expand_lessAPRI WIDGET

Il dono, dal culturale alla cultura

Per culturale indichiamo il processo attraverso il quale un individuo apprende ed elabora i valori, i simboli, i temi, le arti, le scienze di un determinato contesto. Con cultura indichiamo il complesso del sapere letterario, artistico e scientifico proprio di un popolo o di un’epoca

 

Ho, nei precdenti articoli, più volte fatto riferimento al sistema sociale, simbolico e culturale come significanti delle azioni soggettive. Ho più volte accennato che il riconoscersi, la costruzione o la percezione dell’identità, l’appartenere sono da riferire al luogo dell’altro che altro non è che uno spazio simbolico determinato dal sistema culturale. Abbiamo, in sostanza, tenuto da sfondo, mettendo in primo piano il soggetto, il culturale. Nell’analizzare queste relazioni e rapporti possiamo fare riferimento agli studi della gestalt sulla percezione delle figure e dello sfondo, tenendo conto che le figure tendono ad emergere mentre allo sfondo tendiamo a non dare importanza. Allo stesso modo il culturale emerge rispetto alla cultura poiché:

  • È più piccolo e i suddetti studi ci informano che le forme più piccole si leggono come figure e quelle più grandi come sfondo. Il culturale essendo più limitato tende ad emergere nella nostra razionalità, mentre la cultura rimane sullo sfondo come una sorta di inconscio collettivo;
  • Il culturale, essendo di immediata lettura, si presenta più nitido e definito rispetto alla cultura, viene percepito come figura mentre la cultura, essendo aperta, come sfondo;
  • Il culturale, presentandosi come forma semplice, viene percepito come figura; al contrario, la cultura essendo più elaborata e ingarbugliata viene letta come sfondo;

Ciò che emerge, in particolare, dagli studi della Gestalt è che per figura si intende quell’elemento – o insieme di elementi – delimitato da un contorno che, all’interno di un’immagine, attira la nostra attenzione. Per sfondo si intende la parte dell’immagine che avvolge la figura, e che ci appare più lontana e indefinita.

Non vi è dubbio che il soggetto rispetto alla cultura si presenti come una figura più piccola, con una forma chiusa, più semplice, simmetrica, convessa e molto legata al basso. L’ultimo dei paradigmi dell’organizzazione percettiva, inoltre, ci dà una indicazione chiara ovvero il soggetto tende ad essere legato alla terra mentre il culturale guarda di più verso il cielo. Eppure la figura del soggetto non potrebbe emergere se non come partecipante ed effetto dello sfondo. Infatti, il soggetto non è fuori dal quadro ma ne è una parte costituente e, quindi, la sua difficoltà è di non potersi leggere dal di fuori in maniera oggettiva. Al contrario, egli è inserito, anche se si stacca, all’interno dello sfondo il quale ne delinea i contorni, lo avvolge, lo descrive, lo ritaglia, lo differenzia.

La cultura che fa da sfondo come ci indica Ida Magli (1982), è

uno strumento biologico perché è il prodotto dell’attività encefalica; senza di essa la specie umana non avrebbe potuto sopravvivere; nelle sue espressioni però ha assunto significati e dimensioni tali che l’uomo non si accorge di usarla e quindi l’assume come sua natura al punto da non riconoscerla e da non poterla pensare in forme diverse (1982).

Ciò, vuol dire che, in senso antropo-poietico, la cultura fa rinascere il soggetto mettendolo al centro della scena. E’ la cultura che, da un lato lo plasma e, dall’altro, gli permette, elaborando il materiale incorporato, di compiere le necessarie trasformazioni ed evoluzioni culturali.

Questa distinzione la troviamo nell’utilizzo del nome e del suo aggettivo. Per culturale indichiamo il processo attraverso il quale un individuo apprende ed elabora i valori, i simboli, i temi, le arti, le scienze di un determinato contesto. Con cultura, così come riportato nel dizionario italiano Garzanti, indichiamo “il complesso del sapere letterario, artistico e scientifico proprio di un popolo o di un’epoca: la cultura greca, romana; la cultura europea del Settecento; la cultura moderna; uno studioso di cultura classica”. E’ attraverso la inizializzazione prevista dai riti antropo-poietici che attraversiamo il culturale per entrare dentro la cultura. E’ l’essere culturale che ci lega alla cultura. Sono le azioni e le trasformazioni culturali che ci rendono partecipi e protagonisti della cultura personale, familiare, della stirpe, del sistema sociale, della comunità, di un’epoca, dell’intera storia umana. Possiamo ipotizzare, seguendo Scabini e Cigoli che tratteremo più avanti, che l’inconscio, in senso lacaniano, sia il luogo della cultura.

La cultura non è solo il sapere e, quindi, non è un contenuto razionale. Il sapere è il culturale essendo ciò che apprendiamo nelle nostre attività razionali. Se dovessimo esplicitare queste informazioni, in termini batesoniani, la cultura è la “struttura che connette” in quanto meta struttura ovvero struttura che contiene al suo interno altre strutture. La “struttura che connette” per Bateson è tipica della “creatura”. Il culturale, invece, è ciò che avviene all’interno della struttura che connette ovvero le relazioni tra le varie parti, tra membri della stessa struttura o le relazioni tra strutture. Il culturale è, inoltre, la storia delle relazioni tra la “creatura” e tutti i membri del suo mondo dotando di significato le stesse relazioni. In altre parole, è il contesto che dà significato alle singole azioni o alla relazioni. Se il culturale dà significato alle relazioni, è la cultura che dà significazione alla produzione culturale inserendola all’interno dei fenomeni antro-poietici.

Il culturale è antro-poietico nella misura in cui tende ad inserire l’essere biologico nella cultura. Nell’articolo precedente ho descritto il processo biologico dalla meiosi alla nascita come il percorso di differenziazione rispetto alle cellule responsabili della fecondazione e, con la nascita, del duo madre-bambino. Ora possiamo affermare che dall’atto della fecondazione inizia il processo culturale di trasformazione del biologico in culturale che trova i suoi significati nella cultura che è il contenitore dei significati che si sono sviluppati sul piano antropologico. Se il culturale, infatti, si occupa di ontogenesi, la cultura di filogenesi ed, in questo senso, è il contenitore della storia antropologica dell’uomo.

Il culturale è poietico perché riproduce, nel senso etimologico del termine, in maniera creativa. E’ questa caratteristica che fa sì che la cultura è dinamica e si evolve. Ogni nuovo evento viene analizzato ed elaborato nel culturale per poi passare nella cultura. D’altronde anche la riproduzione è un processo poietico poiché da due gameti si forma un zigote che contiene le caratteristiche delle cellule madri, ma non è la loro somma essendo unico all’interno della specie. Allo stesso modo, alla nascita, il neonato contiene le caratteristiche dei due genitori ma è un essere unico. Nei precedenti articoli ho già analizzato lo sviluppo del bambino dall’atto della sua nascita e i processi di differenziazione che mette in atto.

Ciò che interessa in quest’ambito sono i vari riti sociali e culturali. Alcuni autori, tra cui Sartre, Gould, Rose, fanno risalire l’esigenza antro-poietica alla consapevolezza che il biologico è incompleto e, quindi, l’individuo deve costruire la sua umanità. Herder sostiene che l’individuo questa costruzione deve inventarsela: deve, in qualche modo, fingere. Ecco come mai in questa piena libertà l’uomo assume molteplici aspetti che vanno dalla conformità alla non conformità.

Mircea Eliade fa coincidere l’esigenza antro-poietica con i riti d’iniziazione delle società arcaiche che spesso sono collegate al sacro. Egli sostiene che

l’iniziazione mette fine all”uomo naturale e introduce il novizio alla cultura – che ha – origine soprannaturale. Gli anziani, gli sciamani, i maestri spirituali che sono stati investiti e iniziati dal sacro fin dai tempi remoti hanno il compito di far rinascere l’uomo come culturale ‘in conformità a un canone esemplare e transumano’

Nella stessa opera afferma che la società moderna ha perso i connotati della sacralità e, quindi, l’uomo, liberato dai riti d’iniziazione, dagli idoli, ha cercato di scoprire il proprio sé all’interno del biologico. In effetti, come abbiamo visto all’inizio della trattazione del dono, i teorici dell’homo oeconomicus sostengono che l’uomo per ritornare allo stato di natura deve liberarsi degli idoli e dei relativi rituali. L’uomo moderno, appunto l’homo oeconomicus, secondo questi autori, non è un essere con un sistema biologico manchevole anzi, al contrario, deve sforzarsi di far emergere il biologico al fine di trovare tutte le risorse razionali in modo da perseguire l’utilità e il proprio interesse. In sostanza, l’uomo può produrre il culturale senza cultura che, invece,  deve essere in qualche modo scrostata da tutte le paranoie ritualistiche e credenziali dei secoli precedenti.

Si tratta per i teorici dell’homo oeconomicus di produrre un uomo nuovo che attraverso il culturale deve scrivere una nuova cultura. Uno dei limiti evidenti delle suddette teorie è di voler produrre un uomo senza radici. La cultura, infatti, costituisce la radice dell’uomo da cui il soggetto trae, attraverso l’azione culturale, i suoi elementi vitali e alla quale restituisce maggiore linfa. Credo che sia una regola abbastanza banale affermare che l’albero non può crescere senza le sue radici così come quest’ultime muoiano senza l’albero. Dall’altro lato, il limite dell’antro-poietica classica sta nel ritenere che un rituale d’iniziazione possa formare la cultura, semmai il rituale può essere una delle tante manifestazioni del culturale.

Io sono d’accordo con l’affermazione di Herder che “l’uomo si costruisce giorno dopo giorno”. Dal momento della fecondazione trasformandosi in culturale entra all’interno della cultura e, nello stesso momento, quest’ultima cambia in funzione del nuovo arrivato. D’altronde che lo sviluppo avvenga giorno dopo giorno è ormai patrimonio della psicologia dello sviluppo sia che esso avvenga attraverso il superamento di vari stadi – Freud e Piaget – o che sia un processo continuo di apprendimento, come nel comportamentismo.

 

Il metodo per crescere i bambini in un mondo digitale (2019) di Jordan Shapiro – Recensione del libro

Le differenze generazionali e con esse la diversa familiarità con l’utilizzo degli strumenti informatici e le conseguenti linee guida a riguardo sono argomenti affrontati con una certa frequenza, ma stavolta a parlarne è Jordan Shapiro, esperto in materia di tecnologia digitale e bambini. 

 

Come ben sappiamo l’epoca odierna è caratterizzata da strumenti altamente tecnologici; strumenti che hanno caratterizzato un po’ tutte le interazioni, il mondo del lavoro e dell’istruzione, della ricerca e via discorrendo.

Coloro che sono un po’ più avanti con gli anni notano senz’altro una differenza: essi infatti hanno vissuto un contesto ben diverso da quello attuale, privo di tecnologia, o quantomeno dove l’informazione e gli strumenti digitali non erano caratterizzanti della società.

Di contro i più giovani, fin dalla prima infanzia, hanno preso contatto e dimestichezza con il mondo “digitale”.

È pur vero che le generazioni precedenti si sono ormai adattate a questa nuova società prendendo una certa familiarità con l’utilizzo degli strumenti informatici, ma non bisogna sorvolare su un particolare di una certa importanza: i genitori di oggi potrebbero avere più di una difficoltà nel relazionarsi ai propri figli che nascono e crescono nel mondo digitale.

Le differenze generazionali e le conseguenti linee guida a riguardo sono argomenti affrontati con una certa frequenza, ma stavolta a parlarne è Jordan Shapiro, esperto in materia di tecnologia digitale e bambini.

Nel suo libro Shapiro suggerisce ai genitori di oggi come crescere i propri figli in un mondo ormai digitalizzato, partendo dal basso per poi ampliare le sue vedute.

Infatti l’autore affronta dapprima la tematica del gioco e delle attività ludiche, per poi proiettarsi sulla cosiddetta società digitale.

Quali sono i giochi digitali per eccellenza? Naturalmente i Video-Games.

Shapiro, facendo riferimento a celebri esponenti come Piaget e Vygotskij, addestra l’adulto a costruire insieme al bambino un contesto in cui il gioco diviene partecipazione civica.

Il gioco infatti svolge la stessa funzione ludica ormai da anni, il genitore deve solo essere abile nell’adattarsi alle tecnologie odierne.

Attraverso il gioco i bambini affinano l’autodisciplina e le funzioni cognitive, padroneggiando le nozioni di base necessarie per diventare adulti realizzati. Per partecipare e crescere sani in un’epoca specifica è necessario che la percezione di Sé sia in linea con gli sviluppi economici e tecnologici del momento.

Dunque gli adulti di oggi non dovrebbero preoccuparsi che i propri figli trascorrano meno tempo all’aperto, in quanto un gioco, seppur virtuale, comunque stimola la fantasia e la creatività del bambino, e ciò avviene mediante gli strumenti dei tempi odierni.

Accantonato il contesto “Gioco”, Shapiro poi affronta la tematica Casa e Famiglia.

Naturalmente non può non affrontare l’argomento telefoni cellulari e tablet.

 Pare infatti che i genitori si preoccupino molto del fatto che i propri figli si nutrano adeguatamente ai pasti, e poco importa se a tavola sono presenti strumenti quali smartphone o tablet.

Shapiro guida i genitori verso una corretta valorizzazione dei momenti di socializzazione in famiglia: durante i pasti vanno accantonati tutti gli strumenti digitali, anche la televisione.

Piuttosto il genitore può giocare ai video giochi insieme al proprio figlio o con lui guardare la tv in un momento più adeguato e dedicato proprio a ciò.

In questo caso lo strumento digitale diverrà un mezzo di socializzazione familiare.

E la scuola?

Ormai anche il contesto scolastico è caratterizzato da numerosi strumenti informatici, a partire dalla nuova campanella ormai computerizzata e di conseguenza collegata ad un registro elettronico.

Shapiro guida il genitore in un contesto scolastico ben diverso dai tempi passati, dove la tastiera ha sostituito la calligrafia, e dove il raggiungimento delle informazioni è diventato velocissimo.

L’autore spiega come sia possibile stimolare la creatività del bambino utilizzando i nuovi strumenti tecnologici, ma dà anche dei suggerimenti agli insegnanti: essi devono includere nelle lezioni progetti giocosi e di immaginazione anche con componenti informatiche. In questo modo si incoraggiano i bambini a vedere le tecnologie del mondo connesso come strumenti per l’auto-espressione creativa.

Gli ultimi capitoli del libro di Shapiro sono dedicati alla “Nuova Empatia”: il bambino dovrebbe essere guidato a sfruttare gli strumenti digitali in modo che favoriscano una percezione di Sé significativa e un approccio empatico con gli altri.

Al giorno d’oggi si può comunicare in svariati modi, e con tante metodologie digitali. Il problema è che comunicando in modo virtuale potrebbe venire meno la percezione creativa di sé e dell’altro.

In questo caso il genitore deve imparare a guidare suo figlio a vedere il mondo da altre prospettive, e ciò sarà possibile mediante l’interazione genitore – figlio grazie all’ausilio proprio degli strumenti digitali.

Shapiro infatti evidenzia nel suo libro prettamente gli aspetti positivi di tali strumenti, in quanto essi sono dei mezzi volti ad educare i giovani di oggi in questa società.

Si tratta non solo di una guida volta ad accompagnare le madri e i padri di oggi in un’epoca moderna, ma anche di un manuale di riflessione sull’utilità e sui vantaggi dei nuovi mezzi digitali.

Deep Transcranial Magnetic Stimulation: nuovo trattamento per il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC), è una patologia invalidante con una prevalenza del 2%-23%; solo il 40%-60% dei pazienti risponde al trattamento. La stimolazione cerebrale non invasiva può rappresentare un nuovo trattamento alternativo, per modulare l’eccitabilità, l’attività e la plasticità neuronale. 

 

 Il circuito cortico-striato-talamo-corticale (CSTC) sporge dalla corteccia allo striato, dallo striato al talamo, attraverso il globus pallidus, e quindi di nuovo alla corteccia.

Diverse ricerche hanno evidenziato il ruolo importante del circuito CSTC nel disturbo ossessivo compulsivo, dal momento che nei soggetti affetti sono state rilevate diverse anomalie in queste aree.

Il circuito è comunemente diviso in tre circuiti principali: sensomotorio, cognitivo e limbico; rispettivamente sono coinvolte le cortecce sensomotorie, la corteccia prefrontale dorsolaterale e le cortecce cingolate anteriori e orbitofrontali.

Queste ultime strutture sono spesso risultate iperattivate nei pazienti con DOC durante il riposo e ulteriormente iperattivate dopo la provocazione dei sintomi, sebbene la loro attivazione risultasse ridotta dopo un trattamento efficace.

Lo studio pubblicato su The American Journal of Psychiatry, condotto dall’Università di Tel Aviv, ha lo scopo di esaminare gli effetti della dTMS (deep Transcranial Magnetic Stimulation) sui soggetti che soffrono di DOC  e che non rispondono a nessuna terapia.

In particolare i ricercatori hanno stimolato delle aree ben precise, visto il loro coinvolgimento nel disturbo: la corteccia prefrontale mediale e la corteccia cingolata anteriore.

La ricerca multicentrica è stata effettuata in 11 centri diversi, 9 negli USA, 1 in Israele e 1 in Canada, da ottobre 2004 fino a febbraio 2017.

 Lo studio consisteva in tre fasi: una fase di screening di 3 settimane, una fase di trattamento di 6 settimane (composta da 5 settimane di trattamenti giornalieri 5 giorni a settimana e quattro trattamenti durante la sesta settimana) e una fase di follow-up dopo 4 settimane.

Per la ricerca sono stati reclutati 100 soggetti, di cui 28 tramite pubblicità sul web e 72 tramite segnalazioni dei medici locali, in seguito la diagnosi di DOC è stata confermata da un medico, attraverso un’intervista clinica strutturata per il DSM5. L’età dei partecipanti era compresa tra i 22 e 68 anni, inoltre, i loro punteggi alla Yale-Brown Obsessive Compulsive Scale (YBOCS) dovevano essere superiori a 20.

I partecipanti sono stati divisi in due gruppi: il primo ha ricevuto un trattamento “placebo” mentre il secondo la dTMS.

Il trattamento “placebo” produceva una sensazione al cuoio capelluto, i partecipanti venivano informati sulla possibile contrazione involontaria del viso o della mano, erano all’oscuro della loro condizione di trattamento, inoltre veniva assegnata loro una scheda magnetica che regolava la bobina del casco, la quale si sarebbe attivata dopo il posizionamento del casco.

I due gruppi hanno mostrato una riduzione diversa nei punteggi relativi alla YBOCS: il secondo gruppo ha avuto una riduzione maggiore rispetto al primo, rispettivamente il secondo di 6 punti, mentre il primo solo di 3 punti.

La risposta iniziale al trattamento con dTMS era del 38.1 %, dopo 1 mese del 45.2 %, mentre per il trattamento “placebo” dell’11.1% e del 17.8%. Durante la fase di follow up i due gruppi continuavano a presentare una differenza significativa nella risposta al trattamento.

Concludendo, le stimolazioni della dTMS ad alta frequenza sulla corteccia prefrontale mediale e sulla corteccia cingolata anteriore hanno migliorato significativamente i sintomi del DOC, perciò questo nuovo trattamento può essere considerato un intervento efficace per i pazienti che non rispondono adeguatamente agli interventi farmacologici e psicologici.

Un’insegnante viene umiliata in classe dagli studenti perché mentalmente sofferente

Sta circolando in questi giorni sul web un video girato da alcuni studenti di una scuola superiore italiana nel quale si riprende un’insegnante visibilmente in difficoltà e con importanti problemi psicologici che viene derisa dall’intera classe. Le questioni, enormi, che tale documento pone all’attenzione pubblica sono di vario genere, tutte di rilevanza assoluta ed urgente. Proviamo qui a indicarne le principali

 

Sta circolando in questi giorni sul web un video girato da alcuni studenti di una scuola superiore italiana nel quale si riprende un’insegnante visibilmente in difficoltà e con importanti problemi psicologici che viene derisa dall’intera classe.

È preferibile non diffondere questo raccapricciante documento sia per evitarne la viralità, sia per non dare risalto ad un illecito. Ma purtroppo il video è ormai pubblico e testimonia una realtà delle nostre scuole molto più diffusa di quanto si pensi. Le questioni, enormi, che tale documento pone all’attenzione pubblica sono di vario genere, tutte di rilevanza assoluta ed urgente. Proviamo qui a indicarne le principali, solo le prime che mi sovvengono.

Problema Salute Mentale nella scuola

La tutela della salute mentale nei luoghi di lavoro e nella società tutta è tema di proporzioni inavvicinabili, ma quando si parla di scuola, stiamo parlando della formazione umana e culturale delle prossime generazioni.

È esperienza comune come genitore, come professionista, come persona, come collega, come cittadino, che raccoglie centinaia di testimonianze simili, che nel corpo docente, come ovunque del resto, la salute mentale non sia sufficientemente tutelata. Potrei raccontare decine di episodi di docenti non semplicemente bizzarri, ma anche severamente problematici, del tutto incompatibili con la funzione che svolgono e per di più sovraesposti a condizioni di stress emotivo inaudito con le classi e con i colleghi. E non stiamo parlando solo del noto fenomeno del burn out, ubiquitario nella scuola, ma anche di situazioni palesemente cronicizzate e che qualunque studente, fin dalle elementari è in grado di raccontare.

Ciò che principalmente indigna nella visione di questo video è stato constatare la condizione indecorosa e vergognosa nella quale questa povera persona si stava trovando.

Nessun essere umano merita di essere esposto a tale umiliazione pubblica mentre patisce di una condizione di difficoltà o di minorità. Eppure questa docente era in classe, da sola, nessuno la stava aiutando, proteggendo, consigliando. Nessuno le ha potuto dire di evitare quella penosa arena, nessuno si è accorto di come ella stesse effettivamente, nessuno le ha potuto concedere del riposo, nessuno probabilmente ci avrà parlato o se è stato fatto è stata ignorata la sua condizione.

Come funziona allora, mi domando ingenuamente, se un insegnante manda chiari segnali di squilibrio o di malessere psicologico? Chi se ne accorge? Chi interviene a proteggerlo? Chi l’aiuta?

La filiera di responsabilità morali, civili, istituzionali e politiche che ha sbattuto questa persona (come molte altre non segnalate) nell’arena dell’umiliazione pubblica è evidentemente lunga e andrebbe snocciolata.

Problema credibilità/autorevolezza dell’istituzione-scuola

Ma qual è messaggio implicito che adulti irresponsabili mandano ai ragazzi nel momento che quella insegnante viene data in pasto alla classe?

Guardate che qui non si fa sul serio: chiunque ma proprio chiunque può stare in cattedra e perciò voi fate benissimo a pensare che la nostra autorevolezza non esista e fate bene a calpestarla in ogni modo.

Infatti, si moltiplicano le opinioni che derubricano e deresponsabilizzano totalmente il comportamento illegale, illecito e inappropriato di questi ragazzi perché tutti sappiamo che tanto funziona così e che di meglio non possiamo aspettarci da questi giovani. Ma questo è l’ennesimo errore di misura di questa vicenda.

La mancanza di compassione dei ragazzi, visibile in quel filmato e soprattutto in chi lo diffonde, è lo specchio fedele di un mondo adulto inesistente e irresponsabile. La metacomunicazione a livello sociale è: le istituzioni sono morte, la scuola è morta, siamo l’emblema della cattiva coscienza pubblica. Vogliamo solo intrattenere i giovani e procurare stipendi a persone che altrimenti soccomberebbero. Se la scuola abbandona totalmente la propria mission per diventare contenitore di disagio, muta automaticamente la sua reale funzione per adottare quella di contenitore sostitutivo del welfare sanitario. In questo caso gli utenti finali della scuola, gli studenti (i cittadini di domani) e le loro famiglie diventano ospiti sgraditi e inopportuni.

