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La Settimana della Salute Mentale a Modena

Cristina Ferrari, Centro di Psicologia Clinica USL di Modena

La Settimana della Salute Mentale a Modena

“Matto sarà, chi non capisce la pazzia

 

La settimana della salute mentale a Modena - 2012 Spesso, come tirocinante in Psicologia, mi ritrovo a rispondere a domande come “Ma sei proprio sicura di voler lavorare con i matti? Non hai paura di diventare matta anche te?“, “Ti andrà bene il lavoro di questi tempi con tutti i matti che ci sono in giro!“. E nella mia testa la risposta è sempre la stessa “Ma sapete cosa significa essere psicologo?“. In effetti spesso la gente non sa di cosa si occupa realmente lo psicologo, o meglio, non sa CHI si rivolge allo psicologo.

La tendenza comune è quella di basarsi sulla distinzione netta tra salute e malattia, tra sano e malato, senza valutare tutte le possibili sfumature che ci possono essere in mezzo, soprattutto per quanto riguarda il campo della salute mentale. Quindi sono i “matti-malati” ad andare dallo psicologo, non la gente “normale-sana”.

State of MInd - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
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Non ci si rende conto che tutti possiamo inciampare nel corso della vita di fronte a situazioni che possono portarci a quella che chiamiamo “sofferenza psicologica“. Queste situazioni possono essere rappresentate da lutti, frustrazioni, situazioni difficili e stressanti, che putroppo capita a molti di dover affrontare e che ci portano ad essere più fragili e vulnerabili.

Non pensate che forse anche le persone che affrontano queste situazioni potrebbero rivolgersi ai servizi di Psicologia?! E che probabilmente queste persone non sono per forza da etichettare come “matte”?!

Forse è giunto il momento di andare oltre il solito pregiudizio del matto che va dallo psicologo. Anche perché è proprio questo pregiudizio verso i “matti” che spesso blocca la possibilità di crescita di questi, con il rischio di maggior segregazione dalla società.

Ma chi l’ha detto che uno psicotico, un depresso o un autistico non possono essere d’aiuto per un miglioramento della società? Non è certo “mettendoli in angolo” che si migliora la loro situazione e si risolve il problema.

L’obiettivo che ci si propone con la seconda edizione della Settimana della Salute Mentale a Modena è proprio quello di “avvicinarsi al pubblico con iniziative che puntano al superamento dei grandi pregiudizi che spesso portano all’esclusione o alla marginalizzazione delle persone affette da disturbi” come ci ricorda Fabrizio Starace, il direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Ausl di Modena.

Mese del Benessere Psicologico - 2012
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La Settimana inizierà venerdì 19 presso l’auditorium “Marco Biagi” di Modena con un introduzione ai lavori, e fino a venerdì 26 si continuerà con dibattiti e conferenze, per addetti ai lavori e non, su temi che spaziano dalla genitorialità all’esperienza traumatica del terremoto, dagli OPG ai gruppi di Auto Mutuo Aiuto, ecc. La settimana comprende inoltre eventi artistici e culturali come mostre, concerti, spettacoli teatrali, film che ci faranno vedere da prospettive diverse cosa significa salute mentale.

 

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La salute mentale non sarà solo “roba da matti”

 

La terapia con EMDR

Giada Piraccini

 

La terapia con EMDR. - Immagine: © Marianne Mayer - Fotolia.com

L’EMDR permette al cervello di rielaborare in senso positivo il pensiero relativo al ricordo, quindi modifica l’idea di sé e del proprio valore; contemporaneamente diminuiscono le sensazioni corporee spiacevoli o dolorose e si attenuano le emozioni negative, fino alla scomparsa totale dei sintomi.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SULL’EMDR

EMDR è un trattamento psicoterapeutico originariamente nato per desensibilizzare efficacemente i sintomi disturbanti legati ai ricordi traumatici. Nell’Eye Movement Desensitization and Reprocessing grazie ai movimenti oculari si riducono gli effetti dei sintomi (desensibilizzazione) e si riattiva il fisiologico processo di elaborazione delle informazioni (riprocessamento).

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L’efficacia del trattamento EMDR nella cura di diversi disturbi psicologici è evidence-based, scientificamente comprovata da numerosi studi scientifici* che ne descrivono anche i correlati neurobiologici e neurochimici (si veda la nota* per una bibliografia specifica su tali studi).

L’EMDR è un trattamento riconosciuto ufficialmente da diversi organismi internazionali quali l’American Psychological Association, l’American Psychiatric Association, il Dipartimento della Difesa degli USA, l’Israeli National Council for Mental Health che, nelle loro linee guida per la pratica clinica, lo indicano come terapia d’elezione per la cura del disturbo post-traumatico da stress

A livello europeo l’EMDR è riconosciuto come psicoterapia efficace dal Clinical Resource Efficiency Support Team (CREST) dell’Irlanda del Nord, dal Dutch National Steering Committee Mental Health Care, dal French National Institute of Health and Medical Research (INSERM), dal Medical Program Committee /Stockholm City Council, dal United Kingdom Department of Health) per il trattamento di numerose psicopatologie associate al trauma tra cui i disturbi d’ansia, la depressione e gli attacchi di panico (cit. in Fernandez I., et al., 2011).

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L’applicazione della tecnica EMDR è svolta sempre all’interno di un processo psicoterapeutico che ha come base teorica il modello AIP (Shapiro F., 1995), Adaptive Information Processing, cioè il modello dell’elaborazione adattiva dell’informazione. Tutti gli esseri umani possiedono un sistema fisiologico di elaborazione dell’informazione volto a fornire risoluzioni positive (adattive) di ciò che accade in ogni istante.

In condizioni normali, il sistema di elaborazione organizza le informazioni creando collegamenti adeguati con esperienze passate, risolvendo i problemi, riducendo lo stress emotivo, utilizzando costruttivamente l’esperienza e contribuendo a generare nuovi apprendimenti (Shapiro F., 2000).

Ad esempio, una bambina che può farsi male cadendo dall’altalena: andrà dalla mamma piangendo e si rassicurerà grazie al conforto e alle cure appropriate. La paura di tornare sull’altalena passerà e la bambina imparerà da questa esperienza ad andare in altalena in modo sicuro.

Il nostro cervello è dunque continuamente stimolato da informazioni che vengono immagazzinate in maniera più o meno conscia, in diversi modi, ma sempre in senso adattivo, utile per la persona. L’informazione viene cioè integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo, utile alla persona (Shapiro F., 1995).

Le informazioni si associano a pensieri, emozioni, sensazioni e vanno a formare un sistema fruibile e coerente per la comprensione di ciò che accade, una conferma di ciò in cui crediamo, un apprendimento per il futuro, un’idea di sé e del mondo. Insomma, vanno a costruire la mente stessa e la nostra identità; e forniscono agli individui gli strumenti per comprendere il mondo e le regole per agire.

Il trauma è definibile come evento dirompente, che sovrasta la capacità della mente di integrare ed elaborare i dati ad esso connessi.

Riprendiamo l’esempio della bambina caduta dall’altalena: può accadere che non trovando una soluzione adattiva, inizi a sperimentare ansia rispetto all’uso dell’ altalena e che il suo disagio non diminuisca. Il suo sistema di elaborazione ha immagazzinato l’esperienza ma non l’ha elaborata: rimane la paura di andare in altalena, disconnessa dal piacere di dondolare avanti e indietro. “L’evento rimarrà “congelato” nel tempo, associato alla paura e al dolore”. (Shapiro F., 2011)

Il trauma è un’informazione che la mente non riesce a metabolizzare, a rendere coerente con l’esperienza già immagazzinata; esso blocca il naturale processo di elaborazione dell’informazione sopra descritto perché è per sua natura impensabile, intollerabile.

Per trauma intendiamo sia “l’esperienza personale diretta di un evento che causa o può comportare morte o lesioni gravi, o altre minacce all’integrità fisica” (APA, 1994) e psichica dell’individuo sia l’assistere a eventi traumatici accaduti ad altri o essere esposti al rischio che tali eventi accadano ad un familiare o altra persona significativa. (APA, 1994). 

Non dimentichiamo che “la definizione di trauma psicologico deve essere estesa a includere gli aspetti relazionali: minacce gravi non all’integrità fisica di un organismo ma al tessuto delle sue relazioni”. (Liotti G., Farina B., 2011). 

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Spesso accade che il trauma psicologico si verifichi anche in assenza di eventi dannosi ma che sia determinato dalla compromissione di relazioni fondamentali per la vita psichica delle persone. 

La trascuratezza emotiva è uno dei traumi più frequenti e misconosciuti (in quanto trauma): negli USA è stato rilevato che dei bambini maltrattati quelli vittima di neglect (traducibile come abbandono, negligenza) sono il 60%, mentre i bambini vittime di abusi sono il 13%, quelli vittime di violenze fisiche il 10%, le vittime di abusi sessuali il 7% (Fairbank J.A., Fairbank D.W., 2009).La grave trascuratezza emotiva del bambino da parte del genitore o l’abbandono traumatico sono esperienze dannose per la psiche tanto quanto il maltrattamento fisico o l’abuso.

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Se è facile comprendere come alcuni eventi possano essere traumatici per la maggior parte della popolazione (disastri naturali, incidenti gravi, morti, malattie, gravi danneggiamenti dell’integrità fisica o psichica) non è così automatico capire perché alcuni eventi siano traumatici solo per alcuni soggetti. Allo stesso modo ci si chiede come mai alcuni eventi apparentemente non traumatici possano essere veramente “indigeribili” per alcune persone.

La capacità di elaborazione del trauma è altamente soggettiva e dipende dalla compresenza al momento del trauma di diversi fattori di rischio e di protezione. L’età in cui avviene il trauma, la biologica predisposizione soggettiva, lo stile di attaccamento e lo stile cognitivo della persona, la presenza o assenza di fattori di protezione, quali la rete sociale, la qualità delle relazioni interpersonali, la presenza di un supporto emotivo sicuro, la cura psicoterapeutica, sono i fattori che contribuiscono a bloccare (o al contrario favorire) il processo di elaborazione.

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Inoltre, il complesso sistema della rappresentazione interna di sé e del mondo, proprio e specifico di ogni persona, contribuisce alla capacità del soggetto di far fronte all’impatto dell’evento traumatico. 

La teoria del processamento delle informazioni e la psicotraumatologia presuppongono due principi fondamentali per la comprensione del funzionamento dell’EMDR e della sua efficacia.

