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Antivaccinismo, quanto ci facciamo influenzare dalle fake news – Psicologia Digitale

Complice una linea non chiara delle istituzioni, è sempre più alto il numero di chi sostiene che i vaccini siano inutili o addirittura dannosi. A dispetto di consolidate prove scientifiche di quanto, invece, essi siano uno strumento essenziale nella lotta a diverse malattie.

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 2) Antivaccinismo, quanto ci facciamo influenzare dalle fake news

 

L’influenza delle fake news ha portato ad un interesse crescente sia in ambito accademico che divulgativo perché è ormai chiaro quanto possano influenzare e dirottare le scelte di un numero non indifferente di persone, portando a concentrarsi più che su fatti e numeri oggettivi, su ‘scelte di pancia’ e viscerali. Anche in ambito sanitario il proliferare di ‘tuttologi’ e la flessibilità delle istituzioni vanno a indebolire la linea di demarcazione tra un’opinione e un obbligo dettato dalla consapevolezza scientifica. La psicologia come spiega tutto questo? Apparentemente, trattandosi di prove empiriche e di un tema delicato come la salute ci si aspetterebbe che l’uomo agisca come agente cognitivo e in maniera analitica. Eppure non è così.

Sicurezza, medicina alternativa, diritti e teorie complottistiche: di cosa parlano i siti antivaccinisti e quali sono le loro 4 tattiche

Nel suo lavoro del 2010 Kata, studiosa che si occupa da diverso tempo di antivaccinismo e fake news, ha analizzato quali sono le tematiche ricorrenti nei siti anti-vaccinisti. Da una scrematura delle decine di siti analizzati, i temi emersi sono sicurezza, medicina alternativa, diritti dei genitori e teorie complottistiche.

I vaccini vengono ritenuti una pratica dannosa che causa altre malattie (come AIDS, autismo, cancro, diabete ecc.), pratica che andrebbe sostituita da medicina alternativa come naturopatia o agopuntura, rimedi visti come più efficaci e non pericolosi. Tra chi si oppone all’obbligo di vaccinazione c’è anche chi ritiene che nessuno può sostituirsi al genitore nella gestione dei propri figli: si entra quindi nella sfera dei diritti. Viene rivendicata l’autonomia e la responsabilità del genitore che non si sente più ricettore passivo di obblighi dettati dall’alto e di cui non conosce la reale motivazione. Si collega a quest’ultimo punto il sostenere la concretezza di teorie complottistiche circa l’insabbiamento di prove che dimostrerebbero l’inefficacia e la dolosità dei vaccini: la vaccinazione sarebbe un business promosso da case farmaceutiche e classe sanitaria.

Sempre Kata nel suo lavoro del 2012 propone un’analisi che individua 4 tattiche utilizzate nei siti antivaccinisti per sostenere le proprie tesi e screditare gli oppositori.

La prima è alterare, travisare e distorcere i fatti scientifici. Vengono criticati studi considerati viziati da conflitti di interesse per finanziamenti da case farmaceutiche, nonostante questi stessi siti siano nebulosi quando si tratta di definire cosa rende uno studio attendibile. Dare credito a diverse spiegazioni a prescindere dalle evidenze mantenendo il messaggio di fondo: i vaccini fanno male e le autorità nascondono la cosa; è questa la seconda strategia. La terza tattica consiste nella censura: i contenuti a supporto della vaccinazione vengono rimossi e ogni critica eliminata, apparentemente per mantenere un contesto di confronto sicuro, con l’effetto di mostrare e rafforzare un unico punto di vista. Infine, la quarta strategia è attaccare chi si oppone e controbatte, tanto che a volte l’intimidazione può sfociare nell’attacco personale.

Se apertamente la critica non è sulla scelta o meno di vaccinare i propri figli quanto di essere liberi di scegliere a seguito di un’informazione completa (cioè che dia luce ad entrambe le posizioni) questi siti offrono solo ed esclusivamente informazioni e teorie contro la vaccinazione. Infatti, i dati riportati sono esposti in maniera selettiva in favore delle tesi anti vacciniste e non vengono citate ricerche o fonti con studi che dimostrano il contrario. Molti siti inoltre riportano anche informazioni pratiche, ad esempio su come ottenere l’esenzione, link a organizzazioni che offrono anche supporto legale in difesa del proprio diritto di dire no ai vaccini.

Alle radici dell’antivaccinismo: tra bias, sfiducia e il modello dello jiu jitsu

Quali sono i fattori che incidono sull’atteggiamento nei confronti della vaccinazione? Secondo Browne e collaboratori (2015) lo scetticismo nei confronti dei vaccini è la risultanza di un mix di elementi culturali e psicologici. Il rifiuto è legato ad alcuni fattori: una preferenza generale per la medicina complementare e alternativa (CAM) rispetto alla medicina convenzionale sia da parte di genitori che di operatori come omeopati e naturopati; la valutazione di alternative diverse e non convenzionali e un interesse alla formazione di orientamento spirituale, mentre lo stile cognitivo e livello di istruzione non sembrano essere determinanti. La vaccinazione viene vista come un’esperienza inutile ed innaturale, associata a disagio e contaminazione con materiali estranei e patogeni. Chi è scettico lo è anche nei confronti delle autorità e del controllo che esercitano, che siano scienziati, aziende governative o farmaceutiche.

Nel processo decisionale intercorrono anche dei bias, degli errori sistematici di valutazione. Ad esempio, viene sovrastimata l’incidenza dei rischi rari e delle reazioni di disagio o stress alla vaccinazione; ancora, dato che nei paesi sviluppati molte malattie sono state debellate, viene sottostimato l’impatto che può avere il non vaccinarsi. Abbiamo poi bias riguardo le conseguenze: ritenere che una conseguenza negativa causata da una nostra azione (vaccinarsi) abbia un peso maggiore rispetto a una conseguenza negativa di una non azione (il non vaccinarsi); ancora, ritenere più accettabili rischi naturali (cioè le malattie) rispetto ai rischi prodotti dall’uomo (ad esempio, le reazioni alle vaccinazioni).

Ci sono poi degli Autori che propongono delle spiegazioni trasversali che spiegherebbero come mai sia così difficile estirpare false credenze non derivate da evidenze.

Lo studio di Hornsey e colleghi (2018) ha coinvolto 24 nazioni (Italia non inclusa) per una analisi empirica sulla base del modello elaborato con Fielding (2017), il cosiddetto modello delle ”attitude roots”, delle radici degli atteggiamenti di ostilità e negazionismo verso evidenze provate scientificamente.

Secondo Hornsey e colleghi il modello del deficit può spiegare solo in parte la resistenza ad assimilare e comprendere un messaggio che sia basato sull’evidenza. Seguendo la spiegazione del modello del deficit, basterebbe ripetere e rinforzare il messaggio affinché questo diventi acquisito e compreso. Gli Autori invece introducono il concetto di ‘radici dell’atteggiamento’ che sono le paure, le ideologie, le visioni del mondo e i bisogni identitari che sostengono e motivano specifici atteggiamenti di “superficie” come l’antivaccinismo (ma come anche lo scetticismo climatico, l’antievoluzionismo e in generale tutte le teorie cospirazionistiche non basate su evidenze). Al fine di sviluppare interventi che possano essere davvero efficaci, gli Autori utilizzano la metafora dello jiu jitsu: così come in quest’arte marziale si insegna a usare la forza dell’avversario come punto a favore, trasformando il potere dell’avversario in una risorsa, così la persuasione avviene identificando la motivazione sottostante e quindi personalizzando il messaggio in modo che si allinei con essa.

Oltre le fake news, una comunicazione più efficace

Nonostante ci sia fermento nel mondo scientifico nello smentire le informazioni false, ragionare secondo il modello del deficit non basta. Tanto sono diffuse le fake news tanto c’è chi vi si contrappone: i cosiddetti debunker (termine col quale ci si riferisce nel mondo anglosassone – un corrispettivo italiano al momento non esiste – a chi smentisce le notizie antiscientifiche attraverso prove scientifiche). Piuttosto che una mancanza di informazioni corrette e della capacità di elaborarle in modo appropriato, c’è una vera e propria una resistenza.

Gli sforzi per contrastare l’ antivaccinismo dovrebbero tener conto dei bias sistematici descritti da Browne e Hornsey. L’ antivaccinismo viene visto come una scelta antiautoritaria e non convenzionale, come affermazione di sé e della propria autonomia intellettuale. Si tratta di atteggiamenti legati a spiritualità, apertura e aderenza alle CAM.

Una strategia efficace può essere quella proposta da Hornsey e Fielding col modello dello jiu jitsu: creare messaggi persuasivi che non vadano a contrastare in modo diretto un atteggiamento basato su valori e ideologie, ma che si allineano a quelle motivazioni e le utilizzano per catturare l’attenzione e portare al cambiamento.

Al momento non vi è una linea unica su come impedire che si diffondano informazioni false e fake news. Le istituzioni non devono ignorare il fenomeno ma lavorare di più online: avvicinarsi ai pazienti, ai loro interrogativi e ai loro dubbi, in modo da aumentare la fiducia nella scienza e nel metodo scientifico.

 


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EMDR e Disturbi Sessuali (2019) – Recensione del libro

EMDR e Disturbi Sessuali, scritto da Elena Isola e Bruna Maccarone, conduce il lettore nella approfondita conoscenza di due costrutti: la sessualità come elemento fondamentale dell’esperienza soggettiva e l’E.M.D.R. (Eye Movement Desensitizazion and Reprocessing), quale metodo per la cura di alcune patologie oggigiorno ampiamente diffuse.

 

La sessualità è un aspetto centrale dell’essere umano lungo tutto l’arco della vita […]” sostiene l’Organizzazione Mondiale della Sanità, definendone gli aspetti del sesso, identità, ruolo di genere, orientamento sessuale, erotismo, piacere, intimità e riproduzione, allargando il concetto ad aspetti del nostro essere importanti e trasversali.

La sessualità non è dovere, è piacere condiviso, non è performance, ma ricerca intima di contatto, non è ansia, ma luogo sicuro dove incontrare la persona amata. Questa è parte del messaggio del libro. Parte scandita dalla presenza dell’evento traumatico e dell’insorgenza del trauma, freno feroce dell’intimità e libertà di darsi all’altro per accedere allo sviluppo, costruzione e libero godimento del diritto alla soddisfazione sessuale; ecco allora il ruolo del sessuologo, archeologo delle memorie implicite, incorporate nei tessuti della nostra vita, che insieme al paziente scava e propone una soluzione, l’EMDR viene in aiuto come strumento aggiuntivo nella cassetta degli attrezzi del professionista.

EMDR e Disturbi Sessuali, scritto da Elena Isola e Bruna Maccarone, conduce il lettore nella approfondita conoscenza di due costrutti; la sessualità come elemento fondamentale dell’esperienza soggettiva e l’E.M.D.R. (Eye Movement Desensitizazion and Reprocessing) quale metodo per la cura di alcune patologie oggigiorno ampiamente diffuse.

Con le sue parole, Isabel Fernandez spiega che l’EMDR nacque quale metodo innovativo nel trattamento del disturbo da stress post-traumatico, diventando poi il punto di riferimento per le cure di molte psicopatologie, fino a rivelarsi un intervento efficace e mirato nel contesto della sessuologia.

L’obiettivo di questo libro è proprio condividere una buona prassi in quest’ambito di intervento.

La sessualità, depurata da elementi quali tabù e stigma, viene raccontata lungo l’asse storico alla luce delle evoluzioni cliniche e scientifiche, dove l’atteggiamento di ricerca ha prevalso sui pregiudizi sociali, culturali e religiosi, prendendo in prestito dal modello BioPsicoSociale (BPS) il concetto di cura. Qui prende origine l’idea di utilizzare l’EMDR nel trattamento dei disturbi sessuali, ponendo il professionista della salute in condizioni di lavorare sui livelli cognitivo, emotivo e corporeo. La malattia vista nella prospettiva più ampia, così come la patologia sessuale come espressione specifica, di fatto non è inquadrata nella cornice puramente biologica, ma definita con la visione multidisciplinare; pertanto la relazione tra soggetto e ambiente pone in secondo piano l’interesse esclusivo per il sintomo/patologia (relazione causa-effetto indotta da un fattore eziologico biologico).

Il cambiamento di approccio è palesemente osservabile nel DSM 5, dove dall’analisi del testo emerge e si “sottolinea l’importanza del criterio del distress, del disagio soggettivo che il paziente avverte. [..] L’importanza data alla valutazione del distress nella diagnosi di una disfunzione sessuale evidenzia la pregnanza dell’aspetto soggettivo e relazionale in tale ambito.” Successivamente il manuale usa un linguaggio e concetti più di competenza del professionista. Il modello teorico, suddiviso e spiegato con una buona penna, conduce il lettore nel campo della pratica clinica, fertile di strumenti utili ma, probabilmente, poco pratici per i profani.

Un capitolo dedicato alla suddivisione nosografica dei disturbi sessuali segue quello, ben sviluppato e conciso, sulla storia della sessuologia. Quest’ultimo argomento, che potrebbe essere interessante per il non competente, indubbiamente formativo per il professionista, partendo dalla spiegazione psicopatologica dataci da Freud, conduce il lettore a confrontarsi con le ultime letture multidimensionali. Gli autori introducono la disfunzione sessuale definendola come un’anomalia del processo generante il ciclo della risposta sessuale o dolore associato al rapporto sessuale.

Ed ecco che il ruolo della qualità della relazione interpersonale che si ritrova nella lettura del paragrafo che classifica le disfunzioni sessuali femminili, non ci abbandona. Elemento codesto ormai caratterizzante la visione presentata dagli autori. Questi ultimi sottolineano come:

oggi si è concordi nel definire il desiderio sessuale come un complesso costrutto che deve essere inserito in un’ottica multidimensionale. In particolare il desiderio femminile sarebbe più sfumato e genitale rispetto a quello maschile, articolandosi prevalentemente intorno alla qualità della relazione.

Nella pratica clinica, i professionisti rintracciano la descrizione dei disturbi sessuali nel DSM5, riferimento condiviso dalla comunità scientifica e clinica; nell’opera di comprensione il lettore non è lasciato solo nel rigore nosografico. Gli autori, per rendere maggiormente fruibile l’attuale significato nosografico delle patologie, propongono il confronto tra le definizioni proposte nelle versioni precedenti del DSM e l’odierna.

Nell’approfondimento, il nuovo modo di pensare, di approcciarsi al mondo attraverso il nostro essere globale, uomini e donne assaporano il gusto del cambiamento attraverso il quale avviene la comprensione e remissione del disturbo sessuale. Detto in altre parole, condurre uno stile di vita maggiormente sano; aspetto che è in linea con i risultati di studi recenti in ambito eziopatologico su cui l’attenzione non era ancora stata posta dai ricercatori (es. infiammazione cronica). Proposta rafforzata dagli autori quando sostengono che

la sessualità del nuovo millennio sia rivolta verso quello che sembriamo o che vogliamo essere, e che ci allontani dalle relazioni interpersonali e sociali che sono alla base di un percorso comune tra un uomo o una donna.

Con uno stile linguistico pregevole, gli autori spiegano in modo comprensibile, ma non superficiale, il processo che conduce alla genesi della traumatizzazione e, soprattutto, quali sono gli effetti nel soggetto vittima di esperienze traumatiche. Quando i disturbi sessuali sono da imputare a origine traumatiche, “l’utilizzo del metodo EMDR si rivela essere un trattamento efficace e risolutivo”. Si favoriscono così l’elaborazione e l’integrazione delle esperienze stressanti.

In ultima analisi, i disturbi sessuali emergono come risposta a diversi aspetti del vissuto della persona. Quando l’origine si rintraccia nella condizione traumatica, il lavoro psicoterapeutico può essere integrato con l’EMDR. Per concludere, la teoria dell’attaccamento è lo sfondo dal quale emerge la cornice concettuale che delinea il protocollo EMDR per il trattamento delle disfunzioni sessuali, nel capitolo dedicato sono elencate al professionista le fasi specifiche del trattamento.

Dopo l’attenta analisi delle fasi e suggerimenti teorici organizzati in paragrafi strutturati come strumenti, un esempio di caso clinico aiuta il lettore nella lettura pratica del lavoro clinico. Non viene preso in considerazione solo il trattamento dell’individuo, bensì anche della coppia. Si completa in tal modo il ventaglio di possibilità di trattamenti che il professionista può attuare.

 

Trattare il Disturbo Borderline di Personalità con la Terapia Metacognitiva: un possibile punto di svolta

I successi ottenuti dalla Terapia Metacognitiva (MCT) nel trattamento dei disturbi dello spettro ansioso (Nordahl et al., 2018; Normann & Morina, 2018) e dei disturbi depressivi (Wells, 2009), hanno spinto gli autori del recente studio pubblicato su Frontiers in Psychology (Nordhal e Wells, 2019) a indagare le potenzialità della MCT nel trattamento del Disturbo Borderline di Personalità (BPD).

 

L’articolo descrive uno studio preliminare, tecnicamente un trial clinico di fase II, con un campione relativamente ristretto, che si pone lo scopo di testare la fattibilità e l’eventuale efficacia della Terapia Metacognitiva su una tipologia di pazienti per la quale non è ancora validata.

A oggi le terapie più conosciute e sostenute da dati empirici per il trattamento del Disturbo Borderline di Personalità, sono la Dialectical Behavioural Therapy (DBT; Linehan, 1993), la Transference Focused Psychotherapy (Kernberg, Clarkin, & Yeomans, 2002) e la Schema Therapy (Young, Klosko & Weishaar, 2003). Esse, hanno in comune il focus sulla relazione terapeutica, sull’analisi delle difficoltà interpersonali e della disregolazione emotiva e sul riconoscimento e la prevenzione delle condotte a rischio e dei comportamenti autolesivi o suicidari (Brazier et al., 2006). Tenendo in considerazione i princìpi terapeutici sopracitati e le attuali applicazioni della Terapia Metacognitiva sui disturbi d’ansia e depressivi (Wells, 2009), è stato istituito un protocollo d’intervento che potesse essere adatto a pazienti borderline.

Nella ricerca condotta da Nordhal e Wells (2019) sono stati presi in considerazione 12 pazienti ospedalizzati affetti da BPD con grave compromissione del funzionamento psicosociale. I pazienti coinvolti avevano una storia di trattamento di oltre sette anni e presentavano una media di quattro disturbi in comorbilità secondo i criteri del DSM-5, principalmente disturbi d’ansia, depressivi e disturbo da stress post-traumatico cronico.

A tutti i pazienti sono stati somministrati i strumenti di valutazione psicologica in 4 momenti differenti: la prima misurazione è stata effettuata prima del trattamento, la seconda subito dopo e le ultime due rispettivamente a un anno e a due anni di distanza, come follow-up.

Con l’inventory of interpersonal problems (IIP-64) è stata indagata l’area della disfunzionalità interpersonale (Horowitz et al., 1988), con la post-traumatic stress dignostic scale (PDS), i sintomi ricollegabili allo stress post-traumatico derivante da esperienze traumatiche (Foa et al., 1997), con l’emotional and relationship instability scale (ERIS) i sintomi e le credenze tipiche del BPD (Nordhal e Wells, 2009) e con il WHO-5 well being index (Topp et al., 2015), lo stato di benessere generale.

Una volta ottenute, in una fase preliminare, tutte le misure necessarie, gli autori hanno seguito un programma a sei fasi ispirato ai principi e alle tecniche della Terapia Metacognitiva e adattato al trattamento di soggetti borderline. La prima fase si concentrava sulla formulazione del caso e sulla sua condivisione per aiutare il paziente a comprendere la propria sofferenza entro una cornice teorica metacognitiva.

La seconda fase si concentrava sull’eliminazione delle credenze metacognitive autodistruttive, un elemento cardine della Terapia Metacognitiva. Queste includono credenze metacognitive di incontrollabilità (es. non posso controllare la mia mente), credenze metacognitive sul cambiamento (es. il problema è nei miei geni), credenze sul valore dell’autocritica (es. ho bisogno di criticarmi per sentirmi al sicuro, devo punirmi per sentirmi ok). Questo sistema di convinzioni assume un rilievo centrale nella Terapia Metacognitiva per il Disturbo Borderline di Personalità, ostacolando direttamente la possibilità di essere attivamente ingaggiati in un percorso di trattamento. In questa iniziale fase terapeutica il paziente viene aiutato a sviluppare un senso di responsabilità rispetto alle proprie azioni, in cui certe strategie problematiche rappresentano qualcosa che la persona cerca di fare per gestire la sofferenza e i pensieri negativi.

