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Adolescenza: una rottura dei confini diagnostici

Uno studio per riconfigurare le categorie diagnostiche classiche del DSM 5 e ICD 10 combinando dati comportamentali e di neuroimaging per far luce sulla diretta associazione tra misure cerebrali strutturali e funzionali in una popolazione adolescenziale senza far ricorso alle categorie diagnostiche psichiatriche tradizionali.

 

Si sa, l’adolescenza è un periodo molto complesso e delicato: essa infatti rappresenta il momento critico in cui si cominciano a costruire le basi della nostra personalità e cominciano a maturare e a strutturarsi tutte quelle caratteristiche e capacità che ci accompagneranno per tutta la vita adulta.

Per questa ragione, come tutti i periodi di transizione e sviluppo, essa è anche la fase di maggior vulnerabilità e di rischio per l’esordio di una psicopatologia in quanto da un punto di vista biologico questa coincide con le maggiori riorganizzazioni e cambiamenti cerebrali soprattutto in termini strutturali di materia bianca e grigia e di connessioni funzionali nelle aree limbiche e prefrontali (Kessler, Amminger et al., 2007).

I comportamenti spesso stravaganti e impulsivi degli adolescenti, i loro pensieri bizzarri, le loro emozioni manifestate in modo incontrollato ed estremo spesso sono il riflesso di questo periodo di maturazione nel quale gradualmente si stanno affinando i meccanismi prefrontali di controllo, di regolazione e di pensiero.

Date queste premesse, molte ricerche hanno messo in luce come gli interventi e i trattamenti psicologici implementati durante questa finestra temporale di sviluppo possano risultare maggiormente efficaci per prevenire o comunque ridurre la probabilità di un esordio psicopatologico in età adulta dove spesso la gravità sintomatologica, non trattata precocemente, raggiunge il suo picco ed è in molti casi tale da compromettere il funzionamento globale dell’individuo in modo permanente (Drysdale, Grosenick et al., 2017).

L’ostacolo maggiore che impedisce l’azione nello stadio adolescenziale risiede nel fatto che i segnali psicopatologici ravvisabili in questo periodo sono spesso a-specifici e frutto di una commistione piuttosto ampia di fattori non solo biologici o psicologici, per cui risulta molto difficile identificare in modo non ambiguo i marcatori precoci di un disturbo psicologico in sviluppo.

A questo si associa anche la difficoltà nel fornire, durante l’adolescenza, una diagnosi che sia affidabile, precisa e inequivocabile a cui far seguire un intervento ad hoc, diagnosi che allo stesso tempo tenga conto dei notevoli e rapidissimi mutamenti che necessariamente si verificano in questo periodo di transizione e che sia pertanto, rispetto a quella adulta, più dimensionale che categoriale (Drysdale, Grosenick et al., 2017).

Da questi presupposti, è nata l’esigenza di esplorare nuovi approcci e tecniche di valutazione diagnostica che considerino la mutevolezza delle riorganizzazioni biologiche e psicosociali dell’adolescenza, identificando nuove metodologie che possano fornire elementi e misure più oggettive che non si basino esclusivamente sulla semplice descrizione fenomenica del disturbo, costituito prevalentemente da cluster sintomatologici e “costretto” da etichette categoriali.

La sfida maggiore che si presenta nel momento in cui si tenta la rottura dei confini diagnostici in favore della costruzione di una più ampio e omogeneo raggruppamento di sintomi transdiagnostici che possano essere tra di loro omogenei e condividere basi più oggettive potrebbe risiedere nella combinazione significativa delle evidenze biologiche e comportamentali.

L’idea da cui nasce lo studio di portata internazionale a cui hanno partecipato Ing dell’istituto di Psichiatria, Psicologia e Neuroscienze del King’s College di Londra, Sämann dell’istituto di Psichiatria e di Neuroimaging del Max Planck Institute, e di Paillère Martinot del dipartimento di Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza della Sorbonne Université, pubblicato recentemente su Nature Human Behaviour, è quella di riconfigurare le categorie diagnostiche classiche del DSM 5 e ICD 10 combinando dati comportamentali e di neuroimaging per far luce sulla diretta associazione tra misure cerebrali strutturali e funzionali in una popolazione adolescenziale senza far ricorso alle categorie diagnostiche psichiatriche tradizionali.

Lo scopo di questa ricerca è stata in primo luogo la dimostrazione dell’efficacia di una nuova metodologia che potesse combinare le risposte di adolescenti, dai 14 ai 19 anni, raccolte durante l’intervista psichiatrica DAWBA (Development and WellBeing Assessment, Goodman, Ford, Richards et al., 2000), con i dati morfologici ottenuti tramite la VBM, la voxel-basedmorphometry (Ashburner, 2007) e quelli funzionali relativi alla connettività tra network cerebrali mappati tramite fMRI e in secondo luogo la validazione di un nuovo e potenziale approccio per l’identificazione precoce di differenze o anomalie nei substrati neurali che sottostanno specifici gruppi di sintomi.

A parere degli autori infatti, le evidenze neurali che se ne ricaverebbero potrebbero costituire quei marker biologici predittivi di un esordio psicopatologico e quei segni oggettivi in grado di raffinare e sistematizzare in maniera più oggettiva e particolareggiata la diagnosi psichiatrica e di guidare con precisione ed efficacia gli interventi che la seguono prima ancora che il disturbo possa svilupparsi completamente.

A seguito delle analisi, Ing e colleghi (2019) hanno sottolineato la presenza di due distinti pattern cerebrali, non sovrapponibili, che rispettivamente correlano con due diversi cluster di sintomi psichiatrici: il primo cluster abbraccia prevalentemente sintomi legati all’area ansiosa e depressiva, il secondo è costituito da sintomi più legati a deficit nelle funzioni esecutive.

Ad esempio, i sintomi che canonicamente sono associati alla sfera ansiosa e depressiva, rispetto altri sintomi rilevati dalla DAWBA, hanno mostrato una correlazione significativa con una riduzione di volume della materia grigia del giro temporale e con un incremento a livello funzionale della connessione tra la rete di default-mode e il cervelletto (Ing, Sämann et al., 2019).

Tale evidenza risulta consistente con lo studio di Ray, Gross, Ochsner e colleghi (2005), il quale ha evidenziato come la rete di Default Mode risulti primariamente responsabile dell’ipermonitoraggio interno e dell’eccessiva concentrazione verso gli stati interni osservati negli individui con depressione maggiore

Concludendo, al di là della descrizione delle specifiche correlazioni ottenute, tramite la scoperta di queste correlazioni tra substrati neurali e dati comportamentali in una vasta popolazione di adolescenti, si preme mettere in luce come gli autori del presente studio abbiano di fatto identificato e caratterizzato i marker biologici precoci e predittivi di una potenziale manifestazione psicopatologica in età adulta, sostanziando con nuovi dati l’approccio che si muove progressivamente verso il superamento della tassonomia psichiatrica classica (Ing, Sämann et al., 2019).

 

Il mercato della seduzione: un’analisi del lato dell’offerta e di quello della domanda

Quali sono le leggi che governano la scelta di acquistare un bene e in quale misura? Perché i consumatori acquistano certi articoli e non altri? Il ruolo della seduzione in questo processo complesso.

 

L’attuale pervasività della seduzione, che tracima quella erotica e quella artistica, propone di pensare nel presente contributo alla seduzione anche in termini economici e, in particolare, come a una caratteristica di alcuni mercati. Di questi ultimi verranno presi in esame il lato dell’offerta – dove operano le imprese – e il lato della domanda – quello dei consumatori, che costituiscono l’unità economica fondamentale che determina quali beni vengono acquistati e in quale misura.

Quali sono le leggi che governano tali scelte? Perché i consumatori acquistano certi beni e non altri?

Sulla base della presente interpretazione, in tale passaggio subentra il ruolo della seduzione. Essa, poi, viene potenziata – ad esempio, attraverso la viralizzazione – su entrambi i lati del mercato attraverso le tecnologie digitali. Una delle ipotesi qui formulata è che, nell’arena economica, la seduzione non sia più esclusivamente creatività, ma anche razionalità economica e tecnologia che si evolve a ritmi rapidissimi. Le imprese trasformano i fattori produttivi (input) in prodotti (output). Il processo produttivo è fortemente condizionato dal progresso tecnologico, cioè dallo sviluppo di nuovi e migliori tecnologie produttive volte all’aggiornamento dei prodotti esistenti ovvero alla produzione di prodotti del tutto nuovi. Quindi l’innovazione può essere di processo o di prodotto. In entrambi i casi, essa avanza a ritmi molto rapidi.

Secondo l’interpretazione qui adottata, la seduzione agisce sul processo produttivo dell’impresa in una duplice forma: come fattore produttivo e come avanzamento tecnologico. La razionalità dell’“agente economico-impresa” – che impone la massimizzazione del profitto – si avvale della seduzione per avvantaggiarsi sui competitor e creare barriere all’entrata sul mercato da parte di potenziali imprese concorrenti, creando architetture di prodotto sempre nuove e con crescente appeal per affabulare e lusingare le preferenze del consumatore. Ma c’è di più, bisogna considerare la reputation building dell’impresa, che è un processo di lungo periodo, ma che crea valore economico. Allora la seduzione, attraverso una continua innovazione di processo e di prodotto, dà un ulteriore vantaggio competitivo all’impresa in termini reputazionali. Ecco dunque che gli animal spirits (gli istinti dell’imprenditore) fiutano e scovano nuove idee, risorse, forme di marketing per creare valore economico sollecitando e solleticando la domanda di mercato. La seduzione assolve dunque un ruolo centrale.

La forza dell’impresa di frontiera va ricercata, in primo luogo, nella differenziazione del prodotto a contenuto seduttivo, che dà all’impresa stessa potere di mercato. Le specificità del prodotto rinviano sostanzialmente alla mappa delle preferenze dei consumatori, alla capacità di intercettarle da parte dell’impresa e di condizionarle mediante le attività di esercizio di soft power. Quest’ultimo si traduce nell’evocazione di uno status symbol, qualsiasi esso sia: da quello in cui si identifica il nerd a quello di chi si riconosce nel lusso e nell’esclusivo. Infatti è l’evocazione di un “simbolo” l’attività promozionale per eccellenza. L’obiettivo ultimo della seduzione è la fideizzazione e l’identificazione dei consumatori verso un determinato brand. E’ verosimile di conseguenza ipotizzare che il consumatore affabulato e manipolato dal prodotto ad alto contenuto seduttivo esibisca una struttura forte delle preferenze verso di esso, che rende scarsa l’elasticità della domanda rispetto al prezzo. Tale rigidità della domanda al prezzo eleva ulteriormente le barriere all’entrata nel mercato.

Passando al lato della domanda – i consumatori – si può affermare che innati nell’uomo sono piacersi, piacere al prossimo, appagare i suoi sensi tramite il piacere. In tutti e tre questi momenti la seduzione è all’opera. Sulla domanda di mercato agiscono numerosi fattori che spiegano come non ci sia nulla di più seduttivo della seduzione. Tali fattori possono ricondursi a branche limitrofe dell’economia, che si intrecciano inestricabilmente con la psicologia: l’economia cognitiva, l’economia comportamentale, l’economia dell’attenzione.  La domanda di mercato è trasversale poiché è la mappa delle preferenze di ciascun consumatore a stabilire il prodotto e il brand che la/lo seduce e in cui si riconosce. Lo street style, anche quando ricercato e sofisticato, e i prodotti di lusso o di fascia alta appartengono a segmenti di mercato molto diversi.

Inoltre, la domanda di beni e servizi a contenuto seduttivo verosimilmente è particolarmente elastica rispetto a fattori di ambiente: le condizioni socio-economiche, quelle politiche, le tradizioni culturali, la geografia. Di qui l’importanza per le imprese di profilare e georefenziare i consumatori. Esse trovano nei social network loro grandi alleati. Quale prodotto seduttivo seduce “chi”, “dove”, “a quale età”, “secondo quale tipologia di lavoro”, e così via.

Inoltre, prevalgono comportamenti imitativi: molte persone si sentono a proprio agio quando il loro paniere di consumi si appiattisce a quello che coincide con la moda statistica. In tal caso non vale tanto il prodotto che seduce lei/lui, ma quello a contenuto seduttivo per gli altri. Ciò crea il bias cognitivo dell’“effetto gregge” (herd behaviour) o “effetto carrozzone” (bandwagon effect), nonchè il senso di appartenenza a una certa community. Si ottiene di conseguenza un meccanismo autoalimentantisi che favorisce l’ampliamento della quota di mercato dell’impresa. A tale proposito, possiamo richiamare la celebre metafora di John Maynard Keynes sul “concorso di bellezza” (beauty contest) contenuta nella sua opera magna del 1936, The General Theory of Employment, Interest and Money (al capitolo 12), che racchiude la spiegazione di molti fenomeni di massa. In tale metafora, un giornale mette in palio un premio per chi sarà in grado di indovinare la ragazza vincitrice di un concorso di bellezza nel quale a votare sono gli stessi partecipanti al gioco a premi, “cosicché ciascun concorrente deve scegliere, non quei volti che egli ritenga più graziosi, ma quelli che ritiene più probabile attirino i gusti degli altri concorrenti”, a loro volta consapevoli dell’atteggiamento degli altri partecipanti. In questo esempio, “la nostra intelligenza è rivolta a indovinare come l’opinione media immagina che sia fatta l’opinione media medesima”. Pertanto, un consumatore che trova una propria sicurezza affidandosi ai gusti degli altri, tenderà a scegliere un prodotto ad alto contenuto seduttivo non per lui in particolare, ma quello che immagina sia per gli altri. La sua strategia è scegliere sulla base delle aspettative di quello che sceglieranno gli altri. Nella necessità di scommettere “al buio” su quello che preferiscono gli altri, una qualche peculiarità dell’oggetto di scelta – capace di attrarre l’attenzione della massa – può diventare un criterio-guida. Ciò può spiegare perché le più famose modelle internazionali, pur essendo bellissime, non sono perfette: hanno generalmente un’interessante imperfezione che diventa un “punto focale” (focal point) e, in tal senso, una forza che la distingue dalle altre.

 Servendoci dell’approccio psicologico, e rifacendoci a Gustave Le Bon, nella sua Psicologia delle folle (per la prima volta pubblicato a Parigi nel 1895), la tesi centrale è che negli individui che appartengono a una moltitudine si determina una regressione dell’attività psichica: diventano irrazionali, suggestionabili, istintivi, persino violenti. Acquistano una sorta di anima collettiva – una psicologia collettiva – per il solo fatto di appartenere alla massa. Tale anima li fa sentire, pensare e agire in un modo del tutto diverso da come ciascuno di loro – isolatamente – si sentirebbe, penserebbe e agirebbe. Certe idee, certi sentimenti nascono e si trasformano in atti soltanto negli individui costituenti una folla. Nella folla, quindi, gli individui annullano la propria personalità cosciente facendosi suggestionare e contagiare dalle idee e dai sentimenti della moltitudine: nella massa, l’individuo non è più se stesso, ma un automa alienato da sé.

Inoltre Le Bon sosteneva che nella folla l’esagerazione di un sentimento aumenta l’intensità di quest’ultimo per il fatto che, propagandosi molto in fretta – a causa della suggestione e del contagio -, quel sentimento è oggetto di un consenso diffuso che ne accresce la forza stessa, autoalimentandosi: ciò che nel digitale è la viralizzazione. Le Bon sosteneva inoltre che le folle si fanno influenzare più dalle immagini che dalle parole. Sono le prime che possono terrorizzarle o sedurle e indirizzarle nei comportamenti. Inoltre, egli asseriva, che non sono i fatti in se stessi che colpiscono l’immaginazione popolare, ma il modo in cui si presentano. Tali fatti devono scolpirsi tramite immagini avvincenti che riempiano la mente o addirittura diventano ossessive.
Con tali argomenti Le Bon già sottendeva ciò che poi sarebbe stato chiamato framing effect, come verrà illustrato più avanti, e dava spunti importanti a ciò che sarebbe stata chiamata “economia dell’attenzione”.

L’“effetto gregge”, traslato all’interno di un sistema economico, può essere pericoloso in quanto tende a creare bolle speculative. Le prime bolle speculative epocali, come quella dei tulipani nell’Olanda del Seicento, vengono brillantemente illustrate da Galimberti (2002). Il filo rosso sotteso in tutte le bolle è di natura psicologica. Esse nascono all’interno della sfera psicologica e hanno ricadute devastanti nella sfera economica. E se anche le strategie di seduzione di massa, in tutte le sue poliedriche forme – le vetrine risplendenti di colore, le mete turistiche da sogno, le cene al tramonto con panorami mozzafiato, i saldi e le promozioni, gli eventi rutilanti, ecc. – creassero una bolla all’interno di tale cosmo delle “cose ad alto contenuto seduttivo”? Il suo scoppio creerebbe uno shock sistemico del capitalismo consumistico.

La scelta dei prodotti a contenuto seduttivo può trovare una ulteriore giustificazione economica dall’impianto teorico di Kelvin Lancaster (1966) secondo cui – date la complessità e la gerarchia delle motivazioni/preferenze del consumatore -, le scelte di ognuno si fondano non sui beni “di per sé”, bensì sulle loro “proprietà intrinseche”. Sono proprio queste ultime lo specchio delle sue motivazioni soggettive. Ne segue che la variabile indipendente della funzione di utilità del consumatore è il “paniere di proprietà” possedute dai beni piuttosto che il “paniere dei beni”: il “paniere di proprietà” riflette il fattore motivazionale; il “paniere dei beni” è meramente strumentale al primo. Nel nostro caso, la proprietà precipua è la seduzione. La rilevanza che quest’ultima assume come caratteristica intrinseca del bene è ulteriormente rafforzata dalle condizioni ambientali e dalla tecnologia digitale.

E’ implicito che tutte le strategie di seduzione di massa hanno un contenuto manipolatorio. Una particolare tecnica è quella del framing (Kahneman e Tversky, 1984; Tversky e Kahneman, 1981). Nei processi decisionali, la formulazione di una cornice (frame) – cioè l’incorniciamento del set decisionale – influisce sul modo di processare le informazioni, sulle preferenze e, quindi, sulle scelte. Un’ampia evidenza empirica mostra che il modo in cui gli individui rispondono a un problema può dipendere esclusivamente dal modo in cui viene presentato/incorniciato il set di scelte disponibili. In altri termini, il framing effect tende a realizzare apparenti asimmetrie, una sorta di illusione ottica che non è neutrale sul risultato. Luoghi destinati al tempo libero (ristoranti, lounge bar, relais, spa, resort, bistrot, luoghi etnici, ecc.) creano un’atmosfera d’ambiente mediante il tipo di architettura, musica, luci, arredamento, colori, profumi, vegetazione. Il frame ricontestualizza il luogo trasformandolo da spazio fisico in atmosfera. E questo vale anche per la distribuzione: dal centro commerciale alla boutique. Luoghi architettati attraverso un artato mix di elementi in modo da creare un frame dei prodotti in vendita particolarmente lusinghieri per i contenuti seduttivi intrinseci nei beni. E’ evidente che l’individuazione di un focal point e la costruzione di un frame possono assolvere alla medesima funzione all’interno del processo decisionale del consumatore. La differenza è che il focal point è tale per le sue caratteristiche intrinseche; il framing effect è invece interpretabile come un gioco di specchi posizionati ad hoc.

A livello sistemico, Gilles Lipovetsky (2019) introduce il concetto di “capitalismo seduttivo”. Egli osserva che “Nelle democrazie avanzate si è sviluppata […] la società dei consumi di massa, inseparabile da una espansione senza precedenti delle operazioni seduttive nell’universo della produzione e della comunicazione, della distribuzione e della cultura. Seduzione del ‘sempre nuovo’, seduzione del progresso che viene considerato iperbolico, seduzione del benessere materiale, del tempo libero e dell’intrattenimento: l’economia consumistica si è affermata subito come un capitalismo di seduzione di massa” (pag. 109), “[…] come un’immensa ingegneria della seduzione” (pag. 215), come economia dell’attenzione.

Il primo a parlare di economia dell’attenzione è il premio Nobel Herbert Simon, che già nel 1971 scrive che la ricchezza di informazione disponibile consuma l’attenzione dei destinatari. Noi già investiamo la maggior parte di questa preziosa risorsa nello svolgere compiti quotidiani; inoltre, l’economia digitale e il crescente stock di big data accrescono la necessità di attenzione attraverso l’elaborazione di una quantità di informazione assai superiore che in passato. Le informazioni comportano dei costi poiché implicano i tempi di ricerca, di acquisizione, di selezione, ecc. (c.d. costi transazionali). E non è affatto detto che l’attuale profluvio di big data – quindi, le maggiori opportunità di accesso ai dati – abbassino tali costi; anzi, l’eccesso di informazioni produce rilevanti effetti collaterali.