Un presupposto è che la patologia attuale, ovvero il malessere che porta il paziente a richiedere l’aiuto terapeutico, è connessa con i traumi subiti e con l’idea di sé che la persona ha costruito nel corso delle sue interazioni interpersonali. L’evento traumatico può contribuire a formare un’idea di sé negativa oppure confermare un timore già presente.

Un secondo punto di partenza teorico è che la mente di ogni essere umano possiede la capacità di elaborare le informazioni e quindi tutti abbiamo un sistema di “auto-cura”, di riparazione dei danni causati dalle esperienza traumatiche.

EMDR, Cardiopatia e Salute Psico-Fisica - Immagine: © Little sisters - Fotolia.com
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L’EMDR dunque funziona perché permette alla mente bloccata di ricominciare il suo naturale processo di elaborazione. 

La stimolazione bilaterale degli emisferi cerebrali attraverso i movimenti oculari permette di operare una riconnessione, che ha riscontri a livello neurobiologico (Solomon R., Shapiro F., 2008; Siegel D.J., Hartzell M., 2005), tra il ricordo dell’evento traumatico ed il resto dell’esperienza individuale. 

Ogni ricordo è composto di immagini, sensazioni, emozioni e pensieri: l’EMDR permette al cervello di rielaborare in senso positivo il pensiero relativo al ricordo, quindi modifica l’idea di sé e del proprio valore; contemporaneamente diminuiscono le sensazioni corporee spiacevoli o dolorose e si attenuano le emozioni negative, fino alla scomparsa totale dei sintomi.

Il lavoro contemporaneo su tre livelli, corporeo, emotivo e cognitivo conduce all’integrazione delle informazioni fino a formare una nuova memoria: il fatto accaduto diventa un ricordo accessibile e gestibile, privo delle connotazioni sintomatiche e disturbanti che lo caratterizzavano: “dopo l’EMDR il paziente ricorda ancora l’evento ma sente che tutto ciò veramente fa parte del passato e il contenuto è totalmente integrato in una prospettiva più adulta” (Fernandez I., Maslovaric G., Veniero Galvagni M., 2011)

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BIBLIOGRAFIA:

 

 

 

Studi sull’evidenza scientifica dell’EMDR:

Stecchiti. Le Vite Curiose dei Cadaveri di Mary Roach – Recensione

 

La sepoltura, che noia! Darsi ai crash test o mettersi…in mostra?

Donare il proprio corpo alla scienza.

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Avete mai pensato a cosa fare del vostro corpo una volta morti? Se siete indecisi tra cremazione e sepoltura è tempo di leggere Stecchiti. Le vite curiose dei cadaveri di Mary Roach e aprire la vostra mente a nuove interessanti opportunità. Ironica, brillante, a tratti comica, Mary Roach, ci trascina in un curioso viaggio alla scoperta delle numerose possibilità per uscire di scena in maniera originale e, perché no, socialmente utile. 

Per esempio, potete scegliere di trascorrere un soggiorno presso la Body Farm di Alcoa Hwy, dove polizia scientifica e medicina legale studiano la decomposizione di corpi lasciati all’aperto in preda alle più diverse condizioni atmosferiche. Lo scopo? Migliorare sempre di più i metodi utilizzati per stabilire l’ora di decesso, procedura che in un’indagine investigativa ha indubbiamente la sua rilevanza.

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Se preferite invece attività più adrenaliniche, perché non aiutare le case automobilistiche a rendere più sicure le automobili, diventando omini di crash test? Infatti i manichini utilizzati (i famosi dummies) sono tarati su corpi veri affinché la simulazione dei danni sia il più accurata possibile e si possano raggiungere livelli di sicurezza sempre più elevati.

Non dimentichiamo, naturalmente, il campo medico. A meno che non vogliate prestarvi al vostro prossimo ricovero come cavia per uno specializzando chirurgo, l’utilità della donazione di corpi alla scienza medica è innegabile, sia per la sperimentazione di nuove procedure che per la pratica sul campo.

Recensione: Cinquanta Sfumature di Grigio. - Immagine: Costanza Pinetti 2012
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Tra i programmi di donazione quello proposto dall’Institute for Plastination, con oltre 13000 donatori registrati, è probabilmente il più noto. Nato inizialmente con lo scopo di formare gli studenti di medicina, oggi ha un fine essenzialmente divulgativo: far conoscere al pubblico il funzionamento del corpo umano, mostrando anche gli effetti delle malattie e di uno stile di vita non salutare. E proprio dal 3 ottobre Milano ospita l’impressionante mostra Gunther von Hagens’ BODY WORLDS, che vanta oltre 34 milioni di visitatori in più di sessanta città del mondo. Un’occasione da non perdere per ammirare una mostra di anatomia che più realistica di così…si muore. Aggiratevi tra i padiglioni e rimarrete a bocca aperta di fronte a esseri umani costituiti esclusivamente da nervi oppure da vasi sanguigni o sistemati in pose sportive che ne mettono in evidenza l’attività del sistema muscolare. Quello che rende il tutto ancora più affascinante è che non si tratta di manichini, ma di persone vere che hanno deciso di donare il proprio corpo alla scienza.

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Ma per quale motivo alcune persone scelgono di donare il proprio corpo alla scienza? Non per puro altruismo. Una ricerca condotta da Bolt e colleghi (2010) su un campione di 996 donatori iscritti nel database del Dipartimento di Anatomia del Centro Medico Universitario di Groningen ha individuato tre principali motivazioni: 1) il desiderio di essere utile dopo la morte e dare un significato alla propria fine, 2) l’espressione di gratitudine nei confronti della scienza medica e delle cure ricevute, 3) un atteggiamento negativo verso i funerali (non tutti apprezzano sepoltura e cremazione che, tra l’altro, sono anche economicamente dispendiose).

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In uno studio successivo (2011) Bolt ha indagato il legame tra tali motivazioni e tratti di personalità utilizzando il Big Five Inventory, questionario che valuta la personalità su 5 principali dimensioni (coscienziosità, apertura mentale, amicalità, nevroticismo, estroversione). I risultati ottenuti sono alquanto interessanti. L’autrice ha infatti osservato che il voler essere utili dopo la propria morte correla con le dimensioni di coscienziosità e di amicalità.

La coscienziosità in un soggetto esprime il senso del dovere, di responsabilità e di auto-disciplina, nonché il vivere la propria vita secondo i propri principi; l’amicalità, invece, è associata in letteratura al comportamento pro-sociale, cioè al fare qualcosa volontariamente affinché altri possano trarne beneficio.

Roberto Lorenzini @ SITCC 2012 Roma
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L’espressione di gratitudine è legata sia alla coscienziosità sia alla dimensione estroversione, indicativa di un maggior coinvolgimento nel mondo sociale. Infine l’avversione ai funerali correla con la dimensione nevroticismo, che sottende tratti quali tendenza a preoccuparsi, insicurezza, ansia, bassa autostima.

Donare il proprio corpo alla scienza non sembra quindi un gesto di puro e semplice altruismo: oltre al desiderio di aiutare gli altri entrano anche in gioco interessi personali come il senso di autorealizzazione e di auto-ricompensa, aspetti che un’efficace campagna di sensibilizzazione alla donazione non dovrebbe trascurare. 

Se volete farci un pensierino, in Italia potete rivolgervi, per esempio, al Laboratorio per lo Studio del cadavere dell’Università di Torino oppure alla Sede di Anatomia Umana, Dipartimento di Medicina Molecolare, dell’Università degli Studi di Padova. La sepoltura e la cremazione? Che noia! Meglio donare il proprio corpo alla scienza e concedersi un’ultima botta di vita! 

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BIBLIOGRAFIA:

Il caso del Bambino di Padova: Sindrome da Alienazione Parentale?

Emanuel Mian, Psicologo e Giudice Onorario Minorile

 

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Il caso del bambino di Padova: Sindrome da Alienazione Parentale?Ormai tutti lo chiamano “Il caso del bambino di Padova”. Eppure non è il piccolo ad essere il centro di tutto. Al centro di tutto, è unicamente la notizia. Nuda, cruda, cinica.

Un bambino, mentre era a scuola, viene portato via con la forza e con violenza dalla Polizia perche’ al centro di un divorzio e di una molteplicita’ di mediazioni non attuate.

Siamo giunti a questo punto, sotto le telecamere della zia che ha filmato la scena, dopo numerosi tentativi di far riavvicinare il bambino a un padre che sembra non vedere piu’ riconosciuto il suo ruolo.

Ci si chiede quindi se assistiamo ad un genitore abusante o se si tratti invece di una sindrome da alienazione parentale o PAS.

Per i non addetti ai lavori la PAS è l’acronimo di Sindrome da Alienazione Parentale, una controversa dinamica psicologica che, secondo le teorie dello psichiatra statunitense Richard Gardner, si attiverebbe in alcune situazioni di separazione e divorzio conflittuali non adeguatamente mediate. 

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I detrattori sfruttano il fatto che non sia ancora presente nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali e che non sarà inserita nella prossima stesura in uscita a breve. Ma basta forse il buonsenso per comprendere che, in casi di estrema conflittualita’ e mancanza di mediazione fra i genitori, possano esserci casi limite come quelli del bambino di Padova.

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Nella PAS, un genitore, solitamente quello affidatario o presso cui il bambino e’ collocato se in regime di affido condiviso, viene alienato dall’altro genitore. Vi e’ una supposta «programmazione» dei figli da parte di un genitore patologico, il cosiddetto alienante, che giunge sino far perdere ai figli il contatto con la realtà degli affetti, e ad esibire astio e disprezzo ingiustificato e continuo verso l’altro genitore, quello alienato per intenderci.

ARTICOLI SU BAMBINI E ADOLESCENTI

Come si vedrà dal filmato, siamo di fronte ad un bambino strattonato, maltrattato e che ci permette di gridare allo scandalo come sempre a fatto avvenuto. Questo caso ci apre gli occhi sul suo essere malamente conteso – come altre migliaia di bambini – da due genitori che, anch’essi, non lo hanno messo al centro di tutto, non ne hanno fatto il centro di tutto. Non possiamo sapere, né è importante sapere, torti e ragioni di madre e padre.

Ma la visione del filmato e della puntata del TGCOM24 in cui, in qualità di psicologo e giudice onorario minorile sono stato ospite, spero permetta di lanciare un messaggio. Noi addetti ai lavori, più di tutti, abbiamo il dovere di lanciarlo:

la bigenitorialità è un diritto del bambino, prima ancora che dei genitori.

