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A volte un sigaro è solo un sigaro: il lascito di Freud alla moderna psicoterapia

Vent’anni fa la disciplina inventata da Freud era messa all’angolo. Travolta dall’incapacità di rispondere alla domanda: “Questa roba che fate, funziona davvero?” era caduta in disgrazia agli occhi dei praticanti, le scuole di formazione si svuotavano e i pazienti la cercavano meno

Articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 22 Settembre 2019

 

Se di questi tempi chiedete agli psicoterapeuti di cosa discutano, vi risponderanno: “Dell’efficacia del nostro lavoro”. I colleghi aggiornati diranno senza mezzi termini: la psicoterapia funziona. Non sempre, non per tutti e non praticata da chiunque, ma uno psicoterapeuta moderno vi darà con buona probabilità un beneficio concreto. Meno depressione e ansia, relazioni interpersonali migliori. Se poi domandate: “Quale psicoterapia funziona meglio?”, inizieranno a dibattere. Si può dire per certo che le terapie cognitive hanno più studi a supporto, ma non è provato che ottengano risultati superiori e più stabili (che non sia provato che le terapie cognitive abbiano e ottengano risultati superiori e più stabili in alcuni disturbi è una opinione personale dell’autore che rispettiamo, ricordando però che non è questo l’orientamento di molte linee guida sanitarie internazionalmente ritenute autorevoli, come la National Institute for Health and Care Excellence e l’American Psychological Association – NDR).

In questo quadro, vent’anni fa la disciplina inventata da Freud era messa all’angolo. Travolta dall’incapacità di rispondere alla domanda: “Questa roba che fate, funziona davvero?” era caduta in disgrazia agli occhi dei praticanti, le scuole di formazione si svuotavano, e i pazienti la cercavano meno, indirizzati verso le terapie cognitive. Oggi, a 80 anni dalla scomparsa dell’inventore della psicoanalisi, la situazione è meno drammatica. Seguaci illuminati hanno trovato la strategia che li ha salvati da un mero sopravvivere negli stessi studi scrostati e ammuffiti nei quali si stavano rinchiudendo da soli.

Molti psicanalisti si sono aperti alla ricerca: cercano prove su cosa genera la sofferenza psichica, come la si cura e quanto è benefica la cura. Discepoli di Freud dell’ultima generazione ritrovano un territorio nell’era della psicoterapia scientifica.

Chi segue il dibattito pubblico sarà sorpreso, si era figurato un panorama diverso. Ha ascoltato nell’agorà cultori di una psicoanalisi esoterica e sapienziale reclamare il primato di una disciplina che, unica, permetterebbe all’analizzando di accedere ai misteri dell’animo e uscirne con nuova consapevolezza. Noi che abitiamo l’era scientifica non li prendiamo sul serio. Ostacolano la fruttificazione dell’eredità di Freud.

Questa è la notizia: nell’ottantennio della morte del suo inventore, la psicoanalisi è viva e, possiamo dirlo dati alla mano, in molte forme utile. Caveat emptor. Ho detto: in molte forme, spesso meglio rubricate come psicoterapie psicodinamiche. Se invece entrate nello studio di qualcuno che vi dice: “Si stenda sul lettino, sogni, associ, negli anni vedremo che verrà fuori, il nostro è un viaggio imprevedibile” ecco, come dire, buona fortuna.

Cosa resta dell’impalcatura alzata da Freud? Ne parlo con due amici psicanalisti. Francesco Gazzillo, professore associato di psicologia dinamica alla Sapienza di Roma mi suggerisce: “La centralità dei contenuti e dei processi mentali inconsci”. Vero. È un inconscio che ormai non ha niente delle proprietà che gli attribuiva Freud, non è la sede di fantasie erotiche e mortifere primordiali, che la persona non può ammettere alla coscienza. L’inconscio oggi è il luogo dove dimorano gli automatismi di pensiero e soprattutto i nostri modi di stare in relazione dei quali non abbiamo imparato a essere consapevoli. Io ribatto sempre a Gazzillo che l’inconscio di oggi è quello che ha descritto Pierre Janet, lui ribadisce che il lavoro di Freud è più importante, e non ne verremo mai a capo. Per noi cognitivisti infatti è Janet il precursore della psicoterapia moderna, per gli psicanalisti Freud resta il faro. È il bello del potersi scegliere gli antenati.

Il punto è che più di un secolo fa Freud contribuì a demolire gli autoinganni della coscienza di una società borghese, repressiva e sessuofoba. Oggi il campo dell’inammissibile si è ristretto, resta che siamo consapevoli solo di una minima parte dei nostri processi di pensiero, soprattutto di quelli che ci intossicano la vita sociale.

Ancora un elemento fondamentale: quello che accade al bambino nei primi anni di vita lo plasma per il resto dell’esistenza, psicologica e fisica. Se oggi noi psicoterapeuti siamo così attenti a raccogliere episodi della fanciullezza, lo dobbiamo a Freud. Che però nella sua opera ha cambiato spesso punto di vista. Aveva ragione agli inizi: gli eventi traumatici reali generano i sintomi di quella che una volta si chiamava isteria. Poi si corresse. Non conta il trauma reale, ma la fantasia del bambino. È rimasto poco da dibattere: è il trauma reale, violenza, abuso, trascuratezza estrema che spacca la mente. I successori hanno dovuto emendare l’errore del fondatore.

Altro lascito: l’importanza dell’angoscia e il danno che fa la protezione dall’angoscia stessa. Che il mondo ci spaventi è normale, giusto ed evolutivamente utile. In assenza di una ben dosata paura si muore molto giovani. Tra predatori, cibi velenosi e catastrofi naturali, l’homo sapiens ha dovuto passarne delle brutte. Ma la paura a volte prende forme estreme, catastrofiche, accende circuiti che si autoalimentano. Reazioni a catena come quelle che hanno portato Chernobyl a esplodere. L’unico isotopo radioattivo che rilasciano è la paura stessa. La mente umana fabbrica allora scudi per proteggersi dal dolore psicologico.

Sigmund Freud, e sua figlia Anna, li chiamano meccanismi di difesa. Hanno effetto paradosso: se da un lato riducono l’angoscia, generano più sofferenza e problemi da un’altra parte. Come tappare una piccola falla nella diga con un dito. Se ne apre un’altra. Finite le dieci dita iniziano i guai. Oggi, che siamo psicoanalisti o cognitivisti, al danno generato dai meccanismi di riduzione del dolore prestiamo attenzione. Ma, attenzione. Freud parlava della protezione da impulsi inaccettabili che la persona covava dentro. Esempio classico: la fantasia Edipica. Il bambino vuole sostituire il padre nel letto della madre. Il sintomo psichico, in questa eziologia sghemba, nasceva dallo sforzo di tenere lontana dalla coscienza tale fantasia proibita e, appunto, angosciante. Meccanismo di difesa: rimozione. Che ne ha fatto la scienza di questa idea? Fa giurisprudenza l’obiezione di Robert De Niro a Billy Crystal in Terapia e Pallottole: “Ma tu l’hai vista a mia madre?”

A parte Edipo, l’idea di meccanismi a un tempo protettivi e nocivi tiene. I cognitivisti li chiamano coping maladattivo. Mi sento imperfetto? Lavoro come un dannato fino a tarda sera. Un fastidioso senso di vuoto? Alcool e donne. Leniscono il dolore, accentuano il danno.

Giuseppe Magistrale, psicanalista intersoggettivo, mi passa un bigliettino sotto il banco: “Ci ha lasciato in eredità i concetti di transfert e controtransfert”. Vengo dritto a come li intendiamo oggi, pur in assenza di consenso sulla loro definizione. Il paziente costruisce il terapeuta secondo schemi costruiti durante lo sviluppo. Mio padre mi derideva, il terapeuta farà lo stesso. A fronte di quello che combinavo, mia madre ululava: ‘mi fai morire’, quindi la terapeuta sarà sopraffatta dai miei problemi. Controtransfert: il terapeuta reagisce quasi guidato da un riflesso. Mi attribuisce un potere di cura superiore, io ci credo. Diffida di me, io ho paura di sbagliare. In realtà il terapeuta porta in seduta anche il proprio passato, il paziente gli evoca fantasmi che risiedevano da tempo nelle periferie della mente.

Io lavoro in un mondo ispirato da Janet, ma a utilizzare me stesso come strumento risuonante nello scambio relazionale l’ho imparato dagli eredi di Freud.

L’APA contraddice se stessa? Il riesame critico delle linee guida

L’articolo target di Cheli e i commenti di Dimaggio, Gazzillo e Mancini sul riesame critico che l’APA fa sulle sue stesse linee guida, merita un commento che aggiungiamo a quelli richiesti da Cheli stesso. È interessante sottolineare come questa serie di articoli dei nostri colleghi incarnino in maniera plastica varie posizioni possibili rispetto allo sviluppo della psicoterapia. 

 

Commento all’articolo di Cheli

L’articolo inziale di Cheli oscilla tra desiderio di sorprendere e quasi di scandalizzare sostenendo che ormai il quadro sull’efficacia della psicoterapia è estremamente caotico –signora mia, ormai non si capisce più niente!- e presa d’atto che le cose in fondo sono meno deprimenti e confuse di quel che sembra. Cheli ci vuole sorprendere soprattutto quando sostiene che l’American Psychological Association (APA) – vessillifera di una serie di linee guida che hanno definito alcuni gold standard di efficacia nella psicoterapia – contraddice se stessa perché pubblica dati di efficacia che mettono in dubbio alcune delle linee guida passate. Per rispondere a Cheli forse basterebbe notare, come ha fatto giustamente Mancini nel suo commento, che riesaminare criticamente i risultati di efficacia di varie psicoterapie ridimensionando a volte alcuni risultati non è affatto un deludente segno di confusione ma di buona salute dell’APA. Non si tratta d’altro che del metodo scientifico che mette sempre in discussione i risultati acquisiti.

Intendiamoci: scrivere che l’APA contraddice se stessa è giornalisticamente efficace e bene ha fatto Cheli a utilizzare questo artificio retorico. Dopodiché, possiamo tranquillizzarci e continuare ad avere fiducia nella scienza, se non nell’APA. Forse occorrerebbe meravigliarsi di meno di certe contorsioni poco lineari che assume nel mondo reale lo sviluppo scientifico. Lo stesso Cheli confessa di aver capito solo col tempo che la scienza è affetta da distorsioni umane, troppo umane che lui, a quanto pare, aveva riduzionisticamente escluso in nome, pensa un po’, di una supposta superiore moralità degli scienziati e perfino dei popoli calvinisti. Cheli a quanto pare sta attraversando la sua linea d’ombra. Forse gli è già giunto all’orecchio il vecchio e deprimente pettegolezzo che si vocifera da secoli nei corridoi della scienza e ci è rimasto male: si dice che Newton ritardò ben poco calvinisticamente l’uscita di un articolo di Leibniz sul calcolo infinitesimale per assicurarsi il primato della pubblicazione.

Ciò che lascia un po’ perplessi è che Cheli non dice apertamente che il lavoro di riesame critico dell’APA non ridimensiona affatto i risultati di efficacia della terapia cognitivo comportamentale (da questo momento CBT, cognitive behavioral therapy).

Servirebbe ribadirlo? Certo che servirebbe. Cerchiamo di essere onesti: quando si parla di psicoterapie efficaci si pensa subito alla CBT. E quando si parla di solenni smentite all’efficacia delle psicoterapie il pensiero corre di nuovo alla CBT. Che però non sembra essere coinvolta nella caduta degli dei dall’Olimpo dell’APA. Cheli riporta che tra i caduti contiamo molte terapie: “la DBT per il disturbo borderline di personalità, la riattivazione comportamentale per la depressione e l’EMDR per il trauma mostrano evidenze ben al di sotto di quelle ipotizzate e formulate dalla Divisione 12”. La CBT? Non caduta. Il gold standard per ansia e depressione sembra rimanere saldamente nelle mani della CBT.

Troppo poco? Curare solo ansia e depressione è troppo semplice, come un medico di base che dia l’aspirina per il raffreddore? Questa è un’altra accusa spesso riservata alla CBT. Ebbene, anche questa critica risulta indebolita dal riesame critico dell’APA sull’efficacia delle terapie non CBT. Infatti prendere atto –come fa l’APA- che la DBT (dialectical behavior therapy, Linehan, 1983) mostri superiore efficacia solo sul rischio di suicidio e non sull’intera sintomatologia del disturbo di personalità (cosa peraltro già nota) finisce per rivalutare tutte le altre psicoterapie mediamente efficaci su questo disturbo, tra le quali c’è anche la CBT di Beck, in genere accusata di non essere utile per questi problemi. Non basta. Prendere atto che l’EMDR (eye movement desensitization reprocessing, citazione) non mostri superiore efficacia sul disturbo post traumatico da stress finisce per rivalutare la grande alternativa sempre più trascurata e data per scontata se non superata, che è appunto la CBT. Non è superata affatto, ma è padrona del campo (APA, 2017).

Ci si potrebbe chieder perché ci si dimentica con troppa facilità che la CBT è utilizzabile anche per i disturbi di personalità e per il PTSD. Purtroppo questo è anche il frutto del pregiudizio sempre più diffuso che la CBT sia utile solo per certi disturbi facili come l’aspirina utile per carità, ma solo per il raffreddore, mentre invece quando le cose si complicano, ovvero quando ci sono comorbilità, difficoltà relazionali o gravi traumi passati ci vuole ben altro e devono entrare in campo i duri. È la retorica del paziente difficile che in qualche modo surrettiziamente suggerisce che la CBT funzioni solo per pazienti facili. In tal modo si è finiti per sottolineare eccessivamente e incongruamente la supposta e mai dimostrata maggiore efficacia di altre terapie come la DBT oppure, semplicemente per dimenticare che l’EMDR non ha mai detronizzato a CBT per la cura del disturbo post traumatico da stress e semmai si era solo candidata per una coreggenza. Fallendo. Oggi si scopre che questa candidatura non ha avuto successo e che nella revisione dell’APA la terapia più efficace è la CBT (APA, 2017).

Ora però, senza nulla togliere all’intelligenza dell’operazione di Cheli, va notato che tutta la costruzione del suo discorso sembra tradire un tentativo di insinuare dubbi sulla CBT. Si dice che l’APA contraddice se stessa sui gold standard e si pensa subito alla CBT. Poi si scopre che la CBT non è colpita dalla revisione ma non lo si dice. Il tutto accade inavvertitamente. Insomma, Cheli espone una serie di considerazioni abbastanza condivisibili sui limiti attuali dello sviluppo scientifico della psicoterapia: la moltiplicazione degli orientamenti psicoterapeutici e la loro tendenza a presentarsi come paradigmi che si escludono a vicenda.

Inoltre Cheli conclude di superare queste difficoltà invocando, come molti fanno, la solita integrazione come assemblaggio del meglio da prendere qua e là. Tuttavia il sospetto è che Cheli, sebbene auspichi un atteggiamento più integrativo, in fondo abbia le sue idee e queste siano soprattutto di diffidenza verso il riduzionismo metodologico che si incarna nei dati di efficacia della CBT e questa diffidenza si manifesti in un modo di presentare i dati che suggerisce che questa efficacia della CBT sia da ridimensionare, salvo poi evitare di dire con chiarezza che la messa in discussione riguarda altre terapie e non la CBT. Insomma, la situazione è caotica, salviamoci facendo un minestrone che integra un po’ tutto ma dalla ricetta escludiamo l’ingrediente CBT che è troppo riduzionista per le finezze della complessità, un po’ come mettere il ketchup su un piatto della raffinata cucina italiana.

Forse Cheli esprime una storica rivalità e diffidenza interna al campo del cognitivismo clinico, quella tra costruttivismo radicale e CBT classica, rivalità ormai così accentuata, sia in Italia che all’estero, da aver generato una crescente estraneità reciproca sempre più difficile da superare, tanto da chiedersi se ha ancora senso raccogliere i due campi sotto l’ombrello comune dell’etichetta del cognitivismo clinico. Un ombrellone che ormai è talmente ampio da coprire un’intera spiaggia. La contrapposizione tra complessità sempre più ermeneutica e riduzionismo scientifico è così forte da generare atteggiamenti come quello di Cheli, che dietro il velo dell’integrazione tradiscono un movimento ben preciso di crescente avvicinamento al modello psicodinamico e distacco dal modello CBT classico, e la cui principale arma è sempre il seminare dubbi sull’efficacia e la reale applicabilità clinica del gold standard della CBT propagandato dall’APA. Di qui il temporaneo grido di gioia alla pubblicazioni di dati dell’APA che contraddicono i gold standard.

In conclusione Cheli sembra proporre una contrapposizione tra due strategie scientifiche alternative, una riduzionista che punta allo studio di poche variabili controllabili e che sarebbe a rischio di semplicismo e un’altra che mira alla complessità ma perde di efficacia nella replicabilità e generalizzabilità. Questa contrapposizione somiglia un po’ alla vecchia opposizione filosofica tra analitici e continentali proposta da Franca D’Agostini nell’ormai lontano 1997, tra una filosofia anglo-sassone che punta alla semplicità replicabile e un pensiero europeo che insegue la complessità irripetibile. Sostenere provocatoriamente che l’APA contraddice se stessa può essere la manifestazione di uno storico fastidio continentale per le semplificazioni anglo-sassoni.

Stabilita questa dicotomia, Cheli se la cava elencando pregi e difetti delle due strategie e auspicando una via mediana che combini il meglio delle due vie ed evitando i difetti. Non siamo sicuri che questa via mediana esista. La scienza non è una saggezza aristotelica e antica in cui basta imboccare il giusto mezzo per ottenere i risultati migliori ma un metodo in cui si fanno scelte strategiche in cui si privilegiano alcuni obiettivi a scapito di altri: economicità riduzionistica del numero delle variabili per ottenere controllabilità e replicabilità dei risultati o complessità per ottenere maggiore rappresentatività complessiva sono strategie diverse che rispondo a obiettivi diversi e forse perfino a culture diverse.

Storicamente la scienza moderna -da quando Newton ridusse il modello del funzionamento del mondo fisico alle poche leggi della dinamica che si limitavano a predire alcuni fenomeni e non dicevano nulla del significato dell’esistenza del Cosmo- ha preferito la prima strada. Alcune forme di filosofia continentale europea (ma queste sono semplificazioni geografiche) hanno preferito la strada della complessità. È possibile che a volte nello studio della psicologia degli individui occorra aggiungere analisi di continentali a un approccio che rimane analitico ma ci pare difficile operare una sintesi che unisca il meglio dei due mondi.

Commento all’articolo di Gazzillo

Chi se ne approfitta di questa posizione ambigua di Cheli e più in generale del costruttivismo è Gazzillo il quale presenta il consueto armamentario retorico dello scetticismo radicale sul valore dei risultati empirici. Non a caso Gazzillo cita Feyerabend, filosofo della scienza (o dell’anti-scienza) il cui massiccio lavoro di svalutazione del valore della scienza empirica rimane nascosto dietro una serie di argomentazioni che sono sottili. Chi è Feyerabend? Feyerabend è uno studioso che suggerisce che dietro ogni risultato scientifico ci siano interessi economici e politici. Si tratta di un metodo di lavoro che ha i suoi meriti finché è utilizzato nei suoi limiti, ovvero di comprendere le conseguenze sociali e storiche delle scoperte scientifiche. Meno valido se è usato come strumento di confutazione dei risultati empirici stessi. Che certe scoperte o certe psicoterapie siano particolarmente adatte a certi sistemi economici può essere utile per capirne il significato storico ma non ne inficia il valore scientifico. Purtroppo invece è proprio questo il metodo di lavoro di Feyerabend e anche –almeno in questo articolo- di Gazzillo. Feyerabend non a caso si è autodefinito metodologicamente un leninista. Ora mettiamo da parte tutto il romanticismo che ispira ad alcuni la figura di Lenin e cerchiamo di capire ben in concreto cosa significhi questa rivendicazione leninista di Feyerabend, che è raggelante.

