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I tratti di personalità sono in grado di modulare le nostre scelte alimentari?

Gli esseri umani nascono con una predilezione per i cibi dolci e con un’avversione per i cibi amari. Ma qual è il ruolo dei tratti della personalità nelle scelte alimentari?

 

È noto che il gradimento per il dolce è innato negli esseri umani e spazia in tutte le epoche e culture del mondo, rendendo il sapore dolce una parte fondamentale della nostra dieta. Il piacere del dolce è intenso durante l’infanzia, probabilmente a causa dell’esigenza nutrizionale di consumare cibi energetici (Mennella, 2014), e diminuisce nell’arco della vita (De Graaf & Zandstra, 1999).

Allo stesso modo, l’avversione per l’amaro è innata e ha origini lontane legate alla sopravvivenza e al fatto che la maggior parte dei veleni e delle sostanze nocive di origine vegetale hanno questo sapore. Questa attitudine ancestrale, ancora oggi, tende a farci associare gli alimenti amari a cibi potenzialmente pericolosi e quindi da evitare.

Le preferenze alimentari, invece, non sono elementi statici e universali: è stato osservato, infatti, che un individuo modifica almeno in parte le proprie preferenze alimentari nel corso della vita. È intuibile come i fattori determinanti in questo caso siano il condizionamento ambientale, come la cultura di appartenenza, le abitudini alimentari familiari e le esperienze sensoriali nel corso della vita, e le esperienze correlate agli altri sensi che stimolano l’individuo al consumo, basti pensare all’importanza del packaging nel processo di acquisto di un prodotto.

Non solo, anche i tratti di personalità influiscono su ciò che decidiamo di mettere in bocca, modulando le scelte e gli stili alimentari in tutte le fasi della nostra vita (Mõttus et al., 2013).

Numerosi studi hanno indagato la relazione tra i tratti di personalità del Big Five e le scelte alimentari. Nella ricerca condotta da Keller e Siegrist (2015) dell’Università di Zurigo è emerso che un’alta apertura mentale e una forte coscienziosità sono associate ad uno stile alimentare più sano, caratterizzato da un maggiore consumo di frutta e di verdura e da un minore consumo di carne e di bevande dolci. La coscienziosità è risultata associata anche ad una riduzione dell’alimentazione emotiva (mangiare come strategia di coping per fronteggiare emozioni negative e/o stress) e dell’alimentazione in risposta a stimoli esterni (mangiare in risposta a stimoli ambientali invece che in risposta a stimoli interni come la fame). L’amabilità è risultata correlata ad un ridotto consumo di carne, mentre il nevroticismo ad una maggiore alimentazione emotiva ed esterna con conseguente consumo di cibi dolci, saporiti e calorici. L’estroversione è risultata promuovere il consumo di cibi ricchi e saporiti, di carne e di bevande dolci sottolineando il ruolo cruciale svolto dalla tendenza a mangiare in risposta a stimoli esterni, ambientali o sociali legati agli alimenti (come la vista o l’odore del cibo) indipendentemente dalla sensazione di fame o di sazietà.

Un tratto particolarmente interessante nell’ambito delle Scienze Sensoriali è la neofobia alimentare (Pliner & Hobden, 1992), ossia la diffidenza ad assaggiare cibi mai provati prima e diversi dal solito. Questa caratteristica è in parte geneticamente determinata e in parte influenzata dalle abitudini alimentari dei genitori. Alcuni studiosi hanno sottolineato il valore adattivo di questo tratto, considerandolo un bagaglio fondamentale di precauzioni dei nostri antenati volto a garantirne la sopravvivenza, evitando il consumo di alimenti nuovi e quindi potenzialmente nocivi.

Nella realtà attuale la neofobia assume invece connotati controproducenti in quanto risulta essere associata ad una dieta poco equilibrata e bilanciata, ad una bassa preferenza e ad un minor consumo di vegetali sia nei bambini (Kral, 2018) che negli adulti (Knaapila et al., 2011; Törnwall et al., 2014). Due recenti studi italiani hanno dimostrato che le persone neofobiche (con punteggi alti di neofobia) tendono a percepire come maggiormente intense le sensazioni critiche, come l’amaro, l’astringente e il piccante, e a gradire di meno i prodotti con queste caratteristiche rispetto ai neofilici (con punteggi bassi di neofobia; Laureati et al., 2018; Spinelli et al., 2018).

 Inoltre, Raudenbush e Capiola (2012) hanno valutato le reazioni fisiologiche dei due gruppi in risposta a immagini alimentari e non. I risultati evidenziano che non ci sono differenze significative tra i due gruppi in relazione agli stimoli non alimentari. Al contrario, in presenza di stimoli alimentari, i neofobici presentano una maggiore attivazione del Sistema Nervoso Autonomo, valutata attraverso la conduttanza cutanea della pelle e la respirazione, indicando un coinvolgimento emotivo soprattutto a livello simpatico.

Anche la sensibilità alla punizione e la sensibilità alla ricompensa sembrano giocare un ruolo chiave nelle preferenze alimentari. Nella teoria della sensibilità al rinforzo (RST), Gray e McNaughton (2008) proposero l’esistenza di due sistemi cerebrali che regolano, rispettivamente, la prevenzione di stimoli avversi (il sistema comportamentale di inibizione) e l’approccio a stimoli appetitivi (il sistema comportamentale di attivazione). La sensibilità alla punizione è risultata essere negativamente associata al gradimento di cibi piccanti, mentre la sensibilità alla ricompensa è risultata essere positivamente associata al consumo di peperoncino, al gradimento e alla scelta di cibi piccanti (Byrnes & Hayes, 2013; Spinelli et al., 2018). Studi recenti hanno anche evidenziato un’associazione tra la sensibilità alla ricompensa e alcuni comportamenti alimentari non salutari, come la preferenza e il consumo di cibi dolci e grassi, il maggiore consumo di alcol e la frequenza del fumo (Davis et al., 2007; Morris, Treloar, Tsai, McCarty, & McCarthy, 2016; Tapper, Baker, Jiga-Boy, Haddock, & Maio, 2015).

L’alessitimia, un disturbo dell’elaborazione degli affetti che interferisce con i processi di auto-regolazione e riorganizzazione delle emozioni, è risultata associata ad alcuni comportamenti compulsivi quali l’abbuffarsi di cibo e l’abuso di sostanze (Parker, Bagby, Taylor, Endler, & Schmitz, 1993). Nello studio italiano di Robino e colleghi (2016) condotto su 649 soggetti è emerso che le persone con alta alessitimia hanno una maggiore preferenza per gli alcolici, i dolci, i cibi grassi e la carne, tutti prodotti connotati da alta palatabilità e piacevolezza. I soggetti con bassa alessitimia risultano preferire maggiormente le verdure e i formaggi saporiti, tutti stimoli fortemente connotati da un punto di vista sensoriale (come il peperocino, la cipolla e l’aglio).

Infine, diversi studi hanno indagato il ruolo della consapevolezza corporea (Miller, Murphy, & Buss, 1981), riportando che gli individui con alta consapevolezza sono maggiormente in grado di rilevare e identificare le differenze nelle proprietà sensoriali degli alimenti rispetto agli individui con bassa consapevolezza a causa della loro maggiore sensibilità agli stimoli sensoriali (Jaeger, Andani, Wakeling, & MacFie, 1998). Questo tratto è stato anche collegato con la sensibilità alle sensazioni causate da cibi piccanti: gli individui altamente consapevoli delle variazioni dei propri stati interni tenderebbero a giudicare la sensazione di bruciore (derivante dalla presenza di capsaicina) come più intensa rispetto agli individui con bassa consapevolezza (Ferguson & Ahles, 1998), ma non tutti gli studi supportano questi risultati (Byrnes & Hayes, 2013).

 

Autoradicalizzazione – Un racconto di Fantapsicologia

Con l’invecchiamento si assiste di frequente ad un arroccamento sempre più marcato e intransigente sulle proprie posizioni con una difficoltà crescente a mettere in discussione le proprie idee, non foss’altro perché si sono dimostrate efficaci nel garantire la sopravvivenza fino ad allora. 

 

Se i giovani con il loro idealismo tendono spesso e volentieri a diventare fanatici di idee caratterizzate, in genere, dall’essere terribili semplificazioni della complessità della realtà che vengono loro proposte da interlocutori affettivamente significativi del gruppo dei pari, così importante per l’emancipazione dalla famiglia d’origine e la sua cultura o dal partner che nel momento della primavera ormonale ha argomenti cui non si può resistere come proverbi di ogni regione ricordano in modo colorito, con l’invecchiamento si assiste di frequente ad un arroccamento sempre più marcato e intransigente sulle proprie posizioni con una difficoltà crescente a mettere in discussione le proprie idee, non foss’altro perché si sono dimostrate efficaci nel garantire la sopravvivenza fino ad allora.

Si tratta di un “intolleranza di ritorno” che contrasta con la presunta saggezza dei vecchi. In fondo “squadra che vince non si cambia” e l’unica vittoria che l’evoluzione conosce non è l’aver ragione ma essere ancora in vita. Ai vari fanatismi dell’età giovanile e adulta otto/novencenteschi (religiosi, politici, sportivi) e più recenti (alimentari, fisici, da social media) ho dedicato con un gruppetto di fanatiche colleghe un numero monografico della rivista “Cognitivismo clinico” del dicembre 2016. Queste poche righe ne costituiscono un breve “postscrittum” essendo soprattutto dedicate all’interstardimento senile, fenomeno che riguarda tutti coloro che lavorano con la mente altrui con la velleità di modificarne il funzionamento considerato il generale invecchiamento della popolazione. Sempre più vecchi, che peraltro sono i detentori di buona parte della ricchezza e vogliono migliorare la propria qualità di vita emotiva e sessuale e non si accontentano di ammazzare il tempo in attesa di esserne ricambiati e liberare l’INPS dal loro peso.

In questo ingessamento cognitivo, che può apparire simile ma non si identifica con il rincoglionimento tout court, non c’è dubbio che entrino pesantemente in gioco aspetti neurobiologici e una pietra miliare, in tal senso, è stato il lavoro del dottor J.U. Kalstroom dell’università di Trondhaim (2027) che ha pubblicato su “Nature” un articolo in cui, avvalendosi del silenzio assoluto della notte polare e di un antico ma sofisticato captatore di suoni prestatogli dal locale museo storico degli strumenti musicali, è riuscito a registrare l’inquietante cigolio che producono i dendriti che si spostano da una sinapsi a un’altra quando un vecchio cambia idea (ad esempio modifica il testamento escludendo i figli a favore della badante ucraina con cui ha scoperto affinità elettive insospettabili tra culture così diverse). Si tratta di un terribile sferragliare inframezzato da schiocchi per il saltar via di blocchetti di ruggine mielinica. Per chi ne ha memoria si tratta di un rumore simile a quello prodotto dagli addetti alla composizione dei treni quando staccano e riattaccano i vagoni con abile mossa per non restare spiaccicati tra i respingenti.

Lo stesso neuroscienziato, forse esaltato dal primo successo e inebriato dal profumo di Nobel, ha proposto una terapia a base di irrigazioni attraverso l’orecchio e, più arditamente, tramite puntura lombare di “svitol” ma i benefici sono stati piuttosto modesti a fronte dei massicci effetti collaterali soprattutto sugli aspetti morali della condotta, assimilabili ad una classica sindrome prefrontale o, più specificatamente a una “bonobo’s disease” che ha condotto tutti i comitati etici occidentali a vietare ulteriori ricerche in tal senso. Forse la delusione per il mancato Nobel e l’emarginazione nella comunità scientifica internazionale hanno spinto Kaltroom verso una senescenza precoce con quella radicalizzazione sulle sue idee che lui stesso aveva evidenziato con il precedente studio che, unita alla sfrontatezza di continuare a proporle in comizi improvvisati di fronte alle sedi universitarie norvegesi, hanno portato le autorità accademiche alla dolorosa ma inevitabile decisione di abbatterlo, sollevando l’indignazione di molte associazioni animaliste e del board del premio “Ignoble”. La tragica fine di Kalstroom ha rallentato l’approccio neuroscientifico al problema della testardaggine senile di cui si sono avvantaggiati gli approcci più psicologici che una spiegazione più o meno vera ma certamente suggestiva ce l’hanno sempre quasi per tutto (Per lo stato dell’arte si veda la dettagliatissima rassegna di K.M. Lewandosky 2025 pubblicata sull’American journal of Psychology riguardante tutti i problemi dell’esistenza su cui la psicologia ha detto la sua o meglio, le sue, essendoci, in genere almeno due o tre spiegazioni diverse e contrastanti ma comunque affascinanti).

Il contributo del cognitivismo si è focalizzato soprattutto sull’analisi del cosiddetto “dialogo interno” come motore dell’autoradicalizzazione. La tesi è che il continuo dialogo che intratteniamo con noi stessi in ogni momento di veglia e che proseguiamo per immagini oniriche durante il sonno non assomigli tanto ad un dibattimento quale potremmo assistere in un aula di tribunale o parlamentare in cui le varie posizioni sono equamente rappresentate ed hanno pari diritti, quanto piuttosto ad un processo farsa dei regimi dittatoriali dall’esito già scontato e che viene messo in scena solo per rassicurarsi della bontà e ineluttabilità della decisione già presa, oppure ad un comizio di un aspirante capopopolo con un servizio d’ordine piuttosto muscoloso. Solo gli argomenti della propria parte sono ripetuti all’infinito mentre quelli avversi non sono neppure ascoltati o usati solo come pretesto da ridicolizzare per ribadire una volta di più i propri. Viene presa in considerazione una sola ipotesi, quella propria, e ci si dilunga nell’elencazione delle prove a sostegno che vengono reperite nel presente e nel passato con l’attenzione e la memoria selettive. Al contrario le tesi contrarie sono svalutate ricercandone solo le falsificazioni o con ipotesi ad hoc oppure infine svalutandone la fonte.

In clinica sono stati ben descritti e trattati il rimuginio ansioso e la ruminazione depressiva, mentre si è sempre prestata poca attenzione, forse proprio perché non genera particolare malessere, a questo che potremmo chiamare “ideazione confirmatoria” (I.C.), un pensiero circolare e ripetitivo con cui ci si dà sempre ragione e che ha l’effetto di compattare l’identità e rafforzare l’autostima (in proposito si veda la metanalisi di P.J. Festingerball del 2034 che riporta un confronto tra le analisi del contenuto del dialogo interno che si dimostrano parzialmente dipendenti dalla cultura di appartenenza tranne proprio la I.C. equamente rappresentata in ogni contesto culturale – il Festingerball ne conclude acutamente che su temi diversi tutti vogliamo avere ragione).

Una conferma indiretta e inaspettata è giunta da una ricerca commissionata dalle grandi aziende di telefonia mobile che volevano produrre degli sfondi rumorosi da attivare durante le chiamate per far credere all’interlocutore di essere in un posto diverso da quello in cui si era realmente. La ricerca era cofinanziata dalla CEI interessata a stimare la percentuale reale dei tradimenti durante la vita coniugale essendo evidentemente tutti i dati falsati dal fatto che entrano nel calcolo solo quei tradimenti che vengono scoperti che rappresentano solo un sottoinsieme del totale. Il congiungersi di un interesse commerciale e di uno etico-pastorale hanno prodotto uno sforzo di ricerca enorme coordinato dal dipartimento di sociologia della Sorbona di Parigi.

Centinaia di giovani sono stati reclutati, addestrati e pagati (un po’ come i navigator italiani per il reddito di cittadinanza) per pedinare i soggetti che parlavano al telefono e annotare le discrepanze tra il luogo dove si trovavano e quello in cui invece dicevano di essere. Tali risultati non sono inerenti al nostro tema e dunque li tralasciamo per concentrarci su un riscontro collaterale, inaspettato e inutilizzabile per i committenti della ricerca ma utilissimo per il nostro scopo. Spesso dopo un lungo pedinamento, taccuino o registratore alla mano, gli sperimentatori si accorgevano che il soggetto spiato non aveva alcun telefono e stava, in realtà, parlando e borbottando tra sé e sé. Tale fenomeno del “parlare da soli” è stato sempre presente (ne traccia una storia il Persichetti nell’ormai introvabile monografia del secondo dopoguerra dal titolo “Me la canto e me la suono”) ed era un tempo ingiustamente considerato segno inequivocabile di follia che oggi risulta mimetizzato proprio dall’uso dei cellulari con auricolari bluetooth. Gli appunti di queste chiacchierate solitarie sono delle vere e proprie arringhe accalorate in difesa di se stessi con tanto di sovrabbondanti prove a discarico e violente inquisizioni forcaiole verso gli altri che vengono apostrofati con epiteti irripetibili e a cui si augurano piaghe bibliche e si promettono vendette agghiaccianti. Quanto tutto ciò sia accompagnato da una congrua immaginazione sanguinaria non ci è dato sapere, ma certamente nei momenti di acme furiosa il tono di voce si eleva dal consueto brontolio e lo stesso soggetto sobbalza rendendosi conto che sta parlando da solo e perciò si tace o mette in atto azioni di camuffamento come, appunto il telefonino.

