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Convegno internazionale di Psiconeuroendocrinoimmunologia: Intervista al Prof. Bottaccioli

SIPNEI: Convegno internazionale di Psiconeuroendocrinoimmunologia: Intervista al Prof. Bottaccioli

ID Articolo: 3506 - Pubblicato il: 28 novembre 2011
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Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia - bannerSu iniziativa della SIPNEI dal 27 al 30 ottobre, Orvieto ha ospitato il Convegno Internazionale di Psiconeuroendocrinoimmunologia. Tema del congresso è stato “Stress e la vita”. Tema che è stato analizzato da molti punti di vista: dallo stress cellulare fino allo stress da lavoro, emozionale, cognitivo. Infine sono state anche proposte ricerche e indagini sulle ricadute che esso può avere sulla patologia umana.

La splendida Orvieto fa da cornice al Convegno Internazionale di Psiconeuroendocrinoimmunologia e vede riuniti medici, biologi, psicologi, fisiologi, filosofi, ricercatori e terapeuti di differenti orientamenti per tentare di proporre un modello integrato dell’individuo. Per comprendere meglio questo approccio ho incontrato il Prof. Francesco Bottaccioli, presidente onorario della SIPNEI.

 

-Come definirebbe in breve l’approccio della Psiconeuroendocrinoimmunologia o PNEI?

La PNEI è la disciplina che studia le relazioni bidirezionali tra psiche e sistemi biologici. Nella PNEI convergono, all’interno di un unico modello, conoscenze acquisite a partire dagli anni Trenta del XX sec. dall’endocrinologia, dall’immunologia, dalle neuroscienze e dalla psicologia.

 

-Durante questo congresso si è spesso detto che per poter parlare veramente di salute, bisognerebbe considerare l’uomo come un network. Potrebbe spiegare questo concetto?

Con la PNEI viene a profilarsi un modello di ricerca, di interpretazione della salute e della malattia che vede l’organismo umano come una unità strutturata e interconnessa, dove i sistemi psichici e biologici si condizionano reciprocamente. Ciò fornisce la base per prospettare nuovi approcci integrati alla prevenzione e alla terapia delle più comuni malattie, soprattutto di tipo cronico. Al tempo stesso, configura la possibilità di andare oltre la storica contrapposizione filosofica tra mente e corpo nonché a quella scientifica, novecentesca, tra medicina e psicologia, superandone i rispettivi riduzionismi, che assegnano il corpo alla prima e la psiche alla seconda

 

-Il tema del congresso è stato “Stress e vita”, due concetti spesso legati indissolubilmente. Da dove nasce l’idea di questo tema?

Nasce intanto da una suggestione di Hans Selye, il padre della ricerca sulla neurobiologia dello stress: uno dei suoi libri più famosi si intitola “Stress of Life”. Noi abbiamo pensato di correggere una possibile immagine negativa che potrebbe venire dalla locuzione “Lo Stress della vita” rimarcando invece come lo stress non è di per sé negativo, anzi, come diceva lo stesso Selye, è l’essenza della vita, permea la vita stessa fin dalla cellula. Per questo, le letture e le sessioni congressuali sono andate dallo stress cellulare fino allo stress da lavoro, da terremoto, da malattia ma anche da premio.

 

-Qual è l’approccio PNEI allo stress?

Telomeri e Psicoterapia

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Pensiamo che sia necessario lavorare per rivedere la scienza dello stress unificando le due grandi tradizioni di ricerca: quella neurobiologica che parte da Selye e giunge fino a Besedovsky e Chrousos (entrambi relatori al nostro congresso) e quella psicologica che parte da Lazarus e che al congresso è stata rappresentata da molti studiosi italiani (Lazzari, Bertini) e stranieri (Stan Maes). Selye aveva ragione nel dire che gli stressors possono essere di varia natura, fisica, biologica, psicologica, e che tutti attivano l’asse dello stress. Al tempo stesso Lazarus aveva ragione nel sottolineare l’aspetto cognitivo che individualizza la ricezione degli stressors psicosociali. La PNEI con il suo modello a network, che contempla la psiche come dimensione emergente dal livello biologico ma con una sua relativa autonomia in grado di retroagire sul cervello modificandolo, è in grado di operare questa sintesi.

 

 

-Tra i diversi approcci proposti al convegno si è parlato anche della meditazione PNEI. Quali sono le ricerche empiriche in atto? Potrebbe spiegare in estrema sintesi il protocollo della PNEIMED?

Si tratta di un metodo che combina lo studio della fisiologia PNEI e quindi delle relazioni tra psiche e sistemi biologici al fine di aumentare la consapevolezza di sé come organismo vivente, con i principi filosofici essenziali della tradizione orientale (in particolare buddista mahayana) corredati da una sintesi originale di esercizi antistress e meditativi (concentrazione, respirazione, visualizzazioni) esposti in diversi testi a firma Bottaccioli, Carosella. Al congresso abbiamo presentato uno studio su un campione di 125 soggetti sani, allievi dei nostri corsi PNEIMED, testati con il metodo test – re-test sia sul piano psicologico (con il test SRT composto da 4 scale: ansia, depressione, stima di sé, somatizzazione) sia su quello biologico (misura del cortisolo salivare). I risultati mostrano una riduzione statisticamente significativa sia della sintomatologia psicologica sia del livello del cortisolo basale. Il paper è in corso di sottomissione per la pubblicazione in una rivista internazionale.

 

 

-Per concludere, nell’ultima giornata del convegno si è parlato di epistemologia della salute. Qual è per lei la differenza tra scienza della salute e scienza della malattia? E la salute andrebbe considerata più come un processo, come un obiettivo o come una meta?

Messaggio pubblicitario San Giorgio fino al 15 Luglio La salute è “una condizione di intrinseca adeguatezza”, per dirla come il filosofo Gadamer o di “autoefficacia”, per usare le parole dello psicologo Bandura, o di “equilibrio adattativo” coniato da un medico sperimentale, Selye. La medicina contemporanea non contempla questo orizzonte essendo basata su una fisiopatologia e una nosologia che non prevede la persona in temporaneo disequilibrio, né l’attivazione delle risorse individuali come fattori di salute e di guarigione e che invece fonda la salute all’esterno della persona, confidando essenzialmente nel potenziale farmacologico del medico. La nostra missione è cambiare il paradigma di riferimento delle scienze della cura per rimettere in primo piano il soggetto senza abdicare alla spiegazione scientifica e tantomeno ai presidi pratici che essa offre. Nel 2012 questo sarà il centro del nostro lavoro come società scientifica: diffondere suggestioni e modelli di cure integrate delle principali patologie umane. Siamo aperti al contributi di tutti.

 

Lascio Orvieto e la sua buona cucina con nuovi ed interessanti spunti di riflessione sia per una terapia che per una ricerca orientata ad un approccio più olistico, che integri tutte le discipline che si occupano della cura dell’uomo.

 

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