Raggelante perché Feyerabend si riferisce al metodo di ricerca filosofica (ma non scientifica) che Lenin usò nel suo famigerato libro Materialismo ed empirio-criticismo, un libro in cui Lenin, in breve, sostenne che tutti i risultati della scienza moderna da Galileo in poi (scienza moderna definita spregiativamente “empirio-criticismo”) sarebbero da secoli al servizio del capitalismo e, quindi, tutti falsi. Mentre i risultati del materialismo dialettico marxista sono veri in quanto al servizio della classe operaia. Quella di Lenin fu un’argomentazione solo lievemente meno rozza e capziosa di quella utilizzata dai nazisti che ritenevano di confutare la scienza empirica moderna (che Lenin, ribadiamolo, chiama empirio-criticismo come se fosse una parolaccia) come scienza ebraica. Libero Gazzillo di seguire i binari di Feyerabend e di suggerire nascostamente che la CBT sia particolarmente compatibile con il capitalismo o forse al suo servizio e quindi per questo discutibile se non falsa, ma si tratta di argomentazioni capziose con le quali difficile discutere.

E qual è l’alternativa di Gazzillo? Qual è il suo personale materialismo storico e dialettico da contrapporre all’empirio – criticismo della CBT serva del capitale? Lo sappiamo già: il modello dei fattori comuni, della centralità della relazione e del verdetto di Dodo nel quale tutte le psicoterapie sono uguali e hanno la stessa efficacia. Meno però la CBT che in questa distopia rovesciata dei fattori comuni fa sempre la figura della terapia troppo semplice che sembra funzionare meglio ma solo in laboratorio mentre nella realtà funziona un po’ meno delle altre. Insomma nel verdetto di Dodo tutte le terapie sono eguali ma la CBT è peggio.

Quel che è interessante nelle argomentazioni di Gazzillo è come in esse emerga con chiarezza la natura nichilistica del verdetto di Dodo e del modello dei fattori comuni. Si tratta dell’ipotesi dell’assoluta ininfluenza dei paradigmi teorici, del modelli di cambiamento e delle tecniche specifiche a essi associati a favore di un modello comune che è emerso non da teorie ma dalla spontanea attività dei terapeuti, tutti inconsapevolmente adagiati su un processo relazionale che si attiva da solo malgrado e nonostante le intenzioni del terapista, povero illuso convinto di essere uno psicoanalista o un CBT. Quel che crede di essere poco importa. La conseguenza di questo indifferentismo e la generazione di una pratica clinica di tipo sapienziale che ritiene irrealistico ogni progresso fondato su procedure controllabili e risultati misurabili ma basato su un tale livello di personalizzazione del trattamento da sfociare nella più completa impossibilità di pianificare terapie specifiche per la diagnosi, dalle procedure trasparenti e replicabili e di cui sia possibile stimare prognosi affidabili e fondate. Il paziente è completamente nelle mani di un terapista sacerdote che non deve dare conto a nessuno se non al suo supervisore, in un’ottica gerarchica appunto sapienziale e corporativa.

Commento all’articolo di Dimaggio

Mentre Gazzillo concerta una chiara polemica anti CBT, nel commento di Dimaggio emergono i problemi del tentativo di chi cerca di assumere una posizione intermedia. Il fascino di questo commento risiede proprio nella dialettica tra volontà di integrazione e inevitabile incompatibilità tra un approccio cognitivo che privilegia il lavoro riduzionista sulle funzioni e approccio costruttivista che tende all’olismo. Il luogo in cui questa contraddizione diventa più evidente è nella critica, molto cara a Dimaggio, che l’autore fa al cosiddetto “magic bullett”. L’uso che Dimaggio fa di questo termine è naturalmente dispregiativo: magic bullett evoca un ingenuo e (ancora una volta) riduzionistico cercare quella che in italiano chiameremmo la bacchetta magica. Eppure questo termine segnala ancora una volta una differenza culturale di fondo che separa il terreno cognitivo da quello costruttivista, a quanto pare sempre radicale, a cui in fondo appartiene anche Dimaggio. Da una parte il metodo consapevolmente riduzionista della scienza empirica (o empirio criticista alla Lenin?) che cerca i colli di bottiglia strategici per agire in maniera risolutivamente efficace. Da questo punto di vista occorre perfino dare ragione per certi versi a Feyerabend. La scienza empirica moderna nasce cercando i magic bullett da sparare sui colli di bottiglia strategici in cui è possibile non solo conoscere la realtà ma anche individuare i punti significativi di controllo per cambiarla tecnologicamente. È proprio una visione della conoscenza che è capacità di controllare la realtà e che è oggettivamente rivolta a generare conseguenze pratiche. Ancora una volta si contrappone una posizione sapienziale e contemplativa a una operativa. Eppure qualche anno fa Dimaggio si era reso conto di questa dicotomia strategica in un articolo interessante pubblicato su State of Mind in cui aveva raccontato come passeggiando per Berna un collega svizzero gli avesse spiegato come le reti stese ai lati dei ponti avessero diminuito significativamente il tasso di suicidio in città. Questa spiegazione aveva lasciato freddo il troppo costruttivista Dimaggio in quanto gli era sembrato che in tal modo non si agisse sulla globalità del problema ma su un aspetto periferico. Forse ciò che disturbava Dimaggio era la pretesa di agire con su un collo di bottiglia risolutivo mediante un magic bullet: le reti appunto.

È intrigante seguire Dimaggio nel suo articolo in cui, da persona intelligente qual è, fa ammenda del suo pregiudizio anti riduzionista e comprende come cercare un magic bullett che agisca su un collo di bottiglia non significhi affatto non tenere conto del contesto globale, anzi al contrario utilizzarlo in vista del massimo risultato. Il problema sono invece proprio quei modelli globali che più che il contesto aspirano a comprendere l’inafferrabile complessità e in tal modo, non volendo mai focalizzarsi sulle giunture strategiche su cui agire, finiscono per diventare affreschi affascinanti e pittoreschi ma più descrittivi che davvero esplicativi. La scienza moderna, a differenza di quella antica, non è contemplativa ma operazionale e per questo segue il riduzionismo che non è onniesplicativo ma strategicamente esecutivo e quindi, va detto, orientato alla tecnica e alla tecnologia, per quanto queste parole possano intimorirci. I principi della dinamica di Newton non intendevano, a differenza del sistema aristotelico, dare conto del senso metafisico dell’esistenza del cosmo ma solo individuare dei nodi strategici -pochi: solo tre- su cui era possibile agire sulla realtà fisica e controllarla.

Il problema è che forse il cognivitismo clinico italiano paga un tributo alla sua radice continentale europea di cui non è facile liberarsi. Lo stesso Dimaggio in un altro articolo di alcuni anni fa confessa che “Anni fa avevo una posizione radicalmente anticomportamentista, non senza un certo livello di sdegno intellettuale. Ero di matrice costruttivista Kelliana al quale si affiancava un background di psicoanalisi interpersonale (alla Kohut e Mitchell). Nel corso degli anni ho cambiato idea radicalmente”. Questo tipo di retroterra costruttivista con un pizzico di esperienza in terapia psicodinamica è abbastanza comune nel cognitivismo clinico italiano e potrebbe spiegare una nostra persistente difficoltà a comprendere la forza scientifica del comportamentismo il cui riduzionismo è troppo spesso scambiato per semplicismo.

Torniamo alla critica, suggerita da Dimaggio quando scrive che certi studiosi d’oltremanica non sanno di cosa stanno parlando, che il funzionalismo sia poco attento alla complessità del reale. A questa critica si risponde che il funzionalismo è semmai attento al contesto e non alla complessità, come lo stesso Dimaggio aveva capito sui ponti di Berna (ma poi ha dimenticato tutto?). Nel funzionalismo l’analisi del contesto non è in contrapposizione con la ricerca del collo di bottiglia strategico su cui agire, che sia il rimuginio o l’attenzione. Al contrario è possibile che sia proprio la scarsa operatività del concetto di complessità proprio della tradizione costruttivista radicale che la rende alla lunga inadatta non solo alla costruzione di protocolli ripetibili di efficacia verificabile ma anche a una pratica clinica quotidiana poco monitorata.

A questo proposito occorre riflettere anche sulla contrapposizione che Dimaggio opera tra realtà clinica e trial clinici sperimentali. Ancora una volta si affrontano una supposta complessità e un altrettanto supposto semplicismo da laboratorio i cui risultati non sarebbero trasferibili nella realtà effettuale. Come si risolve questo dilemma? In molti casi ci sembra nella ricerca di una ineffabile esperienza emozionale correttiva, ieri relazionale oggi sensoriale e corporea (tra qualche anno vedremo, questi integrazionisti cambiano idea spesso). Esperienza emozionale perché? Perché è la vera alternativa continentale alla supposta freddezza razionalistica della CBT classica.

Contrapporre i trial alla realtà clinica come fa Dimaggio significa ancora una volta cadere in una dicotomia sterile. I trial clinici, se ben condotti secondo criteri di rigore, sono invece degli strumenti non solo di ricerca scientifica ma anche di formazione clinica. Lungi dall’essere degli ambienti artificiali, i trial clinici al contrario impongono delle condizioni cliniche estremamente impegnative per il clinico ma non per il paziente, clinico che deve intensificare al massimo grado le sue capacità di good practice per riuscire a stare dentro i binari di aderenza ai protocolli in maniera flessibile e amichevole per il paziente. Come un musicista impara a stare dentro i tempi non nella libertà ma nella costrizione del solfeggio e delle prove, così per un clinico partecipare a un trial è un’occasione irripetibile di gestione di un percorso apparentemente rigido in cui però è lui –il clinico – a dover mostrare la massima flessibilità. Sia l’esperienza personale che le comunicazioni di Riccardo Dalle Grave e di Gabriele Caselli sulla loro esperienza in trial hanno confermato che queste prove, lungi dall’essere artificiali, sono ricche di insegnamento non solo sulle tecniche stesse, ma anche su quelle abilità relazionali che spesso sono decantate in maniera teorica come proprie solo di altre terapie ma che sono altrettanto ben padroneggiate in ambito funzionalista ma denominate con termini più umili e operativi e meno reboanti, come good practice.

Commento all’articolo di Mancini

Infine il commento di Mancini. Per molti versi è quello che ci sembra il più coerente con lo sviluppo del cognitivismo clinico internazionale. Il punto in cui si discosta è la valutazione del processualismo. La scelta anti-processualista di Mancini è consapevole e coerente e quindi più che rispettabile. Per Mancini sembra che occorra muoversi nell’ambito delle cognizioni di seconda onda ma alzandole di livello, passando dalle credenze cognitive agli scopi esistenziali. Naturalmente Mancini privilegia le credenze e gli scopi del sé sulla colpa, tema su cui lui ha realizzato ricerche rigorose che hanno ampliato e reso più sofisticato il concetto di responsabilità alla Salkovskis. Tuttavia, ci pare che nel momento in cui Mancini definisce “ingenuo” il tentativo di sviluppare un modello processuale e funzionalista della sofferenza emotiva scelga un percorso strutturalista (ma non sapienziale; Mancini rimane sempre nell’abito scientifico, va detto) che è coerente con la sua storia perché sviluppa e prosegue l’impostazione di Castelfranchi. Notiamo però che anche Mancini ha avuto i suoi periodi di attenzione al funzionalismo quando ha tentato di integrare il modello di Tversky e Kanheman nel suo modello del disturbo ossessivo; peccato non abbia proseguito quella strada che sembrava essere una via manciniana al funzionalismo. Mancini poi ha avuto anche il suo periodo neo-romantico quando ha collaborato con Jonson Laird e la sua teoria iperemozionale della sofferenza emotiva. Infine l’approdo finale a un modello esistenzialista degli scopi sembra promettente ma, a nostro parere, andrebbe integrato in un modello definitivamente funzionalista. Gli scopi, se non inseriti in un modello psicopatologico di tipo funzionalista della sofferenza emotiva che tenga conto dei processi psicopatologici (non troppo differenti dagli antichi circoli viziosi studiati in Italia a suo tempo da Sassaroli e Lorenzini) da soli rischiano di essere incapaci di distinguere tra stati mentali non disfunzionali e stati psicopatologici. I contenuti degli scopi di un paziente, ad esempio lo scopo di sicurezza di un ansioso, sono altrettanto presenti ma in maniera più ragionevole nei non pazienti. Ciò che li rende psicopatologici è l’irrigidimento funzionale e processuale e non il loro contenuto. Detto questo, Mancini ha poi ragione nel sostenere che per una buona formulazione del caso è necessario anche descrivere i contenuti degli scopi.

Rimane il problema che in tal modo si rischia di rimanere al bivio tra processualismo e costruttivismo. Ma va bene così: meglio rimanere al bivio e rimanere comunque davvero cognitivisti, come fa Mancini, piuttosto che imboccare un ramo costruttivista e integrativo che col cognitivismo funzionalista non ha più nulla a che fare.

 

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Stress da rientro: che cos’è e come fronteggiarlo

Definita anche post-vacation blues, la sindrome da rientro è una condizione di malessere psicologico e fisico che si sperimenta a fine estate e deriva dal rientro nel contesto e nella routine: un susseguirsi di impegni e di scadenze da rispettare che si sostituisce a ritmi, luoghi ed attività gratificanti dei periodi di vacanza.

 

Non una patologia, dunque, ma una risposta psicofisiologica alla reimmersione nello stress, che può riguardare, trasversalmente, soggetti di differenti età.

I benefici di un periodo di vacanza sono, solitamente, notevoli. Tuttavia, come recentemente confermato dall’American Pyschological Association (2018), gli effetti positivi delle ferie sono decisamente fugaci. Circa 2 persone su 3 affermano che, rientrando al lavoro, i benefici scompaiono immediatamente (24%) o dopo pochi giorni (40%). Quasi la metà degli intervistati ha dichiarato di dover affrontare, rientrando dalle vacanze, non solo il carico di lavoro accumulatosi, ma anche i problemi che si sono verificati nel frattempo.

Dati Istat rilevano che lo stress da rientro riguarderebbe un italiano su 10. Secondo lo psichiatra Claudio Mencacci, past president della Società Italiana di Psichiatria, in Italia la sindrome da rientro colpisce “circa il 35% della popolazione, con maggior incidenza tra i 25 e i 45 anni” – più di un italiano su 3, insomma, rischierebbe di soffrire il rientro, a tal punto da somatizzarlo:

Un meccanismo scaturito dal sistema ipotalamo-ipofisi-surrene, che si manifesta con vari sintomi e che è comunque passeggero: dura circa una settimana. Ma, in alcuni casi, può scatenare problemi latenti più seri e duraturi legati ad ansia e depressione.

I sintomi sperimentati al rientro dalle vacanze possono comprendere: sensazione di spossatezza e affaticamento, difficoltà di concentrazione, mal di testa, dolori muscolari, disturbi della digestione e del sonno. Ma anche irritabilità, ansia, tensione, sbalzi d’umore, malinconia e tristezza, senso di vuoto.

Se vi capita di sperimentare questo tipo di malessere, sappiate di essere in nutrita compagnia: è una condizione molto comune che, solitamente, regredisce spontaneamente in breve tempo.

Quali accorgimenti suggeriscono gli esperti per fronteggiare lo stress da rientro?

  • Riprendere con gradualità le attività lavorative, concedendosi un periodo di “assestamento” prima di rientrare pienamente nella routine quotidiana (anche un paio di giorni possono essere sufficienti) ed iniziando ad affrontare gli impegni a partire dai meno complessi;
  • Introdurre abitudini salutari: ad esempio resettare il ritmo sonno-veglia, che solitamente in vacanza è meno regolare, aumentando le ore di sonno; prendersi cura dell’alimentazione, bere molta acqua e ridurre il consumo di caffeina e di alcolici, se in vacanza è stato più abbondante del solito; praticare regolarmente la mindfulness;
  • Dedicare del tempo alla cura di sé: ritagliare uno spazio per le piccole attività gratificanti (ad es. fare un bagno rilassante, una passeggiata con amici, prendere appuntamento dal parrucchiere)
  • Praticare attività fisica: lo sport, anche una semplice camminata a passo sostenuto, facilita il rilascio di endorfine a favore del buonumore;
  • Ricordare la vacanza attraverso fotografie o oggetti: tornare ai momenti felici trascorsi può essere utile a fronteggiare i momenti nei quali ci si sente particolarmente sotto pressione;
  • Porsi un obiettivo: ad esempio cimentarsi in nuove attività che si rinviano da tempo, come iscriversi ad un corso di ballo o di formazione, oppure seguire un seminario;
  • Coltivare il pensiero positivo, perché no, anche pianificando le prossime vacanze… o una breve gita fuori porta, realizzabile in breve tempo.

Using REBT in Single-Session, one-at-a-time Therapy: il workshop con il Prof. Windy Dryden – Report dal 4th International Congress of REBT

La domanda che ha guidato l’intero workshop Using REBT in Single-SessionOne-at-a-time Therapy ha un sapore estremamente pratico: cosa si può fare in terapia se si ha a disposizione poco tempo, a volte una singola seduta, per risolvere un problema portato dal paziente? Si passa, o si accetta la sfida, sforzandosi di usare al meglio il tempo a disposizione?

 

Colpisce un dato presentato da Dryden sulla percentuale di persone che abbandonano la terapia dopo una sola seduta. La sua stima è che ciò avvenga nel 70-80% dei casi. Drop out pensiamo noi clinici! Secondo Dryden la situazione è diversa: le persone sono soddisfatte di quella seduta.

Ed in effetti uno studio di Simon e colleghi del 2012 rivela che l’abbandono della terapia dopo una prima visita a volte può riflettere un trattamento soddisfacente e un buon risultato clinico. Circa un terzo dei partecipanti allo studio che non tornavano per una seconda visita si riteneva soddisfatto della seduta, oltre il 60% dava alte valutazioni all’alleanza terapeutica e oltre il 40% riferiva un miglioramento nei sintomi o nei problemi pratici rispetto all’inizio del trattamento. Il 15% di coloro che non tornavano in terapia ha dato il punteggio più alto possibile su tutte e tre le misure. Tale dato può trovare riscontro nell’atteggiamento che assumeva lo stesso Albert Ellis, il quale non dava mai un appuntamento al paziente dopo la seduta, ma aspettava che fosse lui stesso a decidere se tornare o meno, ipotizzando che poteva risultare risolutivo anche un singolo incontro.

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REBT report del workshop Using REBT in Single-Session Prof. Dryden (imm1)

Imm. 1 – Immagine dal workshop “Using REBT in Single-Session”

Nella Single-Session Therapy si offre comunque al paziente la possibilità di tornare, ma si dà importanza alla riflessione dopo la seduta, per poterne ‘digerire’ i contenuti e mettere in pratica le soluzioni trovate insieme al terapeuta. Proprio come accade durante l’allenamento fisico: dopo l’allenamento la fase di riposo è fondamentale. Dopo aver digerito i fatti emersi, agito per il cambiamento e dopo essersi concessi una fase di riposo, i pazienti possono decidere in autonomia di tornare.

Ma scusate, e la concettualizzazione? E i test? Il principale obiettivo della Single-Session Therapy è offrire un aiuto concreto immediato, piuttosto che aspettare di poter offrire il migliore aiuto possibile. “Sooner is better!” per dirla con le parole di Dryden. Anche se questo significa rinunciare ad elementi sicuramente importanti.

Un altro punto fondamentale è naturalmente la gestione del tempo. La Single-Session Therapy spinge terapeuta e paziente ad utilizzare al meglio il tempo della seduta e il tempo che intercorre tra la richiesta di aiuto e la prima seduta. In questo tempo si può somministrare un questionario al paziente, allo scopo di capire se lo stesso è un buon candidato per la Single-Session Therapy, e per fare in modo che si prepari al meglio alla seduta, selezionando un problema pratico da risolvere.

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REBT Report del workshop Using REBT in single-session Prof. Dryen Imm.1

Imm. 2 – Immagine dal workshop “Using REBT in Single-Session”

Il lavoro in seduta il più delle volte è incentrato in un’operazione di “sblocco” che permetta al paziente di muoversi verso il suo obiettivo utilizzando al meglio le proprie risorse interne ed esterne. In sostanza quindi si tratta di sedute particolarmente goal-oriented, caratterizzate dalla condivisione di obiettivi precisi e ben definiti, da chiarezza comunicativa, di forte impatto emotivo, e che spingano alla ricerca di una soluzione pratica già durante la seduta.

Insomma, la Single-Session Therapy non è un approccio ma un’impostazione mentale. E sicuramente costituisce una sfida, soprattutto per i terapeuti meno allenati, a stare in sessioni ben strutturate e focalizzate sul raggiungimento di obiettivi pratici, cosa a cui i terapeuti CBT e REBT sono invece abituati.