Problema della qualità formativa della scuola

A corollario dei punti precedenti, la riflessione che emerge da una vicenda del genere si estende ai criteri con i quali si valuta la qualità formativa in possesso degli insegnanti e la qualità formativa offerta agli studenti.

Oggi la scuola ha alzato molto i criteri formativi necessari per accedervi come insegnante, ma evidentemente in tale programmazione accanto alle competenze formali e abilitanti non si riesce a valutare altre competenze, altrettanto importanti, quali le attitudini personali all’insegnamento e altre valutazioni personologiche essenziali per poter svolgere un lavoro così importante come questo.

Un insegnante in burn out o in crisi personale per qualunque ragione, peggiora verticalmente la propria efficacia oltre che la propria vita e si dovrebbero predisporre dei dispositivi istituzionali che aiutino i lavoratori a prevenire il burn out.

Problema dell’educazione e dell’umanità degli studenti

Alla fine di questa penosa sequenza di problematiche giganti, ma non da ultimo, troviamo forse il capitolo più dolente di tutti, quello della formazione umana degli studenti. In quel filmato i ragazzi rispondono collettivamente con derisione di fronte ad una situazione che a loro deve essere apparsa come francamente grottesca.

La sofferenza della docente, pur palese, è stata evidentemente fonte di angoscia per questi studenti, tale da trasformarsi immediatamente, come avviene nei ben noti fenomeni di gruppo e adolescenziali, in presa in giro sadica. Qualcuno pensa di documentare e poi diffondere il filmato come ulteriore forma di esorcismo contro la follia, il disagio, la diversità, la bizzarria, e tutto quanto ci spaventa a morte e che ci insegue nel buio. La scuola diventa luogo dove si sospende ogni pensiero, ogni riflessione e si dà spazio ad ogni forma primitiva di difesa organizzata. Anzi, è la scuola stessa che in fondo organizza la difesa dall’angoscia, drammatizzando il teatro dell’assurdo fornendo alla classe una docente in difficoltà.

Perché dunque porsi il problema della illegalità della diffusione pubblica di questo filmato dal momento che chi siede in cattedra è un pezzo della scuola che deride se stessa?

Quali adulti pensa una scuola del genere? Quali competenze emotive, relazionali, sta formando? Quali capacità di empatia, conoscenza, comprensione, possono mai sviluppare questi studenti che si abbandonano alle risa impaurite e imbarazzate subito dirette sadicamente contro l’oggetto strano e debole che si palesa in cattedra?

Per concludere, direi che i problemi, qui solo accennati, che questa vicenda solleva riguardano questioni annose e cronicizzate che non si vogliono in alcun modo osservare e affrontare.

Basti pensare che l’Italia è forse l’unico paese europeo che non prevede la presenza per legge di uno psicologo scolastico. Molte le proposte ferme in parlamento da molte legislature in qua. Mai giunte in aula. L’unico paese civile, inoltre, dove non esiste, di contro, alcuna istituzione storica che si occupi a tempo pieno di psicologia scolastica. In altre parole la psicologia scolastica in Italia è totalmente estemporanea e affidata alla fortunosa buona volontà delle singole scuole e dei singoli professionisti.

Sia chiaro, non penso che questa sia la soluzione magica a questo genere di problemi, ma è solo un sintomo di come la nostra politica pensa (o forse dovrei dire non pensa) alla nostra salute e alla nostra formazione come cittadini.

Come risolveranno questo problema (se mai qualcuno proverà a farlo) in questa scuola una volta che è diventato un problema pubblico?

Molto probabilmente ci metteranno le solite pezze a colori. Puniranno i fanciulli un po’ stupidini, ma tanto sono ragazzi, che ci vuoi fare… Chiameranno qualcuno a riverniciare le screpolature della brutta figura (qualche counselor o psicopedagogista illuminato). Tante pacche sulle spalle della povera collega maltrattata e tutto tornerà come prima. In questa come in altre centinaia di scuole italiane.

In attesa del delirio – In preparazione all’inaugurazione dell’anno accademico 2019/2020 della Sigmund Freud University di Milano

Questo articolo su State of Mind vuole essere premessa e cornice di riferimento all’intervento che Sandra Sassaroli, benevolente, per antica amicizia e prolungata complicità, mi ha chiesto di portare all’inaugurazione dell’anno accademico 2019/20 della Sigmund Freud University

(NdR: Roberto Lorenzini non sarà presente all’inaugurazione dell’anno accademico, al suo posto interverrà il Prof. Giovanni Maria Ruggiero)

 

In attesa del delirio – I parte

Questo articolo su State of Mind vuole essere premessa e cornice di riferimento all’ intervento che Sandra Sassaroli, benevolente, per antica amicizia e prolungata complicità, mi ha chiesto di portare all’inaugurazione dell’anno accademico 2019/20 della Sigmund Freud University (mica pizza e fichi!) su quello che era il mio cavallo di battaglia nei tempi esaltanti degli ideali antipsichiatrici e della sporca pratica territoriale, ovvero “la comprensione, il senso ed il trattamento del delirio” e che ora definirei più propriamente il mio ronzino da marchette nel tempo del pensionamento e delle incalzanti spese sanitarie. Approfitto, dunque, come ogni buon italiano che si rispetti affascinato dai balconi, del pulpito che mi è offerto per abbaiare arrogante una predica, come si addice ai vecchi, diretta a coloro che saranno i futuri ricercatori e psicoterapeuti o sono tuttora in servizio permanente effettivo nell’esercito dei consolatori di anime inquiete come la loro per evitare che ripetano quelli che reputo gli errori perpetrati dalla mia generazione permettendogli di farne altri magari opposti ma comunque del tutto nuovi.

Il ‘900, il cosiddetto secolo breve (che tale risulta ad Hobsbawm solo perché lo considera dal 1914 al 1991), ha visto con l’affermarsi degli stati-nazione e della tecnologia una conflittualità globale senza precedenti. Allo stesso modo, forse per alchemico isomorfismo una sorta di spinta sovranista, per dirla con un termine tristemente attuale, ha motivato la psichiatria a rivendicare la propria autonomia dalla neurologia e invocato “la separazione delle carriere” per cui mentre prima con tre anni di specializzazione si diventava neuropsichiatri tout court, poi ne sono diventati necessari 4 per la neurologia e altrettanti per la psichiatria, ma ognuno era felicemente padrone in casa propria. Poco importa se al prezzo di disorientare i pazienti, sarebbe valso loro come utile allenamento per orientarsi poi tra le mille diverse e più o meno blasonate psicoterapie che andavano affermandosi, distinguendosi puntigliosamente e orgogliosamente l’un l’altra nel tempo della inarrestabile avanzata farmacologica somigliando così ai proverbiali capponi di Renzo Tramaglino.

Tale processo sovranista e autonomistico era in linea con la deriva iperspecialistica di tutta la medicina occidentale che è diventata sempre più medicina d’organo, di cellule se non di molecole, perdendo di vista la complessità dell’essere umano e lasciando così ampio spazio agli approcci olistici delle medicine non tradizionali che mantenevano, se non altro, il pregio di visitare, toccare, guardare, annusare e persino ascoltare il paziente creando una relazione, indicata dal saggio Ippocrate su cui ancora giuriamo, come il primo dei medicamenti, non limitandosi semplicemente a prescrivere esami strumentali e di laboratorio per inviare poi ad un altro e più specifico iperspecialista. La medicina difensiva ha poi accelerato ulteriormente questo processo e il paziente abbandonato a se stesso si è rivolto senza un Virgilio a guidarlo sui tortuosi sentieri di internet combustibile pregiato per ogni onanismo ipocondriaco.

La medicina in generale e con essa la psichiatria soprattutto accademica -un po’ meno quella dei colleghi ruspanti e praticoni impegnati sui molteplici fronti della psichiatria territoriale nata nel 1978 dalla legge Basaglia che però, ingiustamente afflitti da un complesso di inferiorità da deprivazione da camice bianco e stetoscopio a tracolla, non producevano cultura scientifica- ha smesso di considerare la malattia come un segnale di disagio esistenziale da ascoltare e utilizzare per reindirizzare la propria vita e, invece, l’ha oggettivata come un nemico esterno ed estraneo semplicemente da sconfiggere e annientare –ovvero rendere niente- come fosse altro dal soggetto che l’ha prodotta, da qui l’utilizzo di una terminologia prevalentemente bellica del rapporto tra il malato e la sua malattia. In tal senso trovo inopportuna la personificazione della malattia come quando si parla del disturbo ossessivo compulsivo come di un parassita estraneo che ci ha infettato. In tal modo si asseconda l’idea che non dipenda da noi e sia fuori del nostro controllo alimentando la fantasia di molti pazienti che ci chiedono di eliminare il sintomo non modificando però nulla del loro modo di stare al mondo (non si può fare, non funziona). Illusione su cui prolifera la lobby farmaceutica. Negli ultimi decenni del secolo scorso il pendolo ha invertito la direzione ed è iniziato un movimento opposto di ricomposizione mente/corpo grazie alle neuroscienze che tuttavia rischia di generare quelle terribili semplificazioni, verso cui metteva in guardia già Bateson, che possono uccidere la psicologia, la riflessione psicopatologica e conseguentemente la psicoterapia mentre, al contrario, i suoi risultati, se esaminati criticamente in una prospettiva a centralità psicologica che ponga l’uomo come il livello su cui è utile riflettere, possono esserne un sostegno solidissimo. Ormai è evidente come gli psicofarmaci non mantengano affatto le strepitose promesse delle aziende produttrici perché la loro efficacia è spesso parziale, modesta o nulla; la loro azione è tutt’altro che specifica e mirata, ma piuttosto generica e grossolana (non più intelligente delle bombe americane che colpiscono asili e ospedali); l’effetto è quasi esclusivamente sintomatico e transitorio e non è affatto chiaro su quali dimensioni agiscano per produrre la riduzione sintomatologica auspicata. Detto in altri termini, significa che se ne conosce appena il meccanismo d’azione a livello biochimico e si ignora quasi del tutto il passaggio tra questo e lo psichico. A tal proposito si consideri che alcuni farmaci (vedi gli antidepressivi serotoninergici) sono efficaci su sintomi molto diversi tra loro come ansia e depressione, è dunque ipotizzabile che agiscano su una sottostante dimensione comune. La sfida per l’identificazione di un mediatore prossimale dell’efficacia non riguarda solo i farmaci.

Infatti se è vero che sarebbe importante capire come gli antidepressivi serotoninergici migliorino sia la depressione che l’ansia, ad esempio reindirizzando l’attenzione su eventi positivi (se ci concentriamo sul bene siamo sia meno depressi che meno ansiosi) potenziando così l’illusione ottimistica che ci rende tollerabile l’esistenza, altrettanto importante sarebbe, ad esempio, comprendere in che modo le esperienze precoci negative costituiscano un fattore di rischio per la salute mentale. Insomma, entrambi gli approcci dovranno collaborare per definire quelli che possiamo chiamare “mediatori prossimali” o “dimensioni sottostanti” per scoprire probabilmente che sono gli stessi. Questo è un compito comune per dare una solida base sia agli interventi farmacologici che a quelli psicosociali e riabilitativi. Per procedere in questa direzione occorrono modelli esplicativi psicologici che non possono essere inferiti dalle ricerche delle neuroscienze che spesso compiono l’errore, tipico di una scienza giovane, di scambiare semplici correlazioni per rapporti causali. Ciò, speriamo, varrà a superare l’attuale genericità del modello “multifattoriale sommatoristico” (conio questo orribile neologismo) che non risolve il problema centrale di stabilire se esista una differenza tra “res extensa” e “res cogitans” e, se sì, dove sia il passaggio, insomma dove la materia diventi spirito e il cervello mente. Che la mente stia nel sistema nervoso (forse non solo in quel pezzo che sta nel cranio) e sia un suo prodotto è un’ovvietà, ma questo non significa affatto che le malattie della mente siano malattie del cervello e neppure che tutte le malattie del cervello determinino necessariamente malattie mentali, sebbene possa darsi che i due fenomeni in taluni casi siano sovrapposti.

Attenzione! Non si tratta di stabilire quale sia il livello di descrizione ultimo, basilare, quello più vero a cui tutti gli altri possono essere ridotti -perché ciò già presupporrebbe che esistano livelli diversi e non semplicemente categorie e linguaggi differenti per parlare della stessa cosa- ma semmai quale sia il livello di descrizione più utile ovvero più euristico, che permetta cioè di fare previsioni attendibili. Ora considerato che noi siamo persone e ci interessa capire e prevedere come funzionino le persone, ad iniziare da noi stessi, il livello di descrizione più utile è quello personale. Se fossimo mitocondri ci sarebbero utili teorie sul funzionamento dei nostri colleghi e altri organelli vicini nel citoplasma cellulare e se fossimo molecole di carbonio saremmo interessati alle attitudini dell’ossigeno e dell’idrogeno. Un romanzo può essere descritto e valutato per il suo contenuto ed altrettanto correttamente analizzando l’inchiostro o i pixel con cui è scritto ma quale è il livello che ci interessa? Se voglio raggiungere Milano in treno non è interessante conoscere la struttura delle vetture, delle rotaie e il tipo di propulsione, ma gli orari, le fermate e i costi. Allo stesso modo, un essere umano può essere descritto a livello del suo funzionamento globale oppure del funzionamento dei suoi singoli apparati vitali, o, scendendo ancora, degli organi che li compongono, delle cellule di cui questi sono costituiti e infine delle singole molecole.

Ancora, non è forse vero che la cultura e l’arte, in tutte le loro manifestazioni, altro non sono che biochimica che funziona secondo le leggi immutabili della chimica stessa e della fisica quantistica come qualsiasi entità esistente. Ma è quello il livello euristico quando parliamo di arte e cultura? Certo tutto quello che avviene nel mondo fisico è secondo le sue leggi, ma vederlo da questo micro punto di vista non ci aiuta a fare previsioni, che è ciò che ci interessa per indirizzare gli eventi secondo i nostri scopi. Ognuna di queste descrizioni può essere vera, ma quale è euristica per noi essere umani? Discuterò le conseguenze di queste considerazioni nella seconda parte.

In attesa del delirio – II parte

Insomma, il rischio di un’interpretazione banale di neuroscienze priva di un modello psicologico è di trovare i siti, i loci, i recettori, i mediatori e di perdere l’uomo che solo nell’incontro con un altro essere umano si rivela pienamente. Ogni riduzionismo a un livello sub personale può essere utile solo se serve a sostenere o a falsificare una spiegazione a livello personale. Rivendicare questa centralità è compito precipuo delle scienze umane e in primis della psicologia che non deve sentirsi in soggezione rispetto ad altre scienze “dure” ma, al contrario, rivendicare orgogliosamente il suo primato. Il modello mentalistico cognitivista attuale che utilizza i concetti di “scopi, credenze ed emozioni” permette finora previsioni facili e chiare sul funzionamento sano e patologico degli esseri umani e sono tali modelli a dover guidare la ricerca delle neuroscienze.

Un ulteriore equivoco spesso frequente nelle neuroscienze è che una diversità morfologica o funzionale nel cervello di un malato viene considerata la causa della malattia stessa. Il cervello di un panicoso con la sua amigdala extra large (non so se sia vero, è solo un esempio che mi veniva bene) è diverso dal cervello di chi non lo è; anche i cervelli di un pianista, di un tennista, di un wrestler, di un monaco zen sono diversi da quelli degli altri, ma ciò non significa assolutamente nulla. Potremmo più correttamente affermare che le menti sono ciascuna diversa dall’altra esattamente come i cervelli che le ospitano e, di più, che ogni mente modella il suo cervello e ogni cervello modella la sua mente. Certo, un processo psicopatologico, come ogni processo psicologico, è un processo cerebrale (per tali ovvietà si è usi ringraziare “le tre Grazie” in un modo conciso e poco elegante) e possiamo dire che l’esperienza plasma continuamente il cervello, per cui le parole (psicoterapia) e ogni esperienza (riabilitazione) ristrutturano morfologia e funzionamento del cervello. A sua volta il cervello modifica la mente e determina così le esperienze che lo modificheranno retroattivamente. Addirittura si può ipotizzare come fa Daniel Dennet che il meccanismo di funzionamento scopi/credenze, valido per il livello psicologico personale, lo si ritrovi sebbene senza la coscienza a tutti i livelli sub-personali fino alle molecole, per cui tutti hanno un target da raggiungere e una mappa più o meno grossolana dell’ambiente circostante e, dunque, l’intenzionalità e la conoscenza ambientale riguardano ogni elemento vivente, senza bisogno di scomodare coscienza e consapevolezza che spesso fanno più casino che altro inceppando la fluidità degli automatismi istintuali.

Oddio stavo per perdere il filo e il tono minaccioso della predica per cui serro le mani sul pulpito e riprendo savonarolamente.

Un altro pericolo verso cui mettere in guardia i giovani colleghi è quello della diagnosi. Le diagnosi categoriali si moltiplicano a ogni nuova edizione del DSM con molteplici rischi: in primo luogo una diagnosi, soprattutto se grave, rischia di diventare una profezia che si autoavvera, un destino; in secondo luogo rende ciechi a tutto ciò che non la invalida e iperattenti alle conferme come ci ha drammaticamente insegnato l’esperimento agghiacciante noto come “la beffa di Rosenhan”?; in terzo luogo mortifica l’originalità e unicità nel bene e nel male di ogni essere umano; in quarto luogo ci dà l’illusione di spiegare un funzionamento mentre lo etichetta soltanto; in quinto luogo ormai l’incontinenza diagnostica del DSM finisce per “patologizzare” e ovviamente “farmacologizzare” (non state subito a pensar male o vi prenderete, appunto, la diagnosi di “paranoici complottisti” e sarete spediti nel girone dei terrapiattisti, striatori chimici, ecc.) territori sempre più vasti dell’esperienza umana deresponsabilizzando gli individui: non esistono più i cattivi, i depravati, i delinquenti e i viziosi ma solo “indisposti” o al massimo “disturbati” per cui trovare la pasticchetta giusta. Utilizziamo pure le diagnosi dunque per parlarci ai congressi e scrivere articoli ma senza crederci veramente perché altrimenti oggettivando le persone ostacoliamo quella comprensione empatica profonda degli esseri umani possibile perché nulla di ciò che è umano ci è estraneo come scriveva già Terenzio l’altro ieri: ”Homo sum, humani nihil a me alienum puto”.

Il funzionamento o disfunzionamento di un individuo è un concetto relazionale e riguarda il suo adattamento a un determinato ambiente che per la specie umana è sempre un ambiente sociale e culturale, per cui “sano” è interpretabile come “adattato” e ciò crea non pochi problemi quando a non essere sano è il contesto: vedi tutta l’originale opera di Ronald Laing, un tempo vangelo dei giovani psichiatri ed oggi pressoché ignorata dai più. Molto può insegnarci in tal senso la psichiatria transculturale, oggi sempre più attuale grazie ai flussi migratori. I nostri comportamenti e le nostre emozioni possono apparire del tutto folli ad altre culture e viceversa. Infine (i luoghi usati come ordinali per le argomentazioni contro le diagnosi sono finiti col quinto) la diagnosi ci induce a credere che le malattie esistano veramente, che nella realtà oggettiva esista qualcosa come la schizofrenia o il disturbo ossessivo compulsivo: non è vero!

Mi piace pensare invece che ogni tipo di disturbo rappresenti in forma estrema un certo modo di stare al mondo -sto pensando in particolare ai disturbi di personalità- che in qualche fase dell’ontogenesi (storia individuale) e della filogenesi (evoluzione della specie) sia stato utile e adattivo e dunque costituisca una potenzialità che, paradossalmente andrebbe protetta come la biodiversità.

Dal pericolo del diagnosticismo militante si genera l’altrettanto dannoso mito delle tecniche che vanno enormemente proliferando e che, secondo un modello medico deteriore vedono il terapeuta applicarle, come se si trattasse di farmaci o manovre chirurgiche su un paziente passivo che le accetta possibilmente senza tante storie o, per dirlo più elegantemente, resistenze.

In attesa del delirio – III parte

L’ultima favola da cui voglio mettere in guardia i giovani colleghi è quella della guarigione, proponendo un’attenta riflessione sul ruolo sociale della psichiatria e della psicoterapia. Una scienza, infatti, non può smettere mai di interrogarsi, oltre che sulle sue procedure, per migliorarle continuamente, sul suo scopo o, come si dice oggi, sulla sua “mission”. Qual è l’uomo sano e quello da curare? Da questo problema se ne esce solo accettando l’autoreferenzialità per cui non è sano e da curare solo chi soggettivamente si ritiene tale, il che significa che solo i vissuti egodistonici meritino un’attenzione terapeutica. Ciò, tuttavia, non esaurisce il campo tradizionale della psichiatria che, da sempre, oltre ad una vocazione realmente terapeutica che pone al centro l’individuo e vuole renderlo libero e autenticamente se stesso, ha anche un’implicita missione normalizzatrice e custodialistica che protegge la società e i suoi valori, arrivando agli eccessi dei manicomi dove i regimi totalitari rinchiudono i dissidenti ma che è sempre stata presente sin dai tempi del grande internamento che relegava in un unico recinto tutti i devianti fisici, mentali, morali e culturali (mio nonno chiamava chi faceva il mio lavoro “castigamatti”, sempre meglio dell’odioso “strizzacervelli” newyorchese).

Se la mano che la psichiatria mostra più volentieri è quella compassionevole che sostiene l’individuo in difficoltà e cerca di promuoverlo, ne ha anche un’altra nascosta dietro la schiena che vuole normalizzare e omologare. Dovremmo ripensare la malattia, dal disturbo d’ansia al delirio più franco, come il modo migliore che l’individuo ha trovato per sopravvivere in un certo ambiente, quanto di meglio è riuscito a fare per cavarsela. È un po’ come per gli stili di attaccamento (sicuro, evitante, ambivalente, disorganizzato): ciascuno di essi è il più efficace per mantenere la maggiore vicinanza possibile con la figura di attaccamento che si è avuta in sorte, quindi possiamo dire che ogni pattern è il migliore possibile per cavarsela in un certo contesto. Occorre, dunque, chiedersi quale sia il modello verso il quale siamo inconsapevolmente indotti ad adeguare i nostri pazienti e quanto tale modello dipenda dalla nostra cultura dominante e la patologia dall’originalità con cui il soggetto cerca di adattarvisi senza riuscirvi, pur senza cedere alla mistica del folle come rivoluzionario o artista.

Insomma, i modi di stare al mondo sono tantissimi, forse tanti quanti gli uomini, e questa variabilità andrebbe perlomeno rispettata. Quanto ci perderebbe l’umanità (e non solo i nostri bilanci professionali) se scomparissero completamente gli ossessivi, i fobici sociali, gli istrionici o i brillanti narcisisti, per non parlare del danno irreparabile se i diversi temperamenti e caratteri di Cloninger fossero sostituiti da un unico modello base, buono per tutte le stagioni, le latitudini, le culture. Prima di porci il classico proposito ippocratico “Primum non nocere”, dobbiamo chiederci proprio se curare, analizzando attentamente la richiesta e la sua provenienza (la cosiddetta committenza). Un terapeuta deve dunque essere consapevole del contesto culturale in cui opera e che gli conferisce il mandato ed un potere enorme (si pensi al trattamento sanitario obbligatorio e dunque alla possibilità di privare della libertà). La cultura, pur influenzando ogni nostra espressione, lo fa senza che ce ne rendiamo conto. È potente proprio perché la diamo per scontata. Non è l’oggetto del discorso ma la sua premessa, la luce che illumina la scena non gli oggetti o l’azione che vi si svolge. Anche la psicoterapia ne è da un lato un prodotto diretto e recente -appena 150 anni dalle prime sedute, o meglio sdraiate, viennesi di Freud, nume protettore di tutti noi e di questa università in particolare- e dall’altro un onesto servo idiota con l’aggravante di ritenersi intelligente. Escludendo alcuni santoni che dichiaratamente vogliono insegnare come vivere ai propri pazienti trasformandoli in adepti, che sia secondo i dettami del pensiero positivo, del razionalismo, dello scientismo o dell’etica evangelica della chiesa avventizia del penultimo giorno/tardo pomeriggio, poco conta. Gli altri, diciamo gli psicoterapeuti seri, tentano di evitare questo pericolo con una serie di attenzioni che, tuttavia, non eliminano il rischio di proporre inconsapevolmente modelli normativi. Per evitarlo, sono principalmente due le strategie che si usano. La prima è il cosiddetto “atteggiamento non giudicante”. La seconda è partire sempre da “un’egodistonia” del paziente, fissando insieme a lui gli obiettivi.

