Psicoterapia: Il Disputing Logico-Empirico di Beck

Con il Disputing Empirico il terapeuta chiama il paziente a riflettere su come egli immagina concretamente che avvengano gli eventi negativi.

ID Articolo: 7677 - Pubblicato il: 02 aprile 2012
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Psicoterapia: Il Disputing Logico-Empirico. - Immagine: © Carsten Reisinger - Fotolia.comCon il disputing empirico il terapeuta chiama il paziente a riflettere su come egli immagina concretamente che avvengano gli eventi negativi, e su quali prove concrete e tratte dalla sua esperienza quotidiana si basano questi pensieri catastrofici.

Insomma, esistono delle prove di fatto per tanta negatività? Il più delle volte, infatti, il paziente non ha riflettuto per nulla sulle sue idee catastrofiche, ma le ha date per scontate, come verità di per sé evidenti. Spesso il paziente non si rappresenta il percorso logico o empirico che lo ha portato a concepire le sue valutazioni negative. Semplicemente, egli vede nella sua immaginazione degli eventi temuti ed è spaventato da quelle immagini, non facendo alcuna distinzione tra pensiero e realtà.

Per il paziente è sufficiente pensare a qualche guaio per aver paura e stare in ansia. Pensare un pericolo corrisponde alla effettiva esistenza del pericolo. Quanto sia poi fondato questo timore, il paziente non solo non lo sa, ma nemmeno si è mai posto il problema. Per questo, a volte, è sufficiente chiedere al paziente: ma come avverrebbero queste disgrazie per incrinare l’edificio del pensiero negativo.

Psicoterapia: a che le serve ragionare così? Il Disputing Pragmatico secondo Ellis. - Immagine: © zero13 - Fotolia.com

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Per esempio, la paziente Annagrazia B. riferì in prima seduta di temere intensamente la morte per incidente automobilistico. Alla semplice domanda:

T.: “Ma come avverrebbe questo incidente?”

La paziente rimase perplessa per qualche secondo. Poi rispose:

P.: “Sa che non ci avevo mai pensato? Mi limitavo a immaginare, anzi proprio a vedere, me stessa morta sul marciapiede e a provare terrore. Non mi ero mai chiesta come ci arrivassi a essere morta sul marciapiede”

La paziente ha già fornito uno spiraglio che il terapeuta deve allargare.

T.: “E allora chiediamocelo. Come può arrivarci ad essere morta sul marciapiede. Pensiamoci insieme: come avverrebbe questo incidente?”

A questo punto la paziente può iniziare da sola a criticare la sua convinzione. Oppure no, può rimanere perplessa. È tipico di molti pazienti ansiosi questa difficoltà nell’immaginare concretamente gli eventi. Spesso queste persone hanno contenuti mentali molto astratti, che si presentano alla mente in forma di discorso interiore, quindi verbale, e non in forma di immaginazione vivida e dinamica di eventi. Secondo Borkovec (1994), la forma verbale è più prossima all’astrazione e più incline a produrre ampi salti associativi. La paziente probabilmente ha associato l’idea di automobile con quella d’incidente automobilistico. Oppure ha associato due immagini piuttosto statiche: automobile e morte sul marciapiede, senza pensare a tutti gli eventi precedenti e intermedi. Sta al terapeuta incoraggiare la paziente a riempire gli spazi vuoti.

  Messaggio pubblicitario T.: “Ci pensi bene: come ha fatto ad arrivare morta sul marciapiede? Tra lei che guida e lei morta sul marciapiede ci sono una serie di eventi che non deve dare per scontati. Qui ci sono solo due scene. Produciamo uno scenario più ricco. Facciamo una serie di ipotesi. Fingiamo che lei sia la sceneggiatrice di un film. Che ci mette tra lei alla guida della sua auto e lei morta sul marciapiede?”

Incoraggiare il paziente o la paziente a immaginare visivamente, a “filmare” la sequenza degli eventi negativi è un modo per stimolare un pensiero più concreto. La concretezza a sua volta permette di riesaminare criticamente quanto sia probabile che l’evento si realizzi e come possa avvenire. 

Se ancora una volta il paziente non reagisce, dimostrando una vera e propria difficoltà nell’immaginare scene dinamiche, il terapeuta può e deve guidare il paziente passo passo.

T.: “Le do qualche suggerimento per lavorare su questo evento catastrofico. Immagina di essere stata investita? Immagina di essersi distratta e di essere finita fuori strada?”

Per ogni risposta della paziente occorre incoraggiarla a rendere tutto più dettagliato, concreto. La paziente può rispondere che teme di distrarsi o che teme di essere investita. Nel primo caso è bene far riflettere la paziente sul fenomeno del distrarsi.

Psicoterapia Cognitiva: "Cosa non le va in questo?" Come iniziare il Disputing del Pensiero Negativo. - © Lisa F. Young #16136135

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T.: Le do qualche suggerimento per lavorare su questo evento catastrofico. Immagina di essere stata investita? Immagina di essersi distratta e di essere finita fuori strada?”

Ancora una volta, nulla va dato per scontato. Se la paziente teme di distrarsi, occorre insistere su quell’evento per sdrammatizzarlo.

T.: “Come avviene una distrazione? Ci pensi: lei, mentre guida, si distrae? E quante volte accade? Certo, ci sono rapidi momenti di distrazione. Ma ragioniamo, quanto deve durare una distrazione veramente pericolosa?”

Può capitare che la paziente confonda uno stato di normale guida rilassata con la distrazione. Naturalmente la critica delle prove di fatto delle preoccupazioni va calibrata sul tipo di evento temuto.

Ci sono eventi la cui negatività è molto soggettiva e discutibile, come ad esempio tutti i timori di tipo sociale: timore di parlare in pubblico, timore di non essere simpatici, timore di non essere attraenti, e così via. In questo caso si può lavorare molto sul significato soggettivo dell’aspetto negativo degli eventi temuti.

In altri casi gli eventi temuti sono difficilmente etichettabili come soggettivamente catastrofici: timore di incidenti, sciagure, e così via. In questi altri casi è più facile allora riconsiderare la stima delle probabilità che l’evento accada.

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

  • Borkovec, T. D. (1994). The nature, functions, and origins of worry. Davey, Graham C. L. (Ed); Tallis, Frank (Ed), (1994). Worrying: Perspectives on theory, assessment and treatment. Wiley series in clinical psychology., (pp. 5-33). Oxford, England: John Wiley & Sons, xv, 311 pp.
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