 

Fingere l’orgasmo: un nuovo studio indaga le motivazioni che spingono le donne a fingere (o a smettere di farlo)

Herberik e colleghi (2019) hanno condotto uno studio in cui hanno riscontrato come la pratica di finzione dell’orgasmo femminile sia molto diffusa, assuma significati diversi al modificarsi del contesto e delle fasi di vita delle partecipanti e sia inoltre legata allo stile comunicativo tra i membri della diade, determinando da ultimo differenti traiettorie di soddisfazione sessuale.

 

Forse non tutti sanno che l’arte della finzione non è appannaggio esclusivamente femminile, come invece l’aneddotica ci ha fatto credere: le stime nella popolazione femminile sono estremamente alte, il 67% riporta infatti di aver simulato l’orgasmo almeno una volta nella vita, ma non è da sottovalutare l’incidenza nella popolazione maschile, che riporta una percentuale ugualmente elevata (il 28%, per quanto riguarda i rapporti vaginali, secondo Muehlenhard & Shippee, 2009).

Ma quali sono le motivazioni che lo rendono necessario? Se uno degli scopi principali dell’incontro sessuale è proprio provare piacere, perché le persone fingono che ciò sia avvenuto?

È necessario tenere a mente che la sessualità, così come ogni aspetto della vita dell’essere umano, è permeata di aspettative, norme, convenzioni socialmente determinate riguardo a come questo atto debba consumarsi e a come gli individui coinvolti si debbano comportare in tale situazione; il prezzo della non aderenza a questi script (o copioni) sessuali potrebbe essere quello di venire rifiutati dal partner, essere ridicolizzati o addirittura socialmente emarginati. In ambito erotico, gli script convogliano concetti provenienti dai costrutti di ruoli di genere sessuali, circa all’atteggiamento che “un uomo” o “una donna” dovrebbero assumere in intimità, è facile però immaginare come le regole del gioco cambino in funzione della società di riferimento o del momento storico preso in esame: ad esempio la libertà sessuale di una donna agli inizi del ‘900 differisce grandemente da quella esperita da una donna contemporanea, nella cosiddetta epoca post-femminista seguita alla rivoluzione sessuale degli anni 70.

Eppure, sebbene formalmente la liberazione sessuale abbia rovesciato i rigidi codici di comportamento basati su ruoli precostruiti, gli studi sulla sessualità riportano come tale liberazione non sia stata in realtà seguita da una reale emancipazione dagli script del passato, che permangono nelle credenze implicite così come negli schemi di pensiero interiorizzati dai singoli individui. Un recente studio di Harris e colleghi (2018) ha per esempio messo in luce una correlazione tra l’aderenza ad uno stile di pensiero incline al sessismo ostile nelle donne e la più alta probabilità di fingere l’orgasmo; una percentuale inferiore di donne, che comunque riportavano la simulazione del piacere, aderivano invece ad un pensiero sessista benevolo. La convinzione che un mancato orgasmo determini non solo un rapporto “incompleto”, ma che vada inoltre a invalidare la performance sessuale e quindi l’autostima del proprio compagno sono risultati associati ad una probabilità più alta di simulazione. È facile intuire come gli uomini possano risentire allo stesso modo dell’aderenza agli script sessuali, dovendo quindi fingere di aver raggiunto l’apice del piacere anche quando ciò non è avvenuto.

Per dipanare questa questione è necessaria una doverosa premessa, facendo riferimento all’aspetto performativo dell’atto sessuale. Sebbene infatti la nostra specie assuma un atteggiamento pudico, sottraendosi agli sguardi indiscreti nel momento di consumare il rapporto, sembra che la sola presenza del partner sia sufficiente per modificare sostanzialmente le modalità espressive messe in atto durante l’incontro sessuale: un esempio può essere quello dell’autoerotismo, momento generalmente non accompagnato da vocalizzazioni di piacere, cosa che invece avviene durante un rapporto a due (Brewer & Hendrie, 2011). Allo stesso modo, durante l’autoerotismo non viene finto l’orgasmo, mentre questo accade esclusivamente durante un rapporto consumato con un partner.

Nel tentativo di esplorare le motivazioni sottese all’inclinazione a fingere da parte delle donne, che tra tutti sembrano ricorrere maggiormente a questo espediente, Herberik e colleghi (2019) hanno condotto uno studio su di un campione di 1008 donne, di età compresa tra i 18 e i 94 anni, riscontrando come questa pratica, sebbene molto diffusa, assuma significati diversi al modificarsi del contesto e delle fasi di vita delle partecipanti e sia inoltre legata allo stile comunicativo tra i membri della diade, determinando da ultimo differenti traiettorie di soddisfazione sessuale.

Come già riscontrato in ricerche precedenti, le giovani donne incontrano spesso difficoltà nell’esprimere la propria assertività in ambito sessuale, non riuscendo a comunicare al partner i propri desideri o necessità, addirittura non riuscendo ad opporsi ad uno stile sessuale “rough” (n.d.t.: brusco) quando non lo desiderano (Rickert, Sanghvi, & Wiemann, 2002). Lo studio di Herberik et al. (2019) sembra allinearsi con i risultati presenti in letteratura, nel rispondere infatti alla domanda “a che età ti sei sentita a tuo agio e sicura di te abbastanza da comunicare al tuo partner come desiderassi essere toccata o fare sesso”, la mediana si attestava attorno ai 25 anni di età, circa una decade dopo l’esordio medio della prima esperienza sessuale nella popolazione di riferimento, mentre ben 194 donne, ovvero il 21% del campione considerato, ha dichiarato di non essersi mai sentita così.

Similarmente, alla domanda “a che età hai percepito che il suo piacere sessuale fosse importante per il tuo partner”, la mediana delle risposte è stata 23 anni, mentre 102 partecipanti hanno dichiarato di non aver mai avuto questa sensazione. Delle 571 donne (58,8% del campione) che avevano ammesso di aver simulato un orgasmo almeno una volta nella vita, solo un terzo asserivano di aver continuato a farlo, mentre i rimanenti due terzi hanno riportato come vi fossero stati dei cambiamenti che avessero favorito una maggiore trasparenza rispetto al piacere provato: il 46,6% delle donne ha dichiarato come fosse stato determinante il provare maggiore sicurezza di sé in ambito sessuale, a prescindere dal raggiungimento dell’orgasmo; il 35,3% attribuiva il cambiamento ad una percezione di maggiore sicurezza in sé stesse come donne. Da ultima, la terza opzione maggiormente scelta dalle partecipanti (34%) è stata quella di sentirsi apprezzate dal proprio compagno anche se non avessero raggiunto l’orgasmo.

Le motivazioni che le avevano spinte a mentire in primo luogo sono risultate in linea con quelle già precedentemente identificate dalle altre ricerche sulla simulazione orgasmica: il 57,1% lo ha fatto con l’intenzione di tenere alta l’autostima del partner circa la sessualità, il 44,6% voleva solamente che il rapporto sessuale finisse ed infine il 37,7% ha dichiarato di non voler ferire i sentimenti dell’altra persona, provando interesse per loro.

Circa alla possibilità di comunicare con il partner al fine di migliorare l’intesa sessuale, ben il 55% delle donne ha dichiarato di aver avuto il desiderio di parlare con il compagno, ma di aver poi desistito, adducendo come motivazioni principali la volontà di non ferire i suoi sentimenti (42% dei casi), di sentirsi a disagio nello scendere in particolari (40%) e infine di provare imbarazzo (38%). La fascia di età 18-24 anni è stata quella che statisticamente ha riportato maggiormente motivazioni come la paura di venire rifiutate e la difficoltà di non sapere esattamente come chiedere quello che desideravano.

Nell’esaminare l’impatto di queste variabili sulla soddisfazione sessuale riferita, gli autori hanno riscontrato come la difficoltà di affrontare discorsi di natura sessuale, così come la percezione che il proprio piacere non fosse importante per il partner, fossero associati ad una minor soddisfazione. Mentre la preoccupazione circa la possibilità di essere etichettata come “pervertita” risultava associata con il perpetrare delle menzogne riguardo al proprio piacere fino al momento presente.

La natura della comunicazione con il partner si è dimostrata un fattore importante nel mediare la soddisfazione sessuale percepita: in particolare i punteggi più alti in questo ambito erano maggiormente associati alle partecipanti che si dicevano estremamente d’accordo o d’accordo nell’asserire di avere la capacità di confrontarsi col proprio partner su cosa renda più piacevole il sesso per loro. Allo stesso modo, le donne che dichiaravano con maggiore sicurezza di essere in grado di usare la parola “clitoride” nel parlare del proprio piacere, riportavano livelli di soddisfazione maggiori rispetto a coloro che si dicevano in disaccordo con tale affermazione. L’incapacità di parlare in maniera esplicita in termini sessuali con il proprio partner era associata in maniera consistente con livelli inferiori appagamento sessuale.

Nel cercare di determinare quali correlazioni vi fossero tra i diversi stili comunicativi e la possibilità che una donna fingesse l’orgasmo, si è riscontrato come tale eventualità fosse associata in maniera minore a quelle donne che dichiaravano di avere una comunicazione aperta con il proprio partner su cosa rendesse piacevole il sesso tra di loro. Al contrario, sia le donne che si dicevano fortemente in disaccordo circa la possibilità di utilizzare la parola “clitoride”, sia quelle che esprimevano disaccordo nell’assumere uno stile comunicativo esplicito riguardo ai dettagli sessuali, avevano probabilità maggiori di aver finto l’orgasmo in passato e di continuare a farlo al momento dell’intervista.

Le conclusioni tratte dagli autori alla luce dei risultati appena descritti tratteggiano una parabola di conquista di sicurezza in se stesse e di progressiva esplorazione sessuale con il progredire nell’età adulta, di pari passo con l’acquisizione di maggiore esperienza in ambito erotico.

A dispetto quindi degli script sessuali che sembrano disincentivare una maggiore assertività e agentività delle donne nella ricerca del proprio piacere, avvallando quindi il ricorrere alla simulazione laddove non si volesse incorrere in difficoltà di coppia o per paura del rifiuto da parte del partner, una maggiore apertura sessuale, così come l’acquisizione di una maggiore autostima in campo erotico, sembrano determinare per le donne più mature una maggiore legittimazione nel chiedere ciò che possa rendere maggiormente piacevole l’esperienza sessuale.

Queste conclusioni però assumono particolare rilevanza per l’educazione all’affettività, alla sessualità e nei contesti di psicoeducazione: è infatti chiaro come il genere femminile si senta solitamente meno legittimato alla ricerca del proprio piacere rispetto alla controparte maschile, rischiando di usare troppa deferenza nel cercare di non scontentare il partner, talvolta finendo per tollerare situazioni che sfiorano la coercizione. Un’educazione più paritaria ed esplicita nei riguardi delle differenze individuali e di genere potrebbe in tal senso migliorare le esperienze sessuali delle donne, specie di quelle in giovane età che risultano essere più esposte ad esperienze negative che potrebbero condizionare la loro vita sessuale sul lungo termine.

Cognitivismo e psicoanalisi: distinguere o integrare?

Gazzillo, Dimaggio e Curtis nel loro lavoro mescolano, nelle parole che usano, mille destini che plasticamente mostrano cosa rischia di diventare quella integrazione di cui tutti parlano e che molti desiderano forse troppo: un grande caos, un maledetto casino.

 

Francesco Gazzillo dell’Università Sapienza di Roma, Giancarlo Dimaggio del Center for Metacognitive Interpersonal Therapy, e John T. Curtis della University of California, San Francisco hanno scritto un articolo sulla formulazione del caso e sulla pianificazione del trattamento che è giusto discutere attentamente, soprattutto nella terminologia utilizzata. Le parole rivelano a quali principi ci riferiamo e in quali direzioni ci incamminiamo. Gazzillo, Dimaggio e Curtis nel loro lavoro mescolano nelle parole che usano mille destini che plasticamente mostrano cosa rischia di diventare quella integrazione di cui tutti parlano e che molti desiderano forse troppo: un grande caos, un maledetto casino.

Il titolo dell’articolo parla di “Case Formulation” e suggerisce che leggeremo un lavoro dedicato al ruolo di questo strumento nel processo terapeutico. Come terapeuti cognitivo comportamentali dovremmo sentirci a casa nostra, dato che le terapie comportamentali hanno storicamente utilizzato per prime questo termine, come ammesso, documentato e confermato da vari studiosi appassionati di storia della psicoterapia, non tutti di formazione comportamentale: Bruch (1998, 2015), Eells (2007, 2009) e Sturmey (2008, 2009). Di questi tre è soprattutto Bruch a raccontare la storia dal punto di vista comportamentale, mentre Eells e Sturmey accanto a questa tradizione hanno voluto delineare una storia successiva più ateoretica sebbene con una certa influenza psicodinamica. E tuttavia sia la Eells che Sturmey non ignorano il contributo cognitivo comportamentale. Ad esempio, la Eells nel suo manuale affida a Persons e Tomkins (2007) il racconto dello sviluppo della formulazione del caso secondo la campana cognitivo comportamentale.

Leggendo questi lavori dal taglio storico apprendiamo che il termine Case Formulation è stato coniato dal cognitivista Turkat (1985, 1986) negli anni ’80 che a sua volta lo accreditò a una precedente serie di clinici e studiosi tutti di matrice comportamentale capeggiati da Victor Meyer, il padre spirituale della Case Formulation fin da una pubblicazione del 1960. Oltre lui vanno poi citati Monte Shapiro (1955, 1957), Lazarus (1960, 1976), Wolpe (1960), Yates (1960), Kanfer e Saslow (1969), ancora lo stesso Meyer in compagnia di Chesser (1975), e, in Italia, Ezio Sanavio (1991). Infine nel campo cognitivo l’uso terapeutico della Case Formulation è stato ulteriormente sviluppato da Judith Beck nei suoi classici manuali della forma cosiddetta standard della terapia cognitivo comportamentale (Beck J., 1995, 2011).

Invece la tradizione ateoretica di Eels e Sturmey a cui appartengono anche Gazzillo, Dimaggio e Curtis è ben più recente come appare chiaro se leggiamo ad esempio Sturmey e se facciamo caso agli anni di pubblicazione dei testi da lui citati: si comincia con Weerasekera che pubblica nel 1996 (dieci anni dopo Turkat e quasi quaranta dopo Meyer, il padre spirituale della Case Formulation), si prosegue con McWilliams (1999) e si finisce poi con gli stessi Eells (2007) e Sturmey (2008, 2009). Tutti testi cronologicamente molto successivi rispetto alla linea che nasce con Meyer. C’è da dire che Eells e Sturmey non lo nascondono nei loro testi.

Spiace scrivere che nulla di tutto questo si trova nell’articolo di Gazzillo, Dimaggio e Curtis. In un lavoro dedicato alla Case Formulation non si trova una sola benedetta parola su Meyer, Shapiro, Lazarus, Wolpe, Yates, Kanfer, Saslow, Sanavio e Judith Beck. Non basta. A leggere bene il testo risulta che la linea a cui si attengono i tre autori sembra ancora più recente: con l’unica eccezione della citazione di un testo della Eells del 1997, gli altri testi citati sono tutti del 2019, ovvero del corrente anno. Ovvero la Plan Analysis di Caspar (2019), il Mode Model in Schema Therapy di Fassbinder, Brand-de Wilde e Arntz (2019), il Formulation of Maladaptive Patterns in Interpersonal Reconstructive Therapy di Critchfield, Panizo e Benjamin (2019) e il Dynamic Formulation Focused on Motives, Defenses, and Conflicts di Perry, Knoll, e Tran (2019). Vero è che questi metodi hanno una storia alle spalle, ad esempio la Plan Analysis di Caspar risale al 1995, ma a quanto pare gli autori non si sono sforzati di risalire troppo all’indietro nemmeno per gli autori da loro favoriti. La conseguenza è che la Case Formulation sembra una scoperta recentissima ed estranea al campo cognitivo comportamentale.

Sbrigata la pratica della Case Formulation i tre autori si dedicano al loro modello, il Plan Formulation Method (Weiss, 1993; Weiss, Sampson, & the Mount Zion Psychotherapy Research Group, 1986), metodo basato su un paradigma teorico, la Control Mastery Theory (CMT), un interessante modello che, pur di provenienza psicodinamica, si è più o meno felicemente appropriato di concetti cognitivi come gli scopi (“goal”), i “test” e le credenze patogene (chiamate ora “pathogenic beliefs” ora “obstructions”). Certo, sarebbe bello se questi goal e test fossero accompagnati da citazioni degli studiosi cognitivi che ne hanno parlato, almeno ad esempio Miller, Galanter e Pribram, così come quando si parla di Case Formulation sarebbe stato bello citare Meyer e Turkat, ma ci accontentiamo dell’adesione alla terminologia.

Tutto bene? Siamo di fronte a un felice caso di integrazione teorica con qualche negligenza in bibliografia? Forse si, sebbene desti sorpresa osservare come questi concetti vengano citati senza nessun cenno agli studiosi che ne hanno fatto la storia. È un po’ strano. Così come sarebbe strano se un cognitivista, volendo integrare nel suo modello concetti relazionali di rivalità del paziente col padre, piazzasse nel titolo il termine “Complesso di Edipo” e poi ne parlasse a iosa senza citare mai Freud, e alcuni cognitivisti lo hanno fatto. Ma non innervosiamoci. La storia dei reciproci prestiti maldestri tra psicoanalisi e psicoterapia cognitivo comportamentale è lunga è non è questo il luogo per rivisitarla.

Tuttavia c’è qualcosa che ci confonde ancor di più. C’è che gli autori fin dalle prime righe mostrano di avere ben chiare le differenze tra una Case Formulation di tipo cognitivo comportamentale che presuppone una visione funzionalista dell’attività mentale che privilegia l’intervento sulle funzioni esecutive accessibili alla coscienza e un’altra impostazione, che poi finisce per essere il Plan Formulation Method, che invece punta su fattori interpersonali ed esperienziali il cui meccanismo è innescato da interazioni relazionali i cui meccanismi d’azione non sono considerati operativamente rappresentabili nella coscienza ma solo emotivamente percepiti. E gli autori inoltre hanno ben chiare le differenze cliniche che questa differente impostazione implica, dato che nella loro visione la condivisione della Case Formulation è l’esito finale di complessi processi terapeutici interpersonali che non sono immediatamente accessibili alla coscienza esecutiva se non dopo un doloroso processo interattivo non privo di equivoci e conflitti, come ad esempio i test della Control Mastery Theory.

Invece rimane una specificità della terapia cognitivo comportamentale cosiddetta standard che la condivisione della Case Formulation sia possibile fin dall’inizio, condivisione beninteso mai definitiva ma incessantemente negoziata e riformulata e tuttavia espressa esplicitamente appena possibile fin dai primissimi incontri di terapia e intesa come principale strumento operativo di gestione del processo terapeutico anche nei suoi aspetti aspecifici come la gestione dell’alleanza e della relazione terapeutica. Questo rende la Case Formulation talmente incorporata nel paradigma cognitivo comportamentale standard da forse scoraggiare Gazzillo, Dimaggio e Curtis dall’usare quel termine nel resto dell’articolo dopo averlo piazzato nel titolo, o almeno a usarlo in maniera molto parsimoniosa se non rarefatta, ben attenti come sono a tenersi lontano da una tradizione cognitivo comportamentale standard a loro profondamente estranea e che non si può improvvisare, malgrado tutte le integrazioni.

Ci si chiede allora, perché usare nel titolo di un loro lavoro un termine così lontano dalla loro concezione del processo psicoterapeutico? Forse perché Eells lo ha reso recentemente più ecumenico e meno specialistico? Quindi si è trattato di un segnale a suo modo conciliatorio, un cortese suggerimento che i tre autori stanno seguendo una strada ecumenica o come si suol dire integrativa? Può essere vero, ma la Eels al tempo stesso nella sua operazione integrativa non ha avuto timore di citarne le radici cognitivo comportamentali del concetto. Invece i tre autori hanno taciuto.

Se questo ecumenismo deve essere fonte di simili imbarazzi forse meglio sarebbe stato seguire una strada più onestamente concorrenziale e ben chiara nelle sue ipotesi, distinta da quella seguita dalle altre teorie con le quali concorre. Purtroppo non è così, qui si vuole l’accordo, il compromesso che fa tutti contenti, l’integrazione che evita i conflitti ed elimina le Chiese per riconciliarci tutti di fronte all’Altare integrato.

