expand_lessAPRI WIDGET

Femminicidio & Codice Penale: Delitto Emotivo vs Delitto Passionale

PSICHE & LEGGE #3

Femminicidio & Codice Penale: Delitto Emotivo vs Delitto Passionale

 

Femminicidio & Codice Penale: Delitto Emotivo vs Delitto Passionale. - Immagine: © jedi-master - Fotolia.comPsiche e Legge: la Rubrica di State of Mind a cura di Selene Pascasi, Avvocato e Giornalista Pubblicista

LEGGI GLI ARTICOLI DELLA RUBRICA PSICHE & LEGGE

“Un’altra donna uccisa: è allarme femminicidio”. “In vertiginoso aumento, la violenza omicida maschile”. Così, purtroppo, titolano, sempre più spesso, le cronache italiane. Ed è vero. Si tratta di un fenomeno in costante aumento.

Le percentuali che inducono a parlare di femminicidio. Le vittime sono per la gran parte donne, non c’è dubbio, ma sono stata chiamata ad occuparmi esclusivamente dei risvolti legali di un fenomeno tragico, come quello cui si assiste quotidianamente. Da avvocato, dunque, non userò il termine femminicidio – propriamente riferibile all’uccisione di un soggetto, motivata esclusivamente dall’appartenenza ad un determinato genere sessuale – ma, più tecnicamente, di omicidio d’impeto e passionale, seppur commesso, nell’80% dei casi, in ambito domestico, familiare, e nei confronti di vittime di sesso femminile.

Mi sia consentito, da donna, marcare quanto possa far male pensare che l’uomo di cui ci si innamora, al quale si rivolgono attenzioni e pensieri, con cui si condividono emozioni, o che si rende padre, possa poi inveire così crudelmente sulla partner o, ancor peggio, maturare nel tempo tanto rancore, rabbia o immotivata voglia di vendetta, da divenirne, un giorno, il carnefice. Così, la persona cui ci siamo affidate, si trasforma (in momenti di crisi del legame affettivo, o in fase di separazione/divorzio) in quella da cui difendersi e fuggire. E se la responsabilità, è stata attribuita talora alla società che esaspera la coppia, talaltra alle difficoltà economiche legate alla frattura di un matrimonio (dimenticando che le “morti rosa” avvengono in qualsiasi contesto socio-culturale), non si può non riflettere come il gesto omicida – prima che da fattori esterni – si formuli e si definisca nella “mente criminale”.

La Psicologia del Femminicidio. - Immagine: Unos Cuantos Piquetitos 1935 - Frida Kahlo. Collection of Dolores Olmedo Patiño Mexico City, Mexico
Articolo consigliato: La Psicologia del Femminicidio.

Indaghiamo, dunque, su cosa accade nella psiche del reo nel momento in cui compie un gesto efferato. Quale è la differenza, sotto il profilo strettamente legale, tra raptus e omicidio passionale? Quanto incide, se incide, sull’imputabilità, l’aver agito in preda ad uno “stato emotivo e passionale”? Quanto pesa sulla condanna l’aver progettato l’omicidio? E quali sono le circostanze che potrebbero aggravare o alleggerire la pena?

Non c’è dubbio, che gli omicidi commessi in famiglia, nei confronti di una persona cui si è, o si è stati legati, si differenziano dagli assassinii freddi (scaturiti, ad esempio, a moventi venali) per la particolare crudeltà di esecuzione, indice del forte coinvolgimento personale.

Si parla, così, indifferentemente, di delitti commessi in preda a “raptus” e di “omicidi passionali”. Dal punto di vista giuridico, però, non va fatta confusione. A ben vedere, si tratta di delitti nettamente diversi tra loro. Ciò che li distingue, è il momento ideativo del crimine.

Ma andiamo per ordine. È evidente che nel tracciare la distinzione tra le due figure, non mi tratterrò, non avendone le competenze scientifiche, sugli aspetti prettamente medico-psichiatrici della questione.

 Mi limiterò, pertanto, a spiegare cosa – nell’ambito di un processo per omicidio – si intende per “delitto emotivo” e cosa, invece, vuol dire “delitto passionale” (contemplati entrambi dall’art. 90 del Codice Penale, su cui ci soffermeremo più avanti). Lo stato emotivo viene definito come stato mentale permeato dall’emozione, reazione transitoria ed intensa ad un determinato stimolo, fattore scatenante del cosiddetto raptus di follia. Il delitto emotivo, quindi, si ravvisa nel gesto omicida caratterizzato da impeto, impulsività e mancanza di premeditazione, solitamente legato al movente della gelosia (su cui torneremo).

La scena del delitto parlerà chiaro: ogni particolare sarà indice di scatti d’ira, disorganizzazione, assenza di complici, e nessuna tentata dissimulazione. Potrebbe essere accaduto, ad esempio, che il soggetto, intenzionato solo a minacciare o terrorizzare la vittima, l’abbia poi uccisa, mosso da una parola di troppo, o da una psicotica reazione dovuta all’evolversi della discussione.

Diversamente, lo stato passionale – dal greco “pathos”, sofferenza – è frutto di un’emozione che si cronicizza, che perdura nel tempo ed esplode nell’atto estremo. Tanto è vero, che omicidi del genere sono in qualche modo annunciati da una costellazione di fattori spia: gelosia ossessiva, bisogno compulsivo dell’altro, molestie, episodi di stalking.

Gli omicidi passionali, inoltre, si contraddistinguono per il luogo del crimine. Per lo più, avvengono in auto, in casa, e comunque in ambienti chiusi e “intimi”, teatro di un confronto (solitamente concordato per definire la fine di una relazione affettiva) che, troppo spesso, spegne per sempre lo sguardo alla vita della vittima. Gesto che, nella mente del reo, può assumere persino il significato del giusto “prezzo” pagato dalla donna che l’ha abbandonato, tradito o che, semplicemente, ha smesso di amarlo.

LEGGI GLI ARTICOLI SU: VIOLENZA

Voglia di rivalsa, dunque, che accomuna sia l’omicida emotivo che quello passionale, e che si evince anche dalla modalità dell’aggressione, di sovente frontale, come attestato, in sede di ricostruzione del crimine, sia da specifiche indagini scientifiche che dall’impressionante concentrazione dei segni della colluttazione, sulle mani e sulle braccia della vittima, ad indicare il disperato tentativo di difendersi, proprio da un attacco frontale. Altro punto di contatto, parrebbe essere il profilo dell’omicida (soggetto apparentemente rassicurante, senza precedenti penali e ignoto alle forze dell’ordine) e il comportamento successivo al reato (egli è solito non opporre resistenza all’arresto, o confessare l’accaduto, seppur in maniera confusa).

PSICHE & LEGGE Quando la mente criminale “scrive” il processo penale. #1
Articolo Consigliato: Psiche & Legge #1. Quando la mente criminale “scrive” il processo penale.

Tanto rilevato, ciò che interessa puntualizzare, è la differenza – a livello legale – tra omicidio emotivo e omicidio passionale, legata alla diversità dell’elemento soggettivo del reato. Può affermarsi, difatti, che nel caso del raptus, il soggetto sia mosso da dolo d’impeto, mentre il delitto passionale, in qualche maniera progettato, fa pensare ad un dolo di premeditazione.

Ma quale è l’esatto significato di tali termini? Come messo in luce nel  #1 di questa mia Rubrica, l’autore di un reato ne sarà ritenuto responsabile, solo ove si accerti che la sua azione sia frutto di condotta dolosa o colposa. Quanto al delitto doloso, oggi d’interesse, il Codice Penale, all’art. 43, lo definisce come reato commesso “secondo l’intenzione” del soggetto agente e, dunque, da questi preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione”.

LEGGI ANCHE: PSICHE & LEGGE #1

Sarà necessario, perciò – non solo accertare la volontarietà dell’omicidio commesso – ma anche il “grado” di intenzione che abbia animato la mano assassina, chiedendosi “quanto” intensamente il criminale abbia voluto quel delitto. Analisi da compiere, prestando particolare attenzione alla fase dell’Ideazione del crimine nella psiche del reo, e a quella della Preparazione, intesa come organizzazione del reato, ravvisabile solo in relazione agli omicidi intenzionalmente commessi, vuoi per dolo d’impeto, vuoi per l’ancor più grave dolo di premeditazione.

La programmazione del crimine indica, difatti, una lucida pianificazione del gesto omicida che potrà, come rilevato, assumere i connotati del reato d’impeto o di quello premeditato. Nel primo caso, la decisione di compiere il crimine è improvvisa, o quasi immediata rispetto allo stimolo esterno. Nel secondo, più intenso, il reo disegna con accuratezza le modalità esecutive del delitto,  solitamente posto in essere trascorso un certo lasso di tempo dall’ideazione.

Di qui, l’esigenza di appesantire la pena per l’omicida che abbia agito con premeditazione, giacché colpevole non solo di aver formulato l’intento criminale, ma di averlo altresì mantenuto nel tempo, rafforzandolo nel suo animo.

Chiarita la distinzione tra delitto emotivo e passionale, occorre fare un passo in più e domandarsi: se in entrambe le tipologie di omicidio, il reo sarà punito (perché mosso dalla volontà di uccidere), l’alterazione dovuta ad uno stato emotivo e passionale, ne escluderà o diminuirà la capacità di intendere e volere? In linea di massima no.

Il caso del “Bambino di Padova”, etica giornalistica e risvolti legali #2
Articolo Consigliato: Psiche & Legge #2. Il caso del bambino di Padova, etica giornalistica e risvolti legali.

Del resto, l’art. 90 del Codice Penale parla chiaro quando recita che gli stati emotivi e passionali “non escludono, né diminuiscono l’imputabilità”. La logica seguita dal legislatore è: l’emozione e la passione sono condizioni psicologiche – e non psicopatologiche – che fanno parte del patrimonio di ciascuno. Non sarebbe, pertanto, accettabile l’idea di giustificare la condotta di chi, pur capace di controllare i propri sentimenti, se ne sia invece lasciato trasportare. Su quali basi scientifiche si fonderebbe una dichiarazione giudiziale di incapacità d’intendere e volere, atta a qualificare il reo come non imputabile (dunque non assoggettabile a pena) o parzialmente imputabile (destinatario di pena ridotta)?

Lo stesso art. 90 c.p., a ben vedere, venne introdotto nel sistema penale, come insegna la dottrina, proprio per stimolare il dominio della nostra volontà sulle emozioni e sulle passioni che proviamo. Ed ecco che detti stati, al più, potranno valere ad attenuare la pena inferta all’assassino, ove il giudice ravvisi un nesso tra l’insorgenza dell’emozione/passione, e la provocazione della vittima. I rilievi finora svolti circa l’ininfluenza degli stati emotivi e passionali sull’imputabilità, non devono però fuorviare. Occorre distinguere, in effetti, due diverse ipotesi:

a)    il delitto è stato commesso in presenza di stati emotivi e passionali “normali”, la cui intensità, pur variando da individuo ad individuo, rientra nel range della sana emozione e passione. Il reo, a fini penali, sarà ritenuto capace d’intendere e volere, e assoggettato alla pena prevista, per l’omicidio, dall’art. 575 c.p., salvo il riconoscimento dell’attenuante prima indicata. Usualmente, difatti, il reo che agisce sotto l’influenza di stati emotivi (alterazioni psichiche di breve durata) o passionali (rancore, vendetta, gelosia) non patologicamente rilevanti, mantiene intatta la sanità mentale, restando, per l’occhio della legge, un lucido omicida;

LEGGI ANCHE PSICHE & LEGGE #2

b)    Il delitto è stato commesso in presenza di stati emotivi e passionali connotati da un’intensità e morbosità tali, da integrare una vera e propria infermità mentale: l’alterata coscienza diviene “vizio di mente” totale o parziale del reo. Ma l’improvviso turbamento della personalità può anche derivare da una “reazione a corto circuito”, che si traduce in un’azione incontrollabile, aliena da quelle che annoveriamo come normali, dunque patologica e riconducibile nell’ambito delle infermità penalmente rilevanti.

In altre parole, se gli stati emotivi e passionali, in linea di massima, sono ininfluenti sulla condanna penale – trattandosi di alterazioni dell’affettività inerenti un soggetto psicologicamente “normale” –  non può dirsi altrettanto in relazione ad una psiche malata. Non può escludersi, dunque, che – in capo a soggetti mentalmente instabili o affetti da disturbi psichiatrici – i medesimi stati emotivi e passionali, assumano la forma di patologie psicotiche atte a incidere sulla capacità d’intendere e volere del reo, che verrà dichiarato affetto da vizio, totale o parziale, di mente. Viene da sé l’esigenza che – in sede processuale penale – il criminale sia sottoposto ad apposita perizia, tesa ad accertare se il riscontrato stato emotivo e passionale, non sia, in realtà, rivelatore di un’infermità mentale.

 In via di principio, dunque – per vagliare l’incidenza di tali stati sull’imputabilità – si avrà riguardo alla concreta attitudine degli stessi a compromettere la capacità di percepire il disvalore del fatto commesso, e il significato del trattamento punitivo. Qualche parola in più, ritengo debba spendersi circa il movente principe degli omicidi emotivi e passionali: la “gelosia”, sete di malato possesso dell’altro.

LEGGI GLI ARTICOLI SU: GELOSIA

Memori di quanto appena affermato, è evidente che la gelosia pura e semplice, seppur radicata o fortemente sofferta, non inciderà sulla capacità d’intendere e volere dell’Otello di turno, che conserverà – nel processo, e ai fini della condanna – la veste di freddo criminale.

Sappiamo, però, che la Cassazione (a mezzo della nota sentenza n. 9163/05, emessa dalle Sezioni Unite Penali) ha cristallizzato la regola per cui i disturbi della personalità possono essere valutati quali causa di totale o parziale infermità di mente dell’imputato, purché di consistenza e intensità tali, da aver inciso sulla capacità di autodeterminazione del reo. Così, ove la gelosia abbia oltrepassato i confini degli stati emotivi e passionali, ed assunto le caratteristiche di una vera e propria psicopatologia, la stessa potrà rilevare – previo accertamento peritale – quale vizio di mente.

Il riferimento, è ovvio, è alla sola gelosia catalogata come Disturbo Delirante di tipo Geloso, recante tratti comuni con il Disturbo Ossessivo Compulsivo. E se, come sosteneva Rochefoucauld, “il y a dans la jalousie plus d’amour-propre que d’amour», allora l’uccidere, per il Geloso delirante, sarà l’unica soluzione atta a tamponare la sete di rivalsa per la perdita della persona amata, o meglio, per la perdita di un “possesso”.

Il geloso compulsivo, in sostanza, si delinea come un soggetto calato in una sua personale realtà costruita dapprima su una rete di dubbi e d’incertezze sulla fedeltà del partner, e, di seguito, su una visione parallela del reale, basata non più su sospetti tradimenti, bensì sull’irremovibile certezza che l’infedeltà sia stata già consumata.

Nosografia del Femminicidio. - Immagine: © Photo_Ma - Fotolia.com
Articolo Consigliato: Nosografia del Femminicidio.

Ad aggravare il quadro clinico, concorreranno altri disturbi, legati al sentimento di abbandono, alla perdita delle abilità sociali, o ad un sopraggiunto stato confusionale, nella cui ottica i ricordi si mescolano alle fantasie e l’immaginato – nella mente dello psicotico – diviene un doloroso vissuto. Un vissuto da rimuovere, se necessario, anche “eliminando” fisicamente la causa di tanto malessere. In costanza di una gelosia patologica, dunque, sarà possibile tentare la via di una perizia tesa a vagliare la consistenza del disturbo e la sua eventuale riconducibilità nell’alveo delle malattie consacrate dal DSM-IV.

Parimenti, potrà concludersi per il disturbo borderline di personalità, definito nel Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali come una “modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’affettività con impulsività notevole, comparsa entro la prima età adulta e presente in vari contesti”.

Ebbene, se la personalità del borderline si caratterizza per disturbi dell’umore, manie di persecuzione, alternarsi di atteggiamenti remissivi e violenti, percezioni di buona autostima seguite da sentimenti di svalutazione, sarà evidente che – a fronte di eventi stressanti, come separazioni e abbandoni affettivi – il soggetto possa spingersi fino a perpetrare condotte auto ed etero distruttive, quali il suicidio o l’omicidio passionale.

Anche in tal caso, sulla falsariga di quanto avviene per i disturbi della personalità, per le gelosie morbose o le nevrosi, anche la personalità del borderline influirà sulla capacità d’intendere e volere, ove abbia assunto una consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla sanità mentale dell’assassino.