Per il consumatore si accentua il trade-off quantità vs. qualità delle informazioni, si accresce l’esigenza di un processo di selezione più fine e granulare delle informazioni utili al suo processo decisionale, è costretto a districarsi tra i gangli delle fake news, aumenta la mole di attività di debuking. Per di più, ella/egli può cadere nella trappola del post-verità (post-truth), dove l’informazione su un bene di consumo viene percepita e accettata sulla base delle proprie emozioni, suggestioni, impressioni, senza che venga fatto alcun riscontro circa la veridicità dei contenuti della strategia di seduzione da parte dei brand. La post-verità si fonda sicché sul “bias di conferma”: i pregiudizi relativi a un bene di consumo assumono un ruolo prevalente rispetto alla veridicità stessa della strategia di marketing. Big data, fake news, post-verità complicano – ciascuno a modo suo -, l’accesso dell’informazione finalizzato al processo decisionale del consumatore.

Tuttavia, l’economia sperimentale valida una interpretazione del tutto diversa all’acquisizione delle informazioni. Il successo del capitalismo seduttivo e dell’economia dell’attenzione si fonda anche sulla “scienza della curiosità”: recenti verifiche empiriche condotte tramite gli esperimenti in lab da due neuroeconomisti, Kobayashy e Hsu (2019) della School of business della California-Berkley, danno conto del piacere derivante dall’informazione. All’utilità dell’informazione secondo il modello economico si unisce la motivazione innata ad acquisire informazioni senza alcuna particolare finalità, secondo la prospettiva psicologica. I due studiosi hanno analizzato quali sono le aree del cervello che si attivano quando entra in gioco la curiosità e hanno scoperto che l’informazione rappresenta una forma di ricompensa, o gratificazione, che attiva le aree cerebrali che rilasciano dopamina in occasione delle esperienze piacevoli. Motivazioni economiche e motivazioni psicologiche sono sfaccettature che concorrono al valore soggettivo dell’informazione (SVOI).Perciò, il “sempre nuovo” (Lipovetsky, 2019) non è solo seducente, ma anche appagante.

Ulteriore alleato del mercato del seduttivo è il “capitalismo artistico” (Lipovetsky, 2019), vale a dire “l’economia razionale della seduzione basata sistematicamente sui processi estetici e le tecnologie della aisthesis.” (pag. 216). Il capitalismo artistico si potrebbe quindi interpretare come il ponte fra profitti d’impresa ed esperienza estetica, che tocca gli aspetti emotivi e affettivi del consumatore.

Quando la seduzione diverrà obsoleta come fattore produttivo e/o come tecnologia, sorgono degli interrogativi. Quale sarà la prossima intuizione degli animal spirits? Da quali nuove affabulazioni sarà catturata la massa di consumatori? Next?

 

Il confine del non curabile

La medicina riconosce i suoi limiti e di fronte a mostruose e terribili patologie croniche e progressivamente degenerative alza le mani, con umiltà e senza pregiudizio alcuno. In questo tempo sospeso della non curabilità dove si collocano la psichiatria e la psicoterapia? 

 

Medici, psichiatri, psicoterapeuti, associazioni, tutti abbiamo combattuto per anni nel difendere il diritto al non accanimento terapeutico invocando il tema della dignità personale, tuttavia di fronte alla malattia psichica la comunità scientifica si divide tra chi riconosce e accetta i propri limiti professionali e umani e chi invoca la possibilità di guarigione all’infinito fino allo sfinimento. In questo tempo sospeso della non curabilità dove si collocano la psichiatria e la psicoterapia?

Sono consapevole della provocazione, da tempo mi chiedo cosa accadrebbe se il mondo psichiatrico e psicoterapeutico facesse outing e dichiarasse apertamente che non tutto è curabile e che alcune volte la sofferenza è così enorme, pervasiva e destabilizzante che bisognerebbe lasciar libero il paziente di scegliere? E cosa vuol dire scegliere? Cosa comporta l’esercizio del libero arbitrio in situazioni di cronicità psichiatriche? In cosa si differenzia una malattia psichica da una fisica? Il tema centrale a mio avviso è l’invisibilità del nodo, della matassa matrice. La malattia psichiatrica è un danno non sempre visibile e manifesto, spesso i suicidi avvengono in maniera silenziosa. Il nodo sta nel non poter conoscere e certificare in maniera indiscutibile il contenuto della patologia e nella variabilità delle prospettive future sia in positivo che in negativo. Noi possiamo vedere un paziente star male, ma non siamo in grado di misurarne la profondità della sofferenza. Quando un essere umano fisicamente sano e mentalmente consumato ha il diritto di dire basta?

No, “Non tutto è curabile o guaribile“. Questa frase solo a sentirla pronunciare crea una cassa di risonanza, un buco nero del pozzo della paura, la cattiveria impavida dell’impotenza, una reazione di chiusura ed evitamento per le conseguenze che ne derivano interne e esterne all’individuo e alla società. Ipotizzo che se si ammettesse pubblicamente la non guaribilità di alcune patologie verrebbe meno in primis la speranza del curato e del curante del cambiamento e tale assenza inficerebbe i risultati ottenuti. Non sarebbe certo accettabile un ritorno al passato in cui si stigmatizza la malattia mentale, in nome di tutti gli sforzi che la psichiatria di tutto il mondo sta facendo per il superamento definitivo dello stigma stesso e luce di tutta la letteratura che la comunità scientifica sta producendo per conquistare, passo dopo passo, una dimensione medica al disturbo psichico e una dignità clinica al malato di mente.

Noi professionisti siamo supereroi? Che relazione abbiamo con l’impotenza? Come cambierebbe il nostro lavoro se ci fosse la possibilità e si riconoscesse il concetto della non curabilità? A pensarci bene potrebbe essere in una visione positiva un momento sociale di onestà in cui ciascuno si riapproprierebbe delle sue responsabilità, il curatore e il curato, ciascuno con la sua parte, perché in fondo è doloroso, ma anche onesto, essere consapevoli che ogni volta che si inizia una cura si parte con due opzioni: o si guarisce o si migliora oppure il dolore ritorna e la conoscenza di questa scoperta ti è data solo alla fine del viaggio. Intendo dire che spesso quelle che noi chiamiamo in termini tecnici ricadute, contribuiscono alla cronicità della malattia e ogni sua recidiva stabilizza il sintomo. In cosa consiste la ricaduta? Quali sono le variabili che possiamo indicare come portatrici di stabilità o portatrici di malessere? A volte micro cambiamenti possono sembrare miglioramenti infiniti agli occhi di un terapeuta, ma la profondità del dolore nell’altro resta e credo sia nostro compito guardare dentro questa profondità con maggior rispetto e attenzione e con meno arroganza intellettuale.

In tutte le repliche della cura la possibilità di successo a volte diminuisce e ci si confronta con l’idea di migliorare la qualità della vita, ma non di ripristinare un movimento omogeneo, lavorando per esempio più sull’accettazione del sintomo e sulla sua lettura piuttosto che su un cambiamento possibile, si genera a mio avviso una coazione a ripetere. Ma perché uno deve accettare? Perché questo spirito di sopportazione estrema? E’ opportuno porre più attenzione alle variabili che determinano il cambiamento, che troppo spesso ci sono ignote. Purtroppo in tutti quei casi in cui ci è difficile pronunciare la parola incurabilità alla fine la dignità ha perso sempre la sua partita. Si potrebbe ipotizzare che una errata interpretazione del mito dell’antipsichiatria ha fatto credere che le malattie mentali siano tutte potenzialmente curabili, o peggio guaribili, creando da un lato frustrazione e rabbia in pazienti e familiari che vedono delusa questa promessa e dall’altro impotenti e frustrati i terapeuti. In modo provocatorio sostengo che tutto è curabile nel senso di puntare ad un miglioramento della qualità della vita, o in alcuni casi al mantenimento di uno stato di equilibrio in cui il paziente, come si dice in gergo tecnico, non scompensi, ma molte forme di sofferenza rispetto a gravi patologie psichiatriche è inguaribile. A volte, mi viene di pensare che sia una fortuna perché alcuni di quelli che noi vogliamo curare sono modi diversi di stare al mondo che andrebbero protetti come la biodiversità e che in certi contesti sono adattivi.

Se si ipotizza che il sintomo o la patologia psichiatrica sia una reazione dell’individuo o dell’organismo alla suo disagio di base, alla sua non accettazione del contesto che lo ospita, che diritto abbiamo noi di discutere una scelta, o ancora peggio la sua fondatezza se quello stesso individuo decida per un suicidio assistito? L’indicazione potrebbe essere la richiesta di aiuto che però in alcuni casi si manifesta con la richiesta di porre fine al dolore attraverso l’eutanasia.

Cosa rende una patologia incurabile? Gli addetti alla cura hanno più diritto di decidere per gli altri perché sono certificati? Mi interrogo sulla possibilità che il diritto a lasciare la vita per motivi di gravi sofferenze di origine psichiatrica, che comportano insopportabili sofferenze mentali non meno gravi dei tumori o della SLA e che sono croniche nella loro inguaribilitá, venga permessa e rispettata senza alcun giudizio. È fuori discussione che il desiderio di morte di un essere umano dipende nella maggior parte dei casi da molti fattori: l’infelicita, la disperazione, il dolore, la solitudine e la paura. E che il sentimento umano di solidarietà ci impone di soccorrerlo, di aiutarlo, di non scappare e di provare con ogni mezzo a essere presenti e attivi. Bisogna essere consapevoli del contesto in cui ci si muove sia quello del soggetto che del curatore e del contesto culturale e sociale in cui abitano queste emozioni. Non dobbiamo certo scegliere per la soluzione sbrigativa della sofferenza attraverso la legittimazione del suicidio assistito, seguendo una cultura estremista del superuomo con pieni poteri, tuttavia mi piacerebbe che di questo si parlasse di più, è una questione così delicata e complessa che a mio avviso merita un’attenta riflessione anche da parte di noi clinici.

Ci sono grandi differenze di vedute tra l’Italia e i Paesi europei che sembrano essere più progressisti nei confronti dell’eutanasia per motivi psichici. Recentemente ha fatto molto discutere il caso della donna olandese che è ricorsa al suicidio assistito a causa delle gravi patologie di cui soffriva da anni. La paziente soffriva da 15 anni di grave disturbo da stress post-traumatico, ma anche di anoressia, depressione, autolesionismo, allucinazioni ed episodi dissociativi. Le sue condizioni avevano continuato a peggiorare, con manifestazioni fisiche che l’avevano praticamente costretta a una vita completamente passiva e spesso nel suo letto. I medici olandesi che hanno autorizzato la procedura hanno ritenuto la donna incurabile. Ecco, sulla parola incurabile e soprattutto sulle sue conseguenze si apre uno scenario infinto sul quale prima o poi bisognerà confrontarsi. In molti paesi europei l’eutanasia è stata legalizzata ed è applicabile ad ogni tipo di sofferenza ritenuta “insostenibile e irreversibile“ incluse quelle dei pazienti psichiatrici.

Secondo il professor Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano e presidente della Società italiana di Psichiatria, “la stragrande maggioranza delle malattie psichiatriche sono in gran parte episodiche e non sono necessariamente stabili e incurabili”. La psichiatria e la psicologia hanno operato per anni nel tentativo di eliminare lo stigma dell’incurabilità e dell’inguaribilità, tuttavia non é abbastanza, dobbiamo forse provare a porre più attenzione e più sforzi di ricerca sugli esordi e immaginando che tali patologie prima di diventare croniche siano state acute e a volte lo spazio dell’esordio è un terreno fertile per il miglioramento. Occorre che si intervenga presto così da ridurre la strada della cronicizzazione. I sintomi, se gestiti entro i primi periodi dall’esordio hanno più possibilità di essere trattati che se gestiti dopo anni quando l’intero sistema neurologico e immunitario ha trovato la strada della cronicizzazione della malattia psichiatrica.

Ho lavorato molti anni in comunità psichiatriche e quello che ho appreso, da un’attenta osservazione dei pazienti in reparto, è che nelle psicosi gravi si lavora molto sul mantenimento della stabilità nel tempo, mi piacerebbe immaginare un’equipe che lavori in maniera dettagliata sull’insorgenza del sintomo e nella sua elaborazione durante gli spazi preziosi dell’esordio. Tuttavia lo scenario è molto complesso, da un lato il mondo accademico si concentra sulla necessità di aumentare le cure, di andare verso uno studio approfondito della possibilità di cura avvalendosi sempre più anche delle nuove tecnologie e della fisica quantistica. Oggi le neuroscienze attraverso mappature dettagliate del cervello cercano aree responsabili dei sintomi depressivi o dell’innesco di psicosi con l’obiettivo primario di trovare soluzioni per migliorare lo stile di vita di tali pazienti, dall’altro si discute se sia sensata la posizione di coloro che sostengono che chi chiede il suicidio risulterebbe avere un disturbo di personalità e quindi non propriamente autonomo nelle sue scelte.

Spesso confrontandosi con i colleghi ci siamo interrogati su quanto ci faccia paura e quanto sia doloroso anche solo immaginare il suicidio di un proprio paziente, su quanto sia difficile per un essere umano e come psicoterapeuta accogliere la volontà del paziente di farla finita. Qui entra in gioco il libero arbitrio, inteso come libertà di scegliere cosa fare della propria vita. Noi clinici suggeriamo ai pazienti punti di vista più estesi e meno a vicolo cieco, cerchiamo di allargare l’orizzonte dei loro punti di vista su se stessi e il mondo, ma non sempre è utile quanto vorremmo. Mi chiedo spesso quanto sia faticoso il peso della sofferenza portato avanti negli anni e quanto sia giusto o sbagliato aprire la porta alla possibilità di accogliere la richiesta di eutanasia per mettere fine al dolore cronico. Certo non vorrei essere fraintesa, non sto proponendo l’eutanasia dei sintomi attraverso l’eutanasia della persona, quanto tuttavia la possibilità di aprire una strada di confronto e di dibattito sul tema che tenga conto della persona e della sua dignità.

Più si entra nelle radici della questione più diventa complessa la sua argomentazione, più ci si interroga e più ci si aggrovigli, la scelta del suicidio assistito è una decisione che ci lascia impotenti e ci costringe a confrontarci con i limiti dell’essere umano anche se medici anche se psichiatri anche se psicoterapeuti con le migliori competenze. Tuttavia, il confine tra la libertà di scegliere e lo spreco della vita è sottile e richiede osservazioni e quesiti che mettono in campo considerazioni etiche, biologiche, sociali e mediche che richiederebbero un approfondimento sul come accettare la volontà del paziente, assistendolo nel valutare il suo stato e le diverse opzioni in un contesto protetto rispettoso e attento tenendo al centro l’ascolto della persona e il diritto di scegliere della sua vita.

Joker (2019): il mostro creato dal nuovo decadentismo insito nelle società moderne

Tra i supereroi più famosi della storia del fumetto, Batman è l’unico a non avere veri e propri super poteri. Il suo vero potere è la ricchezza economica messa a servizio della giustizia e quindi della lotta al crimine. Allo stesso modo il suo nemico storico, Joker, non è un vero e proprio mostro ma piuttosto un mostro creato dalla parte peggiore della nostra società.

Attenzione! L’articolo contiene spoiler

 

Joker, la figura dell’antisociale come reazione al rifiuto

Il Joker di Phillips (2019) è esattamente questo. Splendidamente interpretato da un magistrale Joaquin Phoenix, che per questa parte merita quanto meno la candidatura ai prossimi premi Oscar, il primo film sulle origini di Joker racconta null’altro che la nascita di un antisociale, il vero antieroe. Perché cos’è un antisociale se non il risultato di uno sviluppo traumatico, di cui la società non riesce o non vuole occuparsi? Egli è costretto a divenire il contrario del bene che non gli è mai stato dato, e dunque appunto il male in persona. Joker (2019) è un film crudo e senza filtri, non pretende di essere accettato da quelli che vogliono vedere qualcosa di leggero, ma essenziale a saziare chi invece vuole che la macchina cinematografica esprima qualcosa che entra nel profondo, e questa volta lo fa esplorando i nostri peccati più gravi in quanto essere umani del nuovo millennio. Se in quanto tali, in virtù di tutti gli errori che finora abbiamo commesso, riusciamo ad essere consapevoli e riflessivi, saremo capaci di vedere di cosa parla questo film.

Arthur, una malattia invalidante e i desideri infranti

Non adatto ai minori certamente, Joker (2019) esprime la sofferenza partendo dal sorriso, il sorriso di un clown infelice, affetto da una particolare patologia che lo porta ad avere risate compulsive nei momenti meno opportuni. Questo problema, verosimilmente legato all’ansia, gli comporta uno stato di handicap alquanto grave. Seguito inizialmente, sia farmacologicamente che con colloqui più burocratici che terapeutici, grazie ad un progetto che verrà poi sospeso per mancanza di fondi, il povero Arthur Fleck (futuro Joker) dovrà fare i conti con una malattia invalidante, solo, senza risorse né economiche né sociali.

Dall’altro lato il piccolo Bruce Wayne (futuro Batman), figlio di un miliardario, rappresenta quello che Arthur non potrà neanche lontanamente sognare. L’autore sottolinea questo punto con un passaggio importante, in cui fa credere al protagonista di essere figlio illegittimo del miliardario, quasi a voler far masticare per un po’ quel sogno, così da renderlo ancor più desiderato ma poi infranto, insieme a tutte le poche certezze della sua vita. Financo la madre, unico fattore inizialmente protettivo, diverrà ultima delusione che lo farà diventare il vero mostro.

Quando il male sembra avere la sua ragione di esistere

Ecco dunque nascere il vero antieroe, psicopatico, antisociale, il mostro che nasce dagli errori del mondo. Perché quando non ci occupiamo di chi soffre diventiamo inutili in quanto società, e tutto quello che abbiamo costruito finora diviene a sua volta inutile e dannoso. E allora sembra quasi che anche un Joker, seppur folle assassino, come quello di questo film, abbia ragione di esistere. Ed ecco che in parte, sul finale ci sentiamo anche noi partecipi di quella sommossa da lui iniziata, alla quale infatti prende parte l’intera città di Gotham City, usando la sua immagine come monito di una rivolta degli invisibili.

 

C’era una volta… a teatro e L’isola di Shakespeare – Un viaggio nella Logoteatroterapia

Laboratorio di Logoteatroterapia: il due e il quattro luglio del 2019 sessanta giovani attori affetti da disabilità legate all’area del linguaggio hanno magistralmente interpretato L’isola di Shakespeare, testo composto da adattamenti di alcune opere del celebre drammaturgo inglese, consoni alla loro età e al grado di difficoltà, e la pièce C’era una volta… a teatro, entrambi realizzati dalla sottoscritta.

 

L’età degli attori variava dai cinque ai trentasei anni, e le loro disabilità spaziavano dall’ipoacusia ai DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), passando per il DSL (Disturbo Specifico del Linguaggio), DGS (Disturbi Generalizzati dello Sviluppo), la sindrome di Down, ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), iperattività e la disabilità intellettiva. Il lavoro svolto all’interno del laboratorio di Logoteatroterapia, oltre a fornire loro competenze teatrali atte a renderli autonomi sul palco, ha introdotto ventinove dei più grandi all’opera del Bardo facendoli appassionare alle commedie e all’unica tragedia da me scelte per L’isola di Shakespeare, mentre trentuno dei più piccini sono stati accompagnati verso l’incantato mondo delle fiabe classiche nello spettacolo C’era una volta… a teatro.

1. Introduzione – La Logoteatroterapia

La Logoteatroterapia nasce dall’incontro e il confronto tra diverse discipline che hanno un comune denominatore: la persona e la sua insopprimibile, dirompente, travolgente necessità di comunicare. Se il vocabolo greco logos contiene in sé molteplici significati, tra cui scegliere, raccontare, enumerare, pensare, parlare, ascoltare, anche il concetto di teatro è amplissimo e difficilmente ascrivibile a un’unica definizione. Semplificando al massimo, potremmo comunque concentrare la nostra attenzione sul dramma e quindi l’azione, l’agire davanti a un pubblico, utilizzando qualsiasi tipologia di espressione corporale. In ultimo, la stessa parola terapia racchiude in sé infinite possibilità, confluenti sempre al raggiungimento di un unico scopo: migliorare la qualità della vita di ciascuno, alleviando o, laddove si possa, superando uno stato di disagio o sofferenza iniziale.

Il laboratorio di Logoteatroterapia racchiude e congiunge tali percorsi, ed è stato il motore per la creazione e realizzazione di queste due performances.

2. Il teatro come strumento di abilitazione e riabilitazione

È innegabile e ampiamente documentata la potenza del teatro nei più vari contesti di cura, si tratti di case famiglia, centri d’accoglienza, ospedali, comunità di recupero, comunità psichiatriche, consultori e centri di riabilitazione.

L’esperienza più che ventennale da me condotta al Centro di Audiofonologopedia di Roma, che opera per la riabilitazione delle disabilità dell’area del linguaggio, muove i suoi primi passi partendo dal Metodo Verbo Tonale, il cui ideatore, il prof. Petar Guberina, credeva fermamente nell’efficacia della drammatizzazione per la spontanea acquisizione e produzione del linguaggio nel bambino ipoacusico.

