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La Depressione Perinatale e il suo sviluppo nei padri: stato attuale, differenze con la Depressione materna e possibili direzioni future

La depressione perinatale paterna è generalmente caratterizzata da irrequietezza, tristezza, umore depresso, perdita d’interessi, preoccupazione, insonnia.

ID Articolo: 148672 - Pubblicato il: 04 ottobre 2017
La Depressione Perinatale e il suo sviluppo nei padri: stato attuale, differenze con la Depressione materna e possibili direzioni future
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La sintomatologia ricorrente comprende: irrequietezza, tristezza, malinconia, impotenza, disperazione, sconforto, umore depresso, perdita d’interessi, preoccupazione costante, calo della libido, insonnia. Spesso la Depressione perinatale paterna si palesa attraverso manifestazioni somatiche atipiche anche gravi quali ansia elevata, crisi di rabbia, ipocondria, sintomi funzionali o somatizzazione e acting out comportamentali (fughe, comportamenti violenti, attività fisica o sessuale compulsive, relazioni extraconiugali, disturbi del comportamento alimentare, alcolismo o altri disturbi di dipendenza).

Micaela Fratus, Martina Tramontano, OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

Messaggio pubblicitario La nascita di un figlio e i primi mesi successivi ad essa rappresentano un periodo particolarmente vulnerabile per entrambi i genitori che si apprestano ad affrontare questa nuova fase di vita. Le numerose modificazioni fisiche, psicologiche e relazionali comportano una necessaria riorganizzazione non solo del mondo esterno, ma anche del mondo psichico interno, delle figure coinvolte. Inizialmente, la maggior parte degli studi scientifici si sono concentrati sulla figura materna e sulla possibilità di sviluppare una sintomatologia depressiva: quali sono i fattori predisponenti? Quali sono i principali sintomi? Quali metodi di cura sono più efficaci per uscire dalla depressione post-partum? Quali sono le ripercussioni su bambini di mamme depresse? Sebbene se ne parli ancora poco, già dalla fine degli anni ’90 alcuni studi scientifici hanno dimostrato che anche nei padri è possibile osservare lo sviluppo di una certa forma di depressione nei mesi successivi alla nascita del figlio. La depressione post-partum può colpire entrambi i genitori con un’incidenza rispettivamente di 1 su 7 nelle donne e di 1 su 10 negli uomini. Come si sviluppa nei padri? Come si differenziano le due patologie? Ci sono dei punti in comune? Come si relazionano tra loro? Quali sono i possibili trattamenti?

Aspetti psicopatologici della maternità

La decisione di mettere al mondo un figlio è un momento unico all’interno del ciclo di vita di una coppia che si appresta a iniziare un percorso nuovo, che richiede la messa in discussione di molti aspetti identitari, psicologici e relazionali al fine di poterli riadattare alla nuova struttura familiare.

Approcciarsi a questa fase di vita richiede ad entrambe le figure genitoriali di affrontare cambiamenti ormonali, immunitari, relativi all’immagine corporea, al proprio ruolo sociale e al senso di identità che con difficoltà è stato costruito negli anni di maturazione e crescita. E’ possibile che questo momento delicato di cambiamento, in soggetti che hanno determinati fattori di vulnerabilità, dia spazio allo sviluppo di sintomi psicopatologici di diversa natura e diversa gravità, che possono avere una durata limitata oppure possono perpetuarsi nel tempo.

Come accennato precedentemente, l’interesse del clinico si è concentrato soprattutto sulla figura genitoriale materna. Le motivazioni che hanno determinato questo decentramento hanno radici culturali, epidemiologiche e prognostiche rispetto allo sviluppo psicologico del bambino.