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È un diritto di tutti i figli che subiscono il divorzio, che hanno timori dell’abbandono e vivono con naturale apprensione il nuovo “schema familiare” secondo il quale mamma e papà non vivono più sotto lo stesso tetto e non sono più un punto di riferimento costante, sempre a portata di mano.

Minuti, quelli del filmato, che il bambino fara’ fatica a dimenticare e che meriteranno attenzione da parte dei terapeuti che dovranno necessariamente prendere in carico il piccolo e che avrebbero dovuto accompagnare i genitori nella gestione del delicato momento della separazione e riorganizzazione familiare.

In quei minuti il bambino non riconosceva la figura del padre, non aveva accanto quella della madre e invocava l’aiuto di una zia che, per scelta personale, ha preferito videofilmare piuttosto che chinarsi per rincuorarlo, accudirlo, fargli una carezza. In quei momenti era solo contro il mondo, contro i pubblici ufficiali, contro le sue paure.

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Affidamento condiviso: figli più sicuri ed equilibrati. - Immagine: © pressmaster - Fotolia.com
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Perché questo è un caso limite per la violenza pubblica subita, ma rispecchia la solitudine di molti suoi coetanei, costretti a sottostare a un mondo fatto di scontri tra genitori che si contendono i figli e li usano come arma di ricatto.

Situazioni in cui la mancanza di amore tra coniugi diventa mancanza di amore, di accudimento e di responsabilità verso chi non ha chiesto di nascere: bambini dimenticati, spesso “troppo voluti” e per questo dimenticati.

ARTICOLI SU: ACCUDIMENTOFAMIGLIA

 

 

 

 

LO SPECIALE DEL TGCOM SUL BAMBINO DI PADOVA. OSPITE IN STUDIO: EMANUEL MIAN, PSICOLOGO E GIUDICE ONORARIO MINORILE

In studio, il dott. Mian insieme ad altri ospiti ed alla madre del bimbo in collegamento telefonico, cerca di dare una spiegazione a questo episodio. 

 

 

BIBLIOGRAFIA:  

 

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Applicazione del protocollo “MAC” (Mindfulness-Acceptance-Commitment) per il miglioramento delle prestazioni in contesto aziendale

Congresso SITCC 2012 Roma

Applicazione del protocollo “MAC” (Mindfulness-Acceptance-Commitment) per il miglioramento delle prestazioni in contesto aziendale

Francesca Lavorini, Claudia Fiorini,  Matteo Giovini.  Studi Cognitivi

 

 ARTICOLI SU: MINDFULNESSPSICOLOGIA DEL LAVOROSTRESS  

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Applicazione del protocollo ‘MAC’ Mindfulness-Acceptance-Commitment per il miglioramento delle performance di un gruppo di pallavoliste adolescenti.

Congresso SITCC 2012 Roma

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 C. Fiorini, S. Bucci, F. Lavorini, G. Caselli, M. Giovini

 

ARTICOLI SU: MINDFULNESSPSICOLOGIA DELLO SPORT  

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Le Basi Neurobiologiche del Protocollo EMDR nella Cura del Trauma Psichico

FLASH NEWS 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Gli eventi traumatici vengono elaborati a livello cognitivo dopo il successo della terapia EMDR, a supporto dell’evidenza che l’attivazione cerebrale di specifici pattern durante i BS è associata a un notevole alleviamento delle esperienze emotive negative.

L’ EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è riconosciuto come trattamento efficace per il trauma psicologico. Tuttavia le sue basi neurobiologiche devono ancora essere pienamente rivelate.

Trauma: Problema Diagnostico. - Immagine: © udra11 - Fotolia.com
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Una ricerca tutta italiana, condotta dal CNR di Roma, mostra, per la prima volta in assoluto nella letteratura scientifica internazionale, le basi neurobiologiche di una psicoterapia. Lo studio evidenzia, tramite monitoraggio EEG, come l’EMDR provochi in seguito all’esposizione al trauma una spostamento dell’attivazione prevalente da aree a connotazione limbico emozionale ad altre prettamente cognitive, rivelando un rapporto causa-effetto tra la tecnica psicoterapica dell’EMDR e la neurobiologia del cervello.

ARTICOLI DI NEUROSCIENZE

Dieci pazienti con grave trauma psicologico sono stati esaminati durante la loro prima seduta EMDR (T0) e durante l’ultima (T1), eseguita dopo l’elaborazione del trauma (SUD 0, VOC 7) . Contemporaneamente sono stati somministrati test neuropsicologici. I confronti sono stati eseguiti tra EEG di pazienti a T0 e T1, e tra gli EEG dei pazienti e un gruppo di controllo sottoposto alla stessa procedura EMDR a T0.

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I risultati indicano che durante la stimolazione oculare bilaterale (BS) delle sessioni EMDR, l’EEG ha mostrato un’attività significativamente più alta nella corteccia cingolata orbito-frontale, prefrontale anteriore nei pazienti a T0, che si è spostata verso sinistra nella regione temporo-occipitale a T1. Il confronto tra pazienti e controlli ha confermato la massima attivazione della corteccia limbica prima della trasformazione trauma. Questi cambiamenti sono correlati in modo significativo con quelli rilevati nei test neuropsicologici.

L’innovativa metodologia ha permesso in questo studio di vedere per la prima volta l’ attivazione di specifiche aree cerebrali associate alle azioni terapeutiche tipiche del protocollo EMDR. I risultati suggeriscono che gli eventi traumatici vengono elaborati a livello cognitivo dopo il successo della terapia EMDR, a supporto dell’evidenza che l’attivazione cerebrale di specifici pattern durante i BS è associata a un notevole alleviamento delle esperienze emotive negative.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

La Vulnerabilità all’ Ansia del Bambino

 

La Vulnerabilità all'ansia del bambino. - Immagine: © deber73 - Fotolia.comIl Circolo Vizioso tra Geni, Temperamento e Famiglia

L’ ansia nel bambino rappresenta una sana reazione di adattamento e un elemento del normale sviluppo emotivo. Quando e perché diventa una condizione disfunzionale?

Le cause e i fattori di mantenimento di un quadro ansioso patologico sono molteplici e in continua interazione tra loro.

Secondo il modello di Hudson e Rapee (2004), i disturbi d’ ansia nel bambino derivano dall’incatenarsi di fattori genetici con quelli ambientali, fino a creare un vero e proprio circolo vizioso che concorre al mantenimento del disturbo.

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Per gli autori, molti bambini con sintomatologia ansiosa hanno, a loro volta, genitori ansiosi (almeno uno dei due).  Oltre ad un’ereditarietà ambientale, dovuta all’imitazione da parte del bambino del modello genitoriale, è possibile parlare anche di ereditarietà genetica.

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In questi casi, i bambini presentano un temperamento ansioso, ovvero una naturale predisposizione alla preoccupazione eccessiva.  Si tratta di bambini con Inibizione Comportamentale: tendenza temperamentale a mostrare  paura e ritiro in situazioni non familiari. (Kagan, 1984).

Questo temperamento porterebbe ad una maggiore vulnerabiltà all’ ansia nel bambino, nonché ad una maggiore probabilità di sviluppare un disturbo d’ansia in fasi successive dello sviluppo.

Ma quando la vulnerabilità all’ansia nel bambino diventa ansia patologica? Perché si possa fare una diagnosi di disturbo d’ansia, è necessario che quest’ultima abbia un impatto sulla vita del bambino in termini di frequenza, durata e intensità, tale da diventare una vera e propria limitazione.

Ad esempio, sappiamo che uno dei tratti distintivi dell’ansia è l’evitamento della situazione ritenuta pericolosa. Anche l’ ansia nel bambino è caratterizzata da evitamenti. Quando essi rappresentano un’interferenza nello svolgimento delle normali attività quotidiane, si deve procedere con l’iter diagnostico. Eppure, il temperamento ansioso di per sé non è un fattore sufficiente per lo sviluppo di un vero e proprio disturbo d’ansia. Ecco che entrano in gioco i fattori ambientali, ovvero gli eventi esterni stressanti per il bambino e lo stile genitoriale. 

Rapee Intervista
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A volte, può succedere che la vulnerabilità all’ ansia del bambino /figlio, crei nel genitore l’idea che il bambino sia particolarmente sensibile e indifeso e per questo tenderà a sostituirlo e a limitare la propria autonomia. In altri termini, l’ ansia del bambino fa scaturire un atteggiamento iperprotettivo da parte dei genitori (spesso ansiosi a loro volta).

 

I genitori che adottano questo stile, tendono a rimuovere qualsiasi frustrazione nella vita del bambino, ingigantendo la portata di ogni minimo fastidio e sofferenza. In questo modo i bambini si sentono impreparati di fronte a reazioni diverse da quelle a cui sono abituati nell’ambiente familiare. Cominceranno, così, a considerare terribili le conseguenze di eventuali azioni sbagliate e a nutrire dubbi sul loro valore personale (Kendall, Di Pietro 1995).

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Risulta evidente come questo meccanismo non faccia altro che alimentare e mantenere le risposte di evitamento, e quindi l’ ansia del bambino. Si può, quindi, ritenere che la parte fondamentale della vulnerabilità ansiosa, sia proprio il rinforzo dello stile di evitamento da parte dei genitori.

Ecco composto il complesso mosaico del circolo vizioso della vulnerabilità all’ ansia del bambino … dalla famiglia ai geni, dai geni al temperamento, dal temperamento alla famiglia.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Patologie della Personalita’ di Alto Livello – Recensione

 

Caligor E., Kernberg O.F., Clarkin J.F. “Patologie della personalita’ di alto livello”, Cortina Editore SCARICA IL BOOKTRAILER 

Patologie della Personalità di alto livello. Cortina Editori

Gli individui strutturano la propria vita psichica intorno a modelli relazionali interiorizzati che si sono forgiati nelle relazioni con le figure rilevanti dello sviluppo.

Il testo di Caligor, Kernberg e Clarkin esamina una classe di disturbi di personalità moderatamente gravi, associati a strutture di funzionamento psicologico le cui caratteristiche fondamentali sono: identità consolidata, predominio di difese basate sulla repressione, rigidità dei tratti, esame di realtà adeguato. Tale assetto di personalità viene definito di alto livello e corrisponde all’organizzazione nevrotica teorizzata da Kernberg; assumendo invece come riferimento i disturbi in Asse II del DSM-IV-TR, le categorie diagnostiche interessate dalle riflessioni sulla personalita’ di alto livello sono i disturbi evitante, dipendente, depressivo, ossessivo-compulsivo e istrionico, quest’ultimo ampliato e riformulato secondo le classificazioni a come disturbo isterico.

