Tra Moglie e marito… modi diversi per dimostrarsi amore
La storia è la stessa per tante coppie. Ci si innamora, ci si sposa, ci si gongola nella certezza dell’amore corrisposto finchè un bel giorno, come un fulmine a ciel sereno, si insinua nella vita coniugale il fatidico tarlo: “mi amerà ancora?”.
Di solito ciò accade quando col passare del tempo ciascun partner investe meno risorse nell’attuare quella serie di comportamenti che ritiene utili alla conquista, dettati dal tipico atteggiamento del “sono come tu mi vuoi”. Così ci si sforza di capire cosa può convincere chi abbiamo di fronte che corrispondiamo esattamente al suo partner ideale. E’ il tempo delle cene a lume di candela, delle frasi prese in prestito dai poeti del settecento e dei completi intimi ammiccanti.
I mesi passano, il clima di conquista abbandona il campo e il matrimonio suggella la resa dei conti e la formale adesione al nuovo atteggiamento del “sono come sono” e di conseguenza l’amore viene dimostrato con maggior naturelezza, secondo il proprio stile. Per molti mariti e mogli riconoscere e soprattutto apprezzare questo aspetto evolutivo del rapporto non è cosa semplice.
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Ricercatori dell’Università del Texas si sono interessati per ben 13 anni alla vita di coppia di 163 sposi per aiutarci a comprendere come viene espresso l’amore nella vita coniugale.
Una prima evidenza empirica ci rassicura: mariti e mogli sono ugualmente in grado di esprimere il proprio amore, sfatando lo stereotipo dell’uomo geneticamente poco incline a gesti d’affetto, ma lo fanno attraverso comportamenti diversi.
Quali? Le mogli manifestano il proprio amore mostrando meno comportamenti negativi o antagonisti mentre i mariti amorevoli prendono l’iniziativa sessuale e si mostrano interessati a condividere delle attività con le compagne.
Del resto perchè dovremmo dare per scontato che l’amore sia la stessa cosa per entrambi quando anche Kelly, psicologo statunitense del secolo scorso, ci ricorda che le persone sono diverse non solo perchè hanno vissuto esperienze differenti ma soprattutto perchè attribuiscono significati diversi agli stessi eventi?
Così se desideriamo essere amati da lui, dovremmo innanzitutto imparare a conoscere la sua idea d’amore e il suo modo di manifestarlo così da riuscire a scorgere tutto il suo amore dietro la richiesta di fare nuovamente sesso o di aiutarci a lavare i piatti.
E a voi uomini tocca fare lo stesso, rendervi conto che non c’è manifestazione d’amore più grande da parte nostra del cercare di essere accomodanti.
Ma quando si parla di matrimonio si parla di compromessi e ogni tanto potrebbe essere salutare sposare anche il costrutto d’amore altrui perchè niente fa sentire più amati dell’essere amati come intendiamo noi.
Quindi uomini ogni tanto non rompeteci le scatole e noi donne in cambio vi manifesteremo tutto il nostro, anzi il “vostro amore” con in dosso una guepiere di pizzo.
Perché “Why” sembra meglio di “How” Elementi di processo nel pensiero ripetitivo in un campione italiano non clinico
Congresso SITCC 2012 Roma
Perché “Why” sembra meglio di “How” Elementi di processo nel pensiero ripetitivo in un campione italiano non clinico
Bassanini A.a, Caselli G.b,c, Fiore F. a, Ruggiero G.M. a, Sassaroli S. a & Watkins E. d a Studi Cognitivi, Milano. b Studi Cognitivi, Modena. c London South Bank University, London, UK. d Mood Disorders Centre, School of Psychology, University of Exeter, UK
I ricercatori della Washington University di St. Louis stanno invitando soggetti di tutto il mondo a partecipare a un esperimento on-line grazie al quale i partecipanti potranno verificare la loro abilità nel ricordare volti e nomi.
Il test, che può essere fatto al computer, smartphone, tablet, fa parte di una crescente tendenza “crowd-sourcing” in campo scientifico, che sfrutta Internet per raccogliere grandi quantità di dati di ricerca, consentendo ai partecipanti allo studio di imparare anche qualcosa su se stessi. Per partecipare è sufficiente visitare il sito web di prova a experiments.wustl.edu.e completare un test di soli 10 minuti.
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Partecipando chiunque può dare il suo contributo allo studio dei processi mnestici e ricevere anche un feedback sulla propria performance nel compito di memoria, cioè la stima approssimativa del suo punteggio “Face-Name Memory IQ”, e confrontarlo con quello degli altri partecipanti.
Progettato per essere sia divertente che informativo, il test è anche facile da condividere tra amici attraverso i social network.
Questo progetto si è sviluppato grazie a un lavoro di squadra che coinvolge i docenti, il personale e gli studenti del Department of Psychology in Arts & Sciences e del Department of Computer Science & Engineering all’interno della School of Engineering & Applied Science. Il team di ricerca sta esplorando l’uso dei social media e altre opportunità per diffondere il passa-parola sull’esperimento nella speranza di convincere più persone possibile a fare il test on-line.
Molte sono le idee che possono intimidire gli uomini e le donne. Anche nelle situazioni più rilassate vi è sempre una misura di giudizio e di competizione, di accettazione o di rifiuto.
A differenza del panico, il paziente affetto da fobia sociale è in grado di collegare le sue paure con una situazione ben definita. In altre parole, egli è capace di indicare con precisione cosa lo preoccupa: le situazioni sociali e il giudizio sociale. L’intensa paura di essere giudicati negativamente pervade il pensiero di queste persone, paura che genera il timore di affrontare tutte le situazioni in cui si rischia di essere oggetto di valutazione da parte degli altri.
