expand_lessAPRI WIDGET

Si cambia davvero nelle diverse relazioni sentimentali?

Quando si conclude una relazione sentimentale, e se ne intraprende una nuova, riusciamo a mettere in atto nuove e migliori dinamiche relazionali per avere più successo col nuovo partner? Cosa ci rivela un recente studio a tal proposito?

 

Quando si conclude una relazione sentimentale, e se ne intraprende una nuova, spesso ci si ripropone di mettere in atto delle nuove e migliori dinamiche relazionali al fine di avere maggior successo con il nuovo partner. Tuttavia, un recente studio tedesco ha rivelato che tale buon proposito è molto lontano dalla realtà dei fatti: generalmente, tendiamo a riproporre, nel corso tempo, gli stessi pattern relazionali originari, in quanto essi fanno parte di noi e del nostro modo di entrare in relazione con l’altro.

Lo studio ha esaminato la vita relazionale di 554 persone, prendendo in considerazione alcune informazioni inerenti l’inizio e la fine di una prima relazione sentimentale ed il primo e il secondo anno di una nuova relazione. In particolare, le dinamiche relazionali tipiche dei partecipanti sono state controllate attraverso il monitoraggio di sette fattori relazionali: soddisfazione della vita sessuale; soddisfazione della relazione generale; frequenza dei rapporti sessuali; livello di apertura della comunicazione fra i partner; frequenza degli apprezzamenti rivolti al partner; frequenza dei conflitti e fiducia nella solidità della relazione.

Dallo studio si evince come, in linea generale, per ogni partecipante, questi fattori siano rimasti invariati nella prima e nella seconda relazione, ad accezione della frequenza sessuale e degli apprezzamenti verso il partner che pare tendano ad aumentare nella seconda relazione.

Dunque, questo studio sembrerebbe mettere in evidenza la tendenza a riproporre gli stessi pattern relazionali nelle storie d’amore, in quanto schemi mentali impliciti e poco flessibili.

Tuttavia, gli unici due fattori mutevoli (frequenza sessuale e degli apprezzamenti) fra le due relazioni, potrebbero essere spiegati nell’ottica del classico decorso di una relazione sentimentale, scandito da determinate fasi. Difatti, la prima fase di una relazione, nota come fase della “luna di miele”, sarebbe caratterizzata da un’estrema eccitazione ed un inteso coinvolgimento, fisico ed emotivo, per l’inizio di una nuova esperienza. Questo non permetterebbe di avere una visione globale e reale del nuovo partner che verrebbe in tal modo idealizzato. D’altra parte, non appena questa fase giungerebbe al termine, il partner verrebbe guardato realisticamente, con i suoi pregi e difetti, e la relazione inizierebbe a concretizzarsi nelle responsabilità della vita quotidiana.

Sarebbe proprio questo il momento in cui i vecchi schemi relazionali si ripresenterebbero. Questo, se da una parte dà continuità al nostro modo di essere con l’altro, d’altra parte potrebbe risultare disfunzionale nel momento in cui ci accorgiamo della disfunzionalità di tali schemi e non facessimo nulla per modificarli.

Battiato ai tempi delle Neuroscienze

Battiato ai tempi delle Neuroscienze: la lungimiranza del cantautore siculo che già nel 1971 cantava le prospettive della manipolazione genetica sull’essere umano. 

 

Non ero ancora nato che già sentivo il cuore, che la mia vita nasceva senza amore. Mi trascinavo adagio dentro il corpo umano, giù per le vene verso il mio destino.

Questa frase costituisce il testo della seconda traccia dell’album Fetus di Franco Battiato, pubblicato nel 1971, quasi quarant’anni dopo la pubblicazione di Brave New World di Aldous Huxley (1932). Fetus è, infatti, un concept album non a caso interamente dedicato al libro di Huxley: come la musica pionieristica di Battiato, anche Brave New World è stata una brillante anticipazione degli sviluppi della tecnologia riproduttiva e della manipolazione psicologica entro una società distopica, dove ogni essere umano è frutto di una costruzione in laboratorio. Nonostante il romanzo non tocchi mai il tema dell’ingegneria genetica, la manipolazione artificiale e controllata dello sviluppo embrionale è un argomento pregnante nel racconto ed è un concetto non molto lontano dal dibattito, tutt’oggi molto acceso, sulle pratiche di modifica del genoma umano.

Gli interventi sul genoma: il sistema CRISPR-Cas9

Le biotecnologie per la modifica e la ricombinazione del DNA degli organismi viventi esistono ormai da tempo e sono in continuo perfezionamento. Durante gli anni ’90 nasce una nuova e promettente tecnica di intervento sul genoma, la quale abbatte costi, tempi e complessità degli interventi precedenti: il sistema CRISPR-Cas9.

La CRISPR-Cas9 è stata adattata da un meccanismo che avviene naturalmente nei batteri quando attaccati da un virus. La nuova tecnica ha costituito una vera e propria rivoluzione nel momento in cui i ricercatori sono riusciti a riprodurre artificialmente la procedura in laboratorio: viene creato un segmento di RNA che si attacca ad una specifica sequenza target nel DNA di un altro organismo e tale RNA si unisce a sua volta all’enzima Cas9; in seguito a tale unione ha inizio il setacciamento per il riconoscimento della sequenza target di DNA, la quale, non appena individuata, viene tagliata in una specifica locazione. I ricercatori utilizzano poi il naturale sistema riparatore del DNA per aggiungere, eliminare o modificare alcuni frammenti di codice genetico, sostituendoli con altri segmenti di DNA costruiti su misura.

Cambieranno le mie cellule e il mio corpo nuova vita avrà. Le molecole che ho guaste, colpa dell’ereditarietà: sarò una cellula fra i motori, come una cellula vivrò.

Nella traccia Una cellula, Battiato anticipa alcune odierne modalità di applicazione del genome editing. Particolarmente interessante sembra, infatti, la possibilità di intervenire sul genoma embrionale portatore di sequenze geniche associate all’insorgenza precoce o tardiva di gravi patologie, come ad esempio la trisomia 21, il morbo di Parkinson, la malattia di Alzheimer e così via, con l’intento di tagliare quei frammenti di DNA, risparmiando di fatto al futuro individuo sofferenze connesse alla malattia.

Se un figlio si accorgesse che, per caso, è nato fra migliaia di occasioni, capirebbe tutti i sogni che la vita dà, con gioia ne vivrebbe tutte quante le illusioni. […] Quante frasi false ho detto, quante strane verità per fare sul mio metro questa personalità.

Tali nuove tecnologie possono, tuttavia, generare delle controversie se impiegate per scopi non direttamente clinici. Nel brano Energia, infatti, Battiato fa riferimento ai tentativi umani, talvolta malsani, di sovrastare la natura stessa. In questo senso, l’intervento con la CRISPR-Cas9 sugli embrioni, per scopi che potremmo definire estetici, determinerebbe a priori il “destino” dei futuri adulti modificati. La manipolazione genetica degli aspetti fenotipici soggetti a discriminazioni sociali come l’obesità o l’intelligenza, è uno scenario che, anche nell’ottica di Battiato, non lascerebbe spazio al ruolo del caso nel processo riproduttivo, sottolineando una sorta di incapacità dell’uomo ad accettare di non essere completamente perfetto o felice.

Slavoj Žižek, filosofo sloveno contemporaneo, propone un’interpretazione del fenomeno in questione molto accurata. Egli riporta l’ottimista posizione che David Pearce, co-fondatore della World Transhumanist Association, assume nel suo libro The Hedonistic Imperative:

[…] nanotechnology and genetic engineering will eliminate aversive experience from the living world. Over the next thousand years or so, the biological substrates of suffering will be eradicated completely – dal momento che bisognerebbe raggiungere, dice Pearce – the neuro-chemical precision engineering of happiness for every sentient organism on the planet.

Žižek però controbatte che la manipolazione delle proprietà psichiche e fisiche degli individui prima ancora di essere concepiti superi una sorta di soglia naturale, tramutando gli uomini in veri e propri prodotti, togliendo loro la possibilità di esperire se stessi come agenti responsabili dell’acquisizione delle proprie capacità e competenze, cancellando di fatto il sentimento di soddisfazione che deriva dallo sforzo impiegato per raggiungere un obiettivo.

Il sistema CRISPR-Cas9 per migliorare le capacità intellettive

Meccanici i miei occhi, di plastica il mio cuore. Meccanico il cervello, sintetico il sapore. Meccaniche le dita di polvere lunare, in un laboratorio il gene dell’amore. (Meccanica; Fetus, Franco Battiato, 1971)

Il sistema CRISPR-Cas9 potrebbe anche costituire una modalità di intervento per il miglioramento delle capacità intellettive umane. Un numero sempre più ampio di evidenze converge sul fatto che le strutture cerebrali coinvolte nell’intelligenza siano sotto una forte influenza genetica, anche se non interamente determinate da essa. Tuttavia, l’idea che esista un gene associato ad una specifica abilità, come “il gene dell’intelligenza” o “il gene della religiosità”, è naive oltre che lontana da ciò che ad oggi si conosce della genetica legata a particolari comportamenti o processi cognitivi. Sono già in atto, però, molti progressi nella direzione di individuare sequenze geniche associate ad alcune capacità cognitive.

Interessante è il caso dei SuperAgers, individui di ottant’anni o più che nei test di valutazione delle capacità di memoria hanno una prestazione pari o migliore di quella degli adulti tra i cinquanta e i sessantacinque anni sottoposti al medesimo test. Uno studio recente ha dimostrato che tali individui presentano una mutazione nel gene MAP2K3: gli inibitori del MAP2K3 potrebbero quindi rappresentare una nuova strategia terapeutica per prevenire il deterioramento delle capacità cognitive associato all’invecchiamento. Persino l’abilità di ricordare il passato ed il multitasking, ossia completare diverse operazioni simultaneamente, sembrano essere due abilità incapaci di coesistere assieme per motivi legati proprio alla genetica. Alcuni ricercatori hanno indagato come l’efficienza nel multitasking è regolata dal gene COMT. Una variazione dello stesso gene porta contemporaneamente ad una minore prestazione nel compiere più azioni nello stesso momento, ma ad un incremento delle capacità di memoria a lungo termine. In altre parole, sembra esserci un trade-off su base genetica tra le due funzioni cognitive: essere più abili nel memorizzare informazioni a lungo termine penalizza l’efficacia nel multitasking.

Tra modificazioni genetiche ed etica

D’altra parte, nella valutazione di qualsiasi tecnologia che vada nella direzione di potenziare le abilità umane, è necessario fare delle considerazioni etiche approfondite, prima tra tutte la sicurezza della tecnica ed eventuali rischi annessi.

La CRISPR-Cas9 è una procedura giovane e relativamente semplice. Infatti, non ci sono ancora abbastanza dati che ci informino sull’attendibilità di tale tecnica. Alcuni studi recenti hanno mostrato che, sebbene la CRISPR-Cas9 sia molto precisa sulla locazione dei segmenti di DNA da tagliare, la naturale riparazione del DNA conseguente al taglio, essendo “generica” potrebbe portare a una riorganizzazione cromosomica rischiosa e con possibili ripercussioni negative.

Un’altra criticità è riscontrabile nella libertà individuale e nelle possibili forme di coercizione sociale tra umani modificati geneticamente e individui che, invece, preferirebbero non ricorrere alla manipolazione del proprio genoma. Al contrario di altre forme di potenziamento cognitivo,  quello tramite CRISPR-Cas9, costituisce una condizione permanente e trasmissibile alla progenie, soprattutto nel caso di intervento su stati embrionali. Questo potrebbe creare forme molto più nette e gravi di coercizione indiretta e di disparità sociale rispetto a quelle che conosciamo oggigiorno.

Inoltre, come afferma il neuroeticista Andrea Lavazza, è da tenere in considerazione che il produttivismo è una prospettiva pregnante al giorno d’oggi, dove i limiti e i fallimenti di ciascun individuo vengono svalutati e l’unico aspetto che viene ricompensato e quantificato è la performance. Questo fenomeno potrebbe spingere le persone a sottoporsi a tecniche di modifica del genoma senza valutarne coscienziosamente rischi e conseguenze.

Come considerare, invece, le scelte di un genitore che vorrebbe applicare la CRISPR-Cas9 sul proprio figlio? Le figure parentali di fatto già decidono tutto ciò che riguarda i propri figli e l’educazione impartita è essa stessa un’influenza notevole per l’espressione genica. Secondo il principio di eugenetica liberale proposto dal filosofo tedesco Habermus, le istituzioni non dovrebbero limitare o proibire la libertà di ciascun individuo di intervenire sul proprio genoma o su quello dei propri figli. Tuttavia, richiamando l’analisi di Žižek, usare la CRISPR-Cas9 per attribuire a priori determinate caratteristiche fisiche o intellettive ad un figlio porterebbe ad una concezione di umanità come prodotto manipolabile e non più come frutto di una combinazione genetica casuale, dell’educazione parentale e di fattori ambientali.

In conclusione, si può affermare che il progresso tecnologico nell’ingegneria genetica sia estremamente promettente e porti con sé la potenzialità di eliminare molte sofferenze che affliggono l’umanità. I rischi e i benefici per gli individui sono da valutare approfonditamente e in una prospettiva a lungo termine. Parallelamente ai veloci progressi della CRISPR-Cas9, risulta necessario sia coinvolgere e informare la popolazione verso tali tematiche sia avviare, con il consulto degli esperti, una regolamentazione di tali procedure da parte delle istituzioni al fine di garantire la sicurezza, l’equità sociale, evitando un uso inappropriato e potenzialmente negativo delle nuove sorprendenti tecnologie di editing genetico.

 

La terapia psicologica in oncologia. L’approccio breve strategico tra mente e malattia (2019) di Eleonora Campolmi e Lindita Prendi – Recensione del libro

La terapia psicologica in oncologia si rivela un validissimo testo all’interno del quale le autrici offrono un’attenta analisi di tutte le dimensioni messe in gioco sia dalla persona che scopre e lotta contro una neoplasia, che dai suoi familiari..

 

Il cancro rappresenta da un punto di vista sociale, l’archetipo della malattia mortale ed il tema della morte rimane sempre un tabù con il quale l’uomo fa fatica a confrontarsi. E non sono escluse le difficoltà sperimentate anche nell’ambito della psicoterapia dallo stesso professionista. Ma considerando il notevole aumento delle malattie oncologiche, in risposta alle esigenze della persona e dei suoi familiari, l’intervento dello psicologo deve riuscire ad addentarsi all’interno di tale dimensione. In tal senso La terapia psicologica in oncologia si rivela un validissimo testo all’interno del quale le autrici offrono un’attenta analisi di tutte le dimensioni messe in gioco sia per la persona che scopre e lotta contro una neoplasia, che per i suoi familiari, nelle sue diverse fasi, dalla diagnosi, alle terapie, alle possibili recidive, o peggio ancora alla morte e relativa elaborazione del lutto per i familiari.

Analizzando le principali problematiche di ordine psicologico e riscontrabili nella persona affetta da un cancro, il testo approfondisce anche le strategie fallimentari che la persona mette in atto, offrendo anche utili ed interessanti contributi sul piano operativo secondo la tradizione Breve Strategica.

Il testo inoltre, sottolinea aspetti essenziali che il professionista non deve sottovalutare nel lavoro con il paziente oncologico e con i suoi familiari ossia la relazione, la comunicazione (come, quando, quanto comunicare), la capacità di ascolto e la flessibilità mentale di riadattare il lavoro in seduta secondo le esigenze o le problematiche che possono emergere o essere più importanti di volta in volta durante l’iter.