Peccato che poi il conflitto scacciato dalla porta rientri da ogni fessura. Ad esempio, la descrizione nemmeno tanto inavvertitamente sprezzante che i tre autori fanno del paradigma cognitivo comportamentale suona livorosa in maniera disorientante. Particolarmente aggressiva suona l’osservazione contro quei protocolli che vogliono curare il paziente in 4 o 5 sedute: qui il nervosismo ha preso la mano ai tre autori; le terapie cognitivo comportamentali effettivamente cercano di cavarsela in 12 – 30 sedute, il che potrebbe essere già sufficiente materia di derisione per dei cultori del trattamento prolungato e paziente ma forse buttarla sulle 4 o 5 sedute fa più effetto. Il tutto si conclude con la solita indimostrata affermazione che la psicoterapia cognitivo comportamentale è troppo superficiale per i disturbi più o meno complessi, salvo poi finire per citare quel verdetto di Dodo che, a ben vedere, facendo vincere tutti non lo dimostra per nulla. Chissà perché però quel verdetto implica sempre un corollario che è: se nessuno vince allora chi pretendeva di aver vinto, ovvero la psicoterapia cognitivo comportamentale, in realtà ha perso.

Vale la pena incartarsi in simili penosi screzi per inseguire una integrazione che comunque sfocia in una rivalità? Non sarebbe meglio giocare a carte scoperte? Lo chiediamo ai tre colleghi, soprattutto ai due di provenienza psicodinamica, ovvero Gazzillo e Curtis, che hanno giustamente scritto un articolo bello e interessante nella parte in cui hanno esposto le procedure della Plan Formulation Method e il modello della Control Mastery Theory, un modello che rimane psicodinamico perché in esso la formulazione del caso rimane il frutto di un doloroso e difficile percorso conflittuale tra paziente e terapeuta e in cui c’è poca fiducia in una formulazione iniziale come faremmo noi cognitivisti. E dunque, perché non limitarsi a un articolo sul Plan Formulation Method senza fare confusione con una Case Formulation gettata lì a inizio articolo senza citarne i padri spirituali?

Se l’operazione di Gazzillo e Curtis non è facile da capire, ancor meno facile è comprendere gli scopi del contributo di Dimaggio. In teoria nell’articolo lui dovrebbe essere il rappresentante della tradizione cognitivo comportamentale. È da lui che le anime trapassate oppure viventi di Miller, Galanter, Pribram, Shapiro, Lazarus, Meyer, Wolpe, Yates, Kanfer, Saslow, Sanavio e Judith Beck si aspettavano di essere citate in un articolo sui goal, sui test e sulla Case Formulation zeppo di citazioni non cognitive. Invece niente. Anzi, nell’articolo c’è un attacco iniziale al paradigma cognitivo comportamentale di particolare durezza e sprezzo che purtroppo compare anche sotto la firma di un collega cognitivista. È proprio così: ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia!

Se è così, almeno speriamo che ci sia del metodo in questa follia. Siamo qui intorno al camino in una vecchia torre a raccontare vecchie storie e purtroppo ce n’è una particolarmente lunga, confusa e dolorosa. È la storia di un certo cognitivismo cresciuto nelle nostre terre di mezzo, un cognitivismo che in realtà è un rispettabile costruttivismo che però in quanto tale, fin dai tempi antichi e ormai avvolti nella leggenda di Vittorio Guidano e di Michael Mahoney, si è posto in forte contrapposizione con il cognitivismo standard. Per una serie di confuse ragioni ci si è ritrovati da estranei sotto lo stesso tetto di questa vecchia torre da troppo tempo e ci si raccontano storie tristi in due lingue sempre più mutualmente incomprensibili in cui i termini comuni significano cose diverse e ormai creano solo baccano. Ad esempio, per il costruttivista la formulazione del caso è una narrazione e quindi il suo contenuto è un esito lungo e laborioso e non uno strumento condiviso dall’inizio. Così il costruttivista finisce per capirsi di più con lo psicodinamico che col cognitivista standard. Forse più che integrazione occorre fare chiarezza e distinzione. E distinzione viene da distinguere, che è il contrario di integrare.

Evitare di evitare: il senso di non appartenenza nel disturbo evitante

La caratteristica peculiare dei soggetti con Disturbo Evitante di Personalità è l’estrema sensibilità al rifiuto. Queste persone evitano ogni tipo di contatto sociale non perché lo desiderino, ma perché temono di essere respinti. Il comportamento di evitamento nasce infatti come strategia di padroneggiamento dell’esperienza di impaccio al contatto con gli altri.

Maria Obbedio – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Bolzano

 

 Ognuno di noi è inserito in un contesto sociale e fa parte di diversi gruppi di riferimento da quando nasce a quando diventa anziano. L’appartenenza è un concetto sociologico che implica una relazione tra l’individuo e le persone che lo circondano. L’uomo, in quanto animale sociale, da quando nasce entra a far parte della prima comunità sociale: la famiglia;  essa rappresenta il primo palcoscenico nel quale sperimentare e sperimentarsi, instaurare relazioni e in cui coltivare le abilità sociali, rappresentazioni di sé e dell’altro.

G. Gaber scriveva:

L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme. Non è il conforto di un normale voler bene. L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

Il Disturbo Evitante di Personalità

Il Disturbo Evitante di Personalità è caratterizzato da un pattern pervasivo di inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza e ipersensibilità al giudizio negativo. Tale disturbo è anche caratterizzato da un comportamento stabile di evitamento verso le relazioni e le situazioni in cui la persona può essere sottoposta a valutazione da parte degli altri. Il comportamento evitante spesso inizia nella prima infanzia con timidezza, isolamento, timore degli estranei e delle situazioni nuove. Anche se la timidezza è un precursore comune del disturbo, nella maggior parte degli individui tende a scomparire gradualmente con la crescita. Al contrario, gli individui che sviluppano il disturbo evitante di personalità possono diventare progressivamente più timidi con l’adolescenza e l’età adulta, quando le relazioni sociali assumono via via importanza maggiore.

Criteri clinici (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition [DSM-5])

Per una diagnosi di Disturbo di Personalità Evitante, i pazienti devono presentare un pattern persistente di evitamento del contatto sociale, sentimenti di inadeguatezza e un’ipersensibilità alle critiche e al rifiuto, come mostrato da 4 o più dei seguenti modi:

  • Evitamento delle attività legate al lavoro che implicano il contatto interpersonale perché temono di essere criticati o rifiutati o che la gente possa disapprovarli.
  • Mancanza di volontà di essere coinvolti con le persone a meno che non siano sicuri di essere graditi.
  • Riserva nelle relazioni strette perché temono la derisione o l’umiliazione.
  • Preoccupazione di essere criticati o rifiutati nelle situazioni sociali.
  • Inibizione in nuove situazioni sociali, perché si sentono inadeguati.
  • Una visione di sé come socialmente incapace, poco attraente, o inferiore agli altri.
  • Riluttanza nel correre rischi personali o nel partecipare a qualsiasi nuova attività perché possono essere umiliati.

Inoltre, i sintomi devono avere inizio nella prima età adulta.

Il primo ad utilizzare la definizione “personalità evitante” è stato Theodore Millon (1969). Millon differenzia il Disturbo Evitante dal Disturbo Schizoide di personalità, in quanto sostiene che – nonostante entrambi siano caratterizzati dalla mancanza o scarsezza di relazioni – mentre nel primo vi è un forte desiderio di rapporti intimi, nel secondo la mancanza di intimità è vissuta come egosintonica. Secondo Millon, dunque, mentre lo schizoide non ha relazioni significative in quanto non è interessato agli altri, il ritiro dell’evitante è dovuto alla contrapposizione tra desiderio di relazioni sociali e timore del rifiuto e del giudizio negativo. Dunque, egli concettualizza la problematica dello schizoide come “deficit” e quella dell’evitante come “conflitto”.

La caratteristica peculiare dei soggetti con questo disturbo è, quindi, l’estrema sensibilità al rifiuto. Queste persone evitano ogni tipo di contatto sociale non perché lo desiderino, ma perché temono di essere respinti. Il rapporto sociale viene intrapreso solo quando questi soggetti sono certi e sicuri di ricevere un’accettazione totale da parte dell’altro. Essi hanno difficoltà a confidarsi, a parlare in pubblico o intraprendere conversazioni o esperienze che li condurrebbero al centro dell’attenzione. L’ansia e la paura fanno da sfondo alle attività quotidiane di queste persone. Ogni occasione sociale è fonte di angoscia, viene vissuta con forte ansia perché potrebbe essere causa di umiliazione, rifiuto. Tali soggetti si sentono inadeguati e vivono in maniera amplificata qualunque situazione esca dalla routine quotidiana. Si potrebbe dire che il motto intrinseco di questo disturbo sia “se mi ritiro, nulla mi farà del male”.

Il comportamento di evitamento nasce come strategia di padroneggiamento dell’esperienza di impaccio al contatto con gli altri.  La distanza che il paziente frappone tra sé e gli altri è solo un ingranaggio di un più sottile circolo vizioso che il paziente stesso crea: “se mi estraneo, non annoierò gli altri, non mi sentirò inadeguato” e ciò diventa una sorta di profezia che si autoavvera che genera nell’altro una risposta di allontanamento. L’evitante appare come avvolto nella nebbia, inaccessibile, diverso. Sebbene visto dall’esterno possa sembrare il contrario, i soggetti con questo disturbo nutrono un grande desiderio di vicinanza: il desiderio che nutrono viene vissuto davvero come un conflitto che causa ben presto sofferenza.

Nel Disturbo Evitante di Personalità è centrale la sensazione di non appartenere all’altro e di non riuscire a condividere. La mente dell’evitante è opaca e fa fatica a percepire i propri stati mentali e le emozioni. Nella concettualizzazione di Beck e collaboratori (1990) l’evitante ha un’idea di sé come inetto, indesiderabile, inadeguato, privo di alcun valore, e mette in atto una costante autocritica. Inoltre, sviluppa un problema secondario, in quanto critica il proprio comportamento evitante, accusandosi di essere pigro e passivo. Gli altri, al contrario, sono generalmente percepiti come superiori e giustamente rifiutanti e critici. Infatti, il soggetto evitante crede di meritare il rifiuto a causa della scarsa fiducia e stima in sé stesso. Partendo da tali concezioni di sé e degli altri, i soggetti con Disturbo Evitante tendono a distorcere l’interpretazione del comportamento altrui, leggendo anche le reazioni neutrali come negative e interpretando qualunque azione dell’altro come messa in atto in funzione propria. La solitudine causata dal prolungato evitamento, assieme alla costante autocritica, conducono ad uno stato emotivo fondamentalmente depresso, interrotto soltanto da fugaci fantasie riguardanti il futuro, caratterizzate dalla risoluzione completa e senza alcuno sforzo personale dei propri problemi (Beck et al., 1990).

Appartenenza e condivisione

Il senso di condivisione/appartenenza si basa sulla percezione di avere dei contenuti mentali (come interessi, credenze, valori o affetti) in comune con un’altra persona (condivisione) o con un gruppo di persone (appartenenza) ed è il frutto di molteplici operazioni metacognitive (Dimaggio, Procacci & Semerari, 1999). Infatti, il soggetto deve, in primo luogo, essere in grado di rappresentarsi sia il proprio che l’altrui scenario mentale ed in secondo luogo avere la capacità di porli a confronto, in modo tale da poter riconoscere ciò che vi è in comune. Una disfunzione metacognitiva in un solo punto del processo è sufficiente a compromettere l’esito finale, portando il soggetto a sperimentare un senso di diversità, estraneità e distacco nei confronti degli altri. Nel Disturbo Evitante, chiaramente deficitarie sono le abilità di decentramento, ovvero di comprensione della mente altrui. Gli altri sono quindi rappresentati unicamente come giudicanti e rifiutanti, in quanto il soggetto trasforma automaticamente i propri timori nei contenuti mentali altrui.

Il Disturbo Evitante non è il solo a sperimentare questa diversità: anche il Disturbo di Personalità Narcisista condivide la medesima situazione. Le emozioni associate al senso di non appartenenza sono differenti nei due disturbi considerati: mentre il narcisista vive prevalentemente con soddisfazione la sua diversità, intesa come superiorità (o alternativamente con distacco, quando si trova in uno stato mentale di vuoto ed anestesia emotiva), l’evitante prova disagio e vergogna per la sua diversità, letta come inferiorità. Dunque, per il narcisista si potrà parlare di “orgoglio” del non appartenere, mentre per l’evitante di “dolore” del non appartenere. Tuttavia, anche il narcisista, quando si trova nello stato depresso/terrifico, può sentirsi diverso in quanto rifiutato ed espulso dal gruppo; in tal caso, il senso della propria diversità e non appartenenza si accompagna ad emozioni intensamente negative. Differente è anche l’influenza dello stato di non appartenenza sul comportamento: l’evitante reagirà mettendo in atto strategie di evitamento delle situazioni sociali, mentre il narcisista manifesterà distacco e superiorità.

Il Disturbo Evitante ha quindi carenze a livello metacognitivo, fatica a decentrarsi rimanendo schiavo del suo stesso circolo vizioso. Affinché vi sia condivisione, però, le capacità metacognitive rappresentano un fattore necessario ma non sufficiente. Oltre ai deficit metacognitivi, infatti, contribuiscono alla strutturazione del sentimento di non appartenenza la presenza di credenze specifiche su di sé e sugli altri (generalmente sviluppatesi nei primi anni di vita dell’individuo) e la carenza di abilità sociali. Un esempio di tali credenze, tipica dei soggetti evitanti, è l’aspettativa di essere rifiutato dagli altri, aspettativa che, inibendo le relazioni sociali, ostacola anche lo sviluppo delle abilità metacognitive e sociali, innescando un pericoloso circolo vizioso.

Oltre al senso di diversità, la non appartenenza comporta anche la sensazione di essere particolarmente visibili e osservati (e dunque giudicabili), sensazione anch’essa tipica del disturbo evitante, che intensifica l’ansia sociale dell’individuo. Inoltre, il senso di non appartenenza è fortemente legato all’autostima in una relazione bidirezionale. Infatti, chi si ritiene inadeguato ed inferiore difficilmente sviluppa un forte senso di condivisione e appartenenza e viceversa la sensazione di non appartenenza è una grave minaccia per l’autostima. Nelle relazioni sociali la difficoltà ad abbandonare una posizione egocentrica porta il soggetto a vivere le relazioni a metà, ovvero ad essere diffidente e a temerle. Il soggetto evitante non vive le relazioni come qualcosa di minaccioso o pericoloso in quanto potrebbero esservi intenzioni nascoste, ma sperimenta un vuoto. La sensazione di vuoto è comune ad altri disturbi di personalità, è presente ad esempio nel Disturbo Borderline, ma in questo caso il soggetto sperimenta un vuoto relazionale e profondo che non riesce a descrivere, ma che traduce con un senso di estraneità, con pensieri “non mi capisci” . Il sentirsi diverso, nutre la convinzione di essere solo. Il soggetto è come se costruisse un muro, tra sé e gli altri, che lo porta ad essere solo in mezzo agli altri. L’altra faccia della medaglia della solitudine per un evitante è il sollievo, perché “se non mi espongo sono al sicuro”, sono salvo; sensazione questa momentanea perché sebbene protegge in maniera illusoria il soggetto dall’altro lo porta ad esporsi alla solitudine, all’autoavveramento delle sue credenze e alla possibilità di scenari depressivi.

Il senso di non appartenenza è solo uno degli stati mentali in cui il soggetto evitante transita. Le emozioni che accompagnano questi soggetti sono anch’esse molteplici. Sebbene il soggetto possa apparire fermo, “statico”, in realtà essi sono dei grandi osservatori,  ma non interpreti della loro vita.

 

The Young Pope, tra desiderio e immaginazione – Perché rivedere la serie culto di Sorrentino in attesa del sequel The New Pope

Cosa cerchiamo davvero in The Young Pope? L’eccesso? Lo scandalo? Qualche segreto verosimile che appaghi le fantasie più lascive che non riusciamo a partorire? E se non ci fosse nessuno scandalo? Nessuna bomba ad orologeria pronta ad esplodere, ma solo..letteratura.

 

Tutto inizia con un sogno. Una montagna di neonati nudi da cui esce il Papa. Un sogno innocente. Un sogno d’innocenza. Un sogno che fa penetrare i nostri sguardi senza mediazioni nell’intimo, nella profonda vulnerabilità di sua Santità. E dove è più libero di manifestarsi se non nel sogno, il desiderio? Fin dalla prima scena, a cui segue l’onirico primo disinibito discorso del pontefice sui maggiori tabù della Chiesa davanti ad una folla di fedeli incredula, ci troviamo ad assistere ad uno spettacolo critico: fino a che punto può spingersi il nostro desiderio? Il profondo e umano desiderio di rivelare i segreti del sacro, il desiderio di profanare il sacro.  Eppure il sacro, come ci ricorda il teologo Julien Ries ne Il simbolo, ha delle costanti, che non si possono scalfire così facilmente. Il primo di tali elementi è il simbolo appunto che, multiforme, passa attraverso la storia, forandola, come a danneggiarla per un occhio ingenuo, inetto a vedere la rilegatura che quei fori sono predisposti a metter in atto. Cos’ha a che fare allora il sacro e il suo mistero con questo Papa giovane? Di cosa è simbolo? “Blasfemo o geniale?” Questa domanda si leggeva nelle pagine di cultura di Repubblica dopo la prima messa in onda in tv. Chi è, dunque, Pio XIII?

È Lenny Belardo, per cominciare, il Papa americano della postmodernità. Un Papa che sta al limite delle convenzioni sociali. Come al limite della legge si muove il desiderio. Un Papa che per i suoi traumi infantili sembra far gola più agli psicoanalisti che ai fedeli. È infatti un Papa orfano. Un Papa che cerca disperatamente i suoi genitori. Un Papa che ricorda l’odore di una madre che non ha mai conosciuto. Perché la memoria olfattiva è la più profonda, la più radicata, come, ancor prima che la scienza ne desse le sue ragioni, aveva già provato con evidenza letteraria Proust ne La Recherche. Ma, a differenza di un’infanzia rappresentata, l’odore che Pio XIII ricorda non si materializza in nessuna rappresentazione. Resta materia prima, suggerirebbe Jung, un processo grezzo, primitivo, a cui non segue una serie di ricordi, di elaborazioni cognitive. Un processo che non conosce la serialità del senso. Un processo che si dispiega in parallelo nella complessità psichica, direbbero gli psicanalisti sperimentali di ultima generazione, come Wilma Bucci, che questi processi provano a misurarli. Provano a tradurre in numero quell’attività di referenza verbale della materia sub-simbolica, o pre-simbolica, che ci scorre dentro e con la quale non riusciamo a sincronizzarci mai del tutto. Come un orologio che si blocca ripetutamente, facendoci perdere la cognizione del tempo, che scorre ugualmente, lasciandoci un’angosciante sensazione di perdita.

The Young Pope: tra desiderio e immaginazione - Recensione (imm.1)

Immagine 1. Tratta dalla serie “The Young Pope” di Sorrentino.

Attaccamento e perdita, quindi. I temi più inflazionati di tutta la psicoanalisi, nelle sue differenti correnti. Traumi. Rimosso. Un sorriso schizofrenico. Un rebus di banale semplicità. Se non fosse che, con lo scorrere delle puntate, il terreno della psicoanalisi più ortodossa vacilli all’aprirsi di faglie, da cui sgorga bruciante luminosità. Quel sorriso psicopatico d’apertura sul viso d’un Papa bello come Gesù Cristo si cancella, muta, gradualmente in un sorriso di misericordia, che porta, attoniti, a domandarci: cosa cerchiamo davvero in questo sceneggiato? L’eccesso? Lo scandalo? Qualche segreto verosimile che appaghi le fantasie più lascive che non riusciamo a partorire? E se non ci fosse nessuno scandalo? Nessuna bomba ad orologeria pronta ad esplodere, come vorrebbe il pedofilo Kurtwell ma solo.. letteratura.. Splendida letteratura su una finitezza, quale quella umana, che si può solo narrare e che non scandalizza poi così tanto.. Lettere d’un amore lasciato prima che potesse sbocciare, un amore che ha lasciato molte domande, che spingono a scavare dentro, a struggersi l’anima, lettere d’un amore grande ma mai rimpianto, perché quell’amore non ha lasciato un vuoto cieco, ma ha aperto la porta ad un amore maggiore, l’amore di Dio.

