Le neuroscienze hanno contribuito nella definizione dell’architettura del nostro Sistema Nervoso Centrale: è una verità lapalissiana.
L’attività mentale è ora considerata in termini bio-psico-sociali e si è superata una visione riduzionistica giungendo ad una maggiormente integrativa. Infatti quello a cui molti neuroscienziati tuttora aspirano è la formulazione di una teoria della natura della mente in grado di unire le nozioni medico- strutturali con le teorie concernenti il mondo fisico, interprersonale e socioculturale.
Ciò permetterebbe di approcciarsi alla patologia mentale, nella sua naturale integrazione, senza una differenziazione tra patologia della mente e patologia del cervello comportando un trattamento integrato e sinergico tra le diverse figure professionali: medici, psicologi e neuroscienziati.
Numerose ricerche nel campo dell’attività mentale evidenziano come il nostro cervello sia organizzato in senso gerarchico, costituito cioè da diversi livelli anatomo-funzionali-organizzativi: cervello rettiliano, cervello limbico e cervello neocorticale. Ognuno di questi ha una sua diversa rappresentazione mentale ed una sua diversa modalità di relazione organismo-ambiente. Ciascun ” cervello ” presenta un proprio sistema “del sé” e “del non-sé” che genera una peculiare rappresentazione mentale di sé e dell’ambiente che esperisce. Tale visione non è ne localizzazionista ne separatista ma viceversa considera la naturale connessione tra i diversi livelli.
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Anche la patologia può essere considerata in base al suddetto approccio, dove un disturbo può svilupparsi nel cervello rettiliano e poi alimentarsi e strutturarsi negli altri livelli (cervello limbico e cervello neocorticale). Le funzioni mentali possono dunque essere concettualizzate secondo un modello gerarchico-relazionale. Tra i maggiori teorici della concettualizzazione gerarchica delle nostre strutture cerebrali, Darwin( teoria evoluzionistica), Jackson (divisione delle funzioni mentali in centri superiori ed inferiori del cervello) e MacLean( divisione il cervello in rettiliano, cervello mammifero e cervello neomammifero) hanno evidenziato come la nostra struttura mentale sia frutto di un’evoluzione ontogenetica e filogenetica.
Anche Panksepp ha recentemente riaffermato la natura gerarchica dell’attività cerebrale: le funzioni mentali sono considerate il frutto di un’interazione costante e continua tra la struttura cerebrale e l’ambiente. Viene, quindi, messa in discussione la dicotomia e la visione monistica localizzazionistica per fare spazio ad una visione integrativa e multidimensionale che evidenzia l’incontro tra dimensione biologica, psicologica e sociale.
Pur considerando le differenze individuali (ambientali e fisiche), un modello gerarchico-relazionale può aiutarci ad approcciare allo studio dell’essere umano e delle sue modalità di esistenza. Alla suddetta strutturazione gerarchica si va integrando la modellizzazione della nostra attività mentale in senso relazionale.
Tra i maggiori fautori di questa visione vi sono Vigotsky, Edelman, Damasio e Rizzolatti. Questi studiosi hanno evidenziato come la nostra struttura mentale sia in continua relazione con il mondo esterno. Ergo è ipotizzabile che la nostra mente sia stata organizzata in modo gerarchico, grazie all’evoluzione della specie, tramite il costante influenzamento ambiente agito nei confronti della stessa. Edelman e Damasio evidenziano, inoltre, come le stesse strutture nervose siano un esempio della relazione tra organismo ed ambiente.
Invero, il Sistema Nervoso Centrale serve per metterci in relazione con l’ambiente, mentre un fiore, con la sua sintesi clorofilliana, presenta una relazione ambientale di gran lunga minore rispetto a quella umana.
Possiamo così concettualizzare tre tipi di cervello: cervello rettiliano, cervello limbico e cervello neocorticale, interconnessi tramite processi dinamici psicobiologici e in continua e costante relazione con l’ambiente.
L’evoluzione va quindi inquadrata in quanto frutto dell’interazione dell’uomo con l’ambiente. Ergo, la nostra capacità di adattamento risulta essere il prodotto di questa evoluzione. Ambiente, evoluzione ed adattamento sono gli elementi, le “conditiones sine qua non”, gli angoli di un triangolo, di un ciclo monodirezionale evolutivo in cui essi possono interagire edinfluenzarsi a vicenda.
Risalendo dal più primitivo al più evoluto livello mentale, l’individuo compie la sua differenziazione soggettiva, con le sue esperienze, le sue memorie, le sue rappresentazioni e le sue libertà.
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A riprova di quanto detto, la caratteristica relazionale del nostro cervello è stata recentemente evidenziata dalla scoperta dei neuroni specchio, grazie ai quali si è potuto riconfermare che ogni interazione interpersonale ha una caratteristica relazionale. Essi infatti permettono una “simulazione interna” di un’azione effettuata da un consimile a cui si assiste.
Già Locke filosoficamente affermava come “percepire è agire”. Ma sappiamo ora che anche agire è percepire: ad esempio, persone con aprassia motoria hanno una ridotta capacità di percepire negli altri ciò che loro non riescono a fare. Il Mirroring, come meccanismo generale ed ubiquitario, produce simulazioni interne, rappresentative ed espressive, che permettendo la decodificazione del fine dell’azione sono elemento e prova fondamentale della continua e costante relazione del Sistema Nervoso Centrale con l’ambiente.
Per quanto concerne la gerarchizzazione invece, possiamo ipotizzare come una dissociazione tra i diversi livelli mentali possa generare problematiche che evidenziano in controprova la natura dinamica della gerarchia del Sistema Nervoso Centrale.
In uno studio pubblicato da poco sul Journal of Neurology, i ricercatori della University of Southern California affermano che alcuni disturbi quali ADHD, sindrome feto-alcolica, e il Parkinson implicano caratteristici pattern di movimenti oculari identificabili attraverso le procedure di eye-tracking mentre il paziente, per esempio, guarda la TV.
Ai partecipanti allo studio è stato chiesto semplicemente di guardare programmi televisivi per 20 minuti, mentre i loro movimenti oculari venivano registrati (eye-tacking). I dati ottenuti mediante la tecnica di eye-tracking sono stati analizzati in funzione di un modello computazionale dell’attenzione visiva standard, che ha consentito l’estrazione di patterns di movimenti oculari tipici e caratteristici per ciascuna tipologia di paziente rispetto ai soggetti di controllo.
In totale sono stati coinvolti nello studio 108 soggetti e l’algoritmo identificato– caratterizzato da specifici patterns di movimenti oculari per ciascun disturbo- ha riconosciuto pazienti con morbo di Parkinson con l’89,6% di accuratezza, e i bambini con ADHD e sindrome feto-alcolica con accuratezza pari al 77,3%.
Tale metodologia relativamente a basso costo e basata effettivamente su un indizio comportamentale rilevabile da situazioni di vita quotidiana promette quindi di essere uno strumento diagnostico integrabile alle modalità di assessment tradizionali.
Si è concluso da pochi giorni il 42° Congresso annuale dell’EABCT, di cui abbiamo letto le interessanti cronache e gli approfondimenti nelle pagine di questo giornale.
Ho partecipato al Congresso e mi ha sorpreso il non trovare neanche un simposio dedicato ad un tema a me caro: la relazione terapeutica. In realtà qua e là nei lavori presentati faceva capolino l’argomento e sicuramente l’intervento di Liotti è stato il più fecondo di stimoli in questo senso.
Mi sono chiesto il perché di questa mancanza: argomento poco “cool” per il congresso? Tema troppo aspecifico nella TC? Altro? Penso che una parte della risposta stia nel successo stesso della TC.
La TC è stata ed è una terapia con alti tassi di efficacia nell’attenuazione e nel controllo della sintomatologia clinica in particolare dei disturbi psicopatologici di asse I, secondo il DSM.
Negli anni 90, dopo il grande successo anche empiricamente dimostrato nel trattamento dei disturbi depressivi e d’ansia, le sue tecniche e il suo programma di ricerca sono stati progressivamente estese alle diverse aree psicopatologiche, individuandone le specifiche credenzedisfunzionali e mettendo a punto tecniche che ne ristrutturassero la funzionalità e modificassero i comportamenti e altri fattori che mantenevano il problema attivo.
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Tutto ciò accompagnato da una esponenziale diffusione della fama e della applicazione della TC tra gli psicoterapeuti di tutto il mondo. Sul tema della relazione terapeutica era sufficiente ciò che raccomandava A. Beck fin dai suoi primi libri sulla depressione: “le qualità ottimali che il terapeuta deve possedere comprendono calore umano, empatia e schiettezza”, queste caratteristiche modulano la collaborazione terapeutica in modo da favorire l’applicazione e quindi l’efficacia del trattamento.
L’empatia intesa come capacità del terapeuta di entrare nel mondo del paziente, cercando di provare le medesime sensazioni e sentimenti provati dal paziente, e la condivisione di questa esperienza, aumenteranno nel paziente la percezione di essere capito e faciliteranno la nascita di una fiducia nel rapporto terapeutico. Ancora più chiaramente viene sottolineata l’importanza di una “intesa cioè di un accordo armonioso” tra i due.
In quelle pagine si trovano già gli elementi principali di ciò che poi Bordin (1979) sistematizzerà in un modo che diventerà paradigmatico nella successiva riflessione sulla relazione terapeutica al di là del modello teorico. Goal, task e bond sono gli elementi che vengono identificati da Bordin nel 1979, come fattori fondamentali nella costruzione e mantenimento di una relazione terapeutica.
Beh per la TC era già tutto lì. Ma, è stata talmente grande la forza dei primi due elementi nell’impatto sull’esito (goal, obiettivo della terapia e task, la strategia-compito per raggiungerlo) elementi tra l’altro così intrinseci alla TC da oscurare e rendere trascurabile l’importanza del terzo fattore (bond, il legame).
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In quegli anni pochi appassionati esploratori di territori di confine, si sono dedicati alla riflessione sull’argomento. Da loro sono comunque arrivati contributi fondamentali, più rari quelli provenienti dal mondo anglosassone, il più importante dei quali da parte di Safran e Segal (1990) con il volume “Il processo interpersonale in terapia cognitiva” edito da Feltrinelli, ma non più disponibile (perché? Dovrebbe essere un libro di testo per tutti i giovani terapeuti cognitivi).
Credo, inoltre, debba essere sottolineata l’originalità di due autori italiani Antonio Semerari (2000) e Gianni Liotti (2005) che, da prospettive diverse, hanno messo al centro della loro riflessione la relazione tra paziente e terapeuta fin dall’inizio del loro lavoro, rappresentando una avanguardia nel panorama del cognitivismo internazionale.