La terza fase si focalizza sulla diminuzione delle strategie di coping maladattive come il rimuginio ansioso (preoccupazione per il rifiuto, l’abbandono, la perdita di credibilità nelle relazioni interpersonali), la ruminazione depressiva (nella forma dell’autocritica e autocommiserazione rispetto ai fallimenti passati) o la ruminazione rabbiosa (nella forma di recriminazioni rispetto le ingiustizie subite dagli altri e dal mondo). L’intervento in questa fase ricalca in buona parte le modalità tipiche della Terapia Metacognitiva per com’è conosciuta.

Nella quarta fase il centro dell’intervento è l’incremento della flessibilità cognitiva che in termini MCT è operazionalizzata come la capacità di selezionare autonomamente il fuoco della propria attenzione e di muoverla liberamente lontano da esperienze interne minacciose. Questa fase ha come scopo ultimo sviluppare una maggiore consapevolezza delle proprie capacità di scelta.

La quinta fase della terapia si concentra sull’aiutare il paziente a sviluppare nuovi scopi personali, diversi dalla gestione o soppressione degli stati interni, che possono rappresentare una guida per come muoversi nel mondo verso obiettivi concreti, una volta liberi dalla prigione generata dalle credenze metacognitive e dai processi di rimuginio.

Queste cinque fasi hanno avuto una durata stabilita di un anno al termine del quale il paziente era trasferito al sistema di cura psichiatrica della comunità di appartenenza. Questo monitoraggio costante dell’andamento rappresenta l’ultima fase dell’intervento. Una volta terminato, i pazienti venivano visitati una volta al mese presso il servizio psichiatrico di comunità, per monitorare gli eventuali cambiamenti sintomatologici durante i due anni successivi.

Tutti i 12 partecipanti hanno completato le 40 sedute previste di terapia nell’arco di un anno e il primo follow-up senza che si verificassero drop-out. Durante il secondo follow-up, a distanza di due anni, un solo partecipante è risultato non più rintracciabile.

Il trattamento è stato considerato utile e ben strutturato dai pazienti, così come da loro riportato durante un’intervista.

I risultati ottenuti hanno sottolineato una diminuzione significativa dei sintomi e delle credenze tipiche del Disturbo Borderline di Personalità, delle disfunzionalità interpersonali e dei sintomi ricollegabili allo stress post-traumatico al termine del trattamento e nei follow-up successivi. Anche i comportamenti autolesivi, seppur non presenti per tutta la durata dello studio in nessuno dei partecipanti, e i pensieri suicidari si sono dimostrati significativamente ridotti rispetto al periodo pre-ricovero.

La Terapia Metacognitiva, come si può dedurre dai risultati ottenuti nello studio riportato (Nordhal e Wells, 2019), si è dimostrata una possibile alternativa alle terapie attualmente utilizzate e validate per trattare i sintomi correlati al Disturbo Borderline di Personalità con risultati preliminari simili in termini di effetto e stabilità nel tempo. Ciò la rende meritevole di essere più approfonditamente indagata in studi futuri. Infatti, nonostante gli out-come positivi della ricerca, la scarsa numerosità del campione e l’assenza di un gruppo di controllo rappresentano un limite rilevante, in quanto non permettono la generalizzazione dei risultati.

In conclusione, gli autori sottolineano che la Terapia Metacognitiva, insieme con la presenza di un monitoraggio costante da parte di un servizio psichiatrico di comunità, ha dato esiti promettenti; nel futuro sarebbe quindi auspicabile ripetere la ricerca tramite un trial clinico randomizzato su campione più vasto e con la presenza di un gruppo di controllo.

 

La gestione di una psicoterapia: prospettive etiche, cliniche e di ricerca

Gestire un caso clinico considerando aspetti deontologici e indicazioni di ricerca su concettualizzazione e monitoraggio della terapia. A Genova, il 17 ottobre 2019, un convegno sull’argomento.

 

C’è sempre qualcosa da integrare;
c’è sempre qualcosa da imparare e c’è sempre
la possibilità di una maturazione più ricca…
di assumersi la responsabilità
sempre maggiore  di sé e della propria vita…
(Perls, 1980)

 

La psicoterapia è un trattamento psicologico che utilizza il colloquio tra terapeuta e paziente e tecniche specifiche per apportare cambiamenti nella vita di quest’ultimo, alleviando in modo stabile alcune forme di sofferenza emotiva e aiutando la persona a vivere meglio.

Lo scopo della psicoterapia è il cambiamento, che passa attraverso una maggiore consapevolezza di sé, dei propri pensieri, delle proprie emozioni, dei propri comportamenti, dei propri bisogni, del proprio modo di vedere se stessi, gli altri e il mondo, e del proprio modo di relazionarsi con gli altri. Durante un percorso psicoterapico si apprendono modi nuovi di stare al mondo, scoprendo risorse personali e strategie che aiutino a fronteggiare il proprio disagio in modo più efficace, sperimentando un maggiore benessere e riducendo la sofferenza che ha spinto la persona a chiedere aiuto.

Il compito del terapeuta è quello di aiutare il paziente a comprendere, a partire dalla sua storia di vita (relazioni significative avute durante l’infanzia o l’adolescenza, il rapporto con i genitori, eventuali traumi subiti), come certe dinamiche di funzionamento si sono sviluppate e poi mantenute nel tempo, e come mai ad un certo punto non si sono più rilevate funzionali. Si apprende un nuovo modo di approcciarsi ai pensieri, e un nuovo repertorio di comportamenti più flessibili e funzionali.

Lo psicoterapeuta propone modelli alternativi di relazionarsi con se stessi, con gli altri e col mondo circostante, aiutando la persona a implementare la capacità di compiere scelte orientate al miglioramento del proprio benessere, e di affrontare con adeguate strategie e risorse le varie fatiche del vivere quotidiano che continueranno a presentarsi.

In tutto questo processo, è importante che il terapeuta informi il paziente su come funzioni una psicoterapia, sulle diverse fasi del trattamento, rendendolo partecipe e concordando assieme gli obiettivi che si desiderano raggiungere, in ogni fase del processo il paziente deve sapere dove si trova, cosa sta accadendo e dove si sta andando. Avvalersi di una prospettiva scientifica non significa solo saper formulare una diagnosi accurata ma stabilire anche delle procedure di monitoraggio dell’andamento del percorso e saper usare queste informazioni per modulare con flessibilità il percorso terapeutico. Inoltre è proprio sulla base della ricerca che si possono proporre interventi evidence-based, si delinea così il percorso tra clinica e ricerca, come un percorso intrecciato e integrato.

Ai due precedenti aspetti si aggiunge un comportamento etico conforme alla deontologia professionale. Tale comportamento è parte integrante dell’intervento psicoterapeutico stesso, in quanto nelle professioni d’aiuto, il problema dell’eticità è intrinseco allo stesso intervento di trasformazione che il professionista avvia e persegue. Studiare il rapporto tra etica e deontologia appare fondamentale per rintracciare se e in quali casi, nell’esperienza dello psicoterapeuta, viene a configurarsi una situazione di conflitto tra scelte di azione individuali e ottemperanza alle regole prescritte dalla deontologia e dal metodo clinico.

L’emergere di un tale conflitto viene considerato come indicatore della problematicità di alcuni aspetti della pratica psicoterapeutica che, più che mettere in discussione la validità di una normativa, indicano la necessità di individuare strumenti, ulteriori alla regolamentazione della condotta professionale, in grado di orientare e fondare il giudizio e le decisioni individuali.

Crediamo che il nostro compito di psicologi, basato sul codice deontologico, debba essere di occuparci, sia a livello privato, come singoli, sia a livello di comunità professionale, dei vari risvolti del rapporto tra la persona in quanto agente etico e l’insieme di regole e obblighi che delimitano i confini di un’azione corretta. In altri termini, si tratta di tendere verso un equilibrio che metta in contatto il sentire etico del soggetto con il sentire deontologico della comunità nel suo insieme.

Durante il convegno verranno trattati gli aspetti etici e deontologici legati alla pratica clinica e di ricerca.

Verrà messo in evidenza come la norma può essere una per tutti, ma le motivazioni, i presupposti, le finalità individuali in base a cui questa norma viene applicata determinano differenze sostanziali negli effetti.

 

Iscriviti al corso – Per scoprirne di più:

La gestione di una psicoterapia: prospettive etiche, cliniche e di ricerca – Genova, 17 Ottobre 2019

 

La diversità che ci unisce: il legame fraterno come fonte di sostegno

Quando si affronta il tema “fratelli”, sia in discorsi scientifici che non, ci si imbatte in argomenti aventi come tematica la gelosia, la rivalità e la conflittualità. Quando in una famiglia nasce un legame fraterno, nasce spesso, secondo il senso comune, anche un rapporto conflittuale. Provando ad approfondire ulteriormente la tematica è curioso e interessante analizzare anche l’altra faccia della medaglia.

Maria Obbedio – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Bolzano

 

Un legame, quando nasce, può spesso portare con sé delle conflittualità, dei disagi, ma ciò è dovuto alla diversità dei caratteri e delle esperienze dei due protagonisti del rapporto. I fratelli non si sottraggono a questa “normalità” di conflitti ed è interessante sottolineare come proprio questa diversità nel corso degli anni possa trasformarsi in una risorsa.

Il bambino nel ruolo di fratello

Quando nella famiglia nasce un secondo figlio, si ha inevitabilmente la ridistribuzione dei ruoli per la mamma e il papà, con conseguente riassetto familiare. E l’altro figlio? Quando il “primogenito” si trova nella condizione di dover accettare l’arrivo del nuovo membro della famiglia, può di conseguenza manifestare alcuni comportamenti che sono il risultato di ciò che vede e pensa. A seconda dell’età, infatti, il bambino nei suoi ambienti quotidiani quali nido, scuola, casa, assumerà diversi comportamenti volti a manifestare il disagio per la “nuova condivisione” delle attenzioni e degli spazi. Spesso, nei bambini più piccoli, capita di vedere comportamenti quali morsi, capricci, ricerca di attenzioni, che potrebbero essere interpretati come la manifestazione di un malessere interiore, difficile da spiegare e vivere in altri modi.

Il primogenito e inevitabilmente il secondogenito cercano un nuovo posto all’interno della famiglia. Entrambi si trovano nella condizione di accettarsi e condividersi. Infatti, è proprio dalla «condizione di possedere i medesimi genitori» che deriva la possibilità, per il bambino, di scorgere nel fratello, ora un complice, un alleato magnifico contro il mondo dei grandi, l’unico in grado di comprenderlo, ora un contendente verso l’amore degli stessi, qualcuno che sottrae spazi, oggetti, cure e attenzioni (Scalisi, 1995 p. 21).

Un primo elemento che pesa sulla costituzione sana o disfunzionale del rapporto è la capacità della famiglia, e quindi dei genitori, di costruire un rapporto unico e originale con ciascun singolo figlio rispettandone l’età, gli interessi, il temperamento e altre variabili. Il rapporto che il genitore crea permette così a ciascun figlio di sentirsi amato e accettato per quello che è, di conoscersi meglio ed entrare in relazione con se stesso con gli altri e col mondo. Un secondo elemento potrebbe essere il ruolo e l’identità che ciascun figlio acquisisce all’interno della famiglia. Spesso capita nelle famiglie rigide e patologiche che si strutturino alcuni ruoli, quali ad esempio “il figlio capro espiatorio” ovvero il paziente designato (Selvini Palazzoli, 1988). Ciò porterà i figli a conoscersi poco, a sperimentarsi e “sentirsi” meno e, paradossalmente, ad identificarsi unicamente in quel ruolo assegnatogli. Di conseguenza, il legame fraterno ne risentirà, ogni figlio si vedrà prigioniero di quel ruolo, un po’ come una profezia che si autoavvera, e ciò non permetterà di creare un sano e aperto legame fraterno.

La nozione di tempo, però, è fondamentale nella relazione tra fratelli e sorelle. E’ il tempo condiviso che permette la formazione dei gruppi, stabilisce i rapporti di forza, accentua o sopisce i conflitti, le discussioni e i rapporti improntati all’aggressività. Se si potesse fare la foto della veduta aerea della relazione fraterna, avremmo zone e territori con una notevole varietà di paesaggi e diversi tipi di natura. Nel corso della vita, nel rapporto tra fratelli e sorelle, intervengono diverse variabili:

  • la presenza dei genitori,
  • il tipo di legame che i fratelli stabiliscono,
  • il comportamento dei genitori nei confronti dei figli,
  • fratelli dello stesso sesso nei confronti dei fratelli di sesso opposto,
  • le differenze di età tra i fratelli
  • particolari condizioni (disabilità, malattia fisica o mentale, tossicomania oppure un talento eccezionale) di uno dei fratelli.

Tutti questi e altri temi evidenziano la particolarità del legame fraterno e le vicissitudini che questa relazione ha nella fantasia, nei sentimenti, nelle emozioni e, più di tutto, nella vita vissuta di ogni fratello.

Volgendo lo sguardo alla relazione fra fratelli è evidente che rivalità e potere, invidia e gelosia, rappresentano soltanto un aspetto, parziale, di questo rapporto, un lato della medaglia che ha la sua controparte nei sentimenti di fiducia, affetto, stima e comprensione. Eppure, per una sorta di fascino che essi esercitano, molto spesso, i sentimenti “negativi” costituiscono il focus privilegiato di attenzione nel panorama scientifico, soprattutto in quello psicoanalitico (Petri, 1994). infatti, è dal complesso di Edipo che sorgono la gelosia, la rivalità, nonché il “desiderio di sparizione” rivolto tanto al genitore dello stesso sesso, quanto ai fratelli.

Indubbiamente, come sostenuto in precedenza, le rivalità e conflitti possono crearsi all’interno del rapporto, ma la presenza di un fratello può essere anche una fonte di risorse ed è importante sottolinearne anche gli aspetti positivi. Spesso sottovalutato, è il ruolo, nella vita del “nuovo arrivato”, del fratello come rispecchiamento.

Il bebè non si rispecchia soltanto “nello sguardo della madre”, ma anche nel sorriso del fratello, nel suo abbraccio, nella sua tenerezza e nelle sue premure (Petri, 1994).

Il fratello è il primo palcoscenico sociale: rappresenta il primo scenario sociale dove il bambino inizia a capire cosa significa condividere, gestire delle emozioni tanto intense, quanto la rabbia o l’invidia, e cosa vuol dire indossare i panni di un altro per sviluppare l’empatia. Il timore di essere diversi, vissuto durante l’infanzia o nell’adolescenza, si affievolisce con il passare degli anni e, quando l’unico collegamento con la famiglia di origine rimane un fratello o una sorella e si è liberi dall’influenza esercitata dalla devozione ai genitori, si può cercare di soprassedere alle differenze.

La diversità che ci unisce

Non sempre il legame fraterno “può dividere”, anzi si potrebbe modificare quest’ultima affermazione in “la diversità che ci unisce”. L’originalità di questo rapporto nasce dalla condivisione di circa la metà del patrimonio genetico, da un comune background sociofamiliare e dall’intensità delle interazioni vissute dai protagonisti di questa relazione (Capodieci, 2003).

Il rapporto con i fratelli può risultare fondamentale nelle situazioni in cui si rende necessario un sostegno o un aiuto (Cicirelli, 1982; Troll, 1975). In età senile, ad esempio, secondo Cicirelli (1995) soltanto sapere che i fratelli sono ancora vivi può essere una potenziale fonte di sicurezza nella vecchiaia. Anche durante l’infanzia e l’adolescenza, l’importanza della fratria, è stata riconosciuta da numerosi studiosi. E’ stata, invece, sottovalutata l’influenza che questo particolare legame può esercitare sul piano affettivo, cognitivo e personologico di un individuo lungo il corso di tutta la sua esistenza.

Nell’ambito del benessere relazionale di un individuo è auspicabile che, oltre ad un buon rapporto coniugale e ad una serena relazione con i genitori e i figli, esista un affettuoso legame fraterno anche in età non più giovanile. I fratelli sarebbero i testimoni del legame familiare, nel corso degli anni diventano i portatori del bagaglio familiare, utile ai fini terapeutici. Infatti, in ambito psicologico i fratelli potrebbero portare importanti informazioni circa il vissuto dell’infanzia del paziente ad esempio. Spesso accade in terapia, che il sistema genitoriale non esista o che non sia disponibile a collaborare con i terapeuti. A questo punto il terapeuta usa altre risorse a disposizione, presenti sia dentro che fuori la famiglia (De Bernart,1992). E’ importante, alla luce di ciò, il ruolo del fratello ai fini terapeutici, poiché permette di avere una panoramica più ampia e chiara sull’assetto familiare, sui disagi vissuti e su altre variabili che hanno portato il paziente a strutturarsi secondo quella modalità.

Indubbiamente all’interno della fratria agiscono numerosi variabili: la singolarità di ogni individuo, l’ambiente esterno, l’ambiente familiare ed altre che potrebbero creare fratture nell’equilibrio delicato di questo rapporto. Ad esempio, l’assenza dei genitori potrebbe permettere ai fratelli di instaurare un rapporto molto profondo, oppure, al contrario, la rigidità genitoriale, o la triangolazione di un genitore su un fratello, potrebbe portare i fratelli ad allontanarsi e a non essere un sostegno l’uno per l’altro.

All’interno del setting terapeutico il loro ruolo però potrebbe essere prezioso. I fratelli potrebbero essere d’aiuto provando ad esempio a dare una lettura diversa dell’assetto familiare riesaminandone i ruoli, le funzioni o ancora le dinamiche familiari instauratesi nel corso degli anni. All’interno del setting, quale luogo protetto e “sicuro”, il legame ne potrebbe uscire rinforzato, rinnovato e ridisegnato, perché svincolato dai “ruoli” familiari. Inoltre, non essendoci più la necessità di passare attraverso i genitori, i quali di solito mediavano le loro relazioni, lo scambio che ne risulta avrebbe un carattere emotivo molto più intenso e profondo.

Quando i fratelli crescono, non sono più obbligati a ricoprire “quel ruolo”. Esaminando i rapporti di fratelli adulti si rivela che tali rapporti concedono più spazio per le scelte e le decisioni personali e che i rapporti fra i fratelli sono meno “obbligatori” di quelli con i genitori, gli sposi ed i bambini (rossi & rossi, 1990; scabini & cigoli, 1998). Ne risulta, quindi, che i fratelli adulti sono liberi di legare tra loro se vogliono. Stare insieme, infatti, è la grande conquista, ovvero il poter scegliere di condividere insieme il proprio presente e futuro. Questo significa incontrare il fratello oltre il ruolo di fratello.

 

La scelta di Edith (2017). Se sopravvivi oggi, domani sarai libera – Recensione del libro

La scelta di Edith è un testo che sfugge ad ogni etichetta. E’ una autobiografia, è il racconto di una paurosa avventura, è una raccolta di riflessioni di una terapeuta sulle storie dei suoi pazienti sopravvissuti a storie difficili, è un album di famiglia e delle persone hanno popolato la sua vita

 

Edith Eva Eger, psicologa, ballerina, ebrea ungherese, sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti decide a 90 anni di dire la sua sul trauma e sarà meglio darle ascolto.

Io custodivo il mio segreto e il mio segreto custodiva me.” Con poche semplici parole l’autrice avvicina il lettore alla sua esperienza e agli obiettivi del suo racconto: non solo l’irrinunciabile urgenza di testimoniare l’orrore, ma anche e forse soprattutto l’incontenibile invito a vivere pienamente il presente, a guardare alla propria storia con coraggio per trovare nel passato la via verso il futuro. Per liberare la propria mente dalla prigionia del trauma è necessario lasciar andare la paura sì, ma più di tutti l’odio verso quello che ci è successo e verso chi l’ha provocato.

La scelta di Edith edito in Italia nel 2017 da Corbaccio, con la traduzione di L. Caspani Corradini, è un testo che sfugge ad ogni etichetta. E’ una autobiografia, è il racconto di una paurosa avventura, è una raccolta di riflessioni di una terapeuta sulle storie dei suoi pazienti sopravvissuti a storie difficili, è un album di famiglia e delle persone hanno popolato la sua vita, è la storia di tanti amori che hanno guidato le sue scelte e la sua sopravvivenza: i suoi genitori, le sorelle Magda e Klara, il marito e compagno di vita Bèla, i suoi figli, la danza.