Naturalmente, secondo il modello cognitivo, questi timori sono legati a idee distorte che inducono la persona a valutare in maniera errata le situazioni sociali. Veri e propri errori, per i quali la persona si sente esclusa, derisa, rifiutata, malgiudicata. Oppure, secondo la via pragmatica, i pensieri non sono falsi, non sono errori, ma sono disfunzionali, ovvero non aiutano la persona a stare bene in mezzo agli altri, a godere della compagnia degli altri.
Molte sono le idee che possono intimidire gli uomini e le donne. Anche nelle situazioni più rilassate vi è sempre una misura di giudizio e di competizione, di accettazione o di rifiuto. Inoltre, è vero che tutti desideriamo godere della compagnia degli altri in maniera attiva. Desideriamo essere simpatici e desideriamo essere -almeno per un attimo, l’attimo di una battuta brillante- essere il centro della serata, conquistare la risata di chi ci ascolta, ma anche vederci confermati e incoraggiati nel nostro desiderio di essere accettati dagli altri come uno di loro.
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Non è facile. E non basta. Le difficoltà vanno negate, nascoste, non espresse e non confidate. Vietato lamentarsi, in questo campo. La competizione sociale va fatta con eleganza, senza sforzo e senza esagerare la sfida. Occorre essere pronti a concedere amicizia miscelata nella sfida se si vuole veramente essere accolti. La paranoia in agguato va tenuta a bada come una bestia feroce. Simpatia e capacità sociale vanno conquistate con leggerezza e noncuranza. Guai a chi si sforza in questo campo. Così come un eccesso di ansiaè dannoso, un eccesso di preoccupazione sociale ci rende poco simpatici e per nulla attraenti. E qui possono entrare in campo le credenzedistorte e disfunzionali.
Le credenze più diffuse si possono suddividere in due categorie.
Quelle che sopravvalutano la disapprovazione altrui, spesso attraverso un eccesso di attenzione alle espressioni del viso, allo sguardo e agli atteggiamenti di chi ci ascolta e quelli che sopravvalutano le proprie mancanze, che pensano di dire cose poco interessanti, di non sapere parlare, di fare troppe esitazioni e di non avere mai la giuste parole che dicano le cose (Clark e Wells, 1995).
Queste idee finiscono naturalmente per diventare profezie che si auto-avverano. Il timore del giudizio negativo genera reazioni fisiologiche di vergogna che sono a loro volta oggetto di imbarazzo. Balbettio, tremori, sudorazione eccessiva e pause nel parlare, di cui il fobico sociale si rende conto con terrore e che interpreta ancora una volta come segnale della propria incapacità di stare con gli altri. Il fobico sociale finisce quindi per vergognarsi della sua vergogna, generando un classico circolo vizioso (Heimberg, Liebowitz, Hope, Schneier, 1995). Ma ascoltiamo la voce dei pazienti.
T.: Perché teme le situazioni sociali?
P.: Non so stare bene in mezzo agli altri, sono timido, impacciato.
T.: Essere timidi è un’emozione. Mi racconti con più precisione in cosa consiste il suo non saper stare in mezzo agli altri.
P.: Gli altri se ne accorgono. Non so cosa dire, parlo poco e quando parlo non dico cose interessanti. E poi spesso m’impappino, non mi vengono le parole.
Oppure:
P.: Quando parlo, gli altri non mostrano molto interesse. Mi guardano annoiati. Ma anche prima che proferisca parola, non mi danno retta. A volte inizio a dire qualcosa nessuno si volta verso di me. Tutti continuano a parlare tra loro, come se non ci fossi.
Il disputing della fobia sociale nasce da un’accurata raccolta dati. Occorre valutare con attenzione le situazioni temute e soprattutto le basi empiriche dei timore della persona fobica sociale. Cosa teme esattamente e perché? Ci sono stati giudizi espliciti altrui o solo cenni di dissenso, occhiate, smorfie? Davvero il cliente balbetta fino al punto di non potersi esprimere, o arrossisce o suda in maniera imbarazzante, o si tratta solo di sensazioni interiori? Insomma, fino a che punto il problema è esterno e oggettivo e quanto è soggettivo?
Clark, D. M. & Wells, A. (1995). A cognitive model of social phobia. In R. Heimberg, M. Liebowitz, D. A. Hope, & F. R. Schneier (Eds.), Social phobia: Diagnosis, assessment and treatment. (pp. 69–93). New York: Guilford Press.
Le Olimpiadi di Londra 2012 sono un’esperienza ormai compiuta, per i protagonisti e per gli spettatori. Un caleidoscopio di emozioni, colori e sensazioni che fanno parte dei ricordi di tutti coloro che in qualche modo vi hanno preso parte. Parliamo di Olimpiadi, ovviamente, di quell’imponente giostra carica di ritualità e di imprevisti che anima lo scenario sportivo internazionale ogni quattro anni. E gli psicologi? Come al solito non sono stati a guardare! Molti gli atleti dei diversi team nazionali sono stati accompagnati dal proprio mental coach. Ed anche io ero tra questi. Una grande opportunità giunta a coronamento di quella che ormai è una lunga collaborazione con il CONI.
Questo approccio è nato da una estemporanea esigenza: quali strumenti dell’agire psicologico utilizzare quando l’atleta è chiaramente portatore di una sofferenza soggettiva, riconducibile a specifiche caratteristiche di personalità che, pur riverberando nella prestazione, non ha in essa la sua sola origine o possibilità di risoluzione? È questo l’interrogativo che si è andato definendo nella mia mente all’incirca due anni fa all’inizio di questa avventura, quando mi sono trovata a dover intervenire su di un atleta che, pur provenendo da innumerevoli successi internazionali, sembrava, a seguito di una serie di eventi personali e sportivi, non riuscire più ad ingranare le marce per compiere delle scelte gratificanti.