E’ con l’estensione del modello cognitivista all’area dei disturbi di personalità e al trattamento dei cosiddetti “casi difficili” che il modello”standard” ha mostrato i suoi limiti e l’attenzione alla RT (relazione terapeutica) è diventata non più eludibile.
E’ esperienza clinica di tutti, infatti, la sensazione di stallo che in certi momenti si prova durante la terapia con pazienti di questo tipo: a volte caratterizzata da irritazione per una sfida continua, a volte da fascinazione, da noia, da un senso di impotenza.
Termini come crisi, rottura e riparazione della RT sono diventati usuali nella comprensione di ciò che avviene nel processo terapeutico.
Monitorare ciò che avviene in terapia anche alla luce di ciò che succede nella relazione, dando senso ai propri stati mentali e facendo ipotesi su quelli dell’altro e utilizzare tutto questo con finalità terapeutiche appare ineludibile con questi pazienti, che vedono proprio nello scadimento del loro funzionamento relazionale una delle conseguenze fondamentali della loro psicopatologia.
E’ quindi inevitabile che questa difficoltà relazionale si rifletta nel rapporto col terapeuta. Un terapeuta che si avventuri nel lavoro con questi pazienti avrà bisogno di conoscere non solo i meccanismi che regolano questo rapporto ma anche dovrà essere consapevole delle proprie modalità di costruzione e gestione delle relazioni e delle proprie vulnerabilità rispetto a queste. Lo siamo?
“Ogni scarrafone è bello a mamma soja” canta Pino Daniele in una sua famosissima hit, sintetizzando così una sorta di motto che mette bene in luce l’indissolubile legame tra madri e figli.
In controtendenza a questo pensiero, nell’epoca dell’adolescenzainterminabile, della crisi economica e dei cosiddetti bamboccioni, in America e in Gran Bretagna fa parlare di sè un fenomeno che in Italia appare più che altro “di costume”: il movimento delle donne (e delle coppie) childfree, che – come sottolinea il nome – decidono consapevolmente di non procreare.
Il termine childfree sembra nascere in antitesi al più ghettizzante childless, con cui in genere nei paesi anglofoni si indicano le persone senza figli e che sembrerebbe implicare, con il suffisso -less, l’idea di una mancanza. La cultura childfree, che negli USA vanta delle vere e proprie organizzazioni, raduni e siti dedicati, sembrerebbe originare dal desiderio e dal bisogno di arginare lo stereotipo che accusa le donne senza figli (per scelta) di voler emulare l’ambizione carrieristica maschile o, nella peggiore delle ipotesi, di essere donne incomplete, riducendo così il valore di una donna alla maternità.
Penso sia interessante prendere in considerazione la presentazione che il sito Childfree.net pubblica sulla propria homepage, perché ben racchiude tutto quello che è stato scritto sinora.
“Siamo un gruppo di adulti che condividono almeno un desiderio: non vogliamo avere figli. Siamo un gruppo di insegnanti, dottori, imprenditori, autori, esperti di computer. Scegliamo di chiamarci childfree piuttosto che childless perché sentiamo che quest’ultimo termine implichi la mancanza di qualcosa che desideriamo, e non è così. Ci consideriamo childFREE: liberi dalla perdita di libertà personale, soldi, tempo ed energie che avere un figlio richiede”.
Mi sembra curioso come nella presentazione sia sottolineato il rilievo culturale delle persone che fanno parte del gruppo: imprenditori, insegnanti etc., quasi a voler rassicurare il lettore di essere persone rispettabili e quindi degne di essere prese in considerazione. Al di là di questa sottigliezza, il sito si prefigge di essere un punto di riferimento in quella che definisce una società orientata ai bambini, che giudica e ghettizza coloro che scelgono di non averne. Raccoglie anche in una pagina dedicata tutti i libri e le pubblicazioni a sostegno del movimento: un dato ulteriormente interessante è l’anno di pubblicazione del primo libro che sembra trattare questo spinoso argomento. Il testo, pubblicato nel 1995 e intitolato “Will you be mother? Women who choose to say no” raccoglie una serie di interviste a donne britanniche dal background culturale ed etnico variegato.
Ci rendiamo così conto che, sicuramente con un palcoscenico più ridotto, il movimento childfree nasce quasi 20 anni orsono, in tempi “non sospetti”, ossia lontani dalla crisi economica, dal calo drastico delle nascite, dai figli in provetta o partorienti over 45.
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Oggigiorno fa parlare di sé anche grazie (o soprattutto?) alle dichiarazioni di personaggi famosi, come ad esempio Cameron Diaz, che in una sorta di vero e proprio coming out ha dichiarato a mezzo stampa di non desiderare bambini per non dover rinunciare a nulla della vita attuale.
Sempre questo movimento sembrerebbe avere più rilevanza di quella che si potrebbe pensare. Catherine Hakim, sociologa della London School of Economics, già nel 2006, in una intervista alla BBC, ipotizzò che dietro il calo della natalità occidentale ci fossero non solo problemi di infertilità, di scelte troppo rinviate e di società assai poco ospitali in termini di welfare verso i bambini, ma anche “Un numero crescente di donne che ha scelto e sceglie di non fare figli”.
Tale decisione, però, sembra quasi impossibile da prendere serenamente, non tanto per ragioni coscienza individuale, quanto più per stereotipi culturali. Uno dei cavalli di battaglia del movimento childfree è proprio quello di legittimare le persone ad essere se stesse sino in fondo, e non solo “marionette delle società”.
Molte donne aderenti al movimento, hanno espresso il sollievo di poter finalmente comunicare, grazie alla nascita di gruppi e siti dedicati, il proprio pensiero e il proprio desiderio di non diventare madri, ritenuto dalla società aberrante e innaturale.
Le ragioni che muovono le donne childfree sono le più svariate: molte ritengono di non sentirsi (e di non essersi mai sentite) pronte a dedicare il 100% del proprio tempo, e della propria vita, ad un altro essere umano. Altre, invece, sostengono di non aver mai sperimentato il cosiddetto istinto materno e di aver scelto di essere libere non per dedicarsi alla carriera, ma semplicemente per poter vivere appieno la propria vita. Un’altra ragione che sembra accomunare le donne che scelgono questo stile di vita è il benessere planetario. Molte childfree sostengono, infatti, di compiere una scelta consapevole ed ecosostenibile evitando la sovra ppopolazione e aiutando così il pianeta (o per lo meno provando a) a mantenere un proprio equilibrio.
Restando in tema di motivazioni valide per non procreare, la psicoanalista francese (e madre) Corinne Maier ne ha individuate ben 40, nel (fu) best seller del 2006 “No kid. 40 ragioni per non avere figli”.
Dovrete imparare un linguaggio da veri idioti per riuscire a comunicare con i vostri figli;
I figli uccideranno il vostro desiderio;
I figli suonano la campana a morto della vostra vita di coppia;
Fare figli è da conformisti;
I figli costano;
Verrete ingannati pensando che non esista niente come un figlio perfetto;
Sarete inevitabilmente delusi dai vostri figli;
Tutti si aspetteranno che voi siate una madre prima che una professionista e una donna;
Le famiglie sono un incubo;
I figli mettono fine ai vostri sogni dell’infanzia;
Non smetterete di desiderare la completa felicità per la vostra prole;
Stare a casa a badare ai figli è incredibilmente noioso;
Dovrete scegliere fra maternità e carriera;
Quando arriva un figlio, di solito scompare il padre;
Ci sono già troppi bambini sul pianeta;
I figli sono pericolosi: vi portano in tribunale senza pensarci un secondo.
Decontestualizzate, tali motivazioni lasciano il tempo che trovano e appaiono soprattutto suggerimenti da ombrellone, privi di un fondamento e di un’analisi, se non quella del preconcetto.
Il movimento childfree, invece, cerca un proprio spazio nella società, dividendosi al suo interno addirittura in sottocategorie: i dink, ovvero le coppie che tendono a posticipare continuamente la decisione di procreare, forse per cause e ragioni esterne (instabilità economica, mancanza di un compagno, ad esempio); i childfree veri e propri, cioè donne e coppie che decidono deliberatamente di non volere figli.
Sarebbe difficile e riduttivo cercare un identikit della donna childfree, perché all’interno di tale movimento si raggruppano persone diverse, sia per scelte professionali sia per origine che per background culturale. Sembrerebbe, però, che la maggior parte di queste donne siano in genere in carriera, indipendenti, soddisfatte della propria vita sociale e sessuale. Sembrerebbe tutto molto chiaro, dunque: donne (e, forse in misura più ridotta, uomini che decidono di accompagnarsi a donne che hanno fatto la loro scelta) decise e consapevoli di rinunciare ad un’opportunità (se non altro biologica) nel nome di una volontà e di una libertà guadagnata a caro prezzo.
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Più che chiarezza, però, questo movimento fa nascere degli interrogativi, soprattutto inerenti alla genitorialità oggi, o al significato che un legame stabile e una famiglia possono avere. Nella società, infatti, del qui ed ora, del piacere, nel quale tutto il pensiero sembra essere ridotto all’istante, dove non esiste progettualità (perché forse, anche a causa delle precarie condizioni sociali ed economiche è difficile progettare a mente serena) ma consumo, la scelta childfree sembrerebbe andare nella direzione del non voler responsabilità o impegni. Del non volersi, forse, sacrificare per qualcosa che non si può conoscere a priori, per un progetto che potrebbe anche tranquillamente fallire e causare dolore (un divorzio, un bambino che non è come ci si aspetta). La scelta childfree inoltre sembra andare nella direzione del “crollo” dei grandi ideali e delle grandi istituzioni, e – perché no? – delle certezze e della immobilità dei ruoli ai quali la società di oggi assiste. I ruoli sono sempre più sfumati e indefiniti, anche a livello corporeo e/o biologico. Crollano quelli che erano considerati in qualche modo tabù ma che funzionavano all’organizzazione della società, contribuendo così a renderla sempre più “liquida”.
Il condizionale, naturalmente, come in ogni situazione che implica la più profonda natura umana e il libero arbitrio è d’obbligo. Così come, però, credo sia d’obbligo interrogarsi sul valore della libertà di scelta al giorno d’oggi e, soprattutto, sulla consapevolezza che si ha di poterla (o non poterla o non volerla) esercitare.
Neuroimaging: quando le attivazioni cerebrali sono predittive degli outcome psicoterapici per il trattamento CBT dell’ansia sociale.