Al termine di un episodio di I.C. il soggetto si sente meglio, ha aumentato la certezza nelle proprie idee, è sempre più convinto delle proprie ragioni, della stupidità e/o cattiveria del suo avversario e della necessità di punirlo come ha già iniziato a fare in immaginazione.

L’ideazione confirmativa è una delle manifestazioni dell’autoinganno, processo che sembra costantemente attivo e finalizzato a manipolare i dati percettivi perché il mondo come ci appare risulti quanto più simile possibile al mondo come vorremmo che fosse. In particolare il pezzo di mondo che più ci interessa siamo noi stessi ed è proprio sulla visione che ci viene rimandata di noi stessi che intervengono le più ardite manipolazioni talvolta sconfinanti nel delirio. A piccole dosi l’autoinganno è uno stabilizzatore del benessere e molti terapeuti ne prescrivono delle applicazioni giornaliere su temi concordati in seduta.

Dopo esserci occupati degli aspetti più neurologici con gli studi neuroscientifici del povero Kalstroom e dei meccanismi intrapsichici del dialogo interno, dell’ideazione confirmatoria e dell’autoinganno, occorre dedicare qualche riga ai meccanismi interpersonali e sociali che concorrono all’interstardimento descrivendo il fenomeno cosiddetto della “sovrastima della propria appartenenza”. La Royal society di scienze sociali di stanza a Cambridge in associazione con l’onnipresente Mark Zuckerberg ha svolto una ricerca su 500 mila soggetti di cui oltre il 95% è risultato sovrastimare la percentuale di persone che la pensavano come loro e/o che avevano gli stessi loro gusti. Lo possiamo vedere come un deficit di decentramento o come un bias narcisistico che ci fa supporre che tutti gli uomini siano identici a noi che dunque siamo il prototipo perfetto. Ma, indipendentemente da come lo spieghiamo, il fatto è che crediamo che tutti siano come noi.

Una delle cause più evidenti del fenomeno è la selezione attiva degli interlocutori e delle fonti. Detto in parole povere è ovvio che si tende a scegliere amici e conoscenti che la pensano come noi e col tempo tendiamo ad essere reciprocamente confirmatori delle rispettive identità (ce la cantiamo e ce la suoniamo in coro). Allo stesso modo i giornali e i libri che leggiamo, i programmi televisivi che ascoltiamo sono quelli che dicono ciò che ci fa piacere sentire. Questo effetto è ancora più marcato, grave e pericoloso per la comunità per i leader politici che sono circondati da un manipolo di fedelissimi che filtra la realtà in modo che sia di loro gradimento con la quale dunque perdono progressivamente il contatto.

Dopo un po’ ci sembra che la nostra non sia una parte ma il tutto. Poi ci stanno le elezioni e cadiamo giù dal pero.

 

La mente alterata. Cosa dicono di noi le anomalie del cervello (2018) di E. Kandel – Recensione del libro

Sebbene le neuroscienze, già da tempo, abbiano assunto un ruolo di primo piano nel panorama della psicologia, talvolta risulta difficile scorgere quale sia l’effettiva ricaduta applicativa degli enormi progressi conoscitivi ottenuti in questo settore.

 

Forse soltanto una personalità eclettica come Eric Kandel, premio Nobel per la medicina nel 2000, avrebbe potuto svolgere con cura il delicato ruolo di intermediario tra la ricerca di base e la clinica fino a far dialogare fluidamente neuroni e inconscio.

La mente alterata è un libro dall’ispirazione didattica e dalla forma divulgativa che mira a (in)formare basandosi sulla letteratura scientifica recente rispetto all’insorgenza di disturbi che hanno in comune l’alterazione di circuiti cerebrali, criterio che demolisce ogni barriera divisiva tra neurologia e psichiatria. Dall’autismo alla depressione, dalla schizofrenia al morbo di Huntington, Kandel esplora l’intero territorio della patologia alla luce di quello che potrebbe apparire, ad una prima lettura, come un riduzionismo che appiattisce la mente sul solo cervello. Eppure ci si propone di andare ben oltre, si accompagna il lettore nell’assumere una prospettiva multidisciplinare lontana da ogni forma di determinismo, riconoscendo il potere inesauribile dell’esperienza nel ‘giocare’ creativamente con la plasticità cerebrale. In quest’ottica la psicoterapia viene ridefinita come strumento di intervento “biologico” guardando non tanto al modo di procedere, ma agli effetti che comporta:

[…] Ma sappiamo che tutti i disturbi psichiatrici derivano da cambiamenti specifici nel funzionamento dei neuroni e delle sinapsi, e sappiamo anche che, per quanto riguarda la psicoterapia, essa funziona agendo sulle funzioni cerebrali, creando cambiamenti fisici nel cervello (p. 45)

L’imaging ha confermato che la psicoterapia è un trattamento biologico, che cambia fisicamente il cervello, proprio come fanno i farmaci (p. 131)

I disturbi parlano di noi poiché rappresentano semplicemente la versione estremizzata di un’organizzazione che ama nascondersi sotto il manto semipermeabile della “normalità”. Le neuroscienze entrano prepotentemente anche nell’ambito forense, grazie agli studi che individuano delle correlazioni tra alterazioni cerebrali e modelli di comportamento psicopatico, alimentando dilemmi etici di non facile soluzione.

La Corte suprema degli Stati Uniti, per esempio, ha recentemente stabilito che una condanna a vita in carcere senza libertà sulla parola per i giovani criminali è incostituzionale. I giudici hanno sottolineato i risultati delle neuroscienze che indicano che gli adolescenti e gli adulti usano parti differenti del cervello per controllare il comportamento […] Le persone con danni cerebrali che le rendono incapaci di esprimere giudizi morali adeguati devono essere trattate alla stessa stregua delle persone che possono esprimere giudizi morali? (p. 229)

Dopo aver percorso i sentieri della neuroestetica attraverso due testi di grande spessore, quali L’età dell’inconscio e Arte e neuroscienze, anche in La mente alterata Kandel ha lasciato spazio al tema della creatività – forse il capitolo di maggior interesse del libro – cercando il filo rosso che lega l’espressione artistica a disturbi come la schizofrenia, la demenza frontotemporale, l’autismo e l’Alzheimer senza abbandonarsi a derive “romantiche” che legano il genio alla malattia:

[…] mentre alcune forme di creatività nascono in associazione con disturbi mentali, la nostra capacità creativa non dipende da essi. […] Ciò che abbiamo finora imparato dalla biologia è che la creatività deriva in parte da un allentamento delle inibizioni e dalla creazione inconscia di nuove associazioni (p. 184)

Kandel ricalca il modello di intellettuale rinascimentale, proteiforme e poliedrico, capace di integrare con scioltezza l’arte con la scienza, la genetica con la psicoterapia, considerate tutte espressioni di una visione colta intuitivamente. L’autore riesce a preservare la chiarezza espositiva senza tradire il rispetto verso la complessità dei temi affrontati, con uno stile che richiama a tratti la maestria narrativa del compianto Oliver Sacks. Le sezioni dedicate al contributo della psicoterapia appaiono deboli rispetto alla fluidità del discorso intorno alle alterazioni genetiche sottostanti i disturbi; al momento, la cornice della neurobiologia interpersonale di Siegel sembra più fruibile dalla clinica rispetto all’umanesimo scientifico di Kandel, forse ancora troppo radicato nel laboratorio, sebbene i propositi dei due studiosi siano solo parzialmente sovrapponibili. Con La mente alterata si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un testo d’avanguardia che suggerisce una direzione da intraprendere per l’intera comunità scientifica, un disegno appena abbozzato, ma affascinante. Fin dall’introduzione, infatti, Kandel delinea quello che appare come il manifesto di un modello interdisciplinare di scienza in costruzione:

I progressi nella biologia della mente offrono la possibilità di un nuovo umanesimo in grado di fondere le scienze che studiano il mondo naturale con le scienze umane, che si occupano del significato dell’esperienza umana. […] Questo porterà a nuove intuizioni sulla natura umana e a una comprensione e apprezzamento più profondi sia della nostra umanità condivisa sia della nostra umanità individuale (p. 17)

 

Coppie felici: come discutono?

All’interno di una relazione matrimoniale il conflitto è inevitabile, che si tratti di coppie più o meno felici, i temi che richiedono maggior attenzione e confronto fra i partner sono ricorrenti.

 

Fra questi troviamo: la gestione dei figli, la gestione della situazione economica, la risoluzione di eventuali problemi con i suoceri, la questione dell’intimità di coppia, la religione e la gelosia. A tal proposito verrebbe da chiedersi: se i temi sono comuni, cosa distingue le coppie felici da quelle infelici nelle discussioni? A questa domanda hanno cercato di rispondere alcuni ricercatori che sembrano aver trovato questa differenza nella modalità di affrontare le discussioni.

Lo studio ha coinvolto due campioni di coppie, 57 coppie sui 30 anni e 64 coppie sui 70 anni. Tutte le coppie dovevano autodichiararsi come coppie felici al momento del reclutamento e questa caratteristica doveva essere riconfermata in seguito, indicandone il livello, su una scala likert a 7 punti (0=per niente; 7= moltissimo). Inoltre, ai due campioni è stato chiesto di valutare quali fossero gli argomenti più difficili e quali quelli meno difficili da affrontare nella coppia. Sulla base di questa classificazione, le coppie sono state invitate in laboratorio a svolgere vari compiti di comunicazione coniugale, come il problem solving, che mettessero in evidenza lo stile di interazione/comunicazione e la scelta degli argomenti su cui discutere. Questo ha permesso ai ricercatori di osservare le modalità di interazione nelle coppie felici. In seguito all’osservazione delle coppie è emerso che le la maggior parte di esse sceglieva di discutere su questioni classificate come più semplici e meno salienti, mostrando un approccio orientato alla soluzione. Al contrario, venivano tralasciati quei problemi valutati come più complessi da risolvere e che richiedevano maggior sforzo e tempo.

Sulla base dei dati raccolti e di queste osservazioni, i ricercatori hanno tratto delle conclusioni: sembrerebbe che le coppie felici tendano ad affrontare primariamente quegli argomenti che presentano una soluzione più facile utilizzando un approccio orientato alla soluzione. Si pensa che questo contribuisca ad accrescere la loro felicità di coppia, in quanto la risoluzione dei problemi genererebbe una sensazione di successo nel rapporto che accrescerebbe la fiducia verso il proprio partner. Dunque, le coppie felici sembrerebbero esser consapevoli del fatto che focalizzarsi e soffermarsi su problemi difficili da risolvere, almeno nell’immediato, non porterebbe alcun beneficio per la coppia, se non lo spreco di risorse fisiche e cognitive e minerebbe il senso di fiducia e sicurezza verso il proprio partner, compromettendo la felicità della loro relazione.

Nonostante l’accuratezza dello studio, è importante sottolineare alcuni aspetti che potrebbero limitare la generalizzabilità. Ad esempio, il livello di felicità di coppia è stato valutato per mezzo di una scala self report che ha considerato solo un unico elemento, ovvero la felicità; tuttavia, per una maggiore precisione sarebbe stato opportuno utilizzare strumenti standardizzati con cut-off stabiliti. Inoltre, l’osservazione delle modalità di interazione e della scelta degli argomenti è stata valutata in laboratorio. Questo potrebbe aver influenzato la spontaneità delle dinamiche interazionali fra i coniugi e potrebbe aver inciso sulla scelta degli argomenti da affrontare a causa della brevità delle tempistiche di laboratorio. Infine, ricerche longitudinali sarebbero più indicate per controllare eventuali fattori di cambiamento nelle diverse coppie, come ad esempio la salienza (maggiore o minore) che i coniugi possono attribuire agli argomenti di discussione nel corso del tempo, sulla base delle circostanze di vita.

 

L’importanza delle meta credenze nel disturbo da uso di alcol

Nel disturbo da uso di alcol è possibile rilevare la presenza di metacredenze relative all’alcol stesso, che si distinguono in positive, quando consistono nell’aspettativa che questo permetta di ottenere effetti benefici, e negative, quando riguardano le convinzioni relative agli esiti disfunzionali legati ad esso.

 

La ricerca relativa alla psicoterapia applicata ai Disturbi da Uso di Sostanze, e specificatamente quella riguardante la dipendenza da alcol, dimostra che negli ultimi vent’anni non ci sono stati significativi miglioramenti nell’efficacia dei trattamenti suggeriti dai vari approcci (inclusa la terapia cognitivo-comportamentale): i risultati restano moderati ed instabili, con una forte presenza di sintomi residuali, tra cui rimuginiocraving e utilizzo di strategie di evitamento. Tuttavia, negli ultimi anni una serie di studi ha evidenziato una significativa relazione tra credenze metacognitive ed uso di sostanze alcoliche, suggerendo nuove prospettive terapeutiche.

Ma cosa si intende per metacognizione? E cosa sono le metacredenze (MTC) o credenze metacognitive??

La metacognizione rappresenta la conoscenza e consapevolezza del funzionamento della propria mente. Nell’ambito delle MTC, è opportuno distinguere tra MTC positive e negative: in riferimento all’alcol, le prime consistono nell’aspettativa che questo permetta di ottenere effetti benefici (automonitoraggio e regolazione del proprio stato cognitivo ed emotivo), mentre le altre riguardano le convinzioni relative agli esiti disfunzionali legati ad esso, quali l’incontrollabilità e la pericolosità.

Nella maggior parte delle culture, l’alcol è visto come il più potente sedativo. È considerato una strategia in grado di ridurre l’attivazione emotiva e cognitiva (bere mi aiuterà a pensare in modo più chiaro / ridurrà la mia ansia), ma anche per migliorare le proprie capacità mentali, la propria efficienza cognitiva (acquisire maggiore creatività o capacità di concentrazione). Entrambe rappresentano convinzioni positive che motivano l’inizio del consumo e lo mantengono. Va ricordato che l’alcol di per sé agisce a livello cerebrale, compromettendo la funzionalità esecutiva e quindi riducendo le abilità di controllo e di verifica dell’effettivo raggiungimento dei propri obiettivi, portando il soggetto in uno status di incapacità nel valutare la reale inefficacia di tale strategia di coping.

Segue l’attivazione delle metacredenze negative (non ho alcun controllo sul bere / bere danneggerà le mie capacità mentali) che innesca l’insorgenza di ulteriori emozioni negative (ansia e depressione), trigger a loro volta che inducono l’incremento della sostanza, quindi l’alimentazione ed il mantenimento di un circolo vizioso in cui prevale scarsa autoefficacia e senso di impotenza.

In uno studio del 2007 (Spada et al.) è stato osservato come nei bevitori patologici, rispetto ai soggetti di controllo, siano presenti metacredenze positive più forti, ed in particolar modo le credenze circa il bisogno di controllare i pensieri e di sfiducia nei confronti del proprio funzionamento cognitivo si sono rivelate i maggiori predittori di consumo di alcol. Anche in una serie di studi successivi (Spada 2008, 2009) è stato sempre più sottolineato il ruolo centrale delle metacredenze, e si è posto sempre più l’accento sul Modello della Funzione Autoregolatoria (Wells & Matthews, 1994), secondo cui il nucleo di tutti i disturbi psicopatologici (compreso il Disturbo da Uso di Alcol) sarebbe costituito da uno stile disfunzionale di pensiero chiamato CAS (Sindrome Cognitivo Attentiva), le cui componenti risultano essere: il pensiero ripetitivo (rimuginio o ruminazione), la fissazione attentiva (ipermonitoraggio della minaccia), i comportamenti disfunzionali (evitamento); tale modalità di pensiero sarebbe innescata e mantenuta da metacredenze positive e negative.

Uno studio più recente (Caselli 2016) ha indagato l’effetto di una diretta manipolazione terapeutica metacognitiva sulle metacredenze correlate all’alcol; i risultati mostrano che la tecnica della consapevolezza distaccata, utile per rompere il circolo vizioso del pensiero perseverante, riduce le credenze alcol correlate in misura significativamente maggiore rispetto ad una breve esposizione ad esse (tipica della terapia cbt standard).

In un ulteriore studio (Caselli 2018) è stata testata l’efficacia di un Protocollo di Trattamento Metacognitivo per il Disturbo da Abuso di Sostanze Alcoliche, e si è rilevato che questo tipo di approccio (strutturato per agire direttamente sulle credenze metacognitive) ha permesso di ridurre significativamente e rapidamente l’utilizzo settimanale di alcol ed episodi di binge drinking nei partecipanti.

Questi risultati aprono le porte all’utilizzo di terapie sempre più focalizzate sui processi di pensiero (Terapia Metacognitiva – Adrian Wells, 2000, 2013) invece che sui contenuti (cbt standard) nella cura della dipendenza da alcol: i dati raccolti fino ad ora hanno permesso di sviluppare un modello metacognitivo delle dipendenze patologiche (Spada, Caselli & Wells, 2013), ed anche specifiche tecniche di intervento utili per migliorare le proprie capacità di regolazione comportamentale e di reazione a pensieri e sensazioni disturbanti (Caselli et al., 2018).

