“Dottore, ora ho paura di non ruminare più come prima…”

Bene, questo paziente stava chiedendo al terapeuta di aiutarlo a scoprire altre strategie più funzionali da sostituire al ruminare. Ma stava anche chiedendo, a mio parere, di dargli il tempo di abituarsi a “stare” con un po’ di paura, a tollerare un po’ di incertezza e ad “accettare” quel “nuovo se stesso” che non perde più interminabili ore a chiedersi “perché così.. perché a me… perché è successo… perché sempre a me… perché, perché, perché”

ID Articolo: 4494 - Pubblicato il: 11 gennaio 2012
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Ruminazione - Immagine: Fotolia.comNei gruppi MBCT (Mindfulness-Based Cognitive Therapy; Segal, Williams & Teasdale, 2001) di prevenzione delle ricadute per i pazienti che hanno avuto una storia clinica di depressione mi colpiscono e affascinano i commenti e le discussioni che spesso emergono. Ma uno in particolare, mi ha incuriosito e arricchito molto. Durante una sessione, circa a metà del percorso MBCT, un paziente alza la mano e dice: “Vorrei dire una cosa. Il percorso che sto facendo mi sta servendo molto. Sto meglio, riesco a riconoscere quando parto con le mie ruminazioni (ricordo che le ruminazioni sono “un insieme di pensieri su una stessa tematica che si presentano anche quando non vi è una necessità immediata o una richiesta ambientale che giustifichi tali pensieri” e sono riferiti al passato, NdA), riesco abbastanza bene a non seguirle troppo… però, ho paura di una cosa: adesso che non perdo così tanto tempo a ruminare, ho paura, perché non so cosa fare, è come se temessi che qualcosa di brutto stesse per accadere!

Nell’ascoltare questo commento nella mia mente, e nella mia pancia, si sono aperti tanti cassetti che mi hanno fatto pensare alla necessità, nota in psicoterapia cognitiva, di fornire ai pazienti strategie alternative, ai vantaggi secondari che tutti i disagi per loro natura portano con sé, al messaggio, anche non verbale, che questo paziente stava mandando in cui esortava ad andare con lui “con i piedi di piombo”, al fatto che un cambiamento, anche se positivo, richiede tempo per essere digerito, alla paura per lo sconosciuto che, per quanto adattivo e funzionale, rimane sconosciuto, e quindi fa paura. Tutto questo ha anche rafforzato la mia convinzione che, qualsiasi sia la tipologia di persona che incontriamo nei nostri studi, sia di fondamentale importanza fornire strumenti e strategie alternative. Lorenzini e Sassaroli, alcuni anni fa parlavano di “costruzione dell’ombra” (in omaggio a C.G. Jung, a cui sono particolarmente affezionato…) cioè “costruire alternative praticabili alle vecchie modalità di pensare e di essere” (Lorenzini, Sassaroli, 2000, p. 74).

Come o Perché? E le conseguenze per il pensiero.

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Bene, questo paziente stava chiedendo al terapeuta di aiutarlo a scoprire altre strategie più funzionali da sostituire alle ruminazioni. Ma stava anche chiedendo, a mio parere, di dargli il tempo di abituarsi a “stare” con un po’ di paura, a tollerare un po’ di incertezza e ad “accettare” quel “nuovo se stesso” che non perde più interminabili ore a chiedersi “perché così.. perché a me… perché è successo… perché sempre a me… perché, perché, perché” (i noti Why di cui parlavo in un altro articolo di State of Mind). Conclusa questa fase, avrebbe potuto concentrarsi e occuparsi di sé, dei propri scopi di vita e, per dirla con le parole dell’ACT, ai propri valori (Harris, 2011).

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Harris R. (2011). Fare ACT. Una guida pratica per professionisti all’Acceptance and Commitment Therapy. Franco Angeli: Milano.
  • Lorenzini R., Sassaroli S. (2000). La mente prigioniera. Strategie di terapia cognitiva. Raffaello Cortina: Milano.
  • Watkins E. (2008). Constructive and unconstructive repetitive thought. Psychological Bulletin. 134(2). pp. 163-206.

 

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