Monografia ACT #5 – Quale maschera indossiamo?

ACT: osservazione delle esperienze mentre esse avvengono, tramite uno sguardo di (auto)riflessione della propria esperienza MENTRE avviene.

ID Articolo: 27098 - Pubblicato il: 04 marzo 2013
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Monografia ACT #5 –

Quale maschera indossiamo?

PARTE 5 di 7

LEGGI: INTRODUZIONE – PARTE 4

Monografia ACT – parte 5 - Quale maschera indossiamo?. -Immagine: © olly - Fotolia.comCiò che l’ACT promuove è l’osservazione delle esperienze mentre esse avvengono, tramite uno sguardo attento e consapevole (potremmo dire meta-cognitivo) di (auto)riflessione della propria esperienza MENTRE avviene.

LEGGI LA MONOGRAFIA ACT

In questa puntata della mia monografia per State of Mind sull’ACT vorrei concentrarmi sul quarto processo, incluso nel macro-processo di mindfulness e accettazione: Il “Sé Concettualizzato”.

Potremmo definire il sé concettualizzato come un insieme di “fusioni” a definizioni di noi stessi che la mente di ognuno di noi ci racconta. Queste definizioni, solitamente, toccano aspetti nucleari e rilevanti per la definizione di sé e di sé-in relazione con gli altri. 

Quando questo processo è molto presente e dannoso, ci identifichiamo fortemente con i contenuti della nostra mente e, in particolare, con quei pensieri, immagini e ricordi disfunzionali che fanno sì che nella vita di tutti i giorni noi viviamo indossando la maschera che la nostra storia di vita ha costruito per noi.

Scopi Esistenziali e Psicopatologia. - Immagine: © Mopic - Fotolia.com

Articolo consigliato: (di Matteo Giovini) Scopi Esistenziali e Psicopatologia.

Ci sono varie forme che il sé concettualizzato può assumere nella nostra quotidianità. Alcuni tra le più frequenti possono essere le “etichette” che noi stessi ci diamo. Pensiamo, ad esempio, all’essere “il malato”, “lo sfortunato”, “l’imbranato” etc… . In altre occasioni il sé concettualizzato assume il contenuto di fissazioni rigide su specifici problemi, blocco che porta a non riuscire a cogliere l’evoluzione dell’esperienza. In altre occasioni ancora, il sé concettualizzato può essere caratterizzato da “fusioni” con alcuni aspetti di sé rigidi e astratti/valutativi.

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Alcune domande utili a individuare quanto il passato concettualizzato influenza il modo con cui noi stessi ci descriviamo e ci etichettiamo nel presente possono essere le seguenti (adattate da un training ACT Italia cui ho partecipato):

Che regole si porta dietro dal passato?

– Quando eri bambino, quali erano le emozioni “giuste” e quelle “sbagliate”, indesiderabili che non potevi provare?

– Da bambino, cosa ti dicevano in merito a come gestire le tue emozioni, soprattutto quelle spiacevoli?

– Quali emozioni si potevano esprimere liberamente nella tua famiglia?

– Quali emozioni erano scoraggiate o disapprovate?

– Nella tua famiglia, gli adulti come gestivano le loro emozioni negative/spiacevoli?

Messaggio pubblicitario – Quali strategie di gestione (leggi: controllo) delle emozioni venivano utilizzate?

– Nella tua famiglia, gli adulti che reazioni avevano di fronte alle tue emozioni spiacevoli/negative?

– Come effetti di tale esperienza, quali idee/visioni/significati/rappresentazioni ti porti dietro sulle tue emozioni e su come gestirle?

Queste domande potrebbero essere un ottimo spunto di riflessione per comprendere ciò che le persone hanno imparato dalla propria storia personale e a quali “insegnamenti”, idee e convinzioni ha finito per credere.

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Per una descrizione più approfondita del sé concettualizzato, rimando all’articolo di State of Mind “Il sé-concettualizzato: la maschera (scomoda) che indossiamo” .

Ciò che l’ACT suggerisce come controparte virtuosa del sé concettualizzato è Il Sé Come Contesto.

ACT-Acceptance and Commitment Therapy_ La soluzione è accettare. - Immagine:© Sergey Nivens - Fotolia.com

Articolo Consigliato: ACT-Acceptance and Commitment Therapy. La soluzione è accettare.

In breve, potremmo sostenere che il sé come contesto è un punto di vista nuovo, talvolta mai sperimentato, in cui impariamo a osservare la nostra esperienza interna ed esterna da un punto di vista privilegiato, cioè quello di un “osservatore partecipe, gentile, compassionevole e curioso” della propria esperienza.

Ciò che l’ACT promuove è l’osservazione delle esperienze mentre esse avvengono, tramite uno sguardo attento e consapevole (potremmo dire meta-cognitivo) di (auto)riflessione della propria esperienza MENTRE avviene.

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Questo potrebbe portare a scoprire che noi stessi possiamo imparare ad osservare la nostra esperienza mentre avviene, a guardarla in modo curioso e allargare in questo modo l’orizzonte delle possibilità, delle scelte e riconoscere in questo modo quale è la maschera che indossiamo.

Mantenendoci dentro la maschera che indossiamo, potremmo pensare al Sé Come Contesto come ad un attore, che SA di essere un attore, SA di essere su un palco e che SA che una volta conclusa la storia messa in scena si può “uscire dal personaggio”, togliere la maschera e vivere le esperienze della vita nella loro interezza, in modo pieno e significativo, meno vincolato dalla propria storia e, soprattutto, SCEGLIENDO se seguire il “personaggio della sua maschera” (e comportarsi come se credesse alla storia del proprio sé concettualizzato) oppure no. 

Nell’ACT questo atteggiamento viene chiamato “consapevolezza di essere consapevole”, oppure “Coscienza dell’essere cosciente”.

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E, a pensarci bene, tale abilità è ciò che caratterizza la pratica della mindfulness e che la rende qualcosa di pienamente diverso da quasi tutto il resto degli esercizi esperienziali e comportamentali presenti in psicoterapia…

 

LEGGI LA MONOGRAFIA ACT

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