La terapia psicologica in oncologia: le aree più colpite dalla malattia

Il primo capitolo offre un breve excursus, approfondendo anche le dimensioni più colpite in un paziente oncologico come l’immagine corporea, includendo in sé la dimensione cognitiva ed emotiva, relative a tutti i timori di ciò che accadrà al corpo o di ciò che già si sta verificando (caduta dei capelli, gonfiore per trattamenti farmacologici o deperimento) e ai vissuti di forte rabbia e paura che diventano compagni nella quotidianità del paziente, uniti al dolore e momenti di intensa disperazione. La paura fa da padrona di casa: paure che riguardano la patologia fisica; paura di decidere il trattamento o l’eventuale intervento; paura riguardante i trattamenti e i postumi; paura di andare in pezzi; paure personali ed esistenziali (sarò più come prima?); paura per i familiari e la rete sociale; queste alcune fra le paure che il paziente sperimenta di frequente.

Ed ancora reazioni depressive legate sia alla paura di un’immanente morte, ma anche legate alla perdita di un’identità che si aveva fino ad un momento prima della diagnosi.

Anche la sfera della sessualità viene intaccata e pertanto è bene approfondirla e non tralasciarla in un lavoro come questo. Le autrici infatti, ricordano come in presenza di una neoplasia la persona possa sperimentare dei disturbi sessuali, anche in questo caso alcuni di ordine organico ed anche di natura psicogena e non per forza riconducibili alla patologia. Dispareunia, ossia dolore nelle donne durante rapporto sessuale, anorgasmia sia maschile che femminile, riduzione del desiderio sessuale, questi i disturbi più frequentemente riscontrati in tale ambito e sul quale il professionista deve sapere ben informare ed intervenire. La sfera relazione comincia a presentare, nella maggioranza dei casi, un progressivo isolamento. Le autrici infatti, riferiscono che un pensiero comune del paziente in questi casi diviene ”cosa penseranno gli altri di me; se sto male; se mi vedono così; se mi chiedono qualcosa”.

Infine, e non per ordine di importanza, il sistema familiare, che andrà approfondito come sistema, aiutato e supportato a sua volta.

La terapia psicologica in oncologia: obiettivi terapeutici e strumenti di lavoro

Nel terzo e quarto capitolo le autrici trattano aspetti essenziali dell’approccio strategico in ambito oncologico e le principali strategie di intervento. Ciò che viene sottolineato è come in questo caso sia il tempo che gli obiettivi non possano essere prevedibili e programmabili a monte, ma la flessibilità diventa l’elemento essenziale a cui far ricorso per l’intero iter terapeutico, sottolineando come in questo caso l’obiettivo terapeutico non coinciderà con la guarigione, ma con il lavorare su paure, dolore, angoscia, rabbia e tutti gli aspetti associati alla malattia affinché possano essere gestiti dalla persona e non danneggino ulteriormente l’equilibrio precario della persona stessa.

Vengono inoltre esaminate le tentate soluzioni che le autrici, insieme al gruppo di lavoro del Centro di Terapia Breve Strategica, hanno individuato per i pazienti con malattie oncologiche come l’ascoltarsi continuamente, concentrandosi costantemente sul proprio fisico e sul proprio stato di salute, poiché tutto ciò che si percepisce di negativo (come stanchezza, dolori o possibili sintomi post trattamento chemioterapico) potrebbe influire negativamente sulla credenza di salute. Un’altra soluzione è scacciare i pensieri brutti: la persona prova a non fare brutti pensieri ma le proprie paure talvolta diventano vere proprie ossessioni. Un’ulteriore soluzione riguarda il parlare del problema o l’evitare di parlarne: si può infatti assistere alla tendenza della persona a condividere continuamente con familiari e conoscenti il proprio fardello, confermando involontariamente di essere una persona con una malattia o di essere solo quello. Di contro, altre persone tendono ad applicare la strategia opposta, ossia entrare in un’assoluta negazione e silenzio, ma anche in questo caso tale strategia si rivela disfunzionale in quanto la persona finisce per portare tutto il carico della malattia da solo ed anche questo è deleterio.

Sarebbe bene inoltre intervenire sull’evitamento sociale per timore del giudizio: in questo caso non capita di rado che pazienti esposti a chemioterapia e/o radioterapia possano vivere gli effetti collaterali delle stesse terapie. La propria immagine corporea messa a dura prova, infatti, spinge molti pazienti, spiegano le autrici, ad evitare gli altri per paura di essere evitati o trattati solo per pietà.

Ed ancora, bisognerebbe intervenire sulla tendenza del paziente a non accettare la situazione attuale cercando in tutti modi di vivere la condizione precedente alla malattia, atteggiamento che talvolta mette a dura prova il fisico, porta a rimuginare fino al punto che il tema della malattia e le relative paure diventano martellanti nella mente della persona.

Il lavoro dunque, verterà sul dare il giusto sfogo al dolore, alla rabbia, alla paura e per fare ciò uno degli strumenti che viene citato è quello della scrittura, strumento attraverso cui far decantare le proprie emozioni. Ma si lavorerà anche sull’eliminare tutte quelle tentate soluzioni che peggiorano la condizione del paziente.

Ma più che mai serve intervenire quando purtroppo al paziente giunge una diagnosi infausta e ci troviamo allo stadio di fine vita. Anche in questo caso il lavoro del professionista punterà a ristrutturare eventuali errate credenze circa “tanto non c’è più nulla da fare” con “si può sempre vivere fino alla fine, non nel senso di prolungare la sopravvivenza ma di dotare di significato il tempo che si ha a disposizione.”

Il quinto capitolo, curato da Francesca Luzzi, affronta la fine del viaggio e la gestione strategica del lutto, illustrando le varie fasi del lutto già individuate da Bowlby come la fase dello stordimento, la fase di struggimento, la fase di disperazione e la fase di accettazione e di riorganizzazione con accenni a tecniche e strategie terapeutiche. L’ultimo capitolo, emotivamente più toccante, riporta ritagli di casi clinici.

Un libro altamente completo da un punto di vista clinico, al contempo toccante e coinvolgente, che si rivolge agli addetti ai lavori in modo chiaro, affrontando argomenti complessi in modo apparentemente semplice e che punta alla cura della persona e non della malattia.

Se si cura una malattia, si vince o si perde; ma se si sicura una persona, vi garantisco che si vince, si vince sempre, qualunque sia l’esito della terapia.  
(Patch Adams)

 

Le adolescenti che assumono contraccettivi orali sarebbero più vulnerabili a sviluppare un Disturbo Depressivo Maggiore in età adulta

A partire dall’adolescenza, le donne hanno il doppio delle probabilità di sviluppare la depressione rispetto agli uomini. Vi sono diversi studi che evidenziano il ruolo importante degli ormoni (estrogeno, progestinico e testosterone) nel rischio di sviluppare la depressione, oltre ai fattori psicosociali e ambientali. 

 

I contraccettivi orali (OC) contengono forme sintetiche di estrogeni e/o progestinici; la loro funzione è quella di sopprimere la produzione endogena di estrogeni, progestinici e testosterone, di conseguenza gli OC possono alterare la vulnerabilità di una donna alla depressione.

I cambiamenti indotti dall’assunzione dei contraccettivi orali possono essere particolarmente pronunciati durante l’adolescenza, periodo caratterizzato da un intenso sviluppo sociale, cognitivo, riproduttivo e fisiologico. Uno studio danese ha analizzato la popolazione femminile, quasi 1 milione di donne, tra i 15-34 anni, ed ha scoperto che l’uso di contraccettivi ormonali era associato ad un numero maggiore di antidepressivi e ad una maggiore probabilità di diagnosi di depressione, soprattutto per quanto riguardava le adolescenti.

Contraccettivi orali e depressione: quando l’assunzione avviene in adolescenza

Un nuovo studio, condotto dalla University of British Columbia e pubblicato sul Journal of Child Psychology and Psychiatry, ha indagato l’associazione tra l’uso dei contraccettivi orali nelle adolescenti e lo sviluppo della depressione in età adulta.

Le partecipanti allo studio erano state reclutate attraverso il United States National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES): in questi sondaggi era possibile conoscere la loro età, la loro salute mentale ed infine la prima volta in cui avevano assunto un contraccettivo orale.

Il campione era composto da 1.236 donne, tra i 20 e 39 anni. Nello specifico, lo studio ha confrontato 3 gruppi: donne che avevano assunto contraccettivi orali in adolescenza (n=561), donne che non avevano mai fatto uso di contraccettivi orali (n=353), ed infine donne che avevano utilizzato per la prima volta i contraccettivi in età adulta (n=322). Complessivamente circa l’11% del campione (n=131) presentava una diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore, secondo il DSM 5.

Dai risultati dello studio emerge che: le donne che hanno fatto uso di contraccettivi orali in adolescenza erano 1,7 volte più inclini a sviluppare un Disturbo Depressivo Maggiore da adulte rispetto alle donne che non avevano mai fatto uso di contraccettivi o rispetto alle donne che avevano fatto uso di contraccettivi per la prima volta in età adulta.

Concludendo, dallo studio emerge un’associazione a lungo termine tra l’uso dei contraccettivi orali da parte delle ragazze adolescenti e il rischio di sviluppare depressione in età adulta, indipendentemente dall’uso attuale dei contraccettivi. Per questo è importante sottolineare che l’adolescenza è un periodo sensibile durante il quale l’assunzione di contraccettivi orali potrebbe aumentare il rischio di sviluppare un Disturbo Depressivo in futuro, anche dopo anni dalla prima assunzione.

La democrazia manipolata nell’era digitale dei social network

Una recente analisi pubblicata su Nature, di Stewart e colleghi (2019), mostra come i social network siano in grado di manipolare il flusso di informazioni e le connessioni sociali tra individui, distorcendo la loro percezione su come altri, appartenenti alla medesima comunità elettorale, voteranno, alterando di conseguenza l’esito elettorale.

 

Le democrazie, ovvero quelle forme di governo che garantiscono a tutti gli individui la partecipazione in piena uguaglianza a qualsivoglia processo decisionale, richiedono un elemento imprescindibile: la “corretta” informazione di coloro che si apprestano a prendere una decisione (Bergstrom et Bak-Coleman, 2019).

I giornali, i programmi televisivi di confronto e dibattito, le radio, fin dalla loro nascita, hanno rappresentato i principali veicoli di diffusione dell’informazione, il modo più diretto e rapido a disposizione per persuadere e convincere le comunità elettorali o più in generale gli individui.

Tuttavia da qualche decennio questi hanno subito un rapido oscuramento da parte dei social network che si sono imposti con forza come canali informatici principali e preferenziali per la maggior parte degli individui di tutto il mondo, sostituendo qualsiasi tipo di conversazione e confronto su carta o broadcast.

Al contrario dei precedenti, essi consentono in tempo reale e con un click di interagire e condividere opinioni comuni con tutto il mondo, dal momento che hanno la ineguagliabile capacità di abbattere virtualmente ogni confine geografico; allo stesso tempo però, tramite gli algoritmi che li costituiscono e i dati che maggiormente condividiamo, sono in grado di realizzare una nostra profilatura digitale, incrementando quel fenomeno definito di “personalizzazione” dell’informazione (Bergstrom et Bak-Coleman, 2019).

Social network e personalizzazione dell’informazione

Facebook, Twitter, Instagram, Google, per citarne alcuni, raccogliendo dati sulle nostre abitudini, le nostre preferenze nella scelta dei siti internet, dei blog e dei profili, sui nostri acquisti più recenti o sulle nostre “wish list” di vita, sono in grado di prevedere la prossima cosa che cercheremo, il prossimo capo che indosseremo, se si utilizzano siti di e-commerce, le persone che ci piacerebbe frequentare con i siti d’incontro, le informazioni che siamo soliti condividere e la prossima notizia su cui vorremmo essere informati, filtrando e selezionando al posto nostro tutto ciò che con più alta probabilità è per noi di maggior interesse e ciò che al contempo vogliamo trascurare.

Questa nostra costante profilatura e personalizzazione “su misura” delle informazioni che riceviamo da parte dei social inevitabilmente sta influenzando le nostre decisioni e i nostri comportamenti in un modo tale che, a parere di Eric Schmidt, CEO di Google, a breve si arriverà a delegare a internet anche scelte di vita importanti, arrivando a chiedergli cosa potrebbe essere meglio per noi.

A parere di Pariser (2011), questi fenomeni hanno ridefinito per ognuno l’intero bacino di informazioni alle quali accedere creando intorno a noi delle “bolle” invisibili che sottilmente distorcono il modo in cui ci approcciamo alle notizie e al loro contenuto.

Queste “bolle” rinforzano alcune idee, spesso di natura politica, in alcune circostanze le estremizzano e le polarizzano dando adito a commenti populistici, riducendo inoltre la possibilità per le persone di confrontarsi con altri pareri discordanti e di aggiornare e ampliare le loro connessioni sociali in quanto le porta a gravitare intorno ad altri che possiedono opinioni ideologiche e pensieri affini (Pariser, 2011).

Alexander Stewart del dipartimento di biochimica e biologia dell’Università di Houston, insieme ai colleghi della Sloan School of Management del MIT e dell’Enviromental Change Institute dell’Università di Oxford, ha descritto un modello computazionale per descrivere come la struttura delle connessioni sociali e il flusso di informazioni all’interno di un gruppo possano essere influenzate dai social network modificando di conseguenza il comportamento e i processi decisionali collettivi degli individui che costituiscono il gruppo stesso (Stewart, Mosleh, Diakonova et al., 2019).

Processi decisionali: un esperimento sull’esercizio del voto

La massima espressione del processo di decisione collettiva risiede nell’esercizio del voto, pertanto gli autori hanno sviluppato una situazione sperimentale, basata su un gioco, per la quale due gruppi, appartenenti a differenti schieramenti (viola vs giallo), si sono trovati a dover prendere una decisione e votare per risolvere un contenzioso ed evitare così un blocco politico.

Le regole del gioco sperimentale prevedevano che ogni singolo individuo, assegnato ad un “partito”, fosse incentivato da una parte a prendere una decisione e a votare in linea con la propria preferenza e dall’altra a coordinare il proprio voto con l’intero suo gruppo prendendo in considerazione le intenzioni di voto degli altri; il tutto affinché vi fosse il più possibile un consenso e una maggioranza e non si sfociasse nell’inattività.

Alla fine del gioco, ogni giocatore avrebbe infatti ricevuto il massimo guadagno qualora il proprio partito avesse ricevuto una maggioranza significativa – i voti per quel partito avrebbero dovuto superare una soglia stabilita per ottenere la maggioranza – un guadagno minore qualora l’altro partito avesse ricevuto la maggioranza e nessun tipo di ricompensa nel caso in cui entrambi i partiti avessero fallito nell’ottenere la maggioranza.

Nel modello sviluppato da Stewart e colleghi, ogni giocatore, nel decidere come votare, sarebbe dovuto arrivare ad un compromesso tra la propria preferenza e la linea decisionale adottata dal “partito” integrando le proprie intenzioni di voto, continuamente aggiornate lungo tutto il tempo di gioco, la preferenza di partito e il desiderio auspicabile di non raggiungere l’inattività con le notizie sociali provenienti dagli altri giocatori.

Secondo il modello di Stewart, ogni giocatore, per il suo processo decisionale, poteva essere influenzato in modo predominante dai membri del proprio partito, dai membri dell’opposto partito oppure oscillare tra le due posizioni politiche; fintanto che l’influenza tra i membri di uno stesso partito fosse risultata uniforme, nessuno schieramento avrebbe potuto orientare la scelta di voto dell’altro.

