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Leadership negli Sport di Squadra – Un Quadro Generale#2

Leadership negli Sport di Squadra:

UN QUADRO GENERALE – Parte 2 

 

LEADERSHIP NEGLI SPORT DI SQUADRA – PSICOLOGIA DELLO SPORT – MONOGRAFIA

 

LEADERSHIP NEGLI SPORT DI SQUADRA. - Immagine ©-Texelart-Fotolia.comPer poter comprendere le peculiarità della figura del leader nello sport è indispensabile porre innanzitutto attenzione a come questo concetto è stato considerato e definito dalla letteratura socio-psicologica. Per fare ciò si deve partire da molto lontano, prima che si sviluppasse l’interesse della psicologia verso lo sport, per percorrere gli studi che hanno determinato lo sviluppo della ricerca sulla leadership nei gruppi sociali.

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Ogni gruppo sociale, e si potrebbe dire ogni squadra sportiva, possiede una propria struttura di status e cioè una struttura di posizioni ognuna delle quali definita da specifiche relazioni con gli altri membri e da una scala di prestigio [Scilligo, 1973].  Al momento dell’assegnazione dei ruoli, che avviene naturalmente, ogni membro del gruppo attecchisce a una particolare posizione che determina sia la quantità di potere che possiede, sia la possibilità di influenza sui compagni. Questa graduatoria  solitamente viene rappresentata come una piramide il cui vertice è occupato da una sola persona (vedremo poi che questo non è sempre vero), e cioè: il leader. A questo punto risulta chiaro come parlare di leader vuol dire riferirsi a quella persona che detiene la maggior quantità di potere e che esercita la maggior influenza.

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2,1 – Potere e Influenza nella Leadership

L’influenza e il potere sembrano essere due tratti determinanti della figura di leader e apparentemente correlati positivamente tra loro. Per molto tempo infatti la prima è stata considerata come il puro e semplice esercizio del potere, dal quale dipendeva necessariamente. Quest’ultimo era visto come la base per l’influenza e, contemporaneamente,  l’influenza diveniva l’esercizio pratico del potere. Gli studi più recenti hanno condotto i ricercatori su considerazioni diverse che vedono in questi concetti due diverse alternative di modifica del comportamento altrui.

Si deve all’opera di Moscovici [1976] questa distinzione, formalizzata nella teoria della conversione. In questa elaborazione l’autore dimostra semplicemente, si fa per dire, come l’influenza può essere esercitata anche in assenza di potere. Moscovici manifesta la sua proposta in aperta critica con l’idea di conformismo esposta nel paradigma di Asch [1951,1956] per il quale il cambiamento degli atteggiamenti e dei comportamenti poteva determinarsi attraverso processi informazionali e influenze normative.

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Secondo i primi, le opinioni altrui costituiscono sempre una fonte di informazione sulla realtà, che noi tendiamo a considerare come un’evidenza empirica verificata, specie in condizioni di ambiguità; mentre, nelle influenze normative, siamo spinti ad uniformarci agli altri per costituire una norma stabile ed evitare di apparire devianti. Nell’idea di Asch questi processi sono, in ogni caso, unidirezionali. Essi, cioè, si determinano a partire dalla maggioranza sulla minoranza. La provocazione di Moscovici lanciata contro questo paradigma verte soprattutto sull’idea che, se davvero esistesse solo un’influenza maggioritaria, allora non potremmo più osservare alcuna differenza nei comportamenti delle persone.

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La minoranza può, invece,  provocare anch’essa un cambiamento negli atteggiamenti e nei comportamenti delle persone che risulta essere ben più profondo e duraturo di quello esercitato dalla maggioranza, detentrice del potere. L’esito del cambiamento apportato da influenza informazionale o normativa che, secondo Moscovici, si basa su un processo di confronto in cui l’attenzione delle persone è rivolta più alla differenza tra le opinioni che al concetto in discussione, è in realtà una semplice acquiescenza tesa ad evitare di far parte della devianza. E’ retta quindi da una motivazione piuttosto superficiale che non viene internalizzata e scompare con la scomparsa della maggioranza.

Viceversa l’influenza esercitata dalla minoranza percorre un processo di convalida in cui gli oggetti di confronto e riflessione non sono le diverse opinioni ma l’idea espressa dalla minoranza e la realtà stessa e che ha come esito un cambiamento profondo, duraturo, non evidente in pubblico ma che rimane indipendentemente dalla presenza della entità che lo ha generato [Moscovici, 1980]

Per questo l’influenza sociale non è qualcosa che appartiene esclusivamente al leader in quanto detentore della maggior quantità di potere nel gruppo, ma è un processo reciproco in cui questa posizione si distingue come occupata da quella persone che è in grado di influenzare gli altri membri del gruppo più di quanto possa essere influenzato da questi [Brown,2000].

D’altra parte risulta inevitabile prendere in considerazione la dotazione di potere nelle mani del leader, che, come già accennato, se non è la base dell’influenza in generale, è comunque un’alternativa che permette a un agente sociale “O” di modificare gli atteggiamenti e i comportamenti di un’altra persona “P” [French e Raven, 1959]. Ovviamente in questa nuova veste separata dal concetto di influenza, il potere risulta essere associato a un sistema di processi di dominanza-sottomissione che, come affermano Giovannini e Savoia [2002], vanno considerati  un aspetto strutturale della vita di gruppo. Vale la pena sottolineare che questi rapporti non hanno un fondamento naturale ma dipendono da un sistema di norme sociali, in ogni ambito e così pure nello sport, confuse con norme istituzionali. La compresenza di questi due diversi tipi di norme può portare allo sviluppo di diversi leader a diversi livelli.

Un rapporto di potere tende poi a poggiare su diverse basi. French e Raven [1959] ne individuano cinque tipologie attraverso cui il leader, o comunque l’agente sociale “O”, può intervenire sull’atteggiamento e sui comportamenti degli altri membri del gruppo:

Il potere di ricompensa (reward power): si basa sull’abilità di O di concedere ricompense a P ma soprattutto sull’abilità di far percepire a P di poter ottenere ricompense da lui. Queste ricompense possono appartenere a diverse tipologie e possono essere sia materiali che puramente simboliche.

Il potere coercitivo (coercive power): rappresenta esattamente l’opposto del potere di ricompensa. In questo caso P non è spinto alla sottomissione dall’attesa o dall’aver ricevuto un dono ma più che altro dalla paura di poter ricevere una punizione. E’ importante, perché questo potere abbia sufficiente effetto, che P percepisca la minaccia di poter ricevere sanzioni come reale potenzialità di O.

