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Partecipazione e Cittadinanza: uno Sguardo Metodologico

Di Marcella Offeddu.

 

Partecipazione e Cittadinanza: uno Sguardo Metodologico. - Immagine: © AMATHIEU - Fotolia.com

Partecipazione: permane in molti cittadini il desiderio di essere parte attiva della vita della propria comunità/società, anche in termini di assunzione di decisioni su varia scala.

La partecipazione alla Res Publica, intesa come partecipazione politica in senso lato, e quindi come cittadinanza attiva, è sempre più al centro del confronto in merito a cosa significhi parlare di comunità nell’era contemporanea.

Dalla comunità virtuale ai movimenti ‘dal basso’, sembra necessario identificare da una parte quali siano i luoghi dello stare insieme oggi, e dall’altra quali siano i modi di convivenza e di assunzione di decisioni.

Se infatti, storicamente, alcune strutture hanno permesso di definire la propria appartenenza (anche come scelta di non appartenenza), e le modalità della propria partecipazione alla vita sociale, dai partiti politici ai sindacati ai centri religiosi, oggi tali strutture appaiono meno in grado di rappresentare grandi parti della società civile.

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Permane in molti cittadini, però, il desiderio di essere parte attiva della vita della propria comunità/società, anche in termini di assunzione di decisioni su varia scala (dalle strategie macro alle scelte di impatto meno elevato).

Esserci, dunque, e agire, non solo nel momento della consultazione – come accade durante le elezioni – ma anche nel quotidiano.

È probabilmente anche per rispondere a tali esigenze, oltre che per garantire l’assunzione di scelte che siano quanto più possibile condivise, che si sono sempre più affermati a livello internazionale modelli cosiddetti ‘partecipativi’. Si tratta di un insieme estremamente variegato di modelli e strumenti, che spesso fanno riferimento all’approccio della democrazia deliberativa.

Tale approccio si appoggia sul concetto di ‘partecipazione’ attribuendo al termine (che di per sé, come vedremo, può assumere significati molto diversi) una accezione molto elevata: partecipazione non solo come assunzione di informazioni (partecipo perché so cosa succede), ma come vero e proprio confronto guidato/‘facilitato’ tra interlocutori informati, che porta ad una deliberazione (cfr in proposito documento di R. Lewanski). Confronto ed inclusione divengono due pilastri fondamentali di tale approccio.

Una chiave di lettura delle molteplici facce che il termine ‘partecipazione’ può assumere è fornita dala Scala della partecipazione proposta da S. Arnestein nel ’69.

Essa (vedi infra) prevede otto livelli di possibile coinvolgimento del cittadino, a partire dalla manipolazione per arrivare fino al controllo da parte dei cittadini stessi; gli otto livelli sono a loro volta organizzati in tre macro‐livelli: non partecipazione, partecipazione di facciata, e potere dei cittadini.

Scala della Partecipazione - Arnestein

Questa scala presenta una coerenza interna tra livelli non piena, ma è tuttora utilizzata come riferimento poiché ben rappresenta le diverse possibilità. La categorizzazione presentata risulta particolarmente utile per organizzare, e dunque leggere, la molteplicità di metodi che da decenni vengono proposti in ogni parte del mondo, e che possono a vario titolo essere considerati come metodi ‘partecipativi’.

Una lettura di carattere storico dello sviluppo e dell’utilizzo di tali metodi è proposta da Lewanski, il quale mostra anche in  quali  condizioni  sociali  e  politiche  si  sono  sviluppati modelli diversi (dal Bilancio partecipativo nato nell’esperienza di Porto Alegre nel 1989, al Town meeting sperimentato tra i primi a New York e tuttora in uso negli Stati Uniti, ai modelli più diffusi in Europa come la Consensus Conference).

In questa occasione si preferisce invece fornire un primissimo e molto generale sguardo ad alcuni metodi partecipativi in uso, incrociando la scala di Arnestein, a partire dal livello 3 – informazione – con i contesti di utilizzo dei metodi partecipativi.

Fino ad ora si è trattato infatti dei metodi partecipativi in diretta relazione con l’utilizzo per la vita sociale e politica, come mezzo per il coinvolgimento in decisioni istituzionali dei cittadini.

Esiste però almeno un altro grande ambito all’interno del quale metodi che si definiscono partecipativi vengono utilizzati: si tratta delle attività legate al cambiamento organizzativo (change management). In questo contesto, l’utilizzo di tali metodologie non risponde solo ad un approccio di tipo etico/politico: risponde anche a  specifiche esigenze di  operazionalizzazione delle decisioni assunte, di  assunzione di responsabilità e coinvolgimento in prima persona di ogni soggetto attivo nell’organizzazione. 2

Questa sintetica ‘fotografia’ può risultare utile per chi si interfacci per la prima volta con tali tematiche anche per identificare un metodo che sia applicabile al suo contesto/obiettivo.

Offeddu-cittadinanza-

•  W.   ToP   (Tecnology   of   Participation):   workshop guidato da un facilitatore per gruppi di lavoro che permette di sviluppare idee ed assumere decisioni significative

• GOPP: Goal Oriented Project Planning, permette di progettare, gestire e valutare interventi in maniera condivisa tra gli attori‐chiave

• Focus Group: permette di conoscere l’opinione di piccoli gruppi di partecipanti tramite un processo di confronto  guidato.  Non  necessariamente  porta  ad una deliberazione finale

•  Brainstorming: permette di coinvolgere i partecipanti tramite la produzione di idee ed il confronto. Non necessariamente porta ad una deliberazione finale

•  Town  meeting:  permette  di  conoscere  l’opinione informata di ampi gruppi di cittadini, attraverso un confronto supportato da facilitatori

• Bilancio  partecipativo:  permette  di  conoscere l’opinione di ampi gruppi di cittadini in merito alla gestione degli investimenti di una amministrazione

• Citizen Jury: permette di conoscere l’opinione dei partecipanti su una decisione controversa: l’obiettivo è produrre un ‘verdetto’

•   Sondaggio:  permette  di  conoscere  l’opinione  (non necessariamente informata) di ampi gruppi su ipotesi predefinite

Le differenze tra i due contesti di utilizzo citati sono molteplici, anche per quanto riguarda la scelta di modelli  e  metodi  per  la  partecipazione: innanzitutto, perché diversi sono gli attori del sistema, sia per quanto riguarda i promotori del processo partecipativo (amministratori in un caso, dirigenti d’azienda o coordinatori di gruppi di lavoro nell’altro),  sia   per   quanto   riguarda   coloro   che possono candidarsi come facilitatori (più facilmente scienziati politici o sociologi nel primo caso, psicologi del lavoro nel secondo).

 Inoltre, molto diversa può essere l’ampiezza dell’intervento: utilizzare metodi partecipativi come strumento di  azione  politica/istituzionale (ad  esempio nei  piani  di  sviluppo territoriale come  sempre più  spesso avviene) implica che possono essere coinvolte da 8/10 fino a centinaia di persone. Utilizzarli invece per il cambiamento organizzativo implica che spesso gli interlocutori saranno gli appartenenti ad un gruppo di lavoro, o ad un’area: più facilmente si parla di meno di dieci di persone.

L’ampiezza del campione comporta la scelta di strumenti diversi e/o una loro applicazione che sia sensibile a questa variabile: un town meeting, ad esempio, può essere realizzato con piccoli gruppi, o coinvolgere, soprattutto nella variante che si avvale di supporti informatici (elettronic town meeting) moltissime persone.

I due ambiti sono dunque da considerarsi e studiarsi separatamente: in questa sede si è ritenuto utile affiancarli per completezza. In conclusione, è utile segnalare il fatto che – oltre a quelli citati ‐ si ritiene che un terzo ambito possa trarre grandissimo beneficio dall’assunzione di approcci, e dall’applicazione di metodi,   partecipativi:  si   tratta   della   formazione  professionale.  Tale   proposta   viene   argomentata nell’articolo Partecipare per apprendere.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Arnstein, S.R. (1969). “A Ladder of Citizen Participation”. In Journal of the American Institute of Planners, Vol. 35, No. 4, July 1969, pp. 216-224. Boston: American Institute of Planners. Retrieved February 17, 2006 DOWNLOAD
 
ALTRI RIFERIMENTI:

 

Gli Uomini Stressati preferiscono le Donne in Carne?

FLASH NEWS 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

di Marina Morgese

Gli uomini stressati scelgono immagini di donne più robuste rispetto a quelli non stressati.

Secondo le teorie evoluzionistiche la scelta del partner dipende dalla possibilità di procreare e garantire la sopravvivenza della prole. Per questo motivo le donne hanno bisogno di avere un maggiore accesso alle risorse necessarie per allevare i figli, scegliendo uomini in grado di sostenerle. I maschi, invece, hanno bisogno di incontrare femmine fertili, ad esempio donne giovani.

Quando, però, le condizioni socio-economiche o individuali sono ostili o incerte, gli individui preferiscono dei partner con caratteristiche fisiche più mature, tra cui una dimensione del corpo più florida.

Questo accade perché la maturità fisica si associa alla capacità di gestire le situazioni di minaccia e comunica un senso di forza, controllo e indipendenza, proprio ciò di cui si ha bisogno quando ci si sente minacciati. Quindi, fisici più corpulenti sono preferibili laddove le risorse ambientali sono imprevedibili o non disponibili, proprio in funzione del fatto che il grasso è associato all’idea di un eccesso di risorse

Partendo da queste ipotesi, in una recente ricerca (Swami, Tovée, 2012) si è analizzato come un’esperienza di stress psicologico può influenzare le preferenze relative alle dimensioni del corpo. Tale studio è stato eseguito su un campione composto da 81 studenti eterosessuali maschi, della stessa etnia, assegnati casualmente al gruppo di controllo o al gruppo sperimentale in cui erano esposti ad una condizione di stress elevato. A ciascuno di loro erano presentate dieci immagini di donne con diversa corporatura.

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
Articolo Consigliato: Scelta del Partner: non più (solo) il Modello Evoluzionista!

I risultati dimostrano che gli uomini stressati scelgono immagini di donne più robuste rispetto a quelli non stressati. Quindi, gli individui sono più propensi a idealizzare fisici più prosperosi, quando si verifica una minaccia ambientale come quella dettata dallo stress e di conseguenza l’attrazione fisica subisce l’impatto dei fattori ambientali. Per concludere a seguito delle condizioni di stress, l’uomo sarebbe propenso a scegliere secondo un proprio gusto personale senza rispondere ai diktat sociali che da sempre ci fanno credere che il magro è bello. 

Le donne, invece, in caso di minaccia, potrebbero sentirsi più sicure con uomini più maturi? A voi l’idea per la prossima ricerca!

 

BIBLIOGRAFIA:

Il Trattamento Cognitivo-Comportamentale dell’ Insonnia – Recensione

 

 IL TRATTAMENTO COGNITIVO-COMPORTAMENTALE DELL’ INSONNIA. 

LINEE GUIDA PER LA PRATICA CLINICA.

PERLIS, M., JUNGQUIST, C.R., SMITH, M.T., & POSNER D. (2012).

EDIZIONE ITALIANA A CURA DI PALAGINI, L., BONTEMPELLI, L., GEMIGNANI, A. & GUAZZELLI, M.

 

Il Trattamento Cognitivo-Comportamentale dell' Insonnia - Recensione

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Oggi State of Mind presenta il libro sul trattamento cognitivo-comportamentale dell’ insonnia curato dai colleghi del Centro per il Trattamento Integrato dei Disturbi del Sonno in Psicopatologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana (AUOP). Il tema del volume è chiaro: si tratta di un manuale pratico e applicativo per il trattamento cognitivo-comportamentale dell’ insonnia

Come sottolineato nella quarta di copertina del volume, l’ insonnia è il più frequente disturbo del sonno del mondo industrializzato e interessa potenzialmente tutti”. Per questo motivo, un manuale clinico e pratico riferito a questa problematica assume un’importanza significativa. Un aspetto che mi ha colpito sin dalle prime pagine è la concretezza e la specificità in cui si addentra il manuale. Introduzione e aspetto teorici sono ridotte al minimo (senza mancare di niente…) e ci si addentra subito nell’applicazione del protocollo. 

In breve, il libro si struttura in quattro sezioni.

Nella prima sezione, vengono descritti in modo esaustivo le componenti principali del trattamento CBT per l’ insonnia. A mio parere, gli autori riescono ad incarnare il principio dell’integrazione, troppo spesso millantato e gridato ai quattro venti, nonché molto in voga negli ultimo dieci/quindici anni. Infatti, tra le componenti indicate dagli autori, ricordiamo gli aspetti tecnici di prima scelta, come la tecnica di controllo degli stimoli (TCS), la tecnica di restrizione del sonno (TRS) o la tecnica dell’igiene del sonno; gli interventi di seconda scelta, come il rilassamento e la foto terapia. Un accenno viene fatto anche ai recenti protocolli sperimentali con l’ausilio della mindfulness. Oltre agli aspetti tecnici, sempre nell’ottica dell’integrazione, vengono prese in considerazione altre variabili fondamentali come la relazione clinica, il setting e il primo contatto con il paziente. 