Nello studio preliminare presentato al Forum della Ricerca in Psicopterapia (Studi Cognitivi – Riccione,  2019) sono state esaminate le credenze metacognitive positive e negative circa l’utilizzo dell’alcol, mediante il confronto tra 54 pazienti con dipendenza da alcol, e un gruppo di controllo non patologico. Inoltre, è stato indagato il ruolo delle metacredenze positive e negative come predittori del consumo problematico.

Per misurare frequenza e quantità del consumo di alcol è stato utilizzato l’Alcohol Use Disorders Identification Test, mentre per il craving è stato somministrato il Penn Alcohol Craving Scale.

Le metacredenze sono state testate attraverso due scale specifiche: Positive Alcohol Metacognitions Scale (PAM) e Negative Alcohol Metacognitions Scale (NAM). Infine, ai partecipanti è stata richiesta la compilazione dell’Hospital Anxiety And Depression Scale (HADS), questionario di misurazione dei livelli di ansia e di depressione.

Rispetto al gruppo normativo, gli alcolisti presentano, in generale, punteggi superiori nelle MTC sia positive che negative (come osservato in Spada et al., 2007) e livelli maggiori di ansia, depressione e craving.

Nello specifico, tutte le sottoscale del PAM e NAM presentano una differenza significativa nei due gruppi, fatta eccezione per quella riferita alla Dannosità (NAM): sembra quindi che entrambi i gruppi concordino nel ritenere che l’alcol determini effetti negativi sul loro funzionamento cognitivo.

Dall’analisi di regressione lineare, infine, è emerso che le MTC negative di Incontrollabilità e il craving rappresentano i fattori significativamente più predittivi del consumo problematico di alcol.

Il presente studio rimarca il ruolo chiave rivestito dal sistema di metacredenze nel determinare il livello di consumo di alcol, che nel nostro campione si è rivelato più influente anche rispetto ai livelli di ansia e depressione.

Questi risultati sembrano non solo confermare l’importanza dell’applicazione della Terapia Metacognitiva nel trattamento terapeutico dell’uso di sostanze alcoliche, come altresì dimostrato da Caselli et al. (2016), e da Spada et al., (2009), ma forniscono anche preziose indicazioni sulle specifiche meta credenze su cui focalizzare l’intervento terapeutico: se studi futuri dotati di campioni più estesi dovessero confermare quanto emerso in tale indagine pilota, la pratica clinica potrebbe arricchirsi di strumenti ulteriori al fine di ottenere risultati sempre più positivi.

 

Emozionare per ridurre il consumo di carne

Per ridurre il consumo di carne, informare i consumatori circa le conseguenze sulla salute e sull’ambiente del suo consumo eccessivo non è sufficiente. Una recente ricerca mostra come suscitare emozioni negative come il rammarico anticipato possa essere una strategia più efficace.

 

I costi nascosti della produzione e del consumo di carne

È ormai risaputo come l’eccessivo consumo di carne non costituisca solo un problema per l’ambiente, ma anche per la salute di chi ne eccede nel consumo. Questo è vero soprattutto prendendo in considerazione la carne proveniente da allevamenti intensivi, specialmente se rossa – ossia carne bovina, equina, ovina, suina e caprina – e processata – come ad esempio hamburger, bacon e salsicce.

Non è infatti un mistero che la crescente domanda di proteine di origine animale degli ultimi 60 anni abbia determinato una considerevole “intensificazione” delle pratiche di allevamento, rendendole di fatto una delle principali fonti di problemi ambientali. Oggi, l’allevamento è responsabile di circa un quinto delle emissioni globali di gas serra, nonché dell’inquinamento idrico in molte aree. Allo stesso tempo, le monoculture necessarie per far fronte alla crescente domanda di mangimi contribuiscono in maniera considerevole ai fenomeni di deforestazione, degradazione del suolo e scarsità d’acqua, mettendo a repentaglio la biodiversità di innumerevoli ecosistemi.

Sul fronte della salute dei consumatori è invece ormai chiaro come un elevato consumo di carni lavorate e di insaccati sia responsabile di un aumento del rischio di morte prematura. Sempre più studi scientifici hanno infatti confermato come l’assunzione di questa tipologia di alimenti sia legata a doppio filo all’insorgenza di malattie croniche, quali diabete di tipo 2, disturbi cardiocircolatori e alcuni tipi di tumori.

Campagne informative per cambiare le abitudini alimentari

Di fronte a queste problematiche, risulta quindi evidente la necessità di condurre i consumatori verso un cambiamento delle proprie abitudini alimentari. Le numerose campagne informative sembrano tuttavia essere parzialmente inefficaci nel generare effettive modifiche a lungo termine delle scelte alimentari. Contrariamente a quanto si è indotti a pensare, infatti, fare informazione sulle conseguenze della produzione e del consumo di carne rossa e processata non è sufficiente. Queste informazioni entrano di fatto in contrasto con il comportamento dei consumatori di carne, generando dissonanza cognitiva: se essi, da un lato, sanno che dovrebbero limitare il consumo di carne, dall’altro, continuano a mangiarla. La dissonanza genera sensi di colpa ed altre emozioni negative, che la maggior parte degli individui cerca di evitare trovando giustificazioni per il proprio comportamento. Adattare il proprio pensiero al contesto è infatti meno faticoso che cambiare le proprie abitudini. Così, i ‘carnivori’ sostengono che mangiare carne sia naturale (“Gli esseri umani sono carnivori”), necessario (“La carne fornisce nutrienti essenziali”), normale (“Sono stato cresciuto mangiando carne”) e gustoso (“La carne è deliziosa”) (Piazza et al., 2015).

Emozioni: nuove alleate per il cambiamento delle scelte alimentari

Fare leva sulle emozioni sembrerebbe invece essere una strategia più efficace. Alcune ricerche hanno infatti evidenziato come messaggi focalizzati sulle emozioni siano maggiormente capaci di indurre modifiche nelle abitudini alimentari (Carfora, Caso, & Conner, 2016) e promuovere atteggiamenti ed intenzioni comportamentali pro-ambientali (Noble, Pomering, & Johnson, 2014). Per quanto riguarda il consumo di carne, le emozioni più efficaci sembrano essere quelle “negative”, tra le quali spiccano disgusto, paura e rammarico anticipato. Quest’ultimo, in particolare, compare quando si anticipano le possibili conseguenze negative delle proprie scelte alimentari (Carfora, Caso, & Conner, 2016).

Messaggi quotidiani informativi ed emozionali per ridurre il consumo di carne rossa e processata

A partire da queste osservazioni, Carfora, Bertolotti e Catellani (2019), nella loro ricerca Informational and emotional daily messages to reduce red and processed meat consumption, hanno indagato gli effetti dell’esposizione quotidiana a messaggi focalizzati sulle emozioni (es. “Se mangi quantità eccessive di carne rossa e processata, potresti provare rammarico per non aver protetto il tuo organismo dal cancro e l’ambiente dal rilascio di nocivi gas serra”), confrontandoli con gli effetti di messaggi informativi circa le conseguenze del consumo di carne rossa e processata sull’ambiente e sulla salute (es. “Se mangi quantità eccessive di carne rossa e processata, non proteggerai il tuo organismo dal cancro al colon, e allo stesso tempo non proteggerai l’ambiente dal rilascio di nocivi gas serra”). In particolare, i ricercatori hanno osservato gli effetti a breve (<2 mesi) ed a lungo termine (>2 mesi) sulle emozioni, sugli atteggiamenti e sulle intenzioni comportamentali verso il consumo di carne rossa. Tramite la compilazione del diario alimentare, è stato inoltre monitorato il comportamento effettivo dei partecipanti.

È importante sottolineare come i messaggi utilizzati in questo studio siano stati formulati in stile pre-fattuale (“Se… allora”), in linea con precedenti ricerche che ne sottolineano la maggiore capacità persuasiva (Bertolotti, Chirichiglia, & Catellani, 2016; Bertolotti, Carfora, & Catellani, 2019). Questo tipo di formulazione, infatti, fa sì che gli scenari presentati siano ipotetici e risultino quindi meno minacciosi, generando una minore reazione di rifiuto.

Dai risultati, emerge come i messaggi focalizzati sulle emozioni, a differenza degli altri, siano in grado di elicitare rammarico anticipato per non aver protetto la propria salute e l’ambiente tramite un consumo eccessivo di carne rossa e processata. Questo porterebbe ad una maggiore intenzione di ridurre il consumo di tali alimenti e anche ad una effettiva riduzione, sia nel breve che nel lungo termine. I messaggi informativi avrebbero invece effetto solo nel breve termine. Un ruolo chiave, pertanto, sembra essere giocato dal rammarico anticipato, che, aumentando l’intenzione di ridurre il consumo, ne potenzia anche l’influenza sul comportamento successivo. Questa emozione consentirebbe quindi di ridurre il gap tra intenzione e comportamento, garantendo una modifica a più lungo termine del comportamento stesso.

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Emozioni e comunicazione quali strategie per ridurre il consumo di carne - Imm 1

 

I risultati di questa ricerca potrebbero avere importanti implicazioni non solo sulle strategie di comunicazione relative al consumo di carne, ma, più in generale, su quelle mirate alla promozione di comportamenti positivi per la salute e per l’ambiente. La forza persuasiva delle raccomandazioni in stile pre-fattuale e dell’elicitazione del rammarico anticipatorio potrebbe infatti essere utilizzata da coloro che si occupano di promuovere comportamenti sostenibili nei campi più svariati, dall’agricoltura all’industria, dalla finanza fino ai processi educativi.

 

Respiro quindi sono – Recensione del libro: Ho Mangiato Abbastanza (2017) di Giorgio Serafini Prosperi

Giorgio Serafini Prosperi non ha scritto un manuale sul binge eating e la bulimia nervosa. E nemmeno un saggio sui benefici della mindfulness. E nemmeno un libro di ricette da assaporare consapevolmente. Non si è inventato una dieta. Non ha sistematizzato verità e consigli. Giorgio ha scritto una storia: la sua. E le storie curano.

 

Conosco Giorgio Serafini Prosperi una mattina in una famosa libreria del centro di Torino. In una di quelle corsie improbabili, colme di libri che non comprerei mai: manuali di autoaiuto, compendi su diete iperproteiche e strane liaison tra astrologia e cucina molecolare. Il commesso mi ha spedita qui dalla corsia in cui mi trovavo, quella di psicologia. Mi chiedo se abbia capito cosa cerco davvero. Eppure Giorgio lo trovo lì. Unica copia. Mi sento fortunata. Leggo Giorgio d’un fiato e pochi giorni prima di Natale gli mando un messaggio che è sostanzialmente un grazie, tramite la sua pagina Facebook, a nome mio, di S. e di T. Una il suo libro lo ha mangiato tra una seduta e l’altra: “dottoressa non ci avevo mai pensato, a questa storia del gusto“. L’altra leggendo si è appena ricordata di un tempo lontano in cui per lei il cibo erano i viaggi con la famiglia, i paesi stranieri e le culture esotiche. Signficati irriducibili a numeri sulla bilancia. Non si pesa da due giorni, le brillano gli occhi come non mai.

Giorgio non ha scritto un manuale sul binge eating e la bulimia nervosa. E nemmeno un saggio sui benefici della mindfulness. E nemmeno un libro di ricette da assaporare consapevolmente. Non si è inventato una dieta. Non ha sistematizzato verità e consigli. Giorgio ha scritto una storia: la sua. E le storie curano. Perchè la morte, diceva Novecento, è non avere una buona storia da raccontare. Perchè il dolore è non poter infilare come perline nel filo del tempo ogni evento, anche il più tragico, per poterlo osservare all’interno di una meravigliosa collana di senso.

Il cibo è la punta dell’iceberg. Togli il cibo, e guarda che c’è sotto

Giorgio prende la storia che conosce meglio, e altre, che conosce meno, quella delle persone incontrate, quella del padre, ad esempio, e le mette in scena, con la maestria di sceneggiatore e drammaturgo che lo contraddistingue, muove le figure con eleganza e coraggio. Ci veste dei suoi chili e dei suoi dubbi. Ci fa danzare tra claustrofobici corridoi di speranze e vicoli sudati di rassegnazione. Digiuniamo e ci abbuffiamo insieme a lui, freneticamente, ci disgustiamo, dimagriamo, riprendiamo massa e cerchiamo di andarcene da noi, di stordirci di cibo fino a non avere più spazio dentro per altro dolore, per altre domande.

E poi arriva la meditazione. Che arriva dove non arrivano le informazioni, dove non filtra il sole pallido dei ragionamenti. Un invito timido ad ascoltare il rumore assordante che ci accompagna ogni giorno. Il mostro da nutrire fino allo sfinimento, per non lasciare che gridi ancora più forte. E con la meditazione, la pratica dell'”essere con”, quel concerto noise tanto temuto impariamo ad ascoltarlo. A temerlo sempre meno. Posso partecipare a questa festa senza assumere nessuna sostanza stupefacente. Posso “esser-ci”. Posso addirittura comprenderla. Con il corpo. Posso portare la mia attenzione alla mia pancia tanto odiata e ascoltarla modificarsi nell’incontro con il sapore, con la materia. Posso seguire un boccone giù fino all’intestino, posso appoggiarlo sulla lingua senza deglutirlo, posso sentirlo. Sentire. Sentirmi. Posso stare con il cibo in un modo nuovo, libera dal vincolo della dipendenza, accompagnata dall’amorevole sguardo della mia “mente saggia”. Madre compassionevole e inclusiva. È la qualità non giudicante proposta da Debra Safer nel suo trattamento dialettico-comportamentale della bulimia nervosa. Una qualità che è “integrazione di tutte le forme del sapere”, guida intuitiva in equilibrio costante tra obiettivi di ricatto dal craving e benevolenza verso ogni possibile ricaduta. Compassione. Accettazione del limite insito in noi.

Questo è l’unico caso in cui arrendendosi si vince

Forte della mia Mente Saggia, posso dialogare con le parti di me più ostili e sofferenti senza escludere nessuno. Invitarle a sedersi attorno a un tavolo imbandito dove il cibo torna ad essere cibo, la fame torna ad essere fame, non più disperata sedazione di istinti ed emozioni non integrati nella coscienza. Frammenti di mondo interno. Come quelli magistralmente descritti da Natalia Seijo: la bambina che non è potuta crescere, intrappolata nel tempo nella sfinente ricerca di uno sguardo, cerca nei grassi adrenalina e sedazione; la “critica patologica” sprezzante e protettiva al contempo, il “sé nascosto”; il “sé cicciottello” memoria somatica e dissociata di un corpo in sovrappeso, il “sé rifiutato”.

Giorgio Serafini Prosperi fa un viaggio che similmente al cammino dell’eroe lo mette a contatto con prove, amici e antagonisti. Sino al momento dell’Incontro che cambierà per sempre la sua vita. È forse la fata turchina a trasformare Pinocchio in bambino o non è forse l’amore di padre Geppetto, la speranza e la sua vicinanza silenziosa a instillare in lui un seme di realtà tra le pieghe del legno? La fata è l’incontro che mette Pinocchio nelle condizioni di riconoscere quel dono, quella parte sana di sé, calda e viva. Presente da sempre. Pinocchio la riconosce dentro di sé, diversa dalle promesse di libertà e appartenenza del Paese dei Balocchi e dall’ebbra euforia del Gatto e la Volpe.

E dal grigio stomaco di una balena. Dal luogo più buio di sé. Giorgio si spoglia per diventare se stesso. Uno.

L’illustrazione di copertina ne è un gustoso e romantico assaggio.

Tra un pasto e l’altro impari a vivere la vita

Oggi l’esperienza di Giorgio è diventata un protocollo di trattamento dall’emblematico nome Breaters, che desidera integrarsi agli interventi clinici e nutrizionali classici, per educare binge eaters e non a una nuova relazione con il cibo e con il proprio corpo, libera dal “regno degli spiriti affamati”, dalla compulsione, e consapevole dei significati che al nutrimento, in ogni fase di vita, attribuiamo. Una cura del legame che si articola a partire dai legami stessi: primo tra tutti quello con il nostro respiro, il presente, la scelta e quindi l’azione.

Stefano Canali afferma come nelle Dipendenze patologiche sia in gioco uno schema che affonda le sue radici nelle dimensioni della scelta e della volontà, anziché in una disfunzione dopaminergica cronicizzata. Posti i Disturbi Alimentari in un continuum che vede variare la sostanza o i comportamenti ma non gli schemi disfunzionali di assunzione, una clinica dei disturbi alimentari non può prescindere, a mio parere, dal recupero di intenzionalità e agency nel rapporto con l’oggetto, dal ripristino di un legame in cui il soggetto gode di padronanza circa i propri stati mentali, l’impulso, il desiderio.

Consapevolezza e controllo ben illustrati dalla pratica del mindful eating di Jan Chozen Bays.

Per resistere non è sufficiente dire di no. É necessario desiderare. (Boal, A. 2006)

Ammiro dell’autore la capacità di non tralasciare mai l’elemento della bellezza nella sua ricerca, dell’arte e dell’espressione che si fanno voce e pelle. Non mancano i riferimenti costanti alla musica, al cinema e al teatro (i suoi primi amori). Alla favola attraverso la quale ciascuno diventa se stesso.

