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Il Potere Trasformativo del Legame con la Famiglia d’origine

 

Il Potere Trasformativo del Legame con la Famiglia d’origine. - Immagine: © Andrija Markovic - Fotolia.comIl fenomeno della famiglia lunga, a dispetto della connotazione negativa spesso attribuitagli, rappresenta una sorta di “laboratorio” di sperimentazione di strategie e modalità di funzionamento.

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Nella società attuale, la transizione  da parte del giovane adolescente alla vita adulta è una fase lunga rispetto al passato ed ai modelli di riferimento del passato. Il tempo lungo della transizione, in accordo con Cigoli(1995) diluisce il passaggio in numerose tappe e scelte, spesso reversibili: ciò che predomina non è la transizione bensì “il transitorio”. La transizione alla vita adulta comporta una doppia transizione; dalla fase adolescenziale a quella del giovane adulto e da quella del giovane adulto a quella piena dell’età adulta.

Quindi, rispetto al passato,  non si parla più di due transizioni forti, bensì la prima costituisce, quasi, una fase preparatoria (microtransizione) per la transizione vera e propria (macrotransizione) che il giovane compirà nella fase successiva.

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E’ un tempo dominato sia dalla ricchezza delle possibilità che dall’incertezza (Modell, Goodman, 1990; Sherrod, 1996). Il giovane si trova ad oggi a dover rispondere a molteplici richieste che provengono dai diversi ambiti a cui appartiene. I marcatori di passaggio di questa fase sono l’entrata nel mondo del lavoro, momento caratterizzato da difficoltà e insicurezza, e la costituzione di una nuova famiglia, impresa sempre più tardiva e in cui la famiglia d’origine riveste un ruolo preponderante.

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Infatti la famiglia ha oggi, più che in passato, un ruolo centrale nella vita dei giovani, perché si vive più a lungo in famiglia e perché sono spesso assenti figure di riferimento adulte esterne alla famiglia. Ricerche recenti, hanno posto in luce la restrizione ai soli genitori del network relazionale costituito dalle figure adulte di riferimento importanti per i tardo-adolescenti contemporanei (Lanz, Iafrate, Marta, Rosnati, 1999; Tonolo,1999).

La transizione adulta, quindi, è sempre più una impresa evolutiva congiunta di genitori e figli (Cigoli, 1985; Younni, Smollar, 1985; Sroufe, 1991; Scabini, 1995). A differenza del passato, essa non si configura più come una rottura di legami preesistenti quanto piuttosto come una trasformazione di questi (Younnis, 1983; Lutte, 1987; Collins, 1997). Questo rappresenta l’esito soprattutto di una rinegoziazione delle relazioni intergenerazionali (Grotevant, Cooper, 1983). Quindi, il fenomeno della famiglia lunga, a dispetto della connotazione negativa spesso attribuitagli, rappresenta una sorta di “laboratorio” di sperimentazione di strategie e modalità di funzionamento.  

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BIBLIOGRAFIA:

L’Età della Prima Esperienza Sessuale: Fattore Predittivo per le Relazioni Adulte?

FLASH NEWS 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

L’età della prima esperienza sessuale in adolescenza è in grado di prevedere il futuro “romantico” dell’adulto,  come ad esempio la scelta di convivere o sposarsi, il numero di partner, e la soddisfazione di coppia?

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La precocità delle esperienze sessuali degli adolescenti è una delle maggiori preoccupazioni dei genitori di tutte le epoche. Ma in che modo la precocità delle prime esperienze sessuali influisce sulle relazioni sentimentali in età adulta?

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Lo psicologo ricercatore Paige Harden dell’Università del Texas  ha voluto verificare se l’età della prima esperienza sessuale in adolescenza è in grado di prevedere il futuro “romantico” dell’adulto,  come ad esempio la scelta di convivere o sposarsi, il numero di partner, e la soddisfazione di coppia.

Harden ha utilizzato i dati, forniti dal National Longitudinal Study on Adolescent Health, di 1659 coppie di fratelli dello stesso sesso che sono stati seguiti dai 16 ai 29 anni. Ogni fratello è stato classificato rispetto all’età della prima esperienza sessuale: precoce (meno di 15), nella norma (età 15-19), o in ritardo (di età superiore a 19). 

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Come previsto, il ritardo nella prima esperienza sessuale, paragonato a esperienze precoci o nella media, è risultato associato con un livello d’istruzione e reddito familiare più elevato, con minore probabilità di essere sposati e un minor numero di partner romantici in età adulta. Inoltre tra i partecipanti sposati o conviventi in età adulta, il ritardo nella prima esperienza sessuale è stato associato con livelli significativamente più bassi di insoddisfazione relazione in età adulta. La correlazione è rimasta uguale anche dopo avere considerato l’effetto di fattori genetici e ambientali e non poteva essere spiegata da differenze nei livelli di istruzione, reddito, o religione degli adulti, o da differenze nell’adolescenza relative al peso o all’essere attraenti.

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Questi risultati suggeriscono che l’età della prima esperienza sessuale è in grado di prevedere la qualità e la stabilità delle relazioni sentimentali in età adulta.

Anche se la ricerca si è spesso concentrata sulle conseguenze della prima esperienza sessuale, gli adolescenti precoci e quelli nella norma in questo studio sono stati in gran parte indistinguibili. I dati suggeriscono che un inizio precoce non è un fattore di “rischio”, ma che un inizio tardivo è un fattore di “protezione” nel plasmare il futuro romantico dell’adulto.

Secondo Harden, ci sono diversi possibili meccanismi che potrebbero spiegare questo rapporto: è possibile, ad esempio, che gli adolescenti “tardivi” siano influenzati da altri fattori come per esempio la sicurezza dell’attaccamento, questo potrebbe portarli ad essere più esigenti nella scelta di partner romantici e sessuali, con conseguente riluttanza ad entrare in relazioni intime a meno che non siano molto soddisfacenti.E ‘anche possibile che il ritardo nelle prime esperienze sessuali protegga dall’incontro con l’aggressività relazionale o la vittimizzazione che ha effetti negativi sulla qualità delle relazioni romantiche successive.

Storie di Terapie #6 – Sesso & Potere: il caso di Matteo. - Immagine: © Vladimyr Adadurov - Fotolia.com
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Infine secondo Harden avere raggiunto una maturità cognitiva ed emotiva al momento delle prime relazioni sessuali è sicuramente un elemento in grado di favorire lo sviluppo di capacità relazionali efficaci, al contrario di quanto avviene nelle esperienze sessuali precoci dove l’apprendimento di comportamenti sessuali non è supportato da un impalcatura cognitiva ed emotiva adeguata.  

In studi precedenti, Harden e i suoi colleghi hanno però scoperto che i rapporti sessuali precoci non sempre sono associati a esiti negativi. Ad esempio, utilizzando lo stesso campione della National Longitudinal Study of Adolescent Health, hanno scoperto che gli adolescenti che hanno avuto il loro primo rapporto sessuale in età precoce, in particolare quelli che avevano una relazione sentimentale stabile, avevano anche minori problemi comportamentali delinquenziali. 

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BIBLIOGRAFIA:

Preparare alla Scuola Il Bambino con Autismo – Recensione

 

Recensione del Libro

Al-Ghani, K.I., & Kenward, L. (2012) Preparare alla Scuola il Bambino con Autismo. Strategie e materiali per un ingresso sereno alla primaria. Trento: Edizioni Erickson.

 

Preparare alla Scuola il Bambino con Autismo - Recensione
Copertina del Libro

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Cominciamo male, il titolo del libro non mi piace! Da professionista che si occupa da anni di autismo avrei aperto più volentieri un testo intitolato “PREPARARE LA SCUOLA AL BAMBINO CON AUTISMO” dal momento che le difficoltà maggiori si riscontrano proprio nel preparare l’ambiente, il personale e, perchè no, anche i compagni di classe alle esigenze di un bambino autistico.

Il libro l’ho letto comunque perchè, per fortuna, di cose da imparare ce ne sono, visto che è stato scritto da una pedagogista e madre di un bambino autistico e da un’educatrice che si occupa prevalentemente dello sviluppo di risorse per alunni con disturbi dello spettro autistico.

Il libro è di fatto un manuale pratico, non ci sono riferimenti ad approcci teorici, anche se le soluzioni pratiche  proposte rientrano nell’ambito di strategie riconosciute efficaci dalla comunità scientifica. Si tratta soprattutto di interventi che utilizzano le immagini a supporto della verbalità e a sostegno della promozione di comportamenti adeguati.

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Ecco a grandi linee le buone idee proposte nei vari capitoli del libro.

Il primo capitolo fa il suo esordio ricordando che i genitori sono i maggiori esperti dei propri figli e, in quanto talidovrebbero fornire un profilo dettagliato del bambino e non delegare questo aspetto alla documentazione del neuropsichiatra, altrettanto preziosa, ma non in grado di fornire dati di quotidiana importanza quali i giochi preferiti o le fonti di disturbo sensoriale.

Report dal 3° CONVEGNO INTERNAZIONALE AUTISMI LE NOVITA’ SU DIAGNOSI, INTERVENTO E QUALITA’ DELLA VITA
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Partendo dal presupposto che un approccio visivo e strutturato della giornata scolastica possa più o meno aiutare ogni bambino autistico a scuola, è bene che tale strategia venga utilizzata anche a casa per garantire continuità e coerenza con quanto proposto dall’ambiente scolastico. Si chiarisce così da subito l’esigenza di una stretta alleanza tra scuola e famiglia come presupposto ad una buona integrazione scolastica del bambino.