Culturalmente si è portati a credere che la donna sia la figura all’interno della coppia che maggiormente è esposta ai cambiamenti sopra descritti. Infatti, alla futura madre è richiesto di portare avanti la gravidanza in maniera controllata e attenta per la salute del nascituro, osservando il proprio corpo che si trasforma; è richiesto di affrontare le paure e la dolorosità legate al parto e di affrontare l’importante e delicata fase di allattamento. Le motivazioni epidemiologiche sono legate al fatto che le donne manifestano un’incidenza doppia delle sindromi depressive rispetto agli uomini e quindi si ritiene che siano più a rischio di sviluppare una patologia durante la gravidanza. I dati clinici che si sono focalizzati sulla relazione madre-bambino hanno poi dimostrato che i figli di madri depresse hanno una maggior probabilità di sviluppare disturbi dell’adattamento e depressione infantile rispetto ai figli delle mamme non depresse. Tali risultati evidenziano l’importanza della condizione di salute psichica della madre nei primi mesi di vita del bambino e l’incidenza che essa ha sul suo sviluppo psicologico. Alla luce di quanto appena detto, la figura genitoriale maschile è sempre stata vista come marginale.

E’ stato accertato che in fase di vita il 20% delle donne sperimenta l’insorgenza di disturbi ansiosi e depressivi (più del 12,5% dei ricoveri femminili avvengono nel periodo del post-partum). I principali tipi di disturbi dell’umore caratteristici del periodo post-partum riconosciuti sono:
– Malinconia della maternità (maternity blues): insorge nelle due settimane successive al parto (dal 50 all’ 85% della popolazione). E’ caratterizzata da scoppi improvvisi di pianto, irritabilità, sentimenti di tristezza e sfiducia, ansia, disforia lieve.
– Psicosi post-partum: insorge nei mesi successivi al parto, è molto rara ma più grave (1 o 2 donne su 1000). I sintomi più frequenti sono: depressione, euforia maniacale, confusione mentale, allucinazioni e illusioni, insonnia e disturbi dell’alimentazione. La gravità di questo quadro clinico porta all’assunzione da parte della madre di atteggiamenti ambivalenti nei confronti del figlio fino ad arrivare a pericolosi atti di infanticidio e suicidio.
Depressione post-partum: insorge nell’anno successivo al parto (più del 10% delle donne).

Depressione post-partum nelle madri (DPM): quadro clinico

La depressione post-partum è un quadro clinico caratterizzato da sintomi depressivi che possono differire per numero e per tipo dalle manifestazioni depressive mostrate da donne che non hanno partorito. I sintomi più frequenti sono legati ad un marcato senso di irritabilità e forti sentimenti di collera; le donne affermano di sentirsi deboli e prive di forza e di provare uno stato pervasivo di anedonia. Da un punto di vista cognitivo le madri con Depressione-postpartum mostrano un’attitudine a colpevolizzarsi, una scarsa fiducia nelle proprie competenze genitoriali e bassa autostima.

Sentimenti profondi di colpa e di vergogna nel provare un’esperienza depressiva in un periodo di vita che dovrebbe essere culturalmente ricco di gioia e positività, possono accompagnare il quadro sintomatico appena descritto. Come si può evincere da quanto detto, l’umore deflesso non è necessariamente la manifestazione sintomatica più importante per le madre affette da Depressione post-partum. In una percentuale non irrisoria di casi è spesso preceduto da ansia, labilità emotiva, disturbi del sonno, faticabilità e irritabilità. In alcune situazioni, le madri manifestano anche dei pensieri ossessivi di tipo aggressivo nei confronti del bambino fino ad arrivare ad un quadro più grave che comprende atti lesivi auto ed eterodiretti (Aceti, et al., 2015).

Fattori di rischio

I fattori di rischio che risultano essere più probabili si concentrano sulla possibilità di aver fatto esperienza di stati depressivi durante la propria storia di vita personale, di aver difficoltà relazionali con il partner e con la propria famiglia d’origine associati ad una mancanza di sostegno pratico ed emotivo.

Differenti studi hanno indagato la presenza di una relazione tra stile di attaccamento appreso dalla madre e la possibilità di sviluppare una Depressione post-partum. West, Rose e Spreng (1999) hanno dimostrato come donne che hanno sviluppato uno stile di attaccamento insicuro, possono manifestare sintomi più gravi e severi. Più recentemente Bifulco (2004) ha evidenziato che uno stile di attaccamento di tipo evitante è correlato positivamente con disturbi depressivi prima del parto, invece uno stile di attaccamento di tipo ansioso è correlato positivamente con sintomi depressivi che si sviluppano nel periodo successivo al parto. Come detto, gli aspetti familiari e relazionali non sono gli unici fattori di rischio evidenziati.