Edith ha 16 anni quando la sua vita viene spezzata. E’ il 1944 e al termine di lunghi anni vissuti nella paura, anche in Ungheria arrivano i colpi di coda della furia nazista e la sua famiglia viene deportata ad Auschwitz, all’improvviso, in una notte. Edith, Madga e i genitori affrontano il viaggio verso Auschwitz uniti, sperando ancora di poter raggiungere un luogo di lavoro, e non di tortura, e di riuscire a resistere fino alla fine della guerra che ormai si sa, sembra a tutti vicina. Quella sarà l’ultima sera in cui la famiglia cenerà unita e l’irruzione dei soldati la prima crepa nella storia che Edith decide di raccontare.

L’arrivo ad Auschwitz segna in qualche modo la sua esistenza, ma anche l’inizio della sua inesauribile sorgente di resilienza: Edie ha appena salutato la madre, non sa che sarà l’ultima volta che vedrà il suo volto, e in un clima di totale terrore e imprevedibilità, riesce a conservare nella mente le sue ultime parole “Ricordati, nessuno potrà mai portarti via quello che hai messo nella tua mente.” Edith riuscirà a conservarle bene e ricordarle, anche quando il Dott. Mengele, spietato medico di Auschwitz famoso per aver utilizzato gli ebrei come cavie umane, le chiederà di ballare per lui. Proprio lì Edie attraverso il ricordo di queste parole, riuscirà a mantenere il contatto con se stessa, con chi lei è al di là di quello che le sta succedendo. Quando Mengele le chiede di ballare nella sua mente affiora allora la musica di Romeo e Giulietta di Cajkovskij, il pavimento della baracca diventa il palcoscenico del Teatro dell’Opera di Budapest e nel suo corpo rivivono le sensazioni di libertà che da sempre il ballo è riuscito a trasmetterle. Danza per la sopravvivenza delle sue compagne, di sua sorella e di se stessa. In quel momento Edie affronta per la prima volta la paura di morire e scopre invece il desiderio irrefrenabile di vivere, insieme alla conferma della sua forza, che mai avrebbe pensato di avere. Ma non basta, oltre la paura vede con improvvisa chiarezza quello che in futuro la aiuterà più di ogni altra cosa: realizza di non essere lei la prigioniera. Realizza di essere già libera, mentre il Dott. Mengele dovrà per sempre convivere con quello che ha fatto.

La “ballerina di Auschwitz” diranno di lei, “l’Angelo della morte” diranno di lui.

La sua compagna di sopravvivenza è la sorella Magda, rimasta al suo fianco per tutta la vita e sempre presente nel racconto di ogni giorno di prigionia. La protezione offerta l’un l’altra è stata più volte questione di vita o di morte, solo le circostanze hanno permesso loro di proseguire il cammino insieme. Le circostanze e la resilienza di cui sono state capaci. Solo poche parole ma chiare per restare nel presente e coglierne le opportunità: “Se sopravvivi oggi, domani sarai libera”.

Come la challah, il pane che mia madre preparava sempre per la cena del venerdì, questo libro contiene tre ingredienti: la storia della mia sopravvivenza, la storia della mia auto-guarigione e le storie delle persone preziose che ho avuto il privilegio di guidare verso la libertà

In un unico e incredibile racconto, l’autrice Edith Eva Eger riesce a mettere insieme i pezzi della sua vita, senza lasciare nulla indietro: non risparmia le emozioni e le immagini terribili dei campi di concentramento, ma non rinuncia mai a celebrare il trionfo della vita in tutte le sue forme possibili e sempre in ogni parola trasmessa lascia trapelare uno sguardo attento, pacificato e saggio sugli eventi che via via ha il coraggio di ripercorrere e di portare fino a noi.

Di particolare impatto nel racconto sono gli appunti delle sedute con i suoi pazienti, in cui descrive con generosità le sue emozioni di sopravvissuta elicitate dalle loro storie, paura, voglia di fuggire, rabbia, colpa e di come proprio ascoltando quelle emozioni difficili sia riuscita nel tempo a connettersi in modo autentico all’esperienza traumatica che le veniva raccontata, imparando di volta in volta a conoscere se stessa grazie alle storie degli altri e a guidare se stessa e i suoi pazienti verso una soluzione nuova e inaspettata.

Curiosità, sintonia, stare insieme nel presente così com’è, accoglierlo senza paura e insieme lasciarlo andare. Così racconta la storia di Emma, giovane adolescente anoressica tormentata dal criticismo dei genitori, che non riesce a uscire dal suo ruolo di malata, né ad ottenere dai genitori l’attenzione e l’incoraggiamento di cui avrebbe bisogno. Attraverso la terapia con Emma, Edith ha la possibilità di riesplorare il ruolo avuto all’interno della sua famiglia e guardare ad una se stessa più completa e più integrata, in cui dovere e piacere potevano convivere anziché rimanere separati per soddisfare le necessità o i conflitti tra i suoi genitori.

Jason invece è un militare, silenzioso, catatonico, a sua volta spaventato ma incapace di comunicare alcunché all’esterno; qui Edith racconta la sua paura, la sua impotenza e il senso del pericolo di fronte a qualcuno che mostrava una rabbia silenziosa e imprevedibile, la stessa che proprio lei aveva vissuto per 2 anni negli sguardi dei soldati delle SS. Qui comprende l’importanza per i sopravvissuti di avere il controllo, di poter scegliere per se stessi e l’assoluta necessità di sentirsi al sicuro prima di affrontare ogni altro problema. Ascoltando la sua stessa paura, Edith racconta di aver trovato e rispettato il bisogno di Jason di poter scegliere cosa dire e creato un’alleanza terapeutica che ha aiutato entrambi a capire come dare e offrire fiducia, quando questa era stata così profondamente tradita.

E poi c’è Agnes, una giovane paziente oncologica che Edith riesce ad accompagnare nella malattia e da cui racconta di aver imparato più chiaramente che in ogni altro momento della sua vita, l’importanza di vivere il presente e di essere con il presente in una relazione positiva, costruttiva, autentica. Solo un buon contatto con il presente può aiutare ad affrontare ogni ostacolo con la forza e le energie necessarie per trasformare il dolore in un’esperienza capace di restituire ricchezza a se stessi e a chi ci è vicino.

Insomma tanti volti e tante storie si alternano nella scrittura, come fili che si intrecciano nella vita di Edith e creano una rete fitta di esperienze in cui la propria non è più isolata, ma resta legata a tutte le altre, simile ma unica per come la si è vissuta, e permette ad ognuno di ripercorrere quel filo e dare il suo contributo, per la sopravvivenza emotiva di tutti.

Uno splendido essere umano emerso dalle macerie di Auschwitz, senza la sua storia non avremmo un’altra fondamentale testimonianza di quanto la natura umana possa spingersi oltre i limiti dell’immaginazione, nel male e nel bene. Grazie Edith!

Soddisfazione corporea: il ruolo dell’orientamento sessuale nel mediare le differenze di genere nella percezione del proprio corpo

Un recente studio eseguito da Basaba e colleghi (2019) su di un vasto campione della popolazione Neozelandese, si è proposto di indagare il ruolo dell’orientamento sessuale nel mediare le differenze di genere circa la propria soddisfazione corporea.

 

L’immagine corporea è stata definita come “l’immagine che abbiamo nella nostra mente della forma, dimensione, taglia del nostro corpo e i sentimenti che proviamo rispetto a queste caratteristiche e rispetto alle singole parti del nostro corpo” (Slade, 1988). È possibile pensarla come l’esperienza in terza persona del proprio corpo come oggetto, o il corpo-oggetto Hussleriano, il Korper; a questo si contrappone invece il Leib, il corpo vissuto dal suo interno, una percezione incarnata, anche detta propriocezione, determinata dagli input sensomotori che danno vita invece allo schema corporeo di un individuo.

Per quanto sia vissuta in terza persona, l’immagine corporea non riesce a godere di piena oggettività, risultando influenzata dalle attitudini personali, da varie componenti affettive e comportamentali che da ultimo modificano l’esperienza individuale impattando in particolare sull’autostima del soggetto (Posavac & Posavac, 2002). Sono così le valutazioni e le emozioni connesse all’esperienza del proprio corpo, a determinare infine la soddisfazione corporea di un individuo (Dittmar, 2009; Stice & Shaw, 2002).

In ambito clinico una scarsa soddisfazione corporea è risultata connessa all’insorgenza e al mantenimento di disturbi alimentari o dismorfofobici, depressione, ansia e uso di sostanze (Griffiths et al., 2018a; Griffiths, Murray, Dunn & Blasshill, 2017), è stato inoltre riscontrato da diversi studi indipendenti come le donne riportino generalmente livelli di soddisfazione corporea significativamente più bassi (Furnham, Badmin, & Sneade, 2002; McGuinness & Taylor, 2016; Peplau et al., 2009), risultando dunque più vulnerabili a tali problematiche.

Studi recenti sulla soddisfazione corporea rivolti a popolazioni specifiche, ad esempio analizzando i tassi riscontrati nella popolazione degli uomini omosessuali, hanno suggerito come l’orientamento sessuale possa essere un moderatore: essi infatti hanno riportato livelli di insoddisfazione statisticamente superiore rispetto alla media degli uomini eterosessuali, ottenendo punteggi equiparabili a quelli delle donne eterosessuali (Beren et al., 1996; Peplau et al., 2009); inoltre, la casistica circa l’incidenza di disordini alimentari o l’aderenza a regimi ortoressici nella popolazione omosessuale sembra dare ulteriore conferma di tale aspirazione ad un ideale di magrezza ed un corpo muscoloso (Yean et. Al., 2013). È stato ipotizzato che la maggior attenzione riservata dagli uomini verso l’aspetto estetico del proprio partner, sia il motivo per cui gli uomini che aspirino ad avere partner sessuali maschili incorrano, così come le donne eterosessuali, nella tendenza a monitorare costantemente il proprio aspetto e a percepirsi come oggetti-sessuali, anche detta auto-oggettificazione, a causa dei rigidi standard estetici culturalmente imposti (Fredrickson and Roberts’, 1997).

Le donne omosessuali, contrariamente a quanto si potrebbe semplicisticamente pensare, non presentano dei pattern speculari: sembrerebbe infatti che nonostante vi sia tra queste donne un atteggiamento generalmente più accettante e accogliente delle diverse fisicità, che rigetta l’aderenza a canoni estetici propri della narrativa dominante sull’aspetto che il corpo di una donna dovrebbe avere, questa modalità di pensiero potrebbe essere frutto dell’ingresso nella sottocultura lesbica in età adulta. Ciò tuttavia non è sufficiente a proteggere le donne dall’interiorizzazione già in età precoce degli imperativi perpetrati dalla cultura di riferimento; queste donne presentano, secondo alcune ricerche, dei profili di insoddisfazione corporea equiparabili a quelle delle donne eterosessuali (Koff, Lucas, Migliorini, & Grossmith, 2010; Peplau et al., 2009; Yean et al., 2013).

Inoltre, ricerche precedenti hanno messo in luce come gli uomini bisessuali riportassero livelli di soddisfazione corporea maggiori rispetto agli uomini omosessuali, e di come invece nelle donne bisessuali non si riscontrassero differenze significative rispetto alle donne eterosessuali o omosessuali (Yean et al., 2013; Polimeni et al., 2009), fenomeno ancora una volta attribuibile all’internalizzazione degli ideali estetici della cultura dominante.

Un recente studio eseguito da Basaba e colleghi (2019) su di un vasto campione della popolazione Neozelandese pari a 21.937 individui, si è proposto di indagare il ruolo dell’orientamento sessuale nel mediare le differenze di genere circa la propria soddisfazione corporea.

Il campione preso in considerazione comprendeva uomini e donne cisgender, che si identificassero quindi con il sesso biologico di appartenenza, i quali hanno definito liberamente il proprio orientamento sessuale per poi venire assegnati alle categorie eterosessuale, omosessuale/lesbica o plurisessuale (categoria comprensiva dell’orientamento bisessuale e pansessuale). I partecipanti hanno inoltre fornito un indice della propria soddisfazione corporea esprimendo un punteggio da 1 a 7.

L’analisi della covarianza tra il genere e l’orientamento sessuale ha messo in luce dei risultati non sempre in linea con le aspettative degli autori: come già rilevato nelle precedenti ricerche si è riscontrata anche in questo caso una maggiore soddisfazione corporea esperita dai maschi eterosessuali rispetto ad ogni altra categoria considerata; le donne lesbiche riportavano livelli di soddisfazione corporea superiori ai maschi omosessuali, i quali in assoluto riferivano i livelli di soddisfazione più bassa tra tutte le categorie. Per le donne plurisessuali e le donne eterosessuali la differenza di soddisfazione rispetto agli uomini gay è risultata statisticamente non rilevante. Contrariamente all’ipotesi degli autori si è inoltre rilevato come uomini plurisessuali abbiano espresso punteggi di soddisfazione corporea equiparabili a quelli degli uomini gay.

Il presente studio sembra quindi supportare l’idea che il desiderio di divenire attraenti allo sguardo maschile, possa essere il fattore determinante nello spiegare le differenze di genere riscontrate in letteratura. Ricerche future potrebbero ad esempio prendere in considerazione il sesso del partner attuale nel modulare le attitudini verso il proprio corpo, dal momento che è facile immaginare come essere impegnati in una relazione con un partner dell’uno o dell’altro sesso possa in qualche modo influenzare la pressione percepita verso l’aderenza a dei canoni proposti dall’immaginario maschile; allo stesso modo è necessario comprendere come anche identità di genere non conformi (ad esempio individui intersessuali o transessuali) possano acquisire ed eventualmente interiorizzare tali canoni estetici, con conseguenze rilevanti per la percezione dell’immagine corporea, spesso riportata come particolarmente problematica in questi casi (Jones, Haycraft, Murjan, & Arcelus, 2016).

L’Influenza della famiglia sulla salute mentale. Resoconto di uno studio sull’approccio psicoterapeutico del Disturbo Borderline di Personalità nella prospettiva sistemica

Il DBP (Disturbo Borderline di Personalità) è, tra i disturbi di personalità, il più frequentemente diagnosticato e oggetto di invio ai terapeuti famigliari.

 

Il Disturbo Borderline di Personalità è molto comune sia tra gli adulti che tra gli adolescenti e i giovani, con i più alti tassi di incidenza nella fascia di età compresa tra 18 e 35 anni. L’incidenza è significativamente maggiore nelle donne rispetto agli uomini (1:3); questo è forse anche dovuto al fatto che gli uomini con problematiche simili (o con questo tipo di stili interattivi e comportamentali, sono classificati più spesso come affetti da disturbo antisociale di personalità o da disturbo narcisistico di personalità. Il Disturbo borderline di personalità presenta una consistente prevalenza nel 2% della popolazione generale e del 10% di quella ambulatoriale.

A tal proposito, si riporta un articolo in cui si illustra l’approccio psicoterapico realizzato secondo la prospettiva sistemica con un gruppo di pazienti, tutti con diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità, messo in atto presso l’Unità di Psicoterapia del Servizio di Psichiatria dell’Ospedale Santa Creu i Sant Pau di Barcellona. Il modello proposto combina interventi di tipo individuale con il paziente con interventi di tipo famigliare fin dall’inizio del trattamento, lavorando a seguire con i differenti sottosistemi a seconda delle difficoltà o esigenze emerse. Si parte dalla convinzione che procedere nel trattamento sia con il sistema famigliare che con il paziente permetta di promuovere più facilmente un cambiamento: co-costruire uno scambio interattivo favorevole rende permeabile il cambiamento positivo conseguito in seduta individuale e si rafforza nel sistema famigliare di riferimento. Sono stati presi in carico 27 pazienti, tutti con diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità, suddivisi in tre sottogruppi, osservati e valutati tenendo conto di alcuni indicatori. In tutti i casi è stato possibile ottenere le videoregistrazioni e le trascrizioni delle sedute ed è stato fatto un follow-up di almeno due anni dopo la conclusione del trattamento.

Formulazione diagnosi

Nel lavoro con i pazienti con Disturbo Borderline di Personalità si è tenuto conto dei sistemi di riferimento: famiglia di origine, partner (B), ambiente di lavoro (adulti), scuola e gruppo dei pari (adolescenti e giovani adulti); delle caratteristiche individuali. Sono state messe in luce le sequenze interattive e i pattern ridondanti che caratterizzano il contesto relazionale di ogni famiglia, osservando in una prospettiva diacronica: eventi del passato e significato attribuito per i vari membri; sincronica: situazione attuale e attribuzione di significato. La diagnosi relazionale della famiglia di origine è stata formulata basandosi sulle due categorie dimensionali relazionali fondamentali, illustrate da Linares: coniugalità e genitorialità.

Analisi relazionale del campione

Da un’analisi attenta e accurata, è emerso che prima della comparsa del comportamento sintomatico si erano attivati meccanismi disfunzionali rispetto alle due categorie dimensionali prese in considerazione. Per quanto riguarda il legame affettivo, si è potuta mettere in luce: la grande vicinanza emozionale con una figura (generalmente la madre) e una distanza emozionale e/ o fisica col padre per il quale il figlio si aspettava riconoscimento e valorizzazione; la vicinanza risultava essere molto stretta, quasi fusionale, descritta in termini che sottintendevano una forte complicità; inoltre il figlio era l’interlocutore ritenuto valido per le confidenze. La vicinanza fisica veniva descritta come molto piacevole, e risultava esserci un eccessivo coinvolgimento rispetto al profitto scolastico e al successo in ambito sportivo (in molti casi rappresentativa per la madre di una fonte di soddisfazione e una implicita manifestazione di realizzazione personale).

Per quanto riguarda la socializzazione, nello specifico l’apprendimento delle norme, si sono potute evidenziare: una polarizzazione delle posizioni (alto livello di richiesta e permissività da parte di ognuno dei genitori); in molti casi, esigenze eccessive da parte del genitore con cui si è instaurato un legame più stretto e permissività dell’altro genitore con cui si è instaurato un legame di scarso interesse; spesso i metodi utilizzati per l’educazione del figlio erano stati motivo di conflitto; adozione del castigo anziché della ricompensa come metodo privilegiato; in alcuni casi, una differenza di atteggiamento con figlio da parte dei genitori in una prospettiva diacronica: ottimo rispetto delle norme durante l’infanzia, problematico durante la fase adolescenziale; in altri casi, il comportamento del figlio veniva descritto come esageratamente problematico sin dall’infanzia. Nei casi in cui è stato possibile avviare una ricostruzione delle esperienze relazionali che precedevano la comparsa dei sintomi, si è osservato che la condotta che i genitori ritenevano inappropriata e rifiutavano era strettamente correlata all’esigenza di acquisire maggiore autonomia e spazio decisionale da parte del figlio. Il processo di individuazione è stato reso difficile dalla massiva presenza e vicinanza emozionale da parte di un genitore e dalla distanza emotiva dell’altro genitore che non ha favorito né regolato il lento processo dell’autonomia.

Procedimento

Nel trattamento dei pazienti si può fare riferimento a due fasi:

  • la prima, mirante alla costruzione del contesto terapeutico, alla formulazione di una diagnosi relazionale e a rendere manifesto un contratto terapeutico. L’obiettivo principale è stato quello di raccogliere tutte le informazioni utili per la formulazione della diagnosi, partendo dall’esplorazione delle motivazioni che hanno indotto a richiedere una consultazione, del problema e di ciò che preoccupa la famiglia nel momento della richiesta della terapia e della valutazione delle esperienze pregresse maturate nei trattamenti precedenti. E’ stato dato ampio spazio e respiro a ciascun componente della famiglia in modo da ricostruire la storia personale in un’ottica sistemico – relazionale e capire qual è l’idea che la famiglia e il paziente hanno del disturbo. Si è lavorato nel tentativo di creare e stringere un’alleanza solida sia con il paziente sia con i suoi famigliari;
  • la seconda, sulla quale si fonda il processo terapeutico, nel rispetto degli obiettivi condivisi e concordati con la famiglia. Si è proceduto per costruire un contesto relazionale favorevole in grado di permettere l’accoglimento e la presa in carico dei bisogni affettivi del paziente. Nelle sedute con la famiglia, dopo un primo momento di ascolto, la si è stimolata a ricercare gli aspetti positivi nel paziente, annotando gesti che si riusciva a cogliere in un quaderno, il quale ha rappresentato il materiale di lavoro della seduta successiva.

Si è tenuto conto delle conoscenze sulle modalità di interazione del paziente con le altre figure di riferimento nell’ottica di una attribuzione reale del significato relazionale posseduto e di una verifica dei cambiamenti nel tempo. Sono state intervallate, alle sedute di coppia, sedute individuali all’interno delle quali si è tentato di comprendere l’origine e le dinamiche delle relazioni conflittuali, nella direzione di un progressivo miglioramento e di una auspicata risoluzione. Durante le sedute, l’attenzione è stata focalizzata sull’estirpazione nell’uso dei comportamenti sintomatici come meccanismo disfunzionale di risoluzione dei conflitti unitamente all’acquisizione di maggiore contenimento della rabbia. L’obiettivo terapeutico è stato quello di riparare e ricucire le relazioni significative del paziente con la famiglia.