LEGGI GLI ARTICOLI DELLA RUBRICA PSICHE & LEGGE

LEGGI GLI ARTICOLI SU: VIOLENZA

LEGGI GLI ARTICOLI SU: GELOSIA 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Ferracuti, F. (1988), Trattato di criminologia, medicina criminologica e psichiatria forense, vol.7, Giuffrè, Milano.
  • Lusa, V. & Pascasi, S. (2011). La persona oggetto di reato. Torino: Giappichelli Editore.
  • Lusa, V., Pascasi, S. & Borrini, M., Sanity and Insanity in a Criminal Trial: The European Experience Seeks the American Experience, Proceedings 64th Annual Scientific Meeting of American Academy of Forensic Sciences, Global Research: The Forensic Science Edge, Atlanta-Georgia, February 20-25, 2012.

Nosografia del Femminicidio

 

Nosografia del Femminicidio. - Immagine: © Photo_Ma - Fotolia.com

 

Femminicidio: Nel concetto di raptus c’è una debolezza: Si pensa che gli uomini uccidano in momenti di follia improvvisi e imprevedibili.

LEGGI ANCHE: LA PSICOLOGIA DEL FEMMINICIDIO

LEGGI GLI ARTICOLI SU: PSICHE & LEGGE

 

Il Femminicidio Paranoideo

Abbiamo deciso di parlare di “diagnostica o nosografia del femminicidio” perché non ci piace affatto che nei giornali si parli, quando vengono descritti episodi di femminicidio, di “raptus”. È vero che ormai il termine è virgolettato trattandosi spesso delle dichiarazioni auto-giustificatorie dell’aggressore. Però è anche vero che è bene non abbassare la guardia.

Nell’enciclopedia Treccani troviamo questa definizione di raptus: 

In psichiatria, impulso improvviso e incontrollato che, in conseguenza di un grave stato di tensione, spinge a comportamenti parossistici, per lo più violenti (fuga, aggressione, suicidio, atti distruttivi, ecc.): in preda a un r. omicida ha aggredito l’amico.

Inoltre la definizione di raptus secondo wikipedia è:

Il raptus è un improvviso impulso di forte intensità che può portare ad uno stato ansioso e/o alla momentanea perdita della capacità di intendere e di volere. Il raptus può spingere il soggetto ad effettuare gesti violenti od aggressivi, autolesivi o lesivi verso altri. Vi è anche una forma di raptus cosiddetto “ansioso”. Si palesa con una breve ed intensa manifestazione di profonda ansia e può spingere il soggetto a gesti imprevedibili quali il suicidio o, più di rado, l’aggressione. Il raptus può essere riconosciuto, nell’ambito del diritto penale, come condizione di momentanea incapacità di intendere e volere (cosiddetto “vizio di mente”), e quindi come attenuante per la commissione di gravi reati.

Come si vede nel concetto di raptus usato così spesso nei giornali c’è una debolezza: di solito si pensa che gli uomini uccidano per momenti di follia improvvisi e imprevedibili. Ma non è sempre così. I giornali usano una terminologia molto specifica che (1) implicitamente de-responsabilizza l’assassino, in parte lo giustifica, o comunque rischia di “ammorbidire” la sua posizione rispetto all’atto orribile che ha appena commesso, come quando viene tirata in ballo la gelosia o presunte mancanze della donna che è stata appena uccisa; e che (2) in molti casi è semplicemente non vera: moltissimi femminicidi sono premeditati o comunque non sono commessi durante un ‘raptus’, quindi i giornalisti commettono un errore nell’informazione dovuto a una certa superficialità e a mancanza di approfondimento.

La Psicologia del Femminicidio. - Immagine: Unos Cuantos Piquetitos 1935 - Frida Kahlo. Collection of Dolores Olmedo Patiño Mexico City, Mexico
Arrticolo consigliato: La Psicologia del Femminicidio.

Vorremmo, negli articoli di State of Mind dedicati al femminicidio, occuparci di quegli aspetti più strettamente legati a problemi psicologici e psichiatrici, lasciando quindi da parte,volutamente, valutazioni sociali e politiche.

Partiamo dall’ennesimo caso di questi giorni: un ragazzo di 23 anni uccide la sorella della sua ex fidanzata, e ferisce lei con decine e decine di coltellate. Poi scappa.

Questa forma di femminicidio possiamo chiamarla: Paranoidea, lucida, intenzionale in un quadro persecutorio: ‘ho un piano di assassinio preparato da giorni: aspetto la mia ex donna che mi ha lasciato dietro un cespuglio, lei arriva e io l’ammazzo’. In termini legali: Dolosa.

Il commento dell’Ansa:

“(…) ha detto di aver agito in preda ad un raptus e di avere ”perso la testa”. Caruso non si sarebbe rassegnato alla fine della storia d’amore con la ex fidanzata e l’avrebbe perseguitata per settimane. Ieri l’ha aspettata sotto casa e l’ha accoltellata. Carmela ha cercato di mettersi in mezzo ed ha avuto la peggio (…)”

Chiamare “raptus” un atto che viene dopo che una ragazza è stata perseguitata per settimane, e attesa per del tempo con un coltello pronto, e poi accoltellata (in questo caso, è morta la sorella che ha tentato di difenderla) è falso, superficiale e può indurre fraintendimento: questo tipo di delitto è molto diverso dai delitti impulsivi. In queste storie troviamo una strategia ben organizzata, un lungo inseguimento, un’attesa, la fredda decisione di uccidere l’altro (e a volte anche di uccidere se stessi).

Ma quale è lo stato mentale di queste persone? La diagnostica psichiatrica parla di disturbo paranoideo. Detto in modo più semplice, il paranoico è una persona che pensa continuamente che le intenzioni dell’altro siano malevole, si vede costantemente vittima di macchinazioni, persecuzioni, fregature. Nella storia di questi assassini non troviamo impulsività, ma spesso è presente ruminazione rabbiosa e rabbia fredda, che solo al momento dell’omicidio può talvolta divenire calda e impulsiva. Se queste persone vengono lasciate, se la storia si chiude, non sono capaci di accettare questo evento, con il dolore che comporta, ma lo vedono come un fatto di cui sono vittime. L’altro è una persona crudele che ha tradito, deluso, attaccato, che si è approfittato della propria ingenuità o buona fede o generosità.

LEGGI GLI ARTICOLI SUL DISTURBO PARANOIDE

Il coniuge che lascia ha dato una fregatura intenzionalmente. La risposta violenta e ben organizzata è vista come una vendetta, una punizione, il rimettere le cose a posto. Sostituisce nella testa di queste persone l’accettazione che porta sempre con sé il dolore. E’ evidente la povertà sentimentale ed emotiva all’origine di questa attitudine, che implica il sentirsi sempre minacciati e il pensare la violenza come unica uscita da un sentimento intollerabile di fragilità personale. Molti femminicidi sono originati da sensazioni intollerabili di vulnerabilità, umiliazione.

 Ma le modalità con cui si uccide sono ben diverse. Tornando al concetto iniziale del raptus, una cosa è l’improvvisa esplosione di rabbia incontrollata (più tipica della personalità borderline, che però raramente arriva all’aggressione omicida a conferma che questi atti estremi non sono frutto di raptus), una cosa è la costruzione paranoidea strategicamente pianificata a lungo termine della persecuzione dell’altro e della vendetta. Entrambe queste strategie servono ad allontanarci dal dolore volgendo lo sguardo sulla crudeltà dell’altro che va punito o cancellato, ma si esprimono in modo diverso. Entrambe queste strategie, pur essendo legate alla sofferenza mentale non sono un segno di follia, ma di una personalità che non riesce a fare i conti con la realtà, pur rimanendo vigile.

LEGGI GLI ARTICOLI SUL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’

Occorre anche riflettere sul riconoscimento di eventuali segni preliminari così da potersi difendere prima che le tragedie accadano.

Le donne devono, per esempio, guardarsi da chi descrive la propria vita come una collezione di fregature e tradimenti che altri hanno procurato. Chi racconta questa storia non vede se stesso e il proprio ruolo di coprotagonista nelle storie finite male. Poi bisogna essere consapevoli che le condizioni di benessere di una personalità paranoidea sono molto strette e limitate. Si sentono bene se hanno accanto una persona subordinata che acconsente sempre ed è sempre d’accordo con loro, che acconsente a dimenticare o ad allontanare la propria vita passata.

Donne che non lasciano il partner violento. - Immagine: © Warren Goldswain - Fotolia.com
Articolo Consigliato: Dipendenza in amore: Donne che non lasciano il partner violento

Questi uomini sono isolati, e tendono a isolare la donna dagli altri, i familiari, le amiche, il passato. Essi sostengono che la propria diffidenza è giustificata da brutte esperienze di vita. Che gli uomini sono tutti mascalzoni e le donne tutte inaffidabili. Che la diffidenza è il risultato di molte cattive esperienze. Ruminano depressivamente su tutto, sono pessimisti, controllanti, spesso presentano tratti ossessivi. In sintesi, alcuni campanelli di allarme possono essere: se si ha accanto un uomo che ha sempre ragione, che vede sempre intenzioni malevole nell’altro, che fa fatica a comprendere il punto di vista degli altri, che è sempre sulle difensive, cupo e isolato, che chiede fedeltà assoluta e ha gelosie su tutto, che tende a isolare e a volte diviene violento e insultante. Queste sono persone con le quali non ci si deve mai fidanzare.

LEGGI GLI ARTICOLI SU: SOCIETA’ & ANTROPOLOGIA

Se invece è già accaduto, se si viene perseguitate al telefono, sotto casa, con mail spedite ossessivamente, con sms, tra il vittimistico, l’amorevole estremo e l’accusatorio, allora occorre muoversi rapidamente con la propria rete familiare, con i centri antiviolenza, avvisare le forze dell’ordine che lentamente stanno divenendo maggiormente sensibili ai casi di violenza contro le donne, occorre una struttura forte e decisa a fare rete intorno alla donna minacciata, per salvarle la vita.

LEGGI GLI ARTICOLI SU: PSICHE & LEGGE PSICOLOGIA DEL FEMMINICIDIO – DISTURBO PARANOIDE DI PERSONALITA’  

– DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’ – SOCIETA’ & ANTROPOLOGIA

 

BIBLIOGRAFIA:

Autism in DSM-5

 

READ ENGLISH ARTICLES

Autism in DSM-5. - Immagine: © Pixel Memoirs Fotolia.comThe release of DSM-5 is right around the corner and some sections will see significant changes. One area subject to alterations is autism. In this article I will briefly explain how autism is currently defined in the DSM-IV and the proposed changes that will be implemented in DSM-5.  The main subject matter of this article is a letter submitted by the Autism Speaks Organization stating the concerns of the autistic community.

Currently autism is separated into three symptom categories including social interaction, communication and behavioral issues. Within each of these categories there are four individual symptoms, making a total of 12. In order to be diagnosed with autism an individual must show at least six of the 12 behaviors encompassed in a triad of symptoms. At a minimum, two symptoms from the social interaction category and at least one from the communication and the behavioral category must be shown.

DSM-5 collapses social interaction and communication into to a separate category.  The concern of the autistic community is that this change will exclude autistic people with fewer or milder symptoms. This exclusion may result in some people missing out on treatment options which may have otherwise been available.

Below is the letter stating the concerns of the Autism Speaks Organization:

 

Dear members of the DSM-5 Neurodevelopmental Disorders Work Group,

Autism Speaks is the world’s leading autism science and advocacy organization, representing hundreds of thousands of individuals and families affected by autism. We recognize the need for diagnostic criteria for autism spectrum disorders (ASD) that reflect our current scientific understanding and progress and define the wide range of symptom expression associated with this disorder. In the end, however, these are criteria about people who have symptoms that can be helped considerably by services aimed at improving their ability to function in the world. Thus, any revision of the diagnostic criteria must be made with great care. 

There is great concern by many members of the autism community, including parents and individuals with ASD, that some individuals with ASD might “lose” their diagnosis based on the revised criteria. Another concern is the impact of changes in diagnostic criteria on prevalence estimates and the ability to have accurate estimates of changes in prevalence over time. A number of published studies have reported that a percentage (ranging from 13-39%) of individuals, mostly with higher IQs and less severe symptoms, would no longer meet the criteria for ASD under the new DSM-5 guidelines. For the most part, these studies have used a retrospective design, with reexamination and review of charts from different sources. Field trials, which involve face to face evaluation, have not demonstrated such a disparity. Although the field trials are encouraging, the sample size used for the field trials is relatively small (N = 83 children with ASD) and only involved pediatric populations. Additional prospective research based on larger samples, diverse ethnic backgrounds, and a wider age range is clearly needed to provide more definitive answers. In this letter, we raise several issues which we respectfully ask the committee to consider:

         1.        Need for additional prospective data comparing DSM-IV and DSM-5 criteria.  Additional prospective data based on larger samples, diverse ethnic backgrounds, and wider age ranges are clearly needed to provide more definitive answers. We have very little information about the impact of the new DSM-5 criteria on diagnosis of very young children, adults, and individuals with different ethnic backgrounds.  The current criteria should be considered provisional and open for future revision until more definitive research is conducted. 

        2.        Need for clear guidance re: retention of previous ASD diagnosis of symptoms. We request that the committee make it clear that it is the opinion of the American Psychiatric Association (APA) and the Neurodevelopmental Disorders Work Group that all individuals who currently have a diagnosis of ASD (including all subgroups of DSM-IV pervasive developmental disorders) should retain their diagnosis for purposes of qualifying for needed clinical and educational services.

        3.        Need for clear guidance re: continued use of the diagnosis of Asperger syndrome. The committee has noted in previous communications that people with a current diagnosis of Asperger syndrome will be able to have that diagnosis indicated in their medical/educational record as part of the list of “specifiers.” This will allow persons to retain their identity as persons with Asperger syndrome and facilitate continued research on such individuals. We request that the APA and the Neurodevelopmental Disorders Work Group make it clear that this option is possible for people with Asperger syndrome. 

        4.        Need for more information for clinicians on use of specifiers. The clinical specifiers have enormous potential to be used to describe specific subtypes of ASD, including those with limited language function and intellectual disability, known etiologies, history of regression, and medical co-morbidities, such as seizures and GI disorders. We urge the committee to provide more specific instructions for clinicians on how specifiers should be defined and recorded. Without additional guidance, clinicians may not use these important specifiers that have clinical implications for persons with ASD.

        5.        Concern that the criteria are overly strict and may exclude those with an existing diagnosis. Multiple studies have reported the excellent construct validity of using a two “factor” model for autism symptoms, rather than the DSM-IV three “factor” model. However, we remain concerned that the requirement of three symptoms in the social communication category and two symptoms in the restricted repetitive behavior category may be overly strict and result in exclusion of persons with ASD. Studies in which specificity and sensitivity were evaluated indicate that relaxing the number of observed symptoms in either category has minimal effects on specificity while increasing sensitivity. For very young children, in particular, the requirement for two symptoms in the restricted repetitive behavior domain may be problematic. We request that the committee consider relaxing the criteria. We recommend that these criteria be considered provisional until more data has been collected to examine their impact on diagnosis.

        6.        Need for monitoring of the impact of the DSM-5 criteria in real world settings. As described above, there is a clear need for more information about the way that the DSM-5 will affect people’s lives in real world settings. We request that the committee recommend ways in which information regarding the impact of the DSM-5 on diagnosis and access to services can be broadly tracked. The ultimate reason for diagnostic criteria is to improve the lives of people with ASD. It is crucial that the impact of the proposed changes be closely monitored and assessed.

On behalf of people affected by autism and their families, we urge you to consider these issues in your deliberations as you finalize the revised criteria for diagnosis of autism spectrum disorder.

Sincerely,

Geraldine_Dawson_Autism_dsm_5 

 

 

Geraldine Dawson, Ph.D.

Chief Science Officer, Autism Speaks

 

READ ENGLISH ARTICLES

Cyberbullismo e Suicidio Adolescenziale: Esiste davvero una Relazione?

FLASH NEWS

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

di Marina Morgese

Il termine Cyberbullismo è utilizzato per indicare il fenomeno che avviene quando bambini e/o adolescenti si avvalgono dell’utilizzo di internet, dei telefoni o di altri tipi di tecnologia per maltrattare e molestare ripetutamente i propri coetanei.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SU: BULLISMO

Il verificarsi di episodi di Cyberbullismo è stato spesse volte positivamente correlato con gli aumentati tassi di suicidio adolescenziale.  

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SU: ADOLESCENTIHikikomori- la ribellione silenziosa?. - Immagine: © lassedesignen - Fotolia.com

Una recente ricerca ha cercato di studiare meglio il fenomeno del suicidio adolescenziale e se effettivamente l’associazione cyberbullismo – suicidio adolescenziale sia statisticamente significativa quanto si crede. Ai fini della ricerca, guidata da Wood e recentemente presentata ad un convegno organizzato dall’Associazione Americana di Pediatria (AAP), sono stati selezionati su Internet vari rapporti di suicidi adolescenziali in cui è menzionata la presenza di episodi di Cyberbullismo. Sono state inoltre raccolte informazioni demografiche sui protagonisti dei rapporti e sono state analizzate l’incidenza di malattia mentale pre-esistente negli adolescenti, la co-presenza di altre forme di bullismo e le caratteristiche dei mezzi elettronici associati a ciascun caso di suicidio.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SU: SUICIDIO

Lo studio ha identificato in totale 41 casi di suicidio (24 femmine, 17 maschi) avvenuti in un’ età compresa tra i 13 e i 18 anni,  negli Stati Uniti, in  Canada, nel Regno Unito e in Australia. Lo studio ha fatto luce su diversi aspetti del suicidio adolescenziale:

Il 24 per cento dei ragazzi è stato vittima di bullismo omofobico (di cui solo il 12 per cento è identificato come realmente omosessuale).