Recalcati ha osato, quasi retoricamente, chiedersi in un articolo su Repubblica prima che la fine della serie fosse trasmessa se l’apparente marmoreo contraddittorio conservatorismo di Pio XIII non finisse per trasformarsi in poesia. Ora la metamorfosi è compiuta. Una magnifica poesia, dai versi multiformi e politematici, che esprimono la reciproca commistione di temi secolari e confessionali, come il conflittuale rapporto tra potere temporale e spirituale e la battaglia per le unioni civili. Nel suo riflesso cattolico si vede, difatti, un Papa che inasprisce esponenzialmente la distanza dagli omosessuali, o almeno così sembra. Perché Pio XIII è un Papa che prima di tutto mette alla prova, senza aspettarsi virtù. È certo delle virtù. L’opera difficile sta nel farle crescere.

Penso, inoltre, che l’immagine di Lenny che Sorrentino ci dona non sia così irremovibilmente disegnata secondo una rigida estetica predefinita, ma sia un’immagine costitutivamente aperta all’immaginazione dello spettatore. Immaginazione che prosegue al di là dello schermo e si fa immaginazione attiva, come direbbe sempre Jung, ovvero si tesse in una trama personale, che proietta l’inconscio dello spettatore in una dimensione terza, un terzo analitico-estetico potremmo dire, uno spazio di creazione. Dove la religiosità, il bene e il bello danzano insieme in un complesso armonico che fa vibrare le corde dell’anima di chi s’inserisce in questa misteriosa costellazione. Perché Pio XIII, provando a rispondere alla domanda in apertura, è sì un simbolo del sacro.

Egli incarna, riprendendo Ries, quell’Homo symbolicus, che precede strutturalmente l’Homo religiosus e che l’antropologo vede come “dotato di una facoltà che lo rende capace di afferrare l’invisibile partendo dal visibile e così, grazie alla sua immaginazione, diviene creatore della cultura e delle culture.”

Così Sorrentino non mette in scena solo un cardine dell’umanità, il cardine che sostiene la religione cattolica, bensì ci mostra una porta tra culture, come dice in punto di morte il cardinal Spencer, padre spirituale di Pio XIII “Tu non sei il cardine, sei la porta”.

Sorrentino non vuole, infatti, essere né blasfemo, né tanto meno incarnare la santità. Vuole farci immaginare. Attivare un processo creativo tra sacro e divino, che non ha nulla a che fare con la fantasia, se non la parvenza di finzione. Non si definisce la fede, sebbene ci sia chi la possa proiettare. Non si definisce l’amore, sebbene ci sia chi lo possa sentire. Solo con l’immaginazione l’esperienza simbolica, come descritta da Ries, “diviene un’esperienza biologica, diviene luce e forza di creazione.” Questo fanno le opere d’arte, questo è riuscito a fare Sorrentino con il suo film, fatto a serie. Parafrasando e rivoltando come un calzino il noto saggio di Roland Barthes sulla fotografia La camera chiara, che ruota attorno ad una fotografia della madre persa in tenera età, che in modo disarmante “non sa dire ciò che dà a vedere”, Sorrentino ha provato invece a far vedere ciò che non si riesce a dire: Dio, l’uomo, l’amore.

The Young Pope: tra desiderio e immaginazione - Recensione (imm.2)Immagine 2. Tratta dal sequel “The New Pope” di Sorrentino

Non c’è nulla di pop in “The Young Pope”, se non il degrado della società che cerca di redimere. Domande dimenticate. Animi assopiti, dall’immediatezza delle immagini, dalla brama di spettacolo.

Questo è senza dubbio un film sulla crescita personale e collettiva, sul divenire se stessi attraverso il disvelamento del mistero, sull’individuazione. Eppure si ferma alla giovinezza. Dopo Jep de La Grande Bellezza, o gli stimabili Harvey Keitel e Michael Caine di Youth, infatti la vecchiaia non è più protagonista reale a discapito di una giovinezza perduta. Essa viene ritratta sullo sfondo: è il terreno di coltura, o cultura, di cui il fiore della giovinezza si nutre. Crescita che ad un certo punto si ferma inaspettatamente, forse nel codice di Sorrentino, per enfatizzare il simbolo metapoietico del Sé, non di sintesi riduttiva, bensì trasformativa della condizione umana a partire dai maggiori temi a lui cari, giovinezza e “grande bellezza”, sommati e raddoppiati a partire dal tempo della messa in scena. O forse solo perché questa è arte. E l’arte non conosce i limiti della realtà. Non conosce i limiti di Dio, dell’uomo, del mondo. Eppure riesce a metterli in mostra come un’indescrivibile, a tratti onirica, meraviglia.

 

Come gli animali domestici aiutano ad affrontare la perdita di una persona cara

Alcuni ricercatori hanno voluto indagare se la condizione di malessere legata al lutto per la perdita di una persona cara potesse essere alleviata attraverso la vicinanza di un animale da compagnia.

 

Con l’avanzare dell’età aumenta anche la possibilità di andare in contro a perdite sociali importanti, come quella relativa al proprio partner. Perdere un coniuge in età adulta, per morte o divorzio, non è un’esperienza semplice da affrontare e superare in quanto si è chiamati a combattere con la solitudine, ed in alcuni casi, la depressione.

A tal proposito, alcuni ricercatori hanno voluto indagare se questa condizione di malessere potesse essere alleviata attraverso la vicinanza di un animale da compagnia. I risultati della ricerca sono interessanti, sottolineano i benefici sulla salute che gli animali da compagnia potrebbero apportare nella vita di adulti che hanno subito una perdita importante.

I dati presentati sono stati tratti da un precedente studio longitudinale americano, sul pensionamento e sulla salute, che ha coinvolto adulti con età pari o superiore ai 50 anni.

Sono stati esaminati i cambiamenti, nel corso del tempo, dei sintomi relativi alla depressione ed alla solitudine inerenti la perdita del coniuge, in adulti con animale domestico e senza animale domestico.

Lo studio longitudinale ha permesso di trarre delle conclusioni: indipendentemente dal possesso di un animale domestico, la perdita di un coniuge è associata a solitudine e depressione.

Tuttavia, la bella notizia sta nel fatto che la presenza di un animale domestico sembrerebbe alleviare sia la solitudine che i sintomi depressivi. Difatti, i coniugi superstiti, aventi un animale da compagnia, mostravano minori punteggi di sintomi depressivi e solitudine rispetto ai coniugi superstiti che non possedevano un animale domestico.

Sarebbero opportune ulteriori ricerche per indagare la valenza terapeutica degli animali domestici in tutte quelle fasi e situazioni della vita contrassegnate da importanti e delicate transizioni che potrebbero ripercuotersi sulla salute psicologica dell’individuo.

 

Perché ci si innamora di persone già impegnate? Una spiegazione secondo Sigmund Freud

Perché ci si innamora sempre di persone già impegnate? E perché il terzo nella relazione spesso non disturba? La spiegazione secondo Sigmund Freud.

 

Perché si è attratti sempre da persone impegnate o da coloro che hanno dubbia reputazione? E perché, in altri casi, la presenza di un terzo nella relazione amorosa non ci disturba?

Queste tematiche, per quanto moderne e sempre più attuali, sono state discusse e analizzate già dal padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, in un breve trattato sulla vita amorosa del 1910. Il medico austriaco parla di una scelta oggettuale, in cui l’altro è percepito, in alcuni casi, più come oggetto che come soggetto, più come bene materiale da possedere che come persona di cui prendersi cura.

In particolare, partendo dall’osservazione dei suoi pazienti nevrotici, giunge ad osservare comportamenti analoghi in soggetti in “salute” e oserei dire, oggi comportamenti molto frequenti, quasi quotidiani. L’attrazione o infatuazione per donne già impegnate è per Freud, una precondizione per amare, in cui è saliente la figura del terzo, un terzo offeso su cui rivendicare un diritto di possesso. In questo caso, più che essere spinti dall’amore, si è mossi dal desiderio di mostrare la propria superiorità nei confronti dell’altro, di essere riconosciuto da lui come “re indiscusso della foresta”. È un bisogno primordiale che conduce alla rivalità e all’ostilità proveniente dall’ ES e dalla fissazione in età infantile del trio madre-padre–bambino. Nella fase edipica, infatti, il bambino prova sentimenti ostili nei confronti del padre, un misto di affetto e odio, in quanto possessore della madre, e fa in modo di conquistarla ad ogni costo senza poi riuscirci. E per questo che egli, poi, divenendo adulto, si interesserà a donne già impegnate, e cercherà così di riscattarsi da quel primo grande fallimento, divenendo il primo ed unico nel cuore dell’amata.

Freud nel suo scritto, si rivolge ad un parterre prevalentemente maschile, ma la sua teoria è applicabile sicuramente anche a quello femminile, letto nell’ ottica di possesso del padre e di rivalità con la madre.

Per quanto riguarda l’attrazione nei confronti di partners dalla dubbia reputazione, Freud fornisce una spiegazione alquanto complessa e articolata: reputa anch’essa una precondizione necessaria per amare, ma questa volta mossa dalla differenza tra la figura materna, caratterizzata da grande moralità e purezza, ed una donna di dubbia reputazione o dalla moralità opinabile. È necessario però sottolineare come per Freud ciò che è separato nel conscio è, invece, unito nell’ inconscio. Appare, quindi, possibile un accostamento tra la madre e la donna più libertina, tra la purezza e la trasgressione. A questa idea, il giovane vi giunge dopo aver compreso e scoperto che anche la propria madre, come tutte le persone del mondo, è dotata di impulsi e desideri sessuali, facendo venir meno gli ideali di angelica purezza che, da sempre, lui le aveva conferito.

E pertanto la propria madre non è poi così lontana da donne dai facili costumi o da prostitute, ed è per questo che si riattiva il complesso edipico, se non ben concluso, e che lo spingerà poi, a ricercare donne aventi come caratteristica fondamentale la facile sessualità o semplicemente atteggiamenti trasgressivi. Freud sottolinea, inoltre, la tendenza di questi uomini a reputare la propria amata come unica, straordinaria e di altissimo valore, quasi dimenticando il loro passato o la loro continua capacità all’inganno, alla menzogna e al tradimento. Diventano, ai loro occhi, pure e degne della più assoluta fiducia, proprio come le loro madri, prima che venisse scoperta la loro sessualità. Spesso, nonostante il tradimento evidente, la grande sofferenza derivante e la grande quantità di energia psichica investita in un rapporto quasi unilaterale, tali uomini tenderanno a perdonare l’amata, e se si allontaneranno da questa, inconsciamente ne cercheranno un’altra avente simili caratteristiche e ne saranno nuovamente succubi.

Infine, cosa ci dice Freud riguardo alla presenza del terzo nella relazione e al fatto che questi non crei disturbo?

Egli afferma che alcuni uomini non nutrono nessun desiderio di esclusività con la propria donna e nessun fastidio per la presenza di un terzo elemento, anzi, in casi estremi, quasi vogliono che la partner trovi un marito o un altro partner. Ciò potrebbe essere letto come un’accettazione del triangolo familiare edipico ed, anzi, una fissazione a tale condizione. Il valore della donna viene spesso sminuito, quasi fosse solo un mezzo per ricreare quella prima condizione di triangolo o che il suo valore dipendesse da quel terzo elemento, senza la quale lei non sarebbe né attraente e né interessante.

Concludendo, il breve scritto freudiano può essere fonte di numerose riflessioni sull’argomento in questione e sul rapporto con i propri genitori, spesso specchio della nostra esistenza.

 

Coinvolgimenti analitici con gli adolescenti. Sessualità, genere e sovversione – Recensione del libro

Transfert e controtransfert erotico, omofobia interiorizzata ed esteriorizzata, i movimenti sovversivi, gli stati di torpore e tutti quegli ideali eccessivamente rigidi, che possono presentarsi in adolescenza, sono affrontati, nel libro Coinvolgimenti analitici con gli adolescenti. Sessualità, genere e sovversione, nelle loro peculiarità limitanti il processo di crescita, ma anche nelle opportunità di sviluppo che nascondono

 

Coinvolgimenti analitici con gli adolescenti. Sessualità, genere e sovversione è l’ultimo contributo – edito da Astrolabio- di T. Mary Brady, psicoanalista dell’American Psychoanalytic Association, nonché docente presso il San Francisco Center for Psychoanalysis.

Con questo testo, che si presenta come il frutto di una scelta che punta all’essenziale, da qui la preferenza verso una struttura breve ad una più articolata, l’autrice sembra parlare al lettore con semplicità e sincerità di temi scottanti, scarsamente esplorati e complessi.

I punti focali della sua indagine analitica, infatti, che ad una prima impressione si colgono in maniera rapida, chiedono, tuttavia, al lettore di partecipare ad un esercizio di ripetuti richiami al fine di chiarirli, verificarli e consolidarli.

È nel suo sentire e in quello che può evocare nel lettore – di fronte a pagine di terapia che si lasciano guardare – che, a mio avviso, si dipana il suo intero lavoro.

La sua scelta, comunica una curiosità profonda verso l’adolescenza e un altrettanto profondo desiderio di condurre – chiunque sia disposto ad abbandonare i timori che essa solleva – verso territori ancora impervi del lavoro analitico e che proprio per tale ragione sarebbe importante conoscere e attraversare.

A tale scopo, il transfert e il controtransfert erotico, l’omofobia interiorizzata ed esteriorizzata, i movimenti sovversivi, gli stati di torpore e tutti quegli ideali eccessivamente rigidi, che possono presentarsi in adolescenza, sono affrontati nelle loro peculiarità limitanti il processo di crescita, ma anche nelle opportunità, se adeguatamente affrontati, di sviluppo che nascondono.

Uno spaccato su un periodo denso di sfide e trasformazioni, in cui l’adolescente è abitato da cambiamenti corporei, prorompenti pulsioni sessuali, stati di confusione e disorganizzazione, una tensione costante tra vecchio e nuovo, tra interno ed esterno, tra appartenenza e separazione, ambivalenza, ansie e sensi di colpa che lo impegnano nel compito di una nuova costruzione identitaria.

Nel lessico di Mary Brady, dunque, non si può fare a meno di notare concetti come sufficienza erotica, turbolenza adolescenziale al rovescio, sovversione, gremlin, che raccontano di un transito verso il mondo adulto per niente semplice; un mondo che poter essere scoperto richiede un avvicendarsi di generazioni in cui il vecchio deve essere messo da parte per lasciare posto al nuovo. Un processo sicuramente non privo di sensi di colpa e resistenze.

Di tutte le fasi evolutive l’adolescenza è quella in cui ci si impegna nella battaglia con il sesso e con l’identità, battaglia il cui esito può essere lo sviluppo, oppure varie forme di difesa (o anche di crollo) (Brady, 2019, p.43).

In tal senso, provando a seguire il discorso dell’autrice e percorrendo per prima la direzione dello sviluppo, ci troviamo dinanzi alla sovversione. Di quest’ultima sono esaltate le qualità positive, la messa in discussione dell’ordine familiare, la conoscenza delle sue peculiarità, l’accertamento della sua resistenza, ossia tutte quelle qualità favorevoli all’indipendenza. Viceversa, imboccando l’altra direzione, quella in cui l’adolescente si difende dal caos dell’adolescenza, è il ritiro dal trambusto emotivo a dominare il campo, nelle sembianze di uno stato letargico che va oltre la sua funzione protettiva. Oppure ancora, sono gli ideali virili, che non ammettono il fallimento – e che compaiono in maniera subdola – riportando alla luce le parti allontanate sotto forma di sintomi spiacevoli come l’insonnia, la balbuzie, l’impotenza, a minacciare il processo maturativo.

Nelle storie dei suoi pazienti, infatti, ci conduce a cogliere proprio lo spazio riservato a questi movimenti e a questi “intoppi”, come pure la sofferenza, i timori, le fantasie e i desideri che a essi si accompagnano. Frank, Mario, Laura, Evelyn, Adele, Luke, Evie, incarnano alcune delle difficoltà incontrate in adolescenza e affrontabili con il lavoro analitico. In esse, l’autrice segnala il ruolo giocato da un ambiente familiare poco contenitivo, disorientato e incapace di riconoscere i bisogni evolutivi del proprio figlio e di sapervi rispondere, ma ci presenta un ambiente – se aiutato adeguatamente – altrettanto idoneo a svolgere la sua funzione di sostegno.

Il suo spirito critico la conduce a non nascondere i limiti dell’indagine psicoanalitica, i retaggi nei confronti dei quali sarebbe necessario uno sguardo più profondo e innovativo e a rivolgere la sua attenzione verso quei contributi, direttamente nati per il lavoro con gli adolescenti e non, che ritiene utili e applicabili al lavoro individuale e con le famiglie.

Il caso di Mario, costituisce, infatti, un importante spunto di riflessione sui necessari passi in avanti da compiere per affrontare le difficoltà che riguardano lo sviluppo della sessualità e il modo in cui le variabili personali, familiari e culturali s’intrecciano indissolubilmente producendo una pericolosa omofobia che è doppiamente dolorosa, proprio perché interiorizzata e vissuta nel proprio ambiente.

L’immagine dell’analista che vuole veicolare è dunque quella di un professionista, ispirato e in accordo con la visione bioniana, che colloca al centro del suo lavoro la capacità negativa, la rêverie, una lettura dei significati multipli dei comportamenti dell’adolescente, il riconoscimento dell’importanza dell’autorità genitoriale, l’accoglienza della propria esperienza con le proprie parti adolescenziali, la possibilità di condurre il paziente verso una condizione di “sufficienza erotica”. In proposito ho trovato particolarmente significative le sue parole quando afferma:

L’analista di un bambino o di un adolescente è esposto a un fuoco nemico quasi continuo. Dobbiamo partecipare al gioco e reagire al comportamento, assorbire le emozioni e i ruoli veicolati nel campo analitico. Dobbiamo reagire al comportamento dentro e fuori dalle sedute, soprattutto con gli adolescenti. A volte siamo costretti e fare opposizione e porre limiti, cercando nel frattempo di conservare la capacità di pensare (Brady, 2019, p.109).

Se nei capitoli precedenti il pensiero di Bion si confonde con quello di altrettanti noti psicoanalisti, è negli ultimi due capitoli che è condensata la testimonianza del suo tentativo di conciliare il corpus bioniano con il lavoro psicoanalitico con gli adolescenti e in particolar modo, come lei stessa segnala, con le famiglie.

Più nel dettaglio, quest’ultima parte accoglie, dapprima una sintetica rassegna dei principali concetti di Bion: lo sviluppo del pensiero, la rêverie materna, il rapporto contenitore/ contenuto, il legame k, la trasformazione di elementi beta in alfa, poi una documentazione della possibile applicazione della teoria dei gruppi al lavoro con gli adolescenti e le loro famiglie.
In quest’ultimo capitolo, in particolare, si concentrano gli sforzi dell’autrice nel segnalare la rilevanza che riveste il lavoro con le famiglie proprio per il buon andamento del lavoro psicoanalitico individuale.

Benché l’adolescente possa aver bisogno di un trattamento individuale […] dobbiamo essere consapevoli del fatto che quando l’adolescente non servirà più da ricevitore di proiezioni patogene le ansie della famiglia rischiano di aggravarsi (Brady, 2019, p.130).

In altri termini, raccogliere informazioni sulle dinamiche familiari consente di riconoscere su quale tipo di funzionamento esse si reggano e il modo in cui poterle aiutare al meglio. È in questo modo che diventa possibile un impegno condiviso verso un funzionamento tipico dei gruppi di lavoro, dunque, proficuo per tutti. Questa è sicuramente la prospettiva migliore, ma va segnalato che passare da una condizione di –K a una di +K, conduce si ad una maggiore consapevolezza, ma anche a una quota di sofferenza che non tutti, in specifici momenti del percorso terapeutico, sono pronti ad accogliere e tollerare.

Svegliarsi dopo la puntura del fuso, come accade a Rosaspina nella fiaba dei fratelli Grimm, non appartiene solo all’adolescente, ma come la stessa Mary Brady segnala, può essere letto anche come passaggio proprio e necessario che coinvolge i genitori e a cui il lavoro analitico può condurre.

