Un sistema a filtro nei neuroni per selezionare gli stimoli nervosi più importanti e inibire gli altri: avvviene nei dendriti.
Ogni attività nel cervello comporta il passaggio di segnali tra i neuroni; si stima che anche 1.000 segnali possano piovere su un singolo neurone contemporaneamente. Per garantire che specifici segnali raggiungano la destinazione, il cervello possiede un sofisticato sistema inibitorio. Stefan Remy ei suoi colleghi del German Center for Neurodegenerative Diseases e della Bonn University hanno fatto luce su come funziona questo meccanismo.
“Il sistema si comporta come un filtro, lasciando passare solo gli impulsi più importanti“, spiega Remy. “Questo produce degli schemi neuronali specifici che sono indispensabili per la conservazione a lungo termine nella memoria.“
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I ricercatori si sono chiesti come funzioni questo raffinato sistema di controllo e come i segnali inibitori siano in grado di produrre specifici segnali di uscita. Da tempo si sa che questo sistema inibitorio è fondamentale per il processo di apprendimento e ci sono evidenze del fatto che questo si inceppi nei pazienti con Alzheimer. Remy e il suo team hanno studiato le cellule nervose dell’ippocampo, una regione del cervello che svolge un ruolo cruciale nella formazione della memoria.
Le informazioni che impariamo o ricordiamo vengono elaborate nel cervello attraverso impulsi nervosi. I segnali in ingresso entrano nella cellula come segnali eccitatori, dove vengono trasformati da strutture ramificate, i dendriti, e vengono inviati selettivamente ai neuroni vicini. I dendriti in questa regione del cervello servono come amplificatori per segnali sincroni.
“Siamo stati in grado di dimostrare che in specifici dendriti, i dendriti “forti”, i segnali cluster vengono amplificati molto bene. I dendriti “deboli” invece trasmettono segnali solo in alcune fasi“, spiegano i ricercatori. I dendriti sono eccitabili in misura diversa: quelli “forti” trasmettono segnali eccitatori sincroni in modo molto preciso e affidabile, e possono resistere a qualsiasi inibizione. Questo assicura che alcuni segnali, presumibilmente quelli più rilevanti per l’apprendimento e la memoria, vengano trasmessi in modo affidabile.
Ciò si traduce in schemi di attivazione che si ripetono periodicamente, creando una co-attivazione di gruppi di cellule specifiche (assembly). Per cui per l’immagazzinamento nella memoria a lungo termine alcuni gruppi neuronali devono essere ripetutamente attivati nello stesso ordine. Questi modelli di attività sono abilitati dal sistema inibitorio. Ciò spiega perché la mancanza di questo sistema in pazienti affetti da Alzheimer abbia conseguenze così drammatiche. Senza di esso, infatti, l’archiviazione delle associazioni in memoria a lungo termine non può avere luogo.
I segnali che vengono ricevuti dai dendriti “deboli” possono essere trasmessi soltanto durante le fasi di inibizione debole; grazie alla “plasticità intrinseca” alcuni dendriti possono tuttavia essere trasformati in “forti” durante questo processo. Solo se la trasformazione avviene i dendriti saranno in grado di trasmettere un segnale specifico. Questo meccanismo di apprendimento del tutto nuovo, che avviene per lo più durante le fasi di attività intensa, come quando sperimentiamo qualcosa di nuovo, si verifica a livello dei dendriti e non a livello sinaptico, come già era stato osservato in precedenza
I risultati di Remy e dei suoi colleghi rappresentano un passo importante verso una migliore comprensione dei meccanismi di apprendimento e memoria.
Insecure attachment style has been linked to the development of child psychopathology since the beginnings of attachment theory (Bowlby, 1973). More recent work has investigated insecure attachment as a predictor of externalizing and internalizing behavior problems in children.
While the link is sound in theory, empirical evidence is difficult to come by. This is largely because of costly methodological necessities which include the need for large scale, longitudinal studies. Here I will discuss findings related to insecure attachment as a predictor of externalizing problems in children. In the future I will discuss insecure attachment but as a predictor of internalizing behavior.
Erickson, Sroufe and Egeland (1985) used longitudinal methodology to examine 96 children from a high risk group of mothers starting from birth until preschool. Attachment measures were taken using the Strange Situation Procedure at 12 and 18 months.
At the preschool period, teacher questionnaires were completed and school observations were taken. The results demonstrated that, in comparison to securely attached children, anxious/avoidant children were more prone to outbursts and expressing negative emotion. In a meta-analysis of 69 studies (Fearon et al., 2010) found a significant association between insecure attachment and externalizing behavior problems.
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Interestingly, larger effects were found in boys and in clinical samples. Children with a disorganized attachment were at the largest risk for developing externalizing behavior problems, followed by children with avoidant and then resistant attachment styles.
It is difficult to draw conclusion about the relationship between insecure attachment and the later development of externalizing disorders based on two studies. However, it is important to examine the methodologies of the studies. The Erickson et al. (1985) study was longitudinal, had a large sample, the industry gold standard for measuring attachment and included school observations and questionnaires. Thus the results of the study were more profound. In the same vein, Fearon et al. (2010) was a meta-analysis that examined the results of 69 separate studies.
Therefore the combination of the findings from these powerful studies forms strong conclusions about the relationship between insecure attachment and the development of externalizing disorders in children.
di Francesca Fiore, Naomi Aceto, Lucchetti Elena, Milko Prati.
La compassione è uno stato mentale che invoca l’altruismo e lo fa agire. Si contrappone al desiderio di punizione e di vendetta.
Nell’immaginario collettivo il termine compassione è spesso affiancato a quello di saggezza, infatti se ci soffermassimo su questi due concetti, per certi versi, sarebbe difficile scinderli.
Entrambi sussumono il significato di vivere in armonia con l’ambiente e il contribuire attivamente al benessere degli altri.
Ma la compassione comprende aspetti emotivi come l’amoree la pietà, mentre la saggezza è guidata da una forte componente intellettuale. La conoscenza, dunque, intesa come cammino verso il sapere, è indispensabile per raggiungere la saggezza e per esercitare la compassione.
La compassione mostra aspetti affini al concetto di empatia, ovvero sentire e soffrire con il nostro prossimo, immedesimandosi nel suo dolore, vivere la stessa emozione dell’altro.
Secondo Price (2007) la compassione è uno stato mentale che invoca l’altruismo e lo fa agire.
Partendo da questo concetto, si è dimostrato come gli individui percepiti come simili a se stessi, non solo evochino più compassione ma, a parità di situazione, inducano i soggetti a mettere in atto comportamenti altruistici rispetto a quelli agiti nei confronti di persone diverse (Valdesolo e De Steno, 2011). Sembrerebbe che la sincronia, indotta da una valutazione di somiglianza, rafforzi una risposta compassionevole nei confronti delle vittime morali favorendo un aumento di comportamenti caritatevoli, concordi con una serie di regole morali.
Quindi, la compassione potrebbe essere definita come una forza morale?
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La risposta, secondo molti leader spirituali, è affermativa. L’essere compassionevole ha un effetto radiante poiché porta ad estendere la gentilezza e il perdono agli altri, anche nei confronti di coloro che hanno trasgredito intenzionalmente (Dalai Lama & Ekman, 2008). Come tale, la compassione si contrappone al desiderio di punizione e di vendetta: funziona come un sentimento morale in grado di inibire le azioni che di solito comportano una escalation di violenza (Davidson e Harrington, 2002).
Valutare questo aspetto è molto difficile vista l’impossibilità di separare la compassione da altri fattori sociali, etici, morali e religiosi come l’essere tolleranti (Berry, Worthington, O’Connor, Parrott, e Wade, 2005), oppure perdonare l’altro (McCullough, Worthington, e Rachal, 1997).
I sentimenti di compassione provati nei confronti di qualcuno sembrano essere in grado di ridurre la pena anche verso quegli individui che hanno chiaramente trasgredito in maniera irrimediabile e non hanno cercato il perdono per le loro azioni. Il meccanismo presente alla base di questo effetto, tuttavia, è ancora da esplorare, l’essere compassionevole può portare alla riduzione del desiderio di punizione, migliorando il controllo cognitivo circa la punizione da infliggere al trasgressore (Oveis, Horberg, e Keltner, 2010).
E’ possibile che alti livelli di compassione possano essere compensati dal desiderio di punire chi genera un disagio (Meyers, Lynn, &Arbuthnot, 2002). Infatti, esistono casi in cui questi aspetti altruistici vengono meno per cedere il posto all’obbedienza.
La violazione dei propri principi morali e altruistici spesse volte è determinata dal grado di obbedienza mostrato nei confronti dell’autorità. Il sottostare a delle regole indurrebbe uno stato eteronomico, in cui la persona diventa strumento per eseguire degli ordini. Quindi, la compassione viene meno quando non è possibile accedere per causa di forza maggiore alla moralità (Milgram, 1964)
A tutt’oggi, la natura esatta delle forze che influenzano i meccanismi alla base della compassione è ancora difficile da comprendere, tuttavia aiutare gli altri è comunque un processo costoso, sia in termini di risorse fisiche sia psichiche. Concludo citando Aristotele: “L’uomo saggio non persegue la felicità, ma l’assenza di dolore“, quindi che sia caritatevole o meno l’importante è compiere azioni che possano non farci star male.
Henrich, J., McElreath, R., Barr, A., Ensimger, J., Barrett, C., Bolyanatz, A., et al. (2006). Costly punishment across human societies. Science, 312, 1767−1770.
Religione: Credenti e Non Credenti di fronte alla Guerra
Comunità religiose ed individualismo programmatico: credenti e non credenti di fronte alla guerra. La religione è una forza generatrice di pace? O piuttosto l’humus che alimenta ed alimenterà le guerre?
Sono nato negli anni ’70. Durante la mia adolescenza la cultura laica ha acquisito quella prevalenza assoluta che caratterizza indubbiamente la modernità in Occidente.
Nell’infanzia ho imparato che il Vangelo di Cristo insegna la pace e l’amore.
Nella mia adolescenza mi sorprendevo perché il cristianesimo veniva persistentemente associato alla guerra, nelle opere degli intellettuali più creativi, così come negli interventi dei miei coetanei durante le assemblee degli studenti.
Certo la storia forniva alcuni esempi eclatanti: dalle crociate alle guerre di religione nell’Europa del ‘500, fino al conflitto arabo israeliano, gli schieramenti opposti erano frequentemente identificati anche da differenti appartenenze religiose.
Percepivo, però, nella cultura che mi circondava, un’accusa implicita e assai più inquietante. Nella prospettiva della cultura laica l’esperienza religiosa non costituirebbe solamente un elemento di coesione e un vessillo identitario per i combattenti. La guerra troverebbe nutrimento proprio nello stato di emozionalità indifferenziata e di apertura percettiva che caratterizza l’uomo a contatto con il Sacro.
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Ricordo, a questo proposito, un tema proposto credo per un esame di maturità di quegli anni. Ai candidati si chiedeva di commentare il titolo di un’opera di Goya: “Il sonno della ragione genera mostri”. Come a dire, solo la freddezza, l’intelletto che misura e classifica, la concretezza del presente, affrancherebbero l’uomo dal suo radicale istintuale, dall’annebbiamento prodotto dagli impulsi e dalla rabbia. Solo la fredda ragione salverebbe l’uomo dalla guerra.
