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Joker e le nostre anime – Recensione del film

Joker: le recensioni abbondano, i commenti impazzano nella rete per quello che è il film più discusso e più apprezzato del festival di Venezia.  

 

Attenzione: l’articolo contiene spoiler

Todd Phillips, il regista, e Scott Silver, lo sceneggiatore, ci costruiscono un film intriso di solitudine in cui l’incomprensione è all’ordine del giorno e il degrado a tutti i livelli: la città è sporca, la criminalità dilaga, il menefreghismo pure e le istituzioni sono allo sbando. Non è un caso che la patologia mentale si origini in un contesto del genere; ce lo si può aspettare.

Sin dalla prima scena ci appare un protagonista, Arthur/Joker, vittima delle azioni (violente) degli altri e, talvolta, gli viene perfino scaricata addosso la colpa (come fa il suo capo); inoltre soffre l’incuria di una madre che non riesce a prendersi cura di lui ma è solo richiedente. Sarebbero queste le premesse perfette per sviluppare un disagio psichico significativo che, infatti, c’è ma non si comprende subito. Vediamo un uomo rassegnato sulla via dello spegnersi giorno dopo giorno, costretto alla lontananza dai suoi sogni, dalle circostanze avverse della vita, nel totale menefreghismo di chi gli sta intorno. E’ facile identificarsi in lui di fronte a una tal mole di ingiustizie: sarà capitato a ognuno di noi almeno una volta nella vita di aver avuto un capo che ci incolpava di qualcosa che non era sotto il nostro controllo, o di avere un genitore che, in qualche modo, anche solo una volta, è stato manchevole o di essere stati vittime di qualunque tipo di angheria da parte del mondo, magari proprio nel mentre eravamo in difficoltà e ci siamo sentiti soli ad affrontare queste cose. Un’esperienza di vita che potrebbe essere di chiunque, da cui è stata inflitta la ferita dell’incomprensione e che ha fatto soffrire la solitudine.

Arthur è stato abbandonato dalle istituzioni, altra cosa contro cui ce la prendiamo tutti, verso le quali finisce, e finiamo, col provare una rabbia atavica. Questa pellicola sbandiera sentimenti fin troppo condivisi, a cui si potrebbe anche attribuire parte della responsabilità dello scenario politico attuale. In effetti si potrebbe pensare che lo scenario socio-politico che dipinge il film sia ispirato a quello reale e non ha spazio se non per una crisi continua del sistema che riflette una crisi interiore (o la genera?) di un individuo.

Il punto di vista di questo film è un programma: il ribaltamento radicale, nel nostro immaginario, di quelli che sono gli archetipi del buono e del cattivo rappresentati dai personaggi; i buoni del fumetto originale (Mr. Waine) sono malvagi dentro e i cattivi (Joker) non sono altro che buoni vittime di un sistema corrotto su tutti i livelli. Il giudizio di un osservatore sui buoni (di cui fa parte, non solo Mr, Waine, ma anche il personaggio interpretato da De Niro) non poteva che essere una condanna morale in quanto, questi, si sono macchiati di ottusità, rigidità mentale, mancanza di comprensione di come va il resto del mondo, si crogiolavano nei loro immotivati privilegi ed erano eccessivamente inclini al giudizio selvaggio.

Dopo una fortissima identificazione (o quantomeno compassione) che ci fa provare all’inizio, dopo la rabbia e l’angoscia attraverso cui ci accompagna, questo film ci scaraventa nel desiderio di rivalsa e questo genera, nel protagonista, comportamenti criminali, devianti e pericolosamente scevri di sensi di colpa. E siamo spinti a giustificare anche tutto questo: perché sentirsi in colpa se stai rivendicando un diritto che ti è stato negato con violenza? Perché evitare impaurito una vendetta che sa di giustizia, di meritata rivalsa?

Prendendo in considerazione questo aspetto possiamo capire alcune critiche fatte a questo film che sostengono che la narrazione giustifichi atti criminali folli e violenti. L’omicidio è solo un’espediente narrativo, commesso alla leggera, quasi poco credibile allo spettatore per come è chiamato in causa. Per questo si possono non condividere le critiche che vedono questo film come un giustificativo di atti criminali.

Queste non peccano di arroganza solo per aver attribuito questo significato all’intento narrativo del film, ma anche perché accostano la follia alla violenza. Probabilmente la sceneggiatura non indugia sufficientemente su come il personaggio impazzisca; mancano dei passaggi, ma questo è inevitabile perché la domanda che riguarda il come della malattia mentale non ha spiegazioni. Quindi, se non ci sono risposte nella vita reale, come potrebbero esserci in un film?

Gli autori ci offrono solo uno spaccato di vita ipotetica, in una storia costruita in uno scenario parallelo alla realtà che gode di vita propria. Narrazione pura. E’ proprio questa una delle sensazioni che dà questo film: l’impressione che sia un’entità a sé, che prenda vita, si stacchi dalla realtà, segua le sue regole, con la sua logica semi-oscura che dilaga e ti trascina con sé in un turbine di emozioni quasi tutte negative a cui non si riesce a dare un ordine. Probabilmente era proprio questo che volevano ottenere gli autori: dare la sensazione di caos, far capire che esso esiste e non si controlla. Il Caos è Joker, da sempre, dalla nascita del personaggio nel 1940. Quindi riescono benissimo il personaggio rinnovato e la sua storia rivisitata e pericolosamente attraente. Un film che non lascia scampo: attiva lo spettatore nel bene e nel male (più nel male), lo turba, gli fa provare qualcosa che non è buono e che non si aspetta. Di certo questo film fa tutto eccetto che divertire.

Infine la scena finale ci dà, visivamente, l’impressione che non esista possibilità di redenzione, ormai siamo tutti Joker, impazziti, criminali, una folla scatenata che si ribella con violenza alle istituzioni. Ma ciò che fa il branco sembra assai poca cosa rispetto a ciò che ha fatto Joker. Lui ha indicato la via, tutti gli altri l’hanno seguita volontariamente ma senza critica, come se non aspettassero altro. Un altro Dio forse? Che sia tutta una metafora della nascita di una nuova religione e di un profeta imperfetto, umano, peccatore? La scena in cui Joker (o solo Arthur?) sembra morire in una posa che ne richiama una cristiana e poi rinviene quasi come resuscitasse, tirato su dai suoi seguaci è quantomeno d’impatto se non addirittura didascalica

La valutazione del minore nei casi di abuso (2018) di Giovanni B. Camerini – Recensione del libro

La valutazione del minore nei casi di abuso rappresenta un efficace compendio in materia di buone prassi nell’ambito tanto delicato quanto complesso delle valutazione del minore in caso di presunti abusi.

 

La lettura di questo piccolo ma ricco libro capita forse non a caso, proprio in un momento in cui la cronaca è inondata di ombre che aleggiano sulle modalità di condurre valutazioni di minori coinvolti in presunti abusi o maltrattamenti.

I professionisti che decidono di impegnarsi in tale ambito non possono lavorare in maniera approssimativa, ma hanno il dovere morale ed etico, oltre che deontologico, di offrire un contributo scientificamente orientato e accurato.

Il lavoro di Camerini – 100 domande su La valutazione del minore nei casi di abuso – rappresenta un efficace compendio in materia di buone prassi nell’ambito tanto delicato quanto complesso delle valutazione del minore in caso di presunti abusi. Il testo è molto agile nella lettura e snello nella presentazione dei contenuti. Ci sono le risposte a 100 domande, (appunto dal nome della collana di cui fa parte): dubbi semplici, a volte dati per scontati, ma anche interrogativi più articolati, a cui seguono altrettante risposte accurate e sostenute da preziosi rimandi ai protocolli e alle linee guida in materia riconosciute dalla comunità scientifica di riferimento.

È un libro che sorvola sul tema, se ci si vuole fare una panoramica sull’argomento, ma che arriva dritto al punto se invece si cerca una guida.

Il testo è suddiviso in 4 grandi aree tematiche. La prima riguarda gli aspetti giuridici legati al concetto di abuso sessuale, sull’idoneità a rendere testimonianza e quindi sulla perizia in tal senso. Contiene indicazioni circa tutti i protocolli e le linea guida prodotte negli anni, dalle quali non si può prescindere nella pratica peritale: prima tra tutte, la Carta di Noto IV (la cui versione integrale aggiornata nel 2017 è allegata in appendice), di cui l’autore stesso è tra i professionisti che l’hanno redatta e sottoscritta oppure le Linee Guida in tema di abuso sul minore pubblicate nel 2007 dalla SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza) o ancora le Linee Guida Nazionali (Gulotta e Camerini, 2014). Inoltre, vengono descritti gli step giuridici (dalle SIT alle audizioni protette durante l’incidente probatorio), le modalità di segnalazione e i rischi delle cosiddette false allegations (i casi di denuncia infondata) o delle dichiarazioni a reticolo (il cosiddetto fenomeno del contagio di gruppo), che per esempio hanno reso tanto famoso quanto tragico il caso di Rignano Flaminio; e ancora, le casistiche in cui tali fenomeni spesso fanno da corollario (come per esempio nei casi di separazioni conflittuali spesso si aggiungono denunce di questo tipo).

La seconda parte è dedicata alla valutazione del minore a rendere testimonianza, tipico oggetto di attenzione del lavoro peritale, a cui segue un focus nella terza parte sull’audizione protetta e sulla raccolta della testimonianza vera e propria. Ampio spazio viene dato ai meccanismi della memoria infantile (per un approfondimento di rimanda a Mazzoni, 2000; 2003) e alla pericolosità legata alle domande suggestive e alla valutazione del livello di suggestionabilità (per un approfondimento di rimanda a Gudjonssson, 1986; 2014). Vengono anche illustrati alcuni tra gli strumenti utilizzabili per effettuare una completa valutazione dell’idoneità testimoniale (si rimanda anche a Codognotto, Magro, 2012) e i protocolli di ascolto giudiziario del minore, per esempio, l’intervista cognitiva (Geiselman e Fisher, 1992) o la Step- Wise Interview (Youille, Hunter, Joffe e Zaparniuk, 1993); e ancora, strumenti per valutare la validità della testimonianza resa, per esempio, la SVA – Statement Validity Analysis o la CBCA – Criteria-Based Content Analysis, delle quali vengono messe in luce anche le criticità.

Infine l’ultima parte è dedicata ai cosiddetti e tanto discussi indicatori di abuso, teoria che non ha trovato sostegno scientifico, in quanto come lo stesso Camerini scrive:

La comunità scientifica è concorde nel non riconoscere alcuna valenza a questo costrutto, il quale attiene alla c.d. psicologia popolare o psicologia ingenua. La reazione allo stress è del tutto aspecifica e nessun sintomo o comportamento può esser fatto risalire, di per sé, a un’origine definita (p. 119).

Affermazione che trova sostegno negli artt. 4.3 e 4.4 delle Linee Guida Nazionali e nell’art. 18 della Carta di Noto IV. A tal proposito, si ritiene, inoltre, molto utile il prospetto presentato, che raccoglie un lavoro (tratto da Ney, 1995) in cui sono stati identificati tutti quei comportamenti sessualizzati maggiormente significativi, classificati come naturali e previsti, preoccupanti e necessitanti di una consulenza da parte di un esperto (p. 128): tale contributo può facilitare una valutazione degli stessi e contenere l’allarme che inevitabilmente si accende davanti a comportamenti sessualizzati rilevati nei bambini, che possono essere automaticamente e fallacemente considerati conseguenza di abusi subiti, ma che alle volte possono invece essere semplici comportamenti coerenti con lo stadio di sviluppo in cui il bambino si trova. È molto importante non farsi suggestionare o applicare ragionamenti deduttivi in queste situazioni, in quanto un falso positivo può avere effetti altrettanto, se non maggiormente, dannosi (Sandler, Fonagy, 2002).

Il lavoro di Camerini, insieme a tutti gli svariati contributi scientifici di cui è autore e sostenitore, offre una mappa essenziale per addentrarsi e per non perdersi nel mare oscuro dell’abuso infantile e della testimonianza dei minori e della sua complessa valutazione. Oggi e sempre.

Un modello dualistico della passione sessuale: i fattori disposizionali che spingono gli individui verso il tradimento.

Secondo il Modello Dualistico della Passione Sessuale il tradimento non va più visto come una contingenza situazionale verso uno specifico partner non appartenente alla coppia, ma piuttosto come una spinta motivazionale costante nella soddisfazione del proprio desiderio sessuale, laddove risultino determinanti le modalità di interiorizzazione valoriale legata alla sessualità e al piacere.

 

Il termine monogamia deriva dal Greco μονός, monos (“unico”), and γάμος, gamos (“matrimonio, unione”) e descrive una relazione diadica nella quale un individuo accetta di avere un solo partner per la vita o, alternativamente, un solo partner alla volta (monogamia seriale). Tuttavia, questa modalità relazionale non è quella che maggiormente caratterizza le unioni della specie umana: si è riscontrato infatti come delle 1231 società conosciute, solo 186 fossero strettamente monogame; nella maggioranza dei casi riportati le società tolleravano un’occasionale poliginia, ovvero l’unione di un uomo con più di una partner sessuale e/o coniugale (453 popolazioni), alcune addirittura abbracciando una condotta apertamente poligama (588 popolazioni in cui la poliginia fosse frequente), solo in quattro casi invece, sono state documentate società in cui fosse praticata la poliandria, ovvero l’unione di una donna con svariati partner sessuali e/o coniugali (Murdock, 1967).

L’adesione ad un principio monogamico implica l’ottemperanza di un implicito patto di non ricercare altri partner al di fuori della coppia costituita, confidando nella reciprocità di tale promessa: si è stimato tuttavia che nel 20 % delle relazioni romantiche vi sia stato un caso di infedeltà (Mark, Janssen, & Milhausen, 2011). La pratica clinica può offrire testimonianza di come la rottura di tale patto da parte del partner venga configurata dai pazienti come un evento altamente traumatico, con conseguenze emotive negative (Allen et al., 2005) e vissuti di rabbia e vergogna (Olson, Russell, Higgins-Kessler & Miller, 2002) e associato alla risoluzione del rapporto stesso (Frisco, Wenger, & Kreager, 2017).

La ricerca sul fenomeno dell’infedeltà ha cercato di indagare quali fossero i fattori predisponenti, sia situazionali che disposizionali degli individui coinvolti, che potessero contribuire a spiegare una tale violazione del patto di coppia, indagando però principalmente il legame con una più generale inclinazione individuale verso le attività sessuali, suggerendo che fosse sufficiente avere uno spiccato appetito sessuale per rischiare di divenire infedeli.