La Dynamic Psychotherapy for Higher level personality Pathology (DPHP) è un modello psicoanalitico che integra la Psicoterapia Focalizzata sul Transfert (TFP) elaborata da Kernberg per il trattamento del disturbo borderline; entrambi gli approcci si fondano sulla teoria delle relazioni oggettuali, secondo cui gli individui strutturano la propria vita psichica intorno a modelli relazionali interiorizzati che si sono forgiati nelle relazioni con le figure rilevanti dello sviluppo.

La DPHP si avvale di tattiche, tecniche e strategie, ponendosi come finalità primaria il cambiamento della struttura di personalita’ attraverso l’individuazione delle relazioni oggettuali conflittuali che il paziente riproduce nella relazione col terapeuta.

Le tattiche e le tecniche – su tutte il transfert, l’ascolto, l’osservazione partecipante, l’interpretazione del conflitto inconscio, l’analisi di resistenze e difese – sono gli strumenti che il terapeuta utilizza per realizzare le quattro strategie cliniche della DPHP: il riconoscimento delle relazioni oggettuali più significative; l’analisi dei conflitti e dei meccanismi difensivi attivi nelle relazioni oggettuali dominanti; il restringimento del focus sugli obiettivi terapeutici; l’integrazione dei conflitti nel vissuto conscio del paziente.

In Studio con Otto Kernberg: l'importanza centrale del Transfert - Immagine: Proprietà di State of Mind - All rigths reserved
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Il terapeuta, avvalendosi della propria neutralità tecnica, si adopera per aiutare il paziente a far emergere le difese e i conflitti inconsci che si sono formati nelle relazioni oggettuali interiorizzate; la relazione terapeutica diventa il luogo figurato nel quale il soggetto ripropone le modalità difensive e i tratti disadattivi che hanno determinato l’insorgere della sua problematica. Il clinico ha la possibilità di osservare direttamente questi aspetti mostrando al paziente quale sia il suo funzionamento, quali le sue reazioni all’interno della relazione terapeutica e come questi elementi si intreccino con le rappresentazioni consce di sè e dell’altro; la ricostruzione di tali dinamiche si sviluppa attraverso l’individuazione dei contenuti comunicativi espliciti e impliciti, delle contraddizioni tra pensiero cosciente e attivazione emotiva, nonchè facendo preciso riferimento alle modificazioni che l’immagine del terapeuta subisce nella percezione del paziente durante l’evolversi della terapia.

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Il setting clinico favorisce l’emergere dei conflitti inconsci e dei caratteri ripetitivi che il soggetto introduce nei propri contesti interpersonali, nella rappresentazione del mondo, nell’organizzazione mentale dell’esperienza; le difese messe in atto hanno la funzione di reprimere sentimenti ritenuti inaccettabili o avvertiti come troppo penosi, insieme a percezioni di sè sgradevoli o dissonanti se confrontate con un’immagine desiderata.

Questi contenuti possono essere descritti ed elaborati solo se vengono ricondotti alle tematiche da cui si sono originati, ossia alle relazioni oggettuali in cui il paziente ha esperito un sentimento di dolorosa inconciliabilità fra bisogni emotivi e qualità delle risposte affettive. 

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La seconda parte del volume è interamente dedicata alla descrizione degli aspetti pratici del trattamento; il taglio pensato dagli autori ha infatti ambizioni formative, pertanto l’idea è di proporre un manuale destinato principalmente ai clinici tirocinanti che vogliano sperimentare le tecniche dell’approccio psicodinamico nel trattamento delle patologie della personalita’

Nella sezione dedicata alla valutazione del paziente si fa riferimento alla diagnosi strutturale di Kernberg e quindi alle tecniche per individuare le caratteristiche strutturali di personalità che potrebbero emergere durante la narrazione, in particolare il grado di integrazione dell’identità, le operazioni difensive e l’esame di realtà. Gli autori non mancano di sottolineare come un buon inquadramento diagnostico sia fondamentale per la pianificazione del trattamento, che secondo le indicazioni fornite dal modello ruota principalmente intorno a due dei cardini della teoria psicodinamica, ovvero la valutazione e l’esplorazione delle relazioni oggettuali  e quelle dei meccanismi di difesa. 

Incidenza dei Disturbi di Personalità a Milano. - Immagine: © creative soul - Fotolia.com
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Il modo in cui i pattern relazionali che il paziente ha acquisito nel corso della vita si ripresentano durante il trattamento e nelle relazioni quotidiane ricopre un’importanza cruciale rispetto all’intero processo terapeutico; lavorando sulle relazioni oggettuali, considerate il fulcro delle aree dolenti del funzionamento psicologico, il terapeuta può infatti condurre il paziente ad una rinuncia delle rappresentazioni caotiche, distorte o  idealizzate delle proprie relazioni oggettuali difensive, a favore di una valutazione più realistica e tollerante delle persone e delle relazioni più significative. 

Per quanto riguarda invece l’approccio alle resistenze, questo nuovo modello psicoanalitico tende a non considerare i meccanismi di difesa solo come strategie di gestione dei conflitti intrapsichici in una condizione psicopatologica, bensì come un processo di adattamento della persona al mondo esterno e alle pressioni esercitate dalle relazioni interpersonali quotidiane; in quest’ottica gli autori promuovono quindi una teoria psicoanalitica “moderna”, non più attenta solo ai fenomeni intrapsichici e ai tratti stabili della personalità bensì consapevole del ruolo cruciale che le relazioni interpersonali attuali giocano nel determinare la sofferenza psicologica o, al contrario,  il buon adattamento del paziente. 

Le fasi del trattamento sono illustrate nel dettaglio, dall’esplorazione delle prime resistenze alla gestione della conclusione della terapia, e nella trattazione i rimandi alla teoria psicoanalitica di riferimento si alternano a continui riferimenti a casi clinici ed esempi pratici di applicazione delle tecniche proposte; in questo emerge l’esigenza anche da parte dei terapeuti (clinici o ricercatori) psicodinamici di poter vantare non più solo un ricco background teorico, bensì anche solide competenze metodologiche e applicative.

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

SITCC 2012 – CANTA CHE TI PASSA! Musica & Musicoterapie al Congresso di Roma

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SITCC 2012 Roma - PSICANTRIA
Gaspare Palmieri e Cristian Grassilli (Psicantria) al Congresso SITCC di Roma

Tratto dal Simposio “Psicologia della musica e regolazione delle emozioni in psicoterapia cognitiva: teoria, ricerca, applicazioni cliniche”

Assistere ai simposi è un po’ come tornare dietro i banchi di scuola: lezioni frontali, presentazioni in power point, domande e risposte finali, discussioni più o meno accese, ma con un pubblico – si spera – più attento ed interessato di uno studente che faticosamente segue la lezione di psicometria.

Insomma, non è proprio scontato che finisca cantando e strimpellando chitarre! Ma questo simposio si è concluso esattamente così, tra l’ilarità ed il divertimento generale.

Christian Grassilli e Gaspare Palmieri sono riusciti nel loro lavoro ad unire la psicologia con la passione per la musica ed il risultato presentato è stato simpatico, interessante, divertente e a tratti anche un po’ commovente, quando ci hanno fatto ascoltare le canzoni composte da gruppi di loro pazienti con tanto di presentazione in stile sanremese.

Le slides del simposio:  

 

La canzone è uno strumento terapeutico preziosissimo: ci si può soffermare sul significato che una canzone ha per un paziente (“Ci vuole un fisico bestiale” per resistere agli urti della vita), sulle differenti emozioni che uno stesso brano può suscitare in momenti diversi della propria esistenza o, ancora, si può avere la possibilità di raccontarsi attraverso la musica componendo un testo o scegliendo le canzoni maggiormente rappresentative di sè. Ecco che l’ABC musicale diventa un mezzo potente per indagare cosa una canzone ha suggerito a livello di immagini, emozioni e pensieri, e l’ascolto di un brano diventa “palestra del sentire”, occasione per imparare a dare un nome alle proprie emozioni.

Per chi fosse interessato Gaspare Palmieri consiglia due libri da non perdere: “La canzone in cui viviamo” di Vincenzo Incenzo sull’importanza a livello sociale della canzone e “Rock ‘n’ Roll Wisdom” dello psicologo americano Barry Farber sull’uso delle metafore della vita tratte da canzoni famose.

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Invece noi vi segnaliamo “Psicantria”, libro-cd di psicopatologia cantata nato con lo scopo di far conoscere i disturbi psichici e lo “psicomondo” attraverso la canzone. Grassilli e Palmieri, chitarre e microfoni alla mano, hanno concluso il simposio con un divertente brano tratto proprio da questo loro progetto. Buon ascolto!

Nel video: la Psicantria al Congresso SITCC 2012 di Roma

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E che nessuno mi chieda più, per favore, “Ma Lei è psichiatra o psicologa?”

 

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Orgasmo femminile: questione di intelligenza emotiva?

 

Orgasmo Femminile: Questiona di intelligenza emotiva?. - Immagine: © laurent hamels - Fotolia.comOrgasmo Femminile & Intelligenza Emotiva: studi mostrano che una buona conoscenza delle proprie emozioni aiuta a vivere la propria sessualità. 

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Una combinazione di esperienze soggettive e mutamenti fisiologici è ciò che caratterizza l’ orgasmo femminile.

Le sensazioni riportate da ciascuna donna nel descrivere quanto si prova nel raggiungimento dell’acme del piacere sono quanto mai diverse e personali. Alcune parlano di “un accumulo di tensione che va via via dissolvendosi” altre di “continue contrazioni nell’area vaginale” altre ancora riferiscono “di provare una fortissima tensione cui segue un improvviso rilassamento”.

Vi sono delle modificazioni corporee che possono in qualche modo definire l’ orgasmo femminile, si parla infatti di contrazioni ritmiche di vagina, utero e sfintere rettale dei quali è stato addirittura identificato il ritmo (una ogni 0,8 secondi con una graduale diminuzione o variazione nell’intensità); continue contrazioni dei muscoli addominali e dei glutei, nonché un generale aumento del tono muscolare, crampi a mani e piedi, smorfie del viso. Pur essendo questi i più diffusi e riportati dalle donne non sono una condizione necessaria affinchè si verifichi l’orgasmo.