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“La prestazione prima di tutto!” È questo l’imperativo a cui mirare… ma questa volta era diverso. A non funzionare non era più solo la prestazione. L’Olimpiade non era poi così lontana e l’assessment iniziale aveva chiaramente lasciato emergere caratteristiche di personalità tali da non poter essere ignorate nella formulazione dell’intervento. Se infatti la prestazione sportiva è frutto dell’integrazione tra aspetti psicologici e fisiologici, tralasciare gli elementi di sofferenza soggettiva emersa, sarebbe equivalso ad invalidare la possibilità di accedere con successo, anche se solo in un secondo momento, al programma di allenamento mentale.
Perfezionismo, bassa autostima, alessitimia sono di fatto elementi ricorrenti nell’organizzazione di personalità degli atleti di alto livello e, di frequente , essi stessi attivatori dell’impegno agonistico. Quando però sopraggiungono fattori stressanti, come ad esempio l’esposizione protratta alla dinamica agonistica, questi stessi aspetti possono tradursi in elementi di rischio psicopatologico capace di determinare quadri sintomatologici che richiedono interventi terapeutici specifici, come quello TMI. L’atleta in questione presentava caratteristiche che motivavano un intervento di questo tipo.
Emergevano nel colloquio emozioni intense e dolorose, unitamente ad una assoluta difficoltà di gestione delle stesse, con conseguente percezione di inefficacia personale. La vita di relazione risultava guidata da schemi impliciti che lo costringevano a reiterare dinamiche stereotipate.
Le capacità metacognitive erano fortemente sollecitate dall’impegno sportivo ma decisamente compromesse: gli veniva richiesto di organizzare il proprio comportamento in vista della meta (le olimpiadi), impegnando capacità di ragionamento finalizzate alla definizione di obiettivi, al compimento delle scelte, alla formulazione delle valutazioni. Il comportamento doveva essere costantemente monitorato ed adeguato all’andamento dell’allenamento e delle gare, gestendo nel contempo il proprio stato psicoemotivo e gli aspetti relazionali. Promuovere, attraverso gli interventi terapeutici, il processo di riflessione su di sé , avrebbe consentito di focalizzare l’attenzione sui fattori capaci di favorire il funzionamento, accrescendo anche la consapevolezza su quanto provoca disagio. Il lavoro sulle abilità metacognitive avrebbe poi consentito di intervenire sugli aspetti relazionali (particolarmente critici all’inizio dell’intervento), agevolando il potenziamento di quelle capacità che permettono di capire gli altri (compagni, avversari, allenatore, dirigenti sportivi), a tutto vantaggio dell’organizzazione strategica del proprio comportamento in gara e non solo (consapevolezza dei punti di forza e di debolezza di compagni e avversari).
Alla luce di queste riflessioni iniziali si è dunque proposto all’atleta di avvalersi di un intervento gerarchicamente organizzato e sdoppiato in due momenti diversi. Ottenuta la piena condivisione e in un clima di collaborazione, il programma ha avuto avvio, con sedute settimanali, compatibilmente con le disponibilità legate alle trasferte.
Settimana dopo settimana si è giunti a conclusione del primo anno con la piena convinzione che si fossero ormai definite le condizioni necessarie e sufficienti ad implementare il secondo modulo: il lavoro sul campo. L’atleta aveva sviluppato strategie efficaci per la gestione delle emozioni dolorose e andava acquisendo consapevolezza dei propri schemi. La psicoterapia andava avanti, mentre le tecniche di mental training cominciavano ad essere strutturate in un programma di allenamento sistematico affidato ad una collega.
Da lì a poco la qualifica olimpica. E poi una lunga cavalcata fino alla gara! A pochi giorni dall’evento la richiesta esplicita da parte dell’atleta: la presenza del nostro team di lavoro a Londra! L’obiettivo dichiarato e condiviso era quello di affrontare la gara con le condizioni mentali ottimali. I colloqui sarebbero serviti in quei giorni, oltre che a contenere l’ansia, ad agevolare il rapporto con l’allenatore (vera figura chiave di un pregara olimpico), attraverso interventi terapeutici che sostenessero l’atleta nel suo processo di lettura delle dinamiche relazionali. In questi frangenti di massima tensione, ogni particolare può diventare importante e una difficoltà con il proprio coach può essere cruciale … e poi a Londra ci si era arrivati tutti insieme e tutti insieme dovevamo gareggiare, così esclamò l’atleta nel fare la sua richiesta: e olimpiade fu!
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Di sicuro, un’esperienza particolare nel suo genere, proprio perché il lavoro con gli atleti di alto livello pone agli psicologi interrogativi assolutamente peculiari, tra il bisogno di favorire le prestazioni e la consapevolezza di esistenze spesso schiacciate tra sacrifici da palestra e luci dei riflettori. In tale contesto l’intervento di Terapia Metacognitiva Interpersonale sembra riuscire ad incidere sia su un piano strettamente individuale (favorendo la consapevolezza e la capacità di descrizione del proprio mondo interiore) che su quello relazionale (agevolando la capacità di comprensione di ciò che gli altri pensano e sentono). Sul piano individuale, dunque, un atleta che necessiti di un simile intervento avrà modo di riscoprire scopi e desideri personali laddove questi risultano spesso celati da una motivazione agonistica frequentemente mediatrice di bisogni relazionali di altra natura. Il miglioramento sul piano relazionale riverbera subito nel rapporto con l’allenatore ed i compagni a tutto vantaggio della prestazione.
Il cantiere di Olimpia 2016 è ormai già aperto. Dopo qualche settimana di riposo il mondo dello sport si riorganizza silenziosamente in vista della nuova meta. Speriamo di esserci, e buon viaggio a tutti!
Solo poche righe sull’orrenda storia del bambino trascinato via dalla scuola
Solo poche righe sull’orrenda storia del bambino trascinato via dalla scuola. Dove sicuramente non abbiamo tutti gli elementi per farci un’opinione, ma dove di certo sono stati commessi errori da parte delle forze dell’ordine.