Contrariamente a questa concettualizzazione, Philippe e collaboratori (2019; 2017) hanno sviluppato un Modello Dualistico della Passione Sessuale (Vallerand et al., 2003; Vallerand, 2015), in cui l’infedeltà non è più vista come una contingenza situazionale verso uno specifico partner non appartenente alla coppia, ma piuttosto come una spinta motivazionale costante nella soddisfazione del proprio desiderio sessuale, laddove risultino determinanti le modalità di interiorizzazione valoriale legata alla sessualità e al piacere. Secondo il modello, gli individui con una passione sessuale più marcata avrebbero una rappresentazione cognitivamente più positiva legata alla sessualità, attribuendo valore all’attività erotica, e spenderebbero più tempo ed energie nel praticarla, associandovi inoltre un forte senso di identità personale. Il Modello Dualistico della Passione Sessuale distingue inoltre tra due differenti tipologie di passione; l’Harmonious Sexual Passion (HSP; ndt: passione sessuale armoniosa) è caratterizzata da un’internalizzazione autonoma della sessualità senza l’influenza di pressioni interne o esterne che possano aver interferito con un’esplorazione libera del proprio desiderio sessuale, come ad esempio la pressione percepita nel dover aderire a degli stereotipi culturali socialmente prescritti. Essendo una scelta libera e consapevole, è plausibile che gli aspetti legati alla sessualità non entrino poi in conflitto con altri aspetti legati alla definizione del Sé (Mageau, Carpentier, & Vallerand, 2011). Al contrario, l’Obsessive Sexual Passion (OSP; ndt: la passione sessuale ossessiva) è caratterizzata da un’internalizzazione dei costrutti legati alla sessualità guidata da doverizzazioni autoimposte o subite della comunità di appartenenza. Le norme, i valori e le credenze legate alla sessualità, risultano così in qualche modo calate dall’alto e non necessariamente in linea con i valori personali dell’interessato.

Le due diverse disposizioni, verso una passione più armonica (HPS) oppure ossessiva (OSP), sono risultate associate con diverse conseguenze nella gestione relazionale: si è riscontrato come la HPS risultasse associata ad una maggiore qualità della relazione e ad una migliore resilienza di coppia; è risultata inoltre negativamente associata a comportamenti potenzialmente dannosi per la relazione, come ad esempio la valutazione di alternative romantiche mentre si è impegnati in un rapporto preesistente, in tal senso non risulta essere in contrasto con il mantenimento di una relazione di coppia a lungo termine (Phillippe et al., 2017; 2019). Al contrario, uno stile di passione ossessiva (OSP) è risultato essere negativamente o del tutto non correlato con la qualità del rapporto e resilienza di coppia, si dimostra associato ad una tendenza a mantenere l’attenzione rivolta alle alternative al di fuori della coppia e da ultimo, è un indice in grado di predire la dissoluzione della relazione (Philippe et al., 2017, 2019): questi risultati sembrano suggerire che l’individuo possa sentire il bisogno di soddisfare i propri bisogni sessuali anche a discapito del mantenimento di una relazione a lungo termine.

In un recente studio, Guilbault, Bouizegarene, Philippe & Vallerand (2019) hanno analizzato un campione di 631 studenti per determinare come gli stili descritti nel Modello Bimodale della Passione Sessuale (Phillippe,et al., 2017;2019) siano legati alla possibilità di aver tradito il proprio partner in passato e quali potessero essere state le motivazioni ad averli spinti verso tale decisione. I partecipanti hanno compilato la Sexual Passion Scale, validata da Phillippe at al., (2017) per determinare se fossero appartenenti al gruppo OSP oppure HSP e tre criteri per valutare l’investimento nell’attività sessuale (Mi piace il sesso; Il sesso è importante per me; Spendo un considerevole quantitativo di tempo nel praticare attività sessuali) espresso su di una scala Likert a 7 passi. È stato poi loro chiesto se avessero mai tradito il proprio partner, se il loro rapporto con il sesso entrasse in conflitto con la possibilità di avere una relazione a lungo termine e infine di completare una frase esprimendo tutte le possibili motivazioni che avrebbero mai potuto spingerli a tradire il proprio partner; da ultimo, i partecipanti hanno compilato un questionario sullo stile di attaccamento nelle relazioni romantiche adulte per valutare le due dimensioni di evitamento e di ansia circa la relazione e hanno fornito un indice di soddisfazione sessuale al momento dell’intervista. Dai risultati è emersa una correlazione tra lo stile di passione ossessivo e la presenza di almeno un tradimento passato. Inoltre, sia gli individui OSP che HSP hanno riportato maggiormente come motivazione che li potesse spingere a tradire la presenza di bisogni di natura fisica; tuttavia solo gli individui OSP hanno riportato motivazioni come sensazione di solitudine, rabbia o vendetta e la propria autostima come possibili fattori predisponenti il tradimento, suggerendo che sia possibile che questi individui ingaggino condotte sessuali per arginare delle emozioni negative non inerenti alla sfera sessuale.

Una seconda fase dello studio ha visto coinvolti 84 studenti impegnati in una relazione al momento della partecipazione, con l’obbiettivo valutare come i due stili di Passione Sessuale si associassero a diversi outcome nel destino di una relazione, in uno studio prospettico in due fasi svoltesi a 10 mesi l’una dall’altra. È emersa un’associazione positiva di grado moderato tra l’appartenenza ad uno stile ossessivo e la possibilità che l’individuo avesse tradito; inoltre, il grado di severità dello stile OSP è risultato predittivo del numero di partner sessuali extradiadici dei partecipanti per quanto riguarda gli uomini, ma non per le donne.

Gli studi presentati hanno contribuito ad arricchire le conoscenze in letteratura circa la rottura del patto monogamico, sottolineando come diversi tipi di inclinazione sessuale potrebbero contribuire alla possibilità che una persona decida di tradire il proprio partner. Mentre ricerche precedenti sembravano attribuire al desiderio sessuale, o meglio, ad un suo generale eccesso, la condotta fedifraga (Treas & Giensen, 2000), i risultati appena esposti tratteggiano un profilo più sfaccettato, nel quale sembra essere l’interiorizzazione di valori e credenze non in linea con il proprio senso del Sé, non in linea con i propri valori e desideri, così come plausibilmente distanti da un’esplorazione libera ed acritica della propria sessualità, ad aumentare la possibilità di ricercare sesso al di fuori della propria coppia o a discapito della possibilità di instaurare un legame a lungo termine con un partner.

 

Mindfulness orientata alla relazione – Report dalla giornata di formazione

Come ci sentiamo quando siamo in relazione con un’altra persona? Cosa si prova ad essere un sé-con-l’altro? Siamo poco abituati a chiedercelo, vero. Eppure, se ci pensiamo un attimo, oltre ad essere fondamentale osservarlo nel nostro lavoro di terapeuti, basato proprio sulla relazione, lo è in riferimento alla nostra natura di esseri umani sociali.

 

Siamo impegnati quasi tutto il tempo in relazioni con gli altri ma il pilota automatico ci fa dimenticare di esserlo e, quando siamo soli, siamo coinvolti in relazioni immaginate, ricordate, temute, desiderate ma anche questo sembra essere un processo dimenticato.

Nella giornata di formazione sulla mindfulness orientata alla relazione il pilota automatico l’abbiamo cercato di contrastare e ci siamo impegnati più e più volte a rispondere a quella domanda iniziale. Che si prova a stare di fronte a qualcuno? Cosa si smuove dentro di noi quando parliamo e ci guardiamo negli occhi a vicenda? Quando ascoltiamo le storie di vita degli altri? Cosa si prova quando siamo vicini ma, senza neppure parlare né toccarsi, sentiamo che l’altro c’è?

Durante una breve meditazione, il docente del corso, Paolo Ottavi, ci ha fatto stare del tempo, non saprei quantificarlo, uno di fronte all’altro e ricordo che, quando ci ha chiesto di sentire l’altro pur restando con gli occhi chiusi, ho sorriso. Credo di aver sentito immediatamente le spalle rilassarsi, le mani morbide e ho ascoltato il respiro. Il mio, certamente, ma anche quello della persona che mi era difronte. Per quanto potesse disperdersi tra tutti gli altri respiri, lo riuscivo ad identificare. Non c’era bisogno di parole o di gesti, eravamo interconnesse! Finita la meditazione interpersonale io sono tornata ad essere io, estranea a tutto ciò che mi stava intorno, ma ne ero consapevole.

Dopo ogni meditazione, la condivisione o inquiry rappresenta un momento importante almeno tanto quanto quello della pratica, perché consente di identificare con chiarezza quello che accade durante la meditazione in termini di pensieri ed emozioni e la reazione mentale collegata ad essi. Ed è, ogni volta, una sorpresa perché affiorano contenuti soggettivi e personali. Mai per nulla scontati. Mai banali. Io, ad esempio, ho rivisto la mia tristezza accolta dall’altro. Accettata e tollerata. L’ho vista presentificarsi in tutto il suo inevitabile spazio mentale. L’ho vista grazie all’altro connesso con me. Un altro con il suo sguardo ed il suo respiro, evidente dal petto che si alzava e abbassava ritmicamente. Ho accolto, vicendevolmente, l’ansia e la preoccupazione senza dover passare all’azione. Quest’ultimo aspetto non è ovvio perché spesso tendiamo al fare, ad agire mente la mindfulness, invece, ci ricorda costantemente la modalità dell’essere, uno stato mentale fatto di consapevolezza, accettazione, non giudizio.

All’interno delle relazioni sembra essere particolarmente difficile da coltivare perché bombardati dai nostri pensieri personali assieme a quelli che coinvolgono l’altro e, in presenza di un disturbo di personalità la complessità cresce in modo esponenziale.

Le relazioni sono degli incontri di storie, di vite, di emozioni. Spesso le rappresentiamo come danze complesse. In termini tecnici sappiamo che sono permeate da cicli interpersonali. Noi psicoterapeuti lo vediamo bene nelle sedute coi pazienti. Narcisisti, evitanti, borderline sono un territorio ricchissimo per osservare come facilmente si possa scivolare in cicli ostili o rabbiosi.

Ognuno di noi ha i propri modi di funzionare nel mondo, dei sistemi motivazionali più attivi rispetto ad altri e alcuni hanno dei veri e propri schemi interpersonali maladattivi. Quando questi si agganciano ad altri schemi, altri funzionamenti, ad altrettanti pensieri, emozioni, credenze e strategie di coping, lì le cose possono complicarsi. Il meccanismo è semplice: gli schemi provocano l’emergere di stati mentali dolorosi ricorrenti, abbastanza specifici per ogni disturbo di personalità. Gli stati mentali dolorosi, a loro volta, spingono a mettere in atto strategie di coping per ridurne l’intensità. Ma spesso e volentieri il rimedio è peggiore del male: da un’emozione negativa si giunge ad un sintomo e all’innesco di cicli interpersonali disfunzionali. Così il dolore aumenta. E le relazioni si deteriorano, provocando altra sofferenza. Alla base di tutto, diversi livelli di funzionamento metacognitivo: se sono consapevole della mia reattività a certe situazioni relazionali, posso evitare di farmi condizionare dagli schemi. E non innescare ricorsivamente cicli interpersonali disfunzionali.

A cosa può servire la mindfulness, allora? Uno degli scopi principali è quello di gestire lo stato mentale problematico che precede la messa in atto di coping disfunzionali i quali possono generare o amplificare la sintomatologia e rendere particolarmente complesse le relazioni. Sono soprattutto le strategie cognitive perseverative che preparano il terreno all’azione: ruminazione, worry, pensiero desiderante ci illudono di lenire il dolore correlato allo schema ma, a lungo andare, amplificano l’emotività negativa (Valentino, 2019). Nel testo Corpo, immaginazione e cambiamento (Dimaggio et al., 2019) questo è spiegato molto bene. Gli autori illustrano come nei disturbi di personalità, soprattutto, il contenuto di questi coping sia di tipo relazionale. Ruminazioni sul capo umiliante, sulla ex fidanzata fredda, sul padre ostile.

Oltre alle strategie di coping perseverative, che incrementano le emozioni, vi può essere la distrazione o la dissociazione, strategie basate sull’evitamento cognitivo che producono il temporaneo spegnimento dell’attivazione emotiva.

La mindfulness aiuta, nello stesso tempo, a non evitare il dolore e a non focalizzarsi su di esso con le ruminazioni. Insegna, attraverso l’aggancio ai sensi, a stare con quello che c’è, anche se doloroso e problematico e poi a lasciarlo andare, spostando volontariamente l’attenzione. Il risultato sarà uno sganciamento dalla tendenza ad azioni nocive, una maggiore tollerabilità del dolore o degli stati mentali problematici, ed una riduzione di coping cognitivi e comportamentali. Praticamente maggiore agency e mastery più fini. Ultimo ma non ultimo, anche una riduzione dei sintomi: se rumino di meno non cado in depressione; se rimugino e monitoro di meno, abbasserò i livelli d’ansia.

La mindfulness orientata alla relazione aiuta a fare tutto questo online, nel vivo dell’incontro con l’altro. Sentire cosa c’è nel corpo e nella mente, osservarlo senza agirlo, è il risultato auspicabile. Effettivamente è una vera e propria pratica da coltivare: chi di noi è, infatti, capace di sentire sempre quali sensazioni ci sono nel corpo, proprio a livello enterocettivo, quando l’amica non risponde al telefono oppure quando un tipo ci taglia la strada?

Paolo Ottavi e i colleghi del Centro di Terapia Metacognitiva Interpersonale hanno messo a punto un programma mindfulness based, il MIMBT (Metacognitive Interpersonal Mindfulness-Based Training) che è un intervento mirato a ridurre i coping cognitivi attivanti e a migliorare il funzionamento metacognitivo (Ottavi et al., 2019). Non è una terapia a sé stante, ma un modulo da applicare all’interno di una terapia individuale. Esso si svolge in gruppo, in 9 incontri più uno individuale e unisce un lavoro sulle strategie di coping cognitive interpersonali, un lavoro sugli schemi interpersonali ed uno sullo stare in relazione con consapevolezza. Questo è possibile attraverso meditazione sugli schemi, meditazioni interpersonali formali e informali e, infine, unisce le tecniche attentive per l’autoregolazione emotiva nel vivo della relazione. Essendo sempre in un territorio targato TMI, tutto questo non può che essere strettamente collegato alla formulazione condivisa del funzionamento.

Il vero nucleo del programma sono le pratiche interpersonali e le meditazioni sullo schema interpersonale. Le prime si svolgono a coppia. Si cerca di portare un’attenzione costante e curiosa al proprio stato interno durante la relazione: un momento di vicinanza fisica, lo scambio di narrazioni neutre oppure cariche emotivamente, osservare lo sguardo dell’altro. Come si fa ad essere meta-consapevoli durante l’interazione? Come nelle meditazioni di consapevolezza ordinarie, ci serve il corpo. Mentre stiamo di fronte all’altro, mentre lo ascoltiamo, finanche mentre gli parliamo, una piccola quota di attenzione rimane ancorata alle sensazioni fisiche. Quelle che provengono dai piedi o dalle mani, dalla postura o dal respirare. È tutto qui il senso delle pratiche interpersonali nel MIMBT: rimanere centrata su di me anche quando, davanti all’altro, vengo inghiottita nella danza relazionale. L’incontro con l’altro chiama in causa il “noi”, dove le individualità necessariamente si eclissano. Ma è sempre un bene perdere il senso di sé in uno scambio interpersonale? Talvolta no, e allora giova reimpossessarsi del proprio centro, cioè il corpo. Provateci: parlate con un vostro collega e, contemporaneamente, o a intervalli frequenti, portate una quota di attenzione consapevole ai vostri piedi. Il tutto senza perdere le informazioni della comunicazione. E poi notate l’effetto che fa.