Tuttavia, ciò che emerge è che il disturbo dell’ orgasmo femminile, nonché quella che anticamente veniva chiamata anorgasmia, sono più diffusi di quanto si possa pensare.

L’orgasmo femminile: ma le donne come funzionano? - Immagine: © mademoh - Fotolia.com
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E proprio in relazione al provare o meno un orgasmo vanno sottolineati diversi aspetti:

  • La fatidica dicotomia Orgasmo Femminile Vaginale Vs Orgasmo Femminile Clitorideo: Freud ai tempi parlò di Orgasmo Vaginale come l’unico veramente maturo che una donna adulta può provare, mentre quello clitorideo è immaturo e nevrotico. Attualmente possiamo dire che da un punto di vista fisiologico tale dicotomia non ha alcun senso di esistere. Orgasmo vaginale (o coitale) ed orgasmo clitorideo sono entrambi indotti in modo prevalente dalla stimolazione del clitoride. Un campione molto diffuso di donne riferisce infatti di non provare difficoltà nel raggiungere l’orgasmo attraverso la masturbazione, mentre più difficile è raggiungerlo attraverso movimenti coitali e questo non le farebbe sentire del tutto a loro agio. Ancora ad oggi pare infatti che pregiudizi e preconcetti culturali, accompagnati forse anche da una scarsa informazione, portano la donna a credere che il non riuscire a provare un orgasmo coitale rappresenti un problema, se non addirittura un’ incapacità di provare piacere. Non è assolutamente così, ed è importante sapere che raggiungere questo tipo di orgasmo femminile non é nè l’unica via nè una meta fondamentale.
  • Entrando nello specifico del Disturbo dell’ Orgasmo Femminile è emerso da numerosi studi che questo sia associato a problemi psicologici, emotivi e sociali piuttosto che a problematiche inerenti la sfera fisica.

A questo proposito riportiamo uno studio condotto da Andrea Burri e collaboratori, i quali testarono un campione di oltre 2000 donne inglesi. Il campione fu estratto dal Registro dei gemelli del Regno Unito e lo scopo della ricerca fu quello di indagare se normali variazioni dell’intelligenza emotiva fossero associate alla frequenza dell’ orgasmo femminile e durante il rapporto sessuale e durante la masturbazione.

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La scelta di concentrarsi sull’intelligenza emotiva è legata alle ricerche fatte su tale costrutto, dalle quali è emerso che le persone differiscono per il modo in cui provano emozioni, per la capacità di differenziare fra queste ed inoltre, il sapere riconoscere ed utilizzare le informazioni emotive, pare abbia un impatto non solo nelle relazioni interpersonali ma anche a livello intrapersonale.

 Queste capacità potrebbero infatti un’influenza diretta sul funzionamento sessuale della donna ma non solo, anche la capacità di comunicare i propri desideri al partner ne potrebbe risentire, andando così a rendere difficoltosa la comunicazione sessuale che è altrettanto importante quanto qualsiasi altro tipo di comunicazione all’interno della coppia.

Dai risultati ottenuti da Burri e dalla sua èquipe è emersa l’esistenza di una correlazione positiva fra la frequenza di orgasmi, sia durante la masturbazione che durante il coito, e l’intelligenza emotiva; e non solo che la correlazione fra intelligenza emotiva e orgasmi coitali seppur positiva è inferiore rispetto alla prima. Questo, come suggeriscono gli autori, mostra come sia importante, nel provare un orgasmo, non solo una maggiore conoscenza del proprio corpo, ma anche la sensazione di controllo e la possibilità di far coincidere il movimento fisico con le proprie fantasie.

MONOGRAFIA SU: LA RELAZIONE DI COPPIA

In conclusione, ad oggi in base agli studi sul settore, ciò che risulterebbe importante per vivere appieno la propria sessualità godendone è una buona conoscenza delle proprie emozioni, che consente di guidare i propri pensieri e le proprie azioni permettendo anche una maggiore conoscenza del proprio corpo e forse influenzando anche positivamente la comunicazione col proprio partner.

Disfunzione Sessuale Femminile: la necessità di un cambio di prospettiva. - Immagine: © Andrea Danti - Fotolia.com
Articolo Consigliato: Disfunzione Sessuale Femminile: la necessità di un cambio di prospettiva.

La possibilità di provare un orgasmo dipende, inoltre, anche dalla pratica sessuale, l’acquisizione di una maggiore consapevolezza di sé e del proprio corpo, nonché la sperimentazione di diversi tipi di stimolazione, sono tutti fattori che consentono alla donna di avvicinarsi sempre più all’acme del piacere. Entrare in contatto con le proprie emozioni ed i propri pensieri senza averne paura, lasciarsi andare e dimenticare per un attimo il controllo, non temere di riferire i propri desideri e le proprie fantasie, dette così potrebbero sembrare banalità ma nella realtà a volte si può fare difficoltà a metterle in pratica, e quindi aggiungiamo un’altra variabile…provare a mettersi in gioco.

GLI ARTICOLI SU: TERAPIA DI COPPIA

 

D’altronde come dice Woody Allen: “Fare sesso è come giocare a bridge. Se non hai un buon compagno è meglio che tu abbia una buona mano”, e non dimentichiamo anche un pizzico d’ironia.

 

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BIBILIOGRAFIA:

Disturbo dell’ Orgasmo Femminile

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservataDISTURBO DELL’ ORGASMO FEMMINILE

Classificato all’interno delle disfunzioni sessuali, il disturbo dell’ orgasmo femminile può essere caratterizzato non solo dall’assenza, ma anche da un persistente e ricorrente ritardo del piacere, in seguito a quella che può essere definita una normale fase di eccitazione sessuale.

Quando si parla di questo disturbo va sempre tenuto in considerazione il fatto che l’ orgasmo può essere ottenuto attraverso diversi tipi di stimolazione, e che l’intensità e la durata dello stesso variano da persona a persona.

Le informazioni utili per fare diagnosi di tale disturbo sono quelle che consentono di dire al clinico che le capacità della donna di esperire un orgasmo sono minori di quanto ci si aspetterebbe in base ad età, esperienza sessuale e stimolazione ricevuta.

 Va inoltre ricordato che tale inibizione dell’orgasmo deve causare nella donna difficoltà interpersonali o notevole disagio. Se presenti Disturbo dell’umore (es: Disturbo Depressivo) generalmente non viene fatta diagnosi aggiuntiva di Disturbo Dell’ Orgasmo in quanto problematiche legate alle sfera sessuale potrebbero dipendere dal primo. Lo stesso accade se i sintomi sono conseguenti all’utilizzo di sostanze, o possono dipendere da una condizione medica generale.

Ciò che va sottolineato è il fatto che la capacità di provare l’orgasmo può aumentare con la pratica sessuale e per tale motivo può essere più diffuso fra le donne giovani. L’acquisizione di una maggiore consapevolezza di sé e del proprio corpo, nonché la sperimentazione di diversi tipi di stimolazione, sono tutti fattori che consentono alla donna di avvicinarsi sempre più all’acme del piacere.

Una volta che si è imparato come raggiungere l’orgasmo è difficile che venga meno questa capacità, salvo l’intervento di problematiche mediche, disturbi legati all’umore, esperienze traumatiche, problemi relazionali o insufficiente comunicazione sessuale col proprio partner. La maggioranza dei disturbi dell’ orgasmo femminile risultano essere, per queste ragioni, di tipo permanente (presenti fin dall’inizio dell’attività sessuale) piuttosto che acquisito (sintomi che compaiono in seguito, mentre prima si è sempre esperito l’ orgasmo). Va inoltre distinto se la problematica è legata a specifiche situazioni (nel caso in cui per esempio vi sia orgasmo nell’atto masturbatorio e non vi sia nell’atto sessuale col partner) o se è una condizione generale; se è dovuta per lo più a fattori psicologici o a fattori combinati (problematiche psicologiche connesse a condizione medica generale e/o uso di sostanze).

 LEGGI ANCHE: MA LE DONNE COME FUNZIONANO? l’ORGASMO FEMMINILE – 

ARTICOLI SU: SESSUALITA’ 

 

BIBLIOGRAFIA:

Intelligenza emotiva

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservataIntelligenza emotiva 

Definita per la prima volta da Salovey e Mayer (1990) come: “La capacità di monitorare le proprie e le altrui emozioni, di differenziarle e di usare tali informazioni per guidare il prorio pensiero e le proprie azioni”; il concetto di Intelligenza emotiva è stato ripreso da Daniel Goleman il quale, nel 1995, lo rese popolare con la seguente definizione: “ È la capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli altrui, di motivare noi stessi, e di gestire positivamente le nostre emozioni, tanto interiormente quanto nelle relazioni sociali”.

Da questa definizione si può capire come l’intelligenza emotiva sia un mix di empatia, motivazione, autocontrollo, logica, capacità di adattamento e di gestione delle proprie emozioni, così da trovare e riuscire ad utilizzare i lati positivi di ogni situazione cui si va incontro. Goleman alla base dell’intelligenza emotiva individua due tipi di competenze e a ciascuna di queste attribuisce delle caratteristiche specifiche:

Competenza Personale: ossia il modo in cui controlliamo noi stessi; racchiude al suo interno:

– Consapevolezza di Sé, da intendersi come capacità di riconoscere le proprie emozioni, sapere quali sono i propri limiti e le proprie risorse ed avere sicurezza nelle proprie capacità;

– Padronanza di Sé, la quale richiede la capacità di saper dominare i propri stati interiori, saper guidare gli impulsi e sapersi adattare e sentirsi a proprio agio in nuove situazioni;

– Motivazione, caratteristica che spinge l’individuo a realizzare i propri obiettivi sapendo cogliere le occasioni che gli si presentano, impegnandosi e restando costante nonostante le possibili avversità.

 

 Competenza Sociale: ossia la modalità con cui gestiamo le relazioni con l’Altro; a questa fanno rifermento:

– Empatia, intesa come la capacità di riconoscere le prospettive ed i sentimenti altrui, mostrandosi pronti a soddisfare le esigenze dell’Altro, ed aiutarlo cercando di mettere in risalto quelle che sono le sue risorse. Ma anche la capacità di individuare e coltivare le opportunità che vengono offerte dall’incontro con persone di diverso tipo, e il saper interagire all’interno di un gruppo sulla base dell’interpretazione delle correnti emotive e dei rapporti di potere esistenti nel gruppo stesso.