Il potere legittimo (legitimate power): rappresenta il potere conferito a O da parte di norme legittimate e interiorizzate da parte di P. Questo tipo di potere obbliga P a sottomettersi a questa azione di O. L’origine delle norme che conferiscono il potere legittimo al leader può dipendere dalla cultura o dalla società a cui O e P appartengono. Questo tipo di potere è strettamente legato ai due precedenti in quanto, pur avendo una base legittima, si realizza comunque attraverso un sistema di ricompense per il conformismo e sanzioni per la devianza.

Il potere d’esempio (referent power): è il potere esercitato da O in quanto modello per P. In questo caso il potere di modificare il comportamento altrui è estremamente sottile e complesso in quanto si basa su un processo di identificazione di P in O, e quindi su un processo estremamente intricato che ha origine innanzi tutto in P stesso. In un certo senso è P, in questo caso, a legittimare il potere di O su di sé in modo, a volte, del tutto inconscio.

Il potere di competenza (export power): si basa sull’idea che P ha riguardo l’esperienza di O in un determinato ambito. In questo caso O viene riconosciuto come competente e preparato ad affrontare una particolare situazione all’interno della quale può assumere il ruolo di dominatore. E’ una forma di potere simile a quella precedente con l’unica differenza di rimanere limitata all’interno di una sola area. Perché comunque questo potere venga riconosciuto da P è necessario che quest’ultimo abbia modo di riconoscere l’esperienza di O e che si fidi della sua parola.

Queste cinque categorie rappresentano cinque diversi modi attraverso i quali chi ha in mano il potere è in grado di agire sugli atteggiamenti e sui comportamenti delle altre persone. Ognuna di queste categorie è applicabile senza troppe difficoltà al mondo dello sport e in particolare all’interno delle discipline di squadra.

 Come afferma Mazzali [1995] e, come verrà descritto in modo più approfondito nei capitoli successivi, esistono diverse posizioni nella struttura di status che, caratterizza una squadra, a cui è conferita una certa dose di potere. Esistono, quindi, diversi status, fonte di potere per chi li occupa, e, per questo, possono anche esistere diversi leader. Il potere di ricompensa e il potere coercitivo si possono considerare una prerogativa quasi totalmente conferita alla dirigenza (solitamente rappresentata da una figura che funge da leader per lo più esterno alla pratica sportiva in sé) e all’allenatore (in quanto delegato della dirigenza stessa e come detentore del potere e della leadership all’interno dell’attività sportiva). Il potere legittimo è sancito da norme istituzionali e da contratti che vincolano i giocatori alla sua obbedienza. Essendo basato, come già accennato, su ricompense (come i cosiddetti premi-partita) o sanzioni (per lo più economiche ma anche inerenti l’attività sportiva come nel caso della “panchina”), esso è custodito dai medesimi detentori delle tipologie di potere precedenti. Per quanto riguarda il potere d’esempio e il potere di competenza il discorso invece cambia. Difficilmente questi riguardano la dirigenza o qualsiasi persona esterna all’attività sportiva (specie per il potere di competenza). Possono essere riconosciuti all’allenatore, se questi ha dimostrato di essere esperto dello sport che allena o se risulta essere particolarmente famoso. In questo caso egli può diventare un termine di paragone per i propri comportamenti, un simbolo da seguire, o comunque una persona dotata di una conoscenza ed esperienza in materia che non può essere messa in discussione e che nessuno ha intenzione di contraddire. Allo stesso tempo anche un membro della squadra, specie se rientra tra i veterani, potrebbe assumere questa posizione rispetto a giocatori più giovani, guadagnando un potere che gli permetta di essere riconosciuto come un altro leader, questa volta interno alla squadra. Per semplicità si può associare questa figura al capitano della squadra anche se non sempre le due figure si sovrappongono.

Nonostante la chiarezza di questa classificazione operata da French e Raven, Minguzzi [1973] muove alcune critiche. L’autore ritiene che nel suddividere queste cinque tipologie di potere French e Raven non abbiano preso in considerazione almeno due dimensioni importanti: a) il sistema dei rapporti economici come fonte di potere e b) le motivazioni alla base di coloro che accettano consapevolmente il rapporto di sottomissione.

 

LEADERSHIP NEGLI SPORT DI SQUADRA – PSICOLOGIA DELLO SPORT – MONOGRAFIA

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PSICOLOGIA SOCIALE –  PSICOLOGIA DELLO SPORT – RAPPORTI INTERPERSONALI

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Anoressia e Rappresentazione Senso-Motoria inconsapevole del Corpo

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Le ricerche sui disturbi del comportamento alimentare e la percezione corporea si sono finora focalizzate principalmente sul livello percettivo cosciente (immagine corporea). Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista PLOS One indaga invece il concetto di schema corporeo – una rappresentazione del corpo con profonde radici senso-motorie meno consapevole e maggiormente coinvolta nei movimenti e nelle azioni rispetto al costrutto di immagine corporea.

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L'anoressia- Il corpo Invisibile. - Immagine: © deviantART - Fotolia.com
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In particolare i ricercatori si sono domandati se un campione di pazienti con diagnosi di anoressia nervosa presentasse differenze in termini di schema corporeo e relative azioni rispetto a un campione di controllo.

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I ricercatori hanno messo a punto una procedura sperimentale secondo cui i soggetti dovevano passare attraverso una porta semi-aperta avendo la possibilità di decidere quando passare dalla porta.

 Dai dati è emerso che il gruppo di soggetti di controllo iniziava il movimento per oltrepassare la porta quando l’ampiezza di apertura della porta stessa era solo il 25% in più rispetto alla dimensione delle spalle. Invece, i pazienti con anoressia ruotavano il corpo per iniziare il movimento di passaggio solo quando la porta si era spalancata di almeno il 40% più della larghezza delle loro spalle.

Quindi per le pazienti con anoressia nervosa vi sarebbe una alterazione in senso maggiorativo non solo nell’immagine, ma anche nello schema corporeo al punto da modificare in modo pervasivo anche a livello inconsapevole i criteri che guidano le azioni e i movimenti.