Al contrario, una manipolazione della struttura di diffusione del flusso di informazioni all’interno di un partito avrebbe alterato la distribuzione dell’influenza, rendendola asimmetrica in una maniera tale per cui la maggioranza dei giocatori sarebbe stata primariamente influenzata dall’opinione dei membri del proprio partito senza che vi fosse una modifica nell’influenza tra membri e un cambiamento nel numero di connessioni tra i soggetti all’interno del gruppo.

Nello studio preso in considerazione (Stewart, Mosleh, Diakonova et al., 2019) la manipolazione è stata realizzata tramite l’inserimento all’interno di un “partito” di un individuo estremista che avrebbe in ogni caso votato tenendo in considerazione esclusivamente la sua opinione personale.

L’estremista ha fatto sì che le persone traessero dagli altri delle conclusioni fuorvianti circa le preferenze politiche del proprio partito e che vi fosse un profondo contagio di parte degli indecisi, determinando di conseguenza un dirottamento di voti verso il partito opposto.

In questa condizione di manipolazione, ad esempio è molto più probabile che alcuni componenti “estremisti” del partito viola abbiano strategicamente influenzato i membri del partito giallo, mentre quest’ultimi sperperano la loro influenza o su persone del loro stesso partito che già condividono la loro idea, o peggio su membri del partito viola che avevano un numero tale di connessioni con altri membri del loro partito da non lasciarsi persuadere.

In questo modo, la maggior parte dei partecipanti al gioco ha inferito erroneamente che il partito opposto al loro avesse ottenuto la maggioranza e di conseguenza, per ricevere comunque una  ricompensa ed evitare così la situazione di “stallo politico” ha deciso di votare per il partito opposto.

Dalle evidenze ottenute, appare evidente che, per la manipolazione dell’informazione, l’elemento determinante non sia stato come gli elettori fossero concentrati all’interno di un gruppo ma come le connessioni sociali fossero distribuite tra di loro (Bergstrom et Bak-Coleman, 2019).

Le implicazioni dello studio di Stewart e colleghi sono molteplici: prima fra tutte il fatto di aver svelato i meccanismi sottili e inconsapevoli sottostanti i processi di decision-making collettivo, ma soprattutto di aver portato all’attenzione della comunità il rischio di probabili manipolazioni digitali da parte dei social network che più di altri (giornali o palinsesti televisivi) sono in grado di alterare le connessioni sociali tra gli individui e i flussi di informazione tramite sistemi di feedback tra algoritmi e persone.

Gli algoritmi infatti realizzano delle previsioni e suggeriscono delle connessioni con commenti, persone o opinioni anche estremiste, le persone che li utilizzano rispondono a queste dando origine ad un circolo vizioso che andrebbe ad alterare il modo in cui queste ultime ricevono le informazioni, modificandone la prospettiva sugli eventi e le opinioni.

Attualmente i social network non sono soggetti a specifici requisiti di trasparenza o ad una chiara supervisione legislativa.

A questo punto vale la pena di riflettere se non sia il caso di prendere nota.

 

The Role of “The Classics” in the Present and Future of Psychology – Report dal IV Congresso Internazionale della REBT

Dal 13 al 15 settembre  in Romania si è svolto il quarto congresso internazionale della REBT (Rational Emotive Behavior Therapy) intitolato The Role of “The Classics” in the Present and Future of Psychology. Duecento partecipanti, un po’ come avveniva in certi congressi di una volta in cui ci si conosceva tutti. Il vantaggio? La possibilità di uno scambio reale tra tutti i presenti.. 

 

REBT: dall’osmosi con la CBT ai principali punti di forza

Dal 13 al 15 settembre a Cluj Napoca in Romania si è svolto il quarto congresso internazionale della REBT (Rational Emotive Behavior Therapy) intitolato The Role of “The Classics” in the Present and Future of Psychology

La REBT è la forma primigenia di terapia cognitiva e in qualche modo condivide con la cognitive behavioural therapy (CBT) di Beck e Clark la definizione di forma standard di terapia cognitiva. Il che è in parte vero se non altro perché la REBT ha affermato per prima il principio del primato della mediazione cognitiva come chiave di esplicazione degli stati mentali, sia emozionali che sintomatologici. D’altro canto però la REBT non ha mai prodotto i rigorosi studi di efficacia specifici per diagnosi psichiatrica che hanno fatto la fortuna mondana della CBT di Beck e Clark. Questo è il suo svantaggio. In questo senso potremo sospettare la REBT gode dello status di terapia cognitiva standard e di provata efficacia per una sorta di osmosi con la CBT. È una condizione un po’ parassitaria di cui godono anche molte altre terapie cognitive le quali peraltro non hanno i meriti storici della REBT.

La REBT però ha anche i suoi punti di forza. Mentre il congresso internazionale CBT di Berlino di luglio è stato una kermesse faraonica con migliaia di partecipanti, alla REBT invece si era in duecento, un po’ come avveniva in certi congressi di una volta in cui ci si conosceva tutti. Il vantaggio è la possibilità di uno scambio reale tra tutti, mentre invece al congresso faraonico si finisce per chiudersi nella bolla dei simposi e dei workshop che interessano al singolo. Un altro vantaggio è la minore dispersione: al congresso CBT, accanto alla uniforme rigorosità scientifica del mainstream, tutto declinato secondo il modello CBT britannico della triade di Oxford (Clark, Salkovskis e Fairburn) delle presentazioni, vi è un’eccessiva varietà del retroterra formativo, nel quale ormai confluisce di tutto, compresi percorsi costruttivisti o integrati lontanissimi dalla CBT. Al congresso REBT invece tutti condividono un percorso formativo comune e questo facilita la discussione clinica e tecnica.

Tuttavia il principale punto di forza della REBT è un altro: il suo principio di funzionamento ha le sue caratteristiche specifiche e differenti dalla CBT che in qualche modo hanno anticipato alcuni sviluppi recenti della terapia cognitiva. Il primato dell’informazione nella REBT è declinato secondo principi che sono in gran parte processuali e metacognitivi e non di contenuto come nella CBT: mentre nella CBT si gestisce lo stato emotivo disfunzionale ragionando in che misura un certo rischio è reale, nella REBT si mette in discussione l’intollerabilità e la non accettazione (denominata “demand”, pretesa, o “should”, doverizzazione) di uno scenario negativo. Si lavora non su una previsione ma su una valutazione di uno stato emotivo, e quindi metaemotivamente se non proprio metacognitivamente.

The Role of “The Classics” in the Present and Future of Psychology – La parola agli esperti

Su questa possibilità di sviluppo futuro si gioca il destino della REBT e su di essa ha giocato nella plenaria introduttiva Daniel David, organizzatore del congresso e professore all’Università di Cluj Napoca, sviluppando queste analogie tra REBT e modelli processuali di terza onda. David tuttavia lancia un ponte anche verso certi sviluppi costruttivisti che guardano all’elaborazione cognitiva tacita e implicita e che in qualche modo si sono avvicinati al modello psicodinamico. Mi chiedo però se David comprenda che le due strade sono alternative non compatibili tra loro. Il processualismo si concentra su funzioni mentali esecutive sottoposte a controllo volontario e cosciente, il costruttivismo privilegia i processi impliciti, inconsci e non esecutivi.

Un discorso analogo, ma più clinico, a quello di David è stato proposto da Raymond DiGiuseppe –attuale direttore didattico dell’Ellis Institute di New York e professore alla St. John University- nella sua plenaria dedicata alle caratteristiche cliniche della REBT.

Nella stessa giornata abbiamo assistito a una dimostrazione clinica, in cui Kristene Doyle ha impersonato una terapeuta REBT mentre Arthur Freeman ha impersonato un terapeuta CBT e una studentessa romena, Tania, ha impersonato una paziente in stato depressivo per la morte di un suo caro amico. La dimostrazione ha dimostrato plasticamente la differenza tra i due orientamenti, con la REBT avvantaggiata nell’ispirare tolleranza e accettazione degli aspetti negativi della vita e la CBT più adatta a indebolire il distorto giudizio negativo che la paziente dava di sé a partire da circostanze esterne.

La giornata di sabato ha confermato questa convergenza tra REBT e processualismo con altre due plenarie, quella di Douglas Mennin della Columbia University che ha esposto il suo modello processualista, la Emotion Regulation Therapy, sottolineandone le analogie con la REBT, e quella di Steven Jay Lynn, il quale investigando le molte mancanze delle nostre conoscenze sulla psicoterapia ha giustamente concluso che il futuro sviluppo di questa disciplina dovrà sempre più privilegiare l’esplorazione dei processi.

Durante il congresso erano molti i simposi che affrontavano i problemi transculturali di applicazione della REBT in paesi del Sudamerica e dell’Europa orientale dove sono presenti degli Istituti REBT, come il Perù, l’Argentina, la Romania e la Turchia. I problemi principali sembrano essere il cozzo tra la promozione dell’autonomia relazionale facilitata dalla REBT e i residui patriarcali e tradizionalisti di queste società in cui il controllo sociale prevale sull’autonomia individuale. Un altro limite è la difficoltà di diffondere la possibilità di incrementare il senso di agency e mastery per mezzo della disputa REBT in culture che sembrano invece privilegiare l’insormontabilità degli stati emotivi, un problema che per la verità sembra riguardare anche l’Italia e che, forse, riguarda più i terapisti che i pazienti.

Domenica infine c’è stata la giornata di chiusura con le presentazioni di Arthur Freeman e di Irving Kirsch. Freeman è stato molto evocativo e coinvolgente, descrivendo lo sviluppo della REBT dai tempi di Albert Ellis al presente e incoraggiando gli sviluppi futuri mentre Kirsch ha esplorato l’effetto placebo degli psicofarmaci rivelandoci che esso è molto più ampio di quanto pensassimo. Le conseguenze di una simile riflessione sono per la psicoterapia al tempo stesso incoraggianti e scoraggianti. Incoraggianti perché confermano che anche negli psicofarmaci l’effetto è più psicologico che chimico, il che consola noi psicoterapeuti. Tuttavia un simile risultato né deve consolarci troppo perché il processo psicologico del placebo risulta essere troppo vago per essere interpretato come un dato a favore della forza dei processi psicologici, in qualche modo vicini alla classe dei cosiddetti fattori comuni. Non possiamo accontentarci di un simile effetto così generico. La psicoterapia si svilupperà man mano che comprenderemo la sua specificità d’azione che non può risolversi in un vago incoraggiamento delle aspettative e delle speranze del paziente, come fa appunto l’effetto placebo.

 

La REBT in Italia: le slides dell’intervento di Giovanni M. Ruggiero

 

Genderqueer: indicazioni cliniche per il colloquio oltre al binarismo di genere

Una persona, che non si sente né maschio né femmina o che si sente entrambi, può arrivare ad un colloquio psicologico per l’eventuale disagio connesso alla propria identità di genere o per altre motivazioni, ma purtroppo la maggior parte degli psicologi ignora le tematiche “transgender and gender nonconforming” (TGNC). 

Greta Riboli – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

 

Perché si possa lavorare meglio con clienti non-binary, Chang e colleghi (Chang, Singh & Rossman, 2017) suggeriscono ai professionisti della salute di sviluppare tre componenti: consapevolezza, conoscenze e competenze.

Lo scopo di questo articolo è dunque quello di aumentare le conoscenze dei clinici rispetto a tematiche legate al TGNC e in particolare al genere non binario (non-binary), al vocabolario ad esso connesso e ai rischi clinici a cui queste persone sono maggiormente esposte. Si intende, inoltre, lasciare spazio a indicazioni utili per la consulenza psicologica destinata a persone non-binary.

Identità sessuale: sesso, ruolo, genere

L’identità sessuale è la percezione che le persone hanno di sé come individui sessuati. È un costrutto multidimensionale composto da sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere, orientamento sessuale e orientamento affettivo.

Il sesso biologico include caratteristiche biologiche (determinate da ormoni, caratteristiche sessuali secondarie e cromosomi). I bambini possono nascere maschi, femmine o intersessuali.

Il ruolo di genere è l’esternalizzazione della propria identità di genere (modo di vestire e atteggiarsi), come costrutto socioculturale.

Solitamente l’identità di genere, definita come il senso interno e privato del genere esperito, viene dato per scontato sia coerente al sesso biologico (cisgender). Così i neonati, spesso, nascono in un ambiente che li tratta in modo socialmente aderente alla percezione del sesso biologico, parlando loro al maschile o femminile, dando loro un nome maschile o femminile, insegnando loro ad entrare nel bagno dei maschi piuttosto che delle femmine e talvolta vestendoli o insegnando loro come comportarsi in base alle norme sociali di genere che si sono strutturate nel tempo. Eppure, non è un dato scontato che l’identità di genere sia cisgender, essa potrebbe, ad esempio, essere anche transgender binary o non-binary.

L’orientamento sessuale, infine, è un’ulteriore componente dell’identità sessuale e si riferisce all’attrazione affettivo-sessuale di una persona nei confronti di un’altra. Gli orientamenti sessuali sono diversi e sono ad oggi considerati come normali varianti della sessualità, tra i più conosciuti troviamo l’orientamento eterosessuale, omosessuale e bisessuale.

Genderqueer: non-binary identity

A livello sociale ci sono diverse comunità che, nell’arco della storia, hanno abbracciato identità di genere non binarie: un esempio sono i gruppi indigeni degli attuali Stati Uniti d’America che riconoscono una “two-spirit identity” in coloro che sono sia maschili sia femminili (Robinson, 2017), oppure i Chuckchi in Siberia, i Bakla nelle Filippine, i Hijra in India e i Quariwarmi in Perù (Stryker, 2008).

L’APA considera le identità transgendernonconforming (TGNC) come una normale parte della diversità umana, anziché come aspetti da patologizzare (APA, 2015; Singh & dickey, 2017), eppure, le identità non binarie sono considerate non valide o inesistenti (Chang et al., 2017). La maggior parte delle persone, infatti, è convinta del fatto che i generi siano due, maschile e femminile, e che siano collegati al sesso biologico. Questo è il binarismo di genere. In questi anni sorge invece la necessità di andare oltre al binarismo, includendo nuove categorie di genere.

Il significato di identità di genere non binaria non è stato ancora ben indagato. Emmie Matsuno, dell’Università della California – Santa Barbara (USA), sta effettuando diversi studi relativi al tema dell’identità di genere non binaria e attualmente in letteratura troviamo come il termine “non-binary identity” si riferisca a diversi gruppi di persone, tra cui: individui la cui identità di genere non è rispecchiata né da quella femminile né da quella maschile, individui che esperiscono un’identità talvolta maschile talvolta femminile e individui che non esperiscono l’appartenenza ad un genere o che si rifiutano di avere un’identità di genere precisa.

Solitamente l’espressione “gender fluid” viene usata per persone che possono sentirsi uomini o donne in diversi momenti: questo significa che in alcuni giorni la persona assumerà il ruolo di genere maschile o femminile in modo alternato, arrivando talvolta a definire se stesso con pronomi maschili o femminili a seconda del genere esperito. I termini che rientrano sotto all’ombrello “gender fluid” sono in realtà molteplici, tra i più comuni si ritrovano “agender”, “nogender” “neutrois”, “bigender”, “intergender”, fino ad arrivare al più classico “non-binary”.

A dimostrazione del fatto anche l’identità di genere, così come l’orientamento sessuale (Diamond, 2008), possono fluttuare e modificarsi nel tempo (talvolta a fronte di una maggiore consapevolezza), non è raro il fenomeno che vede persone, inizialmente identificatesi come uomini o donne transgender, identificarsi successivamente come non-binary (Galupo, Pulice-Farrow & Ramirez, 2017). La comprensione che le persone maturano del proprio genere è complessa, può variare nel tempo e può includere infinite possibilità oltre al maschile e femminile (APA, 2015).

