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Mindfulness e Psicoterapia Cognitiva: una Riflessione Critica #2

la seconda parte dell'articolo sulla Mindfulness del Prof. Andrea Bassanini in risposta all'articolo Il Lato opaco dei Cimbali.

ID Articolo: 12162 - Pubblicato il: 27 giugno 2012
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Mindfulness e Psicoterapia Cognitiva: una Riflessione Critica #2. - Immagine: © silvae - Fotolia.comPubblichiamo questa settimana la seconda parte dell’articolo sulla Mindfulness del Prof. Andrea Bassanini in risposta all’articolo Psicoterapia Cognitiva e Mindfulness: Il Lato opaco dei Cimbali

FARE mindfulness o praticarla… All’interno degli approcci cosiddetti di Terza Ondata non c’è per fortuna solo e soltanto la mindfulness. Alcuni approcci, su tutti ACT, includono la mindfulness come parte importante ma non esclusiva del processo terapeutico. Credo sia questo il punto forte della mindfulness: permettere ai pazienti di imparare a relazionarsi in modo diverso con i propri pensieri, non facendosi “agganciare”, “intrappolare” e “guidare automaticamente” dai propri pensieri.. questo è il rischio di vivere seguendo il proprio Sé concettualizzato (di cui ho già scritto su SOM) e di fatto di vivere in modo mindless.

Atteggiamento mindful o tecnica da insegnare? Altro problema è la mindfulness intesa come “atteggiamento” in primis del terapeuta e poi dei pazienti e la mindfulness intesa come skill da “insegnare ai pazienti”. Partiamo dalla seconda. Illustri terapeuti, come Wells e Linehan, insegnano abilità di mindfulness ai propri pazienti (detached mindfulness in Wells, e Mindfulness Skills nel protocollo Linehan). La potenza terapeutica di tali interventi è ormai nota al mondo della psicoterapia.

Mindfulness e Psicoterapia Cognitiva: una riflessione critica #1. - Immagine: © artida - Fotolia.com

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Un aspetto critico riguarda il fatto che, utilizzando la mindfulness come skill da “insegnare”, forse, viene un po’ snaturato il senso e l’epistemologia del concetto di mindfulness, il cui obiettivo principale è semplicemente fare esperienza nel momento presente di ciò che ci si presenta all’attenzione momento dopo momento, cioè osservare ciò che sta accadendo fuori e dentro nel momento presente; in altre parole, essere consapevoli. È chiaro che tale obiettivo è molto diverso dagli approcci Wells, Linehan & co. in cui l’obiettivo della mindfulness diventa insegnare/trasmettere un’abilità, la quale porta con sé conseguenze ed effetti secondari, tra cui anche la consapevolezza. Ci vengono in aiuto le parole di Rob Nairn (1999): “la mindfulness differisce dalle usuali attività lavorative (…) perché non è finalizzata ad uno scopo e non coinvolge il pensiero lineare e diretto”. Da terapeuta, non credo di riuscire a prendere le posizioni di nessun dei due approcci perché credo abbiamo entrambi molti punti di forza e portino un quid utile alla psicoterapia e al lavoro con i pazienti. Credo, però, che esistano pazienti con cui è più utile svolgere una terapia mindfulness-based, in cui cioè è prevista (anche e non solo) la pratica della mindfulness e pazienti a cui è più utile insegnare skills di mindfulness.

 

Messaggio pubblicitario Non Solo Mindfulness: un esempio paradigmatico degli approcci mindfulness-based “nonsolomindfulness” è la Acceptance and Commitment Therapy di Steven Hayes. L’aspetto rilevante dell’ACT, a mio parere, risiede nel fatto che la terapia non si esaurisce con l’accettazione, bensì essa (l’accettazione) diventa presupposto e facilitarore del cambiamento. L’acronimo stesso del modello di Hayes spiegata tale posizione. A come “accettazione” che pone ne fondamenta psicologiche per la C “il commitment” (ovvero l’impegno e il coinvolgimento nel percorso terapeutico), tali aspetto in concerto portano all’ACT (cioè ad agire) per stare meglio e perseguire i propri scopi personali (chiamati in terminologia ACT, i “valori”). Pertanto, la mindfulness gioca un ruolo chiave soprattutto nella fase di “acceptance”. Se ci si ferma solo alla A, la terapia diventa uno psicodramma monotematico fondato su un’accettazione un po’ troppo zen per noi occidentali. Da un punto di vista operativo, credo sia un rischio notevole da non sottovalutare, che potrebbe portare ad esperienze di stasi, di blocco o di ostacolo all’alleanza terapeutica.

 

So che alcuni colleghi che praticano mindfulness sono degli assidui lettori di State of Mind… quindi faccio loro appello, e a tutti i nostri lettori, a scrivere la propria esperienza da “mindfullari” (termine simpatico e geniale a me ormai caro, coniato da un mio didatta).

Saluto i lettori con questa citazione: “Se come terapeuti offriamo aiuto ad un paziente senza prima dargli accettazione e compassione, semplicemente non si sentirà capito” (Siegelet al., 2009). Farlo con i pazienti è fondamentale, farlo da “mindfullari” o no molto meno…

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

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