Soffermiamoci allora sulle premesse culturali implicite che tali strategie presuppongono. L’atteggiamento “non giudicante” tanto sbandierato non afferma in fondo con forza, per usare un ossimoro, un relativismo assoluto per cui tutto va bene e tutto è ammissibile? Attenzione, non che questo sia necessariamente sbagliato, solo che bisogna essere consapevoli che anch’esso è una premessa ideologica, non meno assoluta di tante altre, e che non è l’unico modo di stare al mondo. L’egodistonia, a sua volta, e l’autodeterminazione degli obiettivi mettono al centro di tutto l’individuo, il suo benessere e il conseguente diritto a fare di tutto per ottenerlo. Atteggiamento che dal XV secolo con l’umanesimo ha messo l’uomo e non più Dio al centro dell’universo e che potremmo definire “egocentrismo edonico”. Il messaggio che passa più o meno esplicitamente è “Pensa a te, ai tuoi bisogni e desideri” (ricentramento su di sé) e “Fai di tutto per realizzare il tuo benessere” (assertività), con l’unica attenzione a non essere guidato solo dal principio del piacere immediato ma di tenere conto anche del principio di realtà, per perseguire un piacere che non sia solo a breve ma anche a medio e lungo termine”. Questo è un modello di uomo sano tipico della attuale cultura occidentale di matrice statunitense in cui ognuno deve darsi da fare al massimo per costruire il proprio personale benessere, la propria autorealizzazione, ma non è certo l’unico modo possibile di attraversare l’esistenza. Si pensi ai modelli orientali dove “l’Io” è stemperato nel “Noi” ed il fare in secondo piano rispetto all’essere.

Voglio chiudere queste sgangherate righe con un breve accenno al delirio di cui volevano essere premessa e cornice e che sarà il tema affidatomi all’inaugurazione senza però entrare nel merito della patogenesi, del mantenimento e della terapia il che ridurrebbe l’appeal dell’incontro ottobrino.

Secondo la classica prospettiva cognitivo/costruttivista il mondo in cui viviamo non è fatto di cose ma di opinioni sulle stesse, di significati che ci fanno stare bene o male a seconda dei nostri scopi. La nostra realtà è costituita da rappresentazioni mentali, pallido e soggettivamente deformato simulacro della “cosa in sé” kantiana. Dunque si può dire che ciascuno viva in un proprio mondo privato, in una sorta di delirio benigno. E non sono forse tali le cosiddette illusioni narcisistiche di Sullivan circa il nostro valore, importanza ed immortalità che fanno parte di quel narcisismo “sano” che abbiamo individualmente e come specie umana per controbilanciare la disperazione che scaturirebbe dall’essere gli unici viventi consapevoli della inevitabilità della loro fine e di quella di tutti i propri cari, cui è dedicato l’ultimo lavoro di Gianni Liotti cui ho avuto per caso la straordinaria fortuna di partecipare.

Affermata l’assoluta omogeneità del pensiero delirante con quello normale e che dunque non di una categoria nosografica si tratta ma semmai di una dimensione che va dal confermazionismo della vita quotidiana, all’autoinganno, per arrivare fino al capolinea del delirio paranoico passando per la rigidità (testardaggine) nevrotica, mi sembra che due siano le sottodimensioni di cui tener conto: la perduta consensualità con gli altri che riporta ad una dimensione relazionale la genesi, il mantenimento ma anche la cura dell’isolamento delirante. La fissità versus il cambiamento che è il modo di essere funzionale della conoscenza al punto da poter affermare che tutte le psicopatologie siano connotabili come modalità diverse di malfunzionamento del processo naturale di cambiamento e progresso della conoscenza: tutta la psicopatologia è, a mio avviso, “Patognoseologia”, ma questa è un’altra lunga e noiosissima storia.

 


Processi e relazioni in terapia cognitiva: scenari futuri

Abstract dell’intervento di Giovanni M. Ruggiero per l’inaugurazione dell’anno accademico 2019-2020 della Sigmund Freud University

L’evoluzione scientifica della psicoterapia è davanti a un bivio decisivo. Due sono i possibili esiti. Il primo è la lenta confluenza dei troppi modelli teorici di sofferenza emotiva e di funzionamento della psicoterapia nel paradigma post-teorico dei fattori comuni e della centralità della relazione terapeutica -scenario in cui chiamarsi cognitivisti, sistemici, psicanalisti o altro avrà solo un significato teneramente folcloristico e saremo tutti in fondo dei relazionalisti umanistico-esperienziali rogersiani- oppure avrà successo l’ultimo tentativo residuale di costruzione empiricamente verificabile di un paradigma specifico, distinto dagli altri modelli e con essi in competizione scientifica a viso aperto, quello del cognitivismo clinico, prima standard e poi processualista. Tentativo disperato o lungimirante? Lo scopriremo solo vivendo. La presentazione esplora gli aspetti scientifici ma anche sociali e culturali dei due scenari.

 

Esiste una relazione tra perfezionismo patologico e criticismo genitoriale?

Sembrerebbe verosimile che i bambini di genitori autoritari sviluppino caratteristiche perfezioniste dovute alla natura iper-controllante dei loro genitori: è come se questi bambini internalizzassero il criticismo genitoriale per poi sviluppare un criticismo auto-riferito che li porta a sviluppare perfezionismo come strategia che li preservi dal danno e dall’errore, di cui temono le conseguenze negative..

Greta Lorini
 – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

 

Perfezionismo: un costrutto multidimensionale

Sebbene non vi sia una definizione precisa ed univoca di questo costrutto, alcuni autori hanno ipotizzato che il perfezionismo possa essere un costrutto multidimensionale (Frost, Marten, Lahart & Rosenblate, 1990), costituito da sei dimensioni: la tendenza a reagire negativamente agli errori e ad interpretarli come fallimenti (timore degli errori), la tendenza a porsi standard molto elevati e a ritenerli fondamentali per definire il valore di sé (standard personali), la tendenza a percepire da parte dei genitori standard elevati (aspettative genitoriali), la tendenza a percepire un forte criticismo da parte dei genitori (criticismo genitoriale), la tendenza a dubitare sulla qualità delle proprie azioni (dubbi sulle azioni) e la tendenza ad enfatizzare l’importanza dell’ordine e dell’organizzazione (organizzazione).

La multidimensionalità del costrutto ha portato Frost e colleghi (1990) alla costruzione di uno strumento di valutazione del perfezionismo, la Multidimensional Perfectionism Scale, che tenesse conto delle sue diverse dimensioni e di cui esiste anche una versione italiana (Lombardo, 2008).

Sembra però che il perfezionismo non sia da considerare in toto un fenomeno negativo e che si possa pertanto distinguere un Perfezionismo Adattivo che ha a che fare soprattutto con gli Standard Personali, dimensione riscontrata sia in soggetti clinici che non clinici, ed un Perfezionismo Maladattivo che ha a che fare con le altre cinque dimensioni, ed in particolar modo con il timore dell’errore (Sassaroli & Ruggiero, 2006). La letteratura suggerisce in un’ampia varietà di studi come sia il Perfezionismo Maladattivo ad associarsi con malessere psicologico, problemi interpersonali e un’ampia gamma di tratti di personalità patologici (Dimaggio et al., 2015).

Come si sviluppo il perfezionismo? Il ruolo del criticismo genitoriale

Una delle ipotesi principali sullo sviluppo del perfezionismo è che possa essere il risultato di genitori anch’essi perfezionisti e molto esigenti (Frost, Lahart and Rosenblate, 1991). Gli studi condotti suggeriscono che sia più che altro la percezione della severità genitoriale, più che quella riferita dai genitori stessi, ad essere associata al perfezionismo nei figli.

Maloney, Egan, Kane e Rees (2014) hanno suggerito come due aspetti della genitorialità possano contribuire in modo più consistente allo sviluppo di perfezionismo nei figli: le aspettative ed il criticismo genitoriale. Per “criticismo genitoriale” si intende uno stile relazionale in cui il genitore persegue lo scopo di modificare e/o controllare il comportamento, gli atteggiamenti e le convinzioni del figlio attraverso rimproveri, spesso pervasivi e prolungati. Sembra verosimile, quindi, che i bambini di genitori autoritari sviluppino caratteristiche perfezioniste dovute alla natura iper-controllante dei loro genitori; in altre parole, è come se questi bambini internalizzassero il criticismo dei genitori per poi sviluppare un criticismo auto-riferito che li porta a sviluppare perfezionismo come strategia che li preservi dal danno e dall’errore, di cui temono le conseguenze negative. Quest’ipotesi necessita tuttavia di opportune ed ulteriori verifiche.

Perfezionismo e disturbi psicopatologici

Il perfezionismo patologico è stato collegato inoltre ad un’ampia varietà di sintomi o disturbi psicopatologici (Frost et al., 1990), in particolar modo disturbi d’ansia, disturbi alimentari e depressione (Egan, Wade e Shafran, 2011) e ad alcuni tratti di personalità disfunzionali (Dimaggio et al., 2015). Di seguito verrano presenti alcuni di questi disturbi.

  • Perfezionismo, Criticismo Percepito e Disturbo Ossessivo-Compulsivo

Il Disturbo Ossessivo-compulsivo è un disturbo clinico caratterizzato dalla presenza di ossessioni e/o di compulsioni. Le ossessioni sono pensieri ricorrenti e persistenti o immagini che vengono vissuti come intrusivi e indesiderati e che nella maggior parte dei casi causano ansia o disagio. Le compulsioni sono comportamenti osservabili (overt) o azioni mentali (covert) ripetitivi e finalizzati a fronteggiare la minaccia posta al paziente dalle ossessioni o a contenere il distress (DSM-5, APA, 2013).

In uno studio del 1997 di Frost e Steketee, i pazienti affetti da Disturbo Ossessivo Compulsivo, confrontati con popolazione non clinica, mostravano punteggi significativamente più elevati di Perfezionismo. Halvaiepour e Nosratabadi (2015) hanno suggerito l’esistenza di una relazione significativa tra criticismo genitoriale e pensieri ossessivi. Sperimentare criticismo da parte dei genitori in modo sistematico sembra avere un ruolo significativo nel creare un senso di responsabilità eccessivo. Salkovskis (1996) nella sua teoria afferma che il criticismo genitoriale come fattore d’influenza nel bambino di un senso di responsabilità accresciuto, può aumentare i sintomi del disturbo ossessivo-compulsivo. Questo modello enfatizza il ruolo del criticismo e delle aspettative genitoriali come fattori incentivanti per lo sviluppo di comportamenti e credenze ossessive.

I racconti dei pazienti ossessivi descrivono spesso un clima familiare rigido e caratterizzato da forte attenzione alla moralità (Tenore, 2016), un’atmosfera tale in cui prevalgono criticismo genitoriale, aspettative elevate, richiesta di standard perfezionistici, può contribuire a creare credenze perfezionistiche anche nei figli (Van Noppen e Steketee, 2009).

  • Perfezionismo, Criticismo Percepito e Fobia Sociale


La Fobia Sociale (o Disturbo da Ansia Sociale) è un disturbo caratterizzato da marcata paura o preoccupazione in una o più situazioni sociali in cui il soggetto è esposto al possibile giudizio degli altri. Esempi di situazioni sociali includono: interagire con altre persone, essere osservati mentre si compiono azioni e sostenere una performance davanti ad altre persone. La paura o l’ansia sperimentate dalla persona traspaiono dal modo in cui la persona si comporta o appare, modalità fortemente criticate dalla persona stessa. La paura o l’ansia sono così forti da portare perfino la persona ad evitare le situazioni temute (DSM-5, APA, 2013).

In uno studio del 1996 di Juster e colleghi, un gruppo di pazienti affetti da Fobia Sociale è stato confrontato con un gruppo di soggetti senza disturbi d’ansia. I pazienti con Fobia Sociale hanno mostrato punteggi più elevati di Perfezionismo Patologico nella Multidimensional Perfectionism Scale per quanto riguarda il timore degli errori, il dubitare sulle azioni e il criticismo genitoriale.

  • Perfezionismo, Criticismo Percepito e Disturbi Alimentari

Il perfezionismo è considerato un elemento fondamentale dei Disturbi Alimentari e un fattore principale di rischio; di nuovo è necessario precisare che qui si intende quel perfezionismo patologico che nulla ha a che vedere con il raggiungimento di obiettivi ambiziosi o di successo, ma si configura come una strategia protettiva volta all’evitamento del danno (timore dell’errore) (Sassaroli, 2006). In uno studio, La Mela e colleghi (2015) hanno sottolineato l’importanza di due dimensioni costituenti il perfezionismo: criticismo percepito e aspettative genitoriali in pazienti affetti da bulimia nervosa, confermando quanto emerso in studi precedenti. Sebbene resti ancora da chiarire il processo che porta dal perfezionismo allo sviluppo di un disturbo alimentare, le pazienti DCA potrebbero essere pazienti che, perfezioniste per personalità o genetica ed ipercriticate anche inconsapevolmente, reagiscono inizialmente alle aspettative altrui in modo accondiscendente, ma in un secondo momento, quando si rendono conto che lo standard di controllo è irrealistico, ma irrinunciabile, lo spostano sull’alimentazione, la magrezza e la quantità di cibo assunta (Sassaroli, 2006).

 

Dick pics o esibizionismo fotografico, la linea (non troppo) sottile tra corteggiamento e molestia   

Il simbolismo fallico è presente nella storia di ogni civiltà umana fin dai suoi albori e la sua immagine si è mantenuta nel tempo fino al giorno d’oggi, evolvendosi al passo con la tecnologia a disposizione dell’uomo. Il caso delle dick pics.

 

Il simbolismo fallico è presente nella storia di ogni civiltà umana fin dai suoi albori, basti pensare che il manufatto più antico ad oggi rinvenuto è databile a circa 28.000 anni fa. In origine il significato del fallo era strettamente legato alla forza generativa, come sinonimo di potenza e fertilità, non è quindi infrequente imbattersi in statue votive o raffigurazioni di divinità dotate di membri smisuratamente grossi e in erezione. L’iconografia peniena è tuttavia cambiata drasticamente nel corso della storia: se in epoche più remote la nudità era onnipresente nei manufatti artistici e nelle raffigurazioni pittoriche, fu con l’avvento del Cattolicesimo che il fallo venne demonizzato come strumento di corruzione e latore di pulsioni peccaminose per uomini altrimenti devoti, culminando, a seguito del Concilio di Trento, con la censura sistematica di tutte le opere raffiguranti nudi mediante la celebre foglia di fico o, come nel caso della Cappella Sistina, con l’applicazione di braghe su santi e dannati (l’artista che si occupò di questo crimine contro l’arte fu soprannominato “il Braghettone”).

Ma l’immagine del fallo si è mantenuta nel tempo: sebbene ora relegato al dominio privato dell’eros e della pornografia, la sua rappresentazione si è evoluta al passo con la tecnologia a disposizione dell’uomo. Infatti, dall’avvento della stampa, alla fotografia, dai primi pacchetti dati scambiati in rete, all’avvento dei moderni smartphones, ogni mezzo è stato impiegato per onorare e riprodurre l’immagine del pene, potendo però godere adesso di un maggior anonimato. Nell’ambito delle nuove tecnologie, internet, i personal computer ed i telefoni cellulari hanno costituito una vera e propria rivoluzione, modificando a tal punto le nostre vite da invadere anche la sfera intima dell’interazione sessuale: ad esempio, fenomeni come il sexting, ovvero scambio di messaggi di natura erotica al fine di ottenere mutua eccitazione e, talvolta, fare da sfondo all’autoerotismo, sono diventati pratiche largamente diffuse tra gli utenti più giovani e non solo. In questo caso, gli studi sul fenomeno rilevano che in entrambi i sessi venivano riportati sentimenti di miglioramento dell’intimità di coppia, dell’autostima, della soddisfazione sessuale e intrattenimento (Champion&Pedersen, 2015; Parker, Blackburn, Perry, &Hawks, 2013; Woolard, 2011).

Tuttavia, l’anonimato apre le porte a comportamenti agìti senza paura delle ripercussioni, dove chi li mette in atto può sottrarsi alla reciprocità che in generale l’atto sessuale dovrebbe richiedere. È questo il caso delle cosiddette dickpics, che potremmo vedere come una rivisitazione in chiave tecnologica del fenomeno dell’esibizionismo sessuale: immagini di genitali maschili in stato di erezione inviate a donne sconosciute o conosciute, ma comunque al di fuori dal contesto di una interazione messaggistica di natura erotica, le quali vengono spesso accolte con orrore o, nel migliore dei casi, basita perplessità dalle povere malcapitate.

Un sondaggio ha rivelato che il 27% dei Millennials americani ha inviato almeno una dickpic una volta nella vita (YouGov, 2017) e sembra che il fenomeno sia esclusivamente maschile, non è infatti nota una pratica analoga messa in atto dalle donne, anche se potrebbe essere impossibile circoscrivere il fenomeno in quanto questa casistica incontrerebbe reazioni ben diverse: è infatti noto dalla letteratura, che gli uomini tendono ad essere sessualmente più reattivi a stimoli di natura visiva rispetto alle donne (per una review rimandiamo a Rupp&Wallen, 2008), le quali invece riportano sentimenti di disgusto, senso di oggettificazione, rabbia, vergogna e sensazione di star subendo una molestia nel ricevere le dickpics (Wailin&Pym, 2017). Diversamente, pare che questa modalità incontri minori resistenze nelle comunità di maschi omosessuali che fanno uso di applicazioni di incontri come ad esempio Grindr, i quali riportano sentimenti più positivi nel riceverle (Tziallas, 2015). È interessante come, nell’indagare il fenomeno includendo anche identità non-binarie, sia emerso che esso non sia legato all’identità di genere maschile, bensì al fatto di possedere un pene come dotazione di nascita, includendo quindi individui dall’identità di genere fluida o Transessuali.

Di recente, Oswald e colleghi (2019) hanno condotto uno studio volto a indagare quale fosse il profilo dell’uomo che invia le dickpics, delineandone caratteristiche di personalità e le motivazioni alla base dell’invio di tali immagini senza consenso della controparte e indagando quali fossero le reazioni che speravano di elicitare nelle riceventi. Per fare ciò hanno analizzato un campione di 1087 uomini con identità di genere cisgender e con orientamento esclusivamente eterosessuale: il 48% dei partecipanti allo studio ha dichiarato di aver inviato almeno una dickpic (523 uomini tra i 16 e i 75 anni), la restante parte ha negato di averlo mai fatto (564 uomini tra i 16 e i 92 anni).

La letteratura riporta come il narcisismo sia caratterizzato da senso di grandiosità, bisogno di ammirazione, un senso esagerato del Sé ed una sovrastima della propria avvenenza estetica (Oltmanns, Emery& Taylor, 2006), così come è stato correlato a tendenze di devianza sessuale negli uomini, tra cui coercizione ed esibizionismo sessuale (Figueredo, Gladden, Sisco, Patch & Jones, 2015; Lang, Langevin, Checkley, &Pugh, 1987; Widman&McNulty, 2011), componenti che è plausibile ipotizzare come alla base del comportamento esibizionistico sotteso alla diffusione delle dickpics. Per questo motivo, ai partecipanti è stato chiesto di compilare il Narcissism Personality Inventory Scale (Ames, Rose, & Anderson, 2006), un questionario a 16 items per indagare la presenza di narcisismo sub-clinico.

Secondariamente, ai soggetti è stato proposto il Sexual Opinion Survey (Fisher, Byrne, White &Kelley, 1988), questionario composto da 21 items, nel quale un punteggio più basso corrisponde ad una tendenza all’erotofilia (qui definita come atteggiamenti positivi verso il sesso), di contro un punteggio più alto indica erotofobia, ovvero atteggiamenti negativi verso alcuni aspetti della sessualità. È stato poi somministrato anche l’Ambivalent Sexism Inventory – short form (Glick&Fiske, 1996) per indagare l’eventuale presenza di sessismo nei partecipanti, fosse esso malevolo, ovvero denigratorio nei confronti della donna, o benevolo, che per quanto discriminatorio non comporti cioè un danno reale alla controparte (e.g. “Le donne dovrebbero essere adorate e protette dagli uomini”).

Per indagare le intenzioni sottese all’invio di immagini falliche senza consenso, sono state presentate 20 possibili motivazioni, afferenti a sei diverse categorie: mentalità transazionale (e.g. “ho inviato una foto sperando di riceverne in cambio una altrettanto esplicita”), ricerca del partner (e.g. “è un modo normale di flirtare”), potere e controllo (e.g. “mi eccita sapere che qualcun altro è stato costretto a vedere il mio pene contro la propria volontà”), misoginia (e.g. “provo disprezzo verso le donne ed inviare loro dickpics è soddisfacente”), conflitti infantili irrisolti (e.g. “ricordo che i miei genitori mi hanno fatto provare vergogna rimproverandomi quando sono cresciuto troppo per mostrare la nudità davanti a loro e agli altri, mostrare le dickpics mi fa stare meglio”), oppure soddisfazione sessuale o personale (e.g. “spero di ricevere feedback positivi sul mio pene”). I partecipanti hanno selezionato tutte le motivazioni che potessero essere intervenute nel loro caso, valutandole su di una scala a tre punti a seconda di una maggiore o minore influenza.

Sono state poi elencate una serie di possibili reazioni che i soggetti potessero voler elicitare, tra cui eccitazione sessuale, paura, disgusto, rabbia, vergogna, shock, apprezzamento, attrattività, svalutazione e, anche in questo caso, i partecipanti selezionavano tutte le risposte pertinenti e assegnando un punteggio da 1 a 3. Da ultimo si è indagata la presenza di comportamenti esibizionistici pregressi, non mediati dalla tecnologia.

I risultati ottenuti hanno confermato come sia il narcisismo che il sessismo, sia benevolo che malevolo, correlino con il fenomeno delle dickpics; nella fattispecie, sulla base dei punteggi in queste tre caratteristiche, era possibile stimare correttamente nel 63% dei casi se un individuo avrebbe fatto parte del gruppo degli esibizionisti fotografici o di quelli che non lo avevano mai fatto. Curiosamente è emerso some l’esibizionismo correlasse positivamente con l’erotofobia, suggerendo quindi che alla base del comportamento impulsivo di esibizione dei genitali possano in realtà essere sottesi dei sentimenti negativi verso aspetti della sessualità, una maggiore insicurezza sessuale o timore nei riguardi dell’atto sessuale.

Circa le motivazioni che spingessero gli uomini ad indulgere in questo comportamento, il 43,6% del campione ha confermato di agire secondo una previsione transazionale, sperando quindi di ricevere in cambio un’immagine parimenti provocatoria, mentre il 32,5% dei partecipanti lo considera una maniera come un’altra per avvicinare un potenziale futuro partner, sperando di provocare nel ricevente una risposta di eccitazione o quantomeno di comunicare interesse sessuale.