– Abilità sociali, ossia tutte quelle abilità che ci consentono di indurre nell’Altro risposte desiderabili. Si va dall’utilizzo di tattiche di persuasione efficienti, al saper comunicare in maniera chiara e convincente, così da saper guidare il gruppo sia in un eventuale cambiamento, sia nel risolvere eventuali disaccordi. Rientra inoltre nell’abilità sociale il cercare di favorire l’instaurarsi di legami fra i membri di un gruppo creando un ambiente positivo che consenta di lavorare per obiettivi comuni.


L’Intelligenza Emotiva racchiude al suo interno quelle capacità di consapevolezza e padronanza di se, motivazione, empatia e abilità nelle gestione delle relazioni sociali, che qualunque persona può sviluppare e che si rivelano fondamentali per ogni essere umano.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Training al Pensiero Concreto in Realtà Virtuale

Congresso SITCC 2012 Roma

 Training al Pensiero Concreto in Realtà Virtuale

Rebecchi, D., Acerra, G., Andreoni, E., Caselli, G.,Rossi, F.  – Scuola di Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Studi Cognitivi, Modena.

 ARTICOLI SUL PENSIERO CONCRETOCONCRETENESS TRAINING 

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Abuso Economico & Depressione Materna

FLASH NEWS 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Abuso Economico & Depressione Materna: abuso economico si verifica quando si nega denaro, accesso a conti bancari o a opportunità di lavoro.

LEGGI GLI ARTICOLI SU: DEPRESSIONE

Le mamme che durante il primo anno di vita del loro bambino subiscono violenza fisica, psicologica, ma anche economica, da parte del padre dei loro figli hanno maggiori probabilità di diventare depresse e sculacciare il bambino quando questo avrà 5 anni. È quanto scoperto dai ricercatori Rutgers School of Social Work, che hanno studiato l’impatto della violenza domestica – noto come IPV – nel corso del tempo.

I risultati si riferiscono specificamente alla violenza contro le donne perchè queste rappresentano la sproporzionata maggioranza di sopravvissute agli abusi domestici perpetrati dagli uomini, che sono nella maggior parte dei casi gli autori di violenza fisica, sessuale ed ecomomica. L’abuso psicologico include comportamenti come far evitare il contatto con amici e familiari e la verbalizzazione di insulti e critiche. Schiaffi, percosse, calci e contatti sessuali non desiderati sono invece considerati segni di violenza fisica o sessuale.

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L’ abuso economico si verifica quando un uomo nega il denaro, costringe la compagna a consegnare guadagni o i risparmi, quando le nega l’accesso a conti bancari o a opportunità di lavoro.

“Spilorci dentro” quando l’Avarizia è nel Cervello – Neuroscienze –
Articolo consigliato: “Spilorci dentro” quando l’Avarizia è nel Cervello

Judy L. Postmus, autrice principale dello studio e direttrice del Center on Violence Against Women and Children della University of New Jersey, sottolinea come nel parlare di violenza domestica raramente si consideri l’ abuso economico; questa particolare forma di abuso, che comprende l’alfabetizzazione finanziaria e la disponibilità personale di denaro, è a tutti gli effetti una forma di coercizione che fino ad ora è stata poco studiata.

I risultati dello studio sono particolarmente interessanti: le madri vittime di abuso economico avevano 1,9 volte più probabilità di mostrare segni di depressione rispetto alle madri che non avevano subito abusi. Allo stesso modo, le madri che avevano subito abusi psicologici o fisici avevano rispettivamente 1,4 e 1,8 volte maggiori probabilità di mostrare segni di depressione.

Durante il test per il livello e le variazioni di abusi nel corso del tempo (tra gli uno e tre i anni), solo l’ abuso economico era in grado di prevedere la depressione materna. Secondo questi risultati l’ abuso economico è così fortemente collegato alla depressione da risultare maggiormente predittivo dello sviluppo della malattia rispetto ad altre forme di abuso domestico.

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 Le capacità genitoriali sono state misurate su due dimensioni: l’impegno nelle attività genitore-figlio, come cantare, leggere o raccontare storie, giocare con i giocattoli o portare il figlio al parco giochi o a una gita; e l’uso della sculacciata come comportamento disciplinare.

I risultati indicano che tutte le madri del campione che hanno subito un abuso economico o psicologico durante il primo anno di vita del bambino, hanno messo meno impegno nelle attività quotidiane svolte con i propri figli e hanno avuto 1,5 volte più probabilità di sculacciare il bambino durante i cinque anni successivi.

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Secondo Postmus la sensazione di impotenza dovuta al controllo economico subito dal partner può avere un impatto duraturo sulla salute mentale delle donne e indurre le madri a ricorrere alla sculacciata come strategia genitoriale.

Certamente sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere meglio il rapporto tra i vari tipi di abusi e i comportamenti genitoriali.

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BIBLIOGRAFIA: 

Camminare Sott’acqua: intervista a Sinead O’Connor – La Rockstar e lo Psichiatra

Lo Psichiatra e la Rockstar – Intervista a Sinead O Connor

Sinead O'Connor
La rockstar irlandese Sinead O’Connor durante l’intervista in videoconferenza con State of Mind.

Nella playlist della mia adolescenza anni Novanta trova spazio una Canzone (sì la c è maiuscola in questo caso) che merita una posizione d’onore sia per l’ottima fattura della ballad (non per niente l’autore è un certo genio di Minneapolis, noto come Prince), ma soprattutto per l’interpretazione che arriva diritta al cuore dell’ascoltatore, si infilza come una freccia nel ventricolo sinistro e fa sanguinare per cinque minuti e dieci secondi di emozioni allo stato puro.

La canzone è Nothing compares 2 U e a cantarla è una ragazzaccia irlandese con i capelli rasati a zero di nome Sinead O’Connor. Il brano, uscito nel 1990, ha avuto un successo planetario, favorito anche da un videoclip estremamente essenziale che mette al centro il viso angelico dell’interprete che arriva a commuoversi nel finale (Sinead cantando questo brano pensava alla madre, morta in un incidente stradale cinque anni prima).

LEGGI L’INTERVISTA ORIGINALE IN INGLESE

Gli anni successivi sono stati caratterizzati sempre da ottime produzioni musicali alternate a clamorose provocazioni (la più celebre quando strappò in diretta al Saturday night live la foto del Papa) che le hanno fatto guadagnare la fama di eretica e contestatrice, una specie di Giovanna d’Arco del rock.

Nel 2005 ha stupito molti facendo uscire l’ottimo album reggae Trow Down Your Arms, seguito da Theology (2007) in cui emerge il suo rapporto appassionato con la spiritualità.

Gli inizi di quest’anno vedono l’uscita dell’ultimo disco How About I Be Me (and You Be You)?, che avrebbe dovuto essere seguito da un tour, annullato per una seria ricaduta in una fase depressiva del disturbo bipolare di cui soffre da 8 anni (verosimilmente si tratta di un disturbo bipolare II, secondo la classificazione del DSM-IV n.d.r.). La grave crisi depressiva è stata anche caratterizzata da un tentativo autolesivo per ingestione di psicofarmaci, preceduto da una disperata richiesta d’aiuto ai propri fans attraverso il social network Twitter.

Dall’aver appreso queste notizie attraverso i media è nata l’idea di realizzare questa intervista via Skype, ognuno dalla propria casa, io a Modena e lei vicino a Dublino. Sinead mi ha concesso un po’ del suo tempo, tra gli impegni di mamma di quattro figli. Nonostante la freddezza della chat sento di aver trovato dall’altra parte dello schermo una persona autentica, che non si vergogna a raccontare le proprie fragilità ed estremamente precisa nel descrivere il proprio percorso di cure.

 

State of Mind: Bene Sinead, prima di tutto vorrei ringraziarti per la cortesia e la disponibilità nel concedere quest’ intervista. Devo ammettere che sono rimasto molto stupito che tu abbia accettato. Non so quanto tu abbia voglia di parlare di te stessa in particolare, ma mi piacerebbe che questa nostra chiacchierata potesse essere di qualche aiuto alle persone che hanno a che fare tutti i giorni con i problemi dell’umore, la depressione in particolare.

Sinead O’Connor: Ovviamente mi interessa quest’ argomento… e il motivo per il quale ho delle cose da dire deriva dalla mia esperienza personale.

 

SoM: Ho letto sui media alcune tue dichiarazioni in merito a una diagnosi di disturbo bipolare, ce lo confermi?

S: Esatto, lo diagnosticarono otto anni e mezzo fa, ma ci sono voluti 12 anni per avere la diagnosi corretta.

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SoM: Il tuo problema è iniziato con uno stato maniacale o depressivo?

S: Non ho esperienza degli stati euforici o maniacali, ma di quelli depressivi. Quando ero più giovane però, avevo un caratteraccio, quello è un po’ il mio lato maniacale; non in modo spensierato, era più tipo… andatevene tutti affanculo!

 

SoM: Una giovane ribelle…

Kurt Cobain. - Immagine: licenza d'uso Creative Commons 3.0 - Autore: Kurt Cobain. - Immagine: licenza d'uso Creative Commons 3.0 - Autore: Susan McGrane-Burke
Articolo consigliato: Il mal di pancia di Kurt Cobain. Una possibile Autopsia Psicologica.

S: La mia vita professionale come artista ha sempre funzionato bene, I problemi sono stati quasi esclusivamente nella mia vita privata, in momenti di vera rabbia coi miei fidanzati e cose così… Probabilmente avevo ottime ragioni per essere arrabbiata, ma il “volume” era troppo alto. Avevo reazioni spropositate rispetto alle offese ricevute.

 

SoM: Quindi non hai mai avuto un episodio maniacale?

S: Circa due anni fa ho avuto un periodo di shopping compulsivo, che è insolito per me perchè detesto fare shopping. Quello è stato il massimo della mia maniacalità. Ho comprato un sacco di vestiti.

 

SoM: Pensi che la tua esperienza di depressione sia mai stata in qualche modo fonte di ispirazione per il tuo processo creativo?

