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Mangiare o Non Mangiare animali?

Sul mangiare animali si scontrano radicalismi da tutte le parti. Una tematica, un lusso da paesi ricchi ma non ci impedisce però di parlarne

Di Sandra Sassaroli

Pubblicato il 27 Giu. 2012

 

Mangiare o non mangiare animali?. - Immagine: © dresden - Fotolia.comSul mangiare  o non mangiare animali si scontrano radicalismi da tutte le parti.

Una premessa dovuta sulla tematica vegetariana: la considero una tematica da paesi ricchi, dove le proteine si trovano in abbondanza senza dovere uscire dalle caverne e cacciare per due giorni una gazzella con una fionda. Il considerarlo un lusso non ci impedisce però di parlarne, se ne parla ovunque ormai.

Non vedo frequentemente sulle tavole in cui mangio l’orgoglio vegano nè incontro solamente timidezze da carnivori colpevoli. Vedo anche persone che il problema non se lo pongono mai, e che anzi mi guardano un po’ impietositi se io chiedo informazioni sulle proteine (vedi NY Times).

Diversi radicalismi: il radicalismo di chi di fronte a qualche perplessità vegetariana subito dice: che mi importa degli animali, e i bambini poveri? (Come se l’attenzione a una cosa escludesse l’altra). Il radicalismo di chi non vuole neanche stare a tavola con chi mangia carne, come se l’alimentazione carnivora non avesse accompagnato l’uomo dai Boscimani in poi (ne mangiavano quando ci riuscivano, andando dietro alle grandi bestie che avevano ucciso e non del tutto mangiato un povero kudu, o un impala o un elefante). Poi molta fame e molti tuberi, per settimane. Il radicalismo di chi non mangia altro che carne rossa tre volte al giorno (e chissenefrega, è buona). Il radicalismo del “solo legumi, e neanche un uovo”.

Non mi piacciono questi radicalismi, ma è vero che qualcosa sta cambiando.

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Forse perchè c’è la crisi, forse perché invecchiamo. Nelle case a cena si incontrano sempre meno arrosti e sempre più minestrone, pesce, paste con verdure. Saranno problemi di salute e di prevenzione dei tumori, sarà il veganesimo, Jonathan Safran Foer, l’ex moglie di Paul McCartney, la macrobiotica e il cous cous vegetariano, insomma le cose sulla carne stanno cambiando. Ma qui occorre ragionare.  Perché subito ci inguaiamo con il problema della purezza, («Se ci si rifiuta di  tracciare una qualsiasi linea morale tra le specie, si finisce in un mondo in cui, come Dunayer suggerisce, le termiti hanno tutti i diritti di divorarti la casa», cito da Anna Meldolesi). Ma tracciare le linee è dura e difficile, specie da un punto di vista etico. E non è detto che una scelta di purezza assoluta sia l’unica possibile, come sembrano spesso indicarci i dibattiti sul vegetarianesimo.

 

E’ vero le mucche sono vicine a noi come i cani e come i maiali (tenerissimi mammiferi e genitori affettuosi), hanno prole inetta, la allattano, e hanno sentimenti di accudimento e affetto.  Difficile ormai non pensarci. Sono struggenti i cuccioli delle pecore, con la loro allegria. Noi li prendiamo via dalla mamma e li mangiamo volentieri con i carciofi, chiamandoli abbacchio. I polli, meno cervello, fanno le uova, non allattano ma si affezionano.  Io da bambina conoscevo un pollo che mi stava molto simpatico e mi faceva le feste quando lo andavo a trovare.  E se è meno intelligente dell’agnello, allora perché lo devo uccidere? Uccidiamo i meno intelligenti? Non è mostruoso? Qual è la linea discriminante?

O il problema è sulla similitudine nei meccanismi dell’attaccamento, ma chi lo decide che allattare è meglio e più nobile di lasciare uova? E che la similitudine di specie sia il tema fondante? E i pesci? I pesci ci pongono meno problemi, ricordano poco, non sono mammiferi, ma che ne sappiamo noi che in quella scatola di tonno non ci sia un delfino? Animale mammifero intelligente e vicinissimo ai nostri sentimenti e capace di giocare con noi? E perché a contare deve essere la quantità di materia grigia e non altri parametri come la simpatia, la consuetudine con noi, la bellezza delle pinne o la lucentezza delle scaglie? A seguire questi discorsi si diventa pazzi, o arrabbiati carnivori o vegani purissimi.

Ecco ho l’impressione che non sia questa la chiave giusta.  Dovremmo arrivarci con la razionalità e non solo con la colpa animalista.

Noi nella nostra società ricca e affluente forse abbiamo questo lusso, potere scegliere cosa mangiare. La carne quotidiana non è una necessità. Questo è un lusso che i nostri antenati anche molto vicini non avevano, basti leggere un poco di letteratura dell’ottocento. Smetteremmo subito ogni vegetarianesimo in un isola dove vivessero solo uccelli e noi avessimo tanta fame.

