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Parlare all’Io dandosi del ‘Tu’? Autoregolazione emotiva e costruzione di significato

Considerando la stretta relazione che sembra esistere tra linguaggio e pensiero (per esempio Whorf, 1956) ha senso chiedersi se in tutto questo abbiano una qualche importanza, nell’economia generale della psicologia individuale, le specifiche parole che usiamo per parlare con se stessi.

 

Introduzione

Chi non si è mai colto a parlare tra sé e sé? Se per alcuni l’esperienza passa al di sotto della consapevolezza, per altri invece è qualcosa che fa parte del proprio quotidiano, al punto che si stima che almeno il 20% della giornata sia passata in monologhi o dialoghi con sé stessi, allo scopo di spronarsi, darsi istruzioni, correggersi, commentare quanto si sta vivendo in quel momento. Ma il contesto non necessariamente è solo quello presente, ecco quindi che lo stesso fenomeno può presentarsi in riferimento a eventi nel passato o a eventi, oggetti, situazioni, di là da venire (Alderson-day & Fernyhough, 2011).

Degli esempi? Quando siamo al semaforo e pensiamo alla lista delle cose da fare quando arriveremo al lavoro o a casa; quando dobbiamo risolvere un problema difficile e ci aiutiamo con le parole, dandoci istruzioni su come proseguire; quando pensiamo con rabbia o con gioia a un incontro avvenuto in passato; quando cerchiamo di inquadrare una situazione, allo scopo di capire come ci potremo muovere la prossima volta che ci ritroveremo in essa, in relazione ai nostri obiettivi. Questi sono solo alcuni esempi della ricca fenomenologia del linguaggio interiore e molti altri ne possono venire in mente; anche partendo dalla propria esperienza personale, con po’ di introspezione.

Non è “strano” né anormale parlare tra sé e sé. Di fatto potrebbe non essere altro che l’interiorizzazione di quanto, quando eravamo bambini, le nostre figure di riferimento e l’ambiente ci comunicavano e che abbiamo successivamente imparato a dire a noi stessi, al fine di autoregolare il nostro comportamento (“Stai seduto dritto sulla sedia”), il nostro pensiero (“Concentrati su quello che stai facendo”) e le nostre emozioni (“Ora calmati”).

Per Vygotsky (1978), insigne esponente della psicologia sovietica degli inizi del Novecento, l’apprendimento del linguaggio passa, di fatto, dal processo di socializzazione nei primi anni di vita del bambino. Il codice linguistico verrebbe prima acquisito per osservazione e ascolto, nel suo uso e in relazione alle diverse situazioni, per poi essere progressivamente ripetuto, elaborato e, infine, assimilato. Il bambino inizia così a farne pratica espressiva e comunicativa orientata ad altri interlocutori (overt speech). Mano a mano che le strutture linguistiche –nelle lore regole, usi e funzioni nei diversi contesti– vengono assimilate, il linguaggio diventa strumento di autoregolazione, che si manifesta nell’uso a scopo riflessivo, con tono e volume inferiori rispetto al caso precedente, udibili solo dal proferente e da chi osserva (private speech). Al termine di questo percorso di progressiva interiorizzazione della capacità di linguaggio, sta la definitiva acquisizione della capacità di parlare tra sé e sé, senza proferire suoni (inner speech), capacità che per alcuni equivale alla capacità stessa di pensare.

Il dialogo interno

Le idee di Vygotsky sulla relazione tra linguaggio e pensiero hanno fatto scuola, e lo studio dell’inner speech –ovvero, il parlare tra sé e sé come strumento di pensiero e di autoregolazione– si è dimostrato nel tempo molto interessante in ambito clinico (ad esempio, per lo studio di allucinazioni uditive e ruminazione; cfr. Perrone-Bertolotti et al., 2014) e applicativo. In questo senso due ambiti di ricerca riguardano il miglioramento della performance dell’atleta sotto pressione e la facilitazione dell’apprendimento in ambito scolastico (cfr.  Theodorakis et al., 2012).

Nella prospettiva più generica della vita quotidiana il monologo/dialogo interno è uno degli strumenti a nostra disposizione per aiutarci a riflettere su ciò che viviamo, descrivere situazioni, fare scelte, valutare, prendere decisioni, autoregolarci emotivamente, cognitivamente e nel comportamento. Le ricadute cliniche sono piuttosto ampie, al punto che già da tempo esiste un approccio terapeutico di stampo cognitivo-comportamentale focalizzato sul suo uso sistematico  (Cognitive Behavior Modification [CBM]; Meichenbaum, 1977).

Considerando la stretta relazione che sembra esistere tra linguaggio e pensiero (per esempio Whorf, 1956) ha senso chiedersi se in tutto questo abbiano una qualche importanza, nell’economia generale della psicologia individuale, le specifiche parole che usiamo per parlare a noi stessi.

Un interessante e recente articolo uscito su Science (disponibile qui) permette di apprezzare come variazioni, anche solo superficiali, nelle frasi che usiamo per raccontare e raccontarci siano connesse a effetti significativi dal punto di vista psicologico. Nello specifico, gli autori (Orvell et al., 2017) erano interessati a testare l’ipotesi che la variazione di un pronome personale – l’uso della seconda persona singolare “Tu” al posto della prima persona singolare “Io”– avesse un impatto significativo sul modo in cui le persone elaborano le esperienze negative.

Partendo dalle evidenze disponibili circa gli effetti positivi della distanza psicologica in relazione al disagio emotivo (Kross & Ayduk, 2017) e sul valore normativo che il linguaggio generico dona alle espressioni descrittive (Bolinger, 1979), gli autori hanno utilizzato diversi compiti di scrittura espressiva, dimostrando che il “Tu” generico è utilizzato per descrivere situazioni nelle quali si percepisce la presenza di una norma generale (leggi o aspettative su come dovrebbero essere le cose; per esempio, “Non si passa con il rosso” vs “Non passare con il rosso”); le persone lo utilizzano per riflettere sulle proprie esperienze negative (“L’orgoglio è qualcosa che può ostacolarti nella ricerca della felicità”), poiché permette di assumere una maggiore distanza psicologica dai vissuti in corso di elaborazione (Liberman et al., 2007); e che infine tale distanza facilita la costruzione di senso quando si riflette su un’esperienza nella quale si sono vissute emozioni negative anche molto intense.

Quali ripercussioni per le persone?

Nella clinica la validazione e la normalizzazione dell’esperienza del paziente (ricondurre alla norma, a qualcosa che in genere è possibile e ci si può aspettare che accada nella realtà) sono strumenti necessari per soddisfarne i bisogni relazionali di base (Erskine, & Trautmann, 1996). In questo modo il paziente comprende che i propri vissuti sono condivisibili, sono reali anche per un altro – il terapeuta, di cui si fida – le cui opinioni sono per lui valide e il quale può eventualmente rimandare al paziente che, nelle medesime circostanze, chiunque avrebbe potuto reagire nello stesso modo.

Su questa linea di pensiero possiamo cogliere i benefici del parlare a noi stessi utilizzando il “Tu” generico anche quando riflettiamo da soli sulle nostre esperienze.

Utilizzare delle espressioni linguistiche generali e normalizzanti può infatti permetterci di giudicare le situazioni nelle quali siamo coinvolti, soprattutto quando sperimentiamo emozioni negative intense, da una posizione più distaccata, per guardare con maggiore obiettività quanto è accaduto, per trovarne le cause e chiarire a noi stessi le ragioni della nostra reazione, quasi come fossimo un osservatore esterno e quindi meno coinvolto, promuovendo in questo modo un migliore adattamento alle situazioni stressanti o emotivamente cariche (Ayduk & Kross, 2010).

Uso delle contenzioni nelle RSA: tra legislazione ed etica professionale

I mezzi di contenzione fisica sono dispositivi che limitano la libertà dei movimenti volontari della persona e che possono essere più o meno invasivi a seconda del grado di costrizione provocato.

 

In nessun ospedale dove i malati sono legati credo che nessuna terapia, di nessun tipo, possa dare giovamento (F. Basaglia, 1968)

Il rispetto dell’autonomia e della dignità della persona è alla base di una buona relazione terapeutica ed è condizione necessaria per ottenere l’efficacia di un trattamento. Nonostante ciò, l’utilizzo dei mezzi di contenzione è ancora molto diffuso e tale pratica, spesso aggravata dallo stato di fragilità della persona a cui viene applicata, affonda le radici in una cultura assistenziale poco attenta agli aspetti appena citati.

La contenzione fisica

La contenzione è un atto sanitario-assistenziale di natura eccezionale, da prendere in considerazione solo quando tutte le altre misure alternative si sono dimostrate inefficaci (Cester & Gumirato, 1997). L’utilizzo di tale pratica è un tema molto dibattuto, sia dal punto di vista etico che normativo, per la scarsa efficacia clinica dimostrata e per le implicazioni derivanti dalla limitazione della libertà dell’individuo.

I mezzi di contenzione fisica sono, infatti, dispositivi che limitano la libertà dei movimenti volontari della persona e che possono essere più o meno invasivi a seconda del grado di costrizione provocato. Essi, in base alla situazione, possono essere applicati al corpo, a una parte di esso o allo spazio circostante. Esempi di contenzione fisica sono le sponde a letto, il tavolino avvolgente la carrozzina, i divaricatori, le cinture addominali, pelviche e pettorali, il lenzuolo contenitivo, i bracciali e le manopole (Zanetti & Costantini, 2001).

Relativamente al paziente anziano, l’utilizzo dei dispositivi di contenzione viene spesso giustificato dalla presenza di agitazione psico-motoria, di comportamenti aggressivi auto e/o etero lesionistici e dal rischio di caduta (Evans et al., 2002).

Il Comitato Nazionale di Bioetica (CNB, 2015) sottolinea però che per applicare forme di contenzione fisica non è sufficiente la presenza di uno stato di agitazione, ma deve presentarsi un pericolo grave e attuale per il malato o per terzi. Una volta scongiurato, la contenzione deve cessare poiché non più giustificata.

La prescrizione della contenzione è di competenza medica e va riportata in cartella clinica, specificando il tempo di applicazione, le modalità, il motivo e il monitoraggio. Inoltre, la sua applicazione deve essere preceduta da un valido consenso informato da parte della persona assistita o da chi ne ha la tutela giuridica (Casale, 2001).

Tale decisione dovrebbe essere il risultato di una valutazione multidimensionale dello stato psico-fisico della persona, effettuata dall’équipe multidisciplinare, la quale dovrebbe prendere prioritariamente in considerazione le misure alternative possibili o, nel caso in cui esse si dimostrino fallimentari, elaborare un piano d’intervento individualizzato. Quando la contenzione diviene l’unica soluzione possibile, devono essere tenuti in considerazione i principi dello stato di necessità e della proporzionalità (Kramer, 1994; Reuben et al., 1995).

Aspetti normativi

L’utilizzo non giustificato dei mezzi di contenzione espone i responsabili a ipotesi di reato, in quanto una condotta di questo tipo rappresenta una violazione dei diritti fondamentali della persona, limitandone la libertà di movimento e l’autodeterminazione.

Secondo l’art. 54 del Codice Penale, infatti, i diversi dispositivi di contenzione possono essere impiegati solo nei casi in cui si prefiguri uno stato di necessità, ovvero quando il pericolo presenta le seguenti caratteristiche: a) è attuale, cioè deve esistere la possibilità che si verifichi; b) causa un danno alla persona; c) è grave; d) l’agente non deve porsi di propria volontà nel pericolo.

D’altro canto, sottoporre a contenzione individui in assenza delle suddette condizioni comporta il configurarsi dei seguenti reati previsti dal Codice Penale: Art. 571 – Abusi dei mezzi di correzione e di disciplina;  Art. 572 – Maltrattamenti;  Art. 582-83 – Lesioni personali volontarie;  Art. 589 – Omicidio colposo;  Art. 605 – Sequestro di persona;  Art. 610 – Violenza privata.

A queste fonti di diritto di rango superiore si aggiunge, inoltre, il codice deontologico di ogni professionista sanitario coinvolto. Relativamente alla professione dello psicologo, è bene ricordare in tale contesto l’articolo 4 –“Lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione e all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni. […] Rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi”– e l’articolo 22 –“Lo psicologo adotta condotte non lesive per le persone di cui si occupa professionalmente”–.

Conseguenze legate all’uso delle contenzioni

Se si permette che mani e piedi vengano legati, in breve si riscontrerà nel paziente un totale processo di regressione e si darà l’avvio a ogni genere di trascuratezza e tirannia, fino a che la repressione diventerà l’abituale sostituto dell’attenzione, della pazienza, della tolleranza e della gestione corretta (Conolly, 1856).

In letteratura sono presenti una serie di evidenze che sottolineano le conseguenze nocive dovute all’utilizzo dei mezzi di contenzione, sia a breve che a lungo termine: tra queste la perdita di autonomia, l’aumento della disabilità e la morte stessa (Mohsenian et al., 2003).

I potenziali danni riscontrati sono di natura fisica, quali arrossamento, abrasioni, ematomi, cianosi, strangolamento, asfissia da compressione della gabbia toracica, incontinenza, infezioni, sarcopenia e lesioni da decubito, e di natura psicologica, come paura, sconforto, agitazione, stress, confusione, rabbia, depressione, perdita di autostima, umiliazione e regressione comportamentale (Evans et al., 2002).