Allo scopo di aumentare le conoscenze relative alle persone dal genere non binario, si ritiene opportuno presentare una serie di giudizi erronei che psicologi e psicoterapeuti potrebbero avere rispetto al genere:

  • tutti sono cisgender, ovvero l’identità di genere di chiunque corrisponde al suo sesso biologico (es. un maschio è un uomo e si sente tale);
  • esistono per natura solo due generi (maschile e femminile), determinati dall’anatomia;
  • è possibile intuire qual è il genere di una persona in base all’apparenza con la quale si mostra agli altri;
  • tutte le persone transessuali desiderano transitare binariamente da un genere all’altro;
  • le persone con identità non binaria sono in realtà persone con orientamento omosessuale;
  • essere non-binary fa parte di un fenomeno di moda o di un capriccio.

Tutti questi giudizi possono portare il clinico alla gestione di un trattamento psicologico inappropriato (Chang et al., 2017).

Rischi per la salute delle persone non binary

Gli studi scientifici condotti sulle persone con genere non binario non sono molti. Tuttavia, la letteratura sottolinea comunque l’esistenza di un forte rischio per questi soggetti di sviluppare un disagio psichico (sintomatologia ansiosa e depressiva). La letteratura mostra, inoltre, come questi rischi siano più alti dei rischi delle persone transgender binarie medicalizzate (coloro che transizionano ad esempio, dal genere femminile a quello maschile – FTM (o viceversa – MTF) (Budge, Rossman & Howard, 2014; James, Herman, Rankin, Keisling, Mottet & Anafi, 2016).

Lo studio con il campione più ampio ad oggi condotto ha mostrato come, su 27.715 adulti americani, il 49% delle persone con genere non binario ha riportato distress psicologico, rispetto al 35% delle persone transgender binarie e rispetto al 5% della popolazione cisgender (persone il cui genere è coerente rispetto al proprio sesso biologico). Gli individui non-binary, inoltre, riportano più alti tassi di discriminazione e di molestie rispetto a persone transgender binary (Harrison, Grant & Herman, 2012) e anche un rischio suicidario molto più elevato rispetto ai soggetti con genere binario e dieci volte più alto rispetto alla popolazione generale (Harrison et al., 2012).

L’alto rischio di sviluppare un disturbo mentale sarebbe dovuto a “minority stress”, quali lo stigma sociale, le esperienze di violenza, le molestie e il rifiuto (Harrison et al., 2012; Hendricks & Testa, 2012). Stressor esterni o distali influenzano lo sviluppo di pensieri negativi rispetto alla propria identità (transnegatività interiorizzata), aspettative di rifiuto da parte degli altri e occultamento agli occhi altrui della propria identità (Testa, Habarth, Peta, Balsam & Bockting, 2015).

Indicazioni cliniche per la presa in carico di persone non-binary

Dall’analisi della letteratura emerge un basso livello di conoscenze dei clinici rispetto alle tematiche legate all’identità di genere non binaria e una scarsa presenza indicazioni cliniche per condurre un colloquio psicologico con questo tipo di pazienti. Il rischio è che si generalizzi la categoria transgender a tutti i soggetti con identità di genere non coerente al proprio sesso biologico, dando per scontato che, ad esempio, qualsiasi maschio che non si senta uomo sia transgender binario e tendente dunque al genere femminile (MTF).

Genderqueer: assunti di base

Nella pratica clinica, all’interno di un percorso affermativo, sarebbe buona norma essere al corrente di alcune caratteristiche dei soggetti genderqueer. I pazienti genderqueer non desiderano necessariamente intraprendere un percorso di transizione medicalizzato per modificare le proprie caratteristiche sessuali secondarie rendendole coerenti con la propria identità di genere. Nonostante ciò, alcuni di essi, desiderano intraprendere trattamenti medici (assunzione di ormoni o interventi chirurgici) per sentirsi più in armonia col proprio corpo (Alexander, Orovecz, Salkas, Stahl & Budge, 2016). Coloro i quali non desiderano intraprendere un percorso di natura medica, rispetto alla controparte binaria medicalizzata, corrono minor rischi connessi alla salute fisica.

Un altro aspetto importate riguarda le diverse forme di stigma che possono subire le persone genderqueer rispetto alle persone transgender binarie: infatti, non esiste un linguaggio specifico per riferirsi ad essi, i negozi di vestiti sono dedicati unicamente al genere maschile o femminile e così via. Essi spesso hanno la sensazione che la società non abbia ritagliato nemmeno un piccolo angolo dedicato al loro riconoscimento. Gli individui con genere non binario vivono una forte discriminazione, come anche i soggetti con orientamento bisessuale, da parte non solo della comunità cisgender, ma dalla comunità transessuale stessa, la quale non li ritiene “abbastanza transessuali” (Ross, Dobinson & Eady, 2010). Solitamente si pensa che le persone non binarie siano confuse rispetto alla propria identità di genere o che stiano attraversando una fase destinata a concludersi con una scelta in favore del genere maschile o femminile (Singh & Burnes, 2009).

Alcune indicazioni per i clinici, per evitare che siano sempre gli eventuali pazienti genderqueer a doverci istruire, sono le seguenti: il clinico potrebbe accorgersi di trovarsi innanzi ad una persona non binaria, quando questa tronca le parole (es. bello o bella divengono bell*), oppure quando si sforza di produrre frasi in cui al posto del pronome si inserisce sempre un nome, oppure varia i pronomi ed usa desinenze diverse a seconda del proprio genere percepito. Allo stesso tempo, sarebbe opportuno non dare per scontata l’identità di genere di qualcuno in base all’uso di pronomi, nomi e desinenze: la persona potrebbe declinarli in base al sesso biologico per comodità o, più spesso, per non trovarsi in situazioni di “coming out” e di conseguenza dover dare spiegazioni.

È importante incoraggiare i propri clienti ad auto-definire il proprio genere, accompagnandoli verso una maggiore comprensione della propria autentica identità, ed evitare di dar per scontata l’identità di genere. A questo proposito, qualora ci fosse della testistica da compilare, si potrebbe aggiungere alla casella del “genere” (anziché del “sesso”) la possibilità di trovare spazio per definire se stessi. Questo può essere percepito dal cliente come una conoscenza del clinico relativa a queste tematiche, aumentando l’alleanza e diminuendo l’eventuale difficoltà sperimentata dal paziente nel fare coming-out nel corso delle sedute.

Per ampliare le proprie conoscenze, si consiglia la lettura del seguente manuale: The Gender Quest Workbook: A Guide for Teens and Young Adults Exploring Gender Identity (Testa, Coolhart & Peta, 2018).

Genderqueer: la presa in carico

Riprendendo le indicazioni di Chang e colleghi, in seguito ad una maggiore conoscenza del fenomeno, si dedicherà quest’ultima parte alle terapie affermative e, più in generale, alla presa in carico di clienti non-binary (Chang et al., 2017).

Come già accennato, in primo luogo si deve evitare che siano i pazienti stessi a dover istruire il proprio clinico rispetto alle tematiche di genere. Esistono molteplici siti che affrontano queste tematiche ed è importante che gli psicologici si aggiornino rispetto alla terminologia e ai nuovi concetti nascenti, per poter interagire al meglio soprattutto con clienti adolescenti. Non facendosi cogliere impreparato, il clinico può chiedere all’inizio del colloquio il nome, i pronomi e le desinenze che la persona preferisce usare per parlare di sé, servendosene poi nei colloqui e nelle eventuali note scritte-homework da condividere con il paziente (Singh & dickey, 2017). Può essere d’aiuto, inoltre, usare un linguaggio neutro, privo di “signora/signore”, “lei/lui”. Un esempio è quello fornito da Matsuno (2017): “c’è una persona con una camicia rossa che l’aspetta in sala d’attesa” anziché “c’è una donna che l’aspetta in sala d’attesa”.

Durante i primi colloqui è compito del clinico concettualizzare il caso, cogliendo quanto lo stigma sociale e il binarismo impattino sulla salute del cliente, quanto gli stressor minoritari abbiano contribuito allo svilupparsi dell’eventuale sintomatologia presentata (es. sintomi ansiosi) ed indagando l’eventuale disforia legata alla propria anatomia. Inoltre è importante non dare per scontato che i sintomi siano necessariamente connessi al genere esperito dalla persona, solo perché nella percezione del clinico presentarsi con un genere non binario sia inusuale. Fondamentale è supportare il paziente nell’elaborazione dello stigma internalizzato: essendo nato e cresciuto in un ambiente prettamente binario, molto probabilmente avrà la sensazione di essere lui stesso “sbagliato”. I clinici possono aiutare i propri clienti in questo processo attraverso la psicoeducazione, validando gli effetti negativi che tale stigma può avere sulla persona. Attraverso l’uso di tecniche della terapia cognitivo-comportamentale (CBT), si può aiutare il paziente a lavorare sui propri pensieri disfunzionali connessi alla transessualità (es. “non piacerò a nessuno perché sono non-binary”, “nessuno mi amerà mai perché sono non-binary”) (Austin & Craig, 2015). Infine, il clinico può condividere materiale che promuove messaggi positivi relativi alle non-binary identities: serie tv, film, libri, blog, etc.

Essere continuamente scambiati per membri appartenenti ad un genere in cui non ci si riconosce è un forte stress, anche a causa della paura di rifiuti, molestie o violenze. Il paziente dovrà quindi essere accompagnato e sostenuto dal clinico verso la scelta di un consapevole coming-out o meno: è bene discutere con il proprio cliente rispetto ai vantaggi e ai rischi di una disclosure piuttosto che di una nondisclosure, in diversi contesti (famiglia, colleghi, compagni, partner). Non essendoci una scelta giusta o sbagliata, è importante che il paziente decida ciò che ritiene sia meglio per sé. Detto ciò, lo psicologo può aiutare il cliente ad individuare le possibili strategie di coping, qualora vi fossero effettive risposte negative.

Il clinico può dedicarsi a interventi sociali (nelle scuole, ad esempio) per la diffusione di informazioni relative all’identità di genere, con lo scopo di prevenire discriminazioni e atti di bullismo a matrice transfobica.

Infine, psicologi e psicoterapeuti non devono dimenticare i genitori di questi clienti, i quali spesso necessitano di una psicoeducazione o di un effettivo supporto psicologico. Un intervento familiare può aumentare le possibilità di accettazione e di benessere della persona transessuale (binaria o non) (Coolhart & Shipman, 2017) e diminuire le probabilità che venga agito un atto suicidario. Quest’ultimo aspetto viene sottolineato da uno studio del 2012, in cui i tassi di tentato suicidio della popolazione presa i esame erano il 57% per i giovani transgender rifiutati in famiglia e solo il 4% per i giovani transgender accettati in famiglia (Travers, Bauer, Pyne & Bradley, 2012).

 

Verso la personalizzazione della Robotica: i Robot Socialmente Interattivi (SAR)

Stiamo procedendo verso una “personalizzazione” dei Robot, ovvero umanoidi capaci di sostenerci su campi disparati. Il dott. Claudio Lombardo, in questo articolo, ci spiega le funzioni e le tipologie dei Robot Socialmente Interattivi (SAR): da quelli che esprimono le emozioni e sono dotati di diversi sensori per rilevare diversi tipi di tocco determinando l’“abbracciabilità”; ad altri in grado di promuovere l’esercizio fisico e cognitivo ed ancora altri usati come pet therapy nelle case di cura.

 

Una comunicazione efficace tra persone e robot interattivi avrebbe un vantaggio se, persone e robot, avessero un terreno comune di comprensione. (Kiesler, 2005).

La robotica di servizio e la robotica di assistenza includono un ampio spettro di settori applicativi, come ad esempio assistenti d’ufficio, ausili per la mobilità autonoma e robot didattici. Questa vasta area integra la ricerca di base HRI (‘Interazione Uomo-Robot’) con i domini del mondo reale, ovvero in chi ha richiesto qualche servizio o funzione di assistenza.

Lo studio dei robot sociali (o Robot Socialmente Interattivi – SAR) si concentra sulla interazione sociale (Fong et al., 2003) e quindi è un sottoinsieme proprio di problemi studiati sotto l’HRI.

I SAR sono una forma emergente di tecnologia assistita che comprende tutti i sistemi robotici in grado di fornire assistenza all’utente attraverso l’interazione sociale (Feil-Seifer e Mataric, 2005 ; Broekens et al., 2009 ; Flandorfer, 2012).

La ricerca sulla robotica di assistenza comprende i robot riabilitativi; i robot su sedia a rotelle e altri aiutanti di mobilità; robot da compagnia; bracci manipolatori per disabili fisici e robot educativi.

Questi robot sono destinati ad essere utilizzati in una vasta gamma di ambienti tra cui scuole, ospedali e case.

Il robot socialmente interattivo scaturisce da un corpo grande e crescente di domini adeguati all’assistenza robot che coinvolge l’aspetto sociale anziché l’interazione fisica (Lord et al., 2001; Taub et al., 2006; Wolf et al., 2005).

Nella letteratura sono state utilizzate diverse definizioni di robot sociali o di concetti correlati, compresi quelli che seguono:

  1. Robot socialmente evocativi. I Robot che si basano sulla tendenza umana all’antropomorfismo (la nostra tendenza vederli provvisti di facoltà umane) “capitalizzano” sui sentimenti evocati, soprattutto quando gli esseri umani vengono coinvolti dalla loro “creazione” (Breazeal 2002, 2003 ).
  2. Robot Socialmente situati. I Robot che sono circondati da un ambiente sociale che percepiscono e reagiscono. I robot socialmente situati sono in grado di distinguere tra altri agenti sociali e vari oggetti dell’ambiente (Fong et al., 2003).
  3. Robot socievoli. I Robot che interagiscono proattivamente con gli esseri umani al fine di soddisfare scopi sociali “interni” (drive, emozioni, ecc.). Questi robot richiedono modelli profondi di cognizione sociale (Breazeal, 2002, 2003).
  4. Robot socialmente intelligenti. Sono i robot che mostrano aspetti dell’intelligenza sociale in “stile” umano, basati su possibili modelli profondi di cognizione umana e competenza sociale (Dautenhahn, 1998).

I robot socialmente interattivi presentano le seguenti caratteristiche: esprimono e/o percepiscono le emozioni; comunicano con un dialogo di alto livello; apprendono modelli o riconoscono altri agenti; stabiliscono e/o mantengono relazioni sociali; utilizzano segnali naturali (lo sguardo, i gesti, ecc.); mostrano un carattere distintivo e possono imparare e/o sviluppare competenze sociali.

Verso una personalizzazione dei Robot

La nozione di robot sociale e il grado associato di intelligenza sociale robotica è diverso e dipende dalla particolare enfasi della ricerca. In robotica di riabilitazione, osservando i progressi dell’utente, i robot forniscono incoraggiamento personalizzato e orientamento. Altri progetti di riabilitazione hanno esplorato utilizzando un robot come mezzo per motivare la riabilitazione attraverso la reciproca narrazione (Lathan et al., 2001; Plaisant 2000).