In linea con questa premessa, nel secondo capitolo le autrici invitano i genitori  alla costruzione de “il libro per iniziare la scuola”, una raccolta di immagini che ritraggono il nuovo ambiente scolastico e le persone che ne faranno parte.

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Si suggerisce, se possibile, di far scattare le fotografie necessarie al bambino durante le visite a scuola che precedono il suo ingresso per poi completare l’opera una volta che la sua frequenza si fa regolare. Nel capitolo 7 si sottolinea l’esigenza di estendere, con il consenso dei genitori, le informazioni del figlio anche a tutto il personale scolastico non docente così come agli altri alunni. Non è chiaro però quale figura professionale, e incaricata da chi, debba farsi carico di tali interventi.

Nel capitolo 3, dedicato alle procedure di inserimento, le cose si fanno interessanti poichè il suggerimento è quello di permettere al bambino delle visite nella futura scuola subito dopo l’iscrizione e di incontrare tutte le persone che avranno un ruolo nella sua vita scolastica. È proprio in tale occasione che si provvederebbe alla costruzione del libro di cui ho accennato prima. Peccato che “da noi” tale prassi sia tutt’altro che consolidata. Il professionista privato e ancor più i genitori da soli  fanno molta fatica ad ottenere dalla scuola il permesso ad attuare un progetto di inserimento scolastico che consenta a loro e al bambino di visitare con largo anticipo gli ambienti scolastici e fare la conoscenza delle insegnanti fuori dall’orario delle lezioni non è cosa da dare per scontata, per non parlare poi dell’impossibilità di conoscere l’insegnante di sostegno che spesso arriva in classe quando ormai il periodo critico dei primi giorni di scuola è già storia passata.

 Il capitolo 4 scende nel dettaglio metodologico e offre una serie di immagini fotocopiabili utili a organizzare svariati supporti visivi quali l’orario visivo della giornata scolastica, etichette visive che descrivono gli ambienti, tabelle motivazionali e molto altro, secondo le esigenze specifiche del minore. Ancora una volta non viene esplicitata la figura professionale che dovrebbe occuparsi di introdurre tali supporti a scuola e di spiegarne ragioni e modalità di utilizzo al personale scolastico. In Italia non è certo possibile dare per scontato che gli insegnanti posseggano già la formazione necessaria per attuare tale intervento.

Anche il capitolo 10 si occupa di supporti visivi presentando lo strumento delle storie descrittive, utili anch’esse a sostenere la comprensione del bambino rispetto a ciò che avviene nei diversi ambienti e momenti scolastici.

Nel quinto capitolo viene descritto invece lo strumento dei “treni per cambiare”, utile ad anticipare e spiegare con un linguaggio chiaro e un supporto visivo, i tanti cambiamenti che avvengono nel corso della giornata scolastica, mentre il “diario delle cose ben fatte” (capitolo 6)  rivolge l’attenzione all’incremento dell’autostima nei bambini con Disturbi dello Spettro Autistico e potrebbe, a mio parere, rivelarsi utile anche per promuovere negli insegnanti un atteggiamento di rinforzo dei comportamenti positivi e sfavorire l’etichettamento di questi alunni attraverso i loro comportamenti giudicati bizzari o inadeguati.

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Molto utile anche il questionario presentato nel capitolo 8 rivolto agli insegnanti. Soltanto una risposta positiva a tutte le domande potrebbe infatti garantire il contesto più idoneo per la prevenzione di eventuali problemi comportamentali.

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Il capitolo 9 ricorda agli insegnanti specializzati che la specificità dell’autismo richiede accorgimenti educativi particolari non chiarendo però a sufficienza che ogni bambino con autismo ha delle caratteristiche personali che richiedono sempre un intervento estremamente individualizzato a prescindere dalla diagnosi. Le stesse “quattro R” (Routine, Rituali, Ripetizione, Risorse), che vengono indicate come bisogno basilare di questi bambini, potrebbero paradossalmente ostacolare l’apprendimento di alcuni bambini autistici. Un eccessivo ancoraggio alla routine, potrebbe, per esempio, causare panico qualora si presentassero inevitabili imprevisti, così come potrebbe disincentivare il bambino dalla comunicazione di esigenze diverse.

L’ultimo capitolo è dedicato alla descrizione di situazioni problematiche tipiche che i docenti si possono trovare a dover affrontare (il momento della ricreazione, il cambiamento di personale, la partecipazione alle attività sportive,…). Per ognuno di tali scenari viene suggerito come far uso degli strumenti presentati nelle pagine precedenti, il materiale occorrente e i possibili problemi da affrontare in ogni situazione.

Indubbiamente un libro molto pratico, alla portata di tutti, ma la sfida più grande, nel contesto della scuola italiana, rimane a mio avviso il consolidamento di una buona prassi di inserimento scolastico di questi bambini, che costituisce il primo passo per la garanzia del diritto di integrazione di tutti gli alunni. La mia impressione è che la preoccupazione di come affrontare questo momento delicato sia quasi interamente sulle spalle dei genitori, che da soli faticano a promuovere strategie utili come quelle descritte in questo testo.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Prevenire L’uso di Droga: il Ruolo dei Genitori

FLASH NEWS 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

La ricerca finanziata dal NIDA mostra come i genitori abbiano un ruolo fondamentale nel prevenire l’uso di droga nei loro figli.

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All’interno del National Substance Abuse Prevention Month, il National Institute on Drug Abuse (NIDA) ha lanciato Family Checkup, una risorsa online che aiuta i genitori ad equipaggiarsi con competenze di base necessarie alla lotta contro la droga. 

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Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
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 La ricerca finanziata dal NIDA mostra come i genitori abbiano un ruolo fondamentale nel prevenire l’uso di droga nei loro figli. Il questionario pone domande ai genitori su come interagiscono con i loro figli, mettendo in evidenza le capacità genitoriali che sono importanti nel prevenire l’inizio o la progressione del consumo di droga tra i giovani.

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Lo strumento include video e altre informazioni, mostrando esempi positivi e negativi delle tecniche di genitorialità. Gli strumenti sono stati sviluppati da Child and Family Center della University of Oregon.

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La ricerca dimostra che le tecniche genitoriali adeguate possono anche alterare la suscettibilità genetica di un bambino di disturbi psichiatrici. 

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Per saperne di più: http://www.drugabuse.gov/family-checkup

Prevenire o curare? Tipi e modalità di intervento in ambito clinico

di Liria Valenti

Prevenire o curare? Tipi e modalità di intervento in ambito clinico. - Immagine: © Yabresse - Fotolia.comPrevenire o Curare: Modalità di Intervento in Ambito Clinico. I tre distinti livelli di prevenzione, con obiettivi e destinatari differenti.

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La prevenzione mira ad anticipare l’azione negativa esercitata da eventuali fattori di rischio sullo sviluppo dell’individuo, con lo scopo di evitare l’insorgenza di comportamenti disadattivi o patologici. Generalmente, vengono distinti tre livelli di prevenzione – primario, secondario e terziario – ad ognuno dei quali corrispondono obiettivi, caratteristiche, metodi e destinatari differenti.

Attraverso la programmazione e l’attuazione di interventi di prevenzione primaria si vogliono individuare e promuovere le risorse personali ed ambientali, la cui azione può tutelare la salute ed il benessere del singolo e della famiglia.

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Nello specifico, la prevenzione primaria favorisce percorsi evolutivi resilienti, mediante la promozione di competenze specifiche, quali, ad esempio, quelle comunicative, socio-relazionali e emotivo-affettive. In sostanza, si tratta di interventi proattivi, rivolti a tutti gli individui, e, più precisamente, a quella fascia della popolazione che, seppur caratterizzata da una bassa probabilità di psicopatologia, può potenzialmente manifestare un disagio. 

In ambito clinico, un esempio di prevenzione primaria può essere rappresentato da un ciclo di incontri informativi relativo alle modalità di comunicazione efficace, che promuove nei partecipanti l’apprendimento e l’attivazione di competenze specifiche, con il fine di prevenire possibili disturbi della comunicazione nell’ambito delle relazioni interpersonali.

 

 Il ricorso ad interventi di prevenzione secondaria si rivela necessario, invece, nei casi in cui viene precocemente identificata o diagnosticata una condotta sintomatica, ma prima che questa degeneri in un disturbo psichiatrico. In quest’ottica, la prevenzione secondaria mira a riconoscere gli indici predittivi del disagio, e a progettare interventi finalizzati a ridurre l’impatto dei fattori di rischio sullo sviluppo dell’individuo. Tale livello di prevenzione può essere definito para-attivo, in quanto avviene accanto ad attività proattive, tipiche della prevenzione primaria, e ad altre reattive, caratteristiche, invece, della prevenzione terziaria. Un esempio concreto di questo tipo di intervento è rappresentato da progetti rivolti ad adolescenti devianti, e finalizzati, da un lato, a promuovere la conoscenza delle abilità prosociali e dei relativi comportamenti, e dall’altro, a favorire la consapevolezza della propria condotta e a guidare l’apprendimento delle nuove conoscenze.