Petar Guberina è stato professore all’Università di Zagabria, dove ha condotto numerose ricerche sulla linguistica, sviluppando il Metodo Verbo-Tonale, conosciuto in tutto il mondo. Il Metodo si basa sull’intuizione che tutto il corpo è in grado di ricevere e comunicare stimoli sonori e che, con l’ausilio di musica e teatro, sia protagonista nell’evoluzione del linguaggio

In questi due decenni, la disciplina della Drammatizzazione di Guberina, si è arricchita dell’esperienza di comicoterapia, clownerie, teatro ragazzi, metodo Spazio-Temporale, competenze acquisite dalla sottoscritta grazie al Master Artiterapie. Metodi e tecniche d’intervento ed esperienze di teatro terapia, teatro educativo e sociale svolte nei più vari contesti. Pertanto la metodologia utilizzata ha preso il nome di Logoteatroterapia ed è divenuta un vero e proprio laboratorio teatrale ed espressivo, all’interno del quale ciascun partecipante, indipendentemente dall’età, tipologia e grado di difficoltà, ricrea elemento dopo elemento tutti i pre-requisiti necessari alla realizzazione di uno spettacolo teatrale.

Si parte con piccoli esercizi propriocettivi realizzati in posizione statica che amplino la conoscenza e la consapevolezza del proprio schema corporeo. Si procede con l’appropriarsi dello spazio, necessario al camminare sulla scena, grazie ad un certosino lavoro di organizzazione spazio-temporale; contestualmente si esplora lo spazio e le sue infinite possibilità passando attraverso esercitazioni esterocettive di immaginazione, movimento, esplorazione; in esse è introdotta la variante della velocità e il concetto della pausa. Si prosegue con il rivolgersi all’altro sostenendo per tutto il tempo necessario il contatto oculare; si entra in contatto con i compagni, prendendosene cura, entrando in relazione grazie ad attente modalità pregne di delicatezza e sensibilità. Si amplia il mantenimento dell’attenzione al compito dato persino in presenza di più o meno forti distrattori. Si lavora sull’espressione delle emozioni, grazie al riconoscimento e all’avvenuta consapevolezza interiore delle stesse. Si esercita la memorizzazione delle battute da pronunciare, grazie all’ampliamento della memoria verbale e di lavoro, nonché dell’attenzione uditiva. Si incrementa la gestione contemporanea e contestuale delle azioni più disparate, la quale richiede un continuo allenamento sulle più varie prassie. Si pianifica la corretta messa in sequenza di tutto ciò che accade sulla scena, alimentando la costante elaborazione degli avvenimenti e di chi li compie in una ineluttabile serie di causa-effetto, azione-reazione. Si interviene inevitabilmente sulla tolleranza alle frustrazioni, dato che nell’ambito di un gruppo di individui è impossibile essere perennemente al centro dell’attenzione.

In una parola, si stimola la comprensione del contesto, dello spazio, dei personaggi, delle azioni e della comunicazione che intercorre fra loro, fatta di parole ma anche di emozioni, gesti dinamiche e sentimenti.

Una volta compreso quel che accade in scena (e quindi nella propria vita, dato che il teatro non è altro che un’elaborazione artistica dell’esistenza), ciascuno può intervenire portando il proprio contributo, senza timore di risultare inadeguato, non accettato, fuori contesto.

Dopo qualche mese di laboratorio, in cui oltre a conoscere meglio se stessi, si instaurano nuove e più vere relazioni con gli altri e si acquisiscono i primi rudimenti dell’arte scenica, sono passata alla scelta dell’argomento sul quale realizzare le due performances finali. Parlo di argomento e non di testo in quanto in questi anni ho sviluppato una metodologia che mi permette di scrivere insieme ai miei giovani attori ciascun copione teatrale adatto alle persone speciali che mi trovo davanti, arricchito dalle loro idee e dagli spunti scenici che mi hanno fornito durante l’anno.

Se questo è vero con le classi o i gruppi di bambini e ragazzi con i quali opero da più di vent’anni attraverso il teatro ragazzi, lo è ancor di più nei laboratori di Logoteatroterapia, all’interno dei quali mi trovo spontaneamente a inserire nel testo da portare in scena alcuni degli elementi su cui ciascun attore deve migliorare. Oltre a valorizzare e far mostrare i vari punti di forza, le abilità già acquisite e consolidate, gli attori saranno stimolati a perfezionare proprio i punti più critici. Il tutto avviene con un’atmosfera in cui la leggerezza, il gioco, il sorriso sono sempre presenti, dove è pressoché totale l’assenza di giudizio, dove non c’è alcuna fretta o pressione di raggiungere ad ogni costo il risultato in breve tempo. La motivazione a provare e riprovare una scena finché non ci soddisfa pienamente è altissima, dato che poi realizzeremo quella stessa scena o gag in teatro davanti al pubblico; questo fa sì che ciascuno non mostri alcuna opposizione o remora a provare più volte, cercando sempre di migliorarsi e raggiungere l’obiettivo richiesto.

Qualche esempio: laddove ci sia un eloquio troppo affrettato e non pienamente comprensibile, dopo aver lavorato sulla corretta respirazione, l’acquisizione di ritmi più lenti, l’unificazione della parola al passo, la consapevolezza della pausa, per ottenere il rallentamento dell’eloquio, verranno fornite all’attore battute di una certa lunghezza, all’interno delle quali egli possa fare delle pause in cui respirare correttamente, muoversi sul palco, rivolgersi a un altro attore, calibrando il passo in modo che fornisca il ritmo alla battuta o monologo. Qualora si presentino difficoltà di cognizione dello spazio, si inseriscono in scena numerosi movimenti atti a esperire i vettori spaziali. Nel caso si presentino difficoltà attentive, si insisterà sulla recitazione di battute associate a specifici movimenti, azioni e camminate, in cui rivolgersi sia a destra che a sinistra guardando negli occhi l’interlocutore, oltre a chiedere all’attore stesso di restare sul palco e realizzare una piccola silenziosa controscena nel momento in cui recitano i compagni. E così via.

Uno degli attori più giovani è affetto da disprassia. In scena deve interpretare due personaggi, dovendo per forza cambiarsi d’abito nella pausa che intercorre tra l’uno e l’altro. Oltre a ciò, ho fornito al suo secondo personaggio alcune minime azioni in cui potesse esperire piccoli movimenti di motricità fine con le dita. Il bambino ha accettato pienamente tutti i miei suggerimenti scenici, in quanto facevano parte della caratterizzazione del personaggio e lo aiutavano a recitare sempre meglio. Si è allenato moltissimo per riuscire a realizzare ciò che gli era stato chiesto, a volte coadiuvato dalla sua logopedista, a volte in completa autonomia all’interno della propria cameretta. La gratificazione per il suo impegno e la riuscita dei suoi sforzi, era già ampiamente accordata da me e dalle logopediste in sede di laboratorio; è stata poi massima e scrosciante al momento dello spettacolo in teatro.

La performance in cui ha recitato quest’ultimo era basata sulla messa in scena di sei fiabe classiche: Il brutto Anatroccolo, I tre porcellini, Giacomino e il fagiolo, Il gatto con gli stivali, La bella addormentata, Cenerentola. Il titolo dato allo spettacolo è stato C’era una volta… a teatro.

Ho deciso di lavorare sulla fiaba e l’arte del racconto quando mi sono accorta che molti dei miei giovanissimi allievi non conoscevano molte delle più belle favole della nostra tradizione orale. Il laboratorio di Logoteatroterapia ha pertanto fornito anche preziosi momenti in cui prima raccontare, poi leggere, quindi improvvisare alcune fiabe ai bambini, chiedendo poi loro quale fosse la preferita e scegliere insieme la storia ideale da rappresentare.

Alcuni dei miei giovani attori hanno sviluppato nel tempo anche forti inibizioni legate probabilmente al vissuto di sentirsi spesso meno adeguati di amici o compagni di scuola; ho pertanto lasciato loro liberi di propormi quale personaggio avrebbero preferito interpretare, li ho stimolati a proporre costumi e trucco, inventare piccole battute, ideare brevi sequenze sceniche. Il tutto sempre mantenendo fede alla storia, al contesto, allo spazio da lasciare agli altri. I bambini hanno quindi preso coscienza delle proprie attitudini e talenti, acquisito sempre maggior sicurezza, hanno iniziato a pensare, elaborare, proporre, aiutandosi gli uni gli altri con idee, oggetti di scena, gags.

In altri casi, allorché sia presente la tendenza a porsi sempre al centro dell’attenzione, a parlare per primi senza aspettare il proprio turno, a sovrastare gli altri, ho invece fatto il percorso contrario, insistendo sul contenimento e il rispetto delle regole e della parte assegnata, anche se magari qualcuno avrebbe desiderato esattamente quella del compagno. Colgo l’occasione per affermare che è assolutamente necessario, quando ci si trovi a lavorare con bambini e ragazzi, fornire il giusto spazio scenico a ciascuno. Anche la parte della guardia del re può avere battute divertenti, realizzare gags in cui far ridere tutti, avere in breve un ruolo importante all’interno della vicenda. I bambini devono essere certi che ogni personaggio sia necessario alla riuscita della performance, che ciascuno arricchisce e rende più bello il lavoro di tutti. Come dico spesso alle classi o gruppi con cui mi ritrovo a realizzare questa magnifica esperienza:

A teatro non c’è un solo protagonista. Sul palcoscenico tutti sono protagonisti, tutti sono importanti, ciascuno con i propri talenti e la propria bellezza.   

Lo spettacolo C’era una volta… a teatro è andato in scena il quattro luglio del 2019 ed è stato interpretato da trentuno bambini di età compresa tra i cinque e gli undici anni, che hanno incantato il pubblico per la spontaneità, la bravura, l’impegno, l’entusiasmo. Era commovente vedere il momento in cui i tre lupi della fiaba I tre porcellini entravano camminando con lo schema crociato, ovvero il camminare muovendo una gamba e il braccio opposto, associato al verso del lupo, competenza da loro appresa dopo un certo numero di prove nel laboratorio; competenza che ormai il loro corpo ha perfettamente acquisito e non dimenticherà più, come nessuno dimentica l’andare in bicicletta una volta che lo ha imparato.

Entusiasmanti sono stati i momenti in cui le fatine della Bella Addormentata trasformano una maledizione in un’occasione nella quale incontrare qualcuno di speciale; quando il Gatto con gli Stivali solo grazie alla fiducia accordatagli dal suo padrone riesce addirittura a fargli sposare la figlia del re; quando Giacomino afferra il coraggio a due mani e si arrampica sulla pianta di fagioli per aiutare la sua mamma. Tuttavia, forse il momento più suggestivo e denso di significato è proprio quando il Brutto Anatroccolo diviene un bellissimo cigno, mostrando a tutti oltre che a se stesso la bellezza che aveva già dentro di sé. Se solo chi gli viveva accanto fosse riuscito a vederla, non gli avrebbe sempre rimandato un’immagine distorta del suo io, nella quale era strano, diverso dagli altri, goffo, buffo, poco adeguato al contesto.

La fiaba del Brutto Anatroccolo ha assolto ancora una volta al suo compito: trasmettere a bambini del duemila quanto le apparenze non contino e quanto ciascuno di loro sia portatore di unicità e vera bellezza.

Ciascun bambino ha effettuato grandi passi nel cammino della propria vita in questi mesi. Ma forse l’esperienza più degna di nota è quella di Andrea (nome di fantasia) di età prescolare.

Il bambino è affetto da otodisplasia sinistra e disturbo misto del linguaggio e della comprensione. Nelle prime settimane di settembre 2018 inizia a partecipare con la sua logopedista al laboratorio di Logoteatroterapia. Durante le prime sedute Andrea tiene gli occhi bassi, non parla con nessuno, non si relaziona. Poi pian piano alza lo sguardo, mantiene il contatto oculare, impara i nomi dei compagni. Riesce a pronunciare il suo con un filo di voce, partecipa con sempre maggior sicurezza ai giochi e alle esercitazioni. È molto interessato al racconto della storia, accetta di interpretare uno dei personaggi. Gli altri bambini lo prendono sotto la propria ala, portandolo per mano in scena, sistemando la sua posizione laddove non gli sembri corretta, fornendogli sempre il giusto spazio. Andrea pian piano impara le battute da recitare, associate alla gestualità consona al personaggio. Si muove in scena con sempre maggior sicurezza, inizia a ridere, a divertirsi. Ricorda sempre più elementi della performance, tanto da essere sempre più autonomo nella realizzazione.

Al momento del saggio in teatro, sale sul palco senza alcun timore e la sua scena diverte e commuove tutto il pubblico.

Incontro la sua mamma pochi giorni dopo; felice dell’esperienza fatta dal figlio, mi confida che a suo parere Andrea ha iniziato a parlare proprio grazie al teatro: infatti a casa pronunciava le battute e i gesti da recitare, e solo vedendo lo spettacolo la mamma ha finalmente compreso che stava ripetendo la sua parte.

I ventinove adolescenti e preadolescenti che hanno partecipato al laboratorio di Logoteatroterapia sono stati invece introdotti all’opera e al teatro di William Shakespeare. Complice la visione del film Shakespeare in love per mostrare loro il periodo storico e le modalità recitative dell’epoca, i ragazzi hanno sinceramente apprezzato le opere del Bardo e si sono dimostrati desiderosi di portarle in scena. La scelta è caduta su Il mercante di Venezia, La tempesta, La bisbetica domata, Le allegre comari di Windsor e in ultimo l’Amleto. Il tutto è stato inserito in un contesto più ampio, che ha poi dato il titolo allo spettacolo: L’isola di Shakespeare.

Ho immaginato che esistesse una piccola isola dove due personificazioni del drammaturgo, chiamati Willy Scrittore e Willy Poeta, in riferimento alla sua attività di scrittura e ai suoi sonetti, vivessero insieme a Puck e Ariel, i due spiriti fantastici rispettivamente di Sogno di una notte di mezza estate e La tempesta.

Questi quattro personaggi accolgono le persone che arrivano sull’isola, sia che si tratti di turisti, che di scolaresche o compagnie venute a fare delle prove. La regola dell’isola è una e una soltanto: all’isola si arriva per recitare. Pertanto, una classe delle scuole medie con all’interno una compagna spocchiosa e antipatica, interpreterà La bisbetica domata; dei marinai che naufragano avranno a che fare loro malgrado con La tempesta; un gruppo di amici in cui c’è uno scroccone si ritrova alle prese con Le allegre comari di Windsor, e così via. Solo per gli ultimi arrivati, coloro che reciteranno Amleto, non vi è una diretta correlazione relativa al loro vissuto: si trovano a provare la vicenda del principe di Danimarca per il solo piacere di cimentarsi con l’opera forse più importante dell’intera produzione shakespeariana. Willy Scrittore, data la complessità del testo, chiede aiuto anche agli altri personaggi giunti in precedenza, e ciascuno dichiara di esser felice di contribuire alla messinscena dell’Amleto.

Il percorso che ha portato i ventinove attori in scena il due luglio del 2019 non si è basato soltanto sull’opera del grande drammaturgo.

Lo studio dell’opera di Shakespeare ha naturalmente aumentato il bagaglio di conoscenze di ciascun attore: solo alcuni di loro avevano già acquisito in ambito scolastico piccoli elementi sul Bardo, e lo associavano soltanto a Romeo e Giulietta; la maggior parte non conosceva né l’autore né tanto meno l’opera. Funzione del teatro è pertanto anche l’ampliamento di cultura e conoscenza, di fruizione della bellezza e dell’arte.

La messinscena è stata caratterizzata da numerosi elementi in cui ragazzi potessero esperire le proprie competenze relative a ritmo, pausa, musica, rime. In alcune scene sono state inserite brevi sequenze di body percussion, in altre dialoghi recitati come fossero un rap. All’interno di Amleto vi erano due coreografie, funzionali alla creazione dell’atmosfera cupa e inquietante dell’incontro tra il principe e il fantasma di suo padre, e all’alienazione che precede la pazzia di Ofelia. Entrambe le coreografie erano realizzate da attori ipoacusici, che sono stati pertanto estremamente stimolati all’attenzione uditiva musicale, a seguirne il tempo e il ritmo così da riuscire a coordinare i movimenti della danza, alla memorizzazione corporale e cinestesica singola e di gruppo.

Inoltre, ciascuna commedia era sempre introdotta da Willy Poeta che declamava brevi quartine in rima baciata o alternata, utilizzando una terminologia a bassa frequenza d’uso, consona ai tempi antichi e perfettamente funzionale nel delineare la vicenda con poche frasi. Ruolo del teatro è pertanto anche quello di contribuire alla capacità linguistica e affabulatoria, e all’arricchimento del vocabolario, strumento prezioso che amplia e approfondisce il pensiero di ciascuno.

Con la morte del principe Amleto, e la splendida battuta del suo caro amico Orazio, unico sopravvissuto alla strage della corte di Danimarca, …buonanotte dolce principe, e che voli di angeli ti accompagnino al tuo eterno riposo, termina L’isola di Shakespeare, non prima che i quattro ospiti invitino tutto il pubblico a raggiungerli la prossima estate, per recitare insieme a loro un frammento dei testi teatrali più belli al mondo e far parte di questa splendida esperienza che è il teatro.

Concludendo, possiamo affermare che nella Logoteatroterapia il lavoro sperimentato nel laboratorio, la scelta dell’argomento della rappresentazione e le prove di quest’ultima, confluiscono naturalmente e inevitabilmente nello spettacolo al cospetto del pubblico. L’emozione provata nel salire sul palco, e i successivi e meritati applausi, giocano un ruolo fondamentale nel memorizzare a lungo termine tutti gli apprendimenti testé citati. Edgar Dale, pedagogista statunitense, ideò uno schema chiamato Cono dell’apprendimento, il quale misura la percentuale di ciò che resta nella memoria a seconda del grado di coinvolgimento dell’attività svolta; simulare l’esperienza reale, ovvero recitare, rientra nel quadro delle attività con il miglior risultato in termini di memorizzazione. Come afferma Edgar Dale, la nostra memoria è profondamente influenzata dalle esperienze: più sono nuove, particolari e cariche di emozioni, altrettanto le ricorderemo con facilità. Le emozioni infatti lasciano una traccia a lungo termine.

Questa è la motivazione principale alla base dell’esperienza nella Logoteatroterapia.

Schizofrenia e allucinazioni uditive

Le allucinazioni uditive nei pazienti schizofrenici hanno un impatto devastante nella vita del paziente. Studiarne le basi biologiche potrebbe risultare fondamentale per ridurre il disagio ed il peso che questa patologia comporta.

 

Alcuni disturbi psicotici, come la schizofrenia, sono caratterizzati da sintomi positivi quali deliri ed allucinazioni. In particolare, tra le varie tipologie di allucinazioni, quelle uditive (sentire voci) sono le più diffuse fra i pazienti e generalmente compaiono fra l’adolescenza e la giovane età adulta. Il paziente con allucinazioni uditive riferisce, ed è convinto, di sentire voci che parlano di lui o con lui in assenza di uno stimolo sensoriale presente nella realtà. Appare intuibile l’impatto devastante che questa condizione apporta nella vita del paziente, concretizzandosi, nei casi più estremi, con la messa in atto di azioni violente o suicidarie. Studiare le basi biologiche delle allucinazioni uditive potrebbe risultare fondamentale per ridurre il disagio ed il peso che questa patologia comporta. A tal proposito, un recente studio ha confrontato l’organizzazione tonotopica della corteccia uditiva in pazienti schizofrenici, aventi allucinazioni uditive ricorrenti, con pazienti sani. I risultati indicano una sostanziale differenza nell’organizzazione tonotopica della corteccia uditiva tra il gruppo sperimentale e quello di controllo.

Lo studio ha coinvolto un campione di 38 partecipanti, 16 pazienti schizofrenici e 22 sani, i quali sono stati sottoposti all’ascolto di alcuni suoni. Attraverso l’utilizzo della risonanza magnetica ad alto campo, è stato possibile valutare l’attività cerebrale dei partecipanti durante l’ascolto delle frequenze sonore. Sembrerebbe che i pazienti, rispetto ai controlli, mostrino un’anomalia nell’organizzazione tonotopica della corteccia uditiva ed una sua alterata, nonché aumentata, attivazione. Per organizzazione tonotopica si intende la mappatura delle frequenze sonore della corteccia uditiva, che risulterebbe“confusa” nei pazienti schizofrenici ed “ordinata” nei pazienti sani.

Dunque, sembrerebbe che le allucinazioni uditive abbiano alla base delle anomalie nell’organizzazione funzionale della corteccia uditiva che predisporrebbero, fin dalle prime fasi di vita, i pazienti al sintomo. Difatti, la mappatura tonotopica si stabilisce già nell’utero e nell’infanzia, molto prima dell’insorgere dei sintomi psicotici. Questo permetterebbe di identificare precocemente individui vulnerabili all’insorgere della sintomatologia allucinatoria uditiva, consentendo agli specialisti della salute mentale di agire sui sintomi prima che diventino gravi, supportando così il paziente nel complicato percorso della malattia.

 

Martin Eden (2019): la lotta tra autodeterminazione e autodistruzione – Recensione psicologica del film

Martin Eden (2019) ispirato all’omonimo romanzo di Jack London racconta della lotta tra l’autodeterminazione e l’autodistruzione; povero e orfano, il protagonista cresce in condizioni precarie, lotta per la sopravvivenza, accettando ogni lavoro denigrante e infine abbandona precocemente la scuola perché la povertà non gli consente di proseguire gli studi.