Funzione dei SAR

Una varietà di sistemi di robotica di assistenza è stata studiata per l’utilizzo da parte degli anziani. Tali robot sono destinati ad essere utilizzati in casa, in strutture di residenza assistita, in ambienti ospedalieri. Essi lavorano per automatizzare alcune attività fisiche che una persona anziana potrebbe non essere in grado di fare, tra cui l’alimentazione (Kawamura, 1995), lavarsi i denti (Topping, Smith, 1999), entrare e uscire dal letto, salire e scendere di una sedia a rotelle, e la regolazione di un letto per un massimo comfort (Jung et al., 2005). In alcuni casi, i robot vengono immaginati come parte di un sistema ubiquitous computing (Jung et al., 2005), che combina telecamere e altri sensori nell’ambiente e apparecchi controllati da computer (quali interruttori, porte e TV) (Baltus et al., 2005). In altri, i SAR devono promuovere l’esercizio fisico e cognitivo (Tapus et al., 2008). In altri casi sono stati usati come robot da compagnia nelle aree pubbliche di case di cura, volti ad aumentare la socializzazione residente. Un esempio è l’“abbracciabilità”, un robot dotato di diversi sensori per rilevare diversi tipi di tocco (Stone, DeCarlo, 2003); Huggabl, ad esempio, è un finto robot munito di diversi sensori per rilevare di differenti tipi di contatto (Dan Stiehl et al., 2006) o Nursebot, un robot utilizzato per guidare gli utenti intorno ad una casa di cura (Montemerlo et al., 2002). Paro (Wada, 2002; Wada et al., 2005) è un robot che si comporta in risposta al tatto e il suono. Il suo obiettivo è quello di fornire i benefici del pet therapy assistita, che possono avere un effetto sulla qualità della vita dei residenti (Edwards, Beck, 2002) in case di cura, che non possono sostenere gli animali domestici. Gli studi iniziali hanno mostrato livelli di stress abbassati nei residenti che interagiscono con questo robot, così come un aumento globale della quantità di socializzazione tra i residenti nelle aree comuni della stessa struttura (Feil-Seifer, Matarić, 2009).

Conclusioni

Da tali progressi, studi e ricerche – oltre al grado di stupore che si può manifestare a fronte, non solo delle competenze crescenti e stupefacenti dei Robot, ma delle risposte dell’uomo in seguito a tali competenze dimostrate – possiamo chiederci se alcune peculiarità (come l’espressione delle emozioni) siano dominio esclusivo di uomini, donne e animali e che posto avranno, tali peculiarità, nell’evoluzione di quest’ultimi. Crescenti, curiose e bizzarre ricerche stanno emergendo dallo scenario innovativo e paradossale dell’interazione tra uomo e robot per mettere i riflettori su una concezione nuova/consapevole ma primitiva/istintuale allo stesso tempo.

 

L’impatto che l’utilizzo della cannabis avrebbe sul riconoscimento emotivo dei volti

La capacità di elaborare le espressioni facciali di chi ci circonda risulta essere uno dei processi importanti alla base dell’empatia.

 

Cannabis e riconoscimento emotivo dei volti: uno studio sulle differenze di genere

Un recente studio ha voluto indagare gli effetti che l’utilizzo della cannabis può avere sulla capacità di elaborare le espressioni facciali, soffermandosi sulla differenza fra uomini e donne.

Lo studio parte dai risultati di una precedente ricerca che ha messo in luce l’associazione fra utilizzo di cannabis e minor capacità di interpretare le emozioni facciali e provare empatia con i soggetti che le stanno esprimendo (Troup et al., 2016).

Il campione di 144 studenti universitari, 80 femmine e 64 maschi, è stato chiamato a svolgere un compito di elaborazione delle espressioni facciali, inerente il riconoscimento delle emozioni (volti felici, arrabbiati, spaventati e neutri).

Il campione comprendeva soggetti che facevano uso di cannabis in modo occasionale e soggetti che facevano uso frequente. Il monitoraggio dell’attività elettrica cerebrale è avvenuto tramite elettroencefalogramma (ECG).

I risultati hanno mostrato che fra le donne, l’uso della cannabis non impattava le risposte neurali deputate all’elaborazione emotiva dei volti. Mentre tra gli uomini è emerso che durante i compiti di elaborazione emotiva dei volti, in particolare all’inizio del compito, l’attività cerebrale dei processi attentivi si modificava in base alla modalità di utilizzo della cannabis (frequente, occasionale).

Dunque, sembrerebbe che l’utilizzo di cannabis, più negli uomini che nelle donne, interferisca negativamente con i processi di riconoscimento emotivo.

 

I risultati che non ti aspetti

Ho un rapporto conflittuale con gli studi di efficacia in psicoterapia. Una parte di me li ritiene indispensabili, il vero pilastro che ci ha fatto uscire dal mondo prescientifico. Una parte di me li ritiene divertenti, il gioco della scienza- Un’altra parte di me invece li legge con inevitabile nervosismo..

 

Primi di agosto, appena arrivato in Puglia dopo una settimana all’Isola di Elba. Mi arriva un messaggio whatsapp di Simone Cheli.

Giancarlo, leggi questo”. Lo leggo. Vado a nuotare.
Giancarlo lo hai letto?
”.
Che ti sembra?
Un bel casino”.
Ci ragiono su.

Un articolo di Sakaluk e colleghi (2019) in cui rivisitano gli studi di efficacia che portano alle linee guida per la cura dei vari disturbi. Una mazzata.

Ho un rapporto conflittuale con gli studi di efficacia in psicoterapia.

Una parte di me li ritiene indispensabili, il vero pilastro che ci ha fatto uscire dal mondo prescientifico, dell’ipse dixit, del: “Siccome lo dice il mio maestro, la terapia della mia scuola è meglio della tua, stacce”.

Una parte di me li ritiene divertenti, il gioco della scienza, quella componente competitiva che, ammettiamolo, fa parte della mente scientifica, quel gusto di arrivare prima, meglio e più in alto degli altri. Il nostro campionato, il nostro US Open, quell’imitare Federer e Nadal seduti sulla poltroncina di studio e poi davanti al nostro computer a ragionare sui dati raccolti.

Un’altra parte di me (siamo a tre, lo so, ma non è strano, basta basarsi su modelli che vedono il Sé molteplice e non ci si preoccupa) li legge con inevitabile nervosismo che nessuno esercizio di mindfulness placa. Il motivo? Nella maggior parte dei casi sono fatti da scienziati con seri problemi di miopia. Testano modelli di terapia basati su una concezione così semplicistica della psicopatologia, mirano un numero così limitato di variabili psicologiche e, soprattutto, sono ultrabrevi. Otto sedute. Sedici sedute. Allarghiamoci, 24 sedute. Non ne sono immune, bene che lo confessi subito. Con il mio collega Raffaele Popolo ci siamo messi in questa League di partite a durata ridotta e abbiamo disegnato un protocollo di gruppo di 16 sedute e lo abbiamo testato in un primo RCT (Randomized Controlled Trial) (Popolo et al., 2018); ora lo stiamo replicando in un RCT più ampio. E ai risultati ci teniamo tanto. Era un modo di entrare in classifica, altrimenti non ti considerano, tutto qui, gli altri giocano in campionato e tu sui campetti di periferia sperando che un osservatore competente ti noti, ma non avviene, perché per arrivare dove giochi tu la strada è dissestata e polverosa.

Ma la questione della durata ha da tempo superato il suo obiettivo originale, contrastare la follia della psicoanalisi a tempo indeterminato, si sieda sul lettino e vediamo che succede. Poi dopo 10 anni eri ancora lì. Quella missione è compiuta. Ora a dettare la durata è il potere del denaro, una scienza dettata dalla mancanza di risorse e dalle assicurazioni. Tagli al budget, rimborsi limitati, questo paziente te lo affido per due mesi, fai tutto quello che devi fare e poi ciao ciao, salut, adios, goodbye. I ricercatori, specie di stampo anglosassone, non so per quale motivo, prendono molto sul serio queste terapie lampo, ci credono, ne fanno una missione, si beano della loro intelligenza di laboratorio. Sono alla ricerca del mitico bersaglio perfetto sul quale mirare il magic bullet. Pensiero intrusivo, rimuginio, bias attentivo. Colpisci lì e otterrai la terapia vincente, più rapida ed efficace delle altre. È la logica per cui se hai un trauma ti fanno giocare a Tetris nelle unità antitrauma del pronto soccorso. Così carichi la memoria visuospaziale e impedisci alle immagini intrusive di prendere campo nella mente. Emily Holmes al congresso WCBCT di Berlino ne parlava tutta soddisfatta. Forse si sarebbe data un premio da sola.

Simone Cheli fa presa su questo sottofondo tutto personale. Leggo e rileggo l’articolo e gli chiedo consulenza su come interpretare i dati statistici. I risultati sono, a dir poco, esplosivi. La metodologia la descrive con grande chiarezza Cheli stesso nel suo target article per State of Mind. I risultati?

Alcune terapie ne escono molto bene: comportamentali e cognitive per l’ansia generalizzata, CBT per il disturbo ossessivo-compulsivo (ci sta tutta) e la schizofrenia (qui ho i miei dubbi ma è un altro discorso), terapie espositive per fobie specifiche (se non le conoscete e non avete un training specifico, imparatele, anche se non venite da scuole cognitiviste).

Altre ne escono a pezzi. Fra tutte, le terapie per l’anoressia. Nessuna delle attuali terapie considerate empiricamente supportate per questo disturbo tiene alla prova delle analisi effettuate da Sakaluk e colleghi.

Alcune terapie ne escono ridimensionate, 3 fra tutte: l’attivazione comportamentale per la depressione, la DBT per il disturbo borderline e l’EMDR per il PTSD. La DBT non va meglio in realtà delle altre terapie per lo stesso disturbo, e il grado di prove per la sua efficacia appare modesto. Nella cura del PTSD, l’affidabilità degli studi di efficacia a sostegno dell’EMDR è invece nettamente minore di quelli a favore della Cognitive Processing Therapy e della Prolonged Exposure.

Sakaluk e colleghi spiegano bene che il loro articolo non va interpretato come una conferma del Dodo bird, ovvero che tutte le terapie hanno la stessa efficacia, ma che in molti casi chi vince è il Don’t know bird, ovvero non sappiamo se quella terapia è veramente efficace, allo stato attuale delle cose molto meno di quanto si pensasse.

Le riflessioni che questo lavoro muove sono di vario genere. La prima è che si tratta, come sempre, di dati da interpretare con cautela, scommetterei qualche centinaio di euro che presto arriveranno altre meta-analisi che solleveranno dubbi sui risultati di questa.

La seconda è che fattori sociali e politici pesano sulle scelte formative molto di più di quelli scientifici. E ho solo vaghe idee dei motivi. Un esempio? Pensate alla terapia per il PTSD. Guardatevi intorno, chiedete ai vostri colleghi. Quanti si sono formati nella Cognitive Processing Therapy e nella Prolonged Exposure. La mia idea è che forse non ne troverete neanche uno, dipende da quanto ampia è la vostra rete di conoscenze. Quanti si sono formati nell’EMDR? Ecco, esatto. Tanti. Alla luce delle prove di efficacia che, al di qua dello studio in questione, non hanno mai mostrato un’efficacia dell’EMDR superiore alle terapie precedenti per il PTSD, qual è il motivo di questo bias formativo? Non l’efficacia clinica, non ci sono prove a supporto.

E per quanto riguarda la DBT? Idem. Quanti colleghi non vedevano l’ora di imparare ad applicare le skills per ridurre gli atti autolesivi nei loro pazienti borderline? Sembrava quasi che se non applicavate gruppi di skills training nel trattamento di questi pazienti avreste dovuto vergognarvi. Se avete provato quell’emozione, ora lo sapete, non ne avevate motivo.

Il problema dell’anoressia? Siamo seri: non esiste un clinico con un filo di esperienza che abbia mai creduto che l’applicazione sic et simpliciter dei protocolli CBT (o di altro genere) per questo problema, fosse davvero risolutiva. I risultati di questa meta-analisi confermano quello che gli esperti sapevano, la cura per l’anoressia va ancora costruita e quello che esiste finora è una serie di tasselli lontani dal formare una figura completa.

E quindi? Ripeto, i risultati di questo lavoro ci dicono che alcuni dati di efficacia sono solidi. Quello che a me pare più evidente è che la combinazione di esposizione e riflessione tipica della terapia che include esperimenti comportamentali e riflessione cognitiva post-esperimento funziona bene e solidamente in alcune patologie specifiche. E poi emerge che per molte altre patologie i risultati sono poco affidabili. Serviranno nuovi studi di efficacia? Sì, molti. Ma disegnati bene.

Cosa serve in particolare? Modelli di terapia che:

  • a) si basino su una lettura della psicopatologia che ne rispetti i molteplici meccanismi e non riduca tutto a un solo target. Senza mezzi termini, una terapia che colpisca solo uno tra: disregolazione emotiva, evitamenti comportamentali, mancanza di abilità sociali, mentalizzazione, rimuginio, bias cognitivi, pensieri intrusivi nasce claudicante;
  • b) si basino su una formulazione individualizzata del caso, possibilmente condivisa col paziente, coerentemente con quanto osserva Francesco Gazzillo in un altro commento al lavoro di Cheli. In quest’ottica è sempre possibile avere un focus allo stesso tempo su una determinata psicopatologia ma mantenendo una formulazione individualizzata del caso. Breve esempio: posso trattare due ragazze anoressiche sapendo che dovrò affrontare problemi tipici della restrizione calorica, che le accomunano, e allo stesso tempo formulare un caso in termini di: “Devo essere magra perché altrimenti sarò brutta e rifiutata” e un altro in termini di: “Devo essere magra perché se metto su peso sarò più femminile e quindi oggetto di minaccia sessuale”. In entrambi i casi dovrò mettere in atto strategie perché queste ragazze mangino regolarmente, riprendano peso, ma la strada a cui ci arriverò passerà per percorsi relazionali del tutto differenti;
  • c) siano di durata ragionevole.

È bene mirare a essere efficaci nel più breve tempo possibile. Ma pretendere che tra terapie di 8 sedute emerga quella definitiva non è sensato. È necessario rendersi conto che ci vorrà più tempo, specie in pazienti con comorbilità (ovvero la stragrande maggioranza). Bisogna pensare a terapie da un lato ragionevolmente breve, dall’altro che abbiano il tempo di affrontare i problemi effettivamente presenti. È possibile e sensato. I medici non curano il diabete per due mesi. Non tengono la pressione bassa per 12 settimane. Non danno anticoagulanti per 10 giorni. Danno i farmaci al dosaggio minimo efficace per il tempo necessario: breve o lungo che sia. Perché la psicoterapia nella sua declinazione empirica deve sfuggire a questo minimo di sensatezza?

 

Altri articoli sull’argomento:

 

Anche in USA hanno paura dei “patentini”?

Il diavolo si cela nei dettagli e in un dettaglio diabolico mi sono imbattuto durante l’ultimo congresso mondiale di terapia cognitivo comportamentale, quello di Berlino del mese di luglio.

 

Ero lì nel salone degli stand pubblicitari e guardavo il materiale espositivo dell’Istituto Beck. Probabilmente in quel momento Judith Beck era nei paraggi seduta e sorridente che spiegava le meraviglie dei corsi dell’Istituto di suo padre e suo (confermo: sono ottimi corsi, ancor meglio quelli online) ma io ero più attirato da quel che leggevo sul volantino. Leggevo un avvertimento molto cautelativo firmato dai due Beck, padre e figlia, in cui si specificava che gli attestati di partecipazione rilasciati dall’Istituto Beck di Filadelfia non avevano valore come certificati di qualificazione come terapeuti cognitivi comportamentali negli USA.

Per quanto non si parlasse di “valore legale”, una qualifica che dicono non viga laggiù (che poi mi chiedo: sarà vero?) il succo dell’avvertimento era proprio quello.

Ben presto collegai l’avvertimento a quanto mi avevano detto alcuni colleghi su recenti polemiche esplose negli USA a proposito della sopravvalutazione degli attestati dei corsi dell’Istituto Beck, che in qualche modo starebbero assumendo il valore di certificati di qualificazione (i cosiddetti “patentini”) nell’unica vera psicoterapia cognitivo comportamentale negli USA. Con ovvie conseguenze per tutti i terapeuti cognitivi che non si sono formati al Beck Institute e che rischiano di trovarsi per le mani una qualifica di terapeuti non-proprio-cognitivi o semi-cognitivi o, peggio, falso-cognitivi.