In quest’ottica, la dieta, lungi dall’essere un prontuario sterile di prescrizioni e proibizioni, diviene preghiera e celebrazione. Carezza. Diviene specchio autentico e unico di una rinnovata capacità di mettersi in ascolto dei propri bisogni, a partire da quelli di base, di sopravvivenza e sostentamento. Le sue pratiche sono poesie che ciascuno di noi potrebbe dedicare al suo sé più fragile e spaventato, semplicemente ancore, nel mare in tempesta.

Bene, quello che stavo dicendo è che costa molto essere autentica, signora mia. E in questa cosa non si deve essere tirchi, perché una è più autentica, quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stessa.  [Agrado – Tutto su Mia Madre, 1999]

 

Le partner dei militari sarebbero più soggette a sviluppare depressione e binge drinking

In quanto istituzione rigida l’esercito richiede dedizione e impegno da parte dei militari; tuttavia, queste richieste non si limitano solo a loro, ma si estendono anche a famiglie e in particolare alle partner dei militari.

 

Le partner dei militari sono esposte a una serie di fattori di stress legati all’occupazione del coniuge, tra cui il trasferimento regolare, le separazioni e i ricongiungimenti familiari e il coinvolgimento emotivo dei militari nei dislocamenti.

Diversi studi hanno rilevato che queste esperienze possono aumentare lo stress familiare e contribuire alla cattiva salute e al benessere dei partner dei militari.

Uno studio, condotto dal King’s Centre for Military Health Research at the Institute of Psychiatry, Psychology & Neuroscience (IoPPN), è stato pubblicato su European Journal of Psychotraumatology e ha come obiettivo quello di indagare i problemi di salute mentale e il consumo di alcol nei coniugi/partner dei militari nel Regno Unito.

Per lo studio i ricercatori hanno usato due database: uno appartenente allo studio Children of Military Fathers, nel quale venivano raccolti i dati dei coniugi/partner dei militari, l’altro appartenente all’Adult Psychiatric Morbidity Survey (APMS) del 2007, utilizzato per raccogliere i dati della popolazione generale femminile.

Il campione perciò era composto da due gruppi: quello delle coniugi/partner dei militari (n=405) e quello delle donne appartenenti alla popolazione generale (n=1594).

A entrambi i gruppi erano stati somministrati diversi questionari:

  • Alcohol Use Disorders Identification Test (AUDIT) volto ad indagare il consumo di alcol
  • Patient Health Questionnaire (PHQ-9) per misurare l’umore, la concentrazione, il sonno e l’alimentazione
  • Clinical Interview Schedule-Revised (CIS-R) per indagare la gravità dei sintomi depressivi
  • PTSD Checklist Civilian Version (PCL-C) per indagare i sintomi del PTSD

Confrontando i due gruppi è emerso che il gruppo delle coniugi dei militari riportava livelli significativi di depressione e di consumo di alcol, sia settimanale che giornaliero, rispetto alla popolazione generale femminile. Tuttavia, non vi erano differenze significative per quanto riguardava i sintomi legati al PTSD.

Nello specifico, circa il 7% delle donne partner di militari presentava sintomi depressivi rispetto al 3% delle donne appartenenti alla popolazione generale femminile, mentre circa il 9.7% delle donne partner di militari presentava episodi di binge drinking sia giornalieri che settimanali rispetto al 8.9% della popolazione femminile generale.

Concludendo, questo è il primo studio che esamina la salute mentale e il consumo di alcol tra le coniugi/partner dei militari del Regno Unito. La prevalenza significativamente più alta di una probabile depressione e del consumo e abuso di alcol rispetto alle donne nella popolazione generale suggerisce che siano necessarie ulteriori ricerche, riguardanti la salute mentale e il consumo di alcol all’interno di questa specifica popolazione al fine di individuare o sviluppare campagne di prevenzione per ridurre uso di alcol e supportare il benessere.

 

Elettrosensibilità: vera patologia o effetto nocebo? La psicoterapia cognitivo-comportamentale potrebbe rivelarsi utile

L’ elettrosensibilità (ES), anche detta elettroipersensibilità (EHS), è definita da chi ne soffre come quell’insieme di sintomi fisici e psicologici correlati alla vicinanza di campi magnetici, elettrici ed elettromagnetici, ad un livello di esposizione che le persone normalmente tollerano senza percepire effetti negativi.

Rachele Recanatini – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Nella serie televisiva Better Call Saul, famoso spin-off del telefilm Breaking Bad, il fratello del protagonista si dichiara affetto da elettrosensibilità: l’uomo riferisce di sperimentare emicrania, vertigini e sintomi panicosi se esposto a campi elettromagnetici. Ciò provoca gravose conseguenze nel suo stile di vita: affronta un’esistenza emarginata, isolata; vive in una abitazione priva di elettricità, di conseguenza, senza ausilio di elettrodomestici; è impossibilitato ad uscire, teme le frequenze magnetiche; le persone che lo frequentano sono costrette a togliersi l’orologio, privarsi del telefono cellulare e di qualunque dispositivo elettronico portatile, prima di avvicinarsi a lui. Il personaggio di Charles McGill esprime con chiarezza la difficoltosa esistenza di chi si sente costretto ad evitare ogni contatto con apparecchi di comune utilizzo quotidiano.

Storie simili si ascoltano non soltanto nei film, ma numerosi sono i casi reali documentati da programmi televisivi giornalistici. Sono allergica al mondo, pronuncia una donna intervistata in una edizione di telegiornale. Famose trasmissioni tv narrano le vicende di persone dichiarate affette da elettrosensibilità: volti coperti da mascherine, sofferenti; persone costrette a dover interrompere la propria professione, dormire a contatto con cartoni o in automobile, cambiare abitazione. In Italia tale condizione non è riconosciuta, nonostante il rapido aumento causato dalla progressiva invasione di nuove tecnologie e radiofrequenze: attualmente sembra affliggere circa il 4% della popolazione europea in maniera grave. L’ elettrosensibilità (ES), anche detta elettroipersensibilità (EHS), è definita da chi ne soffre come quell’insieme di sintomi fisici e psicologici correlati alla vicinanza di campi magnetici, elettrici ed elettromagnetici, ad un livello di esposizione che le persone normalmente tollerano senza percepire effetti negativi. L’ elettrosensibilità, all’attualità, non è ritenuta una vera e propria malattia dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dalla comunità scientifica: non si rilevano ad oggi evidenze scientifiche che forniscano parametri definiti in grado di dimostrare la relazione causa-effetto tra sintomatologia sofferta ed esposizione al campo.

Le persone che si definiscono affette da elettrosensibilità affermano di presentare livelli di risposta all’esposizione differenti tra loro; alcuni si percepiscono notevolmente colpiti, in maniera invalidante, da tale condizione: il 5% risulta in posizione di malattia lavorativa, in pensione anticipata o percepisce reddito di invalidità (Hilert et al., 2002); l’impatto dell’ elettrosensibilità, di conseguenza, è altamente significativo, causando un disagio di tipo fisico, psicologico e sociale. La sintomatologia somatica e psichica più frequentemente raccontata è relativa a cefalee, disturbi del sonno, debolezza fisica, deficit mnemonici ed attentivi, dolori diffusi, eruzioni cutanee, difficoltà uditive e visive, problematiche di equilibrio e sbalzi pressori; coloro che si descrivono colpiti da ES lamentano altresì alterazione del tono umorale, depressione, aggressività, apatia e stati di ansia, angoscia, inquietudine: disturbi psicologici invalidanti.

L’ elettrosensibilità è un argomento particolarmente controverso: nonostante la gravità della sintomatologia descritta da chi ne è colpito,  ancora non esistono sperimentazioni scientifiche che dimostrino in maniera univoca ed accertata il legame tra la presenza di un campo elettromagnetico e l’ES. Alcuni studiosi ritengono che sia una patologia di natura psicosomatica, come affermato dall’OMS: nello specifico, una review del 2005 rileva l’assenza di prove scientifiche atte a stabilire che il malessere fisico e il disagio psichico siano causati dai campi magnetici o elettromagnetici (Rubin et al., 2005); numerosi studi indicano inoltre come le persone che si dichiarano affette da ES non riescano a distinguere tra la presenza di un campo elettromagnetico da quello che credono tale (Rubin et al., 2006). Non esisterebbero differenze significative tra soggetti definiti elettrosensibili e popolazioni di controllo: l’esposizione alle frequenze non provoca effetti sui parametri del Sistema Nervoso Autonomo (Adrianome et al., 2017).

Per tale motivo si ritiene che le indagini disponibili all’attualità non possano permettere l’individuazione di una differenza tra gli effetti biofisici derivati dall’ elettrosensibilità ed un effetto nocebo (Roosli, 2008).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilevato che i sintomi riferiti non sono correlati ai campi elettromagnetici, ma ad alcune condizioni psichiatriche e psicologiche preesistenti, a stress o alla paura stessa del campo (WHO, 2004). La posizione ufficiale dell’OMS è stata contestata dalle numerose associazioni di coloro che si ritengono malati di ES, diffuse in tutto il mondo (ad esempio: Associazione Italiana Elettrosensibili, Associazione svedese degli Elettroipersensibili, Collectif des Electrosensibles de France). Tali gruppi sostengono l’origine organica dell’elettrosensibilità, definendone protocolli diagnostici e terapeutici (Belpomme, 2010).

Numerosi gruppi di scienziati ritengono necessario un immediato riconoscimento dell’ES come patologia da includere nel codice ICD (International Classification of Diseases), attraverso l’utilizzo dei criteri diagnostici austriaci, attualmente considerati validi (Linea guida dell’Associazione Medica Austriaca per la diagnosi e il trattamento dei problemi di salute e malattie correlate ai campi elettromagnetici). Recentemente, è stata indagata l’insorgenza di sintomi fisici aspecifici in correlazione con l’esposizione a radiofrequenze, attraverso esposimetri e diari elettronici. Si rilevano correlazioni statisticamente significative tra esposizione a Wi-Fi e stazioni per telecomunicazioni mobili, in alcune delle persone dichiarate elettrosensibili (Bogers et al., 2018).

In numerosi Tribunali d’Europa vengono emesse ad oggi sentenze che riconoscono i diritti degli elettrosensibili, validando gli effetti biologici dannosi dei campi elettromagnetici; in Spagna, ad esempio, viene riconosciuta ad un lavoratore iberico malattia professionale per incapacità lavorativa temporanea, una sentenza storica emessa il 5 dicembre 2018. In Italia, l’Associazione Obiettivo Sensibile del Trentino nasce a tutela di coloro che si dichiarano affetti da elettrosensibilità.

L’esistenza della condizione di ES non è ancora stata accertata scientificamente; ne consegue che ad oggi non esiste un trattamento efficace per coloro che affermano di esserne colpiti. La cura risulta esclusivamente associata all’evitamento: non esporsi a campi elettromagnetici. Tale strategia, nella società moderna, si ritiene particolarmente difficile da applicare. Alcuni soggetti utilizzano delle schermature, ad esempio delle reti metalliche sul suolo, e procedono con la cura delle patologie ad essa correlate. Le terapie farmacologiche risultano inefficaci, in quanto i meccanismi patogenetici alla base del disturbo non sono stati chiariti e definiti; similmente a quanto avviene per sintomi allergici, trattandosi di una condizione di ipersensibilità – comunemente tollerata dalla popolazione generale – regredisce tramite allontanamento dalle zone inquinate, ai limiti di legge. In alcuni casi sono state accertate altresì delle truffe: la cosiddetta Terapia Mora, ad esempio, supportata da numerosi naturopati ed omeopati, si basa sul captare le onde elettromagnetiche, filtrarle, invertirle di fase e rimandarle prive di disturbi patogeni, ingannando numerosi pazienti.

L’origine dell’ elettrosensibilità secondo alcuni autori è legata al cosiddetto effetto nocebo: nelle situazioni in cui il soggetto crede di essere esposto ad un campo elettromagnetico, inizia a manifestare sintomatologia, nonostante in realtà non si rilevino apparecchiature in funzione nelle vicinanze; qualora, al contrario, sia esposto alle invisibili onde elettromagnetiche senza che possa dedurlo dal contesto ambientale, non sperimenta sintomi. Tale effetto non equivale ad una simulazione: le persone che si autodiagnosticano elettrosensibilità percepiscono realmente conseguenze invalidanti. Il termine nocebo indica un processo psichico in cui le previsioni negative rispetto ad un evento conducono allo sviluppo di un disturbo. Nel caso dell’ elettrosensibilità, l’effetto nocebo si presenta quando la persona sviluppa sintomatologia in risposta a delle informazioni esterne: a causa di una attenzione selettiva verso la presenza di onde elettromagnetiche e i propri segnali corporei, convincendosi che il disagio sia legato alla causa presunta, si producono reazioni fisiche che vengono lette quale conferma degli effetti nocivi della fonte.

L’effetto nocebo è stato confermato da ricerche scientifiche: esiste un legame tra la convinzione di essere esposti a campi magnetici e problematiche di salute.

All’attualità numerosi individui riferiscono di vivere uno stato di profondo malessere psicofisico al ripetersi di esposizioni a campi elettromagnetici; tale disagio compromette notevolmente la qualità della vita, provocando effetti invalidanti a livello personale, familiare e sociale. Coloro che si dichiarano affetti da ES, infatti, si definiscono costretti a dover cambiare abitazione, lavoro, interrompere le comuni abitudini della quotidianità. Sono stati tentati numerosi trial clinici, utilizzando trattamenti diversificati allo scopo di indagare quali siano le possibili soluzioni per fronteggiare l’elettrosensibilità: filtri visivi per gli schermi, dispositivi che emettono campi elettromagnetici schermanti, agopuntura, assunzione giornaliera di vitamine e selenio.

In conclusione, ad oggi non esistono trattamenti clinici dichiarati definitivi. L’orientamento attuale sembra essere la classificazione tra le malattie da causa ambientale. Assente un piano di intervento coordinato all’interno del Servizio Sanitario pubblico, specifico per chi soffre di elettrosensibilità. Coloro che se ne dichiarano affetti, non si percepiscono compresi ed accettati dalla società: un paziente su cinque tra quelli che si rivolgono a un medico generico o a uno specialista continua a soffrire sintomi che non possono essere spiegati organicamente.

Le linee guida accreditate per il trattamento dell’elettrosensibilità raccomandano la Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC), come unico tentativo efficace per coloro che riferiscono ipersensibilità a campi elettromagnetici di debole entità. In particolare, si raccomanda un lavoro psicologico rivolto alla soluzione di problematiche quotidiane, evitando di focalizzarsi sulla loro origine. La TCC, infatti, si concentra sulla soluzione di una condizione problematica attraverso la modificazione di credenze erronee e disfunzionali su di sé; lo scopo è quello di rendere il paziente che si ritiene affetto da ES un agente attivo nel processo di costruzione del suo personale benessere, in un contesto esterno particolarmente gravoso e disagevole.

La tecnica del pomodoro: gestire in modo efficace il proprio tempo, vincendo la procrastinazione e aumentando la produttività

La tecnica del pomodoro insegna essenzialmente alle persone a focalizzarsi maggiormente sul compito, limitando il periodo di tempo delle interruzioni (e di fatto l’impegno nel mantenere a lungo la concentrazione), e garantendo interruzioni riparative allo sforzo.

 

Quante volte ci siamo detti o abbiamo sentito l’espressione “è una lotta contro il tempo”? Perché sì, il tempo è spesso visto come un nemico, un tiranno da cui difendersi, fonte di ansia a cui reagiamo con comportamenti inefficaci e procrastinazione.

Francesco Cirillo, offre una soluzione semplice e immediata per imparare a gestire efficacemente il tempo senza lasciarsi inghiottire dal suo inafferrabile divenire.

Nasce così la tecnica del pomodoro, descritta nell’omonimo libro (Cirillo, 2006).

La tecnica del pomodoro: origini e sviluppi

La tecnica del pomodoro nasce, agli inizi degli anni ‘90, dall’esigenza personale di Cirillo di migliorare l’organizzazione e la concentrazione nello studio, ai tempi dell’università.

Il nome deriva dal fatto che, per assumere a questa funzione, egli abbia utilizzato un tradizionale timer da cucina a forma di pomodoro.

Quella del pomodoro altro non è che un metodo di time management, consistente nel suddividere il lavoro in intervalli di 25 minuti, alternati da 5 minuti di pausa.

Ogni intervallo è chiamato “pomodoro”.

Tale tecnica insegna essenzialmente alle persone a focalizzarsi maggiormente sul compito, limitando il periodo di tempo (e di fatto l’impegno nel mantenere a lungo la concentrazione), e garantendo interruzioni riparative allo sforzo.

In seguito al successo riscontrato a livello personale, Cirillo ha perseguito nell’attuazione e perfezionamento della tecnica, rendendola pubblica.

Tale tecnica è infatti insegnata dal 1998 a singoli e dal 1999 a team.

Questo metodo, che si ispira alle idee del time boxing, si prefigge di contrastare due tendenze: la procrastinazione e il multitasking, in quanto, a dispetto di quanto spesso si creda, anche quest’ultimo può compromettere la produttività.