In questo breve intervento cercherò di rispondere dunque a questa domanda semplice e diretta: la religione è una forza generatrice di pace? O piuttosto l’humus che alimenta ed alimenterà le guerre?
La mia riflessione si baserà sulle mie esperienze, nella mia vita di uomo e di cristiano e nel mio lavoro di professionista a contatto con la malattia mentale, con l’uomo nella sofferenza e nella disperazione. Sotto questo profilo il mio riferimento è la teoria psicoanalitica introdotta da Sigmund Freude continuamente arricchita e sviluppata fino ai giorni nostri.
Quando il sole della primavera torna ad illuminare i cieli Lombardi dopo il grigio inverno, amo salire lungo la ripida mulattiera che da Civate – presso Lecco – conduce ai 630 metri dell’abazia di san Pietro. L’ingresso è insolitamente rivolto ad Oriente. I monaci che abitavano questi luoghi nell’XI secolo sentirono il bisogno di ringraziare Dio per le gioie della sacra liturgia aprendo il cuore e lo sguardo verso i lago di Pusiano e di Annone e la sconfinata pianura che si apre ai piedi del Cornizzolo.
Invertirono perciò la direzione della chiesa. Oggi noi entriamo nel tempio attraversando le antiche absidiole. Sulla parete in alto la donna vestita di luna sfugge alle insidie del maligno, e più in basso, quattro colonne sostengono i 4 fiumi del giardino dell’Eden. Una spirale destrorsa le attraversa tutte e conduce il nostro sguardo verso il cielo.
Non tutte in verità, la quarta colonna ruota al contrario, in senso antiorario. Allontana da noi e scarica in un immaginario sottosuolo le minacce delle forze del male.
Anche la Cattolica di Stilo, gioiello di architettura greco – bizantina in Italia, ha volto il suo ingresso verso l’infinito, la fiumara, la pianura, il mare. E anche qui ho scoperto una colonna anomala. Un secondo capitello, rivolto verso il pavimento, la distingue dalla altre e si sforza di proteggere l’amore ed il sacro dalla violenza e dal male.
Il male, ecco il male. Vorrei oggi parlarvi della realtà del male. Il cristianesimo è iscritto nella storia di questa collettività italiana. I suoi precetti sono filtrati così profondamente nelle nostre aspettative che a volte fatichiamo a riconoscerli. Non-violenza e amicizia tra i popoli sono forse la componente del messaggio cristiano più universalmente condivisa in Europa occidentale.
Non così la consapevolezza del male. La realtà del male, la minaccia che ha insidiato Cristo, la Chiesa, noi singoli credenti, di fatto tutti gli umani, è oggi rimossa, dimenticata. Vorrei oggi parlarvene perché è qui, temo, che la guerra trova le sue ragioni ed il suo nutrimento.
Il potere politico sociale ed economico usa ed alimenta la guerra, non c’è dubbio. Ma evidentemente non è in grado di crearla. Comportamenti aggressivi organizzati e sistematici nei confronti di altri gruppi sono già osservabili nei primati. Lo studio paleoantropologico delle comunità mesolitiche ha riscontrato ampie tracce di massacri violenti e sistematici. L’antropologia culturale ha incontrato la guerra dovunque.
Sigmund Freud era del tutto convinto che alla radice della guerra vi fosse una precisa base istintuale. Con Al di là del principio di piacere (1920) il padre della psicoanalisi aveva introdotto un’importante riformulazione della sua teoria degli istinti. Lo studio della clinica psicoanalitica e l’osservazione della vita sociale lo avevano indotto ad ipotizzare l’esistenza di un desiderio antitetico alla pulsione libidica, orientato alla sessualità e difesa della vita individuale, ora riformulato come istinto di vita.
Freud si era convinto che nell’uomo era presente, accanto all’istinto di vita, un desiderio distruttivo, orientato a ricondurre ogni forma di vita allo stato di materia inanimata.
In questo istinto di morte egli riconosceva la fonte di vari quadri psicopatologici, della resistenza ai trattamenti psicoanalitici e più in generale di ogni forma di odio tra umani.
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Più specificamente, nella sua nota lettera ad Albert Einstein – Perché la guerra (1932) –egli affermava che la guerra ha una precisa base istintuale in quanto la struttura della mente umana includerebbe un innato istinto distruttivo. Nell’istinto di morte risiederebbe dunque il motore motivazionale dell’uccisione sistematica di altri uomini.
Uno dei grandi maestri del cattolicesimo contemporaneo, don Luigi Giussani (1966), ci invita ad un atteggiamento di realismo nella riflessione sulle natura dell’uomo e del creato. Qui occorre davvero uno sforzo per accettare fino in fondo la complessità della natura umana. L’aggressività umana non esprime semplicemente una competizione per risorse limitate, per l’amore materno o genitale, per il denaro o per posizioni di potere. Include una componente specificamente distruttiva e sadica.
La clinica psicoanalitica così come la cronaca nera ci mostrano quotidianamente relazioni o interazioni, finalizzate al controllo, alla sottomissione, all’umiliazione dell’oggetto. Finalizzate ad indurre e mantenere situazioni di sofferenza, disperazione, impotenza.
Non occorre studiare i campi di concentramento variamente diffusi nel mondo, i massacri gratuiti di civili. La semplice esperienza della vita familiare o degli ambienti di lavoro offre abbondante materiale a testimoniare forme più larvate ma altrettanto maligne di tali meccanismi interpersonali.
Nel dopoguerra l’istinto di morte ha cerato un certo disagio tra gli psicoanalisti. E’ stato difficile ammettere l’esistenza di una radicale malvagità nell’uomo. Si è sottolineata la natura relativa dell’aggressività umana, il suo rapporto con condizioni sfavorevoli e stati di frustrazione. La posizione di Erich Fromm (Anatomia della distruttività umana, 1973) è forse quella più rappresentativa di questo punto di vista.
La meditazione sulla figura e sulla biografia del Cristo può illuminare la nostra riflessione. Cristo ci viene incontro dalla croce. Perseguitato, deriso, abbandonato. Il dolore è il codice della sua condizione esistenziale.
E proprio questa è la ragione sensibile dell’universalità del suo messaggio. Cristo ci può parlare dalla croce perché il dolore è la realtà più comune dell’esperienza emotiva degli umani. Dolore della frustrazione, dolore della separazione, dolore dell’impotenza, dolore dell’umiliazione. Dolore manifesto, gridato, dolore celato, dolore negato, dolore talvolta inconscio ed accessibile solo all’osservazione psicoanalitica.
Il dolore fisico ha notoriamente riflessi comportamentali. Negli animali è in grado di scatenare risposte di fight or flight, risposte aggressive, che hanno un evidente valore adattativo. Il dolore fisico genera rabbia e aggressività. La psicoanalisi insegna che anche il dolore emotivo – il dolore mentale – ha riflessi comportamentali.
La via di fuga più immediata, se vogliamo più primitiva, al dolore mentale è l’evacuazione. Il modo più semplice di liberarsi del dolore mentale è inserirlo, travasarlo in un altro essere umano. Il sadico, l’aguzzino, agente della gestapo o capoufficio autoritario, feriscono perché specchiandosi nella vittima trovano una pacificazione al proprio dolore personale.
Abbiamo discusso finora l’aggressività individuale. Ma la guerra? Per comprendere la guerra dobbiamo spostare il nostro obiettivo dagli individui, dalle coppie vittima-carnefice, ai gruppi, piccoli e grandi. L’aggressività individuale si rivolge agli individui. Ma è una forza che destabilizza i gruppi, i gruppi istituzionali, ma anche le famiglie, le coppie. L’odio ed il sadomasochismo coniugale sono alla base della attuale crisi dell’istituzione coniugale. Avvelenano cronicamente il clima familiare. Rendono i legami di coppia fragili. Ancora oggi, in un’epoca descritta come non violenta o meno violenta di quelle che l’hanno preceduta, la famiglia è lo scenario della maggior parte degli omicidi.
Più in generale, l’aggressività reciproca rappresenta una costante minaccia alla sopravvivenza di tutti i gruppi umani. Periodicamente le comunità umane sono turbate da conflitti interni. Nel corpo sociale più ampio si vanno differenziando gruppi più piccoli. La loro identità può essere variamente definita. I membri di ciascuna fazione possono essere accomunati dall’appartenenza ad una determinata etnia, area geografica, classe sociale, partito politico, e naturalmente confessione religiosa.
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Per limitarci alla sola storia europea possiamo pensare alle lotte di fazione dei comuni medioevali. Alla più ampia prospettica dei guelfi e dei ghibellini, alle persecuzioni e guerre civili tra cattolici, luterani e calvinisti, alla guerra rivoluzionaria di Russia, alla carneficina che insanguinò la Spagna nella prima metà del secolo scorso. Le ultime attenuate tracce di questi processi di frammentazione della società umana sono state riconoscibili nelle disciplinate lotte sociali che hanno caratterizzato gli anni sessanta del secolo scorso.
La sopravvivenza del corpo sociale è messa in costante pericolo dall’aggressività circolante nel gruppo. La formazione e la persistenza dei gruppi umani sono possibili solo nella misura in cui l’organizzazione ed il funzionamento del gruppo consentono di processare e moderare l’aggressività interna.
Dobbiamo a Melanie Klein la comprensione dei processi con cui la mente umana è in grado di tutelare le relazioni oggettuali più vitali dell’individuo. La Klein osservò come l’aggressività e l’odio che inevitabilmente infiltrano la relazione madre bambino fin dalle prime fasi dello sviluppo umano possono essere sottratte alla coscienza tramite meccanismi di scissione e proiezione. Nelle relazioni d’amore l’aggressività può cioè essere reindirizzata, proiettata verso oggetti esterni. La loro realtà viene ad essere alterata, la loro rappresentazione assume caratteri distorti, negativi. Ecco nascere il sordido ebreo, il prete perverso, il comunista violento, l’africano feroce e selvaggio.
Mi piace pensare ai gruppi umani come a degli organismi unicellulari. All’interno, finché il sistema è stabile, regna la concordia reciproca, forse l’amore. La interazioni tra gli individui possono essere profonde, ma l’odio e l’ostilità non sono percepite. Sono rivolte all’esterno, agli esseri che popolano l’ambiente extracellulare. Oltre la membrana plasmatica sono in agguato micidiali predatori.
Le società umane si formano e si organizzano attraverso processi lunghi e complessi. Esse acquisiscono così una identità coerente ed una sufficiente armonia interna. L’armonia persiste però solo fino al confine, geografico e culturale. Tra forze politico sociali vicine si crea così una soglia di faglia di frattura. Come le zolle della crosta terrestre, i gruppi umani, le nazioni, le razze (io metterei le culture, il concetto di razza è oggi molto in discussione), le religioni sono in perenne movimento di collisione le une rispetto alle altre. Quando la tensione nella crosta terrestre supera un valore soglia sperimentiamo gli effetti devastanti di un terremoto. Quando la conflittualità tra gruppi umani supera una soglia si scatena la violenza: l’omicidio, la faida, la guerriglia, la guerra.