Risultati

Gli esiti attesi sono stati soddisfacenti.

In tutti i casi del campione di giovani adulti alla fine del trattamento erano scomparsi i sintomi ed erano stati raggiunti gli obiettivi proposti rispetto all’aumento dell’autonomia e la gestione adeguata delle relazioni interpersonali.
(Campo, C., D’ascenzo, I., Il disturbo borderline della personalità: diagnosi e intervento nella prospettiva sistemica)

Nella maggior parte dei casi, i pazienti erano usciti dal circuito assistenziale e una parte di loro aveva instaurato un legame di coppia stabile. Nel campione degli adulti con una relazione di coppia stabile si sono ottenuti risultati ottimali in 6 dei 10 casi. Si è potuta confermare la remissione dei sintomi, l’uscita dal circuito assistenziale ed una buona integrazione nel tessuto sociale di appartenenza. In tutti i casi del campione degli adolescenti si è riscontrato un netto miglioramento della sintomatologia, tenendo conto dell’importanza che ha rivestito il coinvolgimento della figura paterna nella terapia. A conclusione dello studio, è stato possibile riscontrare la presenza e l’articolazione nelle famiglie di due tipologie di pattern disfunzionali, l’ipercoinvolgimento e la negligenza, generando confusione nel figlio che vive la sensazione di poter essere amato solo a condizione di rispondere a determinate aspettative da parte dei genitori. Pertanto si è sottolineata l’importanza di ricostruire la storia famigliare, attribuendo valore e significato a ciascun evento, condotta o emozione, per arrivare a ricucire le relazioni. Proponendo un intervento simultaneo e integrato a livello individuale e famigliare, ci si è proposti di far compiere uno sforzo per cambiare e per assemblare la visione di se stessi cambiando anche la visione di chi ci sta vicino, arrivando a superare la difficoltà di integrare il mondo esterno e il mondo interno.

In conclusione, nel trattamento del Disturbo Borderline di Personalità è quanto mai necessario coinvolgere la famiglia in modo che collabori e partecipi con motivazione e responsabilità. Sebbene, come afferma Gabbard:

La modifica terapeutica del mondo oggettuale interno del paziente con DBP richiede solitamente un processo psicoterapico individuale intensivo […] lavorare con la famiglia è spesso un complemento essenziale nell’ambito del piano di trattamento generale.
(Gabbard, G.O., Psichiatria psicodinamica, Raffaello Cortina, Milano, 2015, pag. 466)

 

Dalla biologia alla psicologia: abbiamo dimenticato i padri?

La plasticità transgenerazionale (TGP) si verifica quando l’ambiente vissuto da un genitore influenza lo sviluppo della propria prole. Per anni ci si è concentrati solamente sulla trasmissione materna, ma con le recenti ricerche sembra che il padre sia stato incluso sui meccanismi epigenetici che facilitano gli effetti transgenerazionali.

 

Sorgeva, il padre, nell’atmosfera psicologicamente
non surrogabile dell’insopprimibile.

Introduzione

Esistono realtà che si presentano sotto forma di paradossi, metafore o magie, come accade nel mondo subatomico della ricerca quantistica in cui un momento l’elettrone c’è, un altro momento sparisce. E dove va a finire? Questo non si sa. Allo stesso modo alcuni “soggetti” di studio spariscono per un breve arco temporale per apparire successivamente.

Riferendoci alla ricerca scientifica, ma rimanendo sul piano della concettualizzazione fisica, se concepiamo il sistema-famiglia alla stregua di un atomo, possiamo quasi vedere la madre come un protone e il figlio un neutrone, accanto alla madre, sempre presente, sempre lì con lui, in una sintonia profonda e imprescindibile. E il padre?  Un elettrone gravita attorno al nucleo, respinto ma attratto allo stesso tempo, quasi a preservare la propria indispensabile distanza: ogni tanto è presente, ogni tanto scompare. Ma perché è proscritto a questo teatro passivo? Sarà l’archetipo della Grande Madre a produrre questa eclissi?

Il padre, nell’immaginario collettivo di sempre ha vissuto sotto un’atmosfera di impressioni superficiali di chi contempla da una posizione sopraelevata e distanziata dalla famiglia, anziché da quelle più profonde, di chi vive davvero all’intero ricavandone delle autentiche relazioni narrate nei secoli dei secoli: è il connubio indissolubile madre/figlio. La madre, è pensata come la perfetta sintesi di tutto il mondo del bambino.

Epigenetica e fetal programming

Il crescente e innovativo campo dell’epigenetica ha fornito negli ultimi decenni scoperte sensazionali, soprattutto in riferimento allo stato di salute degli individui. L’epigenetica è quella branca della biologia molecolare che studia specificamente le modifiche molecolari indotte dalle sollecitazioni e informazioni provenienti dall’ambiente (e in particolare dal microambiente tissutale) nel genoma delle cellule, utili/necessari per una migliore comprensione della rivoluzione epidemiologica in atto (Burgio, 2013). Secondo questa definizione, le sollecitazioni in atto dal nostro ambiente (e.g. inquinamento) metterebbero in uno stato di allarme e successivo tentativo di adattamento l’organismo inducendolo ad una – parafrasando Burgio, 2013 – “formattazione epigenetica” adattativo-predittiva di miliardi di cellule. Questo è vero soprattutto in quel periodo iniziale della vita definito dagli esperti fetal programming, ovvero durante lo sviluppo embrionale e fetale, un periodo critico in cui vengono creati tessuti e organi che possono predisporre il feto a determinate malattie post-natali (Barker, 1998).

Il fetal programming è il programma-base per la costruzione del nostro fenotipo individuale – ovvero, specifica il “nostro funzionamento” come esseri viventi – ed è valido per tutta la vita. É proprio in questa fase che l’ambiente svolge il ruolo più importante (Burgio, 2013). In tal senso è stato anche detto che il DNA è una sorta di vocabolario, ma che “a scrivere il libro è l’ambiente” (ibidem). Ma questo effetto riguarda solamente l’individuo che subisce tali sollecitazioni?

Di generazione in generazione: i padri in Biologia

La plasticità transgenerazionale (TGP) si verifica quando l’ambiente vissuto da un genitore influenza lo sviluppo della propria prole, ovvero esistono meccanismi della TGP nel contesto della comunicazione tra genitori (mittenti) e prole (riceventi) analizzando i passaggi tra un segnale ambientale ricevuto da un genitore e i suoi effetti risultanti sul fenotipo di una o più generazioni future. Orbene, mentre la maggior parte del lavoro sugli effetti intergenerazionali e transgenerazionali si è concentrato sulla trasmissione materna (Baxter, 2019), con le recenti ricerche sembra che il padre sia stato incluso sui meccanismi epigenetici che facilitano gli effetti transgenerazionali.

Ribadendo quanto scritto poc’anzi, numerosi studi sull’uomo e sui modelli animali hanno dimostrato che l’esposizione a condizioni ambientali sfavorevoli nella prima infanzia comportano cambiamenti strutturali e funzionali a lungo termine in un organismo, aumentando il rischio di disturbi cardiometabolici, neurocomportamentali e riproduttivi in ​​età avanzata. Ma la scoperta più sorprendente è che, tali effetti, si trasmettono non solo alla prole di prima generazione, ma possono essere trasmessi a una seconda o a un numero di generazioni successive, attraverso meccanismi non genomici. Mentre la trasmissione di effetti “programmati” attraverso la linea materna potrebbe avvenire come conseguenza di molteplici influenze, ad esempio l’alterata fisiologia materna, l’eredità degli effetti attraverso la linea maschile è più difficile da spiegare e c’è molto interesse in un ruolo potenziale per l’eredità epigenetica transgenerazionale (Baxter, 2019).

Un messaggio emergente è che l’esposizione dei maschi ad alcuni (ma non tutti) insulti ambientali nella prima infanzia produce effettivamente modifiche epigenetiche nello sperma e cambiamenti nei fenotipi della prole generati da questi. Tuttavia, non è stato ancora stabilito un nesso causale tra le modifiche epigenetiche degli spermatozoi e la variazione fenotipica della prole […]. Studi più recenti suggeriscono che gli RNA potrebbero essere il meccanismo epigenetico più importante che media le influenze paterne sul fenotipo della prole (Jablonka, 1999; Soubry, 2018; Kuijper, 2019; Ho, 2010).

Sfortunatamente, nell’uomo questa area è rimasta sotto esplorata. La mancanza di interesse per la ricerca nel ruolo del padre è spesso sorprendentemente evidente in quanto la maggior parte delle conferenze relative alle esposizioni precoci non ha una sezione sulle influenze paterne. Ciò nonostante i modelli animali forniscono la prova di un effetto epigenetico transgenerazionale attraverso la linea germinale paterna, ma può essere tradotto nell’uomo? Ad oggi, la letteratura sui padri è scarsa. Gli studi sull’uomo non incorporano sempre strumenti adeguati a valutare le influenze paterne o gli effetti epigenetici. Nel rivedere la letteratura, sottolineo la necessità di esplorare e riconoscere i contributi paterni alla prole (e.g. Paradigma paterno delle origini della salute e delle malattie: POHaD; Heindel, 2015). Una migliore comprensione delle origini preconcettuali della malattia, attraverso la totalità delle esposizioni paterne (‘esposoma’ paterno), potrà fornire raccomandazioni sulla salute pubblica basate sull’evidenza per i futuri padri.

I dati sugli animali già danno prove di un’alterazione epigenetica indotta dall’ambiente nei gameti (spermatozoi o ovociti), che può influenzare l’embriogenesi, la fecondità o la salute nelle generazioni successive. In alcuni casi, sono state scoperte epimutazioni negli spermatozoi e nei tessuti della prole dopo esposizioni paterne a determinate condizioni dietetiche, condizioni stressanti, contaminanti ambientali, ecc … La letteratura contiene numerosi articoli sui dati degli animali relativi alle influenze ambientali (Soubry, 2014; Hur,  et al., 2017).

Ma questa trasmissione è solo biologica? Facciamo un passo indietro.

Il genitore “naturale”

Intorno al periodo dell’industrializzazione, l’attenzione primaria si è spostata dalla leadership morale al progresso e al sostegno economico della famiglia. Quindi, forse a seguito della Grande Depressione, che rivelò molti uomini sfortunati come poveri “fornitori”, gli scienziati sociali arrivarono a ritrarre i padri come modelli di ruolo sessuale, con i commentatori sociali che esprimevano preoccupazione per i fallimenti di molti uomini nel modellare il comportamento maschile per i loro figli.

Dal momento che le donne sono state a lungo considerate i genitori “naturali”, per la loro predisposizione biologica al ruolo e per il loro presunto istinto materno, ogni deviazione dalla tradizionale divisione dei ruoli è stata considerata con sospetto, sulla base della convinzione che gli uomini avrebbero svolto il ruolo genitoriale con minore successo delle donne. In effetti si registrano profonde differenze tra le varie culture nella misura del coinvolgimento del padre nella cura del figlio, qualcosa suggerisce la differenza di sesso. A questo riguardo è una questione di convenzione sociale e non una componente fissa e mutabile dell’essere maschio o femmina. Per quanto il fatto di essere allevato da un uomo concerne conseguenze per il bambino, le scarse prove non indicano che tali bambini abbiano uno sviluppo diverso dai loro pari cresciuti in condizioni diverse. Inoltre, osservazioni dirette di uomini impegnati nel loro ruolo di caregiver (chi presta accudimento) hanno mostrato di essere persone capaci di calore e sensibilità non inferiori a quelli delle donne. In breve, il risultato dello sviluppo del bambino sembra influenzato non tanto dal sesso del genitore, ma dal tipo di relazione instaurata all’interno di ogni coppia genitore figlio (Parke, 2002).

I padri in sociologia: il “nuovo padre educatore”

Nel corso del XX secolo, i padri furono invitati a essere coinvolti (Griswold, 1993) e, a seguito delle critiche femministe e accademiche sulla mascolinità e la femminilità, alla fine degli anni ’70 emerse una preoccupazione per il “nuovo padre educatore”, che interpretava un ruolo attivo nella vita dei suoi figli. Come ha spiegato Elizabeth Pleck (2004) le discussioni popolari e accademiche sulla paternità si sono soffermate a lungo sull’importanza del coinvolgimento e sulla paura di una paternità inadeguata. Contrariamente alle precedenti concettualizzazioni dei ruoli dei padri, spesso focalizzate in modo piuttosto limitato sul “guadagno del pane”, le discussioni successive si sono concentrate strettamente sul “coinvolgimento”. I ricercatori, i teorici e i professionisti non si aggrapparono più alla convinzione semplicistica che i padri idealmente riempiono un ruolo in un universo unidimensionale e universale nelle loro famiglie e negli occhi dei loro figli; al contrario, riconoscono anche ai padri di svolgere una serie di ruoli significativi – compagni, prestatori di cure, coniugi, protettori, modelli, guide morali, insegnanti ecc. – la cui importanza relativa varia in epoche storiche e gruppi subculturali. Solo considerando la prestazione dei padri di questi vari ruoli e tenendo conto della loro relativa importanza nei contesti socioecologici interessati, è possibile valutare l’impatto dei padri sullo sviluppo del bambino.

Sfortunatamente, teorici e commentatori sociali in passato hanno enfatizzato solo un ruolo paterno alla volta, con diverse funzioni che attirano la maggior attenzione nelle diverse epoche storiche. Concentrandosi sul comportamento dei padri quando sono con i loro figli, gran parte dei dati osservativi e di indagine raccolti dagli psicologi dello sviluppo e sociologi negli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80 (ad esempio Lamb, 1977) hanno suggerito che madri e padri si impegnano in tipi di interazione piuttosto diversi con i loro bambini, specialmente nei paesi anglosassoni come gli Stati Uniti. Questi studi hanno costantemente dimostrato che i padri tendono a “specializzarsi” nel gioco, mentre le madri sono specializzate nella cura, specialmente (ma non solo) in relazione ai bambini. Sebbene tali risultati sembrino abbastanza affidabili, sono stati spesso travisati e hanno portato a ritratti eccessivamente stereotipati e unidimensionali di padri come partner di gioco. Rispetto alle madri, i padri in effetti trascorrono una parte maggiore del loro tempo con i bambini impegnati nel gioco, ma trascorrono ancora la maggior parte del tempo con i bambini impegnati in altre attività. In termini assoluti, la maggior parte degli studi suggerisce che le madri giocano con i propri figli più di quanto non facciano i padri, ma poiché il gioco (in particolare il gioco turbolento, stimolante, emotivamente eccitante) è più importante nell’interazione padre-figlio, la giocosità paterna e la relativa novità possono aiutare a rendere i padri particolarmente importanti per i loro figli (Lamb, Frodi, Hwang e Frodi, 1983).

Le funzioni indirette dei padri

Dal punto di vista economico, nella famiglia i padri costituiscono un modo indiretto, ma importante con cui contribuiscono all’allevamento e alla salute emotiva dei loro figli. Inoltre, il sostegno economico (o la mancanza di esso) è uno dei modi in cui i padri non affidatari influenzano lo sviluppo dei loro figli.

Una seconda importante fonte indiretta di influenza deriva dal ruolo del padre come fonte di supporto emotivo e strumentale alle altre persone, principalmente alle madri, coinvolte nella cura diretta dei bambini. Tale funzione tende a migliorare la qualità delle relazioni madre-figlio e quindi a facilitare l’adattamento positivo da parte dei bambini. Al contrario, quando i padri non sono di supporto e il conflitto coniugale è elevato, i bambini possono soffrire (Cummings, Goeke-Morey & Raymond, 2004) e i dati riferiti alle separazioni parlano chiaramente sulla drammaticità di tale questione, sia per le madri che per i padri che, sotto un profilo psico-sociale, possono trovarsi nella condizione di essere  “sganciati” dalla perfetta conoscenza delle abitudini dei figli non vivendoli in prima persona – e ciò non riguarda solamente la fase successiva della separazione. Si potrebbe menzionare il citato articolo scientifico di Allen e Hawkins (1999).

L’essenzialità paterna

Negli ultimi 30 anni gli studiosi hanno chiaramente compiuto notevoli progressi. Centinaia di studi hanno arricchito la letteratura empirica, mentre i teorici hanno elaborato e perfezionato le strutture concettuali progettate per chiarire la paternità, relazioni padre-figlio e ruoli paterni.

La tesi dell’essenzialità paterna sostiene che i padri danno un essenziale, unico e, più specificamente, contributo unicamente maschile allo sviluppo del bambino. Inquadrare l’ipotesi di essenzialità nel contesto del Modello di paternità-mascolinità suggerisce che l’essenzialità paterna comporta sei idee fondamentali: (a) differenze di genere nella genitorialità, (b) associazioni tra presenza del padre e risultati del figlio, (c) la mediazione di tali associazioni in particolare per coinvolgimento paterno, (d) l’attribuzione degli effetti della presenza paterna alla mascolinità del padre, (e) l’unicità degli effetti della paternità sugli esiti del bambino e (f) l’associazione dell’orientamento della mascolinità paterna al coinvolgimento paterno e gli esiti del bambino (Lamb, Michael E., 2004).

Psicologia dello sviluppo: i padri in Psicologia

La nascita di un bambino viene vissuta, in base a come viene formulata nella cultura specifica, come un’esperienza pericolosa e dolorosa, interessante e avvincente, prosaica e leggermente rischiosa, o ammantata di un enorme pericolo sovrannaturale. ( Margaret Mead, 1967)

Molte delle ricerche (anche in) psicologia sono state condotte solo con le madri, in conformità con l’opinione vigente al tempo sulla relativa insignificanza dei padri. Ora che il focus è stato ampliato negli ultimi anni, sono disponibili risultati di un certo numero di studi che ci consentono di mettere a confronto l’attaccamento al padre e l’attaccamento alla madre. Si riscontra, molto spesso, coerenza tra le categorie di appartenenza che, presumibilmente, rispecchia la coerenza di trattamento da parte dei due genitori (Schaffer, 2005). Lamb ha trovato che il bambino dirige l’attaccamento verso ambedue i genitori, ma con una preferenza verso la madre, mentre il comportamento di affiliazione è più sviluppato verso il padre (Lamb; Michael E., 2004).

Studi sulla Strange Situation Procedure (focalizzata sulla reazione del bambino al momento della separazione dalla figura di attaccamento) hanno inoltre mostrato che, quando un bambino ha un attaccamento sicuro al padre, in sua presenza mostra maggior interesse verso l’estraneo e questo potrebbe ricondursi al fatto che il tipo di interazione maggiormente fisica con il padre, centrata sul piacere del rischio (es. far roteare il bambino, lanciarlo in aria ecc.) possa rendere il bambino maggiormente interessato alle situazioni nuove (ibidem).

Conclusioni

Abbiamo visto con l’epigenetica che alcune modificazioni possono essere “ereditate”. Sappiate, e qui mi fermo in vista di uno spazio tiranno, che tale trasmissione, secondo alcuni ricercatori, può portare a feedback intergenerazionali in cui il comportamento di un individuo può somigliare a quello delle generazioni precedenti, come nel caso, ad esempio, dell’aiuto spontaneo e gratuito verso le persone che vivono in condizioni di indigenza. Questo è un campo che aprirà nuove strade alla conoscenze relative alla biologia, della sociologia della famiglia e della psicologia sociale e dello sviluppo.

 

Sindrome Premestruale e Disturbo Disforico Premestruale: sintomatologia, diagnosi differenziale e trattamento

Uno dei sintomi gravi della sindrome premestruale è l’irritabilità e aggressività. Il sintomo è tanto più grave quanto più compromette la vita quotidiana della donna rendendola incapace di gestire in modo adeguato relazioni familiari o sociali. Quando ciò avviene e la qualità di vita della donna peggiora drasticamente disturbando le sue capacità di relazione con il mondo, si parla di Disturbo Disforico Premestruale. 

 

Il disturbo disforico premestruale consiste in una costellazione di sintomi psicofisici che caratterizzano nelle donne la fase premestruale, e in particolare l’ultima settimana prima dell’inizio delle mestruazioni, e che presentano un andamento ciclico in correlazione con l’andamento del ciclo ovulatorio e mesturale.

Secondo il DSM5 per porre diagnosi di Disturbo Disforico Premestruale, almeno cinque sintomi devono essere presenti nell’ultima settimana prima dell’inizio delle mestruazioni e tali sintomi dovrebbero iniziare a migliorare entro pochi giorni dopo l’inizio delle mestruazioni e diventano minimi o assenti nella settimana successiva.