 

Martin, però, è intelligente, curioso, vispo, si avvicina alla lettura grazie ad una ragazza ricca che conosce per puro caso, e scopre una passione che non abbandonerà mai e che non riesce a dimenticare.

Scrivendo, il protagonista cerca un senso negli eventi, nella povertà che lo circonda, esprime la solitudine, il senso di annichilimento che lo attanagliano, il famigerato disgusto verso la finzione dell’alta società, il desiderio di riscatto per i deboli in cui si identifica.

Inizialmente Martin “vuole essere come” la famiglia di Elena, si convince che appropriarsi della cultura e del linguaggio forbito possa diventare la chiave per avvicinarlo alla gente importante, alla bella ragazza raffinata che parla francese e studia, così diversa da quella giovane, seppur bella, ma umilissima cameriera che scarta senza conoscere. Come la maggior parte delle storie d’amore, però, l’idealizzazione verso Elena, crolla lentamente quando lo esorta ad accettare la raccomandazione del padre o esprime giudizi negativi sulle sue opere, spregiando non solo il genio ma anche il dolore di Martin, la sua personalità di cui le pagine dei suoi scritti trasudano.

L’ARTICOLO PROSEGUE DOPO IL TRAILER DEL FILM

MARTIN EDEN – Guarda il trailer del film:

Nemmeno la sorella riesce a supportarlo, ma grazie ad una serie di coincidenze il protagonista si imbatte in una sarta, vedova e con due figli a carico che si rende disponibile ad affittargli una stanza; Maria sarà una figura di riferimento in grado di comprendere i sacrifici e di mostrargli vicinanza quando ogni proposta letteraria viene “rispedita al mittente”, una figura accogliente e non giudicante, diversamente dalla folla.

Curiosamente la carriera di scrittore subisce un progressivo miglioramento quando la storia con Elena termina; da lì in poi il problema non è il denaro o la popolarità, ma la tendenza sregolata all’autodistruzione, allo scherno verso la vita e i rapporti significativi.

Nel passaggio c’è il crollo dell’illusione di una vita felice con la fidanzata ricca, eterea, promessa ad un uomo che ha definito “inutile” ma appartenente alla sua cerchia; Martin percepisce il divario culturale e professionale che lo separa dal rivale in amore, il rifiuto della fidanzata e della sua famiglia per le sue umili origini, la constatazione di non poter appartenere a quel mondo fatato intriso di aspettative disilluse, di essere un diverso, un pesce fuor d’acqua e previene l’abbandono prima del previsto.

Da quel momento si rassegna ad un’esistenza rabbiosa e deprimente, come se quel rifiuto sancisse un punto di non ritorno nel quale non è possibile elaborare il lutto, ma solo vivere nel disprezzo; Martin allontana chiunque gli stia accanto, segnato da un amore perduto che non rimpiange e non esita a rifiutare anche al suo ritorno, percepito come l’ennesima dimostrazione di non essere amato in quanto tale, ma per gli obiettivi che ha raggiunto e che lo hanno reso ricco e famoso.

 

Blue Mind: Mente e Acqua (2016) di J. N. Wallace – Recensione del libro

L’acqua ci rende più felici e stimola il nostro cervello. E’ quanto afferma Wallace J. Nichols nel suo libro Blue Mind. Mente e acqua, frutto di una ricerca e di una collaborazione decennale che ha coinvolto neuroscienziati, psicologi, biologi marini, educatori, atleti, imprenditori tutti impegnati nella ricerca di un’unica risposta: cosa accade al nostro cervello quando incontra l’acqua?

 

La “Blue Mind” e il benessere che arriva dall’Acqua

Estate: voglia di vacanze, di riposo, di mare. Sappiamo tutti quanto questo possa avere effetti rigeneranti per il nostro corpo e, ancora di più, per la nostra mente. Ma secondo uno studio recente, non sarebbe solo staccare dagli impegni quotidiani e avere più tempo per noi a produrre questi effetti benefici, bensì la vicinanza con l’acqua. L’acqua ci rende più felici e stimola il nostro cervello. E’ quanto afferma Wallace J. Nichols nel suo libro Blue Mind. Mente e acqua, frutto di una ricerca e di una collaborazione decennale che ha coinvolto neuroscienziati, psicologi, biologi marini, educatori, atleti, imprenditori tutti impegnati nella ricerca di un’unica risposta: cosa accade al nostro cervello quando incontra l’acqua? Una ricerca volta a cogliere le capacità rigeneranti e la positività dello stato d’animo prodotta dalla vista di ambienti naturali e urbani diversi, ha evidenziato come i soggetti coinvolti nell’esperimento, davanti ad oltre cento fotografie, abbiano assegnato punteggi più alti ai paesaggi naturali e, in particolare, a paesaggi che includevano la presenza di acqua.

Il Blu contro lo stress della vita quotidiana

Facciamo un passo indietro e concentriamoci sulle cause di stress che incontriamo quotidianamente: il tempo che non basta mai, le continue richieste che ci arrivano da ogni parte, l’ambiente circostante che ci opprime, la distanza forzata dalla natura. Si, è proprio guardando immagini di paesaggi che ci sentiamo rasserenati, ancora di più se in questi paesaggi troviamo la presenza dell’acqua. La vista dell’acqua ispira, emoziona, tranquillizza. Il libro racchiude questi effetti nel termine Blue Mind. Ma che cos’è la Blue Mind? L’autore ci descrive così questa connessione umano-acqua:

La Mente Blu, uno stato leggermente meditativo caratterizzato da calma, serenità, armonia, e da un senso di generale felicità e soddisfazione nei confronti della vita nell’istante presente.

Sappiamo bene che l’acqua è un elemento indispensabile alla nostra vita ma non è tutto. Gli studiosi di cromoterapia ci dicono che il colore blu che viene normalmente associato all’acqua, essendo un colore freddo e astringente produce un effetto calmante sulla mente, ispira serenità e fiducia, libera dalle tensioni arrivando a produrre effetti positivi su problematiche quali orticaria, eczemi, psoriasi,  ipermotività.

Secondo gli psicologi coinvolti in questo studio, le onde elettromagnetiche che fluiscono dal colore blu, migliorano il sonno e la capacità gestire le nostre emozioni favorendo uno stato quasi meditativo di calma e serenità. Davanti alla grande distesa del mare  la nostra attenzione è rivolta ad un oggetto fisso, poco variabile, che ci eleva a quello stato mentale tipico della meditazione e ci allontana dai pensieri che normalmente intossicano la nostra mente. L’acqua aiuta a concentrarsi. Esperimenti fatti su alunni che dovevano effettuare dei test di esercizi scritti che richiedevano una buona concentrazione, hanno evidenziato come il gruppo a cui erano state fatte osservare in precedenza foto di paesaggi avesse avuto risultati migliori del gruppo che aveva osservato immagini di città. Non è tutto: la vicinanza con l’acqua induce il nostro cervello a produrre dopamina, serotonina e ossitocina, sostanze che sono associate alla sensazione della felicità.

L’Acqua, il nostro cervello e il default mode

Seduti di fronte al mare, ascoltando il rumore delle onde, sentendo l’odore dell’acqua e il verso dei gabbiani, lasciamo andare i pensieri alla deriva e ci ritroviamo nella rete di default-mode, la rete che si attiva quando non stiamo prestando attenzione a qualcosa. Oggi gli scienziati ipotizzano che la rete di default-mode permetta al cervello di consolidare le esperienze e di prepararsi quindi a reagire agli stimoli ambientali. E’ anche dimostrato che questa funzione interagisce con l’ippocampo, parte essenziale allo sviluppo neuroplastico del cervello, che aiuta a creare nuovi ricordi e nuovo apprendimento. Il cervello deve essere lasciato libero di vagare per elaborare in modo efficace la quantità di informazioni in entrata traducendole in esperienza. Nuove connessioni si insinuano nella mente conscia quando l’attenzione è altrove, la rete di default risulta quindi determinate per la creatività e la risoluzione dei problemi. Divagare da un problema porta a trovare soluzioni più creative che non focalizzarsi esclusivamente su di esso.

Quante volte ci è capitato che un’intuizione, una nuova idea o una soluzione di un problema apparissero nella nostra testa apparentemente dal nulla? E’ la rete di default-mode che si inserisce permettendo al nostro cervello di allacciare connessioni tra elementi diversi per creare qualcosa di interamente nuovo.

L’origine ancestrale del concetto di “bello”

Secondo alcuni esperimenti citati nel libro, quando ai soggetti coinvolti è stato chiesto di descrivere un “bel” paesaggio, nelle descrizioni si sono presentati degli elementi ricorrenti quali spazi aperti ricoperti di erba bassa e costellati di alberi. Se a questi elementi veniva aggiunta l’acqua l’attrattiva di quel paesaggi schizzava alle stelle. L’ipotesi formulata è che questo paesaggio contenga tutti quelli che erano originariamente considerati elementi indispensabili alla sopravvivenza umana: erba e alberi per cibarsi e per attirare animali di cui nutrirsi, alberi su cui arrampicarsi per vedere il pericolo in anticipo o per sfuggire ai predatori, la presenza d’acqua nelle vicinanze, indispensabile alla vita. Mentre gli esseri umani sviluppavano una preferenza evolutiva per un certo tipo di paesaggio che comprendeva l’acqua, il cervello umano veniva a sua volta plasmato dalle esigenze ambientali. Con la riproduzione e l’evoluzione della specie, una parte di quel cablaggio è stato trasmesso ai discendenti sotto forma di un cervello più complesso.

Fai un profondo respiro e immaginati il salto…
l’acqua riempie la luce, il suono, l’aria e la tua mente.
Adesso apri gli occhi, tutt’intorno a te vedi solo blu. Respira. Ascolta.
Vivi il senso di benessere che l’essere immerso nell’acqua ti trasmette.
Inutile negarlo, forse inutile persino chiedersi il perché, ma sei felice. (Wallace. J. Nichols)

 

Cannabis: un nuovo studio indaga quali aspetti dell’esperienza sessuale vengano alterati dalla sostanza. 

La legalizzazione della cannabis per le sue qualità terapeutiche ha permesso alla ricerca moderna di accedere ad un campione di consumatori molto più vasto e quindi di ampliare le conoscenze sull’impatto che questa sostanza possa avere su vari aspetti della quotidianità, come le esperienze sessuali.

 

Nel nostro paese il consumo e il possesso di cannabis sono strettamente regolamentati e vincolati alla prescrizione medica in caso di gravi patologie croniche, così come avviene in alcuni paesi d’Europa e in 33 degli Stati Uniti Americani; molto più rari sono i Paesi che hanno decriminalizzato la sostanza per tutti gli scopi, incluso quello ricreativo (solo Canada e Uruguay), nella maggioranza dei casi le sorti della pianta e dei suoi consumatori sono governate da leggi nebulose e spesso contraddittorie.

Sicuramente, l’introduzione dell’utilizzo legale della pianta per i suoi effetti fitoterapici ha permesso alla ricerca moderna di accedere ad un campione di consumatori molto più vasto disposto a parlare della propria esperienza, consentendo di ampliare le nostre conoscenze sull’impatto che questa sostanza possa avere su vari aspetti cognitivi, percettivi, sociali, comportamentali dell’esperienza umana stessa.

Diversi studi condotti negli anni ’70 negli stati Uniti, hanno riportato come sia gli uomini che le donne intervistate riferissero che la cannabis intensificasse la loro esperienza sessuale e in particolare le donne riferivano un maggior aumento del desiderio e della soddisfazione rispetto agli uomini (Dawley et al. 1979; Tart, 1970; Koff, 1974). Una spiegazione potrebbe essere che l’effetto psicotropo rilassante, disinibente e di alterazione della percezione possano avere avuto un effetto facilitante sull’esperienza di un incontro sessuale.

Sebbene nel nostro corpo siano presenti innumerevoli recettori per i cannabinoidi, a cui si legano sia i cannabinoidi endogeni, ovvero prodotti dall’organismo stesso, sia i tetraidrocannabinoidi (THC) presenti nel principio attivo della pianta, non è chiaro quali siano gli effetti sull’esperienza sessuale. Di sicuro la presenza di innumerevoli recettori per i cannabinoidi nei tessuti ovarici, dell’endometrio e del miometrio suggerisce che tali implicazioni possano avere rilevanza in ambito del benessere sessuale. Tuttavia, studi recenti hanno riportato un’associazione significativa tra la diminuzione della concentrazione degli endocannabinoidi ed un aumento negli indici di eccitazione sessuale sia riferita che fisiologica (Klein et al., 2012) e ancora studi sui roditori hanno confermato come alla somministrazione di cannabinoidi seguisse una diminuzione della motivazione sessuale e conversamente, come questa venisse ripristinata da antagonisti dei recettori dei cannabinoidi (López, Webb, Nash, 2009; López et al. 2010).

Rimane quindi poco chiaro come le narrazioni riferite da parte dei soggetti si concilino con questi risultati, apparentemente in contraddizione: un recente studio di Wiebe e Just (2019) si è proposto di indagare quali aspetti dell’esperienza erotica risultassero migliorati e quali invece risultassero deteriorati dal consumo di cannabis, ipotizzando come vi possa essere una relazione più complessa di quanto si fosse fino ad ora supposto. Nel questionario proposto ai partecipanti, si è indagata la frequenza di utilizzo della sostanza, la motivazione con la quale se ne faceva uso, se i partecipanti intraprendessero attività sessuali sotto l’effetto della cannabis e se la sostanza in qualche modo aumentasse, interferisse o lasciasse inalterata la loro esperienza sessuale.

La quasi totalità (98,6%) dei consumatori di cannabis intervistati (350 soggetti di età compresa tra i 17 e i 75 anni) ha dichiarato di aver avuto un’esperienza sessuale sotto l’effetto della sostanza e il 52,3% riporta di aver assunto la sostanza per quello specifico scopo. Riguardo all’esperienza stessa, sembra vi sia maggiore variabilità: il 16% dei partecipanti ha riferito un effetto positivo sull’incontro sessuale, la stessa percentuale ha riportato come il sesso fosse risultato migliore sotto certi aspetti e peggiore sotto altri, la maggioranza, il 24,5% ha riportato come a volte il sesso risultasse migliore sotto certi aspetti e peggiore in altri, una netta minoranza del 4,7% ha riportato un’esperienza negativa.

Sono stati poi indagati gli aspetti specifici dell’esperienza erotica che risultassero alterati dall’effetto della sostanza: 199 soggetti hanno riferito un desiderio sessuale aumentato, 149 individui hanno riportato una maggior soddisfazione sessuale, alcune donne riferiscono una lubrificazione maggiore, mentre una percentuale di uomini (49 su 133 soggetti) riportano una migliorata funzionalità erettile, spesso viene esperita una maggiore sensibilità al contatto e in un buon numero di casi un’intensità percepita maggiore nell’orgasmo (132 soggetti) talvolta accompagnata da una sensazione di maggior facilità nel raggiungere lo stesso. Sembra che gli effetti della sostanza possano avere in alcuni casi degli effetti trasversali su altre aree di funzionamento del soggetto: alcuni individui riescono a raggiungere stati di rilassamento superiore durante l’incontro erotico (139 soggetti), talvolta riuscendo a sperimentare una maggiore confidenza sessuale (107 soggetti) e una sensazione di maggior vicinanza emotiva con il proprio partner (117 individui).

Le uniche differenze legate al genere riscontrate nel corso delle analisi statistiche sono legate alla facilità nel raggiungere l’orgasmo ed alla capacità di mantenere la concentrazione durante il sesso: ben il 50,8% delle donne ha dichiarato infatti che la cannabis consentiva loro di raggiungere l’orgasmo più facilmente, ma la stessa cosa era vera per un numero inferiore di uomini (31,4%); inoltre, il 29,4% delle donne riportava come le risultasse più difficile rimanere concentrata durante il rapporto, mentre solo l’11,4% degli uomini ha riportato lo stesso problema. Da ultimo si è indagato un possibile effetto sulla disfunzione sessuale riferita dai partecipanti (7 donne ed un uomo), rilevando come tutti i soggetti riportassero come motivazione primaria alla scelta di fare uso di cannabis per alleggerire la tensione e migliorare lo stato di rilassamento.

Lo studio sottolinea come gli effetti generali positivi riscontrati dai soggetti siano principalmente legati ad un’esperienza percettiva intensificata, dove cresce la percezione di vicinanza al partner e la capacità di rimanere più concentrati sul proprio piacere, alcuni soggetti hanno tuttavia offerto testimonianza di come potesse per loro risultare più difficile mantenere la concentrazione e vivere immersivamente l’esperienza erotica. Gli stessi partecipanti al sondaggio hanno riferito come l’assunzione della sostanza potesse potenzialmente avere effetti nocivi sul benessere sessuale, specialmente se associato ad un uso continuativo o ad un quantitativo di sostanza maggiore, talvolta associata a sonnolenza e paranoia.

Formike e Kamikaze

Cosa spinge un giovane ad aderire alla causa jihādista, abbandonando famiglia e affetti, affollando le fila di organizzazioni religiose estremiste, preparandosi a compiere sacrifici come quello di “farsi esplodere”? Cosa suggeriscono l’economia, la psicologia e gli approcci evoluzionistici sul fenomeno dei kamikaze?

 

A metà settembre, l’Amministrazione del Presidente americano, Donald Trump, ha annunciato la volontà di svelare l’identità di un funzionario saudita, legato al governo di Riad, che assolse un ruolo organizzativo durante gli attentati dell’11 settembre 2001 contro il World Trade Center. A dare la notizia è stato il The Wall Street Journal (Gurman, Viswanatha, 2019), spiegando che il Dipartimento della Giustizia USA ha stabilito di riferire il nome dell’individuo, pur rischiando una rottura diplomatica con l’Arabia Saudita, paese loro alleato. L’FBI ha annunciato che l’identità della persona, che compare in un documento di indagine del 2012, sarà comunicata ai legali delle vittime dell’attentato alle Torri Gemelle che ne avevano fatto richiesta. In base alle prime ricostruzioni, sembra si tratti di un funzionario del sud della California, che aveva fornito ai kamikaze istruzioni pratiche su come modificare la rotta di un aereo passeggeri. Il governo saudita ha ripetutamente negato alcun suo coinvolgimento, sebbene 15 dei 19 terroristi che effettuarono l’attentato fossero sauditi, come Osama bin Laden.

Da questa notizia di attualità sorgono gli spunti di riflessione del presente contributo, che ha natura interdisciplinare. Cosa spinge un giovane ad aderire alla causa jihādista abbandonando famiglia e affetti, affollando le fila di organizzazioni religiose estremiste, preparandosi a compiere sacrifici come quello di “farsi esplodere”? Cosa suggeriscono l’economia, la psicologia e gli approcci evoluzionistici sul fenomeno dei kamikaze?

Negli ultimi anni si sono avvicendate molte teorie sulla genesi del terrorismo suicida. Ci limitiamo a sintetizzarne alcuni aspetti.

Sotto il profilo dell’economia dell’informazione e in un contesto di informazione asimmetrica, il terrorismo suicida può essere utilizzato contro il nemico come un meccanismo di segnalazione di dedizione e di fede sentita. Essendo un segnale costoso (si mette in gioco la propria vita), si tratta di una minaccia credibile e non di un mero “cheap talk”. Il kamikaze è invincibile, perché prima ancora di morire è già morto, è un morto vivente. La “decisione anticipatrice della morte” lo proietta nell’eternità di chi, morto come individuo, vive come icona sacrificale del gruppo. Si tratta di un “esplosione sacra”. Infatti, i kamikaze sono ispirati a “valori sacri” in alcun modo negoziabili. Proprio la portata messianica rende il terrorismo religioso molto più pericoloso della militanza militare. Sul terreno attecchisce la “cultura della morte”: quando per una forma di neoascetismo sacrificale si è disposti a morire, non c’è spazio per negoziazioni né per minacce efficaci da parte dell’avversario. Tale passaggio porta ad affrontare taluni aspetti psicologi del fenomeno.

Sotto tale profilo, il meccanismo psicologico jihādista è il medesimo che ha funzionato con i kamikaze giapponesi: costituire comunità chiuse con una marcata connotazione mistico-militare, dove tutti i partecipanti si sentano affratellati nella realizzazione di un progetto segreto e considerato di vitale importanza. Il meccanismo psicologico jihādista ha pure natura e motivazioni apocalittiche, secondo cui il mondo esistente sarebbe sull’orlo di una profonda trasformazione che richiede l’uso sistematico della violenza. Dunque, una violenza purificante come strumento di rinascita. Tale visione esprime anche tratti comuni al movimento giapponese Aum Shinriko, i cui affiliati – tra cui ingegneri e scienziati specializzati in farmacologia genetica – avevano rilasciato nella metro di Tokyo (20 marzo 1995) il letale gas nervino Sarin.