Molte cose oggi invece ci spingono alla riduzione della carne: il CO2 prodotto dai ruminanti che inquina la terra in modo massivo, il costo in acqua e energia, della crescita dei grandi mammiferi. L’intollerabile crudeltà degli allevamenti sia di ruminanti, che di maiali o di polli (un foglio A4 lo spazio di un pollo in un allevamento intensivo, dalla nascita alla morte), la nocività della carne rossa per i tumori e non ultimo l’abbondanza di cibo diverso (i ravioli ricotta e spinaci, il tofu ben condito, le frittate alle cipolle di gusto letterario).

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Ma molte cose ci avvicinano alla carne, è facile da mangiare, ci dà proteine facili da usare, ci siamo abituati, dopo secoli in cui era qualcosa da permettersi di rado e in modo razionato, era divenuta la panacea di ogni pasto, a poco costo, rapida da cuocere, nutriente, a calorie ridotte.

Non penso che possiamo eludere il problema. Ognuno lo risolva come vuole, ma dopo essersi informato bene, senza chiudere gli occhi sull’orrore, sui modi con cui queste creature nostre vicine di casa, vivono, vengono trasportate e muoiono.

Possiamo inventare, senza arrivare alle follie di Singer, modi di mangiare che risparmino qualche vita  e che siano altrettanto soddisfacenti.  Anche se non diventiamo vegani o vegetariani alleniamoci a mangiare la carne di rado, riduciamo i quantitativi, controlliamo che siano animali che non arrivino alla macellazione senza avere avuto una vita degna di essere vissuta.

Ma non chiudiamo gli occhi pensando che questo renda tutto facile, questi nostri animali da macellazione (come gli asini, come le capre e le mucche) vivono con noi da migliaia di anni e noi li uccidiamo ma anche li nutriamo e non so che fine farebbero specie intere se noi non ne avessimo più bisogno per la nutrizione.

Gli asini non più usati dagli alpini rischiano l’estinzione. Gli olivi, piante addomesticate, in un campo in cui non vengono potati, diventano malati e muoiono. Siamo compagni stretti da legami millenari, su questa terra, occorrerà essere creativi.

Certo è importante occuparsi anche degli allevamenti, dove si facciano vivere gli animali, mentre sono vivi, meglio, più felici, maggiormente in contatto con il mondo naturale dove sanno stare.  Anche se poi di fronte a questi ragionamenti una vocina mi dice sempre: “e se sono così felici perché devo poi ammazzarli e interrompere codesta felicità?”

Non è una soluzione definitiva, ma credo che nella nostra società occidentali una riduzione cospicua del consumo di carne potrebbe portare benefici sia ecologici che di consumo di risorse, fin quando gli esperimenti di carne artificiale ci daranno una soluzione scientifica. (se ancora avremo voglia di quella consistenza, di quel sapore…).

Dalla intervista del suo inventore (Mark Post, Maaschtricht University):

“Nei prossimi 40 anni la domanda mondiale di carne raddoppierà.  Già oggi consumiamo 285 milioni di tonnellate di carne l’anno (41 chili a persona), una follia, e gli allevamenti assorbono il 10% circa di acqua e l’80 per cento di terra coltivabile. Non solo: oggi usiamo il 70% della capacità dell’agricoltura per gli allevamenti e questi ultimi danno un contributo formidabile al riscaldamento globale (il 18% delle emissioni di gas serra proviene dall’allevamento) con le emissioni di metano e con l’impronta di tutto il processo di allevamento. Con questo tipo di carne (la carne artificiale, NdR) – secondo studi dell’Università di Oxford – potremmo abbattere l’impatto ambientale del 90%” (dall’intervista a Mark Post al Fatto alimentare).

Interessante questa argomentazione di Mark Post che sembra indicare che il problema della carne sia, è vero nella mancanza di risorse della terra da dedicare a questi allevamenti, ma a me fa pensare che la differenza sia nella colpa verso il problema dell’anima degli animali e quindi alluda, senza che l’autore lo dica, a un sentimento religioso

Il lusso ci consente invece di scegliere, e l’abbondanza di cibo disponibile, non fatto necessariamente di animali morti e allevati in allevamenti intensivi, qualcosa in fondo, in modo imperfetto ci può suggerire. 

Io sono stata fortunata, non l’ho deciso il passaggio a una vita vegetariana, dopo tutta una vita da mangiacarne, un giorno, di fronte a della carne cruda all’albese, ho provato un sentimento quasi di imbarazzo, e ho ascoltato il messaggio che questo sentimento mi dava, cominciando a informarmi.

 

 

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Sandra Sassaroli
Sandra Sassaroli

Presidente Gruppo Studi Cognitivi, Direttore del Dipartimento di Psicologia e Professore Onorario presso la Sigmund Freud University di Milano e Vienna

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