Secondo il parere del Comitato Nazionale per la Bioetica (2015, pag.3) “Il superamento della contenzione è un tassello fondamentale nell’avanzamento di una cultura della cura – nei servizi psichiatrici e nell’assistenza agli anziani – in linea con i criteri etici generalmente riconosciuti e applicati in ogni altro campo sociosanitario”.

Spesso il ricorso alla contenzione è anche determinato da una scarsa conoscenza delle possibili alternative, motivo per cui è necessario promuovere interventi formativi che favoriscano una cultura dell’assistenza attenta al ruolo dei fattori relazionali e ambientali nel processo di cura e consapevole dei rischi e dei problemi associati al contenimento.

Misure alternative

In letteratura sono state proposte numerose misure alternative alla contenzione volte ad arginare episodi di agitazione psico-motoria e di aggressività, promuovendo al contempo la sicurezza della persona e la sua libertà di movimento (Bryant & Fernald, 1997).

La maggior parte di tali interventi sono principalmente modifiche ambientali o la proposta di stimolazione multisensoriale, come l’innovativa Snoezelen Therapy.

Per quanto riguarda gli interventi ambientali, famosa è l’applicazione dei principi della GentleCare (Jones, 1999). Secondo questa metodologia, risultano particolarmente indicati ambienti privi di rumori di sottofondo, a luci soffuse, con uscite mimetizzate o dotate di sistemi di allarme. Principio alla base di tale intervento è la necessità di adattare l’ambiente alle esigenze della persona invece che pretendere il contrario.

È bene, inoltre, proporre durante la giornata attività occupazionali e di intrattenimento individuali o di gruppo, in modo da stimolare l’individuo e al tempo stesso tenerlo sorvegliato e impegnato. Nel caso sopraggiungano deliri o allucinazioni è necessario mostrare un atteggiamento empatico, evitando qualsiasi tipo di critica, negazione o banalizzazione dello stato emotivo altrui. Circa quest’ultimo punto, è consigliata la pratica della Validation Therapy (Feil, 1991).

Relativamente alla stimolazione sensoriale, in alcune strutture per anziani è possibile trovare la stanza Snoezelen, un ambiente caratterizzato dalla presenza di più stimoli sensoriali diversificati, come musica rilassante, materasso ad acqua, aromaterapia, fasci di fibre ottiche e proiettori. Secondo Kitwood uno dei bisogni principali della persona con demenza è quello di essere occupata (Kitwood, 1997), ed infatti è proprio nei momenti in cui le persone sono inoccupate e sperimentano la noia che sono maggiormente inclini ad agitarsi (Cohen-Mansfield et al., 1992). La stanza Snoezelen ha, dunque, lo scopo di rilassare la persona e al tempo stesso coinvolgerla e stimolarla per prevenire l’agitazione, proponendo stimoli in maniera graduale in modo da evitare un sovraccarico sensoriale.

Il rischio di caduta

Nelle strutture per anziani la principale causa per cui viene prescritto un mezzo contenitivo è spesso il “rischio di caduta”, ma al momento nessuno studio in letteratura dimostra una riduzione di tale rischio nei soggetti sottoposti a contenzione (Zanetti et al., 2012; Sze et al., 2013).

Come è noto, la persona anziana, per le caratteristiche fisiologiche correlate all’età, eventuali comorbidità e farmaci assunti, è altamente suscettibile ai danni da caduta (WHO, 2008).

È bene precisare che la caduta, però, può essere determinata, oltre che dalla presenza di deficit motori e sensoriali, anche da una serie di fattori ambientali che possono essere facilmente individuati ed eliminati, quali scarsa illuminazione, superficie irregolare e presenza di ostacoli lungo il percorso (Quigley et al., 2010).

Risulta, dunque, fondamentale prevenire e ridurre il rischio di caduta attraverso un’attenta valutazione delle caratteristiche del singolo individuo oltre che delle caratteristiche ambientali (Ministero della Salute, 2011).

A tal proposito, esiste uno strumento di valutazione del rischio di caduta, ovvero la Morse Fall Scale (Morse, 1997), un rapido questionario a risposta dicotomica che individua tre tipologie di caduta (accidentale, fisiologica prevedibile, fisiologica non prevedibile) e che prende in considerazione una serie di indicatori utili per l’intercettazione delle persone a rischio, come ad esempio la diagnosi, la storia di cadute, lo stato mentale, l’andatura, il grado di mobilità e la terapia endovenosa.

La condotta aggressiva

Un pericolo configurabile come motivo di contenzione all’interno degli ambienti di cura è sicuramente la manifestazione di aggressività.

Anche in questo caso è fondamentale individuare ed eliminare il fattore scatenante. Secondo la letteratura, infatti, solo il 2% degli episodi violenti accade senza un antecedente (Katz, 2000), mentre più del 70% è dovuto al contatto col personale (Ryden et al., 1991). Rispetto a quest’ultimo dato, emerge la necessità di una grande attenzione e sensibilità da parte del personale di cura verso gli aspetti comunicativi e relazionali.

​​Per quanto riguarda la comunicazione, è ormai nota la sua relazione con l’aggressività, infatti negli ambienti di cura sono spesso consigliate le tecniche di de-escalation (Anderson & Clarke, 1996), un insieme di raccomandazioni per il personale sanitario su come modulare la comunicazione verbale (voce bassa, toni pacati, non sovrapporsi, non rimproverare ecc.) e non verbale (mantenere il contatto visivo, non tenere le mani in tasca, evitare il contatto fisico, attenzione alle espressioni facciali), al fine di ridurre gli agiti aggressivi dei pazienti.

Dal punto di vista relazionale, infine, è essenziale riconoscere che, come sottolineato da Tom Kitwood (1997), spesso i caregivers utilizzano inconsapevolmente nei confronti dell’anziano delle modalità di interazione svalutanti, che possono minare i bisogni psicologici della persona, aumentando l’agitazione. L’autore, ad esempio, individua 17 approcci negativi, tra cui l’invalidazione, l’infantilizzazione, l’imposizione e la derisione.

L’utilizzo della hope therapy per migliorare il benessere psicologico delle donne dopo un aborto

Uno studio del 2021 di Raphi e colleghi ha utilizzato la hope therapy su un gruppo di donne, le quali hanno affrontato interruzioni di gravidanza tra il 2020 e il 2021.

 

Le conseguenze psicologiche dell’aborto

Il fenomeno dell’aborto è la causa più comune di interruzione di gravidanza, la quale può avvenire in modo spontaneo o intenzionale (Catalano et al. 2016). 

L’aborto, in qualsiasi forma avvenga, è considerato un evento ad alto impatto traumatico per le donne che lo affrontano, sia per le possibili complicazioni mediche conseguenti sia per le conseguenze psicologiche ad esso associate. È importante sottolineare che gli studi riguardanti le conseguenze psicologiche dovute all’aborto hanno ottenuto risultati discordanti e che si può solo affermare che esclusivamente in alcune donne questo fenomeno ha un apporto diretto allo sviluppo di problematiche psicologiche gravi (Reardon, 2018). Infatti, le conseguenze psicologiche dell’aborto sono influenzate da diversi fattori, quali la storia di vita, disturbi mentali pregressi, altre gravidanze desiderate o indesiderate e supporto sociale (Zareba et al., 2020).

La hope therapy

In ogni caso, esistono svariati tipi di trattamenti per intervenire e uno di questi è la hope therapy. Questa terapia si fonda sul concetto di hope, ovvero “speranza”, considerandola un bisogno fondamentale per l’essere umano, al quale conferisce vitalità, flessibilità di pensiero e di azione e un generale miglioramento della salute mentale. La hope therapy deriva dal pensiero di Snyder e si basa sulla terapia cognitivo comportamentale. Secondo questo autore la speranza è una skill appresa tramite la socializzazione in infanzia (Snyder, 2002). Questo trattamento è utilizzato per ridurre la depressione e l’ansia, per portare cambiamenti positivi a livello cognitivo e per aiutare il paziente a focalizzarsi sulle soluzioni. La hope therapy fa parte delle terapie di terza ondata ed è una combinazione di terapia cognitiva, terapia narrativa e orientata alla soluzione; essa include due fasi: la costruzione della speranza e l’accrescimento della speranza. Le persone speranzose nel fronteggiare un problema tendono a focalizzarsi e dedicarsi attivamente alla risoluzione di quest’ultimo; allo stesso modo, sono in grado di gestire meglio e adattarsi più facilmente a trattamenti psicologici in seguito ad una diagnosi (Snyder 2000).

Hope therapy e aborto

Uno studio del 2020 di Raphi e colleghi ha utilizzato la hope therapy su un gruppo di donne, le quali hanno affrontato interruzioni di gravidanza tra il 2020 e il 2021. Le 52 donne partecipanti allo studio sono state assegnate, in modo del tutto casuale, a due gruppi distinti, definiti in ambito di ricerca gruppo sperimentale, che consiste nel gruppo al quale viene somministrato il trattamento prestabilito, e gruppo di controllo, ovvero il gruppo a cui non viene somministrato alcun trattamento. Il gruppo sperimentale quindi, è stato sottoposto a sedute terapeutiche basate sul paradigma della hope therapy, complessivamente per 8 sedute da 45 minuti, due volte a settimana. Per valutare l’effettiva efficacia del trattamento sono stati somministrati due questionari psicodiagnostici che andavano a indagare il benessere psicologico e la qualità della vita in generale, così da poter valutare se il trattamento avesse sortito un qualche tipo di effetto.

Gli effetti della hope therapy

Dopo aver condotto le dovute analisi statistiche, i risultati dello studio hanno mostrato come i punteggi, sia del benessere psicologico che della qualità di vita generale, fossero significativamente più alti nelle donne che erano state sottoposte alla hope therapy, ovvero quelle appartenenti al gruppo sperimentale, rispetto ai punteggi nettamente inferiori totalizzati dalle donne alle quali non era stato somministrato il trattamento prestabilito dallo studio. Gli autori quindi concludono sottolineando come la hope therapy possa migliorare il benessere psicologico e la qualità della vita di donne le quali hanno affrontato un evento doloroso e molto spesso traumatico come l’aborto, sebbene a studio abbiano partecipato solo 52 donne, rendendo così i risultati non generalizzabili in modo certo alla popolazione generale.

 

I luminari della prima impressione

Una raccolta dei pensieri dei grandi psicoanalisti del passato come Erik Berne, Richard Board e Ralph R. Greenson, che hanno dato un contributo unico e straordinario alla comprensione e all’uso clinico delle capacità intuitive.

(NdA) Questo articolo lo vorrei dedicare al Dott. Giorgio Ferri, Medico Psichiatra, Primario di Psichiatria di Imola, purtroppo recentemente scomparso. Principale Maestro tra i miei Maestri.  

 

Riassunto

Nei miei ultimi due articoli (Theodor Reik e la comprensione psicoanaliticaIl paziente espressivo e il terapeuta curioso), pubblicati entrambi sulla Rivista online State of Mind, ho cercato di avvicinarmi sempre di più al concetto di intuizione (alquanto sfuggente e complesso) e al suo utilizzo clinico (soprattutto durante il primo incontro col paziente), attraverso una riflessione personale sul pensiero geniale dello psicologo psicoanalista Theodor Reik, allievo e pupillo di Sigmund Freud, su tale facoltà del terapeuta.

Nel presente lavoro tento di approssimarmi ulteriormente all’essenza di tale facoltà umana e clinica, ‘reclutando’ i pensieri di altri grandi psicoanalisti del passato come Erik Berne, Richard Board e Ralph R. Greenson, che hanno dato, a mio parere, un contributo unico e straordinario alla comprensione e all’uso clinico delle capacità intuitive.

Introduzione

Il titolo del presente lavoro non è ‘farina del mio sacco’, ma della prima interazione clinica che ho avuto, durante la primavera del 2022, con una Signora anziana, di un certo livello culturale, inviatami da un Collega Specialista per una depressione cronica con colon irritabile, nell’ambito di un disturbo di personalità. Con questa paziente mi sono confrontato apertamente sull’importanza della prima visita (che può ovviamente, come spesso accade, anche essere l’ultima) per la comprensione e la cura del caso clinico, segnalandole anche l’estrema importanza dell’uso immediato delle abilità intuitive del terapeuta, oltre che, ovviamente, di quelle logico–analitiche, delle sue esperienze precedenti, conoscenze e competenze. La Signora mi ha ascoltato e poi, improvvisamente, mi ha detto: “Ma allora, Lei è un ‘luminare della prima impressione’!”. Sono rimasto profondamente colpito da questa sua definizione creativa e ironica di me stesso! Ho visto questa paziente 3 volte in tutto e due volte l’ho sentita telefonicamente.

Dal 2007 a tutt’oggi mi sto occupando della prima visita psichiatrica, di terapia a seduta singola, da me successivamente fatta evolvere in consultazione terapeutica bi–sistemica singola, bi-sistemica data appunto l’importanza da me data all’uso ed all’integrazione immediata delle abilità intuitive e logico–analitiche del terapeuta. Non vi dico quanti libri, quanti lavori scientifici ho reperito nel corso di questi anni, materiali che ho studiato e selezionato per scrivere svariati miei contributi sull’argomento, che ritroverete tutti citati nella bibliografia dei due miei articoli già precedentemente pubblicati sulla presente Rivista, incentrati sul pensiero di Theodor Reik (Gherardi, 2019, 2020).