In particolare, nel periodo sopra indicato e secondo la ciclicità sopra descritta devono essere presenti uno o più dei sintomi tra:

  • labilità affettiva marcata (es. sbalzi d’umore o pianto improvviso);
  • marcata irritabilità o rabbia o aumento dei conflitti interpersonali;
  • umore depresso, sentimenti di disperazione o pensieri autosvalutativi;
  • ansia eccessiva e tensione.

Oltre a questi sintomi, per la diagnosi di Disturbo Disforico Premestruale, devono aggiungersi uno o più dei successivi sintomi (in modo da raggiungere un totale di cinque sintomi combinati tra i primi e i secondi):

  • diminuzione dell’interesse nelle attività abituali;
  • difficoltà soggettive nella concentrazione, letargia, facile affaticabilità o marcata mancanza di energia;
  • variazione notevole dell’appetito (consumo eccessivo di cibo o voglie di cibo specifico);
  • ipersonnia o insonnia;
  • sintomi fisici come tensione mammaria o gonfiore, dolori articolari o muscolari, sensazione di “gonfiore” o aumento di peso.

Tuttavia nel corso della fase premestruale, la donna può esperire una serie di disagi che, a seconda delle caratteristiche, dell’intensità e della gravità, si definiscono:

  • Sindrome Premestruale (SPM) di grado lieve
  • Sindrome Premestruale di grado moderato
  • Sindrome Premestruale grave
  • Disturbo Disforico premestruale (DDPM).

Si stima che la percentuale di donne in età fertile afflitta in modo serio da questo disturbo vari dal 2% al 10%, mentre la percentuale di donne che riferisce sintomi i forme lievi e medie della sindrome premestruale oscilli, a seconda degli studi, dal 30% all’80% (Beni et al., 2000).

La sindrome premestruale colpisce con più intensità le donne tra i 30 e i 40 anni. A questa età, le donne possono esperire maggiori carichi di stress, avendo più impegni, spesso dividendosi tra famiglia e lavoro. La ripartizione dei compiti e degli impegni da affrontare secondo priorità e capacità di delegare ad altri, potrebbe aiutare a ridurre il carico di tensione, che inevitabilmente si accumula quando si cerca di fare tutto da sole senza chiedere aiuto a chi ci sta vicino.

Vi sono donne che nella loro storia hanno sofferto di disturbi d’ansia o di depressione che presentano un peggioramento dei sintomi psichici in fase premestruale. I sintomi della sindrome premestruale o del disturbo disforico premestruale possono aumentare con l’età e dopo aver avuto un figlio, in caso di assunzione o sospensione di un contraccettivo orale o in seguito a chirurgia pelvica. Non ci sono risultati dell’esame fisico o test di laboratorio specifici per la diagnosi di disturbo disforico premestruale. Una storia medica completa, l’esame obiettivo (tra cui un esame pelvico), e la valutazione psichiatrica devono essere fatti per escludere altre condizioni.

Non tutte le donne quindi soffrono di sindrome premestruale e ne soffrono nella stessa intensità. Chi soffre di Sindrome Premestruale lieve o moderata presenta sintomi soprattutto fisici, poco invalidanti; nella Sindrome Premestruale grave si riscontra una ciclica comparsa di tristezza, irritabilità associate a  sintomi somatici durante la tarda fase luteale e premestruale.

Tra i sintomi somatici si possono riscontrare: tensione mammaria e addominale, ritenzione idrica, modificazione dell’appetito, cefalea e, con minor frequenza, eruzioni cutanee acneiformi, nausea e vomito. Uno dei sintomi gravi della sindrome premestruale e del disturbo disforico premestruale è l’irritabilità e aggressività. Il sintomo è tanto più grave quanto più compromette la vita quotidiana della donna rendendola incapace di gestire in modo adeguato relazioni familiari o sociali. Quando ciò avviene e la qualità di vita della donna peggiora drasticamente disturbando le sue capacità di relazione con il mondo, si parla di Disturbo Disforico Premestruale.

Il disturbo disforico premestruale e il ciclo mestruale

Nelle prime due settimane del ciclo mestruale sono gli ormoni estrogeni ad avere il sopravvento; questi sono i giorni in cui una donna si può mostrate più tranquilla, rilassata con maggiore predisposizione alla socializzazione. E’ nelle due settimane successive, quando agli estrogeni si sostituisce un più alto picco di progesterone che possono comparire i sintomi psicofisici del disturbo disforico premestruale sopradescritti, che sovente le sole condizioni ambientali o familiari cosi come altri disturbi fisici o psicopatologici non riescono a spiegare. Gli steroidi ovarici sono implicati nell’eziopatogenesi dei sintomi dell’umore nel pre-mestruo tanto che, la sindrome premestruale o il disturbo disforico premestruale non compaiono quando è presente una soppressione ovarica come negli anni che precedono il menarca, in gravidanza, o dopo la menopausa. Nelle donne che soffrono di disturbo disforico premestruale non sono stati riscontrati livelli di estrogeni e progesterone differenti, ma una modalità di secrezione caratterizzata da sbalzi della secrezione ormonale.

Diagnosi differenziale e altre forme di disturbi dell’umore nel ciclo riproduttivo femminile nel lifespan

Il disturbo disforico premestruale è tecnicamente parte, secondo il DSM5, della categoria dei Disturbi dell’Umore. E’ quindi importante effettuare un corretto processo diagnostico al fine di identificare se e quale disturbo dell’umore è insorto nella donna, per l’appunto considerando la ciclicità in relazione al ciclo mestruale della presenza sintomatologica nel caso del disturbo disforico premestruale a differenza di altri disturbi in cui tale co-occorenza dei sintomi con le fasi del ciclo mestruale risulta assente.

Riguardo ai disturbi dell’umore e la relazione con il genere femminile è interessante evidenziare che il disturbo depressivo maggiore colpisce il genere femminile in misura doppia rispetto a quello maschile (41,9% contro il 29,3%). La prevalenza nel lifetime per il disturbo depressivo maggiore è del 10,2% nelle donne contro il 5,2% degli uomini; per la distimia del 5,4% contro il 2,6% e ancora più marcata risulta la preponderanza femminile per la depressione atipica e per i disturbi depressivi stagionali (Kessler, McGonagle, Swartz et al., 1993; World Health Organization Kobe Center, 2005; Niolu, Ambrosio, Siracusano, 2009).

Sono diverse le ipotesi fatte per spiegare la maggior prevalenza di depressione nelle donne rispetto agli uomini; attualmente la più accreditata dalla letteratura internazionale è l’ipotesi biopsicosociale, in cui sono chiamati in gioco sia fattori neuroendocrini (differenze nell’impatto sul cervello dei diversi ormoni sessuali, variazioni ormonali in determinate fasi del life span), sia chiaramente fattori psicosociali (differenze nelle strategie di coping, nella vulnerabilità personale, nella frequenza di esposizione e nella qualità degli eventi stressanti, storia famigliare di disturbi psichiatrici).

Il ciclo riproduttivo quindi sembra giocare un ruolo chiave in termini di fattori di rischio di depressione nelle donne e in particolare in alcune fasi di vulnerabilità specifica: adolescenza, gravidanza, post partum e perimenopausa. Quadri clinici diversi possono essere associati a specifici momenti del ciclo riproduttivo femminile: la sindrome premestruale e il disturbo disforico premestruale coincidono con la fase luteale del ciclo mestruale; la depressione in gravidanza nel periodo del pre-parto, la maternity blues entro le due settimane dal parto; la depressione post-partum, la psicosi post-partum a seguito del parto; la depressione perimenopausale dai 5 ai 7 anni prima della menopausa.

La menopausa è la fase del ciclo biologico femminile che corrisponde alla definitiva cessazione dei cicli mestruali conseguente alla perdita della funzione follicolare ovarica. Costituisce un momento di crisi che analogamente ad altre tappe della vita femminile come l’adolescenza e la gravidanza richiede adattamenti fisiologici, psicologici e relazionali. Secondo lo stereotipo classico la maternità e la crisi adolescenziale hanno un significato evolutivo e creativo mentre la menopausa è più un’esperienza di lutto dovuto alla perdita della fertilità.

Nonostante questo dati empirici hanno mostrato che invece spesso le donne mostrano un’attitudine positiva verso la menopausa, ritenendola non solo una transizione fisiologica ma anche un’opportunità per bilanci esistenziali, ulteriore maturazione e realizzazione di obiettivi. Studi epidemiologici hanno mostrato che i fattori di stress psicosociale sono associati ad un aumentato rischio per sviluppo di sintomi depressivi subclinici ed un esordio depressivo maggiore durante la transizione menopausale e il loro impatto è maggiore rispetto a quello dello stato menopausale di per sé (Lanza di Scalea, Niolu, Siracusano, 2010).

Il trattamento della sindrome premestruale e del disturbo disforico premestruale

La maggiore conoscenza e la consapevolezza del quadro clinico permette alle donne di affrontare il periodo che precede il ciclo con maggiore senso di tranquillità e capacità di gestione dei sintomi. Tenere un calendario o un diario dei sintomi può aiutare le donne ad individuare i sintomi più fastidiosi e i tempi in cui si verificano. Queste informazioni possono aiutare i medici e gli psicologi a diagnosticare il disturbo disforico premestruale e stabilire il trattamento appropriato.

Una volta individuati i sintomi e valutata la gravità degli stessi anche attraverso la compromissione del funzionamento lavorativo e sociale sarà possibile optare per una serie di trattamenti che andranno da presidi non farmacologici a trattamenti di tipo farmacologico a seconda della condizione clinica e della risposta agli stessi.

Alle pazienti con sintomatologia da lieve a moderata, poco invalidante e sporadica, si suggerisce una adeguata attenzione alla qualità e alla durata del sonno nella settimana che precede il  ciclo e alla qualità dell’alimentazione; in particolare evitare di rispondere con abbuffate di dolci al caratteristico aumento di appetito e favorire, al contrario, una dieta il più possibile equilibrata, riducendo al minimo l’utilizzo di sale, caffè e alcol, che aggravano i sintomi. Presidi non farmacologici utili nella gestione e riduzione dei sintomi premestruali possono essere gli integratori alimentari a base di magnesio e vitamine, l’esercizio fisico (sono sufficienti 10-20 minuti di esercizio fisico per 3-4 volte alla settimana), le tecniche di rilassamento e la psicoterapia.

L’attività fisica favorisce il rilascio di endorfine, sostanze utili per combattere il dolore, che diminuiscono proprio nei giorni che precedono le mestruazioni. L’attività fisica fa aumentare i livelli di serotonina, importante per ottenere un miglioramento dell’umore ed un sonno riposato. Inoltre le attività fisiche aerobiche aumentano il flusso di sangue diretto ai muscoli di tutto il corpo, e questo aiuta a sciogliere i crampi e a far scomparire il dolore.

Le tecniche di rilassamento aiutano a regolare l’attivazione emotiva intensa che genera sul piano fisico sintomi da attivazione (come la tachicardia) e da tensione prolungata (ipertonia muscolare che provoca mal di pancia, mal di schiena e mal di testa). Sul piano psicologico aiuta a ridurre la tensione psichica, l’irritabilità e l’insonnia, che spesso accompagnano il ciclo a causa sia dei cambiamenti ormonali, sia dell’atteggiamento con il quale la donna lo vive.

La psicoterapia è utile in presenza di una sintomatologia premestruale che con altri trattamenti non ha trovato sollievo e cura. La sintomatologia psicopatologica premestruale può avere anche cause psicologiche, soprattutto quando vi è un vissuto psicologico conflittuale verso le mestruazioni.

La terapia farmacologica per sindrome premestruale e disturbo disforico premestruale dispone di diversi interventi atti a controllare e a ridurre la sintomatologia quotidiana, soggettivamente disturbante e disfunzionale.

Nelle donne che presentano una sindrome premestruale di grado moderato/grave e nel disturbo disforico premestruale la terapia psicofarmacologica con l’utilizzo di antidepressivi è risultata la più efficace nel controllo e nella cura della sintomatologia psichica, con miglioramento dell’adattamento e del funzionamento globale. I farmaci più efficaci utilizzati sono rappresentati dagli antidepressivi della categoria degli SSRI o gli SNRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina o della serotonina/noradrenalina) che agiscono sulla cascata ormonale del progesterone ed aiutano a correggere i sintomi psichici. Non sempre risultano efficaci nella sintomatologia fisica. Evidentemente questa scelta deve essere valutata attentamente da uno specialista in modo da calcolare rischi e benefici del trattamento prima della sua applicazione.

 

E’ così carino che lo strapazzerei di baci! Le basi neurali della cute aggression

La locuzione cute aggression è definita come l’impulso, provato da alcune persone, a stringere, strapazzare o mordere esseri particolarmente carini, sebbene in assenza di un’effettiva intenzione di arrecare danno agli stessi.

 

Il primo studio sulla cute aggression è stato condotto da Aragón e colleghi (2015), i quali hanno descritto questa tendenza come un esempio di espressione dismorfica delle emozioni, in quanto la cute aggression risultava correlare con un forte senso di sopraffazione dovuto a emozioni positive. L’espressione dismorfica delle emozioni è relativa al contrasto tra l’esperienza di un’emozione e la sua espressione, come, ad esempio, quando si piange dalla felicità.

Gli autori hanno ipotizzato che la cute aggression possa essere considerata come un meccanismo di regolazione per forti emozioni positive: infatti, dal punto di vista evolutivo, tale reazione potrebbe svolgere la funzione di impedire che l’essere sopraffatti dalle emozioni positive nel vedere un essere carino possa rendere impossibile il prendersene cura, minacciando la sua sopravvivenza.

In un recente studio pubblicato su Frontiers in Behavioral Neuroscience, Stavropoulos e colleghi (2019) hanno indagato l’eventuale presenza di basi neurali sottostanti la cute aggression. Nello specifico, è stata utilizzata una tecnica elettrofisiologica volta alla misurazione dell’attività elettrica proveniente dai neuroni all’interno del cervello rilevata a livello superficiale, ovvero i potenziali evento relati (ERPs). Sono state misurate in particolare componenti neurali relative alla salienza emotiva (N200), all’anticipazione della ricompensa (SPN) e al processamento della ricompensa (RewP), in quanto è stato ipotizzato che l’attività neurale corrispondente alla cute aggression potesse essere relativa in particolare al sistema di reward e al sistema che regola il processamento delle emozioni.

Il campione dello studio era composto da 54 partecipanti con età compresa tra i 18 e i 40 anni, ognuno dei quali ha acconsentito a indossare una cuffia munita di elettrodi. Mentre indossavano le cuffie, ai partecipanti sono state mostrate su un monitor, in ordine casuale, 32 immagini divise per categorie in 4 blocchi: bambini carini (modificati per accentuare aspetti infantili, quali gli occhi grandi e le guance paffute), bambini meno carini (le stesse immagini del blocco precedente ma non modificate), cuccioli di animali carini e animali adulti.

In seguito alla presa visione di ogni blocco, ai partecipanti è stata mostrata una serie di affermazioni ed è stato chiesto loro di esprimere rispetto a esse il proprio grado di accordo su una scala da 1 a 10. Tale richiesta era strutturata per valutare quanto i partecipanti trovassero carini i soggetti rappresentati (appraisal) e con che intensità sperimentassero una risposta di cute aggression. E’ stato inoltre valutato il senso di sopraffazione rispetto alle emozioni positive provato dai partecipanti (Non posso sopportarlo!, Non posso gestirlo!) e se questi ultimi si sentissero spinti a prendersi cura dei soggetti che avevano appena visto (Voglio stringerlo!, Voglio proteggerlo!).

In generale, i partecipanti hanno riportato un maggiore livello di cute aggression e di senso di sopraffazione, oltre che un maggiore desiderio di cura e una valutazione maggiormente positiva, nei confronti dei cuccioli carini piuttosto che nei confronti degli animali adulti meno carini. Tra le due categorie di bambini – modificati in senso infantilizzante e non modificati – non sono state rilevate differenze significative. Tale incongruenza sarebbe da imputare, secondo gli autori, alla scelta di riproporre gli stessi soggetti modificati piuttosto che soggetti differenti che possedessero in origine le caratteristiche desiderate.

Tramite le cuffie è stata misurata l’attività cerebrale dei partecipanti prima, durante e in seguito alla visione dei blocchi di immagini. Tramite l’analisi dell’attività neurale rilevata nei partecipanti che avevano avuto esperienza della cute aggression, è stato confermato il coinvolgimento del sistema di reward e del sistema legato al processamento delle emozioni nel fenomeno. In particolare, è stata evidenziata una correlazione particolarmente significativa tra il livello di cute aggression esperito in risposta ai cuccioli e la risposta di ricompensa elicitata a livello cerebrale dalla visione di tali stimoli. Infine, è stato rilevato che la relazione tra la valutazione di quanto un soggetto venisse considerato carino e l’esperienza della cute aggression risultava mediata dal senso di sopraffazione esperito.

Tale risultato conferma il modello di adattamento evolutivo del fenomeno proposta da Aragón e colleghi (2015). Partendo dai risultati dello studio illustrato, Stavropoulos e colleghi vorrebbero approfondire lo studio della cute aggression, valutando un eventuale cambiamento di tale esperienza in popolazioni differenti, quali madri con depressione post-partum o partecipanti con o senza bambini o animali da compagnia.

Alunni con Funzionamento Intellettivo Limite: tra richiesta di attenzione clinica e nuovi impegni didattici

Si parla di Funzionamento Intellettivo Limite (FIL), usando anche etichette diverse come “borderline cognitivo” o “slow learner”, quando siamo in presenza di un individuo con QI globale che risponde ad una misura che va dai 70 agli 85 punti e non presenta elementi di specificità.

 

Funzionamento Intellettivo Limite: oltre la valutazione del QI

Trattasi di una condizione evolutiva caratterizzata da un funzionamento cognitivo borderline, ovvero una sorta di zona di confine tra normalità e disabilità intellettiva.

Pur senza rappresentare, quindi, un vero e proprio disturbo, in effetti questo profilo può diventare oggetto di attenzione clinica ed è una condizione in cui l’intervento educativo e psicopedagogico si rivela cruciale. Gli alunni con Funzionamento Intellettivo Limite sono citati nella D.M. del 27/12/2012 sui Bisogni Educativi Speciali, in quanto passibili di difficoltà scolastiche che ostacolano un adeguato apprendimento e che, quindi, necessitano di un intervento specifico da parte del docente. Questi alunni, non presentano elementi di specificità, pertanto risulta difficile stimarne la presenza effettiva tra la popolazione scolastica: secondo Renzo Vianello (2008), la cifra si aggirerebbe attorno al 4-7%.

Coerentemente con quanto riportato dal DSM-5 (APA, 2013), la valutazione del QI è necessaria, ma non sufficiente per definire una condizione di Funzionamento Intellettivo Limite. Essa è causa principale ma non unico elemento per un’adeguata valutazione diagnostica. È importante considerare le diverse abilità cognitive ed il funzionamento adattivo: un QI nel range borderline deve associarsi a necessità di supporto scolastico affinché l’alunno possa rispondere adeguatamente alle richieste del proprio contesto di vita. Questi alunni, infatti, presentano limiti intellettivi e problemi adattivi che, pur non precludendo un inserimento nella vita normale, potrebbero rendere difficile rispondere alle richieste della scuola e dell’ambiente in cui sono inseriti.

In effetti, secondo la letteratura scientifica, la diagnosi di Funzionamento Intellettivo Limite richiede, oltre ad un QI totale e abilità adattive comprese fra 1 e 2 DS negative, che il profilo intellettivo non presenti elementi di specificità, presentando alcune componenti deboli ma altre nella norma (Cornoldi, Giofrè, Orsini e Pezzuti, 2014). Richiede, inoltre, che le debolezze della persona non siano imputabili né ad altri fattori che giustificherebbero un’altra diagnosi né a condizioni ambientali, emotive, sociali transitorie, tali per cui la diagnosi potrebbe venire meno.

Infatti, la condizione di borderline cognitivo non presenta il carattere di selettività tipico dei disturbi specifici, né una richiesta di supporto continua tipica delle disabilità intellettive.  