La prevenzione terziaria, infine, mira alla riabilitazione di individui problematici, il cui disagio richiede un intervento terapeutico specifico. Il trattamento dei disturbi d’ansia, depressivi, alimentari e di tutti gli altri quadri psicopatologici, rientra in questo livello di prevenzione.

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BIBLIOGRAFIA:

Lettera a uno Studente – Psicoterapia: la Persona e la Scienza

 

Psicoterapia- la Persona e la Scienza - Lettera a uno Studente. - Immagine:© alphaspirit - Fotolia.com

Credo che fare scienza non significhi ridurre l’essere umano a un numero. Fare scienza equivale a scegliere un percorso di pensiero critico che procede per approssimazioni successive, formula ipotesi (anche creative), trova il modo di metterle in discussione, accetta di affermare teorie entro i limiti di ciò che può misurare.

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Mi capita qualche volta di ricevere lettere di studenti appassionati a questioni teoriche e tecniche della psicoterapia. Talvolta mettono in evidenzia controversie centrali per il mondo scientifico internazionale, e nutrono la (vana) speranza che il sottoscritto possa avere una risposta  definitiva. Questa è una risposta, opportunamente rielaborata, a uno studente che si interroga sulla terapia metacognitiva e cognitivo-comportamentale, chiedendosi se non sia poco attenta alla persona, critica professata da alcuni suoi insegnanti.

 

Gentile studente,

Ruminazione & Depressione: La via Metacognitiva di Wells e colleghi- Congresso Terapia Metacognitiva per la depressione. Conduce il Dott. Costas Papageorgiou. - Immagine: © 2012 Alessandro Boldrini
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mi trovo in viaggio e come spesso accade, questo è uno di quei momenti di pausa in cui posso liberamente fermarmi a scrivere, per questa ragione colgo con sincero interesse i suoi quesiti. Si pone domande e questa è una buona prassi per i giovani studenti che entrano, spesso da uno spioncino, nel caotico e vasto mondo della psicologia clinica e delle opinioni che lo attraversano.

La questione che solleva è complessa per essere riassunta in una lettera. Ci sono molte prospettive in campo e offrono esiti differenti. E le certezze sono spesso cibo avariato. In questo contesto è facile per gli amanti dell’ermeneutica criticare gli approcci scientifici di scarsa attenzione alla persona, così come è facile per le correnti cognitivo-comportamentali standard o di terza generazione tacciare i primi di psicosofia e scarsa attenzione alla tecnica e ai risultati che il progresso della scienza ci offre. In questa lotta ci si mette l’ambiguità della nostra disciplina che non è facilmente declinabile in misure assolute.

Credo che fare scienza non significhi ridurre l’essere umano a un numero. Fare scienza equivale a scegliere un percorso di pensiero critico che procede per approssimazioni successive, formula ipotesi (anche creative), trova il modo di metterle in discussione, accetta di affermare teorie entro i limiti di ciò che può misurare. Quest’ultimo aspetto non significa che dimentichi tutto il resto. E veniamo al confronto sul tema che lei propone. Quando si guarda alla scienza occorre sempre leggere entro quali contesti e criteri sono validi gli assunti che vengono proposti.

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La terapia metacognitiva (MCT, Wells, 2008), è una terapia tecnica e meno attenta ai contenuti rispetto altri approcci. Anzi sostiene che un’eccessiva attenzione ai contenuti personali possa essere uno dei fattori di mantenimento dei disturbi emotivi attraverso il supporto a una forma di pensiero interpretativo, vago e astratto come la ruminazione mentale,  le cui conseguenze deleterie hanno ormai consolidato sostegno scientifico (es: Caselli et al., 2011). La MCT ha lo scopo ‘dichiarato’ di ottenere il massimo risultato possibile con il minor costo (es: numero di sedute) colpendo le componenti più nucleari del disturbo psicologico. I risultati sono molto promettenti (van der Heiden, Muris & van der Molen, 2012) ovviamente in rapporto a pazienti selezionati e peculiari disturbi psicologici.

Ovvio, una critica può essere “la realtà dei pazienti è molto diversa e multisfaccettata di quelle di un trial clinico”. Vero. Però si può anche sostenere che, a fronte di una realtà multisfaccettata, sia preferibile e parsimonioso (per non dire etico) adattare in modo flessibile un approccio che almeno su una selezione di pazienti ha supporto di evidenza.Soprattutto se l’alternativa diventa inventarsi un nuovo approccio, magari più attento ai contenuti, che però non ha alcun credito se non quello dell’autorità di chi lo ha promulgato. Poi, vero è che i trial clinici randomizzati hanno dei limiti ma innanzi a questi considero preferibile cercare di migliorarli ‘per approssimazioni successive’ piuttosto che rifiutare il pensiero critico o la verifica del campo. Questa scelta è più dura, più frustrante, più lenta. Forse non compirà passi rivoluzionari nel corso di una vita professionale. Ma grazie a questa scelta oggi abbiamo approcci in grado di offrire sostegno a persone con disturbi psicologici con un buon grado di confidenza rispetto i risultati che si possono ottenere.

Antonio Semerari: Intervista sulla metacognizione e risposte a Giancarlo Dimaggio
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Spesso avverto nei dibattiti di psicologia clinica un profumo di romanticismo adolescenziale che può strizzare troppo l’occhio alla filosofia o volgere le spalle alla sofferenza e alla cura. La maturità della psicologia e della psicoterapia la vedo nel cercare il romanticismo attraverso il rigore della scienza. Sorrido quando ascolto gente che professa la psicoterapia come arte, come se l’arte non si fondasse profondamente nella disciplina, come se grandi pittori creativi non fossero prima di tutto assoluti padroni delle tecniche.

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Ma basta divagare e torniamo al punto. La terapia metacognitiva è l’applicazione di una teoria validata scientificamente a partire dagli anni ’90. Da questi cardini teorici (il modello S-REF, l’uso dell’esperienza per modificare le conoscenze e il controllo sui propri piani mentali) è nata una terapia disegnata (allo stato attuale) per i disturbi d’ansia e la depressione.Visto che questi disturbi emotivi possono essere trattati efficacemente in breve tempo, non emerge la necessità di maggiore spesa, maggior durata o minor garanzia di efficacia.

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Ciò non vieta che una volta affrontato il sintomo nella modalità più efficace a disposizione si possano aggiungere moduli clinici di intervento su altri aspetti più ampi di vulnerabilità (con radici evolutive e prospettive esistenziali) che abbiano in sé maggiore libertà di esplorazione per la coppia terapeutica. Ciò è vero soprattutto nel contesto privato, certamente più disponibile alla condivisione e definizione di un percorso di trattamento e dei suoi obiettivi. Poi esistono i casi complessi, i disturbi di personalità, i pazienti gravi e difficili che non hanno consapevolezza piena del loro problema. 

Non credo che si risolva tutto dicendo ‘son tutti pazienti gravi, quelli semplici esistono solo nelle ricerche’ perché non è così, è una scusa troppo facile per non migliorarsi, non mettersi in discussione, non usare la fatica del pensiero critico. Però è vero. Ci sono anche quelli. E per quelli io credo che (1) non si possa prescindere dalla storia di vita e da una comprensione della dinamica evolutiva del dolore emotivo e dei piani per regolarlo, (2) la terapia metacognitiva potrebbe svilupparsi per applicare gli stessi cardini teorici in nuovi interventi adatti a questi pazienti, (3) esistono anche altri approcci che hanno già sostegno scientifico per intervenire su pazienti di questo tipo, la MCT non può e non deve essere la risposta onnicomprensiva. Non può essere questo l’obiettivo della scienza psicoterapeutica.

Il consiglio che posso dare? Un’opinione personale: rimboccarsi romanticamente le maniche e scavare nel fango della scienza perché in fondo, lo dobbiamo ai nostri pazienti.

Leggerò volentieri le sue considerazioni.

Cari saluti,

Gabriele Caselli

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BIBLIOGRAFIA:

Neurobiologia dell’Intersoggettivita’: Neuroni Specchio ed Empatia

 

Dal simposio SITCC 2012

NEUROBIOLOGIA DELL’INTERSOGGETTIVITA’:

come la conoscenza orienta la Terapia Cognitiva

Carmelo Giovanni La Mela, Sabrina Masetti, Barbara Viviani, Linda Tarantino

 

Neurobiologia dell’Intersoggettivita’: Neuroni Specchio ed Empatia - SITCC 2012

I neuroni specchio rappresentano un punto di svolta per la comprensione del funzionamento interpersonale e dei fondamenti della intersoggettività favorendo lo sviluppo delle capacità empatiche.

Le numerose e recenti acquisizioni che provengono dalle ricerche nel campo delle neuroscienze impongono una riflessione su come queste siano integrabili con il modello teorico del cognitivismo, alla ricerca di un supporto biologicamente fondato al modello cognitivo di funzionamento mentale e di conseguenza ad una coerente teoria della cura.

ARTICOLI SU: PSICOTERAPIA COGNITIVA

Il contributo della psicologia cognitiva a questa riflessione è quello di ipotizzare dei modelli psicologici che aiutino ad interpretare i dati che provengono dalle neuroscienze così come il contributo delle neuroscienze è quello di fornire un substrato biologico a supporto di tali modelli.