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La storia dimostra ampiamente come la guerra possa rappresentare un eccezionale strumento per mantenere la coesione sociale. Le gazzette del biennio precedente alla I Guerra Mondiale sono piene di scioperi, manifestazioni represse nel sangue, insurrezioni, rivoluzioni. L’odio verso un nemico regalò senza dubbio qualche ultimo e insperato anno di stabilità alle monarchie delle belle époque. Già nel 1095 Papa Urbano II, chiamando a raccolta cavalieri e popolani per la Prima Crociata sottolineava gli effetti di coesione civile offerti da una guerra combattuta all’esterno dell’orizzonte geografico della cristianità latina:
… vi uccidete l’un l’altro, vi fate guerra, e frequentemente morite per le reciproche ferite. Allontanate da voi l’odio reciproco, finiscano le contese, cessino le guerre, si acquietino tutti i dissensi e le controversie. Avviatevi sulla strada del Santo Sepolcro, strappate quella terra dalla razza malvagia e sottomettetela a voi. … per la remissione dei vostri peccati e con la certezza di acquisire la gloria eterna del Regno dei Cieli.
Ora abbiamo – mi sembra gli elementi per rispondere alla domanda che abbiamo formulato all’inizio di questa conversazione: le religioni sono una forza che promuove la pace, o piuttosto contribuiscono a generare e mantenere le guerre tra popoli? L’esperienza religiosa non è ovviamente solo un fatto cognitivo, è una prassi, è uno stile di vita, specificamente è uno stile di vita comunitaria.
Le religioni, sicuramente il Cristianesimo e l’Islam promuovono un’esperienza di vita sociale più intensa. Incoraggiano l’apertura ad esperienze comunitaria di tipo fusionale, ad una condivisione delle emozioni più profonde in un contesto più ampio della famiglia nucleare.
Per l’uomo religioso l’esperienza dell’amore, della malattia, della morte sono sperimentate in una dimensione comunitaria in una misura ignota agli stili della società materialista ed individualista. La preghiera comune, l’esperienza liturgica e rituale del lutto, la condivisione in contesti di gruppo dei propri vissuti emotivi, come avviene nei vari movimenti ecclesiali, creano tra i membri delle confessioni religiosi legami più intensi rispetto a quelli usuali nell’occidente laico.
Quale può essere l’impatto sociale di questa coesione più intensa? Come è possibile realizzare un’armonia così profonda? Qual è il destino dell’aggressività che viene così ad essere scissa ed allontanata? Il legame tra i membri di una confessione religiosa può forse essere mantenuto solo grazie alla crescente ostilità verso i gruppi umani situati al di fuori dell’orizzonte di appartenenza?
Freud stesso era convinto che la minaccia della guerra potesse essere allontanata solo da una umanità nuova, in cui ogni individuo fosse in grado di subordinare la propria vita istintuale ai dettami della ragione, realizzando così una libertà di pensiero ostacolata a suo parare dal controllo della Chiesa.
Temo proprio che questa prospettiva sia del tutto illusoria. E’ vero, le società cronologicamente mature, le società caratterizzate da elevati livelli di individualismo e materialismo sono poco combattive. L’Europa moderna schiera aerei sofisticati su vari fronti, ma sembra del tutto incapace di sostenere una vera guerra. Anzi, sembra incapace di qualsiasi significativa lotta per la difesa dei diritti sociali ed umani.
L’occidente materialista non rinuncia intenzionalmente alla guerra. Senza una forte identità sociale, nazionale, politica, ma anche religiosa, una guerra è sostanzialmente impossibile. La non belligeranza dei pacifisti europei è in qualche misura inautentica. E’ possibile solo nel contesto di un grande impero nucleare, che allontana e proviene le minacce che giungono dall’esterno.
Tuttavia l’aggressività non è affatto assente dalla societàmoderna, si piega verso l’interno. Disgrega le forze sociali, e le famiglie. Si rivolge all’interno dell’individuo, trova apparente sollievo nel crescente uso di sostanze, e verosimilmente è un fattore nella diffusione di alcune gravi malattie, come il cancro.
Abbiamo detto che il destino dell’uomo è segnato dal dolore. Il fardello di Adamo e di Eva è pesante. Le condanne loro rivolte dal creatore, lavoro e morte, riassumono una realtà di dolore ben più vasta.
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L’aggressività e l’odio non sono però le uniche soluzioni, sono semplicemente le più semplici. Sentimenti di lutto, umiliazione, invidia, gelosia, rabbia possono essere proiettati. Ma possono anche essere pensati, compresi e tollerati.Possono essere digeriti e controllati ogniqualvolta trovino accoglienza autentica nel contesto di una relazione di amore.
L’orecchio di un uomo che ascolta è il farmaco più efficace per attenuare il dolore emotivo. Proiezione e sadismo diffondono il dolore. Amoree condivisione lo trasformano. E promuovono la maturazione e lo sviluppo, la creazione di realtà sociali più creative e meno paranoidi.
Il contributo più prezioso delle religioni allo stabilimento della pace non risiede solo nei santi precetti morali che esse offrono all’uomo.In un mondo sempre più individualista e frammentario l’esperienza religiosa crea il luogo e lo spazio per una vita comunitaria più intensa.
E’ proprio in questo spazio che l’uomo può condividere il proprio dolore in una dimensione di amore reciproco. A parere di chi scrive solo la pratica e l’esperienza della comunione fanno crescere le comunità umane e possono prosciugare le sorgenti dell’odio.
La velocità e l’apparente facilità con cui i bambini piccoli imparano le basi di una lingua stupisce da sempre genitori scienziati, infatti comunemente si pensa che l’apprendimento del linguaggio complesso sia prerogativa degli adulti.
Tuttavia, un gruppo di ricercatrici del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences di Leipzig hanno scoperto che i neonati con meno di tre mesi di vita sono in grado di estrarre e apprendere automaticamente regole complesse dalla lingua parlata; compito che agli adulti riuscirebbe solo grazie a un processo di ricerca e riconoscimento attivo.
Jutta Mueller, Angela D. Friederici and Claudia Maennel hanno fatto ascoltare a dei neonati per 20 minuti un flusso di sillabe mentre misuravano le risposte cerebrali dei bambini con EEG. Le coppie di sillabe comparivano insieme, ma erano separate da una terza sillaba; questa dipendenza (dependency) tra le sillabe non contigue sarebbe tipica nelle lingue naturali e si ritrova in molte costruzioni grammaticali.
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Le misurazioni EEG hanno dimostrato che i bambini erano in grado di riconoscere la violazione delle regole quando la combinazione si presentava con una sillaba “fuori posto”; inoltre, gli scienziati hanno, di tanto in tanto, variato il tono di una sillaba con un tono più alto con un risultato interessante: solo quei bambini il cui cervello ha reagito ai cambiamenti di frequenza del suono erano in grado di rilevare la dipendenze tra le sillabe.
Quando gli adulti affrontano la stesso compito dimostrano di reagire alle violazioni delle regole solo quando gli si chiede di cercare esplicitamente le dipendenze tra le sillabe; particolarmente interessante secondo i ricercatori sarebbe il fatto che gli adulti che hanno dimostrato l’apprendimento della regola hanno anche mostrato una forte risposta cerebrale ai cambiamenti di tono. Mueller e i suoi colleghi concludono che, evidentemente, la capacità di riconoscimento automatico si perde dopo la prima infanzia.
Questi risultati non solo possono aiutare a comprendere in che modo i bambini riescano a imparare una lingua così rapidamente durante il primo sviluppo, ma mettono in evidenza anche un forte legame tra capacità uditive di base e capacità di apprendimento di regole sofisticate. Gli scienziati stanno ora indagando se nei bambini che hanno mostrato differenze in risposta ai cambiamenti di tonalità e nella capacità di apprendimento delle regole siano riscontrabili effetti a lungo termine sullo sviluppo del linguaggio.
Coppia e terapia: come le dinamiche di appartenenza e separazione dalle proprie famiglie di origine influenzano la qualità dei legami di coppia.
Come accennato nell’articolo precedente, le dinamiche di appartenenza e separazione dalle proprie famiglie di origine inevitabilmente influenzano la qualità dei legami di coppia (ma non solo) che ciascun individuo stabilisce nel corso della propria vita.
Quasi come un moto ondoso, questi due processi, complementari ed ugualmente fondamentali nella strutturazione di un sé differenziato (Bowen, 1979), procedono di pari passo per tutto l’arco della vita di una persona.
Dai processi di appartenenza deriva il prezioso bagaglio fatto di valori, atteggiamenti, consuetudini, tradizioni che impariamo all’interno del contesto familiare e culturale in cui cresciamo; a livello di coppia questo patrimonio, o aspetti di esso, potrà rappresentare per ciascun partner un valore, una ricchezza, una vera e propria dote o, al contrario, essere percepito come un disvalore, un intrusione dalla quale prendere distanza o addirittura difendersi.
La separazione invece è il processo, a volte doloroso ma sempre necessario, che permette a ciascuno la costruzione dell’identità individuale.
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La separazione è un processo complesso e per nulla scontato, che può durare gran parte della la vita, a volte senza mai essere portato a termine (Andolfi, Angelo 1987). Secondo Williamson (1982) la “posizione Io” verrebbe raggiunta solo in età adulta, verso i 35-40 anni, grazie al superamento dell’ “intimidazione intergenerazionale”, cioè quella forma di dipendenza per cui un individuo, seppur adulto, continua a percepire i propri genitori come perfetti e onnipotenti nelle loro aspettative verso di lui; chi non vi giunge rimane intrappolato nella posizione di figlio senza riuscire a vivere i rapporti con i genitori ponendosi sul loro stesso piano generazionale, da adulto ad adulto insomma.
Se immaginiamo appartenenza e separazione come due piatti di una bilancia, potremmo dire che chi rimane cronicamente nella posizione di figlio è colui che si sente tanto gravato dal peso delle appartenenze (e delle aspettative) familiari, da non riuscire ad affrancarvisi.
Sul versante, solo apparentemente, opposto vengono invece a trovarsi coloro che hanno messo una distanza emotiva, e spesso anche fisica, tra sé e i propri vincoli familiari.
La principale espressione di questo “taglio emotivo” (Bowen, 1979; Andolfi, 2003) è la negazione dell’intimità e dell’attaccamento non risolto ai genitori. In questi casi la bilancia pende tutta dal lato della separazione che, ben lungi dal considerarsi parte di un processo di differenziazione del sé, è una vera e propria frattura nei processi di appartenenza, prematura e traumatica.
Il risultato è la mancanza di modelli a cui appartenere e dai quali separarsi; non potendosi differenziare – come ci si separa da qualcosa alla quale non si appartiene? – si è costretti a una pseudoindividuazione, cioè a un’indipendenza fittizia, in cui il vuoto relazionale spinge alla ricerca di legami compensatori, tanto necessari quanto temuti; il cutoff emotivo verrà però nuovamente utilizzato per controllare il proprio coinvolgimento emotivo nella relazione con il partner.
Tornando alla coppia risulterà ora più intuibile come l’equilibrio raggiunto da ciascun partner tra appartenenza e separazione sarà determinante nella costruzione del legame di coppia: non ci si può unire in modo soddisfacente se prima non ci si è separati da un rapporto in cui ciascuno dei partecipanti sia stato in grado di riconoscere il suo spazio personale e di affermare la propria separatezza e individualità.
Nel prossimo articolo parlerò più specificamente di come le dinamiche di triangolazione, in seno alla famiglia di origine, impediscono i processi di differenziazione dell’individuo e di come queste influenzano la costruzione del legame di coppia.