Una gestione efficace del tempo permette alle persone di fare di più e in meno tempo, promuovendo al contempo un senso di realizzazione e riducendo i rischi di un potenziale burnout.

L’obiettivo principale della tecnica del pomodoro è aiutare a sviluppare abitudini di lavoro efficienti, garantendo un miglioramento continuo.

Processo e metodo

Il processo alla base della tecnica del pomodoro è costituito da 6 fasi:

  • Definire le attività da svolgere durante la giornata
  • Eliminare le potenziali fonti di distrazione (email, chat, social media e qualsiasi cosa non pertinente al compito da eseguire)
  • Impostare il timer per 25 minuti no-stop di puro lavoro
  • Concentrarsi sul compito da eseguire finché il timer non squilli (completando il record di un pomodoro)
  • Fare una pausa di 3-5 minuti
  • Al termine di 4 pomodori completati, fare una pausa dai 15 ai 30 minuti

Tecnica del pomodoro come gestire in modo efficace il proprio tempo imm2

 

È importante sapere che l’unità atomica di tempo è un pomodoro. Esso infatti non è nè divisibile nè interrompibile, pertanto in caso di interruzione, l’intero intervallo sarà da considerarsi non valido.

In merito alle pause, è fondamentale staccarsi dal compito a tutti gli effetti; ne consegue che attività come leggere le email, discutere con un collega di lavoro o continuare a pensare a quello che si è fatto o non si è fatto nel precedente pomodoro, durante i 5 minuti di break, sono assolutamente sconsigliate.

Cirillo suggerisce piuttosto attività semplici e salutari come fare stretching, bere un bicchiere d’acqua, pensare alla meta del prossimo viaggio o all’imminente cena della sera, fare una chiacchierata con i colleghi etc.

Gestire “l’ansia da squillo” e invertire la dipendenza dal tempo

Il Pomodoro rappresenta una astrazione di tempo, una scatola capace di contenere e limitare il divenire e da cui il tempo finisce per dipendere. [..] Proprio rompendo e invertendo la dipendenza con il divenire che emerge una diversa visione del tempo.

Un effetto collaterale che può verificarsi, soprattutto nei primi tentativi di utilizzo della tecnica, è l’ansia dovuta al sentirsi sotto controllo da quel ticchettio che scandisce il tempo restante.

Tale vissuto si verifica più di frequente con le persone fortemente orientate ai risultati, dove la paura sottostante è quella di non mostrarsi efficaci come si vorrebbe, a sé stessi e agli altri, e per cui ogni ticchettio sembra svelare la propria incapacità. Eppure percepire quel “tic-tac” come un suono tranquillizzante è possibile.

Il primo passo è assumere che, con la tecnica del pomodoro, non è importante “sembrare veloci” ma “arrivare a essere veloci”, misurando sé stessi e il proprio modo di lavorare.

Per tale ragione, il primo obiettivo della tecnica è quello di segnare il numero di pomodori spesi per compiere un’attività. Raccogliere il dato e riportarlo, senza aspettative di risultato, senza giudizio. Il processo diventa: lavorare, misurare, osservarsi ed eventualmente migliorarsi, e così via.

È stimolando il valore della continuità, che si giunge alla produttività. Il ticchettio assume un suono diverso nel momento in cui si inverte la dipendenza dal tempo, il tic tac non è più una impellente esortazione a muoversi, bensì un invito a restare concentrati, a continuare. Ogni pomodoro è un’opportunità di miglioramento.

Il concetto di time-box abbinato a quello di tempo che scorre “al contrario” (da 25 minuti a 0), tipiche del pomodoro, generano una tensione positiva (eustress) che facilita il processo di decision-making e in generale lo slancio vitale necessario al contempo ad affermare sé stessi ed a realizzare attività.

Più il tempo passa e più la sensazione di ansia si reduce a favore di una maggiore consapevolezza e focalizzazione sul qui ed ora, con conseguente aumento di produttività.

Considerazioni finali

Trasversalità e semplicità della tecnica

La tecnica del pomodoro è stata applicata con successo in vari ambiti: pianificare il lavoro, scrivere libri, preparare rapporti tecnici, gestire incontri di lavoro, eventi di formazione etc.
Le uniche attività in cui la tecnica è sconsigliata riguardano quelle del tempo libero, in quanto l’applicazione renderebbe tali attività finalizzate e programmate.

Non resta che scegliere il giusto timer, meccanico o elettronico che sia, e iniziare!

Apprendimento

L’apprendimento della tecnica è immediato, con tempi che vanno dai 7 ai 20 giorni di applicazione costante per l’acquisizione completa.

I tempi di apprendimento si dilatano, invece, quando la tecnica viene applicata in team (per cui si rimanda al testo “Applicare la Tecnica del Pomodoro in Team”).

Il valore del distacco

Le numerose pause sono l’aspetto cruciale della tecnica del pomodoro, le quali favoriscono il funzionamento efficace e consapevole della propria mente, con relativo aumento della produttività.

Il distacco al termine dei 25 minuti, consente di vedere le cose in modo diverso, apportando soluzioni diverse e incrementando la creatività.

Tuttavia in molte realtà, le pause vengono spesso disincentivate, considerate fonte di distrazione o indice di debolezza, a favore di comportamenti “da duri” che non lasciano neanche per un secondo la loro postazione. In realtà questa modalità di accanimento non fa che generare frustrazione, poca lucidità e inefficienza sul lavoro.

Fermarsi, invece, permette di osservarsi dall’esterno, aumentando la consapevolezza di sé e di ciò che si sta facendo.

Il fermarsi diventa un punto di forza e non di debolezza, nella misura in cui il distacco sviluppa il valore della continuità. In un gioco di parole si potrebbe concludere che, per restare connessi, è fondamentale disconnettersi.

 

Assertività: come liberarsi dall’approvazione altrui e cominciare a vivere (2019) – Recensione del libro

Assertività: un argomento che affascina tanto i professionisti quanto i meno esperti del settore. Saper essere assertivi è infatti un passe-partout che ci aiuta nella vita di tutti i giorni, dal mondo del lavoro alle questioni di famiglia.

 

Ma è sempre così semplice riuscire ad essere assertivi? L’assertività è un atteggiamento mentale tipico di chi riconosce i propri diritti e i propri bisogni e li manifesta apertamente, senza bisogno di minimizzarli, pretenderli o manipolare gli altri per ottenerli.

Potremmo dire che alla base dell’assertività c’è il rispetto per gli altri ma soprattutto per se stessi.

Raggiungere tale atteggiamento mentale non è sempre impresa facile, spesso si tende a trincerarsi dietro ad altri atteggiamenti di sicuro meno funzionali e più problematici: la passività e l’aggressività.

La persona passiva si caratterizza per un eccessivo compiacimento degli altri che di frequente sfocia in sottomissione. Questo continuo compiacere porta la persona passiva a sacrificare se stessa, ad annullarsi in favore dei bisogni altrui. L’assetto cognitivo della persona passiva è costellato da credenze disfunzionali quali Non valgo nulla, Devo essere sempre rispettoso, Se farò di testa mia, non piacerò agli altri e nessuno mi vorrà bene.

Al contrario la persona aggressiva si mostra profondamente convinta che, per ottenere i propri bisogni, sia necessario utilizzare coercizione, aggressività e manipolazione. Le convinzioni disfunzionali tipiche delle persone aggressive sono Gli altri mi ostacolano, Nessuno ha il diritto di criticarmi o Ciò che voglio io è più importante di quel che vogliono gli altri.

Come liberarsi dunque da questi due tipi di atteggiamenti mentali disfunzionali e diventare più assertivi? La risposta ci viene data in Assertività: come liberarsi dell’approvazione altrui e cominciare a vivere un libricino di poche pagine, tutte da divorare in qualche ora, appartenente alla collana Libri in tasca della EPC Editore. Autrice del libro è la Dottoressa Teresa Montesarchio, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale.

Nelle 92 pagine del libro, l’autrice riesce a dare spazio a nozioni teoriche indispensabili per comprendere al meglio l’argomento. Leggiamo allora cos’è l’assertività, qual è il suo vero nemico e come la piramide di Maslow possa rivelarsi utile nel comprendere perché non riusciamo ad essere assertivi. Si passa poi a una disamina veloce ma dettagliata di assertività, passività e aggressività.

E non è tutto: il libro contiene anche una parte più pratica, che coinvolge il lettore con test ed esercizi per imparare ad essere più assertivi. Uno spazio in cui mettersi in gioco, in modo del tutto graduale: il lettore è invitato dapprima a riflettere su alcuni episodi in cui i protagonisti si sono mostrati poco assertivi, per essere poi guidato a riflettere su episodi personali. E così, tramite schemi e tabelle di facile compilazione, chi legge ha la possibilità di comprendere i motivi sottostanti al proprio atteggiamento poco assertivo e finalmente liberarsene. Non a caso Teresa Montesarchio intitola questo capitolo Sii artefice della tua rivoluzione personale.

Un manuale minuto, ben fatto e di piacevole lettura, utile a tutti, professionisti e non solo, indispensabile per coloro i quali, stanchi di accontentare gli altri, vogliono scoprire quanto sia gratificante dare voce ai propri bisogni.

Che dire? Un paio di miei amici hanno provato a soffiarmi il libro dalla scrivania, ho capito che dovevo custodirlo gelosamente e ho detto loro di acquistarne subito una copia…invito fatto, ovviamente, nel modo più assertivo possibile!

L’autoregolazione emotiva favorisce l’azione della sertralina

Oggigiorno, la depressione maggiore è probabilmente la condizione che accomuna molti individui sebbene in misura e frequenza diverse, sia che sopraggiunga in differenti periodi della nostra vita sia che si sviluppi per le più svariate ragioni o motivazioni.

 

 Cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia: l’antidepressivo è diventato un abitante diffuso di comodini o cassetti dei medicinali.

Nonostante questa comune presenza nelle nostre abitazioni, una recente meta-analisi di Cipriani e colleghi (2018), pubblicata sulla prestigiosa rivista Lancet, ha sottolineato come il vantaggio nell’utilizzo di tale tipologia di psicofarmaci, rispetto ad un placebo, sia risultato clinicamente significativo nella riduzione della sintomatologia solo per un ristretto numero di individui affetti da depressione maggiore severa, suggerendo come in alcune circostanze gli antidepressivi non siano vantaggiosi per il trattamento di questo disturbo (Cipriani, Furukawa, Atkinson et al., 2018).

La spiegazione di tale esito nella risposta individuale al farmaco potrebbe risiedere in due ragioni alternative: la prima più legata alle differenze interindividuali, in particolare all’eterogeneità neurobiologica inerente alla diagnosi di depressione, per cui la molecola antidepressiva funzionerebbe per alcuni ma non per tutti, oppure, ponendoci da un’altra prospettiva, questa risulterebbe particolarmente efficace rispetto ad un placebo in individui con uno specifico fenotipo neurobiologico (Kraemer, 2016).

Se ciò risultasse confermato, diventerebbe necessario identificare delle misure oggettive-biologiche che possano costituire una guida affidabile per la ricerca di specifici moderatori che possano indicare sotto quali condizioni l’antidepressivo si possa dimostrare clinicamente superiore al placebo, come primo passo verso una personalizzazione del trattamento farmacologico nell’ambito della psicopatologia e verso una comunione tra intervento clinico e approccio neuroscientifico.

Partendo da questi assunti, Fonzo, Etkin, Zhang, e Wu del dipartimento di Psichiatria e Scienze Comportamentali dell’Università di Stanford, in associazione con il dipartimento di Psichiatria del Massachussetts General Hospital di Boston, hanno tentato di comprendere se la reazione, o meglio la regolazione di conflitti emotivi a livello neurale – funzione risultata cruciale per il disturbo depressivo – potesse elicitare altri meccanismi cerebrali che, in modo differenziato, potessero predire l’outcome di un trattamento farmacologico in un gruppo ricevente un antidepressivo, confrontato con un placebo.

Può una buona capacità cerebrale di reazione e di regolazione di stimoli che sollecitano un conflitto emotivo costituire un moderatore clinico nel discriminare la probabilità di un’efficacia maggiore dell’antidepressivo sul placebo?

E di conseguenza, può uno specifico pattern di attivazione cerebrale legato a queste funzioni fungere da biomarker predittivo?

Con il fine di rispondere a queste domande, gli autori, in un recente studio pubblicato su Nature Human Behaviour, hanno condotto un trial clinico controllato e randomizzato confrontando dati di risonanza magnetica funzionale di 309 individui affetti da depressione maggiore, non trattata farmacologicamente, assegnandoli sia alla condizione di somministrazione di sertralina che alla condizione placebo per 8 settimane (Fonzo, Etkin, Zhang, Wu et al., 2019).

Uno studio precedente di Etkin e Kandel (2006), pubblicato su Neuron, aveva mostrato come l’attivazione di uno specifico circuito cerebrale situato a livello del cingolo anteriore nella porzione rostrale, della corteccia prefrontale dorso laterale e ventrolaterale e dell’insula anteriore, fosse apparso determinante nella regolazione a livello cerebrale dei conflitti emotivi e nella manifestazione di comportamenti associati ad essa.

Infatti, un’alterazione a livello di questo circuito è risultata essere un fattore di mantenimento rilevante sia per la depressione maggiore che per altri disturbi psicologici caratterizzati da una ridotta capacità di regolazione a fronte di stimoli emotivamente salienti, quali l’ansia generalizzata, il disturbo bipolare e il disturbo di panico (Etkin, Egner, Kandel et al., 2006).

Oltre a ciò, Widge e colleghi (2017) avevano ipotizzato che questo stesso circuito potesse avere una diretta rilevanza per l’efficacia di alcune tipologie di antidepressivi.

Tenendo presente questi dati, l’intento di Fonzo, Etkin, Zhang, Wu e colleghi è stato quello di investigare se una variazione nelle risposte a seguito della somministrazione di sertralina rispetto al placebo in un gruppo di pazienti con depressione, potesse essere associata ai pattern di attivazione del circuito sopra descritto, producendo così una mancata regolazione e gestione di una situazione di conflitto emotivo. Il tutto per investigare l’ipotesi per la quale il grado di funzionamento o non funzionamento di questo circuito possa rappresentare un biomarker o un fattore moderatore del successo o dell’insuccesso dell’antidepressivo sulla patologia.

 Per la valutazione della capacità di regolazione e gestione del conflitto emotivo è stato utilizzato un compito nel quale per ogni trial ai soggetti veniva presentato come stimolo un volto emotigeno con un’espressione di gioia o paura, associato ad una parola (PAURA o GIOIA).

Nel compito gli stimoli presentati potevano essere congruenti, ovvero il volto emotigeno di felicità poteva essere associato alla parola che ne rappresentava l’emozione GIOIA oppure poteva legarsi alla parola opposta costituendo un’incongruenza, un conflitto tra volto e parola (espressione felice-PAURA).

I partecipanti erano stati istruiti ad identificare accuratamente e nel minor tempo possibile l’emozione incarnata dall’espressione del volto emotigeno premendo un pulsante, tentando di ignorare di volta in volta l’aggettivo che ne descriveva l’emozione.

Per poter essere portato a termine, il compito, svolto mentre i soggetti erano nello scanner della risonanza magnetica, avrebbe richiesto la risoluzione del conflitto tra volto emotigeno e parola associata incongruente.

Attraverso la rilevazione e misurazione dei tempi di reazione dei soggetti agli stimoli in associazione alle immagini di fMRI, i ricercatori hanno potuto osservare il processo per il quale il circuito sopra descritto si attivava incrementando la risposta di fronte al conflitto emotivo presentato favorendo la risoluzione del compito trial dopo trial.

Nonostante il conflitto emotivo si manifestasse in un aumento dei tempi di reazione per i trial incongruenti rispetto a quelli congruenti, progressivamente quest’effetto avrebbe dovuto essere mitigato trial dopo trial a seguito dell’attivazione del circuito.

Dopo aver sottoposto i soggetti con depressione al compito, i risultati ottenuti hanno evidenziato una robusta attività del circuito durante la risoluzione e regolazione del conflitto emotivo, coerentemente con quanto già descritto da Etkin e Kandel (2006), dimostrando la capacità del compito di elicitare l’attivazione di quello specifico network allo stesso modo in un gruppo clinico.

Successivamente, i ricercatori hanno analizzato relative attivazioni del circuito nei trial congruenti vs incongruenti confrontando le immagini dei soggetti a cui era stata somministrata sertralina con quelli che avevano ricevuto il placebo per investigare come questa relazione tra risoluzione del conflitto emotivo, evidenziata dall’attivazione del circuito, si potesse manifestare differentemente nei due sottogruppi (sertralina vs placebo).

In modo interessante, nel gruppo sertralina si è osservata una riduzione dell’attivazione cerebrale a livello dell’insula anteriore e del cingolo dorsale, diversamente da quanto mostrato dalla letteratura precedente in merito, associata ad una corrispondete riduzione della sintomatologia depressiva e a performance migliori nel compito di conflitto emotivo rispetto al gruppo placebo.