Dormi che ti passa! Le proprietà terapeutiche della fase REM - Immagine: © Valua Vitaly - Fotolia.com
Articolo consigliato: Dormi che ti passa! Le proprietà terapeutiche della fase REM

La secondo sezione rappresenta il core del volume e ne occupa la maggior parte. Viene infatti descritto il trattamento cognitivo-comportamentale per l’ insonnia, step-by-step, seduta dopo seduta, un approccio così strutturato che potremmo considerarlo un protocollo.

L’intervento mostrato dal manuale prevede i seguenti step: Sessione 1 – valutazione iniziale, Sessione 2 – inizio del trattamento TCS e TRS, Sessione 3 – rivalutazione terapeutica (igiene del sonno) fino a giungere alle valutazioni conclusive nella Sessione 8. Ogni sessione viene coadiuvata da materiali clinici molto utili per gli esperti. Troviamo, infatti, nel manuale, strumenti valutativi, schede da consegnare ai pazienti con problemi di insonnia, schede riassuntive per il clinico, facilmente utilizzabili nella pratica clinica. 

Per fornire un esempio, il protocollo prevedere che venga consegnata una scheda a fine trattamento per l’ insonnia che “aiuti il paziente a ricordare i propri guadagni clinici”. La scheda richiama la seguente:

 

– DUE COMANDAMENTI –

1 – Non rimanere a letto se si è svegli da più di 15 minuti

2 – Non cercare di compensare una notte insonne andando a letto presto, rimanendo a letto effettuando pisolini 

– RICORDARE –

“Se non è stasera, sarà domani sera”

“Se stanotte non dorme bene, domani dormirà meglio”

 

Questa scheda esemplificativa, se da una parte conferma un approccio “british”, standard, dall’altra rende l’idea di quanto il manuale abbia lo scopo di essere realmente uno strumento clinico, da utilizzare come ausilio e guida nella pratica clinica.  

Piccola nota per clinici in formazione: ogni sessione viene descritta con l’aiuto di moltissime esemplificazioni cliniche che non solo danno un’idea della tecnica di colloquio (e terapeutica) di Perlis e colleghi, ma aiuta a riflettere su come adattare in modo flessibile e “evidence-based oriented” il proprio agire clinico. 

L’importanza data alle esemplificazioni cliniche è evidente in questo manuale, tanto che a tali esempi è stata dedicata tutta la terza sezione del manuale.

La quarta ed ultima sezione del manuale, che ne è anche Appendice, include un insieme di definizioni e caratteritiche sull’ insonnia , utili soprattutto in fase di psicoeducazione, Linee Guida dell’Academy of Sleep Medicine (AASM), questionari e schede per homework e esercizi durante le sessioni utili e di ispirazione clinica.

Il tutto il circa centotrenta pagine. Chiare, nette, lineari, strutturate e senza “fronzoli” teorici. Un manuale scritto da clinici per clinici, da tenere a portata di mano nel cassetto delle nostre scrivanie.

 

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BIBLIOGRAFIA: 

Il Flash Mob davanti all’Ordine degli Psicologi del Piemonte

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul sito del CPPP (Coordinamento Psicologi Psicoterapeuti Piemontese) riferito al Flash Mob da loro organizzato lunedì 24 settembre 2012, a Torino. Alla redazione di State of Mind è sembrato giusto e naturale dare risonanza alla manifestazione, e ripubblicare l’articolo che traccia un bilancio sull’evento appena concluso e riporta integralmente la lettera che il Coordinamento ha presentato ai membri dell’Ordine. 

 

Lunedì 24 settembre il Coordinamento Psicologi Psicoterapeuti Piemontese (CPPP) ha organizzato un presidio (diffuso via web in chiave 2.0 e declinato in Flash Mob)  di fronte alla sede dell’Ordine degli Psicologi Piemontese. 

Flash Mob davanti all'ORdine degli Psicologi del Piemonte. Organizzato dal CPPP - Coordinamento Psicologi Psicoterapeuti PIemontese - Lunedì 24 Settembre 2012.
Flash Mob davanti all’ORdine degli Psicologi del Piemonte. Organizzato dal CPPP – Coordinamento Psicologi Psicoterapeuti PIemontese – Lunedì 24 Settembre 2012.

 

Si denuncia: “Un’inadeguata o inesistente rappresentanza dei diritti della categoria professionale ulteriormente minacciata dalle nuove proposte di legge in materia di formazione continua, assicurazioni obbligatorie, tirocini prolungati” 

 

TESTO ORIGINALE:  

Coordinamento Psicologi e Psicoterapeuti Piemontesi - CPPP - Logo Ufficiale
Coordinamento Psicologi e Psicoterapeuti Piemontesi – CPPP – Logo Ufficiale

Il flash mob ha avuto luogo. Per chi l’ha organizzato, con pochi mezzi e in breve tempo, è stato un gran successo. Dietro questa improvvisata richiesta d’ascolto ci sono due anni di lavoro di tante persone che hanno deciso di smetterla di lamentarsi e di chiedere con forza che si attui immediatamente un cambiamento.

Ci sono anche due anni di proposte, di scambi di idee, di tavoli di lavoro e di faticose discussioni per riuscire a giungere, sempre, ad una posizione condivisa, appoggiata da tutti coloro che si sono riconosciuti nel CPPP. Siamo riusciti a farci ascoltare portando i “nostri” temi.

Il consiglio dell’ordine ci ha permesso di leggere una dichiarazione e ha dedicato alla questione un’ora, lasciando spazio ad un dibattito che sulla carta non avrebbe dovuto avere luogo – alle riunioni infatti si può presenziare ma non intervenire, salvo richiesta presentata per tempo per essere aggiunti nell’ordine del giorno. Ci sono state in alcuni casi decise contrapposizioni di vedute ma in modo franco e non urlato.

Sperando in reali mutamenti, è necessario però da subito agire con proposte e nuove iniziative. Non ci si può più permettere di aspettare che le cose cambino grazie al lavoro di pochi. Il CPPP è, dunque, ufficialmente in cantiere e ricerca con spasmodica voracità idee, sperando che esse possano essere il frutto dello scambio di più menti (anche della tua). Il nostro obiettivo, non tanto velato, è che presto si arrivi a far lavorare i cervelli di tutti gli psicologi attorno ad un unico progetto: una professione che abbia per davvero una identità comune e condivisa.

Di seguito è riportata la lettera che un collega ha letto a nome di tutti noi ai membri dell’Ordine.

 

Cari colleghi,

abbiamo chiesto di intervenire questa sera come Coordinamento Psicologi e Psicoterapeuti Piemontesi facendoci portavoce delle istanze di quella fetta di iscritti, probabilmente  maggioritaria, che si trova in fortissima crisi lavorativa. Si tratta di un esercito di persone, ogni anno più nutrito, che a seguito di una interminabile formazione non riesce a esercitare la professione e che spesso vive condizioni di precariato lavorativo ed esistenziale, sbarcando il lunario (quando va bene) attraverso altri tipi di impiego sottoqualificato , nell’attesa perenne di esercitare quella agognata professione per cui si è lungamente studiato e per il quale si sono fatti sacrifici enormi.

Certo questa situazione è legata, a nostro modo di vedere, a tanti fattori. Alcuni sono di carattere generale come la crisi economica o la scarsa dignità sociale della disciplina psicologica in Italia a fronte, invece, dell’ importanza sociale e dello strapotere della disciplina medica. Altri fattori invece, sono legati, secondo noi, a errori passati e a una certa miopia nella pianificazione delle politiche formative e professionali.

Il Flash Mob davanti all’Ordine degli Psicologi del Piemonte - Dettaglio Articolo La Stampa 24 settembre 2012
Il Flash Mob davanti all’Ordine degli Psicologi del Piemonte – Dettaglio Articolo La Stampa 24 settembre 2012

In questa cornice, siamo costretti a sopportare oltre al danno anche la beffa! Proprio questa fetta  della comunità professionale che vive le difficoltà maggiori, deve constatare come la propria condizione, le proprie necessità e i propri interessi non vengano quasi per nulla rappresentati nell’ambito della politica professionale, pur trattandosi della componente numericamente più significativa della comunità professionale stessa.

Riteniamo, che le difficoltà di questi colleghi, che stimiamo essere circa il 60% degli attuali iscritti all’Ordine siano oggi “LA” questione, della politica professionale piemontese e non solo piemontese. Ci sembra invece che (per usare un termine a noi familiare) il problema sia e sia stato semplicemente “dissociato”: Tutto va bene Madame la Marchesa….

Ma ciò che più lascia attoniti non è tanto e solo questa cronica assenza di idee, quanto la leggerezza con cui si continua a far ricadere su questi colleghi, già in estrema difficoltà, continui aggravi di spese, sempre meno sostenibili. È importante che voi che sedete su quelle sedie siate a conoscenza del fatto che molti dei vostri colleghi non ricavano dalla pratica professionale nemmeno la cifra necessaria a fare fronte a tutti gli adempimenti correlati alla professione. L’invito accorato che vi rivolgiamo è dunque di tenere conto di queste informazioni prima di avallare decisioni che li mortifichino ulteriormente.

In questa sede non è possibile affrontare l’interezza di una problematica così complessa e questa lunga premessa ha il solo scopo di aiutarvi a immaginare (visto che molti di voi non la vivono nel loro quotidiano) la realtà lavorativa e di vita dei vostri colleghi “diversamente psicologi”. Non sarà sicuramente l’ultima occasione in cui cercheremo di fornirvi input utili per il vostro lavoro.

Quest’oggi però ci dobbiamo concentrare su alcuni punti che, in questo momento, sono all’ordine del giorno e rischiano di fare affogare chi lotta strenuamente per riuscire a stare a galla (la riva non si vede nemmeno all’orizzonte).

Precario il Lavoro, Stabile l'Ansia - Il Ritratto Psicologico di una Generazione. - Immagine: © nuvolanevicata - Fotolia.com
Articolo consigliato: Precario il Lavoro, Stabile l’Ansia – Il Ritratto Psicologico di una Generazione.

Chiediamo innanzitutto una seria problematizzazione e presa di posizione da parte dell’Ordine in merito ai recenti provvedimenti del Governo, attualmente in discussione presso gli ordini, in materia di formazione continua (ECM). Ci preme sottolineare come l’ipotesi di istituzione di una formazione obbligatoria per tutti gli appartenenti alla categoria costituirebbe non soltanto un ulteriore onere economicamente insostenibile per tutti i professionisti che non hanno un reddito (o hanno un reddito risibile) derivante dal lavoro psicologico, ma anche un ulteriore smacco poiché per l’ennesima volta ci ritroviamo incastrati in meccanismi formativi che alimentano un fenomeno che è stato definito di  “cannibalismo professionale”: una redistribuzione continua del reddito dal basso verso l’alto, dai perenni formandi ai perenni formatori. Talvolta ci chiediamo se iscrivendoci alla Facoltà di Psicologia abbiamo firmato un qualche modulo che ha impegnato ognuno di noi ad adottare a vita i nostri docenti.

Immaginiamo essere figlie della stessa logica, e dell’”impegno adottivo” assunto, le ipotesi di innalzamento delle scuole di psicoterapia a 5 anni e l’aumento delle ore di tirocinio richieste!  Chi seriamente pensa che gli Psicoterapeuti in formazione abbiano bisogno per essere dei bravi professionisti di un anno in più di scuola di specialità? Ironia della sorte, negli stessi giorni in cui ha cominciato a circolare l’ipotesi di allungamento della durata delle scuole di specialità a 5 anni, sui giornali girava anche la notizia dell’ipotesi di accorciare quelle mediche a tre! La solita storia: noi facciamo parte delle professioni della salute solo quando c’è da pagare oneri e mai per condividere gli onori.

Francamente ci sembra che le motivazioni per allungare la durata delle scuole di specialità siano ben  altre… Pensiamo che questa decisione, ovunque sia nata , sia un colossale regalo alle scuole di specialità che dimostra per l’ennesima volta come l’ultima generazione di Psicologi sia vista solo come carne da spremere con l’alibi della formazione. Ci chiediamo se questa decisione sia legata oppure no alla massiccia presenza, nei luoghi delle politiche professionali, di personaggi direttamente o indirettamente coinvolti nel grande affare delle scuole di specialità in Psicoterapia.

Amarezza cronica post-traumatica. Immagine: © 2011-2012 Costanza Prinetti -
Articolo consigliato: Amarezza cronica post-traumatica: una diagnosi per i precari.

Se ancora non fosse chiaro, il problema nostro e della nostra professione non è la mancanza di formazione ma la mancanza di lavoro! La formazione ha dimostrato negli anni di essere un alibi e di non rispondere al problema occupazionale (o meglio, risponde solo ai problemi occupazionali dei docenti), anzi, per assurdo, le generazioni che ci hanno preceduto difendono con i denti nicchie professionali e continuano a lavorare pur essendo in molti casi palesemente meno formati delle nuove generazioni che rimangono fuori dal mercato del lavoro.

In merito all’ipotesi della formazione obbligatoria (ECM) ci chiediamo: chi sarà a organizzare questi incontri di formazione? Chi ne trarrà vantaggio? Su chi ricadranno gli oneri?

Per quanto ci riguarda dichiariamo solennemente che abbiamo deciso di terminare l’adozione dei nostri formatori. A chi ci dobbiamo rivolgere per le pratiche burocratiche?