La definizione di ‘luminare della prima impressione’, ricevuta improvvisamente da questa paziente, più che farmi pensare, ad esempio, a Sigmund Freud (grandissimo genio intuitivo, ma che ha scritto molto poco su tale abilità), più che farmi ricordare Carl Gustav Jung (che ha posto l’intuizione al centro della sua psicologia analitica), ha invece stimolato e indirizzato il mio pensiero verso quel profondo e fecondo periodo storico-scientifico, tra gli anni ’30 e ’60 del secolo scorso, e, in modo particolare, agli illuminanti contributi non solo di Theodor Reik, ma anche di Erik Berne, Richard Board e Ralph R. Greenson.

Theodor Reik

L’Autore dà importanza all’intuizione congetturale ed alla successiva comprensione razionale del paziente, valorizzando la soggettività del terapeuta, la sua auto-osservazione interna e la sua “response” globale al paziente (Reik, 1936, 1948). A mio parere, l’intuizione può essere ricercata non solo con le associazioni libere e l’attenzione liberamente fluttuante, ma anche con la ricerca sistematica del terapeuta. La dinamica interattiva tra i due attori, determinata anche dai numerosi cicli di domanda-risposta sempre più mirati, può portare all’intuizione esplicativa del caso clinico (Gherardi, 2019).

La naturale tendenza del paziente all’espressività e la spontanea controtendenza del terapeuta alla curiosità clinica (Reik, 1933, 1967) catalizzano un’accelerazione interattiva del processo comprensivo e terapeutico già durante il primo incontro. Il paziente tende spontaneamente ad aprirsi, confidarsi, confessarsi, auto-tradirsi col terapeuta che, a sua volta, ha una sana curiosità (né narcisistica, né epistemofilica) a recepire l’essenza dell’interlocutore. Da questa base scaturisce una dinamica interattiva a vari livelli (conscio, preconscio ed inconscio). In modo particolare, l’intersoggettività inconscia primaria può portare ad una profonda comprensione e cura del caso anche già dal primo incontro (Gherardi, 2020).

Erik Berne

Berne (1992) dà dell’intuizione una definizione pragmatica basata sulla sua esperienza clinica. “L’intuizione è la conoscenza basata sull’esperienza acquisita attraverso il contatto sensoriale con il soggetto, senza che ‘chi intuisce’ riesca a spiegare esattamente a se stesso o agli altri come è pervenuto alle sue conclusioni. Oppure, in termini psicologici, è la conoscenza basata sull’esperienza e acquisita mediante funzioni inconsce o preconsce preverbali attraverso il contatto sensoriale con il soggetto”. Tale funzione è favorita notevolmente da un atteggiamento mentale che l’Autore definisce come ‘disposizione intuitiva’.

Nel sottomettere le forze dell’Es, l’uomo spesso imprigiona molte cose che gli potrebbero essere utili e benefiche. Molti potrebbero coltivare le facoltà intuitive senza danneggiare la loro personalità e l’esame di realtà.

La diagnosi è un processo configurativo. I processi diagnostici preliminari nei clinici esperti si basano sull’analisi di configurazioni al di sotto del livello di coscienza e non, come nei principianti, sulla sintesi consapevole (aggiuntiva) di mosaici di osservazioni. Un’intuizione è un genere speciale di diagnosi derivante da processi arcaici subconsci (inconsci e/o preconsci). Le intuizioni, in quanto percepite coscientemente, sono derivati di giudizi primari, che sono basati su immagini primarie attivate da comunicazioni latenti. I giudizi primari nella pratica clinica hanno maggiore efficacia durante il primo colloquio. Ciò concorda con l’esperienza che riguarda l’intuizione. Si è rilevato che, in generale, la conoscenza del terapeuta rappresenta un ostacolo al processo diagnostico intuitivo. La precisione intuitiva tende a diminuire non appena alla prima impressione del terapeuta si sovrappongono il materiale clinico e le reazioni provocate dalle difese e dalle operazioni di protezione da entrambe le parti, cioè quello che è il processo di coinvolgimento tra il paziente e lo psichiatra. Ciò può essere evitato solamente se la relazione terapeutica viene mantenuta analiticamente pura e incontaminata. I giudizi primari effettivamente appartengono ai primi 10 minuti, un periodo decisivo e importante dello sviluppo di qualsiasi relazione interpersonale.

L’empatia ha una connotazione di identificazione. L’intuizione non ha essenzialmente niente a che fare con tali forme adulte di identificazione. Ha a che fare con l’elaborazione automatica delle percezioni sensoriali. Alcune persone mostrano resistenza, ansia nei confronti dell’intuizione, per cui l’Autore afferma: “Dev’esserci qualcosa di potenzialmente pericoloso in questa facoltà”. Diagnosi e paranoia derivano analogamente entrambe da giudizi primari.

Il clinico intuitivo può essere descritto come un individuo curioso, mentalmente vigile, interessato e pronto a ricevere comunicazioni latenti e manifeste dai suoi pazienti. Dal punto di vista genetico, questi atteggiamenti sono derivati ben sublimati di scopofilia, vigilanza (paranoia)  e recettività orale. Sebbene l’intuizione sia per natura un processo arcaico, rivelando i suoi prodotti più facilmente quando le facoltà neo-psichiche sono inattive, non può essere definita una manifestazione dell’Es, ma una facoltà dell’Io arcaico. È un fenomeno archeo-psichico. Quelle che per l’archeo-psiche sono conclusioni diventano per la neo-psiche dati da elaborare.

Richard Board

La sintesi intuitiva del materiale associativo scaturisce dall’inconscio creativo dello psicoanalista. Il ragionamento scientifico non richiede una consapevolezza delle regole logiche, per cui ciò non può essere considerata una differenza primaria tra la concettualizzazione scientifica e quella intuitiva. L’intuizione spesso appare all’improvviso nella coscienza, ma differisce dall’induzione e dalla deduzione lineare, che richiede un ordine metodologico di simboli e di osservazioni empiriche accurate. L’intuizione è un metodo per formulare ipotesi, che vanno successivamente validate. Lo studio dei processi inconsci in psicoanalisi è probabile che sia facilitato da una modalità di formazione dei concetti da parte dell’intuizione, di cui alcune componenti empiriche sono osservazioni inconsce (Board, 1958).

Ralph R. Greenson

Secondo Greenson, l’empatia e l’intuizione sono correlate. Entrambe sono metodi speciali per una rapida e profonda comprensione del paziente. L’empatia serve per raggiungere i sentimenti; l’intuizione per avere idee. L’empatia è per gli affetti e gli impulsi ciò che l’intuizione è per il pensiero. L’empatia conduce spesso all’intuizione. La reazione ‘aha’ è intuita. Arrivi ai sentimenti e alle immagini attraverso l’empatia, ma è l’intuizione che dà il segnale nell’Io analitico che tu hai veramente compreso il paziente. L’intuizione coglie gli indizi che l’empatia raccoglie. L’empatia è essenzialmente una funzione dell’Io esperienziale, mentre l’intuizione deriva dall’Io analizzante. Ci possono essere antitesi tra le due. Gli empatici non sono sempre degli intuitivi e gli intuitivi sono spesso degli empatici inaffidabili.

Sia l’intuizione che l’empatia danno a una persona un talento per la psicoterapia; i terapisti migliori sembrano possederle entrambe. L’empatia è un requisito di base; l’intuizione è un “extra bonus” (Greenson, 1960).

Conclusioni

Arrivo direttamente alle conclusioni di questo mio contributo: Ritengo che questi Autori, nei lontani anni ’30, ’40, ’50 e ’60 del secolo scorso abbiano toccato vette di pensiero così alte da non essere ancora stati superati nel XXI secolo, nonostante gli innumerevoli e variegati contributi scientifici successivi (psicologici, psicoanalitici e delle neuroscienze). Per questo motivo, cerco di attirare l’attenzione del lettore su queste lontane e rare eccellenze. La Signora da me citata nell’introduzione, quella che, involontariamente, mi ha dato l’idea di scrivere questo articolo, definendomi creativamente ed ironicamente un “luminare della prima impressione”, mi ha anche detto di se stessa: “Mi annoio a parlare di me, a raccontarmi”. Ebbene, io non mi annoio a parlare di me, ma il mio obiettivo è solo quello di trasmettere al lettore la passione che, dal 2007 ad oggi, mi ha preso nel cercare di sviscerare e di tentare di raggiungere l’essenza di tale facoltà intuitiva subconscia che, come l’intelligenza (probabile sua derivata evolutiva conscia), ha ancora larghi margini di sfuggevolezza alla nostra piena comprensione e al suo utilizzo massiccio e fecondo. Tale nostra facoltà è sempre fondamentale nella relazione col paziente ed, in modo particolare, durante il primo incontro con lui, facendo risultare la prima visita spesso immediatamente terapeutica. Tutti gli esseri umani, tutti gli operatori, possiedono questa capacità a diversi livelli quali-quantitativi e tutti, se lo vogliono, la possono approfondire e coltivare nel corso della loro esperienza umana e professionale, facendo anche dei corsi di formazione ad hoc, per divenire sempre più velocemente comprensivi e terapeutici.

 

Lasciamole andare. Spunti e appunti di una dipendente affettiva (2021) – Recensione

La dipendenza affettiva, spiega l’autrice in “Lasciamole andare. Spunti e appunti di una dipendente affettiva”, comporta la graduale elaborazione di una percezione distorta del proprio valore e del partner, in grado di regolare e confermare la valenza dei nostri stati emotivi.

 

Quando la testimonianza è il seme in grado di far fiorire una maggiore consapevolezza

Non sempre è facile dar voce a quanto di più insito e profondo si cela al proprio interno e non sempre le emozioni si lasciano accompagnare da un nome in grado di dar loro un significato, legittimandone la presenza. Perché, se da un lato riconoscere qualcosa di estraneo sembra porre una distanza tra noi e gli altri, al contempo accoglierlo consapevolmente può essere la chiave di svolta. Scriverlo e tramandarlo richiede coraggio, determinazione, ma ancor più una nuova lente tramite la quale guardare quelle nuove compagne di viaggio che tra le pagine di questo libro si avrà il piacere di conoscere grazie alle testimonianze che l’autrice, M. Carmen Vitali, vuole donare a chiunque desideri leggerla.

Quale riflesso di un’esperienza vissuta in prima persona, il libro esplora le tematiche e i numerosi substrati di una delle condizioni del nostro tempo che difficilmente si riconosce e dalla quale a volte sembra impossibile sfuggire: quella della dipendenza affettiva.

Una modalità relazionale patologica in grado di compromettere in modo significativo e progressivo la qualità della vita di chi ne è affetto. Essa infatti risulta essere una condizione in grado di riflettere e confermare una dinamica relazionale/affettiva rispetto alla quale la propria vita e i propri bisogni vengono messi al servizio di un Altro all’infuori di noi. Nella vita di coppia pertanto la nostra persona acquista valore esclusivamente in funzione di un riconoscimento esterno, in questo caso di un partner dal quale difficilmente siamo in grado di prendere le distanze.

In funzione di chi vivo?

Attraverso questa condizione si assiste ad uno sbilanciamento vero e proprio rispetto al quale uno dei due attori della relazione erge l’altra persona ad una posizione che automaticamente innesca una distanza che ci si impone di raggiungere e dinanzi alla quale il proprio valore cede il posto alla disistima.

La relazione patologica che si instaura principalmente con noi stessi, comporta la graduale elaborazione di una percezione distorta del proprio valore e della persona all’infuori di noi, in grado regolare e confermare la valenza dei nostri stati emotivi.

Questi ultimi nondimeno risentono di un investimento energetico rivolto non tanto alla propria persona, quanto piuttosto verso il partner percepito quale regolatore esterno; l’unico in grado di dare una direzione alla nostra vita, ormai connotata da una serie di ingredienti, che altro non fanno se non renderci più schiavi di quello che ritenevamo essere un amore sano.

Tra questi (ingredienti) l’autrice annovera:

  • Paura ossessiva dell’abbandono
  • Difficoltà a dire di no
  • Bisogno di approvazione da parte del partner
  • Difficoltà a porre dei confini

Isolamento dalle relazioni sociali per essere sempre disponibili

Una panoramica preliminare dietro la quale si cela un mondo e un modo di vivere le relazioni con sé stessi e gli altri in grado di riportarci indietro nel tempo.

Se da un lato infatti i primi stili di attaccamento e le prime esperienze infantili riflettono un valido spunto di riflessione da cui partire, dall’altro la consapevolezza e la riscoperta di una propria autonomia lo sono ancor di più.

La dipendenza quale nuova opportunità

Attraverso le testimonianze dell’autrice e di altre donne che come lei hanno vissuto le numerose sfumature di questa condizione, il libro offre una nuova lente attraverso la quale riappropriarsi della propria vita e ancor più della propria indipendenza, valorizzando oltremodo quello che la dipendenza affettiva sembra portare con sé, ossia una nuova opportunità. Spesso infatti non sempre siamo in grado di scorgere il doppio volto di una situazione che ci troviamo a vivere e rispetto alla quale cerchiamo di dare numerose spiegazioni pur di non perderla, eppure lasciare andare qualcosa significa imparare a creare il giusto distacco da quello che più ci faceva soffrire e in funzione del quale valorizzavamo la nostra vita e i nostri desideri. Significa anche correre il rischio di scoprire una felicità rinnovata capace di farci sentire pienamente completi. In sintonia con i nostri bisogni e pronta a farci conoscere una nuova forma d’amore: quella per sé stessi.