L’incidenza dei casi di suicidio, inoltre, è notevolmente aumentata nel corso del tempo: il 56 per cento dei suicidi si è  verificato dal 2003 al 2010, il restante 44 per cento si è verificato nel breve periodo dal gennaio 2011 all’aprile 2012.

Secondo lo studio, il 78 per cento degli adolescenti che hanno commesso suicidio sono stati vittime di bullismo sia a scuola che on-line, mentre solo il 17 per cento sono stati esclusivamente vittime di cyberbullismo.

– Malattie mentali pre-esistenti sono state rilevate: disturbi dell’umore sono stati riportati nel 32 per cento dei ragazzi, mentre sintomi depressivi sono presenti in un ulteriore 15 per cento.

Gli autori dello studio hanno così concluso che il Cyberbullismo è un fattore presente in alcuni suicidi, ma quasi sempre ci sono altri fattori come la malattia mentale o la presenza di altre forme di bullismo, come quello faccia a faccia. Il Cyberbullismo in genere rientra nel contesto del normale bullismo.

Oltre ad aver dimostrato la scarsa correlazione, sostenuta invece da tanti, tra cyber bullismo e suicidio adolescenziale,  lo studio in questione ha anche il merito di aver evidenziato le modalità più frequenti in cui avviene il Cyberbullismo: Formspring e Facebook specificamente sono i mezzi più utilizzati per molestare i coetanei, così come sms ed mms. 

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SU: SOCIAL NETWORK

Conoscere il nemico è il primo passo per poterlo affrontare e, grazie anche a questa ricerca che ha fatto luce su numerosi aspetti del suicidio adolescenziale, potremmo avere in mano strumenti preziosi per capire cosa porta gli adolescenti a un atto così disperato.

LEGGI ANCHE ARTICOLI SU: ADOLESCENTIBULLISMOSUICIDIO

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

  • LeBlanc, J. C. (2012). Cyberbullying and Suicide: A Retrospective Analysis of 41 Cases. Paper presented at the American Academy of Pediatrics (AAP) National Conference and Exhibition in New Orleans.

Il Drop-out nei Disturbi del Comportamento Alimentare

di Alessia Zoppi,  Chiara Spinaci

Il-Fenomeno-del-drop-out-nei-DCA-un-Aspetto-da-Non-Sottovalutare!. - Immagine: © Tommaso Lizzul - Fotolia.com

Che cosa succede in terapia con pazienti con Disturbi del Comportamento Alimentare che li porta a “droppare” la terapia?

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SU: DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

Questo articolo intende analizzare il fenomeno del drop-out come aspetto rilevante nel trattamento terapeutico dei Disturbi del Comportamento Alimentare. All’interno di queste patologie il fattore “rischio d’abbandono terapeutico” è una realtà importante, che si manifesta spesso nelle primissime sedute. Con il termine drop-out ci si riferisce al fenomeno di interruzione precoce non concordata della terapia da parte del paziente.

Garfield (1994) identifica il fenomeno in quei casi in cui i pazienti hanno sostenuto almeno una seduta e hanno interrotto il trattamento di propria sponte non presentandosi alle successive sedute, attese dal terapeuta. Il problema del drop-out è molto sentito a livello pubblico e nei servizi psichiatrici: il fenomeno sembra essere presente a livello internazionale con una variabilità molto ampia, e viene classificato come “precoce” (early, very early drop-out), se avviene nelle prime fasi di contatto, o “tardivo” (late drop-out), se avviene dopo molto tempo dall’inizio della terapia.

Con pazienti che sono trattati da tempo la percentuale si riduce drasticamente. In una ricerca di Mazzotti et al. (2001) l’entità del fenomeno è stata stimata intorno al 13%. I motivi dell’interruzione del trattamento erano stati: l’insoddisfazione per il trattamento clinico e/o farmacologico (34%); una storia di numerosi trattamenti precedenti (24%); una diagnosi di disturbo borderline di personalità(24%); il ritenere di non aver più bisogno di trattamento (10%). 

La Vergogna e la Colpa nei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). Cicli Emotivi e Patologia. - Immagine: © bobyramone - Fotolia.com
Articolo consigliato: La Vergogna e la Colpa nei Disturbi del Comportamento Alimentare (Disturbi del Comportamento Alimentare)

Le cause del fenomeno sono molte. Il drop-out precoce secondo alcuni autori sarebbe legato all’imprinting, ovvero al primo impatto avuto con il terapeuta e la terapia, e alla mancanza di fattori motivazionali e relazionali positivi, come la mancanza di un legame capace di contenere le ansie e i timori del paziente (Giusti & Sica, 2006). Il drop-out tardivo sembrerebbe maggiormente correlato all’instaurarsi di fenomeni legati alla tecnica o a errori terapeutici. 

LEGGI ANCHE ARTICOLI SU: ALLEANZA TERAPEUTICA

Garfield (1994) lo associa a fattori soggettivi come sesso, età, razza e scolarità, oltre che alla diagnosi psichiatrica. È inoltre accertata la tendenza di pazienti con alcune patologie psichiatriche ad uscire dalla terapia tramite drop-out. In uno studio di Fassone et al. (2003) si è riscontrato che i pazienti con gravi disturbi di personalità, soprattutto se con doppia diagnosi di disturbo borderline di personalità e disturbi di abuso di sostanze o alimentare, sarebbero maggiormente soggetti a tale fenomeno. Questi pazienti tenderebbero ad un fenomeno di drop-out precoce. Anche lo studio di Zanetti et al., (2005) conferma il fenomeno per soggetti con Disturbi del Comportamento Alimentare. 

Sharf e colleghi (2010) hanno analizzato la correlazione tra alleanza terapeutica e drop-out per identificare i fattori che incidono su tale relazione. Lo studio includeva più di mille partecipanti. Le variabili che sono emerse,  correlate al fenomeno drop-out in situazioni di debole alleanza terapeutica, sono diverse: la storia educativa dei clienti, la lunghezza della terapia, il setting di trattamento, il livello di scolarità del soggetto. 

Le variabili che sembrano essere associate al drop-out sono dunque molte e possono riguardare paziente, terapeuta, relazione terapeutica; sembra però esistere una certa correlazione tra aspetti psicopatologici e tendenza al drop-out. Tra le tipologie di pazienti tendenti al drop-out troviamo anche i soggetti con Disturbi del Comportamento Alimentare. 

Che cosa succede in terapia con pazienti Disturbi del Comportamento Alimentare che porta questi a “droppare” la terapia?

 Fassino et al. (2009) attraverso una revisione della letteratura clinica analizzano quali fattori promuovono l’abbandono e il manifestarsi del drop-out durante la cura di pazienti con Disturbi del Comportamento Alimentare. Fassino et al. in questa revisione riprendono varie e precedenti pubblicazioni presenti in letteratura clinica. La premessa che viene fatta dagli autori è che il trattamento, di qualsiasi tipo, nei Disturbi del Comportamento Alimentare è una questione complessa e di interesse multidisciplinare e il fenomeno drop-out sarebbe un elemento predominante che caratterizzerebbe queste patologie più di altre. Ad incidere in maniera rilevante, aumentando i tassi e la frequenza del fenomeno, sarebbero due elementi: il rapporto con il corpo, protagonista assoluto e padrone della “legge del divieto” nell’Anoressia Nervosa, e l’evoluzione del trattamento.

Sono individuate due forme di drop-out in relazione al tempo: una forma “precoce” e una forma “tardiva”. La prima vede l’interruzione del trattamento da parte del soggetto Anoressico e Bulimico dopo già 2/3 sedute o entro il primo mese; mentre la seconda forma di drop-out nei Disturbi del Comportamento Alimentare si presenta dopo il primo mese di trattamento.

Analizzando questi pazienti in diversi studi si è potuto vedere che in generale i pazienti affetti da Disturbi del Comportamento Alimentare rispondono molto meglio alla terapia quando seguono un trattamento di tipo ospedaliero (tasso di abbandono che varia dal 20.2% al 51%) rispetto al trattamento ordinario esterno di tipo ambulatoriale (tasso di abbandono dal 29% al 73%) (Fassino et al. 2009).

Neurobiologia dell’Intersoggettivita’: Neuroni Specchio ed Empatia - SITCC 2012
Articolo Consigliato: Neurobiologia dell’Intersoggettivita’: Neuroni Specchio ed Empatia

In particolar modo nella Bulimia Nervosa, la bassa autostima e la presenza di una severa sintomatologia auto-distruttiva, oltre che aspetti impulsivi, non aiuterebbero a far si che si instauri un’alleanza terapeutica; mentre nell’Anoressia Nervosa l’eventuale presenza del fenomeno “binge eating” e pratiche altamente rigide di purificazione fanno si che la paziente attui d’innanzi alla terapia una barriera difensiva riducendo motivazione e interesse.

LEGGI ANCHE ARTICOLI SU: BINGE EATING DISORDER -BED

La stessa rabbia è un’emozione da dover tenere conto con pazienti affetti da Disturbi del Comportamento Alimentare: riconoscerla, monitorarla e dare al paziente gli strumenti per gestirla fa si che essa non sfoci in aggressività verso il terapeuta e il trattamento stesso.

Un altro studio che sembra essere molto interessante è quello svolto da Kelly et al. nel 2012. Lo studio analizza il drop-out nei Disturbi del Comportamento Alimentare, soffermandosi su stati emotivi autodiretti, quali l’ auto-compassione e la paura di auto-compassione. In particolar modo la ricerca indaga come questi interagiscono e ci permettano di prevedere come il paziente reagirà al trattamento. Ciò che emerge dalla ricerca è che l’auto-compassione e la paura di questa influenza la risposta al trattamento fino a compromettere in via definitiva la terapia, causando sentimenti di colpa e associandosi maggiormente con gli aspetti psicopatologici. Queste emozioni, in particolar modo la paura e la vergogna, renderebbero il paziente Disturbi del Comportamento Alimentare altamente vulnerabile all’abbandono terapeutico non riducendo la sintomatologia. Inoltre dalla ricerca è emerso che soggetti con una basso livello di auto-compassione sono quelli che tendono ad avere una soglia di autocritica molto elevata e presentano tassi elevati di vergogna, mostrandosi verso i propri confronti intransigenti e poco empatici. 

LEGGI ANCHE ARTICOLI SU: EMPATIA

Zanetti, et al., (2005), hanno indagato un campione di pazienti con Anoressia Nervosa che hanno abbandonato il percorso terapeutico; queste sono state ricontattate telefonicamente e intervistate sulla loro scelta. Gli Autori sostengono, infatti, che il fenomeno del drop-out nei Disturbi del Comportamento Alimentare ha avuto poca attenzione da parte dei ricercatori, ma questo ha invece un peso rilevante sulla patologia: “Infatti, i pazienti con drop-out sono più a rischio di diventare pazienti cronici e quindi più difficilmente trattabili, con una alta frequenza di gravi complicanze organiche e mortalità. Gli studi indicano, infatti, che un abbandono precoce della terapia costituisce un fattore di rischio per una ricaduta precoce e a sua volta una ricaduta precoce è il predittore principale di un decorso cronico” (p.150). Gli Autori differenziano il drop-out non per il momento in cui si manifesta (precoce/tardivo), quanto in rapporto al miglioramento rispetto al sintomo (aumento o meno di peso). 

Tra le variabili predittive del drop-out esisterebbero alcuni fattori primari. Nei soggetti che abbandonano dopo un miglioramento del peso, sono significativi:  

 – Comportamenti auto-aggressivi di tipo compulsivo e maggiore livello di depressione: il tratto della compulsione come fattore predisponente è comprensibile se si pensa al problema del controllo in queste pazienti; non è di facile comprensione invece il tratto della depressione, poiché secondo gli autori normalmente questo favorisce il trattamento. Considerando che il drop-out avviene dopo miglioramento, si può ritenere che una volta migliorate le pazienti perdano la motivazione iniziale al trattamento. 

 – Minore tendenza alla somatizzazione.

 Nei soggetti che abbandonano senza miglioramento è significativo:

  – Maggiore ostilità: questo dato conferma il peso dell’impulsività e della rabbia come fattori precipitanti rispetto alla terapia, e verranno indicati anche da Fassino et al. (2009). 

Indagate le cause dell’abbandono, i fattori predisponenti risultano essere (p.152): 

 – Incomprensione con il terapeuta 25%

 – Non accordo con il tipo di terapia 18%

 – Miglioramento 15%

 – Non volontà di guarire 15%

 – Ferie o cambiamento del terapeuta 9%

 – Distanza dall’ambulatorio 9%

 – Inefficacia della terapia 9%

Disturbi del comportamento alimentare e impulsività. - Immagine: © Olivier Le Moal - Fotolia.com
Articolo Consigliato: Disturbi del comportamento alimentare e impulsività

Sia, dunque, l’atteggiamento verso la malattia che verso la terapia hanno un peso rilevante: l’atteggiamento del paziente verso la malattia porta a fenomeni di drop-out e di resistenza al trattamento per via del rapporto che esiste tra sintomo e soggetto:

1- difendono fortemente il sintomo; 

2- vivono egositonia verso il sintomo e agiscono con negazione della malattia; 

3- non hanno consapevolezza della gravità della malattia. 

L’atteggiamento verso la terapia invece è ambivalente: infatti le pazienti dichiarano di aver abbandonato perlopiù per “incomprensioni con il terapeuta e non accordo verso la terapia” sia rispetto ad aspetti tecnici, la compilazione del diario alimentare (32%), che relazionali, la freddezza e il distacco del terapeuta (26%).  Riconoscono invece l’aspetto più positivo del trattamento proprio nella disponibilità e nell’interesse del terapeuta (nel 52% dei casi). Questo deve far pensare al fatto che le pazienti, pur fortemente difese nel sintomo, cercano uno spazio in cui poter proprio sperimentare una “comunicazione efficace che permetta di esprimere e verbalizzare le difficoltà, la delusione di aspettative e le resistenze al trattamento” (Zanetti, et al., 2005, p.155).

Il clinico che approccia questi disturbi dovrà dunque ripensare al peso di alcune variabili nel rischio di drop-out e considerare come iniziale obiettivo del trattamento la creazione di una relazione sufficientemente contenitiva entro la quale creare una forte alleanza e in cui sarà, poi, possibile intervenire con tecniche dirette a specifici obiettivi terapeutici.

Nei primi mesi sarà necessario lavorare proprio sull’esperienza soggettiva del paziente rispetto alla terapia, al sintomo, alla sua resistenza al trattamento per poi accedere, in un secondo momento, ad altri contenuti emotivi e narrativi. 

 

ARTICOLI SU: IN TERAPIA  

 

BIBLIOGRAFIA:

Psicologia Ambientale & Identità Ecologiche

 

Psicologia Ambientale & Identità Ecologiche. - Immagine: © Minerva Studio - Fotolia.comPsicologia Ambientale & Entità Ecologiche: Un ponte verso nuovi orizzonti sostenibili

«Si fa un gran parlare di come aiutare il nostro pianeta cambiando ciò che facciamo: usare la bicicletta al posto dell’automobile, montare le nuove lampadine fluorescenti a risparmio energetico, riciclare le bottiglie e adottare altri facili accorgimenti» (D. Goleman, p. 17).

LEGGI L’INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA AMBIENTALE

Sostenibilità e comportamenti ecologici sembrano argomenti sulla bocca di tutti ma, dopo anni di campagne informative, promozioni ed incentivi, la maggioranza degli italiani si è limitata ad incrementare la raccolta differenziata e a mangiare più cibi biologici (FISE – UNIRE, 2010; Coldiretti, 2012). Sicuramente meglio di niente ma la strada per diminuire le emissioni di carbonio è ancora lunga.

La paura di perdere il voto dei cittadini impedisce ai responsabili delle politiche per l’ambiente di operare soluzioni drastiche. Perciò, al momento, la ricerca si concentra sullo studio di nuovi meccanismi, non troppo invasivi, in grado di produrre cambiamenti ecologici sostanziali nella vita delle persone. Per esempio, in Inghilterra, il DEFRA (Department for Environment, Food and Rural Affairs) ha promosso delle indagini sui cosiddetti “comportamenti catalizzatori” (catalyst behaviours), prendendo come punto di riferimento un modello teorico sociale classico secondo cui l’adozione di un certo comportamento (per esempio, il riciclo) aumenta la probabilità che un soggetto ne accolga un altro simile (per esempio, il compostaggio) (Whitmarsh, 2010).