Per concludere, la prospettiva che l’autrice propone sembra segnalare una peculiarità del lavoro analitico con gli adolescenti che chiama l’analista a “stare dentro la cosa”. Si tratta di una propensione, a mio avviso, all’esplorazione, un penetrare con non troppo timore in territori mutevoli, dominati da movimenti progressivi e regressivi, movimenti transferali e controtransferali molto vivi, in cui l’atto, il silenzio e il corpo sono al centro della relazione e l’indefinizione cerca un ambiente contenitivo.

 

Fondazione TIM lancia il Bando: Liberi di comunicare. Tecnologie intelligenti e innovazione per l’autismo – Comunicato Stampa

Comunicato Stampa

Fondazione TIM lancia il Bando: “Liberi di comunicare. Tecnologie intelligenti e innovazione per l’autismo”. Le più avanzate tecnologie digitali per progetti mirati a favorire l’autonomia individuale e le interazioni tra persone autistiche e neurotipiche

 

Roma, 9 settembre 2019

Fondazione TIM lancia oggi il bando “Liberi di comunicare. Tecnologie intelligenti e innovazione per l’autismo”, iniziativa mirata a realizzare soluzioni digitali per favorire l’autonomia personale, domestica e lavorativa, l’apprendimento scolastico, lo sviluppo di abilità di linguaggio e di comunicazione nelle persone maggiori di 16 anni con autismo.

Il bando, destinato a soggetti pubblici e privati che operino senza finalità di lucro, è indirizzato in particolare a stimolare nuove idee basate sulle tecnologie più innovative come ad esempio gli algoritmi di intelligenza artificiale, stampa 3D, sistemi vocali, realtà aumentata, giochi e robot, tool immersivi e di localizzazione. Progetti che dovranno essere in grado di raggiungere il più ampio numero di destinatari, con la sicurezza e facilità di utilizzo degli strumenti e l’adattabilità ai bisogni dell’utente, come pure l’integrabilità con eventuali protocolli/tecnologie standard già implementati come, per esempio, le soluzioni smart city/smart home.

Saranno privilegiati progetti open source e tali da garantire l’accessibilità delle soluzioni e la sostenibilità economica dell’evoluzione degli strumenti proposti, elemento chiave per supportarne efficacemente la diffusione in diversi contesti di utilizzo e l’aggiornamento tecnologico.

Fondazione TIM con questo Bando risponde a sempre più diffusi bisogni, come confermano recenti studi epidemiologici (ved. bibliografia), secondo i quali l’incidenza dei disturbi dello spettro autistico si attesta intorno all’1% della popolazione, senza evidenza di variazioni di rilievo per area geografica, né dovute a fattori culturali o socioeconomici.

Maggiori informazioni sul bando www.fondazionetim.it

Per scaricare il comunicato stampa: clicca qui

 

*Fondazione TIM nasce nel 2008 come espressione dei principi etici, del forte impegno di responsabilità verso la comunità e dello spirito di innovazione di TIM. L’impegno è lavorare per un’Italia sempre più digitale, innovativa e competitiva collaborando con gli enti alla realizzazione dei progetti e mettendo a disposizione risorse economiche e competenze proprie del Gruppo.

Riduzione dell’empatia: tra depressione e antidepressivi

Precedenti ricerche hanno trovato una carenza di empatia nei soggetti con depressione. Tuttavia, molti di questi studi sono stati effettuati su pazienti depressi in cura con antidepressivi. La carenza empatica nei depressi è dunque correlata agli antidepressivi o alla depressione in sé? 

 

La depressione è un disturbo psichico invalidante che può compromettere il funzionamento sociale di chi ne è affetto. Poiché l’empatia è una delle abilità alla base del funzionamento sociale, in quanto permette di condividere e comprendere i vissuti emotivi altrui, alcuni studi hanno voluto indagare la relazione che intercorre fra empatia e depressione.

A tal proposito, precedenti ricerche hanno trovato un’effettiva carenza di abilità empatica nei soggetti depressi (Schreiter et al., 2013). Tuttavia, la gran parte di questi studi sono stati condotti su pazienti depressi in cura farmacologica con antidepressivi. Dunque, il presente studio ha voluto indagare se la carenza empatica nei depressi potesse essere correlata agli antidepressivi più che alla depressione in sé.

Lo studio si è avvalso di 64 soggetti, 29 con depressione acuta e 35 controlli, i quali sono stati esposti alla visione di alcuni video (soggetti che venivano sottoposti a stimoli dolorosi) che avrebbero dovuto suscitare empatia. La visione dei video è avvenuta in due momenti diversi: la prima volta senza trattamento farmacologico, la seconda volta, dopo 3 mesi, sotto trattamento farmacologico con antidepressivi serotoninergici (SSRI) e noradrenergici (SNRI, NaSSA). Durante la visione dei filmati i pazienti sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale, per monitorare l’attivazione delle aree cerebrali associate all’empatia, e sono stato chiamati ad indicare il livello di spiacevolezza che le persone del video stavano vivendo (empatia cognitiva) e il livello di spiacevolezza che stavano vivendo loro nel guardarli (empatia affettiva).

I risultati indicano che l’empatia dei depressi, pre-trattamento farmacologico, risultava nella norma (pari a quella dei controlli); al contrario, dopo il trattamento farmacologico (SSRI, SNRI, NaSSA), i livelli di empatia dei depressi calavano sia rispetto ai controlli che rispetto ai loro iniziali livelli di empatia. In particolare, si evince un calo dell’empatia affettiva, ovvero quella che permette di condividere e provare le emozioni altrui, mentre l’empatia cognitiva restava stabile. Il calo di empatia affettiva è stato associato alla riduzione dei sintomi depressivi indotti dagli antidepressivi (SSRI, SNRI, NaSSA).

In conclusione, sembrerebbe che gli antidepressivi diminuiscano il coinvolgimento emotivo a situazioni emotive negative, ma non il coinvolgimento cognitivo che permette di comprendere cosa sta avvenendo. Ulteriori studi potrebbero approfondire tali risultati.

 

Il dolore cronico come preformatore: strategie d’intervento

Il dolore è il risultato di un’elaborazione cognitiva-valutativa, spesso non consapevole, di vari fattori; un coacervo di risultanze: aspetti fisici, genetici, biologici, struttura di personalità, storia personale, emozioni, contingenze, cultura, modelli appresi e anche coordinate spazio/temporali..

 

Un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole, associata a un danno tessutale, in atto o potenziale, o descritto in termini di tale danno (International Association for the Study of Pain – IASP).

Con tale definizione il dolore diventa il risultato di un’elaborazione cognitiva -valutativa, spesso non consapevole, di vari fattori, un coacervo di risultanze: aspetti fisici, genetici, biologici, struttura di personalità, storia personale, emozioni, contingenze, cultura, modelli appresi, coordinate spazio/temporali (passato, presente e futuro). Il dolore è stato ed è un segnale importante per l’uomo, gli ha permesso e gli permette di proteggersi da danni, è un campanello d’allarme per eventuali pericoli, ha promosso l’omeostasi fisiologica. Allorquando il dolore persiste e perde queste sue caratteristiche “protettive” diventa disfunzionale ed esso, con un meccanismo a feedback, influenza e viene “colorato” dalle emozioni: C(d)olore. Questo sistema d’allarme, quinto segno vitale in grado di avvisarci se siamo in zona di danneggiamento, perde questa sua funzione essenziale per lasciare spazio ad altro.

L’insieme dei dati clinici e sperimentali indica che il dolore in origine è mediato sulle fibre nervose mieliniche ed amieliniche, le quali hanno corpi cellulari nei gangli dei nervi cranici e spinali, o sinaptici, per finire nella cute, nei tessuti sottocutanei o nei visceri. Le branche prossimali di questi nervi entrano nel sistema nervoso centrale; nel cervello, nel caso dei nervi cranici, e nel midollo spinale nel caso dei nervi spinali, dove continuano mediante sinapsi con fibre connettici o coi neuroni specifici.

Sappiamo che i recettori specifici deputati per la recezione, localizzazione e trasmissione del dolore sono i nocicettori; siamo a conoscenza che esistono due vie del dolore, anatomicamente individuate in una via della regione sottocorticale ed un’altra nella corteccia, ma poco sappiamo ancora oggi di come questo meccanismo che ci appartiene viene integrato con altri altrettanto complessi procedimenti cognitivi, che ci permettono di elaborare l’esperienza nocicettiva.

Oggi, comunque, generalmente ammesso che sebbene esista una disposizione topografica delle fibre nervose, esistono tuttavia considerevoli variazioni individuali le quali spiegherebbero molte delle apparenti contraddizioni riscontrabili fra i dati patologici del midollo spinale, quando paragonati con i dati clinici (Bonica, Il dolore ,1959)

Già nel 1950, l’autore si interrogava su come il cervello poteva attuare un’azione integrativa nell’interpretazione del dolore, riferendolo ad uno stato emotivo presente, inoltre introduceva un concetto importante: quello della profonda interconnessione tra mente e corpo, della loro reciprocità nel comunicarsi il dolore e di seguito esprimerlo e/o in dati fisici o in un comportamento.

Oggi sappiamo che sono molti i fattori che vengono a convergere e influire su questa comunicazione neuronale: la memoria, l’attenzione, le emozioni, i tratti di personalità e assieme questi riescono a mediare la relazione tra danno fisico e percezione del dolore. Gli autori riuscirono a localizzare le aree deputate alla percezione illusoria; esse sono dovute a una rete neurale disposta tra il talamo e la corteccia e tra la corteccia e il sistema limbico; Melzack(1965) denominò questa rete body – self neuromatrix, che, sebbene sia geneticamente determinata, può trasformarsi in base all’esperienza sensoriale. Il cervello elabora gli stimoli che giungono dalle aree periferiche e li integra in uno schema corporeo, ne consegue che il dolore non è solo la risultanza di dati dovuti a danno tessutale, esso è dovuto ad uno schema sinaptico (in continuo divenire) della neuromatrice, capace di originare pattern neuronali specifici, unendo dati sensoriali con quelli affettivi, cognitivi.

Melzack e Wall(1965) hanno riconosciuto, con le loro ricerche, che nel dolore cronico vi sono delle componenti psicologiche e sociali e che quest’ultime svolgono il ruolo importante nel mantenimento del dolore. Fordyce (1969) notò che le risposte comportamentali che le persone affette da dolore cronico attuavano, venivano rinforzate dall’ambiente, sia perché era il loro stesso comportamento che le sosteneva, sia per fattori culturali. Da qui ne dedusse che vi erano, oltre ad aspetti spiacevoli della malattia, anche benefici o vantaggi secondari che diventavano rinforzatori e mantenevano i comportamenti non adattivi. Fu così che si iniziò ad attuare un trattamento al dolore con approccio multifattoriale.

Nel modello di intervento psicoterapeutico cognitivo comportamentale di terza generazione Acceptance and Commitment Therapy (ACT) viene sottolineato che all’origine della sofferenza umana vi è un voler controllare le proprie esperienze interne; J. Dahl e T. Lundgren nel loro libro (Oltre il dolore cronico, 2014) rintracciano nella persona con dolore cronico comportamenti atti al fine di evitare, allontanare, controllare, modificare i pensieri, le emozioni, i ricordi, tutto ciò che viene ritenuto spiacevole e doloroso. Gli autori differenziano il dolore in pulito e sporco; nel primo fanno rientrare il dolore fisico, mentre in quello sporco rintracciano quello che chiamano la catena del dolore. La persona affetta da dolore cronico inizia ad utilizzare strategie per poter allontanare, cambiare il dolore e questi comportamenti di evitamento diventeranno di seguito degli script rigidi, pervasivi e continuativi nel tempo, l’individuo metterà in atto una lotta con se stesso, contro i propri contenuti mentali spiacevoli e dolorosi.

La persona affetta da dolore cronico è una persona che è stata sottoposta ad esami, più o meno invasivi, ad una serie estenuanti di visite specialistiche, a volte ha subito diagnosi errate prima di poter approdare a quella esatta, altre volte l’accertamento è stato tardivo e il danno si è venuto ad aggravare, si è sottoposto a terapie errate, oppure infinite, chirurgiche, alternative, terapie al limite della scientificità e ha sopportato tutto ciò pur di non sentire il suo dolore. Sono persone che non si sono sentite capite, credute, ascoltate o accolte dai medici, dalle persone che hanno accanto, familiari, amici, parenti. Si sono viste stravolgere la loro vita, hanno rinunciato, o interrotto, non volontariamente, la loro attività lavorativa, gli hobby, le loro relazioni affettive, il loro stile di vita. Sono persone che si trovano imprigionate dai loro sintomi, dalle loro stesse lamentele, dal rumore di sottofondo che quotidianamente gli ricorda che hanno perso dei gradi di libertà.

Inizialmente la persona sente “il dolore pulito”, quello che nasce in una specifica area fisica, esso è solo dolore, successivamente questo diventerà un ritmo pervasivo, un rumore costante e quotidiano, l’individuo sentirà che il dolore lo sta preformando (studi di neuroimaging MRI, fMRI Danes 2016), mutando sia nella sua struttura che nella sua funzionalità. Il dolore pulito si trasforma in dolore sporco. Dahl e Lundgren(2014), paragonano il primo al brusio vitale, mentre il secondo al fango, l’unione dei due dolori porterà la persona a cercare comportamenti di evitamento per non sentire e per poter controllare il suo dolore, bloccando il fluire delle sue azioni, avviandosi verso una restrizione dei valori, verso degli script mentali disfunzionali e verso comportamenti di evitamento.

Nella pratica clinica ho potuto riscontrare come in verità da questo dolore sporco nasce qualcosa di creativo, che porta a trasformare il fango, elemento materico, in giara o altro contenitore di narrative intrapsichiche ed interpsichiche rielaborate e ristrutturate e di dolore/colore accettato in tutte le sue possibili nuance; appunto una preformazione sia in profondità che in superficie come viene attestato dagli studi di neuroimmaging.

Attraverso studi (Vadivelu, 2017) effettuati tramite revisione della letteratura scientifica sappiamo che vi è una maggiore probabilità, per chi ha una sofferenza cronica, di sviluppare ansia, depressione, rabbia, somatizzazioni, bassa autostima e un senso di impotenza, non self efficacy e in generale comportamenti emotivi disfunzionali. Spesso chi soffre di dolore cronico può sviluppare una psicopatologia. La persona con sofferenza cronica mette in atto strategie disfunzionali pur di evitare l’esperienza dolorosa, vi sono dei pensieri irrazionali. La catastrofizzazione è una delle possibili strategie che le persone affette da dolore cronico possono mettere in atto; essa è un’amplificazione dell’evento spiacevole, doloroso, degli effetti negativi del dolore; è il pensare che l’evento che gli sta “capitando” possa diventare minaccioso, nocivo, appunto catastrofico.

La CBT prende in esame un vasto range di contenuti di elaborazione cognitiva che coesiste con i pensieri delle persone affette da patologie croniche risultando così utile sia per prevenire sia per il trattamento terapeutico attivo. Essa viene usata nel trattamento dei disagi, delle abitudini disfunzionali, per ridurre i sintomi di tanti disturbi picopatologici; viene impiegata attraverso tecniche quali: il rilassamento (rilassamento progressivo, stress inoculation, ad es.), la Cognitive restructuring, il Coping skills training, la psicoeducazione, il goal setting, pianificazione mediante diari delle fasi quotidiane del paziente (ad es. circa il suo ritmo circadiano). Lavora sui costrutti di attribuzione causale come quelli della self- efficacy, del locus of control, permettendo di avviare un percorso attivo per motivare e mantenere il tragitto della cura. Un valido strumento che viene in aiuto a noi operatori del settore e che possiamo somministrare durante l’assessment per poter individuare indici di cronicizzazione è il Cognitive Behavioural Assessment (CBA). Obiettivo di base delle terapie cognitivo comportamentale è quello di ridurre i comportamenti non adattivi, disfunzionali, dovuti ad apprendimenti, a sentimenti di impotenza, all’eccessiva sensibilità al dolore. Per attuare ciò si utilizzano strategie che rendono capace la persona di affrontare il dolore, modificando e migliorando la sua flessibilità psicologica, la capacità di controllare il dolore, promuovendo nuove strategie di coping, empowerment, nuove competenze ed abilità. Nel setting e grazie alla relazione terapeutica e al conseguente empirismo collaborativo, si lavora assieme al paziente verso obiettivi condivisi, lo si pone nella condizione di attuare le sue scelte poiché è lui che sa qual è la direzione dei sui valori, come vuole vivere la sua Vita. Compito dello psicoterapeuta è quello di aiutare a riconoscere i sentimenti, i comportamenti, i pensieri e il dolore, dolore che non verrà ad essere eliminato; assieme al paziente si analizzeranno gli ambiti di vita per cercare di renderli più variegati, significativi, ricchi, flessibili; gli si indica l’accettazione come apertura verso il proprio dolore cercando di non contrastare quest’ultimo, prediligendo di vivere realizzando scelte e azioni “libere” e non in relazione al dolore; portando la persona verso la costruzione di nuovi pattern flessibili di comportamento.

Le persone affette da dolore cronico si identificano e rimangono intrappolate col dolore stesso, con il dolore “sporco/ colorato”, con la loro patologia, con le loro emozioni e da essi si lasciano manipolare: spesso questi comportamenti sono supportati dalle contingenze (modelli culturali ad esempio). La defusione è un’opportunità per ritornare ad esperire la vita rielaborando l’esperienza nocicettiva e ampliando il repertorio esperienziale. Da supporto per poter attuare la defusione si può utilizzare la Mindfulness (letteralmente significa “piena consapevolezza”), secondo Thich Nhat Hanh (2017) essa è come un energia dell’essere consapevole e svegli nel momento presente. Nel 1979 il dr. J. Kabat- Zinn ideò e strutturò la Mindfulness- Based Stress Reduction (MBSR) per poter somministrare una terapia ai malati cronici; questa tecnica risulta d’aiuto ai pazienti affetti da dolore cronico, nello specifico nel ridurre i pensieri e i comportamenti di rimuginio e di distrazione. Obiettivo della terapia è quello di defondersi dai propri pensieri dolorosi ampliando e sviluppando il Sé Osservante, per porsi in una posizione di differente prospettiva, iniziando un percorso verso l’accettazione del dolore, passo importante per poter vivere una vita che si incammina verso i propri valori: come un impegno quotidiano.

L’accettazione non è la rassegnazione passiva… non significa arrendersi e accettare semplicemente che non possiate fare nulla per il vostro dolore o per la vostra vita. Questo stato mentale non scaturisce dal darsi per vinti nella lotta con il dolore, ma è la conseguenza dello smettere di lottare contro sé stessi  (J. Dahl, Oltre dolore cronico, 2014)

 

Costruire l’autonomia e contrastare i comportamenti problema: l’importanza dell’educazione strutturata

Di fronte a persone con disabilità, la cui vita dipende spesso dalle scelte che altri fanno per loro, risulta importante strutturare interventi per far emergere le loro abilità e potenzialità: l’educazione strutturata si presenta come un’ottima strategia di intervento tesa a costruire e arricchire l’autonomia dei singoli e a contrastare i comportamenti-problema di ognuno, in un ambiente ricco di stimoli.

 

La questione dell’indipendenza è un’impresa cruciale per il mondo della disabilità mentale ma non impossibile in quanto molti risultati possono essere raggiunti anche facilmente.

In questa sfida sono coinvolti molti protagonisti e molti fattori; alcuni di questi ultimi sono:

  • Il potenziale di apprendimento di abilità nella persona
  • La valutazione competente, approfondita e realistica delle abilità della persona
  • L’ambiente organizzato per l’indipendenza
  • Calma, tempo e tranquillità
  • La gestione del rinforzo
  • Il controllo degli stimoli

La tecnica TEACHH

La tecnica TEACCH del lavoro indipendente consiste nel proporre compiti non solo organizzati secondo un’appropriata gradazione di difficoltà, allo scopo di favorire apprendimento senza errori, ma anche materialmente organizzati in modo da garantire assoluta indipendenza nella comprensione del compito, del modo di svolgerlo, della sua durata e della sua fine. Nata all’interno del programma statale del Nord Carolina fondato da Eric Schopler negli anni ’70, questa metodologia ha come scopo il trattamento e l’educazione delle persone affette da disturbi generalizzati dello sviluppo e con disabilità intellettiva, comprende servizi di diagnosi-valutazione, programmazione educativa, training dei genitori, degli insegnanti e degli operatori e si occupa di persone con autismo e disabilità intellettiva dall’infanzia all’età adulta, dalla scuola materna all’impiego e vita nella comunità; esso è l’unico programma universitario statale autorizzato per legge a fornire servizi, ricerca e formazione multidisciplinare per questi tipi di problematiche.