Ma oggi vorrei parlare dei genitori, che mi sembrano la maggiore fonte di scandalo e di preoccupazione. Questi genitori di cui non sappiamo nulla, dal 2005 litigano sulla separazione e non trovano un accordo. O se lo trovano per via giudiziaria, lo infrangono. Portano via il bambino e impediscono all’altro coniuge di vederlo. (nel caso della madre con la solidarietà della famiglia d’origine, ahimè, nessuno in questa storia è saggio).
Qual è il punto più drammatico in questa vicenda? Che queste due persone non possono mai cambiare idea. Che rimangono davanti ai problemi reciproci per anni nella stessa posizione aumentando e migliorando soltanto le armi per la battaglia reciproca.
La madre per sempre vuole togliere al figlio il padre. Ma anche il padre per sempre vuole togliere e riavere per sé il figlio. Questa guerra dei Roses non è però una guerra in una coppia appesa a un lampadario ma una guerra in cui un bambino che oggi ha 11 anni ma ne aveva 5 quando il tutto è cominciato paga il costo della inflessibilità malata dei genitori. Ignari del danno per il figlio causato dalla loro incapacità di cambiare idea.
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Un figlio che impara che non si può mai pensare cose nuove e affrontare nuove emozioni,. Dove nessuno è capace di mettersi nei panni dell’altro genitore e comprenderne il dolore, la sofferenza. Dove si è disposti a pagare qualsiasi prezzo per volgere la realtà a proprio favore. Che vede genitori completamente incapaci di uscire dal proprio punto di vista per un bene più generale.
Ecco la gravità per il figlio, oltre al dolore dell’orrenda scena, e al dover sempre escludere almeno un genitore dalla propria scena esistenziale, è che impara che non si può mai cambiare idea in una ossessione terribile e ignara del rispetto per l’altro. Egli ha visto che i suoi genitori non sanno affrontare gli intoppi, le invalidazioni, i problemi, le emozioni di dolore, se non con strappi odiosi e schematici.
Ha visto che hanno continuato negli anni a pensare, fare, provare, soltanto una cosa, la rabbia e la vendetta e le strategie di guerra reciproca, comportamentale, emotiva, legale, giudiziaria.
Questa coppia malata dove si è malati in due ma ognuno è malato a modo proprio, senza l’autorità non è stata capace di risolvere nulla in un colloquio o magari un aspro confronto maturo che contemplasse il rispetto dell’altro e cedimenti reciproci alla saggezza per il bene dell’altro e del figlio.
Noi auguriamo a questo bambino di non assorbire tutto questo e che abbia la fortuna di incontrare nel suo viaggio qualcuno che sappia vedere le cose in modo diverso, laterale, inaspettato, nuovo. Che gli insegni che le emozioni di rabbia e ingiustizia si possono accettare in modo saggio e generoso insieme al dolore che esse comportano.
Queste figure a lui sono mancate e di questo nella sua storia evolutiva resterà una traccia dolorosa e potenzialmente pericolosa per le sue stesse emozioni e per il suo stesso modo di pensare.
Noi pensiamo che entrambi genitori (e non solo il bambino) abbiano bisogno di un aiuto psicologico per un loro personale percorso di crescita.
La Nicotina produce effetti positivi sulla possibilità dell’ippocampo di elaborare le informazioni favorendo i processi di memoria e l’apprendimento.
Dopo i cerotti alla nicotina per migliorare la memoria, ecco la conferma che questa sostanza gioca un ruolo importante nei processi di apprendimento e memoria.
Un team di ricercatori della Uppsala University, insieme ai loro collaboratori brasiliani, ha scoperto un nuovo gruppo di cellule nervose che regolano i processi di apprendimento e memoria.
Queste cellule chimate gatekeeper, nella cui attivazione la nicotina sembra avere un ruolo importante, agiscono come custodi di un passaggio a livello assegnando priorità di elaborazione nell’ippocampo alle informazioni provenienti dai circuiti locali e favorendo quindi il consolidamento dei ricordi.
L’ippocampo è una zona del cervello che è importante per il consolidamento delle informazioni in memoria e ci aiuta a imparare cose nuove. La recente scoperta di cellule nervose gatekeeper, chiamate anche cellule OLM-alfa2, fornisce una spiegazione di come il flusso di informazioni è controllato nell’ippocampo.
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“E ‘noto che la nicotina migliora i processi cognitivi compreso l’apprendimento e la memoria, ma questa è la prima volta che viene identificata una popolazione di cellule nervose è legata agli effetti della nicotina,” dice il professor Klas Kullander della Uppsala University.
Gli esseri umani pensano, apprendono e memorizzano grazie alle cellule nervose che scambiano segnali tra loro. Alcuni di questi segnali vengono inviati e ricevuti all’interno della stessa area cerebrale, altri invece raggiungono altre aree del cervello, più lontane. Alcuni circuiti nervosi locali dell’ippocampo processano le informazioni in entrata e trasformano alcune di queste in ricordi. Ma come funziona questo meccanismo? E come può la nicotina migliorarlo?
La ricerca getta letteralmente “nuova luce” su questo meccanismo intrigante: i ricercatori hanno utilizzato una nuova tecnologia denominata optogenetics, in cui la luce viene usata per stimolare le cellule nervose selezionate, e hanno scoperto che la luce attivante le cellule gatekeeper modifica il flusso di informazioni nell’ippocampo nello stesso modo in cui fa la nicotina.
Attraverso la ricerca sui topi, gli scienziati hanno dimostrato che le cellule gatekeeper sono collegate alla cellula principale dell’ippocampo. L’attivazione delle cellule gatekeeper fa in modo che i segnali inviati alla cellula principale dal circuito locale abbiano la priorità, quando invece queste cellule sono inattive i segnali in entrata provengono da aree diverse e più lontane. La nicotina attiva le cellule gatekeeper, in questo modo assegna una priorità alla formazione dei ricordi attraverso i segnali locali.