Riflettendo notavo che si trattava di una smentita del detto “certe cose accadono solo in Italia” a favore dell’altro “tutto il mondo è paese”. In questo caso si passava dalla convinzione che solo da noi i certificati dei corsi post-specializzazione in psicoterapia, i “patentini”, starebbero creando problemi alla presa d’atto che si tratta di un problema diffuso. Di chi è la colpa? Del larvato messaggio di questi corsi che suggeriscono che solo loro hanno l’origine controllata? Difficile sostenerlo conoscendo la condotta dell’Istituto Beck. Nei corsi che avevo frequentato a Filadelfia e online avevo osservato di persona la correttezza dei Beck, padre e figlia, il loro non ricorrere a messaggi espliciti e nemmeno subliminali del tipo: la psicoterapia cognitivo comportamentale la si impara solo da noi.

A quanto pare, però, questa correttezza non basta. Questi corsi post-scuola, in Italia come negli USA, stanno assumendo un prestigio crescente che non dipende solo dal sistema educativo di un paese, valore legale derivato dai codici napoleonici in Italia o dalla common law anglo-sassone in USA (ma sarà vera questa distinzione? Io ho dubbi crescenti su queste supposte differenze culturali e legislative) e nemmeno dalle scorrettezze di chi diffonde la voce o suggerisce surrettiziamente che solo questi “patentini” offrano il permesso più o meno legale di operare una certa terapia. I Beck queste scorrettezze non le fanno eppure la voce si diffonde e si diffonde in un paese come gli USA nei quali, si dice, nessun titolo educativo ha alcun valore legale (forse).

Forse è il caso di chiedersi perché. Perché questi patentini assumono un valore intrinseco che va al di là della conferma di aver svolto una certa formazione e acquistano quasi la qualità di una abilitazione? La risposta credo è la crescente caratterizzazione della psicoterapia come disciplina da imparare in una condizione di formazione continua, un esercizio ininterrotto di raffinamento delle abilità cliniche e di aderenza a procedure sempre più precise e mirate.

A questo crescente bisogno le scuole stanno iniziando a rispondere. Ormai sempre più ci si chiede in che senso quello che s’impara è davvero psicoterapia cognitivo comportamentale o psicoanalisi. È passato il tempo in cui ci si poteva illudere di poter inserire un paio di tecniche aggiuntive nel proprio quadro clinico e teorico di riferimento leggendo un libro o facendosi descrivere a voce una tecnica da un collega. Non basta più nemmeno dedicare un fine settimana a un corso dedicato a una tecnica. Si tratta ormai di scegliere dei percorsi prolungati. I corsi che rilasciano i “patentini” rispondono a questo bisogno.

Allora che si fa? Meglio attrezzarsi per evitare il rischio che si diffonda la voce che l’unica vera psicoterapia cognitivo-comportamentale è quella che si insegna ai corsi dell’istituto Beck di Filadelfia. Ora che poi sono online si possono frequentare dalla propria scrivania.

 

Risonanze della psiche. Il Disegno Narrativo Condiviso: immagini e storie in psicoterapia (2019) di G. Passaro – Recensione del libro

Il libro Risonanze della psiche. Il Disegno Narrativo Condiviso: immagini e storie in psicoterapia enfatizza l’importanza della musicalità nelle relazioni e nelle interazioni umane, in terapia come nella vita, e amplia gli orizzonti teorici tracciati nel primo volume dello stesso autore sulla psicoterapia in età evolutiva

 

A due anni dalla pubblicazione del volume sul Disegno Narrativo Condiviso nella psicoterapia con bambini e con bambini e genitori (Passaro, 2017), come naturale continuazione del proprio lavoro e della ricerca sulle potenzialità espressive e creative in psicoterapia, Gianluigi Passaro pubblica un secondo libro, questa volta dedicato all’utilizzo del Disegno Narrativo Condiviso con i pazienti adulti, proponendo anche un esempio di come questo gioco terapeutico possa essere utile durante una supervisione clinica.

Il Disegno Narrativo Condiviso e il ruolo centrale della coppia terapeutica

Il Disegno Narrativo Condiviso (DNC) è un gioco terapeutico grafico-narrativo che vede impegnati contemporaneamente paziente e terapeuta e racconta di come dal loro incontro nasca una coterapia: un processo di cura e di guarigione in cui paziente e psicoterapeuta sono essenziali l’uno all’altro. Centrale nella proposta di Passaro è l’idea della coppia terapeutica, intesa come unione delle possibilità e dell’intimità di paziente (bambino o adulto) e terapeuta.

In quest’ultimo lavoro, l’Autore sottolinea come l’attitudine ludica alla narrazione e alla relazione sia una risorsa preziosa anche nell’incontro terapeutico con gli adulti e presenta le attività del gioco, del disegno e della narrazione in terapia come una strada naturale per superare le difficoltà e trovare nuove risorse per guardare alla vita, a se stessi e agli altri da un punto di vista differente.

Il libro enfatizza l’importanza della musicalità nelle relazioni e nelle interazioni umane, in terapia come nella vita, e amplia gli orizzonti teorici tracciati nel primo volume sulla psicoterapia in età evolutiva (Passaro, 2017) facendo riferimento in maniera più ampia e approfondita alla psicologia analitica e al mito, e tracciando un parallelo tra il disegno narrativo condiviso e il Gioco della Sabbia (anche grazie al contributo della psicologa analista Stefania Baldassari).

Disegnare e raccontare assieme a un paziente in psicoterapia – scrive Passaro – presuppone uno scambio ricco di ritmi differenti, con musicalità proprie, pause, dissonanze, momenti di sintonia e di co-creatività. Lo spazio della terapia diviene simile a una partitura musicale, dove più voci e strumenti si accordano per dar vita alla musica e al racconto. La musicalità della coppia terapeutica contribuirà al racconto nuovo che il paziente darà della sua storia e ai nuovi orizzonti di senso che si riusciranno a vedere. Il libro, attraverso lo sfondo epistemologico e culturale offerto dall’infant research, dalla psicoanalisi, dalla psicologia analitica e dal Gioco della Sabbia, dal mito, dalla fiaba e dall’arte, presenta il gioco terapeutico del Disegno Narrativo Condiviso in percorsi clinici con pazienti adulti e sottolinea l’importanza di un’attitudine ludica alla narrazione tanto nella terapia con i bambini quanto nell’incontro con l’adulto  (Passaro, 2019, pagina 38).

Risonanze della psiche: un libro sugli aspetti ludici, narrativi e simbolici del lavoro terapeutico

Il libro Risonanze della psiche possiede una scrittura fluida e interessante, a tratti poetica. Il lavoro si articola idealmente in tre parti: nella prima parte del libro viene descritto il gioco terapeutico del Disegno Narrativo Condiviso e il suo utilizzo nella psicoterapia con i pazienti adulti; è presentata una breve introduzione sul gioco e sulle capacità co-creative della coppia terapeutica (a questo riguardo, Passaro rilegge in maniera originale un percorso clinico della psicoanalista Lidia Tarantini con il Gioco della Sabbia; cfr. Tarantini, 2014), e sono proposti degli esempi di DNC con pazienti adulti per riflettere su alcuni aspetti teorico-clinici.

La seconda parte del libro è occupata da un contributo di Stefania Baldassari che traccia un parallelo tra il Gioco della Sabbia e il Disegno Narrativo Condiviso ponendo in luce i tratti comuni e le differenze da cogliere ed esplorare.

Infine, il volume si conclude con la presentazione di un percorso clinico durato alcuni anni (“La storia di Cosmo”), raccontato estesamente, nel quale la coppia terapeutica gioca diversi Disegno Narrativo Condiviso, e per il quale Passaro propone al lettore un Disegno Narrativo Condiviso giocato durante una supervisione clinica assieme a un altro psicoterapeuta.

Il libro è ricco di spunti per il lettore interessato agli aspetti ludici e simbolici della narrazione terapeutica. La presenza dei disegni, in calce al volume, e i tanti estratti narrativi (i testi dei DNC, sogni e le Sabbie) permettono al lettore di riflettere con facilità sui principi teorici cui il Disegno Narrativo Condiviso si ispira e di ampliarne personalmente la ricchezza dello sfondo culturale e clinico, così da continuare il lavoro di ricerca sul Disegno Narrativo Condiviso, come auspica lo stesso Autore che scrive a tal proposito:

Dopo aver lavorato al DNC per anni, dopo aver esplorato le sue potenzialità nella psicoterapia con bambini, con bambini e genitori, e con pazienti adulti, sono felice di aver compreso che, ai miei occhi, la strada da percorrere per me e per lui è molto più lunga di quella percorsa: non si è mai davvero uno psicoterapeuta, ma si continua sempre a diventarlo (Risonanze della Psiche, 2019, pagina 39).

Risonanze delle psiche è un testo interessante per chi sia incuriosito dagli aspetti ludici, narrativi e simbolici del lavoro terapeutico, e dà voce al filone della ricerca psicoanalitica e psicoterapeutica che vede nella relazione e nelle risorse messe in campo da paziente e terapeuta il motore principale per il cambiamento possibile.

 

Il cervello flessibile

Quando tentiamo di capire la natura, essa ci appare aleatoria finché non viene istituito un punto di vista, un codice, per interpretarla. Selezioniamo in parte il contenuto di ciò che stiamo analizzando, una libera scelta, eliminando le informazioni non pertinenti, il rumore di fondo che limita la precisione del nostro messaggio.

 

A tutti sarà capitato di viaggiare in auto costeggiando un frutteto o un boschetto artificiale. Gli alberi sembrano disposti in modo causale, ma, raggiunta un’angolazione particolare, è possibile vedere la regolarità delle file nelle quali gli agricoltori hanno deciso di piantarli. Quando tentiamo di capire la natura, essa ci appare aleatoria finché non viene istituito un punto di vista, un codice, per interpretarla. Selezioniamo in parte il contenuto di ciò che stiamo analizzando, una libera scelta, eliminando le informazioni non pertinenti, il rumore di fondo che limita la precisione del nostro messaggio. Un codice non è però assoluto, ci possono essere parecchi messaggi nella medesima materia e un cambiamento della modalità di lettura può rilevare messaggi importanti, contenuti in qualcosa, prima considerato semplicemente rumore, e viceversa. Le neuroscienze si sono spesso scontrate con questa problematica, in particolare nella definizione del connettoma, ovvero la descrizione strutturale comprensiva del nostro sistema nervoso (Sporns, Tononi, & Kötter, 2005).

Network cerebrali: prospettive d’analisi

Cosa usare come “nodi” di questa rete? Che relazione c’è fra di loro? Sono domande difficili a cui rispondere. Ad esempio, costruire un network a livello dei collegamenti fra miliardi di singoli neuroni non è una prospettiva realistica e potrebbe comunque non essere necessario. Salendo, invece, a livello di intere aree cerebrali, un compito possibile per le moderne tecniche di imaging, si perderà la capacità di delineare gli agenti della rete in modo preciso. Non esiste infatti un unico schema universalmente accettato della parcellizzazione del cervello.

Negli ultimi anni, si è iniziato a considerare il pattern di connessioni neurali anatomiche sempre più come l’insieme dei “confini” che riducono il numero dei possibili stati cerebrali assumibili, entro i quali le dinamiche del sistema nervoso rimangono fluide e sensibili alle perturbazioni (Sporns, 2011). Mappe funzionali e strutturali del cervello sono intrinsecamente legate e parzialmente sovrapponibili, entrambe presentano una forma altamente clusterizzata, caratterizzata da brevi distanze che ne collegano le varie parti, un’organizzazione multiscala, dinamiche non lineari e la capacità di auto-organizzarsi. Da queste proprietà deriva la naturale propensione a promuovere la segregazione, quindi la clusterizzazione locale, e l’integrazione, ovvero l’efficienza globale del sistema. Nonostante ciò, esistono forti connessioni funzionali fra regioni non direttamente legate da vie anatomiche. Ciò ha disincentivato l’utilizzo teorico di reti spazialmente fisse in favore di una concezione degli agenti e delle loro connessioni come variabili, in funzione del tempo (Calhoun, Miller, Pearlson, & Adalı, 2014).

Sistema neurale: variabilità e fluidità delle sue connessioni

Un recente studio ha fatto un ulteriore passo in questa direzione, proponendo una misura che permette di considerare la rete dinamica dei livelli di correlazioni fra i vari sottosistemi che formano il nostro cervello, chiamata per l’appunto cronnettoma spaziale (Iraji, et al., 2019). I ricercatori americani hanno prima calcolato l’attività temporale di ogni sottosistema cerebrale, svolgendo una independent component analysis, un algoritmo in grado di dividere un segnale multivariato nei fattori che lo costituiscono. Hanno poi calcolato la relazione temporale di ogni sottosistema cerebrale così trovato con quello di ogni voxel, i pixel tridimensionali che costituiscono le unità dei dati di neuroimaging.

Ciò ha permesso di incapsulare le variazioni spazio-temporali del sistema in diversi momenti, porzionando i dati in una sequenza di blocchi consecutivi, un approccio chiamato finestra scorrevole. Attraverso questo processo è stata costruita una matrice di transizione spazio-temporale, in grado di rappresentare distintamente gli stati neurali in modo fluido, mostrando la frazione di tempo nel quale diverse aree cerebrali partecipano in un determinato sottosistema. Ciò ha permesso di individuare, per la prima volta, importanti caratteristiche non identificabili dalle analisi classiche. Ad esempio, l’attività del cervelletto è risultata associata positivamente con i network frontoparietali e negativamente con i network visivi, uditivi e somatomotori. Inoltre, questo metodo si è rivelato sensibile alle differenze fra controlli e soggetti affetti da schizofrenia, quali una maggiore variabilità generale e una minore intensità delle correlazioni fra i vari sottosistemi cerebrali, in particolare per le regioni sensomotorie.

Il futuro sembra portare all’abbandono della classica visione del nostro sistema neurale come la statica interazione di definiti sottosistemi, in favore di una concezione fluida e variabile delle sue componenti e delle loro connessioni. La ricerca di Iraji e collaboratori ha proposto una nuova misura, un nuovo codice, per l’interpretazione dei network cerebrali e della loro evoluzione nel tempo, un risultato che potrebbe avere effetti profondi per le neuroscienze e la psicopatologia.

Le terapie online: quello che accade attraverso uno schermo

Le terapie online stanno prendendo sempre più piede, adeguandosi così ai tempi e riducendo le distanze, accedendo a professionisti anche geograficamente lontani.

Si suggerisce l’ascolto del brano “Astradyne” (Ultravox, 1980) durante la lettura.

 

Negli ultimi anni si sta diffondendo la cultura di incontri e relazioni nate e coltivate attraverso i preziosi mezzi che l’era digitale offre. Lo sanno bene le coppie che si conoscono, fidanzano o si lasciano tramite Whatsapp, oppure amici, coniugi, genitori e figli, partner e amanti che vivono lontani e che si scambiano lunghi messaggi amorosi o litigiosi, che si trovano costretti a ricorrere ad infinite videochiamate emotivamente molto intense e cariche.