 

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DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE – ED 

DISMORFOFOBIA – DISTURBO DEL DISMORFISMO CORPOREO – ANORESSIA NERVOSA

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

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La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:


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Il corso Advanced in Terapia REBT - Day 4
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Come i social media stanno cambiando la reazione ai disastri – Le ScienzeConsigliato dalla Redazione

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Tratto da: Le Scienze

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Il gentle parenting: cosa ci dice la ricerca sull’approccio della “genitorialità gentile”
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Il timore del giudizio in terapia – Inside Therapy
La rubrica Inside Therapy approfondisce il timore del giudizio in psicoterapia, esplorando il ruolo della vergogna e il suo impatto sulla relazione terapeutica
Companion robot e intelligenza artificiale per la terza età – Psicologia Digitale
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Il trauma non è un destino – In arrivo il nuovo libro di Sandra Sassaroli, edito da Vallardi, dedicato al grande pubblico
La tua storia non è una condanna: Sandra Sassaroli porta al grande pubblico un libro per andare oltre il trauma, preordina ora Il trauma non è un destino
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La rubrica Inside Therapy approdondisce il tema della motivazione in psicoterapia come elemento fondamentale per favorire il cambiamento
Oscillazioni. Il racconto di una rivoluzione (2025) di Giancarlo Dimaggio – Recensione
Il libro Oscillazioni (2025) di Giancarlo Dimaggio racconta un percorso di psicoterapia tra immaginazione guidata e trasformazione del sé
Trauma psicologico, social media e mondo interno – PARTECIPA ALLA RICERCA
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La gelosia patologica come fattore di rischio nella violenza di genere
La gelosia patologica può diventare un fattore di rischio per la violenza di genere, con conseguenze profonde sulla salute psicologica
6 motivi per cui le persone NON iniziano una psicoterapia – Inside Therapy
La rubrica Inside Therapy analizza alcuni dei motivi più diffusi per cui molte persone esitano a iniziare una psicoterapia tra dubbi e convinzioni comuni
L’errore del terapeuta: da ostacolo a strumento
Cosa succede quando un terapeuta sbaglia? Vediamo i possibili errori e il loro ruolo nella relazione tra terapeuta e paziente
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Why Wanting Expensive Things Makes Us So Much Happier Than Buying Them

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

 

Il Prof. Daniel Gilbert  della Harvard University spiega perchè è più gratificante l’attesa e l’anticipazione di un acquisto piuttosto che il possesso dell’oggetto tanto desiderato. E’ interessante anche notare come renda più felici investire in “esperienze” piuttosto che in beni materiali:

Stop buying so much stuff, renowned psychologist Daniel Gilbert told me in an interview a few years ago, and try to spend more money on experiences. “We think that experiences can be fun but leave us with nothing to show for them,” he said. “But that turns out to be a good thing.” Happiness, for most people not named Sartre, is other people; and experiences are usually shared — first when they happen and then again and again when we tell our friends.

 

Why Wanting Expensive Things Makes Us So Much Happier Than Buying Them Consigliato dalla Redazione

Even for the most materialistic consumers, it’s the experience of shopping (and the anticipation of buying) that makes us truly happy (…)

Tratto da: The Atlantic

 

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Articoli di Psicologia Sociale
In ricordo di Philip Zimbardo, tra banalità del male e del bene
Ci ha lasciato Philip Zimbardo, una figura leggendaria che ci ha regalato un’eredità immensa nel campo della psicologia sociale
Ricordo di Philip Zimbardo
È scomparso Philip Zimbardo, uno dei più influenti studiosi della psicologia sociale che divenne celebre grazie all’esperimento carcerario di Stanford
Come e perché le amicizie finiscono
Riguardo ai fattori e alle condotte determinanti la rottura delle amicizie in età adulta, la letteratura sembra essere alquanto sprovvista di ricerche
È tutto normale. L’altra faccia della normalizzazione
La normalizzazione può portare ad una maggiore inclusività ma anche alla desensibilizzazione. Come contrastare i rischi?
Perché ci interessa che Chiara Ferragni e Fedez si sono lasciati? (Anche a te che dici di no)
Da poche ore non si fa che parlare della notizia della presunta rottura tra Chiara Ferragni e Fedez. Perché la loro relazione ci interessa così tanto?
Philip Zimbardo, il noto psicologo e ricercatore dell’Effetto Lucifero
Zimbardo è universalmente conosciuto per il famoso e discusso esperimento carcerario di Stanford nell’ambito della psicologia sociale
La coda anticipata ai gate di imbarco. Due possibili spiegazioni psicologiche al fenomeno dei “gatelice”
Perché, nonostante il posto prenotato, le persone sentono il bisogno di mettersi in coda precocemente al gate in aeroporto?
Così fan tutti: il conformismo sociale nell’esperimento di Solomon Asch
La psicologia sociale si è dedicata a lungo alla ricerca e allo studio del tema dell’influenza sociale e del conformismo
Perché seguiamo le norme sociali?
Quali motivi spingono i soggetti a rispettare le norme sociali e a mettere al primo posto il bene sociale piuttosto che la libertà personale
I rischi di una mente veloce: dalle euristiche allo stigma
La psicologia sociale ha studiato come alcune modalità di elaborazione cognitiva, seppur spesso funzionali, possano nascondere dei rischi
La mente veloce: definizione di euristiche, bias e stereotipi
Nella presa di decisioni siamo guidati da alcuni meccanismi mentali che velocizzano il processo: euristiche, bias e stereotipi
Antropologia: il mosaico dell’umanità
L’antropologia è una disciplina che si ramifica in diversi ambiti che contribuiscono a illuminare il complesso mosaico che è l'essere umano
Chi siamo? Quando l’identità era solo personale e sociale
Negli ultimi tempi stiamo assistendo ad un radicale passaggio dall'identità sociale e personale a quella che mostriamo sui social network
Cosa rende i video di unboxing così popolari – Psicologia Digitale
I video di unboxing rendono attraente e interessante qualcosa di ordinario: scartare un pacco e utilizzarne il contenuto
Perché il concetto di autenticità è sopravvalutato? Risponde la psicologia sociale
Essere se stessi è davvero un consiglio utile? Un recente studio Mignault et al. (2022) prova a rispondere a questa domanda
L’American Psychological Association disapprova la decisione della Corte Suprema americana di escludere l’etnia tra i criteri di ammissione ai college
L'APA esprime il disaccordo per l'eliminazione di un criterio di ammissione ai college che puntava all’eterogeneità del corpo studentesco
Perché alcune persone preferiscono ancora i prodotti fisici?
Esaminiamo come le motivazioni identitarie dei consumatori influenzano le loro preferenze per l'acquisto di prodotti fisici invece che digitali
Esperimento del violinista nella stazione metropolitana di Washington DC
L’esperimento del violinista nella stazione metropolitana di Washington DC
Il famoso violinista Joshua Bell suona incognito in una stazione della metro: un esperimento sulla percezione della bellezza della musica e il contesto
Leadership e psicologia le caratteristiche di un leader di successo
La stoffa del leader: un’introduzione alla psicologia della leadership
Quali caratteristiche possiede un leader di successo? D. MacGregor ha individuato due categorie di leader: quelli della teoria X e quelli della teoria Y
Intelligenza artificiale, relazioni emotive e romantiche - Psicologia Digitale
Avere una relazione con un’intelligenza artificiale – Psicologia Digitale
Create per simulare conversazioni realistiche, le intelligenze artificiali in alcuni casi finiscono per sostituire le relazioni con umani
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Il contributo del neuropsicologo alla certificazione medica di idoneità alla guida

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

Nel Veneto un Gruppo di lavoro formato dai neuropsicologi professionisti incaricati di valutazioni psicodiagnostiche sulla idoneità alla guida ha elaborato  un protocollo sulla valutazione neuropsicologica segnalati dalla Commissione Patenti di guida (v. link in bibliografia). Il protocollo è stato discusso con i Presidenti Medici delle Commissioni Mediche Provinciali ed inviato al Ministero competente.  Tale protocollo traccia delle linee guida  utili anche per la valutazione di anziani ed altre categorie di pazienti (ad es. traumatizzati cranici, soggetti con patologie di dipendenza, malati psichiatrici etc.).