E cosa dire dell’assicurazione obbligatoria? L’Ordine pensa di fare presente la situazione dei suoi iscritti che è spesso diversa da quella degli iscritti agli altri ordini o, anche in questo caso, assumerà una posizione pilatesca, svolgendo la funzione di passacarte?

Lasciamo che paghino l’assicurazione professionale anche coloro che di fatto non esercitano la professione e che non hanno pazienti? Fermo restando l’importanza dell’assicurazione per chi svolge la professione, l’obbligatorietà non genererà meccanismi speculativi? Quali misure si pensano di adottare in questo senso?

Come ultimo punto di questo intervento, chiediamo con forza che l’Ordine impieghi tutti i mezzi che ha a disposizione affinché il lavoro svolto dal Tavolo sui Tirocini e promosso dall’Ordine prosegua così che la bozza relativa ai tirocini, faticosamente costruita negli scorsi mesi insieme alle ASL e alle Scuole di Psicoterapia, venga assunta come regolamento per i Tirocini in Piemonte e non solo. La situazione sembra stagnare, e chiediamo che l’Ordine che, a onor del vero, si è responsabilmente impegnato nella gestione di questo capitolo, riprenda le fila della questione sollecitando gli attori in campo per facilitare un  rapido proseguo di quanto costruito insieme.

Vi ringraziamo dunque per l’attenzione concessaci, sicuri che farete tesoro delle istanze degli iscritti che vi hanno eletto e che siete chiamati a rappresentare.

Un augurio di buon lavoro.

Coordinamento Psicologi e Psicoterapeuti Piemontesi

 

 

Il Legame tra Trauma e Perversione: da Freud a De Masi

 

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Trauma e Perversione. - Immagine: © rudall30 - Fotolia.com

Il legame fra trauma e perversione è stato indagato da molti autori che hanno cercato di capire se uno o più eventi traumatici vissuti nel corso dell’infanzia possano generare, attraverso una causalità lineare, un quadro di comportamenti che possiamo definire perversioni o se al contrario il trauma si innesta in una struttura psichica già orientata verso fantasie patologiche.

Molto interessante al riguardo è il contributo di De Masi (2008), il quale sottolinea un aspetto centrale ma a suo parere non più condivisibile del pensiero freudiano: il primo modello psicoanalitico, la teoria pulsionale, afferma che la sessualità sia un’esperienza unitaria; le fasi orale, anale e fallica rappresentano un quadro unico di sessualità primitiva e i comportamenti sessuali anomali sono riconducibili allo sviluppo abnorme di una delle componenti di base, che si rende autonoma e si fissa impedendo i successivi processi evolutivi (Freud, 1919).

Se invece intendiamo la perversione non come uno dei possibili sviluppi della sessualità ma come una deviazione di essa, costruiamo un quadro più realistico che ci permette di comprendere meglio ciò che davvero si verifica nei processi mentali dei pazienti.

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La cocaina, Freud e la lezione dei maestri. - Immagine: licenza Creative Commons, Autore: http://www.flickr.com/photos/ajourneyroundmyskull/
Articolo Consigliato: La cocaina, Freud e la lezione dei maestri.

In particolare abbiamo una visione chiara della distinzione fra sessualità e sessualizzazione, cioè fra un impulso sessuale che si rivolge ad un oggetto esterno ed uno che invece si trasforma in fantasie autoindotte. La sessualizzazione è il ritiro psichico in un’area nella quale il paziente si eccita esclusivamente con le proprie fantasie; non è più necessario un oggetto sessuale esterno e ciò implica una deviazione dello sviluppo sessuale, poiché gli oggetti che elicitano tali fantasie sono contenuti mentali sui quali, nella maggior parte dei casi, viene operata una distorsione.

E’ il caso delle fantasie sadiche e masochistiche; il soggetto non entra in relazione con l’altro bensì produce nella propria mente una serie di immagini che lo vedono coinvolto in un rapporto di sottomissione o di dominio.

L’altro non esiste più, non ha bisogni e desideri propri ma dipende unicamente da ciò che l’impulso sadomasochistica determina. La sessualizzazione si lega alla perversione dal momento che non sempre il ritiro psichico nel piacere autoindotto rimane separato dall’azione; quando esso si sposta in un contesto reale, in cui il soggetto usa una o più persone per soddisfare le proprie fantasie, abbiamo la perversione.

La sessualizzazione, l’incapacità di uno sviluppo sessuale normale che consente l’instaurarsi di relazioni con l’altro, è senza dubbio connessa alla presenza di traumi nella storia di vita del paziente, ma De Masi puntualizza che per capire il rapporto fra trauma e perversione occorre analizzare ogni singolo caso.

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Vi sono infatti soggetti la cui storia è segnata da trascuratezza, comportamenti sessuali anomali da parte dei genitori, incapacità genitoriale di rispondere ai bisogni in modo costante e comprensivo, e in queste situazioni esiste già prima del trauma un’atmosfera ambientale che facilita e induce il processo di sessualizzazione.

Il trauma nei bambini: l’approccio Trauma-Focused TF-CBT #2. - ©-ambrozinio-Fotolia.com
Articolo Consigliato: Il trauma nei bambini: l’approccio Trauma-Focused TF-CBT #2

Il concetto di trauma può essere inoltre ampliato includendo non solo gli abusi, le molestie e altri eventi particolarmente stressanti per il bambino (ad esempio delicate operazioni chirurgiche che intervengono su menomazioni del corpo) bensì anche traumi emotivi che si inscrivono nella relazione fra il paziente e una o entrambe le figure genitoriali.

Trovarsi in una condizione di isolamento emotivo, in cui il soggetto non riceve contenimento, né adeguato rispecchiamento alle proprie angosce, provoca uno stato penoso che può essere controllato mediante il ritiro in fantasie autoindotte, che sviluppandosi assumono una valenza erotica; se i genitori, e in special modo la madre, non si accorgono di tale ritiro o addirittura lo consentono attraverso modalità più o meno coscienti, la predisposizione alla perversione è data.

 De Masi, in riferimento al trauma, aggiunge che esso può venire erotizzato proprio come operazione difensiva che il paziente pone in atto per controllare lo stato emotivo col quale non può venire in contatto. Percepire ad esempio i genitori come coppia in cui uno dei due membri è violentemente sottomesso all’altro, può generare nell’individuo un vissuto di angoscia molto profondo che egli può controllare trasformando la rappresentazione di quella relazione in una fantasia eccitatoria.

In conclusione, le conseguenze di un trauma fisico o emotivo possono essere molto gravi; per intervenire in terapia su di esse e sulle eventuali perversioni che compongono il quadro clinico è necessario ricostruire sia il trauma sia le modalità attuali con cui il paziente si relaziona, elaborando i rapporti causa-effetto e agendo affinché il paziente sviluppi la capacità di includere l’altro reale nei propri pensieri e fantasie.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Facebook Stalkers: Spiare il proprio Ex su Facebook ci aiuta?

FLASH NEWS 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

di Marina Morgese

Spiare un ex-partner, attraverso l’utilizzo di Facebook, può ostacolare il processo di guarigione dopo la fine della storia d’amore.

Possiamo comunque rimanere amici”. Questa è la frase che, spesse volte, contraddistingue la fine di una storia d’amore. Numerose ricerche, tuttavia, hanno messo in luce come rimanere amici dopo la fine di una relazione affettiva può compromettere il recupero emotivo di colui che è stato lasciato.  

Cosa accade se dopo la rottura sentimentale, si continuasse a far parte della lista degli amici di Facebook del proprio ex?  Il rischio è diventare dei Facebook Stalker.

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Ricerche recenti dimostrano che il continuo spiare il profilo dell’ex partner su Facebook  è associato a una maggiore probabilità di incorrere in un atteggiamento intrusivo di tipo ossessivo paragonabile al presentarsi a scuola o sul luogo di lavoro all’insaputa del proprio ex.

Le Nuove Dipendenze: Internet Addiction. - Immagine: © olly - Fotolia.com
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Cosa più grave: questo atteggiamento è ritenuto, da parte di coloro che utilizzano Facebook per spiare l’altro, assolutamente innocuo.

In realtà spiare on line il comportamento di un ex-partner porta ad aumentare la sofferenza dopo la rottura e a prolungare la nostalgia. Per esempio, guardando le foto, si potrebbe riaccendere il desiderio, o sprofondare in una angoscia se si scoprisse che l’ex partener è coinvolto in un nuovo rapporto.

Una recente ricerca (Marshall, 2012) ha indagato questo fenomeno su un campione costituito da 464 individui. In particolare, coloro che restano amici su Facebook sperimentano un recupero e una crescita più difficile rispetto a chi ha cancellato l’amicizia e recuperano meno in termini emotivi.

Quindi, il frequente spiare il profilo del proprio ex su Facebook è associato ad una maggiore angoscia dopo la rottura, a elevati sentimenti negativi, a desiderio sessuale, a nostalgia per l’ex e a un recupero e una crescita personale inferiore.

Nel complesso, questi risultati suggeriscono che spiare un ex-partner, attraverso l’utilizzo di Facebook, può ostacolare il processo di guarigione dopo la fine della storia d’amore.

Dunque, controllare su Facebook chi ci “ha tanto amato” non è affatto salutare! Vedere che la sua vita prosegue mentre noi siamo bloccati sullo schermo di un computer provoca nostalgia e emozioni negative. Pertanto, evitare di spiare il profilo del proprio ex e continuare la propria vita conservando solo un piacevole ricordo di ciò che è stato, è forse il modo migliore per crescere e per far guarire un cuore spezzato.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Come curare l’ ansia del bambino

 

 di Davide Nahum   

Come curare l'ansia del bambino. - Immagine: © altanaka - Fotolia.comIl Cool Kids Program: protocollo strutturato di trattamento per i bambini con disturbi d’ ansia, che si sviluppa e si conclude in 10 sessioni, della durata di un’ora per le terapia individuali, o  di due ore per i gruppi.

Ronald Rapee, importante ricercatore della Macquarie University di Sydney ha tenuto un seminario a Milano, presso la scuola di specializzazione in psicoterapia “Studi Cognitivi”. Seminario dedicato all’ansia nel bambino e al suo trattamento cognitivo-comportamentale (CBT). 

L’opinione di Ron Rapee è che il trattamento CBT dell’ ansia nei bambini sia diverso da quello degli adulti non tanto nella sostanza, quanto nella forma,: le strategie di base sono le stesse, la ristrutturazione cognitiva e l’esposizione alle situazioni ansiogene; cambia invece il modo in cui queste sono presentate.

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Se con un adulto si può usare la ristrutturazione cognitiva a un livello più o meno astratto, con un bambino bisogna utilizzare alcuni accorgimenti che permettano di lavorare a un livello più pragmatico: ad esempio l’uso del “termometro delle emozioni” o lo schema ABC presentato come un cuore da riempire con l’emozione provata.

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
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Un’altra differenza fondamentale del lavoro con i bambini è l’attenzione al sistema in cui sono inseriti, Non c’è un bambino ansioso, c’è una famiglia ansiosa, come sintetizza Ron Rapee a metà mattina.

Rapee è molto attento agli aspetti di ricerca, questo si traduce in un’attenzione alle misurazioni e ai questionari da dare alla famiglia e al bambino prima di iniziare il trattamento; queste non sostituiscono una diagnosi nel senso classico, ma forniscono informazioni che altrimenti il clinico avrebbe difficoltà a reperire in tempi brevi.

Uno strumento su tutti è il CATS Children’s Automatic Thoughts Scale, sviluppato da Rapee stesso, in cui alcuni dei pensieri automatici negativi tipici dei vari disturbi d’ ansia (ad es. “i bambini pensano che sono stupido”, “sta per succedere qualcosa di brutto a papà e mamma”) sono trasformati in item di una scala Likert e somministrati al bambino .

Il pezzo forte della giornata è indubbiamente il Cool Kids Program, un protocollo strutturato di trattamento per i bambini con disturbi d’ ansia (e solo questi), che si sviluppa e si conclude in 10 sessioni, della durata di un’ora per le terapia individuali, o  di due ore per i gruppi.

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Il programma si basa sul modello d’ ansia sviluppato da Rapee e collaboratori, in cui fattori genetici, stile genitoriale, vulnerabilità individuale e eventi esterni concorrono a generare il disturbo d’ ansia; per ognuno dei fattori, il protocollo prevede una tranche di terapia, che va a lavorare sugli elementi disfunzionali.

La vulnerabilità individuale, ad esempio, viene affrontata con la ristrutturazione cognitiva e l’esposizione, gli stressor esterni vengono affrontati attraverso l’insegnamento di abilità sociali, la parte che riguarda il lavoro con i genitori prevede un intervento che riduca l’iperprotettività verso il figlio e favorisca il supporto all’esposizione, e via dicendo. A questo proposito, il punto su cui Rapee torna spesso, e sottolinea come principale, è la centralità dell’esposizione alle situazioni  ansiogene; se abbiamo pochi incontri, il nostro lavoro deve vertere quasi esclusivamente sull’esposizione. 