Nuove frontiere della psicoterapia

Alla luce di questa tendenza anche la psicoterapia si è adeguata, ma ci sono ancora tanti dubbi sulla terapia on-line. Si crede che non favorisca un’adeguata vicinanza emotiva interferendo con i processi empatici alla base di outcames positivi. Considerando la maggiore familiarizzazione delle nuove generazioni (nativi digitali) con i device informatici (videochat, multiplayer in real time dei videogiochi, whatsapp, ecc.), si potrebbe pensare che il problema della supposta ridotta empatia, possa essere percepita maggiormente dai cosiddetti ibridi o migranti digitali. Insomma forse per un paziente o un terapeuta giovane non c’è molta differenza tra sedute Skype o di persona, perché, in qualche modo, è già avvezzo a esprimere aspetti intimi, personali, emozionali con queste modalità!

Si definisce “empatia digitale” la capacità di prendersi cura degli altri, nonché esprimere in modo immediato pensieri, emozioni e sensazioni mediante canali digitali, senza gli specifici indicatori di empatia sociale caratteristici delle modalità tradizionali di interazione (Terry, Cain, 2016). Alla luce di tutte queste considerazioni, allora, la distanza relazionale nelle sedute Skype, forse, è più percepita che reale ed infatti sembra che la Psicoterapia tramite video (VCP: Videoconferencing Psychotherapy) funzioni al pari delle terapie standard, faccia a faccia, con diverse tipologie di utenza (Backhaus et al., 2012).

Psicoterapia on-line: possibile risorsa?

Ammetto che io stessa ne ero perplessa. Mi dicevo che sarebbe stato complesso gestire la relazione, che la connessione sarebbe saltata nei momenti meno opportuni e che le condizioni della luce non avrebbero favorito un bel niente. Mi chiedevo come avrei potuto sentire tutte quelle cose che si muovono nella pancia quando hai un paziente ad un metro di distanza in carne ed ossa, quando ne senti il profumo della pelle, quando riesci ad intravedere il luccichio negli occhi o il rossore sulle gote appena prima di pervadere tutto il volto. Poi un giorno, impossibilitata a raggiungere la mia terapeuta, abbiamo utilizzato Skype e non è andata così male. Successivamente, alcuni pazienti si son dovuti trasferire per lavoro, la terapia era nel vivo del suo ciclo di vita ed abbiamo deciso di continuare, grazie ai preziosi mezzi della tecnologia. Superando le mie perplessità, ho scoperto che le videochiamate possono addirittura essere una risorsa. I motivi sono vari ed ora li spulciamo insieme.

Nel focalizzarmi sulla immagine dello schermo, in un quadrato piccolissimo in alto a destra, ho notato che c’ero io riflessa e potevo scrutare esattamente tutte le mie smorfie, espressioni, il mio modo di gesticolare. Ecco la prima risorsa delle sedute on line: il terapeuta può guardarsi, monitorare il suo stato interno. Ricordo che un tempo lessi un articolo sulla Self Mirroring Therapy (SMT) (Vinai & Speciale, 2013) e pensai che registrare e poi osservare le sedute fosse un lavoro davvero interessante. Con Skype lo si può provare a fare in “real time”. La propria espressione facciale diventa un feedback molto importante e soprattutto ricchissimo di informazioni relative alla relazione con il singolo paziente o a quello che accade nella mente del terapeuta. Allora mi sono incuriosita ed ho cominciato a vivermi le sessioni via Skype con uno spirito diverso. All’inizio mi sembrava difficile condurre la seduta, focalizzarmi sul paziente e anche su quel piccolo rettangolino che mi conteneva, che avrei addirittura potuto spostare o ingrandire per guardare meglio, poi ho capito che avrei potuto fare entrambe le cose contemporaneamente e che questo avrebbe condotto ad un patrimonio ricco di informazioni. Avrei potuto anche aiutare il paziente ad ancorarsi al suo non verbale. Come non pensarci prima? Ad esempio, M. ha osservato, grazie al mio suggerimento, quel sopracciglio destro, che assume una vita tutta sua, ogni qual volta mi narra una scena in cui l’altro la umilia. Ecco la seconda risorsa: anche il paziente può osservare meglio le sue espressioni facciali.

Guardarsi mentre il volto esprime, in modo non verbale, una certa emozione attiva i neuroni specchio. Tale processo favorisce un maggior riconoscimento dell’esperienza emotiva senza effettuare un lavoro autoriflessivo, perché, proprio per le caratteristiche intrinseche del sistema mirror, si attiva un riconoscimento preriflessivo, immediato ed automatico. Di conseguenza, però, riflettere consapevolmente su questi processi favorisce una maggiore conoscenza autoriflessiva in termini cognitivi ed emotivi. Ciò accade sia scrutando l’altro, sia quando osserviamo il nostro stesso volto impegnato ad esprimere una certa emozione: l’attivazione neuronale permette un riconoscimento viscerale, corporeo, motorio, oltre che cognitivo-semantico, che coinvolgono aree neuronali attive quando noi stessi proviamo quella emozione. Questo è ciò che si chiama “simulazione incarnata” (Shapiro, 2007), strettamente legata all’empatia e alla simpatia interpersonale.

Che valore hanno le informazioni perse?

C’è un punto che resta un po’ in ombra: e il resto del corpo? Questo aspetto forse effettivamente si perde un po’. Gli autori di questo articolo hanno opinioni leggermente diverse e non sveliamo chi dei due la pensa in un modo piuttosto che nell’altro. Lasciamo la questione aperta e ci impegniamo a rifletterci su per futuri confronti: il fatto che il paziente non veda che stiamo giocherellando con l’orologio o che stiamo seduti sul bordo della poltrona in modo eccessivamente rigido, dopo quel determinato episodio narrativo, è un bene o un male? Chi dei due crede che possa essere un bene, argomenta questa posizione sostenendo che in questo modo evitiamo che il paziente possa costruirsi una rappresentazione mentale del terapeuta schema-guidata. Per l’altro autore è l’esatto contrario, credendo, anzi, che tutti questi elementi sono fondamentali nella seduta, soprattutto se vengono portati a galla, metacomunicati ed incorniciati assieme.

Sembra quasi che tra i due autori ci sia chi voglia proteggere il paziente e chi crede che così facendo perda una porzione notevole di informazione! Certo è che il nostro volto ed il nostro corpo possono trasmettere sicurezza o minaccia, e non sempre ci rendiamo conto di quel che accade. Le microespressioni facciali, le pieghe muscolari del volto, i piccoli momenti di distrazione o di perdita del contatto visivo del terapeuta sono spesso inconsapevoli e vengono “captati” in modo ugualmente inconsapevole dal paziente, assieme a tutti altri aspetti verbali e corporei. Gli stimoli sensoriali percepiti sono procedurali e attivano le memorie associate del paziente e le rappresentazioni dell’altro (Dimaggio, Popolo, Ottavi, Salvatore, 2019).

Psicoterapia on-line e le sue potenzialità

Poter osservare le nostre espressioni tramite Skype e modularle, può aiutarci a offrire maggiori segnali di ingaggio, facendo sentire il paziente al sicuro e questo può tradursi in un volto più rilassato o in un cambiamento nella frequenza delle vocalizzazioni (Porges, 2018). Dal vivo lo possiamo notare e rimandare al paziente, durante una video-seduta lo possiamo far constatare proprio mentre accade, potendo esplorare ed accedere a contenuti mentali rilevanti. Certo, il terapeuta esperto dovrebbe essere abituato a cogliere ogni suo coping corporeo, come muovere un piede, serrare le mascelle, bruxare o giocare con le dita, tutti gesti che rappresentano un adattamento o una gestione di suoi stati interni.

Durante una seduta dovremmo ascoltare il paziente su un piano di realtà e tradurre tutto in “psicologese”, al contempo dobbiamo tenere d’occhio il suo corpo e i suoi stati emotivi interni, fare interventi tecnici, ricostruire schemi e funzionamenti, osservare le nostre reazioni, riconoscere i nostri schemi, le nostre emozioni e i nostri coping corporei. Tanta roba e tutto da soli. Perché non approfittare di un piccolo aiuto? Magari grazie della “reverse camera” di Skype? I piccoli movimenti che noi attuiamo come cambiamenti posturali, piegamenti del tronco in avanti o all’indietro, movimenti del capo, mandano continuamente informazioni al cervello, sia in chi li attua che a chi li riceve, e queste informazioni si traducono in segnali che producono cambiamenti nell’altro e in noi stessi (Porges, 2014). Ecco un’altra risorsa: il terapeuta può riconoscere l’attivazione di un suo coping somatico e procedurale cogliendolo in diretta e può consapevolizzarlo, notando che sta succedendo qualcosa dentro di sé o con il paziente e può, forse, perfino ipotizzare cosa sta provando il paziente e perché. Identificare e modulare tutto questo favorisce una maggiore sintonizzazione e di conseguenza una relazione terapeutica più salda.

Alla luce di tutte queste osservazioni e grazie anche alle conclusioni di studi scientifici che cercano di provarne sempre di più l’efficacia, segno di maggiore predisposizione alla questione, le terapie online stanno prendendo sempre più piede, adeguandosi così ai tempi e riducendo le distanze, accedendo a professionisti anche geograficamente lontani. Siamo certi che una delle ripercussioni notevoli risiede nella possibilità di svolgere sedute di terapia, in pieno agosto, senza scarpe.

Indiscutibile opportunità anche per i pazienti.

 

L’audizione protetta del minore nei procedimenti di presunti abusi sessuali o maltrattamenti in famiglia

Sono in aumento i procedimenti penali che vedono come testimone un minore, vittima di reati quali abusi sessuali o maltrattamenti in famiglia; per tutelare questa fascia debole viene messa in atto una attività di raccolta delle informazioni denominata audizione protetta.

 

Sono in aumento i procedimenti penali che vedono come testimone un minore, vittima di reati quali abusi sessuali o maltrattamenti in famiglia, procedimenti sempre più delicati e difficili da affrontare per ogni attore che entra a farne parte. Per tutelare questa fascia debole viene messa in atto una attività di raccolta delle informazioni denominata audizione protetta, che può essere disposta sia dal Pubblico Ministero (P. M.) che dal Giudice (di solito G. I. P.) durante la fase dell’incidente probatorio (legge n.66/96 nell’art. 14 e comma 4 del 498 c.p.p.)

Audizione protetta: come ascoltare la testimonianza della vittima

Il PM e/o il Gip devono nominare un ausiliario che vada a coadiuvare l’escussione testimoniale della vittima, che di solito viene scelto all’interno di queste categorie professionali: psicologo dell’età evolutiva o neuropsichiatra infantile; poiché non è semplice far parlare un minore, riuscire a creare empatia, metterlo a proprio agio e raccontare situazioni intime ed imbarazzanti ad uno sconosciuto.

Fondamentale che l’esperto conosca il caso per cui si procede, non faccia domande suggestive né tanto meno induttive. La raccolta della testimonianza deve avvenire in un sito adeguato per il minorenne e la fascia evolutiva in cui si trova, ovvero in una stanza che deve essere dotata di strumenti specifici quali impianti di audio- fono- registrazione, con auricolari, che deve utilizzare l’esperto quando il Magistrato pone le domande al minore e microfono a clips (viene sconsigliato il vecchio microfono perché potrebbe inibire la presunta vittima di abuso sessuale nel racconto); oppure uno specchio unidirezionale in cui le persone possono assistere senza che il minore le veda.

La videoregistrazione è finalizzata anche a ridurre le audizioni del minore. 

All’interno di questa stanza è fondamentale che vi siano dei giochi (puzzle, memory), dei fogli con dei colori (meglio a matita) e dei fazzoletti nel caso di eventuale labilità emotiva della vittima.

Ci si interroga su chi faccia cosa, nel senso che è poco chiaro chi debba condurre l’audizione, se il magistrato o l’esperto.

Audizione protetta del minore: le linee guida

Sono molte le linee guida che cercano di regolarizzare i punti fondamentali di questa attività: le linee guida C. S. M. -Unicef “L’ascolto dei minorenni in ambito giudiziario” (art. 4.2, p. 72), le Linee Guida Nazionali sull’ascolto del minore testimone, Carta di Noto (aggiornata nel 2011, recependo le disposizioni contemplate dall’art. 8, comma 6 del Protocollo della Convenzione di New York ratificato l’11 marzo 2002 e dall’art. 30, comma 4 della Convenzione di Lanzarote, ratificata in Italia con L. 172/2012) con il Punto 7: le dichiarazioni del minore vanno sempre assunte utilizzando protocolli di intervista o metodiche ispirate alle indicazioni della letteratura scientifica, nella consapevolezza che ogni intervento sul minore, anche nel rispetto di tutti i canoni di ascolto previsti, causa modificazioni, alterazioni e anche perdita dell’originaria traccia mnestica, le Linee Guida per l’ascolto del minore testimone della Questura di Roma (2011).

 

Carl Rogers, la psicologia umanistica e la terapia centrata sul cliente – Introduzione alla Psicologia

Carl Rogers ideò un modello psicoterapeutico definito terapia centrata sul cliente detta anche non direttiva e terapia rogersiana, che nacque all’interno dalla psicologia umanistica. 

Secondo tale approccio non sono le pulsioni istintuali a motivare il soggetto, ma il bisogno di conoscere, e autorealizzarsi.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

La vita di Carl Rogers: dalla natura alla teoria basata sul cliente

 Carl Rogers è nato a Oak Park, una contea dell’Illinois, l’8 gennaio 1902 da una famiglia protestante avente rigidi principi morali, che, qualche anno più tardi, si trasferì in campagna per dedicarsi all’allevamento di bestiame. Da qui Rogers maturò l’interesse per la natura e gli animali al punto da iscriversi alla facoltà di Agraria, ma subito dopo scoprì di essere interessato maggiormente agli studi teologici. Qualche anno più tardi, intraprese un viaggio in Cina, con dei colleghi, per partecipare alla conferenza internazionale organizzata dalla Federazione Mondiale degli Studenti Cristiani. Questo incontro diede la possibilità a Carl Rogers di operare un confronto non solo culturale ma anche teorico e di pensiero, chiarendo quale fosse il suo reale interesse di studio.

Da questa esperienza maturò l’intenzione di abbandonare l’indirizzo teologico e di intraprendere un percorso di studi a orientamento psicopedagogico. Dopo un anno presso l’Institute for Child Guidance iniziò a lavorare presso il Child Study Deparment di Rochester. Il suo interesse per le teorie di Otto Rank e per l’Esistenzialismo europeo, portarono nel 1939 alla pubblicazione del suo primo libro The clinical treatment of problem child, grazie al quale ottenne una cattedra di psicologia clinica in Ohio.

Tre anni più tardi pubblicò il libro dal titolo Counseling and Psychotherapy, pilastro al suo innovativo approccio teorico, ovvero la teoria basata sul cliente.

Nel 1957 ottenne la Cattedra di Psicologia e Psichiatria presso l’Università del Wisconsin. In questa sede cominciò a sperimentare il suo approccio terapeutico, concretizzando i primi risultati.

Successivamente, decise di abbandonare l’insegnamento per fondare in California il Center for the Study of the Person e l’Institute of Pedace, orientato allo studio e alla soluzione dei conflitti.

Carl Rogers è stato candidato al Premio Nobel per la pace nel gennaio del 1987 e morì qualche giorno dopo, esattamente il 4 febbraio dello stesso anno.

Carl Rogers e la psicologia umanistica

Carl Rogers fondò la Psicologia Umanistica, che pone le sue radici nel valutare positivamente le risorse e le potenzialità presenti in ogni individuo. Secondo Rogers, ognuno possiede un proprio valore e una determinata capacità di autodeterminazione che consente di perseguire specifici scopi o risultati. 
Carl Rogers sosteneva che tutti hanno le capacità di autodeterminazione, utile a determinare il proprio comportamento per migliorarlo. Tale processo è stato definito da Rogers come tendenza attualizzante e consiste nella volontà naturale di vivere, perfezionarsi, preservarsi e modificarsi.