Il contributo del neuropsicologo alla certificazione medica di idoneità alla guida Consigliato dalla Redazione

brainfactor, neuroscienze, cervello, ricerca (…)

Tratto da: Brain Factor

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The Science of Fatherhood: Why Dads Matter

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:


Una ricerca della University of Connecticut spiega come e in che misura il ruolo dei padri è importante per lo sviluppo dei figli:

Within the last several decades, though, scientists are increasingly realizing just how much dads matter. Just like women, fathers’ bodies respond to parenthood, and their parenting style affects their kids just as much, and sometimes more, than mom’s.

The Science of Fatherhood: Why Dads Matter Consigliato dalla Redazione

Research increasingly shows that dads have a big influence on their kids’ lives. (…)

Tratto da: LiveScience.com

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Peer Pressure Starts in Childhood, Not with Teens

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

La pressione del gruppo dei pari (o coetanei) sembra influenzare i bambini in una fase molto precendente a quello che i ricercatori hanno creduto fino a questo momento. La ricerca è condotta dall’Università del Maryland ed è stata pubblicata sulla rivista Child Development e l’abstract è consultabile qui.

“This is not just an adolescent issue,” says University of Maryland developmental psychologist Melanie Killen, the study’s lead researcher. “Peer group pressure begins in elementary schools, as early as age nine. It’s what kids actually encounter there on any given day.”

Peer Pressure Starts in Childhood, Not with TeensConsigliato dalla Redazione

Peer group influences affect children much earlier than researchers have suspected, finds a new University of Maryland-led study. (…)

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Dualismo mente/corpo: la cura dell’attivitá fisica ha benefici sulla prestanza mentale.

di Andrea Ferrari

 

Dualismo mente/corpo: la cura dell’attivitá fisica ha benefici sulla prestanza mentale. - Immagine©-Alexander-Raths-Fotolia.comQuattro secoli dopo Cartesio, il legame mente e corpo appare sempre più inscindibile. Nella società odierna il progressivo miglioramento delle condizioni di vita ha portato all’invecchiamento della popolazione, con un conseguente incremento della popolazione affetta da demenza e decadimento cognitivo.

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Al momento non paiono esserci rimedi efficaci per queste condizioni, ragion per cui molte ricerche sono orientate all’individuazione di fattori in grado di prevenirne l’insorgenza.

Un buon consiglio per la popolazione anziana è sicuramente quello di mantenere la mente attiva (Stern, 2006), per cui potete continuare a sfidare la Pagina della Sfinge e a immergervi nella lettura di un buon libro. Ma non trascurate l’attivitá fisica, perché secondo un recente articolo apparso sul Journal of Aging Research (Nagamatsu et al., 2013) mantenersi in allenamento puó migliorare le prestazioni mnemoniche e la prestanza cognitiva, anche se differenti tipi di esercizio sembrano avere effetti differenti a livello cerebrale.

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Questo gruppo di ricerca dell’Università della Columbia Britannica ha reclutato dodici donne, di età compresa tra i 70 e gli 80 anni, tutte affette da decadimento cognitivo lieve (mild cognitive impairment), una condizione in cui le prestazioni cognitive risultano inferiori rispetto a quanto sarebbe previsto per la data classe di età. Inoltre, il decadimento cognitivo lieve è un fattore di rischio per lo sviluppo di demenza.

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Malattia dei Corpi di Lewy - Parte 2. - Immagine: © Gina Sanders. Fotolia.com
Articolo consigliato: la Malattia dei Corpi di Lewy – Parte 2

I ricercatori hanno suddiviso il campione in tre gruppi, i quali hanno svolto per sei mesi degli esercizi di fitness sotto la supervisione di un allenatore. Un gruppo di donne ha fatto esercizi di sollevamento pesi per due volte alla settimana; un altro gruppo ha fatto delle passeggiate; l’ultimo gruppo, di controllo, ha svolto soltanto esercizi di stretching e tonificazione muscolare.

Per la valutazione degli effetti del trattamento, alle donne sono stati somministrati alcuni test di misurazione della memoria verbale e spaziale, in due fasi: prima di cominciare i 6 mesi di allenamento e alla loro conclusione.

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La memoria verbale rappresenta l’abilità di ricordarsi le parole, mentre la memoria spaziale consiste nel ricordo di dove gli oggetti sono localizzati. Entrambe deteriorano con l’età, ma nelle persone affette da decadimento cognitivo lieve il deterioramento è esacerbato.

Nello studio, trascorsi i sei mesi, le donne assegnate al gruppo di controllo hanno ottenuto punteggi inferiori nel post-test: il loro decadimento cognitivo era cresciuto.

 Al contrario, le donne che hanno svolto esercizi hanno ottenuto prestazioni migliori in tutti i test di memoria, ma con alcune differenze significative: mentre entrambi i gruppi (sollevamento pesi vs passeggiate) hanno ottenuto punteggi pressoché equivalenti nei test di memoria spaziale, le donne che hanno passeggiato hanno ottenuto miglioramenti più consistenti nella memoria verbale.

Secondo l’opinione degli Autori, questi risultati suggeriscono che differenti tipi di allenamento fisico hanno ricadute specifiche sulla fisiologia cerebrale e causerebbero miglioramenti in diversi tipi di memoria.

Concludendo, possiamo mandare un appello ai nostri anziani: curate la mente, ma non dimenticatevi del corpo!

 

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DEMENZA – ATTIVITA’ FISICA –  MEMORIA –  TERZA ETA’

 

 

BIBLIOGRAFIA:

In Treatment Americano: una visione d’Insieme

LEGGI TUTTE LE RECENSIONI DI: IN TREATMENT – PSICOTERAPIA IN TV

 

In Treatment americano - una visione d'insiemeDopo aver pubblicato una visione d’insieme sulla versione italiana di “In Treatment”, torno alla versione americana con un articolo conclusivo. È arrivato il momento di dire una parola conclusiva anche sulla versione americana e sull’intera serie in generale.