Williamson, D.S., La conquista dell’autorità personale nel superamento del confine gerarchico internazionale, in Terapia Familiare, n.11, A.P.F., Roma, 1982
Corso di Perfezionamento CBT in Sessuologia – PARTE 2
L’intervento del Dr. Zanoni illustra la Terapia Mansionale Integrata, terapia d’elezione per le disfunzioni sessuali, laddove queste non siano secondarie a difficoltà psicologiche e/o relazionali primarie e gravi.
La TMI consiste nella prescrizione alla coppia o al singolo di esercizi comportamentali che si organizzano in diversi percorsi, a seconda del problema da affrontare, ma caratterizzate da 4 tappe fondamentali: la conoscenza di sé, la conoscenza dell’altro (e di sé tramite l’altro), la conoscenza del proprio piacere e delle proprie emozioni, la conoscenza del piacere di coppia e dell’intimità.
La conoscenza di sé comprende la conoscenza personale, comportamentale, cognitiva e relazionale dal punto di vista sessuologico, quindi si parte da una conoscenza del proprio corpo e delle proprie risposte sessuali attraverso l’esplorazione visiva e tattile dei propri genitali (fino alle modalità di stimolazione degli stessi), passando attraverso la consapevolezza dei propri pensieri, del proprio dialogo interno, del proprio immaginario, e delle proprie emozioni attraverso un processo di auto osservazione, fino al riconoscimento dell’aspetto relazionale del proprio comportamento, e quindi la capacità di riconoscere il comportamento dell’altro come una “risposta” evocata da noi.
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Nella conoscenza dell’altro e di sé tramite l’altro, il partner diventa una sorta di specchio in cui osservarsi, sempre su tre livelli: livello comportamentale in cui vi è la conoscenza del corpo e delle risposte sessuali del partner e della percezione di sé attraverso il contatto con l’altro; livello cognitivo, in cui scoprire le risposte emotive e i desideri dell’altro come fonte di arricchimento e diversità; e il livello relazionale in cui conoscere i giochi di coppia e i ruoli giocati.
Nella conoscenza del piacere a livello comportamentale ci si espone a livelli di piacere orgasmico in maniera “egoistica”, con l’unico scopo di soddisfare i propri desideri; a livello cognitivo l’obiettivo è vivere pienamente l’esperienza emozionale consapevoli della sua non controllabilità e infine sviluppare il processo di “affidamento” nella relazione e di delega del controllo come inizio di un processo di cooperazione.
Nella conoscenza del piacere di coppia e dell’intimità, a livello comportamentale si esplorano i comportamenti utili a procurare reciprocamente piacere, mentre a livello cognitivo si elaborano le esperienze di esposizione a livelli di intimità crescente con la condivisione delle emozioni sessuali; infine a livello relazionale si sperimenta l’affidamento reciproco come traguardo di un processo di cooperazione.
Queste quattro tappe sono comuni ad ogni iter terapeutico, differenziandosi poi nello specifico delle mansioni per i diversi disturbi sessuali, articolandosi e sfumandosi l’una nell’altra nel processo terapeutico, in cui si sovrappongono e vengono affrontate a diversi livelli di complessità.
E’ con la lezione della Dr.ssa Rebecchi che entriamo nel vivo del Trattamento, iniziando con le Disfunzioni Sessuali Maschili.
Il DSM-IV-TR (APA, 2001), definisce le Disfunzioni Sessuali come caratterizzate da un’anomalia del desiderio sessuale e delle modificazioni psicofisiologiche che caratterizzano il ciclo di risposta sessuale, e causano notevole disagio e difficoltà interpersonali.
Due sono le Disfunzioni trattate: l’ Eiaculazione precoce (EP) definita come la persistente o ricorrente eiaculazione a seguito di minima stimolazione sessuale prima, durante,o poco dopo la penetrazione e prima che il soggetto lo desideri e il Disturbo Maschile dell’Erezione (DE), la cui caratteristica fondamentale è una persistente o ricorrente incapacità di raggiungere, o di mantenere fino al completamento dell’attività sessuale, un’adeguata erezione .
Le disfunzioni sessuali possono essere il risultato di molteplici fattori eziologici, sia organici che psicologici, per cui di fondamentale importanza è la valutazione del sintomo sessuale, qualunque esso sia, che comprenderà un’anamnesi dettagliata degli aspetti fisici, psichici, relazionali, familiari e socio-culturali della persona che presenta un problema sessuologico.
Questa analisi permetterà al terapeuta di formulare una restituzione al singolo o alla coppia, di tipo “ricostruttivo” per una lettura integrata dei diversi elementi indagati, utilizzando la curva della risposta sessuale e fornendo un primo intervento di tipo psicoeducativo.
Come abbiamo visto la Terapia Mansionale Integrata prevede quattro fasi con prescrizioni precise, comuni e diverse allo stesso tempo, nel senso che rappresentano un canovaccio sul quale però costruire iter terapeutici personalizzati.
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L’illustrazione dei protocolli di trattamento per le disfunzioni sessuali maschili ha permesso, grazie all’esperienza della pratica clinica della docente, di comprendere come meglio snodare e concettualizzare il funzionamento della persona che porta un sintomo sessuologico, con l’utilizzo flessibile e personalizzato delle mansioni, al fine di un intervento efficace.
I primi colloqui sono finalizzati alla ricostruzione del problema e la sua riformulazione per la formulazione di un contratto, ogni seduta inizierà con l’analisi delle mansioni e terminerà con la prescrizione delle mansioni successive.
Lo scopo della terapia non è solo la scomparsa del sintomo, ma anche il mantenimento del risultato raggiunto, perché quindi sia stabile è importante che cambino nella coppia i comportamenti, le emozioni, le convinzioni sulla sessualità, nonché che si modifichi l’interazione reciproca di questi elementi.
La TMI è una terapia sostanzialmente di coppia, ma i suoi principi possono essere applicati anche a terapie individuali: in tal caso dovranno modificarsi alcune caratteristiche significative, la principale delle quali è la ricerca della cooperazione e dell’intimità della coppia.
In tal senso, non ci sono le indicazioni per una TMI nel singolo quando la domanda sessuale è mascherata e/o è generata da problemi individuali e relazionali altri, nella coppia quando la discordia sessuale provoca la discordia coniugale, quando la discordia coniugale mortifica la disfunzione sessuale e/o, è grave ed associata a forte ostilità.
L’esperienza che costantemente emerge dalle esemplificazioni cliniche rimanda e sottolinea l’importanza del terapeuta che non assume il ruolo di “chi sa e comanda”, pur essendo una terapia esplicitamente direttiva, ma dovrà rappresentare, come dice Bowlby (1998), la base sicura da cui la coppia può partire per compiere esplorazioni sempre più lunghe e complesse nel mondo della sessualità.
American Psychiatric Association, Washington, D.C., 2000.Trad.it., DSM-IV-TR Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. IV ed. Text Revision. Masson, Milano, 2001.
Scelta del partner: la differenza di genere nelle preferenze previste dai modelli evoluzionisti è la più alta nelle società in cui la disuguaglianza tra uomini e donne è maggiore, e più bassa nella maggior parte delle società in cui la disuguaglianza tende a scomparire.
Uomini e donne utilizzano chiaramente criteri e strategie diverse nella scelta del partner, ma il motivo di queste differenze non è del tutto chiaro.
Un nuovo studio suggerisce che le motivazioni legate all’evoluzione forniscano solo una parte della spiegazione.
In termini evolutivi, infatti, il successo di uomini e donne è legato alle possibilità di procreare e assicurare sopravvivenza alla prole: per avere successo le donne hanno bisogno di avere accesso alle risorse necessarie all’allevamento della prole, (scegliendo, per esempio, gli uomini ricchi), e gli uomini hanno bisogno di avere accesso alle femmine fertili (scegliendo, ad esempio, giovani donne).
Ma dal momento che nella società moderna il successo non è necessariamente legato alla prole, i ricercatori Marcel Zentner e Klaudia Mitura dell’Università di York, hanno ipotizzato che l’influenza dei pregiudizi evolutivi sulla scelta del partner si riduca proporzionalmente con la parità di genere delle nazioni, o l’uguaglianza tra uomini e donne.
Per valutare le preferenze di genere nella scelta del partner i ricercatori hanno raccolto le opinioni di 3.177 partecipanti che hanno risposto a un sondaggio on-line; 10 i paesi coinvolti e classificati su una scala che misura il grado di divario di genere, la Global Gender Gap Index (GGI) – una misura che è stata recentemente introdotta dal World Economic Forum – che ha assegnato il valore minimo alla Finlandia e quello massimo alla Turchia.
I risultati, replicati in un secondo studio che ha coinvolto 8.953 volontari provenienti da 31 nazioni, indicano che la differenza di genere nelle preferenze previste dai modelli evoluzionisti è il più alta nelle società in cui la disuguaglianza tra uomini e donne è maggiore, e più bassa nella maggior parte delle società in cui la disuguaglianza tende a scomparire.
Questi risultati mettono in dubbio la teoria evoluzionista per la quale le differenze di genere nella scelta del partner sarebbero determinate da adattamenti evolutivi che si sono ancorati biologicamente al cervello maschile e femminile; tuttavia la matrice evolutiva di tali differenze non dovrebbe essere esclusa del tutto: infatti la capacità di modificare i comportamenti e gli atteggiamenti in tempi relativamente brevi, in risposta ai cambiamenti della società stessa, potrebbe essere sostenuta da un programma evolutivo che premia la flessibilità invece della rigidità.
Che trattamento ricevono i Bambini con Autismo in Europa?
Il progetto ESSEA: “Enhancing the Scientific Study of Early Autism”, comprende oltre 50 ricercatori e clinici di 22 diversi Paesi Europei, ed è sembrato il contesto ideale per porsi una domanda solo apparentemente semplice: che trattamento ricevono i bambini con autismo in Europa?
Nonostante l’autismo sia ormai ampiamente conosciuto nella maggior parte degli stati membri dell’Unione Europea, poco si sa sull’accesso ai servizi di trattamento nei diversi Paesi.
Attualmente non ci sono informazioni sistematiche sui servizi disponibili per i bambini con autismo nei diversi Paesi Europei, siano questi interventi forniti nei servizi sanitari o nelle agenzie educative.
Ancora più preoccupante è l’assenza di informazioni sui cosiddetti trattamenti “alternativi”, che comprendono alcuni approcci per i quali non vi è alcuna evidenza scientifica di beneficio e altri che sono potenzialmente pericolosi.
In Inghilterra il prof. Tony Charman, autore di numerose pubblicazioni e leader nella ricerca sull’autismo a livello mondiale, ha ricevuto fondi dalla European Science Foundation per organizzare una rete di scienzati in Europa per potenziare la ricerca sull’autismo.
Il progetto, denominato“ESSEA – Enhancing the Scientific Study of Early Autism”, comprende oltre 50 ricercatori e clinici di 22 diversi Paesi Europei, ed è sembrato il contesto ideale per porsi una domanda solo apparentemente semplice: che trattamento ricevono i bambini con autismo in Europa?
I ricercatori dell’Azione ESSEA hanno pertanto deciso di lanciare un sondaggio per raccogliere le prime informazioni su questo argomento. I genitori di bambini con autismo fino ai 6 anni di età sono invitati in tutta Europa a compilare un breve questionario online. Sarà loro chiesto di dire quali tipi di interventi e di servizi educativi sono attualmente disponibili per i loro bambini, dai servizi forniti da operatori sanitari, al nido e alla scuola materna ed elementare, fino ai trattamenti farmacologici e agli approcci complementari o alternativi.