Gli scienziati adesso vogliono verificare quali tipi di memoria e apprendimento possono essere selezionati per dall’attivazione di cellule gatekeeper. Grazie a questi dati, può essere possibile stimolare queste cellule nervose con mezzi artificiali, ad esempio selezionando farmaci simili alla nicotina, per migliorare la memoria e l’apprendimento nell’uomo; sfruttando perciò gli effetti positivi della nicotina sulla possibilità dell’ippocampo di elaborare le informazioni, senza però che si crei la dipendenza da nicotina tipica dell’assunzione della sostanza.
Se partecipare, nel senso più ampio dato dall’approccio della democrazia deliberativa al termine, è questo, allora come può essere utilizzato un approccio partecipativo?
1. Può essere utilizzato per il cambiamento organizzativo (change management): l’approccio partecipativo serve in momenti di cambiamento, o che richiedono di definire strategie specifiche, per garantire che le decisioni assunte si trasformino in azioni effettive. È utile dunque in questo ambito per superare i rischi legati al ‘falso consenso’ o alla non piena comprensione delle diverse prospettive e opzioni.
2. È ormai molto utilizzato per affrontare questioni rilevanti per la comunità. Da molti anni anche in Italia (cfr. in primis l’esperienza della Regione Toscana – cha ha istituito una vera e propria Autorità per la partecipazione e della Regione Emilia‐Romagna, tra altre) i metodi partecipativi vengono utilizzati per coinvolgere i cittadini in decisioni che hanno un elevato impatto sulla comunità locale (su tematiche come ad es. la costruzione di infrastrutture sul territorio).
Una riflessione più approfondita su metodi ed ambiti è rintracciabile nell’articolo Partecipazione e cittadinanza: uno sguardo metodologico. La proposta di questo articolo è quella di applicare alcune metodologie ed i principali assunti dell’approccio partecipativo al contesto della formazione. Ci porremo dunque due questioni fondamentali a cui rispondere in questa riflessione.
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Perché l’approccio partecipativo nella formazione? Cosa dell’approccio partecipativo può essere utile in un contesto formativo, e a quali condizioni?
Rispetto alla prima domanda, l’approccio partecipativo è utile nella formazione perché consente di affrontare alcune problematiche storiche di tale ambito, tra le quali due fondamentali e tra loro connesse:
• La percezione di utilità: la formazione rappresenta un costo, dunque è importante per l’organizzazione che lo sostiene poter predire un certo ritorno dell’investimento (il ROI). Rispetto alla definizione e quantificazione di tale ‘ritorno’ al lavoratore e all’impresa, in termini di competenze e professionalità, si sollevano molte problematiche. Il ROI della formazione è infatti difficilissimo da quantificare. La domanda che si pone è: perché pagare un servizio che non so se mi è utile e rispetto ai cui esiti non possiedo parametri chiari di valutazione? Diverse tipologie di intervento formativo, sulla base della filiera in cui si collocano, del target, dei contenuti, dei metodi, hanno risposto in modo vario a tale domanda.
L’utilizzo dell’approccio partecipativo permette a mio avviso di rispondere: realizzo un percorso formativo perché l’applicazione di questo metodo mi garantisce che al termine otterrò un prodotto definito. Appiclare principi della partecipazione deliberativa implica in primo luogo che fin dalla fase di progettazione viene definita la tipologia di prodotto che ci si attende in esito al percorso. Il prodotto può consistere in una decisione, in linee guida, in proposte, ma può anche essere prodotto tangibile (cfr. esperienza UCMAN a seguire).
• L’effettività degli esiti. Gli esiti di un percorso partecipativo hanno un aspetto in comune, pur nella differenza di contenuti e interlocutori: sono sempre condivisi. Il metodo stesso è pensato per far emergere le diverse prospettive, tutte, e creare la migliore mediazione possibile tra esse, in modo da ottenere un risultato condiviso. Il fatto che il risultato/prodotto nasca dal contributo attivo di tutti i partecipanti aumenta esponenzialmente il livello di coinvolgimento di ciascuno rispetto ad esso. Non è un prodotto. È il mio prodotto, anche il mio. Sarà importante progettare, per percorsi formativi che utilizzino anche metodi partecipativi, momenti di follow up per verificare la persistenza nel tempo di tale coinvolgimento, e dunque l’effettività del cambiamento prodotto.
In merito alla seconda domanda, Cosa dell’approccio partecipativo può essere utile in un contesto formativo, e a quali condizioni?
Ritengo che i metodi partecipativi possano essere utili in ogni fase di un progetto formativo, e in particolare:
CLICCA SULLA TABELLA PER VISUALIZZARE LA VERSIONE ESTESA
UN ESEMPIO:
Un esempio di utilizzo sperimentale di un metodo partecipativo nella formazione è dato dall’esperienza portata avanti nei primi mesi di quest’anno dall’Unione dei comuni modenesi (UCMAN) e dalla sua agenzia formativa Iride formazione, con mia consulenza (nell’anno precedente un intervento differente ma sempre realizzato con metodi partecipativi era stato portato avanti con la consulenza di A. Cacciani).
In questa occasione, il metodo è stato utilizzato prevalentemente nella fase centrale dell’erogazione formativa. Il prodotto/obiettivo finale era la co‐costruzione, con gli attori presenti sul territorio nei settori commercio e cultura, di un cartellone che comprendesse tutti gli eventi in previsione per il 2012 nei 9 Comuni dell’Area. Il committente aveva dunque chiaro fin dall’incontro preliminare il prodotto desiderato: anzi, la progettazione dell’intervento formativo e partecipativo è stata realizzata in vista di quel prodotto/obiettivo. Il lavoro di formazione e condivisione è servito per arrivare al prodotto e ‘riempirlo’ di contenuto.