L’ipotesi di una correlazione tra particolari disturbi psicologici e Depressione post-partum è stata avvallata da autori come Newman che ha dimostrato come il disturbo di personalità ossessivo-compulsivo, dipendente ed evitante e il disturbo borderline possono essere legati allo sviluppo di tale patologia. Di fatto sembrerebbe che il timore nelle relazioni interpersonali, l’ansia e la mancanza di assertività siano aspetti precipitanti per lo sviluppo di una sintomatologia depressiva dopo il parto.

Depressione perinatale paterna (DPP): definizione e sintomatologia

Una mole considerevole di ricerche cliniche ed empiriche si è occupata di indagare e sviluppare trattamenti ed interventi rivolti ai disturbi psicologici che possono colpire la maternità nel periodo conseguente al parto. E’ bene sottolineare come anche i padri possano andare incontro a psicopatologie della genitorialità come la depressione maggiore, la psicosi della paternità, la depressione ed acting.

A confronto, però, i tentativi di studiare la condizione psicologica dell’uomo nella transizione alla paternità, si presentano rari e lacunosi. Le ragioni che possono spiegare tale differenza nella quantità e qualità degli studi sono da rintracciare nella scarsa disponibilità dei padri a partecipare alle ricerche, nella minore incidenza del disturbo depressivo nella popolazione maschile, nella carente disponibilità di metodi d’indagine validi e attendibili che tengano conto delle differenze di genere, nei fattori socioculturali che portano a trascurare il coinvolgimento del padre nel periodo perinatale (Baldoni, F., & Ceccarelli, L. 2010). Infatti, la nostra società fino a tempi recenti ha associato il ruolo paterno prevalentemente alla figura di sostentamento, di supporto economico e in parte disciplinare all’interno del nucleo familiare. La relazione padre-figlio veniva rappresentata come un rapporto “in divenire”, da prendere in considerazione successivamente; la donna, dotata di ciò che viene definito “istinto materno”, deteneva il ruolo attivo nell’accudimento e soddisfacimento dei bisogni primari e affettivi dei figli. Nella società odierna, invece, in risposta al progressivo aumento di separazioni e divorzi, e al maggiore scambio di ruoli tra uomo e donna sia all’interno del mercato del lavoro che tra le mura domestiche, la paternità ha visto incrementare la sua importanza, connessa al diffondersi del concetto di “triade familiare” come necessità imprescindibile per un sano sviluppo psico-fisico del bambino e per una buona relazione affettiva familiare reciproca (Caponeri, D. P.).

La Depressione Perinatale Paterna (DPP) è la traduzione del neologismo francese “Depression Périnatale Paternelle” coniato in ambito psicoanalitico. Colpisce il 5-10% dei padri e risulta associata con un incremento del rischio da parte dei bambini di sviluppare difficoltà di tipo cognitivo, emotivo e comportamentale. Essa deve essere distinta dalla “Sindrome della Couvade” che può colpire i padri durante la gravidanza ed è caratterizzata da sintomi somatici (nausea, gonfiore o dolore addominale) e comportamenti femminili tipici della gravidanza che non assumono un vero significato psicopatologico. I sintomi della depressione paterna, anche se possono presentare la stessa durata, si differenziano da quelli caratterizzanti la Depressione post-partum materna: sono talvolta meno definiti, coinvolgono meno disturbi e manifestano alterazioni affettive più lievi.

La sintomatologia ricorrente comprende: irrequietezza, tristezza, malinconia, impotenza, disperazione, sconforto, umore depresso, perdita d’interessi, preoccupazione costante, calo della libido, insonnia. Spesso la Depressione perinatale paterna si palesa attraverso manifestazioni somatiche atipiche anche gravi quali ansia elevata, crisi di rabbia, ipocondria, sintomi funzionali o somatizzazione e acting out comportamentali (fughe, comportamenti violenti, attività fisica o sessuale compulsive, relazioni extraconiugali, disturbi del comportamento alimentare, alcolismo o altri disturbi di dipendenza).

È fondamentale, però, tener presente che la maggior parte delle ricerche che si sono occupate di valutare le alterazioni affettive prodotte dalla depressione perinatale paterna, hanno impiegato questionari self-report che non tengono conto delle differenze di genere e possono presentare problematiche di validità e attendibilità, evidenziando nell’uomo sofferenze minori rispetto alla donna (Ballard, C., & Davies, R. 1996).