Un nuovo studio condotto da un team di ricercatori del MIT, Boston University e del Massachusetts General Hospital ha scoperto che le scansioni cerebrali di pazienti con disturbod’ansia sociale possono contribuire a prevedere se tali individui avranno dei benefici da una terapia cognitivo-comportamentale.
In altre parole sembrerebbe che l’efficacia della terapia sia prevedibile misurando l’attività cerebrale dei pazienti, sottoposti a un task di visualizzazione di stimoli emotigeni (espressioni facciali emotivee scene emotigene tratte dall’ International Affective Picture System) prima di iniziare il percorso psicoterapico.
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L’ansia sociale è caratterizzata da un’intensa esperienza di disagio nelle situazioni sociali- generalmente associata al timore del giudizio degli altri- che interferisce in modo rilevante con il funzionamento della persona nella vita quotidiana.
La terapia cognitivo-comportamentale mira a cambiare il pensiero e modelli di comportamento che portano e mantengono tale sintomatologia.
I ricercatori hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per ottenere le scansioni delle attivazioni cerebrali di 39 pazienti con diagnosi di ansia sociale mentre visualizzavano fotografie di volti che esprimevano emozioni negative e altre scene emotigene .
Tali rilevazioni di neuroimaging sono state effettuate prima e dopo 12 settimane di trattamento CBT. Nel pre e post assessment è stata inoltre valutata e misurata la sintomatologia ansiosa correlata al disturbo utilizzando la Liebowitz Social Anxiety Scale. I cambiamenti della sintomatologia clinica sono stati analizzati mediante regressioni con le misurazioni di attivazioni cerebrali durante il task di visualizzazione di stimoli sociali emotivamente connotati.
Anzitutto i punteggi di partenza della Liebowitz Social Anxiety Scale hanno predetto il 20% della varianza legata agli outcome terapeutici. Le attivazioni di specifiche aree cerebrali, quali le regioni della corteccia occipito-temporale dorsale e ventrale, al task di visualizzazione di stimoli sociali si sono dimostrate predittive – in combinazione alla baseline della condizione sintomatologica- del 57% dei successivi outcome psicoterapici.
Invece la gravità dei sintomi depressivi alla baseline non si è dimostrata predittiva dell’efficacia del trattamento.
Diverse le interpretazioni che vengono proposte dagli autori per spiegare come mai proprio la metrica delle attivazioni di tali aree occipito-temporali durante la visualizzazione di stimoli emotigeni sarebbe predittiva dell’efficacia terapeutica: maggiori attivazioni in tali aree nel pretrattamento potrebbero ricollegarsi a maggiori risorse del paziente dal punto di vista della regolazione emotiva o dei processi attentivi nei momenti di esposizione a stimoli sociali emotivamente connotati.
Come si è già trattato in altri articoli su State of Mind, il mondo delle neuroscienze appare ricco di studi che identificano peculiarità e differenze cerebrali tra persone cosiddette sane e pazienti con una diagnosi di disturbo psicologico-psichiatrico; lo stesso mondo è anche desideroso di portare contributi che leghino l’efficacia terapeutica al funzionamento cerebrale.
Emozionante, ma con moderazione e cautela leggere i primi risultati che vanno in questa direzione: se possono costituire un tassello rilevante di una predittività poliedrica bio-psico-sociale degli esiti terapeutici, non dovrebbero però diventarne una chiave di lettura univoca e biologicamente deterministica.
Il termine è stato introdotto nella terapia familiare sistemica da Murray Bowen (1913-1990).
Il genogramma familiare è uno speciale albero genealogico che oltre a rappresentare graficamente le relazioni di parentela tra i componenti di una famiglia su almeno tre generazioni, viene completato con la narrazione che il paziente fa delle relazioni tra i soggetti rappresentati.
Grazie all’uso di simboli convenzionali già a prima vista il genogramma fornisce informazioni significative sugli eventi del ciclo di vita e gli eventi relazionli che caratterizzano la storia di una famiglia.
Il genogramma è uno strumento fondamentale per il terapeuta sistemico relazionale ed è utilizzato sia all’interno del percorso terapeutico – per strutturare le informazioni raccolte, quindi formulare ipotesi sull’origine del disagio e pianificare il percorso di trattamento – sia all’interno del percorso di formazione del terapeuta come strumento di elaborazione della propria esperienza familiare, in questo caso il lavoro di co-costruzione della storia personale dell’allievo avviene grazie alla partecipazione attiva e supportiva del gruppo di formazione e del didatta.
Da un punto di vista sistemico relazionale la coppia è sempre il risultato dell’incontro di due sistemi familiari, e la qualità del legame di coppia, con i suoi punti di forza e di debolezza, il suo potenziale evolutivo o, al contrario, involutivo, ha a che fare con le vicissitudini relazionali di ciascun membro della coppia all’interno della sua famiglia di origine, cioè con il legame che questo ha stabilito con le persone significative della sua vita.
Questo punto di osservazione “verticale”, che guida l’analisi della forma e della qualità di questi legami, nonché l’osservazione di ridondanze o differenze nel passaggio da una generazione a quella successiva, è chiamato trigenerazionale (Andolfi, 2006).
In un ottica trigenerazionale, quindi, per capire cosa sta succedendo alla coppia in crisi che bussa alla nostra porta in cerca di aiuto, è necessario iniziare a esplorare i “piani superiori” del genogrammafamiliare, di cui la coppia rappresenta uno dei tanti punti nodali del complesso sistema trigenerazionale in cui ciascun individuo è inserito.
La coppia infatti è il punto di incontro tra due assi immaginari: uno verticale, il vincolo di filiazione e uno orizzontale, quello di alleanza (Canevaro, 1999).
Il primo assicura la trasmissione da una generazione all’altra dei valori affettivi e culturali; grazie a questo vincolo viene anche garantita la sopravvivenza delle persone dopo la morte fisica.
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Il secondo si muove sull’asse orizzontale, è quello che si stabilisce tra i membri di una coppia e che si consolida grazie alla formazione di regole proprie che danno vita alla complicità di coppia; delimitando un confine attorno alla coppia, queste vanno ad allentare i vincoli di filiazione di ciascuno con le rispettive famiglie di origine. Con la nascita dei figli si stabilisce un nuovo vincolo di filiazione che lega la nuova generazione alla precedente.
La tensione dinamica tra questi due assi, tra questi due vincoli, è il punto nodale del sistema trigenerazionale: i problemi della coppia hanno sempre a che fare con difficoltà nei processi di differenziazione intergenerazionale, cioè con i processi incompiuti di appartenenza e svincolo del singolo dalle famiglie di origine e di conseguenza con la difficoltà a stabilire un nuovo e funzionale vincolo di alleanza a livello di coppia.
In generale un sistema funzionale e armonico a livello intergenerazionale è quello in cui ciascun individuo compie il ruolo assegnato dal suo momento evolutivo: i figli possono essere figli e non vengono utilizzati nella gestione delle problematiche di coppia o in quelle con la famiglia di origine dei genitori; i valori e le tradizioni di ciascun partner sono una “dote” da condividere con l’altro e non un campo di battaglia sul quale fronteggiano per la supremazia le due famiglie di origine; i partner rimangono all’interno della relazione di coppia sullo stesso piano generazionale, cioè si considerano membri alla pari di un team che funziona grazie alle risorse emotive e psicologiche di ciascuno.
Per questo quando si incontra una coppia si devono tenere presenti tre piani generazionali – la famiglia di origine, la coppia, i figli – e valutare se il bilanciamento tra appartenenza e separazione/differenziazione del sè permette ai tre piani di rimanere ben distinti; i confini tra le generazioni sono infatti uno dei principali indicatori di buona funzionalità del sistema familiare.
Nei prossimi articoli verranno trattati più nello specifico i temi accennati in questa parte introduttiva: l’importanza dei processi di appartenenza e separazione dalla famiglia di origine nella costruzione del legame di coppia, i confini intergenerazionali, la triangolazione, la trasmissione intergenerazionale di modelli relazionali disfunzionali.
A Maggio si è conclusa la prima parte del Corso di Perfezionamento Cognitivo Comportamentale in Sessuologia organizzato dalla Sede di Studi Cognitivi Modena. Il programma, estremamente completo, ha visto la presenza di numerosi professionisti che hanno alle spalle anni di esperienza nel campo sessuologico, nonché alcuni esponenti illustri della sessuologia Italiana: le danze si aprono con il Prof. Salvatore Macrì e si chiudono con il Dr. Antonio Fenelli.
“Il più grande organo sessuale ce lo abbiamo tra le orecchie” è con questa citazione che ha inizio l’intervento del Prof. Macrì, che sottolinea la necessità di prendere in considerazione l’unità somatopsichica quando ci si occupa sessualità.
L’introduzione antropologica della sessualità e un illustrazione dello sviluppo bio-psicologico della sessualità permette il costante e prezioso riferimento alla pratica clinica, a cominciare dal linguaggio da utilizzare: è fondamentale che questo sia né troppo asettico, né volgare, ma utilizzato come uno strumento terapeutico e come tale calibrato e adattato all’utenza.
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Il tipo di linguaggio utilizzato dovrebbe essere ovviamente comprensibile e condivisibile dal paziente; occorre inoltre precisare i termini anche al di là della loro correttezza e proprietà d’uso, dovrebbe cioè essere chiaro soprattutto cosa significa per entrambi, paziente e terapeuta, espressioni come “desiderio”, “eccitazione”, rapporto coinvolgente” ecc.
Emerge inoltre come attraverso l’indagine delle credenze disfunzionali è possibile scorgere diversi miti sulla sessualità, tra cui il più popolare, la tendenza a confondere le fattezze fisiche con le proprie capacità e prestazioni sessuali: ebbene, come “la grandezza del pisello non è assolutamente correlata alla buona riuscita della prestazione”, con grande plauso della platea maschile presente in aula.
Entrando poi nel vivo dell’argomento è stato illustrato ciò che accade nel nostro corpo durante l’attività sessuale.
Alla stimolazione erotica, infatti, segue una risposta sessuale che è divisa in diverse fasi:
Fase 0 del Desiderio;
Fase 1 dell’Eccitazione;
Fase 2 del Plateau;
Fase 3 dell’Orgasmo;
Fase 4 di Risoluzione.
Fase 0: Il desiderio può essere definito come uno stato di tensione emotiva che porta a cercare di raggiungere l’oggetto del proprio interesse, è uno stato emotivo, un’esperienza psicologica, in cui il corpo non subisce alcuna modificazione visibile.