Le analisi circa le reazioni che si sperava di ottenere riportano come la speranza maggiore fosse quella di eccitare l’altra persona (82%), il 50% ha riportato la speranza che ricevere la propria dickpic potesse far sentire l’altro desiderato, seguita da un 22% la cui speranza era che l’immagine ricevuta facesse sentire la persona apprezzata. Come abbiamo già accennato, una possibile spiegazione potrebbe essere un bias cognitivo che porti gli uomini a supporre che chiunque reagirebbe nello stesso modo in cui reagirebbero loro, ovvero provando eccitazione alla vista dei genitali di qualcuno, a prescindere dall’aver o meno espresso il consenso a ricevere tali immagini (Ley, 2016; Waling&Pym, 2017).

È interessante sottolineare che un numero significativo di partecipanti ha dichiarato di sperare in una reazione negativa, fosse essa di shock (17%), di paura (15%) o di disgusto (11%). Questo assume particolarmente rilevanza se si considerano le critiche avanzate da alcuni autori ad alcune teorizzazioni di stampo femminista, i quali sostengono vi sia una percezione ingiusta della mascolinità come predatoria e problematica (Beasly, 2015; Waling&Pym, 2017). I risultati ottenuti sembrano supportare invece l’idea che, in alcuni casi, le reazioni negative ottenute non siano sempre non intenzionali e che un tale comportamento possa essere davvero considerato come una forma di molestia sessuale o comunque una modalità di arrogarsi un diritto senza incorrere in gravose conseguenze (Powell & Henry, 2017; Ringrose& Lawrence, 2018; Thompson, 2018; Vitis&Gilmour, 2017).

Per quanto la maggioranza del campione riportasse delle motivazioni positive nel compiere quest’atto, è importante non dimenticare che a causa della natura unilaterale dell’invio delle dickpics, viene completamente a mancare una qualsivoglia considerazione circa il consenso dell’altra persona, finendo per costituire un abuso vero e proprio. Sebbene quindi tali comportamenti possano non essere guidati da sentimenti manifesti di sessismo o di ostilità, l’invio di materiale esplicito senza consenso, sta in qualche modo rinforzando tali disposizioni, che sono sì interne all’individuo, ma in una certa misura vengono anche accettate e normalizzate dalla società contemporanea.

 

Dodo e il mezzo panino

Non è di certo una novità che nel campo della psicoterapia sia difficile dimostrare la superiorità di un trattamento rispetto a un altro. Del resto tutti sappiamo che la ricerca sull’efficacia della psicoterapia, per tantissimi motivi, è particolarmente complessa, soprattutto è difficile organizzare ricerche che soddisfino tutti i criteri più robusti.

 

Simone Cheli mi ha gentilmente suggerito di scrivere un commento a un articolo in press sul Journal of Abnormal Psychology, dal titolo Evaluating the Evidential Value of Empirically Supported Psychological Treatments (ESTs): A Meta-Scientific Review firmato da Sakaluk, Williams, Kilshaw & Rhyner. Dopo la sua richiesta mi sono messo al lavoro ma nel frattempo ho ricevuto i commenti di Cheli stesso e anche di Gazzillo e Dimaggio. Poiché il mio scritto rischiava di essere ridondante, in particolare rispetto a quello di Dimaggio, l’ho messo da parte e mi sono dedicato a una nuova versione che tenesse conto dei commenti dei tre colleghi.

A titolo di premessa, è comunque necessario riportare la conclusione degli autori:

This review suggests that although the underlying evidence for a small number of empirically supported therapies is consistently strong across a range of metrics, the evidence is mixed or consistently weak for many, including some classified by Division 12 of the APA as “Strong.”

Diversamente dagli altri commentatori, ritengo che i risultati di questa meta-scientific review, non siano per nulla sconvolgenti. Semplicemente, usando criteri più severi, alcune terapie per alcuni disturbi sono state declassate o sono uscite perdenti dal confronto con altre. Semmai la sorpresa è in alcuni specifici declassamenti. Ad es., mentre si era tutti convinti che il trattamento di elezione per il PTSD fosse la EMDR, dalla accurata meta-scientific review risulta essere decisamente meno efficace della Cognitive Processing Therapy. Altre terapie, al contrario, hanno mantenuto la loro validità. Ad es., la CBT e le terapie espositive per il DOC e disturbi d’ansia in generale. Dunque, nessuna rivoluzione.

Non è di certo una novità che nel campo della psicoterapia sia difficile dimostrare la superiorità di un trattamento rispetto a un altro. Del resto tutti sappiamo che la ricerca sull’efficacia della psicoterapia, per tantissimi motivi, è particolarmente complessa, soprattutto è difficile organizzare ricerche che soddisfino tutti i criteri più robusti. Per buona parte le ragioni non riguardano il merito della psicoterapia ma variabili organizzative ed economiche. Chi ha le risorse per implementare un studio RCT, pluri centrico, con terapeuti indipendenti di capacità pareggiata, magari in doppio cieco, con decine di pazienti per braccio, tutti con lo stesso identico problema e simili per ogni altra variabile rilevante, tipo disturbo di personalità, QI, condizione socio economica, sub cultura di appartenenza, etc etc?

Tuttavia, facile o difficile, risultati forti, modesti o controversi che siano, questo è quanto abbiamo a disposizione per decidere quale trattamento dia più probabilità di successo per un determinato paziente. Nell’insieme possiamo dire che è l’equivalente di un mezzo panino, non certo di uno intero.

Siamo quindi di fronte a un bivio: buttiamo via il mezzo panino, condividiamo quindi il verdetto del Dodo e ci facciamo andar bene tutte le psicoterapie per qualunque disturbo, purché siano bona fide? Oppure il mezzo panino lo mangiamo, anche se sappiamo che non è intero?

A mio avviso, se si sceglie Dodo o si è fatto un errore di ragionamento o non si ha fame. L’errore di ragionamento è duplice. Il primo è inferire dalla difficoltà a stabilire quale trattamento sia più efficace di altri, che, allora, tutti i trattamenti siano uguali (dalla affermazione “se tutti i trattamenti sono uguali, allora non si riesce a misurare una differenza”, non è corretto inferire che “se non si riesce a misurare una differenza fra trattamenti, allora non c’è differenza fra i trattamenti”. Similmente, nessuno pensa che dalla affermazione “se uno è sceicco del petrolio, allora è ricco” , si possa inferire che “se uno è ricco, allora è uno sceicco del petrolio”). Il secondo è che comunque esistono, anche considerando gli standard più severi, delle differenze fra trattamenti per specifici disturbi. Sappiamo, infatti, che alcuni sono migliori di altri.

La seconda possibilità per la quale si sceglie il Dodo, è che non si ha fame. Che non ci sia in giro tanta fame di dare ai pazienti quello che, alla prova dei fatti, appare il trattamento migliore per il loro disturbo, è suggerito dalla quantità di psicoterapie che sono proposte, anche in miriadi di corsi di formazione. Nel 2006, Johnson Laird et al. scrivevano:

Herink (1980) listed 250 varieties of psychotherapy from “Active analytical therapy” to “Zaraleya psychoenergetic technique,” and this number has grown apace over the past 25 years.

Negli ultimi tredici anni se ne sono aggiunte alcune dai nomi suggestivi: Terapia di coppia focalizzata sulle emozioni, Metodo Gottman per la terapia di coppia, Accelerated Experiential Dynamic Psychotherapy. Poco tempo fa sono comparsi corsi di formazione sulla Mindful Interbeing Mirror Therapy, le cui prove di efficacia pubblicate sono … semplicemente, nessuna. Queste le conseguenze della scelta di Dodo, di buttar via il mezzo panino solo perché non è intero.

Ora, si potrebbe obiettare, riprendendo una conclusione di Sakaluk et al., nell’articolo citato, che

Without evidence for EST superiority, the mental health fields may need psychotherapy reversals if the monetary and opportunity costs of EST training, dissemination, and use exceed those associated with other bona fide psychotherapies.

L’obiezione ha un senso ma a due condizioni. La prima è di essere “Without evidence for EST superiority”. Non dimentichiamo che, invece, per molti disturbi abbiamo “evidence for EST superiority”. La seconda di impegnarsi subito a valutarne l’efficacia. In molti casi non v’è traccia di tale impegno e la raccolta di prove di efficacia è rimandata ai posteri.

E chi si mangia il mezzo panino, ha qualche possibilità di sfamarsi?

Gazzillo suggerisce di cambiare il frame. Forse ha ragione, ma di certo si troverà con le stesse attuali difficoltà a controllare l’efficacia dei trattamenti, anche cambiando il frame. Per il momento non mi pare che gli studi sulla relazione terapeutica abbiano dato grandi risultati che aiutino a decidere quale terapia/terapeuta per quale paziente.

A mio avviso per arrivare a sfamarsi con mezzo panino, i punti critici sono tre.

Il primo e più importante è che per molti problemi clinici non abbiamo conoscenze adeguate sui determinanti psicologici prossimi del problema e nemmeno sui processi del suo mantenimento e aggravamento. Nonostante l’enorme quantità di ricerche nella Experimental Psychopathology, solo di alcuni disturbi conosciamo davvero bene il funzionamento e dunque siamo in grado di definire con esattezza l’obiettivo di un intervento. Ad esempio, il bersaglio nel caso dei disturbi di attacchi di panico è ben definito, ed è l’anxiety sensitivity. Nel DOC il cuore del problema potrebbe essere un timore catastrofico di colpa, appreso in particolari esperienze avverse, e, in effetti, sembra proprio che interventi ben mirati su questo punto possano essere efficaci. Ma si può dire lo stesso di altri disturbi, ad esempio, nella anoressia? Esiste un punto critico o sono più d’uno? E una volta che il processo anoressico si è avviato, che cosa lo alimenta? L’hybris di controllare anche la fame e per questo di essere moralmente superiori agli altri? Forse.

Certamente pensare che il bersaglio possa essere la “disregolazione emotiva, evitamenti comportamentali, mancanza di abilità sociali, mentalizzazione, rimuginio, bias cognitivi, pensieri intrusivi” (vedi il commento di Dimaggio) appare a dir poco ingenuo. In questo concordo con Dimaggio, nel senso che quelli che lui cita non credo possano essere dei bersagli centrali, perché sono disfunzioni derivate e non primarie. Penso, tuttavia, che possano esserlo particolari schemi, scopi o assunzioni, quelli che ritroviamo, purtroppo descritti in modo troppo generico nella Cognitive Therapy, o quelli che Gazzillo, in accordo con la Control Mastery Theory, direbbe essere gli ostacoli al piano del paziente.

Il secondo problema è che in molti casi non sappiamo su che cosa agisce un trattamento psicoterapico. Nonostante tanti difetti, se non altro, la CBT o la REBT, definivano esattamente l’obiettivo del loro intervento, alcune convinzioni e su queste concentravano la loro azione. Ma, ad esempio, non c’è un accordo sul meccanismo d’azione della Esposizione e Prevenzione della Risposta, che, pure, stando a Sakaluk et al. appare un intervento degno di rispetto.

In breve, mancano idee sufficientemente chiare su cosa agire e perché.

Il terzo problema è che, forse, è inadeguato pretendere di utilizzare gli RCT con tutti i crismi, pluricentrici, terapeuti randomizzati, pazienti del tutto sovrapponibili etc, per controllare l’efficacia di una psicoterapia. Di certo non è pratico. Quindi o piano piano ci si mette in condizione di fare ciò o si trovano sostituti agli RCT canonici. Forse, azzardo una possibilità, in un dominio clinico come il nostro, caratterizzato da grandi differenze fra pazienti, anche fra quelli che meritano la stessa diagnosi, potrebbe essere un buon compromesso la metodologia dei single case, in cui ogni caso è il confronto di se stesso, e non è la semplice descrizione dei cambiamenti in un paziente prima e dopo la terapia.

In conclusione, avendo fame, io mi mangio il mezzo panino e poi, speriamo che arrivi anche l’altro mezzo, magari con una fettina di Dodo.

 

Altri articoli sull’argomento:

 

Psicologia del viaggio 

Il viaggio è un fenomeno non solo economico, ma anche psicologico. Il viaggio, infatti, nelle sue fasi (partenza, percorso e arrivo) rende l’idea della ciclicità della vita e del suo dinamismo. Il viaggio è, quindi, un’esperienza interiore dell’individuo che richiama la circolarità della vita: la nascita, l’adolescenza, la fase adulta e la morte.

 

L’uomo è un essere sociale mobile. Quando lo spostamento è di breve durata e ha la finalità di visitare nuovi luoghi per svago, si parla di mobilità turistica. Proprio grazie alla facilità degli spostamenti e all’accessibilità, anche in termini economici, delle strutture ricettive di soggiorno, il turismo è diventato un fenomeno di massa, che coinvolge la vita di moltissime persone e organizza l’assetto di intere comunità. Una definizione sintetica, ma al tempo stesso tale da renderne la complessità, descrive il turismo come:

The sum of the relationships arising the interaction of tourists, business suppliers, host governments and host communities in the process of attracting tourist and other visitors (McIntosh e Goeldner, 1984).

Si tratta, perciò, di un fenomeno non solo economico, ma anche psicologico. Da un punto di vista psicologico si può dire che ci sia analogia tra il viaggio inteso come conoscenza di realtà esterne (luoghi, culture, lingua ecc.) e il percorso di conoscenza di sé (Carbonetto, 2007). La vita è un viaggio: tale affermazione, riconosciuta come espressione idiomatica, sottende un significato più profondo (Papapicco, Scardigno, Mininni, 2017). Il viaggio, infatti, nelle sue fasi (partenza, percorso e arrivo) rende l’idea della ciclicità della vita e del suo dinamismo. Il viaggio è, quindi, un’esperienza interiore dell’individuo che richiama la circolarità della vita: la nascita, l’adolescenza-la fase adulta e la morte.

La partenza

Il termine ‘partenza’ fa riferimento al verbo ‘partire’, la cui etimologia è fondamentale per comprendere come questa prima fase del viaggio possa essere considerata metafora della vita. Il verbo ‘partire’ deriva dal latino ‘partire’ denominativo di ‘pars’, ‘parte’. Il significato letterario del verbo latino è ‘dividere, separare’, da cui deriva il significato più generico di ‘allontanarsi’. Da questi presupposti etimologici, è possibile rilevare come il concetto di partenza abbia una duplice valenza: di nascita e di morte. Da un lato la partenza corrisponde alla nascita, perché al momento del parto si verifica una separazione del neonato da sua madre, dall’altro la partenza si connette anche alla morte, in quanto viene considerata una separazione dalla vita terrena.

La partenza, nel suo doppio significato di iniziare e, all’opposto, di finire e, in assoluto, di morire, è una sintesi simbolica di un’esperienza universale in cui nascita e morte rappresentano momenti essenziali del far parte per se stesso nel processo di individuazione (Carbonetto, 2007).

Da un punto di vista psicologico, la partenza risulta essere un momento di estrema rilevanza.

Rappresenta un momento di distacco, infatti il piacere di spostarsi da una situazione rassicurante come quella della propria terra d’origine e del proprio nucleo familiare presuppone il superamento della fase simbiotica del bambino nei confronti della madre (Carbonetto, 2007).

Così come teorizzato dalla psicoterapeuta Margaret Mahler (1897), superando la fase simbiotica, il bambino approda ad una fase definita separazione-individuazione che è compatibile con il momento della partenza, perché comporta il distacco dalla madre, considerata una base sicura, per raggiungere un livello sempre maggiore di autonomia che si intensifica nell’adolescenza, ma si definisce nell’età adulta. Viaggiare, quindi, rappresenta il superamento delle azioni abituali e quotidiane o anche la rottura dalla routine della vita condotta nel luogo di residenza, che denota una base sicura per l’individuo. Viaggiare significa anche avere una possibilità di svago dalla vita lavorativa e quotidiana. Si può, perciò, vivere un viaggio come un’occasione per riconquistare la propria libertà e creatività e la possibilità di riavvicinarsi a parti “alienate di sé” (Carbonetto, 2007).

Tutto questo comporta una disponibilità a mettersi in gioco, ad affrontare l’ansia dell’imprevisto e dell’ignoto che ogni viaggio, anche quello più organizzato o vicino, comporta, ad abbandonare la sicurezza di ciò che è conquistato e garantito. Anche la scelta della meta risulta, in tal senso, significativo perché permette di cogliere la possibilità da parte dell’individuo di aver costruito una corretta immagine di sé, dal momento che si è spinti a cercare una località turistica in base a caratteristiche personali. Tuttavia, se l’individuo non ha costruito adeguatamente il proprio Sé, non ha raggiunto un’identità stabile, non può ricercare il sostegno in programmi turistici attraenti o nei compagni di viaggio. Se è vero, infatti, che il viaggio può avere valenze terapeutiche, non può, da solo, funzionare come una cura (ibidem).

L’arrivo

L’arrivo nella località scelta comporta il raggiungimento di un traguardo. Questa fase implica una pausa, una sospensione di un flusso sempre più minaccioso che suscita ansie, implica la realizzazione di un’aspettativa. Si pensi alla necessità diffusa di informare subito i congiunti sull’andamento del viaggio, alla situazione più rilassata e tranquilla di chi ha raggiunto l’albergo (Carbonetto, 2007). L’arrivo, però, non rappresenta il punto finale del viaggio, ovvero la ricerca della stabilità, perché l’individuo sarà alla ricerca di nuovi traguardi, orizzonti da esplorare, nuovi abbandoni. In questo stadio, fondamentali sono le aspettative che il soggetto si crea al momento della partenza e che possono essere confermate oppure disconfermate in seguito all’incontro con la nuova realtà. Più ci sarà accordo tra il nuovo contesto e le aspettative, più il soggetto sarà soddisfatto del suo viaggio. La fine del viaggio, il ritorno, è una ricongiunzione circolare al punto di partenza, recupero di ciò che è noto e caro, in cui è implicito il concetto di nostalgia (ibidem).

Proprio per superare la nostalgia legata al ritorno a casa, il viaggiatore tende ad acquistare souvenir che gli permettono di avere un ricordo dei luoghi visitati. Negli ultimi anni, con il crescente impatto della tecnologia, sta aumentando il fenomeno di raccolta di fotografie non professionali scattate durante il viaggio. Queste fotografie stanno sostituendo il classico souvenir, in quanto si basano su immagini “auto-prodotte” (Panizza, 2013) con, a conclusione, la creazione di uno story-telling turistico.

L’uomo moderno, che fa uso massiccio di Internet, impiega molte immagini. Instagram o Facebook, ad esempio, sono social network nati per lo scambio di fotografie. La fotografia, proprio per queste possibilità che offre ai turisti, sta sostituendo il tradizionale souvenir. Il termine souvenir deriva dal latino ‘subvenire’ che significa ‘venire in aiuto’.

Il souvenir è dunque qualcosa che può essere regalato a qualcuno o che si tiene per sé; è un pensiero di un viaggio che ha lo scopo di ricordare un luogo visitato. Il souvenir solitamente schematizza, concentra in sé un luogo, si pensi alla Tour Eiffel parigina e al Colosseo romano, ridotti a portachiavi o a piccole statuine. In più, la dimensione piccola, dovuta all’ovvia necessità di trasporto, aumenta la carica emotiva (Iannone, Rossi, Salani, 2005).

Il souvenir diviene “feticcio” (Panizza, 2013) per colui che lo acquista, poiché vengono assegnati a questo oggetto significati aggiunti in base all’esperienza vissuta; i souvenir aiutano e sorreggono la narrazione del viaggio, riportano il possessore nel luogo in cui è avvenuto il contatto con l’oggetto. Il significato del souvenir ed il tipo di souvenir ricercato è cambiato insieme al significato del viaggio. All’epoca dei viaggi commerciali il souvenir era qualcosa di esotico, di non facilmente recuperabile in altri luoghi. Era qualcosa da mostrare con fierezza, quasi come prova indiscutibile del viaggio intrapreso. In altre epoche, come quella dei Grand Tour, vi era la tendenza di appropriarsi di piccoli frammenti dei luoghi, che supportavano i ricordi del viaggio.

Oggi il souvenir turistico ha connotazioni diverse e si configura nello scattare fotografie. Questa trasformazione del souvenir in fotografia dipende da varie ragioni: innanzitutto la fotografia è qualcosa di personale, auto-prodotta, è molto economica ed è tipica del luogo visitato. Da un punto di vista psicologico, il souvenir risponde all’appagamento di bisogni di viaggio.

 

Quando l’amore diventa perversione

Nella perversione non c’è empatia o sensibilità, non esiste rispetto o delicatezza, mentre l’amore è generoso e orientato al Tu. Una breve illustrazione del passaggio tra amore a perversione e dell’impossibilità dei due di coesistere.

 

Il primo a parlare di perversione e a sfatare il tabù che da sempre ha aleggiato, e tutt’ora aleggia, sul tema delle perversioni è stato Sigmund Freud, medico austriaco e padre della psicoanalisi con i suoi saggi sulla sessualità del 1905. Egli individua, nello sviluppo psico-sessuale del bambino, una fase fondamentale e determinata denominata “fase genitale”, in cui il bambino impara a conoscere e a scoprire il proprio corpo e la propria sessualità. Il bambino comprende le differenze tra i generi e le differenze sessuali tra i coetanei e gli adulti. Inoltre, vive quello che è conosciuto come Complesso di Edipo, in cui desidera sostituire il padre a fianco della madre, provando per lui un sentimento a metà tra amore e odio e tentando in tutti i modi di possedere in modo esclusivo la propria madre.

In questa fase, afferma Freud, il bambino comprende l’impossibilità di sostituirsi al padre ed accetta così la sua posizione e quella dei suoi genitori. Quando il bambino non riesce a riconoscerlo, si istaura in lui il seme della perversione: inizia a vivere in un mondo privo di differenze sessuali, di rapporti familiari, di regole e vincoli nei rapporti generazionali e sociali. Colui che cresce nella e con la perversione non cerca trasgressione, poiché trasgredire vuol dire superare un limite che in essa non esiste, non esiste confine, non esiste una regola.

Questa è una prima e fondamentale differenza tra amore e perversione: il primo è regolato, ha un limite, un confine, il secondo è privo di ogni confine umano e sociale, è un baratro senza fine. Inoltre, nella perversione non esiste riconoscimento dell’Altro, come persona, come umano e anzi, l’altro smette di essere persona e diventa oggetto da possedere, privo di diritti, di volontà, di desideri. Questa assenza di riconoscimento dell’altro è riscontrabile in ogni forma di trauma inflitto da mano umana ed, in particolare, in quella forma di trauma che Giovanni Stanghellini e Mario Rossi Monti chiamano “trauma di effrazione”, il cui prototipo è l’abuso sessuale. Si può affermare, quindi, che amare vuol dire riconoscere l’altro, il suo desiderio ed il proprio, mentre nella perversione c’è un misconoscimento totale dell’altro.

Sempre Freud rintraccia alla base della perversione, non il movente sessuale, ma un’estrema esaltazione del Sé e della propria onnipotenza, un mezzo per poter dimostrare, a se stessi e al mondo, che tutto gli è possibile, che non esiste un limite a cui attenersi. Ed è per questo che la perversione è più vicina alla morte che all’amore: nella sua onnipotenza cerca di distruggere l’altro, di degradarlo, riducendolo ad oggetto da possedere e non percepisce che nel distruggere l’Altro distrugge anche se stesso. Pertanto, tutte le culture e società, non hanno potuto che confinare la perversione ed esaltare l’amore nelle regole e nei confini.

Nella perversione non c’è empatia o sensibilità, non esiste rispetto o delicatezza, c’è solo violenta distruzione dell’amato e del mondo circostante, desiderio di possesso ed esclusività. Mentre l’amore è generoso, è orientato al Tu, la perversione è egoista e meschina e deride l’equilibrio e la mediocrità.

