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Creatività Musicale & Psicopatologia: Quei geni skizzati del Bebop

Il rapporto tra creatività musicale (ma anche creatività artistica in genere) e psicopatologia è dibattuto da anni.

Di Gaspare Palmieri

Pubblicato il 04 Set. 2012

Aggiornato il 01 Dic. 2014 09:25

 

Duemila enigmi nel jazz ah, non si capisce il motivo
nel tempo fatto di attimi e settimane enigmistiche

Sotto le stelle del Jazz, Paolo Conte, 1984

 

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Creatività Musicale & Psicopatologia: Quei geni skizzati del Bebop - Immagine: Licenza Creative Commons, Autore: Tom Palumbo
Miles Davis (1926-1991): uno dei massimi esponenti della scena jazz per oltre mezzo secolo. Immagine: Tom Palumbo

Il rapporto tra creatività musicale (ma anche creatività artistica in genere) e psicopatologia è dibattuto da anni. Diversi autori hanno evidenziato una chiara relazione tra creatività e disturbi affettivi (Andreason 1987; Jamison, 1993) e tratti di personalità patologici (Post, 1994).

Le conclusioni di queste ricerche mettono in evidenza come le persone che lavorano in ambito artistico presenterebbero un maggior numero di problematiche psichiatriche e per periodi più prolungati rispetto a coloro che svolgono altre professioni.

E’ stata persino ipotizzata una base genetica comune per la creatività e la psicopatologia, con esclusione delle psicosi (Eysenk, 1995). La relazione ad esempio tra creatività e disturbi affettivi, disturbo bipolare in particolare, è stato evidenziato ripetutamente dalla letteratura (Jamison, 1993). Si è ipotizzato che la psicopatologia possa contribuire al processo catartico o che indirizzi in qualche modo la fase creativa, la quale però solitamente si concretizza quando l’individuo sta sufficientemente bene.

La principale difficoltà nel condurre questi tipi di studi consiste innanzitutto nel reperimento delle informazioni sulla sintomatologia psicopatologica, che vengono desunte dalle biografie ufficiali degli artisti. Una biografia redatta da un giornalista non ha certo la validità di un questionario somministrato da un ricercatore o dall’anamnesi raccolta da un clinico, anche perché i libri vengono scritti per essere venduti e amplificare un po’ le condotte tipiche della vita bohemien, che in psichiatria possono essere considerati “sintomi” (abuso di alcol e sostanze, promiscuità sessuale, acting out da rockstar…) aumenta l’interesse del pubblico per il personaggio.

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Volendo giocare un po’ con la psicoanalisi, si può ipotizzare addirittura che il pubblico medio borghese proietti e identifichi le proprie parti di sé trasgressive e inaccettabili sull’artista e sulla sua arte, che viene quindi sacrificato sull’altare della buona società, in una sorte di circolo vizioso distruttivo ed autodistruttivo.

La musica jazz è considerata a ragione come una delle espressioni musicali più importanti e rappresentative del ventesimo secolo.

Autorevoli studiosi si sono concentrati sull’analisi degli aspetti psicopatologici dei protagonisti del periodo più importante del jazz moderno, la cosiddetta era del Bebop, che va dal dopoguerra agli anni sessanta. Il periodo successivo è stato caratterizzato da un ulteriore evoluzione della musica verso quello che è stato definito Free Jazz, ma nell’immaginario collettivo il jazz classico è identificato con il Bebop.

Wills (2003) ha analizzato le biografie di 40 jazzisti, veri innovatori del proprio strumento (tra questi tromba, trombone, sax, piano, chitarra, batteria e vibrafono) e dalle rivoluzionarie capacità compositive e di improvvisazione, per la maggior parte di origine afro-americana (65%), cercando di trasformare i dati biografici in ipotesi diagnostiche in base ai criteri del DSM-IV (APA, 1994). L’autore evidenzia come circa il 30% del campione abbia sofferto di disturbi dell’umore, il 30% di alcolismo, ben il 52% di dipendenza da eroina e il 7,5% di disturbi psicotici, tutte percentuali molto più alte rispetto alla popolazione generale.