SPR-Salerno-2012
Articolo consigliato: SPR: Il congresso italiano della Society for Psychotherapy Research

A questa prospettiva di integrazione porta un contributo fondamentale il dato che lo sviluppo e l’organizzazione funzionale del cervello umano si modula, sin dalla nascita e lungo tutto l’arco della vita, attraverso un continuo rapporto di influenza reciproca tra il patrimonio geneticamente determinato e l’ambiente in cui il soggetto vive, rappresentato dalle sue esperienze sociali e relazionali.

Questo presupposto supera la contrapposizione tra una posizione riduzionista neuroscientifica, che vede nella espressività genica il fondamento del funzionamento mentale, e modelli psicologici che indicano invece nella unicità e insondabilità individuale la natura profonda dell’essere umano.

Sempre più evidenti sono i dati a conferma che l’ambiente relazionale, in cui il bambino cresce, è in grado di interferire, con tempi e modi diversi, sul processo di neurogenesi, differenziazione, arborizzazione, apoptosi e sinaptogenesi.

ARTICOLI DI NEUROSCIENZE

Una delle scoperte della ricerca neuroscientifica più importanti per le implicazioni che può avere per comprendere meglio il funzionamento mentale degli esseri umani riguarda l’identificazione di una particolare popolazione di neuroni definiti “neuroni specchio”.

L’attività di questi neuroni e dei circuiti neuronali a loro collegati sono alla base del fenomeno dell’empatia.

 E’ da questa prospettiva che i neuroni specchio rappresentano a nostro avviso un punto di svolta per la comprensione del funzionamento interpersonale e dei fondamenti della intersoggettività favorendo lo sviluppo delle capacità empatiche.

La scoperta dei neuroni specchio, delle loro funzioni, dei circuiti ad essi correlati, e dei fattori che influenzano la loro formazione e sviluppo, dà delle risposte fondamentali al problema della comprensione della mente dell’altro e alla modalità con la quale avviene l’integrazione di informazioni emotive e cognitive in rappresentazioni di sé, che permettono la modulazione e la regolazione degli stati emotivi, favorendo e modulando in maniera efficace il comportamento sociale.

Queste nuove acquisizioni rappresentano i presupposti per la definizione di interventi terapeutici che mirino ad attivare o riattivare integrazioni e associazioni tra aree cerebrali.

ARTICOLI SU: NEURONI SPECCHIO

Cervello, Neuroni Specchio. - Immagine: © V. Yakobchuk - Fotolia.com -
Articolo consigliato: Da Freud ai Neuroni Specchio: Schizofrenia e social perception.

Durante l’ultimo Congresso SITCC che si è svolto a Roma, si è tenuto il Simposio dal titolo “Neurobiologia dell’intersoggettività” che ha affrontato queste tematiche. Si è cercato di approfondire questi temi e illustrare i principali dati provenienti da aree diverse della ricerca nel campo delle neuroscienze cognitive sociali.

Le quattro presentazioni si sono focalizzate sulle scoperte relative ai neuroni specchio e ai circuiti neuronali che evidenziano un loro coinvolgimento:

(a) sulla comprensione degli altri

(b) sulla conoscenza di sé

(c) sulla capacità di regolazione delle emozioni

(d) e sui processi che avvengono nell’interfaccia tra la comprensione di sé e degli altri.

Nello specifico, l’intervento introduttivo del dr. La Mela si è concentrato sulle evidenze sperimentali che confermano l’importanza dell’intersoggettività nella costruzione neuroanatomica e funzionale della mente e quindi come fattore fondamentale e imprescindibile per la comprensione del funzionamento mentale e per il trattamento dei disturbi mentali.

Scuola Cognitiva Firenze - Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-ComportamentaleLa relazione della dr.ssa Masetti ci ha fornito una prima evidenza scientifica di tali aspetti, mostrando, attraverso l’illustrazione di recenti esperimenti, come i neuroni specchio siano implicati nel fenomeno dell’empatia. Nello specifico è stato illustrato, partendo dalla conosciuta ipotesi del feedback facciale, la scoperta del circuito neuronale dell’empatia che vede appunto coinvolti i neuroni specchio.

A seguire la dr.ssa Viviani ha illustrato come i neuroni specchio, oltre a rappresentare la radice neurobiologica dell’empatia, rappresentino anche la base biologica della relazione di accudimento/attaccamento tra madre e bambino e come quindi la rappresentazione di sé nasca dall’intersoggettività.

ARTICOLI SU: ATTACCAMENTO – ACCUDIMENTO

La dr.ssa Tarantino infine, a partire da queste osservazioni, si è focalizzata su come tali acquisizioni provenienti da neurobiologia, neuroetologia e neuropsicologia possano orientare la terapia cognitiva, sia nelle sue tecniche (come l’alfabetizzazione emotiva o strategie di mastery volte alla modulazione di stati problematici), sia nel setting, sia nel programmare il timing degli interventi.

ARTICOLI SU: NEUROPSICOLOGIA

 

In particolare la relazione terapeutica diventa non solo contesto ma uno specifico strumento di terapia, volto a creare le basI biologiche, i neuroni specchio, necessarie per poi costruire una possibile rappresentazione di sé e dell’altro, abilità metacognitive ed empatiche, un alfabeto emotivo condiviso e comportanti sociali congrui con l’emozione percepita in sé e nell’altro.

ARTICOLI SU: ALLEANZA TERAPEUTICA 

TUTTI GLI ARTICOLI DAL CONGRESSO SITCC 2012 DI ROMA

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

Ipersexual Disorder: Sarà Incluso nel DSM-5?

FLASH NEWS 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

I risultati di questo studio – riportati nell’ultima edizione del Journal of Sexual Medicine – influenzeranno la probabilità che l’ipersexual disorder venga incluso nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5). Lo scopo dello studio era quindi verificare che i criteri proposti fossero validi e affidabili nell’aiutare i professionisti della salute mentale a diagnosticare con precisione la dipendenza sessuale. 

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Un team composto da psichiatri, psicologi, assistenti sociali e terapeuti di coppia e della famiglia, guidati da Rory Reid, ricercatore ricerca e assistente professore di psichiatria al Semel Institute of Neuroscience and Human Behavior at UCLA, ha testato una serie di criteri proposti per la definizione del ipersexual disorder, noto anche come dipendenza sessuale, per il nuovo DSM-5.
 
I risultati di questo studio – riportati nell’ultima edizione del Journal of Sexual Medicine – influenzeranno la probabilità che l’ipersexual disorder venga incluso nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5).Lo scopo dello studio era quindi verificare che i criteri proposti fossero validi e affidabili nell’aiutare i professionisti della salute mentale a diagnosticare con precisione la dipendenza sessuale. 
SITCC 2012 Roma - Reportage dal Congresso Annuale della Società Italiana di Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale
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I criteri definiscono una serie di sintomi che devono essere presenti: fantasie sessuali ricorrenti, impulsi e comportamenti per un periodo di sei mesi o più, che non siano causati da altri problemi, come ad esempio l’abuso di sostanze, un’altra condizione medica o episodi maniacali associati al disturbo bipolare.

Inoltre, gli individui che potrebbero essere diagnosticati con questo disturbo devono mostrare uno schema di attività sessuale in risposta a stati d’animo spiacevoli, per esempio il sentirsi depressi, o uno schema ripetitivo di comportamenti che utilizzi il sesso come modalità di risposta allo stress. I comportamenti sessuali messi in atto devono inoltre essere fonte di disagio per chi li attua, tanto da interferire con le relazioni, il lavoro o ad altri aspetti importanti della vita personale; per questo i criteri includono i tentativi compiuti dal soggetto al fine di ridurre o interrompere le attività sessuali sentite come problematiche.

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Al fine di valutare i criteri per la dipendenza sessuale, Reid e i suoi colleghi hanno testato e intervistato 207 pazienti in diverse cliniche di salute mentale in tutto il paese. Tutti i pazienti avevano cercato aiuto per mancanza di controllo del comportamento sessuale, abuso di sostanze o un’altra condizione psichiatrica, come la depressione o l’ansia.

I ricercatori hanno scoperto che i criteri proposti per l’ ipersexual disorder classificavano accuratamente 88% dei pazienti con una dipendenza sessuale; i criteri sono stati anche accurati nell’identificare risultati negativi nel 93% dei casi. In altre parole, i criteri sembrano adatti a discriminare tra i pazienti che soffrono di dipendenza sessuale e i pazienti che cercano aiuto per altre condizioni di salute mentale come l’abuso di sostanze, l’ansia o la depressione.

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 Un altro dato significativo dello studio è che i pazienti che hanno soddisfatto i criteri per ipersexual disorder hanno sperimentato conseguenze negative significativamente maggiori a causa della loro attività sessuale,

Dimmi come cammini e ti dirò quanto sesso fai - Immagine: © olly - Fotolia.com
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rispetto agli individui che facevano abuso di sostanze o soffrivano di una condizione medica generale; infatti dei 207 pazienti esaminati, il 17 % aveva perso il posto di lavoro almeno una volta, il 39% ha terminato una relazione affettiva, il 28% ha contratto un infezione a trasmissione sessuale e il 78% ha avuto interferenze con la normale attività sessuale.

Lo studio ha mostrato inoltre che l’aumento della dipendenza sessuale, che nel 54% dei casi aveva iniziato ad essere problematica prima dei 18 anni e nel 30% dei casi tra i 18 e i 25 anni, era legato a maggiori disturbi emotivi, impulsività e incapacità di gestire lo stress.