Anche la sessualità assume una diversa connotazione: non è più un abbraccio tra due corpi e tra due anime, un modo per entrare in sinergia completa, ma un mezzo per possedere l’altro nel modo più terreno possibile, per annientare il suo corpo e la sua persona, per depersonalizzare totalmente l’altro. È un piacere non condiviso, singolo, una danza con la morte, a cui spesso artisti e poeti hanno preso parte per poter descrivere e decantare realtà al confine tra vita e morte.

Secondo Galimberti, l’amore differisce ulteriormente dalla perversione per la sua capacità di trascendersi, superare la propria solitudine ed incontrare quella dell’altro, donare all’altro la propria anima, oltrepassando la carne. Nella perversione, invece, l’altro è privato, anzi, derubato della propria solitudine e degradato nella propria identità.

Concludendo, potremmo affermare che l’amore diventa perversione quando il rispetto diventa non rispetto, quando il limite diventa inesistente, quando sensibilità ed emozioni vanno via e lasciano spazio al desiderio di possesso e distruzione o ancora all’indifferenza. E con sé, avvicina la vita alla morte, la giustizia all’ingiustizia o peggio, all’assenza di giudizio.

 

Vivere momento per momento. Sconfiggere lo stress, il dolore, l’ansia e la malattia con la mindfulness – Di John Kabat Zinn, recensione del libro

Vivere momento per momento è un testo per tutti: sia per professionisti della salute che neofiti della materia, sia per coloro che stanno combattendo qualche sofferenza, sia per chi sta solamente cercando una disciplina di equilibrio.

 

Ora è veramente il solo momento che hai da vivere.

Il presente è “il solo momento di cui disponiamo”. Eppure spesso non ce ne rendiamo conto. Ci lasciamo catturare dai pensieri, orientati al passato o al futuro, ed è facile cadere in uno stato di pilota automatico, correlato da vulnerabilità fisica e psichica. Vivere momento per momento è un testo per tutti: sia per professionisti della salute che neofiti della materia, sia per coloro che stanno combattendo qualche sofferenza, sia per chi sta solamente cercando una disciplina di equilibrio. Perché questo libro è un invito ad intraprendere un viaggio di auto esplorazione, di crescita e di guarigione, mobilitando le forze e risorse interiori. La consapevolezza può essere praticata, in ogni momento della giornata, anche attraverso le attività quotidiane, perché ogni cosa parla di noi e ci insegna qualcosa.

Il libro si suddivide in cinque parti.

Parte 1 – La pratica della consapevolezza

Il capitolo si apre con il suggestivo titolo Affrontare la catastrofe. Di cosa si tratta? È studiare l’arte di abbracciare l’intera catastrofe del vivere. Questa espressione stimola in noi l’ossimoro che è la consapevolezza: accogliere gli aspetti più difficili della vita e coglierne gli spazi di crescita, mentre si gusta l’intera meraviglia dell’essere. Il nostro primo alleato è il respiro. Il modo più facile ed efficace per iniziare una pratica di meditazione, è quello di concentrare l’attenzione sul respiro ed osservare le sensazioni che lo accompagnano. Sembra banale ma il respiro aiuta a concentrarci, ci aiuta ad affrontare la nostra esperienza consapevolmente e la mente diventa più calma e meno reattiva. Un altro elemento rilevante è la concentrazione sul proprio corpo, perché spesso “non siamo in casa”. I nostri standard ed automatismi ci trasmettono un senso di insicurezza che si tramutano in ossessione sul corpo e/o disattenzione di esso, trascurando la meraviglia di aver un corpo. Infine tra gli strumenti di meditazione vi è lo yoga. Nello stiramento dei muscoli e nella ricerca di equilibrio impariamo ad avvicinarci ai nostri limiti senza mai attraversarli, con una consapevolezza costante. Il testo offre diverse pagine a raffigurazioni di posizione yoga per la pratica indipendente.

Parte 2 – Un nuovo modo di pensare alla malattia

La medicina sta riconoscendo sempre più l’influenza sulla salute dello stile di vita, delle tendenze di pensiero ed emozione, relazioni e fattori ambientali. Ne sono testimonianza le ricerche in psicoimmunologia, il modello biopsicosociale, studi sui tratti di personalità che proteggono dagli effetti negativi dello stress o predispongono a determinate malattie.

Parte 3 – Lo stress

L’autoregolazione è il processo in cui il sistema riesce a mantenere la stabilità del proprio funzionamento e ad adattarsi a nuove circostanze, ripristinando l’equilibrio prestando attenzione ai feedback dell’organismo. La pratica della meditazione trasforma la nostra capacità di adattamento allo stress.

Parte 4 – La consapevolezza al lavoro

Praticare la consapevolezza significa imparare a lavorare proprio con quello stress e quel dolore di cui vogliamo liberarci. In questa sezione l’autore presenta diverse applicazioni della tecnica (ai dolori cronici, alla sofferenza emotiva, all’insonnia, all’alimentazione e sensibilizzazioni a tematiche di risonanza globale).

Parte 5 – Il viaggio continua

Dopo il primo approccio, magari praticando il programma di otto settimane che l’autore presenta in Vivere momento per momento, la grande sfida è riuscire a tener viva la pratica della consapevolezza nella vita quotidiana. Non è una filosofia, ma un modo di essere, vivere pienamente ogni momento:

la consapevolezza è il viaggio di tutta una vita su un cammino che alla fine non porta da nessuna parte: solo a scoprire chi sei.

Durante la lettura, ho incontrato queste citazioni e concetti interessanti per una riflessione personale e professionale:

Per noi ogni momento è un nuovo inizio, una possibilità di ricominciare – quando il fallimento sembra un’esperienza senza via d’uscita, dobbiamo ricordare che il qui e ora è una nuova opportunità.

All’inizio si erano chiesti se il programma avrebbe potuto fare qualcosa per loro. Alla fine hanno scoperto che loro stessi possono fare qualcosa di importante per sé, qualcosa che nessun altro al mondo può fare per loro – il ruolo dei terapeuti è di accompagnare i pazienti nel loro viaggio di comprensione e cambiamento, ma il ruolo principale lo hanno i pazienti con le proprie risorse.

Se ritieni che aiutare gli altri sia la cosa più importante, può valer la pena di considerare che la misura in cui sei in grado di farlo dipende dal tuo proprio equilibrio. Prendere tempo per accordare il tuo strumento..è una scelta intelligente – perla di saggezza per tutti coloro che esercitano relazioni di aiuto, mai dimenticarsi di prendersi cura di sé per riuscir ad accudire gli altri.

 

Il “gene gay” non esiste! E la cosa non ha sorpreso nessuno: ecco cosa abbiamo imparato dal più grande studio sulle basi genetiche della sessualità

È stato di recente pubblicato su Nature il report relativo al più grande studio di associazione genome-wide (GWAS) mai condotto, con l’obiettivo di indagare la base genetica del comportamento sessuale verso gli individui dello stesso sesso. La conclusione a cui si è giunti è una ed inequivocabile: il “gene gay” non esiste.

 

Tuttavia, non saranno stati in molti a sorprendersi di tale risultato, possiamo infatti avere un’idea della complessità della variabilità genetica se consideriamo un parametro relativamente semplice come l’altezza: è infatti riconosciuto il forte carattere ereditario di tale caratteristica, con circa l’80% di influenza genetica a fronte di una piccola varianza, circa il 20%, determinata epigeneticamente (caratteristiche ambientali che influenzano il fenotipo senza alterare il genotipo). Grazie agli studi di associazione genome-wide sono stati ad oggi isolati almeno 700 variazioni comuni e 83 mutazioni non comuni (Marouli et al., 2017) che contribuiscono ad una varianza nell’altezza del loro portatore da 0,1 mm a 2,0 cm, evidenziando come molteplici geni contribuiscano a modulare l’espressione di una singola caratteristica.

Sarebbe dunque stato estremamente semplicistico aspettarsi che una singola mutazione fosse responsabile di un comportamento complesso quale la sessualità ed infatti, contrariamente a quanto i titoli sensazionalistici vorrebbero farci credere, la risonanza che tale studio ha avuto e continuerà ad avere non ha nulla a che vedere con questa unica e semplice smentita, il “gene gay” non esiste, bensì vi sono altri risultati e altre caratteristiche di questa indagine che potrebbero (e forse dovrebbero) cambiare il modo in cui viene approcciato lo studio della sessualità umana.

L’analisi condotta da Ganna e colleghi (2019) ha preso in esame un campione vastissimo, analizzando i profili genetici degli individui afferenti a cinque diversi database: in primo luogo The UK Biobank (circa 500.000 individui, dati raccolti tra il 2006-2010), la 23andMe Inc. che raccoglie ad oggi i dati di oltre 4milioni di persone, il National Longitudinal Study of Adolescent to Adult Health (AddHealth) da cui sono stati estrapolati i profili di 4755 adolescenti americani (anni 1994-1995), il Molecular Genetic Study of Sexual Orientation (MGSOSO) che ha analizzato il genoma di 1077 uomini omosessuali e 1231 eterosessuali ed infine 8109 profili derivanti dal Child and Adolescent Twin Study in Sweden (CATSS), studio longitudinale ancora in corso sui gemelli nati dopo il 1991. L’accesso ad un campione così vasto ha permesso agli scienziati di trovare delle correlazioni tra le diverse varianti genetiche (o SNPs, Single Nucleotide Polymorphisms) statisticamente robuste, al contrario degli studi precedenti che, avvalendosi di campioni più ridotti e analizzando un numero inferiore di markers genetici, non potevano eguagliare tale livello di confidenza statistica.

Una prima e importante specifica che ha guidato la ricerca è stata quella di dividere il campione analizzato, distinguendo tra quegli individui che non avessero mai sperimentato comportamenti sessuali verso lo stesso sesso (eterosessuali), da quegli individui che fossero stati, almeno una volta, coinvolti in comportamenti sessuali verso il proprio genere, prescindendo quindi dalla definizione del proprio orientamento sessuale. In altre parole, si è partiti dall’assunto che il comportamento sessuale e l’orientamento sessuale non siano necessariamente congruenti, permettendo di includere una gamma più vasta delle identità sessuali presenti: non solo omosessuali quindi, ma anche bisessuali, pansessuali, demisessuali, etc. Per isolare con certezza comportamenti che fossero definibili omosessuali, è stato necessario includere nello studio solo quegli individui la cui identità di genere e sesso di appartenenza fossero congruenti, escludendo quindi individui transessuali, intersessuali, queer che non ricadessero in questa divisione dicotomica.

In primo luogo, si sono potute replicare e confermare le stime precedentemente ottenute da studi minori effettuati sui gemelli (es. Långström et al., 2010) nel determinare l’ereditabilità del comportamento sessuale, secondo cui individui più vicini geneticamente abbiano più probabilità di essere concordanti in termini di comportamento sessuale. In tal senso si è confermato che circa il 32,4% della varianza di tale tratto sia da attribuirsi a fattori genetici.

Per determinare quali varianti genetiche specifiche, o SNPs, fossero associate all’esibizione di un comportamento sessuale verso lo stesso sesso, gli autori si sono serviti di studi di associazione GWAS sul vastissimo campione a loro disposizione. Sono stati rilevati cinque marcatori genetici comuni (ovvero presenti in almeno l’1% della popolazione) associati ad un comportamento omosessuale, due dei quali comuni ai due sessi, uno riscontrato esclusivamente nei soggetti femminili e due esclusivamente maschili. È stato inoltre possibile avanzare delle ipotesi su quali possano essere i correlati biologici risultanti dall’espressione di tali geni: ad esempio, lo SNPs denominato rs34730029 contiene un gran numero di geni responsabili dei recettori olfattivi nel maschio, determinando una sensibilità a certi tipi di odori; un secondo, conosciuto come rs28371400, è invece coinvolto nella regolazione degli ormoni sessuali, la sua presenza è infatti altamente correlata con l’incedere della calvizie negli uomini (nella quale è implicata la sensibilità agli ormoni sessuali). Oltre a questi cinque SNPs rilevanti, ne sono stati riscontrati altri migliaia coinvolti, ma che non raggiungevano la rilevanza statistica necessaria.

Una prima conclusione inequivocabile alla quale i ricercatori sono giunti tramite questa analisi è che la sessualità umana sia estremamente complessa, irriducibile quindi all’influenza di uno o pochi geni. Basti pensare che la somma di tutte le varianti genetiche riscontrate può rendere conto di una percentuale limitata del comportamento verso lo stesso sesso (8-25%), lasciando la rimanente parte a influenze ambientali (storia di vita, influenze familiari, sociali, etc) e, di questa percentuale, le cinque varianti più statisticamente rilevanti costituiscono appena l’1%.

Sono state riscontrate delle correlazioni rilevanti anche con altri tratti comportamentali e legati alla salute mentale, per le quali gli autori avanzano delle caute ipotesi, rimandando a studi futuri il compito di gettare luce sulla natura e sulla direzionalità di tali legami. Ad esempio, il comportamento omosessuale risulta statisticamente correlato con tratti di personalità tendenti alla solitudine e all’apertura verso le nuove esperienze (openness to experience), così come alla propensione per alcuni comportamenti a rischio (tabagismo o uso di cannabis) e la co-occorrenza di psicopatologie quali la depressione o la schizofrenia. La difficoltà nello stabilire il nesso causale è dovuto all’impatto delle variabili sociali e culturali che, come suggerito dagli autori, potrebbero manifestarsi sottoforma di pregiudizi o condotte discriminatorie, che spiegherebbero il disagio psicologico esperito dall’individuo che ha comportamenti sessuali verso il proprio sesso.

Da ultimo, gli autori hanno cercato di superare il dualismo imposto dalla ricerca, ovvero il carattere binario del comportamento sessuale distinto in eterosessuale o non-eterosessuale, analizzando nello specifico la quantità di partner relativi all’uno o all’altro sesso. È stato riscontrato come le varianti genetiche sottese alla probabilità di avere rapporti sessuali con persone dello stesso sesso siano differenti dalle varianti genetiche che rivelano un’influenza sulla preferenza sessuale (ovvero ricercare partner prevalentemente dell’altro sesso vs. partner prevalentemente dello stesso sesso). In altre parole, sarebbe una semplificazione non corroborata dai dati scientifici continuare a pensare la sessualità come uno spettro (come siamo abituati a fare dalla prima formulazione avvenuta in tal senso ad opera di Kinsey nel lontano 1948) e dare per scontato che ad una maggior attrazione verso lo stesso sesso corrisponda una minore attrazione verso gli individui di sesso opposto e vice versa.

Nel complesso, lo studio di Ganna e colleghi (2019) ha certamente ampliato le nostre conoscenze riguardo alla sessualità umana, ma nel fare ciò si è distinto magistralmente nella maniera in cui tale costrutto è stato indagato, da ultimo mettendo in crisi alcuni assunti dati per scontati per oltre 70 anni.

Assolutamente degna di menzione è stata inoltre la scelta dei ricercatori di coinvolgere associazioni e difensori dei diritti della comunità LGBTQAI nel processo divulgativo, cercando di veicolare i propri risultati nella maniera meno fraintendibile e ideologicamente traviabile possibile e creando inoltre una piattaforma online dedicata alla presentazione dello studio al vasto pubblico, in termini comprensibili a chi non abbia il background di conoscenze necessarie alla comprensione delle conclusioni raggiunte. Nel procedere in questo senso gli autori hanno dimostrato una spiccata sensibilità non soltanto verso la scienza come materia di indagine, bensì verso la comunità LGBTQAI nel suo intero, mostrando attenzione verso questioni che, dividendo l’opinione pubblica, hanno ripercussioni rilevanti nella vita degli individui che si trovano a veder negati diritti o la propria libertà personale a causa delle discriminazioni subite in contesti sociali così come istituzionali.

 

La dipendenza da videogames: in che modo i videogiochi ci attraggono e soddisfano i nostri bisogni

Dipendenza da videogiochi: in questo articolo descriveremo alcune tecniche di marketing dell’industria videoludica, analizzandone i meccanismi psicologici sottostanti. Le compagnie sono sempre più abili nel costruire giochi che soddisfino i bisogni dei propri giocatori. Quali sono questi bisogni? Quali i rischi e le trappole da evitare? 

 

Aggiornamenti, Microtransazioni, Engagement e Obiettivi Prossimali

L’età media di un videogiocatore è 31 anni (2018 ESA annual report, figura 1), i videogiochi che una volta erano creati in modo da rispondere ad interessi e bisogni di un pubblico indifferenziato (prevalentemente adolescenziale) oggi vengono diversificati in base agli interessi e alle caratteristiche specifiche del proprio pubblico. Inoltre essendo prevalentemente online, c’è la possibilità di continuare ad aggiornarne i contenuti e modificare il gioco in base alle richieste degli utenti stessi, ascoltandone il feedback e studiandone i dati. Questo avviene per motivi diversi: la soddisfazione degli utenti derivata dal sentirsi ascoltati; la vendita di prodotti mirati nello store online del videogioco; la creazione di una player-base solida e fedele, talvolta dipendente dal gioco o dalla compagnia. Questo continuo aggiornamento e fidelizzazione ha permesso ad alcuni giochi di durare oltre 10 anni (World of Warcraft è stato creato nel 2004 e League of Legends nel 2009, entrambi sono tuttora ampiamente giocati).

Videogiochi: come ci attraggono e in che modo soddisfano i nostri bisogni - imm 1

 

Figura 1. Età dei videogiocatori 2014 – ESA annual report 

Un tempo la pubblicizzazione del videogioco avveniva solo all’uscita, in quanto l’unico profitto consisteva nella vendita del gioco. Unica eccezione facevano le arcade machine, i cabinati a gettoni delle sale giochi, in cui l’acquisto non era una tantum ma continuativo.

La situazione attuale è molto cambiata. Il mercato è dominato da aziende che producono giochi gratuiti, ma con “in-game transaction” ossia pagamenti all’interno del gioco, spesso sotto forma di microtransazioni (piccoli pagamenti effettuati con un’elevata frequenza). Queste microtransazioni vengono percepite come meno rilevanti; ma se venissero presentate all’utente tutte insieme si concretizzerebbero in una somma ingente ben superiore al prezzo di acquisto di un normale videogame. Spesso gli acquisti sono fatti in momenti emotivamente caldi (Smith, 2014), sia come rifugio da emozioni spiacevoli (noia, tristezza, rabbia) sia sull’onda di euforia: ci lasciamo quindi trascinare dalle emozioni del momento (Artz, Kitcheos, 2016; Caetano, 2017).

L’acquisto di un videogioco oggi è sempre possibile. Nel passato i negozi avevano degli orari e dei luoghi ben precisi e il gioco aveva delle caratteristiche fisiche di dimensioni e peso; queste caratteristiche rendevano impossibile l’acquisto in qualunque momento. Oggi le caratteristiche di internet e dei videogiochi online li rendono facilmente acquistabili senza limiti temporali (Soodan & Pandey 2016). Alcune ricerche inoltre mostrano come questa grande accessibilità sia un elemento molto attrattivo soprattutto per gli individui più impulsivi (Aylott & Mitchell, 1998; Mihic & Kursan, 2010).

L’engagement è facilitato: molto spesso il gioco è gratuito e questo consente di bypassare la fase di iniziale indecisione preacquisto. Anche la possibilità di giocare su diversi devices permette di raggiungere un pubblico molto più vasto. Un altro aspetto interessante legato alla modalità di engagement è che i giochi nelle loro fasi iniziali sono diventati molto più facili rispetto ad una decina di anni fa. La causa potrebbe essere dovuta ad un processo che in psicologia si chiama errorless learning, ossia apprendimento senza errori: il giocatore si è appena avvicinato ad un gioco che non ha acquistato, la sua motivazione intrinseca a giocarlo è bassa, quindi è probabile che alla prima frustrazione lo possa abbandonare; i giochi tendono però ad essere sempre più guidati soprattutto nelle prime fasi, proponendo una serie di obiettivi prossimali crescenti che favoriscono una sensazione di autoefficacia: ossia numerosi obiettivi, facilmente raggiungibili, ma che occupino progressivamente più tempo possibile e siano distribuiti omogeneamente nella giornata del giocatore. Questo porta a creare una routine e una sensazione di engagement nel giocatore (Heather & Elaine, 2008; Zamara & Chiapasco, 2017): ossia un senso di produttività, di fare qualcosa di costruttivo che contrasta le sensazioni emotivamente spiacevoli che possono aver portato al desiderio di giocare (Jones et al., 2014). Un ragazzo che studia per un esame e poi lo fallisce potrebbe pensare che tutto il tempo impiegato a studiare sia stato inutile, non ha infatti una ricompensa immediata e tangibile per il lavoro che ha svolto e questo può essere frustrante e porta spesso ad un conseguente calo della motivazione allo studio. Il gioco, garantendo lo stato di engagement sopra descritto potrebbe rappresentare un tentativo di sfuggire al senso di poca efficacia e di mancanza di motivazione.

Il senso di engagement viene soddisfatto soprattutto, ma non solo, dai giochi per smartphone, che per la loro accessibilità e semplicità ben si prestano a riempire i buchi della giornata.

L’industria videoludica degli smartphone è in continua crescita (Naramura, 2019; vedi figura 2), soprattutto in Asia ed è basata sull’uso massiccio delle microtransazioni. Le applicazioni che generano maggiore fatturato sembrano essere proprio quelle gratuite con microtransazioni e non quelle a pagamento.

 

Videogiochi: come ci attraggono e in che modo soddisfano i nostri bisogni - imm 2

Figura 2. Ricavato dell’industria videoludica, crescita del settore mobile, morte dell’arcade (Naramura, 2019)

Come abbiamo già accennato le aziende fanno targeted marketing: utilizzano tutti i dati che hanno a disposizione riguardo ai propri giocatori per disegnare dei prodotti più attraenti per quel tipo di pubblico.

Dalle ricerche di mercato è evidente che esistano tipologie diverse di videogiocatori, questo forse è il riflesso di diversi bisogni individuali insiti nella persona, ma che talvolta vengono rafforzati e mantenuti attraverso il gioco stesso, che non li appaga se non temporaneamente.

Bisogni Individuali

I bisogni individuali legati ai videogames sono stati recentemente studiati da Przybylski et al. (2010) che hanno realizzato un modello motivazionale, basato sulla teoria dell’autodeterminazione di Deci e Ryan (2000). La teoria di Przybylski concerne il potenziale di contesti sociali (tra cui il gaming) di produrre esperienze che soddisfino bisogni psicologici universali. In particolare, pare che se vengono soddisfatti i tre bisogni universali di competenza, autonomia e relazione, i giocatori percepiscono maggiore divertimento e saranno più portati a giocare in futuro (Ryan M.R., Rigby C.S., Przybylski A., 2006).

Ma non pensiamo che esistano solo questi tre bisogni o che corrispondano a tre categorie di giocatori, la realtà è molto più complessa e diversificata. Richard Bartle (1996), analizzando i tipi di giocatori ne identifica 4 categorie: killer, realizzatori, esploratori e socializzatori; ma fa anche un’affermazione interessante:

Ho pubblicato i miei risultati non perché volessi dire: ‘questi sono i quattro tipi di giocatori esistenti, ma piuttosto […] ‘le persone hanno ragioni differenti per giocare ai videogames’ […]. 

Bisogna oltretutto tenere presente il fatto che la ricerca di Bartle risale al 1996, quando il numero di giocatori era 20 volte inferiore e quindi ipoteticamente anche la varietà nelle tipologie di giochi e giocatori.

Analizzeremo ora i tre macro-bisogni di competenza, autonomia e relazione, vedendo quali sono le tipologie di gioco che li vanno a soddisfare e le tipologie di videogiocatore. È però importante evitare di pensare a questi bisogni come a compartimenti stagni: spesso i bisogni si intrecciano e tutti i giochi di successo tendono a soddisfarne il maggior numero possibile, in maniera diversa.