Ad esempio per il pianista Bud Powell, è stata ipotizzata la diagnosi spesso dibattuta di disturbo schizoaffettivo, probabilmente favorito dalle percosse di un poliziotto all’età di 21 anni, causa anche di crisi epilettiche. Il disturbo ha determinato diversi ricoveri in ambito psichiatrico per presenza di aspetti paranoici, accelerazione del pensiero fino alla “fuga delle idee” e probabili allucinazioni uditive (veniva spesso visto a ridere da solo).

Il contrabbassista Charles Mingus soffriva di un disturbo ciclotimico, che ha pure necessitato l’ospedalizzazione, caratterizzato da ipomaniacalità, irascibilità, grandiosità e aspetti paranoidi. Il trombettista Miles Davis, che a differenza di molti altri riuscì a sopravvivere agli eccessi giovanili coronando una lunga carriera di successi, fu colpito da una forma di depressione reattiva alla dolorosissima anemia falciforme di cui soffriva.

Rispetto agli aspetti di personalità Wills si è concentrato sul cosiddetto sensation seeking (Zuckerman, 1994), cioè la tendenza a cercare nuove, variegate e intense sensazioni ed esperienze a costo di mettere in atto condotte rischiose. E’ stato notato come questo tipo di atteggiamento caratterizzi i disturbi di personalità del Cluster B (tipo drammatico) e che sia legato anche alla creatività, nella forma del cosiddetto pensiero divergente, un modo di processare l’esperienza cognitiva meno basato sulla logica, ma più sulle libere associazioni, sulle connessioni improbabili, sul brainstorming e sullo stream of consciousness (McCrae, 1987). E’ molto probabile che questa attitudine sia fortemente funzionale all’improvvisazione che troviamo nel jazz, e che lo distingue da altre tipologie di musica.

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Circa il 12% dei soggetti inclusi nel campione mostravano queste caratteristiche in particolare sotto forma di disinibizione comportamentale (uno dei fattori del sensation seeking) rispetto alle sostanze e al sesso.

Il saxofonista Charlie Parker, morto di polmonite a 34 anni, eccedeva di regola con il cibo, l’eroina, l’alcol (la leggenda narra che riuscisse a bere sedici whisky doppi in due ore…non male) e le donne. Il trombettista Chet Baker era invece appassionato di speedball (mix di eroina e cocaina) Non furono da meno i sassofonisti Art Pepper e Stan Getz.

Nell’analizzare questi dati è d’obbligo considerare il periodo storico e il contesto in cui questi musicisti sono vissuti: l’America del McCartismo e della segregazione razziale, in cui artisti di colore tentavano di proporre una musica spesso clandestina e contraria all’establishment. Questo ha sicuramente influito sullo stile di vita sregolato rappresentando un fattore di rischio in grado di condizionare la salute mentale.

I jazzisti in quell’epoca erano costantemente in tour, spesso sottopagati, lavorando prevalentemente nelle ore notturne in locali dove l’alcol scorreva generoso. Per quanto riguarda il massiccio abuso di eroina caratteristico del dopoguerra, è opportuno considerare l’ignoranza che c’era in quegli anni rispetto alle possibili conseguenze negative della sostanza sull’organismo. Prova di ciò è che le generazioni successive di jazzisti non hanno avuto questa abitudine in modo così massiccio.

Non possiamo però trascurare il fattore di predisposizione individuale al sensation-seeking a cui ho accennato in precedenza, al di là delle influenze ambientali. Si potrebbe speculare che persone creative e dotate di questo aspetto della personalità vengano attratte in modo naturale dal mondo della musica o dell’arte. Questo è risultato ancora più evidente in seguito, analizzando le biografie di tanti musicisti rock, finiti male per i propri eccessi. Ma anche in precedenza, come nella Parigi di fine secolo, era nota la dedizione all’oppio di Picasso e all’alcol di Modiglioni e Toulouse-Lautrec, solo per citare qualche esempio.

Questi studi dimostrano come gli artisti possano soffrire di disturbi psichiatrici anche gravi con percentuali superiori alla media e nonostante questo produrre opere eccezionali.

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Molti restano spiazzati da questi risultati in quanto gli stessi disturbi possono avere effetti molto distruttivi su altre funzioni mentali. Ciò che chi tenta di curare dovrebbe ricordare sempre è che l’individuo non viene completamente annullato dal disturbo mentale e che soprattutto non può essere rappresentato completamente da una diagnosi, soprattutto del DSM-IV, V, VI, etc…

 

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