Le meditazioni sullo Schema Interpersonale sono differenti; si tratta di esplorare in maniera mindful i propri e altrui stati mentali presenti in una scena dolorosa ricordata. Si prende un fotogramma, quello a più alta intensità emotiva, di un episodio schema-correlato. Si scende in profondità nell’immagine, il passato diventa l’oggi e ci si chiede: cosa sto provando? Quali pensieri mi passano per la mente? Come mi sento nel corpo? Cosa vorrei fare? Cosa vorrei che l’altro facesse? E poi ci si trasferisce per un po’ nella mente dell’altro: cosa starà provando l’altro? Cosa starà pensando? Quali sono i suoi desideri? Infine si esce dall’immagine e la si guarda da lontano. Poi la si lascia andare e si assapora ciò che resta, positivo o negativo che sia. Se ci sono giudizi, li si osserva e li si lascia andare. Suonano i cimbali e finisce la meditazione, ma nella condivisione emergono mille esperienze diverse e tutte interessanti.

Tutto questo è tanto importante per il paziente in terapia ma anche per il terapeuta stesso. È, infatti, un assetto mentale che dovrebbe essere una costante per noi terapeuti impegnati nella seduta, per favorire anche maggiore sintonizzazione con il paziente. Inoltre, familiarizzare con la mindfulness permette al terapeuta di accedere a un mondo di preziosissime tecniche attentive, in cui l’aggancio ai sensi favorisce l’autoregolazione emotiva. Potete trovarle nel manuale (Dimaggio et al., 2019) oppure attendere il prossimo post dedicato espressamente ad esse.

In quanto corso mindfulness, questa è stata la giornata della consapevolezza. Della scoperta. Del non giudizio. Certe cose hanno bisogno solo di essere osservate. E, di fatto, torno a casa in un viaggio in macchina in cui il mio respiro, i miei piedi e le mie mani mi hanno ricordato che c’ero, nel momento presente, aiutandomi a sguazzare dentro di me, esplorando pensieri, emozioni, sensazioni corporee, accettazione e compassione. Poi lascio andare…o, quanto meno, ci provo!

 

La comunicazione in emergenza: percezione dei rischi e processi decisionali nei contesti emergenziali

Per affrontare l’emergenza tutto va predisposto e anche la comunicazione deve essere organizzata e affinata per poter poi intervenire velocemente e in modo coordinato.

Alessadra Curtacci – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

Principi generali della comunicazione

Per definizione la comunicazione è quel processo dinamico che avviene tra un emittente e un ricevente: l’emittente invia al ricevente un messaggio di tipo verbale o non verbale, il ricevente lo elabora codificandolo e ne invia uno in risposta. Anche una non comunicazione (comunicazione non verbale) può essere considerata una risposta significativa. La comunicazione comprende qualunque tipo di informazione dotata di senso che gli individui scambiano nell’ambiente sociale, attraverso segni e simboli: dunque, riguarda l’emissione di messaggi tra due o più persone e coinvolge praticamente tutte le forme di contatto con gli altri esseri umani. La comunicazione è essenziale a diversi livelli e per un’ampia serie di motivazioni.

Per imparare a comunicare in modo funzionale ed efficiente occorre una buona consapevolezza:

  • della propria comunicazione interpersonale:
    • comunicazione verbale: ciò che si dice, la scelta delle parole, la costruzione logica delle frasi e l’uso di alcuni termini piuttosto che di altri;
    • comunicazione paraverbale: il modo in cui qualcosa viene detto facendo riferimento al tono, alla velocità, al timbro, al volume della voce.
    • comunicazione non verbale: sostiene e completa la comunicazione verbale e comprende una vasta gamma di segnali che integrano e a volte sostituiscono il contenuto verbale di una comunicazione.
  • della propria comunicazione intrapsichica (stati d’animo, rappresentazioni, intenzioni).

Ogni comunicazione è formata da 3 componenti:

  • emotiva/motivazionale: il perché si sta comunicando;
  • cognitiva: il cosa si sta comunicando;
  • comportamentale: in che modo si sta comunicando (verbale e/o non verbale);

Quelli appena descritti sono principi fondamentali da rispettare nell’ambito della comunicazione in un contesto emergenziale: per affrontare l’emergenza tutto va predisposto e anche la comunicazione deve essere organizzata e affinata per poter poi intervenire velocemente e in modo coordinato. La comunicazione è un’abilità che offre un contributo allo stesso processo di pianificazione, in quanto è la risorsa che permette di creare rapporti e di affrontare i momenti di difficoltà potenzialmente presenti nell’emergenza.

Comunicare in Emergenza

Le situazioni critiche sono caratterizzate da:

  • esordio improvviso ed inaspettato;
  • minaccia reale o simbolica per la vita o la salute della persona;
  • alta emotività (paura, ansia, sensazione di vulnerabilità o impotenza, ecc);
  • comportamenti impulsivi potenzialmente dannosi.

Il tipo di risposta individuale quando si è coinvolti in una situazione di stress acuto dipende da numerosi e differenti fattori come lo stato di stress preesistente, il livello di sostegno sociale sul quale poter far riferimento (familiari, amici, colleghi, ecc), la possibilità di operare un controllo su ciò che sta accadendo e il grado di preparazione rispetto all’evento (Rampin, M., Anconelli, L., 2010). La comunicazione, infatti, relativa all’ambito della gestione delle emergenze prevede 3 finalità, ognuna propedeutica all’altra:

  • Comunicazione per prevenire/informare (es: comunicazione dei rischi)
  • Comunicazione per gestire l’emergenza (es: protocolli, segnaletica, alfabeto ICAO, ecc)
  • Comunicazione per coordinare il post emergenza

Fondamentale è considerare l’aumento della complessità nel rispondere a tutta la serie di bisogni che si palesano durante un’emergenza dovuto all’estrema incertezza della situazione causata dall’alterazione della funzionalità delle vie ordinarie di comunicazione; per questo motivo è utile ed importante predisporre ed apprendere le giuste metodiche in tempo di pace focalizzando l’attenzione sul primo punto sopracitato.

La comunicazione dei rischi

Si parte dal presupposto che ogni tentativo di produrre un cambiamento nell’equilibrio di un organismo crea una resistenza e conseguentemente un probabile conflitto a seconda della questione che viene trattata e dalla tipologia di situazione critica in cui si interviene. Scopo di tale tipo di comunicazione è superare le diffidenze e inserire nozioni utili a facilitare il cambiamento o il processo di adattamento ad esso. Affinché una persona modifichi il suo comportamento in seguito ad una comunicazione trasmessa (Rampin, M., Anconelli, L., 2010) è possibile:

  • convincerla: usando argomentazioni che devono essere accettate come vere utilizzando i principi della logica (esempio: dimostrazione statistica o matematica);
  • persuaderla: proponendo argomenti che non fanno riferimento alla razionalità ma alle emozioni.

Per applicare interventi efficaci circa la comunicazione del rischio su un determinato evento critico si devono superare 4 difficoltà (Sbattella, F., 2009):

  • L’illusione di certezza: ossia l’idea che sia possibile avere la certezza dell’evento che si sta descrivendo al 100%. Opportuno risulta promuovere il principio che nulla è realmente certo a prescindere dalle ricerche;
  • L’ignoranza del rischio: che corrisponde alla consapevolezza dell’esistenza delle incertezze relative al verificarsi di un evento (comunicazione scorretta o dati nascosti);
  • La comunicazione scorretta del rischio: promozione della consapevolezza dei rischi ma la popolazione riscontra difficoltà nel trarre insegnamento dalle informazioni ricevute;
  • Il pensiero annebbiato: chiara informazione sui rischi ma difficoltà a trarne conclusioni.

Curare i processi comunicativi prima e durante una crisi vuol dire occuparsi del:

  • reperimento ed organizzazione delle informazioni relative all’evento,
  • realizzare azioni di distribuzione delle informazioni alle fasce di popolazione più indicate,
  • facilitare il coordinamento delle azioni in atto,
  • facilitare la percezione ed il mantenimento del controllo.

Percezione dei rischi e processi decisionali

 Un aspetto di grande rilevanza riguarda la comprensione di come si innescano determinate modalità di comportamento che provocano un avvicinamento o un allontanamento dalle situazioni potenzialmente pericolose (sopravvalutazione o sottovalutazione del rischio, indifferenza verso i messaggi di allarme e non attivazione di misure di autoprotezione, ecc) e come la comunicazione dei rischi attuata in fase di prevenzione possa influire in questo processo (Sbattella, F., 2009).

Si definisce rischio l’eventualità di subire un danno connessa a circostanze più o meno prevedibili (è quindi più tenue e meno certo di un pericolo) che viene rappresentata a livello mentale e valutata in modo tale da riuscire a prendere una decisione basata sulla considerazione di esperienze pregresse e conoscenze generali, eventuale ricerca di altre informazioni, stima delle probabilità, e gestione delle emozioni. Proprio la componente emotiva e relazionale potrebbe avere un ruolo cruciale nella valutazione del rischio, immaginando ad esempio le conseguenze della decisione intrapresa. Riguardo la componente della cognizione (Ruminati e Bovini, 2001) coinvolta nelle strategie decisionali umane si fa riferimento ai procedimenti euristici, un metodo di approccio alla soluzione dei problemi che non segue un chiaro percorso, ma che si affida all’intuito e allo stato temporaneo delle circostanze, al fine di generare nuova conoscenza (Tversky e Kahneman, 1974). In particolare:

  • l’euristica della rappresentatività: la probabilità dell’evento viene stimata in base alle caratteristiche tipiche della categoria a cui appartiene;
  • l’euristica della disponibilità: si tende a stimare la probabilità di un evento sulla base e l’impatto emotivo di un ricordo, piuttosto che sulla probabilità oggettiva.
  • l’euristica dell’ancoraggio: la stima di probabilità di un evento è influenzata da un termine di paragone.

La differente percezione del rischio può inoltre essere supportata da altri processi di ordine psicologico come la capacità di controllare l’ansia, lo stile di coping attivato, il senso di efficacia personale e la capacità di gestione le emozioni negative derivate dalle proprie decisioni. (Mann, L., Burnett, P.C., Radford, M., Ford, S., 1997).

Il ruolo delle Emozioni

Attivare progetti di prevenzione vuol dire anche limitare potenziali disagi emotivi nella popolazione individuando rischi, creando scenari e previsioni promuovendo la resilienza. Nella comunicazione dei rischi un ruolo chiave lo giocano le emozioni: evidenziare pericoli o rischi collegati ad un luogo o un’attività solleva paura ed ansia, entrambe emozioni negative dalle quali ognuno cerca di difendersi, nonostante esse possano avere una funzione adattiva.

Una comunicazione preventiva efficace deve sollevare un livello di allerta tollerabile dei soggetti che ottengono le informazioni. Se questo non avviene le nozioni riportate potrebbero essere perse in pochi istanti o neanche ascoltate. Controproducente sarebbe la promozione di una forte sensazione di ansia, la quale potrebbe implicare anche una mancata o difficoltosa comprensione del messaggio, rendendo vano il lavoro svolto e soprattutto mettendo in pericolo l’utente.

Accade anche che queste informazioni riguardino eventi che le persone possono non aver mai sperimentato (es: eruzione vulcaniche piuttosto che un incidente stradale), lasciando spazio a fantasie e rappresentazioni generiche. A tal proposito, affinché le informazioni di prevenzione siano fruibili da tutti, è utile creare una concreta rappresentazione della realtà (es: testimonianze dei sopravvissuti). Coinvolgere la popolazione in attività il più possibile pratiche e reali permette di lavorare sul loro sistema cognitivo e percettivo migliorando l’apprendimento delle buone prassi espresse generalmente in maniera verbale. Inoltre accanto agli elementi di pericolo devono essere evidenziate le risorse e i punti di forza presenti nello scenario emergenziale.

Quanto appena detto può essere spiegato dal fatto che durante un’emergenza c’è un elevato coinvolgimento a livello percettivo, corporeo, cognitivo ed emotivo, diverso da quello che si ha in una semplice dimostrazione visiva.

Conclusioni

L’impatto psicologico e sociale delle emergenze può produrre effetti a breve termine, ma può anche compromettere a lungo termine il benessere psicosociale delle popolazioni colpite, quindi una delle priorità è quella di tutelare e promuovere la salute mentale delle persone coinvolte. Proprio per la natura così delicata di tale intervento sono state messe a punto importanti indicazioni per il supporto psico-sociale in condizioni di emergenza, che consistono in strategie concrete, rivolte alle popolazioni, utili a trattare o prevenire i disagi mentali sia prima che dopo la fase acuta dell’emergenza.

Appare quindi fondamentale avere nozioni per una comunicazione efficace da applicare nei contesti emergenziali, sia per operare in maniera ottimale in prima persona, sia per essere in grado di relazionarsi con le varie figure che notoriamente intervengono in situazioni del genere: dalle Istituzioni, ai soccorritori di altri corpi o associazioni, ai sopravvissuti e/o ai familiari delle vittime.

Il mio profilo migliore (2019) la bellezza che sfiorisce, il timore della solitudine e il ricorso a un alter ego social – Recensione del film

Il film Il mio profilo migliore, nell’originale francese Celle que vous croyez basato sul romanzo omonimo di Camille Laurens, indaga le dinamiche attraverso le quali i social network offrono alla protagonista Claire la possibilità di mettere in scena il suo alter ego ideale.

 

C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo, resti nessuno.” scriveva Luigi Pirandello in Uno, nessuno e centomila. Al di giorno d’oggi possiamo sicuramente aggiungere che c’è una maschera per i social network, che sono parte integrante dell’immagine pubblica con cui ci presentiamo al mondo.

Il film Il mio profilo migliore, nell’originale francese Celle que vous croyez basato sul romanzo omonimo di Camille Laurens, indaga le dinamiche attraverso le quali i social network offrono alla protagonista Claire la possibilità di mettere in scena il suo alter ego ideale.

Claire, cui presta il volto un’intensa Juliette Binoche, non si limita a mostrare l’immagine social di sé stessa; su Facebook Claire, docente universitaria di letteratura, affermata sul lavoro ma in crisi nella vita privata, crea un profilo fittizio e diventa Clara, giovane stagista nel mondo della moda.

Come mai Claire diventa Clara nel mondo virtuale?