Il Cool Kids Program include i genitori nel trattamento in modo diretto e in modo indiretto.I genitori partecipano attivamente con una modalità che Rapee chiama “Together, separate, together”, riferendosi ai momenti del lavoro per ogni sessione: inizialmente i genitori entrano nella stanza con i bambini (together) per le chiacchiere di rito sull’andamento della settimana trascorsa e il controllo degli homework, successivamente escono e il bambino rimane da solo a lavorare con il terapeuta (separate) e, alla fine della seduta, tornano per condividere il lavoro svolto (together).

Nelle terapia di gruppo, si osserva una modalità indiretta di  partecipazione degli adulti che ha inaspettati effetti benefici: Rapee racconta che i genitori, rinchiusi nella stanza affianco ad aspettare la fine delle due ore di terapia dei figli, si trasformano in un gruppo di mutuo auto aiuto, con esiti sorprendenti. 

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Le sessioni del Cool Kids Program si svolgono secondo un ordine logico e razionale, il cui primo passo è introdurre i bambini (e i genitori) al collegamento tra pensieri e emozioni e al modello sulla natura e sulle cause dell’ansia. La ristrutturazione cognitiva viene introdotta subito, già nella seconda sessione, attraverso la metafora del detective: ai bambini viene detto che impareranno a fare gli investigatori, che indagheranno sui pensieri che causano le loro paure e che i loro “strumenti del mestiere” saranno delle domande specifiche da utilizzare per contrastare i pensieri dannosi (“Quali sono i fatti?”, “Cosa altro può essere successo invece di quello che sto pensando ora?”, “Cosa è successo in passato di simile?”).

Introduzione al Disputing dei Disturbi d' Ansia. - Immagine: © masterzphotofo - Fotolia.com
Articolo Consigliato: Introduzione al Disputing dei Disturbi d’ Ansia

A questo punto, i bambini e i genitori sono pronti per l’esposizione; dopo aver stabilito la gerarchia delle situazioni temute e aver fatto un po’ di psicoeducazione sull’argomento (aspettarsi alti e bassi, evitamenti “sottili” e via dicendo) si entra nel vivo della procedura: i bambini devono affrontare le situazione temute.

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Durante le esposizioni, il focus deve essere rivolto alle conseguenze temute, facendo provare al piccolo paziente il sapore di ciò che teme, stando molto attenti che il bambino non si sottragga, anche in modo velato, a ciò di cui ha paura. Ad esempio, se il bambino ha paura di fare un errore in un compito a casa, l’esposizione consisterà nel compiere apposta un errore, proprio per far vedere al paziente che non è così terribile sbagliare qualcosa. Dopo le esposizioni, in cui il terapeuta è incoraggiato a partecipare attivamente, le sessioni si incentrano sull’’insegnamento delle abilità sociali e sul consolidamento di quanto appreso.

Infine, dopo un paio di settimane dal penultimo incontro, c’è la sessione finale, in cui si discutono gli obiettivi a lungo termine e si programma il follow up a 3 mesi.

Il seminario di Rapee è stato molto stimolante, il Cool Kids sembra essere un programma con ottime potenzialità, sia perché fornisce un protocollo strutturato di trattamento facilmente utilizzabile, sia perché la sua stessa natura si presta molto bene alla ricerca.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Magrezza non è Bellezza. I Disturbi Alimentari (e-book) & Booktrailer

Sandra Sassaroli, Giovanni Maria Ruggiero, Francesca Fiore

Magrezza non è Bellezza.

I Disturbi Alimentari 

 

 ACQUISTA E SCARICA IL LIBRO (Formati disponibili: PDF, EPUB)  PREZZO: € 5,00

Magrezza non è bellezza. I disturbi alimentari. State of Mind Edizioni Elettroniche
Magrezza non è bellezza. I disturbi alimentari. Sassaroli, Ruggiero, Fiore – Edizioni Elettroniche State of Mind – 2012

Capitolo I. Introduzione ai disturbi alimentari.

A metà degli anni ’80 o poco prima i disturbi alimentari si trasformarono. Fino a quel momento erano stati una curiosità psichiatrica, un disturbo psicologico eccentrico e raro, dal sapore quasi ottocentesco. Una stramberia simile alla personalità multipla o alle isteriche del dott. Charcot alla Salpetrière. Ma improvvisamente sembrarono diventare quasi un’epidemia e soprattutto assunsero un valore simbolico. Da residuo polveroso della vecchia psichiatra a malessere psicologico anche troppo tipico del secondo consumismo, quello dell’epoca del riflusso dopo la sbornia rivoluzionaria degli anni ’70.

Gli anni ’80 furono il tempo del ritorno al privato, ma anche di un rinnovato edonismo. Cambiati i valori, improvvisamente l’ideale non era più rinnovare il mondo ma affermarsi personalmente, realizzarsi. Le professioni economiche diventarono appetibili. L’operatore di borsa, che nel decennio precedente era stato una figura negativa, divenne invece un ideale. “Wall Street” di Oliver Stone rappresentò questo cambio di scenario. Gordon Gekko, pescecane della Borsa di New York, rubava la scena al protagonista Bud Fox e si impadroniva del film. Un ideale neopagano di bellezza, forza, potere e splendore personale entrava nell’immaginario pubblico e ne prendeva possesso. Anche Tom Wolfe nel suo romanzo “Il falò delle vanità “ del 1987 seppe illustrare l’ascesa e la caduta di un personaggio avido di vita e di denaro nella New York della metà degli anni ottanta. Il protagonista Sherman McCoy, a causa di un incidente automobilistico in cui la sua amante travolge e uccide un ragazzo di colore, precipita sempre più in basso perdendo tutto e diventando un uomo perseguitato, odiato, abbandonato dalla moglie e alla fine solo e povero, bersaglio emblematico e simbolico di tutti i valori dell’edonismo reganiano.

L’associazione di idee tra questo edonismo e l’emergere dei disturbi alimentari non è immediata. Il rifiuto del cibo dell’anoressica non sembra una scelta legata all’affermazione di sé. Sembra piuttosto una negazione. Ma è una negazione dettata dalla paura e dell’ansia di non riuscire a rispettare l’ideale individualistico dell’affermazione personale. Come vedremo meglio, l’esordio anoressico avviene per lo più al limitare dell’adolescenza, quando la giovane ragazza deve uscire dalla cerchia familiare ed entrare in un mondo sociale fatto di giovani adulti in cui per la prima volta è necessario conquistare l’attenzione e la considerazione altrui. Naturalmente a quella giovane età il ruolo svolto dalla bellezza fisica è particolarmente incisivo, bellezza che deve essere accompagnata da un tipo di carisma sociale estroverso e non particolarmente sofisticato. E naturalmente la giovane età rende questi giovani soggetti particolarmente sensibili al giudizio altrui e al dispiacere delle piccole competizioni di rango imposte dalla vita sociale.

Tutto questo si può tradurre in stati di sofferenza particolarmente acuta, sofferenza che poi rischia di diventare ingestibile nelle personalità più fragili. L’individuo così cade preda di idee e convinzioni che si definiscono, in gergo psicologico, maladattative e distorte: la convinzione di non essere all’altezza, di non avere il controllo delle situazioni e, ancora peggio, di non avere il controllo dei propri stati d’animo e delle emozioni, che appaiono assumere un carattere di intensità ingestibile.

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Beninteso, tutto questo non è affatto specifico dei disturbi alimentari, anzi si tratta di un fattore piuttosto comune a molti disturbi emotivi e psichiatrici. L’intero spettro dei disturbi d’ansia condivide questa configurazione emotiva. Ciò che è specifico e che fornisce valore simbolico sono l’obiettivo concreto su cui si concentrano le ansie tipiche dei disturbi alimentari: l’alimentazione e l’aspetto corporeo. Anzi, per essere più precisi: il controllo dell’alimentazione e dell’aspetto corporeo.

Il termine controllo è decisivo. Rischia di essere banale ridurre i disturbi alimentari a una distorsione culturale di eccessivo valore dato all’esteriorità e alla bellezza del corpo. È invece proprio il termine controllo che consente non solo di comprendere il disturbo alimentare stesso, ma perfino di chiarire meglio la natura della stessa di alcune convinzioni culturali.

Controllo, come vedremo, non è solo un comportamento, ma prima ancora un’idea, una convinzione, o come si dice in gergo psicologico, una “credenza”. Per controllo si intende quanto abbiamo l’impressione di poter gestire sia gli eventi esterni che le nostre stesse emozioni. Paradossalmente, è proprio la definizione più tautologica quella che rende meglio l’idea: controllo è la convinzione che ogni cosa vada assolutamente tenuta sotto controllo. Come tutte le idee legate a uno stato di sofferenza emotiva, non si tratta di un obiettivo positivo. Il controllo non è cercato per ottenere un beneficio, ma per evitare un danno. Insomma, e qui appare la natura del disagio, c’è un timore e un ansia e non un desiderio. Quale poi sia questo danno temuto, esso rimane per lo più indefinito. Anzi, è proprio dello stato di sofferenza psicologica che i guai temuti dal paziente rimangano in una sfera indefinita. Tuttavia, si può dire che siamo nell’ambito della realizzazione personale e delle relazioni umane: il danno temuto è l’emarginazione sociale, il senso di inadeguatezza personale e sociale, insomma lo sforzo di maturazione che inevitabilmente attende la giovane donna all’uscita dalle limitazioni della vita familiare.

Questo sforzo di maturazione richiede una grande flessibilità mentale. Il controllo, in sé, non è un fatto negativo. Un certo grado di controllo della realtà è benvenuto. Per esempio, tutti noi cerchiamo di mantenere un aspetto gradevole per avere relazioni affettive e professionali soddisfacenti. Tutti noi ci impegniamo nello studio o nel lavoro per ottenere buoni risultati scolastici o professionali. Tutti noi, quindi, cerchiamo di controllare la nostra vita lavorativa, sociale, relazionale e affettiva. Tuttavia, mentre inseguiamo un grado di controllo, dobbiamo saper anche accettare che questo controllo non è mai assoluto. Il buon senso ci dice che il controllo assoluto della realtà è impossibile. Un individuo dalla personalità matura e flessibile accetta questo limite. O almeno dovrebbe accettarlo.

In realtà, i dati della psicologia ci dicono che il percorso seguito dall’individuo non sofferente di un disturbo emotivo è meno lineare. Infatti è bene chiarire che per Langer (1975) il soggetto non sofferente è colui che è in grado non solo di accettare sia un grado di controllo relativo ma che al tempo stesso, e in maggior misura, riesce ad esperire uno stato di controllo illusorio maggiore di ciò che realmente egli possiede. Al contrario, l’individuo sofferente è colui che non è in grado di accettare il suo grado di controllo imperfetto (imperfezione in sé normale) ed è proprio per questa sua incapacità di accettare questo controllo imperfetto che quest’individuo è perennemente sopraffatto dall’impressione di non essere in grado di controllare né gli eventi né le sue stesse reazioni (Rapee, Craske, Brown, Barlow, 1996; Sassaroli, Gallucci, Ruggiero, 2008; Stapinski, Abbott, Rapee, 2010). La non sofferenza, o almeno la minore sofferenza dell’individuo non colpito da un disturbo psicologico è quindi una singolare combinazione di maggiore flessibilità e al tempo stesso maggiore capacità di illudersi, di immaginare un mondo più consono ai bisogni e alle debolezze individuali.

Naturalmente, questo è vero anche per altri tipi di sofferenza. Per esempio, per la depressione. Lo stato depressivo può essere in parte un cosiddetto errore cognitivo, una distorsione. Ma in esso si cela anche una maggiore verità. Infatti secondo alcuni studiosi in realtà è proprio nella depressione che si raggiunge una più realistica valutazione della propria importanza, brillantezza sociale e capacità personali (Alloy, Abramson, 1979; Dobson, Franche, 1989).

I disturbi alimentari diventano quindi simbolici non solo per l’ossessione verso il cibo o l’aspetto corporeo, ma ancor di più per alcuni temi psicologi più nascosti ma più centrali: l’ossessione per il controllo sulla realtà e per la perfezione dello sviluppo individuale e la centralità della cosiddetta autostima personale su cui fondare il proprio benessere.

Tuttavia, questi temi non appartengono soltanto al presente. In forme differenti, l’angoscia dell’incontrollabilità del reale, la tensione individuale a realizzarsi e svilupparsi, la centralità dell’amor proprio sono anche di altre epoche. Amor proprio è infatti il termine che si usava in passato in luogo della moderna autostima. Indubbiamente l’intonazione era diversa. Nel termine di autostima si riflette la qualità quantificante ed economica dell’età moderna. Tuttavia ci sono anche dei motivi comuni nel cambiamento storico delle idee. Per questo, dopo questo primo capitolo introduttivo, il secondo capitolo è dedicato agli antecedenti storici dei disturbi alimentari, fino al definitivo stabilirsi della categoria diagnostica nel secolo scorso. Nel terzo capitolo si espone il quadro diagnostico. Nel quarto si espongono i principi del modello cognitivo che ha ricevuto più consensi: quello elaborato da Christopher Fairburn. Nel quinto troviamo gli sviluppi successivi del modello di Fairburn, e nel sesto il modello del controllo del nostro gruppo di lavoro. Nel settimo si discute lo stile di personalità dei disturbi alimentari e nell’ottavo si espongono i modelli psicodinamico e sistemico-familiare. Infine nel nono si esplorano le basi evolutive e familiari dei disturbi alimentari.