LEGGI GLI ARTICOLI SULLA PSICOLOGIA AMBIENTALE

Alcuni gruppi di psicologi studiano già da qualche anno questi comportamenti che vanno “a braccetto”. Barr e colleghi, per esempio, hanno identificato tre gruppi distinti di azioni ecologiche: “decisioni di acquisto” (shopping, compostaggio e riutilizzo), “abitudini” (risparmio domestico di acqua ed energia) e “riciclo”, che sembrano essere collegate a diversi stili di vita (come, per esempio, specifiche caratteristiche socio-demografiche o valori).

Quando le intenzioni non bastano: Il ruolo dei valori. - Immagine: © puckillustrations - Fotolia.com
Articolo Consigliato: Quando le intenzioni non bastano: Il ruolo dei valori

Tuttavia, la maggior parte di queste ricerche non è in grado di estendere i risultati alla totalità dei comportamenti sostenibili: le persone non agiscono in modo coerente e non sembrano esistere motivazioni comuni per le loro azioni ecologiche. Inoltre, gli studi non sono ancora capaci di spiegare fenomeni opposti come lo spill-over effect, per il quale l’assunzione di un certo comportamento comporta l’esclusione di un altro ad esso associato (per esempio, riciclo e prevenzione dello spreco). In particolare, sembrano essere sistematicamente esclusi i comportamenti legati al trasporto e alle politiche energetiche, per i quali, probabilmente, influiscono maggiormente i fattori esterni, come la disponibilità economica o l’esistenza di alternative accessibili.

LEGGI GLI ARTICOLI SU: SOCIETA’ & ANTROPOLOGIA

Lo scrittore ambientalista Derrick Jensen (2006) scrive che non è possibile creare una cultura della sostenibilità senza possedere un’anima ecologica. Da un punto di vista psicologico, questa affermazione racchiude uno spunto interessante. L’identità “green”, più che l’anima, potrebbe essere un valido punto d’appoggio per costruire un certo livello di coerenza nei nostri atteggiamenti e nelle nostre azioni. Quello che unisce una certa identità con la messa in atto di un particolare comportamento, infatti, è l’esistenza di significati comuni ai due elementi. In relazione ad una certa identità di sé, i comportamenti che condividono con l’identità in questione una serie di significati sociali hanno una probabilità maggiore di essere messi in atto. Per esempio, è possibile che coloro che si considerano dei “consumatori verdi” acquistino del cibo biologico, in quanto quest’azione è coerente, in termini di significato, con l’identità di sé come consumatori verdi (Sparks, Shepherd, 1992).

In particolare, sembra che ci siano almeno due livelli in cui identità può operare: rinforzare un comportamento ecologico specifico (per esempio l’identità del tipico riciclatore) o stimolare, in modo generico, una serie di sotto-azioni ecologiche (per esempio promuovere l’“eco-shopping”). Secondo gli studi più recenti, la prima potrebbe essere utile per spiegare la persistenza nell’eseguire uno specifico comportamento pro-ambientale (e quindi sarà strettamente legata al comportamento passato), mentre la seconda può chiarire le ragioni dell’effetto spillover (Whitmarsh, 2010).

 

LEGGI ANCHE: COMPORTAMENTI ECOLOGICI: IMPATTO E INTENZIONI A CONFRONTO

L’identità si qualifica quindi come ponte tra vari comportamenti ecologici, sottolineando la necessità di stimolare aspetti rilevanti di quest’ultima (ad esempio, attraverso informazioni mirate), o mirare a specifici gruppi (per esempio, tramite la segmentazione della popolazione), per ottenere dei cambiamenti durevoli nel tempo.

LEGGI L’INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA AMBIENTALE

LEGGI GLI ARTICOLI SULLA PSICOLOGIA AMBIENTALE

LEGGI GLI ARTICOLI SU: SOCIETA’ & ANTROPOLOGIA

 

DOCUMENTI PER APPROFONDIMENTI:

 

BIBLIOGRAFIA:

Tratti di Personalità & Suicidio

FLASH NEWS

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Tratti di Personalità & Suicidio – Differenze tra atto tentato e compiuto. Ogni 40 secondi una persona nel mondo pone fine alla propria vita.

LEGGI GLI ARTICOLI SUI DISTURBI DI PERSONALITA’

I comportamenti suicidari costituiscono un problema decisamente non irrilevante al giorno d’oggi, a livello individuale, familiare e di sistema sanitario pubblico. A livello mondiale, negli ultimi vent’anni il tasso di suicidi è aumentato, a seconda del paese, da un minimo del 5% ad un massimo del 62%: ogni 40 secondi, una persona da qualche parte nel mondo pone fine deliberatamente alla propria vita (World Health Organization, 2012).

Intervista a Mauruzio Pompili.
Articolo consigliato: Intervista a Maurizio Pompili. Sulla prevenzione del suicidio

Il tentato suicidio (“un atto auto-distruttivo accompagnato dall’intento più o meno forte di procurarsi la morte”) viene stimato, in generale, come dalle 10 alle 40 volte più frequente dell’omicidio compiuto, ed è uno dei predittori più forti di suicidio conseguente (Tidemalm, Langstrom, Lichtenstein, & Runeson, 2008). Diversi studi hanno dimostrato come il tentato piuttosto che il compiuto suicidio, nonché la scelta del “mezzo”, possano differire in base a genere ed età (e.g. Hawton, 2000).

A partire da queste premesse Hirvikoski e Jokinen, dal Karolinska Institute di Stoccolma, hanno condotto uno studio longitudinale dal duplice scopo: indagare quali tratti di personalità potessero essere rilevati in soggetti che riportavano tentato suicidio a confronto con soggetti che sono successivamente deceduti per comportamenti suicidari, e valutare se i tratti di personalità trovati, i “mezzi” utilizzati ai fini del suicidio e il successo o meno degli atti stessi differissero in funzione del genere di appartenenza (Hirvikoski & Jokinen, 2011).

Kill Me Please, Suicidio Assistito e le nuove frontiere del Controllo. - Immagine: © 2012 Costanza Prinetti
Articolo consigliato: Kill Me Please, Suicidio Assistito e le nuove frontiere del Controllo

I ricercatori hanno reclutato in un periodo compreso tra il 1993 e il 2005 un totale di 181 pazienti (67 uomini, età media = 35,45 anni) della Suicide Prevention Clinic dell’Ospedale dell’Università di Karolinska, Stoccolma. Il principale criterio di inclusione nel campione prevedeva che i soggetti avessero compiuto recentemente un tentativo di suicidio (non più di un mese prima). Ogni paziente è stato intervistato tramite somministrazione di SCID I e SCID II (First, Spitzer, Robert, Gibbon, & Williams, 1996; First, Spitzer, Gibbon, Williams, & Benjamin, 1997) in modo che fosse possibile stabilire una diagnosi secondo il DSM-IV (APA, 1994).

È stato così rilevato che il 91% del campione riportava un disturbo in Asse I (75% disturbi dell’umore), mentre il 33% riportava un disturbo in Asse II (17% disturbo borderline di personalità).

LEGGI GLI ARTICOLI SULLE CONDOTTE SUICIDARIE

Al fine di identificare i tratti di personalità dei soggetti esaminati, è stato loro chiesto di compilare un questionario, il Karolinska Scales of Personality (Schalling & Edman, 1993), i cui item sono stati raggruppati in quattro aree di personalità: Neuroticismo (socializzazione, ansia somatica, ansia psicologica, tensione muscolare, psicastenia, inibizione dell’aggressività, irritabilità e colpa), Psicoticismo (distacco, diffidenza), Anticonformismo (desiderabilità sociale negativa, aggressività indiretta, aggressività verbale) e Estroversione (impulsività, evitamento della monotonia).

Tutti i pazienti sono stati seguiti dal momento del reclutamento al 2009; i pazienti deceduti nel corso di questo periodo sono stati registrati e sono state identificate le cause del decesso. In totale, 11 pazienti (4 donne e 7 uomini, 6% del campione) hanno commesso suicidio  nel periodo di follow-up.

 Ecco i risultati: gli uomini riportavano tentativi di suicidio di tipo più violenti (es. tramite arma da fuoco, impiccagione, salto da un luogo particolarmente alto) rispetto alle donne (che prediligevano metodi “meno rischiosi”, come l’overdose di farmaci). Era inoltre maggiore la probabilità che gli uomini, piuttosto che le donne, ritentassero con successo il suicidio in seguito ai primi tentativi. Si tratta di un risultato coerente coi dati epidemiologici relativi al fenomeno indagato, per cui gli uomini commettono più frequentemente il suicidio rispetto alle donne mentre quest’ultime riportano maggiori tentativi non riusciti, secondo un rapporto 2:1 (World Health Organization, 2012).

Per quanto riguarda i tratti di personalità, i soggetti che avevano utilizzato mezzi più violenti riportavano anche valori più alti di “psicoticismo”. Le donne riportavano punteggi lievemente più alti relativamente a questo tratto rispetto agli uomini, mentre gli uomini riportavano valori di “estroversione” significativamente maggiori. Infine, mentre gli uomini deceduti per suicidio riportavano livelli maggiori di “estroversione” rispetto agli uomini sopravvissuti, le donne decedute ne riportavano livelli minori rispetto alla controparte femminile (si tratta, in quest’ultimo caso, di dati da considerare con precauzione dato l’esiguo numero di donne decedute nel periodo di follow-up).

Si tratta di uno studio particolarmente interessante, poiché pochissime ricerche di follow-up sono state svolte in passato riguardo ai tratti di personalità di soggetti che hanno poi effettivamente commesso il suicidio. Sicuramente, studi futuri su campioni più ampi contribuiranno a chiarire il valore predittivo di alcuni tratti rispetto ad altri, magari anche approfondendo il ruolo (tuttora poco definito) di fattori genetici e ambientali.

LEGGI GLI ARTICOLI SU: DISTURBI DI PERSONALITA’ – CONDOTTE SUICIDARIE

 

BIBLIOGRAFIA:

Le perversioni vanno curate? L’omofobia e il pericolo delle parole

 

TUTTI GLI ARTICOLI SU: LESBIAN GAY BISEXUAL TRANSGENDER (LGBT)

le perversioni vanno curate.
Lo striscione omofobo appeso dai militanti di Forza Nuova a Bologna.

“Le perversioni vanno curate”: riporto la frase balzata sulle pagine della cronaca dei giorni scorsi. Ho deciso di riportarla perché credo che la gravità dell’affermazione fatta e rivendicata da un noto gruppo politico, imponga una riflessione.

Tante per la verità. La questione è politica, sociale, morale, culturale, religiosa e, ovviamente, psicologica e per ognuna sarebbe necessario un intervento preciso e su molti livelli.

Tra le molte cose che colpiscono vi è il dubbio che leggendo una frase del genere può assalire le menti dei passanti e l’immediata reazione ad esso: sentirsi vittima e colpevole, cercare prove del contrario, non avere risposte pronte e inespugnabili, pensare alla “natura” e ai suoi piani riproduttivi, non pensare affatto.

Disgusto o Umanità? Contro l'omofobia.
Articolo consigliato: Disgusto o umanità? Contro l’Omofobia

Tutte queste ed altre reazioni possibili, sono espressione del clima culturale e sociale in cui respiriamo, clima che forma e talora “forgia” in modo indelebile le credenze che noi tutti abbiamo su noi stessi, sugli altri e sul mondo.

“Le perversioni vanno curate” è un pensiero, una credenza negativa, niente di più.

Scriverla su di un muro di una città è un comportamento, una reazione che a quell’idea è legata. Le emozioni note sono di chi passa lì davanti, di chi è vittima, mentre ci mancano quelle degli autori: prezioso anello mancante di questa catena. Il termine omofobia, certo, ci dà qualche indizio.

ARTICOLI SU: LESBIAN GAY BISEXUAL TRANSGENDER (LGBT) 

Nella letteratura scientifica, è molto presente e documentato l’effetto che comportamenti discriminanti sulla base degli orientamenti sessuali hanno avuto in passato e hanno tuttora sul benessere psichico di chi vive un’orientamento diverso dall’eterosessualità.

Una meta-analisi (Katz-Wise, Hyde, 2012) condotta tra il 1999-2009 su 500.000 partecipanti, ci dice che per gli individui LGB la presenza di episodi di vittimizzazione segnalati è sostanziale (e.g., 55% di molestie verbali e il 41% di comportamenti discriminatori).

Inoltre le persone LGB mostrano livelli di vittimizzazione più alti dei soggetti eterosessuali testati a parità di età e condizioni socio-economiche, e in particolare gli uomini sembrano subire in maniera maggiore delle donne alcuni tipi di violenze (e.g. aggressione con arma da fuoco, essere derubati).

Il panorama mondiale delle violenze e dei diritti violati è ben nota e consultabile sul sito dell’International Lesbian, Gay, Trans and Intersex Association (ILGA), in cui viene descritta la partecipazione o meno della maggior parte dei paesi del mondo, alla costruzione dei diritti delle persone LGBT.

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
Articolo Consigliato: All’origine dell’ Omofobia: Contesto Culturale e Attrazione Repressa.

Molti stati prevedono ancora la pena di morte per aver compiuto atti omosessuali, molti di più considerano l’omosessualità illegale. Solo una minoranza di stati inizia a riconoscere le unioni gay, a consentire la possibilità di sposarsi e di adottare figli. Qualcuno in più ha finalmente delle leggi che puniscono invece atti discriminatori verso persone omosessuali, mentre molti ormai hanno leggi che puniscono la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale nei luoghi di lavoro. Ecco che finalmente compare l’Italia nella mappa.

Al di là degli infiniti e grandi temi correlati a questo episodio, sembra tuttavia interessante una ricerca pubblicata quest’anno sull’utilizzo nel linguaggio comune del termine gay (o di tutte le altre sue declinazioni), spesso con accezione negativa (Nicolas, Skinner, 2012).

ARTICOLI SU LINGUAGGIO E COMUNICAZIONE

Sebbene l’uso sia molto diffuso, in contesti anche molto lontani da quelli esplicitamente omofobi, i ricercatori hanno dimostrato che l’utilizzo frequente di tali espressioni possa nel lungo periodo incrementare i bias cognitivi legati a credenze anti-gay e “lavorare” così nella nostra coscienza su un piano implicito, ma spesso molto evidente negli atteggiamenti più comuni che emergono.

 

ARTICOLI SU BIAS – EURISTICHE

Insomma, come spesso accade le parole ripetute molto spesso tendono a perdere il loro significato originario, ma insieme ad esso si rischia di perdere forse anche un po’ di consapevolezza su quello che stiamo in effetti dicendo.

E’ possibile dunque che questi writers, superficie di un movimento sotterraneo e ben più radicato, siano stati loro stessi vittima di un drammatico bias cognitivo: poco chiaro alla loro coscienza e men che mai alla loro mano?

LEGGI ANCHE: Omofobia: paura del diverso o paura di se stessi?

 

 

BIBLIOGRAFIA:  

 

LEGGI ANCHE:  Intervista al Dott. Paolo Rigliano.

Autore del libro: Curare i gay? Oltre l’ideologia riparativa dell’omosessualità

Intervista a RIgliano. - SLIDESHOW
Articolo consigliato: Intervista al Dott. Paolo Rigliano. Autore del libro: Curare i gay? Oltre l’ideologia riparativa dell’omosessualità

La precarieta’: una Nuova Nevrosi?

 

La precarietà- nuova nevrosi?. - Immagine: © Antonio Gravante - Fotolia.comCrisi e precarieta’ … sono queste le parole più usate e, verrebbe da dire, abusate in questi ultimi tempi. Vocaboli che incutono angoscia, spengono sorrisi, speranze e che troppo spesso paralizzano, demotivano.

LEGGI ANCHE GLI ARTICOLI SU: PSICOLOGIA DEL LAVORO

Come bene evidenziato da Michael Benasayang e Gèrard Schmit nel testo “L’epoca delle passioni tristi”, sembra che in questi anni si sia passati da un “futuro-promessa” a un “futuro-minaccia”, eppure “le diverse istituzioni deputate a educare, a trasmettere e a curare ciò che va male agiscono come se non ci fosse nessuna crisi, come se ci fossero solo delle difficoltà da superare, con l’aiuto della tecnica e un po’ di buona volontà”. Ed è proprio questa “disattenzione istituzionale” che, a mio avviso, rende il precario ancora più vittima della sua precarieta’.

La crisi economica in cui versa il nostro Paese, per quanto terribile ciò possa apparirci, non passerà rapidamente e molto probabilmente trasformerà del tutto il nostro tessuto sociale. E allora che fare? Utile forse sarebbe uscire dal circolo vizioso della sterile lamentela, in cui facile è cadere soprattutto per le giovani generazioni, per cercare di intravedere nella precarieta’ delle possibilità.