Questi dati fanno pensare che la dipendenza sessuale sia un disturbo che emerge in adolescenza o comunque in età giovanile e che sia quindi importante sviluppare strategie di intervento precoce e di prevenzione.

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BIBLIOGRAFIA:

Psicoeducazione emotiva: quando la paura diventa uno stress a lungo termine.

 

Psicoeducazione emotiva- quando la paura diventa uno stress a lungo termine. - Immagine:© lassedesignen - Fotolia.comLEGGI LA PRIMA PARTE DELL’ARTICOLO: PSICO-EDUCAZIONE EMOTIVA: LA PAURA

I problemi nascono nel momento in cui non riusciamo a spegnere le nostre reazioni corporee e mentali di fronte a una minaccia che non è più presente né imminente, così che la risposta allo stress, da adattiva, si trasforma in cronica o eccessiva. 

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“Sono sempre stata una persona attiva e positiva verso me stessa, mi davo da fare in tutto e con tutti, di certo non mi mancavano le energie e le idee…Ma ho perso tutto da quando è incominciata questa crisi…Da quando ho questi problemi sul lavoro, tutto è iniziato da lì. Ora devo davvero sforzarmi di fare qualunque cosa, anche la più banale, mi sento sempre stanca e affaticata. Anche quando riesco a portare a termine qualcosa, non riesco a trarne soddisfazione né piacere. E questa cosa non vede una fine perché anche quando vado a casa non riesco a smettere di preoccuparmi per il lavoro e per ciò che ho fatto e devo fare. Per quanto mi sforzi, non riesco a togliermi questi pensieri dalla testa, così alla fine non mi interessa più neanche provare ad avere una vita sociale. Spesso mi capita di non sentirmi bene, senza contare che non dormo bene oramai da mesi. Non riesco a capire come possa sforzarmi così tanto, ripetermi di farmi forza eppure mi sembra di non andare da nessuna parte”.

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Come spiegato nella prima parte, i cambiamenti del nostro corpo elicitati da eventi stressanti ci sono utili nel breve termine perché ci preparano fisicamente all’azione e mentalmente ci focalizziamo al problema; tali modificazioni svaniscono non appena lo stimolo minaccioso sparisce. Diventa chiaro, a questo punto, che i problemi nascono nel momento in cui non riusciamo a spegnere le nostre reazioni corporee e mentali di fronte a una minaccia che non è più presente né imminente, così che la risposta allo stress, da adattiva, si trasforma in cronica o eccessiva. 

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I cambiamenti corporei

Le sensazioni corporee iniziano a diventare più fastidiose. La tensione muscolare, fondamentale per la risposta di attacco o fuga, si trasforma in malessere che pervade tutto il corpo: mal di testa, dolori alle spalle e al petto, sintomi gastrointestinali, debolezza delle gambe. Ecco così che il respiro affannoso ci può portare a sensazioni di nausea o di mancanza del respiro; l’attenzione focalizzata al battito cardiaco non fa altro che aumentare la pressione sanguigna e farci avvertire un senso di svenimento, una visione offuscata e fischi alle orecchie. 

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I cambiamenti psicologici

A livello psicologico la persona inizia a focalizzarsi esclusivamente su ciò che teme, generalmente preoccupandosi che un problema non abbia soluzione o catastrofizzandolo. Si sviluppa, col tempo, un tipo di pensiero negativistico verso se stessi e il mondo circostante, percepito come fonte di minacce sempre possibili. Tale forme di ragionamento negativo formano un circolo vizioso con i cambiamenti corporei, come ad esempio: “Ho un dolore al petto, devo avere qualcosa che non va con il cuore”, oppure: “questa sensazione/emozione è insopportabile, non c’è niente che possa fare”. In questo modo lo stress rimane costantemente elevato, portando a un aumento del disagio e delle preoccupazioni, fattore che induce le persone a focalizzarsi sugli eventi negativi e insolubili piuttosto che su quelli positivi. 

I cambiamenti comportamentali

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
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I cambiamenti comportamentali, se persistenti, non fanno altro che aumentare le difficoltà. In  preda all’ansia e alle preoccupazioni, ad esempio, la maggior parte delle persone aumenta la quantità di sigarette fumate, mangia in maniera non equilibrata e smette di fare esercizio fisico. Tutto ciò incrementa il senso di non sentirsi bene e di essere cronicamente stanchi e meno capaci di fare fronte allo stress. Ricordiamoci che la risposta più comune allo stress è l’evitamento delle situazioni che ci fanno paura o dagli oggetti minacciosi. Tuttavia, il sollievo che si ricava dall’evitare gli stimoli stressanti è solo temporaneo e incrementa il senso di sfiducia personale, così che l’evento tanto temuto appare sempre più impossibile da fronteggiare.

Qualunque sia il trigger ansiogeno (sia esso reale o immaginario), ciò che mantiene la risposta allo stress anche dopo che lo stimolo è esaurito, è l’attivazione del circolo vizioso appena menzionato e che accomuna tutti i problemi di rimuginio, paura e ansia.

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BIBLIOGRAFIA:

Psicoterapia Online: Come Curarsi (e Curare) da Casa

di Alessia Offredi

Psicoterapia Online: Come Curarsi (e Curare) da Casa. - Immagine: © Konstantin Li Fotolia.com.

Psicoterapia Online: È possibile stando comodamente seduti nel proprio salotto? La risposta della comunità scientifica è sì.

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Le prospettive più interessanti giungono dal Nord Europa, dove già da diversianni vengono ideati e proposti programmi di psicoterapia online rivolti a diverse fasce di età e destinati al trattamento di differenti disturbi.

In letteratura ricorrono alcuni elementi comuni ai programmi di supporto e psicoterapia online:

 

  • Il materiale self help, solitamente organizzato in moduli settimanali inviati al paziente, consiste in schede informative sui sintomi del disturbo trattato e sulle tecniche CBT applicabili autonomamente dai pazienti;
  • Oltre al materiale informativo e psicoeducativo, vengono assegnati ai pazienti compiti settimanali (homework), con lo scopo di aiutare gli utenti ad applicare le tecniche della terapia cognitivo comportamentale (come la stesura di un diario, la compilazione dell’ABC, …) e monitorare i progressi fatti. Vengono quindi svolti e inviati al terapeuta, che li valuta e ne restituisce un feedback;
  • Spesso è presente un forum volto a favorire la condivisione sociale e offrire spunti di riflessione agli utenti;
  • La chat costituisce uno spazio privato di confronto tra gli stessi utenti o tra utenti e terapeuta;
  • L’e-mail è lo strumento preferenziale per mantenere i contatti con il clinico, solitamente a scadenza settimanale.

I programmi possono anche usufruire di altri supporti e mezzi di comunicazione attraverso cui raggiungere i pazienti per favorire la continuità del percorso di psicoeterapia. È molto comune l’utilizzo di sms di notifica, per ricordare agli utenti la pubblicazione di nuovo materiale sulla piattaforma o la scadenza per la consegna degli homework.

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Psicologia e Tecnologia: nuova App per Smartphones contro la Depressione. - Immagine: © 2012 Costanza Prinetti
Articolo consigliato: Psicologia e Tecnologia: nuova App per Smartphones contro la Depressione

Cosa ne è dell’alleanza terapeutica e della relazione con il paziente? I dati dimostrano che nella psicoterapia online l’alleanza terapeutica non è deficitaria rispetto alla psicoterapia tradizionale. (Andersson, Paxling, Wiwe, Vernmark, Bertholds Felix,et al., 2012).

Probabilmente è anche meno determinante, alla luce del fatto che la maggior parte dei programmi di psicoterapia online si basa sull’utilizzo del materiale self – help e su un lavoro svolto in gran parte autonomamente dal paziente. In ogni caso, gli utenti si ritengono generalmente soddisfatti del supporto ricevuto.

L’efficacia di questo tipo di programmi è stata scientificamente supportata: il miglioramento del quadro sintomatico presentato alla baseline risulta significativo e viene mantenuto nel tempo (Ruwaard, Lange, Schrieken, Dolan  & Emmelkamp, 2012.) Ma questo non è l’unico aspetto positivo della psicoterapia online. Poter usufruire di un percorso terapeutico da casa è vantaggioso sia per chi ha difficoltà negli spostamenti (in Olanda è stato diffuso un programma per adulti con sintomi depressivi affetti da SM) sia per chi ha problemi di orario e non trova modo di recarsi da un professionista.

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 Inoltre, la garanzia dell’anonimato è assicurata e i costi sono ridotti. Il terapeuta, d’altro canto, può facilmente offrire il proprio supporto a più pazienti, con un evidente risparmio in termini di tempo.

Occorre, tuttavia, considerare alcune problematiche a cui è difficile fare fronte quando si parla di psicoterapia online. L’assenza totale di un contatto visivo con il paziente può causare delle difficoltà soprattutto in fase di diagnosi: pazienti con problematiche gravi necessiterebbero di un supporto psicoterapico tradizionale, la cui efficacia rimane indubbiamente superiore.

Inoltre, questo tipo di programmi sono solitamente indirizzati al trattamento di sintomi specifici di un disturbo in particolare ed escludono così il trattamento di ulteriori sintomi teoricamente estranei al disturbo, ma che il paziente potrebbe lamentare.

L’Italia comincia ora a muovere i primi passi in questa direzione: il primo programma  impostato su queste linee guida è costituito dal Progetto ProYouth, ma molte sono le prospettive offerte da questo campo su cui è necessario investire.