Fattori di rischio e conseguenze della depressione perinatale paterna

Durante il periodo post-natale è stato dimostrato che la Depressione perinatale paterna produce effetti negativi sulle capacità genitoriali, sull’abilità di stabilire una relazione di attaccamento con il bambino e sulla relazione di coppia. Quest’ultima pertanto si configura come un fattore di rischio non solo per la Depressione materna, ma anche per quella paterna: nelle ricerche è emerso che la presenza di un basso livello di soddisfazione di coppia e del consenso e della coesione coniugale, connessi ad alti livelli di stress perinatale, rappresentano fattori predisponenti la Depressione Perinatale Paterna.
Per quanto riguarda i fattori psicosociali correlati alla presenza della sintomatologia depressiva paterna rintracciamo:
– Età giovane o molto avanzata;
– Basso livello d’istruzione, scarso reddito, preoccupazioni finanziarie e disoccupazione.

Inoltre la depressione materna e la presenza di disturbi mentali nella madre sono stati identificati come due tra i maggiori fattori predisponenti della Depressione perinatale paterna.

Altro aspetto rilevante è il concetto di “autoefficacia”: percepirsi come un genitore inutile, inadeguato, incapace e poco efficace nel prendersi cura del proprio figlio, rappresenta un fattore di rischio.

Infine gli studi più recenti e attualmente disponibili sulla Depressione Perinatale Paterna hanno messo in evidenza diversi altri fattori di rischio oltre quelli psicosociali e relazionali; fra questi sono da evidenziare:
– alti livelli di percezione dello stress (essa è correlata al temperamento del neonato: bambini impegnativi, molto richiedenti, che piangono, dormono e si alimentano con problematicità, produrranno livelli più elevati di stress e questo aspetto risulta più critico per i padri rispetto alle madri);
– caratteristiche di personalità (alcune ricerche hanno evidenziato nei padri con Depressione Perinatale Paterna la presenza di tratti depressivi ansiosi, di un elevato grado di nevroticismo e un basso livello di estroversione);
– fattori socio-familiari (qualità della relazione con i propri genitori durante l’infanzia, gravidanza indesiderata, discrepanza tra aspettative durante la gravidanza e l’esperienza di genitore dopo il parto, appartenenza ad una famiglia ricomposta).
Stranamente non è stata riscontrata una correlazione significativa tra la storia psichiatrica precedente del padre e lo sviluppo di Depressione Perinatale Paterna.

Una panoramica sulla ricerca

Il primo articolo sulla Depressione Perinatale Paterna è stato pubblicato all’inizio degli anni trenta da Zilboorg (1931) con il titolo di “Depressive reactions related to parenthood”; in seguito altri autori hanno preso in considerazione la gravidanza come fattore di criticità per i futuri padri.
Baldoni e Ceccarelli nel 2010 hanno condotto una minuziosa rassegna rivolta a tutta la produzione scientifica pubblicata su tale tematica che ha consentito di tracciare due principali periodi:
1930-1980: resoconti di osservazioni condotte su casi clinici;
1980- 2010: studi empirici al fine di misurare la sintomatologia, la prevalenza e l’eziopatogenesi della Depressione Perinatale paterna e a valutare la correlazione tra questa, la Depressione materna e lo sviluppo psicologico, comportamentale e somatico del figlio.

Le ricerche attuali seguono e approfondiscono questo secondo filone. La maggior parte delle ricerche di natura epidemiologica ed empirica sono state condotte negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e Australia.

In Italia merita di essere citata la ricerca svolta da Currò e colleghi nel 2009. Essi hanno messo in evidenza il ruolo fondamentale che può avere il pediatra nel riconoscere i genitori maggiormente predisposti al rischio di sviluppare la Depressione Perinatale Paterna, somministrando loro un semplice test (EPDS). I genitori venivano intervistati durante la prima visita del figlio e coloro che riportavano un alto punteggio venivano riesaminati dopo 5 settimane. Se persisteva un punteggio alto allora venivano esaminati da uno psichiatra per confermare la diagnosi. Dalla ricerca è emerso che alla prima visita il 26,6% delle madri e il 12,6% dei padri ha riportato un alto punteggio all’EPDS mentre, alla seconda visita, il 19,0% delle madri e il 9,1% dei padri, ha riportato un risultato al test che segnalava il rischio della malattia depressiva. Pertanto Depressione Perinatale Paterna è comune nella popolazione media.