Inoltre, il valore del proprio martirio diventa inestimabile per coloro che hanno bisogno di certezze: lo jihādismo si legittima attraverso la religione, ma le cause profonde della sua forza sono psicologiche. Fa leva sulla scarsa autostima del soggetto, dando al potenziale kamikaze una sua forte e nobile identità – con un’aura di eroismo – e un proprio grande progetto da perseguire; si fonda sulla frustrazione di persone colte e istruite che non trovano sbocchi professionali; così pure, fa breccia sulla disperazione di chi abita in territori degradati; offre opportunità fondate sul sogno di rivalsa; crea un proprio welfare volto alla soddisfazione del qui e adesso: costruisce infrastrutture (porta l’elettricità nei villaggi e costruisce strade); apre mense; vaccina bambini; paga le famiglie dei kamikaze; sfrutta i social network a fini propagandistici, postando in rete immagini virali che suscitano eccitazione e indignazione; ricorre alla musica per creare identità e rafforzamento nell’immaginario collettivo; affina la manipolazione psicologica per reclutare foreign fighters da tutto il mondo; tocca le corde di sentimenti d’ingiustizia, umiliazione e riscatto; sollecita il bisogno di appartenenza; traduce il profano nel sacro.

Molta letteratura scientifica è concorde nel ritenere che i terroristi non siano pazzi. Anzi, l’arruolamento predilige gente affidabile, scartando chi dà segni di squilibrio. Il processo di selezione dura a lungo: una bomba obbediente e carica d’odio non si improvvisa. E non si sceglie a caso. La carriera di una bomba umana si dipana così dalle prime classi all’ombra di una guida spirituale, attenta a cogliere gli elementi più promettenti. Solo alcuni, infine, vengono selezionati come aspiranti martiri. Fino al grande giorno della chiamata. Il kamikaze esaspera pensieri che non sono esclusivi di un malato, ad esempio la capacità di visualizzare il Paradiso. Annulla la sua vita: è certo che quello sia il sistema più nobile per raggiungere l’aldilà; fede e nazione sono l’unica strada di salvezza e si immola in loro nome perché li considera valori più alti della vita stessa. Per prepararsi al proprio martirio, il futuro kamikaze si concentra sugli aspetti operativi in modo da evitare quelli emotivi; inibisce i sentimenti negativi con la dissimulazione.

Sotto il profilo evoluzionistico, la vocazione a sacrificarsi facendosi esplodere è trasversale, in quanto non è prerogativa dell’uomo, ma anche di alcune specie animali. Un fatto stilizzato, questo, riscontrato fra varie specie di formiche combattenti in diverse parti del mondo (Moffett, 2010). Animali “altruisti”, pronti a sacrificarsi per la propria “tribù”.

Un gruppo di ricercatori, guidati da Alice Laciny, del Museo di Storia Naturale di Vienna, insieme a esperti del Borneo, hanno effettuato uno studio sistematico (Lacinery, A. et al., 2018) in occasione del ritrovamento di nuova specie di formica sviluppatasi nelle foreste dell’Isola del Borneo – ricca di biodiversità – con vocazione di kamikaze, che i ricercatori hanno appunto chiamato “Colobopsis explodens”. Infatti, esse possono suicidarsi, in caso di attacco nemico, contraendo i muscoli addominali.

Aumentando la pressione della parete dell’addome, essa si squarcia, lacerando i tessuti e causando la morte dell’animale. Con l’esplosione, le formiche liberano una sostanza giallastra – appiccicosa, urticante e carica di tossine – attraverso alcune ghiandole prossime alla mandibola. Quest’ultima infatti ha dimensioni maggiori di quella delle altre specie a loro simili: in questo modo l’animale contiene più sostanza tossica da usare in fase di esplosione, causando la morte immediata dell’avversario.

In effetti, non si tratta di un ritrovamento del tutto nuovo poiché già nel 1916, fino al 1935, si erano individuate specie di formiche-kamikaze – allora appellate “giallo goo” per il colore della sostanza emanata una volta esplose – poi però sembrate scomparse. Tuttavia, dai recenti studi della Lacinery e dal suo team sono emersi aspetti particolarmente interessanti, quali l’“efficienza” della “Colobopsis explodens”: riesce a farsi esplodere velocemente e con molta facilità. La gerarchia del formicaio della “Colobopsis explodens” costituisce un ecosistema molto strutturato: le formiche operaie – sterili – escono presto la mattina per procurare il cibo per la comunità. Fra loro, una ristretta squadra rimane invece all’ingresso del formicaio in qualità di sentinelle. La peculiarità comportamentale di queste ultime è quella di sfiorare, toccando con le zampe, ciascuna formica che entra ed esce per riconoscere se appartiene alla stessa comunità. Nei loro esperimenti, volti a verificare la reale efficacia della “Colobopsis explodens”, i ricercatori hanno introdotto all’ingresso del formicaio una loro acerrima nemica, la formica tessitrice. Ebbene, è bastato appena lo sfioramento da parte delle formiche operaie addette alla sorveglianza per osservare come le stesse detonassero uccidendo all’istante lo straniero.

La colonia, dunque, appare un unico superorganismo: in caso di pericolo è disposta a sacrificare una parte di sé per salvare una parte più grande. Sebbene molto rari, esistono in natura altri animali “altruisti” organizzati in grandi colonie e strutture sociali complesse, pronti a sacrificarsi per la propria “tribù” (le api sono un altro importante esempio). Attività di cooperazione e di solidarietà, comportamenti altruistici fino al punto che un animale mette a repentaglio la propria vita a favore di altri esseri della sua specie, hanno portato alcuni a ritenere che, almeno in certi casi, l’evoluzione operi per il bene della specie, e non delle singole unità che la compongono.

L’esempio di una struttura gerarchica a colonia, dove alcune formiche si sacrificano per salvare la loro comunità, si attaglia a una delle motivazioni usate per spiegare perché alcuni soggetti scelgono di diventare kamikaze (Fiocca, Montedoro, 2006). Una delle spiegazioni fornite nel volume Fiocca-Montedoro è di tipo evoluzionistico à la Dawkins, noto biologo evoluzionista.

Secondo il darwinismo “ortodosso”, il perno su cui agisce la selezione naturale è il singolo essere vivente; questi presenta alcuni caratteri o ereditati dai propri ascendenti o che appaiono per la prima volta proprio in lui, per via di una mutazione casuale. L’evoluzione di una specie avviene quando un soggetto, che ha sperimentato tale mutazione casuale, ne trae da essa un vantaggio competitivo rispetto ai suoi simili nella lotta per la sopravvivenza. Infatti, tale vantaggio garantisce all’essere in questione un maggior successo riproduttivo e, pertanto, aumenta le probabilità che il nuovo carattere si trasmetta e si ripresenti nelle generazioni successive, fino a modificare l’intera specie.

Dawkins (1989) sposta la prospettiva dal soggetto nella sua interezza al gene, l’unità biologica elementare, che rende possibile la trasmissione dei caratteri ereditari. La competizione riproduttiva – primo imperativo in natura – sicché è svolta non a livello di singolo individuo /animale, bensì dai suoi geni. Questi ultimi difatti vivono all’interno di in contesto in continua evoluzione – la natura produce sempre nuovi geni – e di forte competizione – tipologie diverse di geni si combattono l’un l’altro per assicurarsi le risorse per la sopravvivenza.

E’ il “gene egoista” a lottare per la sopravvivenza, garantendosi il maggior numero di replicazioni possibile, e quindi la sua sopravvivenza di lungo periodo. L’altruismo di un animale che sacrifica la propria vita suggerisce che l’evoluzione operi per il bene della specie (il formicaio interpretato come superorganismo), e non dei singoli esseri che la costituiscono. Il comportamento suicida si verifica in quanto il gene vocato a tale comportamento ha maggiore probabilità di propagarsi nelle generazioni rispetto a un eventuale gene che eviti l’atto suicida. In tal modo, per la formica sentinella-kamikaze, appartenendo all’interno della specie alle formiche operaie – per loro natura sterili – farsi esplodere per annientare il nemico è l’unico modo per trasmettere i propri geni, preservando la vita della prole della formica regina, prole che nei propri cromosomi ha per la più gran parte i geni della formica-kamikaze.

L’altruismo non è che una forma egoistica di far sopravvivere i propri geni nel tempo (da qui la terminologia di “gene egoista”): aiutando un soggetto della propria specie si aiuta in realtà se stessi. E’ il gene-kamikaze che in realtà vuole sopravvivere nel tempo diffondendosi in altri corpi appartenenti alle generazioni future. Non vuole altro che perpetuare se stesso nel lungo periodo. Il kamikaze, attraverso la solidarietà verso il “branco”, interpretabile in chiave evolutiva facendo riferimento al “gene egoista”, adotta una strategia cooperativa tramite il proprio sacrificio se questo serve a salvare altri organismi portatori dello stesso gene, cioè di “se stesso”. Al gene non importa quale portatore specifico sopravvivrà, ossia il veicolo; ciò per lui rileva è che sopravvivano le sue copie – il prototipo.

Il “ponte” che collega l’economia, la biologia, la psicologia (tra i primi contributi Hirshleifer, 1977, 1978, 1982, 1985; Tullock, 1977) conduce quindi a enfatizzare le basi genetiche delle interazioni socio-economiche e la vera forza dell’altruismo strategico fra soggetti perfettamente egoisti (Fiocca, 1988). Può anche spiegare perché – in ambienti di enorme competizione e conflitto per la sopraffazione reciproca fra gruppi tribali diversi – alcuni individui sono pronti a “farsi saltare” per la sopravvivenza della propria gente. E solo un gruppo straordinariamente potente può modellare la psicologia delle preferenze di un individuo al punto di farlo rinunciare alla propria vita per il gruppo stesso. Specularmente, un membro di un gruppo che rinuncia alla propria vita per un obiettivo stabilito dal gruppo, è la verifica della compattezza e potenza del gruppo stesso. Ogni kamikaze rende visibile al suo gruppo la propria totalità sociale perfetta.

 

Forum della Ricerca in Psicoterapia: il video della seconda giornata – Riccione 2019

Stimolare una riflessione su come la concettualizzazione, la condivisione, la strategia e la tecnica interagiscano tra loro all’interno del processo terapeutico: il Forum della Ricerca in Psicoterapia 2019 “Dalla concettualizzazione condivisa del caso alla terapia”

 

Forum della Ricerca in Psicoterapia 2019 “Dalla concettualizzazione condivisa del caso alla terapia” 10-11 maggio 2019, Riccione. Il Forum della Ricerca in Psicoterapia è un convegno biennale organizzato dalle scuole Studi Cognitivi, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Scuola Cognitiva di Firenze, Psicoterapia e Scienze Cognitive in cui gli allievi delle diverse scuole hanno l’opportunità di presentare e discutere i propri lavori di ricerca e casi clinici e ricevere revisioni da parte di ricercatori e clinici di comprovata esperienza. Quest’anno il Forum della Ricerca in Psicoterapia ha avuto come obiettivo quello di stimolare una riflessione su come la concettualizzazione, la condivisione, strategia e tecnica interagiscano tra loro all’interno del processo terapeutico. Il Forum della Ricerca in Psicoterapia 2019 “Dalla concettualizzazione condivisa del caso alla terapia” ha il fine di promuovere un confronto tra le diverse prospettive cognitive, una maggiore interazione tra clinica-formazione-ricerca, una riflessione critica sui progressi scientifici nell’ambito della psicoterapia cognitiva, la realizzazione di disegni di ricerca che possano avere rilevanza in ambito clinico e un’analisi critica della concettualizzazione e gestione dei casi clinici.

 

L’interazione tra ricerca e clinica –  Il video della seconda giornata del
Forum della Ricerca in Psicoterapia 2019 di Riccione:

 

Becoming Joker – Basta una brutta giornata per ridurre alla follia l’uomo più assennato del pianeta

Joker è Uscito il 3 ottobre 2019 Ispirandosi all’introspettivo fumetto e con protagonista un sorprendente Joaquin Phoenix. Todd Phillips, il regista di “Una Notte da Leoni” prova a narrare, attraverso il grande schermo, la nascita di Joker e contemporaneamente la morte dell’uomo Arthur Fleck, solo, abusato e malato.

Attenzione! L’articolo contiene spoiler

 

Basta una brutta giornata per ridurre alla follia l’uomo più assennato del pianeta. Ecco tutta la distanza che passa fra me e il mondo. Una brutta giornata”. Erano gli anni 80 e Alan Moore descriveva attraverso questa frase nel suo fumetto “The Killin Joke” quello che un uomo, dopo una lunga serie di tragedie e delusioni, poteva diventare assecondando la scintilla della follia.

Uscito il 3 ottobre 2019 Ispirandosi all’introspettivo fumetto e con protagonista un sorprendente Joaquin Phoenixe, Todd Phillips, il regista di “Una Notte da Leoni” prova a narrare, attraverso il grande schermo, la nascita di Joker e contemporaneamente la morte dell’uomo Arthur Fleck, solo, abusato e malato.

Film d’autore camuffato da cinecomic, la storia è un crescendo di emozioni, commuove e svuota l’anima.

In questo film, le uniche carte che compaiono informano le persone della disabilità di Arthur, queste carte si scusano per questa incontrollabile risata completamente disallineata e in controtempo sulla vita, un tic che arreca dolore al protagonista che si perde nella sua fantasia schizofrenica, depresso e in terapia. La società ad un certo punto però lo colpirà in pieno volto, tra soprusi, problemi a lavoro e la perdita dell’assistenza sanitaria perdendo dottoressa, farmaci e tutta la sua routine, la sottile linea che separa il morale e il giusto dall’immorale e lo sbagliato è visibile e nel momento in cui prende coscienza di essere completamente solo, viene varcata timidamente e verso l’inevitabile…nasce cosi Joker, suo malgrado…sì perché Arthur per tutta la prima parte del film cerca aiuto, è una vittima non un carnefice ma semplicemente non lo trova e spogliato di ogni difesa si abbandona a se stesso, Becoming Joker.

Il lato peggiore della malattia mentale è che la gente vorrebbe che tu ti comportassi come se non la avessi” la lacrima non può non scendere. Colpisce in pieno. Quanto è difficile comprendere la mente, il limite e le patologie ad essa legate, quanto sforzo cercare di immedesimarsi senza riuscire a comprendere realmente.

Perché non accettiamo l’esistenza delle malattie mentali? Perchè è cosi difficile comprendere la sofferenza invisibile? Perché non ce ne curiamo e lasciamo che si ingigantiscano prendendo le forme più svariate e temibili?

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il termine Salute connota “Uno stato di benessere completo, sia sul piano fisico, che mentale e sociale”.

“Salute fisica” e “salute mentale” non possono essere considerate come separate l’una dall’altra eppure ancora oggi la malattia mentale è estremamente sottovalutata, estremizzata e soprattutto ghettizzata in un turbinio di pregiudizi.

Ho notato inoltre che quando si parla di malattia mentale, questa, in automatico, si associa, spessissimo direttamente a persone adulte, ma l’origine di una disabilità mentale o emotiva che sia, non risiede come tutto se vogliamo, nell’infanzia?

Ogni malattia psichiatrica si manifesta per l’interazione di fattori biologici predisponenti e fattori ambientali favorenti. Ci sono persone che nascono geneticamente programmate per sviluppare la malattia mentale.

Quanto si parla quindi di neuropsichiatria infantile?

In Italia si stimano un milione e cinquecentomila minori che soffrono di una patologia mentale. Ma solo al 20 per cento di loro è stata diagnosticata una malattia. Le ricerche scientifiche raccontano un rosario di patologie: schizofrenia, disturbi bipolari, depressione, epilessia, autismo per poi continuare l’elenco che arriva fino alle psicosi precocissime, diagnosticate anche sotto i 12 anni.

 Il principale problema è che l’accesso gratuito alle cure – quelle scientificamente sperimentate e adatte ai bambini e agli adolescenti – nel nostro Paese è possibile solo in pochissimi centri. Il più delle volte la malattia psichiatrica nei bambini e negli adolescenti non viene neppure diagnosticata. Nessuno si accorge che hanno bisogno di cure. Troppo spesso i bambini crescono tenendosi queste patologie e la via della guarigione, una volta adulti, è più difficile da perseguire.

La Neuropsichiatria Infantile è rivolta a bambini, adolescenti e genitori con lo scopo di effettuare una diagnosi tempestiva, clinica e funzionale secondo la classificazione ICD 10, e impostare e attuare l’intervento riabilitativo. Le principali aree di intervento riguardano:

  • disturbi del comportamento in età evolutiva;
  • disturbi dell’umore nell’infanzia e nell’adolescenza;
  • disturbi d’ansia in età evolutiva

quindi si affrontano disturbi come:

  • autismo
  • disturbi d’ansia e depressione in età evolutiva;
  • enuresi ed encopresi;
  • disturbi della nutrizione;
  • disturbi neuromotori;
  • disturbi del comportamento;
  • deficit d’attenzione e iperattività ADHD;
  • cefalea infantile;
  • disturbi generalizzati dello sviluppo;
  • disfonia;
  • deglutizione atipica.

La neuropsichiatria infantile prevede una particolare attenzione al bambino e ai suoi vissuti emotivi, ma anche un’attenzione particolare a tutta la famiglia e ai diversi ambiti che il bambino frequenta. Utile al bambino e non solo, in parallelo dovrebbe essere attuato anche il Parent Training, con lo scopo non solo di sostenere ma di potenziare e valorizzare le capacità educative dei genitori, aiutandoli a comunicare meglio all’interno della coppia e con i figli, sì, perché riuscire a trovare una lingua comune è fondamentale, permette di comprendere meglio ciò che a noi tutti sfugge.

In Joker c’è un’esplicitazione di un disagio vissuto da molti ai nostri giorni, la tragedia di chi si trova ad avere un animo sensibile, ferito, in un mondo spietato.

La bellezza di questo film nasce però soprattutto dalla doppia lettura dettata dalla presenza della sua nemesi. Arthur è portato a scrollarsi di dosso tutto e a reagire assecondando la sua natura, da tutti questi eventi però se per lui la strada prende una certa direzione, contemporaneamente anche quella del suo acerrimo nemico si apre. Nel film il giovane Bruce Wayne vede uccidere nella rivolta i propri genitori, l’ingiustizia è fatta, il dolore si è insinuato anche in questo altro giovane personaggio che lo incanalerà però su tutt’altro percorso. Nasce Joker e lui stesso fa nascere Batman, due facce della stessa medaglia, due modi di rispondere alla vita e al dolore.

Se, come abbiamo detto, qualcuno nasce geneticamente predisposto per sviluppare una malattia mentale, attuando una prevenzione, un percorso di assistenza infantile, si forniranno gli strumenti per eludere la possibilità di trasformarci in Joker.

 

Trauma cranico: deficit cognitivi e comportamentali

Le lesioni cerebrali traumatiche (TBI – Traumatic Brain Injury) sono un problema sanitario rilevante nei Paesi industrializzati, dal momento che rappresentano la terza causa di morte dopo le malattie cardiovascolari e tumorali. La distribuzione dell’età del Trauma Cranico presenta il picco massimo nei giovani adulti tra i 15 e i 25 anni, soprattutto a causa di incidenti stradali, e un altro negli anziani al di sopra dei 75 anni in cui dominano le cadute accidentali.

Serena Pierantoni – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

La tipica vittima di politrauma con trauma cranico grave è un giovane adulto, coinvolto in incidente stradale, spesso in associazione ad abuso o intossicazione da farmaci, alcolici e stupefacenti.

Gli studi epidemiologici indicano che da 100 a 300 persone ogni 100.000 ogni anno muoiono o sono ricoverate per un TBI. Il 5-7% di questi traumi è grave, con un alto tasso di mortalità, pari al 40-50% (Rutland-Brown et al., 2006).

I sopravvissuti possono riportare deficit neurologici e neuropsicologici. La fisiopatologia dei TBI è una complessa combinazione di effetti immediati e ritardati e di lesioni focali e diffuse.

Sintomatologia neuropsicologica e valutazione

Nel trauma cranico non esiste un rapporto costante tra i gradi della lesione cranica e quelli della lesione encefalica. Si possono osservare lesioni encefaliche gravi in assenza di fratture craniche o fratture craniche con minime lesioni dell’encefalo.

Un indice fondamentale, da considerare è invece l’eventuale perdita di coscienza in seguito al trauma. La perdita di coscienza rappresenta un indice prognostico negativo: tanto più è prolungata, tanto più la prognosi può essere negativa.

La valutazione iniziale del traumatizzato cranico, pertanto, si avvale della Scala di Glasgow che fornisce indicazioni sullo stato di coscienza del paziente ed elementi utili ai fini della prognosi.

La Scala di Glasgow si basa sul rilievo di tre parametri fondamentali: apertura degli occhi, risposta verbale e risposta motoria. Un GCS (Glasgow Coma Scale) tra 15 e 14 (t.c. lieve) corrisponde a un paziente sveglio o risvegliabile, per il quale comunque non è possibile escludere un deterioramento. Un GCS tra 13 e 9 (t.c. moderato) corrisponde a un paziente confuso, che localizza o allontana lo stimolo doloroso. Un GCS tra 8 e 3 (t.c. grave) corrisponde a un paziente in coma che non risponde agli stimoli dolorosi.