LEGGI LA PRESENTAZIONE DEL PROGETTO PROYOUTH

 

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BIBLIOGRAFIA:

Monogamia: merito dell’evoluzione… e della donna.

 

Monogamia: Merito dell'evoluzione… e della donna. - Immagine: © leremy - Fotolia.comLe famiglie attuali tendono ad essere monogame o poligame? Naturalmente sono tutte ligie alla monogamia, almeno apparentemente!

A quanto pare tutto dipende dal comportamento delle donne, che nel tempo hanno deciso di scegliere uomini che provvedessero al loro sostentamento rimanendovi fedeli e di conseguenza, rendendoli fedeli, si spera.

ARTICOLI SULLA FAMIGLIA

Avere una famiglia, o ambire ad averne una, stabile nel tempo e, soprattutto, dedita alla fedeltà, è un concetto frutto di una evoluzione nel tempo. In passato la società era caratterizzata da rapporti basati sulla promiscuità, tutto era finalizzato all’accaparrarsi più prede femminili possibili. Infatti, i maschi tendevano a procacciare le femmine del villaggio, e questo comportamento era considerato un indice di forza e di mascolinità.

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
Articolo Consigliato: Alle origini della Famiglia: i Processi Evolutivi verso la Monogamia.

Ma tra gli ominidi la promiscuità poligama ad un tratto ha ceduto il passo alla monogamia.

Secondo gli studi di Sergey Gavrilets, biologo evoluzionista e matematico dell’ Università del Tennessee (Usa), il passaggio da una visione poligama ad una monogama si ebbe in seguito alla creazione di una sorta di compromesso che avvenne tra sessi.

ARTICOLI SU: GENDER STUDIES

In un suo recentissimo studio pubblicato su Pnas, l’autore mostra che i maschi meno virili, non in grado di battere i più forti, capirono che l’unico modo per assicurarsi una prole e una famiglia era garantire alla donna e al figlio, sostentamento, cure, cibo. Le femmine, d’altra parte, si resero conto che avere vicino un partner che in qualche modo provvedesse alla loro sopravvivenza era molto utile e vantaggioso per loro stesse e per i propri figli. Così capirono che l’unico modo per tenerli legati a loro stesse era rimaner loro fedeli. Quindi, la relazione creatasi tra cura della famiglia da parte dell’uomo e fedeltà da parte della donna ha indotto alla creazione del mito della famiglia unita e monogama.

Facendo luce su quanto accaduto durante l’evoluzione della specie, si deduce che sarebbe stato merito della donna puntare alla monogamia della coppia. La dimostrazione è stata ottenuta dalla realizzazione di una serie di modelli matematici dinamici applicati a un gruppo di ominidi (con una struttura sociale rigidamente gerarchica e in cui gli accoppiamenti non sono casuali). Da questo modello deriverebbe il bisogno da parte delle madri di curare i piccoli, la necessità dei maschi di sorvegliare la partner e  accudire la propria prole. Questi comportamenti presi singolarmente non predicono il fattore famiglia, ma se interagissero tra loro avrebbero come esito la costruzione di una famiglia unita.

Infedeltà emozionale ai tempi del web 2.0 - Immagine: © Spectral-Design - Fotolia.com
Articolo consigliato: Infedeltà emozionale ai tempi del web 2.0.

Il modello matematico usato nello studio ha dimostrato che il fattore evolutivo fondamentale è stato la scelta del partner da parte della donna, e soprattutto la sua fedeltà al compagno. Queste due mosse della donna hanno spostato le strategie maschili di accoppiamento dalla competizione con gli altri maschi a una maggior cura nel procurare cibo e protezione alla propria compagna. Quindi, i maschi non dominanti, invece di mettersi a lottare con gli altri, hanno cercato di ottenere i favori delle donne con la tecnica che gli scienziati chiamano “cibo per sesso”.

ARTICOLI SU SESSO – SESSUALITA’ 

Le donne hanno apprezzato molto questo tipo di corteggiamento e, più i maschi si davano da fare per loro, più le donne diventavano fedeli. L’addomesticare i maschi selvatici ha dato la possibilità di porre le basi per la creazione di nucleo familiare “fedele”.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Genitori Omosessuali & Adozioni: Differenze con gli Etero?

FLASH NEWS

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Genitori Omosessuali & Adozioni. Ricerca sulle differenze nello sviluppo cognitivo di bambini con genitori omosessuali o eterosessuali.

LEGGI GLI ARTICOLI SU: LGBT – LESBIAN, GAY, BISEX & TRANSGENDER

Un team di psicologi ha esaminato 82 bambini, dei quali 60 affidati a genitori eterosessuali e 22 a genitori omosessuali gay o lesbiche (15 con genitori maschi e 7 con i genitori femmine). Tutti i bambini avevano diversi fattori di rischio al momento dell’adozione, tra cui la nascita prematura, l’esposizione prenatale a sostanze, abuso o negligenza, e precedenti affidi. L’età dei bambini variava da 4 mesi a 8 anni, con un’età media di 4 anni, mentre i genitori adottivi avevano un’età compresa tra 30-56, con un’età media di 41. il 68% dei genitori erano sposati o conviventi.

Gli psicologi hanno studiato i bambini due mesi, un anno e due anni dopo che erano stati collocati presso una famiglia. I bambini sono stati sottoposti ad una valutazione cognitiva da uno psicologo clinico tre volte durante il corso dello studio, i genitori hanno completato questionari standard per il comportamento dei bambini in ciascuno dei tre periodi di valutazione.

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Omofobia - Immagine: © jjayo - Fotolia.com -
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I risultati evidenziano pochissime differenze tra i bambini in tutte le valutazioni effettuate a due anni dal collocamento nella famiglia di genitori omosessuali o eterosessuali. In media, tutti i bambini hanno registrato miglioramenti significativi nel loro sviluppo cognitivo, mentre il livello di problemi comportamentali è rimasto stabile. Il punteggio QI è aumentato in media di 10 punti, da circa 85 a 95, cioè con un forte incremento da funzionamento medio-basso verso il funzionamento medio.

Un dato interessante riguarda il fatto che i bambini adottati da genitori  omosessuali avevano più fattori di rischio al momento della loro collocazione, rispetto ai bambini adottati da genitori eterosessuali, ma nonostante questo a due anni dall’adozione i loro progressi cognitivi sono paragonabili a quelli degli altri bambini del campione.

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 Dal momento che decine di migliaia di bambini adottivi non hanno case stabili e le preoccupazioni circa l’idoneità dei genitori adottivi gay e lesbiche limitano il pool di potenziali genitori, lo studio indica che i genitori omosessuali sono in grado di offrire un nucleo accogliente che si prenda cura di questi bambini in modo analogo a quella dei genitori eterosessuali. “Non vi è alcuna base scientifica per discriminare contro i genitori gay e lesbiche”, ha detto Peplau, professore di ricerca in psicologia presso la UCLA e co-autore dello studio.

LEGGI GLI ARTICOLI SU: FAMIGLIA

Alla domanda se i bambini hanno bisogno di una madre e di un padre, Jill Waterman ha dichiarato: “I bambini hanno bisogno di persone che li amano, a prescindere dal sesso dei loro genitori”.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Il Disputing della Fobia Sociale – Parte III

 

 

MONOGRAFIA: IL DISPUTING IN PSICOTERAPIA   LEGGI: INTRODUZIONE AL DISPUTING DEI DISTURBI D’ANSIA 

Il Disputing della Fobia Sociale - Parte III. - Immagine: © olly - Fotolia.com

Nel trattamento della fobia sociale, occorre porre attenzione non solo alle credenze ma anche ai processi di tipo attentivo.

LEGGI LA PRIMA E LA SECONDA PARTE DELL’ARTICOLO

I principali errori processuali del fobico sociale sono l’attenzione anticipatoria, focalizzata verso l’evento sociale durante i giorni che lo precedono, e l’attenzione focalizzata sulle reazioni altrui e sulle proprie sensazioni di vergogna e imbarazzo durante l’evento sociale temuto.

Il trattamento degli errori cognitivi di tipo processuale privilegia l’intervento di tipo esperienziale e comportamentale piuttosto che il disputing cognitivo vero e proprio che rischia di essere troppo astratto ed emotivamente distaccato. L’esposizione alle situazioni temute, reale o virtuale che sia, non va effettuata come un semplice esercizio di assuefazione alla fobia, ma va guidata in modo che la persona affetta da fobia sociale apprenda quali siano gli atteggiamenti mentali dannosi e quali quelli utili e produttivi. Si tratta, quindi, di proporre alla persona tre atteggiamenti mentali, due patologici e uno sano.

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Il primo atteggiamento consiste nel focalizzarsi su di sé e sulle proprie emozioni e reazioni. Concentrando la propria attenzione sui segnali provenienti da se stessi il fobico sociale finisce per percepire segnali di vergogna o d’imbarazzo, che sono prontamente decodificati come segnali di fallimento: la mia prestazione sociale sta andando male. Il foglio di autovalutazione proposto da Clark e Beck (2010) sugli atteggiamenti di auto-focalizzazione (self-focusing) mostra quattro colonne verticali (più una utilizzata per datare gli episodi analizzati).

Disputing Monografia
MONOGRAFIA: Il Disputing in Psicoterapia

Nella prima ci sono le situazioni ansiose temute.