  • 1- Autonomia

Il bisogno di sentirsi artefici del proprio destino, di avere un certo grado di controllo sulle scelte della propria vita. Alcuni videogiochi puntano particolarmente a dare la sensazione di essere artefici del proprio destino, di avere scelte con un impatto su di sé e sugli altri e di poter scegliere cosa fare e dove andare; fornendo così spesso una fuga dalla realtà e dalle sue regole. Vi sono due aspetti minori che seppur non sempre presenti sono legati al bisogno di autonomia: il desiderio di esplorazione e il desiderio di completezza. L’esplorazione entra in gioco nello scoprire un videogioco, un mondo nuovo, una storia, un’avventura mentre è il desiderio di completezza che ci spinge a vivere tutta l’avventura per concludere il videogioco. Alcuni titoli che maggiormente sembrano puntare a soddisfare il bisogno di autonomia sono Minecraft e altri giochi open world come Sea of Thieves, Grand Theft Auto, Life is Strange e World of Warcraft, perché hanno aspetti di autonomia nelle scelte e negli obiettivi, esplorazione, customizzazione del personaggio. Questi videogiochi spesso puntano anche ad altri bisogni come quello di appartenenza perché aspetti come l’esplorazione e la customizzazione tendono ad esaurirsi col tempo: una volta conclusa la storia, o esplorato il mondo o scoperte tutte le combinazioni del gioco il giocatore tende a stancarsi e ad abbandonarlo per passare ad un altro gioco.

  • 2- Competenza

Caratteristico soprattutto dei giochi di guerra, di corsa e di lotta, generalmente con modalità PvP (Player versus Player), ma in maniera minore il senso di competenza è presente in tutti i giochi e consiste in quella sensazione di progresso e di miglioramento. Vi sono poi giochi con una curva di apprendimento graduale e continua che permettono ai giocatori di migliorarsi sempre anche dopo anni di gioco. Si parla principalmente di giochi strategici o giochi di squadra come League of Legends, Hearthstone o Fifa, o anche giochi d’azione come Call of Duty, Dark Souls o Fortnite. La fascia di età di questi giochi incentrati sull’aspetto competitivo PvP va dal ragazzo al giovane adulto. Ancora una volta se un gioco soddisfa solo questo bisogno è probabile che il giocatore si stanchi nel lungo termine o che vi dedichi sempre meno tempo a mano a mano che sente di aver raggiunto un buon livello di competenza. Spesso però questi giochi puntano anche sul soddisfare il bisogno di appartenenza, vedremo successivamente come questo possa avvenire. Se ben delimitato nei tempi e usato in modo equilibrato rispetto alle altre attività, questo tipo di gioco può avere un effetto positivo per scaricare la tensione della giornata, per sviluppare competenze strategiche e gioco di squadra, parimenti ad uno sport (Adachi & Willoughby, 2015; Eichenbaum et al., 2014; Chiappe et al., 2013) oltre che potenziare le abilità attentive e visuospaziali (Pallavicini et al. 2018; Anderson et al., 2010; Jones et al., 2014).

  • 3- Relazione/Appartenenza

Il bisogno di creare e mantenere relazioni interpersonali è intrinseco all’uomo e permane per tutta la durata della vita sebbene sia in età adolescenziale che viene percepito con più forza. Questa è l’età in cui il ragazzo sta iniziando a definire la propria identità e i giochi che rispondono a questo bisogno sono probabilmente i più pericolosi (Smyth, 2007) perché in questa fase si apprendono le competenze comunicative e sociali (Jerome et al., 2015). Le aziende appagano e mantengono questo bisogno attraverso forum, eventi come tornei o fiere, oppure all’interno del gioco tramite obiettivi che si possano completare soltanto con l’aiuto di altri giocatori: come Manfred Spitzer afferma in ‘Demenza Digitale’ (Rehbein, 2010; Spitzer, 2013):

missioni di gioco complesse che possono essere compiute solo all’interno di una comunità di gioco affiatata e funzionale, che favorisce un forte senso di responsabilità verso il tessuto sociale, in modo che la presenza nell’ambito di gioco non possa essere ridotta senza forti resistenze interne (senso di responsabilità nei confronti degli altri giocatori, rimorsi) o esterne (i giocatori minacciano l’esclusione dalla comunità o l’interruzione del contatto).

Sempre più comune è l’utente che gioca quasi esclusivamente ad un solo videogame, da anni, avendo costruito ormai un’identità parallela, investito soldi e tempo e formato così una fortissima motivazione intrinseca a continuare, anche legata alla possibile perdita delle amicizie fatte all’interno del gioco. Si parla soprattutto di MMO ossia giochi multiplayer online con un’enorme community, come World of Warcraft o Clash of Clans. Avere una community numerosa può provocare effetti come la cosiddetta cyberbalcanizzazione: la segregazione della popolazione di internet in gruppi con interessi simili, che portano ad avere una mentalità chiusa e ristretta rispetto a chi la pensa diversamente dal gruppo (University of Minnesota, 2016). Perché accontentarsi di avere amici reali con interessi diversificati quando puoi avere amici virtuali con interessi molto simili ai tuoi? Questo atteggiamento potrebbe portare ad un impoverimento di stimoli, maggiore chiusura, incapacità di accettare le critiche ed ascoltare gli altri.

Per capire meglio come si generi il senso di appartenenza in un videogioco prenderemo ad esempio una particolare categoria di MMO: gli MMORPG ossia giochi di ruolo online con una playerbase molto vasta. Chi gioca a questi giochi si identifica nel personaggio, apprende una quantità incredibilmente vasta di informazioni necessarie alla progressione, che vengono spesso trasmesse di giocatore in giocatore creando legami e fidelizzazione (giocatori più esperti che indottrinano quelli meno esperti). Questo nel tempo crea una vera e propria rete sociale interna al gioco e spesso in parallelo si sviluppa un forte senso di community più genericamente esteso a tutti i giocatori, non solo quelli conosciuti. Questo avviene per via della condivisione di esperienze comuni (obiettivi del gioco, livelli, zone, meccaniche e altro).

Non a caso recentemente è diventato incredibilmente popolare il guardare terzi giocare ad un gioco, attraverso piattaforme quali YouTube e Twitch (sito di streaming online) che permettono di osservare qualcuno che gioca, a volte anche mentre si sta giocando al gioco stesso, per vedere e condividere indirettamente le reazioni e le emozioni di persone che stanno vivendo la nostra stessa esperienza. La sensazione di non essere soli a perseguire gli obiettivi dettati dal gioco, ma di avere dei pari con cui si condividono emozioni, obiettivi, valori, modelli (pro-players), inside-jokes (battute comprensibili ai soli membri del gruppo) e abitudini, è una forma di appagamento del bisogno di appartenenza. Le aziende produttrici sanno molto bene che i giochi più longevi e remunerativi sono quelli con una community coesa e vasta che si rafforza col tempo e la condivisione di contenuti.

Conclusioni

Il fatto che l’industria videoludica generi molti profitti implica che le aziende investano molti soldi per creare giochi sempre più accattivanti e interessanti. Per coinvolgere e attrarre il maggior numero di giocatori possibili, gli sviluppatori affineranno sempre di più le capacità dei giochi di soddisfare i nostri bisogni in modo facile e veloce. Il rischio è che quanto più i giochi saranno efficaci nel generare questo senso di temporaneo appagamento tanto meno le persone coinvolte saranno motivate a soddisfare quei bisogni attraverso altre modalità. Il gioco potrebbe quindi agire indirettamente sugli individui limitandone gli interessi e le possibilità di soddisfare quei bisogni attraverso altre modalità come il lavoro o gli sport o la musica (Pryzbylski et al., 2010; Weinstein & Przybylski, 2017).

Questa situazione potrebbe portare ad un impoverimento delle opportunità sociali e relazionali dell’individuo e successivamente ad una forma di chiusura e distacco dalla realtà esterna con un meccanismo che agisce in modo molto lento in cui i giocatori che cadono in queste trappole ci scivolano dentro lentamente, per abituazione, senza rendersene conto, seguendo obiettivi prossimali sempre più richiedenti in termini di tempo e apparentemente sempre più efficaci a sfuggire da situazioni spiacevoli della vita.

Non è nostra intenzione e sarebbe ovviamente scorretto generalizzare o ipotizzare delle relazioni dirette. Per quanto riguarda le skills sociali, ad esempio, non sono state rilevate differenze tra giocatori MMORPG e gruppo di controllo (Sergeyeva et al. 2018; Scott & Armstrong, 2013).

Se ben delimitato nei tempi e usato in modo equilibrato rispetto alle altre attività, infatti, il gioco online può avere un effetto positivo per scaricare la tensione della giornata, per sviluppare competenze strategiche e gioco di squadra, parimenti ad uno sport (Adachi & Willoughby, 2015; Eichenbaum et al., 2014; Chiappe et al., 2013) oltre che per potenziare le abilità attentive e visuospaziali (Pallavicini et al. 2018; Anderson et al., 2010; Jones et al., 2014).

L’obiettivo di questo articolo è sottolineare l’importanza della consapevolezza delle reali ragioni che ci portano a passare del tempo su un videogioco.

Riteniamo infatti che considerare un uso problematico o una dipendenza basandosi unicamente sul fattore “tempo dedicato” sia limitativo rispetto ad una realtà molto più complessa che richiede una valutazione molto più approfondita. Allo stesso tempo sottolineiamo come i tre bisogni considerati in questo articolo siano solo un esempio delle possibili motivazioni che ci spingono a giocare.

La fuga da emozioni spiacevoli come la noia la tristezza o la rabbia sembra esser un altro importante fattore (Virvilaite et al., 2009) che merita un ulteriore e dedicato approfondimento.

Cosa sto cercando veramente in questo gioco? Mi sta proteggendo da qualcosa o gratifica qualche mio bisogno? Nella mia vita in quali altri modi cerco la soddisfazione di questo mio bisogno? La ricerca di appagamento attraverso il videogioco sta in qualche modo condizionando la mia vita lavorativa, scolastica, familiare o sociale?

Queste sono alcune delle domande più importanti che ci possono dare una indicazione su quanto l’uso che stiamo facendo dei videogiochi potrebbe trasformarsi o si è già trasformato in problematico. In questo caso rivolgersi ad un esperto può essere utile per ristabilire il giusto equilibrio tra gioco online e benessere personale e relazionale.

Disturbo da Stress Post Traumatico: introduzione alla teoria psicotraumatologica e utilizzo del Training Autogeno nella Psicoterapia Bionomica Autogena

Il Disturbo da Stress Post Traumatico è una patologia mentale che per la letteratura più tradizionale insorge in situazioni di esposizione a gravi stress, traumi ed eventi non usuali, quali catastrofi naturali, rapine, violenza fisica e sessuale. Il Disturbo da Stress Post Traumatico non corrisponde alla normale fase di adattamento fisiologico che ogni persona sperimenta dopo uno shock, ma a un disagio molto intenso e protratto che deve essere affrontato in modo specifico.

 

Forse tutto l’orrore non è altro che l’inerme, che ci chiede aiuto
(Rilke – Lettere a un giovane poeta)

 

DPTS E DSM 5. Le novità

Il Disturbo da Stress Post Traumatico è una patologia mentale che per la letteratura più tradizionale insorge in situazioni di esposizione a gravi stress, traumi ed eventi non usuali, quali catastrofi naturali, rapine, violenza fisica e sessuale. In questo articolo ci proponiamo, attraverso una revisione della letteratura esistente, di valutare il DPTS nella vita quotidiana e di suggerire dei criteri che permettano di individuare, tra gli episodi di ogni giorno, quelli che possono in qualche modo generare delle reazioni che possono essere ricondotte all’evento traumatico in quanto tale. Allo stesso tempo, verranno citati alcuni articoli che sono stati importanti circa l’utilizzo del Training Autogeno, come tecnica psicoterapica del profondo, nonché metodo di rilassamento.

Lo stesso DSM 5 pare dedicare maggiore attenzione ai disturbi da stress correlati, dal momento che, al suo interno, ci sono state delle modifiche riguardanti questo argomento. In primis, nel DSM 5 il disturbo non è più incluso nei disturbi d’ansia, ma all’interno di una categoria autonoma, nuova, i Disturbi Correlati a Eventi Traumatici o Stressanti.

Il criterio di stressor (Criterio A) è più esplicito per quanto riguarda come un individuo ha vissuto gli eventi “traumatici”. Inoltre, il Criterio A2 (reazione soggettiva) è stato eliminato. Mentre nel DSM-IV c’erano tre principali gruppi di sintomi (risperimentazione, evitamento/attenuazione dell’attività generale e aumento dell’arousal), nel DSM-5 ci sono quattro gruppi di sintomi, perché l’evitamento/attenuazione dell’attività generale è stato suddiviso in due gruppi distinti: evitamento e alterazioni negative persistenti nella cognizione e nell’umore. Quest’ultima categoria, che conserva la maggior parte dei sintomi di attenuazione del DSM-IV, include anche nuovi sintomi oppure la riconcettualizzazione di quelli vecchi, come nel caso degli stati emotivi negativi persistenti. Infine, le alterazioni nell’arousal e della reattività conservano la maggior parte dei sintomi elencati nel DSM-IV. La nuova diagnosi comprende inoltre un comportamento irritabile o aggressivo e un comportamento imprudente o autodistruttivo. Il Disturbo da Stress Post-Traumatico è ora sensibile al fattore evolutivo, in quanto le soglie diagnostiche sono state abbassate per i bambini e gli adolescenti. Sono stati anche aggiunti criteri distinti per bambini dai 6 anni o più giovani. Le più recenti ricerche in ambito psico-traumatologico fanno riferimento al concetto di stress post traumatico complesso e a tutto ciò che concerne il dopo trauma.

I principali criteri diagnostici secondo il DSM 5 sono i seguenti (si applicano ad adulti, adolescenti e bambini di età superiore ai 6 anni):

A. Esposizione a morte o minaccia, lesioni gravi o di violenza sessuale in uno (o più) dei seguenti modi:

  • Vivendo direttamente l’evento traumatico
  • Ascoltare di persona la testimonianza dell’evento da parte di altri
  • Apprendere che l’evento traumatico si è verificato a un parente stretto o un amico. In caso di morte o minaccia di un familiare o un amico, l’evento deve essere stata violento o accidentale
  • Vivere ripetute o estreme esposizioni a particolari spiacevoli dell’evento traumatico (es. i primi soccorritori raccolgono resti umani; gli agenti di polizia ripetutamente esposti a dettagli di abusi sui minori)

B. Presenza di uno (o più) dei seguenti sintomi associati all’intrusione dell’evento traumatico, con esordio successivo al verificarsi dell’evento traumatico:

  • Ricordi angoscianti ricorrenti, involontari ed intrusivi dell’evento traumatico
  • Sogni spiacevoli ricorrenti in cui il contenuto è relativo all’evento traumatico
  • Reazioni dissociative (es. flashback), in cui l’individuo si sente o si comporta come se l’evento traumatico sta verificandosi
  • Disagio psicologico intenso o prolungato all’esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o somigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico
  • Marcate reazioni fisiologiche a fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o somigliano ad un aspetto dell’evento traumatico

C. Evitamento persistente degli stimoli associati all’evento traumatico, con esordio successivo al verificarsi dell’evento traumatico, come evidenziato da uno o entrambi i seguenti:

  • Evitamento o sforzi per evitare ricordi angoscianti, pensieri o sentimenti strettamente associati all’evento traumatico
  • Evitare o sforzi per evitare stimoli esterni (persone, luoghi, conversazioni, attività, oggetti, situazioni) che suscitano ricordi angoscianti, pensieri o sentimenti relativi o strettamente associati all’evento traumatico

D. Negative alterazioni di cognizioni e umore associati all’evento traumatico, con esordio o peggioramento successivo al verificarsi dell’evento traumatico, come evidenziato da due (o più) dei seguenti elementi:

  • Incapacità di ricordare un aspetto importante dell’evento traumatico (in genere a causa di amnesia dissociativa e non ad altri fattori, come trauma cranico, alcol o droghe)
  • Credenze negative persistenti ed esagerate o aspettative su se stessi, gli altri o il mondo (es. “Io sono cattivo”, “Nessuno può essere attendibile”, “Il mondo è assolutamente pericoloso”, “Il mio sistema nervoso è permanentemente deteriorato”)
  • Cognizioni distorte persistenti circa la causa o le conseguenze dell’evento traumatico che portano l’individuo ad incolpare se stesso o agli altri.
  • Persistente stato emotivo negativo (paura, orrore, rabbia, senso di colpa o vergogna)
  • Marcata diminuzione di interesse o partecipazione ad attività significative
  • Sentimenti di distacco o di estraneità verso gli altri
  • Persistente incapacità di provare emozioni positive (incapacità di provare la felicità, soddisfazione o sentimenti di amore)

E. Marcate alterazioni dell’arousal e reattività associati all’evento traumatico, con esordio o peggioramento successivo al verificarsi dell’evento traumatico, come evidenziato da due (o più) dei seguenti elementi:

  • Comportamento irritabile e scoppi d’ira (con poca o nessuna provocazione) tipicamente espressi come aggressione verbale o fisica verso le persone o gli oggetti
  • Comportamento sconsiderato o autodistruttivi
  • Ipervigilanza
  • Esagerate risposte di allarme
  • Problemi di concentrazione
  • Disturbi del sonno (difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno o sonno agitato)

Il Disturbo da Stress Post Traumatico non corrisponde alla normale fase di adattamento fisiologico che ogni persona sperimenta dopo uno shock, ma a un disagio molto intenso e protratto che deve essere affrontato in modo specifico. Per ottenere una remissione completa dal disturbo post-traumatico da stress servono in media 6-8 mesi, ma in genere i pazienti iniziano a stare meglio già dopo le prime 4-6 settimane di terapia.

Fattori che influenzano lo svilupparsi del sintomo.

I nostri centri per la Salute Mentale vengono sempre maggiormente contattati da pazienti che a causa di situazioni traumatizzanti, non comunemente definite come tali, iniziano a sviluppare dei sintomi psichici. Arrivano in visita vissuti traumatizzanti di malattie dei compagni, di figli e genitori, lutti e vissuti traumatici legati al posto di lavoro, raccontati da chi sta subendo mobbing, o vissuti relativi alla perdita del lavoro stesso. Così, recentemente, hanno iniziato a comparire una serie di diagnosi di DPTS in cui l’evento traumatizzante ha perso qualsiasi connotato di eccezionalità, come richiesto nella precedente versione del DSM. È giusto, ad esempio, giudicare traumatica la morte di una madre novantenne da tempo affetta da una neoplasia incurabile? Con i criteri DSM alla mano, riteniamo che chiunque proponesse una diagnosi di DPTS per il figlio sintomatico non potrebbe essere biasimato. Alla luce di queste ricerche, alcune sindromi genericamente indicate come disturbi d’ansia generalizzata o dell’umore andrebbero ripensate come epifenomeni di un Disturbo da Stress Post-Traumatico primario.

Alcuni tendono effettivamente a sviluppare un disturbo vero e proprio, altri no. Cos’è che differenzia gli uni dagli altri e cos’è che fa sì che alcuni sviluppino dei sintomi? Oltre alle variabili genetiche, presenti per ogni patologia, soprattutto psichica, esistono variabili bio-psico-sociali e storico-culturali che agiscono come mezzi sulla dinamica della formazione di un sintomo a prescindere dai precisi meccanismi derivanti dalle esperienze psicologiche.

Da prima della nostra nascita siamo sottoposti a continui stimoli ai quali reagiamo in base alle nostre caratteristiche per mantenere il miglior adattamento alle situazioni e richieste ambientali, abituandoci inconsapevolmente a modalità di reazione in auto tensione. Tra i fattori di rischio che creano una vulnerabilità pre-trauma, ci sono fattori di rischio genetici e biologici, fattori relativi alla vita dell’individuo, all’ambiente in cui è cresciuto, alla salute mentale e alla personalità. I fattori biologici includono la familiarità dei disturbi mentali. Infatti, alcuni tratti della personalità, come, per esempio, nevroticismo, introversione e precedenti disturbi, sembrano influenzare la predisposizione allo sviluppare dei sintomi. In chi sviluppa un DPTS l’immagine della memoria rimane “congelata”  e “intrappolata” nelle reti del cervello in modo disfunzionale. Scopo delle terapie è combattere il sintomo (ad esempio con i più tradizionali Antidepressivi ad azione serotoninergica), ma il vero obiettivo si raggiunge quando si riesce a toccare, far riaffiorare ed elaborare il vissuto traumatico, fino a renderlo “innocuo”. Alcune psicoterapie vanno a modificare indirettamente tali variabili interiori, così da avere una struttura di personalità in un certo senso più forte, o meglio, con meccanismi difensivi dell’Io più maturi, tali da consentire, talvolta, un migliore adattamento alla circostanza traumatizzante.

Che cosa è il Training Autogeno (T.A.). Qualche cenno sul Training Autogeno di J. H. Schultz, all’interno della Psicoterapia Autogena.

Il Training Autogeno è una tecnica psicoterapica della Terapia Bionomica Autogena. Prima d’iniziare un esercizio occorre mettersi comodi, seduti o sdraiati, in una delle tre particolari posizioni consigliate dall’Autore. Durante la seduta si deve essere spettatori di ciò che accade dentro, senza razionalizzare e sforzarsi di sentire le sensazioni indotte. Per entrare nello stato di “attenzione passiva”, il Training Autogeno si serve di formule che indicano al subconscio le condizioni da raggiungere.

La tecnica si compone di due esercizi fondamentali (pesantezza e calore) e quattro esercizi complementari (respiro, battito cardiaco, plesso solare e fresco alla fronte). La pesantezza si ottiene portando l’attenzione alle diverse parti del corpo, inducendola con semplici formule che si riassumono in: “Il corpo è pesante”. Dopo la pesantezza si passa al calore, che corrisponde ad una vasodilatazione. Schultz ritiene che il T.A. possa essere utilizzato con vantaggio per favorire già nello stesso bambino la capacità di far fronte alla tensione. Egli afferma: “E allora, perchè non pensare di realizzare una educazione della tensione? Noi riteniamo che ciò possa essere perfettamente realizzabile non soltanto esteriormente, ma anche interiormente”.

Va detto che la tecnica proposta dall’autore non è una tecnica di auto rilassamento, così come viene descritto il T.A. nella maggior parte di testi, siti web e pratiche psicoterapiche non di tipo bionomico autogene. Il rilassamento ottenuto durante gli esercizi è fondamentale per iniziare il lavoro sull’inconscio e per far sì che processo prosegua nell’inconscio, anche se non se ne è consapevoli.

Caratteristica della filosofia schultziana è il “lasciar accadere”, intesa in un certo senso come indifferenza e passività per quanto riguarda il risultato (ad esempio, la Pesantezza del primo esercizio del T.A. Inferiore). Luthe parla di “accettazione passiva” nei confronti di tutto quanto accada durante l’esercizio. E’ dunque un’attività passiva e una passività attiva. Il parallelo più importante con la concentrazione passiva di Schultz è dato dal wei-wu-wei dello zen, che significa fare-senza-fare, concentrarsi e nel contempo lasciar-accadere.

Schultz asserisce che “l’allenamento sistematico agli esercizi porta di per sé [da solo] allo stato autogeno”, cioè a uno stato di commutazione organismica, caratterizzato da tipiche reazioni psichiche e somatiche. La “commutazione autogena” è lo specifico stato regressivo che il training autogeno intende instaurare. Una disattivazione globale, che investe l’intero organismo (deconnessione organismica), modifica il funzionamento sia fisiologico sia psicologico e segna il passaggio (commutazione) a un registro funzionale diverso rispetto a quello abituale, caratterizzato anzitutto da passività in luogo di attività. Ciò acquisisce notevole importanza se si considera la risposta del sistema neurovegetativo e polivagale che contempla la messa in attività di tre canali neurali differenti, a seconda del tipo di risposta: il nervo Vago Ventrale (che innerva la maggior parte degli organi sovradiafframatici ed è evolutivamente più recente), il Sistema Nervoso Simpatico, il Nervo Vagale Dorsale (che innerva gli organi sottodiaframmatici, evolutivamente più antico).