Fase 1: La fase dell’Eccitazione è estremamente variabile in ogni persona (può durare da pochi minuti ad alcune ore) e consiste in una serie di modificazioni sia fisiologiche, in conseguenza di stimolazioni sia sensoriali, che possono coinvolgere tutti e cinque i nostri sensi, che psichiche, l’immaginazione per esempio. Le modificazioni consistono nell’accelerazione cardiaca, tensione muscolare, vaso congestione che consente l’erezione del pene, l’elevazione del sacco scrotale e il rigonfiamento dei testicoli nell’uomo, la modificazione della struttura di piccole e grandi labbra, i capezzoli si inturgidiscono.
Fase 2: La fase del Plateau fa parte della fase dell’eccitazione che, se continua, entrerà in questa fase che può durare un tempo variabile a seconda del tipo di stimolazioni e delle preferenze individuali, per esempio è possibile prolungarla godendo delle sensazioni che l’accompagnano, ed è tipica dell’essere umano; il livello di eccitazione diventa sempre più elevato e aumentano progressivamente le modificazioni fisiologiche.
Fase 3: Nella fase Orgasmica vi è la liberazione di tutta la tensione sessuale accumulata durante le fasi precedenti e provoca sensazioni molto intense e piacevoli, accompagnate da una vera e propria perdita di controllo in cui vi è l’affidamento completo al partner. Diversamente dalle donne, gli uomini percepiscono, a un certo momento, quella che viene definita fase di ‘inevitabilità eiaculatoria’, pochi secondi prima dell’orgasmo c’è un istante in cui l’uomo percepisce l’imminenza dell’eiaculazione e sa che, qualunque cosa accada, non riuscirà più a fermarla.
Fase 4: Nell’ultima fase, di Risoluzione, il corpo dell’uomo ritorna a uno stato rilassato e privo di eccitazione, il sangue che riempiva gli organi genitali drena rapidamente, anche il respiro, il battito cardiaco e la pressione sanguigna ritornano ai livelli normali.
L’unica eccezione degli uomini è la fase refrattaria, per cui subito dopo l’orgasmo e la fase di risoluzione entrano nel cosiddetto periodo ‘refrattario’, durante il quale nessuna stimolazione potrà produrre un ulteriore orgasmo: “non c’è trippa per gatti”, fatta eccezione per i giovanissimi.
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Ognuna di queste fasi va indagata e costruita con la persona che chiede una consulenza sessuologica, analizzando come si susseguono queste fasi, le credenze, i miti e i significati che le accompagnano, senza dare nulla per scontato, ma soprattutto senza dimenticare che il piacere è un fatto psicologico e non puramente fisico, è la decodifica che noi diamo di quello che accade a renderlo tale.
Segue a questa introduzione squisitamente psicologica, una panoramica medica della sessualità con l’anatomia e la fisiologia dell’apparato genitale, eziopatogenesi e terapia medica delle disfunzioni sessuali, sia maschile da parte del Dr. Granata (Endocrinologo) che femminile da parte della Dr.ssa Mancini (Ginecologa). Entrambi passano in rassegna le disfunzioni sessuali e le diverse terapie, mediche e non, con particolare attenzione all’approccio diagnostico utilizzato per i pazienti che lamentano loro difficoltà sessuali.
In tal senso, risulta fondamentale e si conferma la loro sensibilità all’indagine psicologica del sintomo; per citare il Dr. Granata “se un uomo lamenta una disfunzione erettile con la moglie e non con l’amante, non gli facciamo degli esami obiettivi, al massimo dobbiamo portarlo a fare delle scelte!”
Prossimamente verrà pubblicata la continuazione del reportage del Corso di Perfezionamento Cognitivo-Comportamentale in Sessuologia.
Quanti studenti si lasciano affascinare dalla credenza che lo studio prima di andare a dormire possa essere più efficace per via di un incremento del consolidamento mnestico?
Tale credenza è solo in parte verificata a livello sperimentale. Un team di ricercatori guidato da Johannes Holz del University Medical Center di Friburgo in Germania ha dimostrato che in realtà l’effetto di consolidamento mnestico dovuto al sonno sarebbe differenziale a seconda che si stia parlando di memoria procedurale o di memoria dichiarativa!
Nello studio sono stati reclutati 50 soggetti adolescenti(di età compresa tra 16-17), cui veniva chiesto di svolgere due compiti sperimentali: imparare una serie di coppie di parole (memoria dichiarativa) e un compito motorio di “finger-tapping” in due momenti specifici della giornata, e cioè alle 3 del pomeriggio o alle 9 di sera.
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Ebbene, negli orari serali sembra essere più efficace l’apprendimento che coinvolge la memoria procedurale rispetto a un apprendimento puramente dichiarativo. Infatti i maggiori incrementi di performances sono stati ottenuti dai soggetti che svolgevano il compito motorio procedurale durante la sera rispetto alle ragazze che nello stesso momento temporale tentavano di apprendere coppie di parole (memoria dichiarativa).
Viceversa il pomeriggio è risultato essere più proficuo per apprendimenti dichiarativi, suggerendo che le due tipologie di memoria presentano profili circadiani specifici.
I risultati sono ancora preliminari (soprattutto quelli relativi alla memoria dichiarativa), ma vien da sorridere pensando alle abitudini culturali dei tedeschi che spesso -soprattutto d’estate- nel dopocena amano dedicarsi allo sport!
EABCT 2012: Intervista a Lucio Bizzini, Presidente del Comitato Organizzatore
EABCT 2012: Intervista a Lucio Bizzini, Chair of the Scientific Executive Committee del 42esimo Congresso a Ginevra.
Sandra Sassaroli per State of Mind intervista Lucio Bizzini, Presidente del Comitato Scientifico Organizzativo del 42esimo Congresso annuale della EABCT a Ginevra.
Predisposizione naturale a parte, gli atleti imparano gradualmente, mediante prove ed errori, i comportamenti più efficaci da adottare nella prestazione sportiva. Il consolidamento, attraverso la ripetizione, di nuovi schemi comportamentali, sia fisici sia mentali, insegnati all’atleta per meglio affrontare lo stress sia in allenamento sia in gara, fa si che questi diventino quasi automatici, nei momenti di maggiore intensità agonistica, aiutando l’atleta a superare gli ostacoli psicologici nel modo migliore.
La gestione dell’ansia, preziosissima emozione nella performance sportiva, è da valutare di volta in volta in base alla personalità dello sportivo: uno stato ottimale di allerta è di fatto funzionale alla gara che dovrà affrontare. Stati di allerta eccessivi o molto blandi, influiscono negativamente sul raggiungimento della performance sportiva.
E’ qui che il mental training o mental practice, definito come il richiamo immaginativo di un atto motorio, una simulazione mentale del movimento senza che vi sia lavoro muscolare e articolare, né relative esperienze sensoriali (Barr e Hall, 1992; Grouios, 1992; Hall, Bernoties e Schmidt, 1995), diventa fondamentale.
Questa simulazione del comportamento motorio può essere vista nei termini di un modello cognitivo del movimento che necessita di diverse componenti come la motivazione, il carico attenzionale, le immagini mentali visive e cinestetiche, in modo tale da riprodurre, in tutti i suoi aspetti, l’azione che si vuole compiere (Decety e Ingvar, 1990).
L’importanza dei processi di visualizzazione ed imagery motoria per un atleta, sia nel periodo di allenamento sia nella competizione vera e propria, deve essere presa in grande considerazione dalla Psicologia dello Sport; tali processi possono essere adeguatamente guidati ed allenati attraverso specifiche procedure di mental training, allo scopo di fornire all’atleta gli strumenti per ottimizzare le strategie di “mental practice”, con importanti riflessi sulla performance motoria effettiva.
Non solo attraverso la gestione dell’ansia prima e durante la gara, ma anche per diversi altri fattori: l’incremento della coscienza di sé e il miglioramento della gestione delle emozioni, l’aumento dell’autostima, il monitoraggio delle soglie di stress, il controllo mentale della fatica atletica, una maggiore capacità attentiva, un aumento della concentrazione, il controllo del dolore acuto e cronico e il recupero dell’atleta disabile.
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Il presupposto di base è che allenamento fisico e psichico, in relazione a memoria e concentrazione abbiano un ruolo determinante nello sport: cioè, il gesto atletico ripetuto, non solo durante l’allenamento fisico ma anche durante l’allenamento mentale, lo fissa meglio nella memoria, migliorando la prestazione e aiutando l’atleta a superare ostacoli mentali di vario tipo – come si evince dall’ampia letteratura degli studi neurofisiologici sulle reti neurali artificiali di Cottrell, in Taylor A. L. et al e dagli studi sulla mental imagery e sport performance (Hall, Rodgers e Barr, 1990; Benchke, 2004).
La ripetizione del gesto atletico o degli schemi tattici durante il mental training è svolto attraverso la tecnica di imagery o visualizzazione mentale del gesto atletico stesso o della gara, applicata unitamente ad una delle varie tecniche di rilassamento.
Nello stato di mental imagery, è possibile evocare in modalità immaginativa il ricordo della gara al fine di affrontare mentalmente e psicologicamente, risolvendoli, i problemi che si sono presentati. Il linguaggio esterno (della voce) e quello interno (della mente) sono due sistemi diversi che si combinano e si potenziano attraverso il mental training.
Si svolge un vero e proprio allenamento mentale che, fissando i ricordi nella memoria, aiuterà l’atleta a un miglioramento della performance. La visualizzazione mentale del gesto atletico, del proprio schema corporeo durante lo sport, o la visualizzazione di situazioni difficili per l’atleta (come una particolare tattica, o la paura della gara, l’ansia di particolari momenti, etc) integrano efficacemente il lavoro prettamente atletico fisico dello sportivo, apportando un notevole contributo.
Una delle prime possibili spiegazioni alla base dell’efficacia del Mental Training potrebbe essere quella offerta dalla Teoria Psiconeuromuscolare (Jacobson , 1930). Secondo questa teoria i gesti eseguiti mentre immaginiamo producono un’attività neuro miografica- inconsapevole al soggetto- dei muscoli interessati dall’attività immaginativa, vengono prodotti cioè un potenziale elettrico muscolare (EMG), registrabile attraverso uno strumento chiamato elettromiografo.
Questo significa che le sequenze di movimento immaginate attraverso il processo di visualizzazione producano sottilissime stimolazioni nervose ai muscoli coinvolti nell’attività a cui stiamo pensando e producano anche altre risposte (emotive, relative al sistema simpatico e parasimpatico) simili a quelle dell’esecuzione materiale.
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Questi piccolissimi impulsi secondo alcuni autori (Harris e Robinson, 1986; Jowdy e Harris, 1990; Wehner, Vogt e Stadler, 1984; Zecker, 1982; Decety e Michel, 1989; Decety e Ingvar, 1990; Decety e Lindgren, 1991) faciliterebbero un processo di memorizzazione del movimento determinando un aggancio più che favorevole ai gesti motori e agli eventi futuri.