 

La stimolazione vagale nel trattamento di disturbi alimentari, obesità e depressione

Un gruppo di ricercatori, appartenenti alle università di Bonn e di Tubinga, ha pubblicato recentemente su Brain Stimulation una ricerca i cui risultati dimostrano che è possibile, tramite la stimolazione non invasiva del nervo vago a livello auricolare, intervenire rapidamente nella comunicazione stomaco-cervello.

 

Da tempo è noto che esiste una rete neuronale che permette che stomaco e cervello possano essere in comunicazione (Folgueira C. Seoane L.M. Casanueva F.F. 2014).

Il nervo vago, che appartiene ai nervi cranici, è la struttura anatomica che collega il cervello allo stomaco, oltre che ad altri organi (Holtmann G. Talley N.J. 2014; Powley T.L.  Spaulding R.A. Haglof S.A 2011). Dal punto di vista neurotrasmettitoriale questa comunicazione avviene grazie all’azione della serotonina (Berger M, Gray JA, Roth BL. 2009). Questa molecola ha, al di là di un importante ruolo a livello cerebrale – tanto che il suo deficit è collegato alla comparsa di depressione (Delgado P. et al. G.1990) -, anche un’azione sulla motilità gastrica; infatti, la serotonina è coinvolta molto spesso nella genesi della dispepsia funzionale (Talley NJ. 2008). Oltre a modulare la cinetica gastrica, il nervo vago è mediatore nella ricerca selettiva dei cibi e permette che questa si sintonizzi con il sistema cerebrale di ricompensa (Rebollo I. Devauchelle A.D. Beranger B. Tallon-Baudry C.  2018; Bandera, 2018).

Lo studio tedesco (Muller JS., Tenckntrup V., Rebollo I., Hallschmid M., Kroemer NB., 2022) ha utilizzato un campione composto da 31 soggetti in cura presso l’istituto di nutrizione umana di Postdam ed il centro per la ricerca sul diabete.

I ricercatori hanno effettuato, simultaneamente alla stimolazione vagale all’interno dell’orecchio dei soggetti, un elettrogastrogramma ed una risonanza magnetica funzionale.

L’elettrogastrogramma è un esame che permette di registrare i segnali elettrici che attraversano i muscoli responsabili dei movimenti gastrici. Il team ha potuto così osservare, come ha dichiarato il prof. Kroemer, riferendosi alla stimolazione vagale auricolare, che questa “rafforza l’accoppiamento tra i segnali provenienti dallo stomaco e dal cervello”; i ricercatori hanno raggiunto questo rafforzamento in pochi minuti. In particolare, la regione cerebrale maggiormente interessata nell’accoppiamento dei segnali è quella mesencefalica, ma sono coinvolte anche altre regioni cerebrali connesse alla funzionalità gastrica.

Come evidenziato dal comunicato dell’università di Tubinga (Stimulation of the vagus nerve strengthens the communication between the stomach and the brain), i risultati ottenuti con questa ricerca potrebbero in futuro essere utili per sviluppare nuovi trattamenti per l’obesità, i disturbi alimentari ed i disturbi dell’appetito e del peso correlati alla depressione.

Facial emotion recognition in bambini adottati

Uno studio del 2021 di Paine e colleghi ha analizzato alcuni aspetti del riconoscimento delle emozioni in bambini adottati, sottoponendoli a discriminazione di diverse espressioni facciali e bias di risposta.

 

Tutti i bambini presenti nel sistema di adozioni hanno avuto esperienza di separazione dai genitori biologici e quindi di una situazione di instabilità generale; sebbene il concetto di adozione implichi creare un ambiente stabile e sicuro, le prime esperienze infantili di avversità hanno comunque delle gravi conseguenze sullo sviluppo emotivo e comportamentale del bambino adottato (McEwen et al., 2015).

Riconoscere le emozioni

Il riconoscimento delle emozioni è uno strumento fondamentale per lo sviluppo psicologico e delle relazioni sociali. Soprattutto nei bambini, essendo ancora in fase di sviluppo, il riconoscimento delle espressioni facciali e delle emozioni ad esse associate è di fondamentale importanza per un adeguato sviluppo di capacità di interazione sociale e di sopravvivenza (Blair, 2005).

Quando si parla di precisione nel distinguere le emozioni, ci si riferisce alla capacità di identificare correttamente le emozioni di un individuo con cui ci si sta relazionando tramite l’osservazione delle espressioni e microespressioni facciali, avendo determinati indizi derivanti dalla situazione in cui ci si trova; un’alta precisione nel riconoscimento è spesso associata a buone competenze sociali e a un alto grado di accettazione da parte del gruppo di appartenenza (Denham, 2014).

Riconoscimento delle emozioni nei bambini adottati

Uno studio del 2021 di Paine e colleghi ha analizzato alcuni aspetti del riconoscimento delle emozioni in bambini adottati, sottoponendoli a discriminazione di diverse espressioni facciali e bias di risposta. I risultati ottenuti dai bambini che hanno partecipato a questo studio, provenienti dalla Gran Bretagna e compresi tra i 4 e gli 8 anni sono stati confrontati con un campione di bambini non adottati, per poter evincere eventuali differenze. I risultati hanno mostrato differenze significative tra i due gruppi, in quanto nei bambini adottati si è riscontrata una minore precisione nella distinzione delle espressioni facciali delle emozioni di tristezza e paura, rispetto ai bambini non adottati. La scarsa precisione nell’identificare le emozioni di tristezza e paura nei bambini è risultata maggiore per i bambini i cui genitori avevano a loro volta problemi comportamentali, precedentemente determinati tramite lo Strength and Difficulties Questionnaire; inoltre, la scarsa capacità di identificare tristezza e paura è risultata correlare con la presenza di problemi di gestione delle emozioni. Al contrario di quanto previsto dagli autori, i bambini che avevano affrontato situazioni di avversità prima dell’adozione sono risultati più abili nell’identificare emozioni negative. In ultimo, dallo studio è emerso che uno stile genitoriale affettuoso e calmo comportava nei bambini minori problemi comportamentali ed emozionali, e, inoltre, una più alta percentuale di corretta identificazione delle espressioni facciali.

In questo contesto, sviluppare la conoscenza dei fattori che potrebbero influire sullo sviluppo cognitivo e affettivo dei bambini adottati può fornire un valido punto di partenza per la strutturazione di interventi efficaci al miglioramento della qualità di vita, sostenendo l’adattamento dei bambini adottati e delle loro famiglie.

Prof. David Clark on improving public access to effective psychological therapies – The Journal Club –

In questo episodio SPECIALE del podcast The Journal Club, presentiamo un intervento del Prof. David Clark dal titolo “Improving public access to effective psychological therapies: lessons from the English IAPT programme

 

Il podcast The Journal Club è nato con l’intento di approfondire ed esplorare le novità dal panorama scientifico internazionale, accompagnati dalle voci dei più noti esperti in materia. 

In questo episodio SPECIALE del podcast The Journal Club, presentiamo un intervento del Prof. David Clark in cui viene illustrato lo IAPT programme, ovvero il servizio attuato in Inghilterra per promuovere l’accesso alla psicoterapia evidence-based per ansia e depressione.

La lezione è in lingua inglese ed è stata registrata durante il congresso online di Ricerca in Psicoterapia delle Scuole della rete nazionale di Studi Cognitivi – Formazione.

Ascolta l’episodio:

L’episodio è disponibile sulle seguenti piattaforme:

 

Strategie cognitivo comportamentali nella cura alle patologie del sonno nel bambino

La valutazione delle problematiche del sonno in età evolutiva è una delle prime cause per cui i genitori si recano dal pediatra, rappresentando un problema comune a molte famiglie.

 

I disturbi del sonno in età evolutiva

Il sonno è fondamentale per la salute mentale soprattutto nei primi anni di vita, in cui i pattern si stabilizzano sia per maturazione fisiologica cerebrale, che attraverso l’interazione del bambino con le figure di riferimento e in relazione al contesto di crescita.

La base eziopatogenetica dei disturbi del sonno, è rappresentata da interazioni di variabili fisiologiche, genetiche e comportamentali.

Solo in meno del 20% dei casi di insonnia infantile si riconosce una causa organica, mentre la restante percentuale dei casi, identifica la causa nell’interazione tra bambino e genitori; nello specifico i circuiti neuronali del bambino che regolano il sonno interagiscono con i circuiti neuronali che regolano le emozioni, che a loro volta dipendono dall’interazione con i caregivers.

Secondo l’ultima classificazione internazionale disturbi del sonno (valida per bambini e adulti) l’insonnia in età pediatrica può essere descritta da uno dei seguenti sintomi:

  • Difficoltà a iniziare il sonno
  • Difficoltà a mantenere il sonno
  • Risveglio prima del voluto
  • Resistenza ad andare a letto negli orari appropriati previsti
  • Difficoltà a dormire senza l’intervento del caregiver

Punti 4 e 5 determinanti per la diagnosi.

Il paziente riferisce o il genitore osserva inoltre, uno o + sintomi associati alla difficoltà di sonno notturno:

  • Sonno / Malessere
  • Difficoltà di attenzione, concentrazione e memoria
  • Difficoltà in ambito sociale, familiare e nella prestazione scolastica
  • Disturbi di umore e irritabilità
  • Sonnolenza diurna
  • Problemi comportamentali (es. iperattività, aggressività)
  • Riduzione di motivazione / energia / spirito d’iniziativa

Le conseguenze di studi di ricerca longitudinali, mostrano che la privazione del sonno nel bambino, ha conseguenze su variabili psico – fisiologiche nell’immediato e nel futuro, in quanto predice disturbi comportamentali e un rischio di 4,2 volte maggiore di divenire obesi, oltre che aumentare in adolescenza la percentuale di abuso di sostanze stupefacenti e alcool, con conseguente aumento del rischio di incorrere in patologie depressive.

Le patologie del sonno nel bambino sono da definirsi un problema familiare, perché oltre a colpire come visto il bambino stesso, rendono scarsa la salute genitoriale psicofisica, con un’alta correlazione con depressione materna e pensieri aggressivi che preoccupano i genitori.

I bambini sono classificabili in due categorie:

  • bambini autoconsolatori, rappresentano il 65% circa dei bambini di un anno e sono caratterizzati dalla capacità di riaddormentarsi autonomamente dopo un risveglio notturno, in breve tempo.
  • bambini segnalatori, sviluppano una dipendenza da specifiche situazioni stimolo, oggetti o setting che rendono molto complesso l’addormentamento o il riaddormentamento dopo un risveglio notturno, senza la presenza di un genitore.
    Questa categoria ha maggior probabilità di riscontrare problemi del sonno in età adulta.

L’obiettivo del training sonno è rendere il bambino autoconsolatorio, quindi in grado di addormentarsi da solo dopo un risveglio notturno, senza andare a chiedere aiuto ai genitori.

Interventi clinici

Ad oggi gli interventi clinici proposti e con maggiore evidenza empirica sono quelli a orientamento cognitivo-comportamentale che affrontano i comportamenti, i pensieri e le emozioni associati al problema del sonno.

Il trattamento cognitivo-comportamentale per i problemi del sonno nella prima infanzia ha incluso diverse strategie (più o meno) funzionali di seguito esplicate.

Estinzione standard

Il metodo richiede al genitore la rimozione di ogni risposta ai richiami del bambino una volta che è stato messo a letto dopo aver scelto una finestra oraria in cui lascia a se stesso il minore, senza intervenire in alcun modo.

Viene considerato un metodo efficace, ma estremamente stressante per bambini e genitori (bassa tollerabilità) che fa conseguire una bassa aderenza ad applicare il metodo con sistematicità.

Estinzione graduale

Limitazione graduale della presenza del genitore in fase di addormentamento con risposte brevi e minimali alle richieste del bambino (metodo del minimal checks).

I genitori offrono rassicurazioni con brevi visite al bambino a intervalli predefiniti e progressivamente prolungabili. Questo trattamento prevede lunghi tempi di applicazione (anche 10 notti insonni per vedere i risultati), tuttavia viene accolto con maggiore aderenza da parte dei genitori rispetto all’estinzione standard, in quanto giudicato meno estremo. Il bambino piange per del tempo mai eccessivo, in quanto il genitore può svolgere il suo compito in maniera sistematica preservando efficacia del metodo e sicurezza del bambino e del genitore.

Apprendimento discriminativo/addormentamento ritardato

Nota anche come tecnica dei rituali preaddormentamento (pre-bed routines). Consiste nella definizione di alcuni rituali da eseguire sistematicamente tutte le sere prima di andare a letto (es cambiarsi il pannolino, lavarsi i denti, leggere un libro coi genitori…). È un metodo di facile aderenza da parte dei genitori, ma con tempi di applicazione molto lunghi.

Risvegli programmati

È una tecnica poco utilizzata e consiste nello svegliare sistematicamente il bambino durante la notte sempre alla stessa ora. È consigliato svegliarlo 15 minuti prima dal solito orario, per poi incoraggiarlo a riaddormentarsi aiutando il bambino, tramite il risveglio anticipato, ad apprendere lentamente a non svegliarsi più nella fascia oraria prevista. Ha il limite di riscontrare difficile applicabilità da parte dei genitori per via dell’insonnia che caratterizzerebbe la messa in pratica di questo metodo.