L’esperienza presentata ci illustra come una condizione fondamentale perché tali metodi possano essere usati nella fase di erogazione della formazione è che il gruppo di apprendimento possieda già delle conoscenze/competenze in merito all’oggetto dell’approfondimento. In questo caso il metodo partecipativo permette di far circolare le conoscenze già presenti tra i partecipanti (eventualmente col supporto di esperti esterni, ma senza che il facilitatore della discussione entri nei contenuti oggetto del corso: il ruolo del facilitatore è proprio quello di far emergere dai partecipanti le opinioni e le riflessioni). Questa condizione non è necessaria invece nel caso in cui il metodo sia utilizzato per rilevare le aspettative dei partecipanti.
Infine, una seconda ed ultima condizione fondamentale è che il percorso formativo preveda effettivi ed ampi margini di libertà per il progettista: se l’analisi del fabbisogno è già stata realizzata, o gli obiettivi sono ormai definiti, utilizzare un metodo partecipativo solo come attivatore dell’attenzione rischia di farlo assomigliare ad un gioco. Perdendo dunque la componente metodologica, e molti dei risultati. Infatti, se un importante risultato dell’utilizzo di questi metodi è il coinvolgimento attivo dei partecipanti nelle decisioni assunte insieme, questo risultato decade laddove al termine dell’incontro partecipativo non si vedano esiti concreti (che si tratti della ridefinizione dei contenuti del corso, o delle strategie formative, o altro ancora…).
I recently received this notice and thought it was worthwhile to share with the State of Mind community.
Polyphenols are much more abundant in popcorn than in fruit and vegetables. The levels are similar to those found in nuts, and up to 15 times higher than quantities found in other whole-grain foods.
Many people are aware of the beneficial health effects of eating fruits and vegetables. One reason for this is that they are a good source of antioxidants called polyphenols. Research has shown that polyphenols are anti-inflammatory, anti-tumor and help prevent heart disease (Scalbert et al. 2005). While fruits and vegetables are high in these healthy antioxidants, did you know that popcorn is also loaded with polyphenols?
In an interesting presentation at the National Meeting & Exposition of the American Chemical Society, Chemistry Professor Joe Vinson, Ph.D., of the University of Scranton explained that popcorn is approximately 4 percent water, compared to 90 percent in most fruit and vegetables (Vinson, 2012). This means that polyphenols are much more diluted in the fruit and veggies compared to popcorn.
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The researchers found that polyphenols were much more abundant in popcorn than they had expected. They explained that levels were similar to those found in nuts, and up to 15 times higher than quantities found in other whole-grain foods. The team also found that popcorn hulls have the highest polyphenols concentrations and are rich in fiber.
In order to have a healthy diet, you cannot replace fresh fruits and vegetables with popcorn, Dr. Vinson stressed. Popcorn does not contain several other key nutrients present in fruit and veggies.
However, popcorn may be the perfect snack food, as it’s the only snack that is 100 percent unprocessed whole grain. One serving of popcorn will provide more than 70 percent of the daily intake of whole grain but it’s important to remember that everything is better in moderation. This study assumes you are eating a single serving of popcorn without salt or butter, leading to a mere 93 calories per serving.
How the popcorn is prepared can considerably alter the popcorn’s health benefits. Oil, butter and salt dilute the health benefits of popcorn by adding fat and even doubling its calories. Your best bet is air-popped popcorn made with a hot air popper without any oil, but if plain popcorn sounds too bland, consider adding spices or herbs to improve its flavor. Mist the popcorn with a touch of water or a healthy oil like olive or canola then toss in flavorings like chili powder, cinnamon, curry powder, dried dill or a teaspoon of grated parmesan cheese.
Vinson, J. (2012, March). The snack with even higher antioxidants levels than fruits and vegetables. Presentation at the 243rd National Meeting & Exposition of the American Chemical Society, San Diego, Calif.
Popcorn: The snack with even higher antioxidant levels than fruits and vegetables
Interview with Kristene A. Doyle & Raymond Digiuseppe from the Albert Ellis Institute on REBT
Quando la mente criminale “scrive” il processo penale. Psiche & Legge #1
PSICHE & LEGGE
Quando la mente criminale “scrive” il processo penale. #1
Psiche e Legge: la nuova Rubrica di State of Mind a cura di Selene Pascasi, Avvocato e Giornalista Pubblicista
Cosa si intende per sanità mentale (sotto il profilo penale) e cosa accade al criminale, se viene dichiarato non imputabile?
La definizione di sanità mentale – seppur prettamente inerente al contesto medico-scientifico – assume un’estrema rilevanza anche nel mondo del diritto, ed in particolar modo, all’interno del processo penale. L’articolo 85 del nostro codice, infatti, prevede che “nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui l’ha commesso, non era imputabile”, e che “è imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere”.
È evidente, dunque, come l’accertamento della salute psichica del presunto criminale – indagato, imputato, e dunque sospettato di aver commesso un reato – sarà perno di un quadro processuale ove dovrà decidersi se questi (in caso di accertata responsabilità penale) possa esser destinatario della sanzione prevista dal sistema giuridico. Tale rilievo fa presagire, anche ai non “addetti ai lavori”, la netta distinzione tra capacità penale, responsabilità penale e imputabilità.
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Nello specifico, la prima va intesa come capacità di essere considerati soggetti di diritto penale (propria di ogni individuo, a prescindere da fattori legati a età, stato mentale o immunità); la seconda, invece, indica l’attribuibilità di un determinato reato al suo autore, il quale – si badi – ne sarà ritenuto responsabile solo ove si accerti che l’azione delittuosa sia frutto di una sua condotta dolosa o colposa (artt. 42 e 43 c.p.). Occorrerà, allora – al fine di ritenere il reo penalmente responsabile del fatto commesso – far luce sul cd. animus necandi, posseduto al momento dell’atto criminale. L’azione o l’omissione integrante il crimine, andrà, perciò, rapportata alla coscienza e volontà dell’autore, e dunque, al concreto dominio dell’atto.