Il mio profilo migliore è stato presentato al Festival del cinema di Berlino ed esce nelle sale italiane il 17 ottobre; ho avuto l’opportunità di vederlo in anteprima e sono qui a raccontarvi i numerosi spunti di riflessione che la storia offre, parlandovi dal duplice punto di vista di appassionata di cinema e di psicoterapeuta. Come mai Claire diventa Clara nel mondo virtuale? Questa è la domanda a cui il film risponde attraverso un lungo flashback, il racconto di Claire alla psicoterapeuta che la segue, la dottoressa Catherine Bormans.

L’inizio de Il mio profilo migliore coincide con l’avvio del percorso terapeutico: la dottoressa Bormans sostituisce il terapeuta di Claire, che ha avuto improvvisi e gravi problemi di salute. Tra le due donne, paziente e terapeuta, si crea, fin dalle prime battute, un confronto/scontro serrato, basato sulla specularità.

Tanto Claire è istintiva e passionale, tanto la dottoressa Bormans delimita il proprio ruolo professionale, contenendo l’esuberanza della sua nuova paziente, la quale mette subito alla prova i confini del setting proponendo, prima ancora di aver iniziato la seduta, spostamenti di orario che il precedente terapeuta le concedeva. Claire mostra di essersi ben documentata, facendo ricerche su Google, sulla nuova terapeuta e sui suoi trascorsi professionali e conclude affermando che era sicura che la dottoressa (che sembra essere più o meno sua coetanea) fosse “più giovane”.

L’ARTICOLO PROSEGUE DOPO IL TRAILER DEL FILM

IL MIO PROFILO MIGLIORE – GUARDA IL TRAILER DEL FILM:

Il tema della giovinezza perduta, della bellezza che sfiorisce e del timore della solitudine è, in effetti, centrale nel racconto. Claire, una bella donna sulla cinquantina, mal sopporta lo scorrere inesorabile del tempo. Intuiamo che il suo ex marito Gilles, padre dei suoi due figli, l’ha lasciata per un’altra donna e che questo ha creato in lei una profonda crisi che nemmeno il lavoro, contesto che le offre un’identità forte e apprezzata, e il ruolo di madre di due ragazzi riescono a mitigare. La solitudine dell’aula universitaria, Claire che parla ad una platea di studenti delle eroine della letteratura francese, fa da contraltare alla solitudine della sua casa, quando i figli sono con l’ex marito e la nuova compagna.

Claire intreccia, a sua volta, una liason con Ludo, un amante più giovane che vuole una relazione di natura esclusivamente sessuale; non desidera far parte della sua vita, tantomeno conoscere i suoi figli per i quali, ci tiene a sottolineare “potrebbe essere un fratello”, data l’età.

Il dolore del nuovo rifiuto induce Claire a rifugiarsi nel mondo virtuale di Facebook in cui può essere Clara, che ha la metà dei suoi anni. Nei panni di Clara torna a sentirsi desiderabile e inizia un gioco di seduzione che ha per oggetto l’ignaro Alex, amico del suo amante Ludo. All’inizio Claire contatta Alex solo per avere modo di arrivare a Ludo, ma poi il gioco prende una piega totalmente indipendente. Lusingata dalla curiosità di Alex, inizia uno scambio virtuale che gratifica i desideri più profondi e inconfessati di entrambi e da cui entrambi diventano dipendenti; una “relazione” in cui a incontrarsi non sono mai le persone reali, con le proprie imperfezioni, e in cui il rischio di essere delusi e feriti sembra ridotto al minimo. Ma i giochi, si sa, per quanto coinvolgenti, non possono durare all’infinito.

Il mio profilo migliore ci mette faccia a faccia con la paura che si fa strada in ognuno di noi quando siamo costretti a fare i conti con la nostra vulnerabilità, quando l’immagine ideale che vorremmo vendere agli altri scricchiola sotto il peso della realtà.

Claire, più ancora che di invecchiare, ha paura della solitudine e dell’abbandono; lo dice alla dottoressa Bormans, protestando con forza il proprio diritto alla felicità, per quanto si tratti di una felicità artificiale che passa attraverso la finzione. È alla ricerca di comprensione e di conforto, ma, prigioniera dell’immagine che lei stessa ha costruito per difendersi dalle offese del mondo, non riesce a confidare neanche alla sua terapeuta il nucleo più profondo della sua sofferenza, che ha posto le premesse del suo sdoppiamento di identità tra reale e virtuale.

Nonostante quello che a me personalmente è apparso qualche colpo di scena di troppo, che appesantisce il racconto, ho apprezzato molto il film per il modo in cui rappresenta i conflitti legati all’essere donna e alla paura di invecchiare, declinadoli sia nel contesto del mondo virtuale e che in quello della relazione terapeutica.

Con il procedere degli eventi la psicoterapeuta si lascia sempre più coinvolgere dalla sua paziente, la cui vicenda, si intuisce, la tocca profondamente, mettendola in contatto con emozioni, desideri e paure da cui nessun essere umano può essere immune; la terapeuta si trova costantemente in bilico tra empatia e distacco professionale, sedotta dalla disperata voglia di vita e di passione che anima Claire, in un gioco di specchi in cui i confini della relazione terapeutica sembrano allentarsi notevolmente.

La dottoressa Bormans è il secondo alterego di Claire, che si affianca al doppio virtuale incarnato dalla giovane Clara. Se Clara esprime la bellezza e la giovinezza di cui la protagonista si sente ingiustamente privata, la psicoterapeuta dà voce, con il suo fare pacato e professionale e con la razionalità dei suoi interventi che sottolineano l’incongruenza tra realtà e fantasia, all’accettazione del tempo che passa e della vulnerabilità, venendo a patti con l’abbandono subìto e con la necessità di elaborare il lutto della perdita dell’immagine idealizzata di sé.

Claire, a sua volta, rappresenta il doppio impetuoso e passionale che mette la dottoressa Bormans faccia a faccia con emozioni travolgenti e comportamenti istintivi al punto da risultare distruttivi per sé stessi e per gli altri altri, un vaso di Pandora dei sentimenti che, nel profondo, appartiene anche alla terapeuta e al confronto col quale non può sottrarsi.

Dipendenza dallo smartphone e depressione negli adolescenti

La dipendenza da smartphone (nota anche come uso problematico dello smartphone) è caratterizzata da un eccessivo attaccamento psicologico allo smartphone con conseguenze funzionali negative.

 

In poco più di un decennio lo smartphone è diventato un bisogno necessario. Il Pew Research Center ha rilevato che circa il 77% degli adulti americani possiede un cellulare e così anche il 95% degli adolescenti.

Oggi gli adolescenti sono soliti utilizzare lo smartphone quotidianamente per molte ore al giorno, unitamente sta crescendo la preoccupazione legata a questi dispositivi, dal momento che si pensa che possano interferire con la loro salute e il loro benessere generale.

I ricercatori hanno riportato risultati contrastanti riguardanti l’associazione tra uso dello smartphone e lo stato di benessere: vi è chi sostiene che il numero dei messaggi di testo si associ negativamente ai sintomi depressivi, altri sostengono che l’uso degli smartphone contribuisca alla cattiva salute mentale.

Inoltre, recenti ricerche hanno dimostrato che l’uso dello smartphone è un fattore predittivo della dipendenza da smartphone e che a sua volta influisce negativamente sulla salute mentale.

La dipendenza da smartphone (nota anche come uso problematico dello smartphone) è caratterizzata da un eccessivo attaccamento psicologico allo smartphone con conseguenze funzionali negative. Sebbene si parli di dipendenza da smartphone questo non rientra ancora in alcuna sezione del DSM 5; nonostante ciò vi sono diversi studi che considerano la dipendenza da smartphone una dipendenza vera e propria, dal momento che condividono alcune caratteristiche comuni con le altre dipendenze (alcol e droghe) quali perdita di controllo, tolleranza e astinenza.

Uno studio, condotto dall’Università dell’Arizona, è stato pubblicato sul Journal of Adolescent Health e ha avuto come obiettivo quello di indagare i risvolti a breve termine che si possono ottenere dall’uso di uno smartphone, dalla sua dipendenza e se questi possano essere correlati a sintomi depressivi negli adolescenti o alla loro solitudine.

Il campione era composto da 346 studenti universitari iscritti ai corsi di comunicazione e sociologia, di cui il 33,6 % era di genere maschile, mentre l’età media dei partecipanti era pari a 19,11.

I ricercatori hanno utilizzato diversi strumenti:

  • Per misurare la dipendenza da smartphone i ricercatori hanno utilizzato il Development of Korean smartphone addiction proneness scale for youth di Kim D, Lee Y, Lee J, et al.
  • Per misurare l’uso dello smartphone, ai partecipanti è stato chiesto di stimare il loro uso quotidiano dello smartphone, attraverso otto usi comuni (navigare in internet, scrivere mail, utilizzare Facebook, Instagram,…).
  • Per misurare la solitudine i ricercatori hanno utilizzato la UCLA Loneliness scale.
  • Per misurare i sintomi depressivi hanno utilizzato la 10-item Center for Epidemiologic Studies Depression Scale

I risultati rivelano come l’utilizzo eccessivo dello smartphone sia un fattore predittivo significativo dei sintomi depressivi e della solitudine.

Concludendo, considerati i tassi di proprietà / utilizzo degli smartphone tra gli adolescenti, l’associazione tra uso e dipendenza dello smartphone e gli effetti dannosi della solitudine e della depressione all’interno di questo campione, questa ricerca può aiutare i professionisti a comprendere gli effetti dannosi dell’utilizzo eccessivo dello smartphone sul benessere degli adolescenti, di conseguenza informare i genitori e gli adolescenti sulle conseguenze negative che si possono manifestare.

 

L’illusione della cura: commento all’articolo di Gilberto Corbellini su “Il Sole 24 Ore”

Mentre la moderna ricerca in ambito medico riconosce i limiti di un approccio strettamente nomotetico, la psichiatria e la psicopatologia vengono ciclicamente definite in crisi per il loro non esser sufficientemente nomotetiche! 

 

Mentre la moderna ricerca in ambito medico riconosce i limiti di un approccio strettamente nomotetico, investendo ingenti risorse in modelli basati su personalizzazione, umanizzazione e sistemi complessi (es. Personomics; Precision Medicine; Medical Humanities; etc.), la psichiatria e la psicopatologia vengono ciclicamente definite in crisi per il loro non esser sufficientemente nomotetiche! Se aprite un qualsiasi motore di ricerca troverete numerosi item a riguardo, che, anno dopo anno, si interrogano o sulla mancanza di un nesso causale tra sofferenza e meccanismi neurobiologici o sulla limitata innovazione psico-farmacologica e relative impasse farmaco-economiche (Smith, 2004; Jablensky, 2010; Harrington, 2019).

Con questo post vorremmo proporre un commento alla tesi di Gilberto Corbellini (2019) che, sull’inserto del Sole 24 Ore del 1 settembre, sostiene l’idea che la psichiatria offra solo cure illusorie. Nel sostenere questa tesi, da cui dissentiamo, il saggista formula alcune argomentazioni che riteniamo opportuno contestare a partire da evidenze scientifiche ormai consolidate.

La Tesi e le Argomentazioni di Corbellini

In breve Corbellini sostiene che la psichiatria sia “la specialità medica con le più flebili basi scientifiche” in assoluto. Tale asserzione è agli occhi dell’elzevirista del Sole 24 Ore corroborata dall’assenza di un modello biologico della malattia mentale, che a sua volta sarebbe ostacolato da un modello psicodinamico di psicopatologia assolutamente a-scientifico. Nel suo procedere argomentativo si rifà in particolare a due libri: un saggio di recente uscita in lingua inglese sulla storia della psichiatria (Harrington, 2019) ed uno di recente traduzione in lingua italiana in cui si propone una teoria infiammatoria sull’origine della depressione (Bullmore, 2019).

Pur ammettendo da parte nostra un bias blind spot (Pronin & Kugler, 2007) nei confronti di Corbellini visto quanto sostiene, riteniamo che sia a livello argomentativo che contenutistico le sue tesi siano da rigettare. Innanzitutto Anne Harrington avrebbe forse da dissentire sull’uso e sull’interpretazione del proprio lavoro. Le asserzioni su una certa debolezza scientifica della psichiatria e degli approcci psicodinamici viene a ragione collocata da Harrington (2019) nella prima parte della storia della psichiatria (da fine ‘800 alla fine degli anni ’70 del secolo scorso). E le sue conclusioni sono in realtà a favore di un maggior e più proficuo utilizzo di psicologici, psicoterapeuti e social worker nella salute mentale. Secondariamente, le tesi sostenute dall’elzevirista sembrano dimenticare due argomentazioni a nostro avviso cruciali: (I) l’assenza di marker biologici in psicopatologia sembra suffragata dall’attuale comprensione della problematiche psicopatologiche; (II) le evidenze scientifiche a favore delle psicoterapie esistono in ambito psicodinamico ed in altri ambiti come la Terapia Cognitivo Comportamentale.

L’Infinita Querelle sui Marker Biologici

Senza voler addentrarsi in un’esegesi del Corbellini-pensiero appare però probabile un assunto organicista di fondo, che sembra dimenticare gli onnipresenti capitoli introduttivi dei testi di biologia, etologia e cliniche varie in cui si fa pace tra nurture and culture, natura e cultura, ambiente e genetica. Per chi, come chi scrive, si è laureato in una disciplina sanitaria asserire un predominio tra uno di questi due poli implicherebbe aver disertato ben più lezioni di quanto ricordavamo.

La Harrington ripropone in chiave aggiornata e forse migliorata la soluzione diplomatica o difensiva che la psichiatria ha solitamente offerto alle critiche legate ad una sua possibile crisi (si veda gli editoriali di Lancet ad aprile 1997, di JAMA Psychiatry a maggio 2015, e di Nature a giugno 2019). Il gioco argomentativo prende le mosse da un assunto biologicista della psichiatria e dal presumere l’impossibilità per questa disciplina di poter interloquire con discipline e campi di applicazione che non stiano nell’alveo della stretta causalità biologica. Successivamente l’iter retorico sembra basarsi sulla diffusa banalizzazione della sentenza di Wittgenstein “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”, che non è un invito a star zitti, quanto a ripensare e ridefinire i propri vincoli creando dunque nuove possibilità! Sfortunatamente numerosi teorici della psichiatria assumono che l’assenza di un indiscutibile marker biologico per ognuna della problematiche psicopatologiche esistenti implichi circoscrivere tale disciplina in quegli ambiti dove i tanto agognati marker siano riscontrabili. Per quanto suoni rassicurante tale affermazione sembra ingenerare più problemi che soluzioni.