Rinforzi positivi

Patteggiare un premio quando il bambino mette in atto un comportamento desiderato, come per esempio non raggiungere il letto dei genitori durante la notte.

Questo metodo funziona principalmente con bambini dai 3 anni in su, mentre prima è meno efficace in quanto per patteggiare serve che il bambino abbia acquisito determinate capacità riscontrabili dall’entrata nell’età prescolare. Ha facile aderenza da parte dei genitori ma tempi di applicazione lunghi.

Componente cognitivo/educativa

I problemi del sonno capitano spesso perché vi è molta disinformazione a riguardo.

Molti genitori non sanno che un bambino dai 4 ai 5 mesi dovrebbe essere messo a letto tra le 8 e le 8:30, mentre spesso la messa a letto viene ritardata perché si pensa che così facendo si ritardi l’orario del suo risveglio al mattino dopo, contravvenendo alla regola fondamentale di non far mai addormentare i bambini quando sono troppo stanchi.

Il metodo consiste quindi nel fornire informazioni sul funzionamento e sullo sviluppo del sonno in età infantile e nell’uso della ristrutturazione cognitiva per discutere e modificare credenze disfunzionali per il sonno del bambino.

Alcuni genitori mostrano delle resistenze soprattutto in merito ad alcune abitudini funzionali al genitore stesso come il co-sleeping (alcuni care-givers, per filosofia di vita, preferiscono dormire insieme ai propri figli nonostante questo comporti un sonno di cattiva qualità).

Secondo la corrente cognitivo comportamentale, tramite la messa in pratica di una o più strategie sopra specificate, è possibile rendere in breve tempo il bambino da segnalatore ad autoconsolatorio, andando a migliorare il suo futuro e la qualità di vita nell’immediato presente dei genitori.

 

Diabete e Disturbi Alimentari: una ricerca sulla “Diabulimia”

La Diabulimia è un Disturbo Alimentare vissuto dalle persone con diabete mellito di Tipo 1 (T1DM; Type 1 diabetes mellitus).

 

Insulina e aumento del peso

All’interno della letteratura c’è accordo sul fatto che i Disturbi Alimentari siano prevalenti nelle persone con T1DM, in particolare nelle donne (Conviser et al., 2018; Jones et al., 2000). Colpiscono circa il 20% delle donne con diabete e hanno il doppio della probabilità di verificarsi nelle ragazze adolescenti con T1DM che in quelle senza (Gagnon et al., 2017; Philpot, 2013).

A causa del trattamento con l’insulina, gli adolescenti con T1DM vedono spesso il loro peso aumentare notevolmente tra l’adolescenza e la prima età adulta. Ciò può far nascere nel soggetto l’insoddisfazione del proprio corpo e portare allo sviluppo di condotte alimentari disturbate (DEB; disturbed eating behaviours) (Gagnon et al., 2017). Inoltre, le persone con T1DM possono sentirsi sopraffatte dalla costante attenzione alla nutrizione e ai farmaci (Gagnon et al., 2017). Quindi, l’emergere di condotte alimentari disturbate può essere un tentativo di riguadagnare il controllo sul cibo e sul peso, portando così allo sviluppo di un Disturbo Alimentare. Si può quindi affermare che la Diabulimia è un Disturbo Alimentare caratterizzato dalla deliberata restrizione dell’insulina, con il fine di provocare una perdita di peso (Davidson, 2014).

Diversi studi hanno riportato che la paura dell’aumento di peso è una componente fondamentale nell’emergere della cattiva gestione dell’insulina (Balfe et al., 2013; Falcão & Francisco, 2017; Goebel-Fabbri et al., 2011; Olmsted et al., 2008). Inoltre, in uno studio qualitativo i partecipanti che hanno omesso l’insulina hanno continuato a farlo a causa della rapida perdita di peso e dei successivi commenti positivi che hanno ricevuto (Balfe et al., 2013).

Ad oggi, sebbene il termine “Diabulimia” non sia ancora stato riconosciuto, è stata inclusa una guida su come trattare al meglio coloro che limitano l’insulina (Allan, 2017). Infatti, le persone che manipolano l’insulina in modo disfunzionale subiscono gravi conseguenze per la loro salute. Ciò include la chetoacidosi diabetica (DKA; diabetic ketoacidosis), una complicanza pericolosa e acuta di diabete che si verifica quando il corpo ha ridotto l’insulina (Philpot, 2013). Ci sono anche gravi complicanze micro e macro vascolari a lungo termine associate alla Diabulimia, tra cui retinopatia (perdita della vista) e nefropatia (danno renale) (Goebel-Fabbri et al., 2011; Nielsen, 2002). Nel corso di uno studio longitudinale durato undici anni, è stato riscontrato che la restrizione insulinica ha aumentato il rischio di morte di 3,2 volte (Goebel-Fabbri et al., 2011). Sebbene sia una condizione comune e pericolosa per la vita, c’è però una mancanza di ricerca su questa patologia, in particolare sul modo migliore per prevenire, rilevare e trattare la condizione (Coleman & Caswell, 2020).

Comprendere la Diabulimia

Lo scopo di questo studio è quello di condurre un’analisi esplorativa dei punti di vista e delle esperienze delle persone con esperienza di Diabulimia (Coleman & Caswell, 2020). Si auspica così che i temi individuati aiutino a orientare la ricerca futura. Inoltre, lo scopo è stato anche quello di aumentare la consapevolezza e la comprensione della Diabulimia dal momento che sta giustamente guadagnando attenzione all’interno delle comunità mediche e psichiatriche.

Nel seguente studio è stato quindi chiesto ai partecipanti perché limitassero l’insulina. Attraverso un’analisi tematica, sono stati identificati tre temi principali: perdita di peso, odio per il diabete e autolesionismo. Inoltre, i partecipanti hanno riportato una varietà di fattori che hanno contribuito al loro abuso di insulina. I temi principali riportati erano: traumi, comorbilità di disturbi della salute mentale e sensazione di mancanza di supporto. I partecipanti hanno descritto abuso emotivo, fisico e sessuale, separazione dei genitori, disgregazioni familiari e bullismo. Le più comuni difficoltà di salute mentale in comorbilità discusse sono state: altri disturbi alimentari, depressione e stress. I partecipanti hanno spesso descritto di non avere nessuno con cui parlare, a causa di sentimenti di vergogna e mancanza di comprensione da parte degli altri. Inoltre, hanno riportato la necessità di una maggiore consapevolezza e comprensione della Diabulimia, sia per i professionisti che per le persone con diabete. Infine, tutti i partecipanti hanno ritenuto che la Diabulimia fosse vista negativamente, descrivendo lo stigma e la mancanza di comprensione. I risultati di questo studio suggeriscono che un trattamento psicologico efficace dovrebbe affiancarsi all’educazione sul diabete.

 

La terapia del disturbo d’ansia sociale

Il paziente con disturbo d’ansia sociale presenta una serie di comportamenti difensivi, volti a prevenire un giudizio negativo, in particolare teme che gli altri lo deridano in quanto goffo, in ansia o in imbarazzo nello svolgere semplici attività (la più comune è quella di mangiare).

 

L’obiettivo psicoterapico nel caso del disturbo d’ansia sociale sarà quello di ridurre l’ansia sociale e la tendenza a metavergognarsi (vergogna di farsi vedere mentre si prova vergogna). La prima fase è l’assessment fatto tramite colloqui e test specifici per reperire informazioni dal paziente e ricostruire il profilo interno ed esterno del disturbo. In una seconda fase si tenta di normalizzare la sintomatologia condividendo con il paziente il modello di funzionamento del disturbo che gli permette di capire cosa gli stia accadendo. Un aspetto principale del funzionamento della persona con ansia sociale è quello di avere un’idea della socialità connotata negativamente, dove le relazioni sono pericolose.

La terapia fornirà al paziente una nuova prospettiva sulla socialità dove, come insegna l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy), potrà perseguire i valori della sua personalità e soddisfare i propri bisogni. A ciò si aggiunge l’acquisizione di una maggiore resistenza alla frustrazione: il paziente sarà guidato a ridurre il peso che dà abitualmente alle brutte figure nella socialità, così da riuscire ad esporsi maggiormente e a godere dei benefici e dell’arricchimento delle relazioni sociali. Quindi si prosegue con la riduzione dell’ansia sociale, si aumentano le abilità sociali e il loro utilizzo nei contesti naturali, si vanno a ridurre i fattori di vulnerabilità e si fa prevenzione delle ricadute.

Nella fase centrale della terapia, riduzione dell’ansia sociale, si utilizza la tecnica dell’osservazione; il paziente verrà videoregistrato in momenti di socializzazione che lo porteranno a provare vergogna e, prima di rivedere tali video, gli verrà chiesto di dire come s’immagina nella registrazione indicando il livello di vergogna. Dopo l’esposizione del video il terapeuta porterà il paziente a ridurre il peso della vergogna che inizialmente il paziente aveva dato alle sue azioni videoregistrate, basandosi sull’effettivo carico di vergogna che si può osservare senza avere il carico del paziente. Lo stesso metodo si applica per la metavergogna, cioè il provare vergogna per il fatto che si provi vergogna e il giudizio negativo e di scherno per il fatto di ritenere la persona debole o ridicola, credenza tipica del DAS.

Ultima, sebbene non per importanza, fase dell’intervento psicoterapeutico del paziente con disturbo d’ansia sociale, è quella volta a ridurre il peso degli elementi che hanno contribuito a rendere il soggetto vulnerabile allo sviluppo del disturbo e a strutturare un piano per fortificare il paziente, fornendogli delle strategie per prevenire ed eventualmente fronteggiare delle ricadute qualora si ripresentassero i sintomi. Arrivati a questo punto della terapia grazie alla ristrutturazione cognitiva, l’accettazione e l’esposizione, il clinico dovrà consolidare il cambiamento ottenuto. Bisogna fornire standard di performance più realistici e interiorizzati, costruendo un nuovo modello di “Sé ideale”. Alla fine di questo processo il paziente dovrà strutturare un’autostima derivante da un confronto realistico tra sé ideale e sé percepito, che include anche le caratteristiche che un tempo lo definivano come “inetto” ai propri occhi e a quelli altrui. È bene alla fine del trattamento di informare il paziente della possibilità di ricadute, insegnandogli a capire i segni prodromici dei sintomi così da non catastrofizzare e pianificare di chiamare il terapeuta per delle sedute di rafforzamento con l’utilizzo di tecniche già imparate in precedenza durante la terapia.

 

Psicoterapia online: State of Mind intervista Daniele Francescon, co-fondatore di Serenis – VIDEO

State of Mind ha intervistato Daniele Francescon, co-fondatore di Serenis, per comprendere come è nata l’idea e tanti altri aspetti di questa piattaforma di psicoterapia online

 

Negli ultimi anni uno degli aspetti della psicoterapia è decisamente cambiato: complice anche la recente pandemia, il setting terapeutico ha esteso i suoi confini, oltrepassando le pareti degli studi di terapia, per farsi strada nel mondo online e rendersi più accessibile e più adattabile alle necessità dei pazienti.

Un cambiamento che risulta ben più evidente se cerchiamo sul web dei servizi di psicoterapia online: diverse piattaforme sono state create con l’intento di offrire agli utenti percorsi psicoterapeutici o di supporto psicologico su misura. Tra le piattaforme che più di altre si sono fatte strada nel mondo della psicoterapia online, troviamo Serenis, una startup tecnologica che offre percorsi di terapia online in videochiamata, con oltre 400 professionisti specializzati, afferenti ai principali orientamenti terapeutici (cognitivo-comportamentale, sistemico-relazionale e psicoanalitico).

State of Mind ha intervistato Daniele Francescon, co-fondatore di Serenis, per comprendere come è nata l’idea, quali aspetti la differenziano dalle altre piattaforme e cosa dovrebbe aspettarsi un paziente che decide di affidarsi a Serenis per iniziare un percorso di psicoterapia online.

 

Intervista a D. Francescon, co-fondatore di Serenis
GUARDA IL VIDEO:

ASCOLTA L’INTERVISTA SU SPREAKER:

Le idee disfunzionali di Albert Ellis

Ellis individuò varie organizzazioni cognitive, tacite filosofie, ideologie o convinzioni disfunzionali di pensiero che ricorrono nella maggior parte dei problemi psicologici che chiamò idee irrazionali.

 

La Rational Emotive Behavioral Therapy (REBT)

Albert Ellis è considerato uno dei padri della Terapia Cognitivo Comportamentale grazie allo sviluppo della REBT che rappresenta probabilmente il primo modello formale di intervento psicoterapeutico CBT. Ispirandosi dichiaratamente alla terapia dei costrutti personali di Kelly (personal construct therapy, PCT) che ritiene come gli essere umani si siano evoluti grazie alla loro capacità di fare ordine nel mondo caotico sviluppando schemi previsionali che consentano di affrontarlo efficacemente e di sopravvivere alle sue insidie, Ellis e Beck sostenevano che le credenze – tra cui quelle da loro definite inizialmente irrazionali -, i pensieri automatici e gli atteggiamenti disfunzionali, dipendessero dagli schemi che ci formiamo per comprendere gli eventi significativi della nostra vita.

Più di ogni altra forma di psicoterapia, la REBT presenta solide basi filosofiche che orientano attivamente l’intervento del terapeuta che si ispira all’idea dei filosofi stoici secondo cui sono le persone a scegliere se venire turbate dagli eventi o per dirla come Epitteto: “non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma i giudizi che gli uomini formulano sui fatti”.