Tre sono i princìpi fondamentali della Division TEACCH:

  • Individualizzazione: mete e obiettivi devono essere scelti in base all’approfondita valutazione individuale e la scelta dei modi per aggirare le difficoltà deve sfruttare i punti di forza riscontrati nel disabile
  • Flessibilità: modalità e strumenti dell’educazione, oltre ad essere scelti per rispondere ai bisogni dell’individuo, si devono modificare in base al variare delle sue necessità e delle sue abilità
  • Indipendenza: gli sforzi di tutti coloro che lavorano con persone affette da disabilità intellettiva non sono limitati all’insegnamento di nuove abilità, ma concentrati anche nella facilitazione dell’uso indipendente, utile, significativo, flessibile e spontaneo delle abilità possedute. Chiaramente deve essere ridotta al minimo, anche gradualmente, l’interferenza da parte di una persona esterna.

Fondamentale è quindi individuare chiaramente le attuali abilità possedute dal disabile e le abilità necessarie per svolgere il compito proposto: si ha infatti indipendenza in un compito quando esso richiede, per essere svolto, abilità che sono già possedute da chi lo svolge.

Se vogliamo davvero favorire l’indipendenza bisogna ricordare che:

  • È indispensabile una valutazione delle abilità del soggetto con disabilità intellettiva relative al compito da proporre
  • Occorre una conoscenza di quali abilità sono necessarie per svolgere il compito proposto (analisi del compito)
  • Bisogna controllare il modo il cui si chiede di svolgere il compito, così da legare il comportamento del soggetto alle variabili inerenti al compito e non alle interferenze

Un concetto fondamentale legato a quanto detto sopra è quello della facilitazione. Facilitare significa adattare i compiti alle abilità già possedute depurandolo da quelle complicazioni che renderebbero l’apprendimento o l’esercizio autonomo impossibile.

Se si riuscirà a facilitare frequentemente lo svolgimento dei compiti ai soggetti con disabilità intellettiva, allora sarà più probabile che essi apprendano a svolgere questi compiti in autonomia.

Possiamo dividere le facilitazioni in due tipi:

  • Intervento di aiuto a svolgere il compito: si tratta dell’usuale aiuto graduale. Davanti al compito difficile dal disabile, lo si aiuta a compierlo, ritirando poi progressivamente l’aiuto fino a permettere l’esercizio autonomo del compito appreso. Nel caso in cui l’attività richieda l’uso di abilità non possedute o emergenti, il tempo di aiuto sarà lungo e ciò potrà provocare dipendenza: in questo caso conviene aiutare direttamente il disabile
  • Organizzazione facilitata del compito – esso consiste nel:
    • Preparare il compito in modo che esso si presenti di adeguata complessità e alla portata del soggetto con disabilità intellettiva
    • Variare gradualmente questa organizzazione in modo che il soggetto possa affrontare in modo indipendente la novità in quanto quest’ultima comporta l’uso di una abilità che è già presente nel repertorio ma viene usata di solito in compiti diversi
    • Organizzare il compito in modo che fornisca immediatamente il prompt a fare da soli

Educazione strutturata: l’esperienza nell’Istituto Ospedaliero di Sospiro (CR)

È in quest’ultima categoria che è contenuta l’ educazione strutturata, attività che data la semplicità, l’evidenza e l’utilizzo nella realizzazione di materiale povero, dal 2014 i medici, la caposala e le educatrici professionali hanno deciso di farla svolgere agli ospiti del reparto RSD6 dell’Istituto Ospedaliero di Sospiro in provincia di Cremona.

Inizialmente le attività venivano svolte per riempire il tempo, per tenere occupati quei pazienti affetti da gravi disabilità che causavano problemi di tipo relazionale e gestionale, per cercare di creare un ambiente di vita il più possibile ricco di stimoli per tutti e per creare una sorta di autonomia in ciascuno degli ospiti, sempre dipendenti dagli operatori; successivamente, vedendo dei risultati nella maggior parte dei casi positivi, si è deciso di mantenere attivo questo progetto.

Nella realizzazione delle attività, il team ospedaliero ha così agito:

  • Stilato una sorta valutazione iniziale il più possibile attenta e realistica delle abilità e delle capacità di ciascun paziente così da non creare esercizi troppo complessi od inadeguati
  • Raccolto il materiale ed assemblato
  • Creato un ambiente il più adatto possibile alle esigenze di ciascuno con tavoli, scaffali a destra e a sinistra di ciascun piano d’appoggio, sedie per chi non è in carrozzina
  • Mostrato l’iter dell’attività (prendere il materiale dallo scaffale di sinistra, svolgerlo, posizionarlo in quello di destra) tutte le volte che l’educatore lo riteneva disponibile
  • Rilevato, tramite griglie, i possibili miglioramenti; esse sono:
    • Griglia di valutazione Prima e Dopo: questo strumento si basa sulla valutazione AAPEP (Profilo psico-educativo per adolescenti ed adulti) la quale è costituita da una serie di prove che permettono di definire il profilo psicoeducativo del disabile adulto; il suo obiettivo è quello di definire specifiche abilità di base su cui lavorare al fine di sviluppare nuove abilità. Per ogni item esistono tre punteggi possibili: Acquisito (quell’abilità è saldamente posseduta), emergente (quella determinata capacità risulta essere il possibile insegnamento), non acquisito (l’item è troppo lontano dalle sue momentanee possibilità). Il profilo psicoeducativo completo del disabile deriverà quindi dall’analisi dei successi, degli insuccessi e delle emergenze di ognuno alle diverse prove. Con esse gli educatori valutano e monitorano le abilità di ciascuno, sia all’ingresso che durante tutta la permanenza in istituto del paziente.
    • Scheda di rilevazione attività occupazionali e tempo di impiego: la scheda mostra le attività che ogni paziente svolge durante la settimana; possono essere eseguite interamente, parzialmente o non eseguite del tutto per diversi motivi.

Le attività vengono svolte, durante la mattinata, dalle ore 9:45 circa, dopo la colazione e l’igiene personale di ciascuno, alle 11:30 circa, prima del pranzo.

Osservazione dei dati

Analisi bivariata con calcolo delle differenze Prima – Dopo:

Educazione strutturata strategia di intervento per raggiungere l autonomia - IMM 1

Imm. 1 – * 2 casi sono rimasti invariati (Giovanni C., Gianfranco S.)
* 9 casi hanno avuto dei miglioramenti in modo totalmente acquisito o emergente (Maria Catena S., Giovanna B., Ines D., Dina B., Maria Grazia S., Giuseppe G., Carlo P., Angelo C., Renzo L.), con una rispettiva diminuzione dei valori nell’ambito dei non acquisiti

Educazione strutturata strategia di intervento per raggiungere l autonomia - IMM 2

Imm. 2 – Il grafico mostra i dati relativi al punteggio Acquisito: i miglioramenti si notano in tutti i casi tranne in tre casi rimasti invariati (Giovanni C., Franco S., Renzo L.)

Educazione strutturata strategia di intervento per raggiungere l autonomia - IMM 3

Imm. 3 – Il grafico mostra i dati relativi al punteggio Emergente: nella rilevazione Dopo si notano dei miglioramenti tranne in due casi (Giovanni C., Franco S.) rimasti immutati

Educazione strutturata strategia di intervento per raggiungere l autonomia - IMM 4

Imm. 4 – Il grafico mostra i dati relativi al punteggio non acquisito: la diminuzione è evidente in tutti i casi tranne nei tre (Giovanni C., Carlo P., Franco S.) in cui i valori sono pari a zero sia Prima che Dopo

Di fronte a persone con disabilità, la cui vita dipende dalle scelte che altri fanno per loro, non bisogna dimenticarsi della dimensione soggettiva e dei loro sentimenti: esse non sono oggetti da manovrare ma individui da stimolare così da far emergere le loro abilità e potenzialità. Per operare positivamente a favore delle persone con disabilità occorre quindi formulare delle possibilità di vita e di benessere che superino le menomazioni reali e visibili. Leggere in modo competente le difficoltà è una delle abilità che gli educatori che si occupano di disabilità devono possedere: la possibilità di mettere a punto strategie ed interventi efficaci dipende anche dalle capacità di formulare ipotesi appropriate e significative rispetto a quei comportamenti ritenuti problematici.

Visti i risultati ottenuti, l’educazione strutturata si è presentata come un’ottima strategia di intervento tesa a costruire ed arricchire l’autonomia dei singoli e a contrastare i comportamenti-problema di ognuno, in un ambiente ricco di stimoli ottimizzando il loro tempo.

Consiglierei dunque l’utilizzo di questo programma anche ad altri istituti ed a soggetti affetti da disturbi generalizzati dello sviluppo e con disabilità intellettiva e psichica.

 

ARTICOLO ESTRATTO DALLA TESI DI LAUREA
CONSULTABILE CLICCANDO QUI

 

L’esperienza disumanizzante della guerra tra le pagine de “La lunga attesa” di Wilfred Bion

La Lunga Attesa, la prima parte della autobiografia di Wilfred Bion, è un’opera incompiuta e impressionistica che narra i primi 24 anni di vita dell’analista britannico, cercando di mescolare “Due correnti di verità: quella che proviene dai fatti, la verità storica, e quella che proviene dalla psicologia, la verità psicoanalitica”. 

 

Sono dell’idea che tutti, non solo i pochi fortunati addetti ai lavori della psicologia che vi ci si possono imbattere, dovrebbero leggere La Lunga Attesa, la prima parte della autobiografia di Wilfred Bion.

Un’opera incompiuta e impressionistica, pubblicata postuma nel 1986, che in questo volume – il racconto prosegue e rapidamente si interrompe ne “A ricordo di tutti i miei peccati” – narra i primi 24 anni di vita dell’analista britannico, cercando di mescolare “Due correnti di verità: quella che proviene dai fatti, la verità storica, e quella che proviene dalla psicologia, la verità psicoanalitica”.

Partendo dall’infanzia in India, si risale e si attracca nell’Inghilterra vittoriana dove Bion trascorse la sua adolescenza, per culminare nel racconto dell’esperienza più sconfinata che egli sperimentò nella sua vita: la partecipazione come soldato, ufficiale carrista, alla Prima Guerra Mondiale.

Quasi 200 delle 300 pagine sono risucchiate dal tumulto di quei 4 anni.

In questo libro – recita la prima riga della prefazione – la mia intenzione è stata quella di essere veritiero.

Non ci è riuscito del tutto Bion. Nella rievocazione della sua storia egli ha sacrificato alcuni aspetti di sé per dare voce, soprattutto, alle parti più tormentate e dolorose. Come se scrivendo si sentisse libero di restituire un po’ di riconoscimento alle correnti pulsionali che negli anni della sua affermazione come uomo e come psicoanalista aveva dovuto imparare a riconoscere e a gestire, senza riuscire completamente ad integrare.

Il suo testo tracima di cinismo e disincanto. Bion lascia riaffiorare soprattutto la vergogna, la paura, il senso di inettitudine e di fallimento che per tutta la vita, come un borsone pesante, aveva avuto l’impressione di trascinarsi appresso:

Ora ero assai cosciente di me stesso, ma quel me stesso di cui ero cosciente, pavido e imbronciato, non era all’altezza del valore che attribuivo alla mia persona…Quello mi piaceva pensare era il mio vero aspetto, non l’oggetto triste e deprimente che vidi per tanti anni. Mai mi capitò di vedere qualcosa di diverso. 

Il flusso torbido e unilaterale di emotività finisce con l’inficiare la sua aspirazione, un po’ chimerica, alla Verità. Ma forse è proprio abbandonandosi a questo flusso che Bion ha potuto riesumare con così grande dettaglio e coinvolgimento il drammatico ingorgo esistenziale che fu per lui l’esperienza di soldato.

La generazione di chi scrive è vissuta all’infuori della guerra. Ne ha sentito parlare, magari nei ricordi frammentati di qualche anziano in famiglia o a scuola; si è lasciata avvincere da ricostruzioni cinematografiche o romanzesche più o meno grossolane; ha assistito, di solito più per caso che per intenzione, a qualche filmato di telegiornale che immortalava lumi di fuochi artificiali comparire e svanire nei cieli notturni del Kosovo, dell’Afghanistan, dell’Iraq o della Siria.

Ma la mia generazione non sa nulla di ciò che sia davvero la guerra. E questa è un’ignoranza pericolosa, perché ciò che non si conosce si può solo ipotizzare, fantasticare o ricostruire. E nel gioco forzoso della ricostruzione rischiano di venir meno pezzi del passato determinanti nei momenti in cui, nel nostro quotidiano, operiamo le scelte che definiscono il nostro futuro.

La guerra che noi ascoltiamo, leggiamo o guardiamo su uno schermo, è sempre permeata di una razionalità, di un’anima che non le appartiene. Ma la guerra, come manifestazione più pura della distruttività umana o di quella che Freud ha chiamato Pulsione di morte o Thanatos, è in sé impermeabile agli strumenti più evoluti dell’intelligenza umana. La ragione precede o segue una guerra, ma non può mai fondarne lo sviluppo, non può mai costituirne la materia essenziale.

Ciò che a noi può arrivare di intellegibile è sempre una rilettura postuma, frutto della propensione umana a ricostruire narrativamente tutto ciò che accade.

Ma rileggendola in tale maniera, la guerra si riempie di caratteri impropri di razionalità. Ci sono vincitori e vinti, attaccanti e difensori, buoni e cattivi. Ci sono manovre dotate di significato, intenzioni e strategie. La guerra, nei limiti entro cui noi la possiamo raccontare, diventa necessariamente una storia dotata di senso.

Per questo tutti dovrebbero leggere un libro come La lunga attesa.

Perché Bion, che la guerra l’ha vissuta davvero, ci sbatte in faccia tutta un’altra storia. E ci trascina dentro uno scenario che a noi, assuefatti al senso e alla ragione, non può che sembrare alieno, incomprensibile, ai confini di quello che si può considerare reale.

Ciò che emerge con più violenza dal suo racconto è la totale insensatezza della guerra. Ma non una insensatezza morale od etica, qualcosa come una condanna – La guerra genera sofferenza. Gli uomini non dovrebbero farsi la guerra -. Bion su questo evita esplicitamente di prendere una posizione:

Anche la guerra era una faccenda complicata. La mia esperienza in proposito fino a quel momento avrebbe ben potuto permettermi di trarre qualche conclusione, ma per quanto mi riguardava non avevo imparato proprio nulla.

La scelta di sospendere il giudizio sorge dalla necessità di spogliare il testo di ogni posticcia contaminazione razionale, per ricercare un contatto puro con la dimensione emotiva di quello che fu il suo sé ventenne. E Bion, calandovisi dentro, non può evitare di riesumare anche le meschinità, i piccoli egoismi e i timidi sogni di gloria che animavano quel ragazzo e che gli impedivano una condanna assoluta del conflitto:

Ero furioso. Perché? Non mi rendevo ben conto del fatto che in realtà ero lì per combattere. Ero dominato dall’idea romantica che il mio ruolo adesso fosse quello dell’eroe, del decorato, che trascorre il resto della sua esistenza crogiolandosi al tepore dell’approvazione altrui…Sentivo che da parte mia era stato bello “guadagnarmi” quella medaglia…penso proprio che già cominciassi a credere di essermela guadagnata.

Ma allora, se non è una questione di giusto o di sbagliato, perché è insensata la guerra?

Il messaggio che trapela dalla narrazione aggira il più delle volte le valutazioni consce del giovane Bion, troppo indaffarato a restare vivo e a colmare la distanza infinita tra il suo sé ideale e quel grosso bamboccione inetto che sentiva al tempo stesso di essere. Ma si intrufola nell’intreccio degli avvenimenti, nell’impressione estenuante di distorsione, di irrealtà e di caos che ne caratterizza l’avvilupparsi:

Restammo lì in attesa che accadesse qualcosa. Non avevamo nemmeno cominciato a renderci conto che in guerra non succede nulla, oppure (che in fin dei conti è quasi la stessa cosa) che in guerra nessuno sa cosa stia succedendo.

Vivere una guerra vuol dire ritrovarsi sballottati in un groviglio incomprensibile di situazioni prive di logica e direzione, che muovono gli individui senza che questi possano afferrarne il senso o rivendicare su di esse alcuna intenzionalità. Viene cancellato lo spazio potenziale per l’epicità, l’eroismo, la tragedia o qualsiasi altra categoria concettuale con cui noi siamo soliti Rileggere una guerra, e ciò che rimane è una sequela infinita di frammenti un po’ grotteschi tra loro impossibili da legare:

Se avessi saputo da che parte era il nemico, o anche solo la Germania, avremmo potuto sparare in quella direzione. Tirai fuori la bussola. A malapena riuscii a credere ai miei occhi quando vidi che eravamo rivolti nella direzione sbagliata.

Ciò che estrania di più il lettore però non è la stolida irragionevolezza delle azioni belliche – Non ricordo che a nessuno di noi fosse passato per la testa, anche per un solo momento, che un carro armato da 40 tonnellate potesse galleggiare; il fango doveva essersi infiltrato in quel luogo dove avrebbe dovuto esserci il cervello. – ma la precarietà delle stesse, l’assoluta inconsistenza dell’Azione in generale. I tentativi di fare qualcosa inciampano con la casualità delle conseguenze, impedendo all’individuo di tracciare la linea causale che porta da ciò che si è fatto a ciò che quindi accadrà. Con il risultato che persino la veridicità degli eventi si ritrova costantemente in discussione:

(Cercando su una mappa la posizione del suo battaglione) Ovviamente non poteva essere a ovest; ci saremmo trovati dietro le linee tedesche. E nemmeno a Est, perché avrebbe voluto dire che non eravamo entrati in azione. Però, ora che ci pensavo, non ero affatto certo che fossimo davvero entrati in azione.

La realtà presto inizia a vacillare e si tramuta in un gigantesco e indecifrabile pantano in cui l’individuo non solo non riesce a distinguere la cosa accaduta da quella non accaduta, ma fatica a discernere i compagni dagli avversari, gli attaccanti dai difensori, i morti dai vivi. L’ambiente esterno si confonde in un marasma da cui ognuno prova a scappare, rincorrendo le uniche possibili certezze negli stati emotivi e nelle sensazioni che sgorgano dall’interno di sé:

Dalla sera prima avevamo dovuto sostenere sei assalti nemici contro le nostre posizioni. Non dirò che li avevamo respinti. Li avevamo affrontati; gli avevamo sparato. Perché avessero insistito e come mai alla fine si fossero fermati, non lo so. Forse i loro incubi erano peggiori dei nostri, in quanto ai loro era frammista la speranza, mentre i nostri non erano turbati da qualcosa di così snervante.

Rabbia, inquietudine e terrore, così come fame, sonno, caldo o freddo, diventano gli unici segmenti di realtà di cui ci si possa fidare. Ma sono segmenti penosi, che logorano con estenuante lentezza o che divampano in improvvise esplosioni che valicano le possibilità individuali di contenimento e comprensione:

La nostra marcia era malinconica, irritante, irragionevole, quasi dovessimo rispettare un appuntamento con le illustrazioni di un settimanale popolare, dalle didascalie intese a suscitare una languida curiosità…per quanto ci riguardava, sembrava improbabile che la nostra marcia potesse in qualche modo ottenere un risultato. Avrebbe rappresentato soltanto una seccatura, se non fosse stata rovinata da orrendi, informi, grumi di paura.

Qual è l’assurdità dell’esperienza di guerra? Ciò che Bion pare volerci suggerire, è che pur attraversandola, pur ritrovandosi immersi dentro di essa, della guerra non è possibile fare esperienza.

Fare esperienza di qualcosa significa, per noi uomini, viverla nella sua interezza, in un percorso interiore che dalle sensazioni più immediate della percezione risale attraverso l’innescarsi di emozioni e sentimenti, di associazioni e memorie che si inerpicano fino agli strati più alti della coscienza, là dove l’integrazione di ogni parte trova il suo compimento.

Io so chi sono, io so cosa sento, io so cosa sta succedendo, io so cosa farò.

Ma la guerra è una non-esperienza perché rende impossibile questo concatenarsi di passaggi.