Da queste ricerche emergerebbe il concetto che compiere realmente il movimento o solo immaginarlo attivi gli stessi sentieri nervosi che veicolano il messaggio al sistema muscolare; le visualizzazioni solleciterebbero allora le vie nervose coinvolte nella trasmissione dell’impulso motorio.
Più recente è il contributo della Embodied Cognition, termine utilizzato negli ultimi 10-15 anni per riferirsi a diverse teorie che coinvolgono ambiti disciplinari molto diversi, dall’intelligenza artificiale alla robotica, dalle neuroscienze cognitive alla psicologia cognitiva, dalla filosofia alla linguistica e all’antropologia cognitiva.
In generale, ciò che le accomuna è il fatto di sottolineare l’importanza che ha il corpo per la cognizione; l’idea di fondo è che i nostri processi cognitivi siano vincolati non solo dal nostro cervello ma più in generale dal nostro corpo, in particolare dal nostro sistema sensorimotorio.
A seconda dei diversi ambiti e dei diversi autori questa posizione può però assumere livelli più o meno radicali (si veda ad esempio Goldman e de Vignemont, 2009). Alcuni autori infatti enfatizzano l’importanza del corpo e la centralità per la cognizione dell’azione guidata da scopi (Gallese, 2009; Glenberg, 1997), altri tendono invece a preferire l’etichetta “grounded”, sottolineando così che la cognizione può essere situata non solo nel corpo (Barsalou, 2008).
Secondo tali teorie, quando osserviamo qualcuno compiere un movimento complesso, come guidare una motocicletta, o un’azione, come afferrare una mela e portarla alla bocca, attiviamo una simulazione, una forma di risonanza motoria; il nostro sistema motorio “risuona” con quello che osserviamo. In questo caso, simulare ci può aiutare a predire e comprendere le azioni degli altri, le intenzioni sottostanti e, secondo alcuni autori, addirittura i loro stati mentali (Gallese, 2008).
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Tra le basi neurali sottostanti tale processo di simulazione, il sistema dei neuroni canonici e quello dei neuroni specchio giocano un ruolo di rilievo. Sono state infatti riportate numerose prove secondo le quali durante l’osservazione di oggetti si attiva il sistema di neuroni canonici, durante l’osservazione di azioni altrui il sistema che si attiva è quello dei neuroni specchio. Alcuni autori (Prinz, 1990; 1997; Hommel et al, 2001) hanno proposto diverse teorie basate sul principio ideomotorio, ma la base neurale comune a queste teorie è rappresentata dal sistema dei neuroni specchio.
Tratteremo qui brevemente la principale di queste teorie: la Theory of Event Coding (TEC).
Secondo la teoria TEC, percezione e azione sono così strettamente connesse da venir rappresentate in un formato (o codice) comune. Più sovrapposizione c’è tra quanto percepiamo e il nostro repertorio motorio, più gli eventi che osserviamo (gli stimoli) e gli eventi che siamo in grado di produrre (le azioni) sono simili, più i codici comuni sono attivati, e questo fa sì che la percezione e il riconoscimento di azioni ci risultino più semplici.
Così, se ci vengono sottoposti degli stimoli acustici e ci viene chiesto di riconoscere l’azione che li ha prodotti, siamo facilitati se ascoltiamo il battito delle nostre mani anziché il battito delle mani di altri, dato che l’evento che percepiamo e il suono che con il nostro movimento riusciamo a produrre sono simili (Flach et al., 2003). Analogamente, identifichiamo più facilmente la nostra modalità di scrittura rispetto a quella altrui (Sebanz, Knoblich e Prinz, 2003).
Negli ultimi anni sono stati ottenuti diversi risultati a supporto di questa teoria. In primo luogo, alcuni studi hanno rivelato l’importanza della prospettiva con cui si osserva un’azione. E’ stato dimostrato che c’è un vantaggio quando osserviamo ad esempio una mano nella nostra prospettiva piuttosto che nella prospettiva di un altro (Vogt, Taylor e Hopkins, 2003). Per esempio, Bruzzo, Borghi e Ghirlanda (2008) presentavano la foto di una mano “prime” seguita da una mano che interagiva con un oggetto; ai partecipanti veniva chiesto di decidere premendo un diverso tasto se l’azione compiuta con la mano era o meno adeguata all’oggetto. La mano, sia “prime” che “target”, veniva presentata in prospettiva egocentrica o allocentrica, come se fosse la mano di un altro. I tempi di risposta erano più veloci quando la mano-target veniva presentata in prospettiva egocentrica, in particolare quando era preceduta da una mano prime in prospettiva egocentrica.
Questo suggerisce che tendiamo a simulare più facilmente le azioni che sono parte del nostro repertorio motorio, rispetto alle azioni altrui (si vedano i lavori di Liuzza, Setti e Borghi, 2012, sulla risonanza motoria in bambini e adulti, e di Ranzini, Borghi e Nicoletti 2011; e di Anelli, Nicoletti, Kalkan, Sahin e Borghi, in press, sulla risonanza motoria nell’osservare mani di umani e di robot). Jackson, Meltzoff e Decety (2006) hanno trovato che aree neurali differenti si attivano elettivamente per la prospettiva egocentrica (corteccia sensorimotoria sinistra) o per quella non egocentrica (lingual gyrus).
Inoltre, studi con pazienti rivelano che cambiare la prospettiva può portare ad attribuire erroneamente le nostre azioni ad altri (Daprati, Frank, Georgieff et al., 1997). In generale gli studi comportamentali confermano che la prospettiva egocentrica è facilitata, probabilmente perché più legata alle azioni in prima persona. Analogamente, sono stati pubblicati studi che mostrano che siamo in grado di predire meglio gli effetti futuri delle nostre azioni rispetto a quelli delle azioni altrui; per esempio siamo in grado di predire con più facilità la traiettoria di una freccia se l’azione di lancio è stata compiuta da noi anziché da altri (Knoblich e Flach, 2001).
Questo suggerisce che ognuno di noi, oltre a riconoscere il modo e lo stile con cui agisce, genera predizioni più accurate basandosi sulle proprie azioni che su quelle altrui.
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Altri studi hanno mostrato che se i movimenti che osserviamo sono parte del nostro repertorio motorio riusciamo a simulare meglio. Calvo-Merino e collaboratori (2005) chiedevano a danzatori esperti di balletto classico e danzatori inesperti di osservare diversi video di ballo. Il sistema di neuroni specchio era più attivato quando i danzatori osservavano la danza che conoscevano bene; questo suggerisce che quando osserviamo altri compiere un movimento complesso tendiamo a formarci una simulazione motoria di quel movimento, e che questa simulazione viene influenzata dalla nostra competenza motoria.
L’effetto non dipendeva dalla familiarità, ma dall’attivazione di una simulazione motoria: in uno studio di controllo l’effetto di risonanza motoria era maggiore quando i danzatori osservavano ballare persone dello stesso genere, anche se avevano uguale familiarità con l’osservazione di movimenti maschili e femminili.
Sono state teorizzate altre spiegazioni sull’efficacia degli interventi di mental training (come la Teoria dell’Apprendimento Simbolico di Murphy et al., oppure la Teoria Bioinformazionale di Lang), ma tutte convergono nel testimoniare l’efficacia di queste tecniche cognitive, in grado di aiutare l’allenamento fisico, per un migliore apprendimento della tecnica fisica e la risoluzione di problemi psicologici.
IL CASO DI D.
D. è un ragazzo di 18 anni compiuti, che pratica il motociclismo nel campionato nazionale italiano di velocità. Giovane promessa della disciplina, dopo un periodo di risultati molto negativi, decide di richiedere un intervento psicologico allo scopo di migliorare la propria performance sportiva, iniziando un percorso di mental training.
D. si presenta descrivendo una tipica problematica dello sport, e cioè un problema di iperattivazione: l’atleta esperisce rabbia e ansia con disagio nei momenti che precedono le gare di campionato. Il timore di perdere il controllo della situazione alimentano l’ansia in un vortice che incide negativamente sulla performance.
Dopo una fase iniziale di assessment, mirata alla conoscenza più profonda del ragazzo attraverso colloqui clinici e l’uso di test specifici, D. inizia l’apprendimento della tecnica di rilassamento muscolare distensivo progressivo, unitamente alle prime pratiche di imagery che avevano lo scopo principale di rendere l’atleta capace di utilizzare sia la tecnica di rilassamento progressivo, che l’imagery (inizialmente generica) che gli venivano proposte.
Stabilendo degli incontri settimanali, durante i quali l’allenamento ideomotorio era guidato dallo psicologo, è stato concordato con il ragazzo un homework giornaliero, che consisteva nella ripetizione, mezz’ora prima del quotidiano allenamento fisico, della seduta di rilassamento e di visualizzazione (della durata inferiore ai 10 minuti) a casa; D. ha potuto avvalersi delle registrazioni audio delle sedute registrate ad hoc in base all’obiettivo settimanale, che guidavano il suo allenamento a casa.
Terminata la seduta di Mental Training, l’atleta compilava due griglie di autovalutazione, una relativa al grado di rilassamento raggiunto ed una relativa alla qualità della pratica immaginativa esperita. Il training è durato 14 sedute, durante le quali progressivamente l’atleta ha appreso e migliorato le tecniche di rilassamento e di visualizzazione, come risulta dal confronto tra le griglie di autovalutazione. Attraverso il re-test del QuAM (Questionario delle Abilità Mentali, Marina Gerin Birsa 2006), risulterebbe che l’atleta ha significativamente migliorato tutte le abilità mentali target, quali l’autostima, la gestione dell’ansia, l’attenzione, l’immaginazione, la motivazione, la gestione dello stress e la capacità di organizzarsi per obiettivi.
D. riferisce di non avere più esperito in maniera sgradevole e condizionante il disagio del momento pre-gara; per quanto riguarda gli automatismi introdotti nel mental training relativi all’esecuzione dei gesti tecnici del percorso di gara, D. riconosce un miglioramento nelle proprie gare, confermate dal progressivo miglioramento nei piazzamenti ottenuti nei pochi mesi di attività del mental training.
L’applicazione delle strategie di mental training a uno sport così complesso come il motociclismo (la velocità elevatissima dei mezzi e la lotta in termini di centesimi di secondo per ottenere un podio sono solo un paio di caratteristiche evidenti), sembrano confermare dunque la loro capacità contributiva in termini di miglioramento della performance delle strategie cognitive suddette; ciò lascia uno spazio incoraggiante per studi maggiormente approfonditi sull’argomento, vista la rilevanza che assumerebbe la psicologia negli atleti di altissimo livello di questa disciplina, in un futuro che corre al pari dei loro potentissimi motoveicoli.