In via esemplificativa, dovrà valutarsi se il reato compiuto sia stato mosso da reale volizione. Si inserisce, in tale opera di analisi, l’indagine sulla sussistenza della responsabilità penale del reo. E ci si chiederà: quale “tipo” di volizione lo ha animato? Ha voluto l’evento e dunque ne risponderà a titolo doloso, o non l’ha intenzionalmente provocato, ma poteva prevederlo ed evitarlo, e dunque ne risponderà a titolo colposo, per aver agito con imprudenza, imperizia o negligenza?
Offrendo un responso a tali quesiti, balza agli occhi la struttura dell’iter criminis che, come insegna la dottrina penalistica, si snoda in quattro fasi:
Ideazione del reato nella psiche del soggetto; la Preparazione: studio delle modalità di realizzazione e reperimento dei mezzi;
Risoluzione: concretizzazione, con atti esecutivi, dell’idea criminosa;
Perfezione: il reato si compie;
Consumazione: il crimine raggiunge la massima gravità.
È palese che, se il reato consegue ad un impulso ideativo, andrà vagliato lo stato psichico posseduto dal soggetto in quel preciso istante, così da comprendere se la scelta di commettere il delitto sia stata formulata dal reo nella piena sanità mentale, o in un momento di follia.
Solo nel primo caso, l’“indagine sulla mente criminale” lo definirà “imputabile” (dunque “capace alla pena”). Imputabilità fondata, secondo i primi studiosi del diritto, sul libero arbitrio (Scuola Classica, che riteneva la pena una sorta di “castigo” per il male consapevolmente arrecato) o sul principio di causalità (Scuola Positiva, i cui dettami ravvisavano nel delitto il “risultato” di fattori antropologici, fisici e sociali).
Distante da ambo le tesi, è quella dell’odierno Codice che – a differenza del precedente testo Zanardelli, nel cui ambito la punibilità del reo coincideva con assenza di uno “stato di infermità di mente” tale “da toglierli la coscienza o la libertà dei propri atti” – abbraccia una più estesa definizione di imputabilità, intesa come capacità giuridica di soggiacere a pena e capacità sostanziale d’intendere e volere.
Ma quando la legge considera un uomo in grado di intendere e volere? La domanda trova agile risoluzione, ove si proceda a ritroso, soffermandosi sulle cause che escludono o diminuiscono l’imputabilità: minore età, infermità mentale, sordomutismo, ubriachezza, cronica intossicazione da alcool o stupefacenti. In questa sede, però, ci soffermeremo solo sull’infermità psichica. La definizione di malattia di mente – che Ippocrate motivava con squilibri fisici – oggi si desume dalla più generale nozione di “salute” fornita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che la disegna come “uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale, e non semplicemente assenza di malattia o infermità”.
La descrizione dell’Uomo Sano, inerisce, dunque, ad uno status connotato da equilibrio dell’umore, integrità della sfera cognitiva e comportamentale, capacità di relazionarsi con l’esterno, esplicare le abilità cognitive ed emozionali, soddisfare le esigenze quotidiane, risolvere in maniera costruttiva eventuali conflitti interni. Così – se la patologia è alterazione della “norma” – l’attività diagnostica farà riferimento ai parametri di “normalità” inerenti la statistica, l’interazione fra la predisposizione allo sviluppo di un disturbo (diatesi) e un evento negativo o una particolare condizione ambientale/esistenziale che funga da agente scatenante (stress), o relativi alla presenza di patologie mentali, quali psicosi e nevrosi.
RUBRICA CONSIGLIATA: Un Giorno di Ordinaria Follia. Psichiatria Pubblica, Lettere dal Fronte.
È noto, poi, in sede valutativa, come il DSM IV (Diagnostic Statistic Manual) faccia riferimento a parametri descritti in cinque assi: Disturbi Clinici, Disturbi di Personalità e Ritardo Mentale, Condizioni Mediche Generali, Problemi Psicosociali e Ambientali, Valutazione Globale del Funzionamento. Senza pretesa di divulgare informazioni proprie della scienza medica – con cui il legale si rapporta quotidianamente nella predisposizione delle strategie processuali – si rilevi come i giudici si siano spesso divisi nel tratteggiare l’esatto ambito della malattia mentale, atta ad escludere o far scemare l’imputabilità. Del resto, Sigmund Freud insegnava che in ogni persona c’è un lato oscuro: ciascuno “ha istinti aggressivi e passioni primitive che lo portano allo stupro, all’incesto e all’omicidio e che sono tenute a freno in maniera imperfetta, dalle istituzioni sociali e dai sensi di colpa”. Non resterà, dunque, nel tracciare il profilo del non imputabile, che far tesoro degli insegnamenti mutuati dalla psichiatria forense. Se fino al XVII secolo, la medicina riteneva le patologie mentali delle possessioni diaboliche, fu solo nel Novecento che la psichiatria divenne scienza clinica, e la malattia mentale assunse un ruolo cardine in seno alla disciplina dell’imputabilità.
Si noti, inoltre, come la malattia mentale/infermità (termini adottati, rispettivamente, dalla psicopatologia forense e dal legislatore) vennero, nel tempo, prima collegate ad un modello nosografico (che ne ravvisò la sussistenza solo in costanza di catalogate patologie biologiche, del cervello o del sistema nervoso), e poi incardinate in letture psicologiche (con estensione dell’alveo a psicosi o nevrosi) o sociologiche (legate al contesto di vita del malato).
Tale evolversi della nozione scientifica di malattia mentale, improntò necessariamente le sentenze dei giudici in tema di imputabilità, che – sull’onda delle richiamate correnti – inizialmente riconobbero l’infermità mentale dell’indagato/imputato solo ove affetto da patologie riconosciute dalla cd. psichiatrica biologica, per poi valorizzare anche gli stati di indebolimento, eccitamento, depressione o inerzia dell’attività psichica (Cass. n. 8483/74), ed i disturbi della personalità, tanto gravi da incidere sulla capacità d’intendere e volere del reo (Cass., Sez. Un., n. 9163/05).