Prendiamo ad esempio la mossa diplomatica di Harrington di confinare la psichiatria nelle psicosi. Ora gli antipsicotici di nuova generazione hanno sicuramente incrementato l’efficacia terapeutica degli interventi, ma come risolviamo il fatto che molti dei disturbi psicotici non abbiano evidenti marker? O che un costrutto per sua natura dimensionale come la schizotipia oscilli da stati dissociativi e bizzarrie normali (quindi privi di marker) sino alla franca schizofrenia? Quello che dovrebbe essere il posto sicuro della psichiatria 2.0 diviene facilmente un rompicapo. Anche Lenzenweger (2010) che ha dedicato tutta la sua vita alle neuroscienze e alla psicopatologia sperimentale sostiene come la schizotipia sia una suscettibilità latente osservabile tramite numerosi indicatori (psicosi, caratteristiche di personalità, misure di laboratorio, indici psicometrici, etc.) che non sono però isomorfici rispetto a tale costrutto. Dulcis in fundo, esistono ormai dati consolidati sulla maggiore efficacia e minor tasso di drop-out delle terapie combinate antipisocotici/psicoterapia rispetto ai soli antipsicotici (Guo et al., 2010) e buone evidenze sull’uso esclusivo degli interventi psicoterapeutici (Morrison et al., 2018).

In un precedente articolo su State of Mind (2015) Francesco Mancini rimarcò come vi fossero almeno tre valide contro-argomentazioni nello sconfermare questa visione e mission difensiva della psichiatria. Primo, non esiste una relazione causale biunivoca tra farmaci e cambiamenti psicologici. Un antidepressivo può aumentare la quantità di serotonina o un antipsicotico può ridurre la dopamina, ma quali cambiamenti psicologici ne conseguano direttamente e quali tra questi svolgano un ruolo cruciale nel migliorare il quadro clinico esula da una spiegazione biologicista e sembra avvalorare piuttosto una cognitivista che presupponga un processo interpretativo soggettivo di eventi esterni o interni alla persona. Il secondo punto si fonda sulla centralità nella moderna medicina di modelli multifattoriali su base evolutiva in cui, ad esempio, esperienze negative interpersonali svolgono un ruolo comparabile se non a volte superiore all’ereditarietà genetica nell’insorgenza di una psicopatologia (Cicchetti & Walker, 2000). Il terzo punto ruota attorno all’assunto logico che non è legittimo inferire una neuropatologia solo perché si osserva una diversità, anche se la diversità osservata nel cervello corrisponde a una psicopatologia. Esempio chiaro di questo è l’alterazione neurobiologica in aree cerebrali diverse tra un paziente con demenza e soggetto normale, ma anche tra un paziente con disturbo ossessivo e soggetto normale ed infine tra un genio degli scacchi o del piano e tutti noi non scacchisti o pianisti.

Torniamo dunque alla centralità nella moderna psicopatologia dei modelli dimensionali, processuali e transdiagnostici e a come stiano ricevendo così grande attenzione e così tante conferme sperimentali (Harvey et al, 2004;,Widiger et al., 2002; Hayes & Hoffman, 2018). A meno di non voler cedere ad innumerevoli bias cognitivi, è forse più sensato non cercare di confermare ostinatamente un organicismo che si è ad oggi dimostrato fallimentare. Piuttosto che accorciare lo spazio a disposizione della psichiatria come Procuste era solito fare con gli ospiti di lunghezza diversa da quella del suo letto e confinarla in miserrime nicchie, converrà far proprie ipotesi alternative e cambiar il nostro sguardo al problema in oggetto. La comprensione dei meccanismi di funzionamento su base descrittiva dovrebbe più spesso orientare la ricerca di correlati organici piuttosto che imporre ai clinici la possibilità di parlare solo dopo riprove biologiche. Altrimenti la chirurgia non sarebbe potuta nascere sino all’avvento dei coniugi Curie e dei raggi x!

Evidenze e Prospettive Psicoterapeutiche

Ripartiamo dai dati. Nel leggere in maniera a nostro avviso creativa le argomentazioni della Harrington e gli ultimi 50 anni di storia della psicopatologia, Corbellini si dimentica di accedere alle linee guida esistenti sia nello specifico ambito della salute mentale (es. National Institute of Mental Health – NIMH) che più genericamente medico (es. National Institute of Care Excellence – NICE). Qualora scegliesse di farlo potrebbe scoprire come protocolli psicodinamici come il Mentalization-Based Treatment o la Transference-Focused Psychotherapy non si basano su quello che l’elzevirista definisce il “sonno della ragione”, quanto piuttosto su metodologie di validazione scientifiche.

Inaspettatamente organismi di rinomata fama internazionale come il NICE, che ben poco indulgono a “credenze pseudoscientifiche”, inseriscono protocolli psichiatrici e psicoterapeutici tra le loro prime linee di intervento! E molti tra gli interventi psicoterapeutici con le più solide evidenze scientifiche afferiscono alla cornice cognitivista che come sopra riportato ben si integra con una visione non più organicista della psichiatria e della scienza moderna. Come ben noto infatti, l’assunto è che i sistemi cognitivi rappresentino il nostro modo di percepire, interpretare ed attribuire significati agli eventi. E parlare di psicopatologia significa riconoscere che “a volte le risposte sono maladattive a causa di dispercezioni, interpretazioni errate, disfunzionali o idiosincratiche delle situazioni” (Beck & Weishaar, 2000, p. 242) con le quali ci confrontiamo.

Dunque vale sempre il principio evoluzionistico sommariamente riassunto in quello che in genere è il criterio C del DSM (leggasi disagio clinicamente significativo): per il pianista di cui sopra, dotato di un cervello a-normale, questo, fino a prova contraria, è pienamente adattativo per gli scopi della sua carriera di musicista. Nella misura in cui, come accadde al povero Schumann, l’esercizio pianistico diviene uno striving perfezionistico che porta a ledersi il nervo del dito anulare, compromettere la carriera solistica e sconfinare in un ritiro sociale, allora insorge una sofferenza che è ben altro dalla apollinea a-normalità cerebrale di un genio del pianoforte. Ed in tal caso, il Corbellini non ce ne voglia, una comprensione psicopatologica ed uno dei protocolli suggeriti da NICE o NIMH potrebbero pur valer qualcosa.

 

Liberati dalla gelosia – Manuale pratico per uscire dalla morsa dell’amore possessivo

COMUNICATO STAMPA

Liberati dalla gelosia – Manuale pratico per uscire dalla morsa dell’amore possessivo

Il libro di Davide Algeri

Dario Flaccovio Editore – 128 pagine – 16,00 euro

 

 

Milano, 9 ottobre 2019 – Presente ovunque, dai problemi di cronaca nera a quelli sentimentali all’interno delle coppie, la gelosia è una protagonista indiscussa dei rapporti interpersonali contemporanei.

Ma quali sono i meccanismi che la causano? E con quali corresponsabilità del geloso e di chi, la gelosia, la subisce materialmente? Ma soprattutto: è possibile liberarsene in modo definitivo?

La risposta, affermativa, è contenuta nel titolo del nuovo libro dello psicologo e psicoterapeuta Davide Algeri.

“Liberati dalla gelosia” (Dario Flaccovio Editore) è manuale improntato innanzitutto sulla praticità, e mira a fornire consigli rapidi e concreti come una vera e propria guida da consultare al bisogno, pensata sia per le coppie che desiderano costruire una relazione più sana e serena basata sulla consapevolezza, sia per chi intende avere maggiori chiarimenti su questo sentimento e le relative modalità di gestione.

Nel libro di Algeri, nato dall’esperienza clinica maturata in numerosi anni di lavoro con le coppie, sono contenute le corrette strategie per arginare la gelosia e depotenziarla, sviluppando qualità personali come la gestione della rabbia, del piacere, dell’autostima e della paura.

Proprio quest’ultimo tratto, si evince in “Liberati dalla gelosia” (Dario Flaccovio Editore), è il vero motore del sentimento e anche la connessione tra vittima e carnefice.

Entrambi i profili sono infatti complementari, perché legati da una stessa paura comune: quella di restare soli.

“Nella dinamica della gelosia – spiega l’autore Davide Algeri – il geloso ha sicuramente le sue responsabilità, ma anche la vittima, con le sue provocazioni e i messaggi ambigui, contribuisce ad alimenta questo amaro sentimento.

“All’interno di questo “gioco” disfunzionale, fino a quando il potere resta in mano alla vittima, spesso si rimane nell’equilibrio disfunzionale: da un lato c’è chi ha paura dell’abbandono e dall’altro chi si mostra sicuro e senza alcun timore. E’ quando si rompe questo “equilibrio” che esce fuori la vera natura della vittima, che da sicura che era, inizia a manifestare anche lei la paura di essere abbandonata. In questi casi la coppia può darsi da fare per rimescolare le regole del gioco.”

 

 

L’autore

Davide Algeri lavora a Milano come psicologo, psicoterapeuta e consulente in sessuologia.  Da oltre dieci anni studia le dinamiche legate alle crisi di coppia e le strategie per superarle con successo. Appassionato di nuove tecnologie, usa i social per diffondere la cultura psicologica. È co-autore dei libri Consulenza psicologica online (2018) e La coppia strategica (2019).

Il visibile e l’invisibile: la terapia sistemica oggi – Report dal Congresso EFTA 2019 di Napoli

Si è tenuto a Napoli dall’11 al 14 settembre il congresso EFTA di terapia sistemica dal titolo Il Visibile e l’Invisibile. Numerosi i contributi mostrati, impossibile seguirli tutti, circa 1500 studenti. 

 

Abbiamo bisogno
di un luogo: ci vuole 
una mano, 
una casa, un sorriso, 
qualcosa che ci faccia 
da perimetro

(Franco Arminio)

Presente tra i relatori Mony Elkaim che, attraverso una simulata con una famiglia presa dal pubblico, ha proposto i temi cari alla metodologia della psicoterapia sistemica familiare, come quello della ridefinizione del problema e l’utilizzo del paziente designato come risorsa del sistema e non come problema.

Nataly era la paziente designata in un sistema famigliare che vedeva in lei una ragazza ribelle, attraverso il riposizionamento dei ruoli familiari e attraverso l’attivazione di nuove modalità di comunicazione, diventa risorsa del sistema che offre ai suoi membri la possibilità di comprendere che le scelte vanno portate avanti con forza, che le opinioni diverse non devono spaventare, ma bisogna poterle esprimere e difendere. Elkaim a fine seduta per rafforzare quanto detto sopra afferma:

Nataly mi hai insegnato che in una famiglia è importante avere opinioni diverse, poter scegliere cose diverse, e la difficoltà di accettare le cose degli altri. La famiglia si deve porre come tappa la comprensione dell’opinione dell’altro… quando papà si avvicina a mamma, lei deve rimanere un po’ rigida … lui dirà fai questo e questo, e lei dirà no…ciascuno deve trovare il suo spazio.

Tra i diversi contributi sicuramente interessante quello del professor Paolo Bucci professore della Scuola Romana di Terapia Familiare, che ha introdotto una tematica interessante rispetto alla malattia come metafora per pensare alla vita.

Disponiamo oggi di ipotesi non deterministiche orientate verso l’esplorazione del non noto ed attente agli aspetti processuali del vivere. La prospettiva che sostiene tale ipotesi non spiega ciò che è malato e ciò che non lo è, ma considera il contesto in cui l’individuo è immerso ed il modo in cui egli si rivolge alle proprie vicissitudini. Il modo in cui la nostra mente si rapporta ai segni provenienti dal corpo incide sulle vicende che possono condurre l’individuo all’acquisizione di una conoscenza più complessa di sé e talvolta anche ad aprire percorsi di cure mediche più adeguate. In questo senso parliamo di funzione organizzatrice della malattia: non in quanto la malattia determina un’organizzazione, ma in quanto entra come parte in un processo complesso in cui il tutto si organizza includendo la presenza di quella parte.

E ancora il professor Camillo Loriedo Direttore Scientifico e Didattico dell’Istituto Italiano di Psicoterapia Relazionale di Roma e della Scuola Italiana di Ipnosi e Psicoterapia Ericksoniana che ha presentato due relazioni unite fra loro da un filo conduttore, mostrando come guardare ad un sistema familiare o individuale a partire dalle risorse del sistema stesso.

Allenatevi a non chiedere quale sia il problema e a cercare le risorse. Con notevole interesse del pubblico ha mostrato una visione alternativa rispetto al cambiamento che può avvenire a partire dal riconoscimento delle proprie passioni dimenticate o smarrite nel tempo ma rievocabili in qualunque momento della vita.

E ancora Umberta Telfner, Psicologa Clinica, Psicoterapeuta Sistemica e Cognitivista, Didatta del Centro Milanese di Terapia della Famiglia, ha tenuto diverse relazioni: in particolare ha presentato una relazione in cui ha messo in evidenza i mutamenti nell’approccio della scuola di Milano al cambiamento. Proponendo interessanti riflessioni sul come utilizzare i maggiori esponenti del pensiero sistemico come Bateson, Von Foerster, Deleuze e Foucault cercando di allinearli alle problematiche della società contemporanea e del terapeuta di oggi, che deve collocarsi in uno spazio temporale che propone nuove sfide e nuove metodologie.

Ancora molto interessante l’intervento nella tavola rotonda della Dott.ssa Rossella Aurilio, Didatta e Direttore dell’Istituto I.T.F. di Napoli, che ha provato a interrogarsi e proporre in maniera formativa il concetto di contesto nella diagnosi e nella terapia, ipotizzando come contesti insoliti o meno ortodossi sembrino offrire maggiori possibilità di cambiamento in determinate situazioni. Ha presentato il caso di una paziente anoressica seguita in approccio multiplo, mostrando come l’utilizzo di setting alternativi possa attivare il recupero di risorse sommerse per il cambiamento di patologie cronicizzate nel tempo.

Ancora tra i relatori Carmine Saccu, direttore e didatta della Scuola Romana di Terapia Familiare, con la sua relazione sulla famiglia nella gestione di un adolescente problematico, ha fornito validi strumenti per la valigetta del terapeuta:

L’adolescenza è nel ciclo vitale della famiglia uno dei momenti più creativi. È un test non solo per la famiglia nucleare ma investe spesso una dimensione trigenerazionale toccando l’assetto emotivo affettivo, l’aspetto culturale, sociale fino a giungere a sfidare il mito stesso della famiglia. L’adolescenza scuote lo spazio e il tempo della famiglia apre a prospettive nuove e allo stesso tempo evoca i fantasmi più terribili. Il vaso di Pandora pieno di istinti e di emozioni si scoperchia, un turbinio teso a sfociare nel pensare il pensiero e ad essere individuo. Un individuo tra gli altri e per gli altri. Ognuno per entrare nel tempo esegue il suo rito, rito spesso vissuto come dissacratorio e attiva generatori di risposte dure spesso crudeli. In questo momento del ciclo vitale il rischio di soluzioni psicopatologiche e psicosociali diventa più alto quando esse appaiono come le uniche vie d’uscita in assenza di alternative.

E ancora Valeria Ugazio, psicoterapeuta sistemico-relazionale, svolge la propria attività terapeutica e formativa a Milano, dove dirige lo European Institute of Systemic-relational Therapies, didatta della scuola milanese, ha tenuto due interessanti relazioni: una sulla coppia, introducendo il tema dei due mondi diversi di significato che si incontrano e iniziano ad interagire su diversi livelli, prendendo come spunto le sue concezioni espresse in polarità semantiche in cui Ugazio valuta la coesione semantica tra i due sistemi:

La vita della coppia insieme inizia dall’incontro di due diversi mondi di significati, il risultato di precedenti posizionamenti. L’incontro apre molti possibili fraintendimenti ed episodi enigmatici perché ogni partner ha il suo modo di sentire intimità e aspettative, derivanti dalla sua semantica dominante, e spesso diversi da quelli del partner.