Cumming, J., Hall, C., Shambrook C. (2004). The influence of an imagery workshop on athletes’ use of imagery. Athletic Insight-The Online Journal of Sport Psychology, 6 (1). (READ FULL ARTICLE PDF)
Lane, J. F. (1980). Improving athletic performance through visuo-motor behaviour rehearsal. In R. M. Suinn (Ed.), Psychology in sport: methods and applications. Minneapolis: Burgess.
SooHoo, S., Takemoto, K., McCullagh, P. (2004). A comparison of modelling and imagery on the performance of motor skill. Journal of Motor Behavior, 27 (4), 349-367.
Durante la perlustrazione di una di quelle folcloristiche bancarelle di libri di una nota località marittima della Versilia, la mia attenzione è stata attirata dal libro di Veronica Pivetti, sorella di Irene, già Presidente della Camera dei Deputati del primo governo Berlusconi (e successivamente passata al giornalismo e alla conduzione televisiva).
Veronica Pivetti , di professione attrice brillante, con diversi ruoli soprattutto in serie televisive, racconta nel libro un lungo periodo oscuro durato circa sei anni e iniziato con la diagnosi di un malfunzionamento della tiroide.
Non è la prima volta che vengo incuriosito dalle autobiografie o dalle biografie di personaggi noti che entrano del tunnel della cosiddetta Cosa Brutta come la chiamava il compianto e geniale David Foster Wallace (2009). Precedentemente avevo letto La Partita più importante di Gianluca Pessotto(2008), di cui mi colpì la drammaticità e il valore simbolico del tentativo autolesivo (defenestrazione dalla sede della Juventus F.C., durante il Mondiale di calcio del 2006, poi vinto dall’Italia) e il miracoloso lieto fine della vicenda.
Mi aveva toccato molto anche la tremenda fine di Marco Pantani, un atleta in grado di emozionare fino all’esaltazione un’intera nazione, ma finito isolandosi in una solitudine paranoidefavorita da un’inefficace tentativo autoterapeutico a base di stupefacentie ben raccontata da Philippe Brunel (2008).
Da diversi anni si parla di biblioterapia (Floyd, 2003), cioè della lettura di libri o manuali di autoaiuto come potenziamento della psicoterapia o della terapia farmacologica.
Molti clinici consigliano la lettura di libri ai propri pazienti affetti soprattutto da disturbi d’ansia o depressivi. A me è capitato ad esempio in ambulatorio un paio di volte di consigliare a persone affette da depressione la lettura di E liberaci dal male oscuro di Cassano(Cassano e Zoli, 2003), dove una giornalista con precedenti di depressione intervista un luminare della psichiatria biologica. I consigli mirati possono in parte evitare la ricerca selvaggia di informazioni e storie nell’oceano del web, che spesso possono contenere informazioni errate.
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La Cosa Brutta non guarda in faccia nessuno: ricchi e poveri, anonimi e famosi, giovani e vecchi. Credo che chi abbia il coraggio di raccontare il proprio incontro con la Cosa Brutta lo faccia innanzi tutto per sé stesso con intento catartico, oltre che commerciale.
Un po’ di coraggio ci vuole perché come scrive la Pivetti “se sei un assassino ti accettano più facilmente che se sei depresso”, soprattutto nel mondo dello spettacolo, dove l’apparenza luminosa, il sorriso a trentasei denti sfoggiato forzatamente, il dinamismo a tutti i costi sono praticamente dei must (anche per questo il consumo di cocaina in questi ambienti non è così insolito).
Il depresso qualunque che vede che “anche i ricchi piangono” potrebbe sentirsi un po’ meno solo e forse anche meno sfigato, almeno per la durata della lettura del libro.
Veronica attribuisce nel libro una grande importanza all’origine biologica (distiroidismo) della propria depressione, parlando poco delle proprie relazioni affettive e degli aspetti intrapsichici (a parte una precisa descrizione dei sintomi depressivi). Accenna a un divorzio e sottolinea l’importanza del sostegno paziente e infaticabile dell’amica del cuore Gio e dei cani Harpo e Nyo.
Sicuramente non viene molto aiutata da una serie di incontri con medici sbagliati per diversi motivi, parte dei quali legati all’essere la paziente persona di successo. C’è il luminare che sente l’ansia da prestazione di fronte al paziente vip, c’è il medico vanesio attore mancato che racconta le sue esperienze teatrali ai tempi dell’Università invece di concentrarsi sui problemi della paziente, quello decisamente insensibile, che congeda la paziente dicendo “Mi raccomando continui a farci ridere!!!”.
E poi spunta una psicoterapeuta un po’ new age che scioglie i nodi con delle manipolazioni (bioenergetica…?), consiglia di pensare alla propria vagina come a qualcosa di bello e che alla fine resta la presenza costante e rassicurante di fronte al vertiginoso turnover di medici. La sventurata Veronica sperimenta anche due psichiatri, la prima bocciata per mancanza di carisma e il secondo promosso, almeno all’inizio.
Accetta di assumere diverse terapie psicofarmacologiche, che poi si autosospende in modo graduale, per paura di dover dipendere dagli psicofarmaci a vita, paura diffusissima tra le persone depresse.Lo psichiatra ipotizza anche una forma di bipolarismo che lei rifiuta categoricamente.
Da psichiatra dovrei essere orripilato dall’autosospensione dei farmaci da parte di un paziente. In realtà, chiaramente nelle forme patologiche non troppo gravi, capita che sia il paziente a scegliere in modo un po’ anarcoide per quanto tempo assumere la terapia farmacologica, essendoci ancora poca chiarezza sui tempi precisi di assunzione degli antidepressivi. L’ideale sarebbe comunque che medico e paziente decidano insieme e che non si facciano le cose di nascosto. Un percorso lungo e difficile insomma, come quello di milioni di persone depresse.
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Uno dei pregi del libro è l’autoironia con cui la Pivetti sdrammatizza sulla propria storia, come quando dice “Anche perché, è giusto dirlo, il depresso è un immenso rompicoglioni”, arrivando poi ad esprimere concetti clinicamente validissimi come “Il depresso è convinto che nessuno soffra quanto lui, e il guaio è che ha ragione. Su mille depressi ci sono mille sofferenze diverse e uniche al mondo, mille dolori indicibili e mille solitudini che nessuno potrà alleviare”.
Condivido che “la persona depressa ha bisogno di cure, è innegabile. Ma ha anche bisogno dell’amore di chi le sta vicino, perché solo l’amore altrui ti dà la forza di non desiderare di morire”.
C’è il valore della sofferenza come strumento di conoscenza “Sì, la depressione era un ottimo motore di ricerca di me” e l’innegabile potere sanatorio del tempo.
Il libro si conclude con la decisione di intraprendere un percorso psicanalitico da un affascinante terapeuta ottuagenario, visto per la prima volta in una trasmissione televisiva. Qualcuno ricorda qualcosa sul vecchio concetto di narcisismo?
State of Mind, il Giornale delle Scienze Psicologiche, in collaborazione con l’Istituto di Ricerca Studi Cognitivi, promuove nel 2012 la prima edizione del Premio Italiano per la Ricerca in Psichiatria, Psicologia e Psicoterapia.
L’iniziativa ha lo scopo di sostenere:
1. la ricerca scientifica in queste discipline; 2. la divulgazione di risultati scientifici rigorosi; 3. l’opera di giovani ricercatori del settore.
Sezione A − Junior
La Sezione Junior è dedicata a estratti di tesi di laurea magistrale che siano sperimentali e concluse entro gli ultimi tre anni (2010-2012) e da laureandi di età non superiore ai 30 anni.
Gli autori dovranno indicare nell’e-mail d’iscrizione: nome, cognome, indirizzo e numero telefonico per eventuali comunicazioni. I lavori inviati devono essere accompagnati da una lettera di presentazione ove l’autore dichiari se il manoscritto presentato sia inedito, in sottomissione, in stampa o già pubblicato su una rivista scientifica.
Il manoscritto deve riferirsi (o essere direttamente estratto) a tesi di laurea sperimentali condotte negli ultimi tre anni (2010-2012).
Gli articoli potranno essere in lingua italiana o inglese. L’autore partecipante potrà essere italiano o straniero, ma la ricerca deve essere stata condotta in Italia.
I temi inclusi nel concorso si riferiscono alle seguenti discipline: Psicologia Clinica, Psicoterapia, Psichiatria, Psicologia Sociale, Psicologia della Salute, Psicologia dello Sviluppo e Psicologia Generale.
La lunghezza degli articoli dovrà essere compresa tra le 2000-6000 battute (abstract e bibliografia escluse) e un massimo di tre allegati (tabelle e/o figure).
Gli articoli devono includere nell’ordine:
1. Titolo, autore/i e relative affiliazioni; 2. Abstract in italiano e inglese; 3. Cinque parole chiave; 4. Manoscritto contenente le seguenti sezioni: Introduzione, Metodo,Risultati e Discussione; 5. Le citazioni e i riferimenti bibliografici che dovranno essere redatti secondole norme dell’American Psychological Association; 6. Tabelle e figure, nel numero massimo di tre in totale, che dovrannoessere allegate al termine dell’articolo e numerate progressivamente concifre arabe. Le immagini devono essere ad alta risoluzione e di dimensionitali da consentire una buona leggibilità.
Sezione B − Senior
La Sezione Senior è dedicata ad articoli di ricerca pubblicati o in stampa (già accettati) nel 2011-2012 su riviste scientifiche peer-reviewed, italiane o straniere, dei relativi settori.
Gli articoli potranno riportare il nome di più autori, ma verrà accettato solo un autore come partecipante al concorso. Il primo autore non deve essere di età superiore ai 40 anni.
Gli autori dovranno indicare nell’e-mail d’iscrizione: nome e cognome, indirizzo e numero telefonico dell’autore partecipante per eventuali comunicazioni.
I lavori inviati devono essere accompagnati da una lettera di presentazione (in cui si specifica quale sia l’autore da considerare partecipante al concorso) ove l’autore dichiari se il manoscritto presentato è in stampa (già accettato) o già pubblicato su una rivista scientifica.
Il manoscritto deve riferirsi a ricerche pubblicate negli ultimi due anni (2011-2012) o già accettate e in stampa e dovrà essere allegato nella sua versione definitiva al momento dell’iscrizione.
L’accesso ai manoscritti sottomessi sarà ristretto ai soli membri della giuria incaricati di valutare i lavori in concorso.