L’anomalia mentale, dunque, anche se transitoria, potrà valere a rendere l’individuo non assoggettabile a pena – o destinatario di pena ridotta – solo ove l’alterata coscienza si sia elevata a rango di “vizio di mente” totale (il reo, nel commettere il delitto, era incapace d’intendere e volere. Egli non è imputabile) o parziale (lo stato d’infermità era tale da scemare nettamente la capacità, senza escluderla. Egli è imputabile, ma ha diritto a minor pena). Un discorso a parte, infine, dovrà dedicarsi all’influenza degli “stati emotivi e passionali” (che, ai sensi dell’art. 90 c.p., “non escludono, né diminuiscono l’imputabilità”), sui quali ci soffermeremo nella prossima rubrica, quando tratteremo anche del disturbo borderline, della gelosia patologica e dell’incidenza di tali stati sulla condanna penale.
Come la risposta cognitiva a situazioni di parziale successo influenza il tono dell’umore e la valutazione globale di sé: il Self-Discrepancy Monitoring
Congresso SITCC 2012 Roma
Come la risposta cognitiva a situazioni di parziale successo influenza il tono dell’umore e la valutazione globale di sé: il ‘Self-Discrepancy Monitoring’
S.Sgambati, G. Caselli, A.Decsei-Rodu, F. Fiore, C. Manfredi, S. Querci, D. Rebecchi, G.M. Ruggiero, S. Sassaroli
La depressione è una patologia dell’umore che affligge grande parte della popolazione. In particolar modo, l’incidenza di questo disturbo negli studenti universitari sta progressivamente aumentando. Negli Stati Uniti la percentuale varia dal 10% al 40%. Sebbene per la depressione vi siano trattamenti efficaci, chi ne è affetto spesso non riconosce i sintomi o è riluttante ad intraprendere la terapia, con gravi conseguenze per l’impatto sulla salute, come ad esempio la perdita dell’appetito, problemi di sonno, fatica, ansia e attacchi di panico. Inoltre, le conseguenze possono riguardare i risultati scolastici scarsi, la riduzione delle performance di lavoro e alti tassi di abbandono scolastico.
Alcuni studi hanno dimostrato che gli studenti con sintomi depressivi usano internet in quantità maggiori rispetto a coloro che non hanno sintomi, soprattutto quando le attività praticate erano di tipo ludico (ad esempio shopping, gioco d’azzardo online e chat).
L’uso eccessivo di internet permette agli studenti di rimpiazzare le interazioni della vita reale con una socializzazione informatica, aumentando però l’isolamento sociale e l’ansia nel loro ambiente fisico.
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Il Missouri University of Science and Technology (Missouri University S&T) ha condotto, nel 2011, un esperimento della durata di un mese in cui era presa in considerazione l’associazione dei sintomi depressivi tra gli studenti universitari con i dati reali dell’utilizzo di Internet . I dati sono stati raccolti all’interno della rete del Campus, in forma riservata e in modo da preservare la privacy.
Il campione della ricerca è composto da 216 studenti appartenenti alla Missouri University S&T. Lo screening è stato fatto utilizzando la scala Center for Epidemiologic Studies Depression (CES-D), ideata e sviluppata da Leonore Radloff, il cui cut off ≥ 16 indica la presenza di sintomi depressivi. L’analisi statistica fatta ha messo in correlazione l’uso di internet con il punteggio al CES-D per la depressione.
Mentre, negli studi precedenti, i dati forniti sull’uso di Internet erano riferiti direttamente dagli studenti stessi, quindi l’autovalutazione era suscettibile a desiderabilità sociale e poneva limiti alla medesima ricerca, nell’esperimento attuale è stato risolto il problema mediante l’impiego del Cisco NetFlow Data ( un protocollo di rete per la raccolta di informazioni di traffico IP).
L’analisi successiva ha rivelato che diverse caratteristiche di utilizzo di Internet quali l’indirizzo IP di origine, indirizzo IP di destinazione, porta di origine, porta di destinazione, il protocollo, ottetti, pacchetti e durata mostrano una differenza statisticamente significativa nei valori medi tra i gruppi con e senza sintomi depressivi.
Per entrare nello specifico e dare un’interpretazione pratica dei risultati ottenuti si nota che giocare e guardare video on line siano comuni sintomi di una dipendenza da internet (Internet Addiction) e legati ai sintomi depressivi. Anche la condivisione di file musicali, film, foto e così via può condurre ad una dipendenza dallo strumento informatico e di conseguenza allo sviluppo di depressione. L’uso eccessivo di chat causa nei giovani l’isolamento sociale e la solitudine nel loro mondo. Tuttavia, le persone che soffrono di depressione usano le “Depression Chat Rooms” per ridurre i loro sentimenti di isolamento e questo potrebbe spiegare i livelli significativamente alti di utilizzo.
Inoltre, statisticamente è stato mostrato che il controllo e l’uso eccessivo dell’email è correlato a sintomi depressivi e alti livelli d’ansia; ciò può essere identificato in un disturbo di tipo impulsivo-compulsivo. Anche la difficoltà di concentrazione e di presa di decisioni sembra essere un sintomo di depressione tra gli studenti. Infine, il frequente cambio delle molteplici applicazioni può riflettere la ricerca di emozioni più forti quando sopraggiunge la noia e la disperazione: cercare qualcosa come un articolo interessante, una email o un video gradevole diviene un momentaneo momento di piacere e di umore più alto.
Lo studio può essere esteso ad altre disturbi mentali o alla progettazione di un intervento che utilizza Internet come mezzo contro la depressione stessa.
Kotikalapudi, R, Chellappan, S., Montgomery, F., Wunsch, D. & Lutzen, K. (2012). Associating Depressive Symptoms in College Students with Internet Usage Using Real Internet Data. IEEE Technology and Society Magazine. (DOWNLOAD FULL ARTICLE PDF)