Dati sensoriali estremi, ai limiti della sostenibilità fisica, si mescolano a emozioni ingovernabili, angosce primitive di morte e annichilimento che sopraffanno la capacità del singolo e del gruppo di elaborazione razionale. E il risultato è una scissione costante tra il sopra e il sotto, tra uno strato stravolto da orrendi, informi, grumi di paura e una sovrastante coscienza rattrappita, orfana di dati organizzabili, che sbanda e smarrisce le sue capacità di guidare l’agire.

L’individuo si ritrova perciò prigioniero in un limbo di non-esistenza dove l’unico, reale combattimento diviene quello per preservare la sua integrità e non crollare nel baratro della frammentazione.

La bellezza del testo sta proprio nella maestria con cui Bion è riuscito infondervi questo senso di precarietà, di smarrimento, di – sfibrante caracollare sull’orlo del precipizio – in una maniera così vivida e autentica che si impressiona nella mente di chi legge più di qualsiasi lezione morale sulle ingiustizie e le sofferenze che può causare una guerra. Ciò che ci rimane dentro è l’immagine di un colossale e frastornante teatrino dell’assurdo, in cui nulla può essere preso sul serio e nemmeno gli eventi più tragici possono rivendicare alcuna pretesa di dignità. Perché nella rigida compartimentazione che si genera e disconnette i segmenti della nostra psiche, qualsiasi emozione, per quanto feroce o impetuosa, si riduce ad un lapillo che arde brevemente e si poi spegne senza lasciare nulla di decifrabile dietro il suo passaggio. Restando così aliena non solo alla comprensione individuale, ma pure ad ogni forma di commozione e condivisione con l’altro.

Pensai che avrei potuto scambiare un’ultima parola con Bonsey, sulla via del ritorno, ma era rimasto ucciso. Requiescat in pace. “Ci vediamo in tempo di pace, vecchio mio”. Ne fui scosso; e fui scosso nello scoprire che non me ne importava. Dovevo ancora familiarizzare con l’intensità del cameratismo del tempo di guerra, quando ogni dettaglio, un gesto o un’intonazione, si imprimeva nella mente in modo apparentemente indelebile. Trascorsa una settimana tutto era passato, e allo stesso tempo non era passato.

 

Un altro organo per regolare le reazioni di stress: le ossa!

Anche lo scheletro, come i circuiti cerebrali, si sarebbe evoluto per consentire ai vertebrati di fronteggiare stress e pericoli, soprattutto nella fase acuta quando cioè il pericolo è imminente e vi è l’urgenza da parte dell’animale di una reazione.

 

Adrenalina. Questa parola è sinonimo di eccitazione, agitazione, dell’intero nostro corpo che si prepara all’attacco o alla fuga, del respiro affannoso, della vista che si acuisce, dei pensieri che corrono velocemente nella mente, della temperatura corporea che aumenta, del cuore che comincia a battere all’impazzata.

Una volta prodotta dalle ghiandole surrenali, l’adrenalina entra in circolo nel flusso sanguigno raggiungendo organi e muscoli periferici rendendo possibile la reazione dell’organismo a fronte di un pericolo imminente.

La detezione e la successiva esposizione a uno stimolo esterno valutato come pericoloso e minaccioso comportano l’attivazione repentina e selettiva dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) da parte dell’amigdala (Calhoon & Tye, 2015). A partire dall’amigdala, l’attivazione dell’asse HPA porta alla secrezione e al rilascio di ormoni glucocorticoidi – tra i più famosi vi troviamo il cortisolo, l’ “ormone dello stress” – che contribuiscono alla modulazione del sistema nervoso autonomo di tipo simpatico, ultimo coordinatore delle reazioni acute allo stress.

In parallelo agli studi di approfondimento dei circuiti neurali legati alla paura, nel 2009 il gruppo di lavoro della Columbia University, guidato da Gerardm Karsenty, ha investigato la funzione del sistema endocrino nell’innesco dei processi fisiologici caratterizzanti le reazioni a eventi stressanti scoprendo l’interessante e sorprendente ruolo dell’osteocalcina nel favorire l’aumento della produzione di testosterone, del metabolismo energetico (Yadav, Karsenty et al., 2009) per supportare l’animale nell’attacco o nella fuga di fronte al pericolo e di alcune capacità mnestiche (Oury, Khrimian, Denny et al., 2013): l’animale infatti necessita di codificare in memoria e successivamente di recuperare informazioni pregresse, emotivamente salienti, circa l’ambiente in cui si trova e le potenziali minacce presenti con lo scopo ultimo di sopravvivere.

Pertanto, a partire da questi dati, la sua équipe di lavoro ha voluto approfondire l’ipotesi per la quale anche lo scheletro, come i circuiti cerebrali, si sarebbero evoluti per consentire ai vertebrati di fronteggiare un pericolo, soprattutto nella fase acuta quando cioè quest’ultimo è imminente e vi è l’urgenza da parte dell’animale di una reazione.

Per testare il ruolo dell’osteocalcina nel coordinamento dei processi fisiologici che darebbero origine alle reazioni acute allo stress, Berger, Karsenty del dipartimento di genetica della Columbia University e colleghi del Metabolic Research Laboratory afferente al National Institute of Immunology di New Delhi, hanno utilizzato un modello sperimentale animale che prevedeva l’utilizzo di due gruppi di roditori, di cui uno geneticamente modificato per non produrre osteocalcina, e diverse misurazioni elettrofisiologiche complesse per la registrazione dell’attività nervosa simpatica degli animali e dei loro livelli ormonali presenti nella circolazione sanguigna (Berger, Singh, Khrimian et al., 2019).

Le evidenze ottenute, pubblicate recentemente su Cell Metabolism, sono state ottenute confrontando le reazioni d stress dei due gruppi di topi, precedentemente condizionati in modo avversivo, a fronte di uno shock elettrico.

A seguito della somministrazione dello shock elettrico, il gruppo di topi, geneticamente modificati per non produrre osteocalcina, a malapena manifestava una reazione avversiva di paura rispetto al secondo gruppo, che a sua volta, in modo sorprendente, presentava un incremento delle risposte fisiologiche sotto forma di aumento della temperatura, della frequenza respiratoria e del battito cardiaco, dopo la somministrazione tramite iniezione di osteocalcina, senza che vi fosse stata l’esposizione allo shock elettrico: è apparso da subito evidente come la mera somministrazione di osteocalcina, senza la presenza di un trigger esterno minaccioso, sia stata sufficiente a determinare quei medesimi livelli di attivazione fisiologica esperiti dagli animali nella fase precedente di condizionamento avversivo.

I dati fisiologici di attivazione animale determinati dalla presenza/assenza di osteocalcina hanno suggerito come, una volta avvenuta la detezione di uno stimolo minaccioso da parte degli organi percettivi preposti e l’attribuzione di una salienza negativa da parte dell’amigdala allo stimolo ambientale, immediatamente quest’ultima tramite segnali chimici aumenti la ricaptazione di glutammato da parte degli osteoblasti, le cellule ossee, che a loro volta rilasciano osteocalcina; questa va ad inibire l’attività del sistema parasimpatico favorendo di conseguenza la reazione fisiologica simpatica di stress (Berger, Singh, Khrimian et al., 2019).

Tutto ciò a sostegno di come lo scheletro si sia in parte evoluto nel corso del tempo per incrementare ulteriormente la capacità dei vertebrati di rispondere efficacemente ad un ambiente esterno imprevedibile ed ostile andando a potenziare le reazioni fisiologiche attivate dal sistema nervoso autonomo simpatico tramite la bioattivazione dell’osteocalcina.

In conclusione, non sarebbe l’adrenalina ad avere un ruolo cruciale nel determinare il passaggio da uno stato di “riposo” ad uno di attivazione fisiologica, bensì l’osteocalcina e ciò spiegherebbe la ragione per cui alcuni soggetti ai quali sono state asportate entrambe le ghiandole surrenali a causa di gravi condizioni mediche, continuino ad esperire intense reazioni fisiologiche assimilabili a quelle di paura.

 

L’amico di Wigner e la psicoanalisi relazionale

Il concetto di osservatore in fisica ci porta verso una riformulazione della nozione di relazione, sia in natura che in psicologia. Relazionale, allora, è la natura nel suo nucleo più profondo, dove nulla è quello che è se non in relazione a qualcos’altro che funge da osservatore, che ne è la misura.

 

Da pochi mesi il gruppo di lavoro guidato da Alessandro Fedrizzi (viennese, di italiano ha solo il nome) presso la Heriot-Watt University di Edimburgo ha portato a termine un esperimento che, fino ad oggi, era stato solamente un esperimento mentale conosciuto come Wigner’s friend paradox, successivamente immaginato nella sua possibile realizzazione dal fisico austriaco Caslav Brukner ed infine, realizzato, appunto, dal team di Fedrizzi. In cosa consiste l’esperimento mentale da cui è poi partita la ricerca? Eugene Wigner (Nobel per la fisica nel 1963) si chiedeva che cosa sarebbe successo se nel laboratorio nel quale c’era la scatola col “gatto di Schrodinger” un suo amico avesse proceduto alla misura dello stato di sovrapposizione gatto vivo gatto morto, facendone collassare la funzione d’onda in uno dei due stati possibili. A quel punto poi, Wigner stesso, avrebbe potuto a sua volta procedere con la sua misura del dato già osservato dall’amico nel laboratorio accanto, senza saperne il risultato. La questione scientifica fondamentale sottostante è semplicemente questa: i due osservatori vedrebbero la stessa cosa? Questo è in sintesi l’esperimento mentale dell’amico di Wigner che si interroga sull’esistenza di una realtà oggettiva indipendente dall’osservatore in meccanica quantistica (O – observer indipendent facts) e sulla libertà degli osservatori di scegliere quale misura effettuare (F – free choice), oltre a chiedersi, infine, se le scelte operate da un osservatore non influenzino il risultato di un altro osservatore in un sistema entangled (L – Locality). L’esperimento dell’Università scozzese ha dimostrato proprio come queste tre assunzioni appena accennate, O, F, L, siano incompatibili con la meccanica quantistica.

Vediamo in breve come è stato progettato l’apparato sperimentale. Come si vede dalla figura (Imm. 1) che segue ci sono tre sorgenti di coppie di fotoni entangled (6 fotoni), So, Sa, Sb, che interagiscono nelle due scatole degli amici di Alice e Bob, dentro le quali i due fotoni a, b vengono misurati attraverso gli altri fotoni α1 e β1 che scompaiono. Altri due fotoni invece, entangled con i precedenti, chiamati α e β raggiungono Alice e Bob, così come pure i primi due fotoni a, b raggiungono Alice e Bob. Ricordiamoci che tutti i 4 fotoni sono ora intricati, cioè legati tra loro indissolubilmente. A questo punto quello che possono fare Alice e Bob è scegliere se fare una loro nuova misura sui fotoni a ed α che li hanno raggiunti contemporaneamente, oppure registrare la misura del fotone α già misurato dai loro amici, spegnendo semplicemente lo splitter di fascio posizionato nell’apparato sperimentale. Il risultato finale, davvero notevole, è il fatto che, sia per Alice che per Bob, il dato relativo alla misura fatta nelle scatole dei loro amici e la nuova misura fatta da loro stessi, non corrisponde, i due osservatori hanno visto cose diverse, pur essendo tutte le particelle in gioco sottoposte a entanglement.

Questo significa due cose fondamentali: primo, ciò che è osservabile lo è in relazione ad un osservatore, qualunque cosa sia l’osservatore (uomo, macchina, computer, particella elementare), non esiste cioè una realtà oggettiva indipendente dall’osservatore; secondo, le assunzioni di località, indipendenza e realismo, assunzioni sovrane in fisica classica, non sono compatibili con la meccanica quantistica, non valgono nel mondo dell’infinitamente piccolo.

Il paradosso dell amico di Wigner e la psicoanalisi relazionale - Psicologia IMM1

Imm. 1 – Apparato sperimentale. Una coppia di fotoni entangled dalla sorgente S0 viene distribuita, nelle modalità a, b, agli amici di Alice e Bob i quali misurano i loro rispettivi fotoni se sono su asse verticale o orizzontale, attraverso la sorgente di fotoni entangled Sa, Sb. utilizzando uno splitter di fascio polarizzato (Pbs). I fotoni in modalità α1, β1, sono rilevati attraverso un cavo superconduttore (Snspd) che evidenzia il successo della misura effettuata, mentre i fotoni in modalità α e β, registrano la misura degli amici di Alice e Bob. Ora Alice e Bob possono fare la loro misura su a, α (b, β) oppure registrare, spegnendo lo splitter, il risultato già ottenuto dagli amici (Contenuto ricavato da Fedrizzi et al. 2019)

Ora, in cosa consiste l’analogia tra il mondo dell’infinitamente piccolo con la dimensione della clinica psicologica a orientamento dinamico?

Facciamo una piccola digressione; la definizione di psicologia dinamica non è sufficiente a descrivere il cambiamento paradigmatico che voglio sottolineare. In sintesi, la svolta relazionale in campo psicoanalitico suggerisce di abbandonare il mito della mente isolata, così come l’interpretazione pulsionale e intrapsichica; non è poco se pensiamo come la psicoanalisi sia nata proprio con queste premesse e le abbia mantenute, pur se in forme e dottrine differenti, per oltre un secolo. Non si tratta, tuttavia, di un nuovo modello univoco a cui fare riferimento; anzi, vi ritroviamo proprio la cifra esatta della postmodernità, una pluralità di riferimenti concettuali che si arricchiscono reciprocamente, che funzionano come griglie interpretative da utilizzare nella relazione analitica quali strumenti a disposizione dell’analista nell’attualizzazione del paradosso analitico giocato tra la simmetria e l’asimmetria che caratterizza il rapporto analista-paziente.

Più nello specifico, come emerge dal bel lavoro di sintesi ad opera di Vittorio Lingiardi per l’editore Cortina, convergono sotto il paradigma relazionale gli approcci della psichiatria intersoggettiva americana (Sullivan), la psicologia evolutiva britannica (Fairbairn, Winnicott), l’infant research (Lachmann, Fosshage), gli studi sul terzo analitico intersoggettivo (Ogden), l’ecobiopsicologia complessa (Frigoli), l’evoluzione delle teorie dell’attaccamento ed alcune aree di ricerca neuroscientifica (Knox, Fonagy), i moderni studi sul femminismo e sulle identità di genere (Benjamin). Tanti autori e studi diversi ma, tutti, sia sul versante della teoria che su quello della pratica clinica, incardinati sul presupposto scientifico della natura relazionale ed intersoggettiva della psiche così come lo è profondamente il rapporto analitico tra analista e paziente. Le conseguenze sul piano clinico non sono poche rispetto a ciò che si può fare nella stanza dell’analisi, in termini di astinenza vs partecipazione dell’analista, di analisi del controtransfert, così come rispetto alla relativizzazione della quota verbale nella comunicazione. Un nuovo modo di intendere la cura psicologica che, dal punto di vista epistemologico, non è riconducibile né all’empirismo, né alla fenomenologia. Non all’empirismo poiché non si cerca all’esterno della psicoanalisi un appoggio scientifico più solido come, per esempio, si vorrebbe fare attraverso gli studi della divisione 12 dell’Apa a proposito degli Est (Empirically Supported Treatments). I due volumi pubblicati dall’American Psychological Association, rispettivamente dalle divisioni 12 e 49, Treatments that work e Psychoterapy relationships that work, danno perfettamente conto della differenza di impostazione e interpretazione sia nella ricerca che nel fare psicoterapia. Non alla fenomenologia poiché non si cerca di sminuire ed emarginare teoria e conoscenza dell’analista nel processo terapeutico. Quello che si cerca di promuovere è, piuttosto, un approccio ermeneutico costruttivista, non oggettivante e relativo ad un presunto sapere assoluto detenuto dall’analista scienziato, senza tuttavia cadere nelle secche di un relativismo aleatorio e inconsistente dove nulla ha un nome e niente è definibile. Si tratta di ridefinire il ruolo della asimmetria analista-paziente e di ridisegnare la realtà co-costruita del lavoro analitico inteso come una diade indissolubile.

Fine della digressione; torniamo alla nostra analogia con il mondo della fisica delle particelle. In cosa consiste? È proprio il concetto di osservatore in fisica, come abbiamo visto nell’esperimento di Fedrizzi, che ci porta verso una riformulazione della nozione di relazione, sia in natura che in psicologia. Relazionale, allora, è la natura nel suo nucleo più profondo, dove nulla è quello che è se non in relazione a qualcos’altro che funge da osservatore, che ne è la misura, ben oltre a qualsiasi effetto relativistico previsto da Einstein, che per tutta la vita ha sempre comunque pensato ad una realtà oggettiva, indipendente dall’osservatore. Ogni particella elementare è quello che è in relazione ad un osservatore qualunque esso sia, un fotone, un apparato strumentale, la coscienza dell’uomo. Allo stesso modo, nel campo della psicologia, perdono il primato le definizioni categoriali della psicopatologia per fare posto ad un paradigma epistemologico di tipo probabilistico, olistico (nella sua quota non deterministica), emergentista, in una sola parola, relazionale.

L’analogia con la fisica teorica, naturalmente, riguarda il paradigma scientifico sottostante e comune, che impressiona perché ci costringe a rivedere la storica differenza tra scienze della natura e scienze dello spirito che ha contraddistinto la cultura occidentale moderna, fino ai giorni nostri. Non è poco, da una parte, così come dall’altra, non ci si può spingere oltre per la sola ragione che ci sono almeno 30 ordini di grandezza tra la realtà della psiche e il mondo dell’infinitamente piccolo (30 zeri), così come i due ambiti sono divisi dal tempo profondo dell’evoluzione biologica, circa 3,5 miliardi di anni. Allora, tra le due scienze, la fisica elementare e le psicologie del profondo, l’affascinante analogia epistemologica suggerisce di superare ogni velleità deterministica oggettivante, senza tuttavia commettere l’errore di scambiare una metafora con una spiegazione.

Chiudo con una considerazione sul lavoro di definizione e sintesi del modello relazionale ad opera di Greenberg e Mitchell, a cui dobbiamo la principale sistematizzazione storica e concettuale del paradigma, sintesi nella quale non viene presa in considerazione in alcun modo l’opera di Jung. La complessità di un pensiero poco sistematico e, per certi versi, paradossale è nota ed infatti, anche in questo caso, è come se i due autori newyorkesi non fossero riusciti ad inquadrare e collocare Jung rispetto alla svolta relazionale nelle psicologie del profondo.

Non è certo la prima volta che Jung venie frainteso o associato impropriamente a interpretazioni, anche opposte tra loro, proprio a causa di una sorta di indeterminatezza delle sue teorizzazioni da una parte e della vastità ed eterogeneità degli argomenti trattati, dall’altra. Anche in questo caso, emerge una certa paradossalità della posizione junghiana in merito al primato della relazione nel contesto clinico. A prima vista sembra proprio che la psicologia analitica abbia una concezione monopersonale della psiche, non pulsionale naturalmente, ma riconducibile all’interno di un quadro interpretativo intrapsichico, come ben esprimono le formulazioni teoriche che riguardano sia gli archetipi sia il processo di individuazione. Entrambi i concetti, infatti, rimandano all’ambizione di costruire una psicologia generale, universale o, diremmo oggi, evidence based. Si tratta dello Jung scienziato che, insieme ad altri, ha cercato una strada che conducesse la psicologia verso l’appartenenza alle discipline scientifiche in un contesto storico fondativo per una branca della ricerca e della cultura appena nata. Poi, però, c’è anche lo Jung clinico, da sempre attento al ruolo e all’identità del terapeuta (a lui dobbiamo l’analisi didattica), che, attraverso lo studio e la considerazione degli aspetti dissociativi della psiche, intesi quali naturali meccanismi regolatori del funzionamento psichico, ha sempre insistito e sottolineato l’importanza del coinvolgimento della psiche dell’analista contro ogni assurda pretesa di neutralità del lavoro analitico. In questo senso, i fenomeni di enactment e di self-disclosure, così centrali nel dibattito scientifico contemporaneo nell’ambito psicoanalitico relazionale, sono analizzati e discussi da Jung in molte parti della sua opera, come inevitabili dimensioni della mutualità analitica, che, per sua stessa natura, mai potrà ricondursi ad una asettica neutralità interpretativa.

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