Precario il Lavoro, Stabile l'Ansia - Il Ritratto Psicologico di una Generazione. - Immagine: © nuvolanevicata - Fotolia.com
Articolo consigliato: Precario il Lavoro, Stabile l’Ansia – Il Ritratto Psicologico di una Generazione.

LEGGI ANCHE: L’aumento dei Suicidi per la Crisi: una brutta favola pericolosa.

Non è questo un invito a un ottimismo insensato e sconclusionato, ma è un appello alla riflessione.

Quando penso all’etichetta di “precario”, penso alle etichette con cui sovente i pazienti si rivolgono a noi psicologi: “depresso”, “ansioso”, “anoressico”, “bulimico” ecc. Questi alcuni degli epiteti con cui i pazienti si presentano al clinico, nella speranza che quell’esemplificativa classificazione funga da viatico per una rapida “guarigione”.  Che significa essere un “depresso”? Che significa essere “ansioso”?  Non è senz’altro un’etichetta che ci aiuta a comprendere la storia di un individuo, a cogliere la sua unicità, la sua complessità, piuttosto, il suo utilizzo può essere alquanto invalidante perché rischia di appiattire il nostro sguardo non facendoci afferrare, con curiosità, la singolarità di quella persona. 

E con l’etichetta di “precario” come siamo messi? Non è che anche l’utilizzo di quest’ultima rischia di portarci verso punti ciechi che non ci fanno intravedere possibili sviluppi? 

In molti sono ad esempio i giovani che oggi, di fronte alla disastrosa condizione economica in cui versiamo, gettano la spugna. “E’ in crescita un fenomeno allarmante: nel 2009, segnala l’Istat, poco più di due milioni di giovani, ossia il 21,2 per cento degli under 29, risulta fuori dal circuito formazione-lavoro: in pratica non studia e non lavora. È il fenomeno chiamato ‘Neet’, ossia ‘Not in education, employment or training’, che si arricchisce di anno in anno con la progressiva uscita dei giovani dal mercato del lavoro. Tra il 2008 e il 2009 i giovani tra i 20 e i 24 anni classificabili come ‘Neet’ sono aumentati del 13 per cento, e nel sud sono il 30,3%.” I “neet” sono dunque giovani che sembrano slacciarsi da un sogno, da un’aspirazione, dall’idea del domani.

Diversa nella forma ma non nella sostanza è poi la situazione di quei giovani “iperspecializzati” che, impegnati in una formazione perenne, svolgono lavori sottopagati e gratuiti. Costoro, sconfortati e avviliti, rischiano di dimenticare chi sono, il percorso formativo e professionale che hanno intrapreso e da quale storia provengono, proprio come succede al paziente che si definisce “depresso” nello studio del clinico.

Altro aspetto della faccenda è poi quel “voglio tornare come prima”, espressione con cui spesso il paziente condisce i colloqui psicologici e che mi sembra caratterizzi, purtroppo, anche lo sguardo con cui il precario guarda il suo presente, nel costante desiderio di rivivere un passato che non c’è più. Insomma il precario rischia, proprio come farebbe un paziente nevrotico, di andarsene in giro con la sua bella etichetta, lamentandosi del suo sintomo con la sterile speranza che alla fine le cose tornino “come prima”. 

LEGGI ANCHE ARTICOLI SU: PSICOPATOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA

Perché invece non utilizzare anche in questo caso la crisi come un’occasione di cambiamento, di rinnovamento, di crescita? Il precario, proprio come il paziente designato, fa il sintomo e si fa portavoce di un malessere che ha origini ben più allargate, ben più lontane, in sistemi di convivenza che sono probabilmente falliti. Come suggerisce Franco Del Moro nel testo “Riposare nel cuore della tempesta” “Non possiamo capire le ragioni del disagio che è in noi se nel contempo non ci occupiamo anche del disagio che è intorno a noi e lontano da noi … le soluzioni, siano esse corali o individuali, agiscono in un punto preciso dello spazio, ma la loro eco arriva a tutti i livelli”.

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
Articolo Consigliato: Bergen Work Addiction Scale: per misurare la Dipendenza dal Lavoro.

E’ certo, però, che i sistemi di convivenza sono senz’altro co-costruiti: ognuno ha la propria responsabilità in questa disfatta. Ho, però, l’impressione che il precario, come farebbe un qualsiasi nevrotico, sta cercando di far fronte alla sua problematicità proprio come l’ubriaco protagonista della famosa storiella narrata da Watzlawick: “Sotto un lampione c’è un ubriaco che sta cercando qualcosa. Si avvicina un poliziotto e gli chiede che cosa ha perduto. “La mia chiave”, risponde l’uomo, e si mettono a cercare tutti e due. Dopo aver guardato a lungo, il poliziotto gli chiede se è proprio sicuro di averla persa lì. L’altro risponde: “No, non qui, là dietro; solo che là è troppo buio”.

Temo, dunque, che il precario, come il nevrotico, afflitto dal suo problema, stia cercando di raggiungere una soluzione là dove è sicuro di non trovarla e che stia effettuando le sue ricerche sempre nello stesso modo.

E se invece conducessimo il precario, ubriaco della sua problematicità, a sperimentare metodi alternativi ed efficaci di ricerca, non facendogli dimenticare quante risorse ha a disposizione per fronteggiare la sua situazione? 

Tempo fa, intervistata dalla giornalista Rai Isabella Mezza, mi trovai a definire il precario come un funambolo che, costretto a camminare su un filo nel vuoto, in continua tensione e alla ricerca sempre di nuovi equilibri, allena muscoli che non tutti sanno utilizzare. Il precario, come il funambolo, è nel vuoto ma non vi casca perché sa camminare su un filo e (cavolo!) questo non è da tutti!

 Iniziare a fare luce proprio su risorse e possibilità potrebbe indurre il precario a circoscrivere la sua insicurezza e a cercare nuovi percorsi da intraprendere ed è questa, a mio avviso, anche una responsabilità sociale dello psicologo.

Come ? Attraverso l’attivazione di spazi condivisi di riflessione su tale controversa questione che, se ignorata e trattata solo per gli evidenti e scontati aspetti di negatività, rischia davvero di diventare (se già ciò non è accaduto) una nuova grave forma di disagio psicologico e sociale.

LEGGI ANCHE GLI ARTICOLI SU: PSICOLOGIA DEL LAVORO – PSICOPATOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

LEGGI ANCHE: Amarezza cronica post-traumatica: una diagnosi per i precari.

Amarezza cronica post-traumatica. Immagine: © 2011-2012 Costanza Prinetti -
Articolo consigliato: Amarezza cronica post-traumatica: una diagnosi per i precari.

Gruppi Gay di Auto Aiuto: Alcune Riflessioni

 

Gruppi Gay di Auto Aiuto. Alcune riflessioni. - Immagine: © Viorel Sima - Fotolia.comGruppi Gay di Auto Aiuto: quanto sono utili? In che misura raggiungono gli obiettivi che si prefiggono? Generano rappresentazioni distorte?

LEGGI GLI ARTICOLI SU: LGBT – LESBIAN, GAY, BISEX & TRANSGENDER

 

Recentemente mi sono imbattuto in una realtà che non conoscevo, i gruppi gay di auto aiuto.

E mi sono posto alcune domande: quanto sono utili? In che misura possono raggiungere gli obiettivi che si prefiggono? E’ possibile che generino rappresentazioni distorte in coloro che li frequentano?

La comunità gay afferma, credo giustamente, di essere tuttora discriminata sebbene le dichiarazioni di principio (di facciata?) della maggior parte delle persone lo escludano con fermezza; in questi casi la natura dei pensieri reali non è data da ciò che si dice sugli omosessuali – “io non ho nulla contro di loro!” – ma da come si reagisce alla loro vicinanza, al loro successo, ai loro incarichi politici, Vendola docet.

Omofobia - Immagine: © jjayo - Fotolia.com -
Articolo consigliato: Omofobia: paura del diverso o paura di se stessi?

Tuttavia non sono convinto che istituire gruppi gay dal significato sostanzialmente clinico, se con questa espressione intendiamo l’elaborazione di specifiche difficoltà emotive, sia un’operazione priva di rischi.

LEGGI GLI ARTICOLI SU: SOCIETA’ & ANTROPOLOGIA

E’ possibile infatti, a mio modo di vedere, che nella rappresentazione soggettiva di alcuni partecipanti questi gruppi gay si trasformino in percorsi terapeutici come se davvero esistesse la necessità di curare un disturbo, un’anomalia nell’adattamento all’ambiente. Da un lato è evidente che promuovere queste iniziative abbia il valido scopo di creare un contesto empatico nel quale i gay possano confrontare le proprie esperienze, raccontare situazioni familiari spesso estremamente complesse se non addirittura apertamente ostili, discutere su scelte di vita delicate come la creazione di una famiglia; dall’altro però, l’esigenza di predisporre un setting e di garantire la reciproca accettazione, il reciproco riconoscimento mi fa pensare ad una difesa nei confronti della società e delle sue chiusure culturali.

Forse l’interrogativo che dobbiamo porci è perché, in un mondo che si definisce sviluppato, essere gay induca ancora oggi ad aggregarsi all’interno di un microcosmo nel quale affrontare il vissuto problematico della propria diversità.

“Diversi da chi?”, mi chiedo, auspicando che in un futuro non troppo lontano i gruppi di auto aiuto siano rivolti solo alle persone che davvero presentano una patologia, e ricordando che l’omosessualità è un deficit non di chi la vive ma di chi, incapace forse di gestire i conflitti della propria identità, si protegge individuando una minaccia esterna.

 

LEGGI GLI ARTICOLI SU: LGBT – LESBIAN, GAY, BISEX & TRANSGENDER

LEGGI GLI ARTICOLI SU: SOCIETA’ & ANTROPOLOGIA

Depressione Materna: Il Lavoro e il Partner possono Aiutare a Vincere la Depressione

FLASH NEWS 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Le mamme che lavorano, sposate e con un partner accanto non depresso hanno maggiori probabilità di andare incontro alla remissione.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SULLA DEPRESSIONE

Il disturbo depressivo maggiore è uno dei disturbi mentali più comuni, che colpisce, annualmente, più di 13 milioni di individui solo negli Stati Uniti e genera, spesso, una serie di limitazioni nello svolgimento delle attività della vita quotidiana. Ma se la depressione colpisce le mamme, allora è evidente che gli effetti appaiono ancora più gravi, visto che i bambini non ne escono indenni, anzi spesso riportano disturbi cognitivi e comportamentali che possono persistere anche in età adulta. Le madri depresse infatti, di solito, manifestano atteggiamenti ostili e negativi nei confronti dei bambini e questo crea un ambiente familiare che viene percepito come stressante. 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
Articolo Consigliato: Ketamina: nuova strada per la cura della Depressione?

A questo punto potremmo chiederci: quali fattori potrebbero favorire la persistenza della depressione nelle mamme e quali, invece, potrebbero fungere da fattori di protezione e generare una remissione?

LEGGI ANCHE GLI ARTICOLI SU: PSICOPATOLOGIA POST-PARTUM/PERINATALE

Per fornire una risposta a questi interrogativi, Kristin Turney ha condotto uno studio longitudinale coinvolgendo 4.898 coppie. Entrambi i genitori sono stati intervistati subito dopo la nascita del bambino e successivamente sono stati nuovamente intervistati, quando i bambini avevano compiuto 1, 3, 5 e 9 anni. Nella fase iniziale della ricerca, l’82% delle mamme erano coniugate, mentre l’87% non erano sposate. Tuttavia, non tutte le mamme che inizialmente hanno preso parte alla ricerca, hanno fornito il proprio contributo in tutte le fasi dello studio; per questo, sono state considerate solo le mamme (N=4.366) che hanno partecipato ad almeno 2 sessioni consecutive, escludendo la baseline, ossia il momento subito dopo la nascita del bambino. La depressione materna è stata rilevata attraverso la CIDI-SF, quando i bambini  avevano 1, 3, 5 e 9 anni: alle mamme è stato chiesto se nell’anno precedente avessero esperito sintomi di disforia o anedonia.

 Le variabili prese in considerazione dall’autrice come potenziali fattori, in grado di innescare un cambiamento nel decorso della depressione o di inibirlo, sono le seguenti: nazionalità, età, educazione, stato civile, impegno lavorativo, presenza di altri bambini e depressione nel partner. Dai risultati è emerso che la depressione è un problema molto comune tra le donne non coniugate: circa il 16% delle mamme era depresso quando il bambino aveva 1 anno, il 21% era depresso dopo 3 anni dalla nascita del bambino, il 17% quando il bambino aveva 5 anni e il 17% quando il bambino aveva compiuto 9 anni. Inoltre, circa il 38% del campione complessivo ha riportato sintomi depressivi almeno una volta nel periodo preso in considerazione dalla ricerca, il 31% ha riportato una depressione intermittente e il 7% una depressione persistente. Rispetto alla variabile della nazionalità, è emerso che le donne non ispaniche, sia bianche che nere hanno maggiori probabilità di sviluppare una depressione persistente rispetto alle donne ispaniche; mentre, rispetto alla variabile dell’età, la depressione è risultata più diffusa tra le donne più giovani dei 25 anni.

Inoltre, la depressione materna è più comune tra le donne che hanno un partner depresso, col quale sono sposate o coabitano; nel caso in cui i due genitori non coabitano o non hanno più alcun tipo di relazione, la presenza di depressione del partner non incide sulla depressione materna.

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
Articolo Consigliato: Abuso Economico & Depressione Materna

LEGGI ANCHE ARTICOLI SU: DISTURBI DELL’UMORE

Per quanto riguarda le caratteristiche demografiche, l’educazione e l’impegno lavorativo possono essere determinanti per la depressione intermittente delle mamme, ma non per la depressione permanente, evidenziando come le cause dell’esordio della depressione siano diverse da quelle responsabili della sua permanenza. Altro fattore di rischio per la stabilità della depressione riguarda la presenza di altri bambini in casa: le mamme con depressione intermittente o permanente spesso hanno più bambini.  

LEGGI ANCHE ARTICOLI SU: GRAVIDANZA E GENITORIALITA’

Ma quali potrebbero essere, invece, i fattori in grado di modificare il decorso della depressione materna? Dai risultati è emerso come potrebbero fungere da fattori di protezione rispetto alla cronicità della depressione l’impegno lavorativo, la relazione coniugale e la mancanza di depressione nel partner: mamme che lavorano, sposate e con un partner accanto non depresso hanno maggiori probabilità di andare incontro alla remissione.

Conoscere i fattori di rischio e di protezione della depressione materna può essere sicuramente funzionale ad una maggiore prevenzione e ad un miglior trattamento del disturbo.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SULLA DEPRESSIONE

 

BIBLIOGRAFIA:

Autolesionismo e Adolescenza: “Non Potevo Farci Nulla”

Autolesionismo-e-Adolescenza-“Non-Potevo-Farci-Nulla”. - Immagine: © Eky Chan - Fotolia.comChi utilizza l’autolesionismo sostiene che farsi del male li riporti in contatto con il loro corpo e con la mente, come se fosse un modo per esprimere emozioni indicibili, tenendole però sotto controllo.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SULLA VIOLENZA

“Cominci a prendere a calci la porta. Butti la roba in giro per la stanza, fuori dalla finestra. Non riesci a calmarti. Non sai neppure che cosa ti abbia ridotto in questo stato. Ti pianti le unghie nella pelle del polso. Non senti niente. É come se stessi guardando un film su qualcun altro, non sei tu. Ti togli la camicia, ti guardi allo specchio. Odio, disgusto, frustrazione, rabbia, rimorso. Quasi come in un rituale, senza nemmeno pensare a quel che fai, prendi la lametta… sangue che gocciola. Ci sfreghi su qualcosa di antisettico, lo rifai, fino a quando sei calmo, soddisfatto. Spalmi sangue in giro. É brutto, ma il sangue è reale, è umano, ti fa sentire bene! Al tempo stesso, provi dolore, te lo meriti. Tagliarsi non è un modo per cercare attenzione. Non è una manipolazione. É un meccanismo per affrontare i problemi, punitivo, gradevole, potenzialmente pericoloso, ma efficace. Mi aiuta a sopportare le forti emozioni che non so come gestire. Non ditemi che sono malato, non ditemi di smettere. Non cercate di farmi sentire in colpa, mi accade già. Ascoltatemi, sostenetemi, aiutatemi.”

Dal libro Un urlo rosso sangue di Marilee Strong.

Hikikomori- la ribellione silenziosa?. - Immagine: © lassedesignen - Fotolia.com
Articolo Consigliato: Hikikomori- la ribellione silenziosa?