I pazienti traumatizzati che emergono da un coma di solito attraversano una fase di disturbo cognitivo globale definito amnesia post-traumatica (APT). Riacquistano la coscienza, ma restano confusi, disorientati, incapaci di immagazzinare e richiamare informazioni mnesiche. In questo stadio sono frequenti anche disturbi comportamentali come apatia, mancanza di iniziativa, irrequietezza, agitazione, aggressività. Il recupero, in fase acuta, è di solito graduale, si inizia con l’orientamento personale, seguito dall’orientamento nello spazio e quindi nel tempo. Russell e Nathan (1946) hanno dimostrato che la durata dell’APT, che include anche la durata del coma, è uno dei migliori fattori predittivi dell’esito dopo un TBI.

Il paziente con trauma cranico può anche manifestare complicazioni mediche ritardate quali epilessie post-traumatiche o idrocefalo, che vanno prevenute farmacologicamente.

In fase subacuta, quando le condizioni cliniche lo permettono, lo psicologo con formazione neuropsicologica effettua una fase di assessment neuropsicologico. Tramite colloquio clinico e valutazione testistica delle funzioni cognitive, lo psicologo indaga i seguenti aspetti: consapevolezza di malattia; orientamento personale, spaziale e temporale; presenza di deficit attentivi e/o mnesici; presenza di deficit delle capacità logiche; presenza di eventuali deficit sensoriali (visivi, uditivi, etc); stato emotivo e aspetti comportamentali; presenza di confabulazioni o deliri strutturati; presenza di supporto familiare. Va posta attenzione su tutti gli aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali connessi alla sindrome frontale, frequente nei pazienti con TBI.

Al termine della valutazione testistica lo psicologo fornisce al paziente alcuni feedback circa l’esito delle prove neuropsicologiche.

Trauma cranico lieve

A causa della variabilità dei meccanismi patogenetici e dell’entità della lesione cranica, risulta difficile una classificazione sindromica.

Tuttavia è possibile individuare un continuum sindromico che va, in progressione di gravità, da sindromi lievi, caratterizzate da disturbi soggettivamente accusati dai pazienti ma prive di lesioni apparenti, ad una serie di quadri progressivamente più severi con una base lesionale ben definita.

A tal proposito la prima sindrome da considerare è la cosiddetta sindrome soggettiva del trauma cranico lieve. La caratteristica principale della sindrome soggettiva è la discordanza tra i sintomi che il paziente riferisce e la negatività dei reperti obiettivi. I pazienti presentano sintomi lievi e aspecifici di tipo somatico (cefalea, vertigini, nausea, disturbi di vista e udito, insonnia), emotivo-comportamentale (ansia, irritabilità, depressione) e cognitivo (difficoltà di concentrazione e smemoratezza). Questi disturbi possono configurarsi come un vero e proprio cambiamento di personalità e diventare causa di difficoltà relazionali e psico-sociali. Frequentemente i rapporti familiari si deteriorano e il rendimento scolastico o lavorativo diminuisce (Rimel et al., 1981). Per questo tipo di sindrome potrebbe essere utile una terapia psicologica mirata a rassicurare il paziente sulle possibilità di recupero.

In ottica di continuità con il quadro sopra descritto, si devono poi considerare le sindromi la cui natura organica appare, invece, evidente nelle indagini cliniche e nei test neuropsicologici.

In base alla recente definizione del Head Injury Interdisciplinary Special Interest Group of the American Congress of Rehabilitation Medicine (1993) un trauma cranico si può definire lieve quando si manifesta almeno con uno dei sintomi seguenti: perdita di coscienza, deficit mnesico per eventi immediatamente precedenti o successivi al trauma, alterazione dello stato mentale al momento del trauma, deficit neurologici focali. Per essere considerato lieve, il paziente deve aver avuto una perdita di coscienza minore di 30 minuti, un’amnesia post-traumatica minore di 24 ore e un punteggio alla Glasgow Coma Scale minore di 13-15.

I deficit cognitivi e comportamentali rappresentano la principale causa di disabilità nei pazienti con TBI e, anche se sono molto variabili da un paziente all’altro, se ne possono riconoscere alcune tipologie comuni.

Nel trauma cranico lieve emerge non tanto la compromissione di funzioni isolate, quanto un coinvolgimento più diffuso delle funzioni basiche, in particolare delle funzioni di supervisione attentiva, connesse ai lobi frontali, e delle funzioni esecutive più in generale (Kay et al. 1993).

I pazienti con esiti di TBI lieve lamentano affaticamento, difficoltà di concentrazione, minore efficienza nelle attività di vita quotidiana, maggiore lentezza, necessità di notevoli sforzi attentivi e di concentrazione per raggiungere gli stessi obiettivi ottenibili prima del trauma.

A livello di esami testologici emergono solitamente disturbi attentivi, di working memory e delle funzioni esecutive e in particolare: difficoltà a concentrarsi su un compito per un tempo prolungato, difficoltà a compiere più attività contemporaneamente, minore autocontrollo, lievi difficoltà nel giudizio e nell’astrazione, sfumate difficoltà nell’organizzazione del discorso (Schapiro et al. 1993).

Pertanto oltre alle prove neuropsicologiche standard, che consentono di ottenere un profilo cognitivo globale, ne vengono proposte altre che indagano nello specifico alcune componenti. Ad esempio, lo Stroop Color Word Test, il PASAT e il Trial Making Test per l’attenzione divisa e l’information processing, Test di Comprensione non letterale del linguaggio per le capacità pragmatiche e di astrazione, e il Test di Memoria di Prosa per indagare la rievocazione mnestica e di organizzazione gerarchica dei contenuti rievocati.

Frequentemente si rilevano sintomi di ordine emotivo ed affettivo come tendenza all’isolamento, irritabilità, faticabilità, turbe del sonno, diminuzione della libido, astenia generalizzata, labilità emotiva.

Differentemente dal paziente con trauma cranico grave, il traumatizzato lieve mantiene maggiore consapevolezza di malattia e capacità di autocritica. Ciò è, da un lato positivo, perché il paziente sarà più motivato a lavorare sulle sue difficoltà, dall’altro può essere causa di maggiori problemi e del mantenimento degli stessi.

Trauma cranico grave

Per considerare un trauma cranico grave il paziente deve aver perso coscienza per più di 30 minuti, aver manifestato un’amnesia post-traumatica maggiore di 24 ore e aver ottenuto un punteggio alla Glasgow Coma Scale maggiore di 13-15.

I pazienti traumatizzati gravi mostrano frequentemente un quadro neuropsicologico con prevalenza di sintomi frontali nelle diverse componenti: disturbi dell’emotività, disturbi motivazionali, disturbi comportamentali, deficit delle funzioni cognitive.

I disturbi dell’emotività più frequenti sono: l’ottundimento affettivo (il paziente sembra insensibile anche di fronte ad avvenimenti fortemente emotigeni); euforia; diminuzione della competenza sociale (ridotta abilità di mediare e soddisfare le aspettative ambientali e diminuzione dell’impulso a fare).

I disturbi motivazionali riflettono una carenza delle capacità di avviare o mantenere una sequenza comportamentale. I più frequentemente osservabili sono: apatia, inerzia, impulsività, iperattività, faticabilità, estrema distraibilità.

Nella maggior parte dei casi il paziente con TBI presenta disturbi comportamentali frontali quali: perseverazione, aggressività, incapacità di inibire le risposte, atteggiamenti regressivi, dissociazione, richieste inadeguate o inaccettabili, inosservanza delle regole sociali, turbe della sfera sessuale.

Da un TBI possono derivare disturbi sensorimotori minori. Le alterazioni più frequenti comprendono emiparesi, disartria, disfunzione di nervi cranici, disfunzioni olfattive, difficoltà visive, disturbi della deglutizione (Ponsford et al., 2012).

Dal punto di vista cognitivo, i cinque problemi più frequenti riferiti dai pazienti due anni dopo un grave trauma cranico sono: disturbi di memoria, irritabilità, rallentamento psicomotorio, scarsa concentrazione, stanchezza (Van Zomeren, 1985).

Memoria

La natura e la gravità delle difficoltà di memoria possono variare a seconda della sede e dell’estensione del trauma. Il caso più tipico è il paziente che dopo la fase di coma si trova nello stato di Amnesia Post-Traumatica caratterizzato da disorientamento spaziale e temporale e dall’impossibilità di rievocare in modo temporalmente corretto gli eventi delle ultime 24 ore. Superata la fase acuta, il paziente con TBI può presentare amnesia retrograda, quindi un disturbo nella rievocazione di informazioni acquisite prima dell’evento, di durata molto variabile, ma ben limitato nel tempo, precedentemente al quale gli eventi son ben rievocati.

Più frequentemente il paziente con TBI mostra un’amnesia anterograda, cioè una difficoltà ad acquisire nuovi ricordi. La loro prestazione risulta solitamente deficitaria nella rievocazione libera, mentre migliora nelle prove di riconoscimento. Questa sproporzione è stata interpretata come una difficoltà di pianificazione dell’apprendimento e dell’utilizzo di strategie appropriate di memorizzazione. Dunque, sotto molti aspetti, i deficit di memoria sembrano strettamente connessi ai deficit attentivi ed esecutivi. La memoria semantica sembra relativamente preservata, mentre i dati sulla memoria implicita risultano controversi.

Attenzione

La valutazione dei deficit di attenzione non è semplice perché non si tratta di una funzione unitaria. In ogni caso, attenzione e concentrazione scarse e rallentamento mentale sono sintomi frequenti dopo TBI e correlano significativamente alla gravità del trauma.

Solitamente il paziente con TBI presenta un aumento del tempo di reazione, ancora significativo 2 anni dopo il trauma; distraibilità e difficoltà di concentrazione con elevata sensibilità all’interferenza; difficoltà ad eseguire due compiti contemporaneamente.

Sembrerebbe che la vigilanza fasica (capacità di rispondere prontamente ad uno stimolo anticipato da un avvertimento) e l’attenzione sostenuta siano solitamente conservate dopo un TBI.

Indubbiamente il rallentamento è la conseguenza più importante di un TBI ed è probabilmente correlato al danno assonale diffuso. Esso compromette la prestazione in tutti i test cognitivi e attentivi, in cui i pazienti sembrano adottare la strategia che sacrifica la velocità per mantenere l’accuratezza della prestazione.

Funzioni Esecutive

Le funzioni esecutive sono le capacità cognitive coinvolte nella programmazione, regolazione e verifica dei comportamenti finalizzati (Shallice, 1988). La loro principale funzione è coordinare e controllare l’elaborazione delle informazioni in particolare nelle situazioni nuove e complesse. I deficit esecutivi possono essere molto variabili da un individuo all’altro e la loro valutazione neuropsicologica risulta molto complessa. Per natura, le funzioni esecutive sono soprattutto coinvolte in situazioni nuove, non strutturate, diverse dai test neuropsicologici strutturati. Frequentemente i pazienti che sembrano comportarsi in modo adeguato in un ambiente stabile possono mostrare difficoltà nell’adattarsi a situazioni più complesse; pertanto, alcuni pazienti con TBI eseguono i test standard delle funzioni esecutive entro i limiti della normalità, mentre mostrano difficoltà clinicamente significative nella vita quotidiana. I test di uso comune nella pratica clinica per valutare le funzioni esecutive sono i test di fluidità verbale o di disegno. Ampiamente utilizzati sono i test di selezione, per valutare la concettualizzazione, tutti richiedono al soggetto di classificare gli oggetti secondo vari criteri di scelta o di adattare le risposte sulla base dei suggerimenti dati dall’esaminatore (come nel Wisconsin Card Sorting Test).

Modificazioni comportamentali

È difficile distinguere tra ciò che è correlato alle funzioni cognitive e ciò che riguarda i deficit comportamentali. I sintomi più comuni sono irritabilità, stanchezza e mancanza di iniziativa e motivazione. L’origine di questi comportamenti e delle alterazioni di personalità non è ancora chiara. Tali disturbi potrebbero rappresentare l’aspetto comportamentale della sindrome disesecutiva, ma possono anche essere reazioni psicologiche reattive alla comparsa improvvisa di deficit fisici e cognitivi.

Anosognosia

Si è osservato che i pazienti con grave trauma cranico sottovalutano le proprie difficoltà rispetto a quanto riferito da terapisti e familiari (Prigatano e Altman, 1990). Questa mancanza di consapevolezza riguarda problemi cognitivi e comportamentali, mentre i disturbi fisici e sensitivi di solito vengono riconosciuti. La mancanza di consapevolezza è una delle cause principali di fallimento della riabilitazione, tuttavia sembra che l’introspezione migliori nel tempo mentre le reazioni emotive possono peggiorare. La relazione tra deficit cognitivo e mancanza di consapevolezza non è ancora stata chiarita.

Riabilitazione

I programmi di riabilitazione pertanto, vengono effettuati agendo innanzitutto sull’orientamento personale, temporale e spaziale, sulla consapevolezza di malattia e le confabulazioni, perché la loro correzione è fondamentale per il lavoro riabilitativo successivo. Per facilitare la riacquisizione della consapevolezza è indispensabile fornire al paziente feedback o informazioni sullo svolgimento e sui risultati delle attività svolte, sia da parte degli operatori in seduta individuale, sia da parte di altri pazienti osservatori durante le terapie di gruppo.

Non appena il paziente appare in possesso di una comprensione del contesto clinico, si inizia a rieducare le funzioni cognitive: attenzione e concentrazione, memoria, ragionamento, linguaggio.

I trattamenti solitamente prevedono sedute quotidiane della durata di 45 minuti.

Per trattare i sintomi comportamentali solitamente si utilizzano le tecniche comportamentali, che si basano sul rinforzo positivo e/o negativo. Sono stati segnalati risultati positivi in pazienti con comportamento disinibito o aggressivo.

Anche nei pazienti con TBI lieve, che hanno un buon recupero, è comune una riduzione delle attività sociali e di svago rispetto a prima dell’incidente e questa riduzione nella maggior parte dei casi correla con una mancanza di motivazione piuttosto che con limitazioni fisiche. Spesso i pazienti o i loro familiari, a seguito di TBI, lamentano isolamento sociale e abuso di sostanze che possono esacerbare i problemi cognitivi e comportamentali già esistenti, alterare le relazioni familiari e compromettere la reintegrazione lavorativa. A proposito di ritorno al lavoro, questo viene considerato uno dei maggiori indicatori di buon recupero.

Tuttavia, spesso i pazienti non riescono a tornare a lavoro oppure tornano a un livello di responsabilità inferiore rispetto a prima del trauma, che può determinare disappunto e frustrazione.

Per il trattamento del trauma cranico lieve son state identificate alcune linee guida da seguire: informazione, educazione, supporto, terapia cognitiva, incontri con i familiari, monitoraggio.

Il primo passo è fornire al paziente spiegazioni circa i suoi sintomi rassicurandolo sul fatto che sono una normale conseguenza del trauma. Una volta istruito circa le caratteristiche del trauma subito, va educato richiamando il fatto che le capacità che aveva prima dell’incidente nel saper gestire le varie situazioni e i problemi della vita quotidiana, la sua efficienza e la capacità di concentrazione possono diminuire a causa del trauma. Per questo è necessario riprendere le attività in maniera graduale.

Risultano estremamente utili i colloqui di sostegno il cui obiettivo è risolvere il conflitto tra le aspettative del paziente e le capacità attuali con le eventuali limitazioni dovute al trauma. Per i pazienti che mostrano sequele neuropsicologiche è necessario un trattamento riabilitativo costruito ad hoc sulle problematiche emerse, cercando, quando possibile, di ricreare i contesti in cui il soggetto si trova comunemente ad operare.

Oltre a fornire informazioni esplicative al paziente stesso è utile coinvolgere anche i parenti ai quali vanno anche consigliati gli atteggiamenti più opportuni da tenere.

È utile infine un monitoraggio a lungo termine del paziente a frequenza progressivamente ridotta.

Le metacredenze disadattive e l’alta sensibilità alla ricompensa rappresentano fattori di rischio per lo sviluppo di problemi legati all’alcol

Uno studio condotto presso la University of South Dakota negli Stati Uniti, ha evidenziato quali fattori rendano più o meno probabile l’abuso di alcolici e le condotte a rischio a esso correlate in giovani adulti di età compresa tra i 18 e i 25 anni, individuando nelle metacredenze disadattive e nell’alta sensibilità alla ricompensa dei fattori di rischio (Sistad, Simons&Simons, 2019).

 

L’abuso di alcolici rappresenta una problematica sensibile tra giovani adulti di età compresa tra i 18 e i 25 anni: negli Stati Uniti, il 16% dei giovani è un bevitore occasionale, il 40% è un bingedrinker e l’11% è alcolista (Substance Abuse and Mental Health Services Administration; SAMHSA, 2015). Anche le condotte a rischio legate all’abuso di alcolici sono più frequenti durante questo periodo della vita, compromettendo non solo la salute fisica e mentale dei giovani, ma anche le sfere di vita sociali e scolastiche. Negli ultimi vent’anni, la prevalenza degli studenti universitari che abusano di alcolici è rimasta pressoché invariata, suggerendo la necessità di nuovi interventi mirati alla diminuzione del problema (Champion, 2012).

Il presente studio, recentemente  pubblicato sulla rivista Addicted Behaviors Reports, si è posto l’obiettivo di esaminare il rapporto tra i fattori che facilitano e quelli che inibiscono l’abuso di alcolici e i problemi da esso derivano: tra i primi troviamo l’alta sensibilità alla punizione (sensivity to punishment – SP) e le metacredenze adattive, tra i secondi l’alta sensibilità alla ricompensa (sensivity to reward – SR)e le metacredenze disadattive (Sistad, Simons&Simons, 2019).

Gli autori si sono ispirati agli aspetti teorici della recise Reinforce Sensitivity Theory (rRST) di Gray e McNaughton (2000) per avere un quadro generale dell’eziologia dei problemi legati all’abuso di alcolici. Secondo questa teoria, esistono tre sistemi comportamentali ed emozionali che moderano le possibili risposte dell’individuo alla SP e alla SR: essi sono il Fight-Flight-Freeze System (FFFS), il Behavioral Activation System (BAS) e il Behavioral Inhibition System (BIS).Alcuni studi condotti sui sistemi della rRST, hanno dimostrato che un’elevata SR, se unita a una bassa SP, aumenta significativamente la probabilità di un individuo di abusare di alcolici e di intraprendere comportamenti a rischio legati all’uso di alcol e individui particolarmente sensibili alla punizione sono inclini all’utilizzo di alcolici solo nel caso in cui sia elevata anche la sensibilità alla ricompensa (Wardell, O’Connor, Read, &Colder, 2011).

Un altro fattore tenuto in considerazione dagli autori dello studio qui riportato, è l’impatto delle metacredenze, ovvero delle credenze che gli individui hanno sui loro stati mentali e sull’abilità di controllarli, sui comportamenti di abuso di alcolici (Sistad, Simons&Simons, 2019). Le metacredenze adattive riguardano la fiducia nella capacità di controllare e calmare la propria preoccupazione, la capacità di scindere tra gli stati interni e i fattori esterni (“provare ansia non significa che io sia realmente in pericolo”), l’autoriflessione e la flessibilità nel problem-solving, mentre le metacredenze disadattive comprendono le credenze metacognitive positive (“focalizzarmi sulla minaccia mi aiuta a fronteggiarla”) e negative (“non sono in grado di controllare i miei pensieri”; Wells & Cartwright-Hatton, 2004). Queste ultime sono legate a una maggior probabilità di abusare di alcolici, sia nel caso in cui questo venga utilizzato per placare sensazioni negative, sia nel caso in cui le credenze positive e negative riguardino direttamente gli effetti degli alcolici (“bere mi aiuta a controllare i miei pensieri”, “anche se ci provo, non riesco a controllare la mia voglia di bere”; Clark et al., 2012).

L’ipotesi dello studio di Sistad e colleghi (2019) è che l’effetto della SR e della SP cambi a seconda della natura e della forza delle metacredenze adattive e maladattive sull’abuso di alcolici. Sono stati reclutati 355 soggetti di età compresa tra i 18 e i 25 anni per indagare le possibili associazioni tra SR, SP e metacredenze: i partecipanti hanno completato il Metacognition Qustionnaire-30 e il Positive Metacognitions and Positive Meta-emotions Questionnaire per indagare la natura delle metacredenze, il Modified Daily Drinking Questionnaire e il Young Adult Alcohol Consequences Questionnaire per analizzare la frequenza dell’utilizzo di alcolici e dei comportamenti rischiosi a esso correlati e, per ottenere una misura della SR e della SP, hanno infine compilato il Reinforcement Sensitivity Theory of Personality Questionnaire.

L’ipotesi di ricerca è stata solo parzialmente confermata: i risultati dei test confermano che il rapporto tra la SP e la SR può predire il consumo e l’abuso di alcolici (nel caso in cui la prima sia inferiore e la seconda superiore) e che l’interazione tra l’incontrollabilità/pericolosità del pensiero (metacredenze negative) e un’elevata SR aumenta la probabilità di mettere in atto condotte a rischio legate all’uso di alcol. Al contrario, i dati non hanno mostrato una capacità significativa di predire i comportamenti d’abuso nel caso in cui tutte e tre le variabili (SR, SP e metacredenze adattive e maladattive) siano messe a confronto (Sistad, Simons&Simons, 2019). In conclusione, il presente studio conferma che l’elevata sensibilità alla risposta sia un ottimo predittore del rapporto con gli alcolici durante la prima età adulta, sia quando associato a una bassa sensibilità alla punizione, sia quando associato a metacredenze negative riguardanti la pericolosità e l’incontrollabilità del pensiero.