S: Credo tutto il contrario. Non condivido questa fantasia romantica secondo la quale la gente che soffre di depressione sia più portata all’arte. Di fatto mi accorgo di essere molto più creativa quando sono felice.
Credo che la musica sia stata un grande aiuto per me e questo è stato confermato da ogni psichiatra che ho consultato. Se non fosse per la musica sarei probabilmente morta. Gli specialisti mettono in relazione le mie esperienze vissute durante l’infanzia e l’adolescenza con la depressione di oggi. Mi è stata anche fatta una diagnosi di disturbo post-traumatico da stress. Non sarei sopravvissuta se non fosse per la musica. Perciò credo che per me la musica sia sempre stata qualcosa di confortante e anche il luogo dove potevo esprimere tutto quello che non potevo dire altrove.
Nell’Irlanda degli anni settanta in cui sono cresciuta non esisteva la psicoterapia. Pensa che non abbiamo avuto il cappuccino fino al 1998! Quindi per me la musica era la terapia, era anche il posto dove si poteva parlare di se stessi, dove si era autorizzati a parlare delle proprie esperienze traumatiche. Sono cresciuta in un ambiente di estremo malessere, ma non c’era modo di parlarne, così la musica è diventata, se vogliamo, una specie di fuga.

ARTICOLI SU: MUSICOTERAPIA

SoM: In che modo la musica ti ha aiutato? Più nel processo creativo del song-writing o più nell’esperienza catartica della performance?

S: Credo tutte e due. In primo luogo sentire la musica dentro di se è molto confortante, molto rassicurante. Per me è sempre stato, se vogliamo, un legame spirituale tra me e la musica. Quello che mi piace dell’essere musicista è anche il portare l’effetto confortante alle altre persone.

Credo inoltre che le persone che hanno alle spalle una storia di abusi o di sofferenza mentale, almeno alcuni di essi, abbiano grandi problemi di autostima. Per quanto riguarda me, ho sempre trovato nell’essere musicista, un luogo e un lavoro da cui traggo molta autostima. Sento di dare il mio contributo alla società e che non saprei darlo in altro modo.
Credo che quando si hanno dei problemi di salute mentale ci si possa sentire molto male e sbagliati, si possano combinare casini in continuazione nella vita e fare musica forse aiuta a capire che non si è delle persone terribili e che si è in grado di fare qualcosa di buono… perchè c’è una gravissima mancanza di autostima che accompagna la sofferenza mentale, specialmente se vivi in un paese come l’Irlanda, dove soffrire di disturbi mentali porta con se un grave stigma.

Per quanto riguarda la questione del live, credo sia molto catartico portare uno show alle masse e poter creare una magia che non è possibile nella vita normale, e suppongo che la spinta di autostima che si riceve in questo caso sia veramente potente.

 

SoM: Credo che il problema dello stigma legato alla malattia mentale sia importante quanto la malattia in sè. Puoi dirmi qualcosa di più riguardo allo stigma in Irlanda?

S: Beh credo che in tutto il mondo la parola “pazzo” sia un termine discriminatorio e credo che questa abitudine debba finire. In Irlanda “pazzo” è un insulto, e la gente è terrorizzata da qualunque cosa che concepisce come “pazza”. Le persone ritenute pazze non sono trattate in maniera compassionevole, vengono trattate in modo orribile e la “pazzia” viene usata come motivo per rigettare ogni cosa che uno possa pensare, fare, dire o sentire, così si precipita verso una trappola dell’autostima.
Ho ricevuto una lettera da un uomo a gennaio scorso, un vecchio di 73 anni che vive a Goolen (Ireland), pensavo a lui proprio questa mattina, ha preso antidepressivi per più di 30 anni senza mai dirlo a sua moglie o ai suoi figli ormai adulti per via dello stigma.

Creatività Musicale & Psicopatologia: Quei geni skizzati del Bebop - Immagine: Licenza Creative Commons, Autore: Tom Palumbo
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Vedi, questa è l’Irlanda. Siamo molto ignoranti circa la natura della sofferenza mentale. Per esempio, la gente nel mondo è convinta che se sei schizofrenico significa che hai molte personalità, come un “disturbo da personalità multiple”, ma non è così. E’ completamente differente.

Quando hai un problema psicologico, non hai un gesso o una stampella, che permetta a tutti di sapere che hai un problema, quindi la gente si aspetta che tu ti comporti in maniera simile agli altri e quando sei diverso te lo fanno pesare e pensano che sei una persona difficile o che sei una rottura di palle e sono orribili nei tuoi confronti.

In Irlanda passi la tua vita cercando di nascondere il fatto che hai un problema mentale. Io chiedo continuamente conferme ai miei amici: “Sembro pazza?”, “Mi sto comportando come una pazza?”, e non dovrei aver bisogno di verificare, se mi sto comportando da pazza dovrei essere lasciata nella mia cazzo di folle pace!

Devi nascondere chi sei veramente ed è veramente stressante e nocivo per la tua autostima. Perchè non è ovvio per le altre persone che tu sei malato, ti trattano come una rottura di palle e finisci per biasimarti e svalutarti, quando vedi bene che lo stai già facendo per via del tuo disturbo.

Voglio dire, capisco che siamo persone veramente complicate, ma siamo anche tremendamente semplici, ma vedi, è un mondo difficile quello dove c’è un confine tra le persone teoricamente sane e quelle teoricamente malate. I sani non hanno familiarità dei “non sani”, il che è già di per se sbagliato. Anche se le vere “sbarre” non esistono più, siamo incastrati dietro a queste, come dire, sbarre metaforiche.

 

SoM: So che hai sempre avuto una relazione difficile con la chiesa cattolica. Cosa ne pensi della posizione della chiesa nei confronti della sofferenza mentale? Trovi che ci sia accettazione e compassione per la malattia mentale?

S: (ride) Se ci fosse accettazione della malattia mentale nella chiesa cattolica, l’intera Curia si dimetterebbe! Vi serve il miglior psichiatra d’Italia che spenda un po’ di tempo là dentro! Gli uomini al comando sono malati. Sono più malati che la maggior parte di noi messi assieme. Se prendessero davvero in considerazione la malattia mentale, dovrebbero iniziare col ricoverarsi in ospedale. Chiunque dichiari che la pedofilia e l’ordinamento delle donne sono sullo stesso piano ha un problema mentale.

Quando uno critica la Chiesa, quello che noi di solito intendiamo specialmente in Irlanda, sono gli uomini al comando. Sappiamo tutti che il 99,9% dei preti e delle suore sono persone incredibili, che fanno molto per aiutare le persone, di tutti i tipi. Ma il normale prete della strada non ha le qualifiche per andare in giro per il paese sconfessando la dottrina ufficiale, tutto quello che possono fare questi poveri preti è raccogliere i cocci di questo casino, che di solito è una missione suicida, perchè lo stigma porta al suicidio. A causa dello stigma, le persone non rimangono in terapia e non ricevono l’aiuto di cui hanno bisogno, perchè sanno che saranno trattati di merda.

 

SoM: Ancora lo stigma…

S: Si… per esempio: Sono entrata in ospedale circa 2 anni fa perchè volevo essere assolutamente certa che la diagnosi fosse corretta. Mentre ero in ospedale (ci sono stata per 2 settimane), c’era una donna più o meno della mia età che era lì da 6 mesi. Non stava così male, e un giorno stavo parlando con lei del perchè fosse lì e mi ha mostrato le sue braccia, che erano tutte tagliate. Sua madre era morta di cancro e lei se ne era sempre presa cura. Non era mai successo nulla a questa donna prima, ma la notte che sua madre è morta, lei ha probabilmente perso la testa e si è affettata le braccia. La ragione per la quale stava in ospedale da così tanto tempo era che nel villaggio dal quale proveniva non la volevano indietro, non avrebbe potuto riavere il suo vecchio lavoro, nessuno dei suoi amici voleva più parlarle, era una paria nel villaggio perchè si era fatta quelle cose alle braccia, tutti pensavano che fosse matta. Perciò non poteva tornare al suo paese ed era fissa in ospedale.

 

SoM: Quante volte sei stata ricoverata in ospedale?

S: Mi sono ricoverata volontariamente due volte. La prima volta per avere una diagnosi chiara. La seconda volta l’anno scorso quando mi hanno interrotto la terapia farmacologica in modo molto stupido e sono peggiorata molto. Non riuscivo a mangiare o a dormire.

 

SoM: Come mai hai interrotto la terapia, a causa degli effetti collaterali?

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S: Stavo ricevendo molta pressione da gente dello show business riguardo al mio essere sovrappeso per via della terapia. Prendevo 200 mg di amitriptilina. Quando l’ho detto al mio medico, per qualche ragione mi ha tolto di colpo la terapia e non ha svolto una corretta supervisione. Il Servizio di Salute Mentale qui è veramente pessimo. Dopo aver interrotto la terapia, ho incominciato a stare male, senza rendermene conto. Poi sono stata trascinata dal perdere peso e ho fatto finta di non stare male. Non è stata una mia scelta quella di interrompere i farmaci, ma lo psichiatra me li ha tolti e ho creduto che andasse bene così.

Sfortunatamente nel mio caso, per via di quello che faccio per vivere, qui in Irlanda è molto difficile per me trovare un dottore che mi tratti semplicemente come una persona, che riesca ad andare oltre a Sinead O’Connor. Sono dovuta andare in Inghilterra per trovare uno psichiatra che facesse al caso mio.

 

SoM: Per quando tempo sei stata senza farmaci?

S: Sono rimasta senza terapia da agosto dell’anno scorso fino ad aprile. Il dottore mi ha detto di smettere, quindi ci ho messo un bel po’ a capire che stavo male perchè quando smetti questo tipo di farmaci ci vuole tempo per ricominciare a stare male, e non sapevo che cazzo stesse succedendo.

 

SoM: Nove mesi senza farmaci è veramente un tempo lungo… non ti hanno avvertita riguardo ai rischi di una possibile ricaduta?

S: Per via di quello che faccio nella vita, in Irlanda tutto quello che gli psichiatri facevano era lamentarsi riguardo a quello che scrivevano i giornali invece di parlare della mia malattia. Gli stessi psichiatri erano molto coinvolti nelle battaglie pubbliche della Chiesa in Irlanda… dall’altro lato della barricata rispetto a me. Nello stesso periodo in cui smettevo i farmaci, quando andavo dalla psichiatra si lamentava con me dicendo che non apprezzava quello che dicevo riguardo alla Chiesa sui giornali, così abbiamo litigato e mi ha lasciata lì, arenata.

Poi in Irlanda il Sistema Sanitario fa così schifo che ci metti mesi per avere un appuntamento con un dottore per una terapia, così avrei aspettato per sentirmi dire le stesse cazzate da un altro dottore.