Le cose in realtà si sono dimostrate ben più complesse, in quanto nella determinazione degli schemi cognitivi utilizzati dall’individuo, un ruolo importante viene svolto sia dagli “strumenti” concettuali a disposizione per elaborare i dati sensoriali, i bias mentali, sia dalle metacognizioni, dalle regole cioè prevalentemente inconsapevoli che definiscono “sincreticamente” una vasta gamma di significati. Tuttavia, uno dei primi e più importanti principi della REBT, che afferma che i pensieri sono tra i più importanti fattori che determinano le reazioni emotive, resta di grande attualità scientifica. In altri termini noi “sentiamo” ciò che pensiamo.

L’accettazione di questo paradigma opera una grande rivoluzione interpretativa rispetto al sentire comune, in quanto non sono le situazioni o gli eventi che ci accadono a provocare in noi le reazioni emotive, quanto piuttosto le nostre percezioni degli eventi e le conseguenti attribuzioni e valutazioni, prevalentemente soggettive, che operiamo su di essi.

Ammettendo quindi che molto spesso sono i processi di pensiero che determinano e definiscono le emozioni e che la maggior parte dei pensieri viene rappresentato tramite l’uso di parole o frasi, se ne può dedurre che la maggior parte delle emozioni si producono e si mantengono in strettissima relazione con i processi del dialogo interno o con le asserzioni ripetitive che si svolgono più o meno consapevolmente nel sistema cognitivo dell’individuo.

Le idee disfunzionali o idee irrazionali

La gamma di concetti, idee e pensieri di natura irrazionale, illogica, superstiziosa o magica, utilizzata dagli esseri umani, risulta estremamente vasta ed in questa estrema varietà Ellis individuò varie organizzazioni cognitive, tacite filosofie, ideologie o convinzioni disfunzionali di pensiero che ricorrono nella maggior parte dei problemi psicologici.

Chiamò questi schemi cognitivi “idee irrazionali”, riscontrando la ricorrenza di quattro categorie generali nelle quali ricondurle:

  • affermazioni di dovere, implicanti esigenze e pretese irrealistiche ed assolutistiche sugli eventi, le situazioni e gli individui. I doveri vengono vissuti come obblighi imprescindibili, non modulabili, imposti dogmaticamente agli altri ed a noi stessi, obblighi sui quali si è perduta la capacità di analisi e valutazione non solo riguardo alla loro convenienza ma talvolta sulla loro stessa realizzabilità;
  • affermazioni di “terribilizzazione”, che esagerano e colorano emotivamente le conseguenze negative di una data situazione, anticipando inconsapevolmente i peggiori esiti immaginabili che ne impediscono una valutazione oggettiva e proporzionata;
  • affermazioni di “bisogno”, caratterizzate da esigenze arbitrarie credute necessarie o addirittura indispensabili all’individuo per sopravvivere o per poter vivere una vita adeguata;
  • affermazioni di “valore” che implicano la valutazione globale della personalità propria o altrui subordinando il valore individuale alla presenza o meno di alcune condizioni. L’errore fondamentale, così determinato, consiste nel trasferire alla natura intrinseca di un essere umano (ciò che sono), valutazioni o giudizi che invece riguardano esclusivamente le prestazioni intrinseche (ciò che faccio).

Nell’analisi della struttura concettuale delle idee irrazionali, il primo livello che incontriamo è quello inferenziale, la tendenza cioè ad attribuire arbitrariamente un significato non riconducibile al fatto in premessa; inferire deriva dal latino e significa esattamente portare dentro, e rappresenta un processo psicologico che ci induce ad assumere automaticamente alcune implicazioni che non sono necessariamente ricomprese nel significato oggettivo.

Il secondo sono gli obblighi o le pretese che rappresentano pensieri tassativi su come dovrebbe essere la realtà, una sorta di visione rigida e assoluta che tende ad asservire la realtà alle nostre convinzioni personali; tali assunzioni sono rigide, dogmatiche ed assumono la caratteristica del pensiero unico e ritengono che esista una sola visione della realtà, della verità, del bene ecc.

Il terzo e più importante processo attuato sono le valutazioni, o per dirla meglio le assunzioni di valore che vengono applicate a tutte le situazioni, secondo una scala personale e soggettiva che determina l’importanza percepita del singolo accadimento. Il processo di valutazione coinvolge indifferentemente le implicazioni relative alla qualità della propria vita, alle altre persone ed anche a noi stessi e, come abbiamo visto, la tendenza è quella di applicarlo al proprio valore personale, determinando il modo in cui la persona considera se stessa, ponendosi di fatto come fondamento del concetto di autostima.

In questi termini la sequenza presentata si discosta da quella indicata inizialmente da Ellis perché ritiene che l’elemento nucleare determinante sia proprio il processo valutativo associato alla mancata soddisfazione della pretesa deontica. In realtà il dibattito riguardo alla priorità delle preposizioni deontiche (che postulano doveri), rispetto a quelle assiomatiche (che postulano valori) aveva già interessato sia Ellis sia De Silvestri e, sebbene al riguardo siano state assunte posizioni diverse, quello che appare chiaro è che tanto le preposizioni deontiche quanto quelle assiomatiche sono capaci di determinare disturbi e sofferenza se, e solo se, assolutizzano valori e doveri.

In effetti il nucleo patogeno sembra basarsi proprio sull’assolutizzazione del principio rappresentato; tutti noi crediamo e ci avvaliamo di regole che ci guidano nei nostri orientamenti e nelle nostre scelte, essere onesti, leali ecc. sono principi ai quali cerchiamo di adeguarci. I problemi insorgono quando una di queste convinzioni diviene imperativa ed imprescindibile e comporta quindi un adeguamento impellente e incondizionato; prendiamo l’esempio del rubare: siamo concordi nel ritenere che sia un’azione riprovevole, ma se io rubassi del cibo per salvare la vita ad una persona questo comportamento sarebbe ugualmente biasimevole? O al contrario apparirebbe come una azione nobile?

Cercare di essere competenti nel proprio lavoro è certamente positivo, ma assumere di doverlo essere sempre, in ogni situazione indipendentemente dalle specifiche circostanze, condanna la persona ad un’ansia costante perché, data l’ambizione irrealistica del proposito, gli obiettivi fissati, che sono assoluti, non potranno essere realizzati, determinando conseguentemente un perdurante e radicato senso di inadeguatezza e di disvalore personale.

Le idee disfunzionali sono tali perché impongono all’individuo una visione estremizzata della realtà, in genere refrattaria ad ogni considerazione alternativa, determinando schemi comportamentali poco efficaci, spesso non riconducibili agli obiettivi desiderati o ritenuti utili dall’individuo, e definendo valutazioni cognitive dannose. Infatti l’attivazione emotiva deriva fondamentalmente dalle valutazioni primarie che definiscono quanto sia rilevante l’esperienza al fine del raggiungimento dei propri obiettivi determinando quale emozione proveremo e se questa risulterà funzionale o meno.

Va chiarito che, sebbene Ellis abbia precisato che la sua definizione di razionale era riferita alla tendenza di pensare, sentire e comportarsi in modo essenzialmente funzionale rispetto agli obiettivi della nostra vita, tendenza che deve aiutarci a scegliere valori e scopi utili al mantenimento della nostra sopravvivenza ed al raggiungimento del nostro benessere, si è poi ritenuto opportuno (De Silvestri) adottare il termine meno equivoco di “funzionale”, che esemplifica più chiaramente l’adozione di una visione più relativa ed utilitaristica, che adotta schemi basati sulla loro aderenza a tre principi: la corrispondenza alla realtà percepibile e dimostrabile; l’efficacia nell’affrontare e risolvere le difficoltà riscontrate nel vivere quotidiano; la determinazione di correlazioni emotive adeguate.

L’origine delle idee disfunzionali

Ma come si generano le Idee Irrazionali? Ebbene esse nascono quali strumenti utili per definire il proprio mondo, come regole generali che ci aiutano ad anticipare gli eventi avendo a disposizione un modello concettuale che ci dica come è utile comportarci; si pensi ad esempio all’utilità di essere accolti e considerati dal proprio gruppo di appartenenza, oggi sembra essere soltanto una questione di accettazione sociale, ma quando ci muovevamo in piccoli clan di 50/60 individui l’accoglienza da parte del gruppo era veramente fondamentale per la sopravvivenza dell’individuo.

Ogni essere umano si forma delle idee di come va o di come dovrebbe andare il mondo, il problema è che queste aspettative o desideri si possono trasformare in pretese e in assunti deontici riflettendo aspettative irrealistiche su eventi o persone spesso riconducibili alle locuzioni devo – devi— è indispensabile.

La formazione di questi schemi si sviluppa sin dai primi anni, prosegue per tutta la vita e si concretizza nell’utilizzo di modelli interpretativi e valutativi finalizzati a spiegare e gestire gli eventi significativi. Poiché essi vengono sviluppati in un’età nella quale non si dispone di sufficienti elementi discriminativi, questi vengono assunti come implicitamente veri e quindi interiorizzati non come ipotesi concettuali ma come una esatta definizione della realtà.

Questo determina due ulteriori significative conseguenze, la prima è che per concettualizzare queste regole utilizziamo strumenti cognitivi molto grossolani, fortemente condizionati dai vari bias e dai vari processi distorsivi, come gli assunti illogici, le deduzioni falsate, le nozioni dogmatiche o assolutistiche, il pensiero dicotomico, le generalizzazioni ecc.; la  seconda è che, rappresentando apparentemente la realtà, questi schemi saranno considerati veri a prescindere e quindi saranno automatizzati a tal punto nel loro uso operativo da renderli di fatto inconsapevoli.

Ne consegue l’adozione di forme di pensiero estremamente rigide, che portano le persone ad utilizzare una serie limitata di strategie, spesso obsolete perché incapaci di cambiare e di adeguarsi al mutamento delle situazioni.

La rigidità cognitiva di una persona si manifesta nell’incapacità di costruire nuove e più appropriate rappresentazioni del mondo ma anche di se stesso e degli altri, mantenendo una pervicace aderenza alle vecchie idee saldamente fissate nella mente.

Quando si crea una discrepanza fra le nostre aspettative e la realtà percepita si genera uno stato di attivazione emotiva che può essere risolta, secondo Piaget, mediante assimilazione o accomodamento. La creazione di un nuovo schema interpretativo è una forma di accomodamento, si cercano nuovi modelli, nuove informazioni, ipotesi alternative, sviluppando il pensiero divergente e creativo; di contro l’assimilazione consiste invece nel mantenere immodificato lo schema interpretativo, tralasciando i dati discordanti e adeguando ad esso la propria percezione della realtà, ignorando semplicemente la falsificazione dell’aspettativa.

In genere noi tutti propendiamo per questa seconda modalità dato che l’accettazione di questi schemi fissi, delle regole assolute, degli stereotipi, dei cliché, risponde ad una precisa esigenza di risparmio psichico, ci consente cioè di disporre di rapide risposte automatiche senza che sia necessario impegnare la sfera cosciente in continue ed estenuanti analisi; sebbene quindi, apparentemente, essa sembri risultare una modalità rapida ed efficace per affrontare la realtà nel medio e lungo periodo rappresenta in realtà una grave difficoltà nel processo di autosviluppo individuale perché impedisce il formarsi di una visione personale indipendente, centrata sui reali bisogni e necessità della persona, che, sarà così portata inconsapevolmente ad utilizzare sempre più frequentemente i modelli già pronti, senza assumersi l’onere di sviluppare regole più articolate e complesse per adeguarsi di volta in volta alle situazioni di vita.

Un esempio classico lo troviamo nel pensiero magico che, secondo la psicologia dello sviluppo di Jean Piaget, sarebbe una forma arcaica di pensiero, tipico della fase magico-animistica attraversata dal bambino nella fascia di età dai due ai cinque anni, detta dell’«egocentrismo». In seguito si attraverserebbero altre tappe, l’ultima delle quali consiste nell’acquisizione delle capacità cognitive proprie della logica ipotetico – deduttiva.

Il pensiero magico dunque per Piaget scomparirebbe del tutto nella persona adulta, venendo sostituito da un approccio più razionale e concreto alla realtà. Questa concezione ha portato a identificare la logica come la forma di pensiero più elevata, come se la razionalità ipotetico – deduttiva propria dello scienziato fosse quella più idonea a definire la natura del pensiero umano.

Più recentemente, però, gli studi effettuati sui bias mentali hanno evidenziato come anche gli adulti, ordinariamente, ricorrono al pensiero magico, dimostrando come questa forma di pensiero continui a persistere nella psiche continuando ad assolvere a tre principali funzioni, ovvero quella difensiva, propiziatoria e conoscitiva.

Di conseguenza il pensiero magico e il pensiero razionale si configurano come due strutture mentali compresenti nell’adulto, due forme di pensiero sostanzialmente diverse ma in costante interazione nella definizione della realtà e, diversamente da quanto prospettato dal grande psicologo svizzero, non esiste una vera e propria maturazione lineare da un pensiero infantile a un pensiero pre-logico e logico formale nell’adulto.

Nell’adulto, ritroviamo infatti le stesse strategie cognitive e le scorciatoie intuitive che registriamo nel bambino, cosa che del resto non dovrebbe stupirci visto che molti processi distorsivi rappresentano gli strumenti iniziali con i quali costruiamo gradualmente le nostre rappresentazioni mentali più complesse.