C’è da dire, inoltre, che la letteratura scientifica è in fase di evoluzione al momento attuale, condizione dovuta anche alla carente attenzione clinica che la condizione di Funzionamento Intellettivo Limite ha avuto nel corso del tempo. Ad esempio, ancora discusso è il tema della comorbilità tra Funzionamento Intellettivo Limite e altri disturbi. In coerenza con quanto suggerito dal DSM-5, le situazioni di compresenza con altre problematiche sono molto frequenti: difficoltà di attenzione e iperattività; difficoltà negli apprendimenti scolastici; problemi di comportamento o della personalità, etc. Resta attualmente controverso se in questi casi talune diagnosi si autoescludano o sia legittimo il riferimento alla presenza di un doppio disturbo in presenza di particolari condizioni.

Funzionamento Intellettivo Limite: l’intervento del docente

All’interno di questo panorama clinico, come può porsi l’intervento del docente nella sua veste didattica e pedagogica?

Una diagnosi di Funzionamento Intellettivo Limite non rientra nelle tutele della legge 104/1992 e, pertanto, non implica l’intervento né la necessità dell’insegnante di sostegno per la classe in cui è iscritto l’alunno. Sono comunque opportune alcune considerazioni di stampo psicopedagogico.

In effetti, per alcuni alunni, la condizione borderline a livello cognitivo è legata a fattori neurobiologici, per altri invece (seguendo le parole della D.M. sui BES su citata), si tratta solo di “una forma lieve di difficoltà tale per cui, se adeguatamente sostenuti e indirizzati verso i percorsi scolastici più consoni alle loro caratteristiche, gli interessati potranno avere una vita normale. Gli interventi educativi e didattici hanno come sempre ed anche in questi casi un’importanza fondamentale.” (D.M. 27/12/2012- Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica).

La scuola può contribuire, quindi, a far raggiungere all’alunno con Funzionamento Intellettivo Limite il più alto livello di funzionamento grazie al potenziamento delle abilità (non solo scolastiche) del soggetto stesso sulla base di un’analisi ponderata dei punti di forza, sulla quale si andrà a costruire l’intervento pedagogico e didattico. Un comportamento competente da parte delle figure educative è alla base del benessere personale, sociale e scolastico perché mette il bambino nelle condizioni di percepire positivamente sé stesso e gli altri. Inoltre, l’intervento competente del docente svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’autostima, che in questi casi costituisce sovente uno dei punti di debolezza più radicati. Atteggiamenti di disponibilità, accettazione, empatia, incoraggiamento ed approvazione da parte delle figure che circondano il bambino, lo aiutano a sviluppare sentimenti positivi riguardo alle proprie capacità e ad aumentare il senso di auto-efficacia (Bandura, 1997).

L’intervento del docente non dovrebbe prescindere da momenti di osservazione sistematica che permettono di delineare un chiaro profilo comportamentale (soprattutto nel caso di comportamenti problema) e delle abilità cognitive e scolastiche dell’alunno (pensiamo ai tempi di attenzione, alle competenze metacognitive, punti di forza e risorse individuali).

Bisogna tenere presente che sussistono alcune manifestazioni tipiche di alunni con Funzionamento Intellettivo Limite, come ad esempio:

  • frequenti insuccessi diffusi su diverse aree disciplinari;
  • lentezza esecutiva e difficoltà nella comprensione del compito;
  • difficoltà nel comprendere i concetti astratti e svolgere esercizi che chiamano in causa competenze logiche;
  • difficoltà nel mettere in atto processi di generalizzazione o trasferimento di apprendimenti da un contesto all’altro (ad esempio individuare le relazioni logiche tra le diverse discipline e/o argomenti);
  • difficoltà nell’integrare tra di loro vecchi e nuovi concetti e riconoscerne i legami le gerarchie;
  • difficoltà nel pianificare e organizzare le proprie attività in tempi adeguati;
  • possibile senso di inadeguatezza, bassi livelli di autostima e demotivazione nei confronti di tutte quelle attività scolastiche per le quali sperimentano maggiormente difficoltà e insuccessi.

Quali, allora, le strategie didattiche opportune?

Innanzitutto è necessario precisare che la D.M. sui BES, già citata in questo articolo, estende a tutti gli studenti con difficoltà il diritto alla personalizzazione dell’apprendimento anche tramite strumenti compensativi e misure dispensative previste dalla normativa precedente per gli alunni con DSA (Legge 170/2010). Pertanto, uno degli strumenti che il docente ha a disposizione è il Piano Didattico Personalizzato (nel caso in cui il Consiglio di classe decidesse di optare per la formalizzazione delle strategie didattiche). Per i BES non tutelati dalla Legge 104/92 e 107/10, la redazione del PDP è una scelta dei docenti e non un vincolo. Si consiglia, in ogni caso, di formalizzare l’intervento nel momento in cui strumenti compensativi e misure dispensative siano necessarie anche in sede di valutazione (verifiche ed interrogazioni ed Esami di Stato).

Le strategie didattiche, formalizzate o meno, devono insistere sull’autonomia dell’alunno con Funzionamento Intellettivo Limite, tramite il potenziamento dei processi di metacognizione. Gli strumenti compensativi possono costituire un aiuto a questo proposito, oltre che sopperire alla lentezza esecutiva (pensiamo alla calcolatrice, tavola pitagorica, formulari, etc). Il bambino, però, deve essere in grado di utilizzarli in maniera consapevole, e, soprattutto, opportuna, altrimenti si corre il rischio di ostacolare ulteriormente l’apprendimento e di spogliare l’alunno di responsabilità e autonomia.

Il docente può inoltre: fornire indicazioni chiare circa le attività da svolgere attraverso consegne ed istruzioni trasparenti e che ricorrano a termini quanto più possibili concreti; anticipare quello che deve essere appreso, se necessario optando anche per la divisione in sequenze o usando supporti iconici per facilitarne la comprensione e l’apprendimento in fasi; coerentemente con i tempi di attenzione, si può ipotizzare il ricorso a strumenti informatici per appunti, materiali multimediali, ricerca di informazioni, vocabolari online. Bisogna supportare l’alunno nelle attività di comprensione suddividendo gli argomenti complessi in fasi o step e mediante l’evidenziazione di concetti chiave, partendo da proposte che è in grado di gestire, in modo che il successo sia possibile e che, quest’ultimo, funga da rinforzo per l’autostima e il senso di autoefficacia.

Non bisogna ignorare che alle volte, gli alunni con Funzionamento Intellettivo Limite hanno bisogno di tempi differenti rispetto al resto della classe per le attività di analisi, comprensione e svolgimento di un compito. Soprattutto, bisogna preferire forme alternative a quella che è la lezione frontale, in quanto emerge oramai in maniera chiara che quest’ultima è una metodologia che si concilia solo con lo stile di apprendimento di pochissimi alunni e, di certo, non può dirsi foriera di didattica inclusiva.

Il bimbino, ad ogni modo, deve essere sempre il protagonista del proprio processo di apprendimento, pertanto non bisogna sottovalutare l’aspetto motivazionale, vero motore di questo processo.

 

La radicalizzazione islamica di bambini e adolescenti

Già nel 2006, le Nazioni Unite stimavano che 250 mila bambini erano stati arruolati tra le fila dei terroristi per combattere in venti conflitti sparsi nel mondo. L’allora sedicente Stato Islamico già nei primi mesi del 2015 aveva già oltre 1.500 bambini a combattere in prima linea e ne aveva addestrati oltre mille come kamikaze.

 

Lo scorso 12 luglio, un kamikaze uccideva cinque persone e ne feriva quaranta durante un matrimonio che aveva corso nella parte orientale dell’Afghanistan, nel distretto di Pacheragam, nella provincia di Nangarhar, quartiere generale dell’Isis e dove è concentrata una forte presenza di talebani. Il tentativo da parte dei terroristi è quello di riprendere il controllo dell’Afghanistan. Il kamikaze era solo un bambino di 13 anni.

La tragedia ripropone il problema della radicalizzazione islamica di bambini e adolescenti. Vengono chiamati i “leoncini dell’Isis”, per proseguire la jihād nella prossima generazione, possibilmente in Occidente, Nordafrica e Medio Oriente, dopo la sconfitta militare del sedicente Califfato.

Tale fenomeno dà conto di un duplice problema: l’utilizzo di asset “extra-sistemici” per combattere il nemico (Fiocca, Montedoro, 2006) e la diffusione della figura del kamikaze in strati sociali sempre più numerosi. Le tecniche extra-sistemiche alludono allo sfruttamento da parte dell’avversario degli asset dell’altro. Da parte del terrorismo, nel settore della comunicazione, il progressivo sfruttamento degli asset occidentali è confermato dalla diffusione di siti islamici nei paesi occidentali per esportarvi politiche di separazione e destabilizzazione. La tecnologia è uno strumento sfruttato al massimo dai terroristi islamici in conformità con il mandato dei Fratelli Musulmani di “indebolire l’Occidente anche con le loro armi”. Il terrorismo è perfettamente consapevole della rilevanza dell’evento mediatico, cioè della “spettacolarizzazione” o “democratizzazione” della guerra, con il progressivo coinvolgimento delle popolazioni civili nel conflitto, anche sotto gli aspetti psicologici ed emotivi. Ciò crea un doppio dividendo: accresce sia la percezione di vulnerabilità dalla parte occidentale, sia una sensazione di grandiosità e onnipotenza nei combattenti, attraverso cui il proselitismo si autoriproduce.

Da parte dell’Occidente, un asset extra-sistemico, che crea un forte gap nei vantaggi comparati fra gli avversari, è la “cultura della morte”. Quando per una forma di neoascetismo sacrificale, si è disposti a morire, non c’è spazio per negoziazioni, né per minacce efficaci da parte dell’Occidente. Istituzioni quali charities, moschee, madrassas, campus, bar e altri luoghi di aggregazione sociale diventano gangli dell’intera architettura da cui attingere risorse finanziarie e umane. Costituiscono fucine da cui arruolare burattini del terrore, attraverso l’imperativo categorico della “cultura della morte”.

Sul piano dell’estensione sociale del fenomeno, si osserva che il proprio sacrificio per la causa ha coinvolto donne, che vengono meno controllate poiché esistono remore a perquisirle a fondo e più mimetizzabili. Da anni, poi, il conflitto estende i suoi tentacoli raggiungendo la fascia sociale più debole e indifesa. E, perciò, quella che più si presta alla manipolazione. Già dal 2006 (Daou, 2006), le Nazioni Unite stimavano che 250 mila bambini erano stati arruolati tra le fila dei terroristi per combattere in venti conflitti sparsi nel mondo. L’allora sedicente Stato Islamico già nei primi mesi del 2015 aveva già oltre 1.500 bambini a combattere in prima linea e ne aveva addestrati oltre mille come kamikaze. Nel più recente rapporto in materia, il Combating Terrorism Center, tra il 2015 e il 2016 ha realizzato una capillare indagine per illustrare le modalità con cui le organizzazioni estremiste violente – e in particolare quelle legate all’Islam – da tempo reclutassero bambini (Bloom, Horgan, Winter, 2016).

Sulla base di talune sette occidentali, alcuni psicologi hanno tentato di ricostruire il fenomeno giungendo alla conclusione – tra le regolarità riscontrate – che, in forza della manipolazione operata sugli attentatori, il loro cervello diventa un “dischetto vuoto che richiederebbe solo di essere programmato”. Sorrentino (2004) rileva che detta manipolazione determina i presupposti biologici e comportamentali per una “anestesia della paura” somministrata ai “kamikaze da allevamento.”

Si accresce il numero dei bambini arruolati e allo stesso si riduce la loro età. Vittime sono soprattutto “piccole donne”, perché meno soggette a controlli ai posti di blocco. Sempre più spesso appaiono nei video anche i figli dei foreign fighters, molti dei quali europei. I figli dei foreign fighters vengono separati dagli altri bambini, cosicché chi non conosce la lingua araba possa impararla; dopo questa fase di apprendimento linguistico, essi si uniscono agli altri. Agli ufficiali dell’IS è consentito che i loro figli frequentino le scuole che ospitano i figli dei foreign fighters, poiché frequentemente si avvalgono di insegnanti migliori.

La testimonianza nel gennaio 2016 di un dodicenne – che gli jihādisti stavano addestrando per diventare un kamikaze ed è riuscito a fuggire da un campo di addestramento dell’ex sedicente Stato Islamico – in una intervista alla CNN ha raccontato di piccoli di cinque anni tra i reclutati. Alcuni di loro sono stati rapiti nei territori siriani e iracheni conquistati dall’Isis, altri sono i figli degli stessi jihādisti.

All’indottrinamento, al lavaggio del cervello, veniva affiancato l’addestramento militare sul campo condotto dalla c.d. “squadra del califfatto”, dal quale nessuno era esente.

Nel 2016, Khalid Nermo Zedo, un volontario del campo profughi di Esyan nel nord dell’Iraq, ha spiegato alla CNN che questi bambini hanno disperatamente bisogno di un aiuto psicologico:

Hanno sofferto tanto. Riuscite a immaginare un bambino di 12 anni o di 10 o di 8 anni, trascinato via dalla loro madre con la forza, portato nei campi di addestramento militare, costretto a imbracciare le armi, costretto a convertirsi all’Islam, convinti che sono apostati, che i loro genitori sono impuri infedeli? Alcuni bambini si spaventano anche solo se sentono la parola IS. Hanno convulsioni appena viene pronunciata quella parola. Sono tutte situazioni catastrofiche.

Per l’adescamento, ai piccoli venivano promessi soldi, armi e persino automobili. I genitori, temendo le ripercussioni di un loro rifiuto o a cambio di denaro, molto spesso hanno consentito ai loro figli di seguire i miliziani nell’indottrinamento della “cultura di morte”.

Nel 2016, Aziz Abdullah Hadur, comandante peshmerga (forze armate della regione autonoma del Kurdistan iracheno – Peshmerga: combattente-guerrigliero che intende battersi fino alla morte), ha raccontato alla CNN che i bimbi che arrivano al fronte erano in stato disperato: magri, smunti, a malapena con un aspetto umano. Ma Hadur ha illustrato anche il dramma della decisione impossibile da prendere sul campo quando i bambini kamikaze vengono lanciati contro i peshmerga. Questi stessi avevano attimi di dubbio perché “se non li uccidi saranno loro a uccidere te”.

Diversi sono i motivi da parte dei terroristi di scegliere “cuccioli-bomba”. Prima di tutto, c’è l’effetto psicologico: l’allora IS, come qualsiasi gruppo terrorista, ha inteso incutere la paura a livello globale usando tutti i sistemi a sua disposizione. Poi c’era la necessità di catturare l’attenzione dei mezzi di comunicazione. Lo spazio che i media internazionali dedicano a questo tipo di video ha permesso agli estremisti di diffondere più facilmente il loro messaggio. Inoltre, se i ragazzi avessero visto altri come loro integrati nello Stato islamico sarebbero stati più propensi a unirsi agli estremisti.

I metodi e la condotta del reclutatore in queste fasi sono finalizzati a indurre fiducia, amicizia, attaccamento, e, in ultima analisi a far sentire il bambino speciale, particolare. Si tratta di una strategia efficace, poiché le vittime sono bambini orfani, che spesso non possono andare a scuola e a volte devono lavorare per forza. Il reclutatore offre loro una rete di sostegno, attraverso regali e cibo. Una volta guadagnata la fiducia – esattamente come il processo di desensibilizzare i bambini dall’atto del toccare utilizzato dai pedofili – i reclutatori dell’Isis sono stati osservati assoggettare le reclute bambine a materiale ideologico e ad atti di violenza. Gli orfani sono i c.d. “leoncini del Bene”: si tratta di figli di disertori (locali o stranieri), bambini i cui padri sono stati uccisi in combattimento e orfani senza parenti in grado di prendersi cura di loro. Questi bambini vengono generalmente addestrati per farsi esplodere. In un campo dal nome Usama al-Mwahid, gli orfani vengono addestrati all’uso e all’installazione di diversi tipi di IEDs (Improvised Explosive Devices, ordigni esplosivi rudimentali).

Infanzie rubate e gettate via, vite in frantumi, ferite dell’anima difficili da cicatrizzarsi.

 

EMDR e Disturbi Sessuali (2019) E. Isola e B. Maccarrone – Recensione del libro

Chi lavora in ambito sessuologico sa che muoversi nella complessa dimensione della sessualità umana comporta grandi sfide. Il sintomo è spesso la manifestazione di difficoltà più ampie e nello stesso tempo richiede una preparazione e un trattamento specifico e mirato. 

 

Gli ultimi anni hanno visto il diffondersi di molti contributi che hanno portato a una rapida evoluzione nel campo della sessuologia, con la definizione di approcci sempre più orientati ad un’ottica multidisciplinare, che vedono il tentativo di illustrare la complessità della risposta sessuale e la costante e reciproca interazione tra fattori biologici e psicosociali. Corpo, emozioni, vissuti e pensieri sono, infatti, parte di un’unità psicosomatica inscindibile. E’ proprio questa l’ottica in cui si muove il volume, proponendo l’utilizzo dell’EMDR, strumento terapeutico dalla reputazione ormai consolidata, nell’ambito del trattamento delle disfunzioni sessuali come parte integrante di un più ampio sistema di intervento.

Come emerge certamente dall’esperienza clinica, e sottolinea anche la recente letteratura, le esperienze traumatiche ricoprono un ruolo importante nell’eziologia dei disturbi sessuali ed è necessario disporre di strumenti adeguati che permettano di lavorare in questo ambito garantendo sicurezza ed efficacia. Trattare disturbi sessuali di origine traumatica richiede, infatti, molta cautela poiché, come ci insegna l’ormai ricchissima letteratura in merito, le memorie traumatiche sono registrate implicitamente, a livello di schema corporeo: l’esposizione prevista dalla terapia mansionale, approccio molto diffuso ed efficace nel trattamento dei disturbi sessuali, in questi casi potrebbe essere ri-traumatizzante e riattivare memorie traumatiche.

Problemi complessi richiedono soluzioni integrate e l’esigenza di arricchire la cassetta degli attrezzi del clinico trova piena realizzazione nella proposta delle autrici, che non suggeriscono un’alternativa radicale al panorama attuale dell’intervento sessuologico, ma, proponendo un protocollo EMDR specifico da integrare nel trattamento dei disturbi sessuali, offrono uno strumento prezioso e perfettamente inserito nell’ottica multidisciplinare e articolata che vede al centro la persona nella sua individualità.

La prima parte di EMDR e Disturbi Sessuali ha come obiettivo una maggiore comprensione della sfera sessuale, illustrando brevemente la storia della sessuologia nel suo percorso storico, culturale e clinico che sempre di più ha portato verso un approccio integrato ai problemi sessuali e descrivendo abbastanza dettagliatamente, pur senza pretese di esaustività, i vari disturbi sessuali secondo la nuova categorizzazione proposta dal DSM-5. Le autrici analizzano la multifattorialità delle disfunzioni sessuali e sottolineano gli aspetti rilevanti di cui tener conto nella valutazione clinica e nell’impostazione del trattamento, riconoscendo, in linea con la novità introdotta dal DSM-5, le differenze di genere sottolineate dalla recente letteratura.

I capitoli centrali vogliono offrire una sintesi delle conoscenze attuali sul trauma e sulla terapia EMDR come trattamento di elezione per affrontare e risolvere le conseguenze a breve e lungo termine di esperienze traumatiche. Particolare attenzione è riservata all’impatto di esperienze interpersonali traumatiche occorse in età evolutiva che per la loro precocità, gravità e pervasività condizionano lo sviluppo successivo dell’individuo, rappresentando un fattore di rischio molto importante per lo sviluppo di patologie fisiche e psicologiche. Sono illustrate in modo abbastanza dettagliato le conseguenze dell’abuso sessuale infantile e ne vengono delineati i sintomi psicologici e comportamentali osservabili a seguito dell’evento e gli sviluppi traumatici successivi, anche in termini di disturbi sessuali.

In questo quadro clinico l’EMDR rappresenta certamente un grande strumento nelle mani del clinico per accedere ai ricordi traumatici, rielaborarli e portarli a una risoluzione adattiva. Nonostante i meccanismi alla base del suo funzionamento siano ancora ampiamente dibattuti e oggetto di studi in corso, l’efficacia dell’EMDR è ormai nota e dimostrata, tanto che è oggi considerato uno dei trattamenti ‘evidence-based’ inserito in molte linee guida internazionali. Anche le disfunzioni sessuali di origine traumatica possono dunque beneficiare di uno strumento così potente: il paziente impara ad entrare in connessione col proprio corpo e col sintomo sessuale che racconta, a volte più di molte parole, le esperienze traumatiche, imparando a dare spazio a questi vissuti e ad integrarli all’interno di una narrazione più organizzata e completa.