L’idea di costruire un telefilm sulla psicoterapia era una scommessa rischiosa. La psicoterapia reale non è particolarmente drammatica. Esiste il modello di Safran e Muran (1996, 2000a, 2000b) importato in Italia da Colli e Lingiardi (2009) che parla di “rotture e riparazioni”. Per fortuna nella terapia le rotture e le riparazioni sono separate da significativi intervalli di tempo. In una terapia studiata da Colli e Lingiardi si segnala una rottura alla seduta 5 e un’altra alla seduta 18. Tra queste due rotture tredici sedute di pura noia, almeno dal punto di vista drammatico.

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In treatment Italiano: una Visione d’Insieme
Articolo Consigliato: In treatment Italiano: una Visione d’Insieme

 

Non così in “In Treatment”, in cui c’è una rottura quasi a ogni seduta, ovvero a ogni seduta. Un ottovolante terapeutico, alla fine del quale Paul Weston è comprensibilmente esausto. Ma queste sono le ragioni della drammaturgia. Esistono anche le ragioni del realismo, alla quale “In Treatment” obbedisce, per quanto è possibile.

 

Come ho già scritto recensendo varie puntate, “In Treatment” gioca molto sulla contrapposizione tra un modo di fare terapia distaccato e, per così dire, antico e un modo più moderno, emotivo e relazionale. Il modo antico dà importanza alla consapevolezza auto-controllata e razionale degli atti mentali del pensiero cosciente, quello moderno e relazionale all’emotività e affettività delle situazioni interpersonali. Tutto questo non è solo teoria, ma si riflette nei personaggi.

 

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Gina, la supervisora di Paul, appare distaccata e razionale mentre Paul è sempre invischiato nelle relazioni, nel bene e nel male. La differenza di metodo diventa nella serie televisiva scontro personale; per questo Gina rimprovera a Paul di avere scelto un modo di fare psicoterapia pericoloso, di eccessivo coinvolgimento con i pazienti e di rottura delle distanze e dei confini. Paul a sua volta rimprovera a Gina freddezza, carenza di umanità e di contatto.

 

La serie continuerà a suonare questo motivo per tre stagioni in tutto.

 

 Il messaggio finale è abbastanza inquietante. Alla fine Paul sembrerà sempre più invischiato nella sofferenza dei suoi pazienti e incapace di costruire una vita vera al di fuori della terapia. Non aggiungo altro sulla trama per non rovinare il godimento drammatico a chi ha intenzione di seguire l’intera serie.

 

 

LEGGI TUTTE LE RECENSIONI DI: IN TREATMENT – PSICOTERAPIA IN TV

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IN TERAPIA – IL COLLOQUIO PSICOLOGICO

 

 

BIBLIOGRAFIA

La cura del profilo di Facebook: sentirsi meglio ma con un calo delle performance

FLASH NEWS

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Che cosa accade a chi almeno quotidianamente si gingilla attorno alla propria pagina personale di Facebook? Si avrebbe un repentino ma non duraturo incremento dell’autostima non supportato tra l’altro da un coerente miglioramento delle performance.

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Una nuova ricerca condotta presso l’ Università del Wisconsin ha voluto indagare gli effetti di questo fenomeno di esposizione alla propria pagina di auto-presentazione su facebook su due outcome psicologici: l’autostima e le performance in compiti cognitivi.

L' Invidia del post. - Immagine:©-tarasov_vl-Fotolia.com_1
Articolo consigliato: L’invidia del post.

All’interno di un disegno sperimentale, i soggetti sono stati randomicamente assegnati a due condizioni: nella prima avevano la consegna di trascorrere del tempo gurdando il proprio profilo personale del social network mentre nell’altra condizione i soggetti dovevano guardare la pagina personale di uno sconosciuto.

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In seguito, è stata misurata l’autostima utilizzando lo strumento Implicit Association Test (IAT); i soggetti sono poi stati sottoposti a un compito cognitivo di sottrazione seriale.

I risultati dimostrano che anche una breve esposizione al proprio profilo di facebook determina un incremento dell’autostima ma ostacola –come emerso da analisi mediazionali- la successiva prestazione in un task cognitivo.

 Se dunque i soggetti che si sentono meglio in termini di autostima  ottengono prestazioni peggiori rispetto a coloro che hanno una percezione di minore autostima allora le logiche sottostanti l’autoaffermazione non andrebbero nella direzione della massimizzazione: in un bilancio sforzo-benefici le persone puntano a manterenere un ragionevole livello di autostima piuttosto che a sfruttare ogni opportunità per incrementarlo.

C’è da dire che riguardo alla tendenza di aggiornare e arricchire il proprio profilo da una survey condotta di questi tempi dal Pew Research Center è emerso che gli utenti più giovani di Facebook sarebbero molto più guardinghi nella pubblicazione di foto o informazioni che possano compromettere a breve o a lungo termine la loro vita sociale o lavorativa.

 

LEGGI ANCHE ARTICOLI SU: BAMBINI E ADOLESCENTI

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SOCIAL NETWORK –  PSICOLOGIA DEI NEW MEDIA – BAMBINI E ADOLESCENTI

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

Il Lutto: accettare la perdita

 

Il Lutto: accettare la perdita. - Immagine:© Artem Furman - Fotolia.com È necessario aiutare la persona a togliere alla perdita la connotazione di “evento modificabile”, accettando l’irrimediabilità dell’accaduto e percorrendo un cammino che porta alla riorganizzazione di sé e della propria esistenza su nuove basi.

Di cosa parliamo quando parliamo di lutto? La parola lutto indica il dolore dovuto alla morte di una persona cara. Parkes (1980) afferma che il dolore del lutto è naturale come gioia dell’amore: la sofferenza determinata dal distacco nasce dall’intensità del legame che sentiamo verso la persona che abbiamo perso.

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Il dolore del lutto si differenzia da quello dovuto ad altre perdite per intensità e la definitività della perdita, alla quale non è possibile rimediare (Pangrazzi, 1991); lutto comporta, quindi, la necessità di accettare una perdita. L’accettazione è un processo che, per definizione, implica la tendenza al rifiuto, intendendo con rifiuto il desiderio del soggetto di credere che  la perdita non  si sia verificata (Perdighe, Mancini, 2010).

Psicologia del Lutto #2: Angoscia, Meccanismi di Difesa e Comunicazione. - Immagine: © olly - Fotolia.com
Articolo consigliato: Psicologia del Lutto #2: Angoscia, Meccanismi di Difesa e Comunicazione.

Il vissuto di lutto non rappresenta, di per sé, un fenomeno patologico e non implica sempre il ricorso ad un intervento psicoterapeutico; detto questo, si tratta comunque un processo impegnativo, non facile da vivere, a prescindere dagli eventi che hanno determinato la perdita.

È possibile che la persona che ha subito un lutto rimuova il dolore legato alla perdita, congelando l’elaborazione del lutto, o che compaia una sintomatologia depressiva come una delle complicazioni più frequenti (Pangrazzi, 1991); può, semplicemente, nascere uno stato di sofferenza non inquadrabile in uno specifico quadro diagnostico.