Il tratto più saliente di questa deconnessione organismica è il verificarsi dello stato di rilassamento e la modificazione di questo sistema polivagale, ma anche il verificarsi di fenomeni autogeni, cioè che “si generano da sé” e che vengono poi analizzati in seduta. Lo stato di deconnessione e di “passività” intervengono sull’attività e sull’attivazione sempre presenti durante un episodio di disturbo da stress acuto o post traumatico. Ciò diviene utilissimo se si considerano i risvolti sulla componente neurobiologica, neurovegetativa  e sull’assetto ormonale (ormoni dello stress, cortisolo, arousal). Nel corso della giornata il nostro stato di arousal si muove a tratti verso l’alto, tendendo allo stato di iperarousal, e a tratti verso il basso (ipoarousal) contestualmente a situazioni percepite più o meno attivanti o più o meno calmanti. Fluttuare all’interno di una finestra di tolleranza è totalmente normale fino al punto in cui, per varie ragioni, il tono di arousal non superi verso l’alto o verso il basso i confini della finestra di tolleranza. In quel momento inizia lo stato di disregolazione, percepito come un senso di essere fuori controllo (troppo agitati ansiosi, attivati) o al contrario troppo scarichi o apatici (nello stato di ipoarausal) e accompagnato da uno stato di malessere soggettivo da cui si tenta di fuoriuscire. Il T.A. pone equilibrio agendo sul sistema neurovegetativo e su questo sistema complesso.

L’esperienza del rilassamento è fondamentale per poter toccare questo aspetto principale e se vogliamo più superficiale, ma ha un risvolto ancora più importante: avere un corpo calmo è infatti fondamentale per poter accedere ai contenuti inconsci che sono alla base dell’individualità e dei meccanismi di difesa del nostro Io, che sono, a loro volta, alla base della formazione di eventuali sintomi. L’elaborazione di questi vissuti autogeni si sviluppa su un registro transferale (anche se Schultz non tiene in grande considerazione il transfert e preferisce lavorare alla realizzazione di un’alleanza) di una solidarietà fra paziente e terapeuta che egli chiama “noi terapeutico”. Wallnöfer e, soprattutto, Durand de Bousingen hanno fortemente rivalutato la portata del transfert nella psicoterapia autogena, ma l’impronta di Schultz rimane: l’inconscio viene esplorato più nella sua proiezione sullo scenario che nella sua proiezione sul terapeuta. Altra caratteristica fondamentale del T.A. è l’immagine come rappresentazione curativa, talvolta sostitutiva di un’altra, o fondativa di una basale mancante.

Gli obiettivi generali del training autogeno sono pertanto sia psicofisiologici sia psicologici che ancora psicospirituali e comprendono: il raggiungimento della concentrazione psichica passiva e dell’accettazione passiva, dello stato autogeno, dell’autoregolazione autogena degli affetti e delle funzioni neurovegetative, dell’espansione del campo di coscienza, l’accesso a un processo evolutivo epigenetico di trasformazione (analogo al cambiamento tipico dei rituali di iniziazione suddetti) e il processo di realizzazione del piano di vita del soggetto.

L’importanza dell’utilizzo di meccanismi difensivi maturi dell’Io è stato dimostrato in uno lavoro di Green e colleghi, i quali hanno valutato 24 vittime di incidenti ad un mese e a 18 mesi dal fatto. È risultato che, dopo un anno e mezzo, 16 persone presentavano una sintomatologia di DPTS: queste avevano manifestato un maggior disagio psichico dopo il trauma e si distinguevano per l’utilizzo di difese psicologiche meno mature. Da qui l’importanza di poter modificare alla base questo substrato per la risoluzione efficace del sintomo e per la prevenzione del disturbo nel futuro.

Più nello specifico sono stati condotti studi sul T.A. e la reazione allo stress, che mettono in evidenza sia le variazioni del sistema neurovegetativo (quindi sui sintomi da iperattivazione e iperarousal), sia le variazioni più profonde legate all’adattamento e alla resilienza. Gordon e colleghi hanno condotto uno studio che prova l’efficacia delle tecniche di rilassamento e del Training Autogeno, in particolare nella riduzione dei sintomi conseguenti i Disturbi Post Traumatici da Stress negli adolescenti. Studi effettuati nelle scuole dimostrano l’importanza dell’azione delle psicoterapie, in questo caso del T.A., nei ragazzi e l’importanza di agire sin dall’età più giovane per poter determinare un substrato solido capace di far fronte alle sfide, talvolta pesanti, che la vita ci propone. Uno studio (Sheridan C. L. et al.) sullo stress e il conseguimento del successo accademico negli studenti ha dimostrato variazioni significative in 3 misuratori dello stress. Anche Sakai nella sua disamina del ruolo del Training Autogeno nella scuola, conclude sottolineandone l’utilità nella gestione dello stress e dell’ansia che ne deriva e il possibile utilizzo come metodo di prevenzione. L’Autore ne auspica maggior diffusione all’interno del sistema scolastico.

Se si tiene conto che i ritmi pressanti della vita odierna fanno dello stress un nemico ormai sempre in agguato, per la salute fisica e psichica, e che tale nemico non risparmia i bambini e i giovani, si può apprezzare l’importanza della funzione preventiva offerta dal Training Autogeno. E’ un metodo proponibile a costi non elevati, che si presta alla realizzazione in gruppo, fin dai primi anni della scuola. Forse proprio in questo settore è auspicabile un impegno maggiore in termini di ricerca e di studio teorico.

Breve Caso Clinico – Carlo

I pazienti che arrivano in psicoterapia da storie traumatiche di sviluppo presentano quello che la Teoria dell’Attaccamento definisce uno stile insicuro di attaccamento. Sintetizziamo ciò come uno stile relazionale esistente tra bambino e genitore caratterizzato da una costante necessità di riconfermare e di ricostituire la sintonizzazione emotiva da parte del bambino verso l’adulto, oppure dall’assenza totale di ricerca della stessa da parte del bambino nei confronti del caregiver.

Carlo è un ragazzo di quindici anni che frequenta il primo anno del liceo socio-psico-pedagogico. Familiarità psichiatrica assente. A Carlo è stato diagnosticato un Disturbo Post-Traumatico da Stress, conseguenza di un abuso sessuale extrafamiliare all’età di quattro anni da parte di un individuo di genere maschile. Il ragazzo, che in precedenza non ha ricevuto trattamento di alcun tipo, è stato sottoposto ad una terapia individuale, con una frequenza di un incontro a settimana.

Da circa 6 mesi ha iniziato, oltre i comuni sintomi del DPTS, a manifestare nervosismo e scatti d’ira, un comportamento problematico a scuola e idee ossessive circa la possibilità che possa lui essere, a sua volta, un abusatore. Inoltre, avrebbe iniziato a scaricare immagini pedo-pornografiche. Tutta la parte affettiva del periodo in cui il paziente ha subito l’abuso è repressa.

Dopo circa 3 mesi inizia a fare il Training Autogeno: il vissuto di pesantezza è disturbante ed è riferito al peso dell’uomo sopra di lui. Le associazioni lo portano al senso di impotenza vissuto “senza fiatare”, che pone in correlazione alla paura per formazione reattiva di sviluppare una personalità abusatrice a sua volta. Inizia un lungo percorso che lo mette in contatto con la rabbia, emozione che viene esternata maggiormente durante la fase dell’esercizio del calore e che sino ad ora era stata repressa e che rischiava di sfociare in un disturbo del comportamento con tratti di antisocialità. Per lui questa modalità era l’unica per riprendere il controllo della situazione e divenire potente in una situazione in cui ciò era stato inibito.

Dopo circa un anno il paziente è consapevole delle sue emozioni e la paura ossessiva di divenire lui il carnefice acquisisce anch’essa un altro senso: capisce che non avrebbe mai voluto e potuto fare del male a dei bambini, ma anche che, tutte le volte che guardava quelle immagini scaricate, ricercava nei volti di quei bambini un’emozione, cercava di capire se al bambino piacesse o meno, così come cercava di capire se a se stesso bambino fosse mai piaciuta quella violenza proposta come un gioco innocente, quasi accusando se stesso per non essersi saputo sottrarre e interrogandosi sulla sua colpevolezza. Da allora la sintomatologia ossessiva e la necessità di guardare le immagini (mai utilizzate a scopo sessuale) sono andate scemando.

La conoscenza delle emozioni favorisce la mentalizzazione degli eventi e previene gli agiti. Nella Psicoterapia Autogena uno dei primi obiettivi è la Somatizzazione (Somatisierung). Con tale termine Shultz intende il rivolgersi verso il proprio corpo, verso la percezione dei vissuti corporei.

La distensione non rappresenta soltanto qualcosa che agisce a livello muscolare ma determina anche globali modificazioni esistenziali sul sistema nervoso, sia per quanto riguarda lo schema corporeo che la problematica affettiva….Vengono rese accessibili ex novo intere parti della coscienza, vengono scoperte nuove percezioni e vengono formate nuove condizioni interiori di compimento della corporeità.

 

Buone relazioni con amici e partner possono influenzare positivamente l’autostima di individui timidi

Data l’importanza delle relazioni con gli altri per la costruzione del sé, è possibile che avere relazioni soddisfacenti e di buona qualità possa influenzare positivamente l’autostima e il senso di sé per coloro che le intrattengono

 

Quando gli individui entrano nella prima età adulta, periodo di vita che si attesta tra i 18 e i 29 anni, si trovano a doversi confrontare con nuove sfide dettate anche dal maggior livello di indipendenza e autonomia dalla famiglia di origine.

Se alcune persone fioriscono in questo particolare periodo di vita confrontandosi con nuove situazioni sociali, ad esempio in ambito universitario, lavorativo o relazionale, altre faticano ad adattarsi al cambiamento. Il confronto con situazioni sociali nuove può indurre in generale ansia e nervosismo, ma per coloro che sono caratterizzati da ritiro sociale, l’inserimento in nuovi contesti può creare livelli di ansia e apprensione tali da compromettere il loro benessere, le loro probabilità di successo e la loro autostima. Il ritiro sociale non può essere definito come semplice timidezza: esistono infatti motivazioni differenti che spingono gli individui a evitare il contatto sociale con gli altri.

In particolare, Asendorpf (1990) ha illustrato quali siano le motivazioni sottostanti che possono portare gli individui al ritiro sociale: gli individui timidi desiderano interagire con gli altri ma allo stesso tempo esperiscono forte ansia e paura, vivendo quindi un conflitto interno che li porta all’evitamento delle situazioni sociali, mentre gli individui evitanti non desiderano interagire con gli altri e al contempo evitano le situazioni sociali. Sia il sottotipo timido che quello evitante sono risultati associati a problematiche internalizzanti, in particolare a una bassa autostima, e a relazioni con i pari di scarsa qualità durante l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta. Data l’importanza delle relazioni con gli altri per la costruzione del sé, è possibile che avere relazioni soddisfacenti e di buona qualità possa influenzare positivamente l’autostima e il senso di sé per coloro che le intrattengono piuttosto che per coloro che hanno relazioni di qualità inferiore.

In uno studio recentemente pubblicato sul Journal of Relationship Research è stato quindi analizzato il possibile ruolo moderatore che le relazioni di buona qualità con amici, partner e genitori potrebbero avere sul legame tra ritiro sociale e bassa autostima in giovani adulti caratterizzati da ritiro sociale. Clifford e colleghi (2019) hanno reclutato per lo studio 519 studenti universitari provenienti da quattro differenti atenei negli Stati Uniti, ai quali sono stati fatti compilare questionari riguardanti le motivazioni sottostanti il ritiro sociale, l’autostima e la qualità delle proprie relazioni.

Al termine delle analisi è stato rilevato che sia il sottotipo timido che quello evitante risultavano associati a un livello inferiore di autostima e a relazioni di qualità inferiore, confermando quanto già riportato da altre ricerche. E’ stato evidenziato inoltre che avere relazioni di buona qualità con amici e partner risultava influenzare positivamente l’autostima e il senso di sé degli individui timidi, ma tale effetto moderatore non ha trovato conferma per quanto riguarda gli individui evitanti. La causa di questa mancata conferma può essere individuata nella presenza di alta motivazione all’evitamento e di bassa motivazione all’approccio rispetto alle situazioni sociali riportate dagli individui evitanti, la cui autostima dipende quindi probabilmente da altri fattori.

Avere relazioni di buona qualità con le figure genitoriali non è risultato influenzare significativamente il legame tra ritiro sociale e autostima nei giovani adulti, sottolineando come i pari assumano un ruolo primario in questa fase dello sviluppo individuale mentre i genitori risultino gradualmente meno determinanti per l’adattamento e il benessere dei giovani adulti.

La ricerca di Clifford e colleghi (2019) sottolinea quindi il ruolo fondamentale svolto dalle relazioni con i pari nella vita di giovani adulti caratterizzati in particolare da timidezza e mette in luce come il ritiro sociale costituisca un costrutto complesso e multisfaccettato che necessita di essere ulteriormente approfondito.

La dipendenza affettiva: quando l’amore diventa ossessivo, simbiotico e fusionale

Oggi la dipendenza affettiva non compare nei manuali diagnostici come un disturbo a sé. Nel DSM 5 è stata inserita nel capitolo sui Disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction e citata senza però fare riferimento né ai criteri diagnostici né alle caratteristiche proprie del disturbo.

Sara Bui – OPEN SCHOOL Scuola Cognitiva, Firenze

 

Il tema della dipendenza affettiva ha delle radici molto lontane, già Ovidio (Amores, 19-24 a. C.) introduceva il tema con una frase celebre “non posso vivere né con te, né senza di te”, frase che continua tutt’oggi a tornare nel nostro linguaggio comune anche con variazioni del tipo “ho bisogno di te per vivere”, “non riesco a stare lontano da te”.

Tuttavia, il temine dipendenza affettiva entra nel lessico della psicopatologia solo nel 1986 grazie alla psicoterapeuta americana Robin Norwood e al suo libro Donne che amano troppo nel quale fa riferimento alle caratteristiche di quello che secondo l’autrice è un amore “pericoloso”.

La dipendenza affettiva, o love addiction, viene considerata una forma di amore ossessiva, simbiotica e fusionale; è una modalità “non sana” di vivere la relazione e si sviluppa generalmente tra due partner adulti, ma può nascere anche tra terapeuta/medico e paziente o tra genitore e figlio (Borgioni, 2015).

Inquadramento nosografico

Ad oggi, la dipendenza affettiva non compare nei manuali diagnostici come un disturbo a sé, anche se all’interno del DSM 5 (American Psychiatric Association, 2014), nel capitolo sui Disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction, viene citata la love addiction, senza però fare riferimento né ai criteri diagnostici né alle caratteristiche proprie del disturbo.

La dipendenza affettiva, rientra quindi all’interno delle New Addiction, ossia quelle dipendenze comportamentali nelle quali non sono presenti sostanze chimiche di abuso o alcool. Una delle caratteristiche comuni a tutte le nuove dipendenze, è il fatto che spesso, proprio in virtù dell’assenza di sostanze di abuso, possono rimanere in ombra per tutta la vita del paziente (Guerreschi, 2011).

Un aspetto importante riguarda la distinzione tra la dipendenza affettiva e il disturbo dipendente di personalità, in quanto spesso si tende ad equiparare le due condizioni. In realtà, come sottolinea anche Borgioni (2015), le due condizioni devono essere considerate in maniera separata per vari motivi:

  1. Nel disturbo dipendente di personalità prevale il bisogno di protezione e accudimento, nella dipendenza affettiva tale bisogno non è solo prevalente, ma esasperato;
  2. Le persone con disturbo dipendente di personalità permettono agli altri di impossessarsi e gestire le aree della loro vita, mentre nella dipendenza affettiva questo non accade;
  3. Nel disturbo dipendente di personalità, la figura di dipendenza viene subito sostituita con un’altra o con una sostanza, mentre nella dipendenza affettiva il paziente si “fissa” sulla relazione precedente e tenta di recuperarla in ogni modo;
  4. Nel disturbo dipendente di personalità la dipendenza dalle altre persone è costante, essendo un tratto di personalità, mentre nella dipendenza affettiva si sviluppa solamente in alcune relazioni.

Possiamo dunque considerare la dipendenza affettiva come un disturbo relazionale del “qui e ora”, non necessariamente riconducibile ad eventi traumatici infantili (Secci, 2014).

La dipendenza affettiva è una dipendenza reale?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo innanzitutto esaminare se nella dipendenza affettiva sono presenti i sintomi tipici delle dipendenze (ebrezza, tolleranza, astinenza, incapacità a controllare il proprio comportamento) ed eventualmente secondo quali modalità si esplicano.

  • Ebrezza: il paziente prova una sensazione di benessere quando sta con il partner, tale sensazione è indispensabile per stare bene e non ottenibile in altro modo.
  • Tolleranza: il paziente avverte il bisogno di aumentare la quantità di tempo da trascorrere con il partner, riducendo sempre di più il tempo dedicato a se stesso e la propria indipendenza. Tale comportamento è alimentato dall’incapacità di mantenere la presenza interiorizzata dell’altro.
  • Astinenza: l’assenza del partner porta ad uno stato di disperazione che può essere alleviato solo con la presenza fisica dell’altro.
  • Incapacità a controllare il proprio comportamento: riduzione della capacità critica relativa a sé, all’altro e alla situazione.

In questo modo si crea un circolo che si autoalimenta rinforzando il comportamento di dipendenza:

  • Gratificazione immediata e piacere (rinforzo positivo)
  • Sollievo dalla sofferenza abbandonica (rinforzo negativo)
  • Sensazione di amabilità e valore

Teorie eziopatogenetiche

L’ipotesi evolutivo-sociale
Ghezzani (2015) sostiene che la dipendenza affettiva non debba essere considerata una patologia vera e propria per due motivi: per la sua valenza evolutiva e di sopravvivenza e per doti cooperative innate proprie della specie umana. L’autore spiega che, mentre nel mondo animale la dipendenza dei cuccioli dai propri caregivers è funzionale ma solo per brevi periodi, nella specie umana tale dipendenza ha periodi molto più lunghi e quindi è impensabile che il legame di dipendenza che si crea si possa poi dissolvere. Inoltre negli esseri umani la cooperazione è fondamentale per la sopravvivenza e come sostengono Aronson e colleghi (2013) invece che di dipendenza dovremmo parlare di inter-dipendenza per sottolineare la reciprocità affettiva delle relazioni umane.

L’ipotesi neurobiologica

È stato ampiamente dimostrato in letteratura (Bottaccioli, 2005) che se un bambino viene sottratto dalle cure dei caregivers aumenta la sua produzione di endorfine e cortisolo, i cosiddetti “ormoni dello stress”; tale secrezione può danneggiare le aree del sistema limbico, quella porzione del Sistema Nervoso Centrale che ci permette di emozionarci e di creare sentimenti in grado di perdurare nel tempo e nella memoria.

Il sistema della ricompensa

Si preferisce utilizzare il termine “addiction” nell’accezione di “schiavitù” in quanto una qualsiasi situazione, relazione o sostanza che creano piacere nel soggetto e ne alleviano il dolore possono renderlo “schiavo” da essa (Fisher, Xu, Aron, & Brown, 2016).

Il comportamento motivato da stimoli gratificanti è composto da una fase appetitiva, nella quale viene ricercato l’oggetto del piacere e da una fase consumatoria nella quale il comportamento si manifesta secondo schemi rigidi legati alla specifica attività. I disturbi del piacere riguardano la fase appetitiva: la reiterazione della ricerca di stimoli piacevoli crea la dipendenza (Aron, Fisher, Mashek, Strong, Li & Brown, 2005).

Stile di attaccamento

Analizzando le caratteristiche degli individui con le varie tipologie di attaccamento, risulta evidente che le persone con attaccamento insicuro-ambivalente rispecchiano i tratti tipici degli individui con dipendenza affettiva: controllo ossessivo di sé, dell’altro e della relazione; la convinzione di non essere degni d’amore; la ricerca continua di relazioni simbiotiche con persone idealizzate; il terrore della separazione e della perdita.

L’esperienza del dipendente affettivo è stata caratterizzata quindi da figure di riferimento presenti ma in maniera intermittente, arrivando spesso ad un’inversione di ruoli che vede il bambino adultizzato e il genitore-bambino (Borgioni, 2015).

Trattamento

Prima di parlare del trattamento della love addiction, è necessario capire se è etico e necessario intervenire. A tal proposito esistono due diversi schieramenti: nella “narrow view” l’amore diventa dipendenza solamente quando si attiva il circuito della ricompensa o quando l’individuo ha un disturbo pre-esistente; nella “broad view” chiunque sia innamorato rientra nello spettro della dipendenza affettiva, che non viene considerata quindi una patologia, ma semplicemente una dote innata dell’uomo.

Se facciamo riferimento alla “narrow view” esistono delle situazioni nelle quali è necessario un intervento per la dipendenza affettiva. Tale intervento può essere farmacologico (date tutte le dimostrazioni sulle cause neurobiologiche della patologia) oppure psicologico. In questo caso possiamo fare riferimento alla terapia cognitivo comportamentale che interverrà su alcuni punti fondamentali:

  • Ristrutturazione di pensieri irrazionali
  • Training per le social skills
  • Controllo degli impulsi
  • Prevention relapse

In conclusione sottolineamo che la relazione terapeutica è stata dimostrata essere uno dei maggiori predittori di efficacia di una psicoterapia (Safran & Muran, 2000) e ciò appare ancora più importante quando la tematica affrontata è puramente relazionale, come nel caso della dipendenza affettiva.

Il viaggio del Piccolo Principe nella R.E.M.S.

Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, da sempre uno dei libri più letti, ha coinvolto milioni di lettori tra i più disparati. Un’opera letteraria che non manca, di solito, nelle librerie di ogni Paese e in particolare nel programma scolastico delle nostre scuole.

Isabella Barbon, Martina Meneghelli, Ilaria Curti

 

Questa volta, però, il contesto in cui viene proposta la lettura de Il Piccolo principe è diverso, i lettori non siedono tra i banchi di scuola ma sui divani di un reparto ospedaliero particolare.

Ci troviamo nella R.E.M.S. del Veneto, una delle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza presenti in ogni Regione d’Italia e introdotte dalla legge 81/2014, la quale ha stabilito la chiusura degli OPG e l’istituzione di tali strutture esclusivamente sanitarie e territoriali.

Qui vengono ospitati pazienti autori di reato con problemi psichici, coloro che sono stati assolti per vizio di mente parziale o totale e per i quali è previsto un percorso terapeutico riabilitativo in misura di sicurezza, che si espleta appunto all’interno della REMS.

Gli utenti che risiedono in questa struttura, a gestione sanitaria, hanno un’età compresa tra i 23 anni e i 60 anni, con prevalenza maschile e con diagnosi tra loro molto diverse. Principalmente disturbi dello spettro psicotico, disturbi della personalità e disturbi dell’umore.

Dal punto di vista criminologico nella storia dei pazienti troviamo diversi tipi di reati: reati gravi contro la persona (omicidio, tentato omicidio, matricidio..) e reati contro la persona (maltrattamenti familiari). Si trovano occasionalmente anche reati minori.

L’obiettivo principale del lavoro multidisciplinare svolto in REMS è quello di fornire agli utenti modalità più funzionali per le loro vite, al fine di diminuirne anche la pericolosità sociale.

Vengono pertanto proposte diverse attività riabilitative strutturate, sia individuali che di gruppo, che mirano a potenziare le risorse e le qualità dei singoli.