Il ruolo del linguaggio nello sviluppo della teoria della mente nel bambino

Per comprendere credenze proprie e altrui è richiesta la consapevolezza del fatto che ogni persona possiede una visione del mondo soggettiva. Negli ultimi anni numerosi studi hanno sottolineato l’importanza del linguaggio nella comprensione delle credenze e alcuni ricercatori hanno cercato di fornire delle prove dell’associazione tra linguaggio e teoria della mente.

Roberta Carugati e Federica Ferrari – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

 

Teoria della mente e linguaggio

Diversi studi hanno identificato una forte correlazione tra linguaggio e lo sviluppo della teoria della mente. Gli esseri umani prima di acquisire il linguaggio possiedono già alcune competenze che riguardano il mondo circostante e anche abilità riguardanti la cognizione sociale, per esempio sono in grado di condividere l’attenzione con altre persone, ed indirizzarla su eventi esterni mediante il gesto di indicazione (Carpenter, Nagell, Tomasello, 1998) e discriminare azioni intenzionali da quelle non intenzionali. Tuttavia l’abilità dei bambini di comprendere stati mentali più astratti e profondi è una questione più complicata (Lohmann, Tomasello, 2003).

Negli ultimi anni numerosi studi hanno sottolineato l’importanza del linguaggio nella comprensione di compiti di credenza. Per comprendere le credenze proprie e di altri è richiesta la consapevolezza del fatto che ogni persona possiede una visione del mondo che è soggettiva, poiché dipende dalla propria esperienza personale, che può essere o non essere condivisa da altre persone. I principali filoni di ricerca che hanno cercato di fornire delle prove dell’associazione tra linguaggio e teoria della mente sono due, quello correlazionale e quello con i training.

Tra gli studi correlazionali ce ne sono numerosi che hanno dimostrato la relazione tra sviluppo linguistico e comprensione degli stati mentali, anche quando la misura del linguaggio veniva rilevata molti mesi prima rispetto ai compiti di falsa credenza (questi compiti indagano la presenza nel bambino della capacità di pensare a un’altra persona come soggetto che possiede una credenza che è falsa rispetto alla realtà; Dunn et al., 1991; Astington, Jenkins, 1999; Gale, de Villiers, de Villiers, Pyers, 1996; Farrar, Maag, 2002; de Villiers, de Villiers, 2000; Watson, Painter, Bornstein, 2002). Gli studi che utilizzano il training invece, hanno il vantaggio di dimostrare specifiche relazioni causali tra il training a cui sono sottoposti i bambini e le misure di abilità che emergono in seguito. Appleton e Reddy (1996), ma anche altri ricercatori (Slaughter, 1998; McGregor, Whiten, Blackburn, 1998), si sono occupati di misurare dapprima le iniziali competenze di alcuni bambini in compiti di falsa credenza, successivamente di sottoporli ad un training in cui era implicato l’uso del linguaggio e, infine, rimisurare le loro competenze in una fase di post test per verificare gli eventuali miglioramenti. Il tipo di training era ovviamente diverso all’interno di ogni ricerca tuttavia mancava un gruppo di controllo necessario a dimostrare che i miglioramenti che si verificano in una condizione sperimentale dipendono solo ed esclusivamente dal training sul linguaggio e non da altri fattori che concorrono (Lohmann, Tomasello, 2003).

Sebbene sia noto che il linguaggio giochi un ruolo importante nella successiva comprensione della falsa credenza, poche ricerche hanno cercato di indagare più nel profondo la specificità di questo ruolo. Da tutti gli studi sono emerse 4 ipotesi.

1. La prima ipotesi deriva dall’approccio theory-theory e sostiene che il linguaggio non ha un preciso ruolo nella comprensione della falsa credenza, poiché i bambini formano costantemente teorie sulle altre persone e le loro menti, per cui i dati linguistici vengono utilizzati di certo, ma non in modo così rilevante (Gopnik e Wellman, 1992).

2. La seconda ipotesi sostiene che imparare termini come credere, sapere, pensare, il cosiddetto lessico psicologico, sia fondamentale per riuscire a risolvere questi compiti di credenza, poiché vengono usati per riferirsi a stati interni (Olson, 1988). Numerose ricerche hanno mostrato evidenze della relazione tra la comparsa di  questo particolare lessico e lo sviluppo di una teoria della mente (Baumgartner, Devescovi, D’Amico, 2000; Ruffman, Slade, Crowe, 2002; Ornaghi, Grazzani Gavazzi, 2009, Lecce, Pagnin, 2007a, 2007b). Nello specifico, questo particolare lessico, che viene chiamato anche mentalistico, è costituito da parole che si riferiscono a stati psicologici interiori e contiene termini percettivi, emotivi e volitivi e anche morali che è possibile osservare in contesti naturalistici di interazione quotidiana (Dunn, Brophy, 2005; Nelson, 1996). Il lessico psicologico fa la sua comparsa nel vocabolario del bambino a circa due anni e cresce per complessità, poiché i primi a comparire sono i termini psicologici che si riferiscono a se stessi come “non mi piace”, poi vengono usati per riferirsi agli altri “lui pensa”; anche i termini che si riferiscono a volontà e desideri, i cosiddetti volitivi e quelli di tipo percettivo, possono trovarsi nei dialoghi di bambini di due anni (Ornaghi, Grazzani Gavazzi, Zanetti, 2010) che li usano anche per trovare spiegazioni al comportamento degli altri. Abbastanza precocemente si possono ritrovare anche termini ti tipo emotivo, che si riferiscono sia a stati positivi, come essere felice, contento, sia con valenza negativa, come essere arrabbiati o tristi; si ritrovano anche termini che fanno riferimento prima alle emozioni di base (Ornaghi, Grazzani Gavazzi, Zanetti, 2010), in seguito a emozioni più complesse quali odio, amore, sorpresa (Grazzani Gavazzi, 2011). Per quanto riguarda i termini di tipo cognitivo, ovvero parole che si riferiscono a pensieri, immaginazioni e credenze, essi compaiono a partire dai tre anni di età (Ornaghi, Grazzani Gavazzi, Zanetti, 2010). Quindi è solo con l’aumentare dell’età e con il conseguente sviluppo che i bambini arricchiscono il loro vocabolario divenendo capaci di discriminare le varie emozioni e di utilizzarle in modo appropriato nelle interazioni.

Autori come Lecce e Pagnin (2007) hanno sostenuto l’idea che non sempre la comprensione del lessico emotivo coincide con l’utilizzo che il bambino fa di questi termini, poiché quest’ultimo potrebbe semplicemente dipendere dalla situazione e non sottendere quindi ad una reale comprensione, mancando anche della dimensione soggettiva, che è caratteristica fondamentale di quella emotiva. Per quanto riguarda il lessico mentalistico è necessario sottolineare che esiste, anche in questo caso, un utilizzo differente, che varia da bambino a bambino, e ciò dipende da alcuni fattori che ne influenzano sia la comprensione che la produzione. I fattori familiari sembrano essere molto importanti, poiché è stato dimostrato che l’utilizzo del lessico psicologico da parte della madre correla con lo sviluppo della teoria della mente (Theory of Mind – ToM) nel bambino, infatti quanto più fa ricorso a questi termini nel dialogare con il figlio quanto più le prestazioni di quest’ultimo saranno migliori in compiti di falsa credenza (Dunn, Brown, Beardsall, 1991; Ruffman, Slade, Crowe, 2002; Ornaghi, Grazzani Gavazzi, Zanetti, 2010; Symons, Fossum, Collins, 2006). L’importanza dell’ambiente anche nel contesto del lessico psicologico è stata approfondita da Lecce e Pagnin (2007) riferendosi al pensiero di Vygotskij (1978) il quale sosteneva che il fattore principale dello sviluppo personale fosse l’interazione con l’altro e la conseguente condivisione di esperienze, dal momento che, interagendo con partner più abili e competenti, il bambino poteva anch’esso fare esperienza e trovare nella relazione gli strumenti necessari per consolidare quelle conoscenze che altrimenti non sarebbe in grado di fare da solo. Per autori come Harris (1996) questo è ciò che accade per l’apprendimento del lessico mentalistico. Ovviamente, come per molte competenze, la cultura di appartenenza è responsabile di alcune differenze. Oltre al fatto di stabilire le modalità comportamentali di una determinata emozione, il suo oggetto e il suo valore, è anche responsabile del lessico con cui gli individui ne parlano (Battacchi, 2004).

Tornando alla letteratura esistente sul ruolo del lessico psicologico nello sviluppo della comprensione degli stati mentali, una ricerca di Ornaghi, Grazzani Gavazzi, Zanetti (2010) si è occupata di indagare la presenza di correlazioni tra la comprensione e la frequenza d’utilizzo di questo lessico e le loro prestazioni in compiti di ToM, ampiamente documentata in bambini prescolari (Lecce, Caputi, Pagnin, 2009; Longobardi, Pistorio, Renna, 2009) e in bambini di età scolare, per verificare se questa relazione rimaneva stabile anche in bambini più grandi. I risultati di questa ricerca hanno indicato una stabilità di correlazione tra produzione e comprensione di lessico mentalistico e abilità in prove di teoria della mente.

3. La terza ipotesi è stata avanzata dagli autori de Villiers e de Villiers (2000), che hanno proposto l’idea che la sintassi usata dagli adulti per riferirsi alle credenze e agli stati mentali serva al bambino per crearsi formati rappresentazionali necessari per affrontare i compiti di falsa credenza. In particolare, ciò che è importante è la comprensione di frasi in cui nella principale è situato il verbo che fa riferimento allo stato mentale, come per esempio “la mamma pensa”, e nella subordinata è presente il complemento che contiene il contenuto specifico dello stato mentale (“che non ho fatto i compiti”). In questa tipologia di frasi grammaticali la frase principale può esistere anche da sola e può essere vera, mentre non lo è necessariamente quella subordinata ( ad esempio la mamma pensa che non ho fatto i compiti ma in realtà li ho fatti). Per gli autori la comprensione da parte del bambino di questo concetto permette in seguito di comprendere gli stati epistemici nelle altre persone.

Numerosi studi hanno confermato la correlazione tra la competenza in questa tipologia di frasi e le prestazioni in compiti di teoria della mente in bambini di età prescolare (de Villiers, Pyers, 1997; Tager-Flusberg, 1997, 2000; Hale, Tager-Flusberg, 2003). In un una ricerca di Hale e Tager-Flusberg (2003) che ricorreva all’utilizzo di un training, le autrici hanno indagato se queste specifiche strutture grammaticali, piuttosto che aspetti del linguaggio più in generale, avessero un ruolo importante nello sviluppo della ToM in bambini di età compresa tra i 36 e i 58 mesi. I risultati di questa ricerca hanno mostrato che il gruppo di bambini a cui era stato sottoposto ad un training specifico riguardante le subordinate oggettive otteneva miglioramenti nelle prestazioni a compiti di teoria della mente, mentre questo effetto non si verificava nei bambini il cui training era centrato sulle frasi relative. Tuttavia, non si verificava neanche la situazione contraria, poiché il training sui compiti di falsa credenza non portava a miglioramenti in compiti di proposizioni oggettive anche se questi bambini andavano incontro a miglioramenti in compiti di ToM molto simili al primo gruppo. Questi dati sostengono l’ipotesi che l’acquisizione di queste strutture grammaticali non sia necessariamente un prerequisito per lo sviluppo di una comprensione della mente rappresentazionale (de Villers, 1995, 2000; Hale, Tager-Flusberg, 2003). Concludendo è possibile affermare che la conoscenza di particolari strutture grammaticali è ugualmente importante nel facilitare lo sviluppo della teoria della mente. Per le autrici il linguaggio non riflette o comunica semplicemente emozioni, pensieri o credenze, ma piuttosto esprime una conoscenza linguistica strutturale specifica che favorisce l’abilità di attribuire esplicitamente a se stessi e agli altri questi stati mentali (Hale, Tager-Flusberg, 2003).

4. L’ultima ipotesi avanzata da Harris (1996, 1999) riguarda il fatto che non è la struttura grammaticale ad influenzare la comprensione di compiti di falsa credenza, quanto piuttosto lo scambio linguistico che il bambino sperimenta in interazione con gli altri. Secondo l’autore il concetto di credenza come stato mentale, acquista significato solo all’interno di situazioni in cui essa può essere vera o falsa. E’ all’interno di un discorso, che il bambino capisce che una persona può avere conoscenze che lui non possiede e che su uno stesso argomento possono esistere differenti punti di vista (Harris, 1996, 1999; Lohmann e Tomasello, 2003).

Date queste quattro ipotesi, e spiegate le prove a sostegno di ciascuna, alcuni autori hanno indagato più a fondo, tentando di dare risposte definitive, su ciò che riguarda il ruolo del linguaggio nel favorire le competenze mentalistiche.

Lohmann e Tomasello nel 2003 hanno condotto una ricerca che ha coinvolto più di centotrenta bambini di tre anni di età circa in alcune condizioni sperimentali. Il training di base ha preso spunto da quello di Slaughter e Gopnik (1996): i bambini appartenenti al gruppo sottoposto al training visionavano un numero di oggetti, alcuni dei quali avevano un aspetto estetico che non corrispondeva alla sua funzione (ad esempio un fiore che ad una successiva analisi si rivelava essere una penna). Gli oggetti venivano mostrati uno per uno e a questo seguiva una discussione in cui lo sperimentatore forniva suggerimenti o correzioni ai commenti che il bambino faceva. Il gruppo di controllo visionava solamente gli oggetti ma non partecipava ad alcuna discussione. I risultati hanno dimostrato che il linguaggio è una condizione necessaria per i bambini piccoli affinché si verifichi un miglioramento nella comprensione della falsa credenza, infatti la semplice vista di oggetti ingannevoli non è sufficiente; piuttosto, i bambini necessitano che questa esperienza venga strutturata attraverso il linguaggio. I gruppi sperimentali sono stati sottoposti anche ad un training sulle proposizioni oggetto e questo ha portato ad una significativa facilitazione nella comprensione di compiti di falsa credenza, anche se l’effetto maggiore è stato registrato in quei bambini il cui training combinava entrambi gli aspetti. Il linguaggio quindi sembra essere un forte facilitatore, se non addirittura un aspetto indispensabile nello sviluppo della falsa credenza.

Ulteriori evidenze di quest’ultimo aspetto provengono dalle ricerche su popolazioni atipiche. Bambini sordi, nati da famiglie udenti, che non hanno avuto a disposizione alcun mezzo per poter conversare con i familiari su stati mentali nei loro primi anni di vita, sperimentavano presumibilmente le stesse situazioni dei loro coetanei udenti, in cui osservavano le reazioni degli altri o avevano loro stessi credenze erronee, ma non riuscivano a risolvere compiti connessi a queste abilità nonostante fossero coetanei (de Villers, de Villers, 2000; Gale et al., 1996; Peterson, Siegal, 1995, 1998, 1999, 2000; Lohmann, Tomasello, 2003). Al contrario bambini sordi, nati in famiglie che ricorrono all’uso dei segni, e che quindi possono condividere un sistema comunicativo grazie al quale sperimentare esperienze più ricche dal punto linguistico, sviluppano i concetti di falsa credenza nello stesso periodo di bambini udenti (Peterson, Siegal, 1999, 2000). Ciò che continua a non essere chiaro è se il linguaggio è un prerequisito essenziale per l’emergere della Teoria della Mente oppure se semplicemente ne facilita lo sviluppo. I meccanismi specifici che dal linguaggio conducono alla comprensione delle menti rimangono ipotesi. Il linguaggio, in particolare quello riferito agli stati mentali, può incoraggiare chi lo apprende a prestare attenzione ai pensieri e credenze interni, che prima erano stati ignorati (Gopnik, Meltzoff, 1997). Queste conclusioni non escludono che anche il ruolo dell’esperienza sociale sia importante e necessaria (Hobson, 2004).

Una serie di ricerche si è occupata di indagare il ruolo che il linguaggio materno occupa nello sviluppo delle abilità mentalistiche nel bambino. Studi recenti hanno osservato che, anche quando i bambini presentano uno sviluppo del linguaggio tipico, lo stile comunicativo delle madri, che è qualcosa di personale e diverso in ogni persona, influenza la comprensione che il bambino ha sugli stati mentali (Harris, de Rosnay, Pons, 2005). In uno studio di de Rosnay, Pons, Harris, Morrel del 2004, è emerso che l’uso che le madri fanno di termini mentalistici per descrivere i loro figli (es. il concentrarsi di più su aspetti psicologici e meno su quelli comportamentali o estetici) correla con le prestazioni in compiti di falsa credenza nei bambini, ma anche con quelle in compiti di attribuzione delle emozioni contenute in piccole storie; per cui le descrizioni mentalistiche delle madri predicono la capacità dei figli di attribuire emozioni corrette negli altri (Harris, Pons, de Rosnay, 2005).

Altri ricercatori hanno analizzato le tappe di acquisizione del lessico emotivo nel bambino videoregistrando le interazioni con la madre e hanno riportato che è intorno ai diciotto mesi che compaiono i primi termini (Bretherton, 1987; Bretherton et al., 1981, 1986; Dunn, Munn, 1987), mentre poco prima dei trenta mesi i bambini sembrano essere in grado di parlare delle emozioni provate da se stessi e anche di riflettere su quelle degli altri (Bretherthon, Beeghly, 1982).

Un ulteriore studio ha dimostrato che anche il linguaggio paterno è importante nel successivo sviluppo della cognizione sociale, competenza composta da due distinti aspetti quali la comprensione delle emozioni e la teoria della mente, entrambe influenzate dagli stili conversazionali dei genitori (LaBounty, et al., 2008). I genitori quindi riferendosi maggiormente alle credenze e ai desideri nei loro dialoghi e conversando su stati emotivi negativi, influenzano chiaramente la comprensione che il bambino ha sulle menti altrui (LaBounty et al., 2008).

La correlazione tra linguaggio e abilità di mentalizzazione in diverse culture

La maggior parte degli studi che ha indagato la correlazione tra linguaggio e teoria della mente ha utilizzato prevalentemente parlanti di lingua inglese, tuttavia diversi studi transculturali hanno dimostrato come questa relazione sia presente e valida anche per altre lingue. Nello specifico, uno studio di Shatz e colleghi (Shatz et al., 2003) basandosi sulle ricerche di Lee, Olson, e Torrance (1999), ha indagato le prestazioni di quattro gruppi di bambini prescolari parlanti turco, portoghese, inglese e spagnolo portoricano (lingue  scelte in base alla presenza o assenza di termini espliciti per riferirsi a credenze) in compiti di falsa credenza. Infatti, ogni lingua possiede dei termini coniati per riferirsi a stati mentali, solamente che nel caso dell’inglese e del portoghese brasiliano, una stessa parola viene utilizzata per esprimere diversi significati: nel caso dell’inglese il termine think si trova in frasi in cui si segnala un’azione mentale (ad esempio I’m thinking about the party), oppure una credenza che sappiamo essere falsa, ma per qualcuno ritenuta vera (es. Maria thinks that Milan is in France), infine anche un pensiero verso cui il parlante che riporta la frase ha un atteggiamento neutrale (Giorgio thinks that it will be sunny tomorrow) (Shatz et al., 2003). Questo non accade per quelle lingue come lo spagnolo o il turco in cui si ricorre a parole differenti per esprimere i concetti sopra citati. I risultati di questa ricerca hanno mostrato che, la presenza di termini espliciti all’interno della lingua, influenzava minimamente le prestazioni dei bambini in questi compiti, mentre risultavano più importanti gli effetti legati allo status socioeconomico (Shatz et al., 2003).

Una ricerca di Liu e colleghi (Liu et al., 2008) ha confrontato le prestazioni di bambini cinesi e nord americani in compiti di falsa credenza. I risultati hanno dimostrato che il primo gruppo presentava un ritardo nello sviluppo di questa abilità, tuttavia si trovava avvantaggiato in compiti sulle funzioni esecutive, abilità che correlano con i successivi punteggi in compiti di falsa credenza. Questi risultati contraddittori, possono essere spiegati sulla base del fatto che non sono stati tenuti in considerazione alcuni fattori come l’avere o meno dei fratelli o essere bilingue. Per questo motivo gli autori sono arrivati alla conclusione che non è la presenza di un singolo fattore linguistico o socioculturale a causare delle differenze nella comprensione della mente altrui, ma piuttosto esistono numerosi fattori e processi che possono verificarsi (Liu et al., 2008).

 

La risata perturbante, straziante ed assordante di Joker

La risata perturbante, straziante ed assordante di Joker. Il monito dato dalla madre di sorridere e di “mettere una faccia felice”.