L’altra sull’utilizzo della scheda familiare come strumento di lavoro per le famiglie di oggi, che sono spesso famiglie allargate.

Ulteriore argomento interessante é stato trattato nella tavola rotonda tenuta dalla dott.ssa Anna La Mesa e Angela Campa in cui si è parlato di questioni di donne, mettendo in relazione diverse figure a confronto, dalla psicoterapia alla ginecologia. Di particolare interesse la trattazione del tema dell’infertilità di coppia in una visione sistemica integrata con l’ipnosi di coppia presentato da Anna La Mesa, psicoterapeuta sistemico-relazionale, docente in diverse scuole di psicoterapia e presidente dell’associazione Idee Di Salute e Carla Sorace, psicoterapeuta sistemico relazionale e Vicepresidente dell’associazione Idee di Salute, che si occupano da anni del tema infertilità con il loro gruppo di ricerca.

Nella relazione si è mostrata una visione multidisciplinare e olistica della sterilità e l’infertilità.

Nel trattamento dell’infertilità, corpo, mente e psiche non possono essere scissi, come avviene nell’approccio medico. La visione sistemica è trasversale: facilita i processi, le relazioni, la comunicazione affettiva tra i diversi attori, connette i processi emotivi e relazionali degli individui coinvolti.
(Anna La Mesa)

E ancora, nella stessa tavola rotonda, interessanti gli studi della Dott.ssa Annunziata Crispino, Psicologa clinica e Psicoterapeuta Sistemico Relazionale, che ha affrontato il trattamento sistemico del dolore pelvico cronico mostrando le diverse configurazioni familiari delle donne soggette a tale patologia.

Nello specifico, afferma la dott.ssa Crispino, tale sindrome potrebbe essere definita Il Matrimonio Riuscito tra corpo e mente, in quanto caratterizzato da una perfetta integrazione/relazione tra la parte fisica e la parte psichica: la percezione del dolore ed il viraggio del dolore da acuto a cronico avviene a causa di uno stato infiammatorio, mentre sul piano psichico la radice del comportamento da dolore si trova all’interno delle relazioni della paziente e nello stile di relazione genitoriale.

In sostanza, per comportamento da dolore, si intendono tutte le modalità di gestione dello stesso apprese nel sistema familiare d’origine, sul come il sistema affronta e gestisce il dolore fisico.

Tante altre le relazioni presentate in una maratona di argomenti e trattazioni che hanno offerto non solo spunti di riflessione, ma anche rinnovato e consolidato la consapevolezza di quanto sia importante il confronto tra approcci e idee, ribadendo l’importanza da un lato della metodologia e della formazione e dall’altro il coraggio e la necessità di proporre soggettività che siano poi replicabili e estendibili su larga scala. Obiettivo comune resta quello di avere metodi e procedure condivisibili che siano trasmissibili su un piano formativo ai futuri psicoterapeuti, ma al tempo stesso che tengano conto del recupero della soggettività intesa come originalità del terapeuta e della soggettività del paziente.

#SocialSexEra, il primo festival della sessuologia in Italia – Report dall’evento

Si è tenuto a Firenze, il 14 e 15 Settembre, il primo festival della sessuologia in Italia, #SocialSexEra, dove, tramite tavole rotonde, conferenze e laboratori, si è cercato di fare chiarezza sugli effetti che le nuove tecnologie hanno sulle relazioni e sulla sessualità.

 

I social, internet e le nuove tecnologie stanno inconfondibilmente modificando i nostri comportamenti. Al di là di inutili moralismi sulle nuove tecnologie e il loro impatto, lo psicologo e gli altri professionisti che si occupano di benessere dovrebbero indirizzarsi verso una maggiore integrazione delle nuove tecnologie nel percorso terapeutico, oltre a divenire sempre più competenti nell’ambito delle possibili disfunzioni e disagi a cui un uso inappropriato della tecnologia può portare.

Nel tentativo di guidare i professionisti e i non addetti ai lavori ad una migliore comprensione del fenomeno, il Centro Integrato di Sessuologia Il Ponte di Firenze, Giunti Pyschometrics e Psicologia Contemporanea hanno ideato il Primo Festival della Sessuologia #SocialSexEra tenutosi il 14 e 15 settembre. Tra i protagonisti delle varie tavole rotonde, conferenze e laboratori troviamo Fabrizio Quattrini, Davide Dèttore, Roberta Bruzzone, Alberto Caputo, Maura Manca, Ayzad e tanti altri relatori.

Relazioni tecno-mediate

Particolarmente illuminante l’intervento della Dott.ssa Maura Manca che sottolinea come siano l’uso improprio della tecnologia e il suo impatto ad essere nocivi, non la tecnologia stessa. Frequentemente troviamo adulti che criticano i ragazzi moderni in quanto ossessivamente affezionati al proprio smartphone. Tali critiche potrebbero essere opportune, se non per il fatto che questi adolescenti simulano i comportamenti dei propri genitori che interpongono la tecnologia nei rapporti. La relazione genitore-figlio viene quindi tecno-mediata a discapito di una sana affettività. La dott.ssa Manca chiude l’intervento lanciando una riflessione dai toni provocatori: dov’è l’affettività? Dov’è l’amore se i genitori al primo giorno di scuola filma il bambino per Instagrammarlo e non lo abbraccia, non lo vive?

Vis à vis o dating app?

In un’altra tavola rotonda i relatori si sono soffermati sull’uso massiccio delle applicazioni per incontri. Tra i presenti, Fabrizio Quattrini si chiede cosa spinge le persone ad allontanarsi dall’incontro normale e utilizzare le app. Inizia a rispondere sottolineando il fatto che non è soltanto una questione dei millennials, ma è un fenomeno sociologico da tenere sottocchio in quanto potrebbero nascere nuove forme di patologie, legate a quadri ansiosi e di dipendenza. L’uso di app potrebbe servire, secondo Quattrini, per costruire nuove fantasie, un nuovo modo di eccitare, di fare erotismo oppure per pigrizia, consentendo ai giovani adulti di sperimentare una sessualità capace di incastrarli in una sorta di dipendenza da tinder.

Litigio? Sì, ma chattando. Un intervento di Gabriela Rifelli

Un intervento particolarmente rilevante è stato condotto dalla dott.ssa Gabriella Rifelli, sul tema del litigio: Litigio? Sì, ma chattando. La dott.ssa ha illustrato i principali vantaggi e svantaggi di questo comportamento. Se da un lato troviamo la possibilità, tramite le chat, di esprimere il contenuto anche quando la persona non è presente, o se siamo timidi, dall’altra parte i litigi online portano a vari svantaggi.

La relatrice ha individuato una vera e propria anatomia della comunicazione via chat, la quale può essere sincrona, quando gli interlocutori scrivono contemporaneamente, o asincrona, quando un interlocutore scrive un messaggio e un altro interlocutore risponde dopo tempo.

Quando si parla di litigi via chat sono tre i possibili comportamenti da parte dell’interlocutore che inizia il litigio:

  • Remote invocation: il mittente aspetta che il ricevente sia pronto e solo dopo la disponibilità inizia a scrivere;
  • Risposte a raffica: le risposte si susseguono rapidamente;
  • Anticipo della risposta: si pone una domanda all’interlocutore e si risponde personalmente alla domanda appena posta (es: sei andat* al cinema? Io si, con Luca);

Ma cosa succede a livello psicologico nella mente degli interlocutori? Da parte di chi inizia il litigio vi è l’idea che l’altro debba leggere subito il messaggio inviato. Se ciò non avviene, il mittente inizia a sperimentare uno stato di disagio che aumenta arrivando anche alla manifestazione di sintomi ansiosi nel momento in cui il destinatario legge il messaggio senza rispondere (micidiali, quindi, le famose doppie spunte dei principali sistemi di messaggistica istantanea!). Questo stato di ansia fa inoltre aumentare un controllo ossessivo del partner, diventando in alcuni casi estremo: il mittente controlla il telefono ripetutamente per vedere se il messaggio è stato letto o se il destinatario si trova online.

E a livello relazionale? Questi litigi a cosa portano? Se non tutto il male vien per nuocere, il litigio non fa certo eccezione.

Permette infatti di conoscere e riconoscere l’altro, di crescere come coppia e come persona e di creare una condizione di sano ascolto all’interno della coppia. Detto ciò, però i chat-litigi con risposte a raffica non permettono di conoscere e riconoscere il partner, vi è una mancanza di ascolto e di empatia. Per comprendere e raggiungere i compromessi all’interno della coppia è di vitale importanza il linguaggio non verbale che viene meno nella comunicazione via chat. I litigi via chat non verranno quindi sanati del tutto, riempiendo la comunicazione di malintesi e fraintendimenti.

Concludendo, se si ha la possibilità di litigare a distanza si ha anche la possibilità di modificare le proprie emozioni (perlomeno quelle espresse nella comunicazione) e di spersonalizzare la persona e tutto ciò conduce ad una maggiore aggressività nella comunicazione, come spiega la dott.ssa Rifelli.

Perché continuiamo a litigare via chat nonostante tutti gli svantaggi presentati?

In una società del consumo è difficile saper aspettare, saper tollerare la sofferenza. Via chat tutto è più semplice: si ha un soddisfacimento del bisogno del tutto e subito, si evitano le emozioni dell’altro, vi è un senso illusorio di controllo sull’altro e si riduce la persona ad oggetto.

Come abbiamo visto, i litigi via chat possono esser vantaggiosi per preservare la propria autostima, ma estremamente dannosi per la relazione. La dottoressa Rifelli suggerisce quindi di imparare ad essere pazienti, ovvero, come avrebbe detto A. Ellis, imparare a tollerare.

Dulcis in fundo: le sessualità più strane del web

Infine, i dottori Roberta Bruzzone e Alberto Caputo, con Le sessualità più strane del web, illustrano i concetti di parafilia e disturbo parafilico portando il pubblico, con sapiente ironia, ad indovinare il significato del termine proposto. Un esempio fra tutti lo splooshing, ovvero il piacere di vedere persone ricoperte di sostanze come olio, fango, alimenti ecc. Un interattivo quizzone volto a stimolare il pubblico a destreggiarsi in queste sempre più folte terminologie specifiche.

Concludendo, #SocialSexEra rappresenta il primo vero tentativo in Italia di far conoscere la sessuologia come materia.

 

La psicoterapia in età evolutiva (2018) di Fabio Celi – Recensione del libro

La formula dell’ultimo manuale scritto da Fabio Celi, La psicoterapia in età evolutiva, è, come nei precedenti, accattivante; consiste in una risposta dettagliata, pratica, semplice (ma mai semplicistica) ad un elenco di domande cliniche, spesso interconnesse tra di loro o approfondite da un glossario interattivo e da contenuti video correlati.

 

Gran parte degli interrogativi sono calati nella pratica lavorativa (ad esempio cosa fare quando un genitore non accetta di venire ad un appuntamento o di fronte ad un bambino che non riesce ad aprirsi su un argomento per lui troppo doloroso) che danno la misura di quanto sia articolato e complesso il lavoro quotidiano di uno psicoterapeuta in età evolutiva.

La presa in carico dei bambini è infatti tutt’altro che semplice, occorrono competenze specifiche, sensibilità, predisposizione, interesse per il mondo infantile ma anche capacità di tenere sempre in mente il funzionamento globale del bambino all’interno della sua famiglia, del contesto scolastico e di quello extra-scolastico.

La dimensione famigliare, in particolare, costituisce un’importante sfida per i terapeuti, poiché ogni nucleo ha le proprie caratteristiche uniche, i propri ritmi, rituali, credenze, strategie individuali di soluzione dei problemi.

Difficile quindi pensare di poter ricorrere ad un catalogo di soluzioni pre-confezionate, e così l’autore ci accompagna alla scoperta di come lui stesso declini di volta in volta specifiche tecniche standard (quelle cognitivo-comportamentali, derivate dalla sua personale formazione) rispetto ad un ampio ventaglio di situazioni cliniche; dai disturbi dell’apprendimento a quelli dell’umore, dall’elaborazione del lutto alla gestione di comportamenti problematici, paure, dipendenze.

Solitamente alla base di una richiesta di aiuto per un bambino c’è il fatto che di fronte ai sintomi o al disagio di un figlio i genitori reagiscono con inquietudine e (a volte) con qualche errore educativo, rischiando talvolta di amplificare, anche inconsapevolmente, la sofferenza dei piccoli, che a loro volta risuonano dell’angoscia dei genitori.

L’intervento del terapeuta, quello descritto in questo volume, ha proprio lo scopo di interrompere questo potente circolo vizioso, promuovendo un graduale processo di riorganizzazione individuale e famigliare e di recupero delle capacità genitoriali, di cui ogni bambino ha estremamente bisogno.

E poi c’è il rapporto esclusivo del professionista con i bambini; il coinvolgimento della famiglia deve sempre conciliarsi con il diritto del minore di non vedere tradita l’intimità che si crea con il terapeuta nell’ambito dei colloqui individuali.

Questo aspetto, particolarmente delicato nella terapia con gli adolescenti, viene più volte ribadito, con un richiamo a stabilire un rapporto di cooperazione con i genitori che tuttavia non infranga mai la privacy dei pazienti, anche se minori.

Per l’autore la ricerca di un rapporto di fiducia con i piccoli è un tema prioritario, poiché anche loro, così come i pazienti adulti, possono porsi nei confronti del terapeuta con un atteggiamento restìo, sospettoso, carico di dubbi circa il fatto che ci si possa fidare o meno di qualcuno che, a tutti gli effetti, è comunque un estraneo.

L’invito è di maneggiare la diffidenza dei bambini con misura, prudenza e tatto; innanzitutto favorendo la comunicazione anche a livelli più agevoli per i più piccoli rispetto a quello prettamente verbale (il disegno, il gioco, lo spostare a tratti il dialogo dal sintomo alle tematiche più care e quotidiane di ogni piccolo paziente) ma anche, banalmente, accettando con equilibrio e senza forzature che un bambino può, a volte, non aver alcuna voglia di parlare con un professionista della propria sofferenza.

Non mancano nel manuale indicazioni preziose ai professionisti su come gestire anche questi ed altri possibili aspetti di criticità e stallo, discussi con invariato entusiasmo per questo lavoro; ciò grazie all’esperienza e umanità di Fabio Celi, un terapeuta che richiama alla mente una nota poesia di Gianni Rodari per la capacità che dimostra, nel tempo, di mantenere intatti sia un orecchio maturo, in contatto con il mondo dei grandi, ma anche uno acerbo, aperto sul meraviglioso mondo dei bambini.