Chiamato da alcuni autori autolesionismo intenzionale (deliberate self-harm, DSH, Favazza 1996), l’autolesionismo si riferisce a una serie di comportamenti che l’individuo mette in atto intenzionalmente per recare danni o lesioni al proprio corpo o ad alcune parti di esso. Secondo Armando Favazza (Favazza, 1996), che per primo ha identificato tali comportamenti come una sindrome con caratteristiche simili al Disturbo del Controllo degli Impulsi NAS, l’autolesionismo presenta alcune specifiche componenti:  pensieri ricorrenti di danneggiare il proprio corpo, incapacità di resistere agli impulsi di danneggiarlo, da cui deriva la distruzione o la alterazione del tessuto corporeo; crescente senso di tensione prima di mettere in atto condotte autolesionistiche, sensazione di gratificazione e di benessere successiva all’atto.

LEGGI ANCHE GLI ARTICOLI SULL’IMPULSIVITA’

Attualmente in Italia viene segnalato un tasso di incidenza che oscilla intorno al 30% degli adolescenti senza alcuna diagnosi psichiatrica, contro il 60% circa tra i malati psichiatrizzati. Ferirsi con tagli e ustioni sono le più comuni forme di autolesionismo tra i giovanissimi, alcuni degli altri metodi includono l’avvelenamento e l’overdose in età più adulta. L’autolesionismo è stato associato a depressione e ansia, a comportamenti antisociali e, soprattutto, all’uso di alcool (il rischio è raddoppiato), all’uso di cannabis e al fumo (Cerutti & Manca, 2009; Cerutti et al, submitted).

Una delle maggiori difficoltà connesse a questo disturbo è che i comportamenti autolesivi sono spesso sottostimati poiché vengono messi in atto in condizione di segretezza e sono frequentemente accompagnati da sentimenti di vergogna. Coloro che si autoferiscono, infatti, quasi sempre tendono a isolarsi e a nascondere le proprie ferite soprattutto per il timore di essere giudicati.  Ricordo E., 14 anni, che chiusa in bagno con il rasoio in mano si tagliava e guardava il sangue scorrere e cadere sul pavimento e intanto le lacrime le segnavano il viso. Sapeva di avere bisogno di aiuto ma in quella circostanza i suoi unici pensieri erano: “Che cosa penserà la gente di me? Penseranno che sono matta? Che cosa andranno in giro a dire quando lo sapranno? Penseranno che ho qualcosa che non va… Penseranno che lo faccio solo per attirare l’attenzione”.

Le ragioni per cui le persone si feriscono sono molteplici, ma va scardinato lo stereotipo dell’adolescente turbato, emotivamente labile e ribelle che compie gesti estremi come e che quindi può anche autolesionarsi. Questo è, a mio parere, solamente uno stereotipo, uno stigma che serve alle persone a ignorare la malattia mentale, ancora oggi vissuta con grande segreto e forse, come segno di debolezza.

Marsha Linehan. - Immagine: © University of Washington http://faculty.washington.edu/linehan/
Articolo Consigliato: Marsha Linehan e l’approccio dialettico per affrontare i propri demoni

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SUGLI ADOLESCENTI

L’autolesionismo non è un modo per attirare l’attenzione, né un tentativo di suicidio. Prendiamo ancora le parole di chi l’ha vissuto: F. ha 30 anni ora. Nel 1992, quando ha cominciato, non aveva mai sentito parlare di autolesionismo. “Non era la sensazione del dolore stesso, ma la reazione del corpo”, ha detto. “Una sorta di sensazione intorpidita. Quando mi facevo male mi sentivo completamente calma, la mia mente si concentrava sul dolore e la ferita e tutti gli altri pensieri e problemi sconvolgenti abbandonavano la mia mente nel frattempo. C’è un equivoco in base al quale l’autolesionismo sarebbe un tentativo di morire”, dice. “E ‘davvero l’esatto contrario. A volte, quando ho sentito che non volevo più vivere, mi facevo del male e mi sentivo più viva. E’ stato un meccanismo di sopravvivenza”.

Molte persone si fanno del male perché sono invase dalle loro emozioni, come la tristezza o l’ansia o forti stress e recare danno al proprio corpo rappresenta un modo per gestire queste emozioni vissute come intollerabili. Chi utilizza l’autolesionismo in questo modo sostiene che farsi del male li riporta in contatto con il loro corpo e con la mente, come se fosse un modo per esprimere emozioni indicibili, tenendole però sotto controllo. Ci sono poi tutta una serie di altri motivi connessi a patologie psichiatriche che portano una persona a farsi del male (come purificarsi o tentare di espiare una colpa di un trauma subito), che qui non stiamo ad analizzare. Ciò che forse si può generalmente dire è che l’autolesionismo può essere meglio capito come un meccanismo maladattivo di coping che funziona – almeno al momento (Klonsky, 2007; DiLazzero, 2003).

 

 

BIBLIOGRAFIA:

SITCC 2012 – Emozioni in Gravidanza. di Ciccioli, Bagalini, Morelli & Pirocchi

Congresso SITCC 2012 Roma

Emozioni in gravidanza.

Superare lo stereotipo sociale per identificare e prevenire la “tristezza” delle mamme. 

T.Ciccioli, B. Bagalini, K. Morelli & V. Pirocchi .

Studi Cognitivi, Sede di San Benedetto del Tronto

 

 

La gravidanza va intesa come un evento che comporta una significativa modificazione biopsicologica di fronte alla quale è necessario che la donna reagisca con un nuovo aggiustamento interiore, è quindi una fase della vita a rischio per la comparsa della depressione (PPD).  La Depressione post partum va distinta dalla Maternity blues e dalla psicosi puerperale per incidenza, sintomatologia e decorso. Ha un’incidenza del 10% e 15% sulle donne in seguito alla gravidanza. La PPD si articola in una serie di sintomi determinanti una grave limitazione rispetto al funzionamento globale e alla qualità di vita della donna con ricadute importanti sulle dinamiche relazionali tra mamma e bambino (Rossi Monti,1996).

ARTICOLI SU: PSICOPATOLOGIA POST-PARTUM/PERINATALE

Il presente studio ha lo scopo di individuare, a fronte della vasta letteratura sull’argomento, alcuni soggetti potenzialmente a rischio e nel contempo assolvere ad un ruolo di prevenzione attraverso un intervento psicoeducazionale rivolto non solo alla donna, ma anche al partner. L’importanza dell’individuazione consente di poter intervenire attraverso una psicoterapia breve individuale e di coppia, in considerazione anche della limitazione dell’uso di farmaci antidepressivi in gravidanza. 

Il campione (N= 80), diviso in gruppo sperimentale e gruppo di controllo, è formato da donne afferenti al Punto Nascita e ai corsi di preparazione al parto e alla genitorialità, seguite a partire dall’ultimo trimestre di gravidanza.

ARTICOLI SU: GRAVIDANZA E GENITORIALITA’

Ad esse sono stati somministrati dei questionari allo scopo di identificare la presenza di sintomi depressivi e ansiosi ed un questionario volto ad indagare il supporto percepito dalla futura madre nel periodo del preparto.

I dati ottenuti confermano l’ipotesi dalla quale aveva preso avvio il nostro studio e cioè che il ruolo sociale e le relazioni interpersonali sono in relazione sia con la percezione del supporto sociale, che con alti punteggi al BDI e all’EPDS.

I risultati ottenuti inoltre confermano i dati presenti in letteratura che vedono la gravidanza come un processo di riorganizzazione cognitiva (Isola L., Mancini F., 2007) in cui il cambiamento di ruolo (da figlia a madre) e le relazioni interpersonali sono determinanti in uno specifico contesto di vita e a fronte della propria resilienza.

A scopo preventivo, si è pensato di introdurre interventi psicoeducazionali che permettono alla donna, ancor prima che madre, di arginare eventuali problematiche rispetto a tali ambiti.

Attualmente stiamo conducendo uno studio sui retest, che intende monitorare ed indagare più approfonditamente il rischio segnalato nel corso della suddetta ricerca.

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

 

 

Stoner di John Wiliams – Recensione

                                                         

Stoner_di_John_Williams - Copertina
Stoner (2012) di John Williams. Copertina

Così William Stoner, professore universitario di letteratura e figlio di agricoltori risulta, in società, persona piuttosto insignificante e grigia. Lui stesso ha di sè un’ opinione modesta, convinto che nessuno possa provare per lui alcun interesse.

LEGGI TUTTE LE RECENSIONI DI STATE OF MIND

Anche le persone timide provano intense emozioni e profondi affetti, ma l’idea che hanno di sè e del mondo, in qualche misura la loro filosofia di vita, ne inibisce la visibilità.

Segreto desiderio, anzi, è quello di sparire alla vista altrui per non rischiare di sentirsi in alcun modo deludenti, o ridicoli o, se va bene, poco interessanti. 

Così William Stoner, professore universitario di letteratura e figlio di agricoltori risulta, in società, persona piuttosto insignificante e grigia. Lui stesso ha di sè un’ opinione modesta, convinto che nessuno possa provare per lui alcun interesse.

stecchiti. le vite curiose dei cadaveri.
Articolo consigliato: Stecchiti. Le Vite Curiose dei Cadaveri di Mary Roach – Recensione

In realtà, noi che leggiamo il libro, siamo catturati dalla storia di questa apparente insignificanza e partecipiamo ai sentimenti che via via prendono forma.

Il forte innamoramento per Edith, la moglie, di aspetto bello e delicato, in realtà una donna amara, imprevedibile e piuttosto isterica.

LEGGI ANCHE GLI ARTICOLI SULL’AMORE E LE RELAZIONI SENTIMENTALI

Prima l’idealizzazione, la donna angelo arrivata a salvare William, poi la cocente delusione, la rabbia, ma soprattutto lo stupore per la fine rapida del loro legame.

Allora William  si consola per il fallimento del suo matrimonio dedicandosi alla figlia Grace, con cui  instaura un rapporto di profonda fiducia e intimità, almeno fino a quando la moglie/strega non deciderà di allontanarli con la forza.

LEGGI ANCHE ARTICOLI SULLA GENITORIALITA’

Educato all’obbedienza e alla passiva accettazione dei rigori dell’esistenza, automaticamente si sottomette alle violente intrusioni degli altri come se fosse ovvio chinare la testa e tirare avanti.

Si abitua alla disperazione: il fallimento coniugale, le ingiustizie sul lavoro, la perdita di persone care tra cui soprattutto la donna con cui vivrà un’intensa storia d’amore, perfino la malattia che lo colpirà senza chiedere permesso.

Nella sua acquiescenza troviamo tutta l’eredità della famiglia d’origine, agricoltori abituati a sopportare fame, privazioni, dolori; educato a sottomettersi senza neppure mostrare i segni della ribellione, causa una forma di orgoglio che lo porta a mostrarsi inespressivo, spento, quasi superficiale. 

l libro è essenziale, la scrittura precisa e diretta; chi legge piange per William, che invece non piange, si arrabbia al posto suo per i soprusi, spera che si ribelli, prima o poi, ma lui obbedisce, sempre e comunque, con quel distacco tipico di chi non crede di avere alternative.

LEGGI ANCHE GLI ARTICOLI SU: LETTERATURA

E’ un libro sul pudore e sull’obbedienza e su quell’orgoglio triste  che non permette di chiedere aiuto mai a nessuno e apre la strada alla solitudine.

LEGGI TUTTE LE RECENSIONI DI STATE OF MIND

BIBLIOGRAFIA: 

  • Williams, J. (2012), Stoner, Fazi Editore

Dormire meno per Navigare su Internet: Aumento di Problemi Psichici

FLASH NEWS 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Le ore tolte al sonno per navigare in internet sembrano favorire l’insorgenza di patologie psichiche in età adulta.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SU: INSONNIA

Negli ultimi anni le ore di sonno si sono progressivamente ridotte. Ad essere coinvolti sono soprattutto i giovani i quali restano maggiormente incollati ad internet per navigare in rete o per chattare su social network come Facebook.

A conferma di ciò, una ricerca del 2009 di cybersentinel.co.uk aveva messo in luce che gli adolescenti inglesi navigavano sul Web per ben 31 ore, mentre un’analoga indagine dell’European Interactive Advertising Association (2011) ha rivelato che il 57% degli europei va regolarmente online e che l’82% dei giovani dai 16 ai 24 anni utilizza internet da 5 a 7 giorni a settimana.

Insonnia e paranoia. Se non dormo penso male
Articolo Consigliato: Insonnia e paranoia. Se non dormo penso male

Pertanto il dato più allarmante è che le ore tolte al sonno per navigare in internet sembrano favorire l’insorgenza di patologie psichiche in età adulta. Una ricerca dell’Università di Sidney (Australia), diretta dal professor Nicholas Glozier e pubblicata sulla rivista  “Sleep”, ha esaminato salute ed abitudini di 20.000 giovani, tra i 17 ed i 24 anni. L’indagine ha mostrato come i soggetti  che dormivano meno di 5 ore a notte avevano il triplo del rischio, rispetto a coloro che avevano un sonno regolare, di sviluppare problemi psicologici l’anno successivo: ogni ora di riposo persa era legata ad un 14% in più di pericolo per la salute. 

LEGGI ANCHE GLI ARTICOLI SU: PSICOLOGIA DEI NEW MEDIA

Il Dott. Glozier, professore di psichiatria e medicina del sonno al sonno al Sydney’s-Woolcock Institute a al Brain and Mind Research Institute, dichiara che i disturbi del sonno, e in particolar modo l’insonnia, in seguito possono sviluppare patologie come l’ansia e depressione. 

Inoltre se è vero da un lato che molti ragazzi possono soffrire di insonnia come risultato di patologie precedenti, dall’altro ci sono adulti che tendono a soffrire di ansia e di problemi sonno-veglia che possono poi sfociare in patologie bipolari o in depressione grave.

Dormire poco non conduce soltanto a disturbi come la depressione per i giovani, ma potrebbe sfociare anche in problemi alimentari quali l’obesità. 

LEGGI ANCHE GLI ARTICOLI SU: DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

Questa tesi è sostenuta da una ricerca condotta dal Brigham and Women’s Hospital and Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, che ha monitorato 240 ragazzi dai 16 ai 19 anni monitorando per alcuni giorni il loro sonno (mediante actigrafo, uno strumento che misura l’attività motoria) e indagando le loro abitudini alimentari, con particolare attenzione al consumo di snack.

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
Articolo Consigliato: Depressione & Uso di Internet negli Studenti Universitari

Dai risultati emerge che dormendo al di sotto delle otto ore regolari si consumano molti più snack e si ha la tendenza a mangiare ad orari insoliti, privilegiando molto spesso spuntini veloci e poco salutari. Tutto questo potrebbe essere dovuto, secondo la ricercatrice Susan Redline, a un’alterazione del metabolismo conseguente a una variazione nei livelli degli ormoni che regolano l’appetito come la leptina e la grelina, ma anche al semplice fatto che si hanno più opportunità per mangiare.

Tutto ciò porta ad un evidente aumento eccessivo del peso corporeo. Viceversa, per ogni ora in più di sonno, le calorie assunte attraverso gli  snack si riducono mediamente del 21%.

Infine, il Dott. Glozier afferma che  la correzione dell’equilibrio sonno-veglia, dell’insonnia e di altri disturbi può essere effettuata con una cura a base di luce (light therapy), ma anche con ormoni come la melatonina.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SU: INSONNIA – PSICOLOGIA DEI NEW MEDIA

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Congresso SIPNEI: IV giornata studio – La relazione che cura

 

Dalla IV Giornata Studio – Spinei – Sessione Emilia Romagna:

LA RELAZIONE CHE CURA E LE RISPOSTE PSICOENDOCRINOIMMUNOLOGICHE

 

Locandina_La_relazione_che_cura. Congresso Sipnei - Emilia RomagnaLa relazione come strumento di cura è stato il leitmotiv della giornata, i vari contributi ne hanno portato alla luce aspetti e sfaccettature diverse analizzando il processo relazionale da un punto di vista psicologico, fisiologico, sociologico ed antropologico.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SU: ALLEANZA TERAPEUTICA

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SU: CONGRESSI

A Ravenna il 27 ottobre si è tenuta la IV giornata studio della SIPNEI, sezione Emilia Romagna.  Tema della giornata “La relazione che cura e le risposte pscioendocrinoimmunologiche”.

Giornata davvero molto interessante non solo per gli pscicoterapeuti presenti in sala ma per tutte le figure socio sanitarie che si occupano in un qualche modo della cura e della presa in carico del paziente. La relazione come strumento di cura è stato il leitmotiv della giornata, i vari contributi ne hanno portato alla luce aspetti e sfaccettature diverse analizzando il processo relazionale da un punto di vista psicologico, fisiologico, sociologico ed antropologico.

LEGGI ANCHE: Convegno internazionale di Psiconeuroendocrinoimmunologia: Intervista al Prof. Bottaccioli

La giornata si apre con una citazione di Benedetti (2012) “ un individuo che è capace di far terminare il dolore al semplice contatto con altri individui, ha certamente un vantaggio evolutivo, rispetto a coloro che non posseggono tale capacità

Particolarmente interessante per noi psicologi l’intervento del Dott. Franco Baldoni “il paradigma dell’attaccamento nella pratica terapeutica”. In primo luogo ha invitato i presenti a considerare i proprio pazienti non come malati ma come “non adattati”, vedendo il sintomo espresso dal paziente come qualcosa che svolge una funzione difensiva di fronte al pericolo.