Un dottore mi ha mandata a casa con degli antistaminici dicendomi di prenderne 100 mg a notte. E io ho detto “Ok!”. In Irlanda la gente considera i dottori come degli dei, senza metterli mai in dubbio. Ma questo ha significato stare male per altri 3 fottuti mesi. E la cosa divertente è che era un medico privato, e l’unica alternativa era di andare al maledetto ospedale. Nessuno vuole ricoverarsi in ospedale, la peggior cosa che ti può capitare se stai male è di dover lasciare la tua famiglia e i tuoi figli, che sono l’unica cosa che ti fa sentire sicura.

SoM: E’ molto strano… in Italia puoi scegliere un medico privato e pagare di più, ma puoi vederlo più spesso.

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S: Qui hai 6 settimane di agonia, e a meno che tu non voglia ricoverarti in ospedale, sei fottuto. Per di più la gente non ha soldi. Io ne ho, ma il ragazzo della porta a fianco non può pagare per uno psichiatra privato e non può aspettare fino a sei mesi per un consulto. Ti do un’idea di quanto il sistema sia pessimo: un mio amico lavora in un servizio di assistenza per adolescenti dai 12 ai 18 anni con problemi di droga, del Servizio Sanitario Nazionale, e hanno un frigo nel bagno! Questa è l’immagine della Sanità Pubblica in Irlanda.

 

SoM: Riesco a immaginare tu abbia avuto momenti veramente duri. E’ stato negli ultimi mesi quando non hai potuto finire il tour?

S: Si, sono quasi morta. Era giugno e stavo molto male, come mai prima. Mi hanno prescritto la carbamazepina ad aprile e ho avuto una reazione molto inusuale che ha peggiorato i sintomi. Ora sto meglio, prendendo 200 mg di lamotrigina e 100 mg di quetiapina. Prendo anche una dose molto alta di vitamina B12 prescritta dallo psichiatra. Hanno appena scoperto che aiuta nelle fasi depressive del disturbo bipolare.

 

SoM: Hai mai provato la psicoterapia?

S: Si e cazzo non finisce mai! La sto ancora facendo. Al momento ho una seduta a settimana. Da luglio ad agosto ho anche svolto un lavoro terapeutico per 12 settimane in un centro di prevenzione del suicidio a Dublino. Sono fantastici. Uno dei peggiori sintomi quando stavo molto male era il pensiero costante rivolto al suicidio e ho scoperto che la maggior parte dei terapisti non è formata in maniera specifica sul pensiero suicidario, quindi puoi andare avanti per anni senza risolverlo.

Dal momento che non stavo prendendo farmaci, i pensieri sul suicidio hanno continuato a peggiorare finchè non ci ho provato veramente a gennaio, e ci sono stati altri tre tentativi in seguito. I terapisti nel centro di prevenzione del suicidio lavorano in modo specifico sul pensiero suicidario. Non parlano semplicemente del suicidio, ti aiutano a ricostruire la tua vita, ti aiutano a capire cosa vuoi dalla tua vita. Li ho visti una volta a settimana per delle sedute individuali. Mentre fai quello non fai altre terapie.

 

SoM: Che cosa intendi con “ricostruire la tua vita”?

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S: Mi hanno aiutato a identificare una serie di problemi, per esempio “staccare” era uno di questi, imparare a stare fermi e non fare un cazzo e stare semplicemente seduti e far uscire l’energia. A quel punto ti siedi e realizzi quanto eri stanco, quando hai pensieri depressivi o suicidari non ti rendi conto di quanto sei stanco.

Poi si sono concentrati sul fatto che io sono troppo incline a fare mie le opinioni negative degli altri riguardo a me. Se ci fossero dieci persone in una stanza e nove dicessero che sono fantastica e una soltanto dice che sono una stronza, quella sarebbe la persona di cui mi preoccupo e a cui credo, quella lì, deprimendomi perchè qualcuno mi dice che sono una stronza. Sono stati capaci di insegnarmi, cosa che non avevo imparato prima, come fottersene altamente di quelle persone.

E poi un’altra cosa importante è il divertimento, voglio dire “Cos’è che fai solo per divertirti?”, “C’è qualcosa che fai solo per divertirti?”. Mi hanno fatto compilare una lista (Ndt. Bucket list); quindi prima di tutto meriti di più, poi liberarsi di tutti quelli che ti fanno sentire di merda, poi riposare il proprio corpo, prenderti tempo per te stessa e mi hanno fatto mettere insieme una lista delle cose che vorrei fare nella vita, ed è stato fantastico!

In poco tempo ti distolgono dalla sofferenza e ti aiutano a costruire una vita divertente. E’ abbastanza stregonesco il modo in cui funziona la terapia, è qualcosa di inconsapevole, non sai come cazzo facciano, ma di colpo inizi a vivere in modo diverso e a pensare in modo diverso. Sono stata in grado di costruire la vita che voglio, capisci che intendo? Quando hai un disturbo mentale credo sia importante lavorare con i servizi di prevenzione se uno dei tuoi sintomi è il pensiero suicidario.

 

SoM: Hai lottato con problemi interpersonali che ti hanno portato a pensieri riguardo al suicidio?

S: In quel periodo non prendevo i farmaci e al tempo stesso stavano succedendo molte cose molto stressanti. Se fossi stata sotto terapia forse avrei reagito in maniera diversa. Nel mio caso è stata solo la malattia che mi ha fatto pensare al suicidio, ma era una compulsione. Sono arrivata al punto in cui capisco come i sintomi del disturbo bipolare mi hanno fatto sentire come se stessi camminando sott’acqua.

SoM: Camminare sott’acqua… rende bene l’idea di come dovessi sentirti… bene Sinead, credo che tu sia stata veramente coraggiosa ed esaustiva nel raccontare la tua difficile storia, e ti voglio ringraziare a nome di State of Mind e di tutti quelli che affrontano la sofferenza mentale ogni giorno.  

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LE INTERVISTE DI STATE OF MIND

Il Trauma: Problema Diagnostico

Trauma: Problema Diagnostico. - Immagine: © udra11 - Fotolia.com LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI DI STATE OF MIND SUL DISTURBO POST TRAUMATICO DA STRESS (PTSD)

Quali sono le conseguenze più importanti di un trauma? E soprattutto, l’attuale sistema diagnostico è in grado di cogliere le molteplici componenti di un vissuto traumatico? Al momento, non sembra azzardato dare risposta negativa alla seconda domanda.

La descrizione del disturbo da stress post traumatico non coglie la dimensione evolutiva del trauma, collocandolo in un contesto temporale circoscritto e definendo le conseguenze che esso provoca come un insieme di sintomi direttamente collegati a uno o più episodi di abuso o di violenza; lo sviluppo infantile di un bambino traumatizzato subisce però un danno pervasivo che si manifesta attraverso segni e modalità più complessi.

La disregolazione affettiva, i modelli di attaccamento disorganizzati, l’instabilità emotiva e comportamentale, la perdita di autonomia, l’aggressività contro di sé e contro gli altri, la disregolazione alimentare, del sonno e della cura di sé, la rappresentazione alterata del mondo, i problemi psicosomatici, la cronica percezione di inefficacia, il comportamento anticipatorio finalizzato a gestire le aspettative di un nuovo trauma, l’odio verso di sé, il pensiero autoaccusatorio, le condotte autolesionistiche e la mancata acquisizione di competenze evolutive compongono un quadro clinico estremamente variegato che la definizione di disturbo da stress post traumatico non può racchiudere (van der Kolk et al., 2005).

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L'impatto del trauma infantile sulla salute e sulla malattia - L'epidemia nascosta- (2012) GIovanni FIoriti Editore - Copertina
Articolo Consigliato: L’impatto del trauma infantile sulla salute e sulla malattia. L’epidemia nascosta (2012). Giovanni Fioriti Editore

 Si finisce perciò con l’attribuire ai bambini traumatizzati una serie di comorbiditá che dovrebbero rendere ragione dei differenti aspetti della sofferenza ma che in realtà non avvicinano il clinico ad una comprensione organica del fenomeno.

Il National Child Traumatic Stress Network ha lavorato alla creazione di una categoria diagnostica chiamata “Disturbo Traumatico dello Sviluppo” (van der Kolk, 2008), nella quale l’attenzione viene focalizzata sulla disregolazione affettiva in risposta a stimoli connessi al trauma, sulla generalizzazione dello stimolo e sullo sviluppo di un comportamento anticipatorio che scongiuri l’evento traumatico o al contrario lo riproduca conferendogli però un senso soggettivo di controllo, come nel caso delle condotte aggressive eterodirette.

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Secondo questa impostazione il trauma, che non viene causato solo da violenze o abusi subiti ma anche da esperienze di abbandono, tradimento, trascuratezza emotiva, esposizione alla vista di aggressioni che coinvolgono altri membri della famiglia, gestione inappropriata e morbosa della propria sessualità da parte degli adulti di riferimento, si traduce nella percezione di emozioni intense (rabbia, vergogna, paura, fallimento, rassegnazione, senso di tradimento) e nella messa in atto di comportamenti che contrastino tali emozioni.

Possiamo osservare reazioni di evitamento, congelamento emotivo, esasperazione degli impulsi, e l’elemento che accomuna queste manifestazioni è l’enorme difficoltà a ripristinare l’equilibrio precedente allo stato di attivazione traumatica. I bambini traumatizzati non sviluppano solo le risposte fisiologiche ed emotive richiamate dal trauma, così come vengono descritte nella diagnosi di disturbo da stress post traumatico, bensì anche un’immagine del mondo fondata sul tradimento subito; il loro modo di rapportarsi alle esperienze quotidiane esprime disorientamento, confusione, sentimenti dissociativi ogni volta che appare uno stimolo stressante, e l’interpretazione degli eventi è spesso erronea poiché prefigura il ripetersi del trauma anche quando non vi sono possibilità che ció accada.

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Le attribuzioni negative riferite a sè, la perdita di fiducia nelle figure genitoriali, il senso pervasivo di impotenza generano uno scenario in cui il bambino vittimizzato può solo difendersi da un ambiente minaccioso e invalidante.

La mancata comprensione dei comportamenti successivi al trauma, il cui significato difensivo non viene colto, produce negli adulti reazioni di rabbia e insofferenza che rinforzano la convinzione del bambino di non poter trovare risposte empatiche ai propri bisogni: in questo modo le dinamiche del trauma si perpetuano e diventano schemi rigidi che il bambino continuerà a utilizzare per codificare la propria esperienza.

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BIBLIOGRAFIA:

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