Gli articoli potranno essere in lingua italiana o inglese. L’autore partecipante potrà essere italiano o straniero, ma la ricerca deve essere stata condotta in Italia.
I temi inclusi nel concorso si riferiscono alle seguenti discipline: Psicologia Clinica, Psicoterapia, Psichiatria, Psicologia Sociale, Psicologia della Salute, Psicologia dello Sviluppo e Psicologia Generale.
Invio
Per entrambe le sezioni (Junior e Senior), l’elaborato scientifico dovrà pervenire come allegato in formato word all’indirizzo e-mail:
Per qualsiasi chiarimento o informazione è possibile contattare la segreteria scrivendo allo stesso indirizzo mail o chiamando il numero:
+39-347-3354424.
Giuria (o Comitato scientifico)
La giuria che eleggerà il vincitore sarà composta da: Nino Dazzi, Franco Del Corno, Ettore Favaretto, Marcello Gallucci, Vittorio Lingiardi, Giovanni M. Ruggiero e Sandra Sassaroli.
La giuria sceglierà il vincitore sulla base dei seguenti criteri:
1. la correttezza formale dell’elaborato; 2. l’originalità dei contenuti; 3. l’aggiornamento con la letteratura scientifica internazionale; 4. la correttezza metodologica e statistica; 5. l’impatto sulla conoscenza scientifica rispetto alla disciplina di riferimento.
L’operato della giuria è insindacabile.
Premi
Al vincitore della Sezione A (Junior) sarà assegnato un premio di 500 euro.
Al vincitore della Sezione B (Senior) sarà assegnato un premio di 800 euro.
Premiazione
La premiazione si terrà il 14 Dicembre 2012 a Milano, in occasione della conclusione degli esami di diploma della scuola di specializzazione in Psicoterapia Cognitiva Studi Cognitivi.
La classifica dei vincitori verrà pubblicata sul sito web di State of Mind (www.stateofmind.it) dalla settimana successiva alla premiazione.
State of Mind, Il Giornale delle Scienze Psicologiche. ISSN 2280-3653 – Testata giornalistica. Registrazione al Tribunale di Milano n. 587 del 2-12-2011 – Direttore Responsabile: Giovanni Maria Ruggiero.
FAQ (Frequently Asked Questions)
1 Vorrei sottomettere un paper estratto dalla mia tesi di Dottorato, è possibile?
SI, gli articoli derivati da tesi di Dottorato possono concorrere nella sezione SENIOR.
2 E’ possibile partecipare con più di un articolo?
NO, ogni candidato al premio può partecipare solamente con un articolo e solo in una sezione (Junior o Senior).
3 Sono ammessi solo articoli sperimentali o si può sottomettere anche articoli di meta-analisi e review?
Sono ammessi gli articoli sperimentali e di meta-analisi. NON SONO AMMESSI articoli di review.
11 Settembre: Immagini violente & Impatto dei Traumi Collettivi
Secondo un nuovo studio della University California Irvine l’esposizione ripetuta a immagini violente– dagli attacchi terroristici dell’11 settembre alle fucilazioni della guerra in Iraq- porterebbe a un aumento di disturbi fisici e psicologici in soggetti adulti. Lo studio mette in luce gli effetti rilevantemente negativi dell’esposizione ripetuta a immagini violente di “traumi collettivi” quali calamità naturali, attacchi terroristici e scene di guerra.
Le persone che hanno guardato per più di quattro ore al giorno immagini violente multimediali relative all’evento dell’11 settembre o al conflitto in Iraq nelle settimane successive a tali eventi hanno riportato sintomi sia da disturbo acuto da stress che da disturbo post-traumatico da stress nel corso dei mesi successivi.
Parimenti gli stessi individui hanno presentato significativi malesseri somatici dai due ai tre anni successivi all’esposizione ripetuta di tali immagini traumatiche.
Lo studio ha previsto un assessment della salute fisica e mentale dei soggetti prima degli eventi in questione, del livello di esposizione mediatica a tali immagini, dei sintomi di stress acuto immediatamente seguenti cosi come del disturbo post-traumatico da stress. Una fase di assessment di follow-up si è poi svolta a tre anni da tali eventi.
Quasi il 12 per cento dei 1322 partecipanti ha riferito un alto livello di stress acuto relativamente all’11 settembre, mentre circa il 7 per cento ha riferito elevati livelli di stress acuto legati alla guerra in Iraq. Soprattutto le persone che avevano visto ripetutamente per più di quattro ore cruente immagini violente televisive di tali eventi avevano più probabilità di presentare sintomi di stress acuto rispetto a coloro che ne avevano fruito in misura minore.
Secondo gli studiosi tali risultati suggeriscono che l’esposizione ripetuta a immagini violente multimediali potrebbe essere un importante meccanismo attraverso il quale si diffonde l’impatto dei traumi collettivi. La ricerca finanziata dalla National Science Foundation verrà pubblicata a breve su Psychological Science.
Com’è noto, la caratteristica essenziale del Disturbo di Panico è la presenza di attacchi di panico ricorrenti, inaspettati, seguiti da almeno 1 mese di preoccupazione persistente di avere un altro Attacco di Panico, preoccupazione sulle possibili implicazioni o conseguenze degli Attacchi di Panico o un significativo cambiamento di comportamento correlato agli attacchi.
Ma cosa si intende per panico? Esso indica un periodo preciso di paura o disagio intensi, durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti:
a) palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia; b) sudorazione; c) tremori fini o a grandi scosse; d) dispnea o sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia; e) dolore o fastidio al petto; f) nausea o disturbi addominali; g) sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento; h) derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi); i) paura di perdere il controllo o di impazzire; l) paura di morire; parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio); m) brividi o vampate di calore.
I vari disturbi d’ansiamostrano forme differenti del cosiddetto pensiero negativo. Nel disturbo di panico la previsione negativa è collegata a sensazioni corporee di vario tipo, ma tutte in qualche modo collegate a un’esperienza terrorizzante di paura. È, appunto, il cosiddetto panico.
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Il paziente con panico è, tendenzialmente, concentrato sull’esperienza di panico stessa. La connessione con la realtà esterna è scarsa. Non vi sono quindi disgrazie o sciagure esterne temute. Vi possono essere situazioni specifiche esterne temute, ma non perché intrinsecamente catastrofiche, ma perché associate dal soggetto al panico. Si tratta di luoghi dove, secondo il paziente, è più facile improvvisamente provare uno stato di panico per qualche ragione. Ad esempio, perché lì è avvenuta una precedente esperienza di panico. Un altro tipo di luoghi temuti sono i posti dove si è in uno stato di attesa obbligata o di costrizione. Per esempio, le file, le attese nei luoghi pubblici. Lo stato di costrizione rende il paziente vulnerabile, in quanto egli pensa di non avere possibilità di fuga se dovesse avere il panico. Fuga verso luoghi ritenuti più sicuri, come ad esempio casa.
L’individuo in preda al panico percepisce percezioni sgradevoli che egli catastrofizza ritenendole terrorizzanti in varie zone o funzioni del corpo: il cuore (palpitazioni, cardiopalmo, tachicardia, doloreo fastidio al petto), il respiro (dispnea, sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia), i visceri addominali (nausea o disturbi addominali), la pelle (sudorazione), le membra (tremori fini o a grandi scosse, le parestesie, cioè le sensazioni di torpore o di formicolio) o l’intero corpo (brividi o vampate di calore) e poi, avvicinandoci a sensazioni sempre più puramente mentali, incontriamo ancora le parestesie, le sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento fino ad arrivare alla derealizzazione (senso di irrealtà) o alla depersonalizzazione (sensazione di essere distaccati da sé stessi). E si conclude con quelle che ormai sono vere e proprie credenze cognitivedi paura: la paura di perdere il controllo o di impazzire e la paura di morire.
In questo ventaglio di possibilità possiamo intuire che l’individuo soggetto al panico è, almeno apparentemente, poco introspettivo. È un individuo che sembra parlare e descriversi più in termini di sensazioni. Non ci sono emozioni in questa lista. Oppure si arriva direttamente a una paura molto semplice e primordiale: il timore di morire oppure quello più sofisticato di impazzire.
Essendosi così focalizzato sugli stati interiori, il disputing del panico si focalizza a sua volta sugli stati interni, ovvero sul panico stesso. Con il paziente panicoso si ingaggia un disputing molto concentrato sulla reale gravità dell’esperienza di panico e sulla sua tollerabilità. Si può effettuare un lavoro anche sulla realtà esterna. Ma non si tratta di valutare quanto sia pericolosa una situazione, quanto piuttosto di ragionare insieme perché una certa situazione debba, in qualche modo, associarsi mentalmente alla possibilità di avere uno stato di panico.
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Il paziente in genere ha la convinzione di non avere alcun controllo deliberato sullo scatenamento del panico. Ma in realtà, facendolo riflettere attentamente sulla sequenza degli eventi mentali che precedono il panico è possibile renderlo consapevole di una finestra di controllo volontario in cui si inserisce una interpretazione catastrofica della situazione scatenante, interpretazione che può essere sottoposta a una ristrutturazione cognitiva.
Il training attentivo si deve applicare anche agli atteggiamenti mentali del paziente che precedono il panico. È noto che il paziente panicoso è in uno stato di perenne ipervigilanza dei suoi stati corporei. Egli monitora continuamente le percezioni corporee, in particolare quelle provenienti dalla zona toracica e/o addominale. Zone che il paziente percepisce come vulnerabili. Ogni affanno del respiro, ogni battito cardiaco, ogni mal di pancia può essere interpretato come segnale di un possibile attacco di panico.
Il congresso è stato ricco di spunti e particolarmente interessante. L’idea dell’organizzatore, Lucio Bizzini, di sottolineare nel tema dominante l’importanza delle neuroscienze nel lavoro psicoterapeutico ha determinato riscontri positivi sia in termini di iscritti al congresso che di contributi scientifici presentati. L’integrazione tra le terapie standard e quelle di terza generazione ancora una volta ha destato notevole interesse, ma al contempo sono state gettate le basi anche per le terapie del futuro.
Ormai da diversi anni l’EABCT sta diventando un luogo di incontro e di confronto sempre più aperto e multiculturale, sia da un punto di vista scientifico che sociale. Arrivano continue richieste di iscrizione e di adesione alla nostra associazione, da diverse parti del mondo, anche extra-europee. Segno evidente di rinnovato interesse che, soprattutto da alcuni anni a questa parte, l’EABCT sta suscitando, sia per i contenuti e le iniziative scientifiche che propone, sia per le sue caratteristiche di accoglienza ed ospitalità.