Neurobiologia dell’Intersoggettivita’: Neuroni Specchio ed Empatia - SITCC 2012
Articolo Consigliato: Neurobiologia dell’Intersoggettivita’: Neuroni Specchio ed Empatia

LEGGI ANCHE GLI ARTICOLI SU: TEORIA DELL’ATTACCAMENTO

Ritorna il concetto di attaccamento, modelli operativi interni e comportamento di attaccamento (ricerca di vicinanza e protesta per la separazione). Molto interessante il portare la teoria dell’attaccamento nella relazione terapeutica e come gli stili di attaccamento di terapeuta e paziente che si incontrano nella terapia possano modificarne l’efficacia. In particolare un clinico con attaccamento evitante avrà con pazienti con attaccamento A un approccio rigidamente tecnico, ipercognitivo, e le emozioni negative o gli aspetti problematici saranno aree spesso inesplorate.

Un clinico con attaccamento C e un paziente tendenzialmente preoccupato avranno una relazione basata su una forte enfasi emotiva, che però spesso si traduce in un eccesso di aspettativa e in una relazione terapeutica che finisce per essere simmetrica.

Un clinico con attaccamento A e un paziente con attaccamento C o un clinico con attaccamento C e un paziente con attaccamento A avranno una relazione parzialmente positiva ma dove possono essere frequenti le difficoltà di comprensione. Il buon terapeuta dovrebbe un attaccamento B, ancora meglio se un “B guadagnato”.

 Il Dott. Baldoni Chiude il suo intervento con i “consigli” di Bowlby per una buona relazione terapeutica:

  • Il terapeuta deve essere per il paziente una base sicura;
  • Deve aiutare il paziente a riconoscere le modalità attuali di entrare in relazione con l’altro;
  • Deve aiutare a riconoscere le modalità di relazione con il terapeuta e l’influenza che i modelli operativi interni hanno;
  • Deve aiutare a riconoscere come la propria infanzia influenzi il modo di percepire e agire oggi nel mondo;
  • Deve aiutare a riconoscere come le proprie rappresentazioni guidino spesso inconsapevolmente e oggi possano non risultare adeguate.

A seguire l’intervendo del Dott. Bottaccioli che si è concentrato sugli effetti neurobiologici delle relazioni di cura e di autocura. Partendo da una prospettiva storica e sociale di come il concetto di cura abbia cambiato nel tempo la propria forma partendo da Platone “anche il medico impara dal malato” passando per la medicina riduzionistica arrivando ai giorni nostri. Arricchisce il suo contributo portando dati di ricerca che evidenziano come la valutazione dell’evento malattia da parte del paziente cambi notevolmente il modo stesso di viverla. Come la mente sia un potente modulatore dell’evento traumatico, e come la valutazione del dolore possa effettivamente cambiare la percezione dello stimolo doloroso attivando le specifiche aree cerebrali.

La condivisione in psicoterapia. - Immagine: © Lisa F. Young - Fotolia.com
Articolo Consigliato: La condivisione in psicoterapia.

Introduce l’importanza della buona comunicazione di una diagnosi e di una buona comunicazione medico paziente parlando dell’effetto nocebo. Porta i dati di una recente ricerca effettuata su 242 medici di medicina generale di Parma e sui rispettivi pazienti 20961 da cui emerge che vi è una relazione significativa tra l’empatia del terapeuta e il rischio di complicanze metaboliche acute nei pazienti con malattia cronica, tanto maggiore e l’empatia tanto minore sarà il rischio.

Interessante i dati presentati di Groopman “Come pensano i medici” dove viene visto come le euristiche e gli errori cognitivi dei terapeuti possano influenzare il processo di cura. Il paziente può esserci simpatico o antipatico e questo può esporci a possibili bias di sottovalutazione o evitamento; il senso di fallimento del clinico può far rinunciare quando la malattia è difficile; la paura e l’ansia del dover essere sempre competenti può portare ad un troppo veloce etichettamento del sintomo presentato…

Chiude il suo intervento con una citazione di Gabbard la ricerca ha ripetutamente dimostrato che il ruolo della relazione terapeutica è più importante di ogni tecnica specifica nel produrre un out come terapeutico favorevole

 Altri nel corso della giornata gli interventi interessanti sulla presa in carico globale del paziente considerando la malattia come un fenomeno multifattoriale. Molti gli interventi più strettamente “medici” in cui vengono introdotti concetti come carico allostatico, comportamenti alimentari come prevenzione e cura, processi infiammatori. Viene anche trattato il tema dello stress come core patogenetico comune nello sviluppo di malattie croniche quali ipertensione, patologie cardiovascolari, patologie oncologiche e metaboliche. Rimane aperto e sempre in evoluzione il campo della ricerca in questo settore ed è con questa spinta rispetto a temi da approfondire e dati di ricerca da aspettare che lascio Ravenna. Con già in testa la prossima giornata a cui partecipare!

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SU: ALLEANZA TERAPEUTICACONGRESSI

Storie di Terapie #16 – L’impalpabile Marisa con la Sua Noia

Nei casi clinici che seguono, l’arrosto sostanzioso dei vari pazienti è condito con il sugo della fantasia, per rendere non identificabili le persone e la lettura più avvincente. Spesso ho condensato in un solo paziente più persone e, quasi sempre ci sono scappati pezzetti di me stesso.    Leggi l’introduzione 

 

#16 – L’impalpabile Marisa con la Sua Noia

Storie di Terapie #16 – L’impalpabile Marisa. - Immagine: © Subbotina Anna - Fotolia.comDisturbo dipendente di personalità

Disturbo del comportamento alimentare

Non tutti i pazienti suscitano le stesse emozioni e, con l’esperienza, si impara a tener a freno anche emozioni negative con le quali ha ben poco a che vedere il paziente, quanto piuttosto il mondo interno del terapeuta.

Un’emozione che ho imparato a temere più delle altre è il disinteresse. Non la paura, la rabbia, il disgusto o la tristezza ma, più di tutte, è il disinteresse che si ammanta di noia a preavvisare di una terapia mal condotta. Se mi annoio, vuol dire che non sono riuscito ad andare oltre le apparenze; l’esterno degli uomini è spesso ripetitivo, scontato, banale. L’interno invece è sempre stupefacente, sorprendente nella sua grandezza o nella sua miseria. Ormai l’ho capito per cui, quando mi viene da dire tra me “questo non ha niente, cosa viene a fare a farmi perdere tempo”, mi fermo un attimo e penso che sono vittima dell’inganno del brutto anatroccolo, che devo guardare meglio alla sostanza di cui quella persona è fatta e non ai cliché con cui si presenta in società. La noia poi la si sperimenta quando ci si trova in un contesto in cui non si hanno scopi attivi; quando mi sento così,  mi sto valutando impotente di produrre qualsiasi cambiamento ed è prodromo di fallimento terapeutico. 

Marisa ha tutte le caratteristiche apparenti per suscitare il mio disinteresse. Non presenta sintomi clamorosi, ma solo una noia esistenziale, un infrangibile disinteresse per tutto e per tutti, esclusi i suoi due figli di cinque e otto  anni. Non lavora perché non ne ha bisogno, ma anche (se si oltrepassa la buccia) perché si ritiene incapace di qualsiasi attività. 

L'anoressia- Il corpo Invisibile. - Immagine: © deviantART - Fotolia.com
Articolo Consigliato: L’anoressia- Il corpo Invisibile

Viene da una famiglia ricca e persino nobile, estremamente attenta alla forma e all’apparenza, è amatissima dal marito verso il quale non prova nulla e che è stato solo un appoggio per liberarsi della sua famiglia d’origine.

LEGGI ANCHE GLI ARTICOLI SU AMORE E RELAZIONI SENTIMENTALI

Dall’età di quattordici anni ha sviluppato un disturbo alimentare e, tuttora, abbuffa e vomita di nascosto da tutti. E’ normopeso. Circondata da servitori indiani e filippini, non fa nulla tutto il giorno, in  poche parole la si potrebbe definire un parassita dell’umanità, ricca, viziata e annoiata dal benessere. 

La accolgo con interesse solo per l’inviante, simpatico e per l’aspetto fisico. Tutto il resto è noia! L’inviante è suo cugino che è stato, in passato, mio paziente e che ricordo come persona brillante, intelligente e simpatica.  Siccome lui era davvero squinternato, immagino che anche la cugina debba esserlo e, dunque, mi impongo di prestarle attenzione. 

Inoltre, Marisa è una trentottenne alta un metro e ottantacinque di una bellezza scultorea. La immagino come la polena di una nave vichinga per la maestosità imponente del suo corpo e la decisione, solo apparente, con cui si impone. Ogni volta che entra nello studio, sento che devo esercitare autodisciplina per non soffermarmi ad ammirare le parti più esibite di quel corpo che, consapevole del suo effetto, si lascia ammirare. Lo stile non è mai volgare, piuttosto fintamente trascurato. Grandi maglioni contengono a stento un seno elegante, dove fanno bella mostra vivaci e stravaganti collane che tentano, senza bisogno, di richiamarvi l’attenzione. Marisa, che si accorge dell’effetto che fa, quasi a scusarsi, dice immediatamente che il seno è stato rifatto ben tre volte, a motivo di incredibili complicazioni operatorie. Le tuniche dall’aspetto monacale, con le quali nasconde il suo fisico slanciato e robusto da ragazza di buona famiglia che ha fatto sport (equitazione, polo, scherma, golf, tanto per intenderci) sin da piccolissima sono, come una tela di Fontana, squarciate su un lato fino a una dozzina di centimetri dall’inguine. 

Lo sguardo azzurro intenso, che compare e scompare dietro un siparietto oscillante di capelli biondi, racconta però una tristezza abissale. O meglio, qualcosa di peggio, la noia. Marisa non ha apparentemente problemi. Il marito la adora ed ha accettato di non essere ricambiato, chiedendo in cambio solo una notte di amore sfrenato, indotto dalla cocaina, con frequenza circa quindicinale. I figli vanno bene a scuola e promettono bene a golf, polo, equitazione e scherma. Il padre ha tolto il disturbo due anni fa, eliminando problemi di assistenza che un’incipiente demenza poteva far temere. La madre continua a rimproverarla per ogni cosa che fa e le dice che non combinerà mai nulla di buono, ma è un disco rotto a cui non bada più. Le sue giornate si dividono fra visite alle amiche con pettegolezzi incrociati, shopping militante e naufragio dolce, con dosi massicce di cannabis, che le consente di staccare il pensiero.

LEGGI ANCHE GLI ARTICOLI SU DROGHE E ALLUCINOGENI

Quando non è staccato, il pensiero si avvita su due temi. 

Cosa penseranno gli altri di me è la domanda che si pone in presenza ed in assenza degli altri, durante tutto lo stato di veglia. Si badi bene che la questione cruciale non è cosa potrebbe avvenire nella relazione con l’altro, a seconda del giudizio più o meno positivo, ma chi sia effettivamente Marisa. Cerca nel giudizio dell’altro una risposta, che lei non ha, circa chi lei sia, cosa voglia, cosa tema. Il giudizio negativo cui è sin da piccola abituata non la spaventa quanto l’assenza del giudizio stesso, il  terrore è che lo specchio non rifletta nulla e venga certificata la sua inesistenza. 

LEGGI ANCHE ARTICOLI SU: RAPPORTI INTERPERSONALI

E qui si verifica il paradosso della bellezza: è evidente che si accorga di essere notata e oggetto di apprezzamenti positivi, indubbiamente ne è contenta, ma ciò non cambia niente, non le dà alcuna consistenza identitaria, non è lei ad essere notata ma il suo corpo. Anche quando l’interesse è rivolto ad altri aspetti di lei, scatta implacabile la maledizione della bellezza, “si interessano a me solo per il mio fisico e non si accorgono neppure che esisto”, un modo per non riconoscersi nessun valore che non sia quello estetico. 

L’altro pensiero costante è quello del cibo. Vive sotto la tirannia delle calorie, resiste a qualsiasi introduzione calorica e si impegna in defatiganti attività ginniche per eliminarle. La sua ha il connotato di una sfida mistica, una lotta contro il demonio e le sue tentazioni. Si esalta nella prospettiva della vittoria, ma basta un piccolo cedimento che tutta la linea di difesa crolla: i primi sono i dolci, la cioccolata e i crackers. Senza mezze misure, che tanto tutto è perduto, fa incursioni nella dispensa e stermina merendine dei figli e pacchi formato famiglia di biscotti. Quando la dispensa è svuotata, attacca nel frigo formaggi, salumi, maionese e ketchup. A questo punto, in uno stato confusionale che è quasi una trance,  prova un gonfiore opprimente allo stomaco che le ostacola il respiro. Solo raramente ha violato la porta del freezer e si è ritrovata seduta per terra, in cucina, a succhiare i bastoncini di merluzzo per ammorbidirli, prima di riuscire a spezzarli e ingoiarli in grossi pezzi. Fino circa ad un anno fa,  l’episodio si concludeva con Marisa avvolta in un plaid sul divano, tracimante di cibo e di sensi di colpa e con un po’ di preoccupazione all’idea di poter morire soffocata. 

Poi, in un giorno di particolari eccessi,  le avvenne di vomitare una slavina rosa sul tappeto della nonna. Fu terribile, perché rese impegnativo l’occultamento della sua abitudine di abbuffare. Da allora, per evitare il ripetersi dell’incidente, iniziò ad andare in bagno e scoprì che bastava inginocchiarsi di fronte alla tazza del cesso e immaginarsi due o tre cose, che aveva scoperto essere dei formidabili trigger, per vomitare tutto senza difficoltà e senza tracce, tranne un odore di acido che, sempre di più, stava impregnando il suo bagno. Naturalmente Marisa è perennemente a dieta e nessuno sospetta il problema, essendo il suo fisico ineccepibile. Immagina che nessuno potrebbe capirla e prova vergogna per quanto le capita. 

In verità, il fatto che nessuno si avveda di quanto le accada, è una sicurezza nel presente ma un dolore lontano.

 Seconda di tre figli, in mezzo a due fratelli geniali e di grande successo, è sempre stata trasparente agli occhi dei genitori. Ricorda che a nove anni andava a scuola con l’abbigliamento e il trucco che sarebbero stati eccessivi e volgari per una prostituta, senza che nessuno le dicesse nulla. Portava a casa numerosa refurtiva, sottratta ai compagni, con lo stesso risultato. Queste disattenzioni genitoriali le sono particolarmente evidenti e motivo di rabbia, ora che è lei ad essere nel ruolo di mamma. Racconta che già a quindici anni aveva l’aspetto fisico attuale e non stento ad immaginare l’effetto che poteva fare a compagni e professori. 

LEGGI ANCHE ARTICOLI SULL’ATTACCAMENTO

Pur non studiando quasi nulla riuscì ad essere sempre promossa, in parte  per il cognome altisonante che portava e che i genitori facevano valere, al momento buono, in parte per le ripetizioni che alcuni professori si offrivano di darle gratuitamente. Faceva ripetizioni, infatti,  sempre dopo la disastrosa pagella del primo trimestre, con tutte le materie più importanti: il  Marucci, terrore dell’italiano e del latino, la riceveva due ore a settimana, il Grigno, settantenne scienziato matematico, con aspirazioni da Nobel e gobba da Quasimodo,  le dedicava un’ora al bisogno prima dei compiti in classe, il professore di scienze Gangemi,  trentottenne siciliano in trasferta a Roma senza la famiglia al seguito,  si recava addirittura a casa sua. 

Storie di terapia #12: La gelosia della bella Caterina. Immagine - © Antonio Gravante - Fotolia.com
Articolo Consigliato: Storie di Terapia #12: La gelosia della bella Caterina.

I genitori non si chiesero mai perché i professori si prestassero a lavorare così assiduamente ed entusiasticamente gratis per una giovane sfaticata, indisponente e nient’affatto brillante; in verità le ripetizioni non erano affatto gratis, ma retribuite fantasiosamente senza il ricorso al denaro. Marisa ne ricavò la convinzione di poter ottenere tutto senza impegno e solo imparando a capire al volo e soddisfare i desideri degli altri. Ancora si chiede come i genitori non si interrogassero sul perché ogni anno la prima pagella fosse disastrosa, facendo scattare il bisogno delle ripetizioni, che poi conducevano ad una conclusione dell’anno brillante. Poi l’anno successivo tutto ricominciava da capo, come se a nulla fossero valse le ripetizioni. I professori erano particolarmente severi nel primo trimestre, per rendere necessarie le ripetizioni, a fine anno, invece, dovevano essere particolarmente generosi per compensare le insufficienze che comunque Marisa accumulava nelle materie a gestione femminile. Perdere per strada una tale studentessa sarebbe stato un vero peccato  per il Marucci, il Grigno e il Gangemi. 