 

Un giorno sul diretto Capranica-Viterbo
vidi salire un uomo con un orecchio acerbo.
Non era tanto giovane, anzi era maturato,
tutto, tranne l’orecchio, che acerbo era restato.
Cambiai subito posto per essergli vicino
e poter osservare il fenomeno per benino.
“Signore, gli dissi dunque, lei ha una certa età,
di quell’orecchio verde che cosa se ne fa?”
Rispose gentilmente: “Dica pure che son vecchio.
Di giovane mi è rimasto soltanto quest’orecchio.
È un orecchio bambino, mi serve per capire
le cose che i grandi non stanno mai a sentire:
ascolto quel che dicono gli alberi, gli uccelli,
le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli,
capisco anche i bambini quando dicono cose
che a un orecchio maturo sembrano misteriose…”
Così disse il signore con un orecchio acerbo
quel giorno sul diretto Capranica-Viterbo

 

 

Un bel respiro e conta fino a dieci

Il primo suggerimento che diamo a qualcuno vicino a noi in preda all’ira più funesta è: “fai un bel respiro e conta fino a dieci”, sperando che la messa in atto di questo possa in qualche modo prevenire nell’irato la manifestazione di un comportamento rabbioso e aggressivo tramite la dilazione dell’intervallo di tempo tra l’inizio dell’arrabbiatura e la sua espressione più manifesta, esplicita e a volte più pratica. Ma davvero contare fino a dieci aiuta?

 

 Il nostro comportamento è governato da due sistemi differenti, un primo più raffinato e complesso che ci consente di selezionare il piano d’azione migliore sulla base di una precisa e attenta valutazione di quella opzione, tra le immediatamente disponibili al momento, che meglio si adegua e confà al raggiungimento del nostro scopo prefissato, e un secondo più superficiale e veloce che ci fa scegliere l’azione più immediata basandosi non più su una conoscenza approfondita dell’ambiente esterno e delle alternative disponibili, ma su una conoscenza pregressa frutto di apprendimenti precedenti (Daw, 2018). Semplificando, si potrebbe affermare che il primo sistema di tipo decisionale è goal-directed, ovvero specializzato nella scelta e nella computazione della presa di decisione più adatta e coerente con il nostro scopo, il secondo, contrariamente al precedente, è più “impulsivo” e date queste sue caratteristiche ci permette di reagire più rapidamente e prontamente agli stimoli ambientali che ci elicitano. Tuttavia, mentre il primo sistema richiede più tempo e risorse cognitive nell’implementazione dell’azione di risposta ad uno stimolo, il secondo, essendo più repentino, dà origine ad un’azione ratica, meno “ragionata” e quindi meno appropriata al contesto (Daw, 2018).

I modelli computazionali che sostengono l’esistenza di questi due sistemi operanti in parallelo ipotizzano che in alcune circostanze entrino in competizione per il controllo dell’azione e che di fatto uno vada a prevalere sull’altro, generando una risposta a volte più funzionale a volte più impulsiva e meno adatta alle circostanze o al raggiungimento dei nostri scopi. Una consistente mole di studi neuroscientifici si è occupata di indagare l’esatta natura di questa competizione tramite modelli sperimentali, per comprendere sia gli specifici meccanismi che consentono il passaggio da un sistema all’altro e sia la tipologia di circostanze ambientali che favoriscono l’attivarsi e il predominare dell’uno sull’altro (Dolan & Dayan, 2013).

Studi condotti su popolazioni animali hanno evidenziato come la messa in atto in modo ripetitivo e prolungato nel tempo di una stessa azione possa agevolare il passaggio dal sistema goal-directed al secondo, quello più legato ad abitudini e ad automatismi, sebbene si è rivelato sorprendentemente difficile indurre sperimentalmente delle abitudini negli individui (Wit, Kindt, Knot et al., 2018). La ragione principale per la quale si è rivelato così difficile studiare e comprendere la formazione dei  comportamenti abitudinari nei soggetti sperimentali risiede nel fatto che, sebbene questi ultimi sviluppino delle abitudini, queste vengono spesso mascherate dai processi del sistema goal-directed. Infatti, nei modelli sperimentali utilizzati si osserva come uno stimolo possa innescare la preparazione di una risposta ad esempio motoria e come questa preparazione potrebbe non essere poi direttamente espressa con un’azione automatica, ma potrebbe essere sostituita dall’altro sistema, ancor prima di essere implementata. L’azione finale osservata è quindi frutto del sistema uno o del sistema due?

La preparazione motoria di un’azione si verifica indipendentemente e sistematicamente molto prima, in termini di tempo, rispetto alla sua realizzazione concreta all’esterno (Haith, Pakpoor et al., 2016). Pertanto, in termini sperimentali di laboratorio, ci si aspetta che il sistema decisionale più automatico possa selezionare l’azione più rapidamente, mentre l’altro sistema, essendo più raffinato, richieda una quantità di tempo maggiore e che di conseguenza, una limitazione del tempo a disposizione per i soggetti richiesto per la preparazione di un’azione potrebbe prevenire l’attivazione del sistema goal-directed, svelando la presenza di abitudini latenti.

 Tale ipotesi è stata indagata da Hardwick, Forrence, Krakauer del dipartimento di neurologia dell’Università John Hopkins di Baltimora, nell’ultimo studio recentemente pubblicato su Nature Human Behaviour. Per circa quattro giorni, i ricercatori hanno istruito 22 soggetti sperimentali a rispondere più velocemente possibile all’apparire di uno stimolo visivo neutro in rapida successione – una lettera dell’alfabeto fenicio – premendo il bottone corrispondente. Lo scopo era quello di agevolare i soggetti nel compito di associazione visuomotoria e far sì che l’azione motoria (premere il bottone), al comparire dello stimolo visivo sullo schermo, diventasse automatica e di conseguenza una procedura automatica, ossia un’abitudine. Come atteso, la pratica prolungata nel tempo del compito ha portato i soggetti ad un miglioramento delle prestazioni, misurate tramite una significativa riduzione dei tempi di reazione all’apparire dello stimolo (Hardwick, Forrence, Krakauer et al., 2019).

A questo punto, gli autori hanno introdotto all’interno del compito dei trial specifici per indurre nei soggetti sperimentali una risposta “forzata”, cioè per costringerli ad implementare l’azione motoria di risposta allo stimolo visivo in un intervallo di tempo più dilazionato rispetto ai precedenti trial. Per ogni trial di risposta “forzata” i partecipanti erano stati istruiti a sincronizzare la loro risposta motoria con la comparsa di un tono, mentre gli stimoli visivi neutri venivano presentati in modo random. Tale procedura è stata inserita per evitare che i soggetti avessero una quantità di tempo sufficiente per processare lo stimolo visivo, che appariva sullo schermo per meno di 300 millisecondi prima che terminasse il suono. I soggetti sono stati quindi essenzialmente costretti ad “indovinare” il momento esatto in cui premere il bottone senza alcun tipo di riflessione (Hardwick, Forrence, Krakauer et al., 2019).

Le evidenze dello studio hanno messo in luce come per ogni trial visuomotorio in combinazione con quello di risposte “forzate”,  i partecipanti riducessero significativamente la latenza alla quale essi avrebbero potuto selezionare e preparare la risposta motoria, evidenziandone l’automaticità. I dati hanno altresì prodotto una ulteriore comprensione della natura della competizione tra i due sistemi decisionali, sottolineando come questi competano tra di loro per stabilire quale tra un’azione goal-directed e un’abitudine debba essere preparata e rapidamente implementata in ragione del cambiamento del contesto, in questo caso del task. Nonostante vi siano diversi goal, diversi scopi da perseguire in parallelo – in questo caso rappresentati dalle diverse istruzioni date ai soggetti sperimentali – soltanto una e una sola azione è stata implementata come già dimostrato in precedenza da Dekleva, Kording e colleghi (2018).

I risultati ottenuti sono risultati coerenti anche con il modello per il quale i processi di preparazione e inizio di un’azione avvengano separatamente; infatti, nonostante la risposta automatica sia in ogni caso preparata, non è necessariamente detto che questa sia poi implementata. Lo studio ha messo in luce come un breve intervallo di tempo consente la dissociazione tra la preparazione e l’inizio dell’esecuzione di un’azione e quindi il passaggio da una abituale ad una goal-directed e viceversa (Hardwick, Forrence, Krakauer et al., 2019).

Pertanto sembrerebbe che i comportamenti automatici possano essere “indotti” riducendo precocemente l’intervallo di tempo tra la preparazione dell’azione e la sua implementazione effettiva, intervallo così prolungato da compromettere al contempo l’intervento del sistema goal-directed. Il ripristino di un intervallo di tempo sufficiente tra la preparazione dell’azione e sua realizzazione permette al soggetto di “ignorare” la tendenza a compiere azioni più automatiche in quanto ha tempo sufficiente per un comportamento più “ragionato” e funzionale al contesto.

Quindi in caso di arrabbiature, prima di reagire ed evitare problemi, fate un bel respiro e contate fino a dieci.

Forum della Ricerca in Psicoterapia: il video della prima giornata – Riccione 2019

Stimolare una riflessione su come la concettualizzazione, la condivisione, la strategia e la tecnica interagiscano tra loro all’interno del processo terapeutico: il Forum della Ricerca in Psicoterapia 2019 “Dalla concettualizzazione condivisa del caso alla terapia”

 

Forum della Ricerca in Psicoterapia 2019 “Dalla concettualizzazione condivisa del caso alla terapia” 10-11 maggio 2019, Riccione. Il Forum della Ricerca in Psicoterapia è un convegno biennale organizzato dalle scuole Studi Cognitivi, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Scuola Cognitiva di Firenze, Psicoterapia e Scienze Cognitive in cui gli allievi delle diverse scuole hanno l’opportunità di presentare e discutere i propri lavori di ricerca e casi clinici e ricevere revisioni da parte di ricercatori e clinici di comprovata esperienza. Quest’anno il Forum della Ricerca in Psicoterapia ha avuto come obiettivo quello di stimolare una riflessione su come la concettualizzazione, la condivisione, strategia e tecnica interagiscano tra loro all’interno del processo terapeutico. Il Forum della Ricerca in Psicoterapia 2019 “Dalla concettualizzazione condivisa del caso alla terapia” ha il fine di promuovere un confronto tra le diverse prospettive cognitive, una maggiore interazione tra clinica-formazione-ricerca, una riflessione critica sui progressi scientifici nell’ambito della psicoterapia cognitiva, la realizzazione di disegni di ricerca che possano avere rilevanza in ambito clinico e un’analisi critica della concettualizzazione e gestione dei casi clinici.

 

E che i giochi comincino! – Il video della prima giornata del Forum della Ricerca in Psicoterapia 2019 di Riccione:

 

 

Intervista a Giovanni Allevi: musica significa infrangere le regole consolidate

Paura e desiderio, immaginazione e mistero, individualità e futuro. La musica: un viaggio mentale complesso e articolato, chiave d’accesso verso territori nuovi ed incontaminati.

 

 Intervistatore (I): Quando è nato il Suo amore per la musica?

Giovanni Allevi (GA): Più che di amore, parlerei di paura e desiderio insieme. La scintilla è scattata da piccolo, quando i miei mi vietarono di toccare il pianoforte, chiudendolo a chiave. Andavo alle elementari e il mio pensiero fisso a scuola era di tornare a casa, trovare la chiave ed infrangere il divieto. Ancora oggi, per me la Musica significa infrangere delle regole consolidate, per trovarmi in un territorio nuovo ed incontaminato.

(I): Gli antichi Greci sono stati i primi musico-teorici ad accorgersi dell’influenza della musica sulla mente. Che effetti ha prodotto la musica su di Lei, durante l’adolescenza, interamente dedicata allo studio dell’armonia?

(GA): Ciò che chiedevo alla musica non era tanto la breve e fugace emozione. Io bramavo il viaggio mentale, il sogno, complesso e articolato. Solo la musica classica-sinfonica, con le sue architetture dilatate, appagava questo mio desiderio di appartarmi in un mondo parallelo. Taciturno, timidissimo e riservato, apparivo ai miei coetanei come un totale disadattato. Oggi credo che il germe del futuro e dell’Innovazione si conservi nel cuore delle persone incomprese ed inconsuete.

L’INTERVISTA PROSEGUE DOPO LE IMMAGINI:

Giovanni Allevi: l'amore per la musica, tra paura e desiderio - Intervista IMM.1

 

Giovanni Allevi l amore per la musica tra paura e desiderio - Intervista IMM.2

(I): Edgar Willems, musicologo belga del secolo scorso, ha scritto che la musica è per tutti: ognuno di noi può sviluppare un orecchio musicale, perché la musica è accessibile, oggi anche facilmente reperibile, se pensiamo alle infinite piattaforme di streaming. Nel caso della musica classica è davvero così? Secondo Lei, ne possono fruire tutti così come la musica pop?

(GA): Che la musica sia per tutti è una affermazione figlia della nostra società conformista, dove l’importante è che masse di persone abbiano gli stessi gusti e pensieri, meglio se non troppo fantasiosi. No, la vera musica è per l’individuo, sollecita la sua unicità ed irripetibilità, non ha nulla a che vedere con il consenso collettivo. Per questo adoro la musica classica, e assieme ad essa tutte le manifestazioni artistiche e letterarie che aprono una porta al mistero e all’incomprensibile. L’essere umano è molto più complesso di quanto si creda: la sua anima può sfiorare l’immensità.

(I): Dirigendo musicisti che provengono da ogni parte del mondo, come riesce a metterli insieme?

(GA): Esaltando le loro caratteristiche peculiari. Alcune culture sono inclini alla ritmica, altre al sincronismo nell’insieme, altre ancora all’espressività melodica. Nel corso degli anni ho sviluppato un approccio maieutico alla direzione d’orchestra: non impongo mai la mia visione delle cose, ma pongo il musicista che ho davanti a me, nelle condizioni di esprimere al massimo la propria unicità.

 (I): Quanto i sistemi extralinguistici, come il linguaggio del corpo e la mimica facciale, influenzano la musica?

(GA): Per come è strutturata oggi la fruizione della musica, sembra che essa non possa più essere svincolata dall’immagine dell’interprete, con la sua corporeità e gestualità. Eppure continuo a credere che la musica, nella sua purezza originaria, si giochi tutta sul pentagramma, in una dimensione che è precedente la sua rappresentazione visiva, o la sua espressività emotiva.

(I): Per comporre musica, La deve immaginare. Come si fa ad immaginare un suono ancora prima di sentirlo?

(GA): Così come noi possiamo immaginare una frase parlata o addirittura un colore senza vederlo, è possibile pensare un frammento sinfonico, farlo suonare nella mente e contemplarlo in ogni suo aspetto. La cosa più difficile non è tanto immaginare un suono, ma lasciarlo andare, seguire le strade che esso vuole intraprendere interferendo il meno possibile.

(I): Nel tempo libero, che musica ascolta? Sono cambiati i Suoi gusti durante la crescita?