Il questionario viene pubblicato su un sito web e sarà disponibile in tante lingue quante sono le nazioni coinvolte. In Italia, i genitori di bambini con autismo possono partecipare alla ricerca cliccando sul seguente link.
I COLLEGHI RICERCATORI E TERAPEUTI POSSONO INVECE CLICCARE QUI
Vi chiediamo di incoraggiare a partecipare chi, tra i vostri pazienti e conoscenti, possa essere interessato. Noi pensiamo che i genitori dei bambini con autismo saranno interessati a partecipare a questo studio davvero unico e importante.
Il questionario sarà aperto fino al 15 ottobre 2012. Chi fosse interessato a ricevere maggiori informazioni può contattare Erica Salomone, ricercatore referente per l’Italia a questo indirizzo email: [email protected].
Questa ricerca non aiuterà direttamente i genitori e le famiglie che vi prenderanno parte. Tuttavia, speriamo che le informazioni che raccoglieremo sulla disponibilità del trattamento per l’autismo in 20 diversi Paesi in Europa siano di beneficio in futuro e contribuiscano a sviluppare i servizi sanitari e le politiche dell’Unione Europa.
State of Mind ospita anche un sondaggio circa le opinioni dei professionisti della salute mentali sui disturbi dello spettro autistico. Segui questo link per partecipare!
EVENTO CONSIGLIATO: 3° Convegno Internazionale AUTISMI Le novità su diagnosi, intervento e qualità di vita. Riva del Garda (Trento), 15 e 16 ottobre 2012
Il mal di pancia di Kurt Cobain. Una possibile Autopsia Psicologica.
Everything is my fault
I’ll take all the blame
Aqua seafoam shame
Quando ancora oggi ascolto Kurt Cobain (1967-1994), il cantante-chitarrista leader della rock band Nirvana (fondata a Seattle nel 1987), mi vengono in mente due stati d’animo: rabbia e disperazione.
In teoria sono due stati d’animo contrastanti, perché la disperazione ha un che di passivo, in inglese si parla di hopelessness, come essere senza speranza appunto. La rabbia è sicuramente uno stato d’animo più dinamico ed attivo e credo che sia quella che conferisca alla disperazione l’energia dirompente che caratterizza la musica dei Nirvana
Rabbia e disperazione. Come un prigioniero chiuso in una gabbia per tanti anni che grida la sua voglia di uscire.
Questo solo soffermandomi sulla voce, al di là dei contenuti. La struttura di molte delle canzoni dei Nirvana è molto semplice e diretta, con una formula che ha avuto un successo clamoroso: un riff di chitarra (va bene anche se un po’ scordata o comunque con un suono sporco), una strofa cantata in modo abbastanza soft e un ritornello che letteralmente esplode, urlato disperatamente.
I Nirvana sono stati uno dei gruppi più importanti della scena indipendente di Seattle, che tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta è stata la mecca del grunge, un genere musicale con influenze rock e punk, che ha rappresentato i cambiamenti culturali dell’America di quel periodo, contagiando poi, come spesso succede, il resto del mondo.
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L’esplosione del gruppo è avvenuta con il secondo album Nevermind (1991) che ha venduto oltre dieci milioni di copie. Kurt Cobain è stato acclamato come portavoce involontario di “una generazione stanca di ascoltare le menzogne di genitori, governo e della musica delle radio commerciali” (Gaines, 1994), di una lost generation che si caratterizzava a partire dal look antifashion e un po’ sciatto: jeans strappati, capelli sporchi e tinti, t-shirt logore e le famigerate camicie di flanella a scacchi bianchi e rossi (modello tagliaboschi).
Paradossalmente sia la musica che il look grunge passarono in pochissimo tempo dall’essere forme di rottura alternative a divenire mode mainstream, imitate addirittura dai principali stilisti mondiali e il nostro fragile e sensibile artista non riuscì ad adattarsi a quello straordinario successo, e ai conseguenti cambiamenti che esso portò nella sua vita.
I testi dei Nirvana contengono stati d’animo di apatia, mancanza di speranza e rabbia contro un sistema sociale da cui Kurt si sentiva sempre più alienato, fino a scegliere il suicidio come via d’uscita dal disagio (anche se come per altre rockstar esistono tesi complottistiche che sostengono si sia trattato di un omicidio).
La storia di Kurt Cobain è ricca di aspetti psichiatrici e psicopatologici, culminati appunto con il gesto estremo. Vediamone alcuni.
Kurt era nato nel 1967 ad Aberdeen, una triste cittadina nello stato di Washington, sulla costa sud occidentale di Seattle, dove l’attività principale era costituita dall’industria del legname. Primo di due figli, durante l’infanzia soffrì della Sindrome da deficit di attenzione con iperattività (ADHD) e fu curato con il Ritalin (Metilfenidato). I genitori divorziarono quando aveva otto anni e il ragazzo crebbe “sballotato” tra diversi parenti. L’adolescenza fu caratterizzata da problemi nella condotta (vandalismo), esplosioni di rabbia con perdita del controllo e il consumo di sostanze stupefacenti, che continuerà per tutta la vita.
Kurt era dotato fin da piccolo di un grande talento artistico, inizialmente espresso attraverso le arti visive (frequentò una scuola superiore artistica) e successivamente nel songwriting. Iniziò a suonare la chitarra alle superiori attirato soprattutto dall’heavy metal e dal punk rock. Abbandonò la scuola poche settimane prima del diploma continuando a dedicarsi alla musica alle droghe e alla microcriminalità.
Circa due anni dopo fondò i Nirvana divenendone il leader e l’autore di musica e testi. Kurt sposò nel 1992 Courtney Love, la leader del gruppo femminile delle Hole e la coppia ebbe una figlia. Fu un matrimonio molto tumultuoso, caratterizzato da forti passioni, litigi violenti e riconciliazioni, abuso dichiarato di droghe come l’eroina, che fece perdere ben presto alla coppia la custodia della figlia, ritenuta non idonea al ruolo genitoriale.
Oltre a periodi di depressione ricorrente, Kurt Cobain soffriva cronicamente di gravi dolori addominali, che sosteneva di riuscire a curare solamente attraverso l’effetto analgesico degli oppiacei, nella fattispecie l’eroina, di cui è stato dipendente per diversi periodi della sua vita. Abusava anche di altri analgesici.
In un intervista alla rivista Rolling Stone dichiarò che i dolori erano così forti che lo portano ad avere seri problemi di alimentazione, fino a sviluppare un’ideazione autolesiva, “…avrei voluto uccidermi ogni giorno. Ci sono andato vicino diverse volte. Mi sono trovato in tour, steso sul pavimento a vomitare aria, perché non andava giù neanche l’acqua…”.
Consultò diversi medici che non furono in grado di individuare la causa, considerando alternativamente una scogliosi infantile e lo stress. Pare che solo negli ultimi mesi della sua vita fosse stata individuata una vertebra spostata come causa del dolore, che beneficiò di un trattamento fisioterapico. Non possiamo però non ipotizzare e considerare anche il fattore psicogeno nella patogenesi di un dolore cronico così importante.
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A livello diagnostico, oltre a un evidente disturbo dell’umore e un importante abuso di sostanze, si possono rilevare dalla biografia dell’artista diversi criteri diagnostici DSM-IV (APA, 1994) tipici del disturbo di personalità borderline: impulsività, disturbi dell’alimentazione (anche se legati al dolore cronico), instabilità nelle relazioni, tentativi di suicidio.
Diversi studi sottolineano come le persone affette da depressione e da disturbo di personalità borderline presentino maggiore prevalenza di dolore cronico rispetto alla popolazione (Tragesser SL et al., 2010, Sansone e Sansone, 2012). Si ipotizza in particolare che le persone affette da disturbo di personalità borderline possano presentare un deficit di autoregolazione del dolore, oltre che delle emozioni. E’ stato dimostrato inoltre come eventi traumatici psichici (nel caso di Kurt la separazione dei genitori?) o sessuali nel periodo infantile possano predisporre l’insorgenza nell’adulto di sintomatologia dolorosa cronica e difficilmente trattabile (Schofferman et al., 1993).
Non va inoltre trascurato il significato relazionale del dolore, nel tentativo di attivare di risposte di accudimento da parte delle figure di attaccamento. La letteratura ci mostra chiaramente come il dolore cronico figuri tra i fattori di rischio della comparsa di ideazione suicidiaria, dei tentativi autolesivi e del sucidio compiuto, con uno studio che si riferisce specificamente al dolore addominale nella popolazione ispanoamericana degli USA (Magni et al., 1998).
Possiamo dunque ipotizzare che il dolore addominale abbia avuto un ruolo fondamentale oltre che nell’abuso autoterapeutico di sostanze, anche nel favorire tendenze autolesive e suicidiarie dell’artista. In tema di autolesionismo, Kurt scrisse la canzone “I hate myself and I want to die”, che fu poi scartata dall’album In Utero (1993;…titolo delizioso per gli psicanalisti…), ma il cui contenuto è piuttosto esplicito, anche se il cantate sostenne in un’intervista che si trattasse di una frase ironica.
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Sono inoltre noti almeno due importanti tentativi autolesivi nel mese precedente al suicidio: prima Kurt fece un’ingestione incongrua di champagne e Roipnol (flunitrazepam) durante il tour europeo a Roma e successivamente si chiuse armato in una stanza a Seattle e fu costretto a uscire dalle forze dell’ordine chiamate dalla moglie. Come è noto, i tentativi di suicidio sono tuttora il principale fattore di rischio per il suicidio consumato (Owens et al., 2002). Probabilmente consapevoli di tale rischio, la moglie e i colleghi riuscirono a fare ricoverare per la disintossicazione Kurt in una clinica di Los Angeles, da cui però si allontanò poco dopo, trascorrendo gli ultimi giorni in solitudine.
Kurt Cobain si suicidò all’età di ventisette anni nel 1994 con un colpo di fucile nella sua casa di Seattle.
Era un amante delle armi che teneva regolarmente in casa, come molti americani. Anche la pronta disponibilità di mezzi letali è considerato un importante fattore di rischio suicidiario ed è il target di tante campagne di prevenzione (Sarchiapone et al., 2011).
Accanto al corpo c’era una lunga nota suicidiaria in cui Kurt raccontava il proprio profondissimo disagio da individuo ipersensibile quale era (“…penso che io amo troppo la gente, così tanto che mi sento troppo fottutamente triste. Il piccolo triste, sensibile…!”) e la mancanza di entusiasmo nel continuare il lavoro di musicista che è ben sintetizzata nella frase di una canzone di Neil Young contenuta nella lettera “è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”.
Nella nota Kurt si rivolge alla moglie e alla figlia e pare mostrare un atteggiamento paradossalmente protettivo nei confronti di quest’ultima, a cui sembra tentare di giustificare il proprio gesto (“Non posso sopportare l’idea che Frances diventi una miserabile, autodistruttiva rocker come me”).
Le analisi tossicologiche hanno mostrato presenza di eroina e benzodiazepine. Il suicidio dell’artista non ha determinato il temuto effetto werther (fenomeno per cui la notizia di un suicidio pubblicata dai mezzi di comunicazione di massa provoca nella società una catena di altri suicidi) nei mesi successivi all’evento, nonostante l’enorme eco suscitato dalla vicenda sui media specializzati e non (Martin and Koo, 1996; Jobes et al, 1996). Questo può essere stato dovuto al modo corretto da parte dei media di trattare la notizia, enfatizzando l’artista, ma stigmatizzando il tragico gesto.