Negli ultimi tre anni del liceo abortì clandestinamente due volte, senza dir nulla neppure ad Eugenio, che era il suo ragazzo di allora, una specie di bullo malavitoso che l’aveva scelta solo perché il capo deve avere la donna più bella come simbolo del suo potere. La invidiava e  la umiliava per il suo stato sociale e non era raro tornasse a casa con vistosi ematomi sul volto e la famiglia scherzava sulla sua proverbiale disattenzione per gli spigoli. 

Durante questo periodo Marisa sviluppò sia una notevole maestria nelle faccende di sesso, che le conferì prestigio nella comunità scolastica maschile e invidia malevola in quella femminile, sia una sorta di distaccata anestesia sessuale. Le rutilanti prestazioni da tigre del sesso andavano di pari passo ad un godimento tenue e spaventato, come un micetto inseguito da un mastino infuriato e bavoso. Tuttora, nelle defatiganti nottate in cui con l’ausilio della cocaina si paga con interessi da usura il debito coniugale, Marisa è una sorta di attrice non protagonista che assiste dal di fuori,  spinta dalla droga in una smania febbricitante alle esaltate evoluzioni del marito.

Il momento che più si connota di piacere è dopo le abbuffate: con lo stomaco in tensione, il cervello annebbiato dalla cannabis, il tepore della coperta in cui si avvolge, stringe forte il cuscino di velluto tra le cosce e dopo un po’ avverte pulsare in basso, al ritmo cardiaco, un gocciolante rapido godimento. 

Quando l’attuale marito ha bussato alla porta per chiederla per fidanzata e poi sposa, i genitori sono stati ben contenti di sistemare questa figlia senza qualità e senza speranze, che rappresentava solo un costo. Si aggiunga che Riccardo, assolutamente privo di qualsiasi tratto nobiliare e di raffinatezza, aveva però un’ottima attività ed un traboccante conto in banca e Marisa avrebbe avuto un futuro assicurato, nonostante la sua scontata  incapacità. Sapeva di non amare quell’uomo, ma iniziava anche a chiedersi se, semplicemente, non fosse proprio incapace di amare. Almeno era ricco e completamente al servizio della sua bellezza, che immaginava non sarebbe durata per sempre, meglio realizzare subito il dono di madre natura prima che si deteriori. 

Per sette anni si era rifiutata di fare figli, convinta di essere incapace a crescerli. Per tutto questo periodo aveva pensato seriamente al suicidio come ad una liberazione dalla noia. Non aveva mai progettato il gesto coscientemente, ma aveva preso sistematicamente ad utilizzare il phon immersa nella vasca, oppure a guidare sotto l’effetto di forti dosi di cannabis. 

Da quando è diventata madre ha accantonato l’idea, pur continuando ad augurarsi una morte improvvisa per cause naturali. 

 I figli sono stati voluti da Riccardo che ha deciso per entrambi e di questo lei lo ringrazia. Dopo i due allattamenti si è fatta ritoccare il seno.

Il principe dei chirurghi plastici le ha messo una protesi esplosa, in seguito, sotto la pressione della cintura di sicurezza. Sono seguite altre tre operazioni tutte incredibilmente con complicazioni, alla fine è residuata una orribile cicatrice che vorrebbe a tutti i costi mostrarmi. 

Con il principe dei chirurghi ha avuto una relazione iniziata un anno prima del nostro incontro e che è motivo di sofferenza: i due si scambiano messaggini di contenuto erotico, con lo scopo dichiarato dell’incentivo alla solitaria contemporanea masturbazione. Entrambi non sembrano interessati ad una traduzione  pratica delle fantasie, il  piano fantastico  preserva dai guai coniugali e soprattutto dalle delusioni.

Quando il principe non si fa vivo per parecchio tempo, lei sprofonda in quello stato di perdita dell’identità che conduce alle abbuffate. Lo stesso non avviene se è lei a interrompere i contatti; non  le serve averlo, non sa che farsene, le serve pensare che lui la voglia, la desideri, la pensi, uno  come lui che ha visto nude le donne più belle del mondo. 

Marisa sembra non avere desideri, né  interessi di alcun genere. 

Una sola volta ha tentato di lavorare come contabile nell’impresa del marito ma non capiva quello che doveva fare, anche perché non glielo avevano spiegato, certi che non ne sarebbe stata in grado. Tutto ciò la fa sentire sempre inferiore agli altri. 

Il circolo vizioso in cui è infilata è di questo tipo: siccome non so fare niente, non mi cimento in nessuna attività per evitare fallimenti. Non facendo nulla, non scopro se certe attività siano piacevoli, nè se siano alla mia portata. Non avere interessi e competenza è una ulteriore prova della mia incapacità. 

Insomma,  non è la mancanza di interessi e, dunque, di esperienze a generare il senso di inefficacia, ma esattamente il contrario, è l’inefficacia a generare la paralisi operativa. 

Andiamo a frugare nel suo lontano passato per scoprire se, prima dell’istaurarsi di questo sentimento di inefficacia, ci fossero state delle tendenze, passioni o talenti. In verità, seguo un’intuizione avuta dal primo incontro: Marisa sembra una natura artistica costretta a vivere un’esistenza non sua, una poderosa quercia mutilata e costretta a diventare un bonsai. Riemerge dalla prima infanzia una passione per il disegno e il piacere di giocare con il pongo e la plastilina. Questa sua passione fu considerata una perdita di tempo e, perciò,  la ragazza fu avviata allo sport ed allo studio della musica che, insieme alla danza, più si confaceva al suo status sociale. Nel ritornare ai primi anni della sua vita, anche attraverso foto di famiglia  utilizzate per ricostruire il genogramma, ci avvediamo dei volti tristi che i genitori mostrano sempre. E’ in questa occasione che Marisa rammenta tre gravi eventi luttuosi che hanno marcato la sua infanzia e io ne immagino immediatamente la connessione con il suo senso di indegnità e la colpa del sopravvissuto che le impedisce di godersi la vita, anche se Marisa non vede alcun nesso con la sua situazione di cronica insoddisfazione.

Superare la colpa di due terapeuti italiani: Davide Lopez e Francesco Mancini - Immagine: © Andrea Danti - Fotolia.com
Articolo consigliato: Superare la colpa di due terapeuti italiani: Davide Lopez e Francesco Mancini

Il primo evento ha preceduto di qualche anno la sua nascita: un fratellino,  Vittorio, di tre anni,  fu ritrovato morto nel lettino la mattina del primo dell’anno. I genitori provarono un dolore straziante, aggravato dal senso di colpa per il fatto di aver bevuto troppo la sera di Capodanno;  immaginarono di non aver sentito i richiami del figlio agonizzante e di averlo lasciato morire da solo. Secondo Marisa la madre non si è più ripresa da questo lutto e, ancora oggi,  odia tutti i viventi per il solo fatto di essere tali.

 Il secondo evento è contemporaneo alla nascita di Marisa. La gravidanza, iniziata due anni e tre mesi dopo la morte di Vittorio, si presenta gemellare e tutto procede bene fino al sesto mese. Poi, lo sviluppo dei due feti diventa asimmetrico e, al momento della nascita la femmina, Marisa, è vivace e ben sviluppata, il maschietto nasce morto. Il ginecologo spiega che la bambina ha prevalso e battuto il fratello nella competizione per le risorse e per la vita. Per questo, Marisa si porta per cinque anni il soprannome de “la cannibala” : diviene una sorta di aneddoto familiare che lei abbia sempre fame e divori tutto ciò che ha intorno. 

Infine la morte del nonno. Quando Marisa compie sette anni, viene iscritta ad un corso pomeridiano di fisarmonica cui l’accompagna nonno Gino, sessantatreenne appena andato in pensione,  perché la custodia con dentro lo strumento è pesante. Nell’attraversare viale Manzoni, la bambina sfugge al nonno e si mette a correre, lui  avverte il pericolo del tram che sopraggiunge e balza in avanti, ce la fa a spingere Marisa oltre le rotaie e anche lui sembra in salvo ma il  tram ha montati sui fianchi dei portabandiera per il giorno successivo, ventuno aprile, Natale di Roma. Il supporto aggancia la cinghia della custodia della fisarmonica e trascina Gino per una dozzina di metri sotto le ruote. Quando il tranviere, disperato, riesce a fermare il mezzo Marisa, sdraiata sul nonno morente, è intrisa di sangue ma illesa. Il sacrificio del nonno non è stato inutile. E’ morto per lei. 

Nessuno l’ha mai apertamente rimproverata dell’accaduto, solamente anni dopo alcune critiche hanno iniziato a manifestarsi, sul suo modo di fare “troppo impulsivo”, sul suo “gettarsi in ogni situazione senza riflettere”. Marisa ha iniziato a pensare che doveva essere più calma, più prudente, ricorda che immaginava  che, se restava immobile dentro il letto, non avrebbe fatto danni.

Così passava moltissimi pomeriggi dopo il ritorno da scuola, con il solo conforto del cuscino stretto tra le gambe. Ora che li ricorda, quei pomeriggi assomigliano moltissimo ai suoi ritiri odierni sul divano e sotto il plaid, con le canne dopo le abbuffate.  

LEGGI ANCHE: Storie di Terapie #4 – Marco nelle Canne 

Lavorammo su questo tema di indegnità e colpa, che le aveva impedito di vivere una vita, la sua, che era costata tre vittime innocenti. Il proprio godimento era sentito come una offesa a quei morti, cui ogni piacere era precluso per sempre. Provammo a ristrutturare diversamente il modo di vedere la cosa: se lei viveva una vita bella, il loro sacrificio acquistava un senso e non era stato inutile,  lei aveva il dovere di vivere anche per loro.

Fece un sogno in cui  era incinta e cercava di raggiungere di notte, a piedi, l’ospedale ma si perdeva su degli oscuri sentieri di montagna. Stremata, credendo di non farcela, si sdraiava per terra. Un cerbiatto luminescente balzava fuori dalla sua vagina e le indicava la strada. Proseguiva ancora il cammino, ma le forze le mancavano di nuovo: accasciata per terra, partoriva di nuovo un essere informe che restava per terra al suo fianco. Per rianimarlo iniziava a plasmarlo e ne faceva una specie di piccolo bronzo di Riace, ma con un morso lo evirava perché voleva finalmente una femmina. 

Genericamente e con poca convinzione da parte mia, convenimmo che il sogno significava che era giunto per lei il momento di vivere e fare ciò che davvero voleva, che da lei sarebbero uscite cose belle e luminose.  Si trattava di un generico incoraggiamento a darsi da fare e prendere in mano la propria vita, che non era finita con quelle tre morti prima ancora di cominciare.  

Non so dunque a cosa attribuire quello che accadde nei successivi sei mesi. Marisa interruppe la relazione virtuale con il principe dei chirurghi e ne iniziò una, molto più concreta e soddisfacente, con il padre di un compagno di scuola del figlio maggiore, che conobbe al consiglio di classe dove si era candidata come rappresentante. Con questo amante sperimentò i suoi primi orgasmi senza cocaina e senza cuscino. 

Psicoterapia cognitiva: le dipendenze patologiche e il lato oscuro del desiderio. - Immagine: © Andrea Danti - Fotolia.com
Articolo consigliato: Psicoterapia cognitiva: le dipendenze patologiche e il lato oscuro del desiderio

Frequentò un corso di arte orafa ed iniziò a fabbricare gioielli bizzarri, ma molto apprezzati, con materiali poveri. 

Iniziò a rifiutarsi ai cocaina party di Riccardo, che rimase molto sconcertato e attribuì il cambiamento al pessimo influsso della psicoterapia. 

La bulimia sembrò spostarsi dal cibo ai corsi ed alle attività, temetti persino un viraggio maniacale. Fece un corso di ikebana, un corso di teatro sperimentale e uno di sommelier e diventò volontaria di diverse associazioni.

Un piccolo sintomo era rimasto: alla sera,  quando riepilogava dentro di sé tutte le attività della giornata, doveva concludere l’elenco ripetendo trentatre volte, senza errori pena la ripetizione la formula,  “per la salute di Ginorio”, che capimmo essere la forma contratta di per Gino e per Vittorio. Nonostante la persistenza di Ginorio, quando ci rendemmo conto che aveva difficoltà a trovare un’ora per la psicoterapia tra tutti i suoi vari impegni, decidemmo di concludere. 

Tre anni dopo mi telefonò per dirmi che avrebbe gradito la mia partecipazione al suo nuovo matrimonio.  

Amore per Se Stessi e Amore per gli Altri: Quale Predomina?

FLASH NEWS 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Amore per se stessi e amore per gli altri: quale è più importante per gli uomini? Solitamente si preferisce proteggere se stessi o salvaguardare le persone care, come un figlio, il partner o il migliore amico? 

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SU: AMORE E RELAZIONI SENTIMENTALI 

La filosofia e le scienze del comportamento sociale hanno cercato di fornire una risposta a questi quesiti, dai tempi di Aristotele, filosofo che ha coniato i termini di “self-love” e “other love”. La ricerca psicologica, in seguito, ha evidenziato che le decisioni prese a proprio vantaggio o a beneficio degli altri possono essere espresse ad un livello implicito ed ad uno esplicito: nel primo caso, le decisioni sono automatiche, spontanee ed impulsive; nel secondo caso, invece, appaiono coscienti, riflessive e ragionevoli. 

Tra moglie e marito... modi diversi di dimostrarsi amore. - Immagine: © Sergej Khackimullin - Fotolia.com
Articolo Consigliato: Tra moglie e marito… modi diversi di dimostrarsi amore

Partendo da questo presupposto, Gebauer, Goritz, Hofmann e Sedikides hanno proposto un “Modello Dissociativo della Preferenza” e hanno ipotizzato che le preferenze per se stessi o per gli altri possano essere differenti se espresse ad un livello implicito o esplicito: si presume che ad un livello esplicito si agisca soprattutto a vantaggio degli altri e questo atteggiamento risulterebbe adattivo da un punto di vista evolutivo, in quanto si dimostra agli altri di prendersi cura delle persone care, mentre ad un livello implicito prevarrebbero azioni a vantaggio personale e anche questo atteggiamento risulterebbe adattivo, in quanto favorirebbe l’auto-protezione nelle situazioni quotidiane, soprattutto in quelle in cui si è in pericolo ed è necessario proteggere la propria vita. 

LEGGI ANCHE GLI ARTICOLI SU: RAPPORTI INTERPERSONALI

Per validare questo modello, gli autori hanno condotto uno studio su un campione di 1519 volontari tedeschi di differente età, occupazione e situazione familiare. Inizialmente, i partecipanti hanno fornito il nome della persona, per la quale provano sentimenti molto positivi. In questa prima fase, solo 42 soggetti hanno risposto facendo riferimento a se stessi e sono stati esclusi dallo studio. Successivamente, ai partecipanti è stato chiesto di rispondere a delle domande per valutare a livello implicito ed esplicito le preferenze per se stessi o per gli altri.

 I risultati hanno validato il modello? Ebbene sì, i risultati sono in linea con le due ipotesi iniziali: i partecipanti, a livello esplicito, preferiscono favorire gli altri rispetto a se stessi, mentre implicitamente tendono a proteggere e favorire i propri interessi. Inoltre, le preferenze esplicite sono risultate più consistenti rispetto a quelle implicite, probabilmente per la diversa natura delle misure implicite ed esplicite. 

A questo punto potremmo chiederci: ci sono differenze rispetto alle preferenze esplicite ed implicite a seconda dell’età e del genere? E il proprio figlio, il partner e il migliore amico sono favoriti in egual misura o emergono delle differenze rispetto al ruolo che rivestono nella propria vita? La risposta alla prima domanda è negativa. Tutti gli individui, indipendentemente dall’età e dal genere, sembrerebbero agire nello stesso modo, preferendo se stessi a livello implicito e gli altri a livello esplicito.

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
Articolo Consigliato: Desiderio, Amore e Dipendenza: avviene nel cervello

Rispetto alla seconda domanda, invece, dallo studio è emerso che si cerca di proteggere e soddisfare maggiormente le preferenze del proprio figlio, rispetto a quelle del partner e del migliore amico. Da un punto di vista evolutivo, possiamo confermare che il desiderio di soddisfare i bisogni ed interessi personali diminuisce quando emergono quelli del proprio figlio, con il quale è presente anche un legame genetico, a differenza di quanto accade con il partner o col migliore amico. 

LEGGI ANCHE GLI ARTICOLI SU: GRAVIDANZA E GENITORIALITA’

Ma quali sono i meccanismi che determinano questi comportamenti e in che misura il grado di familiarità con l’altro può essere decisivo? A voi le ipotesi per una futura ricerca.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SU: AMORE E RELAZIONI SENTIMENTALI 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

cancel