Nonostante si sia evidenziata una riduzione nell’attivazione del circuito, tale dato suggerisce che il suo coinvolgimento durante la risoluzione del compito di regolazione adattiva del conflitto sia risultata significativa nella condizione “sertralina” versus “placebo”, a supporto dell’ipotesi per la quale esso potesse rappresentare un moderatore, un meccanismo facilitatore per l’efficacia dell’antidepressivo rispetto al placebo nella riduzione sintomatologica (Fonzo, Etkin, Zhang, Wu et al., 2019).

I risultati ottenuti delineano un panorama leggermente diverso da quello prospettato in precedenza. Innanzitutto l’aspetto rilevante per la mediazione della regolazione del conflitto emotivo e per la discriminazione delle risposte tra gruppo “sertralina” versus “placebo” non risiederebbe nell’attivazione del circuito – che rimane preservato negli individui con depressione – bensì nella riduzione della sua attività diversamente dalle evidenze precedenti e in secondo luogo è stata sfatata l’idea per la quale gli antidepressivi in realtà risultano globalmente inefficaci.

Infatti, le evidenze fornite da questo studio sottolineano come l’eterogeneità riscontrata negli esiti di successo dei farmaci antidepressivi in realtà fosse il riflesso di una difficoltà sottostante nella comprensione degli esatti meccanismi neurobiologici della depressione maggiore e non una problematica del farmaco in sé.

I risultati ottenuti hanno un forte impatto all’interno dell’ambito del trattamento clinico della depressione in quando è apparso evidente come il successo dell’efficacia della sertralina sia significativamente influenzato dalle differenze neurobiologiche interindividuali, risultate predittive di un miglior esito nel compito di regolazione e nella riduzione sintomatologica.

Se ne delinea di conseguenza uno stimolante scenario in cui potrebbe essere possibile convertire un individuo depresso non rispondente alla sertralina in uno rispondente agendo sulla capacità cerebrale di regolazione del conflitto emotivo tramite nuovi trattamenti di stimolazione cerebrale o di tipo psicoterapici sfruttando la straordinaria potenzialità del network coinvolto di adattarsi e modificarsi in modo plastico.

 

Le nuove linee guida diagnostiche OMS non definiscono più la non-conformità di genere come un disturbo mentale. Aspetti psicologici e normativi

Dall’ultimo aggiornamento dell’International Classification of Diseases (ICD-11) l’incongruenza di genere è stata rimossa dalla categoria dei disordini mentali per essere inserita in un nuovo capitolo, quello delle condizioni di salute sessuale.

Stefano Giudici, Ilaria Bagnulo, Alessandro Toccafondi, Marco Tanini

 

Nell’ultima Assemblea Generale a Ginevra, la World Health Assembly, l’organo direttivo dell’OMS l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che rappresenta i 194 stati membri, ha aggiornato l’International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems (la cui sigla è ICD-11) decidendo che la transessualità non è più classificata dall’OMS come malattia mentale. L’incongruenza di genere è stata rimossa dalla categoria dei ‘disordini mentali’ dell’International Classification of Diseases per essere inserita in un nuovo capitolo delle ‘condizioni di salute sessuale’.

La scelta dell’OMS di lasciare comunque una descrizione della condizione di transessualità all’interno dell’ICD-11 è dovuta al considerevole bisogno di salute che le persone transgender possono avere, con questa modifica si è voluto far risaltare che la condizione di transessualità non può considerarsi una malattia mentale.

Il genere: tra pregiudizi e false credenze

Si intende identità di genere la proiezione del proprio essere che l’individuo ha verso il genere maschile piuttosto che verso quello femminile, si definisce genere sessuale il sesso fenotipico presente alla nascita, si definisce sesso genetico il sesso espresso a livello cromosomico, si definisce infine orientamento sessuale la pulsione verso un genere o entrambi i generi che il soggetto avverte. Il Disturbo da Identità di Genere è qualcosa di ampiamente studiato, costituisce un vero e proprio malessere psichico del soggetto. Non deve essere considerato una perversione o un’espressione di patologie genetiche o ormonali.

I motivi della scelta dell’OMS

Lo spostamento della Disforia di Genere dall’elenco dei disordini mentali alla tematica della salute sessuale ha lo scopo di eliminare lo stigma che grava su queste persone e di agevolare la possibilità di autodeterminazione ad esempio sulla scelta del nome da usare, situazione che, ad oggi, in molti stati, è ancora legata alla necessità di ottenere certificazioni di tipo sanitario. Contemporaneamente il mantenimento della Disforia di Genere nell’ICD-11 è teso ad assicurare le cure, psicologiche, ormonali e chirurgiche che possono essere indicate per gli individui con disforia di genere.

Il DSM curato dall’APA (American Psychiatric Association), aveva rimosso dalle malattie mentali il Disturbo dell’Identità di Genere già nel 2012 per includere invece proprio la Disforia di Genere, definita però come il disagio provato da una persona rispetto al sentimento di mancata corrispondenza tra il proprio genere percepito e quello assegnato.

La norma in Italia

La legge del 14 aprile 1982, n. 164, recante la disciplina per la rettificazione dell’attribuzione di sesso, ha costituito, per il diritto italiano, un esempio positivo di integrazione e di rispetto per la salute psicofisica. Già nel 1985 tale legge fu oggetto di ricorso alla Corte Costituzionale presunta incostituzionalità di questa norma. Con la sentenza del 6 maggio 1985, n. 161, la Corte costituzionale giudicò infondata la presunta incostituzionalità stabilendo che tale norma “si colloca nell’alveo di una civiltà giuridica in evoluzione, sempre più attenta ai valori, di libertà e dignità, della persona umana, che ricerca e tutela anche nelle situazioni minoritarie ed anomale”. Il principio sancito dalla Corte Costituzione è quello, in base all’ articolo 32 della Costituzione, di dichiarare legittimi gli interventi  di riattribuzione  dei caratteri sessuali secondo i principi di autodeterminazione e di tutela universale della salute.

Per quanto attiene alla rettificazione dei dati anagrafici (nome), la norma stabilisce che questa possa essere attuata attraverso sentenza del tribunale passata in giudicato. Con questo atto è possibile attribuire, ad una persona, un nome diverso da quello trascritto nell’atto di nascita. Tale sentenza non ha effetti retroattivi (il nome resta tale fino alla pronuncia della sentenza) e provoca lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso.

La legge sulle unioni civili (c.d. legge Cirinnà, n. 76/2016), al comma 27 dell’art. 1, ha stabilito che “alla rettificazione anagrafica di sesso, ove i coniugi abbiano manifestato la volontà di non sciogliere il matrimonio o di non cessarne gli effetti civili, consegue l’automatica instaurazione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”.

L’iter di cambiamento

Quello che è conosciuto come “transizione” è un percorso molto lungo e costoso per l’individuo che decide di intraprendere questo “viaggio”. In Italia la legge 164/82 regolamenta i vari passaggi di questo cambiamento. Sono identificati una serie di punti fondamentali che la persona deve toccare per poter raggiungere lo status definitivo dell’altro sesso.

Il primo passo è sicuramente la consapevolizzazione del disagio che viene provato verso il proprio corpo e con il ruolo che viene ricoperto nella società.

In secondo luogo, dopo che l’individuo ha concretato l’idea sul proprio sesso e conseguenti dubbi a riguardo, si ha l’approccio della persona con professionisti. L’invio agli specialisti, che possono essere di stampo medico o psicologico, può avvenire direttamente o tramite associazioni che accompagnano l’individuo in questo percorso.

Il terzo step riguarda i colloqui psicologici volti in primis alla diagnosi di Disforia di Genere e quindi alla formalizzazione della condizione dell’individuo. Successivamente hanno un ruolo di supporto alla terapia durante tutto il percorso di transizione. Questa serie d’incontri psicologici è molto importante per il benessere dell’individuo, sia per quanto riguarda l’accettazione della propria condizione sia per la comprensione della sua situazione da parte delle persone a lui/lei vicine; o anche solo più semplicemente per sostenere la persona durante aspetti difficili della transizione.

La terapia ormonale è indubbiamente uno dei passaggi più conosciuti quando si parla di transizione, può essere intrapresa solo dopo aver iniziato un percorso psicologico e consiste nell’immettere nella circolazione sanguigna degli ormoni che hanno la caratteristica di provocare un’involuzione delle caratteristiche del sesso biologico di appartenenza e un’evoluzione delle strutture coerenti con l’identità psichica. Quindi femminilizzare o mascolinizzare quelle parti del corpo caratteristiche di un sesso specifico. Inoltre, ha la funzione di inibire le funzioni del sesso d’origine come erezione nell’uomo o ciclo mestruale nella donna. La terapia ormonale è una componente che accompagnerà per tutta la vita l’individuo, questo perché è necessario, anche dopo la conversione chirurgica, un livello di ormoni, estrogeni o androgeni, che solo la terapia farmacologica ha la capacità di sostenere.

Quasi parallelamente alla terapia ormonale, e sempre affiancato da un terapeuta, l’individuo può cominciare a sperimentarsi nel quotidiano, iniziando a vivere situazioni sociali, immedesimandosi nel sesso opposto. Questa sperimentazione iniziale è anche detta RLT Real Life Test, ovvero test di vita reale dove appunto la persona può approcciarsi e interfacciarsi al mondo con il sesso a cui si sente di appartenere. Un aspetto di questo tipo è molto saliente per l’individuo perché è utile per comprendere appieno la scelta che sta intraprendendo.

L’aspetto interessante è che la modificazione del sesso di una persona ne va a toccare tutti gli aspetti: sociali, psicologici, medici e anche legali. Gli aspetti legali riguardano e regolamentano aspetti più tecnici legati alla ri-attribuzione chirurgica del sesso (RCS) o Sex Reassignment Surgery (SRS), la quale deve essere autorizzata esclusivamente attraverso una sentenza da parte del giudice, poiché comporta l’asportazione degli organi riproduttivi che, in assenza di patologie organiche che la giustifichino, il medico non può in nessun modo svolgere poiché lesiva dell’integrità della persona. Quindi la sentenza verrà stilata dal giudice a seguito di perizie e relazioni da parte di consulenti tecnici d’ufficio CTU nominati dal giudice e/o da consulenti tecnici di parte CTP nominati dalla persona interessata. È interessante notare gli sviluppi anche dal punto di vista legale avvenuti in questi ultimi anni laddove per ottenere la rettificazione dell’attribuzione di sesso nei registri dello stato civile non sia più obbligatorio l’intervento chirurgico demolitorio o modificativo dei caratteri sessuali anatomici primari. Quindi la rettifica dei dati anagrafici e la correzione di tutti i documenti che ne conseguono quali: patente, licenze, titoli di studio, depositi bancari, bollette, atti di proprietà… non è più legata alla modificazione chirurgica (Sentenza n.180 del 2017).

Tuttavia alcune persone desiderano intraprendere anche il percorso di RCS (Riconversione Chirurgica di Sesso) quindi dopo aver ottenuto l’autorizzazione all’intervento, il soggetto può affidarsi ai centri chirurgici specializzati per queste tipologie di operazioni. L’operazione di vaginoplastica o di falloplastica possono essere svolte sia privatamente sia nel pubblico poiché l’intera operazione di RCS è coperta dal SSN (Sistema Sanitario Nazionale). Sono invece escluse le operazioni che riguardano migliorie estetiche che esulano i caratteri sessuali secondari extragenitali.

A questo punto il percorso sembrerebbe finito tuttavia la persona si trova a dover affrontare il mondo con un aspetto ed una consapevolezza nuova e non sempre è una condizione priva di problematiche, per questo è importante considerare il delicato aspetto del reinserimento sociale, relazionale, lavorativo o scolastico. L’individuo va accompagnato nella creazione di una nuova routine quotidiana, nella creazione di nuovi progetti e nella sua autoaffermazione come persona.

L’ultimo aspetto da considerare è il follow up, una serie d’incontri a lungo termine mirati al monitoraggio delle condizioni sociali e personali del soggetto. Questi momenti sono utili sia per la persona stessa che potrebbe affrontare momenti di disagio nell’arco della vita e quindi potrebbe necessitare di un supporto, sia come raccolta di dati ed esperienze finalizzati al miglioramento del percorso per le persone che affronteranno questo iter negli anni avvenire. Ovviamente oltre ad un follow up più psicologico è importante anche un follow up di tipo medico/endocrinologico finalizzato alla valutazione della componente ormonale somministrata che andrebbe controllata costantemente per tutto l’arco di vita.

 

L’amore ai tempi di Sh.rek (2019): il coraggio di riscoprire la nostra vera identità – Recensione del film

L’amore ai tempi di Sh.Rek – Può accadere così, all’improvviso, in un giorno qualunque, di ritrovarsi nelle tasche il coraggio di uscire dalla zona confort e fare delle scelte. Anzi, il coraggio di fare LA scelta. Quale? (Ri) scoprire la nostra vera identità.

 

E può accadere a tutti, sia chiaro, nessuno escluso. Ma non sarà un viaggio facile perché ci costringerà a spogliarci delle nostre armature, a specchiarci l’anima in un lago trasparente e chiederci: chi siamo veramente? La nostra vita è davvero nostra o è una specie di copione che recitiamo per non deludere nessuno, noi compresi? Beh, conoscere la risposta non sarà sempre piacevole. Si, perché potremmo imbatterci in aspetti del nostro io che non siamo pronti ad accettare né a cambiare. Ma, arrivati a quel punto, saremo già oltre il confine del ritorno. Saremo già consapevoli di non poter riavvolgere il nastro e riprendere, come se nulla fosse, quella quotidianità che ci proteggeva. E allora, non resterà che liberarci della coperta di Linus e imparare a danzare all’inaspettato ritmo della verità. Un ritmo folle che potrà farci perdere affetti e certezze ma che, in cambio, ci restituirà la nostra dimensione. È questo il senso di un film che – con ironia ben condita dalla giusta dose di introspezione e magistrali colpi di scena – punta a far riflettere sulle dinamiche psichiche che, troppo spesso, ci sequestrano in una cosciente prigione di sensi. Paura di affrontare il futuro? Non solo. Paura della libertà. Del resto, apre la voce narrante leggendo Fromm:

l’uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perché? Perché la libertà lo obbliga a prendere delle decisioni, e le decisioni comportano rischi.

Si tratta di L’amore ai tempi di Sh.Rek, scritto da Andrea Cacciavillani e Tonino di Ciocco (coautori di Oltre la linea gialla, lungometraggio che ha incassato riconoscimenti in festival di tutto il mondo) con Alessandro Derviso, regista dell’opera. Prodotto da Moscacieca produzioni srls. Nel cast, anche Carola Stagnaro.

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L'amore ai tempi di Sh.rek - recensione del film immagine 1

ALESSANDRO DERVISIO – REGISTA

L'amore ai tempi di Sh.rek - recensione del film immagine 2

ANDREA CACCIAVILLANI – SCENEGGIATORE

L'amore ai tempi di Sh.rek - recensione del film immagine 3

TONINO DI CIOCCO – SCENEGGIATORE

Il film, commedia brillante che ha raccolto l’entusiasmo del pubblico e della critica di settore e che è stato ospitato da Gigi Marzullo a Cinematografo, si snoda sul percorso che tre coppie – seguite da un noto psicoterapeuta – decidono di intraprendere per salvarsi dalla routine che le sta lentamente uccidendo: la terapia Sh.Rek.

Un innovativo esperimento a più step: Consapevolezza / Sofferenza / Identità. I segnali del corpo, spiega lo psicoterapeuta interpretato da Adolfo Margiotta, possono essere campanelli di allarme, sintomi di una sofferenza che ci aiuta a capire i pericoli che stiamo soffrendo. E allora, prosegue, cosa manca per arrivare alla nostra identità? La risposta è: reazione. Conoscere cosa ci fa soffrire ci può permettere di evitarlo solo se riusciremo a reagire. Così, disegneremo la nostra identità. La Sh.Rek – che non ha come obiettivo quello di evitare le discussioni, ma di favorire il confronto – coinvolgerà e sconvolgerà ciascun partner fino a condurlo, appunto, sul ciglio della sua vera identità. E non è scontato che questa nuova (o meglio svelata) identità sarà ancora il tassello perfetto per proseguire la vita di coppia messa, inevitabilmente, in discussione. Dividersi? Ritrovare l’equilibrio? Fuggire? Chissà quale sarà l’effetto dell’esperimento sulle coppie in gioco?

Una cosa è certa: il film va visto per la capacità di far riflettere sulle apparenze ingannevoli (non a caso si ispira a Shrek, creatura orribile ma estremamente buona) non tanto dell’essere umano ma della nostra identità, tanto intima quanto estranea e sconosciuta persino a noi stessi. Ma L’amore ai tempi di Sh.Rek ci insegna anche che siamo ancora in tempo, tutti, per esplorarci, guardare negli occhi e sconfiggere i mostri che ci hanno impedito di crescere, decidere, vivere, amarci. I mostri che ci hanno impedito di salvarci. Perché, così chiude il film:

chi salva se stesso, salva il mondo intero.

 

L’AMORE AI TEMPI DI SH.REK – GUARDA IL TRAILER

 

Maggiore senso di benessere negli anziani che si mantengono sessualmente attivi

L’attività sessuale è una componente centrale delle relazioni intime, ma tende a essere meno praticata con l’avanzare dell’età. Tuttavia, i benefici di questa attività potrebbero risultare particolarmente importanti per questa fascia della popolazione.