Anche il modo particolarmente violento con cui Kurt si è suicidato, ne ha allontanato l’immagine da quella di star solitaria romantica e incompresa, che si lascia morire in modo dolce dal sonno all’overdose, come ad esempio Marylin Monroe. Pare inoltre che sia stato molto efficace nel disincentivare i comportamenti imitativi, la diffusione di una registrazione in cui la moglie legge parti della nota suicidiaria, esprimendo sincere imprecazioni di rabbia e di profondo dolore per la perdita, che hanno reso l’evento molto reale, con poco spazio per il romanticismo o l’idealizzazione.
Il suicidio di Kurt Cobain e la conseguente “autopsia psicologica” pone l’accento su una categoria particolarmente a rischio su cui devono concentrarsi gli interventi di prevenzione: giovani uomini, dediti all’uso di sostanze, che non hanno compliance alle cure e che hanno accesso a mezzi autolesivi letali. We must care…!
Nell’ambito della letteratura psicologica e non solo, spesso si è parlato del legame connotandolo dei più svariati significati e attribuendovi diverse modalità relazionali.
La mia idea è quella di parlare del legame fraterno in una cornice di tipo sistemico-relazionale.
Quando si pensa a questo tipo di legame, spesso vengono in mente concetti come simmetria, pariteticità e somiglianza che portano alla costituzione di un legame basato sulla collaborazione (fratelli che vanno d’accordo e che collaborano tra loro) mentre, legami basati sulla competitività portano a un innesco reciproco di violenza (fratelli che non perdono occasione per litigare fino a giungere a delle escalation violente).
Queste due tipologie di legame risultano utili per comprendere come il legame fraterno possa avere in sé delle differenze che, come ricordano Cigoli e Scabini (2000), sono differenze intese in senso Batesoniano: ogni informazione proveniente da altro da me è differenza che fa differenza e arricchisce il mio potenziale relazionale.
Infatti, come sostengono questi autori, “ogni figlio è il risultato dell’incontro di quattro generazioni, per cui il corredo genetico è solo in parte condiviso” (Cigoli e Scabini, 2000). Inoltre, ogni figlio ha un sesso distintivo, occupa un ordine di genitura, nasce in un certo periodo della vita familiare, è investito di attese specifiche da parte della parentela.
Quindi, parafrasando Cigoli, la relazione fraterna è come “un vincolo”, ovvero un legame di dipendenza e di connessione dei figli-fratelli con le generazioni precedenti. Questo vincolo implica che tra genitori e figli ci siano delle regole implicite/esplicite da rispettare (lealtà, rispetto).
Considerando il ruolo che gioca il caso, diversi studiosi si sono interessati a studiare le differenze relazionali in cui i fratelli sono implicati. In virtù di questo, la relazione fraterna se considerata nella sua matrice, va riferita al potenziale differenziante della famiglia, ovvero, alla capacità di questa di creare legami unici con ciascun nuovo nato.
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Sulla base dei risultati della ricerca psicosociale e clinica di Cigoli e Scabini (2000) destano notevole interesse le differenze trovate nella relazione genitori-figli e le differenze riscontrate nella relazione tra fratelli. Infatti, è stato riscontrato che nella cementificazione del legame fraterno, avendo lo studio come categorie di riferimento il potenziale differenziante della famiglia e la sensibilità alla differenza da parte dei figli-fratelli, gioca un ruolo importante il fatto che la famiglia riesca o meno nel compito di differenziare tra di loro i figli, cioè, di conferirgli unicità personale.
La capacità della famiglia di riuscire a instaurare legami con i figli che abbiano caratteristiche di unicità e diversità è fondamentale, in quanto permette di rendere il legame di un figlio con un genitore diverso rispetto a quello che il genitore ha con l’altro figlio e questo evita omologazioni avventate tra legami che, in quanto costituiti da persone diverse, non possono essere uguali. Tuttavia, queste differenze di trattamento nei legami possono essere prodromo di potenziali conflitti fra fratelli nel caso in cui il trattamento ricevuto dal genitore non corrisponda alle aspettative del figlio.
Elemento, invece, che sembra accomunare i fratelli è l’incastro di coppia coniugale-genitoriale. Infatti, sempre nella ricerca Cigoli-Scabini, è emersa l’interdipendenza presente tra il legami di coppia (aspetto coniugale e genitoriale) ed il legame con i figli.
Sembrerebbe infatti, per i figli, che la qualità del rapporto tra i coniugi e e quello tra figli e genitori sia di grande importanza per lo sviluppo della relazione fraterna, nel senso che ne fa da matrice. Quindi, alle basi del legame fraterno, sembrano giocare un ruolo importante la relazione della coppia (coniugale-genitoriale) e la capacità della famiglia di creare legami differenti con ogni figlio al fine di evidenziarne l’unicità del legame stesso.
De Bernart, R., Pecchioli, S., & Ferrara, D. (1992) “l’importanza di essere fratelli”. In terapia familaire, 38, pp. 21-30. (SCARICA L’ARTICOLO IN PDF)
Verbalizzare ed Esplicitare le proprie Emozioni di Paura aiuta a controllare l’Ansia.
Descrivere le propre emozioni mentre ci si trova in una situazione di forte paura e stress emotivo può aiutare a sentirsi meglio. È quanto scoperto grazie a una ricerca condotta alla University of California (UCLA).
Lo studio ha coinvolto 88 persone aracnofobiche alle quali è stato chiesto di affrontare una tarantola posta in un contenitore aperto: il compito prevedeva un progressivo avvicinamento al ragno fino ad arrivare, se possibile, a toccarlo.
Mentre si avvicinavano i soggetti avevano consegne differenti: a un primo gruppo è stato chiesto di descrivere ed etichettare le emozioni provate; un secondo gruppo doveva utilizzare vocaboli che riuscissero a smorzare l’intensità dell’emozione provata così da ridurre la minacciosità dell’esperienza, ad esempio “questo ragnetto non può farmi alcun male e io non ne ho paura!”; un terzo gruppo di soggetti doveva verbalizzare qualcosa di irrilevante rispetto all’esperienza in corso; infine un quarto gruppo procedeva all’esposizione silenziosamente.
Il compito di avvicinamento è stato ripetuto la settimana successiva, monitorando i partecipanti nelle loro reazioni fisiologiche all’ansia. Le differenze tra il primo e gli altri tre gruppi sono state significative: i risultati indicano che chi aveva potuto descrivere ed etichettare le emozioni provate durante l’esposizione riusciva ad avvicinarsi di più al ragno e a provare meno timore, avendo anche una reazione fisiologica meno intensa.
Gli scienziati hanno anche analizzato le parole utilizzate dai soggetti. Coloro che hanno utilizzato un numero maggiore di parole negative hanno ottenuto risultati migliori, sia in termini di avvicinamento alla tarantola che per quanto riguarda i correlati fisiologici dell’ansia.
Cioè descrivere la tarantola come terrificante tanto quanto appariva, si è rivelato utile nel ridurne la paura.
Questo approccio si differenzia sostanzialmente da quello in cui l’esposizione mira alla ristrutturazione cognitiva delle esperienze con una ridefinizione verbale di essa e delle emozioni in termini meno ansiogeni e più accettabili;
I risultati sono anche in contrasto con il senso comune, secondo cui mettere a fuoco e nominare aspetti di un esperienza negativa proprio mentre la si vive, la farebbe apparire ancora più ansiogena.
Questo è il primo studio che dimostra i benefici dell’etichettamento delle emozioni di paura e ansia in un ambiente reale; sembra inoltre che tale processo interessi la corteccia prefrontale ventro-laterale, una regione del cervello coinvolta nella etichettatura e nella regolazione delle emozioni, in particolare delle risposte emotive.
Il congresso è interessante perché l’ambiente della SPR non è un’arena neutra in cui ci si accomoda per fare ricerca, ma ha una sua identità ben precisa. La SPR fin dagli anni ‘70 si raccoglie intorno a un significativo gruppo di ricercatori di formazione psicodinamica e dedica la massima parte dei suoi sforzi all’analisi scientifica ed empiricamente provata delle componenti più complesse del processo terapeutico.
Questo vuol dire minore attenzione agli interventi di contenuto esplicito (che siano interpretazioni psicodinamiche o ristrutturazioni cognitive) e concentrazione sui fenomeni di tipo interpersonale, emotivo e procedurale.
Accanto a questa ricerca molto sofisticata, la SPR continua a promuovere il tema della terapia empiricamente efficace nei servizi pubblici.
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Qui la partita è tra chi sostiene un modello “hard” con terapie molto manualizzate e standardizzate da testare come se fossero farmaci e modelli più flessibili che cercano di unire validità empirica e complessità terapeutica.
Nella tavola rotonda del primo giorno si parlava appunto di questo e si sono confrontati la posizione hard di Giuseppe Nicolò e quella più soft di Vittorio Lingiardie Antonella Bozzaotra. Sempre nel filone “soft” si colloca l’incontro con gli scrittori Gianrico Carofiglioe Diego De Silva.
Tra le varie ricerche presentate vi erano quelle sull’obesità del gruppo diretto da Giorgio Caviglia, quelle sulla metodica del Q-set promossa da Antonello Colli e Francesco Gazzillo, le ricerche sul processo diSergio Salvatore, di Omar Gelo edi Diego Rocco, e le ricerche sulla metacognizione e i processi interpersonali di Raffaele Popolo e Giancarlo Dimaggio, i lavori di area gruppale di Gianluca Lo Coco o evolutiva di Adriana Lis.
Segnaliamo anche le interessanti considerazioni di Franco Del Corno, Francesco Gazzillo e Vittorio Lingiardisui pregi, i limiti e gli sviluppi del manuale diagnostico psicodinamico.
Infine c’è stata la presentazione magistrale di Mark Hilsenroth sull’alleanza terapeutica.
Ottimistiche le considerazioni conclusive sulle prospettive in Italia della ricerca espresse da Sergio Salvatore, Adriana Lis e Girolamo Lo Verso, che hanno mostrato una felice capacità di apprezzare tutti i contributi provenienti sia dall’Università che dalle scuole di psicoterapia.
Segnaliamo infine l’ottimo lavoro del comitato organizzatore del congresso, culminato in una splendida cena sociale nella costiera amalfitana. Grazie!
Storie di Terapie #12: Priscilla, la Colpa e i suoi 106 Kg
Storie di Terapie
Nei casi clinici che seguono, l’arrosto sostanzioso dei vari pazienti è condito con il sugo della fantasia, per rendere non identificabili le persone e la lettura più avvincente. Spesso ho condensato in un solo paziente più persone e, quasi sempre ci sono scappati pezzetti di me stesso. – Leggi l’introduzione –
Quando Priscilla ha occupato l’intero specchio della porta dello studio, impedendo l’entrata della luce mi sono rannuvolato. Non amo lavorare con i disturbi alimentari, forse perché ne sono subdolamente affetto ma, siccome questo vale certamente per me e probabilmente, per molti colleghi per la grande maggioranza delle patologie che trattiamo, mi dico che non posso fami inibire da ciò.
