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Meditazione e Wandering: un’alternanza che ci rende più consapevoli.

Allenarsi alla Meditazione migliora le capacità di fluttuare tra stati mentali diversi, di mentalizzare e riconoscere gli stati interni.

Di Camilla Marzocchi

Pubblicato il 30 Mag. 2012

Aggiornato il 01 Giu. 2012 09:23

 

Meditazione e wandering: un’alternanza che ci rende più consapevoli. - Immagine: © alphaspirit - Fotolia.comNumerosi studi suggeriscono che il Default Mode Network sia attivo durante il wandering e solo occasionalmente presente anche durante compiti a più alto carico cognitivo.

Al contrario sembra ci sia un circuito neurale complementare, implicato in compiti cognitivi che richiedono un’attenzione sostenuta e focalizzata (Task-positive Network), in grado di regolare diverse forme di attenzione necessarie per raggiungere delle performance ottimali.

In un recente studio pubblicato nel 2012, Hasenkamp e collaboratori si sono proposti di studiare attraverso un protocollo il più possibile ecologico le fluttuazioni dell’attività neurale, rispetto ai due network sopra citati, tra stati mentali di wandering e attenzione focalizzata, attraverso l’utilizzo di esercizi di meditazione. Il modello prevedeva l’alternanza di 4 diversi stati mentali durante l’esperimento:

  • Mind wandering (MW),
  • Consapevolezza di essere in uno stato di wandering (AWARE),
  • Spostamento dell’attenzione rispetto al focus indicato nel compito (SHIFT), 
  • Attenzione sostenuta (FOCUS).
Mind Wandering. - Immagine: © auremar - Fotolia.com
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La scelta di soggetti allenati a fare esercizi di meditazione focalizzata, deriva dal fatto che queste persone sviluppano nel tempo una spiccata abilità nel monitorare i propri stati interni (per i cognitivisti si tratta di metacognizione!), che li rende quindi più capaci di altri nell’identificare i diversi “eventi” e stati mentali oggetto dell’esperimento.

Ai soggetti era dunque richiesto di fare meditazione focalizzata sul proprio respiro, mentre si sottoponevano allo scanning in fMRI (Risonanza magnetica funzionale), ed era richiesto loro di segnalare attraverso la pressione di un pulsante l’incorrere di episodi di wandering, in cui invece l’attenzione veniva completamente distolta dalla respirazione (e dunque dal focus del compito richiesto). L’ipotesi dei ricercatori era che durante gli episodi di wandering i soggetti mostrassero un’intensa attività del DMN, mentre nelle altre tre condizioni (metawareness, shifting dell’attenzione e attenzione sostenuta) fosse più attiva la rete neurale legata alle funzioni esecutive e ai processi attentivi più consapevoli (Task-positive Network).

I risultati ottenuti dai ricercatori hanno evidenziato, in linea con l’ipotesi sperimentale, una maggiore attività del Task-positive Attention Network durante le condizioni AWARE, SHIFT e FOCUS, e una maggiore attivazione del Default Mode Network invece durante gli episodi di MW segnalati dai soggetti. In particolare le aree corticali corrispondenti ai processi mentali “attivi” si sono accese rispettivamente nelle tre condizioni: consapevolezza del wandering e quindi capacità di identificare evento target (insula anteriore bilaterale e corteccia cingolata anteriore), re-orientamento dell’attenzione sul compito chiesto, regolata dalle funzioni esecutive (corteccia prefrontale laterale e corteccia parietale inferiore) e mantenimento della concentrazione sul compito, mediata dai processi di attenzione sostenuta (corteccia prefrontale dorso laterale). Al contrario le aree funzionali risultate accese nel wandering sono state la corteccia cingolata posteriore, corteccia prefrontale mediale, le cortecce parietali e temporali posteriori e gli ippocampi, aree notoriamente legate ai processi di mentalizzazione e all’elaborazione delle informazioni emotive e personali.

Spegnere il Cervello. La Meditazione per contrastare il Rimuginio. - Immagine: © hollymolly - Fotolia.com
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Il dato forse più interessante e di utilità clinica, è infine che la corrispondenza tra le aree attivate e gli episodi di MW è risultata significativamente maggiore nel sottogruppo di soggetti con un numero di anni più elevato di esperienza di meditazione focalizzata, rispetto ai soggetti con meno esperienza: allenarsi alla meditazione focalizzata migliora le nostre capacità di fluttuare tra stati mentali differenti, di mentalizzare e riconoscere gli stati interni. Inoltre la durata della fase di SHIFT sembra inversamente proporzionale agli anni di training in meditazione focalizzata: l’ipotesi avanzata dai ricercatori è quindi che i processi di attivazione/disattivazione delle risorse attentive vengano velocizzati e resi più mirati dalla pratica della meditazione focalizzata, rendendo il passaggio tra i diversi stati mentali più fluido e più consapevole.

La capacità di passare rapidamente tra stati di wandering e stati di attenzione focalizzata, sembrerebbe garantire una più efficacie connessione tra le diverse reti neurali distribuite nella corteccia e dunque potrebbe essere alla base dell’inesplorata e sempre affascinante questione della coscienza..…ma per questo temo saranno necessari ulteriori approfondimenti!

 

La prossima settimana la seconda parte dell’articolo

 

 

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