 

 L’attività sessuale è una componente centrale delle relazioni intime, ma tende a essere meno praticata con l’avanzare dell’età. Uno studio inglese ha evidenziato come si assista a un decremento significativo dell’attività sessuale tra i 50-59 anni e gli 80 anni e oltre, sia negli uomini (dal 94.1% al 31.1%) che nelle donne (dal 53.7% al 14.2%; Lee et al.). La pratica frequente di rapporti sessuali, ovvero superiore alle due volte al mese, è risultata associata a diversi benefici per il benessere fisiologico e psicologico e una vita sessuale positiva (da intendersi come frequente per gli uomini e soddisfacente per le donne) è risultata associata a un tasso minore di mortalità prematura.

Nella popolazione anziana, nonostante la presenza di un calo rispetto alla frequenza, l’interesse per l’attività sessuale è ancora presente. Inoltre, i benefici dell’attività sessuale potrebbero risultare di particolare importanza per questa fascia della popolazione, in quanto più soggetta a complicazioni di salute fisica e mentale dovute all’avanzare dell’età che hanno un impatto negativo sul suo benessere.

In uno studio recentemente pubblicato su Sexual Medicine, Smith e colleghi (2019) hanno esaminato la possibile associazione tra attività sessuale e esperienza di benessere, intesa come benessere psicologico, felicità e ottimismo, in un ampio campione di anziani in Inghilterra. I dati dello studio sono stati estratti dall’English Longitudinal Study of Ageing (ELSA), uno studio longitudinale condotto su uomini e donne di età superiore ai 50 anni, volto alla comprensione del processo di invecchiamento. I partecipanti hanno compilato una serie di questionari tramite computer riguardanti tematiche differenti, tra cui lo SRA-Q (Sexual Relationships and Activities Questionnaire), utilizzato per la valutazione di molteplici aspetti della sessualità, tra cui frequenza dell’attività sessuale (rapporti sessuali, masturbazione, petting, baci e carezze), problematiche rispetto al funzionamento sessuale, preoccupazione e soddisfazione sessuale, e il CAPS-19 (Control, Autonomy, Self-Realization and Pleasure), utilizzato per valutare, tra le altre cose, l’esperienza di benessere. Infine, sono stati presi in esame fattori potenzialmente confondenti, quali la presenza di malattie croniche, lo stato di fumatore e la frequenza di assunzione di alcolici. Sono stati inclusi nello studio un totale di 3045 uomini e di 3834 donne con un’età compresa tra i 50 e gli 89 anni, la maggior parte dei quali risultava sposata o convivente (74% degli uomini e 60% delle donne).

Al termine dello studio è stato evidenziato che gli uomini e le donne che erano stati sessualmente attivi nel corso dell’ultimo anno riportavano un maggiore senso di benessere e di piacere per la vita rispetto a coloro che non lo erano stati. E’ stato inoltre messo in luce che, tra coloro che erano stati sessualmente attivi, una maggiore frequenza di petting, baci e carezze risultava associata a un maggiore benessere in entrambi i generi, mentre una maggiore frequenza nei rapporti sessuali risultava associata a maggiore benessere solo negli uomini. La sensazione di vicinanza emotiva al partner durante l’amplesso è risultata associata ad un maggiore piacere per la vita in entrambi i generi, mentre coloro che hanno riportato preoccupazioni o problemi rispetto al proprio funzionamento sessuale hanno riportato anche una minore esperienza di benessere. Infine, è stato messo in luce che gli uomini soddisfatti della propria vita sessuale hanno riportato una maggiore esperienza di benessere, ma tale associazione non ha trovato conferma per le donne.

I risultati emersi dallo studio di Smith e colleghi (2019) supportano l’ipotesi secondo cui un’attività sessuale positiva risulta associata a una maggiore esperienza di benessere. Tale associazione può essere spiegata da processi differenti: è stato infatti evidenziato che la pratica di attività sessuale risulta associata a un migliore stato di salute e, quindi, a un maggiore benessere. In secondo luogo, l’attività sessuale porta a un rilascio di endorfine, il quale porta a sua volta a un senso di euforia e beatitudine in seguito all’amplesso. Inoltre, coloro che hanno rapporti sessuali con il proprio partner sviluppano una maggiore vicinanza emotiva, fattore di per sé associato a un’esperienza di benessere. Infine, l’attività sessuale può essere vista anche come una forma di esercizio fisico, il quale ha notoriamente effetti benefici sul benessere fisico e psicologico.

Nonostante la presenza di un’associazione tra attività sessuale positiva e esperienza di benessere sia presente in entrambi i sessi, molti aspetti della sessualità sono risultati più fortemente associati a benessere negli uomini piuttosto che nelle donne. Questo può essere imputato alla presenza di differenze nell’ambito della sessualità tra uomini e donne: infatti se per i primi la frequenza dei rapporti sessuali ricopre maggiore importanza, per le seconde le componenti della sessualità legate a intimità e tenerezza risultano più determinanti per il senso di benessere percepito.

L’influenza negativa sul benessere esercitata dalla presenza di preoccupazioni o problemi rispetto al funzionamento sessuale in questa popolazione dovrebbe portare coloro che si occupano della salute fisica e mentale degli anziani a superare il preconcetto secondo il quale in questa fase della vita l’interesse per l’attività sessuale risulti assente. Incoraggiare una discussione sui benefici dell’attività sessuale anche durante l’invecchiamento può aiutare questa popolazione a superare norme preconcette e aspettative rispetto alla natura della sessualità in età avanzata, portandoli, tramite la sperimentazione di tipologie differenti di attività sessuale, a un maggiore senso di benessere.

 

Quando è la dipendenza a farci sentire vivi: disturbo dipendente di personalità tra stati mentali e strategie di coping 

Il nucleo del disturbo dipendente di personalità (DDP) non è tanto la dipendenza e la rinuncia, né la continua richiesta di aiuto o di rassicurazione verso un altro percepito come competente e protettivo, quanto la paura dell’abbandono e della solitudine, la sofferenza che si cela dietro il percepirsi incapaci ed inetti, che si esprime attraverso strategie di coping comportamentali come la sottomissione e la dipendenza.  

 

Incontro R., 34 anni, chiede una terapia perché soffre terribilmente nella relazione con un compagno che non riesce a lasciare.

Mi porta rapidamente su delle scene e ripenso a M., che seguo già da qualche mese. In prima seduta mi riportò un dolore simile che l’aveva letteralmente allontanata da una vita libera ed autonoma. Poi penso a L., anche lui non riusciva a dare una direzione alla sua vita, oscillando sempre tra il desiderio di sentirsi autonomo ed il dolore legato alla sottomissione. Allora riprendo lo schema di concettualizzazione di questi pazienti e di un altro paio con la stessa diagnosi e noto delle cose in comune. Risaltano immagini del sé e strategie di coping simili. Rivedo, scritte più volte, le parole inadeguato e accondiscendenza, rinuncia. Tra le emozioni ritorna tristezza, senso di colparabbia. Wish: autonomia. Diagnosi: disturbo dipendente di personalità. Poi ripenso a tutte le volte che mentre faccio shopping trovo donne che chiedono ai fidanzati o alle amiche pareri sull’altezza del tacco, sulla tonalità dell’abito, sulla lunghezza della gonna. Verde tiffany corto o rosa corallo lungo? Le vedo essere molto attente alle parole ma, ancor prima, a tutto quello che di non verbale possa esserci in quel momento: mini espressioni di disappunto, disprezzo, dissenso che anticipano la rinuncia. Nessuna scarpa né abito. Immagino che nella mente di turno ci sia qualcosa del tipo a me piace il verde ma se lui non la pensa come me io non posso comprarlo. Potrei ferirlo, mi sentirei in colpa. Allora meglio che mi adeguo o che rinuncio. Sarebbe intollerante la disapprovazione. Ma davvero non riesco a scegliere da sola? Sono proprio una incapace!!. Credo che sia capitato a tutti noi, almeno una volta, di cercare un parere ed un confronto e, certamente, qualche volta abbiamo direzionato le nostre scelte, facendoci influenzare. Niente di male, è un meccanismo comune, ma diventa disfunzionale quando è ipertrofico e si accompagna a dinamiche interpersonali problematiche.

Un sabato al mare scopro che il P., un ragazzino di 12 anni, rinuncia a mangiare il gelato perché la frutta è più sana, fai contenta la mamma. Con un’espressione di tristezza sul volto, si allontana dal tabellone con i must dell’estate 2019 inforchettando la pesca amorevolmente tagliata a cubetti. Mi chiedo se, allora, alcune rinunce o alcuni processi di scelta non vengano letteralmente preparati durante la nostra storia di vita a partire da interazioni con adulti di riferimento in cui la libertà di azione viene limitata di fronte a frasi del tipo …fallo per me, …se fai così noi soffriamo, …ascolta me che è meglio….

A questo punto faccio mente locale. In Disturbi di personalità. Modelli e trattamento (Semerari e Dimaggio, 2006) vi è una parte dedicata al disturbo dipendente di personalità molto dettagliata che spiega la dinamica del disturbo e come esso si esplica chiaramente nella rinuncia ai propri desideri, interessi, svaghi in nome dell’altro. Ricordo che avevo evidenziato più e più volte la frase …è la dipendenza che fa sentire il soggetto vivo (Dimaggio e Semerari, 2006; pag. 278) ed avevo fin da subito intuito che anche questa volta bisognava ragionare in termini di stati mentali. Infatti il nucleo del DDP non è tanto la dipendenza e la rinuncia né la continua richiesta di aiuto o di rassicurazione verso un altro che è percepito come competente e protettivo (aspetti relazionali) quanto nella paura dell’abbandono, della solitudine, nella sofferenza che si cela dietro il percepirsi incapaci ed inetti (aspetti intrapsichici) che si esprime attraverso un comportamento o, meglio ancora, attraverso strategie di coping comportamentali come la sottomissione e la dipendenza che svolgono, paradossalmente ed egregiamente, il loro compito adattivo (Dimaggio et al., 2019): tenere a bada il senso di incapacità ed incompetenza e le emozioni negative che seguono.

Uno stato mentale problematico vicino a quello dell’autoefficacia legato alla dipendenza è quello dell’overwhelming. Il principio è che per non deludere nessuno, per garantirsi la vicinanza, bisogna inseguire diversi scopi in base all’altro, senza poter stabilire priorità. Bisogna accontentare tutti, magari anche in cose diverse, con la conseguenza di sentirsi sovraccaricati e confusi se questi scopi sono molto diversi tra loro. Da questo sovraccarico si ottiene una rappresentazione di sé ugualmente negativa. Ecco che allora emerge la rabbia: è l’emozione che indica lo stato di coercizione e di ribellione, di ingiustizia subita. Se il paziente sente di dover dare sempre la priorità agli scopi ed ai desideri altrui non accederà mai ai propri. Questo non vuol dire che non ci sono più, ma che sono inaccessibili. Raramente si accede allo stato di autoefficacia perché contemporaneamente ogni azione porta con sé senso di colpa, paura di deludere l’altro, timore dell’abbandono e necessità di riparare in qualche modo.

La terapia metacognitiva interpersonale (Dimaggio et al., 2019), quindi, ha come obiettivo quello di fare agire il paziente in direzione dell’autonomia, perseguendo il wish di esplorazione e favorendo la percezione di se stessi come entità autonome, pensanti, capaci, autodeterminanti, svincolandosi dai cicli interpersonali da cui il soggetto dipendente ne esce in ogni caso sconfitto. Infatti il sé oscilla tra il rappresentarsi competente e fragile, incapace e forte. Insomma, immagine positiva e negativa danzano disarmonicamente assieme portando con sé emozioni contrastanti e stati mentali di abbandono, solitudine, vuoto e, raramente, di possibilità di azione autonoma. La sensazione di sé stessi come forti e competenti è debole e soccombe di fronte ad un altro percepito come potente e forte. Essere presenti nella mente altrui fa sentire il proprio valore e, per garantirsi questo, aderire all’altro in ogni cosa è la strategia più semplice e veloce. Il paziente dipendente annulla la propria autonomia e le proprie scelte per garantirsi quel posticino mentale. La dipendenza è il mezzo ed entra, di diritto, nella categoria delle strategie egosintoniche.

Notiamo, quindi, che il nucleo del disturbo dipendente di personalità è l’incapacità di accedere ai propri desideri e scopi ed ovviamente ai piani per raggiungerli privi di un contesto interpersonale equilibrato. Solo attraverso l’altro si riesce a dare una organizzazione alla propria mente (in questo è evidente la disfunzione metacognitiva). La TMI accompagna il paziente nella lettura della sua dinamica interna, del cammino verso l’autonomia e nella regolazione efficace degli stati mentali problematici, dando luce alla disfunzionalità dietro le strategie di coping e raggirando la messa in atto di cicli interpersonali. Anche se può sembrare difficile, è possibile: L. alla fine si trasferì a Roma per lavoro ed M. riuscì a dire alla propria ragazza che non aveva intenzione di condividere con lei il suo appartamento.

Gazzillo e io: sovranismo vs leninismo

La risposta di Francesco Gazzillo ai recenti articoli di Giovanni Maria Ruggiero e di Giovanni M. Ruggiero, Gabriele Caselli e Sandra Sassaroli, si inserisce all’interno di una discussione pubblicata da State of Mind sulla psicoterapia empiricamente supportata.

 

Quello che ho provato nel leggere i recenti interventi del dottor Ruggiero, e poi di Ruggiero, Caselli e Sassaroli su State of Mind è stata una sensazione di spaesamento. Criticavano mie posizioni che però non corrispondevano alle mie posizioni, e lo facevano da un vertice identitario e ideologico rispetto al quale non credo di poter dire nulla. È come discutere di calcio con un tifoso di una squadra, o di politica con un attivista di un partito, nello specifico di un partito sovranista. Una perdita di tempo.

Mi limito a chiarire un paio di punti, giusto perché mi possano attaccare per ciò che penso, non per la loro traduzione idiosincratica di ciò che penso.

Nel lavoro scritto con gli amici e colleghi Curtis e Dimaggio proponevamo un metodo di formulazione del caso, il Plan Formulation Method, radicato nella Control-Mastery Theory, che ha dati di affidabilità piuttosto solidi, segue una procedura standard rigorosa, e sembra, dati empirici alla mano, che dia indicazioni utili al clinico per favorire il miglioramento dei pazienti in terapia. Vero è che, rispetto alle procedure amate dal dottor Ruggiero, dà meno importanza alle funzione esecutive coscienti e più importanza a credenze e schemi e processi relazionali (i test) spesso inconsci, e che parte dall’assunto che i pazienti vengano in terapia con obiettivi specifici propri, a volte consapevoli e altre no. La CMT ha sempre riconosciuto il debito con Miller, Galanter e Pribram rispetto ai termini test e piano, ma non credo sia necessario citarli ogni volta. E, come il dottor. Ruggiero di certo sa, Pribram era un tale purista del cognitivo che scrisse un libro con l’analista Merton Gill su Freud. Ma forse dopo andò a confessare il peccato di slealtà. Il piano che noi clinici formuliamo è il piano del paziente – noi cerchiamo di esplicitarlo. E cerchiamo di capire se, quando e quanto dobbiamo condividere con il paziente stesso la nostra esplicitazione del suo piano. Sempre per inciso, anche noi lo formuliamo a inizio terapia – dopo tre o quattro sedute – e non sempre la sua formulazione passa per drammi e tormenti relazionali, come sembra pensare il dott. Ruggiero.

Il secondo punto in cui il Gazzillo che qui scrive non si riconosce nel Gazzillo narrato da Ruggiero & c. riguarda il metodo scientifico. Il Gazzillo che scrive è convinto che non vi sia miglior metodo di conoscenza, non lo baratterebbe con nessun altro metodo, e quando la ricerca ha dato torto alla teoria che amava, ha cambiato idea. Come molti sanno, tanto da essere accusato di essere “diventato cognitivista”. Cosa non vera, ma che non ha mai preso come offesa. Sottolineare che la ricerca scientifica possa subire influenze economiche, sociali e politiche è realismo, ma il bello del metodo scientifico è che non dà vicoli sul cosa bisogna trovare – a differenza delle ideologie – ma sul come mettere alla prova le proprie ipotesi. Ad esempio, che tutte le terapie empiricamente supportate per disturbi specifici siano, dati alla mano, sostanzialmente equivalenti in quanto a efficacia è un dato (invito a leggere il libro del 2015 di Wampold e Imel – e Wampold è un matematico prima e poi un terapeuta CBT approdato agli approcci umanistici – o la Declaration dell’American Psychological Association del 2012).