Possibili trattamenti

Le principali linee-guida per il trattamento della depressione indicano come intervento di prima scelta terapie di tipo psicologico, in particolare cognitivo-comportamentale. Tale suggerimento viene esteso anche alla depressione post partum, viste le maggiori controindicazioni e la riluttanza delle donne ad intraprendere una terapia farmacologica durante l’allattamento.

Messaggio pubblicitario Nel 2011 Piacentini e altri hanno condotto uno studio che ha confermato i dati secondo cui interventi cognitivo-comportamentali brevi e strutturati possono essere efficaci e facilmente accettati dalle donne affette da depressione post-partum e, pertanto, ne sarebbe auspicabile una maggiore diffusione nella pratica clinica. Come abbiamo descritto e sottolineato fino ad adesso è importante, per proteggere la relazione madre-bambino e lo sviluppo globale di quest’ultimo, prendere in considerazione entrambi i genitori e quindi anche il ruolo ricoperto dal padre fin dall’inizio della gravidanza, cercando di coinvolgerlo sia durante il periodo di gestazione che successivamente al parto. Ulteriore aspetto emerso precedentemente e da non sottovalutare è l’influenza reciproca tra gli stati psicologici delle madri e dei padri: i disturbi depressivi, ansiosi e comportamentali del padre possono incidere e favorire una reazione depressiva nella donna, condizionando lo sviluppo psicologico e fisico del nascituro.

A differenza del panorama di studi sulla Depressione post-partum materna, rispetto alla Depressione Perinatale Paterna attualmente non possediamo chiare informazioni sulle modalità di screening, sulle terapie più indicate per il sostegno psicologico, sull’efficacia delle psicoterapie o dei trattamenti farmacologici. La maggior parte delle ricerche condotte non ha indagato tali aree d’interesse. L’analisi delle ricerche più recenti ha mostrato la diffusione di terapie sulla prevenzione e sulla cura della depressione perinatale basate sulla Mindfulness. Tale tecnica potrebbe essere utilizzata anche nella prevenzione della depressione perinatale paterna consentendo di fare un intervento con entrambi i genitori. Essa intende insegnare le abilità necessarie per affrontare il parto e la genitorialità, con l’obiettivo di prevenire le situazioni psicopatologiche che si possono verificare in questi stati di vulnerabilità sia nell’uomo sia nella donna, promuovendo risposte sane allo stress psicologico e fisiologico. L’acquisizione della coscienza del proprio ruolo è stata descritta come una competenza chiave della genitorialità. Promuovere la consapevolezza nel contesto della genitorialità quotidiana e formare il padre e la madre sono le strade migliori per incrementare l’efficacia degli interventi della coppia sul figlio (Cicchiello, S. 2015).

Nell’ambito della depressione post partum esistono due ricerche che hanno ottenuto buoni risultati ricorrendo a dei programmi basati sulla Mindfulness per l’accompagnamento al parto e la promozione della genitorialità. Uno di essi ha applicato un programma basato sulla Mindfulness per il parto e la genitorialità: il “Mindfulness-Based Childbirth and Parenting” (MBCP). Il programma MBCP è un adattamento del programma di riduzione dello stress (MBSR) fondato da Jon Kabat-Zinn, destinato sia ad aiutare i partecipanti a “essere nel momento presente” sia a consentire ai genitori di vivere la cura del figlio con consapevolezza, gentilezza e condivisione.

Lo studio pilota di Duncan e Bardacke del 2012 ha proposto un programma di MBCP che necessita di ulteriori approfondimenti futuri. Esso ha consentito, però, di ampliare le strategie d’intervento nell’ambito della depressione perinatale non solo nei confronti della madre ma anche dei padri. I risultati di questo studio pilota sembrano essere promettenti: si sono avuti effetti nella riduzione dell’ansia rispetto alla gravidanza, nell’aumento della consapevolezza e nella manifestazione di emozioni positive.

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