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Bibliografia

  • Alloy, L.B., Abramson, L.Y. (1979). “Judgment of contingency in depressed and nondepressed students: Sadder but wiser?”. Journal of Experimental Psychology: General 108: 441–485.
  • Dobson, K., Franche, R.L. (1989). “A conceptual and empirical review of the depressive realism hypothesis“. Canadian Journal of Behavioural Science 21: 419–433.
  • Langer, E. J. (1975), “The illusion of control“. In Journal of Personality and Social Psychology, 32, pp. 311-328.
  • Rapee, R. M., Craske, M. G., Brown, T. A., Barlow, D. H. ( 1996), “Measurement of perceived control over anxiety-related events”. In Behavior Therapy, 27, pp. 279–293.
  • Sassaroli, S., Gallucci, M., Ruggiero, G.M. (2008), “Low perception of control as a cognitive factor of eating disorders. Its independent effects on measures of eating disorders and its interactive effects with perfectionism and self-esteem”. In Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, 39, pp. 467-488.
  • Stapinski, L.A., Abbott, M.J., Rapee, R.M. (2010), ”Evaluating the Cognitive Avoidance Model of Generalised Anxiety Disorder: Impact of Worry on Threat Appraisal, Perceived Control and Anxious Arousal”. In Behaviour Research and Therapy, 48, pp. 1032–1040.
  • Wolfe, T. (1987). The Bonfire of the Vanities. New York, FSG. Tr. It. Il falò delle vanità. Milano, Mondadori, 1988.

Magrezza non è Bellezza. I Disturbi Alimentari (e-book)

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I DISTURBI ALIMENTARI 

Magrezza non è bellezza. I disturbi alimentari. State of Mind Edizioni Elettroniche

 

Seminario di Pat Ogden #2: Il Trauma e il Corpo: La Terapia Sensomotoria

 

Workshop: “IL TRAUMA E IL CORPO: LA TERAPIA SENSOMOTORIA”, MILANO, 16 -17 settembre 2012

 

Seminario di Pat Ogden: Il Trauma e il Corpo: La Terapia Sensomotoria
Locandina del Workshop.

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Il 16 e 17 Settembre si è svolto a Milano un interessantissimo workshop sulla terapia sensomotoria tenuto da Pat Ogden, fondatrice della Psicoterapia Sensomotoria e del Sensorimotor Psychotherapy Institute (Boulder, Colorado).

Obiettivo di queste due giornate era quello di affrontare il trattamento con la terapia sensomotoria di pazienti traumatizzati ma anche delle difficoltà legate a storie di attaccamento insicuro non necessariamente traumatiche.

L’approccio parte dall’idea che la narrativa somatica racconti la storia delle relazioni precoci di attaccamento e di eventuali traumi subiti nel passato. Riprendendo l’idea di Janet che i pazienti con storie di sviluppo traumatiche continuino il tentativo di messa in atto dell’azione di difesa che non sono stati in grado di portare a compimento durate l’esperienza traumatica, uno degli obiettivi del lavoro terapeutico è quello aiutare i pazienti ad eseguire “azioni trionfali” (Janet, 1925).

Occorre considerare il corpo, i suoi movimenti e le sue posture per vedere cosa il corpo riesce o non riesce a fare, quali schemi di azione riesce a mettere in atto, quali invece risultano bloccati.

I pazienti traumatizzati mostrano un arousal disregolato, con picchi di iperarousal in cui l’attivazione supera la capacità di integrazione e picchi verso il basso, di ipoarousal in cui l’attivazione non è sufficiente per permettere l’integrazione.

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Questi pazienti infatti passano molto rapidamente da stati di intensa reattività emozionale ad un distacco emotivo che talvolta esita in vero e proprio collasso fisico. Per riuscire ad integrare e quindi ad elaborare le sensazioni e l’esperienza traumatica è fondamentale riportare il paziente ad una stabilizzazione dell’attivazione entro una finestra di tolleranza.

Durante il workshop, da un lato facendo sperimentare direttamente ai partecipanti la potenza di questo approccio e dall’altro attraverso la proiezione di sedute videoregistrate, la dottoressa Ogden ha mostrato come la terapia sensomotoria vada a lavorare proprio su questi aspetti.

Seminario di Pat Ogden: Il Trauma e il Corpo: La Terapia Sensomotoria
Articolo consigliato: Seminario di Pat Ogden: Il Trauma e il Corpo: La Terapia Sensomotoria

Durante una seduta con un paziente traumatizzato, ad esempio, la terapeuta coglieva un gesto delle mani leggibile come l’inizio di un’azione difensiva e focalizzava poi il lavoro clinico nel far portare a compimento tale gesto più volte, di modo che si iscrivesse nel corpo come memoria procedurale, che entrasse a far parte della narrativa somatica, per poi soffermarsi sulle emozioni, sensazioni e cognizioni che questo movimento e questa postura producevano nel paziente, in un processo di elaborazione bottom-up.

Guidati dall’atteggiamento mindfulness di attenzione consapevole al momento presente senza giudizio, si osserva tutto ciò che (in termini di sensazioni corporee, movimenti, percezioni provenienti dai 5 sensi, emozioni e cognizioni) emerge all’interno dell’occhio della mente momento per momento.

A partire da specifiche tecniche corporee l’obiettivo è di facilitare un nuovo apprendimento di tipo procedurale: se non si modificano gli aspetti somatici il trauma resterà nel corpo e non potrà essere elaborato efficacemente.

Non si tratta solo di consapevolezza corporea, che pure è un elemento importante, ma di lavorare sul processamento sensomotorio, ovvero sul come creiamo implicitamente i nostri significati, processiamo le informazioni ed eseguiamo azioni.

Al termine della prima giornata un’attenzione particolare è stata posta al trattamento dei disturbi dissociativi. D’accordo con l’impostazione di Janet, la terapia sensomotoria concepisce la dissociazione come il fallimento della capacità integrativa, pertanto focus del lavoro terapeutico è la comunicazione fra le diverse parti.

Attraverso interventi di mindfulness, il lavoro con la memoria implicita, con le azioni fisiche e le sensazioni corporee, si stimola direttamente la memoria procedurale, per evitare che il lavoro con la sola memoria esplicita e semantica riattivi in modo iatrogeno memorie corporee intense e disregolate senza risolverle.

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Nella seconda giornata, invece, ampio spazio è stato dato al lavoro con l’attaccamento, prendendo in considerazione sia le storie di attaccamento problematiche ma non sconvolgenti, sia le storie di traumi subiti dalle figure di attaccamento.

Focus del trattamento, nel primo caso è stata l’esplorazione, sempre a partire dall’esperienza corporea, di parti di sé implicite con l’obiettivo di ampliare la tipologia e l’intensità delle esperienze affettive. Da questo lavoro emergono nuove azioni: ad esempio in pazienti con una storia di attaccamento evitante possono emergere azioni di ricerca della vicinanza con un incremento della capacità di dare e ricevere supporto, sperimentando una nuova gamma di emozioni correlate a queste esperienze.

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Al contrario, in pazienti con una storia di attaccamento ambivalente emergono azioni di radicamento e contenimento, esplorando e stabilendo confini e nuove capacità di autoregolazione.

Nel lavoro con storie di attaccamento disorganizzato, e dunque con esperienze traumatiche legate alle figure di riferimento, il trattamento coniuga i principi del lavoro sul trauma con quelli del lavoro sull’attaccamento: il lavoro sul corpo è volto a modulare l’iper e l’ipoarousal, acquisendo nuove capacità autoregolatorie ed interattive e favorendo l’integrazione delle parti. I movimenti diventano più integrati e diretti ad uno scopo, intenzionali.

Questi interventi implicano un lavoro di esecuzione dei 5 movimenti di base dello sviluppo come delineati da Bainbridge-Cohen (1993): lasciarsi andare, spingere, raggiungere, afferrare e tirare. Di importanza fondamentale nelle nostre interazioni sociali, si sviluppano già durante la gestazione e rappresentano la base per ogni nostro movimento. Questo linguaggio corporeo esprime in modo molto potente i temi critici del paziente e sono un canale di accesso diretto a rappresentazioni spesso non consapevoli.

In conclusione di queste due dense ed interessanti giornate di lavoro, la dottoressa Ogden ha dedicato un po’ di tempo alla riflessione su come il percorso clinico sia composto da una parte esplicita, in cui il terapeuta si muove guidato da teorie e tecniche ed orientato consapevolmente ad un obiettivo specifico, ed un parte implicita, in cui dominano processi inconsci, intuizioni cliniche, collusioni e collisioni, passaggi all’atto il cui risultato è imprevedibile.

Pat Ogden ha infine mostrato un video di una seduta in cui è emerso molto chiaramente come, per quanto disorientante, questo processo implicito sia parte attiva del processo terapeutico e come i passaggi all’atto, in cui parti implicite di paziente e terapeuta entrano in contatto attraverso il corpo, possano essere straordinarie occasioni di crescita per entrambi, purché siamo disposti ad imparare qualcosa da questo tipo di esperienze.

E’ stato un incontro interessante quello di queste due giornate e personalmente credo che, pur partendo da una prospettiva diversa da quella a cui siamo abituati, il modello utilizzato dalla terapia sensomotoria ben si integri con quelli cognitivisti. La teoria dell’attaccamento, i concetti di integrazione e disorganizzazione, la prospettiva evoluzionista e il riferimento a processi neurofisiologici fanno parte del bagaglio teorico e clinico di molti terapeuti cognitivisti e questo nuovo canale di accesso all’esperienza del paziente, a partire dal corpo, potrebbe essere un buono strumento di lavoro da inserire nella nostra “cassetta degli attrezzi”.

 

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BIBLIOGRAFIA:

La Resilienza: quando le Avversità ci rendono più Forti

FLASH NEWS 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Resilienza: la capacità di affrontare al meglio situazioni potenzialmente o realmente stressanti.  Alcune esperienze negative ci rafforzano, rendendoci più capaci di affrontare lo stress e gestire il dolore.

Difficile a credersi, ma le avversità ci rendono più resilienti. Sembra infatti che i momenti difficili della nostra vita possano avere effetti benefici, in base a quanto sostenuto da Mark D. Seery, autore dell’articolo “Resilience: A Silver Lining to Experiencing Adverse Life Events?”.

Per resilienza si intende la capacità di affrontare al meglio situazioni potenzialmente o realmente stressanti. Quindi in tanti altri casi, l’essere esposti ad eventi negativi nel corso della vita può portare effetti positivi. 

Secondo Seery: alcune difficoltà rinforzano, sono cioè in grado di renderci più abili nella percezione delle avversità e nel loro superamento. Per verificarne la veridicità di questa affermazione, l’autore ha condotto uno studio su un campione di 2000 persone, la cui “storia di avversità” è stata valutata calcolando il numero totale di eventi negativi riportati da ogni singolo individuo. Si ottiene che un numero maggiore di avversità corrisponde ad un aumento del distress globale, del danno funzionale (la misura in cui salute fisica ed emotiva interferiscono con lavoro e attività sociali) e dei sintomi da stress post-traumatico, insieme ad una diminuzione della soddisfazione della propria vita. Era, tuttavia, evidente anche come un numero intermedio di eventi negativi portasse outcome positivi. 

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In sintesi: considerando il numero di avversità come variabile indipendente, si potrebbe rilevare un andamento ad “U” delle variabili dipendenti negative (distress, sintomi PTSD e danno funzionale) e ad “U inversa” per la variabile dipendente positiva (“soddisfazione di vita”).

Di conseguenza, le persone che avevano esperito eventi negativi in passato erano influenzate meno negativamente da eventi negativi recenti rispetto ad individui che avevano dovuto fronteggiare troppe o nessuna avversità. Infine, la capacità di gestire e sopportare il dolore sembra non essere immune all’influenza delle avversità (Seery, Leo, Lupien, Kondrak & Almonte, 2011).

Le avversità portano ad un minor catastrofismo (riferito al tipo di pensieri riportati mentre si prova dolore fisico), a minore intensità del dolore percepito e a esperire poche emozioni negative.

Nonostante sia importante non minimizzare quando si parla di effetti negativi delle avversità della vita, è probabile che questi effetti siano stati finora sottovalutati: alcune esperienze negative ci rafforzano, rendendoci più capaci di affrontare lo stress e gestire il dolore. Quello che non mi uccide mi fortifica (Nietzsche, 1888).

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BIBLIOGRAFIA:

La Neuropsicologia nella Malattia a corpi di Lewy (Lewy Body Disease -LBD) – PARTE 1

 

 

La Neuropsicologia nella Malattia a corpi di Lewy (Lewy Body Disease -LBD) – PARTE 1. - Immagine: © julien tromeur - Fotolia.comIl vero quesito funzionale della valutazione neuropsicologica nelle Demenze dei corpi di Lewy è che questa si dipana all’interno di un tessuto sintomatico tra Parkinson e demenza di Alzheimer.

Sempre di più i trial clinici randomizzati e le misure del deterioramento mentale, sia in ambito di ricerca, che in ambito peritale adottano test neurosicologici. Ma quali sono i più adatti per la valutazione della malattia a corpi di Lewy (Lewy Body Disease -LBD) ?