(GA): Ascolto pochissima musica. Lo sforzo mentale e la concentrazione durante la composizione musicale sono talmente impegnativi, che quando posso preferisco immergermi nel silenzio. Sono comunque attratto dai grandi capolavori del passato, (siano essi del periodo romantico che del Rinascimento), sempre nell’ottica di coglierne lo spirito e riproporlo in forma nuova nel presente.

 

L’alimentazione emotiva. La soluzione DBT per rompere il cerchio delle abbuffate (2019) di D. L. Safer, S. Adler e P. C. Masson – Recensione del libro

L’ alimentazione emotiva è un manuale dedicato a tutte quelle persone insoddisfatte del loro rapporto con l’alimentazione e per cui il ricorso al cibo sembra un istinto poco controllabile, un automatismo irrazionale volto alla gestione del disagio emotivo.

 

L’obiettivo principale di questo programma è quello di farvi ottenere la vita che desiderate, la qual cosa comprende la fine delle abbuffate e degli altri comportamenti problematici legati a esse.

È con queste parole che Safer e collaboratori introducono il programma terapeutico di auto aiuto, da essi ideato, per far fronte ai comportamenti di alimentazione emotiva e incontrollata, presentato nel testo L’ alimentazione emotiva. La soluzione DBT per rompere il cerchio delle abbuffate.

Il manuale è dedicato a tutte quelle persone insoddisfatte del loro rapporto con l’alimentazione e per cui il ricorso al cibo sembra un istinto poco controllabile. Si parla, infatti, di abbuffata in termini generali, in modo da comprendere anche le situazioni in cui non vi sono abbuffate vere e proprie, ma comunque un ricorso al cibo poco funzionale. Attraverso tredici capitoli, gli autori accompagnano l’individuo alla comprensione della propria problematica, all’esplorazione delle dinamiche di funzionamento, al cambiamento effettivo del comportamento e, quindi, al miglioramento della qualità di vita percepita. Tutto questo attraverso uno stile colloquiale chiaro ed esplicativo, rivolto direttamente agli interessati, che crea la percezione di un clima dinamico e collaborativo. Il lettore si sente coinvolto fin dal principio nel processo terapeutico, il che influisce in modo positivo sulla motivazione personale.

La base teorica sulla quale è costruito il percorso è la Terapia Dialettico Comportamentale (Dialectical Behavior Therapy, DBT), ideata da Marsha Linehan. Efficace nel trattamento degli impulsi e della disregolazione emotiva, ne vengono qui estrapolati alcuni principi base e adattati alla sfera dell’ alimentazione emotiva.

Primo fra questi il modello di spiegazione del meccanismo della problematica, che vede il ricorso al cibo quale automatismo irrazionale volto alla gestione del disagio emotivo. L’alimentazione critica viene quindi descritta come un comportamento appreso, divenuto abitudine, che scatta inconsapevolmente nei momenti in cui si percepisca sofferenza o uno stato interno disagevole e che, nonostante dia un temporaneo sollievo, comporta successivamente conseguenze negative, sia fisiche sia emozionali, che intrappolano la persona in un circolo vizioso. A fronte di questo presupposto, altro elemento cardine è l’insegnamento di abilità comportamentali alternative di gestione del dolore, come spiegato fin dal principio:

avrete molte, molte altre abilità per far fronte alle vostre emozioni. Questo cambierà il vostro rapporto con il cibo e vi aiuterà a vivere una vita più sana e felice.

Esse sono le abilità di Mindfulness, per aumentare la consapevolezza di ciò che sta accadendo realmente nel qui e ora, la Regolazione dell’emozione, che mira a sviluppare accettazione dei vissuti interiori e ad apprendere modi per influenzare le emozioni, diventando così meno vulnerabili a esse, e la Tolleranza della sofferenza, che insegna ad affrontare il disagio in modi diversi dal seguire un impulso, che diano cioè il tempo sufficiente per riflettere e compiere scelte più utili. Oltre alla trasmissione di queste nuove capacità, l’obiettivo è anche quello di aiutare le persone a essere meno vulnerabili alle situazioni critiche e alle emozioni per loro difficili, allargando il trattamento anche alla cura del proprio stile di vita. La genesi della problematica viene infatti spiegata secondo il modello biosociale, che include fattori sia caratteriali sia ambientali. Nel momento in cui il lettore riconosce di essere particolarmente sensibile a situazioni critiche o emozioni scomode, e di rispondervi, senza accorgersene, seguendo impulsi volti a soffocare il disagio, può ricercare una svolta più ampia, che porti maggiore stabilità ed equilibrio nella propria vita. In poche parole, una minore vulnerabilità alle criticità quotidiane.

In tutto il manuale, è possibile notare la sensibilità con cui Safer e colleghi affrontano tali tematiche delicate. L’attenzione è sempre rivolta a normalizzare la problematica e a trattarla semplicemente quale abitudine comportamentale, che è quindi possibile rendere meno automatica e più controllabile e sostituire con altre abitudini più salutari. Altro aspetto degno di nota è la presenza di casi clinici. Dall’inizio del libro sono introdotti alcuni soggetti, la cui terapia è poi svelata man mano che si procede con la lettura. Mettere a disposizione esempi di situazioni reali, parole di persone che hanno affrontato il loro problema tramite le stesse metodologie proposte, rende più concreto, più comprensibile e più agevole il programma in esame.

Per incrementarne ulteriormente la praticità, il libro è strutturato proprio come un percorso terapeutico, graduale e suddiviso in passi settimanali: è necessario affrontare ogni capitolo e impegnarsi nell’acquisire le abilità nell’ordine presentato, in quanto le iniziali fungono da base per le successive. Per ogni argomento è proposta una parte teorica di spiegazione e una parte esperenziale. Nella prima, spesso vengono poste domande dirette che aiutano il lettore a identificare i concetti trattati all’interno della propria vita. Gli esercizi sono riportati in schede apposite, con tanto di esempi di risposte. Al termine di ogni capitolo, inoltre, vengono presentati un riassunto e i compiti della settimana, che generalmente sono focalizzati sull’allenamento e sul rafforzamento delle abilità. Interessante notare come siano anche inclusi dei momenti di revisione, in cui il lettore è accompagnato nell’inquadramento e nella valutazione del punto raggiunto, con conseguente prosecuzione o revisione di aspetti critici.

Gli autori non mancano di dedicare spazio anche al tema delle ricadute, sottolineando che l’incorrere nuovamente in un comportamento problema non implica il fallimento. Essi insistono sul fatto che i lettori possano in ogni momento utilizzare le loro abilità per far fronte ai momenti di maggiore difficoltà, partendo proprio dalle prime acquisite. Il suggerimento dato, al termine del libro, è quello di prevenire le situazioni critiche, individuando quei contesti che portano maggiore vulnerabilità e progettando un piano per affrontarli, con anche l’utilizzo di tecniche di visualizzazione.

Riassumendo, il testo risulta una guida di auto aiuto ben definita al trattamento di tutti quei comportamenti disfunzionali che rientrano nella sfera dell’ alimentazione emotiva e incontrollata. Il programma proposto è ben strutturato e facilmente realizzabile grazie alla dotazione di tutte le componenti necessarie. Nonostante sia rivolto ad un pubblico non professionista, può risultare anche un aiuto all’esperto del settore, in quanto fornisce interessanti spunti operativi e materiale direttamente utilizzabile.

 

Quaderno di Decompressione per persone sensibili (2019). Come preservare la nostra zona di benessere – Recensione del libro

Il Quaderno di Decompressione per persone sensibili è proprio come se fosse un quaderno di esercizi, esercizi per il cambiamento delle abitudini che ci fanno soffrire.

 

Fermati un attimo. Prova a riflettere sulla tua giornata (a cosa è successo o a quello che ancora deve accadere). Sono sicura che, per la maggior parte di noi, quella che si prospetta è una giornata fitta di impegni. Non è facile stare al passo con un mondo che oggi ci riempie di stimoli e ci richiede di stare continuamente connessi (a Instagram, Facebook o qualsiasi altro social network). Per alcune persone, quelle che Nicoletta Travaini, psicologa clinica e psicoterapeuta, definisce persone sensibili, ancora di più.

Le persone sensibili dimostrano una “sensibilità della elaborazione sensoriale” (Aron et al., 2014) dovuta ad un’elevata attivazione di alcune specifiche aree cerebrali (il claustrum destro, l’area occipitotemporale sinistra, la corteccia temporale, e le regioni parietali mediali e posteriori) e dell’emisfero destro. Le persone sensibili tendono a reagire alle esperienze in modo più intenso rispetto alla media della popolazione e sono soggette a un sovraccarico percettivo, che può portarle a vivere un senso di sopraffazione e perdita di controllo. Sono però anche capaci di un’elaborazione più profonda, sono attente ai dettagli e il loro pensiero è ramificato, divergente, hanno un’attività immaginativa e una vita onirica molto ricca. Insomma è come se “sentissero tutto un po’ di più”. Capiamo bene come questo possa essere rischioso in un mondo che ci richiede di non fermarci mai, di mostrare sempre la versione migliore di noi (ovviamente, quella senza difetti e sempre efficiente).

Zona di benessere, zona di rischio e zona di crollo

Nel suo ultimo libro, Quaderno di Decompressione per persone sensibili, Nicoletta Travaini ci ricorda dunque come sia facile cedere sotto il peso di tutte queste richieste (spesso implicite, ma comunque presenti) e ritrovarci in quella che l’autrice definisce una zona di crollo, quella zona in cui non stiamo bene, siamo sotto stress e il nostro livello di tolleranza è al limite, così che anche “la cosa più piccola potrebbe farci esplodere”.

Ma attenzione! Alla zona di crollo si arriva quando non siamo stati capaci di ascoltare i segnali di stop che il nostro corpo ci ha inviato. Sì perché tra la zona di benessere e la zona di crollo troviamo la zona di rischio, in cui siamo pericolosamente vicini al burnout, ma comunque in grado di cambiare le cose.

Come fare? Ci aiutano gli esercizi che troviamo nel Quaderno di Decompressione. Obiettivo delle pratiche suggerite dalla Dott.ssa Travaini è quello di aiutarci a raggiungere e a preservare la nostra zona di benessere, intesa come quella dimensione in cui ci troviamo in uno stato di appagamento, concentrati, coinvolti in quello che stiamo facendo, siamo creativi e sereni.

Quaderno di Decompressione per persone sensibili

Il Quaderno di Decompressione per persone sensibili è qualcosa di più di una guida pratica, si propone di essere “un vero amico immaginario” che sprona, accompagna nell’allenarsi e dà sollievo.

Poca la teoria, una rapida introduzione che ci aiuta a capire chi siamo e dove siamo, e poi via! Con poche, semplici parole vengono presentati gli esercizi che la Dott.ssa Travaini ha testato con i propri pazienti e su se stessa nel corso di questi anni. Il resto delle pagine è bianco. Sarà il lettore a scegliere come utilizzare il Quaderno di Decompressione, quali esercizi svolgere, con quale frequenza. L’invito dell’autrice è ad essere liberi, spontanei, creativi in un qualche modo ci sta già accompagnando a prendere contatto con la nostra zona di benessere.

Creatività quindi e poi gentilezza (perché cambiare non è semplice e richiede molti tentativi), continuità e consapevolezza, sono questi gli “ingredienti” che ci guidano verso il cambiamento, alla conquista di un atteggiamento di maggiore attenzione verso la nostra delicatezza e di protezione verso la nostra zona di benessere.

L’uso del Quaderno di Decompressione ci consente dunque di acquisire strategie più sane ed evolute di gestione dello stress. Solo quando avremo consolidato queste nuove abitudini (e non preoccupatevi non ci vuole troppo tempo, in media sono necessarie 10 settimane di esercizio per apprendere un nuovo comportamento) potremo sostituire le vecchie ed uscire finalmente da quegli schemi che tendiamo a ripetere in maniera automatica, ma che in realtà non ci fanno stare bene.

 

Genitori e figli: quando sono i toni ad essere sbagliati

Modalità brusche di comunicare fra genitori e figli rischiano di compromettere i benefici che si potrebbero trarre da una sana comunicazione, finendo per intaccare la qualità della relazione stessa.

 

“Sarà pur vero ciò che dice, ma sono i toni ad essere sbagliati”. Quante volte abbiamo sentito dire o ci siamo sentiti dire questa frase? Quando ci si relaziona con persone che utilizzano un tono di voce brusco ed aggressivo viene naturale la tendenza a soffermarsi sulle modalità utilizzate per comunicare, piuttosto che sul contenuto del discorso. Inoltre, questo ci porta a valutare negativamente la persona che ci sta parlando con fare direttivo. In particolare, quando queste situazioni si verificano fra genitori e figli, si rischia di compromettere i benefici che potrebbero trarsi da una sana comunicazione, finendo per intaccare la qualità della relazione stessa. A tal proposito, un recente studio ha voluto indagare come cambiano le risposte dei figli adolescenti alle richieste fatte dalle mamme, in base all’utilizzo di tono di voce diversi.

Lo studio ha coinvolto un campione di 1000 adolescenti, maschi e femmine, tra i 14 e i 15 anni. I partecipanti, in maniera random, sono stati sottoposti all’ascolto di messaggi espressi in maniera direttiva, supportiva o neutrale, da parte di adulti. Ogni partecipante ha ascoltato messaggi comunicati con uno solo dei tre toni utilizzati. La modalità direttiva era volta a trasmettere controllo, pressione e costrizione con la finalità di spingere all’azione e di mettere in atto la richiesta. La modalità supportava era volta a suscitare incoraggiamento, sostegno e opportunità di scelta. In seguito all’ascolto dei messaggi, ogni ragazzo ha compilato un sondaggio che indagava la risposta emotiva e comportamentale alla ricezione dei messaggi, immaginando come si sarebbero sentiti se i messaggi fossero stati comunicati dalle proprie mamme con quel tono di voce.

I risultati evidenziano come un diverso tono di voce produca differenti risposte a livello emotivo, comportamentale e relazionale. In particolare, un tono di voce direttivo sembrerebbe suscitare risposte emotive negative e risposte comportamentali controproducenti nei ragazzi, che non aderirebbero alle richieste fatte dai propri genitori; al contrario un tono di voce supportivo sembrerebbe produrre risposte emotive positive e risposte comportamentali maggiormente dirette all’ascolto genitoriale, anche rispetto all’utilizzo di un tono neutrale.

Dunque, sembrerebbe che il tono di voce sia uno strumento prezioso di cui siamo in possesso che, in alcuni casi, potrebbe addirittura determinare gli esiti di una comunicazione e di una relazione. Modularlo potrebbe risultare una carta vincente in ogni tipo di relazione. Difatti, dimostrarsi asseritivi e supportivi verso l’altro, permetterebbe a chi si ha di fronte, di sentirsi considerato e rispettato nei suoi bisogni. Questo, inevitabilmente, lo predisporrebbe positivamente nei nostri confronti e nell’ascolto delle nostre richieste.

 

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