Nella seconda una valutazione soggettiva del grado di auto-focalizzazione, da 0 a 100.

Nella terza il bersaglio delle auto-focalizzazioni: voce, rossori, sudorazioni, balbettii o altro.

La quarta colonna è quella decisiva: in essa si chiede quali siano le conseguenze negative di queste auto-focalizzazioni.

Questi fogli di autovalutazione di Beck non vanno sottovalutati. Possono apparire banali, ma in realtà incoraggiano con semplicità i pazienti a distaccarsi dai propri automatismi. In questo foglio il paziente è incoraggiato a non considerare le proprie sensazioni come segnali che provano la sua incapacità sociale. Al contrario, essi possono essere invece degli ostacoli che, se sopravalutati, generano il cattivo esito dello stare insieme agli altri (Clark e Beck, 2010, pag. 387).

Il secondo atteggiamento consiste nel porre attenzione alle reazioni altrui. In questo caso l’effetto depressivo è dato dal fatto che è sufficiente un indizio negativo per rovinare il giudizio sull’intero episodio. Anche in questo caso è possibile costruire un foglio di valutazione che incoraggi il paziente a considerare i supposti segnali di rifiuto da parte degli altri non come prove che dimostrino con certezza la propria incapacità di stare in mezzo agli altri, ma come semplici accadimenti che sta a noi gestire in maniera fruttuosa o dannosa.

 Il terzo atteggiamento è, invece, quello di concentrarsi in maniera non giudicante su ciò che accade o su quel che si vuol e/o deve dire o fare.

Naturalmente anche in questo c’è un rischio d’interpretazione e valutazione negativa. Tuttavia dati empirici confermano che quest’ultimo atteggiamento è quello meno soggetto a esiti di tipo ansioso.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SULLA PSICOTERAPIA COGNITIVA

 

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SUI RAPPORTI INTERPERSONALI

LEGGI LA MONOGRAFIA: IL DISPUTING IN PSICOTERAPIA   LEGGI: INTRODUZIONE AL DISPUTING DEI DISTURBI D’ANSIA

LEGGI LA PRIMA E LA SECONDA PARTE DELL’ARTICOLO

 

BIBLIOGRAFIA: 

SITCC 2012 – DISTURBI DELL’ ALIMENTAZIONE: PROGRESSI E SFIDE FUTURE

 

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Riccardo Dalle Grave - Medico Psicoterapeuta -
Dott. Riccardo Dalle Grave, Medico Psicoterapeuta, al Congresso SITCC 2012

SITCC 2012 – Disturbi dell’alimentazione, progressi e sfide future: l’intervento del dott. Riccardo Dalle Grave

 

Il DSM-IV distingue i Disturbi della Condotta Alimentare (DCA) in Anoressia Nervosa (AN), Bulimia Nervosa (BN) e Disturbi dell’Alimentazione non altrimenti specificati (NAS), suggerendo che tali disturbi siano tra loro distinti. In realtà, però, presentano molte caratteristiche comuni e in ambito clinico si osserva spesso nel decorso di queste malattie una migrazione da una diagnosi all’altra.

Alla luce di ciò Christopher Fairburn, autorità di fama internazionale sui DCA, propone che tali disturbi vengano considerati come un’unica categoria. Fairburn (2010) ha pertanto sviluppato una specifica terapia cognitivo comportamentale focalizzata sulla psicopatologia dei DCA, flessibile, cucita su misura per il paziente e volta al trattamento di BN, AN e DCA NAS: la Terapia Cognitivo-Comportamentale Transdiagnostica (CBT-E), l’ultima versione del principale trattamento empiricamente fondato per i Disturbi dell’Alimentazione (la CBT-BN, che però fu ideata per pazienti con BN).

Magrezza non è Bellezza. I Disturbi Alimentari (e-book) & Booktrailer
Articolo consigliato: Magrezza non è Bellezza. I Disturbi Alimentari (e-book) & Booktrailer

Alla SITCC il dott. Dalle Grave ha illustrato in anteprima due interessanti studi in fase di pubblicazione sull’applicazione della CBT-E in adulti (Enhanced Cognitive Behaviour Therapy for Adults with AN: a UK – Italy Study) e adolescenti (Enhanced Cognitive Behaviour Therapy for Adolescents with AN: An Alternative to Family Therapy) con Anoressia Nervosa.

ARTICOLI SUI DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

Da questi studi emerge che la CBT-E è ben accettata anche dai pazienti affetti da AN ed ottiene un esito soddisfacente in termini di aumento del BMI, di riduzione della psicopatologia e di mantenimento del peso nel tempo. Si osserva però una difficoltà nell’agganciare le pazienti alla terapia: un terzo infatti non completa il trattamento; il BMI non pare essere predittivo del drop-out delle pazienti, a differenza, invece, della psicopatologia specifica del DCA: più elevata risulta essere la psicopatologia, maggiore è la probabilità che il trattamento non venga completato.

Accertata l’efficacia della CBT-E, le sfide future di certo non mancano.

Secondo Dalle Grave innanzitutto è necessario comprendere meglio i meccanismi d’azione di questa terapia e a tal proposito sono in corso studi che ne stanno valutando i potenziali mediatori del cambiamento, ovvero la procedura della misurazione settimanale del peso, del mangiare in modo regolare, dell’affrontare le regole dietetiche e il check della forma del corpo.

In secondo luogo bisogna potenziarne l’efficacia e migliorare il tasso di riposta valutando il trattamento di eventuali problemi coesistenti con il DCA (es. depressione) o valutando la possibilità di intensificare il trattamento sia a livello ambulatoriale (es. pasti assistiti, aumento del numero di sedute di psicoterapia settimanali) che ospedaliero.

In ultimo, si deve “disseminare il trattamento; “pochi terapeuti utilizzano la CBT-E e tra questi non tutti la applicano in modo rigoroso”. Ecco perché sono in corso di valutazione diverse strategie come la stesura di manuali per i terapeuti, l’organizzazione di corsi di formazione intensiva sulla CBT-E, la creazione di un progetto di formazione CBT-E online (Oxford Study) e la supervisione a distanza (via Skype).

TECNOLOGIA E PSICOLOGIACYBERPSICOLOGIA

In conclusione la CBT-E è un trattamento efficace empiricamente supportato, transdiagnostico, nonché l’intervento evidence-based di prima scelta da consigliare ad adulti affetti da DCA. Auspichiamo che sempre più terapeuti ne vengano a conoscenza e la applichino in maniera corretta sia a livello ambulatoriale che ospedaliero.

 

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BIBLIOGRAFIA: 

Capacità Genitoriali: Una Guida Metodologica – Il Protocollo di Milano

 

Capacità Genitoriali Post-Separazione: Una Guida Metodologica. - Immagine: © yuryimaging - Fotolia.comGuida Metodologica alla Valutazione delle Capacità Genitoriali dopo separazione dei genitori. 

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Lo scopo del seguente articolo è quello riportare ed esaminare alcuni principi che stanno alla base del Protocollo di Milano, un documento scritto da un gruppo di psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili, avvocati e magistrati (Camerini, Gulotta, Lopez et al.2012), avente l’obiettivo di fornire una serie di linee guida per la consulenza tecnica in materia di affidamento dei figli a seguito della separazione dei genitori.

Nel momento in cui  un consulente tecnico d’ufficio (ctu: psicologo, neuropsichiatra infantile o psichiatra) viene convocato dal giudice per indagare una situazione familiare egli dovrà effettuare una valutazione psicologica e relazionale degli individui della famiglia, della coppia e del sistema nel suo complesso. Ciascuna parte in causa, ovvero ciascun genitore potrà avvalersi di un proprio consulente tecnico di parte (Ctp).

Il consulente tecnico di ufficio nel rapportarsi con il magistrato che l’ha convocato e con gli avvocati delle parti deve mantenere la propria autonomia professionale e scientifica, soprattutto nello scegliere le tecniche, i metodi e gli strumenti che ritiene utili per la valutazione.

Allo stesso tempo anche i rispettivi consulenti di parte dovranno mantenere una propria autonomia cercando di salvaguardare in primis l’interesse del minore, rispetto a quello del genitore loro cliente. Ci si trova spesso di fronte a situazioni genitoriali fortemente conflittuali e quindi lo scopo dei consulenti di parte, non è quello di allearsi con il proprio cliente ma è proprio quello di lavorare con i rispettivi genitori per aiutarli ad uscire dal conflitto, favorendo la presa di coscienza dei propri errori e delle proprie responsabilità e cercando di fare capire il punto di vista dell’altro genitore, in modo tale da favorire collaborazione e comunicazione tra le parti in causa.

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Alienazione Parentale: Aspetti psicologici di genitori e figli. - Immagine: ©-chamillew-Fotolia.com
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Generalmente è bene che il Ctu effettui uno studio del fascicolo processuale e poi proceda con i primi colloqui valutativi. Buona prassi è quella di effettuare colloqui sia congiunti, dove sono presenti entrambi i coniugi, sia individuali; durante i colloqui congiunti si chiederà a ciascun coniuge di riportare la propria versione dei fatti e il motivo per il quale si è giunti ad una consulenza d’ufficio. Spesso durante questo tipo di colloquio i coniugi forniscono opinioni contrastanti e tendono a riproporre il consueto circuito conflittuale che caratterizza la loro relazione, in questo modo sia il Ctu che i Ctp riescono ad avere un primo quadro delle dinamiche di coppia e dei motivi che stanno alla base dei litigi familiari.