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Si effettua una valutazione caso per caso, tenendo conto del contesto di appartenenza della persona e dei fattori culturali; si pone l’accento su elementi chiave come la durata e la persistenza della sofferenza, la mancata ripresa delle attività quotidiane dopo che è trascorsa una “certa” quantità di tempo dalla perdita, la presenza forti emozioni di colpa o di rabbia, la riduzione della vita di relazione (Perdighe, Mancini, 2010).

Il processo di elaborazione del lutto viene, solitamente, suddiviso in quattro fasi. Non si tratta di una suddivisione rigida e le caratteristiche di una fase possono, di frequente, ripresentarsi anche nelle fasi successive.

Nella prima fase il soggetto manifesta uno stato di calma apparente determinata dalla negazione della realtà e dalla soppressione delle emozioni; questo stato può avere fine solo quando la persona che ha subito la perdita si sente in una situazione abbastanza sicura da potersi lasciare andare emotivamente (Parkes, 1980).

Nella seconda fase si sperimentano tendenza alla ricerca e, in seguito, rabbia: ricerca fisica dell’oggetto perduto (il soggetto spera che la persona amata e perduta ritorni) e ricerca psicologica (si rimuginano in modo ossessivo gli eventi che hanno condotto al distacco).

Si verifica spesso che si speri di poter ritrovare chi si è perso, agendo come se la perdita non fosse mai avvenuta; si tratta di una dinamica finalizzata a negare la realtà, troppo dolorosa da accettare. Durante questa fase può comparire anche un’ideazione suicidaria determinata dalla fantasia di operare un ricongiungimento con la persona morta (Kast, 1996).

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In un secondo momento, quando comincia a farsi strada la consapevolezza dell’inevitabilità del distacco, subentra la collera per l’abbandono subito; la rabbia è fondamentale per la ristrutturazione interna della persona che ha subito la perdita.

La terza fase comporta disorganizzazione: la perdita sottrae, insieme alla persona amata, il legame affettivo cui la persona abbandonata farebbe riferimento in un momento di bisogno. È proprio tale paradosso (per accettare la perdita avrei bisogno del conforto della persona che ho perduto) a provocare lo stato di disorganizzazione, per cui il soggetto si sente svuotato, senza più confini sicuri (Parkes, 1980).

L’ultima fase è caratterizzata  da una scarica emotiva catartica, aspetto essenziale di un lutto nella misura in cui  diminuisce la possibilità che il soggetto utilizzi manovre difensive. In questo senso,  arrivare all’accettazione significa prendere atto di qualcosa che non si può modificare, che non si può far altro che accettare.

Fare-ACT-Acceptance-and-Commitment-Therapy. - Immagine: © coramax - Fotolia.com
Articolo Consigliato: Fare ACT – Acceptance and Commitment Therapy

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Le complicazioni del processo di accettazione nascono soprattutto dal trattare la perdita come una questione ancora aperta, suscettibile di cambiamento; alcuni fattori che  possono ostacolare l’accettazione e, di conseguenza, l’elaborazione del lutto sono (Perdighe, Mancini, 2010):

a) gravità: tanto più la perdita  è significativa tanto più compromette la realizzazione di obiettivi esistenziali  fondamentali per l’individuo;

b) mancanza di sostegno sociale; non avere una rete di aiuto significa non avere persone che possano fornire supporto e sostituirsi, almeno parzialmente, alla persona perduta;

c) indisponibilità degli altri significativi a parlare della perdita;

d) atteggiamenti di censura della manifestazione della sofferenza;

e) aspettative interpersonali e sociali su quelle che dovrebbero essere le reazioni e i comportamenti normali da adottare; un esempio sono gli incitamenti a reagire e a riprendere la vita normale, mettendo in atto una “fuga nell’operosità”(Kast, 1996).

La manifestazione più frequente della tendenza ad eludere la perdita è il pensare in modo continuativo all’accaduto cercando di “trovare una soluzione”; in questo modo si tenta di evitare o posticipare la presa di consapevolezza della non eludibilità della perdita, nell’illusione che esista un’alternativa alla realtà (Perdighe, Mancini, 2010).

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È necessario, quindi, aiutare la persona a togliere alla perdita la connotazione di “evento modificabile”, accettando l’irrimediabilità dell’accaduto e percorrendo un cammino che porta alla riorganizzazione di sé e della propria esistenza su nuove basi.

LEGGI: 

ACCETTAZIONE DEL LUTTO – DEPRESSIONE –  SUICIDIO – ACCETTAZIONE

BIBLIOGRAFIA:

Cyber Bullismo…L’umiliazione è Totale!

Di Elena Tugnoli 

 

Cyberbullismo...L’umiliazione è Totale! . - Immagine: © NLshop - Fotolia.com Se inizialmente, quando i bulli non erano nella rete, le conseguenze erano si gravi ma contenute con  cambi di comportamento/personalità e con grandi sofferenze psicologiche, oggi essendoci un pubblico più ampio l’umiliazione è totale.

LEGGI ANCHE ARTICOLI SU: BULLISMO

In questi giorni il caso di Carolina, quattordicenne che ha deciso di togliersi la vita dopo che per mesi è stata oggetto di insulti in rete a causa della pubblicazione di un video di un violenza subita  da un gruppo di amici dell’ex fidanzato, è su tutti i giornali. Al centro dell’accusa c’è anche la rete. 

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SU: CRONACA & ATTUALITA’

Ma cos’è il Cyber Bullismo?

Bullismo virtuale. - Immagine: © gcpics - Fotolia.com
Articolo Consigliato: Bullismo virtuale (o cyber-bullismo): una violenza inaspettata.

Le ricerche attuali sottolineano come il cyber bullismo sia non il nuovo bullismo ma una sua appendice. I ruoli non cambiano, il comportamento derisorio o violento non è più indulgente su internet dove il pubblico è maggiore. I rischi delle vittime e anche dei bulli sono gli stessi, i dati delle ricerche riportano che permane, come conseguenza di questa esperienza, l’abbassamento dell’autostima fino al rischio di cadere in episodi depressevi.

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In un altro studio i dati mostrano come si possa arrivare anche alla messa in atto di comportamenti suicidari, questo sia per la vittima che per il bullo, sia online che nel mondo reale.(1-2)

LEGGI ANCHE ARTICOLI SU: SUICIDIO

Si riscontra inoltre come i cyber bulli non si distinguano dai bulli classici: l’abuso di sostanze, gli atteggiamenti violenti e comportamenti sessuali a rischio sono in egual misura presenti in entrambi.(3)

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Le conseguenze delle cyber vittime sono le stesse delle vittime di atteggiamenti derisori classici. Queste risultano quindi amplificate in quanto i rischi di depressione e suicidi o tentati suicidi è maggiore.