Le Idee Disfunzionali sono quindi dei modelli rigidi e stereotipati che, interpretando automaticamente la realtà, cercano costantemente di assimilarla alle convinzioni sostenute, sottraendosi al principio di verifica e di adattamento; invertendo l’ordine dei fattori, anziché essere l’individuo ad adattarsi alla realtà, si cerca di piegare questa alle proprie aspettative, determinando risposte emotive sempre dannose, proprio in ragione di questa continua inaccettabilità delle situazioni percepite.

L’intervento sulle idee disfunzionali

Se dunque i disturbi psichici sono considerati in gran parte (sebbene non completamente) in funzione delle percezioni, delle rappresentazioni e delle valutazioni che ci formiamo in merito agli avvenimenti che ci accadono, ne consegue che gli stati emotivi patologici o disfunzionali sono, in larga parte, il risultato di processi disfunzionali del pensiero. Quindi uno dei modi in cui si potrebbe migliorare il senso di benessere personale sarebbe quello di controllare le emozioni spiacevoli o dannose potenziando le nostre capacità di descrivere e rappresentare la realtà percepita, modificando gli schemi di pensiero e le idee che li determinano e li sostengono.

In tal senso l’adozione del metodo scientifico viene proposto come un modello interpretativo alternativo e più adatto a sviluppare il benessere psicologico. L’individuo si adatta meglio alla realtà quando è in grado di sottoporre a verifica le proprie premesse, esamina la validità e utilità delle proprie convinzioni ed è disposto a prendere in considerazione idee alternative.

In quanto esseri umani non possiamo evitare di generare ipotesi influenzate dai nostri desideri e dalle nostre aspettative e di tendere spontaneamente verso i dati che si accordano con esse; è questo che rende impossibile l’adozione di un ragionamento obiettivo e razionale che sia del tutto estraneo alla soggettività del senziente.

Possiamo però cercare di avvicinarci a considerazioni più oggettivabili assumendo diverse linee guida: se accetto che quello che penso non è necessariamente vero, mi sarà più facile adottare pratiche regole di verifica; se sviluppo il metodo costruttivista, tenderò ad approfondire la visione del mondo attraverso l’analisi della sua complessità rifuggendo da semplicistiche scorciatoie.

La visione relativistica proposta ci porta quindi a formulare una posizione apparentemente molto forte e cioè che molte delle nostre convinzioni, schemi, percezioni e verità in cui crediamo potrebbero essere erronee o inadeguate. L’idea di mettere in discussione il nostro sistema di convinzioni più radicato ci risulta particolarmente ostica in quanto confligge con una delle distorsioni più significative, quella definita epistemologia narcisistica ovvero: dato che lo penso è vero.

È intuibile che l’analisi critica dell’insieme di concetti, principi, idee e pensieri che risultano collegati tra loro in modo tale da influenzarsi e rinforzarsi reciprocamente, non necessariamente in modo coerente o logico, ma sicuramente in modo assertivo, richiede un onere rilevante che trova la sua giustificazione nell’obiettivo fissato dalla psicoterapia che, come ha detto Kelly:

…deve concentrarsi sulla creazione di nuove ipotesi e previsioni che costituiscano un livello più elevato verso l’invenzione di un nuovo sistema di significati, piuttosto che cercare di riparare o rattoppare i guasti del sistema corrente.

I problemi psicologici non sono necessariamente il prodotto di forze misteriose o impenetrabili, ma spesso derivano da procedimenti più ovvi, come un apprendimento sbagliato, deduzioni ed informazioni errate, confusione tra immaginazione e realtà, accettazione acritica di processi distorsivi; ne consegue che possono essere padroneggiati affinando le capacità discriminatorie, correggendo i concetti errati e imparando modalità di pensiero più adattative.

Questo richiede un grande impegno, così come a ben guardare lo richiede la normale vita quotidiana che ci impone un adattamento ad una realtà che è divenuta così complessa, così interconnessa con migliaia di fattori assolutamente imprevedibili da apparire il più delle volte assolutamente ingestibile.

L’uomo moderno è continuamente costretto a prendere decisioni più o meni rilevanti rispetto alla propria vita, come guidare un’automobile, fare degli investimenti finanziari, cambiare lavoro o luogo di residenza, trovandosi a dover distinguere tra situazioni che sono realmente pericolose e quelle che semplicemente sembrano pericolose, dovendo analizzare e confrontare migliaia e migliaia di dati disponendo di strumenti cognitivi che non sono adeguati a tale compito.

Questo contrasta con l’idea di molti psicologi che sognano di descrivere la mente e i suoi processi in modo tanto economico da rendere la psicologia semplice e precisa; ma questo non tiene conto del fatto che il funzionamento della nostra mente non dipende da poche e semplici regole perché, durante il lungo periodo dell’evoluzione, il nostro cervello ha accumulato molti meccanismi, che hanno dovuto rispondere a esigenze diverse e talvolta antitetiche nel continuo confronto con la mutevolezza della realtà vissuta.

Per questo l’alternativa proposta dalle scienze cognitive va nella direzione opposta alla semplificazione imperante e promuove la complessità suggerendo che l’unica risposta possibile per un buon adattamento è l’adozione di teorie interpretative adeguatamente complesse, tali da poter affrontare con successo la complessità della realtà che siamo chiamati a vivere.

Ma il cammino non sembra semplice perché, come sosteneva Diderot, il maggior filosofo dell’illuminismo francese:

L’intelletto ha i suoi pregiudizi, il senso le sue incertezze, la memoria i suoi limiti, l’immaginazione le sue oscurità, gli strumenti la loro imperfezione. I fenomeni sono infiniti, le cause nascoste, le forme, forse, transitorie. Contro tanti ostacoli che troviamo in noi stessi e che la natura ci pone dal di fuori, disponiamo solo di un’esperienza lenta e di una ragione limitata.

Affermando come la sua concezione di ragione non assomigliava affatto a quella caricatura della “ragione illuministica” di cui possiamo leggere purtroppo ancora troppo spesso anche in alcuni manuali di psicologia.

Manuale delle tecniche psicologiche (2022) di Bernardo Paoli ed Enrico Parpaglione – Recensione

Il volume “Manuale delle tecniche psicologiche” di Paoli e Parpaglione ha l’intento di andare oltre un unico paradigma di riferimento, presentando svariate tecniche utilizzabili dal professionista.

 

“Manuale delle tecniche psicologiche”, un eccellente testo nato ad opera di Bernardo Paoli, psicologo e psicoterapeuta, ideatore del modello di Terapia Breve delle Esperienze di Equilibrio, co-fondatore dell’Accademia delle Tecniche Psicologiche, docente di Terapia Breve presso scuole di specializzazione in psicoterapia, consulente e formatore, autore di diversi saggi, ed Enrico Parpaglione, psicologo e psicoterapeuta, trainer e supervisore in Schema Therapy, co-fondatore dell’Accademia delle Tecniche Psicologiche, Direttore di Training Internazionale Certificato in Schema Therapy. Un validissimo testo all’interno del quale hanno collaborato diversi professionisti di differenti formazioni, orientamenti e specializzazioni.

Un testo che raccoglie numerose tecniche psicologiche tra le più utilizzate, descritte, schedate ed approfondite in modo preciso e chiaro.

Le tecniche psicologiche contenute in questo manuale possono essere definite con nomi alternativi come: esercizi, homework, indicazioni, suggerimenti, suggestioni, prescrizioni, feedback, rimandi, compiti. Ma credo che la parola che si addice resti “esperienze” (Paoli e Parpaglione, p. X).

Tantissime le tecniche raccolte e descritte, distribuite in ordine alfabetico all’interno del suddetto manuale come ABC, Aforismi, Autoipnosi, Body scan, Come peggiorare, Come se, Congiura del silenzio, Controrituale, Defusione, Desensibilizzazione, Dialogo socratico, Dilazione della risposta, Esposizione, Fototerapia, Genogramma, Grounding, Lettere, Mindfulness informale, Prescrizione del sintomo, Pulpito delle lamentele, Respirazione diaframmatica aiutata, Rilassamento Muscolare Progressivo, Sedia vuota, Stop del pensiero, Token Economy, Vantaggi e svantaggi, Zaino.

Il lettore esperto, potrà già notare come l’intento degli autori del manuale è stato quello di andare oltre un unico paradigma di riferimento, offrendo al professionista una raccolta di strumenti validi che possano divenire significativi all’interno e fuori dal proprio studio e facilitare la comunicazione tra i professionisti.

Ogni tecnica viene schedata e descritta in modo preciso, mettendo in risalto le situazioni per le quali è più indicata, obiettivi ed effetti attesi, cosa viene detto e viene fatto, presupposti teorici all’utilizzo della tecnica, testi che ne fanno menzione e tabelle/schemi/allegati.

Ritengo che il Manuale delle tecniche psicologiche” sia veramente uno risorsa preziosa da inserire nella propria libreria, dal forte valore formativo, utile sia al professionista che allo/a psicologa/o in formazione.

 

I disturbi dell’alimentazione, l’ansia, l’autostima e il perfezionismo nello sport

I Disturbi dell’Alimentazione sono associati a conseguenze fisiche e psicologiche che possono portare ripercussioni sia a breve che a lungo termine e che influiscono sulla vita e sulla prestazione sportiva di un atleta.

 

Disturbi alimentari nello sport

In questo studio è stato selezionato un campione che prevede ginnaste e calciatrici che riportano problematiche relative alla gestione alimentare e donne non atlete (Vardar et al., 2006). La porzione di campione femminile con problematiche legate a disturbi alimentari presenta inoltre maggiori livelli di ansia, bassa autostima e perfezionismo (Sundgot-Borgen et al., 2013).

I risultati di questo studio mostrano che le atlete sono maggiormente a rischio di insorgenza di un disturbo alimentare a causa della pressione ambientale, che richiede di raggiungere una composizione corporea ottimale per una prestazione migliore della concorrenza (Cook et al., 2008). Tuttavia, questo studio dimostra anche che nella popolazione femminile di “non atlete” sono presenti comportamenti attinenti al disturbo dell’alimentazione, poiché non sono presenti un’educazione allo sport e un’educazione alimentare corrette.

Per quanto riguarda le componenti psicologiche, è emersa una correlazione positiva e statisticamente rilevante tra l’ansia (comprende sia l’ansia di tratto che quella di stato) e i comportamenti alimentari problematici, che sono stati analizzati tramite il test EAT-40 (Coelho et al., 2013). Un’altra ricerca ha riportato che livelli più alti di ansia innescata dallo sport correlano positivamente con l’insorgenza di una sintomatologia bulimica; inoltre, vi è una maggiore propensione alla magrezza generale (Holm-Denoma et al., 2009).

Perfezionismo e autostima nello sport

Quando si usa il termine perfezionismo si fa riferimento a una caratteristica di personalità che comporta la creazione di standard eccessivamente elevati che vengono accompagnati da una valutazione autocritica molto severa (Frost et al., 1990). L’analisi di regressione condotta nello studio ha mostrato come il perfezionismo e i livelli di ansia siano in una relazione di dipendenza molto forte (Petisco-Rodriguez et al., 2020).

I risultati dello studio selezionato riportano una correlazione positiva tra ansia e perfezionismo, in particolare risulta una interdipendenza con la prima sottoscala, ovvero quella del perfezionismo orientato verso sé stessi e una correlazione negativa con la seconda, che riguarda il perfezionismo legato alla sfera sociale (Koivula et al., 2002).

Lo sport, l’allenamento e il dover mantenere un corpo in forze consente agli atleti di prendersi cura del proprio corpo; tuttavia, se un’atleta si trova in una condizione di voler ottenere maggior controllo, a causa del contesto socioculturale, è più propensa a ricadere in strategie restrittive, per cercare di perdere peso, senza pensare a preservare uno stile di vita sano. L’autostima è stata infatti identificata in molti studi come il fattore principale per la prevenzione di un disturbo dell’alimentazione (Petisco-Rodriguez et al., 2020).

Lo studio selezionato getta le basi per futuri approfondimenti relativi all’autostima e alla prevenzione di possibili comportamenti alimentari che possono rivelarsi dannosi per le atlete.

I tratti di personalità e lo stile di attaccamento come predittori della Gelosia Romantica

La gelosia è intrinseca nella storia dell’uomo e caratterizza tutti gli stadi evolutivi, sia in un contesto familiare che in un contesto socio-culturale e sentimentale (Hart e Legerstee, 2010).

 

White, nel 1981, ha provato a dare una definizione di gelosia romantica, che sembra essere la forma più diffusa per quanto riguarda l’età adulta. Viene descritta come “complesso di pensieri, sentimenti e azioni che segue le minacce all’esistenza o alla qualità della relazione, quando queste minacce sono generate dalla percezione di un’attrazione reale o potenziale tra il proprio partner e un rivale (magari immaginario)” (p. 130). È un fenomeno che, seppur spiacevole, risulta essere adattivo e sottintende un desiderio di mantenere la relazione con il partner duratura nel tempo. (Harris, 2003).