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La distinzione tra malattia a corpi di Lewy e demenza di Alzheimer (Alzheimer’s disease – AD) rappresenta un obiettivo tanto rilevante, per le sue implicazioni terapeutiche e prognostiche, quanto complessa, data la frequente sovrapposizione dei due quadri clinici, soprattutto in fase iniziale di malattia.  

Hans Spinnler pone l’attenzione, per la diagnosi di tutte le demenze, su come le cornici teoriche e i setting in cui sono stati costruiti i test neuropsicologici, differiscano molto rispetto all’ambiente clinico in cui viene diagnosticato e condotto il malato.

Tale discrepanza e la troppa fiducia che i neurologi potrebbero dare ai  test neuropsicologici è alla base, secondo l’autore,  di possibili problematiche rispetto a una corretta diagnostica della demenza.

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La neuropsicologia non si è, d’altra parte,  mai posta l’obiettivo di sostituirsi ad analisi strumentali sofisticate o a esami biologici molecolari, ma ha piuttosto utilizzato modelli descrittivo comportamentali prima, e psicologico-cognitivi a partire dagli anni’50, per costruire quadri funzionali stabili, utili a descrivere organizzazioni di sintomi che stabilissero una disfunzionalità rispetto al criterio statistico di norma della funzione stessa (Lurija 1967) e la sua relazione con parti specifiche del cervello, come dimostrato già nel 1861 da Pierre Paul Broca.

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I test, dunque, altro non sono che lo sforzo di sintetizzare tali modelli per contribuire da una parte alla diagnostica clinica, arricchendo i dati osservativi con solide basi funzionali-normative e, dall’altra, a pianificare piani riabilitativi, nei quadri disfunzionali.

Certamente, la valutazione prima di essere psicometrica deve essere neuropsicologica; tale equazione deve prevedere la relazione correlazionale tra domini teorici cognitivi e espressioni funzionali cliniche e anatomiche. 

Il vero quesito funzionale della valutazione neuropsicologica nelle Demenze dei corpi di Lewy è che questa si dipana all’interno di un tessuto sintomatico tra Parkinson e demenza di Alzheimer.

Un elemento differenziale con l’ AD potrebbe essere rappresentato dal coinvolgimento dei circuiti fronto-basali, che appare esclusivo della LBD.

Con il Parkinson, invece, potrebbe essere discriminativo osservare la fluttuazione infradiana della cognitività e della vigilanza (elemento cardine della malattia a corpi di Lewy), che nei Parkinson puri è dimostrata solo in fase off e in presenza di MMSE < ai 24 .

 Fine prima parte.

 

BIBLIOGRAFIA:

Recensione: Cinquanta Sfumature di Grigio di E. L. James

A far l’amore comincia tu! Quanto ci costa la sottomissione sessuale… E’ incredibile che tante donne abbiano apprezzato e si siano immedesimate in un libro in cui la protagonista è sottomessa all’uomo.

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Recensione: Cinquanta Sfumature di Grigio. - Immagine: Costanza Pinetti 2012
50 sfumature di blu. Immagine: Costanza Prinetti 2012

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Com’è possibile che un libro come “Cinquanta sfumature di grigio” stia polverizzando ogni record di vendite (diventando tra l’altro in 4 mesi il best seller più venduto di sempre in Inghilterra), decretando ufficialmente la morte della letteratura?!! Questa è la domanda che in tanti, increduli, si sono posti quest’estate.

Per chi negli ultimi mesi avesse vissuto su Marte, “Cinquanta sfumature di grigio” racconta di Anastasia, ingenua ed impacciata studentessa vergine di 21 anni in attesa del grande amore della vita, che incontra Mr. Grey, bellissimo imprenditore miliardario di 27 anni, tenebroso, con un passato complicato e la passione … per il bondage, la dominanza e la sottomissione.

Donne che non lasciano il partner violento. - Immagine: © Warren Goldswain - Fotolia.com
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Tra i due scatta un’attrazione fatale: Mr. Grey, dio del sesso, le farà scoprire i suoi più oscuri desideri sessuali inoltrandola al mondo del BDSM, e lei – in preda alla ben nota sindrome femminile della crocerossina – cercherà di cambiarlo e di salvarlo dall’oscurità.

Nonostante il pessimo stile letterario, i dialoghi ridicoli, le ripetitive ed assurde scene di sesso, la trama banale e piena di stereotipi, il successo di “Cinquanta sfumature di grigio” pare inarrestabile ed inspiegabile.

Per molti è soprattutto incredibile che tante donne abbiano apprezzato e si siano immedesimate in un libro in cui la protagonista è sottomessa all’uomo. Ma la verità è che il ruolo di sottomesse, in particolare nei rapporti sessuali, ce lo portiamo dentro come retaggio culturale, seppur in maniera inconsapevole, ed influenza la nostra vita sessuale più di quanto immaginiamo.

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Alcune ricerche mostrano come in un contesto romantico di coppia si tenda a mettere in atto comportamenti tipici dei ruoli di genere; soprattutto in ambito sessuale il copione tradizionale vuole l’uomo in un ruolo più dominante e la donna sottomessa ai desideri del partner, a cui viene lasciato il compito di iniziare e gestire l’attività sessuale, inclusa la scelta delle posizioni da adottare.  

In un recente articolo scientifico Good J.J. et Al. (2012) hanno indagato per la prima volta l’influenza degli stereotipi sessuali di genere sul soddisfacimento sessuale. 

Nei rapporti di coppia eterosessuali le donne tendono ad assumere più degli uomini comportamenti passivi: quanti maschi si lamentano di dover essere sempre loro a fare la prima mossa sotto le lenzuola?! Ne consegue una riduzione dell’autonomia sessuale femminile che a sua volta influenza negativamente l’eccitazione, la capacità orgasmica e soprattutto il soddisfacimento sessuale della donna (Sanchez et Al., 2006).

Non pensiate neanche per un attimo che questo sia un problema esclusivamente femminile! Good e collaboratori hanno infatti scoperto che gli uomini sperimentano un più basso soddisfacimento sessuale quando ingaggiano un’attività sessuale con una partner che sposa un ruolo sottomesso. Questo avviene perché innanzitutto l’uomo percepisce il dover fare la prima mossa come una mancanza di desiderio nei propri confronti.

Dimmi come cammini e ti dirò quanto sesso fai - Immagine: © olly - Fotolia.com
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Inoltre, poiché la mascolinità va di pari passo con l’abilità di soddisfare la propria partner, e l’assunzione di un ruolo passivo influenza negativamente la capacità di eccitarsi e di raggiungere l’orgasmo, uomini che hanno partner sottomesse possono sentirsi inadeguati e incapaci di dar loro piacere. Insomma, l’adozione di un ruolo sottomesso da parte della donna mina il soddisfacimento sessuale di entrambi. Curiosamente non è vero il contrario: la donna non tende a percepire il ruolo passivo del partner come una mancanza di desiderio nei propri confronti; culturalmente si ritiene infatti (erroneamente?) che l’uomo sia quasi sempre interessato al sesso, indipendentemente dal suo comportamento.

Qual è quindi il segreto per una relazione sessuale soddisfacente? Care donne, a meno che non vi piaccia il ruolo di sottomesse (e in questo caso, secondo Good et Al. il vostro soddisfacimento sessuale non ne risentirà) è tempo di emanciparsi! Se non ne avete voglia la vecchia scusa del mal di testa non tramonta mai, ma se volete fare l’amore prendete l’iniziativa e siate dominanti: dare il via all’atto sessuale e scegliere in che posizione farlo può essere molto più gratificante per entrambi, senza dover scomodare Mr. Grey.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Riconoscimento della Voce e del Volto: esiste una Connessione Strutturale Diretta

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Esiste una connessione strutturale diretta tra le aree deputate al riconoscimento della voce e quelle responsabili del riconoscimento del volto. 

Come avviene il processo di riconoscimento della voce e del volto nel cervello umano? In base base al modello classico le informazioni sensoriali relative alla voce e al volto di una persona sono elaborate ad un livello corticale superiore.

Tuttavia i ricercatori del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences di Leipzig hanno dimostrato che esiste una connessione strutturale diretta tra le aree deputate al riconoscimento della voce e quelle responsabili del riconoscimento del volto. 

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Lo studio è stato condotto su 19 soggetti volontari sani (10 donne e 9 uomini) di età compresa tra i 23 e i 34 anni, i quali sono stati sottoposti in un primo momento ad una fase di addestramento, che consisteva nella presentazione di file audio-visivi, attraverso i quali i soggetti imparavano ad associare delle voci ai rispettivi volti e, nella condizione di controllo, dei suoni di tasti ai rispettivi cellulari.

Neuroscienze e Psicoanalisi. Il contributo di Mauro Mancia. - Immagine: © robodread - Fotolia.com
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Nella sessione sperimentale ai soggetti si faceva ascoltare una frase pronunciata da uno speaker target, tra quelli mostrati nella fase di addestramento, e successivamente due frasi di 2 parole. Dovevano decidere se si trattasse della voce dello speaker target o meno (riconoscimento della voce), mentre nella condizione di controllo si chiedeva di decidere se si trattasse della frase target o meno, indipendentemente dalla voce dello speaker (riconoscimento della frase). In un secondo momento, ai partecipanti si faceva ascoltare una voce attraverso un file audio (o il suono dei tasti di un cellulare) e subito dopo si mostrava un volto (o un cellulare) attraverso un file solo visivo e veniva loro chiesto di indicare se il volto (o il cellulare) e la voce (o il suono dei tasti) appartenessero alla stessa persona (o cellulare).

Le registrazioni sono avvenute attraverso due scansioni di fRMI, hanno permesso di localizzare le aree deputate al riconoscimento della voce nelle regioni anteriori, mediane e posteriori del solco temporale superiore, mentre il giro fusiforme, area responsabile del riconoscimento del volto, si attiva in risposta sia agli stimoli visivi, che a quelli uditivi nei compiti di riconoscimento dello speaker.

Questo significa che nel cervello umano avviene un’integrazione dinamica di informazioni visive e uditive nei processi di riconoscimento delle persone, grazie alla presenza di una connessione strutturale diretta tra il solco temporale superiore e il giro fusiforme, senza la mediazione di strutture corticali sopramodali.

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In particolar modo, sono emerse delle connessioni più significative tra il giro fusiforme e le regioni anteriori e mediane del solco temporale superiore, rispetto alla regione posteriore, in quanto quest’ultima è responsabile soprattutto dell’identificazione dei parametri acustici delle voci.

Dallo studio risulta inoltre una connettività strutturale tra le regioni deputate al riconoscimento della voce all’interno dello stesso solco temporale. 

Dunque, le informazioni visive di un volto, acquisite attraverso una precedente esperienza sensoriale, possono contribuire anche al riconoscimento della voce  e questo consente di ottimizzare il processo di riconoscimento delle persone. 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Psicoterapia: Il Disputing del Panico – II Parte

 

LEGGI LA PRIMA PARTE DELL’ARTICOLO  

LEGGI: INTRODUZIONE AL DISPUTING DEI DISTURBI D’ANSIA

Psicoterapia: Il disputing del panico parte 2. - Immagine: © Stuart Miles - Fotolia.com

È importante comprendere come per il paziente il panico è un problema in sé. Il paziente non teme il panico solo in rapporto alle sue conseguenze (il panico come segnale di pazzia o di infarto) ma anche come evento in sé terrificante.

La ristrutturazione dell’evento del panico va fatta quindi in due direzioni. Una volta stabilito che il paziente teme il panico occorre ragionare su quanti episodi reali di panico sono avvenuti nella vita del paziente, quanto fossero realmente gravi e quanto realisticamente è davvero probabile che avvengano nuovi attacchi. Anzi per la precisione quanto è probabile che un malessere addominale (un mal di pancia) o un’oppressione al petto possano poi davvero portare a un episodio di panico –non hanno da subito ben chiaro che temono il panico.

LEGGI LA MONOGRAFIA DI STATE OF MIND SUL DISPUTING

Il paziente spesso sopravvaluta sia la gravità che la frequenza degli attacchi passati.

In realtà, più che panico si tratta di agorafobia, timore continuo e ansia anticipatoria di poter avere nuovi attacchi. In molti casi solo i primi episodi erano stati davvero di panico, gli altri erano più timori di poter andare incontro a un episodio di panico.

Secondo il DSM, per agorafobia si intende l’ansia relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dai quali può essere difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali può non essere disponibile aiuto in caso di attacco di panico o sintomi tipo panico (per es., paura di avere un attacco improvviso di vertigini o di diarrea).

Non si tratta proprio esattamente di ansia anticipatoria di un attacco di panico, ma è molto simile. Questo stato ansioso agorafobico determina tipicamente l’evitamento pervasivo di una varietà di situazioni che possono includere stare fuori casa da soli o stare a casa da soli; essere in mezzo alla folla; viaggiare in automobile, autobus, metropolitana, treno o aereoplano; oppure essere su un ponte o in ascensore.

Salkovskis- l’equazione dell’ansia nel disputing - Immagine: © lassedesignen - Fotolia.com
Articolo consigliato: Salkovskis- l’equazione dell’ansia nel disputing.

È vero che alcuni individui sono in grado di esporsi alle situazioni temute, ma le sopportano con considerevole paura e fatica.

Tuttavia spesso l’individuo è più capace di confrontarsi con una situazione temuta quando si trova con un accompagnatore.