Il piccolo principe: le molteplici personalità, nel libro come in R.E.M.S.

L’organizzazione del gruppo lettura, che ha scelto l’opera di Antoine de Saint-Exupéry come brano proposto, ha previsto un incontro a settimana di un’ora ciascuno nella biblioteca del reparto.

In questo spazio di ritrovo, i pazienti più incuriositi e dediti alla lettura si sono riuniti con lo psicologo e con altri operatori e ogni incontro è stato così suddiviso: una prima parte dedicata alla lettura di due/tre capitoli del libro e una seconda parte riservata ad un aperto confronto sulle tematiche emerse e sui temi per loro più significativi.

Immersi nel viaggio del piccolo principe, lasciandosi guidare dal suo percorso di scoperta di pianeti e personaggi bizzarri, è stato interessante notare come ogni partecipante del gruppo cogliesse diversi aspetti e significati profondi.

Inevitabilmente, incontro dopo incontro, è emersa quella parte infantile e ancora capace di meravigliarsi presente in ogni adulto e risvegliata dall’indole pura del piccolo principe, lasciando riaffiorare tra i pazienti ricordi di vita e ‘‘pezzi’’ di storia personale.

La prima parte del viaggio tra i vari asteroidi richiama il viaggio alla scoperta di sé, dei propri lati nascosti e più intimi. Uno dei partecipanti del gruppo lettura, a tal proposito, dice di aver apprezzato l’incontro del piccolo principe con i diversi personaggi bizzarri ‘‘per la varietà dei caratteri umani che mostrano. Aiuta a soffermarsi sulla molteplicità di personalità esistenti e a migliorare la propria cultura umanistica’’. Un confronto continuo con individualità differenti e particolari, che secondo questo paziente è simile a quello che avviene in R.E.M.S., dove inevitabilmente si viene messi di fronte a ‘‘personalità diverse da osservare’’, che permettono di approfondire la conoscenza degli altri e quindi di se stessi. E conclude ‘‘è un po’ come incontrare le varie piccole parti di sé, un’utile riflessione sulla natura umana e sui suoi diversi lati’’.

Gli strani personaggi che incontra il piccolo principe rappresentano e personificano caratteristiche specifiche, prevalentemente attribuibili a comportamenti viziosi del mondo adulto. Un re prepotente, un vanitoso, un ubriacone, un avaro, tutte personalità che il nostro piccolo protagonista definisce ‘‘strane’’ e ‘‘bizzarre’’, ma che senza dubbio ci pongono di fronte ai limiti umani, a quegli aspetti che ci distanziano dai veri valori della vita e in cui ognuno può in parte riconoscersi.

Il viaggio di asteroide in asteroide, che lo porterà ad atterrare sulla Terra, può simboleggiare il percorso di riflessione e consapevolezza, un cammino di crescita interiore alla scoperta di sé.

Il piccolo principe, con tutta la naturalezza e la spontaneità propria dei bambini, ci spinge a soffermarci sulle cose importanti, sui valori spesso dimenticati dai grandi.

Il piccolo principe, la volpe e la rosa

Non è forse un caso che l’aspetto che più ha colpito i lettori del nostro gruppo, la parte che è riuscita a toccarne le corde più profonde, è la relazione che viene a crearsi tra il piccolo principe e la volpe, tanto quanto il legame con la sua rosa. ‘‘Per creare dei legami bisogna dedicare del tempo, bisogna essere molto pazienti, ci sono dei rituali da rispettare’’ sostiene uno dei membri del gruppo, ‘‘anche tra le persone si creano proprio così, fuori avevo sempre tanta fretta, non dedicavo tempo agli amici. Bisognerebbe dedicarci più tempo’’.

Diverse sono le riflessioni che emergono sul tema ‘‘Affezionarsi’’. Prendersi cura dell’altro con costanza e attenzione che rende unica e irripetibile una relazione.

Qualcuno sostiene che la stessa esclusività viene a crearsi anche con alcuni operatori all’interno di strutture come la R.E.M.S., ‘‘a volte lo fanno anche solo chiedendoti come stai, con le piccole attenzioni quotidiane, dedicando un po’ di tempo.. tutto questo è un prendersi cura.. come il piccolo principe con la sua rosa.’’

E’ proprio questa la riflessione che circola con più vivacità nel confronto di gruppo, l’importanza di dedicare del tempo alle cose, la premura, la dedizione; sembrano essere questi gli ingredienti principali di una relazione.

“Anche qui in R.E.M.S. c’è un prendersi cura di noi, anche con la terapia.. mi sono fidato del medico che in questo modo si occupa di me. Si creano legami così facendo, se sbaglio qualcosa gli operatori mi rimproverano, sento che qui si prendono cura di me. Anche gli orari che ci sono per le attività, per i pasti.. creano un insieme di cose positive, che danno sicurezza.’’  Sembra pertanto evidente l’analogia che emerge tra i legami descritti nel racconto e la relazione terapeutica, o più precisamente tra le dinamiche e le condizioni necessarie alla creazione di entrambi i tipi di rapporto, per quanto differenti. Stiamo facendo in parte riferimento a quello che in ambito psicoterapeutico prende il nome di setting terapeutico, la cornice entro cui si svolge il processo curativo.

Il setting è costituito da una serie di regole che strutturano gli incontri tra terapeuta e paziente e che prevedono il rispetto degli orari, della cadenza, della frequenza, ma soprattutto l’impegno di una presenza reciproca, di sincerità e di una responsabilità verso l’altro. Tali principi relazionali facilitano indubitabilmente l’instaurarsi di un’alleanza terapeutica e, di conseguenza, la plausibile riuscita del trattamento.

Una cornice entro cui viene garantito il progetto terapeutico e che permette il crearsi di una relazione unica per entrambi, similmente al legame del piccolo principe con la rosa di cui si è preso cura giorno per giorno e che è diventata per lui unica al mondo.

‘‘Ci vogliono i riti’’, scrive Antoine de Saint-Exupéry, quelle abitudini che consentono il crearsi di una relazione che nel tempo viene interiorizzata, un meccanismo naturale secondo il quale vengono acquisite e assimilate parti della realtà esterna. In questo processo, oggetti esterni vengono interiorizzati e convertiti in rappresentazioni mentali.

E’ proprio questo l’insegnamento prezioso della volpe al piccolo principe sul potere dell’addomesticamento, che rende la vita ‘‘illuminata’’ come scrive l’autore.

La relazione che nasce e che viene coltivata può diventare nel tempo parte di sé, continuare ad esistere dentro di noi nonostante il tempo e la separazione.

Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica […] I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano… – con queste righe Antoine de Saint-Exupéry descrive la magia dell’affezionarsi a qualcuno e del creare un legame che cambia il modo di guardare il mondo.

Ed è questa la forza più grande della relazione, il potere che possiede di modificare il nostro modo di guardare le cose. Tutto assume un colore diverso, nuove sfumature che non eravamo in grado di vedere prima di legarci a quella persona ora prendono vita e nulla è più uguale a prima.

Ma la vera scoperta, che anche i nostri pazienti sembrano cogliere dagli spunti di riflessione di gruppo, è che tutto questo grande regalo concesso dalla relazione permane nel tempo dentro di noi, al di là del distacco e della separazione fisica.

In una struttura come la R.E.M.S. gli addii sono frequenti, sia dalla propria famiglia sia dagli altri ‘‘compagni di reparto’’. ‘‘Chi se ne è andato lascia in noi un pezzetto, fa male al cuore quando gli altri se ne vanno.. Qui è tutto amplificato perché si vive insieme..’’, questi sono i pensieri che emergono dalla riflessione di gruppo sulla morte, sulla separazione e sul dolore che ne deriva. Anche in una struttura e in una realtà come queste.

Un altro partecipante sembra colpito dalla crescita personale che regala l’esperienza del distacco, un dolore che permette di maturare e di progredire.

L’esperienza del gruppo lettura ha permesso una condivisione e un confronto su tematiche profonde, partendo da una semplice storia.

Non da tutti i dolori si esce ‘‘ammaccati’’, ci sono esperienze difficili che ci permettono di crescere e dalle quali può comunque uscire qualcosa di buono. Ma l’ingrediente centrale ed essenziale per generare un cambiamento sembra essere la relazione, il legame con l’Altro che valorizza e illumina la nostra vita.

E’ lì che risiede il potere trasformativo della cura e questo sembra essere il messaggio che i pazienti della R.E.M.S. del Veneto vogliono lasciare.

 

Valutazione del paziente suicidario

La valutazione del rischio di suicidio richiede flessibilità e costante adattabilità nelle prospettive durante il colloquio. Molteplici aspetti devono essere presi in considerazione per effettuare una valutazione del rischio di suicidio; se non si mantiene una veduta ad “ampio angolo” nel nostro esame, si corre il rischio di essere troppo concentrati su una visione parziale della propria esperienza, perdendo così la capacità di eseguire una valutazione valida

 

Un caso di suicidio costituisce un evento non diagnosticabile. Il primo ostacolo affrontato nella valutazione di un paziente suicidario consiste nel come definire adeguatamente il comportamento che stiamo per valutare. Per quanto possibile, il professionista deve mettere in atto misure che siano in grado di offrire al paziente il tempo necessario per la valutazione, senza interruzioni: per una valutazione del rischio, è importante assicurarsi che lo stato mentale e fisico del paziente sia compatibile con il colloquio che sta per intraprendere.

Il paziente suicidario

Negli ultimi anni, vi è stato un notevole dibattito sulla validità delle definizioni attuali, in particolare per quanto riguarda la nostra capacità di distinguere il comportamento suicidario dal comportamento di autolesionismo senza intento suicida (De Leo, D., et al., 2006; Silverman et al., 2007). In questo articolo il termine “suicidario” verrà utilizzato per descrivere qualsiasi comportamento o ideazione coinvolgano danno per sé, indipendentemente dal livello di intenzione di morire. La ragione è duplice. Da un lato, (Hawton et al., 2002), i motivi dietro comportamenti autolesivi e di ideazione suicidaria sono a volte così difficili da stabilire da non poter mai escludere a priori un’intenzionalità. (De Leo, D., 2011). L’altra considerazione da fare è che nonostante le molte differenze osservate tra gli individui con comportamenti autolesionistici, l’assenza di segnali di intenzionalità suicidaria non è sufficiente ad escludere la possibilità di una messa in atto di comportamento suicidario. Al contrario, la presenza di un comportamento autolesivo aumenta significativamente il rischio di suicidio nel corso della vita: in un recente studio di persone fisiche che si presentavano all’osservazione per tentativi suicidari, si è riscontrato che nei 4 anni successivi alla presentazione il tasso di suicidi portati a termine era 30 volte superiore a quello atteso nella popolazione generale (Cooper et al., 2005). Inoltre, i professionisti della salute mentale dovrebbero essere consapevoli della possibilità che negli individui si manifestino frequenti fluttuazioni di intenzionalità suicidaria che vanno dal desiderio di portare a termine il suicidio ad intervalli liberi da ogni ideazione suicidaria (De Leo, D., et al 2005; Milner, A., et al., 2010).

Dati epidemiologici

Per i paesi che riportano i dati di mortalità all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il tasso di suicidi è aumentato del 60% negli ultimi 45 anni (World Health Organization, 2005): il suicidio rappresenta una tra le prime dieci principali cause di morte per la fascia di età dai 15-34 anni (World Health Organization, 2005). I “Tentativi Suicidari” (Non-fatal suicidal behaviours) sono stimati essere fino a 20 volte più frequenti come il suicidio (De Leo, D., et al., 2005). I dati sull’incidenza dell’ideazione suicidaria sono sfortunatamente non affidabili: in un recente studio si è rilevato che fino al 25% degli intervistati ha riferito di aver contemplato l’ideazione suicidaria nel corso della vita, arrivando addirittura alla pianificazione dell’atto ed inoltre, nel medesimo studio, tra il 0,4% e il 4,2% degli intervistati ha riportato almeno un tentativo di suicidio nel corso della loro vita (Bertolote, JM., et al.,2005).

Fattori di rischio

Nel valutare il rischio suicidario, si comprende che alcune delle variabili osservate durante l’intervista sono fuori dal nostro controllo. Per esempio, ci sono una serie di variabili demografiche che hanno una forte correlazione con il suicidio: una tra le più significative risulta essere il genere. Sebbene il genere femminile abbia maggiori probabilità di giungere all’osservazione per un tentativo di suicidio, il genere maschile presenta una maggiore incidenza di suicidi portati a compimento, in un rapporto di 3-4 uomini per ogni donna (De Leo, D., et al., 2002). Queste differenze sembrano essere costanti nel tempo e, a parte per pochissime eccezioni, coerenti tra culture (De Leo, D., et al., 2002): un “paradosso di genere” sembra essere quello secondo cui gli uomini sembrerebbero scegliere metodi più letali, sono più propensi a manifestare comportamenti impulsivi, ad abusare di sostanze e inoltre, gli uomini risultano meno inclini alla richiesta di aiuto (Milner, A., et al., 2010; Brent, D.A. et al., 1996). Tra i dati demografici, l’età è una variabile significativa della valutazione del rischio: i tassi di suicidio aumentano con l’età, fino a raggiungere il livello di 50/100.000 negli anziani di sesso maschile. Il tasso di suicidio per la donna mostra un graduale aumento con l’età, il primo picco di tasso di suicidio negli uomini è nell’età adulta mediana, che poi mostra un calo marginale fino al drammatico aumento per il gruppo 75+ (World Health Organization, 2002).

Lo stato civile è un altro fattore importante da esaminare con attenzione, anche se, a causa di barriere nella raccolta dei dati, sembra essere stato meno studiato degli altri fattori di rischio discussi finora. Nonostante questo, ci sono prove sufficienti per suggerire un legame tra stato della relazione e comportamento suicidario: la ricerca sostiene una correlazione positiva tra suicidalità e l’essere single, una correlazione che appare più forte se si considerano condizioni come il divorzio e soprattutto la separazione (Wyder, M.,et al., 2009; Kolves, K.,et al., 2011). Uno studio ha riscontrato che gli uomini separati hanno circa sei volte più probabilità di morire per suicidio rispetto alla loro controparte coniugale (Cantor,C.H., et al., 1995). L’impatto di essere single o separati su tassi di suicidio è per gli uomini di gran lunga superiore che per le donne (Wyder, M.,et al., 2009). E’ stato suggerito che nelle donne l’effetto di essere single o separate è mitigata dal ruolo protettivo della genitorialità che è stato riscontrato essere più forte nei soggetti di sesso femminile (Quin,P., et al., 2002). Inoltre, le donne generalmente beneficiano maggiormente dei social network rispetto agli uomini, e questo offrirebbe un supporto emotivo ed opportunità per nuovi rapporti (Kolves, K.,et al., 2011). Oltre alle caratteristiche demografiche, il rischio di suicidio sembra anche essere influenzato dal patrimonio genetico. Ad esempio, è stato osservato che il rischio di suicidio in individui con storia familiare di suicidio è due volte più grande rispetto alla popolazione generale, indipendentemente dalla presenza di gravi malattie mentali (Runeson, B.,et al., 2003). In secondo luogo, il miglioramento dei modelli di genetica ha permesso di confermare che gli individui adottati che portano un suicidio a compimento hanno maggiori probabilità di avere una storia familiare di suicidio tra i loro parenti biologici: anche in questo caso, l’impatto della predisposizione genetica era indipendente da disturbi psichiatrici comunemente associati a un suicidio (Roy,A.,et al., 2006). Lo scopo di questo articolo è discutere tutti i possibili fattori di rischio legati ad un aumento della probabilità di suicidio negli individui.

La valutazione del rischio di suicidio richiede flessibilità e costante adattabilità nelle prospettive durante il colloquio. Molteplici aspetti devono essere presi in considerazione per effettuare una valutazione del rischio di suicidio; se non si mantiene una veduta ad “ampio angolo” nel nostro esame, si corre il rischio di essere troppo concentrati su una visione parziale della propria esperienza, perdendo così la capacità di eseguire una valutazione valida. Dopo aver esaminato l’incidenza di alcune delle variabili biologiche e demografiche sul livello di rischio, veniamo ora ad esaminare, probabilmente il gruppo più significativo di rischio ovvero gli aspetti clinici che non possono essere ignorati.

Una storia di tentativi di suicidio, di ideazione suicidaria o di ricovero in ospedale per un grave disturbo mentale espone in modo significativo gli individui ad un aumentato rischio di comportamento suicidario. Numerose ricerche confermano l’entità dell’impatto che questi fattori hanno sulla capacità di prevedere il comportamento futuro: circa il 5% delle persone che hanno tentato il suicidio l’hanno poi portato a compimento entro 10 anni (Gibb, S.J.,e al., 2006). Costituisce un fattore di rischio non solo uno storico di tentativi di suicidio, ma anche la storia passata di ideazione suicidaria (Beck, A.T.,et al., 1999). Una storia di ideazione suicidaria è il migliore predittore di comportamenti suicidari futuri rispetto al livello di ideazione suicidaria al momento della valutazione, con odds ratio di 13,85 vs 5.42. Una grande attenzione è stata anche focalizzata sul rapporto tra ricovero e rischio di suicidio: nel corso degli ultimi 30 anni uno spostamento significativo sulla relazione cure ospedaliere/ricoveri (Johannessen, H.A.,et al.,2009) e diversi studi hanno stabilito una chiara relazione tra suicidio e alcuni aspetti del trattamento ospedaliero. Il rischio suicidario è più elevato nei primi giorni dopo il ricovero in ospedale rispetto ai giorni successivi. In secondo luogo, il rischio suicidario aumenta insieme al numero di ricoveri in una struttura ospedaliera (Hoyer,E.H., et al.,2004; Quin, P.,et al., 2005). Siamo abituati a pensare che il trattamento ospedaliero rappresenti il modo migliore per evitare il suicidio quando si è in presenza di individui considerati ad alto rischio. Purtroppo, in molte occasioni l’ambiente ospedaliero è inadeguato a sostenere il paziente suicidario, la stigmatizzazione dell’ospedalizzazione psichiatrica spesso ostacola il processo di recupero. Il risultato è che, in alcuni casi, la persona suicida percepisce la prospettiva di un ricovero ospedaliero come “ultima spiaggia” quando in realtà il ricovero dovrebbe essere sempre considerato come uno delle componenti di un piano di gestione, e non come un modo semplice per prevenire il suicidio o accelerare il processo di guarigione (De Leo, D., et al 2007).

Fattori di rischio modificabili

Gli individui che presentano ideazione suicidaria hanno maggiori probabilità di portare a termine il suicidio indipendentemente dalla natura e dalla gravità del disturbo mentale di cui soffrono (Beck, A.T., et al., 1999). Molto spesso gli individui percepiscono quei pensieri come causa di angoscia. Un’esplorazione attenta dell’ideazione suicidaria dei pazienti necessita di notevoli capacità ed esperienza, in particolare con specifiche popolazioni, ovvero gli anziani e gli adolescenti. È importante sottolineare che l’esplorazione dell’ideazione suicidaria non aumenta il rischio di suicidio dei pazienti: in realtà, spesso i pazienti trovano conforto nell’essere in grado di discutere dei loro conflitti ed i loro pensieri autodistruttivi. Nella valutazione del livello di ideazione dei pazienti, è essenziale indagare sulla presenza di intenti di agire su quei pensieri e ancor più sulla pianificazione che consenta ai pazienti di compiere l’atto. Inoltre, è responsabilità del professionista quella di esplorare la disponibilità del paziente di mezzi letali per portare a termine l’atto suicidario e garantire che siano prese misure per limitarne l’accesso: più dettagliata è la pianificazione suicidaria, maggiore è il rischio di suicidio. Tuttavia, è anche importante considerare che, in molti casi, gli individui che hanno un alto livello di intenti possono essere riluttanti a rivelare qualsiasi informazione che potrebbe portare all’ostacolo della loro pianificazione. Di tutti i fattori di rischio suicidario considerati finora, i ricercatori hanno identificato il disturbo mentale come il più significativo. Oltre il 90% degli individui che portano a compimento il suicidio presenta almeno un disturbo mentale: la depressione è il disturbo più comunemente riportato (almeno nel 30% dei casi). Sono frequenti anche i disturbi da abuso di sostanze (17,6%), così come la schizofrenia (14,1%), e disturbi della personalità (13,0%) [Wasserman, D., et al., 2001]. Il rischio di suicidio nel corso della vita in seguito a malattie psichiatriche come la depressione, la schizofrenia e l’abuso di alcol è segnalato essere circa il 5 – 15% (Wasserman, D., et al., 2001). E’ inoltre importante considerare che, anche se un numero significativo di persone che muoiono per suicidio non ha mai avuto alcun contatto terapeutico, tra il 40% e il 60% è giunto all’osservazione nel mese precedente il suicidio (World Health Organization, 2000). Soprattutto nel mondo occidentale, la relazione tra rischio di suicidio e disturbo mentale è così forte che nessuna strategia di prevenzione avrebbe avuto successo senza un trattamento efficace del disturbo presente in quei soggetti (Bertolote, J.M. et al., 2003; De Leo, D., et al., 2009).

Fattori protettivi

Alcuni studi hanno evidenziato come alcuni fattori ad esempio responsabilità familiare e sulla prole, la religiosità ed il sostegno sociale possano avere un impatto positivo sui tassi di suicidio (De Leo, D., et al., 2003). Un questionario, The Reason of Living Inventory, è stato trovato utile nella pratica clinica per documentare la presenza di fattori di prevenzione (Linehan, M.M., et al., 1983). Tra i fattori protettivi esplorati dai ricercatori nel corso degli anni, l’alleanza terapeutica è probabilmente uno dei più rilevanti (Hendin, H., et al., 2006). Indipendentemente dalla natura del trattamento offerto, il colloquio con un individuo a rischio di comportamento suicidario richiede che il professionista costruisca un rapporto di fiducia e di cooperazione. È solo quando si stabilisce un sufficiente rispetto reciproco che l’esperienza del paziente può essere completamente esplorata e può essere effettuata una valutazione affidabile: l’empatia è uno degli strumenti più potenti che si possano utilizzare nella cura degli individui a rischio di un suicidio. Tuttavia, può essere difficile mantenere un livello sufficiente di empatia quando gli sforzi terapeutici sono in contrasto con la necessità di garantire la sicurezza dei pazienti [Jacobs, D., et al., 1989].

Integrazione delle informazioni

Non esiste uno strumento in grado di prevedere in modo affidabile il rischio di suicidio. L’unica certezza è che tutti i professionisti sono tenuti ad effettuare una valutazione del rischio indipendentemente da quali siano le circostanze che hanno portato alla valutazione (Simon, R.I. et al., 2002). Per facilitare un colloquio efficace, abbiamo bisogno di fornire un ambiente sicuro e confortevole. In realtà, il modo in cui viene effettuato il colloquio avrà un impatto significativo sul risultato. Un ambiente idoneo dovrebbe garantire che le informazioni riservate ed emotivamente sensibili possano essere comodamente comunicate al professionista senza il rischio di distrazione o di intimidazione. Oltre alle informazioni derivanti dal colloquio con la persona a rischio di suicidio, si potrebbe beneficiare della disponibilità delle informazioni divulgate dal partner o dal coniuge, dai parenti o dagli amici. Nonostante questo, altrettanto spesso non riusciamo ad ottenere le informazioni: esempi comuni sono pazienti che hanno volutamente nascosto i loro intenti e le loro pianificazioni suicidarie, o coloro che sono affetti da disturbi mentali così gravi da non essere in grado di esprimere le proprie ideazioni in modo comprensibile. C’è ancora un altro importante compito che i professionisti devono padroneggiare nella pratica moderna, che è quello di documentare le informazioni raccolte in modo approfondito: è essenziale per un professionista avere informazioni sufficienti raccolte in una cartella clinica in caso di controversia o di controllo (Simon,R.I. et al., 2004).

 

cancel