Le perversioni vanno curate? L’omofobia e il pericolo delle parole

"Le perversioni vanno curate" La gravità dell’affermazione di omofobia rivendicata da un noto gruppo politico, imponga una riflessione.

ID Articolo: 20420 - Pubblicato il: 07 novembre 2012
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le perversioni vanno curate.

Lo striscione omofobo appeso dai militanti di Forza Nuova a Bologna.

“Le perversioni vanno curate”: riporto la frase balzata sulle pagine della cronaca dei giorni scorsi. Ho deciso di riportarla perché credo che la gravità dell’affermazione fatta e rivendicata da un noto gruppo politico, imponga una riflessione.

Tante per la verità. La questione è politica, sociale, morale, culturale, religiosa e, ovviamente, psicologica e per ognuna sarebbe necessario un intervento preciso e su molti livelli.

Tra le molte cose che colpiscono vi è il dubbio che leggendo una frase del genere può assalire le menti dei passanti e l’immediata reazione ad esso: sentirsi vittima e colpevole, cercare prove del contrario, non avere risposte pronte e inespugnabili, pensare alla “natura” e ai suoi piani riproduttivi, non pensare affatto.

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Tutte queste ed altre reazioni possibili, sono espressione del clima culturale e sociale in cui respiriamo, clima che forma e talora “forgia” in modo indelebile le credenze che noi tutti abbiamo su noi stessi, sugli altri e sul mondo.

“Le perversioni vanno curate” è un pensiero, una credenza negativa, niente di più.

Scriverla su di un muro di una città è un comportamento, una reazione che a quell’idea è legata. Le emozioni note sono di chi passa lì davanti, di chi è vittima, mentre ci mancano quelle degli autori: prezioso anello mancante di questa catena. Il termine omofobia, certo, ci dà qualche indizio.

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Nella letteratura scientifica, è molto presente e documentato l’effetto che comportamenti discriminanti sulla base degli orientamenti sessuali hanno avuto in passato e hanno tuttora sul benessere psichico di chi vive un’orientamento diverso dall’eterosessualità.

Messaggio pubblicitario Una meta-analisi (Katz-Wise, Hyde, 2012) condotta tra il 1999-2009 su 500.000 partecipanti, ci dice che per gli individui LGB la presenza di episodi di vittimizzazione segnalati è sostanziale (e.g., 55% di molestie verbali e il 41% di comportamenti discriminatori).

Inoltre le persone LGB mostrano livelli di vittimizzazione più alti dei soggetti eterosessuali testati a parità di età e condizioni socio-economiche, e in particolare gli uomini sembrano subire in maniera maggiore delle donne alcuni tipi di violenze (e.g. aggressione con arma da fuoco, essere derubati).

Il panorama mondiale delle violenze e dei diritti violati è ben nota e consultabile sul sito dell’International Lesbian, Gay, Trans and Intersex Association (ILGA), in cui viene descritta la partecipazione o meno della maggior parte dei paesi del mondo, alla costruzione dei diritti delle persone LGBT.

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Molti stati prevedono ancora la pena di morte per aver compiuto atti omosessuali, molti di più considerano l’omosessualità illegale. Solo una minoranza di stati inizia a riconoscere le unioni gay, a consentire la possibilità di sposarsi e di adottare figli. Qualcuno in più ha finalmente delle leggi che puniscono invece atti discriminatori verso persone omosessuali, mentre molti ormai hanno leggi che puniscono la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale nei luoghi di lavoro. Ecco che finalmente compare l’Italia nella mappa.

Al di là degli infiniti e grandi temi correlati a questo episodio, sembra tuttavia interessante una ricerca pubblicata quest’anno sull’utilizzo nel linguaggio comune del termine gay (o di tutte le altre sue declinazioni), spesso con accezione negativa (Nicolas, Skinner, 2012).

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Messaggio pubblicitario Sebbene l’uso sia molto diffuso, in contesti anche molto lontani da quelli esplicitamente omofobi, i ricercatori hanno dimostrato che l’utilizzo frequente di tali espressioni possa nel lungo periodo incrementare i bias cognitivi legati a credenze anti-gay e “lavorare” così nella nostra coscienza su un piano implicito, ma spesso molto evidente negli atteggiamenti più comuni che emergono.

 

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Insomma, come spesso accade le parole ripetute molto spesso tendono a perdere il loro significato originario, ma insieme ad esso si rischia di perdere forse anche un po’ di consapevolezza su quello che stiamo in effetti dicendo.

E’ possibile dunque che questi writers, superficie di un movimento sotterraneo e ben più radicato, siano stati loro stessi vittima di un drammatico bias cognitivo: poco chiaro alla loro coscienza e men che mai alla loro mano?

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BIBLIOGRAFIA:  

 

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