Pregiudizio: una persona obesa, se cerca una terapia, lo fa per riuscire a dimagrire.
Intendiamoci, Priscilla sa di essere obesa con i suoi 106 kg. da nuda e vorrebbe anche dimagrire ma non è per questo che viene da me. E’ stanca, non ce la fa più, non sa come tirare avanti.
E subito scatta un altro pregiudizio: è la solita depressa insoddisfatta della vita, che chissà quale felicità si aspettava ed è in vena di proteste sindacali con il padreterno o il destino (a piacere per credenti e non).
Secondo errore: non è stanca della vita come chi organizza il suicidio nel senso che è annoiato, anedonico, dolente, privo di desideri. No, Priscilla è affaticata come chi ha troppo da fare.
La terapia potrebbe concludersi qui, con il consiglio di ridurre i ritmi e farsi una bella dormita ma il problema è che, per far così, Priscilla dovrebbe mandare al diavolo una serie di persone tra i quali i suoi tre figli ed il marito che la vedono come una lavatrice, lavastoviglie, aspirapolvere e bancomat contemporaneamente.
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Contratto di terapia può essere dunque questa sua tendenza a sottomettersi ai voleri e capricci dell’altro, scopriremo più avanti, allo scopo di essere accettata. Naturalmente questa sua tendenza attira intorno a lei profittatori e opportunisti di ogni genere, secondo il detto romano per cui “se te fai cantone, te pisciano addosso”.
Priscilla ha quarant’anni e si vanta, a ragione, di una pelle liscia e di un seno solido e copioso che attira immancabilmente lo sguardo degli uomini, nonostante le sottostanti ciambelle che la avvicinano all’omino della Michelin. Con un pizzico di vanità, annota che a vent’anni e quaranta chili fa era “una fica da paura”, ma che le sta bene pure così.
Ha un marito, coetaneo, che gestisce con i genitori un famoso ristorante, e tre figli: Luca di sedici e Marianna di diciassette anni, adolescenti ribelli, viziati e irrispettosi, entrambi abbondantemente sovrappeso e incapaci a scuola, poi c’è Fabio di quattro anni, frutto evidente di un colpo partito accidentalmente.
Per rendere più vivace la situazione si è dotata anche di un cane bonsai che ha le stesse necessità assistenziali di un San Bernardo ma una irrequietezza che non appartiene al gigante delle nevi.
E’ stufa di essere sovraccaricata dalle richieste di tutti e di essere giudicata inadempiente.
Lavora a casa come estetista su appuntamento, in più vuole laurearsi in medicina e fare il medico, prendersi cura degli altri le viene naturale e le cure estetiche sono un ripiego rispetto alle cure vere e proprie.
Non si limita a sognare, sta racimolando i soldi per l’iscrizione e passa le giornate a studiare sui libri delle medie e delle superiori dei figli, per prepararsi ai test di ingresso. Il suo progetto è bollato come velleitario e osteggiato da tutti i familiari, vicini e lontani.
L’attuale famigliaoltre ai figli e al cane annovera il marito Francesco, che è stato ed è il grande amore della sua vita. Quando ne parla il suo viso si illumina come quello delle adolescenti al primo amore.
Lavora nel grande ristorante di famiglia con uno stipendio modesto perché “tanto tutto questo un giorno sarà tuo”. Questo giorno non si presenta vicino perché i suoceri vivono per il ristorante e, nonostante l’età, non mollano assolutamente la gestione. Entrambi dichiarano orgogliosamente di voler morire tra i fornelli tra una comanda e l’altra.
Francesco, tornato dal lavoro, trascorre tre ore al giorno in palestra e poi altre due di allenamento a casa: per lui, l’attività fisica è un bisogno irrinunciabile. Poi, con le energie ritemprate, si dedica alla critica di Priscilla per il disordine della casa.
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Per dare un’idea della considerazione da elettrodomestico di cui Priscilla gode in famiglia un esempio: se Francesco alle tre di notte si preoccupa perché uno dei figli non è rincasato, la sveglia perché lei gli telefoni. I suoceri inviano un flusso costante di cibo per aiutarla, ma il risultato è che sono loro ad avere il controllo sull’alimentazione familiare e ad invadere costantemente l’intimità domestica.
Anche il sovrappeso familiare diffuso non si giova di questa consuetudine. Un effetto secondario, che ne è la conseguenza e finisce per rinforzarlo, è che Priscilla non ha mai imparato né a cucinare, né a fare la spesa. Cosa si mangerà a colazione, merendina di metà mattino, pranzo, merenda e cena è l’argomento più interessante per tutta la famiglia, ma lei non sa mettere in tavola che precotti riscaldati al microonde.
La famiglia d’origine di Priscilla è composta dalla madre Amalia, dal fratello maggiore di cinque anni, Bruno e dalla sorella, minore di tre, Silvia. Il padre, amato e idealizzato come l’unico che l’avesse a cuore, è morto per un ictus cinque anni fa. Poiché la notizia la raggiunse in treno, da allora Priscilla non usa più le ferrovie per spostarsi.
Il padre lavorava in banca, dove ha sistemato anche il figlio maschio che ora vive fuori Roma. Quando erano ragazzi, ruoli e schieramenti erano i seguenti: Bruno, il primogenito, orgoglio familiare per i successi scolastici, identificato come successore del padre alla guida della famiglia; Silvia, la piccolina, adorata dalle madre, perfezionista e gravemente anoressica, fa un matrimonio di convenienza in via di liquidazione e si dedica alla professione di avvocato prestigioso e danaroso. Tra lei e Priscilla c’è una evidente competizione che vedono Silvia sempre vincente agli occhi del giudice unico, la madre.
Sono l’esatto contrario l’una dell’altra: Silvia, tuttora anoressica, bravissima, ricca, egoista e narcisista, ha una naturale tendenza a pretendere tutto dagli altri. Priscilla obesa, sempre giudicata di modeste capacità, coattamente oblativa, ha un’altrettanto incoercibile tendenza a mettersi al servizio di chiunque.
Tracce di questo modo di fare erano presenti nel padre che, in effetti, aveva una preferenza per Priscilla.
Su di lui Priscilla ha puntato tutto in famiglia ma si è dimostrato il cavallo sbagliato, sia perché il suo potere in famiglia era minore, sia per la sua precoce scomparsa che l’ha lasciata senza sponsor.
Il ruolo di pecora nera, che Priscilla inizia a far suo in adolescenza con comportamenti ribelli e insuccesso scolastico, viene certificato ufficialmente con il suo osteggiato fidanzamento con Francesco e, addirittura, con l’imprevista gravidanza che ne indurrà le nozze. In concomitanza temporale con l’osteggiato fidanzamento, Priscilla inizia ad ingrassare e aumenta di 40 kg in tre anni.
Oggi sostiene che si trattava di un dispetto che lei, inconsapevolmente, faceva ai suoi, che avevano il mito della bellezza e della magrezza che la sorellina incarnava, una sorta di ulteriore gesto di ribellione.
Chissà, però, che questa spiegazione non sia stata indotta da una precedente psicoterapia sistemicacui fu spedita, superato il livello di guardia dei 75 kg.
Quello che Priscilla riferisce è che il sovrappeso la rendeva invece più simile alla famiglia di Francesco.
Le due famiglie non si sono mai frequentate e, tuttora, non comunicano e le nonne non collaborano in nessun modo nella gestione dei nipoti. I motivi di ostilità sono opposti, ma simmetricamente sostenuti dalla vergogna.
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La famiglia di Priscilla è sempre stata in soggezione rispetto al potere economico dei consuoceri. Il grande ristorante è, visto da fuori, come una sorgente inesauribile di denaro facile mentre, dall’interno, è percepito come un mostro che richiede un sacrificio esistenziale totale, la rinuncia a vacanze e svaghi e una dedizione monacale per garantire la vita decorosa di chi vi lavora.
La famiglia di Francesco, al contrario, si è sempre sentita inferiore culturalmente ai consuoceri, lui impiegato in banca, lei insegnante.
Il progressivo lievitare fisico di Priscilla l’ha spostata progressivamente nell’appartenenza da una famiglia all’altra, ma ora si sente straniera da entrambe le parti.
Soprattutto si sente colpevole: per i suoi è colpevole di essere grassa e non colta, per i suoceri è colpevole di essere disordinata e poco lavoratrice.
Nel continuo tiro al bersaglio su Priscilla anche i figli e Francesco sono impegnati, utilizzando argomenti dell’una e dell’altra parte. Tutti infatti hanno percepito, più o meno consapevolmente, che la colpa è il motore della disponibilità di Priscilla. Non si deve immaginare che questo vissuto di colpa renda Priscilla una persona cupa e pesante, tutt’altro.
Il suo arrivo a studio è portatore di gioiosità per me , per gli altri colleghi dello studio e per i pazienti in sala d’attesa. Sa farsi voler bene e, soprattutto, sa leggere immediatamente i desideri e i gusti altrui, scrutando i visi. Del resto, si è allenata per tutta la vita a far questo, “scusate il disturbo” sembra sempre premettere ad ogni interazione, “lasciatemi fare e vedrete che soddisferò i vostri desideri”.
Questo comportamento di disponibilità indiscriminata e incontrollata è talmente evidente, anche ad occhi non clinici, che è stato il motivo dell’invio in psicoterapia.
Certamente Priscilla doveva già covare l’idea di farsi aiutare, stanca di essere considerata da tutti una nullità e una schiava, ma la goccia che ha fatto prendere la decisione è stata la cassiera del bar sotto casa.
Una mattina l’ha presa da parte e le ha detto rispettosamente se si fosse o meno accorta che, quando lei entrava per fare colazione, si precipitavano nel bar una serie di vicine e presunte amiche che consumavano ogni ben di Dio e si approvvigionavano di beni di conforto e sigarette che poi lei, regolarmente, pagava per tutti. A lei, invece, nessuno aveva mai offerto un caffè.
Fu la stessa cassiera, a sua volta mia ex paziente, a darle il mio numero di telefono.
La prima volta mi disse che doveva proprio essere grave, visto che anche gli estranei si accorgevano dei suoi problemi.
Una motivazione alla terapia, che comunque faceva parte del problema, era la preoccupazione che questo suo comportamento potesse danneggiare economicamente e moralmente i suoi cari.
I problemi iniziarono quando la coscienza della propria vocazione al martirio e la necessità di comportamenti più assertivi furono ricollocate all’interno della famiglia.
Iniziarono allora i sabotaggi, perché la Priscilla “malata” faceva comodo a tutti, se non fosse stato per il suo eccessivo lagnarsi che speravano io risolvessi. Invece, con il rimpianto di tutti, al diminuire delle lagnanze aumentarono le incazzature e questa fu la fase veterofemminista della psicoterapia.
Mi sentivo come una leader in zoccoli e gonnellona a fiori degli anni settanta che spinge una compagna a prendere coscienza e liberarsi dalla dittatura maschile e della schiavitù del ruolo di angelo del focolare.
Avevo un potente alleato: il suo forte desiderio di fare il medico, tuttavia temetti seriamente che la marcia trionfale verso la conquista dei propri diritti potesse arrestarsi quando fu bocciata ai quiz di ammissione per la facoltà di medicina. Non fu così anzi, il lavoro prese una piega migliore. Il cambiamento doveva avvenire soprattutto dentro di lei, le psicoterapie cambiano l’ interiorità e solo per questa strada talvolta producono anche cambiamenti esterni. Dovevo togliermi il gonnellone fiorato, scendere dalle barricate per la gestione autarchica dell’utero e tornare a fare l’artigiano riparatore dell’anima: avrei dovuto trovare un altro modo ed un’altra sede per espiare le mie colpe maschili.