Se inizialmente, quando i bulli non erano nella rete, le conseguenze erano si gravi ma contenute con  cambi di comportamento/personalità e con grandi sofferenze psicologiche, oggi essendoci un pubblico più ampio l’umiliazione è totale.

E pubblica dal momento che i social network attuali non mettono  in atto quelle norme di tutela e sicurezza che promettevano.

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Questa totale umiliazione forse è responsabile dell’aumento di suicidi o dell’aumento della sofferenza adolescenziale? Se prima si poteva cambiare scuola per sfuggire/proteggersi da una situazione di sopruso ora cosa si può fare?

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L’altro aspetto inquietante del cyber bullismo è che spesso non conosci il nemico. L’anonimato di internet permette di nascondersi e di non farsi riconoscere. Se prima sapevi chi evitare ora no.

LEGGI: 

BULLISMO –  VIOLENZA – SUICIDIO – PSICOLOGIA DEI NEW MEDIA – SOCIAL NETWORK –  ADOLESCENTI

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BIBLIOGRAFIA:

 

 

Stress: Che cosa lo Provoca?

FLASH NEWS

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Le persone possono provare stress lungo tutta la vita, dalla nascita fino alla morte. La vita offre un gran numero di eventi stressanti, che possono essere visti in modo oggettivo e soggettivo. Il termine di stress si e’ trasformato nel corso del tempo e dal linguaggio psicologico ha iniziato ad essere usato nel quotidiano.

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Sindrome da Affaticamento Cronico. Immagine: © lassedesignen - Fotolia.com
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Si nota, ad esempio, che viene abusato dai media, portando a volte a distorsioni nella definizione. Il termine stress come fattore che causa disagio è stato introdotto da Selye (1960). La divisione del criterio di stressor soggettivo e oggettivo permette di identificare eventi potenzialmente molto negativi non esperiti come tali e fattori di stress con conseguenze potenzialmente a basso rischio percepiti come molto minacciosi, provocando un grande caos nel corpo (Shwartz, 2001).

L’esperienza di situazioni di stress unita alla mancanza di sicurezza nell’ambiente, la mancanza di adeguate risorse e di supporto di persone importanti possono portare gravi deficit nel funzionamento sociale, oltre che disturbi emotivi e, come è già stato detto,  problemi nel far fronte alle situazioni stressanti della vita quotidiana.

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Lo stress intrapsichico si incontra svolgendo le attività quotidiane, sottolineando l’importanza dell’esperienza personale ed il suo impatto sulla sopravvivenza dell’uomo (Carnegie, 2001). Quindi vi sarebbe una correlazione con il passato, l’acquisizione di esperienza che può aiutare nella gestione delle situazioni nel futuro.

Per i giovani di 20 anni o poco meno lo stress è fortemente associato con la vita sociale (Hobfoll, 2006). Il numero di potenziali fattori di stress e il loro impatto sulla qualità della vita hanno motivato dei ricercatori ​​ad entrare nel campo della scienza con lo scopo di ridurre al minimo gli effetti negativi dello stress e migliorare la qualità della vita.

Recenti ricerche mostrano che lo stress non solo agisce negativamente sul livello di benessere percepito, ma addirittura potrebbe far emergere problematiche depressive (Compas, Connor-Smith, Jaser, 2004). In questo caso si potrebbe lavorare sulle strategie di coping in modo da indagare come emozioni e pensieri interferiscono con le attività della persona. Fronteggiare eventi stressanti richiede un equilibrio fra esigenze personali e capacità di gestire la situazione, attraverso il miglioramento dello stato emotivo (Compas, Connor-Smith, Jaser, 2004; Hobfoll, 2006).

LEGGI:

STRESS – PSICOPATOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA

 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo Resistente con Depressione Secondaria

Di Davide Coradeschi e Andrea Pozza

 

Il ruolo delle credenze disfunzionali nel

disturbo ossessivo-compulsivo resistente con

depressione secondaria:

Uno Studio Trasversale

 

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo resistente con Depressione Secondaria. - Immagine: © freshidea - Fotolia.com L’Intolleranza dell’incertezza potrebbe essere un fattore in grado di spiegare l’insuccesso terapeutico per le forme di OCD associate ad una sintomatologia depressiva estremamente invalidante.

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Nel disturbo ossessivo-compulsivo la presenza di grave sintomatologia depressiva, data da un punteggio maggiore di 30 al BDI-II, può predire una scarsa risposta al trattamento con esposizione e prevenzione della risposta (Abramowitz et al., 2000).

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L’identificazione di variabili in grado di differenziare i pazienti con grave depressione secondaria da quelli che non presentano tale sintomatologia potrebbe consentire di elaborare protocolli multicomponenziali che siano efficaci anche per i pazienti con OCD resistente.

Questa forma di OCD, caratterizzata da una serie di precedenti insuccessi terapeutici con i trattamenti evidence-based, risulta frequentemente contraddistinta sia da gravi sintomi depressivi secondari che da un’esacerbazione delle manifestazioni OCD stesse. A causa degli effetti invalidanti del OCD sul funzionamento quotidiano, molti pazienti riportano valori estremamente elevati al BDI-II, pur non soddisfacendo i criteri per una diagnosi conclamata di disturbo depressivo maggiore.

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo- “lo stato dell’arte”. - Immagine: © M.studio - Fotolia.com
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L’obiettivo del presente studio è stato quello di indagare se vi fossero differenze nella gravità delle credenze ossessive in relazione alla presenza di grave depressione secondaria in un gruppo di 46 pazienti con OCD resistente. 

Sono stati inclusi 46 pazienti (età media= 35.40, DS= 10.75) con diagnosi primaria di disturbo ossessivo-compulsivo resistente. I pazienti erano stati indirizzati per intraprendere un percorso psicoterapeutico e farmacologico di tipo residenziale.

I pazienti hanno completato la Yale-Brown Obsessive Compulsive Scale, il Beck Depression Inventory-II e l’Obsessive Belief Questionnaire-87.

All’interno del campione sono stati individuati due sottogruppi, un gruppo con ed uno senza grave sintomatologia depressiva. I due gruppi sono stati formati sulla base dei punteggi al BDI-II, superiori o meno a 30, in linea con i criteri di classificazione dei sintomi depressivi di Beck e colleghi (Beck, Steer e Brown, 1996). Nel campione dello studio presentato il 37% (N= 17) era rappresentato da pazienti con grave depressione secondaria.

I risultati delle analisi hanno evidenziato che i pazienti OCD gravemente depressi tendono a presentare una sintomatologia di tipo ossessivo-compulsivo maggiormente invalidante rispetto ai meno depressi o non-depressi.