Secondo Rogers le persone sane sono aperte mentalmente verso nuove esperienze, vivono liberamente ogni momento e sono in grado di ascoltare sia se stessi che gli altri perseguendo i propri bisogni o obiettivi.

Il pensiero di Carl Rogers era in netto contrasto con quello psicoanalitico vigente, e per questo era considerato molto innovativo e rivoluzionario.

Egli fu il primo a considerare la natura umana come una capacità innata volta al raggiungimento e al mantenimento della salute e dell’autoregolazione.

Partendo da questo presupposto, rifiutò il termine paziente, poiché lo considerava viziato dal concetto di malattia e lo sostituì con il termine “Cliente”. Rogers dunque partiva dal presupposto che non esiste una malattia mentale da curare ma tutti possiamo incappare in momenti difficili da affrontare e per questo, grazie alle risorse personali, è possibile superare questi stati liberamente. I problemi che possono verificarsi durante l’arco della vita derivano da una distorsione della tendenza attualizzante e lo scopo è ripristinare questa funzione ciclica e continuativa.

La terapia di Carl Rogers

Carl Rogers ideò un modello psicoterapeutico definito terapia centrata sul cliente detta anche non direttiva e terapia rogersiana, che nacque all’interno dalla psicologia umanistica. 

Secondo tale approccio non sono le pulsioni istintuali a motivare il soggetto, ma il bisogno di conoscere, e autorealizzarsi. Rogers sostiene che bisogna superare il pessimismo antropologico Freudiano secondo il quale l’uomo risponde agli impulsi non razionali e guardare come il comportamento è dato da un naturale fluire di stadi. Infatti,il comportamento umano è razionale ed è determinato dagli obiettivi che ognuno si prefigge di raggiungere. Lo scopo della psicoterapia dunque è quello di consentire alla tendenza attualizzante di agire liberamente, eliminando gli ostacoli che impediscono l’autorealizzazione della persona. L’individuo possiede in se stesso le risorse necessarie per guarire e per questo è esso stesso a dover lavorare in terapia. Per queste ragioni, la psicoterapia rogersiana si difinisce “centrata sul cliente”.

Terapia centrata sul cliente

La terapia centrata sul cliente è determinata dalla relazione che si instaura tra terapeuta e cliente. Secondo tale approccio lo psicoterapeuta non possiede delle tecniche di intervento protocollari e per questo è libero di interagire con l’individualità del cliente.

La relazione, però, deve seguire un determinato schema:

  • Non-direttività: la relazione che si instaura tra terapeuta e cliente è di tipo paritetica, il terapeuta incita il cliente a utilizzare le sue risorse personali per individuare una soluzione al problema presentato.
  • Empatia: affinché la relazione possa portare a dei risultati è necessario che il terapeuta vesta i panni del cliente e tenti di vedere il mondo con i suoi occhi, abbandonando i propri schemi personali.
  • Accettazione: il terapeuta accetta i pensieri e i comportamenti del cliente in maniera incondizionata e per questo ascolta attivamente e senza mettere in atto pregiudizi.

La terapia centrata sul cliente è particolarmente indicata nei casi in cui non si riesca a entrare in contatto con le proprie esperienze e a riconoscere le proprie emozioni. Si determina in questo modo una sorta di conflitto interiore e inautenticità, che porta la persona a non essere pienamente se stessa nella relazione. Carl Rogers definisce questo stato “incongruenza”, che non permette all’individuo di crescere positivamente o di effettuare le proprie scelte in maniera ottimale.

La terapia centrata sul cliente ha come obiettivo l’aprirsi liberamente all’altro in maniera autentica. Inoltre, attraverso tale processo terapeutico è possibile comprendere empaticamente come l’altro costruisce il proprio rapporto con se stesso, gli altri, il mondo. Questo concetto rappresenta la base dell’epistemologia della Psicoterapia Centrata sul Cliente e della sua pratica psicoterapeutica.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGO

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Dolcificanti senza calorie: alleati o nemici nella lotta contro l’obesità?

Obesità e dolcificanti senza calorie: dibattito ancora aperto sugli effetti dei dolcificanti a zero calorie. Se nel breve termine sembrano facilitare la perdita di peso, il loro consumo abituale, influenzando processi cognitivi, scelte alimentari e soddisfazione post-consumazione, ostacolerebbe invece la gestione del peso corporeo. 

 

Con obesità e sovrappeso aumenta l’offerta di dolcificanti senza calorie

Che l’eccesso di grasso corporeo rappresenti un rischio per la salute non è certo una novità. Il sovrappeso e l’ obesità sono infatti tra i principali fattori di rischio per diabete e patologie cardiovascolari, due tra le principali “malattie non trasmissibili” (NCDs). Strettamente legate allo stile di vita occidentale medio, in cui alimentazione scorretta e sedentarietà regnano sovrane, le NCDs sono oggi responsabili del 71% dei decessi prematuri a livello globale. Ciononostante, i tassi di obesità e sovrappeso sono in costante aumento in tutto il mondo.

Un trend di questo tipo richiede un urgente e drastico cambio di rotta. Non stupisce, quindi, l’offerta sempre maggiore di prodotti dietetici “senza zuccheri aggiunti”, in cui lo zucchero viene sostituito con dolcificanti a zero calorie. Prodotti, questi, che si pongono l’obiettivo di facilitare la perdita di peso, o di prevenirne l’aumento, ma i cui effetti hanno generato non poche controversie tra i ricercatori. Da un lato, infatti, molte ricerche evidenziano come, soprattutto nel breve termine, il consumo di tali prodotti in sostituzione dei tradizionali, ricchi in zuccheri, faciliti la perdita di peso (e.g., de Ruyter et al., 2012; Raben et al., 2002). Dall’altro, tuttavia, i risultati di alcune ricerche mostrano come, nel lungo termine, il consumo di prodotti “senza zuccheri aggiunti” si associ ad un aumento di peso (e.g., Green & Murphy, 2012; Rudenga & Small, 2012; Smeets et al., 2011; Swithers & Davidson, 2008). I dolcificanti presenti in questi prodotti determinerebbero infatti alcuni cambiamenti psicologici e comportamentali, che ostacolerebbero, anziché facilitare, la gestione del peso corporeo.

Dolcificanti ed effetti psicologici: un ostacolo alla perdita di peso?

I sostenitori di questo secondo filone di pensiero partono dall’assunto che il nostro cervello sia, per motivazioni evolutive legate alla sopravvivenza, predisposto ad associare il sapore dolce alla disponibilità di energia che segue il consumo di zucchero. Da qui, la preferenza innata per i cibi dal sapore dolce. Nei cibi “senza zuccheri aggiunti”, tuttavia, questa associazione verrebbe meno, e si ipotizza che questo vada in qualche modo ad alterare i naturali processi di regolazione dell’assunzione di cibo e la risposta edonica (di piacere) al cibo, ostacolando in maniera subdola la perdita di peso.

In linea con queste affermazioni, alcuni ricercatori della Texas Christian University (Hill et al., 2014) hanno condotto una serie di esperimenti per verificare quali fossero gli effetti del consumo bevande contenenti dolcificanti senza calorie sui processi cognitivi, sulle scelte alimentari e sulla soddisfazione post-consumazione. In particolare, i ricercatori hanno osservato le differenze tra coloro che avevano consumato Sprite, Sprite Zero e acqua frizzante.

Dai risultati dei tre esperimenti, è emerso che:

  • Chi ha consumato Sprite Zero mostra una maggiore accessibilità cognitiva (i.e. una maggiore facilità di recupero dalla memoria) delle informazioni riguardanti alimenti altamente calorici: di fronte a stringhe di lettere da categorizzare come “parole” o “non-parole”, quando le stringhe di lettere formano nomi di cibi altamente calorici (es. pizza, cookie) il tempo impiegato per riconoscere la stringa di lettere come “parola” è inferiore rispetto a quello impiegato dagli altri partecipanti.
  • Chi ha consumato Sprite Zero riporta una maggiore volontà di mangiare alimenti ad alto contenuto calorico: posti di fronte ad un ipotetico scenario di scelta tra alimenti ad alto (es. m&m’s) ed a basso contenuto calorico (es. gomme da masticare senza zucchero), tendono a scegliere in misura maggiore alimenti ad alto contenuto calorico rispetto agli altri partecipanti.
  • Chi ha consumato Sprite Zero riporta, rispetto agli altri partecipanti, minore soddisfazione in seguito al successivo consumo un alimento (biscotto) contenente zucchero. Non ci sono però differenze rispetto alla quantità di biscotti mangiati e rispetto alla valutazione della bontà del biscotto.

In generale, sembra quindi che il consumo di bevande “senza zucchero” aumenti il desiderio implicito di alimenti ad alta intensità calorica (esperimento 1) e possa, potenzialmente, portare alla successiva assunzione di un numero maggiore di calorie tramite la scelta di consumare tali alimenti (esperimento 2). Tuttavia, le bevande “senza zucchero” non sembrano avere un impatto sulla quantità di cibo consumato nei pasti immediatamente successivi. Si rileva però una minore soddisfazione in seguito al consumo di alimenti contenenti zucchero (esperimento 3), che potrebbe rivelarsi una lama a doppio taglio: se, da un lato, potrebbe inibire la ricerca di alimenti zuccherini, proprio a causa della loro incapacità di generare piacere, dall’altro potrebbe infatti portare a cercare altro cibo per gratificarsi.

I risultati di questa ricerca offrono un importante contributo al corpus di ricerche che sostengono che i dolcificanti a zero calorie possano, con il tempo, ostacolare la gestione del peso corporeo, sottolineando anche l’importanza di includere la dimensione psicologica all’interno del dibattito circa gli effetti dei dolcificanti a zero calorie sull’organismo.

Dolcificanti e comportamento alimentare: quale relazione allora?

È tuttavia importante sottolineare come ad oggi non sia ancora stata trovata una risposta definitiva al dibattito. Queste sostanze sembrano infatti avere effetti diversi, e persino opposti, sul comportamento alimentare e sulla gestione del peso corporeo, che non necessariamente si escludono l’uno con l’altro. Inizialmente, utilizzare dolcificanti in sostituzione dello zucchero e ridurre così l’apporto energetico degli alimenti sembra facilitare la perdita di peso.

In seguito, però, il consumo abituale di queste sostanze potrebbe promuovere l’aumento del peso tramite meccanismi di compensazione: avendo ridotto il numero di calorie introdotte tramite la semplice eliminazione dello zucchero, alcune persone potrebbero sentirsi legittimate a mangiare di più. Oltre a questo, la continua esposizione al sapore dolce fa sì che il soggetto non modifichi le proprie preferenze in termini di gusto, e che continui a cercare alimenti dolci, alimentando così il circolo vizioso. Non bisogna, inoltre, tralasciare le differenze metaboliche individuali e le differenti composizioni dei cibi e delle bevande che contengono i dolcificanti senza calorie, che hanno un impatto rilevante sul bilancio energetico complessivo e, quindi, sulla gestione del peso corporeo.

L’utilizzo dei dolcificanti artificiali per intervenire contro la diffusione a macchia d’olio di sovrappeso e obesità, almeno da un punto di vista prettamente psicologico, non sembra essere la soluzione migliore. Può certamente rappresentare un mezzo, ma l’obiettivo finale non può che essere quello di educare le persone ad una corretta alimentazione e di rieducare il palato ai sapori semplici e genuini.

 

Genitori in carcere: le conseguenze a lungo termine sui figli

Lo studio, pubblicato su JAMA Network Open, è stato condotto dal Center for Child and Family Policy presso la Duke University Stanford School, e ha come scopo quello di indagare l’associazione tra la detenzione genitoriale e lo sviluppo di disturbi mentali in età adulta ed esaminare il futuro di questi bambini in ambito sanitario, legale, finanziario e sociale.

 

Negli ultimi 50 anni, i tassi di detenzione negli Stati Uniti sono cresciuti enormemente ed è stato stimato che circa l’8% dei bambini statunitensi di età inferiore ai 18 anni ha vissuto l’incarcerazione di un genitore o tutore nel 2016. In particolare, i bambini che assistono all’incarcerazione di una delle due figure genitoriali appartengono a gruppi di minoranze etniche e vivono in ambienti svantaggiati.

Diversi studi hanno dimostrato che, durante l’infanzia,la detenzione genitoriale è un fattore di rischio per lo sviluppo di comportamenti aggressivi e antisociali.

Per quanto riguarda l’adolescenza, si hanno risultati limitati sulla detenzione genitoriale: alcuni studi la indicano come fattore di rischio per lo sviluppo di problemi riguardanti l’internalizzazione o l’esternalizzazione, comportamenti autolesionistici, tentativi di suicidio, problemi nella sfera emotiva e in quella comportamentale, ed infine problemi legati alla salute mentale.

Allo stesso modo, nella giovane età adulta, la detenzione genitoriale è associata a livelli più alti di depressione, a maggiori livelli di ansia e al disturbo post traumatico da stress.

Detenzione genitoriale: uno studio sulle sue conseguenze

Lo studio, pubblicato su JAMA Network Open, è stato condotto dal Center for Child and Family Policy presso la Duke University Stanford School, e ha come scopo quello di indagare l’associazione tra l’incarcerazione dei genitori e lo sviluppo di disturbi mentali in età adulta ed esaminare il futuro di questi bambini in ambito sanitario, legale, finanziario e sociale.

Questo studio ha utilizzato come dati quelli di uno studio longitudinale e rappresentativo della comunità: lo studio Great Smoky Mountains. I partecipanti allo studio erano 1420 ed il campione era formato sia da bambini (9-16 anni) che dai loro genitori. Queste coppie sono state monitorate nel tempo, da gennaio 1993 fino a dicembre 2000. I ricercatori hanno utilizzato il Child and Adolescent Psychiatric Assessment per valutare i risvolti della detenzione genitoriale sui bambini, possibili diagnosi di disturbi mentali ed infine altre avversità. Successivamente, da dicembre 1999 fino a dicembre 2015, i partecipanti sono stati nuovamente monitorati, più precisamente all’età di 19, 21, 25, e 30 anni per vedere gli esiti e i risvolti causati dalla detenzione genitoriale sulla loro vita da giovani adulti.

Dallo studio emerge che 475 dei partecipanti (259 uomini e 216 donne), all’età di 16 anni, avevano vissuto l’incarcerazione di uno dei genitori.

L’incarcerazione dei genitori era associata a una maggiore prevalenza di diagnosi psichiatriche infantili, come l’ADHD e il disturbo della condotta.

Dopo aver tenuto conto delle diagnosi psichiatriche infantili e dell’esposizione alle avversità, la detenzione genitoriale si associava ad un aumento delle probabilità di sviluppare, in età adulta, un disturbo d’ansia, un disturbo da uso di sostanze, avere una condotta criminale, essere incarcerati a loro volta, non terminare la scuola e di conseguenza non diplomarsi, diventare genitori molto presto ed infine essere isolati socialmente.

Per concludere, questo studio mostra come la detenzione genitoriale sia associata a un vasto numero di conseguenze a livello psichiatrico, legale, finanziario e sociale durante la giovane età adulta. La detenzione dei genitori è un’esperienza che può perpetuare lo svantaggio di generazione in generazione.

Dal punto di vista della salute pubblica, pensare a interventi tempestivi per bambini e adolescenti che hanno uno dei due genitori in carcere potrebbe rivelarsi utile per migliorare il benessere psicofisico dei più piccoli. Sarebbe altrettanto utile fornire sostegno agli altri membri del nucleo famigliare, che allo stesso modo vivono spesso in condizioni di notevole difficoltà a causa della detenzione del parente.

 

cancel