Attenzione! L’articolo contiene spoiler

 

“Sono solo io o in giro tutti stanno diventando più pazzi?” questa la domanda che attanaglia per tutta la vita il protagonista dagli occhi tristi e dalla risata angosciante, penetrante e respingente. Tale sghignazzata (a tratti simile ad un gemito) non è la risposta a situazioni di gioia, divertimento, benessere o stimolazioni fisiche; è, al contrario, una risata patologica che consiste in episodi incontrollati di riso, scatenati da stimoli apparentemente non rilevanti (cioè sollecitazioni che normalmente non causerebbero tale risposta emozionale). Talvolta si passa bruscamente al pianto ed in alcuni momenti non si capisce chiaramente se Joker stia piangendo o ridendo, quasi come se l’uno diventasse l’altro in modo circolare, confuso ed incontrollato.

L’incipit del film, la scena allo specchio, designa quanto possa essere labile la distanza da un’espressione felice ad una triste. Con il fisico scarno ed emaciato da una solitudine corrodente ed affamante e con le espressioni facciali distorte tanto quanto le percezioni della mente che le muove, il film Joker, infastidisce e disturba perché nel suo trasfigurare verso il male riflette un dolore ed una richiesta d’aiuto antica, soffocata e profonda, mai capita, ascoltata ed accolta. Colpisce e permea con le sue esplosioni di violenza e con le sue manifestazioni disperate e sofferte di tormento.

Arthur, il protagonista, è un emarginato con problemi psichici, a tratti dal candore bambinesco, sopraffatto da un’inquietudine pervasiva che convoglia il suo senso di inadeguatezza al mondo in un disturbo psicosomatico: è aggredito da una risata graffiante ed isterica che scoppia tutte le volte che prova disagio. E’ ghettizzato, schernito; più volte viene aggredito. E’ ingaggiato come clown per un’agenzia, divide l’appartamento con la bizzarra madre e anela a diventare uno stand-up comedian. Nel taccuino che porta sempre con sé, dove scrive barzellette, si scorge una scritta “la parte peggiore dell’avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che tu ti comporti come se non l’avessi”. Cerca incessantemente di celare il suo dolore che in realtà lo sopraffà, lo pervade e caratterizza.

Lo spettatore è coinvolto nello straniante stato simil-allucinatorio vissuto da un uomo che è considerato, dai più, invisibile o al massimo un freak e che, a un certo punto, non avendo più nulla da perdere si aggrappa all’idea che niente più potrà ferirlo. La sua volontà criminale si è nutrita sempre e solo di sofferenza ed è nata in seno ad un habitat sociale che fa dell’iniquità, della sofferenza, della povertà e della marginalità il suo humus e la sua normalità.

Due elementi fortemente significativi e peculiari del personaggio sono la risata e la danza. La prima, strozzata in gola, sinistra, fragorosa e stridula, da brivido, sembra essere presente nei suoi momenti di disagio; una sorta di rantolo che tiene insieme lo stupore e l’orrore dell’essere ancora vivo, i traumi di un bambino che traghettano ad un uomo avvolto in una maschera di laconica tristezza. La seconda sembra manifestarsi, in modo ritualistico, potente e misterioso anche per suggellare gli atti violenti che compie; è una sorta di danza ornamentale, leggera, elegante, composta, quasi solenne con passi appena accennati, quasi come se stesse accarezzando il terreno in modo soave così come nessuno ha fatto con lui da bambino.

Il film risulta essere incentrato sulla figura del protagonista, i cui disagi rappresentano il riflesso di una società malata, ipocrita e violenta, nonché di una città, New York, velatamente trasformata in Gotham City, allo sbando, degradata, sporca e respingente, intrisa di malessere sociale e generalizzato in cui tutti, ricchi e poveri, sembrano mancare totalmente di empatia verso il prossimo, una sorta di giungla d’asfalto. Potremmo considerare il film quale riflessione sulla genesi della violenza ai giorni nostri; siamo nell’età degli incel, “celibi involontari” rifiutati perché non attraenti. Arthur per esprimere i propri stati d’animo non usa le parole, ma danza, seguendo un ritmo e una musica che solo lui sembra sentire, come se la musica lo cullasse.

Il film evoca malessere, mette paura, angoscia, inquietudine. La risata incontrollata che anima Arthur prima che diventi Joker, aspirante comico che invece di far ridere è solo oggetto di scherno, rimane addosso; i suoi sogghigni da brivido aggrediscono, il suo malessere corrode.

Il protagonista usa il film come un palcoscenico ed arriverà a un punto di rottura oltre il quale perderà il contatto con la realtà, trasformandosi da reietto, disadattato gentile a killer spietato. È un racconto tragico e la sua deriva violenta è la svolta di un passato di emarginazione e sopraffazione e prima ancora di percosse fisiche, assistite e subite, avvenute in quello che sarebbe dovuto essere un ambiente sano, sicuro accudente. È una sorta di riscatto malato per chi come lui da sempre vive prevaricazioni e deprivazioni affettive e violenze corporee e psicologiche.

Due ore di film, di primi piani, della sua dolorosa risata da iena, di denti storti, lacrime, di un corpo magrissimo che si contorce. C’è una tensione continua, uno strazio omnipresente, un bambino non accudito, un adulto non curato. C’è una solitudine profonda, un assillo quasi tangibile, una richiesta angosciata e straziante di verità, un bisogno ancestrale di risposte, il desiderio di capire, di comprendere, di andare alle origini.

Joker ballerino è spiazzante, ipnotico e terrificante allo stesso tempo. L’intento del film sembrerebbe essere una denuncia di ingiustizie ripetute senza però porre soluzioni; si tende a solidarizzare con chi però alla fine assurge a simbolo di una brutalità dagli ideali anarchici, vittima della violenza sia familiare che della società e di un’ingiustizia sociale che causa rabbia e frustrazione.

Nel film anche i servizi pubblici, che dovrebbero occuparsi del benessere di un soggetto emotivamente debole, fragile e vulnerabile, gli chiudono le porte d’emblée poiché “hanno tagliato i fondi”: Arthur non potrà più essere seguito, sarà lasciato abbandonato a se stesso. Ciò che si potrebbe scorgere, e potrebbe far riflettere taluni in modo proattivo, è magari una possibilità tanto ipotetica quanto bramata di serenità e guarigione che gli viene preclusa in quanto abbandonato dalla società.

 

Recensione dei volumi pubblicati dalla SIPSOT, Società Italiana di Psicologia dei Servizi Ospedalieri e Territoriali. 

Recensione dei volumi La valutazione dell’esito dei trattamenti psicologici. Strumenti operativi per la pratica clinica (2018) e Il monitoraggio degli esiti e dei progressi in psicoterapia. La famiglia CORE (2019) a cura di Guido Rocca.

 

Durante un soggiorno di training psichiatrico in Inghilterra circa quindici anni fa, mi imbattei nel questionario di esito Clinical Outcome for Routine Evaluation- Outcome Measure (CORE-OM) e ne fui molto colpito per la semplicità unita all’utilità nella pratica clinica. Ebbi la fortuna di conoscere in quell’occasione lo psicoterapeuta inglese Chris Evans, uno degli autori del questionario, che mi autorizzò a lavorare sulla validazione italiana. La validazione italiana del CORE-OM divenne così l’argomento per la mia tesi di dottorato e vide la gradita partecipazione della Società Italiana di Psicologia Ospedaliera e Territoriale (SIPSOT) e la persona che favorì questa collaborazione fu il compianto collega Francesco Reitano (Palmieri et al., 2009). Seppure non mi occupi più tanto dell’argomento valutazione degli esiti sono davvero felice che il lavoro di validazione svolto abbia permesso al CORE-OM di trovare una diffusione nazionale in ambito pubblico e privato. Il collega Guido Rocca della SIPSOT, che invece si occupa correntemente dell’argomento, mi ha mandato recentemente due volumi davvero interessanti di cui credo valga la pena parlare.

La SIPSOT si pone come vision la realizzazione di un modello culturale che possa costituire riferimento e guida per i servizi di psicologia presenti nelle strutture ospedaliere e territoriali del SSN. Una delle metodologie ormai imprescindibili, nei servizi pubblici che forniscono trattamenti psicologici, è la valutazione routinaria dell’esito delle prestazioni cliniche. Proprio a partire dal progetto di validazione multicentrica del CORE-OM si sono costruite le fondamenta per l’avvio di una Rete per la Ricerca Basata sulla Pratica Psicologica, verso cui la SIPSOT continua a guardare, con l’obiettivo ambizioso di costruire un database nazionale italiano sulla valutazione d’esito dei trattamenti psicologici erogati nel SSN. I frutti di tale impegno cominciano ad intravedersi nella progressiva implementazione di sistemi omogenei di valutazione d’esito in molte realtà operative, prevalentemente fondate sull’utilizzo del CORE-System. E’ indubitabile che la valutazione routinaria dell’esito sia fondamentale nell’operatività di un servizio sanitario, sia per le implicazioni cliniche che di governo della psicologia. Il DPCM del 12 gennaio 2017 definisce i nuovi Livelli essenziali di assistenza (LEA). I LEA sono le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket), con le risorse pubbliche raccolte attraverso la fiscalità generale (tasse):

il SSN […] garantisce le prestazioni, […] psicologiche e psicoterapeutiche […] mediante l’impiego di metodi e strumenti basati sulle più avanzate evidenze scientifiche, necessarie ed appropriate.

A questo grande riconoscimento, che ribadisce l’essenzialità della psicologia nell’ambito dell’assistenza sanitaria pubblica, corrisponde anche la responsabilità di privilegiare l’adozione di interventi basati sulle evidenze e clinicamente appropriati.

Esistono anche importanti implicazioni cliniche legate alla valutazione dell’esito. Le ricerche definiscono tale prassi una EBP (Evidence-Based Practice), la cui solidità rimanda pertanto ad un elevato livello di raccomandazione di utilizzo, e a responsabilità anche di natura etica. In maniera pressoché unanime, le principali associazioni scientifiche professionali internazionali (tra cui, l’American Psychological Association, Task Force 29 Evidence-Based Therapy, 2011), ribadiscono le forti evidenze nei vantaggi di utilizzo di tale metodologia, enfatizzando gli effetti del monitoraggio del trattamento e del feedback sul paziente sul rinforzo dell’alleanza terapeutica, sul contenimento dei rischi di peggioramento e dei tassi di drop-out.

La pubblicazione del 2018 propone alcuni spunti metodologici e operativi di supporto all’attività professionale degli psicologi e degli psicoterapeuti, favorendo l’adozione di standard di qualità nell’erogazione dei trattamenti. Ad introduzione viene proposto il lavoro di David Sperlinger, (2002, BPS), che evidenzia gli step principali da affrontare nella implementazione di un sistema di monitoraggio degli esiti. Segue il testo di una lunga intervista a Chris Evans, che permette di riflettere in maniera articolata su una serie di interrogativi metodologici e nodi critici legati alla valutazione dell’esito. Il volume assume quindi un taglio decisamente pragmatico, con una serie di strumenti operativi tra cui, prima di tutto, il manuale d’uso del CORE-System in italiano. In maniera puntuale il manuale guida, passo per passo, all’utilizzo del sistema e alla corretta compilazione della diversa modulistica che lo compone. Coerentemente ai suggerimenti del Prof. Evans, viene poi presentato lo PSYCHLOPS (M. Ashworth et al, 2004; traduzione italiana a cura di G.Rocca e G. Carta, 2017). Lo Psychological Outcome Profile, costituisce uno strumento di valutazione dell’esito di tipo idiografico, basato cioè sulla descrizione del problema formulata direttamente dal paziente. Il dato idiografico, combinato a quello nomotetico (cioè fondato sul riferimento a valori normativi) del CORE-OM, potenzia reciprocamente gli strumenti e apre nuove opportunità di indagine e ricerca sulle caratteristiche del disagio degli utenti. Ulteriore vantaggio dello PSYCHLOPS è di avere una versione per adulti, una per adolescenti ed una per bambini, che viene qui proposta.

Viene infine illustrato il Progetto VETraPNetwork (G. Rocca, G. Carta, 2007), le caratteristiche e le potenzialità di questa piattaforma informatica e le indicazioni principali per il suo utilizzo, sia online che attraverso file preimpostati dedicati.

Il secondo volume (2019), completa la dotazione di base per la valutazione dell’esito dei trattamenti erogati, proponendo una nuova sfida, sia di carattere clinico che organizzativo: il monitoraggio dei progressi clinici. Il concetto guida dell’appropriatezza clinica rende la verifica costante dell’evoluzione di un trattamento fondamentale per adattare e personalizzare l’intervento alla specificità del singolo paziente. Le ricerche sui bias che interferiscono sull’attendibilità del giudizio clinico rispetto all’andamento del proprio lavoro con il paziente, confermano le forti implicazioni deontologiche dell’omissione di questa procedura nella routine assistenziale. Esistono ormai corpose evidenze sull’utilità non solo di misurare, con adeguati strumenti psicometrici, le condizioni del paziente prima e dopo il trattamento, ma anche nel corso dello stesso, attraverso somministrazioni di appositi self-report a ogni seduta o, quantomeno, a intervalli regolari. Questa procedura consente di avere un punteggio in uscita del paziente anche in caso di interruzione non concordata del trattamento da parte del paziente ma, soprattutto, permette di monitorare l’evoluzione del processo terapeutico e fornire un feedback al clinico e al cliente. In questo modo è possibile rilevare precocemente i segnali di peggioramento del quadro clinico e ricalibrare tempestivamente l’intervento, riducendo così i rischi di drop-out e migliorando l’esito della psicoterapia.

In apertura il Report (2017) della Task-Force dall’Associazione Psicologi Canadese che descrive lo stato dell’arte del monitoraggio degli esiti e dei progressi in psicoterapia, individuando gli ostacoli all’implementazione e ipotizzando le strategie per la risoluzione.

Sempre in una logica decisamente operativa, viene completata la presentazione della cosiddetta famiglia CORE, con un tool completo e affidabile dal punto di vista psicometrico, nonchè liberamente fotocopiabile, di quanto serve per applicare sia la valutazione degli esiti che il monitoraggio dei progressi. Troviamo quindi i manuali d’uso delle versioni brevi del CORE che sono state ideate per risparmiare i tempi di somministrazione (CORE-10), e per la finalità del monitoraggio dei progressi seduta per seduta (CORE-5). Sono inserite anche altre due versioni del CORE: una costruita per finalità di ricerca (CORE-SFA e SFB) e l’altra come strumento di screening da utilizzare con la popolazione generale (CORE-GP). Infine è stato inserito il manuale d’uso dello YP-CORE (Young Person CORE, 11-16 anni) completo non solo delle caratteristiche psicometriche e del questionario, ma anche dei form di Assessment e End of Therapy, specifici per l’età evolutiva. Per questo strumento a breve è prevista la pubblicazione di un articolo con i valori normativi dell’adattamento italiano.

Terapia Metacognitiva e Depressione: un follow-up rivela l’efficacia della terapia a un anno di distanza dal primo trattamento

Il Disturbo Depressivo Maggiore (DDM) rappresenta a tutti gli effetti una reale problematica dei nostri tempi, data la sua prevalenza all’interno della popolazione e la sua natura tragicamente ricorrente. Un recente studio mostra le potenzialità della Terapia Metacognitiva per i disturbi depressivi.

 

Hagen e colleghi (2017) hanno condotto uno studio, pubblicato su Frontiers in Psychology, che si prefiggeva lo scopo di indagare l’efficacia della Terapia Metacognitiva su pazienti adulti affetti da Disturbo Depressivo Maggiore. Recentemente è stato pubblicato un secondo articolo (Hjemdal et al., 2019), associato allo stesso progetto che riporta i risultati del follow-up a un anno di distanza.

Il Disturbo Depressivo Maggiore (DDM) rappresenta a tutti gli effetti una reale problematica dei nostri tempi. Infatti, non solo è uno dei disturbi più comuni e diffusi nella popolazione (Kessler et al., 2006) e causa di un elevato rischio suicidario (Hawton et al., 2013), ma è anche noto per la sua natura tragicamente ricorrente: l’85% dei pazienti che ha sofferto di DDM in passato è vittima di ricadute nei 15 anni successivi alla guarigione (Mueller et al., 1999). Per quanto la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) sia a oggi il trattamento d’eccellenza per il DDM (Buttler et al., 2006), le percentuali di ricaduta sono ancora elevate (tra il 40 e il 60% nei due anni successivi; Vittengl et al., 2007), così come le ricadute dei pazienti che hanno seguito una terapia farmacologica (tra il 29 e il 60% tra il primo e il secondo anno di trattamento; Parker, Crawford &Hadzi‐Pavlovic, 2008).

Sono questi i presupposti che negli ultimi decenni hanno spinto i professionisti a cercare nuovi orizzonti nel trattamento della depressione. La Terapia Metacognitiva (MCT; Wells, 2009) si è dimostrata una valida alternativa alla CBT, focalizzandosi sui processi di pensiero (piuttosto che sul contenuto) che aumentano il rischio di sviluppare disturbi depressivi: essa si basa sul Self-Regulatory Executive Function Model (S-REF) che vede nelle strategie di auto-regolazione disfunzionali (come la ruminazione depressiva, ovvero la tendenza a concentrarsi in maniera ripetitiva sui pensieri negativi) un correlato dell’umore deflesso tipico dei pazienti con DDM (Wells, 2000; Wells &Matthews, 1996). Questa complessa modalità di autoregolazione è definita come Sindrome Cognitivo-Attentiva  (o Cognitive AttentionalSyndrome, CAS) una sintesi di diverse strategie controproducenti per la gestione dei propri stati d’animo che include ipermonitoraggio di sensazioni negative (es. tristezza e fatica) e stili di pensiero rimuginativi come rimuginio ansioso, ruminazione depressiva o rabbiosa (Caselli, Ruggiero &Sassaroli, 2017). Secondo il modello metacognitivo la CAS sarebbe attivata e mantenuta da alcune convinzioni, spesso implicite, sulla natura e il funzionamento della propria mente, le cosiddette credenze metacognitive. Queste si distinguono in credenze metacognitive  positive (“rimuginare mi aiuta a comprendere e  risolvere il problema”) e negative (“non sono in grado di controllare i miei pensieri”) e rischiano di mantenere attive strategie mentali controproducenti che prolungano e intensificano il malessere, spesso senza che la persona ne sia pienamente consapevole (Matthews& Wells, 1994).

Diversi studi hanno evidenziato le potenzialità della Terapia Metacognitiva per i disturbi depressivi (Hjenmdal et al., 2017; Papageorgiou & Wells, 2003; Wells et al., 2012), risultante in alcuni casi più efficace della tradizionale CBT e con un minor numero di ricadute (Normann& Morina, 2018). Il presente studio (Hjemdal et al., 2019) si è posto l’obiettivo di indagare l’effetto della MCT su pazienti depressi a un anno di distanza dalla prima misurazione, effettuata nel randomized clinical trial condotto da Hagen e colleghi (2017).

I 39 soggetti (23 femmine) erano stati suddivisi casualmente in 2 gruppi: il primo aveva ricevuto subito il trattamento con la MCT mentre il secondo era stato assegnato a una lista d’attesa di 10 settimane prima dell’inizio della terapia. I pazienti appartenenti al primo gruppo sono significativamente migliorati rispetto al secondo gruppo, sia nei sintomi depressivi che in quelli ansiosi, e circa il 70-80% non mostrava più sintomi clinici al termine del trattamento e in un follow-up a sei mesi di distanza (Hagen et al., 2017).

Per il follow-up a un anno di distanza, Hjemdal e colleghi (2019), hanno preso in considerazione gli stessi 39 pazienti. Nella fase di assessment sono state somministrate la SCID-I e la SCID-II (First et al., 1997). Per indagare la sintomatologia depressiva e ansiosa sono state somministrate rispettivamente la Beck Depression Inventory (BDI; Beck, Steer&Carbin, 1988) e la Beck Anxiety Inventory (BAI; Beck &Steer, 1990); per misurare la ruminazione come risposta alla sintomatologia depressiva la Ruminative Response Scale (RRS; Nolen-Hoeksema&Morrow, 1991); per le credenze positive e negative sulla ruminazione la Positive Beliefsabout Rumination Scale e la Negative Beliefs about Rumination Scale (Papageorgiou and Wells, 2001) e il Penn State Worry Questionnaire (PSWQ; Meyer et al., 1990) è stato utilizzato per valutare i livelli di preoccupazione.

I risultati mostrano che gli effetti positivi della Terapia Metacognitiva sulla sintomatologia ansiosa e depressiva si sono mantenuti nel tempo (Hjemdal et al., 2019): il 73,5% del campione ha mantenuto i miglioramenti ottenuti anche dopo un anno. Laddove le  credenze metacognitive positive e negative sono diminunite, i sintomi depressivi hanno seguito lo stesso andamento in modo stabile, confermando il modello teorico metacognitivo circa il meccanismo principale di remissione (Wells, 2009). Il 12,8% dei pazienti ha mostrato una ricaduta (Hjemdal et al., 2019).

Rappresenta un limite per la ricerca la scarsa numerosità del campione, ma i risultati ottenuti aprono la strada a futuri studi sperimentali nel medesimo campo d’interesse per valutare se la Terapia Metacognitiva ha capacità di ridurre il rischio di ricaduta anche in campioni più ampi e in studi replicati su altre popolazioni.

 

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