La conseguenza che i più ne traggono è che, dunque, a essere efficaci non sono tanto tecniche approccio-specifiche ma fattori comuni: alleanza terapeutica, aspettative positive, confronto con la realtà, esperienze emotive correttive, accettazione incondizionata, empatia percepita ecc. Altri ritengono che invece il verdetto di Dodo è dovuto al fatto che trattamenti diversi sono efficaci per pazienti diversi – ad es., i pazienti più introiettivi beneficerebbero maggiormente di terapie insight-oriented e quelli più anaclitici di terapie in cui il peso della relazione è maggiore. Io, invece, penso che sia sbagliato costruire terapie specifiche per disturbo, e sarebbe più utile costruire terapie specifiche per paziente. Anziché tradurre i problemi di una persona in una o più categorie diagnostiche e poi somministrare trattamenti pre-costituiti per quelle categorie diagnostiche, si tratta di elaborare formulazioni del caso specifiche per paziente, con procedure precise la cui affidabilità è stata dimostrata, come il Plan Formulation Method, e poi costruire una terapia specifica per quella persona, perché senso e funzione dei problemi e dei sintomi di una persona variano in funzione della persona stessa e della sua storia. Così come variano i suoi obiettivi, i suoi schemi patogeni e come li mette alla prova. Non c’è nulla di sapienziale. È solo un frame diverso, ugualmente passibile di ricerca empirica, e che già presenta ricerche empiriche a suo sostegno.

Chiudo, in tono semi-serio, dicendo che se la scelta è tra il sovranismo di Ruggiero e il leninismo del Gazzillo narrato da Ruggiero, Caselli e Sassaroli, io scelgo Lenin. Anzi, Marx e Engels: psicoterapeuti di tutto il mondo, unitevi, occupatevi di clinica e ricerca, e meno delle vostre identità! E mi scuso con i lettori, e soprattutto con Ruggiero, se il poco tempo a mia disposizione mi ha impedito di citare tutti gli autori che hanno detto cose simili alle mie prima di me, come Goldfried, solo per fare un esempio. E se non ho corretto alcune delle imprecisioni del suo discorso sul testo di Lenin Materialismo ed empiriocritismo. Ma ringrazio Borges che ha ispirato la prima parte del mio titolo.

 

 

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Sexting tra adolescenti: rischi e pericoli. Il parere degli esperti Anna Oliverio Ferraris e Fabrizio Quattrini

Foto, immagini, sesso, internet e social rischiano di divenire sempre più un mix pericoloso tra giovani e giovanissimi. Due grandi professionisti, Anna Oliverio Ferraris e Fabrizio Quattrini, da prospettive differenti, ci aiuteranno a capire di più circa i rischi e i pericoli legati al fenomeno

 

Nel presente articolo verrà affrontato il tema del sexting tra adolescenti grazie al contributo di due grandi professionisti che, da prospettive differenti, ci aiuteranno a capire di più circa i rischi e i pericoli legati al fenomeno.

In tal senso ho intervistato Anna Oliverio Ferraris e Fabrizio Quattrini a cui va tutta la mia gratitudine per professionalità e disponibilità.

Sexting: che cos’è?

Il termine Sexting nasce dall’unione di due parole inglesi e letteralmente Sex (sesso) e Texting (pubblicare il testo) e consiste nell’inviare o ricevere testo scritto, video e/o immagini dal contenuto sessuale più o meno esplicito, una pratica sempre più diffusa non soltanto tra adulti ma ultimamente anche tra giovani e giovanissimi. Telefonia cellulare, social e vari canali virtuali rendono più veloce e rapida tale pratica.

Su il blog di La Stampa del 16 marzo 2018, vengono riportati i dati della ricerca dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza insieme a Skuola.net dove i dati parlano di 1 adolescente su 10 che pratica sexting. Già dagli 11 anni di età, infatti, in tanti ragazzi sono tentati dalla moda di scattare selfie intimi, senza vestiti o a sfondo sessuale e di inviare le immagine o i video al proprio fidanzatino, agli amici, nelle chat di gruppo. Si chiama sexting e parliamo di una pratica messa in atto abitualmente dal 6% dei preadolescenti dagli 11 ai 13 anni, di cui il 70% è costituito da ragazze. I numeri salgono al crescere dell’età: infatti, tra i 14 e i 19 anni, la proporzione è di circa 1 adolescente su 10.

Immagini e video a sfondo sessuale  spesso vengono inviati ad amici o fidanzati in maniera spontanea ed ingenua, talvolta sotto richiesta, peggio ancora sotto minaccia o rubati in modo inconsapevole, altre volte come prova d’amore, ma ciò che si sottovaluta risulta essere la consapevolezza che il materiale, una volta in rete, potrebbe essere diffuso e creare gravi danni da un punto di vista psicologico alla vittima ed avere come risvolto azioni drammatiche come quelle documentate dalle cronache degli ultimi anni (suicidi o tentativi di suicidio), in quanto spesso al sexting tra adolescenti si può ricollegare un altro fenomeno altamente pericoloso come quello del cyberbullismo e pedopornografia.

Ma per capire di più sui meccanismi in gioco in tale fenomeno circa il mondo adolescenziale che si affaccia a questa realtà, che sul reale carattere sessuale insito in tale pratica e relativi “consigli per l’uso” per evitare rischi e pericoli, ho intervistato Anna Oliverio Ferraris, docente universitario, psicoterapeuta, scrittrice di articoli per riviste di psicologia e autrice di numerosi libri sul mondo adolescenziale, e Fabrizio Quattrini, scrittore, psicologo e psicoterapeuta, socio fondatore presidente dell’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica (IISS) di Roma, docente dell’insegnamento di Clinica delle Parafilie della Devianza presso la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi dell’Aquila.

Sexting fra gli adolescenti: il parere degli esperti

 

Anna Oliverio Ferraris

Immagine 1: Anna Oliverio Ferraris

Intervistatore (I): Quali meccanismi entrano in gioco rendendo sempre più appetibile tale pratica fra giovani e giovanissimi?

Anna Oliverio Ferraris (AOF): Penso che la pornografia in rete abbia sdoganato le immagini erotiche e le pose sexy rendendole una consuetudine, per cui molti ragazzini e ragazzine possono considerare “normale” scambiarsi immagini osé sia di altri che di se stessi. Anche tra gli adulti c’è chi invia il giorno di S. Valentino al proprio innamorato o alla propria innamorata delle immagini di sé sexy. Negli adolescenti, in particolare nelle ragazze, oltre all’esibizionismo ci possono essere motivazioni profonde legate all’età, un periodo della vita in cui si verificano trasformazioni fisiche importanti, in cui si va alla ricerca di conferme e apprezzamenti: non si è sicuri di piacere e si vuole verificare la propria capacità di seduzione. La ragazzina che si mette in scena in una tenuta leggera o nuda, ha bisogno di essere rassicurata sulla normalità del suo corpo, sul fatto di piacere, di essere desiderabile, di non essere da meno delle bellezze che popolano gli schermi, non sempre però si rende conto della trappola: se vengono diffuse, quelle immagini, invece di aumentare la fiducia in se stessa possono rovinarle la reputazione.

I: Quali rischi e pericoli da un punto di vista psicologico?

AOF: Le possibilità sono diverse: a volte è la stessa vittima che incautamente spedisce una foto osé o un video a un amico o a un’amica ritenendola una comunicazione privata, che invece verrà resa pubblica dal ricevente per motivi non previsti, per esempio per vendicarsi, mesi dopo, per essere stato lasciato. In altri casi la scena di sesso viene ripresa da “amici” col benestare della vittima e poi diffusa in rete senza il suo consenso. In entrambi i casi la forza propulsiva è il tradimento di una fiducia mal riposta. C’è poi una terza possibilità, particolarmente odiosa, la vittima viene ripresa nel corso di una violenza sessuale e le immagini messe in rete. In questo caso i violentatori intendono umiliare la vittima, prendersi gioco di lei, oppure esibire e comunicare ai propri amici quella che considerano una loro prodezza sessuale, una dimostrazione della loro virilità.

 I: Cosa consiglierebbe ai giovani?

AOF: I ragazzi devono sapere che ciò che viene postato in rete può circolare rapidamente al di là delle loro previsioni e quindi bisogna essere molto cauti sia nell’inviare immagini di sé che di altri. Bisogna anche sapere che su immagini del tutto innocenti possono essere realizzati dei fotomontaggi. Ci sono già stati parecchi suicidi per quello che all’inizio era considerato uno scherzo tra amici e che invece alla fine si è trasformato in un tormento per tutti: per la vittima, ma anche per i bulli, per i loro familiari, nonché per tutti coloro che hanno contribuito alla diffusione di immagini e messaggi lesivi, ossia “amici” che senza pensare alla conseguenze condividono i messaggi “forti” che ricevono.

I: Cosa consiglierebbe ai genitori?

AOF: Quando un genitore regala lo smartphone o il computer ai figli deve sapere che mette nelle loro mani una tecnologia molto potente, utile per certi aspetti e potenzialmente dannosa per altri. L’adulto non deve minimizzare e deresponsabilizzarsi, ma conoscere a fondo tutti i risvolti di questi strumenti, attraenti e molto assorbenti. Devono seguire i figli e metterli al corrente dei danni che possono provocare con certi loro “scherzi” o con la loro ingenuità e incompetenza. C’è un effetto percettivo importante da tenere presente: il fatto che la persona bulleggiata non è presente in quel momento, ma lontana fisicamente e impossibilitata a reagire nell’immediato, porta il bullo a minimizzarne la portata lesiva del messaggio che sta inviando.

 

Fabrizio Quattrini

Immagine 2: Fabrizio Quattrini

I: Quando/quanto c’entra la sessualità in tale comportamento?

Fabrizio Quattrini (FQ): Tendenzialmente il sexting è un comportamento dove la sessualità in età evolutiva, e per l’appunto  in adolescenza, c’entra “il giusto”, come evidenziato da ultime ricerche i cui dati verranno trattati in occasione della 1^ edizione del Festival della Sessuologia che si terrà a Firenze sabato 14 e domenica 15 settembre 2019, organizzato dalla Giunti, dove per l’appunto verrano condivisi i dati di una ricerca promossa dal Centro il Ponte di Firenze, che ha fatto emergere come la sessualità in tali condotte non sia presente o comunque in minima parte. Tra i giovani infatti, il sexting sembrerebbe più collegato al mettersi in mostra, controllare paure e comportamenti legati a timidezze ed imbarazzi e dove il “semplice” invio di messaggi, foto o video, fornisce al giovane la possibilità di percepirsi più libero, forte e meno in pericolo, non rendendosi conto del reale pericolo invece celato dietro l’invio di quell’immagine o materiale. Anche l’aspetto eccitatorio sembrerebbe di scarso rilievo. Foto, video e materiale con un contenuto esplicitamente sessuale sembrano essere usati dall’adolescente per dare un segnale, un’informazione di sé all’altro, dell’essere grandi. In realtà in adolescenza il sexting viene vissuto semplicemente come scambio di immagini, messaggi e video in riferimento al proprio corpo e alla ricerca di conferma dell’immagine di sé, trascurando i pericoli che possono derivare da tale comportamento. Uno dei pericoli più grande ad esempio è quello di vedere incanalate le proprie immagini in spazi altamente pericolosi o comunque vedere quel materiale ritorcersi contro. In riferimento a ciò è stata approvata di recente la legge su revenge porn (vendetta pornografica) che riguarderebbe proprio questo rischio, ossia di essere ricattati proprio su quel qualcosa che in maniera anche ingenua o non mirata intenzionalmente, potrebbe essere usato contro il/la protagonista in questione.

I: Quali secondo lei le fonti di piacere in tale pratica e i pericoli, trattandosi di adolescenti?

FQ: Come sottolineato prima, l’aspetto eccitatorio ha ben poco a che fare con il sexting praticato tra giovani e giovanissimi. Sembrerebbe invece più spiccato il fascino di sperimentare qualcosa che non si conosce ancora e non si conosce bene e che attraverso la tecnologia si può entrare facilmente in contatto. Non è raro che giovani facciano ricerche su Google di parole o termini di carattere sessuale o che facciano esperienza con la pornografia spinti dalla curiosità o che inviino immagini, video e foto con contenuto sessuale più o meno esplicito con molta superficialità. Ricordiamo che in Italia l’educazione affettiva e sessuale in età evolutiva non viene fatta o contemplata in maniera così funzionale e costruttiva. Nel nostro paese, infatti, non disponiamo di una chiara regolamentazione che possa consentire ad esempio anche in ambito scolastico la possibilità di creare degli spazi di formazione e informazione che insegni ed aiuti i giovani ad un sano approccio con la sessualità e con la tecnologia. Per quanto riguarda i pericoli legati a tale pratica ci sarebbe la poca consapevolezza da parte del ragazzo o della ragazza circa il fatto che quel materiale potrebbe creare una situazione di imbarazzo, di vergogna e divenire una reale offesa fatta da terze persone. Per non parlare poi del rischio di ritrovare, ad esempio, l’immagine caricata all’interno di siti pornografici o come dicevamo prima, essere ricattati a causa di tale materiale (video/foto/testo scritto).

I: Quali consigli si sentirebbe di dare i giovani?

FQ: Personalmente sono dell’idea che i giovani dovrebbero essere realmente istruiti ed educati a un utilizzo sano e funzionale della tecnologia così come della propria sessualità, in modo da poterli preparare anche a riconoscere trappole e pericoli celati dietro a Internet. Internet e la tecnologia possono essere una grande risorsa così come una reale minaccia. In tal senso il consiglio mi verrebbe da rivolgerlo più alle istituzioni scolastiche, ad esempio, che in questo caso potrebbero valutare l’idea della realizzazione dei corsi, laboratori o sportelli di ascolto, gestiti da personale qualificato come psicologi e sessuologi, che potrebbero educare i giovani ad un approccio più sano e funzionale sia alla propria sessualità che all’utilizzo di internet, social e cellulari. Il suggerimento che invece rivolgerei direttamente ai ragazzi e ragazze è di evitare di immaginare che tutto ciò che può essere inviato, mandato in termini di contenuti video, foto e testi, anche all’interno di un gruppo, non possa ritornare contro. Ingenuità e superficialità sembrano oggi inquinare sia la nostra sfera relazionale che comunicativa. Credo dunque che il mio suggerimento si possa sintetizzare in una “parola magica” ossia educazione al rispetto. Inviterei quindi i ragazzi a riprendere in mano la parola “rispetto” non solo nei confronti degli altri, ma anche nei confronti di se stessi.

I: Quali consigli si sentirebbe di dare ai genitori?

FQ: Il suggerimento invece che mi sento di dare ai genitori ed adulti di riferimento è quello di evitare di “cadere dalle nuvole” solo quando ormai le cose sono realmente accadute, ma riuscire ad essere presenti con ruoli chiari e definiti nella vita dei propri figli. Una tendenza che si riscontra negli ultimi dieci anni circa all’interno delle famiglie è quella che vede il genitore impegnato all’inverosimile e che lascia al figlio e/o alla figlia sempre più autonomia poco monitorata, accompagnata da una modalità relazionale di tipo amicale e sempre meno di tipo genitoriale. Su questi ultimi aspetti mi trovo in disaccordo, in quanto il genitore deve rimanere un punto di riferimento e non un amico e quindi il consiglio più grande che mi viene da dare ai genitori è quello di riprendere in mano la propria genitorialità, riconoscendosi il diritto ed il dovere di controllare, monitorare, verificare e dunque educare e non proibire, l’utilizzo di cellulari, internet, social ed app consentendo ai ragazzi di maturare una consapevolezza di ciò che potrebbe accadere e dunque scegliere di rispettare se stessi e gli altri. In tal senso potrebbe essere anche di aiuto lasciare sperimentare ai ragazzi una sana paura, in questo caso non distruttiva, ma funzionale alla loro crescita e scelta circa le proprie condotte. In questa società dove tutto è molto veloce, tutto è molto semplice e alla “portata di mouse e clic”  bisogna ristabilire, ristrutturare realmente dimensioni importanti nell’essere umano quali la dimensione relazionale e la dimensione comunicativa, aiutando i giovani a crescere in maniera sana, rispettosa, responsabile e consapevole, rendendoli capaci di riconoscere i rischi che si possono incontrare lungo il loro percorso di vita, come in questo caso potrebbe essere per loro il sexting ed allo stesso tempo, anche di fronte uno sbaglio, imparare a rialzarsi dopo una caduta.

Conclusioni

Sessualità, internet, social, tecnologia, giovani ed adolescenti, attraverso le parole degli esperti viene messo in risalto come nei confronti di questi ultimi, due grandi agenzie di socializzazione come la famiglia e la scuola abbiano un grande potere ed una grande responsabilità nel crescere, guidare, seguire ed educare questi ragazzi. I nostri “nativi digitali” possono essere continuamente esposti a rischi e pericoli che per giovane età, immaturità ed impulsività non vengono contemplati dagli stessi. È interessante notare come entrambi i professionisti coinvolti su tale argomento sottolineino il bisogno di fornire loro una bussola che li orienti e li guidi nella vita. Educazione sessuale, educazione al rispetto, educazione all’utilizzo delle nuove tecnologie ed internet, forse questi i giusti vaccini che l’adulto più che il giovane deve contemplare.

Se i figli non sono stati curati e seguiti nel modo giusto diventeranno degli handicappati psichici. Questo vuol dire che non sentiranno più la differenza tra bene e male, tra giusto e l’ingiusto, tra ciò che è grave e ciò che non lo è. (Umberto Galimberti)

 

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