L’ultima parte di EMDR e Disturbi Sessuali è certamente la più interessante dal punto di vista clinico e offre un contributo originale e prezioso per la sessuologia. I capitoli finali, infatti, sono dedicati all’applicazione dell’EMDR al trattamento delle problematiche sessuali individuali e della coppia. Il protocollo è descritto dettagliatamente, con particolare attenzione per le fasi 1 e 2, illustrandone le specificità in questo ambito di intervento. L’obiettivo è la definizione di linee guida fondamentali per il trattamento delle disfunzioni sessuali con l’EMDR, all’interno della cornice concettuale della teoria dell’attaccamento. Le autrici accompagnano il clinico nelle fasi più delicate del lavoro, fornendo strumenti e indicazioni preziose per la raccolta delle informazioni, l’identificazione dei target e la formulazione del complesso e articolato piano terapeutico, che può prevedere, a seconda nelle necessità del singolo paziente, l’integrazione di diversi approcci e figure professionali.

Tenendo conto del fatto che questi pazienti provengono spesso da storie di sviluppo traumatiche, fortemente correlate con la presenza di aspetti dissociativi, in questa proposta si inserisce anche il lavoro sulle parti, che fa riferimento alla teoria della dissociazione strutturale della personalità di Van der Hart, Nijenhuis e Steele (2011). Pur non avendo ricevuto uno spazio definito e riconosciuto all’interno della classificazione nosografica ufficiale, è infatti ampiamente condiviso dai clinici e ricercatori esperti nel trauma che la presenza di ripetute esperienze negative precoci, in particolar modo all’interno della relazione di attaccamento, esita in un quadro clinico complesso caratterizzato dalla presenza di una dissociazione interna fra parti o “stati dell’Io” che prendono alternativamente posto al centro della scena mentale della persona. Non è dunque possibile raggiungere quella sintesi che consente di sentire di essere “Io”, una persona al cui interno albergano stati mentali e vissuti diversi, a volte in contraddizione, ma comunque integrati e in reciproca connessione.

L’EMDR può essere uno strumento prezioso per favorire il dialogo interno tra le parti (Gonzales e Mosquera, 2012), aiutando a risolvere progressivamente la fobia tra di esse che mantiene la dissociazione. Anche nel protocollo per il trattamento dei disturbi sessuali di origine traumatica, dunque, trova spazio questo tipo di lavoro e offre al clinico la possibilità di intervenire con maggiore efficacia. Un aiuto prezioso proposto come parte integrante del lavoro con pazienti traumatizzati è anche la procedura “Occhi amorevoli” (Knipe , 2012) che si propone, attraverso un dialogo interno guidato dal terapeuta e accompagnato da set di stimolazioni bilaterali, di sostenere il paziente nello sviluppo di una maggiore connessione fra parti reciprocamente fobiche. Anche l’utilizzo del disegno, sempre proposto da Knipe, può essere uno strumento importante per dare forma ad aspetti traumatici legati ai disturbi sessuali e affrontare le delicate emozioni a essi correlate.

A fare da sostegno alla proposta, sono illustrati due casi clinici (uno di terapia individuale e uno di terapia di coppia) in cui si descrive dettagliatamente l’intervento di cui l’EMDR costituisce l’asse portante, ma che si articola in modo complesso, cucito sulle esigenze delle singole persone, integrando eventuali altri strumenti terapeutici in un’ottica di maggiore efficacia clinica. Anche in questo ambito, dunque, la terapia EMDR sembra confermare la propria versatilità e la propria efficacia, permettendo di lavorare in modo complesso, ma organico, seguendo un filo che dà al clinico la possibilità di avvalersi di un protocollo rigoroso, ma allo stesso tempo flessibile e perfettamente modulabile sulle specifiche necessità del singolo paziente e della singola coppia.

 

Il tempo speso sui social media è collegato allo sviluppo di problemi di internalizzazione ed esternalizzazione? 

L’uso dei social media è largamente diffuso tra gli adolescenti degli Stati Uniti, offrendo agli utenti numerosi benefici. Potrebbe però costituire un fattore di rischio per lo sviluppo di problemi di internalizzazione ed esternalizzazione.

 

L’uso dei social media è largamente diffuso tra gli adolescenti degli Stati Uniti, uno studio condotto dalla PewResearch Center poll ha rilevato che il 97% degli adolescenti è solito usare almeno 1 tra questi 7 social media (YouTube, Instagram, Snapchat, Facebook, Twitter, Tumblr e Reddit), inoltre, il 95% degli adolescenti possiede o ha accesso ad uno smartphone e più del 90% passa molto tempo al giorno online. Allo stesso modo i social media offrono numerosi benefici agli utenti tra cui l’esposizione agli eventi attuali, la connessione interpersonale e il potenziamento delle reti di sostegno sociale.

Un quarto degli adolescenti ritengono che i social network abbiano un’influenza negativa sui loro pari poiché vi sono mancanze di contatto umano, opinioni irrealistiche sulla vita di altri, pressione dei pari, problemi di salute mentale e continui pettegolezzi. In molti studi è stato riscontrato un’associazione tra l’uso dei social media e i problemi di salute mentale in adolescenza, altri suggeriscono che un utilizzo prolungato dei social media venga associato a problemi di internalizzazione, a sintomi depressivi e di ansia.

Alcuni studi evidenziano anche un’associazione tra uso dei social media e problemi di esternalizzazione, come bullismo e problemi di attenzione. La prevalenza del Disturbo Depressivo Maggiore e dei sintomi depressivi sono aumentati tra gli adolescenti negli Stati Uniti, unitamente è stato riscontrato che le morti per suicidio negli adolescenti e il tasso di tentativi di suicidio sono incrementate drasticamente negli ultimi due decenni.

Il presente studio longitudinale, condotto dalla Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, è stato pubblicato su Jama Psychiatry e ha l’obiettivo di indagare l’associazione tra l’uso eccessivo dei social media e i problemi di esternalizzazione e internalizzazione tra gli adolescenti. Lo studio era composto da 3 sessioni: la prima dal 12 settembre 2013 fino al 14 Dicembre 2014, la seconda dal 23 ottobre 2014 fino al 30 Ottobre 2015 e la terza dal 18 Ottobre 2015 fino al 23 Ottobre 2016. I ricercatori hanno utilizzato i dati dello studio Population Assessment of Tobacco and Health (PATH). I partecipanti in totale erano 6595 adolescenti con un’età compresa tra i 12 e i 17 anni, di cui il 51.3% erano maschi. Ai soggetti veniva somministrato il Global Appraisal of Individual Needs–Short Screener (GAIN-SS), uno strumento di screening volto ad identificare i probabili disturbi mentali e la gravità dei sintomi. Questo strumento presenta anche delle sottoscale volte ad individuare problemi di esternalizzazione e di internalizzazione. Ogni anno ai soggetti veniva chiesto quanto tempo trascorressero sui social media: nello specifico dovevano indicare, attraverso questionari self report, il tempo speso in rete (da 0 ≤ 30 minuti, o > 30 minuti ≤ 3 ore, o > 3 ore ≤ 6 ore, o > 6 ore).

Lo studio ha rilevato che meno del 17% degli adolescenti non utilizzava i social media, il 32% trascorreva meno di 30 minuti, il 31% da 30 minuti a 3 ore, il 12% dalle 3 alle 6 ore e l’8% più di 6 ore al giorno. Dai risultati emerge che circa il 9% dei partecipanti presentavano solo problemi di internalizzazione, mentre il 14% solo problemi di esternalizzazione, il 18% sia problemi di internalizzazione che di esternalizzazione, infine circa il 59% non presentavano alcun problema o i valori riportati non erano rilevanti. È interessante sottolineare come il genere dei partecipanti non influisse sull’uso dei social media e i problemi di salute mentale. Inoltre, confrontando l’uso dei social media per più di 3 ore al giorno con il non uso dei social media è emersa un’associazione significativa sia con i problemi di internalizzazione, sia con problemi di internalizzazione ed esternalizzazione in comorbilità, ma nessuna associazione significativa solo con i problemi di esternalizzazione.

Concludendo, gli adolescenti che trascorrono più di 3 ore sui social media sono più a rischio di sviluppare problemi di salute mentale, in particolare quelli di internalizzazione. Per questo motivo le ricerche future dovrebbero determinare se stabilire limiti sull’uso quotidiano dei social media, aumentare l’alfabetizzazione mediatica e riprogettare le piattaforme dei social media affinché possano essere mezzi efficaci per ridurre l’onere dei problemi di salute mentale.

 

Erotismo e aggressività nei disturbi gravi di personalità (2019) di Otto Kernberg – Recensione del libro

Otto Kernberg è senza dubbio uno degli autori più conosciuti e citati del nostro tempo. Il suo contributo, iniziato sin dalla seconda metà del Novecento, si è concentrato in particolare sull’analisi di quell’area marginale, quella dei Disturbi di Personalità, che divenne ben presto il suo marchio di fabbrica.

 

Il volume qui presentato riprende in pieno il tema delle patologie di personalità, sia nell’accezione di disturbi che di organizzazioni, e della centralità del momento diagnostico quale indicatore principe della scelta di trattamento più idonea.

La personalità viene definita da Kernberg come un’organizzazione costituita da elementi base quali: temperamento, relazioni oggettuali, carattere, identità, sistema di valori etici e capacità cognitive (intelligenza).

Il temperamento è la struttura di base fondamentale della personalità e indica la reattività generale dell’individuo (psicomotoria, cognitiva e affettiva). Il carattere è definito come una struttura dinamica integrata che si forma a seguito dell’interiorizzazione delle precoci relazioni con gli altri significativi. L’identità è il risultato dell’integrazione tra un Senso di Sé integrato e la qualità delle relazioni abituali con gli altri significativi.

Il carattere è dunque l’espressione dei modelli interni di comportamento derivanti dalle rappresentazioni interiorizzate del Sé e dell’oggetto e dipendono in larga misura dalle predisposizioni temperamentali che influenzano le precoci esperienze affettive di gratificazione/frustrazione con gli altri significativi.

I disturbi gravi della personalità originerebbero, secondo Kernberg, proprio da una mancanza di integrazione del Sé e delle rappresentazioni degli altri dando luogo alla Sindrome di Diffusione dell’Identità. Al contrario, nei disturbi di personalità dell’area nevrotica, l’identità è integrata e si osserva piuttosto la presenza di tratti caratteriali estremamente rigidi, difensivi e patologici.

L’autore dedica la prima parte del suo volume, oltre che alla descrizione del concetto di personalità sopra esposto e agli aspetti psicodinamici connessi con lo sviluppo della personalità normale e patologica, anche alla presentazione dei correlati neurobiologici dell’organizzazione dell’esperienza psichica. In particolare, viene descritto il modo in cui gli aspetti psicodinamici e quelli neurobiologici interagiscono tra loro e il ruolo specifico che hanno nella costruzione della personalità. Viene poi esaminato il nuovo modello di classificazione dei Disturbi di Personalità proposto nel DSM-5, apprezzandone l’inserimento del modello alternativo per i Disturbi di Personalità e criticandone al contempo l’eliminazione delle quattro categorie diagnostiche meno riscontrate nella pratica clinica (paranoide, schizoide, istrionico e dipendente).

Nella seconda parte del volume vengono approfondite le tecniche psicoanalitiche più utilizzate per la cura dei Disturbi di Personalità, differenziate in base alla gravità del disturbo. Particolare attenzione viene posta alle quattro tecniche di base che accomunano tutti i modelli di trattamento psicoanalitico (interpretazione, analisi del transfert, neutralità tecnica e utilizzo del contro-transfert) e alle differenze nel loro utilizzo. Nel caso di organizzazioni nevrotiche di personalità, la tecnica psicanalitica standard sembra essere la più efficace, mentre nel caso dei disturbi gravi di personalità sembra trovare una migliore applicazione la Psicoterapia Focalizzata sul Transfert (TFP): quest’ultima si differenzia dall’approccio classico per una diversa applicazione della tecnica interpretativa e per un abbandono della neutralità tecnica in presenza di acting-in potenzialmente dannosi per il soggetto. Viene inoltre presentato un nuovo modello di terapia psicodinamica, la Psicoterapia Psicodinamica Supportiva (SPP) quale completamente dell’ampio spettro di trattamenti psicodinamici disponibili.

La terza parte del volume propone una revisione aggiornata della letteratura clinica e psicodinamica sulla patologia narcisistica grave, in particolare rispetto alla diagnosi, al trattamento e alla prognosi.  Ampio spazio è dedicato alle distorsioni nei racconti dei pazienti e ai transfert e contro-transfert tipicamente attivi in seduta. Viene inoltre chiarita la relazione esistente tra Disturbo Narcisistico e Disturbo Antisociale di Personalità: in base alla prospettiva presentata il Disturbo Antisociale rappresenta la forma più grave di narcisismo patologico; una diagnosi differenziale tra queste due condizioni psicopatologiche appare fondamentale per la prognosi e la scelta del trattamento più adeguato.

Nella quarta parte del volume viene affrontato il tema delle patologie sessuali e delle compromissioni affettive che i pazienti con gravi Disturbi della Personalità possono presentare. Anche qui Kernberg sottolinea la necessità di un’accurata analisi del funzionamento affettivo e sessuale e di una costante attenzione al transfert erotico e al controtransfert attivi in seduta.

L’ultima parte del volume è dedicata all’analisi di altre tematiche care a Kernberg quali: la negazione della realtà, la negazione del lutto e la formazione in psicoterapia. La negazione della realtà si riflette, nei pazienti con gravi Disturbi di Personalità, nelle tendenze autodistruttive che inconsapevolmente mettono in atto e che devono essere affrontate direttamente in psicoterapia con l’obiettivo di migliorare il benessere attraverso una presa di consapevolezza della disfunzionalità di tali comportamenti. Viene poi affrontato il tema del lutto, esperienza legata all’esistenza stessa e con cui tutti prima o poi dobbiamo confrontarci. Il lutto viene qui concepito come occasione di potenziale arricchimento della vita emotiva. Infine, Kernberg affronta il tema della formazione psicoanalitica, criticandone l’attuale impianto organizzativo e suggerendo modifiche nei percorsi formativi.

Un libro che nel complesso ho trovato impegnativo ed eterogeneo nella vastità e complessità dei temi trattati, illuminante e ricco di esempi e riferimenti pratici che offrono spunti clinici interessanti per chi si occupa della psicoterapia dei Disturbi di Personalità, anche utilizzando un approccio psicoterapeutico differente da quello psicanalitico.

 

Il dono: simbolo, rituale, rito e mito

L’etimologia del termine simbolo fa riferimento a ciò che unisce. Il simbolo, quindi, serve a mettere insieme, a unire, a legare, a creare un legame. Se crea legame, il simbolo è un dono o, al contrario, quest’ultimo è un atto simbolico.

 

Un altro paradigma che contraddistingue il legame tra cultura e culturale, come ho descritto negli articoli precedenti, è che la prima funge da significante per il secondo e, quindi, essendo il luogo da cui si attingono i significati, è di natura simbolica.

L’etimologia del termine simbolo, d’altronde, fa riferimento a ciò che unisce. Infatti, esso proviene dal greco syum-bàllo che significa “mettere insieme” sia nel senso di stipulare un accordo che di unire. Nella Grecia antica il simbolo era denominato “tessera di riconoscimento” o tessera hospitalis (come vedremo in seguito, l’ospitalità in Grecia era sacra) per cui due individui o due comunità rompevano in due parti una tessera, generalmente di ceramica, alla fine dell’ospitalità e ognuno dei due ne conservava una parte. Il simbolo, quindi, serve a mettere insieme, a unire, a legare, a creare un legame. Se crea legame, il simbolo è un dono o, al contrario, quest’ultimo è un atto simbolico.

Cultura e culturale, in questo senso, si donano a vicenda scambiandosi significati. Essi in un continuo processo di reciprocità assumono il ruolo di significante e significato: si rincorrono a vicenda senza riuscire a ritrovare l’originaria identità. Le considerazioni di Aristofane sulla natura simbolica del ruolo uomo – donna e del loro destino nel Simposio di Platone “dopo che l’originaria natura umana fu divisa in due, ciascuna metà, desiderando fortemente l’altra metà che era sua, tendeva a raggiungerla”, danno un significato metaforico al suddetto rapporto.

Nel Convivio Platone sosteneva che ogni uomo è simbolo giacché “tessera dell’uomo totale…tensione verso una totalità assente, ma richiamata dall’incompiutezza di senso della situazione presente“. Il simbolo in questa interpretazione è portatore di un significato profondo del quale diventa espressione.

Come sottolineato da U. Galimberti, Jung richiama Platone nel momento in cui, nella ricerca dei significati simbolici e nel tentativo di dare un senso al simbolo, sostiene che quest’ultimo va “dal senso presente ad una ulteriore partecipazione di senso a cui l’incompiutezza del senso presente rinvia“. Jung, infatti, in Spirito e vita, scrive:

Un simbolo non abbraccia e non spiega, ma accenna, al di là di se stesso, a un significato ancora trascendente, inconcepibile, oscuramente intuito, che le parole del nostro attuale linguaggio non potrebbero adeguatamente esprimere.

E’ sulla concezione del simbolo uno dei maggiori contrasti tra Freud e Jung.

Per Freud i simboli sono una rappresentazione visiva e immaginaria attraverso la quale si esprime l’inconscio. Un’idea, una rappresentazione rimossa può tornare in vita attraverso il simbolo, soprattutto nei sogni. I simboli, come sostiene in Introduzione alla Psicoanalisi, precedono il linguaggio e, quindi, sono una forma di comunicazione primitiva che, seppure si esprime nell’ontogenesi, trova i suoi riscontri nella filogenesi. Infatti, egli scrive:

La relazione simbolica, mai insegnata al singolo ha i requisiti per venire considerata un’eredità filogenetica. Nelle successive fasi dello sviluppo i simboli tendono ad emergere come associati a idee rimosse, soprattutto, sul piano sessuale.

Jung, al contrario, sostiene che questi non sono simboli, ma semplici segni poiché vengono associati per l’appunto ad un vissuto di cui l’individuo ha avuto coscienza e che è stato rimosso. Il simbolo appartiene, invece, all’inconscio collettivo ovvero all’intero universo e non al singolo individuo. Non è un caso che egli concentri i suoi sforzi clinici sugli archetipi che nella sua teorizzazione rappresentano l’eredità trasmessa di immagini e forme virtuali formatisi nel corso dello sviluppo dell’umanità. In sostanza, Jung sostiene che i simboli si sono formati, sul piano filogenetico, trasferendo energia psichica dai bisogni pulsionali immediati, a forme pulsionali mediate, orientate verso fini creativi in modo da effettuare la transizione dal piano della natura a quello della cultura. Ancora una volta, torna anche sul piano dei simboli, il rapporto tra culturale e cultura. Sia Freud che Jung mettono in evidenza, al di là delle differenze sul piano clinico e teorico, che i fatti culturali sono espressioni della cultura che per il primo risiede nell’inconscio, come sede di elementi rimossi, mentre, per il secondo, nell’inconscio collettivo contenete le tracce dello sviluppo filogenetico o le tracce di un evento non conosciuto che influenza le nostre scelte quotidiane.

La croce che, in senso cristiano, rappresenta la sofferenza può essere un segno così come un simbolo archetipico. E’ un segno nel momento che la si associa con un episodio di sofferenza che è stato rimosso; è un simbolo archetipico se rappresenta il passaggio obbligato attraverso il quale ogni cristiano può raggiungere la salvezza.

Se il rapporto tra culturale e cultura, quindi, è mediato dai simboli, non possiamo non fare nostra la definizione di Kerzer quando sostiene che “non si dà rituale senza simboli” (1988) e/o, al contrario, il simbolo, per il suo esplicarsi, ha bisogno del rituale. Tra l’altro il rito è sempre di ordine simbolico in quanto evocatore di significati individuali e/o collettivi. Spesso i riti, da parte degli antropologi, sono coincisi con i riti d’iniziazione e/o con i riti religiosi. Cosi come ho sostenuto per l’antro-poiesi, il rituale si esprime giorno dopo giorno o, meglio, momento dopo momento.

In sostanza, il rapporto rito e rituale assomiglia ai processi esistenti tra cultura e culturale. I rituali occupano quasi l’intera giornata: basti pensare, ad esempio, all’organizzazione dello spazio e del tempo, all’organizzazione del lavoro, del tempo libero, etc. I rituali riguardano anche le modalità con cui svolgiamo i compiti quotidiani come pulire, pulirsi, mangiare, etc. La colazione, il pranzo, la cena nel nostro sistema sociale sono momenti rituali che acquistano valore simbolico: è il momento in cui la famiglia si riunisce. E non solo, i posti a tavola sono predeterminati ed esprimono in maniera chiara le relazioni interne al sistema familiare. I clinici che si occupano di famiglia conoscono bene i significati della prossemica all’interno dello spazio terapeutico. Il pranzo della domenica e/o delle feste raccomandate a casa dei nonni in cui le generazioni si riuniscono è un rituale a forte valenza simbolica. Invitare a pranzo e/o a cena è un modo sia per dimostrare amicizia e gradimento sia per instaurare nuove amicizie: per creare un legame. Ecco ritornare il dono come valore simbolico all’interno dei rituali sia interni sia esterni alla famiglia.