 

Le domande raccomandate quindi sono:

Mi racconti la storia del suo disturbo

Parliamo del primo, primissimo episodio. Mi può raccontare in che circostanze avvenne? Dov’era? Era solo o in compagnia?Cosa stava facendo? Cosa provò? Quali furono le prime sensazioni? E che cosa pensò/le venne da pensare? E quando pensò che si trattava di qualcosa di grave? Quanto tempo passò tra le prime sensazioni sgradevoli e lo scatenamento pieno del panico? E cosa pensò tra le prime sensazioni e l’attacco completo?

Raccogliere in maniera dettagliata tutte le manifestazioni del panico è importante per poter stabilire davvero il livello di gravità dell’attacco. Usare la lista del DSM che elenca i vari aspetti fisiologici del panico è importante per poter stabilire se siamo davanti a un attacco di panico pieno o solo parziale.

Inoltre, accertare i pensieri è importante. In che momento avvenne la catastrofizzazione? È possibile che il paziente non avesse pensato davvero nulla e si sia trovato davanti a un panico non preceduto da alcun pensiero negativo? Ovviamente dal punto di vista del terapeuta, la risposta è no.

 Nel caso in cui siano presenti pensieri catastrofizzanti che presumibilmente hanno favorito l’interpretazione terribilizzante delle sensazioni corporee (“se ho mal di pancia avrò il panico” oppure “se ho oppressione al petto significa che sta arrivando un infarto”) è possibile lavorare su questi elementi alla Beck, cioè incoraggiando il paziente a ragionare in maniera più critica ed empiricamente fondata sulle sue interpretazioni terribilizzanti della realtà.

Siamo sicuri che un malessere di varia provenienza, toracica o addominale che sia, porti a un episodio di panico?

 

LEGGI LA PRIMA PARTE DELL’ARTICOLO  

LEGGI: INTRODUZIONE AL DISPUTING DEI DISTURBI D’ANSIA

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BIBLIOGRAFIA:

Seminario di Pat Ogden: Il Trauma e il Corpo: La Terapia Sensomotoria

 di Roberto Framba 

 

 Workshop: “IL TRAUMA E IL CORPO: LA TERAPIA SENSOMOTORIA”, MILANO, 16 -17 settembre 2012

Seminario di Pat Ogden: Il Trauma e il Corpo: La Terapia Sensomotoria
Locandina del Workshop.

Sto partecipando a un workshop di due giorni di introduzione alla Terapia Sensomotoria organizzato dall’ Istituto di Scienze Cognitive in una sala gremita di colleghi che mi sembrano provenienti da differenti formazioni ma che hanno in comune l’esplorazione di approcci capaci di operare velocemente ed efficacemente sulle disregolazioni emotive più severe dei pazienti.

La Sensorimotor Therapy si propone come uno degli approcci più promettenti e capaci di integrare gli approcci cognitivi up-down con tecniche e modelli bottom-up in particolar modo per la psicoterapia del trauma, procurato da eventi ambientali oppure connesso all’attaccamento.

I più famosi modelli di ricerca neuro psicologici (Schore) e gli approcci interpersonali (Stern), trovano una convergenza e un’applicazione psicoterapeutica molto attenta ai pattern corporei nel qui ed ora della seduta al fine di conseguire una veloce stabilizzazione delle risposte emotive iper/ipo-attivate dei pazienti che abbiano subito traumi non elaborati.

Riprendendo l’insegnamento di Janet, viene enfatizzato il corpo come sede della memoria degli eventi vissuti della persona ma anche come strumento di elaborazione e ristrutturazione di apprendimenti altamente problematici e attualmente disfunzionali.

La proposta forte parte da un annunciato cambiamento di paradigma che, come ricorda lo stesso Schore, “privilegia sistemi di sviluppo emotivi rispetto a quelli cognitivi privilegiando concentrandosi sul sé implicito piuttosto che sul sé esplicito”.

Il modello della Terapia Sensomotoria prevede tre fasi di intervento:

  1. Stabilizzazione emotiva e la riduzione del sintomo;
  2. Trattamento della memoria traumatica;
  3. Integrazione della personalità.
Psicoterapia Sensomotoria: il Ruolo del Corpo nelle Esperienze Traumatiche. - Immagine: © Guido Vrola - Fotolia.com
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La scelta d’intervento iniziale è chiara: quando il paziente esorbita i limiti della cosiddetta finestra di tolleranza emotiva sia per eccesso (iperattività fisica e verbale fino al congelamento) che per difetto (ipoattivazione fisica ed emotiva fino al vuoto e al distacco emotivo) il terapeuta interrompe il lavoro sulla narrazione dei contenuti concentrandosi sulla narrativa somatica.

Dato che la maggior parte del comportamento umano è guidato dalla memoria procedurale che si riflette in risposte automatiche e pattern d’azione appresi (movimenti, posture, gesti, ecc.), il terapeuta osserva attentamente tali aspetti e via via interviene attraverso l’attivazione di risorse spontanee di riconoscimento e modulazione emotiva del paziente.

A completamento, il terapeuta può anche proporre tecniche di stabilizzazione emotiva sempre accedendo attraverso il riconoscimento e il maneggiamento degli aspetti corporei con l’obiettivo di restituire consapevolezza cognitiva e maggiore padronanza emotiva.

Il terapeuta alterna due azioni. Da un lato, una sintonizzazione forte con gli stati corporei ed emotivi del paziente condividendo l’attenzione ad azioni, gesti e postura in una sorta di rispecchiamento reciproco che rende disponibile alla coscienza del paziente attraverso l’esperienza di un corpo che avverte qualcosa di non sempre accessibile ma comunque disturbante e problematico. Esso può avvenire compiendo una microanalisi del comportamento non verbale e paralinguistico ma anche attraverso l’urlare insieme un vaffa’… che talvolta ricorda gli spettacoli di un Beppe Grillo di annata. Dall’altro, un continuo sforzo di integrazione cognitiva, chiedendo al paziente come ti fa sentire e cosa dice di te il comportamento che attraverso l’azione viene riattivato e reso esplicito.

La Ogden, in risposta ad una mia specifica domanda, chiarisce che l’aspetto relazionale condiviso è di gran lunga ciò che rende più efficace la costruzione di nuovi percorsi anche a livello neurofisiologico oltre che di significato, utilizzando il corpo come strumento potente di “incontro” e cooperazione.

La risonanza del lavoro e della proposta del nostro Gianni Liotti mi risulta evidente e sento immediatamente che mi pervade un sottile moto di orgoglio. Un divertente equivoco marca la ragione di tale stato d’animo. La Ogden scambia un canuto presente per lo stesso Liotti dicendosi onorata della sua presenza, accorgendosi solo dopo molti minuti che si trattava di altra persona, scusandosi per la sua scarsa capacità fisiognomica attribuita anche al fatto che aveva conosciuto Gianni ormai parecchi anni or sono.

Sarà stato un rendere presente alla sua coscienza una sorta di dialogo implicito con l’esponente italiano più autorevole del settore?

Ma proseguiamo sui contenuti di questa prima giornata. In tutti i modi, sia attraverso il canale verbale che con l’uso di interessanti video ed esercitazioni in aula, la Ogden esprime la convinzione che il corpo in tutte le sue componenti è assolutamente potente nel favorire la collaborazione nella ricerca di un superamento delle esperienze traumatiche. Il lavoro di integrazione si avvia con il porre attenzione sull’esperienza di percezione interna del corpo da parte del paziente, per proseguire nel focalizzare l’attenzione ai movimenti del suo corpo, sia grande che fino motorio, attraversando le percezioni veicolate dai cinque sensi e giungendo, prima agli stati emotivi e, per ultimo, al pensiero e alle interpretazioni.

 Attraverso questo percorso condiviso, paziente e terapeuta conquistano una progressiva sintonizzazione che permette una più efficace elaborazione di aspetti problematici che sono portati dal paziente sia a livello esplicito, ma anche e, specialmente, attraverso l’implicito depositato nell’esperienza corporea.

La Ogden, come altri autori del panorama cognitivista internazionale, fa grande utilizzo delle tecniche di Mindfulness con un approccio “directed”, cioè focalizzato su un aspetto o un problema interno al paziente piuttosto che aperto all’esperienza ampia di consapevolezza di sé.

L’obiettivo finale è quello di rimettere il paziente in grado di ripristinare una serena relazionalità in un clima di sicurezza in sé, attraverso il cambiamento delle tendenze procedurali del corpo, che si erano fissate a neuropercezioni “difettose” a causa dei sistemi difensivi del trauma per ripristinare una neuroplasticità ridotta o perduta. Il cambiamento del corpo, anche dopo poche ore di trattamento, rappresenta un indicatore assolutamente saliente del mondo interno e un terreno di lavoro terapeutico volto al cambiamento.

Il trattamento pone una particolare attenzione per i pazienti con traumi cumulativi e spesso hanno avuto un’esperienza “pericolosa” nello stare in contatto con il proprio corpo. La Terapia Sensomotoria propone al paziente di accostarsi al proprio corpo in modo differente ma non attraverso il parlare e l’argomentare circa l’esperienza vissuta e i suoi risvolti emotivi e di pensiero.

Anche una semplice indicazione data al paziente di tenere una mano sul torace e una sull’addome con la immediata consegna di stare ad ascoltare, consente di sentire il proprio corpo e guidarlo senza fatica ad una spontanea rimodulazione dell’esperienza emotiva.

Dopo la fase di riduzione del sintomo e stabilizzazione emotiva, la Terapia Sensomotoria apre la fase del trattamento delle memorie traumatiche. Basandosi sulle ricerche e conoscenze neurofisiologiche che riconoscono una gerarchia di sistemi atti a gestire gli aspetti traumatici che vanno dall’attivazione del sistema nervoso simpatico fino ad una immobilizzazione da “morte apparente” governata dal complesso ventrale vagale, la terapeuta americana, riprendendo una felice e produttiva intuizione di Bromberg, propone di lavorare sul delicato confine tra la finestra di tolleranza emotiva e l’iperattivazione provocata dal materiale traumatico.

EABCT 2012 – Attaccamento & Traumi Complessi. Meet the expert: Giovanni Liotti
Articolo consigliato: EABCT 2012 – Attaccamento & Traumi Complessi: Meet Giovanni Liotti

Muoversi terapeuticamente sui confini regolatori dell’esperienza emotiva traumatica, significa attivare l’esposizione a memorie drammatiche dopo aver concertato con il paziente un set di interventi regolatori della risposta emotiva, sviluppati nella fase di stabilizzazione per evitare al paziente ad entrare in dissociazione davanti a tale materiale.

La narrativa s’interrompe tutte le volte che si rischia di uscire dalla finestra di tolleranza emotiva con un attento e fine lavoro di rimodulazione emotiva che ha come centro la regolazione del corpo fino a quando il paziente raggiunge un senso di sufficiente sicurezza.

A quel punto si riprende la narrazione dell’esperienza traumatica appena il paziente ha recuperato una sufficiente stabilità emotiva. In tal modo, la coppia paziente/terapeuta si muove a zig zag tra la memoria e il qui ed ora dell’esperienza sensomotoria, entrando ed uscendo più e più volte dalla narrazione, mantenendo una grande focalizzazione sulla condivisione della ricadute in termini di esperienza del corpo e miglior padroneggiamento del disconfort emotivo. Via via il paziente esperisce una confidenza con il proprio vissuto problematico. A partire da un’attenzione chiara e forte alla propria esperienza sensomotoria e riconnettendosi in modo consapevole alle sensazioni prodotte dal proprio corpo il paziente può ritornare in contatto con il materiale che era stato dissociato per effetto del trauma.

Il terapeuta ha un ruolo importante anche nel far notare al paziente movimenti o reazioni del corpo che il paziente non riconosce consapevolmente perchè legate al proprio vissuto traumatico, scegliendo di utilizzare forme di compenso emotivo in grado di risolvere l’esperienza traumatica. Questo avviene attraverso un vero e proprio accompagnamento che permette di sperimentare in seduta un’esperienza capace di completare l’azione protettiva e rassicurante spontanea del paziente bloccata precedentemente dal trauma. In seguito, il paziente sarà gradualmente in grado di utilizzare fuori dal setting terapeutico l’esperienza condivisa in seduta.

Va notato che la Terapia Sensomotoria vuole andare oltre la semplice consapevolezza del proprio corpo ma anche senza una partecipazione pienamente consapevole, crea un significato, processa informazioni ed esegue azioni al fine di ripristinare un migliore adattamento all’ambiente e di migliorare l’efficacia e il benessere nelle relazioni.

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La terza fase della Terapia Sensomotoria si rifà al contributo di Van der Hart e procede attraverso un percorso che porti il paziente ad un incremento progressivo della mentalizzazione delle parti dissociate e delle loro alternanze che vengono riconosciute come a loro modo funzionali a scopi anche differenti o opposti, poi messe in relazione a differenti stati in modo sempre più consapevoli, modulati e strategicamente orientati ad un migliore adattamento.