Le ultime a unirsi all’EABCT, di cui sono entrate a far parte come Full Memberships, sono state le Associazioni di Terapia cognitiva dell’Ucraina e del Montenegro, mentre hanno chiesto e ottenuto di diventare nostre Affiliate Members le associazioni del Canada e del Marocco.
Notevole è lo sforzo che l’EABCT sta producendo sia in termini organizzativi che scientifici, e il piano operativo (Activity Plan) diventa ogni anno sempre più ricco e impegnativo.
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Oltre all’ordinaria gestione della vita societaria e congressuale, il Board in questi ultimi anni ha promosso una serie di iniziative ed attività:
1) grazie al monumentale lavoro svolto da alcuni colleghi, coordinati da Thomas Kalpakogku, sono state portate a termine le linee guida per l’accreditamento dei Training Standard, secondo parametri e linee guida comuni e condivisi;
2) è stata attivata una task force per la diffusione della terapia cognitiva e cognitivo-comportamentale (ovvero la CBT) in Africa. L’idea è quella di aiutare pazienti meno fortunati dei nostri a poter beneficiare degli stessi avanzati ed efficaci trattamenti di cui possono usufruire i nostri pazienti;
3) non solo in Africa, ma anche in altre regioni europee in cui la CBT è meno sviluppata, i membri dell’EABCT si stanno adoperando per aiutarle nell’organizzazione di training e percorsi formativi;
4) sono stati istituiti dei premi per i migliori poster presentati ai congressi;
5) è stata costituita una commissione per la valutazione della richiesta di fondi (di cui l’EABCT dispone grazie all’ottima gestione del passato congresso Mondiale di Barcellona) da destinarsi a progetti e/o iniziative varie provenienti da associazioni e/o gruppi appartenenti all’EABCT;
6) si sta costituendo uno Scientific Advisory Board con lo scopo di contribuire a fornire maggiore spessore scientifico all’Associazione e fornire un supporto ai locali comitati scientifici organizzatori di congressi;
7) sono stati attivati dei gruppi di ricerca scientifici internazionali, i SIG (Specialized Interest Group), per i quali mi sono personalmente adoperato, per cercare di spingere quanto più è possibile i nostri soci alla cooperazione ed al confronto.
Il primo a essere stato attivato è stato quello sull’OCD, che grazie all’ottimo lavoro organizzativo e coordinativo di Barbara Barcaccia, ha già realizzato due meeting regionali ad Assisi (nella prossima primavera si terra’ il terzo), e un simposio a Ginevra che ho avuto il piacere di coordinare e di presiedere; abbiamo da poco lanciato anche il SIG sui BIPOLAR Disorders ed altri sono in fase di costituzione (Low Intensive Therapy, Depression, Psycosis, Trauma , Sex and couple Therapy).
Giovanni Ruggiero è in fase di start up per il SIG sul Worrying and Rumination. Ricordo a tutti che i SIG rappresentano una straordinaria opportunità per entrare a far parte di gruppi di lavoro internazionale all’interno dei quali apportare il proprio contributo e nei quali è possibile arricchirsi e preparare momenti di confronti, ricerca, e future cooperazioni.
Ricordo inoltre che sono previste sessioni di meeting e di incontro in camere virtuali, all’interno di piattaforme telematiche che stiamo cercando di allestire. Invito pertanto tutti i Direttori di Scuole, Didatti, Trainers e affini a dare massima diffusione a questa iniziativa soprattutto tra gli studenti e persone più giovani e desiderose di sviluppare un maggior senso di appartenenza alla nostra associazione e che hanno bisogno di essere adeguatamente stimolati ed incuriositi. Pochi per esempio sanno che se si iscrivono alla SITCC diventano automaticamente membri anche dell’EABCT.
8 ) Gestione di rapporti con altre associazioni;
9) Diffusione delle Newsletter;
10) Organizzazione di congressi che saranno: 2013: Marocco (Marraketch) (organizzato dall’EABCT stessa in mancanza di altri gruppi organizzatori); 2014: Olanda (L’Aia); 2015: Israele (Gerusalemme); 2016: Svezia (Stoccolma); 2019: collaborazione del Congresso Mondiale in Europa (Londra o Berlino).
I due congressi in Marocco ed Israele rappresentano quel tentativo a cui accennavo prima di allargare i nostri confini scientifici e non. Invito pertanto tutti a prenderli in seria considerazione al fine di una vostra partecipazione. Peraltro, soprattutto in Marocco, ci stiamo adoperando per mantenere i costi a livello più basso possibile, cercando di andare incontro alle esigenze dei giovani e dei nostri studenti.
Per ulteriori approfondimenti o chiarimenti non esitate a consultare il sito EABCT o a contattarmi personalmente ([email protected]).
Un nuovo studio di neuroimaging condotto presso l’ università di Wisconsin-Madison dimostra che il cervello delle persone con disturbo d’ansia generalizzato (GAD) presenta connessioni più deboli tra la corteccia cingolata anteriore e prefrontale e l’amigdala, suggerendo anomalie in termini di regolazione emotiva.
Il disturbo d’ansia generalizzato è caratterizzato da eccessiva e incontrollabile preoccupazione estesa a diversi domini della propria vita, e colpisce quasi il 6 per cento della popolazione.
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Nello specifico lo studio, che ha utilizzato tecniche neuroimaging DTI e fMRI, ha coinvolto 49 pazienti con GAD e 39 volontari sani. I risultati hanno mostrato che analizzando la materia bianca cerebrale rispetto ai soggetti sani, nei pazienti con diagnosi di disturbo d’ansia generalizzato l’amigdala (area essenziale del sistema limbico responsabile dei processi di regolazione emotiva) avrebbe connessioni più deboli con la corteccia cingolata anteriore e prefrontale (aree del sistema fronto-limbico): tale circuito definito uncinate fasciculus sarebbe quindi in qualche modo depotenziato, un po’ come fosse un muscolo che non viene allenato nei pazienti con disturbo d’ansia generalizzato, il tutto a sfavore di una sana regolazione emotiva.
Sarebbe oltremodo utile verificare a livello neuroscientifico l’effetto della psicoterapia sulla funzionalità di tale circuito: veramente la psicoterapia agendo sui processi di regolazione emotiva può aiutare alla ricostituzione di tale fascio di connessioni associato a un miglioramento sintomatologico che consiste in una riduzione dei sintomi ansiosi?
The Self Illusion: Siamo davvero solo un Ammasso di Atomi?
Di Elena Lucchetti e Francesca Fiore
Siamo un ammasso di atomi è il riassunto di quanto espresso nell’ultima opera di Bruce Hood, “The Self Illusion”, in cui tutto quelle che ci circonda è caratterizzato da un insieme di atomi, allora, anche noi siamo solo un “ammasso di atomi”? O c’è qualcosa di più?
Se fermiamo una persona per la strada, ponendogli la domanda su come si percepisce, probabilmente risponderebbe che oltre al solo corpo vi è qualcos’altro di intangibile, evanescente, che può essere definito spirito, anima, essenza, identità: Sé.
Anche noi stessi, se dovessimo pensarci come fatti di sola materia, avremmo forse una sorta di rigetto a questa idea. Vi è, quindi, un istinto intrinseco nella natura umana a considerare ciascuno di noi come un’identità unica e di grande valore; provvisti di una dimensione più elevata rispetto all’elemento puramente materiale. Gli esseri viventi sembrano avere un’essenza che è un qualcosa di più della somma delle loro parti. Secondo Hood, questa è un’illusione.
Il problema è che l’immagine di sé è generata dalla mente, e la mente è generata dal cervello, e il cervello è solo un sacchetto di atomi, e gli atomi possono essere scambiati e riordinati, e forse, uno giorno, copiati. Quindi, il sé è solo un illusione dettata dalla forza di una insieme di parti fatte anche esse solo di atomi.
A questo punto mi sovviene alla mente la “teoria dei tre mondi” di Karl Popper che afferma l’esistenza di sottomondi ontologicamente distinti:
Il Mondo fisico;
Il Mondo degli stati mentali e delle esperienze soggettive;
Il mondo delle idee in senso oggettivo, ossia il mondo degli oggetti possibili di pensiero (teorie scientifiche e le loro relazioni logiche).
Senza addentrarci nella teoria e nelle speculazioni filosofiche, è possibile osservare come Popper abbia affiancato ad un mondo prettamente fisico, costituito da materia, ad altre due dimensioni che sono il prodotto della mente umana. Quindi, l’antimaterialismo popperiano si contrappone all’estremo atomismo espresso da Hood nel suo libro. Quindi siamo fatti di solo corpo o anche di altro?
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Attualmente, ciò che più somiglia ad una “copia di cervelli” è rappresentata dai gemelli omozigoti.
Questi gemelli possiedono lo stesso corredo cromosomico, ovvero la stessa materia. Spesso, durante l’infanzia, i gemelli si percepiscono e vengono considerati dalle altre persone, come un’entità unica chiusa al mondo esterno.
Con l’inizio di un momento importante quale l’adolescenza, emerge per essi il fastidio di essere considerati una cosa sola e affiora lo stupore di capire che si ha un valore anche senza il doppio. Inizia, così, il lungo viaggio verso la “degemellizzazione”.
Può capitare che questo percorso personale possa trasformarsi in una competizione e/o conflitto agguerrito, causato dal fatto di avere continuamente uno specchio con il quale paragonarsi.
Con questo esempio dei gemelli omozigoti appare chiaro come, pur avendo un substrato fisico estremamente simile, la necessità di differenziarsi e affermare un proprio Sé emerga in tutta la sua forza.
Tuttavia, immaginando che tali gemelli siano dotati della stessa struttura fisica e ipoteticamente che, fino ad un certo punto della loro vita, possano essere dotati di una uguale identità, è evidente come ciò non possa durare a lungo.
Infatti studi recenti, hanno dimostrato come il cervello umano mantenga una certa plasticità neuronale durante tutto il corso della vita. Questa capacità dei neuroni di modificarsi e riorganizzarsi continuamente è dovuta all’influenza del mondo esterno per rispondere a particolari esigenze motorie, sensoriali ma anche cognitive e affettive. Il Sé quindi comincerebbe, ancora una volta, a distinguersi e a manifestarsi nella sua peculiarità.
Anche se il sé fosse solo un’illusione, come affermato da Bruce Hood, tale illusione sarebbe considerata come realtà individuale e quindi da prendere in considerazione da parte degli studiosi della psiche per poterci lavorare e dare, in alcuni casi, delle basi anatomiche, farmacologiche, per dare significato a quanto di più profondo esista.