Una spietata e instancabile amorevolezza: Otto Kernberg e John Clarkin a Padova. 21-23 settembre 2011

Clarkin e Kernberg con la TFP rappresentano il modello più evoluto, nel mondo psicanalitico, per il trattamento dei disturbi gravi.

ID Articolo: 1700 - Pubblicato il: 26 settembre 2011
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Kernberg & Clarkin - Padova 2011L’occasione è ghiotta, Clarkin e Kernberg con la TFP (Transference Focused Psychotherapy) rappresentano il modello più evoluto, nell’ambito del mondo psicanalitico, per il trattamento dei disturbi gravi. La rilettura del DSM in chiave di alta e bassa intensità borderline, sembra clinicamente intrigante. Kernberg si presenta come la vecchia star, instancabile e pieno di illuminazioni cliniche. Clarkin, il sistematizzatore che si muove sullo sfondo con in mano la ricerca e la diffusione del modello. E’ sempre bello assistere alle sedute che portano con generosità.

Cosa del loro modello può essere realmente utile ad un cognitivista? Innanzitutto la capacità di monitorare, analizzare e gestire in modo fine la relazione con i pazienti. La cura degli aspetti della relazione è minuziosa. Nel mondo cognitivista questo aspetto è ancora di recente acquisizione, abbiamo da imparare. L’esperienza italiana sulla relazione con il paziente deve molto a Giovanni Liotti.

Poi il contratto, esplicito, netto, chiaro. Prima del contratto ci si concentra solo a capire quali siano i modelli relazionali disfunzionali principali, non si interpreta, non si interviene. Solo dopo il contratto si può lavorare all’interpretazione, ma all’interno di un quadro di setting protetto con le unghie e con i denti. Poi il coraggio di avere con i pazienti un assetto collaborativo di fondo ma la capacità di un confronto anche duro, con lo scopo di proteggere in ogni momento gli scopi strategici dell’intervento.

Note curiose: Kernberg nelle sedute chiede sempre al paziente: “cosa pensa?”, qualcuno nel pubblico gli chiede: “perché non ha chiesto anche cosa prova?” Kernberg risponde: “non mi piace chiedere cosa si prova (feelings) perche invito il paziente con questa domanda a un eccessivo allargamento dei significati e questo rende vaga la risposta, in fondo ogni volta che si prova qualcosa si pensa anche e quindi meglio andare sul preciso”. Questo è illuminante per noi cognitivisti che siamo spinti da tutte le parti a vergognarci di chiedere cosa pensi, come se fosse una naturale limitazione del campo di indagine, il segno di una scarsa attenzione alle emozioni. Un vecchio psicanalista ci insegna come essere nuovi cognitivisti.

Kernberg & Sassaroli - Padova 2011

Otto Kernberg e Sandra Sassaroli

Cosa mi manca nel modello Kernberg? Le indagini e gli interventi della TFP si svolgono essenzialmente nell’area delle relazioni oggettuali, l’io e l’altro e il rapporto tra loro. Rimane la fiducia tipicamente psicodinamica nell’idea che la comprensione dei movimenti relazionali che si giocano nel rapporto transferale e controtransferale, bastino e mettano in moto il cambiamento “di per sé”.

Manca allora la fatica (tipicamente cognitivista) a non limitarsi a svelare i conflitti ma aiutare il paziente a pensare, cercare, sperimentare le alternative anche concrete ai nodi patologici e ai comportamenti sintomatici.

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