui credenze sono costitutive della sindrome.

È oggi senz’altro necessaria in una società multietnica come la nostra, in cui i flussi migratori si fanno sempre più intensi, ricercare ed adottare approcci che tengano conto della diversità culturale e che rendano possibile il trattamento delle “psicopatologie dell’immigrazione”, purtroppo sempre più frequenti e legate a cause diverse: dalla nostalgia per il proprio paese alla incapacità di orientarsi in un universo di valori completamente nuovo all’ostilità a volte espressa dai membri del paese accogliente. È importante predisporre spazi (mentali e fisici) di cura ed assistenza dotati di maggiore sensibilità culturale.

D’altro canto è specularmente importante tenere conto nella pratica clinica che proprio i flussi migratori, la globalizzazione, la nascita di comunità on-line e la condivisione al livello mondiale di simboli e stili di vita propri inizialmente soltanto di una certa società, favoriscono lo sviluppo di un processo di omogeneizzazione delle culture, dovuto all’incremento della possibilità che persone appartenenti ad orizzonti culturali differenti si incontrino e procedano ad un interscambio di usi, costumi, credenze ed abitudini, mettendo pesantemente in crisi, come sostiene Mantovani (Mantovani, 1998) l’idea che possano esistere culture separate, immobili, legate ad un solo contesto e ad un solo territorio e di conseguenza il concetto di sindrome culture-bound, almeno nella sua accezione classica.

 

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Onicofagia: il mangiarsi le unghie ha un nome ed un perché

Quante persone soffrono di onicofagia? In molti di fronte a questa domanda con buone probabilità alzeranno un sopracciglio mostrando un’espressione perplessa. Eppure sono davvero tanti i soggetti che possono essere definiti degli onicofagi.

Perché l’onicofagia nient’altro è che il brutto e frequente vizio che molte persone hanno di mangiarsi le unghie. Un’abitudine riscontrabile in tantissima gente, la quale si rosicchia le unghie con una certa frequenza, talvolta asportando anche pellicine e cuticole sottostanti.

Una serie di ricerche ha messo in luce che sono soprattutto i bambini e gli adolescenti ad essere onicofagici. La fascia di età che va dai 12 ai 18 anni pare quella maggiormente coinvolta nella pratica di questo vizio. Tuttavia vi è anche un buon numero di persone che continua a mangiarsi le unghie anche in età adulta (Grant et al, 2010).

Si tratta di una cattiva abitudine da non trascurare. Il DSM IV TR (“Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali”, quarta edizione) annovera l’onicofagia tra i disturbi del controllo degli impulsi. La caratteristica principale di tali disturbi è l’incapacità di resistere ad un impulso o ad una tentazione di compiere un’azione che, in qualche modo, è dannosa.

Tra tali disturbi rientra anche la tricotillomania, ossia il toccarsi, tormentarsi e talvolta strapparsi i capelli, un’altra brutta abitudine che sovente è associata all’onicofagia. Tra i due disturbi però sembrerebbe vi sia una rilevante differenza: nella tricotillomania il soggetto riferisce di non provare dolore nel tormentarsi i capelli, piuttosto se li stuzzica senza rendersene contro; nell’onicofagia, invece, il dolore alle dita pare essere quasi sempre presente.

Rosicchiarsi le unghie potrebbe sembrare una pratica innocua, ma non è proprio così. Infatti è considerata una vera e propria forma di autolesionismo, che con buone probabilità può comportare anche dei danni alle dita. E non solo: i medici hanno messo in luce che le unghie, essendo un potenziale canale di trasmissione di infezioni, possono recare danno anche allo smalto dei denti, favorendo così il rischio carie.

Sarebbe quindi una condotta da evitare, e molti soggetti sono riusciti a debellarla distraendosi e creandosi alternative, quali potrebbero essere il tenere la bocca occupata con un chewingum, oppure il mantenere le mani impegnate maneggiando altri oggetti.

Ma la soluzione ideale per contrastare l’onicofagia è quella di risalire e comprendere le cause che originano il vizio, per poterle, se possibile, superare. 

Infatti dietro la pratica di mangiarsi le unghie può celarsi un perché. Quasi tutti i soggetti che soffrono di onicofagia dichiarano di aver cominciato in età infantile.

Le motivazioni sottostanti alla prassi di questo malsano comportamento possono essere molteplici, e all’origine di questa condotta vi è quasi sempre un motivo di natura psicologica (Roberts e all, 2013). L’onicofagia sembra manifestarsi prevalentemente nei periodi di non tranquillità.

Volendo scendere maggiormente nel dettaglio, queste sono le principali cause che sottendono al disturbo:

  • Pare che soprattutto nei momenti di stress e di ansia il soggetto onicofago scarichi il suo nervosismo e la sua preoccupazione mordendosi le unghie. Ciò gli darebbe un senso di sollievo momentaneo, in quanto gli permetterebbe lo sfogo di una tensione emotiva.
  • In altre circostanze l’onicofagia può essere percepita come una vera forma autolesionistica: in termini più semplici, un’emozione di rabbia o aggressività potrebbe essere scaricata sul proprio corpo anziché rivolta verso l’esterno. queste forme di autolesionismo si verificano prevalentemente in età adolescenziale
  • Vi sono poi situazioni in cui ci si mangia le unghie per noia, o meglio la persona che possiede questa abitudine ha difficoltà a controllarla, per cui con buone probabilità tenderà a manifestarla anche nei momenti di inattività e di non azione delle mani.
  • un’altra motivazione potrebbe essere quella imitativa: cioè si comincia in età infantile imitando qualche adulto che fa lo stesso, e poi, con il passare del tempo, questa abitudine semplicemente si protrae.

Comunque, secondo gli esperti, ad originare questa condotta sono soprattutto le cause ricollegabili ad ansia, stress e nervosismo: il soggetto si porta (spesso inconsapevolmente) le mani alla bocca e si rosicchia le unghie. In questo modo tiene in qualche modo a bada le proprie tensioni personali.

Si tratta di un gesto automatico e spontaneo, ma non è un salutare passatempo, in quanto consiste in una condotta difficile da controllare, con uno scopo ben preciso (quale potrebbe essere ad esempio quello di attenuare la tensione emotiva).

Talvolta, nei casi più gravi, potrebbe essere utile l’aiuto da parte di uno psicoterapeuta, il quale aiuti il soggetto ad individuare le cause che sottendono al disturbo per poter poi intervenire.

 

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