Questo risultato sembra confermare, almeno in parte, l’ipotesi secondo cui una maggiore gravità della sintomatologia OCD potrebbe predisporre allo sviluppo di sintomi depressivi, che, conseguentemente, tendono ad esacerbare la sintomatologia ossessivo-compulsiva stessa (Besiroglu et al., 2007). I risultati hanno  inoltre evidenziato che i pazienti con gravi sintomi depressivi tendono ad avere una maggiore intolleranza per l’incertezza rispetto ai pazienti OCD meno depressi o non depressi.

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Nel OCD l’Intolleranza dell’incertezza potrebbe essere un fattore di vulnerabilità rispetto allo sviluppo di un quadro depressivo secondario estremamente invalidante. L’intolleranza dell’incertezza può agire come fattore di mantenimento in varie forme di disagio psicologico in quanto tende ad essere associata ad una scarso orientamento verso il problema nelle situazioni quotidiane (Talli et al., 1991).

In uno studio longitudinale su pazienti con disturbo d’ansia generalizzata Miranda e colleghi (2008) hanno osservato che, a causa dell’impossibilità quotidiana di escludere anche la minima probabilità di eventi futuri indesiderati, l’Intolleranza dell’incertezza può tradursi in una sempre più forte certezza che tali esiti negativi si verifichino in futuro. Questa certezza risulterebbe successivamente nello sviluppo di una condizione di hopelessness, caratteristica della sintomatologia depressiva.

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Il presente studio sembra offrire preliminari indicazioni per ricerche future ai fini dell’elaborazione di strategie di trattamento specifiche per i pazienti OCD con depressione secondaria. L’Intolleranza dell’incertezza potrebbe essere un fattore in grado di spiegare l’insuccesso terapeutico per le forme di OCD associate ad una sintomatologia depressiva estremamente invalidante. Studi futuri dovranno indagare se questo dominio cognitivo possa essere responsabile della scarsa risposta al trattamento nei pazienti OCD gravemente depressi.

Disturbo Ossessivo Compulsivo - Perseguitati dai Dubbi. - Immagine: © alphaspirit - Fotolia.com
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L’introduzione nei protocolli basati su esposizione con prevenzione della risposta di training di orientamento al problema, utilizzati con successo per ridurre l’Intolleranza dell’incertezza nel disturbo d’ansia generalizzata, potrebbe risultare utile a migliorare l’efficacia della terapia cognitivo-comportamentale anche per il OCD con grave depressione secondaria (Dugas & Ladouceur, 2000).

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Sembra opportuno considerare alcuni limiti dello studio. L’utilizzo di un disegno trasversale non consente di escludere la possibilità che lo sviluppo di credenze disfunzionali sia conseguente alla compresenza di una sintomatologia OCD e depressiva gravi.

In conclusione, i dati ottenuti sembrano offrire alcune indicazioni nella comprensione dei fattori che potrebbero essere responsabili dell’esacerbazione della sintomatologia OCD, suggerendo l’utilità di interventi mirati alla modificazione delle credenze disfunzionali al fine di ottimizzare la risposta terapeutica anche di pazienti con OCD resistente al trattamento.  

LEGGI: 

DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO – OCD – DEPRESSIONE – CREDENZE -BELIEFS – PSICOTERAPIA COGNITIVA

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

Fare ACT di Russ Harris – Recensione

 Recensione

FARE “ACT”

di Russ Harris

 

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Fare "ACT" - Russ Harris - Recensione

Il libro di Russ Harris, uno dei più importanti studiosi del modello ACT, è il primo tentativo completo e  sistematico di descrivere accuratamente i processi che sottendono l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy, Hayes et al. 1999).

La modalità con cui questo libro insegna a fare Act è di assoluta utilità per il clinico trovandosi di fronte ad innumerevoli strategie e schede di esercizi che costituiscono una guida ideale per stare col paziente all’interno della cornice di un modello ascrivibile nelle terapie di terza generazione.

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La premessa infatti da cui parte l’Act è esplicitata sin dalle prime pagine del manuale con una metafora semplice quanto spiazzante per coloro che provengono dalla CBT Standard:

Il sé-concettualizzato: la maschera (scomoda) che indossiamo. - Immagine: © olly - Fotolia.com
Articolo consigliato: Il sé-concettualizzato: la maschera (scomoda) che indossiamo.

Vorrei che immaginassi che questo libro rappresenti tutti i tuoi pensieri, sentimenti e ricordi difficili con cui hai lottato per tanto tempo. E mi piacerebbe che tu lo afferrassi forte in modo che io non possa togliertelo.  Adesso mi piacerebbe che lo mettessi davanti in modo da non riuscire più a vedermi e che lo avvicinassi così tanto al viso da toccarti quasi il naso. Adesso com’è cercare di avere una conversazione con me, mentre sei completamente dentro nei tuoi pensieri e sentimenti?” (“Fare Act, pag.32)

Questa semplice metafora sintetizza come l’Act faccia nascere la psicopatologia nell’ “evitamento esperenziale”: ossia nelle strategie che mettiamo in atto con lo scopo di controllare le nostre esperienze interne (siano esse pensieri, emozioni, sensazioni o ricordi).

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Il focus non è quindi sul contenuto del pensiero “cosa pensiamo” ma sui processi “come pensiamo”, ma in più l’Act fa un passo avanti rispetto ad altri modelli di terza generazione. Il riferimento è alla C dell’acronimo, al Commitment, all’impegno, a come cioè il rimanere incastrati nelle strategie di controllo disfuzionali ci fa perdere di vista quelli che sono i nostri valori.

 L’Act sottolinea come un rischio verso cui possiamo incorrere nel lavoro con questi tipi di pazienti sia non esplorare quali possano essere i loro valori, avendo loro focalizzato la loro esistenza da cosa scappare e non verso dove andare.

Tutti i processi che sottendono le due aree, accettazione e impegno, sono descritte dettagliatamente nel manuale accompagnando il clinico attraverso esempi e schede di lavoro da poter usare col paziente. Oltre all’analisi del modello e alle varie strategie il libro offre una guida passo passo per condurre una terapia Act riempiendola con consigli ed esempi per superare i momenti di stallo o di difficoltà col paziente.

La sensazione, leggendo il libro, è di aver finalmente formalizzata una guida ad un modello che può diventare un’ottima risorsa per noi clinici andando a sottolineare l’importanza dell’accettazione per quei nostri pezzetti che riteniamo sbagliati o indici di fragilità.

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ARTICOLI SU: 

ACCEPTANCE AND COMMITMENT THERAPY – ACT – IN TERAPIA – EVITAMENTO – ACCETTAZIONE

 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Harris, R. (2011) Fare “ACT”. Una guida pratica per professionisti dell’Acceptance and Commitment Therapy. FrancoAngeli ACQUISTA ONLINE

 

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