Gelosia e nevroticismo

Un recente articolo di Richter et al. (2022) mette a confronto le dimensioni della personalità analizzando i tratti elencati nella teorizzazione dei Big Five e le dimensioni relative all’attaccamento adulto, considerandoli come predittori della gelosia romantica. Le analisi di regressione che sono state svolte su un campione di 847 soggetti, hanno evidenziato che i Big Five e le dimensioni di vicinanza, di dipendenza e di ansia riguardanti l’attaccamento adulto hanno predetto le differenze individuali della gelosia romantica. È emerso inoltre che livelli più alti di nevroticismo correlano positivamente con la gelosia sia indirettamente che direttamente attraverso le dimensioni dipendenza e ansia dell’attaccamento adulto. Il nevroticismo è caratterizzato da una notevole mancanza di fiducia verso il partner e alti livelli di paura relativi ad una bassa consapevolezza di sé stessi e alla sensazione di essere vulnerabili e sempre sotto minaccia, che potrebbe sfociare in attacchi di rabbia e impulsività. (Costa e MCrae, 2012). I soggetti che presentano maggiori livelli di attivazione rabbiosa e impulsiva manifestano più intense reazioni comportamentali nei confronti del partner (Harris e Darby, 2010).

Gelosia e bassa gradevolezza

Il secondo tratto dei Big Five che è collegato ad una maggiore insorgenza di gelosia è la bassa gradevolezza di sé stessi e dell’altro, considerato come rivale, mentre il terzo predittore relativo alla personalità che correla positivamente con la gelosia è la bassa apertura all’esperienza (Wade e Walsh, 2008). I soggetti che sviluppano una maggiore apertura all’esperienza riportano maggiori livelli di flessibilità verso l’interpretazione dei comportamenti ambigui del partner e una migliore gestione della possibile minaccia (Schmitt e Buss, 2001).

Gelosia ed esperienze pregresse

Inoltre, è emerso che il genere, lo status della relazione e le esperienze di infedeltà che hanno coinvolto precedentemente i soggetti hanno influenza positiva per quanto riguarda l’associazione e le differenze personologiche della gelosia romantica.

È uno studio che getta le basi per una buona comprensione delle modalità relazionali di coppia e potrebbe aprire molte porte per quanto riguarda la gestione di problematiche relative al rapporto con il partner e nel funzionamento sociale più generale.

 

Perché mi vengono gli attacchi di panico? – Podcast State of Mind

È online l’episodio del Podcast di State of Mind dal titolo Perché mi vengono gli attacchi di panico? Comprendere la paura della paura”.

 

State of Mind, in collaborazione con Centro Clinico Studi Cognitivi Rimini, ha realizzato “I giovedì dell’approfondimento”, un ciclo di incontri di divulgazione rivolti al pubblico. Nell’episodio di cui oggi vi proponiamo l’ascolto si parlerà di Attacchi di Panico.

Quando l’ansia diventa un limite per la vita e il benessere dell’individuo, è importante affrontarla con trattamenti adeguati. La terapia cognitivo comportamentale è un intervento scientificamente validato e riconosciuto a livello internazionale per il trattamento del Panico.

In questo episodio del podcast sono fornite indicazioni per comprendere il circolo vizioso dell’attacco di panico come primo passo verso la risoluzione della sintomatologia. Uno sguardo per capire cosa succede quando sviluppiamo la paura della paura e cosa possiamo fare per gestire al meglio i momenti problematici.

 

Disponibile anche sulle principali piattaforme:

 

Emozioni e sentimenti: sovrapposizioni e differenze

Emozioni e sentimenti sono oggetto di ampio dibattito in campo psicologico e talvolta questi due termini vengono equivocati. Sebbene condividano aspetti simili, vi è una marcata differenza di essi.

Arianna Moroni – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Milano

 

Le emozioni

Nel corso del tempo sono stati condotti molti studi su emozioni e sentimenti. Una delle ricerche più note è quella portata avanti dagli psicologi statunitensi Paul Ekman e Wallace Friesen, nella tribù dei Fori in Papua Nuova Guinea all’inizio degli anni ’70. Dai risultati di questa indagine oggi sappiamo che esistono sei emozioni di base universali, cioè emozioni che tutti gli esseri umani possono provare, nello specifico: felicità, rabbia, tristezza, paura, disgusto, sorpresa (Ekman, 1999).

In parallelo, le sempre più accurate tecniche sperimentali hanno permesso di chiarire il funzionamento delle emozioni. In questo campo Antonio Damasio ha certamente offerto il suo prezioso contributo. L’autore sostiene che le emozioni e i sentimenti siano essenziali soprattutto per prendere decisioni e organizzare il tempo e le proprie relazioni interpersonali. Inoltre, aggiunge Damasio, dal punto di vista neurobiologico, un’emozione è un insieme di risposte chimiche e neurali prodotto dal cervello quando viene rilevata la presenza di uno stimolo emotivamente saliente: un oggetto o una situazione, per esempio. L’elaborazione dello stimolo è possibile che avvenga in modo consapevole. Tuttavia, non è necessario che lo sia, dato che le risposte emotive vengono generate automaticamente. Il cervello, infatti, è evolutivamente predisposto a rispondere a determinate classi di oggetti ed eventi con determinati repertori di azioni.

Da quanto emerge da ulteriori indagini, l’amigdala, una minuscola struttura a forma di mandorla, parte del sistema limbico e collegata a stati motivazionali come la fame e la sete, svolge un ruolo importante nella memoria e nelle emozioni ed in particolare nella paura (Pessoa, 2010).

Sono state appunto utilizzate tecniche di imaging cerebrale per mezzo delle quali si è scoperto che quando ad un soggetto vengono mostrate immagini minacciose, l’amigdala si attiva. È stato inoltre osservato che un danno all’amigdala è implicato nell’esordio e mantenimento della paura (Ressler, 2010).

In linea con questi risultati, Damasio in “Fundamental Feelings” (2001) sottolinea che varie strutture, come l’amigdala e la corteccia prefrontale ventromediale, assumono il ruolo di mediatori tra l’elaborazione di stimoli emotivamente salienti e le risposte emotive. Viene specificato però che i veri elaboratori delle emozioni sono le strutture dell’ipotalamo, del proencefalo basale e del tronco encefalico. Queste strutture trasmettono segnali al corpo e al cervello andando così ad originare un’emozione. I target principali delle risposte emotive sono quindi il corpo, gli organi interni, il sistema muscolo-scheletrico ed il cervello stesso, ad esempio, i nuclei monoaminergici nel tegmento, parte del tronco encefalico.

Ad ogni emozione sono associate modificazioni fisiologiche, cognitive e/o motorie. Infatti, quando il cervello rileva stimoli emotivamente salienti (Damasio, 2005), invia segnali specifici al sistema endocrino, che è responsabile del rilascio e della regolazione degli ormoni nel sangue, al sistema nervoso autonomo, che agisce sull’omeostasi, sul sistema cardiovascolare, sugli organi interni e sul sistema muscolo-scheletrico, che è responsabile di alcune risposte tipicamente emotive, come il freezing, la fuga o le espressioni facciali legate alle emozioni. Molte risposte fisiologiche che sperimentiamo quando proviamo un’emozione, come i palmi delle mani sudati o il battito cardiaco accelerato, sono regolate dal Sistema nervoso simpatico, un ramo del Sistema nervoso autonomo (McCorry, 2007). Il sistema nervoso autonomo controlla le risposte involontarie, come la pressione arteriosa e la digestione (Lazarus et al, 1984), il sistema nervoso simpatico è incaricato di controllare le reazioni di lotta o fuga. Quando affrontiamo una minaccia, queste risposte preparano automaticamente il nostro corpo a fuggire dal pericolo o ad affrontare la minaccia (Kozlowska et al, 2015).

Scherer (2005) identifica cinque componenti delle emozioni in base al sistema coinvolto e alla sua funzione:

  • la componente cognitiva, collegata all’elaborazione delle informazioni e al sistema nervoso centrale. La sua funzione fondamentale è la valutazione di oggetti o situazioni presentati all’organismo;
  • la componente neurofisiologica, che svolge un ruolo nella regolazione del funzionamento degli organi interni, a seconda del segnale prodotto dal sistema nervoso centrale, dal sistema nervoso autonomo e dal sistema neuroendocrino;
  • la componente motivazionale, che prepara e mette in moto azioni;
  • la componente motoria, connessa all’attività del sistema nervoso somatico, che svolge la funzione di comunicare la reazione comportamentale e le intenzioni motorie;
  • la componente soggettiva, che ha origine nel sistema nervoso centrale e serve per monitorare lo stato interno dell’organismo e l’interazione che quest’ultimo ha avuto con l’ambiente (Scherer, 2005).

I sentimenti

Anolli (2002) definisce i sentimenti come disposizioni affettive rivolte in maniera relativamente stabile verso specifici oggetti, prodotti sulla base di esperienze precedenti e dell’apprendimento sociale. Coinvolgono processi consapevoli che generano aspettative, desideri, atteggiamenti e comportamenti verso l’oggetto (Anolli, 2002). I sentimenti, pertanto, sono influenzati da esperienze personali, convinzioni e ricordi. I sentimenti sono dunque disposizioni d’animo relativamente stabili, mentre le emozioni possono essere temporalmente circoscritte (Anolli, 2002).

Secondo Le Doux (2012), originati nelle regioni neocorticali del cervello, contrariamente alle emozioni, i sentimenti sorgono dalle emozioni e sono modulati da esperienze personali, credenze, ricordi e pensieri legati ad una particolare emozione.

Damasio (2001) descrive i sentimenti come “rappresentazioni mentali dei cambiamenti fisiologici che caratterizzano le emozioni”. I sentimenti infatti amplificano l’impatto di una determinata situazione, rafforzano l’apprendimento e aumentano la probabilità che situazioni simili a quelle sperimentate vengano anticipate.

Secondo la prospettiva di Damasio (2013), i sentimenti sono connessi alla regolazione omeostatica, che va dai processi di base, come il metabolismo, alle più complesse emozioni sociali. Una caratteristica cruciale dei sentimenti è la loro valenza, positiva o negativa e questa, insieme all’intensità dei cambiamenti omeostatici, aiuta a spiegare perché l’organismo segua l’orientamento dato da un sentimento (Damasio e Carvalho, 2013).

Emozioni primarie ed emozioni secondarie

Antonio Damasio divide il regno delle emozioni in due gruppi: emozioni primarie e secondarie. Le emozioni primarie sono definite come “innate”, “risposte preorganizzate”, a caratteristiche dello stimolo come dimensione, tipo di movimento e tipo di suono. Ad esempio, la reazione del pulcino di nascondere la testa alla vista di ali larghe che volano sopra di lui ad una certa velocità è una tipica emozione primaria. Tutto ciò che serve per suscitare un’emozione primaria è un rilevamento approssimativo e rapido e la coscienza non è richiesta. Le emozioni primarie sono generate nel sistema limbico, e da lì si espandono al corpo (tramite il sistema nervoso ed endocrino) e ad altre parti del cervello (Schreiber, 1995).

Le emozioni secondarie, invece, nella definizione di Damasio (1995), “hanno luogo quando iniziamo a provare sentimenti e a formare connessioni sistematiche tra categorie di oggetti e situazioni, da un lato, ed emozioni primarie, dall’altro”. Ad esempio, se immaginiamo di incontrare un vecchio amico, potremmo subire dei cambiamenti corporei tipici delle emozioni primarie (la pelle potrebbe arrossire, il battito cardiaco accelerare, ecc.), ma in questo caso la reazione corporea sarebbe innescata da quella che Damasio chiama “immagine mentale” – cioè sarebbe innescata “off-line”, non direttamente dalla percezione di uno stimolo, ma piuttosto attraverso i pensieri. Il sistema limbico non è sufficiente per le emozioni secondarie, perché non è in grado di supportare “categorie di oggetti e situazioni”. Il circuito cerebrale legato alle emozioni secondarie deve quindi essere più ampio e, ipotizza Damasio, deve includere meccanismi legati alle emozioni primarie oltre a parti della corteccia responsabili dell’elaborazione di stimoli complessi (come valutazioni e aspettative). Sembrerebbe infatti più economico in natura formare nuove emozioni da vecchi meccanismi, piuttosto che aggiungerne di nuove (Damasio, 1995).

Damasio, con riferimento a questo concetto, ad esempio, sostiene che il disprezzo, che da alcuni studiosi è considerato una tipica emozione secondaria, condivida molti tratti, e in particolare le espressioni facciali, con il disgusto, emozione primaria che, dal punto di vista evolutivo, è connessa all’evitamento di cibi potenzialmente pericolosi (Damasio 2004).

Le emozioni sono anche caratterizzate da una componente fisica somatica, e provocano immediatamente reazioni corporee qualora ci troviamo in presenza di minacce o ricompense. Gran parte delle risposte emotive sono quindi direttamente osservabili per mezzo di misurazioni psicofisiologiche e neurofisiologiche e test endocrini. Le reazioni corporee attivate dalle emozioni possono ad esempio essere quantificate misurando la dilatazione pupillare (per mezzo dell’eye tracking), la conduttanza cutanea (EDA/GSR), l’attività cerebrale (EEG, fMRI), la frequenza cardiaca (ECG) e osservando le espressioni facciali.

Per quanto riguarda i sentimenti, essi sono misurabili utilizzando strumenti di autovalutazione come interviste, sondaggi e questionari costituiti da scale di valutazione e di autovalutazione.

Le emozioni e i sentimenti, quindi, hanno un impatto significativo sul comportamento, sono interdipendenti tra loro, possono essere copresenti e possono influenzare il modo in cui interagiamo con gli altri.

 

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