Si procede poi con colloqui individuali che il consulente d’ufficio effettuerà con ciascun genitore, in modo tale da raccogliere l’anamnesi personale, familiare e la storia di sviluppo del bambino descritta dal punto di vista di entrambi i genitori. Se si ritiene necessario, l’analisi può essere approfondita attraverso una specifica valutazione testistica, volta ad esplorare eventuali patologie e le caratteristiche psicologiche di ognuno. In questi casi il ruolo specifico del consulente è quello di valutare le capacità genitoriali e stabilire se queste sono sufficienti per la crescita adeguata di un bambino, e non quello di definire le caratteristiche psicopatologiche del genitore, o meglio, tali caratteristiche dovranno essere prese in considerazione solo nel caso in cui rischiano di andare ad interferire con lo svolgimento di un’adeguata funzione genitoriale.

 Quindi è importante indagare il profilo di personalità del genitore ma è sbagliato valutare la funzione genitoriale sulla base del solo profilo psicopatologico (vi sono madri depresse che, se ben compensate e trattate, presentano un’adeguata capacità genitoriale).

Questo è un punto cruciale in materia di valutazione delle capacità parentali ed un aspetto che ancora oggi molti esperti non comprendono in pieno. Molto utile da questo punto di vista è l’Assessment of Parental Skill-Interview (Camerini et al. 2011), si tratta di uno strumento che si propone si effettuare un assessment non tanto del profilo di personalità del genitore, ma dei comportamenti che definiscono le “funzioni di base” legate all’esercizio concreto della genitorialità.

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La consulenza procede attraverso incontri individuali con il minore, secondo modalità operative che variano in base alla sua età. Lo scopo è quello di valutare il funzionamento cognitivo, affettivo e sociale del bambino e la sua rappresentazione di ciascun genitore e della coppia genitoriale, con una specifica attenzione alle capacità riflessive (la “funzione riflessiva”, secondo la definizione di Fonagy è la capacità di comprendere gli stati mentali altrui e propri). Si predilige l’osservazione durante il gioco ed il disegno quando il bambino è piccolo, per poi passare ad un colloquio/dialogo con bambini più grandi e pre-adolescenti. Seguono incontri di osservazione della relazione genitore/minore e coppia genitoriale/minore in modo tale da poter valutare le dinamiche familiari e relazionali e il posizionamento affettivo del minore in presenza dei genitori. Utili strumenti possono essere il Trilogue Play Test Clinico e il disegno congiunto.

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L’analisi di questi incontri consente all’esperto di constatare l’eventuale presenza di fenomeni di alleanza del minore con un genitore e discapito dell’altro e di comprendere i meccanismi che stanno alla base di questa dinamica conflittuale. L’esperto deve cercare di concentrare i colloqui con il minore, in modo tale da ridurre al minimo lo stress subito dal bambino, facendo attenzione alle eventuali influenze esercitate da uno e dall’altro genitore e le informazioni da questi veicolate. Si osservano situazioni fortemente conflittuali dove il genitore, nel portare avanti la propria campagna denigratoria nei confronti dell’ex coniuge, finisce con il manipolare i bisogni e le necessità del figlio. L’esperto cercherà di intervenire, quando è possibile, per provare a stemperare queste dinamiche in modo tale da ridurre il clima conflittuale nel quale il minore vive.

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Terminata la fase degli incontri, il lavoro dell’esperto prevede la stesura di un documento scritto nel quale verrà sintetizzato quanto è emerso dalle operazioni peritali, nonché le risposte ai quesiti formulati dal giudice. Il consulente dovrà in primis definire il proprio approccio teorico-metodologico e poi esplicitare gli strumenti utilizzati per la valutazione. Nell’analizzare e descrivere le dinamiche osservate è bene distinguere gli elementi descrittivi ed informativi dalle valutazione ed interpretazioni dei dati. Nel rispondere al quesito il consulente dovrà indicare le proposte ritenute più idonee, nel rispetto dell’affidamento condiviso, rispetto alla modalità di custodia dei figli, al loro collocamento prevalente e alla frequentazione dell’uno o dell’altro genitore. Potrà inoltre indicare eventuali interventi ritenuti necessari per il bene del minore e dei genitori (terapia, sostegno educativo, parent traning), ovviamente tenendo conto delle risorse presenti sul territorio di riferimento, in ambito pubblico o privato.

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BIBLIOGRAFIA:

  • Camerini, G., Gulotta, G., Lopez, G., et al. (2012) Protocollo di Milano, Linee guida per la consulenza tecnica in materia di affidamento dei figli a seguito di separazione dei genitori: contributi psico-forensi. (DOWNLOAD PDF)
  • Camerini, G., Volpini, L., Lopez, G., (2011) Manuale di valutazione delle capacità genitoriali, Scienze psicologiche e diritto, Maggioli Editore.

Quali differenze nelle spiegazioni dell’errore terapeutico? – SITCC 2012 – Slides

Congresso SITCC 2012 Roma

Quali differenze nelle spiegazioni dell’errore terapeutico?

Dott.ssa Simona Errico. 
Coautori: Montali Arianna, Ruocco Fabiana, Lissandron Susanna, 
Boldrini Maria Paola, Ricchi Chiara  

 

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Violenza Domestica: Quando i Pregiudizi Condizionano il Verdetto

di Marina Morgese

FLASH NEWS 

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Violenza Domestica & Pregiudizi: La donna che uccide il suo abusante, se carina e curata, avrà più probabilità di essere giudicata colpevole.

Gli episodi di violenza domestica oggigiorno sono purtroppo molto frequenti, questi portano spesso numerose donne a subire in silenzio i maltrattamenti dei compagni e a tacere dinnanzi alle umiliazioni. Vi sono tuttavia donne che reagiscono alla violenza, alle volte con reazioni estreme, fino ad uccidere i propri compagni violenti.

La colpevolezza di queste donne rimane dubbia: possono essere condannate per omicidio o assolte per legittima difesa? Esiste una caratteristica che le rende, agli occhi della giuria, più accusabili?

In realtà una risposta positiva a quest’ultima domanda ci viene data da un recente studio condotto presso l’Università di Granada. Tale ricerca nasce dopo l’analisi di varie indagini di polizia, dalle quali è emerso che, nei reati di violenza domestica, se la donna che uccide il suo abusante è più indipendente e curata fisicamente, avrà più probabilità di essere giudicata colpevole, piuttosto che di essere assolta per legittima difesa.

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Narcisismo e Leadership: gli svantaggi delle apparenze. Immagine: © 2011-2012 Costanza Prinetti
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Il campione utilizzato ai fini dello studio è composto da 169 agenti di polizia (153 uomini e 16 donne) delle Forze di sicurezza dello Stato spagnolo. I partecipanti scelti provengono da diverse città della Spagna. Ai fini della ricerca sono stati inventati due diversi racconti di azioni legali. In entrambi i racconti però l’imputato è una donna accusata di aver ucciso il marito e la sua difesa legale punta sull’aver subito una storia prolungata di violenza domestica, e quindi l’uccisione del compagno è avvenuta per legittima difesa. In metà delle storie però l’imputata è giovane, poco attraente e molto fragile, ha figli ed è economicamente dipendente dal suo partner. Nelle altre storie la donna è senza figli, lavora come consulente finanziario, è stata sposata per 10 anni e durante il processo viene descritta come ben vestita e tranquilla nelle sue interazioni con il giudice e gli avvocati. I ricercatori hanno chiesto ai soggetti di assumere il ruolo della giuria e di rispondere a una serie di domande relative alla percezione di credibilità, alla responsabilità e al controllo sulla situazione delle donne descritte.

È stata, inoltre, indagata l’ideologia sessista dei partecipanti.

Dalla ricerca è emerso che una delle variabili con il maggiore effetto sulla percezione della criminalità della donna è la sua vicinanza allo stereotipo della donna maltrattata (fragile, fisicamente malconcia, economicamente dipendente). I risultati hanno dimostrato infatti che quando si descrive un non-prototipo di donna maltrattata (e dunque più indipendente e fisicamente più curata), questa è considerata più capace di gestire la situazione.

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Un’altra variabile legata alla sentenza della giuria sul caso sembra essere il livello di ideologia sessista dei partecipanti. A questo proposito, chi ha raggiunto punteggi più alti di sessismo ha percepito l’imputata come più capace di controllare la situazione.

 

 A detta dei ricercatori, quando una donna è percepita in grado di controllare la situazione, questa è vista automaticamente anche in grado di controllare le sue reazioni verso l’abusante e, dunque, di non ucciderlo. Le donne meno conformi al prototipo di donna maltrattata, avrebbero dunque, da un punto di vista giuridico, un più elevato grado di colpa nel processo.

Gli autori concludono lo studio con un utile suggerimento, che sarebbe bene riportare: “Nonostante i suoi possibili limiti, questo studio sottolinea la necessità di aumentare la formazione per le forze dell’ordine sulla gestione dei casi di violenza domestica. Il loro lavoro è infatti fondamentale ai fini del processo e, come abbiamo visto, tale lavoro può essere condizionato da variabili esterne, come l’aspetto fisico o altre convinzioni stereotipate su chi subisce violenza domestica “.

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