Il corpo è il primo territorio e al tempo stesso lo strumento concreto attraverso queste parti vengono riconosciute e integrate. Attraverso esso il paziente esprime anche il bisogno di completare attraverso il movimento o differenti posture le azioni protettive che il trauma ha precocemente bloccato e conduce il terapeuta a riconoscere parti inconsapevoli che possono emergere e trovare quell’accoglienza probabilmente negata o non riuscita da parte delle figure che potevano avere un ruolo protettivo e, in ultima analisi restituendo comprensione e senso.

Una particolare attenzione viene posta sulla possibilità che il paziente sia molto concentrato sul transfert, che all’interno della Terapia Sensomotoria è riletto in una cornice più generale, cioè come una relazione sociale perturbata dall’esperienza traumatica pregressa del paziente. In tal caso il terapeuta cerca contemporaneamente di spostare l’attenzione della relazione al vissuto del corpo del paziente cercando di dare un nome a ciò che sta avvenendo e attribuendo quell’esperienza ad una parte talvolta dissociata della personalità. Al tempo stesso, il terapeuta agisce modulando il proprio corpo in modo tale di risultare meno “minaccioso” per il paziente.

Per esempio chiudendo gli occhi quando il paziente si attiva emotivamente troppo quando è al cospetto di un altro essere oppure modificando la propria postura, in modo di allontanarsi quando il paziente mostra di sentirsi a rischio di essere intruso.

In ogni caso, per il terapeuta vale sempre la regola aurea di non forzare la tecnica in modo di aumentare la paura piuttosto che la sicurezza e di muoversi in un orizzonte temporale ampio. L’esperienza di sintonizzazione non soddisfacente tra il paziente e il terapeuta non va vista come un insuccesso, quanto come un’area di lavoro per riparare tale frattura e ritrovare un piano condiviso sempre più in modo collaborativo esplorando assieme quell’area non consapevole inizialmente ad entrambi che va oltre ogni tecnica e oltre ogni parola.

In conclusione il percorso della Terapia Sensomotoria è duplice: sul piano esplicito, il porre un’attenzione condivisa al corpo, alle sue percezioni ed espressioni, alla ricerca di modalità più integrate e utili di vivere l’esperienza problematica o traumatica, rende possibile la costruzione di un percorso di sintonizzazione implicita che permette il ripristino di una relazione di condivisione e sicurezza.

 Una riflessione conclusiva. Per chi, come me e probabilmente come altri tra i presenti, viene da una tradizione cognitivista standard, la terapia sensomotoria fornisce due importanti contribuiti. In primo luogo l’originalità di questa terapia sta nell’offrire un’attrezzatura capace di creare un ponte percorribile quando l’attivazione emotiva è incongrua e problematica, quando il linguaggio verbale più astratto rende più faticosa, lungo e spesso inefficace il lavoro terapeutico . Questo diminuisce notevolmente il rischio che il paziente possa essere esposto ad un’esperienza iatrogena di non comprensione e non comunicazione con il terapeuta di quel momento difficile.

In secondo luogo, essa rivaluta paradossalmente il lavoro del terapeuta cognitivo sia nel senso di una ricerca di percorsi integrati in cui superare la contraddizione tra razionale ed emotivo in una visione pienamente cognitiva. Il corpo è un luogo di incontro più immediato per un’esperienza relazionale davvero correttiva per il paziente che è stato perturbato o traumatizzato. Nella Terapia Sensomotoria la parte narrativa diventa chiaramente lo strumento e non il fine della terapia che rimane, invece, quello di operare continue e progressive integrazioni in un clima di sicurezza e di padronanza. Analogamente anche il terapeuta cognitivo standard utilizza la narrativa come luogo d’incontro con il paziente a partire dal pensiero e dalla esplorazione delle rappresentazione delle emozioni e anch’esso non esaurisce il suo intervento in una ristrutturazione del contenuto semantico del pensiero ma opera per una riattribuzione di senso alle situazioni di vita nel contesto di una relazione sicura e cooperativa.

 

LEGGI LA SECONDA PARTE DELL’ARTICOLO 

 

BIBLIOGRAFIA:

Relazioni Interpersonali? Meglio dimenticarsi del Telefono Cellulare

FLASH NEWS 

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La prossima volta che sostenete una conversazione faccia a faccia con qualcuno, lasciate il telefono in borsa o in tasca!”. Questa è la raccomandazione di Andrew Przybylski e Netta Weinstein, autori di due studi particolarmente interessanti sul modo in cui i telefoni cellulari possono interferire con le relazioni interpersonali. 

Miliardi di persone ogni giorno comunicano a grande distanza utilizzando il telefono cellulare, e non solo a voce, ma anche scambiandosi SMS, email, “twittando” o anche semplicemente aggiornando il profilo di Facebook.

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Niente di male, direte voi. In effetti, l’utilizzo del cellulare sembra promuovere in noi un senso di interconnessione col nostro “mondo sociale”, spostando l’attenzione – o le preoccupazioni – su  persone, luoghi o eventi al di fuori dal contesto in cui concretamente ci troviamo (Srivastava, 2005).

Telephone - © Tomasz Wojnarowicz - Fotolia.com
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Ma in che modo le relazioni interpersonali ne risentono? Prendiamo come esempio la seguente situazione. Stiamo parlando faccia a faccia con una persona, magari anche di un argomento “mediamente” intimo. Il nostro cellulare è di fianco a noi, in bella vista, e il nostro interlocutore lo nota. Domanda: può anche solo la presenza dell’oggetto influenzare il tipo di relazione che si creerà tra noi e l’altra persona? Sì, e negativamente. 

In un primo esperimento, i due autori hanno esaminato l’effetto della sola presenza (vs l’assenza) di un cellulare lasciato su un tavolo sul tipo di relazione e di conversazione tra due interlocutori seduti uno affianco all’altro. Ai due soggetti (sconosciuti l’uno all’altro) è stato chiesto di parlare per dieci minuti di un evento saliente a loro accaduto nel mese precedente; dopodiché sono state valutate la qualità della relazione, il senso di vicinanza al partner e la presenza/assenza di emozioni positive. Come previsto, la sola presenza del cellulare aveva effetti negativi su ciascuna di queste variabili.

C’è di più. In un secondo studio, l’effetto della presenza/assenza del cellulare è stato valutato sia quando i due interlocutori discutevano di argomenti casuali, sia quando parlavano invece di questioni personali, intime e significative. Oltre alle variabili qui sopra elencate, sono state poi misurati il livello di fiducia verso l’altro e l’empatia percepita nell’altro. I risultati? La presenza del cellulare inibiva lo sviluppo di una vicinanza emotiva e riduceva l’empatia percepita dal partner. In particolare, le differenze tra presenza e assenza del cellulare erano significative nei casi di conversazione su argomenti intimi e personali.

I meccanismi secondo i quali la presenza di un cellulare ostacolerebbe la formazione di relazioni interpersonali sono ancora sconosciuti. È possibile, sostengono gli autori, che questo “colpevole tecnologico” attivi rappresentazioni mentali implicite (non consapevoli) della nostra “rete sociale”, in grado di distrarci dalle interazioni nel qui ed ora. Attendiamo future ricerche: nel frattempo, almeno durante le conversazioni faccia a faccia, meglio dimenticarsi del cellulare.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Dipendenza in amore: Donne che non lasciano il partner violento

 

Donne che non lasciano il partner violento. - Immagine: © Warren Goldswain - Fotolia.comQualche tempo fa, sul quotidiano “La Repubblica”, mi è capitato di leggere un articolo dedicato alle donne che non riescono a lasciare il marito/compagno violento.

Come mai si è incapaci di abbandonare un partner aggressivo?

Forse come correttamente citato nell’articolo, questa modalità è dovuta all’incapacità di prospettarsi scenari alternativi, riconoscendo in quello attuale uno schema familiare simile ad un loro vissuto. Spesse volte si tratta discorgere nell’uomo l’unica alternativa di vita, oltre alla quale non è possibile visualizzare scenari diversi, ma alla resa dei conti si tratta solo della loro gabbia. Tutto questo in nome dell’amore, inteso secondo una visione distorta e atavica, come una forma di sottomissione, di devozione, di sofferenza. Di dipendenza in amore. 

La paura dell'abbandono. - Immagine: © deviantART Fotolia.com
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Mi sovviene un passo della Sacra Bibbia, la lettera di San Paolo Apostolo agli Efesini: “Le mogli siano sottomesse ai mariti…  il marito infatti è capo della moglie…”. Quindi, donne, sopportate tutto e non ribellatevi mai, il vostro partner è il vostro capo, quindi, subite senza apporre giudizio quanto vi viene inferto. Oppure, il recente libro, “Sposati e sii sottomessa” di Costanza Miriano in cui si afferma che ci sono ruoli familiari non degni di essere sottoposti a discussione, pena l’infelicità familiare e l’insoddisfazione personale.

Quindi, la donna deve abbandonare l’immagine avanguardista e ribelle per vestire i panni della donna di casa e di famiglia. Deve, dunque, riprendere il ruolo che da sempre le è stato concesso: obbedire alle regole dettate dal pater familias e che importa se spesse volte deve sottostare ai dettami dei maltrattamenti e delle angherie varie? Quindi, lo scenario prospettato è amore dimesso e sofferto in situazioni maltrattanti. Ma se l’amore equivale a soffrire allora si tratta di una forma di non affetto, quindi non è si ha un rapporto paritetico basato sullo scambio reciproco, ma sull’essere l’uno carnefice e l’altro la vittima, l’uno dominate  el’altro dominato. A questo punto si entra in una sfera relazionale non classificabile come amore. Si attiva, dunque, una spirale senza via d’uscita, dove gran parte delle volte si finisce con il soccombere di una dei due membri della coppia, sempre la donna, la cronaca docet.

Cosa porta una donna a rimanere con il compagno violento? Una possibile spiegazione è il pensare di non valere nulla senza l’aiuto dell’altro, di non avere alternative percorribili, di non essere capace di andare avanti senza una persona che in qualche modo possa  supportarla e amarla. Di non valere nulla, di essere il nulla.

I dati dicono che una donna maltrattata su due lascia il proprio compagno, quindi solo una donna su due è in grado di riprendere in mano la propria vita e di voltare pagina.

Alcuni affermano e sostengono sia la cultura d’appartenenza o la regione di provenienza, intrisa da mentalità gretta e stereotipata a portare ad accettare passivamente quello che accade tra le mura domestiche, ovvero a giustificare il partner fino al punto di riconoscere come amorevole una sberla.

Secondo le testimonianze portate da coloro che hanno subito i maltrattamenti, ciò che induce una donna a non lasciare il partner è la paura delle conseguenze del ribellarsi, paura che ci possano essere delle ripercussioni, paura chele vengano negati figli, paura di rimanere sole.

Ecco che subentra la patologia: la love addiction. La dipendenza in amore. Si intende una forma di affezione  intesa come “droga”. E’ uno stato patologico che in una coppia normale è destinato a portare alla distruzione della relazione.

Nella Love Addiction (Dipendenza in amore) si sceglie e si insegue una persona sfuggente, non disponibile, impegnata in qualcosa di più importante, idealizzata a prototipo del marito perfetto, ma che maltratta e camuffa la sua paura di perdere l’altro disprezzando e bistrattando. Si genera in questo modo una relazione nata sulla scia di una serie di paure che portano i due coniugi a autoinfliggersi sofferenza, fisica e psicologica. La donna affetta da “dipendenza in amore”, o Love Addiction, cerca nell’altro delle conferme essendo incapace di individuarle e riconoscerle in se stessa, per questo, l’altro diventa lo specchio ed il nutrimento da cui si finisce col dipendere. La differenza sostanziale con le altre forme di dipendenze, è che quella affettiva si sviluppa nei confronti di una persona e non di un oggetto, come la droga o l’alcool, e questo rende la dipendenza in amore più difficile da riconoscere e da contrastare.

L’amore dipendente:

  • è ossessivo, con la tendenza a esercitare un controllo assoluto sull’oggetto d’amore;
  • è parassitario, basato su continue richieste di assoluta devozione e di rinuncia da parte dell’amato;
  • è caratterizzato dalla stagnazione e dall’evitamento del sociale, ossia la tendenza a chiudersi alle esperienze esterne per paura del cambiamento, soffocando qualsiasi desiderio o interesse personale in nome di un amore che occupa il primo posto nella propria vita;
  • è contrassegnato da dedizione totale ai voleri dell’altro, determinando una mancanza di riconoscimento delle proprie necessità.

Una forma più severa di dipendenza in amore è costituita dalla co-dipendenza. Il co-dipendente rinuncia ai propri bisogni e desideri, disconoscendoli e negandoli, per abbracciare in toto la volontà dell’altro violento. I co-dipendenti hanno sempre la tendenza a coinvolgersi in relazioni con persone con gravi disturbi di personalità, con disturbi del controllo degli impulsi o co-dipendenti. I partner del co-dipendente è una persona maltrattante che, nella maggior parte dei casi, perpetua comportamenti già vissuti nell’infanzia un ambiente familiare intriso di violenza e per questo non considerato un problema da parte della compagna. Quindi, la donna che subisce giustifica il maltrattamento perché avendolo subito lo trova una forma di riconoscimento affettivo.

Quindi, concludendo, per quanto doloroso e sofferto possa essere lasciare un compagno maltrattante, è importante diventare consapevoli di avere una relazione fallimentare, e tornare a vivere accettando di essere sole, ma al sicuro.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

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