E. De Martino, nell’analizzare il concetto di presenza, introduce il senso di spaesamento attraverso il quale le persone temono di perdere i propri riferimenti domestici. Di fronte ad una crisi dovuta a morte o malattia, essi sperimentano il senso d’incertezza e non appartenenza a una storia comune che li porta all’incapacità di decidere e di agire. Per rispondere a queste sensazioni gli uomini hanno bisogno di de-storificare il negativo collegandosi ai miti, che diventano indici di senso in grado di sostituire la non presenza, attraverso i rituali. De Martino dà un esempio dello “spaesamento” negli studi sull’elaborazione del lutto, osservando e analizzando il rito del pianto in Lucania, facendo riferimento a quanto sostenuto in Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria. Di fronte alla morte di un familiare, vi è l’esigenza di rielaborare il lutto all’interno di un contesto mitico e simbolico che, vissuto in senso religioso, collega la scomparsa con la morte e la resurrezione di Cristo.

Amalia Signorelli, antropologa e collaboratrice di De Martino della spedizione nel Salento, scrive:

Il dato esistenziale che ha scatenato la crisi (morte, malattia, paura e altro ancora) viene mentalmente astratto dal contesto storico per entro il quale è stato esperito e viene ricondotto a un tempo e a una vicenda mitici.

La resurrezione comporta il passaggio da un tempo finito – la vita – all’eternità, che come sostenuto da Sant’Agostino rappresenta un continuum ovvero un presente senza fine che, quindi, come tempo non esiste. Il passaggio dalla vita alla morte comporta il trasformare il vissuto del legame all’interno di un tempo limitato come quello della vita, a uno che, invece, vivrà all’interno di un tempo senza tempo (l’eternità). In questo senso, la morte così come la vita è un dono che permette il perpetrarsi del legame tra i vivi e i morti. I clinici che si occupano di elaborazione del lutto sanno bene che spesso i lutti non superati o incistati sono il frutto di conflitti ancora aperti tra il vivente e il morto, così come sanno che l’elaborazione avviene attraverso un colloquio virtuale con la persona morta.

In Sicilia, per dare valore a questo legame, i “morti” portano regali ai bambini in occasione della festività dei defunti. Il dono serviva a rinsaldare il legame con le generazioni precedenti le quali continuano a vivere nel nostro ricordo. Tale ritualità richiama il principio del Talmud secondo il quale “ci vogliono tre generazioni per fare un figlio: quella dei nonni, dei genitori e dei figli”. Dalle generazioni precedenti arrivano i doni della vita, ma anche quello della morte. D’altronde vita e morte sono la faccia della stessa medaglia: la vita è concepita come inizio e fine e, quindi, come nascita e morte. Torniamo alla coesistenza di Eros e Thanathos di freudiana memoria.

Il culto dei morti, d’altronde, lo troviamo in qualsiasi era della storia e in qualsiasi civiltà con diversi significati simbolici, con diverse ritualità ma, sempre legato al tentativo di rispondere alla domanda sull’origine e sulla fine. Anche i materialisti ovvero quelli che non credono che esista un Dio e una vita oltre la morte, hanno dovuto confrontarsi con questo dilemma e, spesso, di fronte alla morte hanno risposto che essa non esiste. Sembrerebbe un paradosso, eppure essi partono dal concetto di Lavoisier che la materia non si crea e neppure si distrugge ma, semplicemente, si trasforma. M. Hach, nel libro Io credo, afferma:

Io non credo nel destino, le cose succedono e basta. Come gli epicurei, mi dico: finché ci sono io c’è la vita, quando c’è la morte non ci sono più io. Non credo nell’aldilà, non credo ci sia nulla dopo la morte. Credo che le mie molecole resteranno, l’atomo di idrogeno è praticamente immortale, ha una vita lunghissima, quindi le particelle che compongono il mio corpo sopravvivranno. Non sarò più io, le mie molecole si sparpaglieranno nell’atmosfera terrestre, serviranno a costruire altre persone, altri oggetti, chissà. Comunque io non ci sarò più.

Se per il culto dei morti il mito è legato all’esistenza di Dio o di dei, per l’ateismo è la scientificità e il metodo scientifico. Ciò che li accomuna sul piano simbolico è la concezione dello spazio e del tempo. In ambedue i casi c’è un prima e c’è un dopo così come non c’è vuoto né prima né dopo.

Interrogarsi sull’inizio e sulla fine, vuol dire portare i simboli e i riti all’interno del sacro. Ida Magli sostiene che per analizzare il sacro bisogna esaminare la concezione del tempo contenuta all’interno di ogni visione di tipo religioso. Ella sostiene che in quasi tutte le religioni, il tempo è considerato ciclico ovvero dà spiegazioni di ciò che sta prima della nascita e quello che viene dopo la morte. Se il tempo è ciclico, bisogna chiedersi anche: la visione materialista è sacra seppure non ancorata a nessun vissuto di tipo religioso? A una domanda siffatta non si può che rispondere positivamente poiché se per la religione all’inizio e alla fine c’è Dio o ci sono gli dei, per il materialismo all’inizio e alla fine ci sono gli atomi. Si può presupporre, quindi, che vi è il sacro, così com’è stato concepito fino ad oggi dagli antropologi e dagli studiosi di religione, e la “cultura sacra” che attiene alla cultura senza nessun riflesso di tipo religioso.

Questa distinzione seppure logica, in pratica non produce nessun tipo di risultato poiché la cultura nel suo complesso dà significazione al mito d’origine e all’interruzione del tempo seppure nelle specificità delle varie religioni o credenze. Da ciò si evince che la cultura non solo contiene il sacro, ma è sacra. E’ il culturale che crea le distinzioni tra le varie credenze sull’origine e sulla morte.

U. Galimberti, in Il sacro o la dimensione simbolica, sostiene che:

Sacro è una parola indoeuropea che noi traduciamo con “separato” e fa riferimento alla potenza che gli uomini hanno avvertito come superiore a loro e perciò collocata in uno scenario “altro” a cui hanno dato il nome di sacro, successivamente di “divino”. In questo scenario Dio è arrivato con molto, molto, molto ritardo.

Il sacro è il luogo dell’indefferenziato, dell’ambivalenza, dell’indeterminatezza, dell’artistico. E’ il luogo dell’indifferenziato poiché le definizioni sono delle convenzioni che permettono di trovare significati univoci e convenzionali agli oggetti in modo, da un lato, di “ridurre l’angoscia e rendere prevedibili i comportamenti” e, dall’altro, consentire “di nominare le cose secondo un significato universale”. Il definire, il differenziare è tipico dell’attività della ragione che si difende dal non conosciuto, dalla non prevedibilità. Noi abbiamo l’esigenza di catalogare le cose e i comportamenti per evitare l’imprevedibilità che è tipica della follia. Ciò vuol dire che nell’area sacrale le cose possono assumere mille e più significazioni.

Secondo quello che ho sostenuto fino adesso, non vi è dubbio che la dimensione della sacralità appartenga alla cultura, mentre il definire, il differenziare è un prodotto del culturale. E’ nel legame, nello scambio dinamico tra cultura e culturale che le cose assumono sempre nuovi significati e, nello stesso momento, si arricchiscono di nuovi valori. Differenziare, definire, catalogare sono processi che sono stati ampiamente studiati, in psicologia.

Per Piaget definire vuol dire equilibrare le modalità di conoscenza degli oggetti ovvero l’assimilazione e l’accomodamento. Per Festinger definire è necessario al fine di ridurre la dissonanza cognitiva ovvero l’ambivalenza creata da due rappresentazioni contrastanti e divergenti. In particolare, i processi teorizzati da Piaget concordano perfettamente con il rapporto tra culturale e cultura. La cultura assimila dentro i propri schemi simbolici il culturale nel momento in cui lo riconosce e cambia il simbolico di fronte a nuovi eventi culturali. Questo rapporto, per Galimberti, è tra ragione, inteso come differenziazione, e follia rappresentata dal sacro. Egli presume che la follia è il costitutivo dell’uomo nella sua singolarità. La ragione serve semplicemente per vivere esperienze con significati condivisi, ma essa collassa nel momento in cui ci ritroviamo a confrontarci con l’ambivalenza del nostro pensiero o nei sogni. E’ in questi momenti che viviamo l’esperienza del simbolico e del sacro. La stessa esperienza la viviamo nell’atto artistico e nella poesia attraverso le quali comunichiamo l’eccedenza di significati dal punto di vista semeiotico e trasmettiamo l’essere in comunione, attraverso i simboli, con il sacro.

La poesia è un atto linguistico che supera e travalica i segni. M. Frank sostiene che:

Gli atti linguistici di natura simbolica o rituale sono oggetti di una credenza. Essi presuppongono la funzione denotativa del linguaggio, ma prendono quel segno o quella serie di segni come spunto per un proiezione di senso che si sovrappone invisibilmente al loro significato abituale.

Il sistema di credenze è da riferirsi al mito che lo stesso autore definisce come un racconto “in cui una certa realtà naturale o umana viene riferita alla dimensione del sacro, e questo riferimento la fonda”. Fondare è utilizzato nel senso di dedurre ovvero di una spiegazione di tipo relazionale.

L. Kolakowski, in accordo con Frank, sostiene che il mito è fondamento “infondato” poiché non può essere compreso all’interno delle categorie razionali o scientifiche senza il rischio di trasformarlo in dottrina. Piuttosto, esso dà un senso alla storia individuale, comunitaria, alla logica, alla conoscenza pratica rispondendo all’assurdità del mondo che rimanda sempre al niente, al disorientamento cui ci espone l’esperienza pratica. Ancora una volta, attraverso il mito, il culturale trova spiegazione all’interno della cultura e, come sostiene lo stesso Frank, il processo è complementare e circolare. Infatti, egli, sul piano linguistico, sostiene che la distinzione tra linguaggio denotativo, formato dai segni, e linguaggio simbolico è artificiosa e astratta poiché, in effetti, essi sono complementari. I segni, infatti, non hanno un significato proprio ma solo in funzione della loro interpretazione comunitaria, in altre parole trovano significazione solo in rapporto alla condivisione con l’altro. Il rapporto, la relazione di condivisione di significazione è effetto del culturale e, perché tale, s’interfaccia con la cultura e, quindi, con il simbolico. Scrive ancora Frank:

La funzione denotativa del discorso sarebbe allora vincolata ad un sistema di atti simbolici e di decisioni assiologiche la cui origine va cercata sul piano dell’interazione sociale … che …. definirei mitica.

Allo stesso modo Kolakowski, attraverso il dare senso al mito, mette in relazione la cultura e il culturale.

Moretti sostiene che:

incontrare il mito significa abbandonarsi a un’esperienza fortemente antiumanistica nel senso che in questo incontro (destinale) l’uomo non potrà più illudersi di dominare con uno sguardo razionale l’evento.

M.Cometa, in Mitologie della ragione. Letterature e miti dal Romanticismo al Moderno mette in risalto che:

Le mitologie vengono ….. intese come quel repertorio di fabulae in cui si annidano e si conservano i sogni, le speranze e le utopie dell’umanità. Il loro senso non sta dunque in un’improponibile verità altra ma proprio nell’altro della verità, in quella regio dissimilitudinis in cui il non-razionale convive accanto alla ragione.

In quest’ottica il mito, fautore di uno scambio comunicativo tra cultura e culturale, da senso al legame poiché esso trova i suoi riferimenti simbolici all’interno della condivisione e per fare ciò dà significazione al donare come rituale per lo scambio relazionale. Forse il mana descritto da Mauss, di cui ho parlato in precedenza, trova rispondenza all’interno dell’esperienza mitica. La cultura dà senso all’esperienza dell’uomo permettendogli di trovare attraverso i miti, i simboli e i rituali (il culturale) significati condivisi che danno senso alla sua storia quotidiana. A sua volta, la cultura non è uno sfondo immutabile ma sotto la spinta del culturale si adatta alla storia ed evolve con essa. All’interno di questa grande storia, come vedremo in seguito, il soggetto può narrare la sua storia individuale e di gruppo. Senza la cultura, l’uomo sarebbe costretto a vivere nel niente, nel vuoto, nell’assenza. Senza la cultura non potrebbe riconoscersi, differenziarsi, diventare soggetto, trasformarsi da essere biologico in essere culturale. La cultura essendo uno sfondo, spesso rimane invisibile. Eppure senza lo sfondo non si emerge: non esiste disegno, opera d’arte che non si staglia dallo sfondo. E’ proprio il suo essere sfondo della storia antropologica che la pone sul piano della sacralità o, se vogliamo, la pone come mito. Se è storia antropologica, non possiamo non guardare alle civiltà che determinano le origini del nostro contesto culturale e, in particolare, quella greca, romana ebrea e cristiana. Visiteremo queste civiltà non con gli occhi degli storici, ma tenendo conto dell’analisi che stiamo portando avanti ovvero quella del dono come simbolo che permette di costituire legami. Non possiamo perdere di vista l’interesse prettamente clinico del presente lavoro e, quindi, il tentativo è di entrare dentro le narrazioni con cui il soggetto racconta la sua storia all’interno di uno sfondo di cultura che dà significazione ai suoi comportamenti. D’altronde in psicoterapia lavoriamo sulle narrazioni che devono essere comprese all’interno riferimenti culturali condivisi.

J. Bruner sostiene che la narrazione:

è uno degli strumenti più preziosi a livello culturale, in quanto attraverso i racconti è possibile negoziare significati comuni e veicolarli fin dalla più tenera età e in modo piacevole. Questo aumenterebbe la coesione del gruppo e la reiterazione del sistema di valori e credenze.

Addirittura afferma che l’essere umano ha una “attitudine o predisposizione a organizzare l’esperienza in forma narrativa” poiché sente il “bisogno di ricostruire la realtà dandogli un significato specifico a livello temporale o culturale”. La narrazione, che riprenderemo più avanti, travalica il racconto poiché ci fa entrare in contatto diretto con il mito, con i simboli, con la legenda, con la fiaba, con le novelle popolari, con l’epica, con la tragedia, con la commedia, con la pittura, etc. Ancora Bruner sostiene che:

La vita stessa è narrazione in quanto storia.

Verso una nuova definizione oggettiva del Disturbo da Stress Post-Traumatico

Un nuovo Topic, apparso di recente su Neuropsychopharmacology, di Amit Etkin, tra i massimi ricercatori ed esperti nel campo del Disturbo da Stress Post-Traumatico, precisa le nuove metodologie e tecniche che potranno consentire di ancorare la definizione clinica di tale disturbo a misure maggiormente oggettive e quantificabili, dal momento che attualmente la sua diagnosi si affida a caratteristiche o descrizioni fenotipiche e sintomatologiche ancora troppo imprecise. 

 

Caratteristiche che nella maggior parte dei casi non si ravvedono in modo uniforme ed omogeneo nell’intera popolazione clinica di pazienti affetti da questa condizione.

Gli individui che presentano un Disturbo da Stress Post Traumatico generalmente manifestano un ventaglio così vasto di sintomi psicologici e alterazioni neurobiologiche da rendere problematica una definizione univoca e oggettiva della patologia.

Per esempio, nell’ultima revisione dei suoi criteri diagnostici-nosografici avvenuta nel passaggio da DSM IV-TR a DSM 5, solo nel 50% dei casi si è riscontrata una reale sovrapposizione sintomatologica tra gli individui affetti da PTSD all’interno della popolazione clinica presa come riferimento (Stein, McLaughlin et al., 2014).

Date queste premesse, a parere di Etkin, appare necessario investigare nel modo più oggettivo e quantificabile possibile quelle che sono le componenti biologiche e cliniche dei vari sottotipi di Disturbo da Stress Post-Traumatico tramite compiti cognitivi e comportamentali, con il fine di superare quelle problematicità che si riscontano durante il procedimento diagnostico, ancorando le manifestazione fenotipiche dei pazienti a misure più oggettive e affidabili (Etkin, Maron-Katz, Fonzo et al., 2019).

Partendo dalla neuropsicologia, tra i vari domini cognitivi, già J. Scott dell’Università della Pennsylvania in una sua meta-analisi del 2015, aveva sottolineato come in particolare la memoria verbale risultasse in media estremamente deficitaria negli individui con diagnosi di PTSD e come il funzionamento neuropsicologico di questi pazienti nell’area dell’attenzione, della memoria e del processamento cognitivo fosse da considerarsi al momento dell’effettiva presa in carico e valutazione clinica di questi pazienti e come questi dati potessero avere delle importantissime ripercussioni e implicazioni per il successivo trattamento psicologico o terapeutico di questa tipologia di pazienti (Scott, Matt, Wrocklage et al., 2015).

In linea con questo pensiero, in un loro recente studio, Etkin e colleghi (2019) del dipartimento di Psichiatria e Scienze Comportamentali dell’Università di Stanford, del Wu Tsai Neurosciences Institute e del Veterans Affairs Palo Alto Healthcare System, hanno esaminato in una dimensione normativa i punteggi ottenuti dagli individui con diagnosi di PTSD in un compito di memoria verbale e i loro rispettivi dati ottenuti tramite risonanza magnetica funzionale ottenendo, sulla base delle loro prestazioni – situate all’interno o al di fuori della curva di normalità – due sottogruppi con la medesima diagnosi, ma con differenti capacità mnestiche.

Nel dettaglio, combinando i punteggi ottenuti ad un compito di apprendimento di una lista di parole con le evidenze di neuroimaging, i ricercatori hanno mostrato come il sottogruppo al di fuori della curva di normalità, ovvero che presentava una performance peggiore nel compito di apprendimento, presentasse un’alterazione a livello del circuito attentivo ventrale (VAN; Ventral Attentional Network), rispetto al sottogruppo di individui con la medesima diagnosi, ma posizionatisi all’interno della curva di normalità e ad un gruppo di controllo.

In aggiunta, in modo sorprendente, gli autori hanno trovato come la combinazione di questi dati non fosse associata a differenze nella sintomatologia o a comorbilità, ma fossero in grado di predire una scarsa o addirittura un’assenza di risposta di uno dei due sottogruppi di pazienti a interventi di esposizione prolungata, inseriti nel trattamento evidence-based per il PTSD (Etkin, Maron-Katz, Fonzo et al., 2019).

Infatti, il sottogruppo di pazienti i cui punteggi si erano posizionati al di fuori della curva di normalità e che presentavano una ridotta attività del circuito VAN, esibivano una maggiore resistenza durante le sessioni di esposizione prolungata, a differenza del gruppo di controllo e del sottogruppo PTSD con performance di memoria verbale nella norma.

Al di là della scoperta dell’alterazione nel funzionamento del circuito neurale VAN, tali evidenze prodotte da Etkin e colleghi (2019) hanno dimostrato la rilevanza clinica di dati neuropsicologici nell’ambito del trattamento psicoterapeutico, in particolare nella scelta e nel successivo adattamento dell’intervento da intraprendere a seconda delle caratteristiche neuropsicologiche del paziente e non più rispetto alla sua diagnosi.

Questo si potrebbe definire un modello multidimensionale di concezione del disturbo psicologico, che trascende la classica e tradizionale nosografia basata quasi esclusivamente sulla descrizione sintomatologica e fenotipica della popolazione clinica di riferimento. Proprio questo modello sta acquisendo progressivamente maggior rilevanza in quanto, rispetto al precedente, fonda la descrizione clinica di un disturbo su biomarkers oggettivi, che possono rivelarsi significativi non solo durante l’iter per il raggiungimento di una diagnosi, ma anche per il conseguente intervento terapeutico.

A parere di Etkin alcuni strumenti come l’elettroencefalografia, più economica e di più immediato utilizzo rispetto alla risonanza magnetica funzionale, o device di machine learning per una raccolta e analisi più robuste e strutturate di dati cerebrali, potrebbero essere ben presto richiesti per contribuire alla formulazione di una diagnosi in ambito psichiatrico assieme ai consueti strumenti diagnostici.

Il contributo dei biomarker alla diagnosi e al trattamento non sarà più un’eventualità, ma rapidamente verrà richiesta come conditio sine qua non all’interno del procedimento diagnostico. (Etkin, 2019).

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