Ci soffermammo su cambiamenti molto più microscopici. Da un lato concordammo con Priscilla che dovesse prestare attenzione ai propri gusti, a ciò che voleva veramente. Per tanto tempo era stata talmente concentrata sulle attese e i desideri degli altri che i propri li aveva persi di vista, non è che li trascurasse a vantaggio degli altri, è che proprio non c’erano più.
Se molti pazienti devono essere aiutati a decentrarsi, con lei il lavoro fu opposto: doveva ricentrarsi, rimettersi al centro. Partimmo con i gusti alimentari, tema per lei caldo. Anche lì scoprimmo che non aveva preferenze definite, mangiava un po’ di tutto, spinta soprattutto dalla paura di non avere cibo a disposizione nel momento in cui avesse avuto fame.
Riteneva intollerabile la sensazione della fame insoddisfatta. Facemmo varie esposizioni in studio rispetto a questa sensazione, senza mai mettere nel mirino l’obiettivo di dimagrire, poiché anche il dimagrimento non era un suo obiettivo ma un compiacere le aspettative della famiglia.
Una volta che iniziò a percepire i propri gusti e le preferenze iniziammo “Il Training del No”: di fronte ad una richiesta di chiunque altro, doveva evitare di rispondere immediatamente con il “si” che partiva automatico e rispondere un generico “ci penserò”, poi doveva prendersi del tempo per sé, senza la pressione dell’altro e valutare se la richiesta fosse compatibile con i suoi desideri, infine poteva rispondere ed osservare l’effetto relazionale che un eventuale “no” producesse.
Nel giro di tre mesi iniziò ad apprezzare dei cambiamenti: il tono con cui si rivolgevano a lei era più garbato e si era passato dall’ordine alla richiesta, la sua disponibilità non era data per scontata e quando si manifestava veniva ringraziata e ricambiata.
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Una delle motivazioni fondamentali, per questo lavoro faticoso, era di essere un migliore esempio per i figli.
Il tono costante di criticismo e l’esasperata emotività espressa in famiglia si attenuarono, persino il cagnolino sembrava che abbaiasse di meno e che fosse meno pretenzioso con le sue richieste di uscire a passeggiare.
Un giorno Priscilla arrivò alla seduta piangente. Era venuta in macchina con la madre, che poi avrebbe dovuto accompagnare dalla sorella cui guarda i figli.
Tutto il viaggio era stato occasione di litigi perché Priscilla lamentava le preferenze che la madre mostrava per la sorella. Ad un certo punto, la madre aveva detto di auspicarsi una rapida conclusione della terapia perché le sembrava che stesse sempre peggio e che dubitava della mia competenza. Priscilla era partita in mia difesa rincarando la dose e accusando la madre quando, a questo punto, la madre aveva detto “mi sa che sarebbe stata meglio l’altra”.
Fu in macchina, sotto lo studio, nel mezzo di un diluvio, che Priscilla apprese di essere nata al termine di una gravidanza gemellare durante la quale il feto della gemella era stato riassorbito. I medici avevano spiegato ai genitori che si trattava di una evenienza piuttosto comune, uno dei due gemelli per sopravvivere fa fuori l’altro. Di lì a pensare che chi sopravvive è il più cattivo il passo è breve. Non ricordava che nessuno glielo avesse mai detto esplicitamente da piccola, ma questo poteva spiegare quel senso di colpa originario che lei avvertiva e che la portava a scusarsi per tutto.
Si rese conto che era una “mission impossible”, il senso di colpa del sopravvissuto rischiava di rovinare la sua esistenza.
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Privarsi delle cose, abbassarsi, la avvicinava alla sorte della gemella che non era nata, attenuava il gap di fortuna che distanziava le due creature, destinate ad essere identiche. Razionalmente si rendeva conto che neppure la propria morte avrebbe pareggiato i conti perché almeno lei era vissuta per un po’ e poi non aveva nessuna intenzione di morire, non era questa la strada.
Qui ebbe un colpo di genio che, forse memore della precedente esperienza terapeutica, attribuì ad un sogno in cui correva in una strada del centro, affollata per lo shopping, insieme alla sua gemella su un tandem. Io, più incline ad ricercare la ragione dei sogni in pesantezze gastriche, preferii immaginarla come una rivoluzionaria ristrutturazione cognitiva.
Sta di fatto che Priscilla pensò che, se non poteva far pari morendo lei, poteva farlo facendo vivere la gemella, che chiamò Livia. D’ora in avanti si sarebbe concesse delle cose per lei ed altre per Livia.
Per Livia, inoltre, qualsiasi desiderio era ammesso, poichè doveva recuperare anche l’infanzia e l’adolescenza. Sarebbe diventata, insomma, la madre accudente, generosa e complice di questa parte di se stessa che aveva battezzato Livia.
La pregai di considerare tutto ciò soltanto come una metafora e di tenerla per sé, temendo che l’avrebbero portata da un altro psichiatra che avrebbe prescritto, copiosamente, degli antipsicotici.
Di lì a poco concludemmo la terapia, perché era contenta della sua vita, senza prevedere dei follow up. Immagino che tutto stia andando bene perché da lei ho avuto ulteriori invii. Una di queste persone mi ha raccontato che Priscilla e Francesco hanno avuto un quarto figlio che porta il mio nome.
Può un farmaco antinfiammatorio aiutare nella cura della depressione? Sembrerebbe proprio così.
“L’infiammazione è la risposta naturale del corpo alle infezioni o ferite” spiega Andrew H. Miller, MD, autore senior dello studio che sostiene questa tesi e professore di Psichiatria e Scienze Comportamentali alla Emory University School of Medicine.
“Tuttavia, quando prolungata o eccessiva, l’infiammazione può danneggiare molte parti del corpo, compreso il cervello.“
Precedenti studi hanno dimostrato che le persone depresse, in presenza di infiammazione elevata, hanno meno probabilità di rispondere ai trattamenti tradizionali con farmaci antidepressivi e la psicoterapia.
Lo studio in questione è stato progettato per verificare se ridurre l’infiammazione possa essere un trattamento utile per la depressione farmaco resistente.
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L’infliximabè uno dei nuovi farmaci biologici utilizzati per trattare le malattie autoimmuni e infiammatorie come l’artrite reumatoide, e la malattia infiammatoria intestinale.
Un farmaco biologico riproduce gli effetti delle sostanze naturalmente prodotte da parte del sistema immunitario. In questo caso, il farmaco usato è un anticorpo che blocca il fattore di necrosi tumorale (TNF), una molecola chiave del processo infiammatorio, che risulta in concentrazione elevata in alcuni individui depressi.
Lo studio ha coinvolto 60 pazienti con diagnosi di depressione maggiore moderatamente resistenti ai farmaci, ai quali è stato somministrato l’infliximab o un trattamento placebo.
I risultati dello studio suggeriscono che il farmaco usato non abbia un’efficacia generalizzata sulla depressione resistente al trattamento, ma può migliorare i sintomi di depressione nei pazienti con biomarker infiammatori elevati.
L’infiammazione in questo studio è stata misurata con un semplice esame del sangue che misura la proteina C-reattiva o CRP: più alta è la CRP, più intenso è il processo infiammatorio, e maggiore è la probabilità di rispondere al farmaco.
“La previsione di una risposta antidepressiva con un semplice esame del sangue è uno dei sacri graal in psichiatria“, dice Miller. “Questo è particolarmente importante perché l’esame del sangue non misura solo ciò che pensiamo sia la causa principale della depressione in questi pazienti, ma è anche l’obiettivo del farmaco.”
Secondo i ricercatori questa è la prima applicazione di successo di una terapia biologica alla depressione e questo studio apre la porta a una serie di nuovi approcci che agiscono sul sistema immunitario per curare le malattie psichiatriche.
In this article I will be discussing attachment in the context of maternal anxiety. Mother-child interactions in the context of anxiety are qualitatively different from interactions seen in healthy mother-child dyads (e.g. lack of autonomy promotion). Mother-child interactions characterized by similar differences are theorized to lead to the development of insecure attachment in children (i.e. explicitly, low or inconsistent maternal sensitivity and responsiveness).
Therefore, since maternal anxiety influences mother-child interactions in a similar style which is theorized to promote insecure attachment, the effect of maternal anxiety on infant attachment style has been examined.
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Delcarmen, Pederson, Huffman and Bryan (1993) examined attachment security in a normal population of 52 distressed mothers and their infants. At 12 months, infants’ attachment styles were assessed using the Strange Situation Procedure (SSP). Maternal anxiety was assessed using a battery of questionnaires prenatally. The results demonstrated that those mothers who had higher prenatal anxiety scores were more likely to have insecurely attached infants when compared to those who had lower anxiety scores. The Atkinson et al. (2000) meta-analysis, which was mentioned in a previous article in this series, investigated 13 studies of maternal stress and insecure infant attachment, also showed that maternal stress was significantly associated with insecure child attachment.
Manassis, Bradley, Goldberg, Hood and Swinson (1994) used an experimental design toinvestigate a clinical population of 18 anxious mothers and the attachment classification of their 20 children (aged 18 to 59 months). All maternal diagnoses were conducted using the SCID. Measures of maternal attachment and mother-child attachment style were taken using the Adult Attachment Interview and the SSP, respectively.
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The children were then assessed using the Diagnostic Interview for Children and Adolescents Revised, parent version (Reich & Welner, 1988). After reclassifying the disorganized children to their secondary classification, the results showed that 11 of the 20 children had an insecure attachment style. Specifically, six had a resistant attachment style and five had an avoidant style. Additionally, 13 of the children’s attachment style matched that of their mothers. Finally, three children in the sample were reported to have an anxiety disorder diagnosis; notably, two had an avoidant and one had a resistant attachment style. Although this study was limited by its sample size and lack of a comparison group, it does suggest a possible link between anxiety disorder in mothers and insecure attachment style in their children.
Further investigation into the relationship between mother-child interactions and child attachment by Corriveau et al. (2009) examined the relationship between children’s attachment styles and their dependency and trust in their mothers’ judgment. One–hundred and forty-seven children’s attachment styles were assessed at 15 months of age using the SSP. At 50 months of age children’s attachment style and their trust in their mothers were measured using a hybrid image task. The children were scored for the proportion of trials which they chose to ask their mothers for information about each hybrid image rather than the stranger, and for when they chose to support their mothers’ comments rather than those of the stranger.
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Resistant children showed the most dependency on their mothers, asking their opinion most frequently; they were followed by securely attached children, with avoidant children showing the least dependency. In relation to maternal trust, avoidant children showed the least trust in their mother followed by secure and resistant children were the most trusting. Interestingly, disorganized children were the least systematic in their responses and showed no preference to their mothers or to the strangers.
Overall, there appears to be a link between maternal psychopathology, specifically maternal depression, and children developing insecure attachment styles. Additionally, although evidence is more limited, it appears that maternal anxiety may also be associated with the development of insecure attachment. Interestingly, an investigation into the mother-child relationship in each attachment classification revealed that avoidant children were the most rejecting of their mothers, followed by secure children, and lastly resistant children.